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giovedì 12 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1946 l'Italia adotta l'Inno di Mameli come inno nazionale provvisorio.
Nell’autunno del 1847, Goffredo Mameli (morto a 22 anni nel 1849), forse a seguito di espressa richiesta di Giuseppe Mazzini, scrisse il testo de “Il Canto degli Italiani” (titolo originale di Fratelli d’Italia).
La richiesta rivolta a Mameli fu, probabilmente, quella di creare un Inno con la forza popolare della Marsigliese, ma con chiari richiami alla Massoneria e all’idea repubblicana, oltre che all’Italia unita. Da qui, il “figli della patria” francesi diventano i “fratelli d’Italia”.
Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l’inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato, ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani, in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente “Casimiro Corradi”.
Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell’aria. Era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben in 30.000 ascoltarono l’Inno e l’impararono.
Nel frattempo, Nino Bixio, sulle montagne, organizzava i falò della notte dell’Appennino.
Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l’Inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).
Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: Il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento.
Gli inni patriottici come l’Inno di Mameli (sicuramente, fra tutti, il più importante) furono un grandioso strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all’insurrezione, che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all’emanazione dello Statuto Albertino ed all’impegno del Re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.
Proprio perché il loro principale scopo era questo, in questi inni assumevano un’importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorirne la memorizzazione e, quindi, la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo delle semplici “marcette” (come “Fratelli d’Italia”), per cui il valore artistico e la qualità musicale diventano elementi secondari.
Quando l’Inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo per via dell’ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore.
Visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati: ma neppure in questo si ebbe successo.
Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l’articolo dello Statuto Albertino secondo cui l’unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l’uso del tricolore verde, bianco e rosso (sino ad allora, bandiera della Cispadania), anch’esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente, nel 1831, come simbolo della Giovine Italia di Mazzini.
In seguito, fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i “Mille”, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e la riunificazione nazionale.
Mameli era già morto da parecchio tempo, ma le parole del suo Inno, che invocava un’Italia unita, erano più vive che mai.
Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.
Anche più tardi, per tutta la fine dell’Ottocento e oltre, Fratelli d’Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911/1912, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi.
Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l’irredentismo che la caratterizzava, l’obiettivo di completare la riunificazione, trovò facilmente ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.
Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani fu quella che fece, il 9 giugno 1915, il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono.
L’etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.
Una seconda antica incisione, pervenuta ad oggi, è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone), il 23 gennaio 1918.
Dopo la Marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre all’inno ufficiale del regno, che era sempre la Marcia Reale, i canti più prettamente fascisti, che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente.
I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli “sovversivi” di stampo anarchico o socialista, come l’Inno dei lavoratori o l’Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese.
Anche gli altri canti furono rinvigoriti, e a esempio La canzone del Piave veniva cantato nell’anniversario della vittoria, il 4 novembre.
Fu istituito il Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo Nazionale di Assistenza, ed infine nacque la Corporazione dello Spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni.
Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi.
La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti. Spesso l’Inno di Mameli viene erroneamente indicato come l’Inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana: invece, è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale. Nelle cerimonie veniva cantato l’Inno di Mameli oppure Giovinezza.
Nella seconda guerra mondiale, indicibilmente più dura della prima, non ci fu lo spazio nemmeno per i canti che avevano invece caratterizzato la Grande Guerra, nascendo molto spesso dal basso.
Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Inno di Mameli e molti altri vecchi canti, assieme a quelli nuovi dei partigiani, risuonarono per tutta Italia (anche al Nord, dove erano trasmessi dalla radio), dando coraggio agli italiani.
In questo periodo di transizione, sapendo che la monarchia sarebbe stata messa in discussione e che la Marcia Reale sarebbe stata perciò provocatoria, il Governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, a Londra, Arturo Toscanini diresse l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni, composto da Verdi e comprendente anche l’Inno di Mameli, che vide così riconosciuta l’importanza che gli spettava.
Il Consiglio dei Ministri, il 12 ottobre 1946, acconsentì all’uso provvisorio dell’Inno di Mameli come Inno nazionale, limitandosi così a non opporsi a quanto decretato dal popolo, anche se alcuni volevano confermare La canzone del Piave e altri avrebbero preferito il Va’ pensiero (celebre aria dall’opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi.
Altri ancora avrebbero voluto bandire un concorso per trovare un nuovo inno che sottolineasse la natura repubblicana della nuova Italia: ciò forse non era necessario, perché Mameli e il suo Inno erano già accoratamente repubblicani (proprio per questo, come si è precedentemente detto, all’inizio erano stati banditi dal Regno sabaudo).
La Costituzione Italiana sancì l’uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’Inno e nemmeno il simbolo della Repubblica, che, essendo fallito il primo concorso dell’ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti e specialisti, dei quali risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema attualmente in uso.
Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d’Italia l’inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.
Nel 2006 è stato discusso, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia.
Lo stesso anno, con la nuova legislatura, è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione Italiana con l’aggiunta del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”.
Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare.
Fratelli d’Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all’inizio degli anni novanta.
Le critiche si appuntano, in genere, sulla bassa qualità musicale dell’Inno, rilevandone un carattere di “marcetta” o “canzone da cortile” di poche pretese. Si obietta, tuttavia, che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta, mal si conciliano, in genere, con un’elevata qualità artistica della melodia.
Molti concordano col dire che è vero che la melodia non è sublime e sicuramente è inferiore a quella dell’inno tedesco di Haydn e al Va’ pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione, e che però ciò non basta a fare di quest’ultimo un’alternativa valida.
È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che non contiene nessun riferimento specifico all’Italia o alla sua storia, – è il canto di un popolo diverso, – perciò ci si chiede quanto possa essere plausibile l’idea di farne l’Inno nazionale.
I riferimenti storici e patriottici dell’inno di Mameli a taluni paiono addirittura eccessivi e il testo, in generale, eccessivamente retorico e patriottardo, ma d’altronde è normale per un inno nazionale, anzi quelli degli altri Paesi sono spesso suscettibili di interpretazioni ben più nazionalistiche: ad esempio, il predetto inno tedesco affermava (nella prima strofa, non più cantata da dopo la seconda guerra mondiale) “Germania, Germania, al di sopra di tutto / al di sopra di tutto nel mondo”, benché questa traduzione possa risultare fuorviante, in quanto l’über alles incriminato si riferisce, nelle intenzioni dell’autore, all’importanza primaria dell’obiettivo di una Germania libera e unificata piuttosto che a una supposta superiorità della nazione tedesca sulle altre.
Altri invece leggono i riferimenti a Roma come un’esaltazione e un’invocazione dell’Impero, quasi un fascismo ante litteram: interpretazione capziosa, perché, come abbiamo detto, il significato è diverso e, del resto, non si vede come si possa pensare altrimenti data la storia dell’autore, che era seguace di Mazzini e Garibaldi e si ispirò alla Marsigliese.
Una critica meno comune, ma molto sottile, mossa da Antonio Spinosa, è che Fratelli d’Italia sarebbe maschilista, poiché non accenna minimamente a imprese compiute da donne come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi, imprese però che, almeno in parte, sono successive alla morte dell’autore.

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