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giovedì 31 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 agosto.
Il 31 agosto 1958 Ercole Baldini vince a Reims il campionato mondiale su strada.
A questo sanguigno romagnolo è bastata una sola stagione, quella irripetibile del 1958, per trovare posto tra i più grandi della bicicletta. Si era alla fine degli anni Cinquanta: il ciclismo italiano aspettava da tempo il successore di un Fausto Coppi che correva ancora, ma che si avviava a grandi passi verso i quarant’anni e, inconsciamente, il suo tragico destino. Alla ribalta s’erano affacciati già molti pretendenti, ma nessuno ai tecnici era parso in possesso di tante credenziali come questo possente forlivese, che proprio in coppia con Coppi, nel 1957, aveva vinto – in un ideale passaggio di consegne – una magnifica edizione del “Trofeo Baracchi”.
Di che pasta fosse fatto quest’Ercole, di nome e d’aspetto (alto 1.80 per un peso forma di 78/80 chili), l’aveva già dimostrato nell’autunno precedente, ancora da dilettante, quando aveva suscitato sensazione impadronendosi del prestigioso record mondiale dell’Ora, record che nel passato era appartenuto proprio a Coppi. Il campionissimo, in un tentativo senza clamori effettuato durante l’oscuro 1942, aveva pedalato per km 45,858, poco di più di quanto era riuscito cinque anni prima al francese Maurice Archambaud. Quel primato di guerra resistette per moltissimi anni e tornò in Francia nel 1956 per merito di un passista tra i più grandi, quel Jacques Anquetil che sempre al Vigorelli fu il primo a bucare, sia pure per soli 159 metri, il muro dei 46 chilometri.
Un record che si riteneva insuperabile in tempi brevi, destinato invece a durare pochi mesi. In autunno infatti Baldini, che nel frattempo aveva vinto a Copenaghen il titolo mondiale dilettanti nell’Inseguimento, attaccò senza reverenza alcuna il limite raggiunto del campione francese. Era il 19 settembre 1956 e il teatro scelto per la prova era ancora una volta la magica pista milanese. Nato il 26 gennaio del 1933, Baldini aveva al tempo 23 anni, la stessa età di Coppi all’epoca del suo tentativo: allo scoccare dell’Ora la ruota della sua bicicletta toccava i 46 chilometri e 393 metri del nuovo primato mondiale assoluto, che così tornava in Italia.
Con quella eccezionale credenziale, Baldini si presentò ai Giochi Olimpici di Melbourne come favorito assoluto della prova su strada. Conscio della difficoltà dell’impegno, s’era trasferito in Australia quaranta giorni prima della gara in cerca di una acclimatazione resa necessaria dalla data molto avanzata e dalle paventate torride temperature. La corsa olimpica, lunga 187 chilometri, rispecchiò a pieno le previsioni della vigilia: il romagnolo, che pedalò sempre in testa limitandosi a controllare gli avversari, prese il largo dopo un centinaio di chilometri e, sul passo, scavò l’abisso di quasi 2’ nei confronti del secondo, aggiungendo ai suoi freschi allori anche la medaglia olimpica. Era la seconda volta che un italiano vinceva la prova olimpica su strada: in precedenza, nel 1932, c’era riuscito solo Attilio Pavesi.
Il passaggio al professionismo fu una formalità. Avvenne alla fine del 1956 con il passaggio – come Gino Bartali – ai verde-oliva della “Legnano” il cui DS era il saggio Eberardo Pavesi. Possente passista da cronometro, implacabile sul ritmo, capace di tenere altissime velocità per lunghe distanze, Baldini fu la rivelazione del Giro d’Italia del 1957, dove aveva esordito con un sorprendente terzo posto alle spalle di Gastone Nencini e di Louison Bobet. Ma a consacrarlo grande campione fu il Giro dell’anno seguente, dominato in lungo e in largo per tutte le ventidue tappe e illuminato da due grandi acuti: il primo sul circuito di Viareggio, il secondo nella difficile Cesena-Boscochiesanuova quando la sua potenza sbaragliò in salita ogni opposizione. Non ebbe avversari in quel Giro: il belga Jean Brankart e il lussemburghese Charly Gaul finirono alle sue spalle con oltre 4’ di ritardo, e la popolarità di Baldini raggiunse una intensità che in Italia avevano conosciuto solo Bartali e Coppi.
Quel magico 1958 si concluse per Baldini sul circuito di Reims, titolo mondiale su strada in palio. A 25 anni, all’apice della carriera e nella forma della vita, si presentò al via convinto dei suoi mezzi e fiducioso nelle sue possibilità. Il risultato fu conseguenza delle premesse. Conquistò la maglia iridata con una facilità irridente staccando gli avversari al momento prescelto, nel finale della corsa, sulla salita di Quarryhill, e presentandosi solo all’arrivo, come aveva preventivato. Ma quella fu anche la sua ultima grande affermazione. Una serie di infortuni e di malanni fisici ne limitarono in seguito l’attività costringendolo a chiudere prima dei trent’anni, con largo anticipo, una carriera breve quanto straordinaria.
Professionista dal 1957 al 1964, due anni con la “Legnano” e fino al termine con la “Ignis”, da professionista Baldini ha vinto 37 corse. Ha disputato sei Giri d’Italia, vestendo sette volte la maglia rosa, e tre Tour (miglior piazzamento il 6° posto del 1959). La sua ultima vittoria la ha ottenuta al Trofeo Cougnet del 1963.
Dopo essere stato direttore sportivo per alcune formazioni professionistiche, è stato scelto come Presidente dell'Associazione Ciclisti e infine Presidente della Lega. È stato poi anche collaboratore del presidente dell'Unione Ciclistica Internazionale (UCI) Hein Verbruggen.
E' oggi il più anziano vincitore del Giro d'Italia ancora in vita.

mercoledì 30 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 agosto.
Il 30 agosto 2005 l'uragano Katrina devasta New Orleans.
Il nome Katrina rimarrà per sempre legato al terrificante uragano che investì l’importante metropoli della Louisiana, sepolta dall’acqua quasi come una moderna Atlantide. Gli eventi catastrofici si realizzarono molto velocemente, e quasi non lasciarono il tempo agli americani di capire cosa stesse realmente succedendo.
Tutto cominciò il 23 agosto 2005, circa 300 chilometri a sudest delle Bahamas, dove si formò una debole perturbazione che da subito si mostrò assai attiva e minacciosa. In effetti già il giorno successivo, mentre si spostava verso nord in direzione del continente americano, la perturbazione divenne una tempesta tropicale e gli venne assegnato il nome di Katrina. Dopo aver attraversato l’Arcipelago delle Bahamas improvvisamente il 25 agosto Katrina virò verso la Florida e nel frattempo si intensificò fino a divenire un vero e proprio uragano, e quando nella mattina del 26 agosto attraversò le regioni meridionali della Penisola su cui sorge Miami, cominciò a produrre sul suolo americano i primi danni e le prime vittime. Ma quello era solo l’inizio.
Una volta scivolata nel Golfo del Messico infatti Katrina si trovò a scorrere su acque molto calde, proprio in quei giorni di qualche grado al di sopra delle normali (e già di per sé elevate) temperature, e a causa di ciò raccolse dal mare enormi quantità di energia e umidità che le consentirono di divenire velocemente una tempesta di incredibile violenza. In effetti il 28 agosto una ricognizione aerea appurò che i venti attorno all’occhio del ciclone soffiavano a oltre 280 chilometri orari: Katrina era oramai un uragano di categoria 5, quelli in assoluto più intensi e pericolosi. E proprio una volta raggiunta la massima intensità l’uragano, con una improvvisa sterzata, si diresse a nord, in direzione delle coste statunitensi.
Quando nelle prime ore del 29 agosto investì la Louisiana Orientale, benché in parte indebolita, la tempesta era ancora un uragano di categoria 3, e l’azione combinata delle piogge torrenziali e dell’ondata di marea alta quasi 10 metri spinta dai furiosi venti rovesciò su New Orleans, in parte costruita al di sotto del livello del mare, un’enorme quantità d’acqua. Gli argini che proteggevano la città si ruppero in ben 53 punti e l’acqua impetuosa invase circa il 80% della città, seminando morte e distruzione in tutta l’area metropolitana. Devastata New Orleans la tempesta proseguì verso nord, seminando altri danni e morti prima di essere risucchiata, il 31 agosto, da una vasta perturbazione in movimento attraverso il Canada.
Il passaggio di Katrina sul suolo americano ha causato nel complesso 1836 morti certe, di cui la maggior parte, 1577, nello stato su cui sorge New Orleans, la Louisiana, il che fa di questo uragano uno dei più letali di sempre nella storia degli Stati Uniti. Ma soprattutto sono senza precedenti i danni prodotti da Katrina: più di 100 miliardi di dollari, che lo rendono in assoluto il più “costoso” ciclone tropicale della Storia dell’Umanità.

martedì 29 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 agosto.
Il 29 agosto 1915 nasce a Stoccolma Ingrid Bergman, figlia unica del pittore e fotografo svedese Justus Samuel Bergman e della tedesca Friedel Adler. Quando Ingris ha appena tre anni perde la madre, fatto che le farà trascorre un'infanzia solitaria sola con il padre.
A tredici anni Ingrid si ritrova orfana di entrambi i genitori e viene adottata da parenti, che diventano suoi tutori.
Studia presso la scuola del Reale Teatro Drammatico (Royal Dramatic Theater) di Stoccolma, poi all'età di 20 anni conosce Peter Lindstrom, di professione medico dentista, con il quale nasce una storia d'amore. Peter la presenta a un dirigente dell'industria cinematografica svedese (Svenskfilmindustri). Ingrid ottiene così una piccola parte in "Il Conte della città vecchia" (Munkbrogreven, 1935). Nel suo film di debutto - inedito in Italia - Ingrid Bergman interpreta il ruolo di una cameriera di un modesto albergo della città vecchia di Stoccolma.
Grazie a questa piccola parte viene notata dal regista Gustaf Molander, che prova a lanciarla in Svezia per fare di lei una grande promessa: in pochi anni, dal 1935 al 1938, interpreta più di dieci film, tra cui "Senza volto" (En Kvinnas Ansikte) - di cui verrà girato un remake con Joan Crawford nella parte della protagonista - e il celebre "Intermezzo", il film che sarà il suo passaporto per Hollywood.
Nel 1937 si unisce in matrimonio con Peter Lindstrom: l'anno seguente dà alla luce la figlia Pia Friedal.
Intanto il produttore David O. Selznick è intenzionato a girare una versione americana di "Intermezzo". Ingrid Bergman viene così chiamata negli Stati Uniti e le viene offerto un contratto da sogno: per i successivi sette anni l'attrice svedese sceglierà personalmente i copioni da recitare, i registi e anche i partner. Questi erano concessioni e privilegi insoliti per l'epoca, ma che danno un'idea precisa del prestigio che aveva raggiunto la classe di Ingrid Bergman in America, ancora prima che vi mettesse piede.
Selznick forse pensava a Ingrid Bergman come alla possibile erede di Greta Garbo, di soli dieci anni maggiore di lei, altra diva svedese (concittadina della Bergman) che dopo il passaggio dal cinema muto al sonoro si era trovata nella fase discendente della sua carriera, tanto che di lì a pochi anni si sarebbe ritirata per sempre dalle scene. Ingrid tuttavia rifiuta la proposta in quanto vuole da una parte appoggiare la carriera del marito, che sta terminando i nuovi studi intrapresi per diventare neurochirurgo, e dall'altra dedicarsi alla bambina che ha solo un anno di età. Ingrid firma il contratto solo per un anno, con la clausola di poter tornare in patria se il film non avrà successo.
Succede poi che il remake di "Intermezzo" raccoglie un enorme consenso. La Bergman torna in Svezia per completare alcuni altri film, poi nel 1940 vola negli Stati Uniti con tutta la famiglia: nel periodo successivo appare in tre film di successo.
Nel 1942 Selznick cede in prestito l'attrice alla Warner per la realizzazione di un film a basso costo, accanto a Humphrey Bogart: il titolo è "Casablanca", film destinato a entrare nella storia del cinema, diventando un classico di tutti i tempi.
Nel 1943 arriva la prima nomination all'Oscar come migliore attrice per il film "Per chi suona la campana" (For Whom the Bell Tolls, 1943).
L'anno seguente vince la statuetta per il thriller "Angoscia" (Gaslight, 1944). La sua terza candidatura consecutiva all'Oscar come migliore attrice arriva per l'interpretazione di "Le campane di Santa Maria" (The Bells of St. Mary's, 1945).
Nel 1946 esce "Notorious" (di Alfred Hitchcock, con Cary Grant): è l'ultimo film che la Bergman gira sotto contratto con Selznick. Il marito Lindstrom convince la moglie che Selznick l'ha ampiamente sfruttata, incassando milioni di dollari in cambio di un compenso di soli 80 mila dollari annui: Ingrid firma così con una nuova casa di produzione per interpretare "Arco di trionfo", con Charles Boyer, dall'omonimo romanzo di Remarque. Il film, velleitario e confuso, non avrà il successo sperato e l'attrice, che per anni aveva chiesto invano a Selznick di poter interpretare sullo schermo il ruolo di Giovanna D'Arco, decide che è venuto il momento di rischiare. Costituisce una società di produzione indipendente e, con un costo di ben 5 milioni di dollari (cifra astronomica per l'epoca), realizza il suo "Giovanna d'Arco" (Joan of Arc, 1948), produzione ricca di costumi sfarzosi, di personaggi e di scenografie spettacolari.
Il film le frutta la sua quarta nomination all'Oscar, tuttavia sarà un clamoroso fallimento. La crisi matrimoniale con Lindstrom, di cui si andava chiacchierando già da tempo, si fa più acuta e la delusione per l'insuccesso alimenta la convinzione della Bergman sull'eccessiva importanza che Hollywood attribuisce al lato commerciale del cinema, a scapito dell'aspetto artistico.
Spinta dall'amico Robert Capa, noto fotoreporter col quale intreccia una breve relazione, Ingrid si interessa alla nuova ondata di cinema che viene dall'Europa, e in particolare al neorealismo italiano. Dopo aver visto "Roma città aperta" e "Paisà", scrive al regista italiano Roberto Rossellini una lettera - rimasta famosa - dove si dichiara pronta a recitare per lui. Della lettera ricordiamo il passaggio "Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo "ti amo", sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei".
Rossellini non si lascia scappare l'opportunità: ha un copione nel cassetto destinato originariamente all'attrice italiana Anna Magnani, al tempo sua compagna nella vita, e ambientato a Stromboli. La Bergman è in Europa, impegnata nelle riprese di "Il peccato di Lady Considine" e il regista si precipita a Parigi, dove riesce a incontrarla e a proporle il progetto del film.
Ottenuto nel frattempo un finanziamento da Howard Hughes, grazie alla notorietà della Bergman, Roberto Rossellini riceve per telegramma una risposta positiva dall'attrice: nel marzo 1949 parte la lavorazione di "Stromboli terra di Dio". Il set è assediato da fotografi e giornalisti; cominciano a trapelare indiscrezioni sulla relazione sentimentale fra il regista e la sua interprete. Alla fine dell'anno la stampa pubblica la notizia della gravidanza della Bergman.
Per l'opinione pubblica americana è uno scandalo enorme: Ingrid Bergman, fino a quel momento considerata una santa, diventa improvvisamente un'adultera da lapidare e la stampa la definisce Hollywood's apostle of degradation (apostolo della degradazione di Hollywood), montando a suo sfavore una campagna denigratoria senza precedenti. Il dottor Lindstrom chiede il divorzio e ottiene l'affidamento della figlia Pia, che a sua volta dichiara di non aver mai voluto bene alla madre.
Nel 1950 Rossellini e Ingrid Bergman si sposano e nasce Roberto Rossellini Jr, detto Robertino: nella clinica romana devono intervenire le forze dell'ordine per sedare le folle di paparazzi e di curiosi. Intanto esce nelle sale il film "Stromboli terra di Dio": in Italia ottiene un buon successo, generato più che altro dalla curiosità, mentre negli Stati Uniti il film registra un fiasco clamoroso, sia per l'atteggiamento sfavorevole dei media, sia per le pressioni dei finanziatori del film, che pretendevano un montaggio che non rispecchiava in alcun modo le intenzioni dell'autore.
Ingrid Bergman nel giugno 1952 dà alla luce le gemelle Isotta Ingrid e Isabella. L'attrice riconquista lentamente le simpatie del pubblico: la stampa la ritrae in pose da casalinga e da mamma felice e la stessa afferma di aver trovato finalmente la serenità a Roma, anche se i film che continua a girare sotto la direzione di Roberto Rossellini (tra cui ricordiamo: "Europa '51" e "Viaggio in Italia") vengono ignorati dal pubblico.
Nel 1956 riceve dagli Stati Uniti una favolosa offerta da parte della Fox, che le offre di interpretare il ruolo di protagonista in una pellicola ad alto budget sulla superstite dell'eccidio della famiglia dello zar di Russia. Con questo ruolo nel film dal titolo "Anastasia" (1956, con Yul Brynner), la Bergman fa il suo ritorno trionfale a Hollywood dopo lo scandalo degli anni precedenti, vincendo addirittura l'Oscar come "Migliore attrice" per la seconda volta.
L'unione con il regista Roberto Rossellini intanto è in crisi: l'italiano parte alla volta dell'India per realizzare un documentario e ne torna dopo qualche tempo con una nuova compagna, Sonali das Gupta. Ingrid intanto riprende a interpretare film di successo - i primi due titoli sono "Indiscreto" e "La locanda della sesta felicità", entrambi del 1958 - e conosce un impresario teatrale svedese, Lars Schmidt, che diventerà il suo terzo marito (dicembre 1958).
Negli anni successivi alterna interpretazioni in film americani ed europei, ma nello stesso tempo si dedica anche al teatro e alla televisione. Il suo terzo premio Oscar - è il primo come Miglior attrice non protagonista - arriva per il suo ruolo nel film "Assassinio sull'Orient Express" (Murder on the Orient Express, 1975, di Sidney Lumet, con Albert Finney e Lauren Bacall), tratto dal racconto di Agatha Christie. Ritirando la terza statuetta Ingrid dichiara pubblicamente che, secondo la sua opinione, l'Oscar sarebbe dovuto andare all'amica Valentina Cortese, nominata per "Effetto notte", di François Truffaut.
Nel 1978 arriva dalla Svezia la proposta di lavorare assieme al più prestigioso dei suoi registi, Ingmar Bergman. Ingrid accetta con coraggio una duplice sfida: reduce da un intervento chirurgico e da una pesante chemioterapia per un tumore al seno, decide di calarsi nel difficile ruolo di una madre cinica ed egoista che ha anteposto la sua carriera all'affetto per i figli. "Sinfonia d'autunno" (Autumn Sonata) è la sua ultima interpretazione per il cinema. Considerata una prova di recitazione tra la sue migliori, per questa riceverà la sua settima nomination agli Oscar.
Nel 1980, mentre la malattia dà i segni della sua ripresa, pubblica un libro di memorie scritto assieme ad Alan Burgess: "Ingrid Bergman - La mia storia". Nel 1981 recita per la televisione nel suo ultimo lavoro, una biografia del primo ministro israeliano Golda Meir, per la quale riceverà un premio Emmy postumo (1982) come "migliore attrice".
Il 29 agosto 1982 a Londra, nel giorno del suo 67° compleanno, Ingrid Bergman muore. La salma viene cremata in Svezia e le ceneri vengono sparse insieme a dei fiori sulle acque nazionali; l'urna, oggi vuota, che le conteneva, si trova al Norra Begravningsplatsen (cimitero settentrionale) di Stoccolma.
Della sua modestia, Indro Montanelli ebbe modo di dire: "Ingrid Bergman è forse la sola persona al mondo che non consideri Ingrid Bergman un'attrice completamente riuscita e definitivamente arrivata".

lunedì 28 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 agosto.
Il 28 agosto 1963 Emily Hoffert e Janice Wylie vengono assassinate nel loro appartamento di Manhattan.
Il 28 agosto 1963 è normalmente ricordato come il giorno della storica marcia a Washington di Martin Luther King, e del suo discorso "I have a dream". Ma lo stesso giorno, due giovani donne in carriera, Janice Wylie e Emily Hoffert, furono brutalmente assassinate nel loro lussuoso appartamento nell'Upper East Side di Manhattan. Ciò portò a una serie di eventi che sconvolsero la città e in particolare il Dipartimento di polizia di New York.
La stampa ribattezzò l'evento "gli omicidi delle donne in carriera", coinvolgendo il pubblico ogni giorno di più sulla vicenda a tal punto che i newyorkesi si resero conto che quanto accaduto stava cambiando la città.
Già nei primi anni 60 vi erano segnali evidenti che il crimine stava drammaticamente aumentando e i giornali, specialmente i tabloid, si nutrivano di queste paure. Persino il liberale New York Post stava dedicando ampio spazio alle storie di crimini, alla stessa stregua dei concorrenti tabloid.
Le indagini sui sensazionali omicidi delle donne in carriera rimasero in prima pagina per mesi, finchè un nuovo, ancor più sensazionale omicidio ne prese il posto in tutti i giornali del mondo: quello del 22 novembre 1963, quando il presidente John F. Kennedy venne assassinato a Dallas.
Se si esclude un unico articolo sul caso pubblicato nel marzo del 64 sul New York Herald Tribune intitolato "il  caso irrisolto numero uno della citta: chi ha ucciso le donne in carriera?", non venne più scritto nulla sugli omicidi fino al 64. Il silenzio si interruppe bruscamente alle 3.30 del 25 aprile 1964, quando alla sala stampa di ogni quotidiano newyorkese venne inviato un bollettino che diceva:
"Un negro diciannovenne ha confessato di aver assassinato Janice Wylie ed Emily Hoeffert nel loro appartamento nell'East Side il 28 agosto scorso". Il bollettino aggiungeva che il sospettato era stato identificato come George Withmore Junior, ed era trattenuto nel 73esimo distretto della sezione di Brownsville a Brooklyn.
La scena al distretto, che rispecchiava il carattere fatiscente delle case intorno ad esso, era ovviamente caotica, con reporter, fotografi, giornalisti della radio e della TV che si accalcavano in una piccola stanza dove il capo dei detective Lawrence McKearney stava per tenere una conferenza stampa. All'interno della stanza vi era un ragazzotto diciannovenne malvestito, dalla faccia coperta di acne e un look confuso, spaventato e stranamente passivo che si guardava intorno dalla gabbia in cui era rinchiuso.
McKearney lesse un foglio, dando una precisa narrazione degli eventi. Disse ai giornalisti che Whitmore era stato arrestato il giorno prima perchè sospettato di un'aggressione a una donna a Brownsville. Dopo essere stato identificato dalla vittima, Whitmore aveva confessato l'aggressione, nonchè l'omicidio di un'altra donna a Brooklyn e, inoltre (ciò che tutti i giornalisti stavano aspettando), gli omicidi Wylie-Hoffert. McKearney aggiunse, non senza soddisfazione, "abbiamo l'uomo giusto, senza dubbio. Ci ha fornito dettagli che solo l'omicida poteva sapere".
McKearney svelò solo parte della confessione, rispondendo alle domande dei rumorosi giornalisti. Whitmore viveva a Wildwood, New Jersey, col padre separato; tuttavia veniva spesso a trovare la madre ed altri parenti a New York. Whitmore era un borseggiatore che aveva preso la metro fino a Times Square e poi aveva girovagato per la 88esima est. Secondo McKearney, il sospettato aveva deciso di vedere cosa c'era sul tetto del palazzo delle vittime e poi, preso da un impulso irrefrenabile, era entrato nel loro appartamento.
Sempre secondo McKearkey, Whitmore ammise che avendo trovato in casa le vittime, aveva usato una bottiglia di coca cola e tre coltelli, rompendo le lame di due di essi, per colpire e infilzare le donne e infine legare insieme i corpi coperti di sangue. Ammise inoltre di essersi lavato le mani prima di abbandonare l'appartamento grondante sangue, portandosi via anche parecchie fotografie, una delle quali gli venne trovata addosso al momento dell'arresto.
McKearney divenne evasivo quando i giornalisti gli chiesero se c'erano altre prove oltre alla confessione. Parlò della fotografia che si supponeva fosse stata rubata dalla scena del delitto e trovata in possesso di Whitmore, ma si rifiutò di mostrarla in quanto elemento di prova, e si dimostrò anche poco sicuro che si trattasse veramente della foto di una delle vittime. Aggiunse anche che non vennero rilevate impronte digitali del sospettato nell'appartamento poichè aveva usato i guanti per ucciderle. Palesemente stanco per essere stato alzato tutta notte e infastidito dall'atteggiamento dei giornalisti, quasi a considerare lui stesso un sospettato, McKearney ripetè esasperato quanto già detto in precedenza, che l'arrestato era sicuramente il colpevole in base alla conoscenza di fatti noti solo all'assassino e ad altre prove. La conferenza stampa si chiuse.
Tuttavia, a mente fredda, restavano alcune domande spinose:
Come e perchè Whitmore scelse quel quartiere, quel palazzo e quell'appartamento per scatenarsi?
Come mai non vi era alcuna prova nell'appartamento che riconducesse a lui, fatta eccezione per la fotografia?
Per quale motivo portava con sè dei guanti in agosto, visto che non aveva alcuna premeditazione per commettere il delitto?
In poche settimane cominciarono a girare notizie in città che vi erano problemi nel caso Whitmore, e che i detective del distretto di Manhattan, capitanati dal leggendario Frank Hogan, non avevano chiuso il caso e stavano anzi controllando meglio il sospettato. Le autorità di Brooklyn tentarono di mettere a tacere queste voci, sostenendo che erano alimentate dalla "gelosia" delle loro più famose controparti di Manhattan. Tentarono inoltre di portare a giudizio Whitmore per i due crimini di Brooklyn, convinte che in caso di condanna, non fosse nemmeno necessario processarlo per l'omicidio Wylie-Hoffert.
Nel frattempo i detective di Manhattan stavano controllando e ricontrollando ogni dettaglio. Li preoccupava la quasi totale mancanza di prove alla sua confessione, se si esclude la fotografia. Mostrarono la fotografia ad amici e parenti delle donne, e nessuno identificò Janice come soggetto della foto; si venne poi a sapere che essa rappresentava invece una ragazza di Wildwood, lo stesso paese di Whitmore. Inoltre trovarono testimoni che ricordavano di aver visto nel paese il sospettato, quel giorno in cui parlò Martin Luther King. Dunque i detective di Manhattan erano convinti che Whitmore avesse un alibi.
Alla fine fu trovato un drogato, che viveva a pochi isolati di distanza, come principale sospettato del duplice omicidio. Il 26 gennaio 1965 venne arrestato Richard Robles e furono fatte cadere tutte le accuse contro Whitmore. Robles venne condannato a vita e dopo alcuni anni Whitmore venne prosciolto anche dall'accusa di aggressione alla vittima di Brooklyn.
Gli eroi di questa storia sono naturalmente gli investigatori di Manhattan che hanno tentato di trovare la verità senza accontentarsi di avere un capro espiatorio, ma anche tutti quei giornalisti che con i loro reportage hanno sollevato dubbi sull'operato della polizia di Brooklyn, seguendo la migliore tradizione del giornalismo americano.
Furono scritti molti libri sul caso, incluso uno di Raab intitolato "Justice in the Back room", da cui fu tratto un film per la TV, "Gli omicidi Marcus-Nelson", nel quale Telly Savalas interpretava il tenente Theo Kojak. Il film portò poi alla serie televisiva di grande successo "Kojak", con lo stesso Savalas protagonista.


domenica 27 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 agosto.
Il 27 agosto 1896 fu combattuta, tra Inghilterra e Zanzibar, la guerra più breve della storia, durata meno di 40 minuti.
Nel 1890 Zanzibar diventava un protettorato britannico, con a capo dal 1893 il sultano Hamad Bin Thuwaini, che regnava sotto lo stretto controllo delle autorità coloniali inglesi.
Il sultano però moriva solo tre anni dopo, il 25 agosto del 1896, e in brevissimo tempo venne organizzato dall’ impero coloniale tedesco (che mirava a occupare Zanzibar) un colpo di Stato, facendo salire al trono il loro candidato Khalid Bin Bargash. L’ Impero britannico allora impose a questi di abdicare in favore del proprio designato, concedendo un ultimatum di 9 ore.
Bargash rifiutò l’imposizione inglese e dichiarò guerra.
Gli Zanzibariani si prepararono a difendere il palazzo del sultano con tutto ciò di cui disponevano: 2.800 uomini, un vecchio e scalcinato veliero da guerra e un cannonaccio di bronzo che non sparava da due secoli e mezzo.
Alle 9 del mattino del 27 agosto gli inglesi si presentarono con sole 5 navi da guerra al porto di Zanzibar, su cui si affacciava il palazzo. Un paio di colpi e il veliero-catapecchia fu affondato. Mezz’ ora di bombardamento al palazzo e gli Zanzibariani fuggivano impauriti da tutte le parti, mentre Bargash chiedeva asilo politico al consolato tedesco. Fu catturato poco tempo dopo.
Secondo alcune fonti la guerra durò 36 minuti.
Ripreso il controllo, le autorità britanniche pretesero addirittura dal governo di Zanzibar il rimborso delle cannonate usate quel giorno.

sabato 26 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 agosto.
Il 26 agosto 55 a.C., dopo essersi assicurato la sottomissione dei germanici e dei galli, Giulio Cesare invade la Britannia.
Caio Giulio Cesare nacque a Roma nel 100 a.C. Faceva parte dell'antichissima e nobile "gens Julia", discendente da Julo, figlio di Enea e, secondo il mito, a sua volta figlio della dea Venere.
Era anche legato al ceto plebeo, in quanto sua zia Giulia aveva sposato Caio Mario.
Finiti gli studi, verso i sedici anni, partì con Marco Termo verso l'Asia, dove era in corso una guerra. In Oriente conobbe Nicomede, re di Bitinia, dove si fermò per quasi due anni.
Tornato a Roma diciottenne, Cesare sposò, per volere del padre, Cossuzia, ma alla morte di questi, la rinnegò per prendere in moglie la bella Cornelia, figlia di Cinna, luogotenente di Mario, scatenando così l'ira del potente dittatore Silla, che per altro aveva intuito le qualità del giovane. Le disposizioni del tiranno prevedevano che Cesare ripudiasse la moglie Cornelia, in quanto figlia di uno dei capi del partito democratico. Cesare si rifiutò: la cosa gli costò la condanna a morte e la confisca della dote della moglie; la condanna in seguito, su intervento di amici comuni, fu mutata in esilio.
Esiliato appunto in Oriente, vi fece importanti esperienze militari, per terra e per mare. Rientrato nuovamente a Roma nel 69, intraprese il cosiddetto "cursus honorum": venne eletto alla carica di questore, grazie ai voti acquistati con il danaro prestatogli da Crasso. La carica gli fruttò il governatorato e un comando militare in Spagna, dove per un po' di tempo fronteggiò i ribelli, tornando poi in Patria con la fama di ottimo soldato e amministratore. Tre anni dopo fu nominato propretore in Spagna ma, pieno di debiti, poté partire solo dopo aver saldato tutti i contenziosi, cosa che fece grazie ad un prestito del solito Crasso. Divenne inoltre Pontefice Massimo nel 63 e pretore nel 62.
In Spagna sottomise quasi del tutto gli iberici, riportò un bottino enorme e il senato gli concesse il trionfo, a causa del quale Cesare doveva ritardare il ritorno a Roma. In questo modo gli veniva impedito di presentare la sua candidatura al consolato, infatti la candidatura non poteva essere presentata in assenza del candidato. Cesare andò ugualmente a Roma, lasciando l'esercito fuori dalla città.
Qui, strinse accordi di alleanza con il suo finanziatore Crasso e con Pompeo, in quel momento politicamente isolato: si formò allora un patto a tre, di carattere privato, consolidato da un solenne giuramento di reciproca lealtà , che aveva come fine, attraverso una opportuna distribuzione di compiti, la completa conquista del potere (luglio del 60). Il patto è conosciuto con il nome di "Primo Triumvirato".
Nel frattempo, i legami con Pompeo erano stati stretti attraverso il matrimonio di quest' ultimo con Giulia, figlia di Cesare. Per l'anno 58, alla fine del suo mandato, Cesare fece eleggere come suoi successori Gabinio e Pisone; del secondo sposò la figlia Calpurnia, in quanto aveva divorziato dalla terza moglie, Pompea, a seguito di uno scandalo in cui era rimasta coinvolta. Nello stesso periodo chiese e ottenne il consolato della Gallia.
Cesare aveva scelto le Gallie a ragion veduta: egli sapeva di aver bisogno, per poter aspirare al supremo potere, di compiere gesta militari di grande importanza e, soprattutto, di forte impatto. Le Gallie, da questo punto di vista, gli avrebbero appunto offerto l'occasione di conquistare territori ricchi di risorse naturali e di sottomettere un popolo ben noto per le proprie virtù militari e, per questo, molto temuto.
I fatti confermarono pienamente i calcoli di Cesare. Anzi, riuscì ad ottenere risultati che andavano al di là di quanto egli stesso avrebbe mai osato sperare. Le vicende belliche gli offrirono oltretutto l'occasione di costituire un fedelissimo esercito personale e di assicurarsi fama imperitura e favolose ricchezze. Fu in particolare la fase finale del conflitto, quando dovette domare una ribellione capeggiata dal principe Vercingetorige, a mettere in risalto le straordinarie capacità militari di Cesare, che riuscì a sbaragliare il nemico nel proprio territorio e a fronte di perdite ridotte al minimo per i romani.
La campagna militare, cominciata nel 58 a.C. e conclusa nel 51 a.C., fu minuziosamente - e magnificamente - narrata dallo stesso Cesare nei suoi Commentari (il celebre "De bello gallico").
Morto Crasso, sconfitto e ucciso a Carre (53 a.C.) nel corso di una spedizione contro i parti, il triumvirato si sciolse. Pompeo, rimasto solo in Italia, assunse pieni poteri con l'insolito titolo di "console senza collega" (52 a.C.). All'inizio del 49 a.C., Cesare rifiutò di obbedire agli ordini di Pompeo, che pretendeva, con l'appoggio del senato, che egli rinunciasse al proprio esercito e rientrasse in Roma come un semplice cittadino. In realtà Cesare rispose chiedendo a sua volta che anche Pompeo rinunciasse contemporaneamente ai propri poteri, o, in alternativa, che gli fossero lasciate provincia e truppe fino alla riunione dei comizi, davanti ai quali egli avrebbe presentato per la seconda volta la sua candidatura al consolato. Ma le proposte di Cesare caddero nel vuoto: prese allora la difficile decisione di attraversare in armi il Rubicone, fiume che delimitava allora l'area geografica che doveva essere interdetta alle legioni (fu in questa occasione che pronunciò la famosa frase: "Alea iacta est", ovvero "il dado è tratto").
Era la guerra civile, che sarebbe durata dal 49 al 45. Anch'essa fu molto ben raccontata da Cesare, con la consueta chiarezza ed efficacia, nel "De bello civili" Varcato dunque il Rubicone, Cesare marciò su Roma. Il senato, terrorizzato, si affrettò a proclamarlo dittatore, carica che mantenne fino all'anno seguente, quando gli fu affidato il consolato. Pompeo, indeciso sul da farsi, si rifugiò in Albania. Fu sconfitto a Farsalo, nel 48 a.C., in una battaglia che probabilmente è il capolavoro militare di Cesare: quest'ultimo, con un esercito di ventiduemila fanti e mille cavalieri, tenne testa vittoriosamente ai cinquantamila fanti e ai settemila cavalieri schierati da Pompeo, perse soltanto duecento uomini, ne uccise quindicimila e ne catturò ventimila.
Pompeo fuggì in Egitto, dove venne assassinato dagli uomini di Tolomeo XIV, il quale credeva in tal modo di ingraziarsi Cesare. Cesare, invece, che aveva inseguito l'avversario in Egitto, inorridì quando gli presentarono la testa di Pompeo. In Egitto Cesare si trovò nella necessità di arbitrare un'intricata disputa su problemi di successione e conferì il trono all'affascinante Cleopatra, con la quale ebbe un'intensa storia d'amore (ne nacque un figlio: Cesarione).
Nel 45 - ormai padrone assoluto di Roma - fece solenne ingresso nell'Urbe, celebrando il suo quinto trionfo. Da quel momento in poi Cesare detenne il potere come un sovrano assoluto, ma con l'accortezza di esercitarlo nell'ambito dell'ordinamento repubblicano. Infatti, si guardò bene dall'attribuirsi nuovi titoli, facendosi invece concedere e concentrando nelle proprie mani i poteri che, normalmente, erano divisi tra diversi magistrati. Ottenne pertanto un potere di fatto dittatoriale (prima a tempo determinato e poi, forse dal 45 a.C., a vita), cui associò come magister equitum l'emergente Marco Antonio. Non meno importanti furono la progressiva detenzione delle prerogative dei tribuni della plebe, dei quali Cesare assunse il diritto di veto e l'inviolabilità personale, e l'attribuzione del titolo permanente di imperator (comandante generale delle forze armate) nel 45 a.C.
Infine, alla sua persona furono attribuiti onori straordinari, quali la facoltà di portare in permanenza l'abito del trionfatore (la porpora e l'alloro), di sedere su un trono aureo e di coniare monete con la sua effigie. Inoltre, al quinto mese dell'antico anno venne dato il suo nome (luglio = Giulio) e nel tempio di Quirino gli fu eretta una statua: sembra che Cesare vi fosse venerato come un dio sotto il nome di Jupiter- Iulius.
Nel periodo che va dal 47 al 44 a.C. Cesare attuò varie riforme, molte delle quali contenevano gli elementi cardine del futuro principato, tra cui la diminuzione del potere del senato e dei comizi. Dal punto di vista economico promosse alcune riforme a favore dei lavoratori agricoli liberi, riducendo il numero di schiavi e fondando colonie a Cartagine e a Corinto; promosse numerose opere pubbliche e la bonifica delle paludi pontine; introdusse inoltre la riforma del calendario, secondo il corso del sole e non più secondo le fasi della luna.
I malumori contro un personaggio di così grandi capacità e ambizioni, in Roma, non si erano mai sopiti. Vi era, ad esempio, il timore che Cesare volesse trasferire a un successore i poteri acquisiti (aveva adottato Ottaviano, il futuro imperatore Augusto), e nel contempo si riteneva inevitabile, o per lo meno altamente probabile, una deriva monarchica dell'avventura umana e politica di Giulio Cesare. Per questo, negli ambienti più tradizionalisti e nostalgici dei vecchi ordinamenti repubblicani fu ordita una congiura contro di lui, guidata dai senatori Cassio e Bruto, che lo assassinarono il 15 marzo del 44 a.C. (passate alla storia come le "Idi di marzo").
Tra gli innumerevoli ritratti che di lui ci sono stati conservati, due sono particolarmente significativi, ossia quello relativo al suo aspetto fisico, tracciato da Svetonio (nelle "Vite dei Cesari"), e quello morale, tracciato dal suo grande avversario Cicerone in un passo della seconda "Filippica". Ecco quello di Svetonio: "Cesare era di alta statura, aveva una carnagione chiara, florida salute[...] Nella cura del corpo fu alquanto meticoloso al punto che non solo si tagliava i capelli e si radeva con diligenza, ma addirittura si depilava, cosa che alcuni gli rimproveravano. Sopportava malissimo il difetto della calvizie per la quale spesso fu offeso e deriso. Per questo si era abituato a tirare giù dalla cima del capo i pochi capelli[...] Dicono che fosse ricercato anche nel vestire: usava infatti un laticlavio frangiato fino alle mani e si cingeva sempre al di sopra di esso con una cintura assai lenta".
Non meno incisivo quello di Cicerone: "Egli ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l'aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l'era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch'era stata libera, l'abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione".

venerdì 25 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 agosto.
Il 25 agosto 1867 muore Michael Faraday.
Fisico e chimico, nato da una povera famiglia che non poteva neanche permettersi di pagare l'istruzione di base per i figli, Michael Faraday è un personaggio unico nella storia della scienza, un germoglio cresciuto in un terreno arido che ha trovato da solo, dentro se stesso, le risorse per emergere.
Del tutto autodidatta ha saputo raggiungere, nonostante il suo handicap iniziale, vette altissime nel campo della ricerca chimica e fisica, grazie alla sua insaziabile curiosità scientifica e alla rara abilità pratica di cui era dotato. Non è esagerato dire che probabilmente Faraday è il maggior fisico sperimentale mai vissuto.
Nasce a Newington, nella regione del Surrey, in Inghilterra, il 22 settembre 1791; l'infanzia è stata davvero tra le più povere e sfortunate, ma la sua enorme forza di volontà lo ha sempre salvato dal cadere nell'indifferenza intellettuale o, peggio, nella cupa disperazione. Assunto giovanissimo come apprendista rilegatore, non trova di meglio che passare le sue (poche) ore libere nel leggere alcuni dei volumi che gli passavano per le mani.
Un articolo sull'elettricità pubblicato sull'Enciclopedia Britannica lo colpisce in modo particolare, tanto da convincerlo a dedicare la sua vita alla scienza. Si rivolge a Sir Humphrey Davy, direttore della Royal Institution di Londra, per un posto di lavoro, il quale lo prende effettivamente con sé in qualità di assistente di laboratorio.
L'abilità pratica di Michael Faraday si sviluppa così rapidamente che ben presto sembra "dare dei punti" al suo pur ottimo mèntore: un aspetto che non mancò di creare fra i due, purtroppo, degli spiacevoli dissapori (Davy non accettava di essere superato da un così accademicamente sprovveduto allievo).
La fama di Faraday come eccellente chimico si sparge in gran fretta, procurandogli numerosi incarichi da parte dell'industria chimica, all'epoca sviluppata solo in fase embrionale. In particolare un gran parlare si fece della sua scoperta di come isolare il benzene, un metodo che gli aprì le porte di numerosi laboratori industriali.
Più tardi si occupò di ioni in soluzione, scoprendo così le leggi che governano l'elettrolisi. E' il risultato scientifico che lo farà entrare nella Storia.
Da qui discendono gli altri suoi celebri contributi alla scienza, come la legge dell'induzione e lo sviluppo di un prototipo di generatore elettrico, creato sperimentalmente inserendo un magnete in una bobina.
Dal punto di vista fisico Faraday fu dunque il primo a sviluppare l'idea dei campi elettrici e magnetici. Il fatto curioso è che non avendo sufficienti nozioni di matematica per trattare teoricamente i problemi di campo, nel suo monumentale lavoro, "Ricerche sperimentali sull'elettricità", non si azzardò ad inserire neppure un'equazione. Tuttavia queste osservazioni sono così giuste e di tale e fondamentale importanza che successivamente un grande fisico dell'Ottocento come James Clerk Maxwell, le usò come base per le sue famose equazioni che descrivono per l'appunto il campo elettromagnetico.
Per questo motivo Albert Einstein una volta disse che Faraday ebbe nei confronti di Maxwell la stessa relazione nello sviluppo dell'elettromagnetismo che Galileo ebbe con Newton nello sviluppo della meccanica.
Carattere disinteressato e puro, dallo stile di vita estremamente sobrio, Faraday respinse in vita tutti quegli onori e quelle possibilità di ricchezza che la sua posizione facevano meritatamente sperare. In parte ciò è dovuto alla sua costante devozione nei confronti della ricerca scientifica, in parte ad alcune radicate convinzioni religiose.
Così successe che se rifiutò la presidenza della Royal Society di Londra (e anche la sola idea di farne parte come semplice membro), di converso aderì all'oscura setta dei sandemanisti.
Michael Faraday morì il 25 agosto 1867, nella più completa semplicità di mezzi, e fedele fino all'ultimo al suo rigoroso stile di vita.

giovedì 24 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Il 24 agosto 1862 la Lira Italiana diventa la moneta unica del regno d'Italia.
Prima dell’Unità d’Italia ogni Stato disponeva della propria valuta e la situazione era una vera e propria “Babele delle monete”. Esistevano diversi sistemi coniati dai vari Stati ed era difficile, nelle contrattazioni, stabilire l’esatto valore dell’affare. In totale circolavano 236 monete metalliche (92 del sistema legale, 144 invece erano “libere”). Molte province romane e venete disponevano di un proprio “soldo” ed in ordine alfabetico le monete presenti erano: baiocco, carantano, carlino (il giornale  emiliano prese il nome dalla moneta), doppia, ducato, fiorino, franceschino, francescone, lira, lirazza, marengo, onza, paolo, papetto, piastra, quattrino, scudo, soldo, svanzica, tallero, tarì, testone. A questi vanno aggiunti la doppia usata a Genova, Modena e Parma, ma il valore era diverso rispetto a quello monetario. Nei dialetti locali di molte regioni italiane i nomi di queste monete esistono ancora, specialmente per il bestiame sui mercati.
Le monete italiane nascono dal sistema monetario introdotto nel 1861 nel Regno d'Italia da Vittorio Emanuele II per unificare i vari sistemi utilizzati nei diversi stati italiani pre-unitari. La struttura ricalca l'ordinamento decimale introdotto in Francia nel 1793 a seguito della Rivoluzione Francese, che sostituiva il sistema duodecimale monometallico introdotto in Francia da Carlo Magno nel 779, basato sulla libra (o lira) d'argento da 409 g, con i tagli a 20 soldi o 240 denari, quest'ultimi pari a 1,7 g d'argento. Analogo a quello francese era il sistema introdotto contemporaneamente in Inghilterra nel Regno di Mercia dal re sassone Offa, con una sterlina suddivisa in 20 scellini ed uno scellino corrispondente a 12 pence;  quest'ultimo sistema venne abbandonato solo nel 1971.
L'effettivo impiego del sistema decimale avviene nel 1803 con l'emissione del franco da parte di Napoleone Bonaparte che, a seguito delle sue campagne belliche, lo diffonde in tutta l'Europa continentale. Nel 1816 il sistema decimale viene adottato dai Savoia nel Regno di Sardegna, preludio al suo utilizzo per le monete italiane del futuro Regno d'Italia. La moneta base in questo sistema è la lira, con una valore pari a quello del franco corrispondente a 4,5 g d'argento o 0,29 d'oro, dato il rapporto allora esistente tra il valore dell'oro e dell'argento di 1:15,5. Usando per l'argento un titolo di 900/1000 ne deriva 1 lira d'argento di 5 g, con i suoi multipli e sottomultipli. D'altra parte, alle 5 lire d'argento da 25 g, si affianca una moneta da 5 lire d'oro da 1,61g.
Il mantenimento del rapporto 1:15,5 tra oro e argento per le monete italiane risulta difficoltoso a causa delle oscillazioni del valore dei due metalli. Per porre rimedio a questo fenomeno, nel 1865 a Parigi viene creata l'Unione Monetaria Latina tra Francia, Italia, Belgio e Svizzera, con il successivo ingresso della Grecia e l'adesione non formale di Austria e Spagna. Il risultato più evidente dell'unione è la coniazione di monete simili con lo stesso valore intrinseco per i franchi francesi, belgi, svizzeri, lire italiane e dracme greche, con una semplificazione degli scambi internazionali ed una stabilizzazione dei cambi. L'unione entra in crisi alla fine degli anni settanta e viene sciolta nel 1926 per la difficoltà di mantenimento del rapporto tra argento ed oro e la progressiva trasformazione dei sistemi monetari verso la convertibilità del denaro in oro seguendo l'esempio del modello inglese (goldstandard), convertibilità mantenuta per la lira fino al 1914, alle soglie della prima guerra mondiale. A causa della crisi economica che seguì il primo conflitto mondiale, anche la convertibilità in oro venne poi abbandonata per passare al valore legale delle monete, cioè con un valore delle monete garantite dallo Stato invece che legato alla quantità di metallo prezioso in esse contenuto.
Con Umberto I inizia la coniazione di monete italiane per le colonie, con i primi i talleri italiani del 1890, seguiti da quelli di Vittorio Emanuele III del 1918.
Alla fine della seconda guerra mondiale e con la caduta della monarchia, nel 1946 inizia la coniazione delle lire della Repubblica Italiana, monete rimaste in circolazione fino al 1 gennaio 2002 con l'introduzione dell'euro come moneta unica dell'Unione Europea.

mercoledì 23 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 agosto.
Il 23 agosto 1839 la Gran Bretagna conquista Hong Kong per farne un quartiere generale nella lotta contro la dinastia cinese Qing.
Hong Kong ha una storia relativamente recente. All'inizio dell'ultima dinastia cinese, l'impero Qing (1644-1911), Hong Kong era una semplice ma gia fertile isola di pescatori a sud dell'immenso Impero Cinese. Durante il sedicesimo secolo la Gran Bretagna aveva gia fiutato l'importanza di quel porto, situato in un punto strategico, ma fino al 1842, anno di aquisizione dei territori, dovette accontentarsi di svolgere i propri affari nella colonia portoghese di Macao non molto distante dall'isola di Hong Kong.
Nel diciottesimo secolo i rapporti tra Cina e Gran Bretagna si intensificarono notevolmente, ma ancora a scapito della super potenza europea perché il vantaggio commerciale in quegli anni era quasi tutto cinese che riusciva ad esportare merci come te, porcellane, seta richiestissime in europa. Questo fece si che nel 1810 Napoleone Bonaparte impose il cosiddetto "blocco continentale" che impediva quasi tutte le importazioni dalla Cina.
Durante il blocco continentale, la Compagnia delle Indie, riuscì a scovare una merce di poco ingombro e di molto valore: l'oppio.  L'imperatore cinese dell'epoca, Jia Qin e poi il figlio suo successore, Dao Guang, misero al bando il traffico dell'oppio, ma nonostante il divieto di esportare, il mercato dell'oppio crebbe in maniera smodata fino a quasi metà del 1800. Il 1839 è l'anno dello scoppio della prima guerra dell'oppio che terminerà tre anni dopo nel 1842. La causa scatenante fu la distruzione di circa 20.000 casse d'oppio destinate al commercio europeo perpetuata da Lin Zexu, all'epoca soprintendente di Canton. Nel 1842, data in cui viene scritta una delle pagine più umilianti della storia cinese, venne stilato il trattato di Nanchino nel quale il capitano Charles Elliot chiese la cessione perpetua di un isolotto. Fu cosi che Hong Kong divenne formalmente un possedimento britannico nell'agosto dello stesso anno. La "tregua" durò poco piu di una decina d'anni, nel 1856 ci fu, infatti, lo scoppio della seconda guerra dell'oppio che finì nel 1860. Questo secondo conflitto diede agli inglesi la penisola di Kowloon e piu tardi il territorio a nord della stessa penisola.
Hong Kong nel frattempo cominciava la sua ascesa a porto mercantile più importante e famoso del mondo. Fino al 1930 l'esportazione dell'oppio rimase comunque una delle maggiori fonti di reddito. Il 25 dicembre 1941 ci fu l'invasione dell'isola di Hong Kong da parte dei giapponesi. L'occupazione finì nel 1946 quando l'isola ritornò sotto il potere britannico. Il ritorno inglese fu segnato però dalla firma di un nuovo accordo di concessione che avrebbe riconsegnato Hong Kong agli inglesi solo per 99 anni e non piu in modo perpetuo. La rivoluzione culturale di Mao Zedong spinse, nel 1949, moltissimi cinesi continentali verso sud ed inevitabilmente verso Hong Kong. In questi anni crebbe "l'impero" manufatturiero e finanziario che trasformò l'isola nel successo economico che è tutt'ora.
Nel 1967 la Rivoluzione Culturale che stava devastando la Cina continentale arrivò fino alla colonia britannica guidata dalle sue famose guardie rosse. Superato anche questo periodo buio della storia cinese, Hong Kong continuò la sua crescita finanziaria e di popolazione in maniera assidua e senza intoppi fino al 1980 quando governi Cinesi e Britannici si riunirono per decidere a tavolino una volta per tutte cosa sarebbe stato di Hong Kong una volta finiti i 99 anni di possedimento coloniale. Nel 1984 la Gran Bretagna firmò un accordo nel quale si impegnava a restituire tutta la colonia. L'accordo conteneva inoltre la clausola del "un paese, due sistemi". Hong Kong sarebbe diventata la "Regione amministrativa autonoma della Cina, SAR" ed avrebbe mantenuto il proprio sistema sociale, economico e giuridico fino al 2047. Il 1988 Pechino approvò una legge speciale che diede ad Hong Kong la libertà di parola, commercio e diritti di proprietà. Il Primo luglio 1997 è una data storica per la Cina, segna i l ritorno dell'isola di Hong Kong alla Cina. Il ricongiungimento non fu facile e Hong Kong dovette affrontare non poche tempeste tra le quali una forte crisi economica dovuta alla mancanza di autonomia e allo scoppio del focolaio di SARS che fece centinaia di vittime.

martedì 22 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 agosto.
Il 22 agosto 1953 la Francia abbandona definitivamente il penitenziario sull'Isola del Diavolo.
 L'Isola del Diavolo (in francese: Île du Diable) è la più piccola e la più settentrionale delle Isole du Salut, al largo della costa della Guyana Francese.
 L'isola si estende su di una superficie di 14 ettari e fino al 1946 fu una famosa colonia penale francese. L'isola, prevalentemente rocciosa e coperta di palme, nel suo punto più alto raggiunge i 40 metri d'altezza.
 Il penitenziario venne aperto per la prima volta nel 1852 dal governo di Napoleone III e divenne una delle più sinistramente famose prigioni della storia. Oltre che sull'isola, alcuni edifici che servivano per l'amministrazione penitenziaria erano dislocati sulla terraferma, a Kourou. Col tempo, la prigione divenne famosa nel mondo col nome dell'isola, mentre in Francia era nota come bagne de Cayenne, essendo Cayenne il capoluogo della Guyana Francese.
 Il 30 maggio 1854 venne approvata una legge secondo la quale i detenuti dovevano restare nella Guyana Francese, dopo il loro rilascio, per un tempo uguale a quello passato ai lavori forzati; per coloro che avevano scontato pene superiori agli otto anni, la legge prevedeva che sarebbero dovuti rimanere per il resto della loro vita. A questi prigionieri veniva assegnato un terreno in cui insediarsi. Col tempo, i detenuti vennero divisi in diverse categorie a seconda del reato commesso o della pena da scontare.
 Nel 1885 la legge venne ulteriormente inasprita: anche i condannati recidivi, pur se per reati minori, venivano spediti all'Isola del Diavolo. Nella prigione venne mandato anche un piccolo gruppo di donne, detenute in altre carceri, con l'intenzione che si sposassero con gli uomini liberati e costretti a restare in Guyana Francese. La pratica si rivelò piuttosto fallimentare e venne interrotta a partire dal 1907.
 Nel 1938 il governo francese smise di mandare prigionieri al carcere dell'Isola del Diavolo, e nel 1952 la prigione chiuse definitivamente. La maggior parte di coloro che vi erano ancora detenuti scelsero di tornare in Europa, mentre una piccola minoranza decise di rimanere nella Guyana Francese.
L'Isola del Diavolo ci riporta alla storia autobiografica di Henri Charrière, detto Papillon (per via di una farfalla tatuata sul petto), condannato nel 1931 ai lavori forzati per un omicidio, del quale si proclamò sempre innocente; fu imprigionato nel bagno penale della Guyana Francese, dalla quale tentò numerose fughe dai risvolti drammatici. Tentò la prima fuga appena 42 giorni dopo essere arrivato nella Guyana Francese.
 Venne riacciuffato. In tredici anni di prigionia tentò nove fughe. L'ultima evasione, dall'isola del Diavolo, lo portò fino in Venezuela, dove riuscì a stabilirsi, e a vivere da uomo libero al fianco della sua compagna Rita.
 Nel 1967 un terremoto distrusse il night club che aveva aperto a Caracas (Venezuela) e questo fatto lo spinse a scrivere un libro di memorie, Papillon. Rimangono dei buchi nella sua storia; in particolare per quanto riguarda gli ultimi sei anni della sua vita; nulla si sa, inoltre, riguardo alla sorte di sua moglie e sua figlia.
 Ha segnato un'epoca e gli animi di migliaia di lettori il suo libro, nel quale ripercorre tutta la sua avventura sino all'epilogo finale. La storia descrive le terribili condizioni e gli abusi che i carcerati di quell'epoca erano costretti a subire. Dal libro è tratto l'omonimo film, del 1973, interpretato da Steve McQueen e Dustin Hoffman. Il film è comunque solo una breve e non molto accurata ricapitolazione delle sue avventure.
Esiste, anche se difficilmente reperibile, un secondo libro (Banco), ove si narra la vita del protagonista negli anni successivi alla fuga che gli ha ridato la libertà. Charrière compare in un film del 1970 intitolato Fuori il malloppo, conosciuto anche come "Popsy Pop", con Claudia Cardinale.
 Negli anni settanta, in seguito all'uscita del film, si sono alzate voci che hanno messo in dubbio la veridicità del racconto. In particolare, Charles Brunier, detenuto che aveva conosciuto Charriére au bagne in Guyana, sostenne che Papillon riprendesse i rocamboleschi tentativi di fuga tentati da lui e da René Belbenoit. Quest'ultimo, morto nel 1959, pubblicò negli Stati Uniti un resoconto della propria vita carceraria e da evaso, Dry Guillotine (1938), che conobbe un grande successo (oltre un milione di copie vendute).
Nonostante tutto Papillon, detto Papi, rimane nell'immagnario collettivo l'uomo della Fuga, l'oppositore irriducibile all'istituzione che perverte, l'eroe sovraumanamente alla ricerca della libertà.


lunedì 21 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la cosiddetta "battaglia di Piazza Duomo", nella quale Garibaldi conquistò Reggio Calabria durante l'impresa dei 1000.
L’importanza che, per il buon andamento dell’impresa garibaldina, ebbe la conquista di Reggio, è ricordata da Garibaldi stesso nelle sue memorie. Determinante fu infatti da un punto di vista strategico, fiaccò nello spirito la difesa borbonica e fu di buon auspicio per l’altra fondamentale vittoria di Soveria Mannelli.
Essendo previsto dai borbonici lo sbarco a Reggio dei garibaldini, reduci dalla gloriose giornate siciliane di Calatafimi, Palermo e Milazzo, Garibaldi scelse di giocare d’astuzia optando per una traversata più lunga dello Stretto e attraccando sulle spiagge di Melito nella mattina del 19. Le imbarcazioni battevano bandiera statunitense col chiaro intento di non destare sospetti. A questo punto si registrò un tentativo di difesa da parte delle truppe borboniche, accorse, seppur tardivamente, in difesa di quel tratto di costa. Lo scontro causò l’incendio di una delle navi utilizzate per lo sbarco, la Torino, nonché la perdita di alcuni tra i garibaldini appena sbarcati.
Pare che il Comune di Melito Porto Salvo si stia occupando del ripescaggio del legno affondato; operazione che porterà nuovi reperti al Museo e Sacrario garibaldino, inaugurato nel 2010.
Completato lo sbarco le colonne garibaldine iniziarono il lento avvicinamento verso Reggio, sostando nella giornata successiva presso l’abitato di Pellaro. La sera del 20, dopo aver preso contatto con il suo ufficiale Giuseppe Missori e il patriota calabrese Benedetto Musolino, artefici dodici giorni prima di un fallito tentativo di impossessarsi del forte dell’Altafiumara, ed in conseguenza di ciò rifugiatisi in Aspromonte con l’intento di aspettare che i garibaldini giungessero dalla Sicilia, Garibaldi ed il neo promosso Maggiore Generale Bixio, decisero di muovere alla volta di Reggio.
Dal territorio di Ravagnese si passò al rione Modena, dove le truppe si separarono in due colonne: una tenuta ad entrare dal confinante rione S. Giorgio Extra, l’altra dal rione Crocefisso. Quest’ultima, giunta in prossimità di Porta San Filippo, antico accesso alla città da sud, trovò le sentinelle borboniche chiedere loro la parola d’ordine. Le Camicie Rosse risposero sprezzanti “Viva Garibaldi”, quelle regie fecero fuoco inneggiando a Re Francesco II. Dopo l’episodio sulla spiaggia di Melito questo secondo scontro a fuoco preannunciava il finale resoconto, allorché le truppe regie si asserragliarono nei pressi del Duomo per l’ultima resistenza. A presidio della città era posto il 14° Reggimento comandato dal Colonnello Dusmet, che in un primo momento ricevette ordine di schierarsi in prossimità del torrente Calopinace per poi disporsi, come si accennava, nella zona della Cattedrale.
Molto si è detto sulla presunta incapacità degli alti comandi borbonici circa i fatti di Reggio: manifesta disorganizzazione, accuse di tradimento o voluto atteggiamento “soft” nei confronti di una difesa in cui alcuni ufficiali non credevano abbastanza? E’ indubbio che vi furono dei valorosi tra i soldati borbonici come tra i garibaldini, uomini, prima che militari, che in buona fede abbracciarono le armi per senso del dovere e appartenenza.
E’ buio pesto, si combatte tra i vicoli antistanti la cattedrale e nella stessa piazza, in un clima di incertezza che riguarda i movimenti stessi da compiersi. Bixio, che guida il contingente garibaldino è ferito, forse da fuoco amico, al braccio sinistro. Si verifica la morte sul campo del Colonnello Dusmet, il Reggimento viene così affidato al Tenente Zattera.
La battaglia si protrae fino al mattino. Alte furono le perdite da una parte e dall’altra, in una battaglia che vide lo scontro corpo a corpo fin su i gradoni del Duomo. L’accerchiamento della piazza ad opera di Bixio e dei suoi uomini comportò il ritirarsi delle restanti truppe borboniche in direzione del castello dove avvenne la capitolazione delle forze regie. Nel frattempo Garibaldi si ricongiunge coi patrioti rifugiatisi sull’Aspromonte.
Era il pomeriggio del 21 agosto, Reggio, ormai conquistata, segnava la strada da seguire per quella che fu la cavalcata di unificazione del territorio nazionale.
La battaglia è ricordata a Reggio con la Via XXI agosto.

domenica 20 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 agosto.
Il 20 agosto 2008 in fase di decollo l'aereo del volo SpanAir 5022 prende fuoco. Si avranno 154 morti e 18 feriti.
Spanair, una sussidiaria di Scandinavian Airlines System, il 20 agosto del 2008 stava operando il volo JK5022 Madrid-Gran Canaria con un Boeing McDonnell Douglas MD-82, marche EC-HFP. Mentre si apprestavano a decollare, i piloti rilevarono un surriscaldamento di una delle sonde e rientrarono al parcheggio per un controllo tecnico più accurato. I tecnici della manutenzione resero la sonda temporaneamente inoperativa, così come previsto dalla Minimum Equipment List dell’aereo.
L’aereo si diresse nuovamente in pista per il successivo decollo, ma per una errrata configurazione l’aereo si schiantò uccidendo 154 persone, mentre i superstiti furono 18.
Il rapporto della CIAIAC (Comisión de Investigación de Accidentes e Incidentes de Aviación Civil) ha evidenziato come l’incidente sia stato causato da un’errata configurazione di flap e slat. Gli avvisi che avrebbero dovuto allertare l’equipaggio dell’errata configurazione  (TOWS) non rilevarono però alcuna anomalia.
Secondo il quotidiano El Pais, alcuni familiari delle vittime hanno intentato una causa contro Boeing direttamente negli Stati Uniti, piuttosto che in Spagna. Questo “spostamento” non ha avuto però successo, in quanto il giudice americano ha stabilito che, dal momento che l’incidente è avvenuto in Spagna, è lì che si deve tenere il processo e accertare le responsabilità. Il tribunale americano ha tenuto a precisare come sin dall’inizio Boeing abbia prodotto la documentazione richiesta e si sia messa a disposizione degli inquirenti, dichiarando di accettare e rispettare qualsiasi decisione giudiziaria della Corte.
Intanto, in Spagna, il tribunale provinciale di Madrid ha archiviato il procedimento penale a carico dei due tecnici che hanno disabilitato la sonda in quanto non imputabili dell’omicidio di 154 persone, individuando nell’errata esecuzione della check list del decollo e quindi nell’errata configurazione di flap e slat la causa della tragedia. Il tribunale ha stabilito che i parenti delle vittime devono rivalersi al tribunale commerciale di Barcellona, che contestualmente gestisce le pratiche relative al fallimento di Spanair, avvenuto nel 2012.

sabato 19 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 1738 nacque Antonio Cerati.
Nacque a Vienna dove il padre, conte Carlo, era consigliere dell'imperatore d'Austria Carlo VI. Tornato in Italia a pochi anni d'età, ricevette la prima istruzione nel Collegio dei Nobili di Modena, città dove ebbe molti amici e in cui tornò spesso. Si trasferì per qualche tempo a Milano, dove il padre fu senatore, poi proseguì gli studi a Parma, città d'origine della sua famiglia. Seguì i corsi di diritto civile e canonico ma, come riferisce Ireneo Affò, si costruì autonomamente un'istruzione anche nel campo filosofico e letterario.
Diventò professore di Diritto pubblico nello Studium Parmensis, ateneo precursore dell'Università di Parma, e nel 1778, su proposta del Paciaudi, fu nominato riformatore degli Studi e Preside della facoltà di filosofia. Dopo la morte di Aurelio Bernieri e del duca Ferdinando di Borbone, che gli era avverso, nel 1802 diventò Presidente dell'Università, carica che gli venne tolta durante il governo dei francesi ma che riebbe nel 1814 con la restaurazione del Ducato.
Viaggiò in molte città italiane. A Roma divenne amico di Vincenzo Monti e membro dell’Accademia dell'Arcadia col nome di Parmenio Dirceo, ma gli preferì sempre quello, ricevuto nella colonia degli Emonii, di Filandro Cretense, che compare nei frontespizi di molte sue opere. Fu molto amico del vescovo di Parma Adeodato Turchi, del quale scrisse una accurata biografia.
Fu membro del Collegio dei Giudici e scrisse moltissimo. Angelo Pezzana lo descrive come «uno dei più eruditi filologi e un fine scrittore di elogi fioriti e molto spontanei». Scrisse 61 opere edite e 27 inedite. Molte sue opere furono stampate dal Bodoni. Progettò anche di fondare un giornale, Lo Spettatore Italiano, sul modello dell'illustre The Spectator inglese.
Non si sposò mai e con lui si estinse la sua casata. La figlia di sua sorella Fulvia, Chiara Mazzucchini, sposò l'irlandese Philip Magawly, che diventò Presidente del Consiglio di Stato durante il governo della duchessa Maria Luigia. Nel 1808, poco dopo il matrimonio, Philip Magawly cambiò nome con quello di Filippo Magawly Cerati.
A Parma gli è intitolata via Antonio Cerati, una laterale di via Bernini nel quartiere San Pancrazio.


venerdì 18 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 agosto.
Il 18 agosto 1634 a Loudun, in Francia, viene bruciato per stregoneria Urbain Grandier.
La piccola cittadina francese di Loudun, situata nella regione Poitou-Charentes, divenne nel 1600 il teatro di uno degli episodi storici più oscuri e affascinanti. Un affaire in cui politica, sesso e fanatismo religioso sono mescolati assieme in un torbido e inquietante ritratto dell’Europa del tempo.
La Francia, all’epoca, era sotto lo scettro di Luigi XIII, ma soprattutto del Cardinale Richelieu, suo primo ministro. Il progetto politico di Richelieu era quello di rendere la monarchia assoluta, assoggettando i nobili e reprimendo qualsiasi ribellione in nome della “ragione di Stato” (che permette di violare il diritto in nome di un bene più alto); dal punto di vista religioso, inoltre, si era in pieno periodo di Controriforma, e Richelieu doveva fare i conti con il pressante problema degli Ugonotti calvinisti, i protestanti francesi. Per far fronte al dilagare dei riformisti, Richelieu era pronto a una guerra senza esclusione di colpi.
Loudun era una città in cui da tempo serpeggiava il protestantesimo, ma a farla finire nell’occhio del ciclone fu il canonico della chiesa di Sainte-Croix, padre Urbain Grandier. Prete coltissimo e controverso, teneva dei sermoni infiammati a cui accorrevano le folle anche dalle città vicine: le posizioni di Grandier erano sempre sul filo del rasoio, il suo spirito era rivoluzionario e anticonformista, e non temeva di contraddire o attaccare i canoni della Chiesa o Richelieu stesso.
Seduttore impenitente, Grandier aveva intrattenuto relazioni sessuali e affettive con diverse donne in maniera sempre più aperta e spavalda, fino ad arrivare a mettere incinta la figlia quindicenne del procuratore del Re. Dopo questo scandalo, incominciò una relazione con Madeleine de Brou, orfanella di nobile casata a cui egli faceva da guida spirituale; i due si innamorarono, e Urbain Grandier commise il primo dei suoi errori diplomatici. Avrebbe potuto mantenere nascosta la loro relazione, anche se in realtà le voci circolavano da mesi; invece, decise che avrebbe sposato Madeleine, in barba ai precetti della Romana Chiesa e della Controriforma. Scrisse un pamphlet intitolato Trattato contro il celibato dei preti, e in seguito officiò con la sua amata una messa di matrimonio, notturna e segretissima, in cui egli ricoprì il triplice ruolo di marito, testimone e prete. Arrestato, riuscì a vincere il processo e tornare a Loudun, ma le cose non si misero a posto così facilmente.
Qui entra infatti in gioco Jeanne de Belcier, priora del convento di Suore Orsoline di Loudun, chiamata anche suor Jeanne des Anges. Anima tormentata, dedita secondo la sua stessa autobiografia al libertinaggio nei primi anni di clausura e in seguito duramente repressa e ossessionata dal sesso, la madre superiora comincia ad avere delle fantasie erotiche su Urbain Grandier dopo aver sentito parlare delle sue avventure amatorie, nonostante non l’abbia mai conosciuto di persona. Gli propone quindi di diventare il confessore della comunità delle Orsoline, ma padre Grandier rifiuta. La scelta di Jeanne cade quindi su padre Mignon, un canonico nemico giurato di Grandier che comincia fin da subito a complottare contro il prete. Nei dieci anni successivi, assieme ad alcuni nobili della città (incluso il padre della giovane che Grandier aveva ingravidato), intenterà diversi processi contro Grandier, accusandolo di empietà e di vita debosciata.
Nel 1631 la tensione politica si innalza, perché Richelieu ordina che il castello di Loudun sia distrutto. Egli infatti aveva appena fondato, poco distante, una cittadina che portava il suo stesso nome, e non desiderava affatto che Loudun rimanesse un covo di Ugonotti, per di più fortificato. Urbain Grandier si oppose strenuamente all’abbattimento delle mura, scrivendo violenti pamphlet contro Richelieu e ponendosi quindi in aperto contrasto con le disposizioni del cardinale. Loudun diventò così una roccaforte sotto virtuale assedio delle guardie del Re, e a peggiorare le cose all’inizio del 1632 arrivò una terribile epidemia di peste a colpire la città.
Fu a partire da settembre di quell’anno che scoppiò il vero putiferio. Secondo gli storici Jeanne des Anges, la madre superiora del convento di Orsoline, era ancora fuori di sé per il rifiuto ricevuto da Grandier. Per vendicarsi, nel segreto del confessionale raccontò a padre Mignon che il prete aveva usato la magia nera per sedurla. Accodandosi a lei, diverse altre religiose dichiararono che il prete le aveva stregate, inviando loro dei demoni per costringerle a commettere atti impuri con lui. A poco a poco, le suore vennero prese da un’isteria collettiva. In una di queste crisi di possessioni demoniache, durante le quali le religiose si contorcevano in pose impudiche e urlavano oscenità e bestemmie, una suora fece il nome di Urbain Grandier.
Fino a pochi anni prima una dichiarazione rilasciata da una persona posseduta dal demonio non sarebbe stata ritenuta legalmente valida, in quanto proveniente dalla bocca del “padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ma il famoso caso delle possessioni di Aix-en-Provence del 1611, il primo nel quale la testimonianza di un indemoniato era stata accolta come prova, aveva creato un precedente.
Grandier venne processato e inizialmente rilasciato, ma non poteva finire lì. Richelieu non aspettava di meglio per mettere a tacere una volta per tutte questo prete scomodo e apertamente indisciplinato, e ordinò un nuovo processo, affidandolo stavolta a un suo speciale inviato, Jean Martin de Laubardemont, parente di Jeanne des Anges; impose inoltre una “procedura straordinaria”, così da impedire che Grandier potesse appellarsi al Parlamento di Parigi. Il prete sovversivo era stato incastrato.
Urbain Grandier venne rasato (alla ricerca di eventuali marchi della Bestia) e sottoposto a tortura, in particolare con il terribile metodo dello “stivale”. Si trattava di una delle torture più crudeli e violente, tanto che, a detta dei testimoni, tutti i membri del Consiglio che la ordinava invariabilmente chiedevano di andarsene appena iniziata la procedura. Le gambe dell’accusato venivano inserite fra quattro plance di legno strette e solide, fermamente legate con una corda: dei cunei venivano poi battuti a colpi di martello fra le due tavolette centrali, imprimendo così una pressione crudele sulle gambe, le cui ossa si frantumavano a poco a poco. I cunei erano di norma quattro per la “questione ordinaria”, cioè il primo grado di inquisizione.
Dopo la tortura, i giudici produssero alcuni documenti come prova dei patti infernali di Grandier. Uno dei documenti era in latino e sembrava firmato dal prete; un altro, praticamente illeggibile, mostrava una confusione di strani simboli e diverse “firme” di diavoli, incluso Lucifero stesso (“Satanas“).
A questo punto, Grandier venne dichiarato colpevole e condannato a morte. Ma prima, i giudici ordinarono che si procedesse con la “questione straordinaria”. Grandier fu sottoposto nuovamente a tortura, questa volta con otto cunei a stritolargli le gambe. Nonostante le sofferenze, rifiutò di confessare e continuò a giurare di essere innocente. Venne quindi bruciato sul rogo il 18 agosto 1634. Le possessioni demoniache andarono scemando, e terminarono nel 1637.
Jeanne des Anges, vittima di stigmate a partire dal 1635 e poi miracolosamente guarita, godette di crescente reputazione fino ad ottenere addirittura la protezione di Richelieu in persona, garantendo così prosperità al convento. Jean Martin de Laubardemont, l’inviato del cardinale, divenne famoso per aver convertito numerosi protestanti. Il clamore del caso dei demoni di Loudun portò nella città una nuova ondata di curiosi e visitatori che diedero nuova spinta all’economia e al commercio. Richelieu, una volta morto Grandier, riuscì nel suo intento di distruggere il castello.
La storia delle possessioni di Loudun è raccontata anche in un romanzo di Aldous Huxley, portato poi sullo schermo da Ken Russell nel suo capolavoro I Diavoli (1971), opera accusata di blasfemia, osteggiata, sequestrata e “maledetta”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile reperirne una copia non censurata.

giovedì 17 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1877 Henry McCarty spara e uccide (morirà il giorno dopo) un fabbro. Sarà la prima vittima di colui che in seguito divenne noto come Billy The Kid.
Henry McCarty è il vero nome di William Harrison Bonney Jr., meglio noto alla storia come Billy the Kid. Per via della mal curanza degli archivi di nascita della fine dello scorso secolo, nel leggendario Far West, di Billy the Kid si sa che nasce il 23 novembre a New York ma è di difficile lettura l'anno sui documenti per cui, fatta certa la data della sua morte per mano dell'amico-nemico Pat Garrett il giorno 14 luglio del 1881 presso Fort Summer nel New Messico, e sapendo che Billy aveva all'incirca 21 anni, l'anno di nascita potrebbe essere il 1859 o il 1860.
Attorno alla vita di Billy The Kid, probabilmente la più fraintesa figura storica del vecchio West, sono state create ballate, storie e leggende di ogni sorta, più o meno tendenziose, spesso non aderenti alla realtà, liberamente affidate al galoppare di sfrenate fantasie. La fonte principale da cui derivarono varie biografie, buone o cattive, è "The autentic life of Billy the Kid", diario dei fatti che proprio lo sceriffo Pat Garrett stilò di propria mano, affidando la stesura definitiva al giornalista Ash Upson.
Henry McCarty nasce negli "slums" irlandesi, nei quartieri più poveri di New York. Nel 1873 la madre, vedova, si risposa a Santa Fé con William H. Antrim, cognome che in qualche caso il ragazzo adotterà. Da adolescente Billy frequenta dubbie compagnie che lo inducono a furtarelli, procurandogli una temporanea reclusione. Nella prima evasione della sua vita scappa passando per la cappa di un camino.
Si allontana risolutivamente dalla casa materna e trascorre i primi anni alternando periodi di regolare lavoro presso fattorie a furti di bestiame.
Conduce una vita libera e selvatica. Figura di indole controversa: portato alla musica, buon parlatore e lettore, sensibile e brillante nei rapporti personali, di modi cortesi benché facile a scoppi d'ira, è un turbolento spirito libero.
La svolta decisiva nella sua vita arriva il 17 agosto 1877 in Arizona, quando fredda un prepotente che non accetta di perdere al gioco d'azzardo, specialità nella quale il giovane "vaquero" eccelle. Qui comincia una vita randagia, peregrinante, per pascoli e praterie, al di sopra della legge, forte di un codice morale tutto personale che esclude la rapina a treni e banche, lo stupro, l'omicidio (che non fosse dettato dalle necessità della legittima difesa), della ritorsione per un'azione uguale.
Vive la sua vita selvaggia, al di là del bene e del male. Assume il nome William H. Bonney - non si sa per quale ragione - e si congiunge nel New Mexico alla banda dei "Regolatori" ed è coinvolto nell'antica e sanguinaria faida fra "Ragazzi" e "Regolatori", durissimo conflitto che si protrae dal 1878 al 1879 nella contea di Lincoln.
Sir John Henry Tunstall, emigrato dall'Inghilterra nel 1876, è un allevatore che assume Billy alle proprie dipendenze, entra in concorrenza con Lawrence G. Murphy, commerciante senza scrupoli che, tramite malversazioni di ogni genere, si è costruito un piccolo impero. Le prepotenze di Murphy si esplicano in oscure trame che ingrassano i suoi guadagni di agente indiano per i Mescalero, cui fornisce carni e verdure. Controlla le proprietà altrui, traffica in bestiame rubato, forte di collusioni governative che gli garantiscono impunità.
Si circonda di "bandidos" pronti a difendere i suoi privilegi, primo fra tutti James J. Dolan, uomo con la mano sempre pronta sulla Colt. Tunstall, che non essendo un santo, si associa all'avvocato scozzese Alexander McSween, personaggio dal passato discusso e dalle mani in pasta per ciò che concerne il mondo dei cavilli legali. Il giovane possidente britannico fonda la Lincoln County Bank, amplia il suo giro d'affari ed entra in aperto scontro con un Murphy che ha via via abbandonato gli affari, delegando il losco Dolan alla gestione del patrimonio. Le due fazioni entrano in collisione quando Dolan, spalleggiato dallo sceriffo, decide di aggredire Tunstall ed i suoi. Dick Brewer, non meno equivoco braccio destro del neo-banchiere, mette insieme una truppa di tagliagole per vendicare furti di cavalli che avvengono con troppa frequenza.
Il 18 febbraio 1878 Dolan uccide Tunstall e inizia una sanguinosa reazione a catena. I sostegni legali dell'avvocato McSween non possono trattenere la furia dei suoi uomini, i "Regolatori", tra cui Billy, legato da sincera riconoscenza a Tunstall. Viene ucciso uno dei sicari e trucidato assieme al suo subalterno lo sceriffo Brady che minaccia di arrestare McSween. Due settimane dopo si scontrano le parti e Brewer perde la vita. La cittadina sta diventando un inferno e ciò che era nato come un comune regolamento di conti si sta trasformando nella Guerra della Contea.
Gli scontri si avvicendano puntualmente, McSween viene scagionato dalle accuse, interviene l'Esercito, il Presidente Rutheford B. Hayes si occupa in prima persona della questione. La situazione diventa incontrollabile ed esplosiva. Dolan fa eleggere un nuovo "sceriffo" che dia la caccia ai Regolatori.
McSween non rimane a guardare e assolda una squadra di cinquanta uomini che guida a Lincoln, ai magazzini di Murphy. Ha inizio una sparatoria che dura per cinque giorni fino a quando non sopraggiunge la Cavalleria. I "Ragazzi" incendiano la casa di McSween e qualcuno dei "Regolatori", fra i quali Billy the Kid, riesce a fuggire. McSween è raggiunto da una raffica di proiettili. Sommerso in tale irrefrenabile bagno di sangue Billy si schiera definitivamente ed il destino vuole che diventi il capo dei "Regolatori".
Esauritasi la fiammata dell'odio Billy sopravvive con l'abituale attività del furto di cavalli. Tenta una conciliazione con la parte avversa organizzando una "fiesta" con gli antichi rivali. Ma un uomo viene ucciso da Dolan. In una sera del mese di marzo del 1879 Billy incontra segretamente Wallace e nel suo ufficio il governatore gli prospetta il perdono in cambio di una sua deposizione circa i fatti e i motivi che hanno condotto alla guerra. Dolan fugge alla legge e Billy viene lasciato al suo destino: vengono emessi dei mandati di cattura a carico di Billy the Kid per altri omicidi oltre a quelli commessi con la guerra della contea.
Billy a questo punto riunisce i suoi vecchi amici e con loro si dirige verso Fort Sumner, il posto che elegge come punto di ritrovo. Lo accompagnano Tom O'Folliard, Fred Waite, John Middleton e Henry Brown. Con questi uomini comincia a dedicarsi al furto di cavalli, la maggior parte dei quali presso l'agenzia indiana di Tularosa.
Il 5 agosto 1878 incide un'altra tacca sul calcio della sua pistola uccidendo un certo Bernstein che coraggiosamente tenta di impedire il furto dei cavalli. Qualche tempo dopo, Fred Waite e Henry Brown, stanchi di quella vita, si separano da Billy senza mai più farsi rivedere. Henry Brown diventa sceriffo a Caldwell nel Kansas prima di essere linciato dagli stessi cittadini per un tentativo di rapina in banca.
Nel dicembre del 1878 Kid e Folliard vengono arrestati a Lincoln dal nuovo sceriffo George Kimbrell, ma neanche due giorni dopo i due fuggono.
Billy viene arrestato di nuovo il 21 marzo 1879, ma anche questa volta la fa franca. Nel gennaio del 1880 aggiunge una ulteriore tacca alla sua pistola. Un texano, Joe Grant, tenta di uccidere Billy a Fort Sumner nel saloon di Bob Hargrove. La pistola di Grant non esplode il colpo ed un attimo dopo il proiettile di Billy centra la testa del texano.
Le sue ruberie continuano per tutto il 1880 e in quell'anno si aggiungono alla banda Billy Wilson e Tom Pickett. Nel novembre del 1880 si macchia di un nuovo omicidio. La vittima di turno, James Carlyle, ha il solo torto di aver fatto parte della squadra della legge che inseguiva Billy per i saccheggi a White Oaks. I delitti a lui attribuiti ammontano a quattro, nonostante qualcuno gliene abbia attribuiti fino a ventuno.
Un giornalista lo definisce per la prima volta "Billy the Kid", e compaiono svariate taglie (500 dollari la più alta): la leggenda trova legna da ardere.
Meno burrascosi ma non del tutto angelici sono i trascorsi di Pat Garrett, vecchio amico di Billy eletto sceriffo dal governatore Wallace per eliminare il pericoloso bandito; Garrett è noto alle autorità locali a causa di un antico interesse per il bestiame altrui. Con un accanimento implacabile e l'ostile costanza, caratteristica di chi tradisce un amico in nome di una causa ritenuta superiore, Garrett si mette sulle orme del vecchio compagno, braccandolo con scientifica precisione. Lo scova una prima volta a Fort Sumner, dove Billy protetto dall'omertà dei peones che in lui avevano incarnato un piccolo eroe locale, fugge.
L'antivigilia del Natale 1880 The Kid e altri quattro compagni cascano nella rete: Charlie Bodrie resta sul campo, gli altri si arrendono. Billy è processato e condannato all'impiccagione, con sentenza da eseguirsi nell'aprile 1881. Anche questa volta lo spavaldo bandito se la cava e dopo due settimane di detenzione, si lascia la prigione alle spalle e i corpi di due custodi. La caccia senza quartiere continua implacabile. La notte del 14 luglio 1881, Pat Garrett lo coglie nell'abituale rifugio di Fort Sumner. Danno da pensare le scarse cautele che Billy prende per tutelare la propria vita. Era come calamitato da un destino già scritto. Di questa fatalità possiede un'imperscrutabile coscienza. Una stanza buia nella quale Pat si era appostato. Penetrando l'oscurità, Billy avverte una presenza estranea. "Quien es,? Quien es?" ripete, forse presagendo la fine. La risposta immediata è dettata da due pallottole, una delle quali lo raggiunge al cuore.
Billy the Kid, per la prima volta in vita sua, aveva dimenticato la sua Colt Thunderer 41 precludendosi ogni possibilità di salvarsi.
Come è successo con molti uomini del vecchio West definiti "pistoleri", la reputazione di McCarty superò il reale andamento dei fatti delle sparatorie in cui fu coinvolto.
Nonostante gli venga attribuita l'uccisione di 21 uomini nella sua vita, si sa che William H. Bonney partecipò all'uccisione di nove uomini. Cinque di loro morirono durante le sparatorie in cui molti dei Regolatori presero parte, rendendo quindi dubbio se fossero stati i proiettili di Bonney a ucciderli. Delle restanti quattro vittime di Bonney, due furono sparatorie per autodifesa e le altre due furono le uccisioni dei vicesceriffi Bell e Ollinger durante la sua fuga dalla prigione.
Il 31 dicembre 2010 il governatore del Nuovo Messico Bill Richardson, dopo aver esaminato il caso, ha negato la concessione di una grazia postuma a Billy the Kid, 129 anni dopo la sua morte, confermando la decisione del governatore di allora, Lewis Wallace.

mercoledì 16 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 15, 16 e 17 agosto 1969 si svolse il celebre concerto di Woodstock.
Il "3 days of peace and music" di Woodstock, un concerto destinato ad entrare nella storia come il più grande evento di musica rock: vi parteciparono quasi un milione di giovani, accorsi ad ascoltare 32 musicisti e gruppi fra i più noti di allora, dall'alba fino al tramonto. Una tre giorni all'insegna della liberazione sessuale e dell'utopia esistenziale, tra ingenuità ed eccessi che caratterizzarono un'epoca.
In realtà nulla di tutto ciò era nella mente dei due organizzatori che nel paesino di Woodstock, almeno inizialmente, volevano solo costruire uno studio di registrazione. Per questo, dopo aver letto sul New York Times l'annuncio della società "Challenge International, Ltd." disposta a finanziare nuovi progetti, fondarono la "Woodstock Ventures". Insieme ai nuovi soci decisero solo successivamente di mollare l'idea iniziale, impegnandosi invece nell'organizzazione di un festival musicale e artistico.
Il problema fu trovare una località disposta ad accogliere una massa via via crescente di giovani: dalle iniziali 50.000 persone attese, in breve in prevendita vennero richiesti 186.000 biglietti. Dopo il rifiuto di varie autorità locali, si trovò per puro caso un territorio di Bethel nella contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 km a sud-ovest di Woodstock, grazie al figlio di un proprietario terriero che convinse il padre sulla bontà dell'iniziativa.
La storia ha visto molte manifestazioni contro la guerra ma quella di Woodstock è rimasta nella memoria comune come la più grande ed importante celebrazione antiguerra.
Il festival di Woodstock, essendo una manifestazione a scopo pacifico, radunò tra i suoi numerosi partecipanti, anche tantissimi "Hippies". Questi, anche detti "Figli dei Fiori", erano una sorta di movimento culturale che ebbe luogo nel nord America e in Europa tra gli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, a cui presero parte enormi masse di gente.
Chi partecipò all'evento è, in qualche modo, entrato nella storia della musica: Richie Havens, Tim Hardin, Ravi Shankar, Santana, Canned Heat, Janis Joplin, Arlo Guthrie, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Ten Years After, Blood, Sweat & Tears, Crosby, Stills, Nash & Young, Jimi Hendrix
Jimi Hendrix aveva insistito per essere l'ultimo ad esibirsi al festival, e il suo numero era stato previsto, così, per la mezzanotte; ma non salì sul palco fino alle nove del mattino di lunedì. La maggior parte degli spettatori aveva dovuto lasciare il festival e tornare alla routine dei giorni feriali, così che solo in 80.000 ascoltarono Hendrix, in una performance che fu una rarità.
E' altrettanto interessante sapere di quanti non hanno voluto o potuto parteciparvi e che se ne sono pentiti.
Gli Iron Butterfly rimasero bloccati in aeroporto, anche Joni Mitchell avrebbe dovuto esibirsi, ma il suo agente preferì farla apparire, il lunedì, al The Dick Cavett Show, dal forte audience a livello nazionale, piuttosto che "sedere in un campo con 500 persone". Ma in seguito, benché non vi avesse partecipato, la Mitchell scrisse ed incise la canzone "Woodstock". La band canadese Lighthouse, in scaletta, si ritirò infine, sostenendo che non sarebbe stato un buon palcoscenico. Più tardi, diversi membri del gruppo si sarebbero detti pentiti della defezione. Gli organizzatori del festival contattarono John Lennon per chiedere la partecipazione dei Beatles (che erano virtualmente separati, ma avrebbero ancora eseguito le ultime incisioni; si sarebbero sciolti ufficialmente nel 1970). Lennon rispose che avrebbero suonato solo se fosse stata invitata pure la Plastic Ono Band, il gruppo di Yoko Ono. Gli organizzatori lasciarono perdere, visto che la Plastic Ono Band non era conosciuta e non era all'altezza degli altri gruppi.
Bob Dylan era in corso di trattative, ma si tirò indietro in occasione della malattia di un figlio, e infastidito dalla confusione che si stava creando intorno a casa sua, che si trovava proprio nel villaggio di Woodstock. I Doors si stavano riprendendo da un periodo di guai con la legge, dovuti soprattutto alla presunta oscenità delle esibizioni di Jim Morrison, che comunque, anche sotto l'influenza di alcool e droghe, aveva dato agli ultimi concerti un'aria esacerbata e convulsa. Il manager dei Led Zeppelin, Peter Grant, ha detto: "Ci era stato chiesto di andare a Woodstock e alla Atlantic ne erano entusiasti, e così il nostro promoter negli Stati Uniti, Frank Barsalona. Dissi di no perché a Woodstock saremmo stati soltanto un'altra band in scaletta". I Procol Harum declinarono l'invito perché il festival si sarebbe svolto subito dopo un loro lungo tour, e per la nascita imminente del figlio di Robin Trower: la band tornò in Inghilterra in tempo per la nascita. Il cantante Tommy James avrebbe spiegato: "Avremmo voluto prenderci a schiaffi da soli. Eravamo alle Hawaii, e la mia segretaria mi chiamò e disse 'Yeah, ascolta, c'è questo allevatore di maiali nel nord dello stato di New York che vuole che suoniate in un suo campo'. Così è come mi fu presentata la faccenda. Perciò declinammo, e capimmo cosa ci eravamo persi un paio di giorni dopo". Altre band che, invitate, non andarono a Woodstock furono Frank Zappa & The Mothers of Invention, i Jethro Tull, i Byrds, i Moody Blues, Paul Revere & The Raiders, i Free, gli Spirit, i Mind Garage.
Che cosa diede origine al fenomeno di Woodstock? Per quale ragione è impresso nella memoria di così tante persone? A Woodstock ci fu spazio per tutto: ogni tipo di droga e di esperienza lisergica, per l'amore libero, momenti di grande comunione e fratellanza. Dal palco l'orizzonte era completamente pieno di teste, che sembravano arrivare all'infinito. Ma soprattutto ci fu il tempo e il modo per celebrare una generazione e la sua musica, tanta, unica, meravigliosa.

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