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lunedì 21 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la cosiddetta "battaglia di Piazza Duomo", nella quale Garibaldi conquistò Reggio Calabria durante l'impresa dei 1000.
L’importanza che, per il buon andamento dell’impresa garibaldina, ebbe la conquista di Reggio, è ricordata da Garibaldi stesso nelle sue memorie. Determinante fu infatti da un punto di vista strategico, fiaccò nello spirito la difesa borbonica e fu di buon auspicio per l’altra fondamentale vittoria di Soveria Mannelli.
Essendo previsto dai borbonici lo sbarco a Reggio dei garibaldini, reduci dalla gloriose giornate siciliane di Calatafimi, Palermo e Milazzo, Garibaldi scelse di giocare d’astuzia optando per una traversata più lunga dello Stretto e attraccando sulle spiagge di Melito nella mattina del 19. Le imbarcazioni battevano bandiera statunitense col chiaro intento di non destare sospetti. A questo punto si registrò un tentativo di difesa da parte delle truppe borboniche, accorse, seppur tardivamente, in difesa di quel tratto di costa. Lo scontro causò l’incendio di una delle navi utilizzate per lo sbarco, la Torino, nonché la perdita di alcuni tra i garibaldini appena sbarcati.
Pare che il Comune di Melito Porto Salvo si stia occupando del ripescaggio del legno affondato; operazione che porterà nuovi reperti al Museo e Sacrario garibaldino, inaugurato nel 2010.
Completato lo sbarco le colonne garibaldine iniziarono il lento avvicinamento verso Reggio, sostando nella giornata successiva presso l’abitato di Pellaro. La sera del 20, dopo aver preso contatto con il suo ufficiale Giuseppe Missori e il patriota calabrese Benedetto Musolino, artefici dodici giorni prima di un fallito tentativo di impossessarsi del forte dell’Altafiumara, ed in conseguenza di ciò rifugiatisi in Aspromonte con l’intento di aspettare che i garibaldini giungessero dalla Sicilia, Garibaldi ed il neo promosso Maggiore Generale Bixio, decisero di muovere alla volta di Reggio.
Dal territorio di Ravagnese si passò al rione Modena, dove le truppe si separarono in due colonne: una tenuta ad entrare dal confinante rione S. Giorgio Extra, l’altra dal rione Crocefisso. Quest’ultima, giunta in prossimità di Porta San Filippo, antico accesso alla città da sud, trovò le sentinelle borboniche chiedere loro la parola d’ordine. Le Camicie Rosse risposero sprezzanti “Viva Garibaldi”, quelle regie fecero fuoco inneggiando a Re Francesco II. Dopo l’episodio sulla spiaggia di Melito questo secondo scontro a fuoco preannunciava il finale resoconto, allorché le truppe regie si asserragliarono nei pressi del Duomo per l’ultima resistenza. A presidio della città era posto il 14° Reggimento comandato dal Colonnello Dusmet, che in un primo momento ricevette ordine di schierarsi in prossimità del torrente Calopinace per poi disporsi, come si accennava, nella zona della Cattedrale.
Molto si è detto sulla presunta incapacità degli alti comandi borbonici circa i fatti di Reggio: manifesta disorganizzazione, accuse di tradimento o voluto atteggiamento “soft” nei confronti di una difesa in cui alcuni ufficiali non credevano abbastanza? E’ indubbio che vi furono dei valorosi tra i soldati borbonici come tra i garibaldini, uomini, prima che militari, che in buona fede abbracciarono le armi per senso del dovere e appartenenza.
E’ buio pesto, si combatte tra i vicoli antistanti la cattedrale e nella stessa piazza, in un clima di incertezza che riguarda i movimenti stessi da compiersi. Bixio, che guida il contingente garibaldino è ferito, forse da fuoco amico, al braccio sinistro. Si verifica la morte sul campo del Colonnello Dusmet, il Reggimento viene così affidato al Tenente Zattera.
La battaglia si protrae fino al mattino. Alte furono le perdite da una parte e dall’altra, in una battaglia che vide lo scontro corpo a corpo fin su i gradoni del Duomo. L’accerchiamento della piazza ad opera di Bixio e dei suoi uomini comportò il ritirarsi delle restanti truppe borboniche in direzione del castello dove avvenne la capitolazione delle forze regie. Nel frattempo Garibaldi si ricongiunge coi patrioti rifugiatisi sull’Aspromonte.
Era il pomeriggio del 21 agosto, Reggio, ormai conquistata, segnava la strada da seguire per quella che fu la cavalcata di unificazione del territorio nazionale.
La battaglia è ricordata a Reggio con la Via XXI agosto.

domenica 20 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 agosto.
Il 20 agosto 2008 in fase di decollo l'aereo del volo SpanAir 5022 prende fuoco. Si avranno 154 morti e 18 feriti.
Spanair, una sussidiaria di Scandinavian Airlines System, il 20 agosto del 2008 stava operando il volo JK5022 Madrid-Gran Canaria con un Boeing McDonnell Douglas MD-82, marche EC-HFP. Mentre si apprestavano a decollare, i piloti rilevarono un surriscaldamento di una delle sonde e rientrarono al parcheggio per un controllo tecnico più accurato. I tecnici della manutenzione resero la sonda temporaneamente inoperativa, così come previsto dalla Minimum Equipment List dell’aereo.
L’aereo si diresse nuovamente in pista per il successivo decollo, ma per una errrata configurazione l’aereo si schiantò uccidendo 154 persone, mentre i superstiti furono 18.
Il rapporto della CIAIAC (Comisión de Investigación de Accidentes e Incidentes de Aviación Civil) ha evidenziato come l’incidente sia stato causato da un’errata configurazione di flap e slat. Gli avvisi che avrebbero dovuto allertare l’equipaggio dell’errata configurazione  (TOWS) non rilevarono però alcuna anomalia.
Secondo il quotidiano El Pais, alcuni familiari delle vittime hanno intentato una causa contro Boeing direttamente negli Stati Uniti, piuttosto che in Spagna. Questo “spostamento” non ha avuto però successo, in quanto il giudice americano ha stabilito che, dal momento che l’incidente è avvenuto in Spagna, è lì che si deve tenere il processo e accertare le responsabilità. Il tribunale americano ha tenuto a precisare come sin dall’inizio Boeing abbia prodotto la documentazione richiesta e si sia messa a disposizione degli inquirenti, dichiarando di accettare e rispettare qualsiasi decisione giudiziaria della Corte.
Intanto, in Spagna, il tribunale provinciale di Madrid ha archiviato il procedimento penale a carico dei due tecnici che hanno disabilitato la sonda in quanto non imputabili dell’omicidio di 154 persone, individuando nell’errata esecuzione della check list del decollo e quindi nell’errata configurazione di flap e slat la causa della tragedia. Il tribunale ha stabilito che i parenti delle vittime devono rivalersi al tribunale commerciale di Barcellona, che contestualmente gestisce le pratiche relative al fallimento di Spanair, avvenuto nel 2012.

sabato 19 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 1738 nacque Antonio Cerati.
Nacque a Vienna dove il padre, conte Carlo, era consigliere dell'imperatore d'Austria Carlo VI. Tornato in Italia a pochi anni d'età, ricevette la prima istruzione nel Collegio dei Nobili di Modena, città dove ebbe molti amici e in cui tornò spesso. Si trasferì per qualche tempo a Milano, dove il padre fu senatore, poi proseguì gli studi a Parma, città d'origine della sua famiglia. Seguì i corsi di diritto civile e canonico ma, come riferisce Ireneo Affò, si costruì autonomamente un'istruzione anche nel campo filosofico e letterario.
Diventò professore di Diritto pubblico nello Studium Parmensis, ateneo precursore dell'Università di Parma, e nel 1778, su proposta del Paciaudi, fu nominato riformatore degli Studi e Preside della facoltà di filosofia. Dopo la morte di Aurelio Bernieri e del duca Ferdinando di Borbone, che gli era avverso, nel 1802 diventò Presidente dell'Università, carica che gli venne tolta durante il governo dei francesi ma che riebbe nel 1814 con la restaurazione del Ducato.
Viaggiò in molte città italiane. A Roma divenne amico di Vincenzo Monti e membro dell’Accademia dell'Arcadia col nome di Parmenio Dirceo, ma gli preferì sempre quello, ricevuto nella colonia degli Emonii, di Filandro Cretense, che compare nei frontespizi di molte sue opere. Fu molto amico del vescovo di Parma Adeodato Turchi, del quale scrisse una accurata biografia.
Fu membro del Collegio dei Giudici e scrisse moltissimo. Angelo Pezzana lo descrive come «uno dei più eruditi filologi e un fine scrittore di elogi fioriti e molto spontanei». Scrisse 61 opere edite e 27 inedite. Molte sue opere furono stampate dal Bodoni. Progettò anche di fondare un giornale, Lo Spettatore Italiano, sul modello dell'illustre The Spectator inglese.
Non si sposò mai e con lui si estinse la sua casata. La figlia di sua sorella Fulvia, Chiara Mazzucchini, sposò l'irlandese Philip Magawly, che diventò Presidente del Consiglio di Stato durante il governo della duchessa Maria Luigia. Nel 1808, poco dopo il matrimonio, Philip Magawly cambiò nome con quello di Filippo Magawly Cerati.
A Parma gli è intitolata via Antonio Cerati, una laterale di via Bernini nel quartiere San Pancrazio.


venerdì 18 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 agosto.
Il 18 agosto 1634 a Loudun, in Francia, viene bruciato per stregoneria Urbain Grandier.
La piccola cittadina francese di Loudun, situata nella regione Poitou-Charentes, divenne nel 1600 il teatro di uno degli episodi storici più oscuri e affascinanti. Un affaire in cui politica, sesso e fanatismo religioso sono mescolati assieme in un torbido e inquietante ritratto dell’Europa del tempo.
La Francia, all’epoca, era sotto lo scettro di Luigi XIII, ma soprattutto del Cardinale Richelieu, suo primo ministro. Il progetto politico di Richelieu era quello di rendere la monarchia assoluta, assoggettando i nobili e reprimendo qualsiasi ribellione in nome della “ragione di Stato” (che permette di violare il diritto in nome di un bene più alto); dal punto di vista religioso, inoltre, si era in pieno periodo di Controriforma, e Richelieu doveva fare i conti con il pressante problema degli Ugonotti calvinisti, i protestanti francesi. Per far fronte al dilagare dei riformisti, Richelieu era pronto a una guerra senza esclusione di colpi.
Loudun era una città in cui da tempo serpeggiava il protestantesimo, ma a farla finire nell’occhio del ciclone fu il canonico della chiesa di Sainte-Croix, padre Urbain Grandier. Prete coltissimo e controverso, teneva dei sermoni infiammati a cui accorrevano le folle anche dalle città vicine: le posizioni di Grandier erano sempre sul filo del rasoio, il suo spirito era rivoluzionario e anticonformista, e non temeva di contraddire o attaccare i canoni della Chiesa o Richelieu stesso.
Seduttore impenitente, Grandier aveva intrattenuto relazioni sessuali e affettive con diverse donne in maniera sempre più aperta e spavalda, fino ad arrivare a mettere incinta la figlia quindicenne del procuratore del Re. Dopo questo scandalo, incominciò una relazione con Madeleine de Brou, orfanella di nobile casata a cui egli faceva da guida spirituale; i due si innamorarono, e Urbain Grandier commise il primo dei suoi errori diplomatici. Avrebbe potuto mantenere nascosta la loro relazione, anche se in realtà le voci circolavano da mesi; invece, decise che avrebbe sposato Madeleine, in barba ai precetti della Romana Chiesa e della Controriforma. Scrisse un pamphlet intitolato Trattato contro il celibato dei preti, e in seguito officiò con la sua amata una messa di matrimonio, notturna e segretissima, in cui egli ricoprì il triplice ruolo di marito, testimone e prete. Arrestato, riuscì a vincere il processo e tornare a Loudun, ma le cose non si misero a posto così facilmente.
Qui entra infatti in gioco Jeanne de Belcier, priora del convento di Suore Orsoline di Loudun, chiamata anche suor Jeanne des Anges. Anima tormentata, dedita secondo la sua stessa autobiografia al libertinaggio nei primi anni di clausura e in seguito duramente repressa e ossessionata dal sesso, la madre superiora comincia ad avere delle fantasie erotiche su Urbain Grandier dopo aver sentito parlare delle sue avventure amatorie, nonostante non l’abbia mai conosciuto di persona. Gli propone quindi di diventare il confessore della comunità delle Orsoline, ma padre Grandier rifiuta. La scelta di Jeanne cade quindi su padre Mignon, un canonico nemico giurato di Grandier che comincia fin da subito a complottare contro il prete. Nei dieci anni successivi, assieme ad alcuni nobili della città (incluso il padre della giovane che Grandier aveva ingravidato), intenterà diversi processi contro Grandier, accusandolo di empietà e di vita debosciata.
Nel 1631 la tensione politica si innalza, perché Richelieu ordina che il castello di Loudun sia distrutto. Egli infatti aveva appena fondato, poco distante, una cittadina che portava il suo stesso nome, e non desiderava affatto che Loudun rimanesse un covo di Ugonotti, per di più fortificato. Urbain Grandier si oppose strenuamente all’abbattimento delle mura, scrivendo violenti pamphlet contro Richelieu e ponendosi quindi in aperto contrasto con le disposizioni del cardinale. Loudun diventò così una roccaforte sotto virtuale assedio delle guardie del Re, e a peggiorare le cose all’inizio del 1632 arrivò una terribile epidemia di peste a colpire la città.
Fu a partire da settembre di quell’anno che scoppiò il vero putiferio. Secondo gli storici Jeanne des Anges, la madre superiora del convento di Orsoline, era ancora fuori di sé per il rifiuto ricevuto da Grandier. Per vendicarsi, nel segreto del confessionale raccontò a padre Mignon che il prete aveva usato la magia nera per sedurla. Accodandosi a lei, diverse altre religiose dichiararono che il prete le aveva stregate, inviando loro dei demoni per costringerle a commettere atti impuri con lui. A poco a poco, le suore vennero prese da un’isteria collettiva. In una di queste crisi di possessioni demoniache, durante le quali le religiose si contorcevano in pose impudiche e urlavano oscenità e bestemmie, una suora fece il nome di Urbain Grandier.
Fino a pochi anni prima una dichiarazione rilasciata da una persona posseduta dal demonio non sarebbe stata ritenuta legalmente valida, in quanto proveniente dalla bocca del “padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ma il famoso caso delle possessioni di Aix-en-Provence del 1611, il primo nel quale la testimonianza di un indemoniato era stata accolta come prova, aveva creato un precedente.
Grandier venne processato e inizialmente rilasciato, ma non poteva finire lì. Richelieu non aspettava di meglio per mettere a tacere una volta per tutte questo prete scomodo e apertamente indisciplinato, e ordinò un nuovo processo, affidandolo stavolta a un suo speciale inviato, Jean Martin de Laubardemont, parente di Jeanne des Anges; impose inoltre una “procedura straordinaria”, così da impedire che Grandier potesse appellarsi al Parlamento di Parigi. Il prete sovversivo era stato incastrato.
Urbain Grandier venne rasato (alla ricerca di eventuali marchi della Bestia) e sottoposto a tortura, in particolare con il terribile metodo dello “stivale”. Si trattava di una delle torture più crudeli e violente, tanto che, a detta dei testimoni, tutti i membri del Consiglio che la ordinava invariabilmente chiedevano di andarsene appena iniziata la procedura. Le gambe dell’accusato venivano inserite fra quattro plance di legno strette e solide, fermamente legate con una corda: dei cunei venivano poi battuti a colpi di martello fra le due tavolette centrali, imprimendo così una pressione crudele sulle gambe, le cui ossa si frantumavano a poco a poco. I cunei erano di norma quattro per la “questione ordinaria”, cioè il primo grado di inquisizione.
Dopo la tortura, i giudici produssero alcuni documenti come prova dei patti infernali di Grandier. Uno dei documenti era in latino e sembrava firmato dal prete; un altro, praticamente illeggibile, mostrava una confusione di strani simboli e diverse “firme” di diavoli, incluso Lucifero stesso (“Satanas“).
A questo punto, Grandier venne dichiarato colpevole e condannato a morte. Ma prima, i giudici ordinarono che si procedesse con la “questione straordinaria”. Grandier fu sottoposto nuovamente a tortura, questa volta con otto cunei a stritolargli le gambe. Nonostante le sofferenze, rifiutò di confessare e continuò a giurare di essere innocente. Venne quindi bruciato sul rogo il 18 agosto 1634. Le possessioni demoniache andarono scemando, e terminarono nel 1637.
Jeanne des Anges, vittima di stigmate a partire dal 1635 e poi miracolosamente guarita, godette di crescente reputazione fino ad ottenere addirittura la protezione di Richelieu in persona, garantendo così prosperità al convento. Jean Martin de Laubardemont, l’inviato del cardinale, divenne famoso per aver convertito numerosi protestanti. Il clamore del caso dei demoni di Loudun portò nella città una nuova ondata di curiosi e visitatori che diedero nuova spinta all’economia e al commercio. Richelieu, una volta morto Grandier, riuscì nel suo intento di distruggere il castello.
La storia delle possessioni di Loudun è raccontata anche in un romanzo di Aldous Huxley, portato poi sullo schermo da Ken Russell nel suo capolavoro I Diavoli (1971), opera accusata di blasfemia, osteggiata, sequestrata e “maledetta”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile reperirne una copia non censurata.

giovedì 17 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1877 Henry McCarty spara e uccide (morirà il giorno dopo) un fabbro. Sarà la prima vittima di colui che in seguito divenne noto come Billy The Kid.
Henry McCarty è il vero nome di William Harrison Bonney Jr., meglio noto alla storia come Billy the Kid. Per via della mal curanza degli archivi di nascita della fine dello scorso secolo, nel leggendario Far West, di Billy the Kid si sa che nasce il 23 novembre a New York ma è di difficile lettura l'anno sui documenti per cui, fatta certa la data della sua morte per mano dell'amico-nemico Pat Garrett il giorno 14 luglio del 1881 presso Fort Summer nel New Messico, e sapendo che Billy aveva all'incirca 21 anni, l'anno di nascita potrebbe essere il 1859 o il 1860.
Attorno alla vita di Billy The Kid, probabilmente la più fraintesa figura storica del vecchio West, sono state create ballate, storie e leggende di ogni sorta, più o meno tendenziose, spesso non aderenti alla realtà, liberamente affidate al galoppare di sfrenate fantasie. La fonte principale da cui derivarono varie biografie, buone o cattive, è "The autentic life of Billy the Kid", diario dei fatti che proprio lo sceriffo Pat Garrett stilò di propria mano, affidando la stesura definitiva al giornalista Ash Upson.
Henry McCarty nasce negli "slums" irlandesi, nei quartieri più poveri di New York. Nel 1873 la madre, vedova, si risposa a Santa Fé con William H. Antrim, cognome che in qualche caso il ragazzo adotterà. Da adolescente Billy frequenta dubbie compagnie che lo inducono a furtarelli, procurandogli una temporanea reclusione. Nella prima evasione della sua vita scappa passando per la cappa di un camino.
Si allontana risolutivamente dalla casa materna e trascorre i primi anni alternando periodi di regolare lavoro presso fattorie a furti di bestiame.
Conduce una vita libera e selvatica. Figura di indole controversa: portato alla musica, buon parlatore e lettore, sensibile e brillante nei rapporti personali, di modi cortesi benché facile a scoppi d'ira, è un turbolento spirito libero.
La svolta decisiva nella sua vita arriva il 17 agosto 1877 in Arizona, quando fredda un prepotente che non accetta di perdere al gioco d'azzardo, specialità nella quale il giovane "vaquero" eccelle. Qui comincia una vita randagia, peregrinante, per pascoli e praterie, al di sopra della legge, forte di un codice morale tutto personale che esclude la rapina a treni e banche, lo stupro, l'omicidio (che non fosse dettato dalle necessità della legittima difesa), della ritorsione per un'azione uguale.
Vive la sua vita selvaggia, al di là del bene e del male. Assume il nome William H. Bonney - non si sa per quale ragione - e si congiunge nel New Mexico alla banda dei "Regolatori" ed è coinvolto nell'antica e sanguinaria faida fra "Ragazzi" e "Regolatori", durissimo conflitto che si protrae dal 1878 al 1879 nella contea di Lincoln.
Sir John Henry Tunstall, emigrato dall'Inghilterra nel 1876, è un allevatore che assume Billy alle proprie dipendenze, entra in concorrenza con Lawrence G. Murphy, commerciante senza scrupoli che, tramite malversazioni di ogni genere, si è costruito un piccolo impero. Le prepotenze di Murphy si esplicano in oscure trame che ingrassano i suoi guadagni di agente indiano per i Mescalero, cui fornisce carni e verdure. Controlla le proprietà altrui, traffica in bestiame rubato, forte di collusioni governative che gli garantiscono impunità.
Si circonda di "bandidos" pronti a difendere i suoi privilegi, primo fra tutti James J. Dolan, uomo con la mano sempre pronta sulla Colt. Tunstall, che non essendo un santo, si associa all'avvocato scozzese Alexander McSween, personaggio dal passato discusso e dalle mani in pasta per ciò che concerne il mondo dei cavilli legali. Il giovane possidente britannico fonda la Lincoln County Bank, amplia il suo giro d'affari ed entra in aperto scontro con un Murphy che ha via via abbandonato gli affari, delegando il losco Dolan alla gestione del patrimonio. Le due fazioni entrano in collisione quando Dolan, spalleggiato dallo sceriffo, decide di aggredire Tunstall ed i suoi. Dick Brewer, non meno equivoco braccio destro del neo-banchiere, mette insieme una truppa di tagliagole per vendicare furti di cavalli che avvengono con troppa frequenza.
Il 18 febbraio 1878 Dolan uccide Tunstall e inizia una sanguinosa reazione a catena. I sostegni legali dell'avvocato McSween non possono trattenere la furia dei suoi uomini, i "Regolatori", tra cui Billy, legato da sincera riconoscenza a Tunstall. Viene ucciso uno dei sicari e trucidato assieme al suo subalterno lo sceriffo Brady che minaccia di arrestare McSween. Due settimane dopo si scontrano le parti e Brewer perde la vita. La cittadina sta diventando un inferno e ciò che era nato come un comune regolamento di conti si sta trasformando nella Guerra della Contea.
Gli scontri si avvicendano puntualmente, McSween viene scagionato dalle accuse, interviene l'Esercito, il Presidente Rutheford B. Hayes si occupa in prima persona della questione. La situazione diventa incontrollabile ed esplosiva. Dolan fa eleggere un nuovo "sceriffo" che dia la caccia ai Regolatori.
McSween non rimane a guardare e assolda una squadra di cinquanta uomini che guida a Lincoln, ai magazzini di Murphy. Ha inizio una sparatoria che dura per cinque giorni fino a quando non sopraggiunge la Cavalleria. I "Ragazzi" incendiano la casa di McSween e qualcuno dei "Regolatori", fra i quali Billy the Kid, riesce a fuggire. McSween è raggiunto da una raffica di proiettili. Sommerso in tale irrefrenabile bagno di sangue Billy si schiera definitivamente ed il destino vuole che diventi il capo dei "Regolatori".
Esauritasi la fiammata dell'odio Billy sopravvive con l'abituale attività del furto di cavalli. Tenta una conciliazione con la parte avversa organizzando una "fiesta" con gli antichi rivali. Ma un uomo viene ucciso da Dolan. In una sera del mese di marzo del 1879 Billy incontra segretamente Wallace e nel suo ufficio il governatore gli prospetta il perdono in cambio di una sua deposizione circa i fatti e i motivi che hanno condotto alla guerra. Dolan fugge alla legge e Billy viene lasciato al suo destino: vengono emessi dei mandati di cattura a carico di Billy the Kid per altri omicidi oltre a quelli commessi con la guerra della contea.
Billy a questo punto riunisce i suoi vecchi amici e con loro si dirige verso Fort Sumner, il posto che elegge come punto di ritrovo. Lo accompagnano Tom O'Folliard, Fred Waite, John Middleton e Henry Brown. Con questi uomini comincia a dedicarsi al furto di cavalli, la maggior parte dei quali presso l'agenzia indiana di Tularosa.
Il 5 agosto 1878 incide un'altra tacca sul calcio della sua pistola uccidendo un certo Bernstein che coraggiosamente tenta di impedire il furto dei cavalli. Qualche tempo dopo, Fred Waite e Henry Brown, stanchi di quella vita, si separano da Billy senza mai più farsi rivedere. Henry Brown diventa sceriffo a Caldwell nel Kansas prima di essere linciato dagli stessi cittadini per un tentativo di rapina in banca.
Nel dicembre del 1878 Kid e Folliard vengono arrestati a Lincoln dal nuovo sceriffo George Kimbrell, ma neanche due giorni dopo i due fuggono.
Billy viene arrestato di nuovo il 21 marzo 1879, ma anche questa volta la fa franca. Nel gennaio del 1880 aggiunge una ulteriore tacca alla sua pistola. Un texano, Joe Grant, tenta di uccidere Billy a Fort Sumner nel saloon di Bob Hargrove. La pistola di Grant non esplode il colpo ed un attimo dopo il proiettile di Billy centra la testa del texano.
Le sue ruberie continuano per tutto il 1880 e in quell'anno si aggiungono alla banda Billy Wilson e Tom Pickett. Nel novembre del 1880 si macchia di un nuovo omicidio. La vittima di turno, James Carlyle, ha il solo torto di aver fatto parte della squadra della legge che inseguiva Billy per i saccheggi a White Oaks. I delitti a lui attribuiti ammontano a quattro, nonostante qualcuno gliene abbia attribuiti fino a ventuno.
Un giornalista lo definisce per la prima volta "Billy the Kid", e compaiono svariate taglie (500 dollari la più alta): la leggenda trova legna da ardere.
Meno burrascosi ma non del tutto angelici sono i trascorsi di Pat Garrett, vecchio amico di Billy eletto sceriffo dal governatore Wallace per eliminare il pericoloso bandito; Garrett è noto alle autorità locali a causa di un antico interesse per il bestiame altrui. Con un accanimento implacabile e l'ostile costanza, caratteristica di chi tradisce un amico in nome di una causa ritenuta superiore, Garrett si mette sulle orme del vecchio compagno, braccandolo con scientifica precisione. Lo scova una prima volta a Fort Sumner, dove Billy protetto dall'omertà dei peones che in lui avevano incarnato un piccolo eroe locale, fugge.
L'antivigilia del Natale 1880 The Kid e altri quattro compagni cascano nella rete: Charlie Bodrie resta sul campo, gli altri si arrendono. Billy è processato e condannato all'impiccagione, con sentenza da eseguirsi nell'aprile 1881. Anche questa volta lo spavaldo bandito se la cava e dopo due settimane di detenzione, si lascia la prigione alle spalle e i corpi di due custodi. La caccia senza quartiere continua implacabile. La notte del 14 luglio 1881, Pat Garrett lo coglie nell'abituale rifugio di Fort Sumner. Danno da pensare le scarse cautele che Billy prende per tutelare la propria vita. Era come calamitato da un destino già scritto. Di questa fatalità possiede un'imperscrutabile coscienza. Una stanza buia nella quale Pat si era appostato. Penetrando l'oscurità, Billy avverte una presenza estranea. "Quien es,? Quien es?" ripete, forse presagendo la fine. La risposta immediata è dettata da due pallottole, una delle quali lo raggiunge al cuore.
Billy the Kid, per la prima volta in vita sua, aveva dimenticato la sua Colt Thunderer 41 precludendosi ogni possibilità di salvarsi.
Come è successo con molti uomini del vecchio West definiti "pistoleri", la reputazione di McCarty superò il reale andamento dei fatti delle sparatorie in cui fu coinvolto.
Nonostante gli venga attribuita l'uccisione di 21 uomini nella sua vita, si sa che William H. Bonney partecipò all'uccisione di nove uomini. Cinque di loro morirono durante le sparatorie in cui molti dei Regolatori presero parte, rendendo quindi dubbio se fossero stati i proiettili di Bonney a ucciderli. Delle restanti quattro vittime di Bonney, due furono sparatorie per autodifesa e le altre due furono le uccisioni dei vicesceriffi Bell e Ollinger durante la sua fuga dalla prigione.
Il 31 dicembre 2010 il governatore del Nuovo Messico Bill Richardson, dopo aver esaminato il caso, ha negato la concessione di una grazia postuma a Billy the Kid, 129 anni dopo la sua morte, confermando la decisione del governatore di allora, Lewis Wallace.

mercoledì 16 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 15, 16 e 17 agosto 1969 si svolse il celebre concerto di Woodstock.
Il "3 days of peace and music" di Woodstock, un concerto destinato ad entrare nella storia come il più grande evento di musica rock: vi parteciparono quasi un milione di giovani, accorsi ad ascoltare 32 musicisti e gruppi fra i più noti di allora, dall'alba fino al tramonto. Una tre giorni all'insegna della liberazione sessuale e dell'utopia esistenziale, tra ingenuità ed eccessi che caratterizzarono un'epoca.
In realtà nulla di tutto ciò era nella mente dei due organizzatori che nel paesino di Woodstock, almeno inizialmente, volevano solo costruire uno studio di registrazione. Per questo, dopo aver letto sul New York Times l'annuncio della società "Challenge International, Ltd." disposta a finanziare nuovi progetti, fondarono la "Woodstock Ventures". Insieme ai nuovi soci decisero solo successivamente di mollare l'idea iniziale, impegnandosi invece nell'organizzazione di un festival musicale e artistico.
Il problema fu trovare una località disposta ad accogliere una massa via via crescente di giovani: dalle iniziali 50.000 persone attese, in breve in prevendita vennero richiesti 186.000 biglietti. Dopo il rifiuto di varie autorità locali, si trovò per puro caso un territorio di Bethel nella contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 km a sud-ovest di Woodstock, grazie al figlio di un proprietario terriero che convinse il padre sulla bontà dell'iniziativa.
La storia ha visto molte manifestazioni contro la guerra ma quella di Woodstock è rimasta nella memoria comune come la più grande ed importante celebrazione antiguerra.
Il festival di Woodstock, essendo una manifestazione a scopo pacifico, radunò tra i suoi numerosi partecipanti, anche tantissimi "Hippies". Questi, anche detti "Figli dei Fiori", erano una sorta di movimento culturale che ebbe luogo nel nord America e in Europa tra gli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, a cui presero parte enormi masse di gente.
Chi partecipò all'evento è, in qualche modo, entrato nella storia della musica: Richie Havens, Tim Hardin, Ravi Shankar, Santana, Canned Heat, Janis Joplin, Arlo Guthrie, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Ten Years After, Blood, Sweat & Tears, Crosby, Stills, Nash & Young, Jimi Hendrix
Jimi Hendrix aveva insistito per essere l'ultimo ad esibirsi al festival, e il suo numero era stato previsto, così, per la mezzanotte; ma non salì sul palco fino alle nove del mattino di lunedì. La maggior parte degli spettatori aveva dovuto lasciare il festival e tornare alla routine dei giorni feriali, così che solo in 80.000 ascoltarono Hendrix, in una performance che fu una rarità.
E' altrettanto interessante sapere di quanti non hanno voluto o potuto parteciparvi e che se ne sono pentiti.
Gli Iron Butterfly rimasero bloccati in aeroporto, anche Joni Mitchell avrebbe dovuto esibirsi, ma il suo agente preferì farla apparire, il lunedì, al The Dick Cavett Show, dal forte audience a livello nazionale, piuttosto che "sedere in un campo con 500 persone". Ma in seguito, benché non vi avesse partecipato, la Mitchell scrisse ed incise la canzone "Woodstock". La band canadese Lighthouse, in scaletta, si ritirò infine, sostenendo che non sarebbe stato un buon palcoscenico. Più tardi, diversi membri del gruppo si sarebbero detti pentiti della defezione. Gli organizzatori del festival contattarono John Lennon per chiedere la partecipazione dei Beatles (che erano virtualmente separati, ma avrebbero ancora eseguito le ultime incisioni; si sarebbero sciolti ufficialmente nel 1970). Lennon rispose che avrebbero suonato solo se fosse stata invitata pure la Plastic Ono Band, il gruppo di Yoko Ono. Gli organizzatori lasciarono perdere, visto che la Plastic Ono Band non era conosciuta e non era all'altezza degli altri gruppi.
Bob Dylan era in corso di trattative, ma si tirò indietro in occasione della malattia di un figlio, e infastidito dalla confusione che si stava creando intorno a casa sua, che si trovava proprio nel villaggio di Woodstock. I Doors si stavano riprendendo da un periodo di guai con la legge, dovuti soprattutto alla presunta oscenità delle esibizioni di Jim Morrison, che comunque, anche sotto l'influenza di alcool e droghe, aveva dato agli ultimi concerti un'aria esacerbata e convulsa. Il manager dei Led Zeppelin, Peter Grant, ha detto: "Ci era stato chiesto di andare a Woodstock e alla Atlantic ne erano entusiasti, e così il nostro promoter negli Stati Uniti, Frank Barsalona. Dissi di no perché a Woodstock saremmo stati soltanto un'altra band in scaletta". I Procol Harum declinarono l'invito perché il festival si sarebbe svolto subito dopo un loro lungo tour, e per la nascita imminente del figlio di Robin Trower: la band tornò in Inghilterra in tempo per la nascita. Il cantante Tommy James avrebbe spiegato: "Avremmo voluto prenderci a schiaffi da soli. Eravamo alle Hawaii, e la mia segretaria mi chiamò e disse 'Yeah, ascolta, c'è questo allevatore di maiali nel nord dello stato di New York che vuole che suoniate in un suo campo'. Così è come mi fu presentata la faccenda. Perciò declinammo, e capimmo cosa ci eravamo persi un paio di giorni dopo". Altre band che, invitate, non andarono a Woodstock furono Frank Zappa & The Mothers of Invention, i Jethro Tull, i Byrds, i Moody Blues, Paul Revere & The Raiders, i Free, gli Spirit, i Mind Garage.
Che cosa diede origine al fenomeno di Woodstock? Per quale ragione è impresso nella memoria di così tante persone? A Woodstock ci fu spazio per tutto: ogni tipo di droga e di esperienza lisergica, per l'amore libero, momenti di grande comunione e fratellanza. Dal palco l'orizzonte era completamente pieno di teste, che sembravano arrivare all'infinito. Ma soprattutto ci fu il tempo e il modo per celebrare una generazione e la sua musica, tanta, unica, meravigliosa.

martedì 15 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 agosto.
Il 15 agosto 778 la retroguardia dell'esercito di Carlo Magno viene affrontata e sconfitta nella celebre battaglia di Roncisvalle.
La battaglia di Roncisvalle, sebbene ricordata come una delle più celebri battaglie condotte da Carlo Magno, re dei franchi, in realtà non andrebbe considerata come una vera e propria battaglia e si discute anche se possa essere considerata come un episodio della cosiddetta Reconquista spagnola, visto che questa fu portata avanti dalle popolazioni iberiche di religione cristiana, mentre Roncisvalle fece parte di quelle operazioni militari con cui Carlo Magno cercò di ampliare il suo impero.
Questo scontro fu infatti un episodio bellico anomalo, amplificato in Occidente dalle chansons des gestes composte dai trovatori, che eternarono così sia il mito di un grande sovrano che espressamente si richiamava ai valori della fede cristiana e che se ne proclamava come il migliore e il più autorevole difensore sia il mito dell'eroe leale e impavido (il paladino Orlando) e del traditore pronto a vanificarne gli sforzi (Gano di Maganza).
Il fatto si svolse in appendice al fallito tentativo dell'imperatore franco di proporsi come difensore dei cristiani spagnoli che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di al-Andalus.
Attraversati i Pirenei, Carlo conquistò Pamplona e Barcellona, e poi assediò Saragozza, ma ciò non portò dalla sua parte i cristiani locali (come egli aveva invece sperato), perché costoro si sentivano assai più garantiti per le loro liturgie e la loro qualità di vita dall'indifferente tolleranza dei musulmani spagnoli, temendone inoltre - sia pur in misura minore - le ritorsioni. Alla notizia di un'insurrezione dei sassoni, sottomessi da poco, Carlo si mise di nuovo in marcia per rientrare in patria, lasciando Orlando e la guardia reale con il bottino ottenuto durante la campagna militare, valicando col suo esercito le gole pirenaiche di Roncisvalle. Le locali popolazioni basche - in parte cristiane ma in gran parte ancora pagane - che all'arrivo dell'imperatore gli avevano fatto atto di omaggio, non si fecero però sfuggire il 15 agosto l'occasione per aggredire la sua retroguardia (che fu annientata) e depredarne gli averi e i carriagi. Nell'imboscata caddero il conte-palatino Anselmo, il siniscalco Eginardo (o Aggiardo) e il conte-palatino Rolando (Orlando), duca della Marca di Bretagna.
Col tempo questo scontro marginale fu trasfigurato e reso immortale dai poeti: i baschi furono trasformati in un'orda di 400.000 saraceni e la battaglia divenne uno dei più grandi e importanti scontri tra cristiani e musulmani. Nell'XI secolo la tradizione orale su questo scontro fu codificata nell'opera poetica, scritta da un anonimo troviere e conosciuta col nome di Chanson de Roland. La fama di Orlando e della battaglia di Roncisvalle era così stata resa immortale.


lunedì 14 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Il 14 agosto 1941 Massimiliano Kolbe muore ad Auschwitz dopo essersi consegnato prigioniero volontariamente al posto di un altro.
Massimiliano Maria Kolbe nasce a Zdunska-Wola nella Polonia centrale l'8 gennaio 1894. Il giorno stesso della sua nascita viene battezzato con il nome di Raimondo. Frequenta le scuole primarie e Pabianice, e comincia sin dalla più tenera età a percepire un invito alla vita religiosa, un fortissimo richiamo che lo lega soprattutto alla fede per la Vergine Maria. Nel 1907 entra nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove capisce che l'ordine che meglio si addice alla sua vocazione è quello fondato da San Francesco d'Assisi.
Il 4 settembre del 1910 comincia il noviziato per entrare nelle fila dei francescani con il nome di Massimiliano. Per completare la sua preparazione religiosa e teologica si trasferisce a Roma, dove rimane dal 1912 al 1919 nel Collegio Serafico Internazionale dell'Ordine Francescano. Emette la professione solenne nel 1914 con il nome di Massimiliano Maria. Continua intanto a studiare e si laurea prima in filosofia nel 1915 e poi in teologia nel 1919. Celebra la prima messa nel 1918 in quella Chiesa romana di S. Andrea delle Fratte, conosciuta per l'apparizione della Vergine Immacolata ad Alfonso Ratisbonne.
Padre Kolbe si sente talmente coinvolto nel suo ordine e nella vita della chiesa da desiderare di dar vita ad una pratica di rinnovamento. Guidato dall'enorme fede nella Vergine Immacolata, fonda il 16 ottobre 1917 la Milizia di Maria Immacolata, definita con l'abbreviativo M.I.
La milizia stabilisce la sua sede principale in Polonia dopo che l'arcivescovo di Cracovia concede il consenso a stampare la Pagella di iscrizione e a reclutare fedeli. In questo periodo la sua salute peggiora al punto da costringerlo a permanenze sempre più prolungate nel sanatorio di Zakopane per curare la tubercolosi. Continua però con la sua opera di reclutamento di fedeli, resa più agevole dalla pubblicazione, a partire dal 1922, della rivista ufficiale della M.I: "Il Cavaliere dell'Immacolata". La tiratura iniziale è di appena cinquemila copie, che però poi diventeranno addirittura un milione nel 1938.
Le adesioni arrivano numerose, e Massimiliano Maria Kolbe stabilisce nel convento di Grodno il centro editoriale autonomo della sua rivista. Nel 1927 dà vita nei pressi di Varsavia alla costruzione di un convento-città: il Niepokalanow (Città dell'Immacolata). Questa città convento diventa una vera e propria comunità francescana, con un forte impatto vocazionale che si trasforma anche in necessità di evangelizzazione. Padre Massimiliano Kolbe parte così per il Giappone: è il 1930.
Approda a Nagasaki dove costruisce un convento-città con il nome di Giardino dell'Immacolata. I risultati apostolici sono notevoli: si contano infatti moltissime conversioni. Massimiliano comincia a pensare di fondare varie Città dell'Immacolata in giro per il mondo, ma nel 1936 è costretto a ritornare in Polonia. Nel periodo 1936-1939 l'attività della Milizia dell'Immacolata raggiunge il suo culmine e nel 1937 per la ricorrenza ventennale della fondazione dell'ordine viene creata a Roma una Direzione Generale.
Il nazismo comincia intanto a conquistare sempre più potere e nel monastero vicino a Varsavia i frati accolgono profughi e feriti sia cristiani che ebrei. Il 19 settembre 1939 la polizia nazista rinchiude i frati nel campo di Amtitz in Germania. Padre Kolbe induce i propri confratelli a continuare la loro attività missionaria anche nel campo e nel mese di dicembre i frati riescono a tornare nel convento.
La nuova amministrazione nazista che si è insediata in Polonia è consapevole del carisma e del seguito di fedeli che Massimiliano si è conquistato negli anni e anche della sua affermazione secondo cui gli adepti della Milizia dell'Immacolata sarebbero disposti a donare la vita. Così per poterlo arrestare, la Gestapo lo incrimina con l'inganno. Il 17 febbraio 1941 Massimiliano Kolbe viene rinchiuso nel carcere di Pawiak e il 28 maggio viene trasferito nel campo di concentramento di Oswiipcim (Auschwitz), dove viene immatricolato con il numero 16670 e costretto a trasportare cadaveri.
Pur essendo rinchiuso in questo orribile luogo, continua la sua attività religiosa accettando le sofferenze e perdonando apertamente i propri carnefici. Prende il posto di un altro prigioniero condannato con altri nove uomini per ingiusta rappresaglia e viene rinchiuso in un bunker senza né cibo né acqua. Dopo due settimane di questa tortura, Massimiliano ed altri quattro prigionieri sono ancora vivi. Hanno passato tutti e quindici i giorni a pregare e cantare inni all'Immacolata.
Il 14 agosto 1941, giorno della vigilia della Festa dell'Assunzione di Maria, padre Massimiliano Maria Kolbe muore ad Auschwitz, ucciso da una iniezione di acido fenico.
Papa Paolo VI lo proclama Beato il 17 ottobre 1971; il 10 ottobre 1982 papa Giovanni Paolo II lo proclama santo e martire.

domenica 13 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1935 ebbe luogo il crollo della diga di Ortiglieto che causò un'inondazione a Molare. Una sorta di Vajont dimenticato.
Il lago di Ortiglieto è un lago artificiale dell'Appennino ligure al confine tra le province di Genova e Alessandria, tra i comuni di Rossiglione (GE) e Molare (AL). La storia dell'invaso dell'Ortiglieto iniziò nel 1906 quando la Società Forze Idrauliche della Liguria ottenne dal prefetto di Alessandria una concessione per erigere uno sbarramento sull'Orba in località Ortiglieto di Molare, secondo un progetto redatto dall'ing. Zunini. Nel 1916 la concessione fu girata all'OEG (Officine Elettriche Genovesi), che sviluppò ulteriormente il progetto aumentando la capienza del bacino.
Una prima esondazione dell'Orba, che nel 1915 aveva alluvionato Ovada, non scoraggiò gli ingegneri, i quali diedero il via nel 1917 ai lavori, che procedettero con lentezza all'inizio, per poi conoscere una frenetica fase dopo il 1923, anno in cui si verificò il disastro del Gleno. Il progetto fu modificato radicalmente in corso d'opera, rispetto al disegno originale il muro della diga principale (di Bric Zerbino) fu alzato di oltre 10 metri e, per ovviare al varco costituito dalla Sella Zerbino, fu sbrigativamente costruita una seconda diga in calcestruzzo, alta 15 metri circa. Nel 1925 l'opera poteva dirsi finita: gli sbarramenti diedero vita ad un lago artificiale a forma di C, detto di Ortiglieto, lungo 5 chilometri e largo 400 metri.
In seguito alle grandi piogge del 13 agosto 1935, la sella Zerbino crollò, e l'acqua del lago gonfiò esageratamente il torrente Orba, che spazzò via centri abitati, argini, ponti ed edifici, colpendo in modo particolare la zona di Ovada. L'esondazione fece 111 morti.
Se oggi si percorre la strada provinciale che da frazione Madonna delle Rocche conduce a Olbicella (S.P. n.207) oltrepassato Bric Zerbino, la Valle dell'Orba, prima stretta ed inforrata, si apre improvvisamente. L'attuale Lago di Ortiglieto è una piccola porzione del vecchio grande lago ed è generato da uno sbarramento posizionato a circa 450 m verso monte di Sella Zerbino. Venne costruito nel 1940 dalle OEG (oggi di proprietà Enel) nell'intento di utilizzare le strutture esistenti del vecchio invaso. La traversa fu realizzata con lunghezza pari a 85 m, quota di coronamento a quota 299.15 m s.l.m. ed altezza pari a circa 10 m. Inizialmente il serbatoio aveva una capacità di circa 1.000.000 mc ma nel corso degli anni il trasposto solido del torrente e la mancanza di dragaggi hanno determinato un interramento del lago riducendone sensibilmente la sua capacità a circa 100.000 - 150.000 mc. L'acqua viene immessa nella galleria di carico attraverso la regolazione di una paratia preceduta da una serie di vasche di decantazione posizionate sulla sinistra orografica.
L'acqua raggiunge la nuova centrale elettrica con una produzione annua di energia elettrica che nell'arco degli ultimi 45 anni è passata da 24.166.000 Kwh a meno di 10.000.000 Kwh. Il Lago di Ortiglieto, a monte della confluenza con il Rio Meri, rappresenta una notevole attrattiva per i turisti domenicali nella stagione estiva e nei ponti primaverili.
E' bene comunque sottolineare che l'accezione "Lago" fa riferimento alla stessa loc. Ortiglieto in quanto il vero e proprio specchio d'acqua è ormai limitato alle immediate vicinanze della traversa, con divieto di balneazione e navigazione. La balneazione nelle acque del torrente è consentita a monte dell'invaso procedendo verso Olbicella. Oltrepassando Ortiglieto e la confluenza del Rio Meri la Valle Orba si restringe nuovamente presso loc. Vernini-Gaioni. Il vecchio lago raggiungeva tali località.
Facciamo un cenno alla nuova centrale elettrica, costruita nello stesso preciso punto della vecchia centrale spazzata via dalla furia delle acque . Dal punto di vista architettonico è molto più spartana della precedente e di dimensioni inferiori. La sua realizzazione, avvenuta negli ultimi anni '30, si rese necessaria per sfruttare le strutture ancora esistenti dell'invaso.
L'alba del 13 Agosto 1935 era tersa e calda nelle valli del Piemonte meridionale. Non era una novità. Il 1935 stava per essere ricordato come una delle annate più siccitose a memoria d'uomo. I contadini che vivevano nella valle dell'Orba erano preoccupati perchè la siccità stava compromettendo i raccolti e l'allevamento. La crisi idrica costrinse la Direzione delle OEG a programmare un drastico taglio della produzione elettrica. Ciò aveva come inevitabile conseguenza la chiusura degli scarichi della diga con effetti negativi sulla portata del torrente, ormai in secca. I contadini, comunque, si stavano accingendo a partire per i campi. Alle 6.30 il boato di un lontano tuono spezzò la monotonia degli ultimi mesi. Gli sguardi vi volsero speranzosi verso sud, verso i monti sopra i quali era visibile un'enorme nuvola nera che puntava spedita in direzione nord. Alle 7.30 si abbatté su Molare e Ovada un vero e proprio nubifragio. Ad Ortiglieto iniziò a piovere già alle 6.
Le portate di piena dei corsi d'acqua si calcolano in base ai tempi di ritorno. Per il torrente Orba all'altezza di Molare portate di piena pari a circa 1500 mc/sec sono calcolate per tempi di ritorno pari a 500 anni, il che significa che in 500 anni almeno una volta si avrà tale portata, detta "Portata di piena catastrofica". Una portata di piena "normale" per il Torrente Orba, che si verifica per esempio ogni 50 anni, è di circa 1000 mc/sec. La portata del 13 agosto 1935 all'altezza della diga, 5 km a monte di Molare, risultò compresa tra 2200 e 2300 mc/sec, statisticamente un evento di tale portata ha tempi di ritorno di circa 1000 anni. La testimonianza del guardiano della diga al processo fu drammatica: " .... Da questo momento gli avvenimenti precipitano; alle 10 il livello del lago aveva già raggiunto quota 318,08, alle 10.50 il lago raggiungeva la quota di massima ritenuta normale metri 322. Dalle 10.45 alle 12.30 l'uragano si calmava un poco, ma alle 12.30 il livello del lago raggiungeva la quota della sommità della diga di Sella Zerbino (metri 324,50) e cominciava a stramazzare al di sopra di essa. La pioggia subito dopo le 12.30 riprendeva a cadere con violenza spaventosa. Il livello del lago si alzava ancora e raggiungeva alle ore 13.15 la quota di 326,67.......".
Torniamo qualche ora indietro nella cronaca di quella drammatica mattina. Quando il guardiano Abele De Guz si accorse che il livello del lago saliva vertiginosamente, attivò i sifoni che subito scaricarono a massimo regime assieme allo scaricatore di superficie. Ciò determinò i primi problemi giù a valle, ad Ovada, dove il livello del torrente aumentò rapidamente senza però allarmare eccessivamente gli abitanti. La popolazione infatti conosceva da tempo i capricci dell'Orba ed in particolare era ancora vivo il ricordo dell'alluvione del 1915. Ma già alle 9.30 il rischio di un'esondazione iniziò a turbare i pensieri del sig. Mario Grillo, responsabile della centralina elettrica "dei Frati".
Alle 10.30 il personale della Centrale Elettrica ed il guardiano della diga principale attivarono la valvola a campana che funzionò per pochi minuti bloccandosi a causa del troppo fango e detriti che andavano accumulandosi sul fondo del lago. Lo scaricatore di fondo sembrava anch'esso inutilizzabile. L'acqua iniziò a stramazzare sopra le due dighe posizionate alla stessa quota topografica. Si interruppe il collegamento telefonico tra la Centrale di Molare (e Ovada) con Bric Zerbino. Il personale della Centrale Elettrica avvertì Ovada che l'acqua che stava per scendere era molta. Alle 11 l'Orba stava esondando su più punti: il mulino di Molare e Loc. Ghiaie erano minacciati dalle acque così come i fabbricati più bassi del Borgo di Ovada molti dei quali stavano per essere evacuati.
Ormai le due dighe erano sovrastate da una lama di stramazzo di circa 2.5 m. Il guardiano della diga incrociava le dita. Frattanto alle 13 il sig. Mario Grillo, che "già stava a bagno", ricevette l'ultima telefonata dalla Centrale di Molare che lo esortava " ... ad avvisare le Autorità locali ed il Genio Civile di Alessandria che il pericolo era imminente." Alle 13.15 la diga secondaria e tutta la Sella Zerbino collassarono. Alle 14.30 smise di piovere, nella regione (alla stazione della Centrale Idroelettrica) in quelle 8 ore erano caduti fino a 554 mm di pioggia, di cui 115 mm in un'ora, 225 in 3 ore e 381 in 6 ore. Ma in tutto il bacino dell'Orba le precipitazioni furono estreme, caddero 453 mm di pioggia a Piampaludo, 433 al Lago Lavagnina, 377 a Masone e 300 ad Ovada (valori paragonabili a quelli dell'alluvione della Val di Vara dell'ottobre 2011).
L'ondata conseguente al cedimento non dovette percorrere molta strada per mietere le prime vittime. Frontalmente alla Sella Zerbino era infatti posizionata una cascina con licenza d'ostello (Castellocielo - Castellunzè). I proprietari scapparono risalendo il versante. A nulla valsero le insistenze nei confronti di due viandanti (le cronache dell'epoca riportano solo di "un venditore ambulante" mentre testimonianze parlarono di un'altra persona) appena arrivati a riposarsi dal viaggio. L'ostello fu prima schiacciato dallo spostamento d'aria e poi cancellato da un'immane ondata. Un solo cadavere venne recuperato dal greto del fiume. La massa d'acqua procedette verso valle percorrendo gli stretti meandri rocciosi sino a raggiungere Loc. Marciazza e Loc. Isole. I danni furono ingenti ma non devastanti perchè Loc. Marciazza si trovava all'interno di uno spettacolare meandro e fuori traiettoria dell'ondata mentre Loc. Isole era posizionata a valle ma in posizione un po' più elevata.
Ancora più a valle l'alveo fluviale percorre una forra (il Canyon di Molare) larga pochi metri e con sponde alte non meno di 8-10 m. L'acqua saltò letteralmente l'ostacolo invadendo tratti boschivi ed asportando una piccola passerella. A quel punto l'ondata iniziò a fare davvero sul serio. La sua prima grande preda fu la Centrale Elettrica posizionata poco sopra il greto del fiume. Molte foto scattate il giorno successivo mostrano le poche rovine che resistettero alla furia dell'acqua, le quattro grandi turbine di ghisa rimasero invece ancorate alla roccia. Altre foto scattate alcune ore dopo mostrano una specie di geyser alto circa 30 metri costituito da una nube d'acqua generata dalla condotta forzata che ormai scaricava sul cadavere della centrale. Il fenomeno durò circa 24 ore ed era visibile a molti chilometri di distanza. Venne anche distrutta la casa del guardiano, ma egli e la sua famiglia miracolosamente scamparono alla morte. Non fu così per il padre del guardiano che assieme ad un amico si trovava nei pressi del torrente nel momento meno opportuno. Dei due amici perì l'unico che sapeva nuotare. Il suo corpo fu ritrovato nei primi anni '60 durante alcuni scavi ed identificato grazie ad un anello. Prima di allora nella sua tomba riposò la salma sbagliata (forse proprio il secondo viandante di Castellunzè).
Il tratto di torrente compreso tra l'ex Centrale Elettrica e Molare non era urbanizzato. L'ondata si abbatté con tutta la sua furia contro gli sbarramenti presenti. In Loc. Seria era presente la grande briglia ("La Pisa") che oltre a svolgere una funzione di compensazione delle piene, determinava una piccolo lago da cui partiva un canale artificiale ("Il Bidale") che portava l'acqua alle pale del mulino di Molare. La briglia fu squarciata (le rovine sono ancora visibili in corrispondenza della nuova briglia costruita recentemente). L'abitato di Molare, ubicato al di sopra di un terrazzo alluvionale di altezza variabile da 20 a 35 mt sul livello dell'alveo, non fu interessato direttamente dall'ondata. Gli abitanti stavano nei punti elevati ad osservare l'inattesa piena del torrente Orba. Si può immaginare la loro espressione quando videro il "ponte di Molare" (della SS. N. 456 del Turchino) essere letteralmente inghiottito da un'ondata gigantesca.
Subito a valle del ponte, "Il Bidale" convogliava l'acqua alle pale del mulino. Quest'ultimo fu facile preda per cotanta devastante forza. Fortunatamente i proprietari avevano evacuato il fabbricato. Il Rio Granozza anch'esso in piena fu "brutalmente sospinto" verso monte sovrastando il piccolo ponte per frazione Battagliosi che però ostinato rimase in piedi. Più a valle l'ondata iniziò a non accontentarsi più di ponti, dighe e mulini. Loc. Ghiaia era posizionata in sponda destra del torrente, di fronte a Molare, ma solo pochi metri più in alto dell'alveo. I fabbricati presenti furono totalmente asportati ed alcuni abitanti persero la vita. Il ponte ferroviario alto poco meno di 20 metri e lungo 150 fu asportato. I testimoni raccontarono che la struttura in ferro venne staccata dai piloni e come un tronco d'albero rotolò sopra le acque per parecchie centinaia di metri. Il treno locale Genova-Acqui Terme mancò all'appuntamento con il destino per 8 minuti di anticipo. L'ondata lasciò nel territorio di Molare 3 morti (più 8 di Loc. Ghiaia facente già parte di Ovada). Peggio andò più a valle.
L'abitato di Ovada è posizionato a circa 3.5 km a NE di Molare. Tra i due, varie località come Ghiaia, Rebba, Carlovini Monteggio, posizionate tra i 10 ed i 15 metri sul livello dell'Orba furono distrutte dalle acque o gravemente lesionate. Dopo aver distrutto il ponte ferroviario di Molare l'ondata raggiunse Loc. Monteggio situata in sponda sinistra. A Monteggio le vittime furono 7, il paese fu raso al suolo, disintegrato, cancellato per sempre dalla faccia della Terra. Sorte assai simile toccò a Rebba, posizionata di fronte a Monteggio ma in sponda destra. Molte case furono distrutte ed altre 13 vite furono strappate dalle acque (di cui ben otto, padre, madre e sei figli, della stessa famiglia). Testimoni oculari narrano delle persone aggrappate sui tetti delle abitazioni e di altre trascinate via dalle impetuose correnti. Un'anziana donna venne tratta in salvo circa 1,5 km più a valle.
L'ondata stava per raggiungere Ovada e l'apogeo della catastrofe, ma prima distrusse ampi settori di Loc. Geirino causando la morte di altre 4 persone. Più giù, in sponda destra è presente "la Rocca delle Anime", un bastione di arenarie e marne, lo schianto dell'ondata fu terrificante ma salvò il ponte stradale di San Paolo che venne colpito "di sponda". Se la cavò con qualche danno alla struttura. Non fu così per il terrapieno posto nel lato sinistro del ponte che fu spazzato via. Il Ponte ferroviario della Veneta (chiamato così perché fu una ditta veneta a costruirlo nel 1905) della linea Genova-Ovada-Alessandria oppose con vigore resistenza. Si salvò grazie all'ampiezza delle sue arcate che comunque furono messe a dura prova forse più che durante i ripetuti bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Le dimensioni di tale attraversamento danno comunque idea della potenza e della portata d'acqua dell'ondata. In corrispondenza "della Veneta" infatti si generò un rigurgito della corrente d'acqua e fece sì che molti fabbricati posizionati lateralmente fossero lesionati "in senso opposto al deflusso del torrente".
Dopo la "Rocca delle Anime" un altro ostacolo, questa volta artificiale, oppose resistenza all'ondata, il muraglione dello Sferisterio Marenco, alto 16 m e lungo 100 costruito nel 1925. Lo schianto determinò una brusca deviazione dell'ondata senza comunque un sensibile rallentamento. L'ondata di piena si scagliò poi rabbiosa sul ponte che univa Piazza Castello al Borgo di Ovada demolendolo. La catastrofe si stava compiendo: pochi minuti dopo le 14 del 13 Agosto 1935 l'ondata investì il Borgo di Ovada posizionato in sponda sinistra pochi metri superiormente all'alveo fluviale. Questa borgata era separata dal centro storico di Ovada dal Torrente Orba e rappresentava in un certo senso una cittadella autosufficiente, quartiere popoloso di contadini che, a causa delle piogge e dell'ora, erano quasi tutti nelle loro abitazioni. Per molti di loro non ci fu scampo, altri vennero trascinati via dalla corrente e riuscirono miracolosamente o fortunosamente a salvarsi. Le abitazioni travolte dalle acque si aprirono come libri e non vi fu scampo per 65 persone. Nella sponda opposta, molti ovadesi furono testimoni oculari di tale terrificante spettacolo, di episodi di eroismo e di sciagure famigliari. Ad Ovada molti raccontarono di aver visto distintamente galleggiare il pavimento del Mulino di Molare con tanto di sacchi di farina.
Poco oltre Borgo di Ovada, l'ondata raggiunse la confluenza dello Stura, anch'esso in piena. Il centro storico di Ovada è infatti limitato ad ovest dall'Orba e ad est dallo Stura, che si incontrano poche centinaia di metri a valle della città. Durante quella nefasta giornata più che un incontro fu un vero e proprio scontro. Ciò determinò un effetto del tutto simile a quanto accaduto a Molare in corrispondenza della confluenza con il piccolo Rio Granozza. Lo Stura, anch'esso in piena, si trovò il cammino sbarrato da un prepotente muro d'acqua. Lo Stura fu costretto ad indietreggiare non riuscendo a scaricare la sua portata. Tale arretramento si protrasse per circa 1.5 km sino ad abbattere il ponte stradale di Belforte costruito da poco. L'effetto fu evidenziato dalla dinamica del crollo che avvenne da valle verso monte e non viceversa come sarebbe stato logico aspettarsi. L'ondata superò Ovada e con il contributo dello Stura si riversò nell'ampia vallata interrompendo in più punti le vie di comunicazione stradali e ferroviarie. La sua energia risultava ancora notevole e le acque invasero ampi settori dei fondovalle arrecando gravissimi danni a molte frazioni dei comuni di Silvano d'Orba, Capriata e Predosa.
In quest'ultima località resistette il ponte stradale già flagellato dalla piena dell'anno precedente. Ma a Capriata perirono 4 persone (due fratellini di 12 anni e 20 mesi, la madre e il podestà). In queste località, una decina di km a valle di Ovada, vi furono molte situazioni drammatiche: la zona era molto ampia ma molte erano le cascine che si trovavano in prossimità del fiume. Ancora più a valle, ormai in prossimità di Alessandria, nei comuni di Fresonara, Basaluzzo, Boscomarengo, Casalcermelli la rottura in più punti degli argini causò l'allagamento di centinaia di ettari di campi con numerosi danni, anche a cascine e cimiteri. In questi comuni, nei giorni successivi, vennero recuperate vittime ovadesi trascinate dalle acque per molti chilometri. Alla fine l'ondata raggiunse la confluenza dell'Orba con il fiume Bormida. In tutto le vittime furono 111.
I dispositivi di scarico della diga principale erano in grado di smaltire una portata massima di 855 mc/sec. Scrisse l'ing. Cannonero nel 1935: "Non si riesce a comprendere in forza di quali profondi studi la Società concessionaria abbia potuto assumere come base per il calcolo degli apparecchi di scarico soltanto 6 mc/sec per kmq di bacino imbrifero". Tale considerazione mette in luce come il progetto dell'invaso non fosse supportato da alcun calcolo fondato da dati effettivi e/o serie storiche (fatta eccezione per veloci valutazioni nell'arco dei tre anni riportate nel progetto del 1897) a supporto della valutazione della capacità di scarico. Inoltre, la valutazione delle portate che caratterizzarono l'evento del 1935 non fu effettuata sulla base di dati pluviometrici puntuali riferiti a Ortiglieto in quanto la direzione delle OEG non ritenne necessaria l'installazione di stazioni pluviometriche di monitoraggio. I valori a disposizione furono ricavati da aree limitrofe e furono oggetto di molte discussioni in sede giudiziaria.
Come detto, la stazione pluviometrica di loc. Lavagnina (torrente Piota a circa 25 km a NE di Ortiglieto) registrò l'incredibile valore di 554 mm in 8 ore. Per avere un'idea dell'intensità di una simile precipitazione ricordiamo che durante l'alluvione del novembre 1994 in Piemonte, il pluviometro regionale di Oropa (Valle Sesia, 1186 m sul livello del mare) registrò una precipitazione complessiva su 4 giorni di 567,2 mm (con valore massimo giornaliero di 311 mm). La maggioranza dei valori pluviometrici riferiti all'evento del 1935 per la Valle Orba e Stura sono riconducibili ad una precipitazione di durata non superiore alle 12 ore e sono valori decisamente maggiori a quasi tutti quelli ricavati per l'evento alluvionale del 1994 che si sviluppò nell'arco di 4-6 giorni, e sono nettamente superiori anche a quelli del 7 ottobre 1977, altra data di alluvione storica, quando all'Ortiglieto caddero 195 mm in 6 ore, 330 in 12 ore e 400 in 24 ore; però simili a quelli raggiunti nel bacino dell'Orba, precisamente nella valle dell'affluente Stura, tra il 4 e il 5 novembre 2011, quando caddero 120 mm in un'ora a Campo Ligure e quasi 500 mm in 12 ore a Rossiglione.
Il 14 Agosto 1935 una commissione tecnica nominata dal Ministero dei Lavori Pubblici si recò a Ortiglieto per constatare la dinamica dell'evento. La commissione evidenziò il perfetto stato di conservazione della diga principale.
Il 28 Agosto 1935 il Podestà di Ovada intimò tramite una lettera-ordinanza le OEG a provvedere al risarcimento dei danni. Naturalmente le OEG fecero ricorso sostenendo che il disastro non fu dovuto in alcun modo all'impianto di Ortiglieto ma alle imponenti precipitazioni che determinarono un altrettanto imponente piena dell'Orba. Le OEG, avvalendosi di un gabinetto tecnico e legale di tutto rispetto, non solo fecero valere le proprie ragioni ma addirittura sostennero che il Podestà con la sua ordinanza era andato contro la legge.
Il disastro di Molare innescò una vicenda giudiziaria che vide l'epilogo il 4 Luglio 1938 con l'assoluzione di tutti i dodici imputati, 10 dirigenti dell'OEG e due tecnici addetti alla Centrale, ai quali si faceva carico di avere omesso le segnalazioni del pericolo del disastro. Il merito delle assoluzioni del personale tecnico-dirigenziale è in parte imputabile alla competenza tecnico-legale della difesa ma anche, e soprattutto, alla inadeguatezza del pubblico ministero. Il procedimento si dibatté alla Sezione Istruttoria presso la Corte di Appello di Alessandria. Interessante è la "Relazione Tecnica nel Processo Penale - Sulla Rottura della Diga di Sella Zerbino (Molare 13 Agosto 1935)" redatta dal Prof. Giulio De Marchi (Ordinario di Idraulica nel Politecnico di Milano) nel Settembre 1937. Tale documento rappresenta in sostanza una consulenza tecnica di parte a favore delle imputate OEG. Il Prof.De Marchi (1890 - 1972) è considerato sicuramente una delle figure più importanti dell'idraulica italiana ed internazionale. I punti salienti della sua relazione sono senza ombra di dubbio:
1) l'evento pluviometrico del 13 agosto non aveva precedenti a memoria d'uomo
2) l'impianto di Ortiglieto era progettato a norma di legge;
3) gli scarichi erano più che sufficienti a smaltire tutte le precedenti piene di cui si aveva notizia per l'Orba
4) un ipotetico malfunzionamento dello scarico di fondo e/o della valvola a campana fu del tutto irrilevante rispetto ai valori di portata del torrente il giorno 15 (superiore a 2000 mc/sec).
Così come nella progettazione dell'invaso, anche durante il processo la figura del geologo non fu considerata. Il fatto stesso che la consulenza tecnica del Prof.De Marchi fosse totalmente improntata all'aspetto idraulico è molto indicativo. Il Disastro di Molare fu un disastro prettamente idraulico? Nel 1923 la Diga del Gleno crollò per deficienze strutturali, 36 anni dopo il Vajont evidenziò a tutto il mondo l'importanza della geologia nella progettazione di un invaso. Alla luce di questo eventi si può ancora affermare che il disastro di Molare fu solo un grande esempio di errato dimensionamento delle opere di scarico? I periti dell'OEG riuscirono a dimostrare che le opere di scarico erano sì insufficienti a smaltire la piena del 13 agosto, ma che era impensabile un evento meteorico così imponente. Tutto questo in risposta all'accusa sostenente la tesi che in realtà vi fossero stati altri eventi paragonabili a quello in questione. Non venne fatto nessun riferimento all'idoneità del sito scelto per l'invaso da parte dell'accusa. Questo fu un gravissimo errore.
La diga principale alta più di 40 metri resse alla spinta del Lago, non così la diga secondaria alta poco più di 10 m. La ragione di questa apparente contraddizione è da ricercarsi nella geologia. Per puro caso, la diga principale era stata costruita in un settore caratterizzato da rocce relativamente compatte, mentre la diga secondaria fu realizzata in una fascia fortemente fratturata. Cosa sarebbe accaduto se i due sbarramenti fossero stati eretti su roccia compatta? Avrebbero resistito alla spinta? Sarebbe crollata la sola diga secondaria senza il collasso dell'intera sella con una conseguente ondata di minori dimensioni? Sarebbe crollata la diga principale con conseguenze altrettanto devastanti a quanto accaduto? Quel che è certo è che l'invaso non doveva essere progettato in quel sito perché quest'ultimo non era idoneo in considerazione delle poche ed errate valutazioni geologiche ed idrologiche.

sabato 12 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1801 nasce a Cento di Ferrara Ugo Bassi.
Giuseppe (Ugo) Bassi, gracile alla nascita, i genitori lo fecero battezzare subito. Crebbe a Bologna. Il padre era doganiere pontificio e la madre cameriera. La città gli ha dedicato la strada del centro, che dalle 2 torri costeggia il  Municipio. D’animo sensibile e temperamento energico è adolescente durante l'occupazione napoleonica. Attento alle idee di libertà e di patria, nel 1815 chiese di essere arruolato nell'esercito di Gioacchino Murat, ma fu scartato per gracilità. Nel 1816 entra nel Collegio Barnabita di S. Lucia. Ricevette un’istruzione classica e maturò una profonda vocazione religiosa. Il babbo cercò di ostacolarlo, ma Ugo volle indossare l'abito Barnabita. Ebbe una memoria prodigiosa ma, senza attività fisica, la sua salute diventò presto cagionevole. Per questo i Barnabiti lo destinarono all’insegnamento. Suonò magistralmente il cembalo, la chitarra e  il violino; inoltre scrisse,  disegnò e dipinse con passione.
Abile predicatore, Bassi conosceva l’arte di parlare in pubblico. Conquistò subito l’attenzione degli altri per la signorilità dei modi, la buona conversazione, le sue idee e la generosità. Le prediche duravano almeno di 2 ore. Citava date e nomi con estrema precisione. Entusiasmava i giovani, ma suscitava perplessità negli anziani per lo sfoggio di cultura profana. Venne acclamato e richiesto in importanti  cattedrali del paese: S. Carlo a Roma, S. Felice di Milano, S. Petronio a Bologna, Palermo (dove si prodigò a sostegno dei colpiti dal colera), Venezia, Trapani, Messina, Livorno, Ancona, ma anche a Cesena, Faenza, Lugo. Tuttavia le sue denuncie aperte dei mali della società lo portarono a scontrarsi con le gerarchie. Sue prese di posizioni vennero ritenute offensive per il governo papale. Nel 1848  si arruolò ad Ancona al seguito del generale Andrea Ferrari. Iniziò una attività di propaganda per arruolare volontari e raccogliere fondi.  A Treviso rimase ferito in battaglia. Ugo Bassi provò delusione e sconforto quando PIO IX rinunciò ad impegnare il Vaticano alla causa dell’indipendenza dell’Italia.
Il 4 marzo 1849, Bassi  è a Roma. Viene nominato cappellano della legione di Garibaldi. Scriverà di questo incontro: "...Garibaldi è l'eroe più degno di poema, che io sperassi in vita mia di vedere. Le nostre anime si sono congiunte come se fossero state sorelle in cielo prima di trovarsi nelle vie della terra". Bassi conquistò l'animo dei soldati dividendo con loro la giornata. Incurante di sè, era sempre pronto a rincuorare gli altri. A Roma, Bassi, partecipò al vittorioso combattimento contro i francesi a porta S. Pancrazio. Operò con fervore e dedizione negli ospedali e in prima linea. Il giorno 30  marzo i francesi assalirono le mura di Roma con tutta la potenza della loro artiglieria. La sera partì da Roma con la legione dei volontari garibaldini. Con abilità e fortuna Garibaldi riuscì ad eludere gli inseguitori. L'odissea della legione garibaldina durò un mese fino ai piedi di S. Marino. Da ogni parte erano inseguiti da truppe nemiche. Erano laceri, affamati, demoralizzati. Ugo Bassi venne prima mandato a parlamentare col reggente sammarinese per ottenere viveri e il permesso di passare per il territorio della Repubblica. Garibaldi, poi, vistosi senza alternative diede ordine di entrare. Ugo Bassi assistette i feriti nel convento dei Cappuccini. Con 250 uomini, tra cui Ciceruacchio e i suoi figli, Garibaldi sgusciò via fra le maglie dell'accerchiamento. Si diressero verso il mare. All’alba il generale austriaco Hahne si accorse di essere stato giocato e inseguì i fuggiaschi. A Gatteo, Ugo Bassi, ebbe l’opportunità di mettersi in salvo da un amico, ma preferì restare al fianco del generale.
Nella notte fra l’1 e il 2 agosto, i garibaldini giunsero a Cesenatico. Qui sette soldati croati di guardia al porto vennero arrestati da Ugo Bassi e da Anita Garibaldi. Venne impedito alle autorità di mettersi in moto e requisiti 13 bragozzi con equipaggio compreso. Alle tre di notte i legionari cominciarono a imbarcarsi. Alle sei salparono per Venezia insorta. Garibaldi volle che Ugo Bassi salisse nella sua stessa barca, dove erano anche Anita e  Cíceruacchio con i figli. Nelle vicinanze di Goro vennero intercettati da una goletta e un  brick austriaci. Cinque bragozzi approdarono fra Magnavacca e Volano. Accanto a Garibaldi e ad Anita morente rimasero Ugo Bassi, Giovanni Livraghi e G.B. Culiolo, detto Leggero. Ma il gruppo era troppo numeroso. Dava nell'occhio. Ugo Bassi e il Livraghi si diressero verso Comacchio. Alle 11 giunsero all'osteria della Lenza. Ugo Bassi venne scambiato per Garibaldi, e si sparge la voce. Qualcuno gli consigliò di abbandonare l'osteria. In città c’erano troppi soldati. Lo stesso chiese Livraghi, ma il Bassi non ascoltò. Accettò solo di trasferirsi all'osteria della Luna per consumare un frugale pasto. Questi ritardi favorirono la gendarmeria che li arrestò alle 11,45. La curia di Comacchio, informata dell'accaduto, si presentò subito al comando austriaco e chiese il rilascio del Barnabita, protetto dal diritto canonico. Ma i poteri erano tutti in mano al generale Gorzkowski governatore di Bologna.
Nel pomeriggio del giorno 5 agosto i due prigionieri vennero trasferiti a Bologna. Le due vetture procedettero sotto la scorta di 50 soldati austriaci, giunti da Ravenna. La sera del 7 agosto, a Bologna, i due vennero rinchiusi a Villa Spada, sede del generale Gorzkowski. La notizia dell'arrivo di Bassi e Livraghi si sparge per la città in un baleno. Gli venne concesso un incontro con la sorella Carlotta. Subito dopo con  Livraghi venne condotto alle carceri della Carità, per attendere la sentenza. Non vi fu alcun "processo", neppure sommario. Il generale Gorzkowski volle ammonire con un "esempio" la popolazione a non far nulla in favore del "bandito" Garibaldi, di cui si erano perse le tracce. Accusò Ugo Bassi di detenzione d'armi e il Livraghi, suddito austriaco, di diserzione e ordinò l’immediata fucilazione dei prigionieri. La Curia o i Barnabiti non dovevano avere il tempo per fare pressioni e salvare la vita ai due.
La mattina del giorno 8 agosto a Villa Spada, due sacerdoti ebbero il compito assistere i condannati prima della  fucilazione. Un ufficiale lesse loro il decreto di condanna a morte. Ugo Bassi era preparato. Conosceva la legge marziale e non si aspettava clemenza da Gorzkowski. Tuttavia protestò fieramente la propria innocenza: "Aveva assistito i morenti sul campo, non aveva mai negato il soccorso neppure ai nemici, non era armato, come non lo era il suo compagno, non era reo ...”  Incatenati ai polsi, furono fatti salire coi due sacerdoti su un carro militare e condotti in una via della Certosa. Vicino agli archi 66-67 dovettero scendere. Ugo Bassi salutò il compagno che doveva essere fucilato per primo: "Fra poco saremo congiunti", disse. Volle che fosse un sacerdote a bendarlo. Prese a recitare: "Ave Maria"... ma una fucilata troncò l'ultima parola. Fu sepolto senza bara, in una fossa insieme al Livraghi. Nei giorni successivi gruppi di bolognesi si recarono sulla tomba, la coprirono di fiori e ne tolsero zolle di terra per ricordo. Per impedire ai bolognesi di manifestare i loro sentimenti di amore e di devozione al martire, nella notte fra il 18 e il 19 agosto i due corpi vennero esumati e occultati nell'interno del cimitero della Certosa. Soltanto nell'agosto del 1859 i parenti ottennero che le ossa di Ugo Bassi fossero collocate nella tomba di famiglia accanto ai genitori.                

venerdì 11 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1953 muore Tazio Nuvolari.
Tazio Giorgio Nuvolari nasce a Castel d'Ario in provincia di Mantova, il 16 novembre 1892, quarto figlio di Arturo Nuvolari, agricoltore benestante, e di Elisa Zorzi, di origine trentina. Ragazzo vivacissimo e poco incline allo studio, Tazio è attratto dal dinamismo delle discipline sportive. Il padre è un ciclista con più di un'affermazione all'attivo; lo zio Giuseppe Nuvolari è addirittura un asso: più volte campione italiano, si cimenta con successo anche all'estero nella velocità su pista e nelle primissime gare di mezzofondo dietro motori. Il piccolo Tazio proverà per lo zio Giuseppe molto affetto e un'ammirazione sconfinata, destinata a suscitare un fortissimo impulso di emulazione.
Nel 1923, all'età di trentun anni, Tazio inizia a correre con assiduità. Fra marzo e novembre prende la partenza 28 volte, 24 in moto e 4 in auto. Non è più un gentleman driver, bensì un pilota professionista. In moto è la rivelazione dell'anno. In auto alterna piazzamenti e abbandoni ma non manca di farsi notare, se non con la Diatto, certo con l'agile Chiribiri Tipo Monza.
L'attività motociclistica predomina anche nel 1924: 19 risultati, contro 5 in auto. Questi ultimi sono tuttavia ottimi: c'è la sua prima vittoria assoluta (Circuito Golfo del Tigullio, 13 aprile) e altre quattro di classe. In Liguria corre con una Bianchi Tipo 18 (4 cilindri, due litri di cilindrata, distribuzione bialbero); nelle altre gare, ancora con la Chiribiri Tipo Monza.
Tazio è alla guida di questa vettura quando per la prima volta si batte contro un avversario destinato a un grande avvenire, anche se non come pilota: il modenese Enzo Ferrari. "Il mio primo incontro con Nuvolari", scriverà nelle sue memorie, "risale al 1924. Fu davanti alla Basilica di Sant'Apollinare in Classe, sulla strada ravennate, dove avevano sistemato i box per il secondo Circuito del Savio. Alla partenza, ricordo, non avevo dato troppo credito a quel magrolino, ma durante la corsa mi avvidi che era l'unico concorrente in grado di minacciare la mia marcia. Io ero sull'Alfa 3 litri, lui su una Chiribiri. E in quest'ordine tagliammo il traguardo. La medesima classifica si ripeté poche settimane dopo al Circuito del Polesine...".
Nel 1925 Tazio Nuvolari corre soltanto in moto, ma con un intermezzo automobilistico tutt'altro che insignificante. Il giorno 1 settembre, invitato dall'Alfa Romeo, prende parte a una sessione di prove a Monza, alla guida della famosa P2, la monoposto progettata da Vittorio Jano che fin dal suo apparire, nel 1924, ha dominato la scena internazionale. L'Alfa cerca un pilota con cui sostituire Antonio Ascari che poco più di un mese prima è deceduto in un incidente durante il G.P. di Francia, a Montlhéry. Per nulla intimidito Tazio Nuvolari percorre cinque giri a medie sempre più elevate, rivelandosi più veloce di Campari e Marinoni e avvicinando il record stabilito da Ascari l'anno prima. Al sesto giro incappa in una rovinosa uscita di pista. "Le gomme erano quasi a zero", spiegherà Tazio, "e a un certo punto mi si disinnestò la marcia". La macchina è danneggiata, il pilota è seriamente ferito, ma dodici giorni più tardi, ancora dolorante, torna a Monza, si fa imbottire di feltro e bendare con una fasciatura rigida, si fa mettere in sella alla fida Bianchi 350 e vince il G.P. delle Nazioni.
La sua popolarità è ormai molto vasta. Lo chiamano "il campionissimo" delle due ruote.
Ma nel suo cuore vi sono anche le quattro ruote: ci riprova, implacabile, nel 1927, anno in cui con una Bianchi Tipo 20 disputa la prima edizione della Mille Miglia arrivando decimo.
Poi acquista anche una Bugatti 35 e vince il G.P. Reale di Roma e il Circuito del Garda.
È nell'inverno tra il 1927 e il 1928 che Tazio decide di puntare con piena determinazione sull'automobile. Fonda a Mantova la Scuderia Nuvolari, compra quattro Bugatti grand prix e ne rivende due, una ad Achille Varzi (suo amico, ma anche già fiero rivale in corsa, sulle due ruote) e una a Cesare Pastore. L'11 marzo 1928 – nove giorni dopo la nascita del suo secondo figlio, Alberto – Tazio vince il G.P. di Tripoli: è questo il suo primo grande successo internazionale. Vince anche sul Circuito del Pozzo, a Verona, battendo il grande Pietro Bordino. Questi malauguratamente perde la vita pochi giorni dopo, in un incidente di allenamento in vista del Circuito di Alessandria, la sua città. Nuvolari va ad Alessandria e disputa la corsa, che è stata intitolata a Bordino, del quale onora la memoria nel migliore dei modi, vincendo.
In quello stesso 1930 Tazio Nuvolari entra a far parte della neonata Scuderia Ferrari e le regala la prima vittoria, nella Trieste-Opicina, con l'Alfa Romeo P2. Si afferma anche in altre due importanti corse in salita (Cuneo-Colle della Maddalena e Vittorio Veneto-Cansiglio, sempre con la P2), poi torna sulla 1750 GS e va a vincere il Tourist Trophy sul circuito di Ards, Irlanda del Nord.
Dà l'addio alla moto, non senza cogliere gli ultimi quattro successi fra cui, per la seconda volta, l'"assoluto" nel prediletto Circuito del Lario, con la Bianchi 350 davanti anche a tutte le 500.
La prodigiosa carriera di Nuvolari si chiude nel 1950 con le ultime due gare, il Giro di Sicilia/Targa Florio (il percorso è lungo 1.080 km), in cui abbandona poco dopo il via per la rottura del cambio, e la corsa in salita Palermo-Monte Pellegrino, che lo vede primo di classe e quinto assoluto. È il 10 aprile. La vettura è una Cisitalia 204 Spyder Sport elaborata da Abarth. Tazio ha chiuso ma non annuncerà mai il proprio ritiro.
Passano poco più di tre anni e quello che Ferdinand Porsche aveva definito "il più grande pilota del passato, del presente e dell'avvenire", se ne va, in silenzio, alle sei del mattino del giorno 11 agosto 1953.
Di lui ha detto il noto regista italiano Michelangelo Antonioni: "Era un uomo che violentava la realtà e faceva cose che alla luce del buonsenso erano assurde... Per i giovani di allora, e io ero tra questi, Nuvolari rappresentava il coraggio, un coraggio senza limiti. Fu il mito, l'irraggiungibile".

giovedì 10 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto la tradizione cristiana celebra San Lorenzo, morto martire in questo giorno del 258 d.C.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. È certo che Lorenzo è morto per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato. Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II. Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo.
Forse da ragazzo ha visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel 237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione anticristiana.
Ed è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.
Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.
Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".
Allora viene messo a morte. E un’antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: "Bruciato sopra una graticola": un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

mercoledì 9 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1942 Edith Stein viene uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz.
Edith Stein nacque a Breslavia il 12 ottobre 1891, quale ultima di 11 figli: la famiglia stava festeggiando lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione?
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che - visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig Cornrad Martius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 1933 la notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".

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