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lunedì 31 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1954 la spedizione italiana guidata da Ardito Desio conquista il K2, la seconda vetta più alta del mondo.
I due alpinisti che raggiunsero effettivamente la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, anche se il merito va all'intero gruppo, composto anche da Walter Bonatti, Enrich Abram, Ubaldo Rey, Hunza Madhi.
L'impresa fu un grande successo per l'Italia, tanto che venne immortalata da diversi mezzi di comunicazione: dalla stampa al cinema, dalla filatelia alla pubblicità.
Chogori significa Grande montagna, ma per la sua difficoltà alpinistica e per il fatto che in media per ogni 4 alpinisti che tentano la scalata, uno muore, il K2 è conosciuto anche come la Montagna Selvaggia. Il 2 nacque in effetti da un errore di misurazione dell'altezza della cima. Come K1 venne indicato il Masherbrum che invece è più basso. Ma per pura coincidenza il numero 2 corrispondeva alla posizione della montagna nella lista delle cime più alte del mondo e questo ne ha giustificato il suo mantenimento anche successivamente.
Fra gli Ottomila, il K2 ha il secondo più alto tasso di mortalità di scalata dopo l'Annapurna. Reinhold Messner sostiene che “ …tenendo conto di altezza, pericolosità e difficoltà tecniche, è l’ottomila più impegnativo”; la sua opinione è condivisa anche da altre fonti. Il K2 è, con i suoi 8611 metri, la seconda montagna più alta della Terra dopo l'Everest.
La difficoltà dell'ascensione del K2 è maggiore di quella dell'Everest. Oltre che una forte pendenza, il K2 presenta infatti passaggi alpinistici di grande difficoltà, ad altissime quote; altro problema è rappresentato dall’assenza quasi totale di posti adatti a un campo-base. Sono inoltre difficilissime le condizioni climatiche. Tutte le spedizioni sul totale dei giorni di attacco alla vetta ebbero sempre pochissimi giorni, addirittura solo ore di bel tempo. La difficoltà del K2 è testimoniata dall'elevata percentuale di insuccessi sul numero totale di tentativi, comprese anche numerose vere e proprie tragedie. La seconda ascensione, dopo quella italiana di Desio, è avvenuta ben 23 anni dopo la prima, cioè nel 1977. Fino al 2007, solamente 278 persone (di cui 35 italiane) hanno raggiunto la vetta, contro le oltre 3000 che hanno raggiunto quella dell'Everest; inoltre 66 persone vi hanno perso la vita (spesso nella fase di discesa), delle quali ben 16 nel 1986. Per quanto ci siano stati dei tentativi, non è finora stata mai effettuata un scalata invernale.
Le precedenti spedizioni fallirono tutte nel tentativo di raggiungere la cima. Da ricordare quella italiana condotta dal Duca degli Abruzzi negli anni trenta, interrotta per condizioni climatiche proibitive, che arrivò fin quasi in vetta.
Fu aperta una via, la più praticata poi in seguito, fino allo Sperone (oltre 7mila metri), denominato appunto Abruzzi. Le prime magnifiche foto del K2 (scattate ancora con le lastre) furono eseguite da Sella, imprenditore biellese, alpinista, ma soprattutto uno dei primi grandi fotografi della montagna che seguiva la spedizione. Il K2 è chiamato e considerato “la montagna degli italiani”.
La spedizione di Desio fu inizialmente segnata dalla tragedia della morte di Mario Puchoz, una guida di Courmayeur colpito da edema polmonare. Erich Abram (una guida altoatesina), Walter Bonatti (considerato tra il 1954 e il 1965 uno dei migliori alpinisti al mondo) e Ubaldo Rey (un'altra guida di Courmayeur) fecero il grosso del lavoro di messa in opera delle corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill.
Il 30 luglio, il giorno prima della salita finale, si rischiò un altro dramma: Bonatti e l'Hunza Mahdi, che portavano le bombole d'ossigeno al nono campo dove erano attesi da Compagnoni e Lacedelli, designati per conquistare la cima, non riuscirono a raggiungere la tenda del nono campo (da Compagnoni e Lacedelli posta più in alto di quanto concordato la sera prima per facilitare, a loro dire, la salita in vetta del giorno dopo). Al sopraggiungere dell'oscurità, Bonatti e Mahdi si trovarono così impossibilitati sia a salire sia a scendere. Non ricevendo assistenza dalla ormai vicina tenda di Compagnoni e Lacedelli, a portata di voce, essi dovettero quindi bivaccare all'aperto in condizioni climatiche proibitive, su un gradino di ghiaccio in mezzo a un ripido canalone che il vento notturno riempiva di neve, senza tenda e senza sacchi pelo, e sopravvissero solo grazie alla loro eccezionale forza fisica. Mahdi riportò gravi congelamenti che determinarono l'amputazione di tutte le dita dei piedi. Questo episodio è all'origine di tutta una serie di polemiche, calunnie, accuse, persino di fronte a tribunali, che coinvolsero i protagonisti della vicenda e si trascinarono per 54 anni, dando origine al cosiddetto Caso K2.
Nel 2008 la storia del K2 viene riscritta. Le cose non sono andate come ci erano state raccontate da Ardito Desio. La versione ufficiale dell' ultima parte della salita dal campo VII in su è invece quella messa a punto dai tre saggi, Fosco Maraini, Alberto Monticone e Luigi Zanzi, espressamente nominati dal Club Alpino Italiano nel febbraio 2004. Cosa accadde lassù, a oltre 8000 metri, nella zona della morte, tra il 30 e il 31 luglio 1954? Gli elementi di novità acquisiti dall' expertise sono esplicitamente sottolineati da Annibale Salsa, presidente generale del Cai, in una nota che apre il volume nel quale la relazione viene finalmente pubblicata: K2, una storia finita a cura di Luigi Zanzi (Priuli&Verlucca, 144 pp., 12 ). A Walter Bonatti e all' hunza Mahdi viene finalmente riconosciuto un ruolo cruciale nella conquista del K2. Diversamente da quanto inizialmente sostenuto, la salita alla cima venne compiuta da Lacedelli e Compagnoni con l' uso dell' ossigeno recato dai compagni. Essi spostarono del tutto arbitrariamente il campo più in alto di circa 250 m rispetto al punto fissato (da 7900 m a 8150 m), in una zona invisibile, al di là di un' impegnativa traversata rocciosa. Il nuovo sito era difficilmente raggiungibile da Bonatti e dall' hunza Mahdi, incaricati di portare a quella quota le bombole d' ossigeno per il balzo finale agli 8616 m della vetta. L' inspiegabile carenza di comunicazioni tra Compagnoni-Lacedelli e Bonatti-Mahdi costrinse questi ultimi a bivaccare di notte nella tempesta a circa 8150 m d' altitudine, con gravissimo rischio per le loro vite. Vittima di accuse infamanti, Bonatti si era battuto fin d' allora anche nei tribunali per ottenere il riconoscimento della sua verità. A quattro anni dal cinquantesimo anniversario della conquista dell' unico ottomila raggiunto in prima ascensione dagli italiani, per lui questo è un risultato importantissimo. Ma già Messner nel 2004 aveva affermato che, se la conquista del K2 ha il proprio padre in Ardito Desio, ha certamente il secondo padre in Walter Bonatti. Grazie alla pubblicazione della relazione, si mette fine allo strascico di polemiche, accuse, processi e figuracce seguiti a una scalata che voleva essere il simbolo del riscatto del nostro paese dopo l' umiliazione del fascismo e della guerra. Solo ora la storia della nostra conquista del K2 può dirsi davvero finita. Al Cai il merito di avere avuto il coraggio di smentire, sia pure dopo mezzo secolo, la versione di Desio, ripristinando finalmente la verità storica.

domenica 30 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1818 nasce Emily Brontë.
Scrittrice inglese originale e tormentata, spiccatamente romantica, Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton, nello Yorkshire (Inghilterra). Figlia del reverendo Brontë e di sua moglie Maria Branwell, alla fine di aprile del 1820 si trasferisce con la famiglia ad Haworth, sempre nello Yorkshire, dopo che al reverendo viene assegnata la chiesa di Saint Michael and All Angels. Nel settembre del 1821 Maria Branwell muore e sua sorella Elizabeth va ad abitare temporaneamente con loro per aiutarli.
Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Altre due perdite colpiscono la famiglia Brontë nel 1825: muoiono, colpite entrambe da tisi, le sorelle maggiori di Emily, Maria ed Elizabeth. Abbandonata la scuola, i giovani Brontë continuano la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le "arti femminili". Nel 1826 il padre, di ritorno da un viaggio, porta una scatola di soldatini ai figli: i soldatini diventano "I Giovanotti", protagonisti di varie storie scritte dalle sorelle.
Nel 1835 Charlotte ed Emily entrano nella scuola di Roe Head. Dopo tre mesi Emily torna a casa fisicamente distrutta e il suo posto a Roe Haed viene preso dalla sorella minore Anne. Il 12 luglio 1836 Emily scrive la sua prima poesia datata. Nel 1838 entra come insegnante nella scuola di Law Hill, ma dopo soli sei mesi torna a casa. In una lettera del 1841 Emily parla di un progetto per aprire, insieme alle sue sorelle, una scuola che sia tutta loro.
L'anno successivo Emily e Charlotte partono per Bruxelles dove frequentano il Pensionato Heger. Alla morte della zia Elizabeth tornano a casa e ognuna di loro eredita 350 sterline. Emily torna da sola a Bruxelles nel 1844 e comincia a trascrivere le sue poesie in due quaderni, uno senza titolo, l'altro intitolato "Gondal Poems". Charlotte trova questo quaderno nel 1845 e prende forma in lei la decisione di pubblicare un volume dei loro versi. Emily acconsente purché il libro esca con uno pseudonimo.
Nel 1846 esce quindi "Poems" di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell (Brontë). Nel 1847 vengono pubblicati "Cime tempestose" di Emily, "Agnes Grey" di Anne e "Il Professore" e "Jane Eyre" di Charlotte.
"Cime tempestose" solleva un gran clamore. E' un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina una sensazione di tensione e ansia mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale. Un libro soffuso di sensazioni forti, inquietanti, che suscito un comprensibile scalpore e fece scorrer fiumi di inchiostro.
Famosa diventerà la trasposizione cinematografica del 1939, "Wuthering heights" (Cime tempestose - La voce nella tempesta, con Laurence Olivier), tratto dall'omonimo romanzo.
Il 28 settembre 1848 Emily si raffredda durante il funerale del fratello (morto di tisi) e si ammala gravemente. Morirà anche lei di tisi il 19 dicembre dello stesso anno.

sabato 29 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Secondo la religione cattolica, il 29 luglio si celebra San Lazzaro di Betania.
Lazzaro (Eleazar) abitava a Betania, paese vicino a Gerusalemme, con le due sorelle Marta e Maria.
Il Vangelo secondo Giovanni (11,1-44) racconta che Gesù si trovava fuori dalla Giudea quando fu avvertito che Lazzaro era malato; quando raggiunse Betania, Lazzaro era già morto.
Il Vangelo precisa che Lazzaro era già "da quattro giorni" nel sepolcro; dopo aver parlato con le due sorelle Marta e Maria, Gesù si recò al sepolcro, fece togliere la pietra che ne chiudeva l'entrata, e chiamò Lazzaro, il quale uscì vivo dal sepolcro, ancora avvolto nelle bende funebri.
Il racconto prosegue riferendo che molti Giudei credettero in Gesù vedendo ciò che aveva fatto, ma che i sommi sacerdoti e i farisei, al contrario, ne furono riconfermati nella loro convinzione che Gesù fosse un pericoloso agitatore, e decisero di ucciderlo.
Pochi giorni dopo, Lazzaro era ad una cena in onore di Gesù: molte persone accorsero per vederlo, e i sommi sacerdoti, venutolo a sapere, decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molte persone credevano in Gesù a causa sua.
Lazzaro non compare più nel prosieguo del Vangelo né in alcun altro scritto del Nuovo Testamento.
Lazzaro di Betania (Giudea) fratello di Marta e Maria, deve all'amicizia di Gesù non solo la strepitosa risurrezione dalla tomba, ma anche il culto con cui la Chiesa lo ha onorato nel corso dei secoli.
Nella sua casa ospitale, a tre miglia da Gerusalemme, Gesù trascorreva brevi pause di riposo confortato dalle premurose attenzioni di Marta e di Maria e dalla sincera e fidata amicizia del padrone di casa.
In ricordo di questa predilezione del Redentore, ogni anno (se ne ha notizia già nel IV secolo) i cristiani di Gerusalemme alla vigilia delle Palme si recavano in processione a Betania e sulla tomba di Lazzaro il diacono proclamava il Vangelo di Giovanni che narra con molti particolari la risurrezione di Lazzaro.
Giovanni è il solo evangelista che riferisce il miracolo. La narrazione costituisce uno dei punti salienti del quarto Vangelo, poiché la risurrezione di Lazzaro assume, al di là del fatto storico, il valore di simbolo e di profezia, come prefigurazione della risurrezione di Cristo.
La casa di Betania e la tomba furono meta di pellegrinaggi già nella prima epoca del cristianesimo, come riferisce San Girolamo.
Più tardi, i pellegrini medievali ci informano che accanto alla tomba di Lazzaro era sorto un monastero beneficato da Carlo Magno. Ma Lazzaro ebbe pure il privilegio di due tombe essendo morto due volte.
La prima tomba, da cui fu tratto e risuscitato dall'amore di Cristo ("Vedi quanto l'amava" esclamarono i Giudei scorgendo sul volto di Gesù una lacrima di commozione) restò vuota, giacchè un'antica tradizione orientale considera Lazzaro vescovo e martire a Cipro.
La notizia, del VI secolo, prese consistenza nel 900 quando l'imperatore Leone VI il Filosofo fece trasportare le reliquie di Lazzaro da Kition di Cipro a Costantinopoli, insieme con quelle della sorella Maria Maddalena. Antichi affreschi rinvenuti nell'isola sembrano confermare la presenza di Lazzaro a Cipro.
Secondo la tradizione occidentale, Lazzaro andò a predicare in Francia con le sue sorelle e lì divenne il primo vescovo di Marsiglia.
La reliquia di un braccio è custodita nella chiesa del SS. Nome di Gesù all’Argentina, quella di una tibia a San Pietro in Vaticano.
Lazzaro è venerato santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa copta.

venerdì 28 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1914, un mese dopo l'attentato all'arciduca Francesco Ferdinando II, l'Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. E' l'inizio del primo conflitto mondiale. Le sue cause sono però altre e nascono decenni prima.
La guerra franco-prussiana del 1870-71 portò non solo alla fondazione di un potente e dinamico Impero Germanico, ma anche ad un’animosità tra Francia e Germania, causata dall’annessione a quest’ultima di Alsazia e Lorena, oggetto di contrasti e polemiche per alcuni decenni successivi.
Sotto la guida politica di Otto Von Bismarck, la Germania si assicurò una nuova posizione in Europa, tramite l’alleanza con l’Impero Austro-Ungarico ed un’intesa diplomatica con la Russia.
Dopo le elezioni Guglielmo II riuscì ad ottenere le dimissioni di Bismarck.
Nei decenni seguenti, gran parte del lavoro dell’ex-cancelliere venne disfatto, quando Guglielmo non riuscì a rinnovare gli accordi con la Russia, consentendo alla Francia repubblicana l di concludere, tra il 1891 ed il 1894, l'alleanza con l’Impero russo.
Tra il 1897 ed il 1900, Guglielmo intraprese la creazione di una marina militare capace di minacciare lo storico predominio navale della Gran Bretagna.
Negli anni ’80, la rivalità tra le potenze fu esacerbata dalla corsa alle colonie, che portò gran dei territori asiatici ed africani sotto la dominazione europea. Bismarck divenne un sostenitore dell’Impero d’oltremare, mentre la tensione anglo-tedesca per le acquisizioni della Germania in Africa e nel Pacifico minacciava di interferire con gli interessi strategici e commerciali della Gran Bretagna.
Il sostegno dimostrato da Guglielmo per l’indipendenza del Marocco dalla Francia ed il nuovo partner strategico della Gran Bretagna, furono le principali cause della Crisi di Tangeri del 1905.
Nel 1911, durante la seconda crisi marocchina, denominata Crisi di Agadir, la presenza delle flotte tedesche in Marocco mise nuovamente alla prova la coalizione Anglo-Francese.
Le aspirazioni nazionalistiche degli Stati balcanici erano in forte aumento: ogni Stato guardava alla Germania, Austria-Ungheria o alla Russia come un ipotetico supporto.
La nascita di circoli anti-austriaci in Serbia, nel 1908, contribuì ad un ulteriore crisi per l’annessione unilaterale della Bosnia ed Erzegovina da parte dell’Austria.
L'inizio della Prima Guerra Mondiale è convenzionalmente associato all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria del 28 giugno del 1914, ad opera del nazionalista serbo Gavrilo Princip, ma le vere origini della guerra sono da cercare altrove. Innanzitutto, nelle complesse relazioni tra le varie potenze europee che segnarono la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, principalmente nelle politiche di colonizzazione promosse dalle diverse nazioni.
Con il supporto della Germania, l’Austria-Ungheria il 23 luglio 1914 inviò alla Serbia un ultimatum in 15 punti, praticamente irrealizzabile, che doveva essere accettato nel giro di 48 ore. Il governo Serbo accettò tutte le richieste tranne una.
L’Austria-Ungheria il 25 luglio ruppe ogni relazione diplomatica e, tre giorni dopo, fece la propria dichiarazione di guerra tramite un telegramma inviato al governo serbo: era l'inizio della Prima Guerra Mondiale.
Il governo russo mobilizzò le sue riserve militari il 30 luglio, in seguito all’interruzione delle comunicazioni telegrafiche tra Guglielmo II e Nicola II di Russia. Il 31 luglio, la Germania richiese che la Russia ritirasse le proprie truppe, ma il governo russo persistette.
La dichiarazione di guerra britannica contro la Germania avvenne il 4 agosto del medesimo anno.
Il piano tedesco, denominato Piano Schlieffen, prevedeva lo sferrare un colpo mortale alla Francia, per poi rivolgersi più lentamente contro l’esercito russo. Invece di attaccare la Francia direttamente, si decise di attaccare da nord.
La Germania sconfisse la Russia in una serie di battaglie conosciute come “Battaglia di Tannenberg”. Francia e Gran Bretagna riuscirono a fermare l’avanzata tedesca su Parigi nella Prima battaglia della Marna, nel settembre del 1914.
Iniziò dunque un conflitto che, tutt'altro che breve, produsse in 4 anni oltre 10 milioni di morti.
Alla fine della Grande Guerra crollarono gli imperi che avevano caratterizzato la storia dell'Europa e sorsero le nazioni, mentre la società mondiale entrò definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie.

giovedì 27 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Il 27 luglio 1452 nasce a Vigevano Ludovico il Moro.
Ludovico il Moro (il cui vero nome è Ludovico Maria Sforza) nasce il 27 luglio 1452 a Vigevano, quarto figlio maschio di Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. Quando suo padre muore, nel 1466, il suo fratello maggiore Galeazzo Maria, primogenito, viene nominato duca. Morto anche Galeazzo Maria, assassinato, il suo posto viene presto nel 1476 da Gian Galeazzo Maria Sforza, suo figlio, che però ha solo sette anni. Così Ludovico, aiutato da Sforza Maria, un altro suo fratello, prova a opporsi alla reggenza della madre di Gian Galeazzo Maria, Bona di Savoia, che ha affidato il ducato a Cicco Simonetta, suo consigliere di fiducia.
Ludovico e Sforza Maria tentano di batterlo con le armi, ma con risultati nefasti: egli è costretto all'esilio in Toscana, mentre suo fratello muore avvelenato a Varese Ligure. Ludovico, comunque, si riconcilia con Bona dopo poco tempo, e fa condannare a morte Simonetta: dopo aver costretto Bona ad abbandonare Milano e a stabilirsi nel castello di Abbiate (località conosciuta oggi con il nome di Abbiategrasso), prende la reggenza in vece del nipote: a questo episodio si fa risalire la fama di doppiogiochista di Ludovico (la leggenda vuole che Simonetta avesse annunciato a Bona che quando lui avesse perso la testa, lei avrebbe perso lo stato).
Ludovico acquisisce sempre più potere a Milano, grazie alle sue abilità diplomatiche che gli permettono di agire in maniera accorta tra tradimenti e alleanze, traendo beneficio dalle rivalità in corso tra gli stati italiani. Mantiene l'alleanza con Lorenzo il Magnifico, che comanda a Firenze, anche perché teme che la confinante Venezia possa espandersi; inoltre, intrattiene buoni rapporti con papa Alessandro VI Borgia e con Ferdinando I, il re di Napoli: proprio la nipote di quest'ultimo, Isabella d'Aragona, viene fatta sposare con Gian Galeazzo Maria Sforza.
Ludovico, mentre suo fratello Ascanio viene creato cardinale, appoggia Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì e sua nipote, al fine di limitare la presenza in Romagna di Venezia. Diventato padre di Massimiliano e Francesco, nati dal matrimonio, avvenuto nel 1491, con la figlia del duca di Ferrara Ercole I d'Este, Beatrice d'Este, Ludovico consolida il proprio potere a Milano, chiamando a corte poeti, musicisti, pittori e artisti come Bramante e Leonardo da Vinci. Proprio Leonardo ritrae Cecilia Gallerani, amante di Ludovico, nel celebre "Ritratto di dama con l'ermellino" (attualmente conservato a Cracovia) e Lucrezia Crivelli, molto probabilmente un'altra sua amante, nella "Belle Ferronnière" (attualmente esposto al Louvre).
Durante il suo ducato a Milano, durato dal 1480 al 1499, Ludovico (che dal 1479 era anche duca di Bari) avvalla la realizzazione di numerose opere di ingegneria militare e civile, quali fortificazioni e canali, e favorisce la coltivazione del gelso, che in breve tempo si trasforma in un elemento essenziale dell'economia locale in quanto connesso alla creazione di tessuti di seta.
Ludovico, quindi, si fregia del titolo di duca anche se in realtà, a livello formale, esso spetterebbe a Gian Galeazzo, nel frattempo trasferitosi a Pavia dove ha creato una sua corte: accade, però, che la moglie di questi, Isabella, pretenda che il re di Napoli, suo nonno, intervenga per ridare al marito l'effettivo controllo del ducato. Esso, quindi, viene perso da Ludovico, mentre la sorella di Gian Galeazzo, Bianca Maria Sforza, sposa Massimiliano. Usurpato del titolo, il Moro riceve l'11 settembre del 1494 Carlo VIII ad Asti: pochi giorni dopo, alla morte di Gian Galeazzo, egli si trova all'apice del suo potere, ma deve ben presto fare i conti con la potenza francese. Carlo, infatti, giunto a Napoli la conquista.
Ludovico ribalta le alleanze fin lì consolidate, e cerca la collaborazione di Venezia per rispedire Carlo Oltralpe: ci riesce tramite la Battaglia di Fornovo del 1495, durante la quale vengono impiegati cannoni realizzati con il bronzo che in origine sarebbe dovuto servire per una statua equestre di Leonardo da Vinci.
Poco dopo, Ludovico spedisce alcune truppe a sostegno di Pisa, in quel momento in lotta con Firenze, che non aveva partecipato alla lega anti-francese, allo scopo di impadronirsi della città. Dopo la morte nel 1497 di Lucrezia Crivelli a causa delle complicazioni conseguenti a un parto, Ludovico ritira le truppe da Pisa (nel frattempo Carlo VIII era morto, e il suo posto era stato presto da Luigi XII di Francia, pretendente al ducato milanese in quanto nipote di Valentina Visconti), avendo ormai smarrito la speranza di dominare la città toscana.
Ripudiata l'alleanza con Venezia, aiuta Firenze a riprendersi Pisa, sperando in un aiuto da parte della Repubblica fiorentina contro Luigi XII. Questa, però, si rivela una mossa sbagliata, visto che la scomparsa dell'alleato veneziano non viene compensata dalla collaborazione con Firenze. E così, quando il re di Francia giunge in Italia dopo essersi assicurato la protezione di Venezia (intenzionata a vendicarsi del voltagabbana Ludovico), ha gioco facile nel conquistare Milano, complice la rivolta di un popolo stremato dalle tasse imposte da Ludovico.
Dopo l'occupazione delle truppe francesi del settembre del 1499, Ludovico trova rifugio presso Massimiliano I d'Asburgo, a Innsbruck; poco dopo, tenta di tornare a Milano, ma le truppe svizzere, pur essendo sue alleate, non accettano di entrare in battaglia. Mentre Milano perde la propria indipendenza (dando inizio a un dominio straniero che durerà più di tre secoli e mezzo), Ludovico viene catturato dai francesi a Novara il 10 aprile: verrà tenuto prigioniero fino al 27 maggio 1508, giorno in cui morirà a 55 anni di età, lasciando i figli legittimi Ercole Massimiliano, conte di Pavia e duca di Milano, e Francesco, principe di Rossano, conte di Pavia e duca di Milano.
Per quel che riguarda il soprannome "Moro", sono differenti le interpretazioni relative alla sua origine: c'è chi parla di capelli neri e carnagione scura, chi lo riferisce al gelso (in latino "morus" e in lombardo "moron"), chi parla di Mauro come secondo nome, e chi lo fa risalire allo stemma della famiglia, che ritrae un moro impegnato a spazzolare la veste di una donna.

mercoledì 26 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.

martedì 25 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio 1897 Jack London parte per andare in Klondike insieme ai cercatori d'oro. Da questa esperienza troverà l'ispirazione per i suoi romanzi di successo.
John Griffith Chaney, conosciuto con lo pseudonimo di Jack London, scrittore statunitense nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, è una delle più singolari e romanzesche figure della letteratura americana. Figlio illegittimo, allevato da una madre spiritista, da una nutrice nera e da un padre adottivo che passava da un fallimento commerciale all'altro, si fece precocemente adulto sui moli di Oakland e sulle acque della baia di San Francisco insieme a compagnie poco raccomandabili.
Se la strada fu la culla della sua adolescenza, Jack London era uso frequentare ladri e contrabbandieri, costretto ai mestieri più disparati e non sempre legali. Nella sua giovinezza passò da un lavoro all'altro senza troppe difficoltà: cacciatore di foche, corrispondente di guerra, avventuriero, venne coinvolto egli stesso nelle famose spedizioni in Canada alla ricerca del mitico oro del Klondìke. Jack London ha comunque sempre coltivato e custodito dentro di sè il "morbo" della letteratura, essendo costituzionalmente un gran divoratore di libri di ogni genere.
Cimentatosi ben presto anche con la scrittura London riuscì a essere per circa un quinquennio scrittore tra i più famosi, prolifici, e meglio retribuiti che si ricordino, pubblicando in tutto qualcosa come quarantanove volumi. Il suo spirito era però perennemente insoddisfatto e ne sono testimonianza i continui problemi di alcool e gli eccessi che hanno contrassegnato la sua vita.
Una stupenda trasfigurazione di quello che Jack London era, sia sul piano sociale che interiore, la fece lui stesso nell'indimenticabile "Martin Eden", storia di un giovane marinaio dall'animo ipersensibile che si scopre scrittore e una volta raggiunta la fama si autodistrugge, anche a causa delle netta percezione di essere comunque un "diverso" rispetto alla società fine e colta rappresentata dalla benestante ed educata borghesia.
Jack London scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi come "Il richiamo della foresta" (pubblicato nel 1903) a "Zanna Bianca" (1906), a quelli appunto autobiografici, fra cui si ricordano fra l'altro "In strada" (1901), il già citato "Martin Eden" (1909) e "John Barleycorn" (1913); si è cimentato anche con la fantapolitica ("Il tallone di ferro") e ha scritto numerosi racconti, tra cui spiccano "Il silenzio bianco", e "Farsi un fuoco" (1910).
Più volte si è dedicato al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica ("Il popolo dell'abisso", celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell'East End di Londra).
Il suo stile narrativo rientra a pieno titolo nella corrente del realismo americano che, ispirandosi al naturalismo di Zola e alle teorie scientifiche di Darwin, privilegiando i temi della lotta per la sopravvivenza e del passaggio dalla civiltà allo stato primitivo.
Gli scritti di Jack London hanno avuto, e continuano ad avere, una diffusione enorme, specie tra il pubblico popolare d'Europa e dell'Unione Sovietica. Non altrettanta fortuna ha però avuto questo irruento ed istintivo scrittore presso i critici, specie quelli accademici; soltanto in anni recenti si è assistito, sia in Francia sia in Italia, a una larga rivalutazione, soprattutto a opera di critici militanti della sinistra, grazie alle tematiche affrontate nei suoi romanzi, spesso orientate alla descrizione di ambienti rozzi e degradati tipici delle classi subalterne, con storie incentrate su avventurieri e diseredati, impegnati in lotte spietate e selvagge per la sopravvivenza, in ambienti esotici o insoliti: i mari del Sud, i ghiacciai dell'Alaska, i bassifondi delle grandi metropoli.
Al di là di queste rivalutazioni postume, di cui in fondo London per sua fortuna non ha mai avuto bisogno, è sempre stato riconosciuto a questo scrittore anti-accademico un talento narrativo "naturale", meglio espresso nella dimensione ridotta dei racconti. La sua narrativa è caratterizzata infatti da un grande ritmo, da intrecci avvincenti e originalità nella scelta dei paesaggi. Il suo stile è asciutto, giornalistico.
Quella che viene ora rivalutata è però la sua capacità di cogliere con immediatezza contrasti e contraddizioni non solo personali, ma collettivi e sociali, in particolare taluni conflitti caratteristici del movimento operaio e socialista americano di fine secolo.
Sulla morte di Jack London non vi è una chiara e precisa cronaca: una delle ipotesi più accreditate è che, distrutto dal vizio dell'alcool, sia morto suicida il 22 novembre 1916 a Glen Ellen, in California.

lunedì 24 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio 1956 Jerry Lewis e Dean Martin annunciano la fine del loro sodalizio, durato 10 anni.
Correva l’anno 1945 quando, mentre passeggiava per Manhattan con un collega, a Jerry Lewis fu presentato Dean Martin. Jerry si innamorò letteralmente: si può essere così belli? pensò osservando lo sconosciuto avvolto in un cappotto di cammello. Dino era arrivato con una scrittura da quattro settimane all’Havana Madrid, all’incrocio tra Broadway e la Cinquantesima; Jerry era lì da un paio di mesi e il suo compito era di presentare lo spettacolo.
Ci sono giorni in cui dal caos si solleva una nota così intonata da commuovere, ecco uno di quei giorni! Jerry capì che c’era un’alchimia, poi ognuno però andò per la sua strada. Qualche mese più tardi ad Atlantic City, al Club 500, quando un attore si ammalò, parlando con il proprietario, Jerry fece il nome di Dean (lo racconta lui stesso in un’intervista di Peter Bogdanovich contenuta nel volume “Chi c’è in quel film?”. Fandango Libri). “Non mi serve un altro cantante” fece lui, ma Jerry, che tremava di aspirazioni, rispose “Non è un altro cantante. Io e lui insieme facciamo un sacco di scenette”. Il proprietario lo fece venire e Dean cantò le sue canzoni e uscì di scena. Il tizio del club andò da Lewis: “Dove sarebbero le scenette comiche? Se non le vedo nel secondo spettacolo vi ritrovate gli scarponi di cemento”. I due filarono in scena e ci rimasero per quasi tre ore. La prima sera, il pubblico era composto da quattro persone. La terza sera: mille e una fila lunga fuori dal locale. Lewis cominciò a scrivere e spiegò a Dean che la comicità sarebbe saltata fuori dall’attrito tra lui, bello e autoritario, e il suo fratellino fastidioso e pasticcione. Perché era questo che faceva Jerry, interpretava un bambino di dieci anni. Che fiuto. Dean era favoloso e impermeabile, Jerry si contorceva e scatenava il putiferio portando ventate di pura anarchia.
Come afferma Alan King in un’intervista: “Sono stato nello show business per 55 anni, e fino a oggi non ho visto niente che facesse più ridere di Martin e Lewis. Loro non facevano solo ridere: loro scatenavano il pandemonio. La gente si sdraiava sui tavoli”.
La follia contagiò il mondo intero e in radio si espresse nello show della NBC “The Colgate Comedy Hour”. Hollywood non poteva certo rimanere indifferente alla potenza sprigionata da quella assurda coppia e la Paramount la spuntò sugli altri Studios. L’affare fruttò sedici lungometraggi: titoli come “La mia amica Irma”, “Attenti ai marinai”, “Morti di paura”, “Il nipote picchiatello”, “Artisti e modelle” e “Hollywood o morte!”. La DC Comics pubblicò addirittura una serie a fumetti, “The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis”.
Il 24 luglio del 1956, a dieci anni esatti dall'inizio dell’unione artistica, Lewis e Martin annunciarono la loro separazione nel corso di uno show al Copacabana di New York. Era la fine, Martin era strizzato in un ruolo di spalla che gli andava sempre più corto, Lewis voleva la regia. Simbolica e tremendamente sconcertante fu, nel 1954, la pubblicazione sulla copertina di Look Magazine di una foto in cui il volto di Martin appariva tagliato.
L’amore si era consumato e ognuno tornò a imboccare la propria strada di alterni successi. La comicità però era cambiata per sempre toccando verità che riguardavano tutti.

domenica 23 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1978 Bernard Hinault vince il suo primo Tour de France.
Lo chiamavano “le blaireau“, il tasso, per la sua capacità di afferrare la preda e non lasciarne più la presa. E di prede, lungo tutto l’arco di una carriera monumentale, Bernard Hinault, bretone di Yffiniac, ne ha colte tante, ma proprio tante.
Correva l’anno 1978 quando un transalpino incendiava d’entusiasmo le strade per altro bollenti del Tour de France. Hinault era il talento in divenire che la Francia attendeva al decollo da qualche tempo; guidato in ammiraglia da quella vecchia volpe di Cyrille Guimard – ex buon ciclista di qualche anno addietro – andava di fretta e già vantava alcuni successi di prestigio come la doppietta ravvicinata Gand-Wevelgem/Liegi-Bastogne-Liegi del 1977, stagione chiusa col primo successo allo storico Gran Premio delle Nazioni, vero e proprio mondiale per specialisti nell’esercizio della cronometro. Ma quel mese di luglio fu per Bernard la definitiva consacrazione a punto di riferimento del ciclismo che si avviava verso gli anni Ottanta, proprio nei giorni in cui arrivava al capolinea la carriera del più grande di sempre, Eddy Merckx. In maglia Renault si presentò al via della Grand Boucle tra i favoriti dopo il successo in primavera – allora si correva ad aprile – della Vuelta. E non fallì l’appuntamento strappando la maglia gialla all’olandese Zoetemelk nella tappa contro il tempo di Nancy a tre giorni dalla conclusione della corsa. Era il 21 luglio 1978 ed iniziava, a tutti gli effetti, l’era-Hinault.
Il bretone non aveva punti deboli. Veloce e fantasioso, tenace e scaltro, quasi invulnerabile a cronometro, difficile da staccare in salita, fu il prototipo del perfetto corridore da corse a tappe. Vinse cinque Tour de France, come solo Anquetil e Merckx prima e Indurain dopo di lui seppero fare, uscendone sconfitto solo per una tendinite al ginocchio che lo costrinse al ritiro mentre stava dominando nel 1980, e scavalcato dai due delfini Fignon nel 1983 e Lemond nel 1986. Venne in Italia, al Giro, e completò un tre su tre memorabile nel 1980 battendo Panizza, nel 1982 anticipando lo svedese Prim, infine nel 1985 negando a Moser il bis dell’anno prima. Sorte analoga in Spagna, dove la Vuelta lo incoronò vincitore nel 1978 e nel 1983.
Non di meno conobbe giorni gloriosi anche nelle classiche più prestigiose. Rimane tra le imprese più formidabili del ciclismo moderno la seconda vittoria ottenuta alla Liegi-Bastogne-Liegi corsa sotto una bufera di neve nel 1980 e portata a termine con nove minuti di vantaggio sul secondo dei soli 21 arrivati al traguardo, Hennie Kuiper. Le côtes delle Ardenne gli erano amiche, e vinse due volte la Freccia Vallone, così come i saliscendi del Limburgo, e trionfò all’Amstel Gold Race nel 1981, affrontò le asperità del Giro di Lombardia, e per due volte salì sul gradino più alto del podio. Dichiarò che la Parigi-Roubaix “c’est un connairie“, una cretinata, ma nel 1981 indossando la maglia con i colori dell’iride l’aggiunse al suo fantastico palmares infilando in volata nel velodromo più famoso al mondo due tipi che di pietre se ne intendevano proprio, De Vlaminck e Moser.
Già, il campionato del mondo. Una corsa che provò a sedurre fin dal primo incontro, 1976, quando neppure ventiduenne terminò sesto ad Ostuni nel giorno in cui Maertens superò Moser. Fu 8° l’anno dopo a San Cristobal, 5° al Nurburgring nel 1978, 3°  a Praga nel 1981 battuto in volata ancora da Maertens e Saronni. Nel mezzo una delle giornate più radiose di una carriera coronata da 216 vittorie, il Campionato del Mondo del 1980 disputato sul circuito più duro, Sallanches in Savoia. Era l’anno dell’abbandono notturno al Tour, era l’anno dei dubbi sulla sua reale consistenza nei momenti in cui c’era da soffrire, e Hinault una volta per tutte mise a tacere i detrattori: dominò la corsa dai primi chilometri, disintegrò il plotone costringendo al ritiro gran parte degli avversari, selezionò i pochi superstiti e sull’ultima salita di Domancy staccò uno stoico Gianbattista Baronchelli, ultimo ad arrendersi. Vinse per distacco a braccia alzate e gridò al mondo, sono io il più forte di tutti. E che a quel tempo sia stato davvero l’indiscusso padrone del gruppo lo certifica l’albo d’oro del Superprestige Pernod, una sorta di classifica a punti, che lo vide primeggiare ininterrottamente dal 1979 al 1982.
Fedele al personaggio schivo, mai fuori dalle righe, poco avvezzo alla conversazione ma non per questo meno carismatico, programmò scientificamente l’uscita di scena quando, ancora competitivo ai massimi livelli, il giorno del suo trentaduesimo compleanno, 14 novembre 1986, salutò il ciclismo ed appese la bicicletta al gancio. Son passati oltre trent’anni e la Francia, così come tutto il mondo del pedale, attende un fuoriclasse di pari valore… ma ne dovrà scorrere ancora di acqua sotto i ponti per riaverne uno così. Chapeau Bernard.

sabato 22 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1934, a Chicago, John Dillinger viene ferito a morte durante un conflitto a fuoco con la polizia.
John Herbert Dillinger, personaggio tristemente noto per la sua carriera criminale di rapinatore di banche, nasce a Indianapolis (Indiana, USA) il giorno 22 giugno 1903. E' il 6 settembre 1924 quando all'età di vent'anni a Mooresville, rapina la drogheria vicino casa; viene arrestato e successivamente rilasciato grazie all'intercessione della matrigna. Nonostante ciò non ha nessuna intenzione di togliersi dalla cattiva strada: continua ad organizzare e mettere in atto rapine.
Viene nuovamente arrestato a Dayton, nell'Ohio: dal carcere viene trasferito nella prigione di Michigan City; in combutta con alcuni uomini della sua banda, Dillinger riesce a fuggire. Torna quindi sul campo e ricomincia la sua attività di rapinatore. L'immagine di Dillinger rimane impressa nelle menti delle sue vittime per l'elegante foggia dei suoi abiti: il suo cappello e il suo cappotto di alta sartoria sono ancora oggi simboli che fanno identificare nell'immaginario popolare la figura dal gangster. Questo stile fascinoso di fatto ha contribuito a fare di Dillinger un mito del suo tempo.
Considerato dall'FBI e dal suo storico direttore John Edgar Hoover il "nemico pubblico numero 1", Dillinger si guadagna addirittura la fama di "moderno Robin Hood del crimine": gli anni in cui opera sono quelli della grande depressione, storico periodo di profonda crisi degli Stati Uniti; al termine delle abituali rapine prende l'abitudine di dare fuoco ai registri contabili su cui sono annotati i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economiche. In questo modo Dillinger attira su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro così come la simpatia di buona parte dell'opinione pubblica.
Nonostante il suo carattere brillante ed il suo stile mai eccessivamente brutale, quando le sue "attività" cominciano a conoscere una curva discendente, viene isolato dalla malavita, che teme di attirare su di sé l'attenzione della polizia; viene isolato anche grazie agli innovativi metodi di ricerca dell'FBI. Dillinger cerca di reagire e decide di allearsi con la gang di un altro noto criminale dell'epoca, "Baby Face" Nelson, individuo ben più rude di Dillinger e sicuramente privo di scrupoli rispetto a lui (e che insieme a lui arriva a dividersi la fama di "nemico pubblico").
Negli anni Trenta cerca di far perdere le sue tracce all'FBI, che gli sta alle calcagna, persino utilizzando dell'acido per cancellare le proprie impronte digitali. Nel mese di marzo 1934, a Tucson, viene arrestato in un hotel assieme a buona parte della sua gang, grazie a circostanze fortuite. Passano solo pochi giorni ed evade nuovamente arrivando a scatenare un vero e proprio caso politico nazionale: la prigione da cui scappa questa volta è quella di Crown Point, nell'Indiana (qui viene inoltre immortalato in alcune foto - divenute poi famose - che lo ritraggono ironicamente abbracciato al direttore del carcere).
Per portare a termine questa ennesima evasione prende in ostaggio alcuni agenti e ruba addirittura l'auto del direttore dell'istituto carcerario. Varcando il confine dello stato dell'Indiana Dillinger commette un reato federale: questo fatto - unitamente a una recente legge sul furto d'auto varata dal Congresso americano - permette all'FBI di poter intervenire organizzandosi tempestivamente.
Dopo quattro mesi dalla sua fuga, Dillinger viene identificato a Chicago. Mentre si trova all'esterno di un cinema, da dove stava uscendo assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas (dopo aver assistito alla proiezione del film poliziesco "Manhattan Melodrama", con Clark Gable - la cui trama include una storia di gangster), alcuni agenti dell'FBI uccidono a tradimento John Dillinger. Muore assassinato dall'esplosione di cinque colpi d'arma da fuoco, il giorno 22 luglio 1934, all'età di soli 31 anni.
A tradire il gangster è stata proprio Ana Cumpanas, conosciuta nell'ambiente dell'epoca anche come Anna Sage ed in seguito nota come la "Donna in Rosso" (per via del colore sgargiante dell'abito indossato per farsi riconoscere dalla polizia). Ana aveva passato ai servizi segreti le informazioni per incastrare Dillinger, in cambio della sua permanenza in America: voleva evitare di essere espulsa verso la sua terra natale, la Romania, ma sarebbe stato tutto inutile in quanto sarebbe poi stata espulsa ugualmente.
All'agguato fatale partecipa anche Melvin Purvis, giovane G-Man nominato dal direttore John Edgar Hoover per coordinare le ricerche assieme agli uomini della nuova FBI, tra cui l'esperto investigatore Charles Winstead. Purvis lascera l'FBI solo un anno dopo la morte di Dillinger: morirà nel 1960 a causa di un colpo partito accidentalmente dalla propria pistola, anche se non si esclude l'ipotesi del suicidio.
Negli Stati Uniti esiste un museo dedicato a John Dillinger. Ricca è anche la filmografia a lui dedicata, da "Lo sterminatore" (1945, di Max Nosseck), passando per numerose pellicole durante gli anni Sessanta e Settanta, fino a "Dillinger: nemico pubblico numero uno" (1991, di Rupert Wainwright, interpretato da Mark Harmon), "Dillinger and Capone" (1995, di Jon Purdy, interpretato da Martin Sheen), "Nemico pubblico - Public Enemies" (2009, di Michael Mann, interpretato da Johnny Depp).

venerdì 21 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 356 a.C. il tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico, viene distrutto.
L'Antica Grecia fu abitata dal 2000 a.C. da nomadi provenienti dalla Russia meridionale, che vi giunsero progressivamente fino al 1150 a.C. circa, chiamati Achei. Essi verso il 1450 a.C. occuparono Creta ed i loro mercanti presero il posto di quelli cretesi in tutto il Mar Egeo ed anche nelle isole di Rodi e di Cipro. Dopo il 1150 a.C. i Dori, anch'essi provenienti da nord, invasero brutalmente la Grecia, e molti dei suoi abitanti fuggirono, andando a fondare colonie in Asia Minore, a loro molto note per averci commerciato negli ultimi secoli, formando così la Grecia d'Asia. Tali colonie furono città libere, completamente indipendenti dalla madrepatria,  annoverando tra l'altro un padre della matematica come Pitagora. Tra i suoi grandi centri possiamo senz'altro includere Efeso, situata a nord di Mileto (che le sarà superiore nel commercio). Efeso, nella bassa valle del Caistro, sorgeva nel punto d'incontro delle strade che conducono verso la Lidia e la Mesopotamia, ed è da questa posizione strategica che ne derivò la floridezza. Con il tempo i luoghi dove sorgeva sono mutati, ed alluvioni torrenziali hanno oggi spostato la riva del mare a sei chilometri da dove era situato il porto. Celebre fu il suo teatro (delle opere teatrali la Grecia fu la culla), ma ancor più famoso fu il tempio dedicato ad Artemide, dea che i Romani identificheranno con il nome di Diana. La costruzione del tempio iniziò nel VI secolo a.C., in un periodo in cui le città greche dell'Asia Minore erano cadute sotto il dominio di Creso, re della Lidia, e la sua realizzazione fu lunghissima, richiedendo il contributo di più generazioni e proseguendo, quindi, anche dopo che la Lidia fu annessa da Ciro all'Impero Persiano.  Nel tempio, in posizione centrale, si poteva ammirare la statua di Artemide, raffigurata come una dea dalle molte mammelle. L' annoverazione del tempio di Artemide fra le sette meraviglie del mondo è frutto della stupenda architettura e delle dimensioni eccezionali del suo complesso. L'edificio più importante e più antico, fu costruito per ordine di Creso circa a metà del VII secolo, di questo abbiamo quale testimonianza delle iscrizioni in caratteri Lidi e greci che si trovavano sulle colonne del tempio.
I lavori furono diretti dall'architetto Chersifrone. La fama del tempio nella antichità era dovuta al diritto di asilo che questo elargiva e crebbe molto per i racconti legati a personaggi illustri e alla vita religiosa della città. Fin dai tempi più remoti il denaro necessario al sostentamento del tempio veniva procurato dai pellegrini, dai mercanti che affollavano la struttura e dai sacerdoti che vendevano le carni usate per i sacrifici. Si ritiene che nel VII secolo il santuario consistesse in una struttura simile ad un altare che cambiò varie volte e di due altri monumenti: l'Hekatompedon, così detto perché misurava 100 piedi e l'altare a rampa. Tutto ciò fu ricoperto con la costruzione del tempio e quella del cortile dell'altare. Il tempio aveva otto colonne sulla facciata e pare nove sul retro, non doveva essere ipetro (ossia a cielo aperto nella zona centrale, come il Didymaion presso Mileto), sebbene alcuni studiosi sostengono che il tempio fosse aperto alla pioggia, perché nella zona della cella fu trovato un tubo che serviva per eliminare l'acqua. L'accesso alla terrazza alta del santuario avveniva per mezzo di scalini di marmo costruiti attorno all'edificio come una gigantesca cornice. Il  basamento era largo 7,85 m e lungo 131 m. Plinio scrive che le colonne erano alte 20 m, snelle ed elegantemente scanalate (stile ionico), dei bellissimi capitelli sostenevano le travi tanto grosse da far sorgere una leggenda la quale narra di un intervento della  dea stessa per aiutare l'architetto ad erigerle, questi infatti demoralizzato dall'enorme difficoltà dell'impresa tentava il suicidio.
Il fregio non aveva figure ma solo una grossa dentellatura sulla cimasa più alta che sorreggeva il timpano. Quest'ultimo aveva tre aperture o finestre: quella centrale fornita di sportelli e al suo fianco si ergevano due statue di amazzoni. Plinio parla nel complesso di 127 colonne. La cella si trovava esattamente al centro dell'edificio. Non siamo certi del fatto che la statua della dea dominasse la cella, ma possiamo dedurre come la grandezza della statua fosse quella delle copie di epoca romana. La strana statua delle molte mammelle dell'Artemide Efesia rappresenta una dea madre.   
Gli elementi decorativi di figure di animali come cervi, leoni, grifoni, sfingi, sirene e api sono originari dell'Est. Le statue avevano una rilevante importanza in questo complesso, infatti di tutte le gare svoltesi fra i greci, quelle di scultura che si tennero nel V secolo per adornare il tempio risultarono uniche. Gli scultori delle statue di bronzo delle amazzoni, (qui però mostrate non in atteggiamento guerresco, ma di supplici che implorano rifugio nel tempio), furono invitati ad esporle in pubblico e le quattro giudicate migliori (quelle di Fidia, Policleto, Cresila e Fradmone) furono scelte per decorare il tempio. La celebrazione della pace di Callia del 450 a.C. fu l'occasione per questo avvenimento. Il tempio fu distrutto il 21 luglio del 356 a.C. da un certo Erostato, che lo incendiò col pretesto che con tale gesto, il proprio nome sarebbe rimasto negli annali della storia. Nella sezione più bassa degli scavi, in quello che è chiamato "deposito della fondazione", databile intorno al 600 a.C., furono rinvenute statuette d'oro, di legno, d'avorio, d'argilla, ed alcune erano raffigurazioni di Artemide come dea cacciatrice con l'arco o dea dell'Ade con una torcia.
Queste statue mostrano un miscuglio di forme orientali, lidie, persiane, ittite ed egizie. Una parte importante per la ricostruzione del tempio è costituita dalle monete che recano la sua immagine, nelle fondamenta del tempio sono state rinvenute 87 delle più antiche monete conosciute. Per ricostruire la facciata del santuario si utilizzò una sola moneta e non ci si rese conto che sulla moneta era stata operata una sintesi del numero esatto delle colonne (8), come risulta da altre monete. Dopo la distruzione da parte dei Goti, avvenuta nel 262 d.C., si era tentato di ricostruire il tempio che nel periodo classico poteva essere considerato l'espressione dell'immortalità  della Grecia Ionica. L'uso dell'edificio nel IV secolo era mal tollerato dalla religione cristiana, e per questo fu completamente distrutto da S. Giovanni Crisostomo. Si narra che la gente continuasse ancora ad adorare le pietre sottratte all'area sacra, la primissima e più venerata era la pietra caduta dal cielo, probabilmente un meteorite.
Il sito del tempio fu riscoperto nel 1869 da una spedizione finanziata dal British Museum, assieme a numerosi reperti e sculture provenienti dal tempio ricostruito, anche se oggi la perduta meraviglia del mondo non è più visibile.

giovedì 20 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 1578 a Roma vengono arrestate 11 persone, accusati di aver costituito un circolo segreto in cui si compivano atti di omosessualità.
È una storia che è stata rimossa, cancellata, come accadde per tante vicende di eretici romani e italiani, le cui tracce sono giunte a noi attraverso carte e processi in stato frammentario. Così è stato anche per i matrimoni omosessuali celebrati in una chiesa del tardo Cinquecento, descritti da Montaigne nel diario del viaggio che fece in Italia fra 1580 e 1581, soggiornando a lungo a Roma. Montaigne vi trascrive una storia singolare, riferita a “S. Giovanni a Porta Latina, chiesa nella quale certi portoghesi avevano fondato qualche anno fa una strana confraternita: si sposavano maschi fra maschi alla messa, con le medesime cerimonie che noi usiamo per il matrimonio, facevano comunione insieme, leggevano il vangelo stesso delle nozze e poi dormivano e abitavano insieme. Dicevano le battute dei romani che, dal momento che l’unione fra maschio e femmina è resa legittima soltanto dalla circostanza del matrimonio, a quei fini personaggi era parso che l’altro atto sarebbe divenuto anch’esso legittimo, perché autorizzato dalle cerimonie e dai riti della Chiesa. Furono bruciati otto o nove portoghesi di questa bella setta”.
Il racconto è sorprendente, ma è stato a lungo ritenuto un falso, anche grazie all’abile opera di rimozione compiuta da un autorevole storico cattolico, Ludwig von Pastor, che riuscì a far passare una lista (pubblicata) di otto condannati a morte il 13 agosto 1578, relativi al caso di S. Giovanni a Porta Latina, come un elenco giudaizzanti bruciati dall’Inquisizione. Ma le cose non erano andate così. La pena capitale, infatti, aveva posto fine a una situazione che dovette inquietare le autorità, soprattutto per aver introdotto nella sfera segreta della sessualità proibita l’uso di un sacramento che strutturava la vita sociale ordinaria: in un’antica basilica, nascosta in un angolo ancora oggi fra i più ameni di Roma, chiuso fra le mura aureliane, il parco Egerio e la via Latina, si celebravano nozze fra uomini, secondo cerimonie protette dal silenzio dei membri di una “confraternita”.
Colpito dall’episodio, il viaggiatore Montaigne descrisse un caso che sembra costituire la prova dell’esistenza di una vera e propria società parallela, ribelle all’ordine costituito, com’era apparsa anche ai magistrati del Tribunale Criminale del Governatore, la corte secolare che gestì la causa aperta contro undici uomini arrestati il 20 luglio 1578. Permettono ora di dirlo i tre consistenti frammenti del processo celebrato dal giudice Paolo Bruno, ritrovati nel settembre 2008 presso l’Archivio di Stato di Roma. Il loro stato lacunoso e altri dettagli archivistici sembrano far pensare a uno stralcio deliberato delle parti più scottanti del processo, corrispondenti alle dure sessioni di tortura inflitte agli imputati, nel corso delle quali fu approfondito l’inquietante significato di quei matrimoni.
L’apparizione degli sbirri a S. Giovanni a Porta Latina, la domenica pomeriggio del 20 luglio 1578, interruppe il clima conviviale di una giornata trascorsa insieme da un gruppo di adulti e di giovani, tutti maschi. Si trattava di un gruppo a predominanza iberica, riuscitosi a insediare, forse con la complicità di membri dell’alto clero, nella basilica, divenuta il luogo d’incontro di un circolo di uomini di varia età, chierici e laici, perlopiù stranieri di modesta condizione sociale. Quel circuito rifletteva il carattere cosmopolita che, nonostante la Controriforma, la città dei papi ancora conservava, potendo trasformarsi addirittura in teatro di un atto di ribellione come quello di pretendere che recitando simulate nozze davanti a un altare l’amore fra due persone dello stesso sesso diventasse legittimo, almeno al cospetto di Dio.
Sebbene dal processo emerga un’atmosfera di libero abbandono ai piaceri della carne, non mancano tuttavia le tracce di unioni effettivamente celebrate, all’interno delle mura in apparenza sicure di una chiesa in posizione allora periferica e poco frequentata, e custodite dall’attenta organizzazione di quella che anche il giudice Paolo Bruno “schola” o “societas”, espressione usate all’epoca per indicare le conventicole di eretici. Quelle nozze prevedevano anche il travestimento, come conferma una fonte di inizio ‘600, che descrive a parole la pittura infamante eseguita dopo le condanne a morte come monito per la popolazione: “Andate in Roma a San Giovanni ante Portam Latinam, dove vederete, se da pochi anni in qua che io la vidi non è stata cancellata, dipinta l’historia di quegli spagnuoli i quali, havendo condotto seco alcuni giovanetti della lor natione, accioché non fussero conosciuti gli vestirono come donzelle & in quella santa chiesa si sposarono con essi, come fussero donne”.
I matrimoni rivestivano un’importanza centrale per quel gruppo di uomini. Le tessere in nostro possesso non permettono di ricostruire l’esatta composizione del mosaico, ma lasciano avanzare qualche ipotesi. È probabile che, negli anni successivi al Concilio di Trento, che aveva rilanciato con forza il valore e l’obbligatorietà del sacramento coniugale, l’attrazione di quel rito fosse avvertita anche da uomini che consumavano amori proibiti, spingendoli ad assumere con coraggio i forti rischi impliciti nel voler confermare un legame omosessuale attraverso l’abuso di un sacramento celebrato davanti a un altare. Era un desiderio inesaudibile per la società che li circondava e vedeva in loro sospetti eretici e ribelli.
Che fosse il Tribunale Criminale del Governatore a condurre la causa contro gli undici uomini arrestati il 20 luglio 1578 non era scontato, come non lo era che fossero processati per sodomia e non per eresia. Affinché l’inammissibilità dei misfatti commessi nella basilica fosse compresa a fondo, in una città dove la notizia degli arresti era entrata presto in circolazione, bisognava però agire con rapidità e fermezza. La condanna doveva essere netta ed esemplare. La decisione che a castigare quegli uomini fosse il Tribunale Criminale fu certo condivisa da tutte le altre autorità romane, compresa l’Inquisizione.
Il processo restò una causa per sodomia, ma con un vivo interesse per la sacrilega cerimonia connessa a quegli amori omosessuali. Il giudice non approfondì la questione sul piano dottrinario. Si soffermò piuttosto su aspetti utili a ricostruirne la liturgia, oltre a indagare quale funzione ricoprisse esattamente il rito coniugale nella comunità organizzatasi a S. Giovanni. Di fronte alla durezza del processo che li investì, gli imputati si ritrovarono soli con la propria incapacità di opporre resistenza e duramente colpiti nei corpi dalla tortura. Non si sa quando il giudice Bruno pose fine alla causa, né se dalle sessioni finali emersero altri elementi sulle unioni coniugali e sulla “strana confraternita”. Confessioni estorte a forza e denunce incrociate finirono con il logorare, nell’aula del Tribunale Criminale del Governatore, il vincolo tra quegli uomini, che si erano illusi di aver trovato in una basilica il rifugio sicuro per consacrare i loro amori. Le relazioni durature intrecciate fra alcuni di loro e i matrimoni officiati fra altri non contavano più. Tutti ammisero la propria colpevolezza. Ma la solerte collaborazione prestata alla giustizia da alcuni valse loro la vita. Anche l’unico sacerdote arrestato il 20 luglio scampò alla pena di morte. Forse per tutelare il buon nome del clero.
La notte fra 12 e 13 agosto 1578, quindici confortatori dell’arciconfraternita di S. Giovanni decollato si presentarono alla Corte Savella e presero in consegna otto condannati a morte: il barcaiolo albanese Battista, il catalano Antonio de Vélez, Francisco Herrera di Toledo, Bernardino de Alfaro di Siviglia, Alfonso de Robles di Madrid, Marcos Pinto di Viana do Alentejo, Jerónimo de Paz di Toledo e Gaspar de Martín de Vitoria. Si alternarono al loro fianco per accompagnarli nell’ultimo passo verso una morte cristiana. “Dipoi venendo giorno si celebrò la prima santa messa et si comunicorno tutti divotamente”. L’armonia fra la giustizia umana e la giustizia divina era ristabilita. Poi uscirono in strada. Il corteo si fermò sul ponte S. Angelo, “dove furno tuti et otto impichati”. Infine, i confortatori ricevettero mandato di trasportare i loro corpi “così morti a Porta Latina, dove furono tutti abrusciati”.

mercoledì 19 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
La mattina del 19 luglio 1943 più di 521 bombardieri americani attaccarono la città di Roma per la prima volta dall’inizio della Seconda guerra mondiale. I bersagli furono lo scalo ferroviario Littorio, a nord di Roma e l’aeroporto di Ciampino. Vennero sganciate più di mille tonnellate di bombe. Circa tremila civili vennero uccisi e almeno diecimila feriti. Nonostante il bombardamento si fosse svolto in pieno giorno e a una quota relativamente bassa, 3 mila metri, nemmeno un aereo americano venne abbattuto.
Poco dopo il bombardamento il Papa Pio XII, insieme al sostituto Segretario di Stato, Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, raggiunse la basilica di San Lorenzo fuori le mura, che era stata molto danneggiata. Il Papa benedisse le vittime del bombardamento e distribuì del denaro ai superstiti. Nel piazzale del Verano si ammassò una grande folla per accoglierlo. Poche ore prima, il re Vittorio Emanuele III era stato contestato visitando lo stesso quartiere.
Benito Mussolini, duce e dittatore dell’Italia in guerra contro gli americani e i loro alleati, non era a Roma durante il bombardamento. Si trovava a Feltre, in provincia di Belluno, per un colloquio con l’alleato tedesco Adolf Hitler per discutere le misure da prendere per rispondere allo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto poche settimane prima. Secondo i testimoni, quando gli venne riferita la notizia la preoccupazione principale di Mussolini fu assicurarsi che la notizia venisse pubblicata nel bollettino di guerra del 19 luglio, in modo che il mondo sapesse il prima possibile che gli alleati avevano attaccato Roma.
Il bombardamento del 19 luglio fu la prima volta in cui Roma venne bombardata: fino alla sua liberazione, il 4 luglio del 1944, sarebbe successo altre 50 volte. Si trattò di un attacco “di precisione”, come veniva chiamato all’epoca. In altre parole, il bersaglio dell’attacco erano alcuni specifici obiettivi militari – l’aeroporto di Ciampino e gli scali ferroviari di San Lorenzo e Littorio. Per questo fu necessario compiere l’attacco di giorno, in modo che gli aerei potessero identificare i bersagli.
Ma la tecnologia del bombardamento nel 1943 non era molto precisa e il bombardamento di precisione non aveva effetti molto diversi da quello a tappeto – quello che di solito praticavano gli inglesi sulla Germania e che aveva come obiettivo intere città, con lo scopo di piegare il morale della popolazione. Gli aerei americani non avevano missili, ma soltanto bombe a caduta libera e foglietti di carta per provare a calcolare dove sarebbero cadute tenendo conto della velocità del vento e di quella dell’aereo. Circa una bomba su dieci arrivò sugli obiettivi.
Quello su Roma fu un bombardamento massiccio e tragico, ma breve: soltanto due sortite vennero compiute il 19 luglio. Pochi giorni dopo l’attacco di Roma, ad esempio, l’aviazione inglese bombardò Amburgo diverse volte al giorno per un’intera settimana. All’attacco parteciparono circa 3 mila aerei e in tutto vennero sganciate 9 mila tonnellate di bombe. Non fu un bombardamento di precisione, ma un attacco mirato a distruggere la città. Morirono più di 40 mila persone.
Quando nel 1942 gli aerei alleati iniziarono a bombardare l’Italia in maniera sistematica, Mussolini aveva promesso più volte che Roma non sarebbe mai stata bombardata. In molti si erano quindi rifugiati in città per allontanarsi dalle altre aeree attaccate, come Torino, Genova, La Spezia, il passo del Brennero. Anche il Papa si era impegnato per evitare che Roma venisse bombardata e con lo sbarco in Sicilia del 10 luglio sembrava che fosse possibile riuscire a far risparmiare la città. Nell’incontro di Feltre, uno degli obiettivi di Mussolini era proprio cercare una via per sganciarsi dall’alleanza con Hitler, però non riuscì praticamente a parlare e subì in silenzio un lungo monologo di Hitler.
La battaglia per la Sicilia si era rivelato molto più difficile del previsto per gli alleati. Alla fine, dopo i primi giorni di combattimenti e dopo molte pressioni inglesi (aerei italiani avevano bombardato Londra nel 1940), gli americani decisero l’attacco aereo. L’obiettivo erano i nodi ferroviari di Roma che una volta distrutti avrebbero interrotto il flusso di rifornimenti che arrivava alle truppe a difesa della Sicilia.
L’effetto militare del bombardamento è dubbio, mentre ebbe un forte effetto politico. Dopo il bombardamento i principali leader del Partito Fascista, tra molte incertezze, votarono la sfiducia a Mussolini nella celebre riunione del Gran Consiglio del 24 luglio. Il giorno dopo, il Re approfittò per farlo arrestare. Passò poco più di un mese e l’Italia firmò l’armistizio con gli americani e i loro alleati.

martedì 18 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1334 il vescovo di Firenze benedice la prima pietra posata del nuovo Campanile della Cattedrale, ad opera di Giotto.
Il campanile di Santa Maria del Fiore, uno dei più belli d'Italia, è una geniale (e costosissima) invenzione di Giotto, creata più come monumento decorativo che funzionale. Nel 1334, quando i lavori per la nuova cattedrale languivano ormai da oltre trent'anni, il grande artista viene nominato capomastro della fabbrica con il compito di portarne avanti la costruzione. Ma piuttosto che impegnarsi nella prosecuzione del progetto di Arnolfo per il Duomo, Giotto preferisce idearne uno tutto suo: il campanile. Al nuovo elemento architettonico che va ad arricchire la piazza, il maestro lavora dal 1334 al 1337, anno della sua morte, ma del progetto riesce a vedere realizzata solo la prima zona, quella dove si apre l'ingresso cuspidato. Il suo gusto di pittore lo porta infatti a far procedere il rivestimento esterno in contemporanea con la costruzione, rallentandone l'esecuzione. Marmi bianchi di Carrara, verdi di Prato e rossi di Siena colorano lo spazio e al tempo stesso lo ripartiscono con rigore classico, mentre sui quattro lati compare una "narrazione" figurativa (espressione indispensabile ad un pittore) grazie ad una serie di formelle ottagonali a rilievo eseguite da Andrea Pisano (che nel 1336 aveva terminato la Porta sud del Battistero) su disegni in parte dello stesso Giotto.
Alla sua morte è proprio Andrea che lo sostituisce nell'incarico, rimpiazzato a sua volta nel 1348 da Francesco Talenti, che nel '59 terminerà l'opera e la consegnerà alla città così come la vediamo oggi, con qualche modifica sul progetto giottesco.
La struttura, slanciata ed elegantissima (è alta 84,70 metri per 14,45), ha pianta quadrata ed è sostenuta agli angoli da contrafforti a forma di pilastri poligonali che salgono fino alla sommità. Queste quattro linee verticali, insieme alle quattro orizzontali che lo dividono in cinque piani, danno continuità ad una costruzione passata dalle mani di tre diversi artisti.
Il lavoro fatto da Andrea Pisano, che arriva a concludere i primi due piani, rispetta ancora il progetto giottesco. Prosegue infatti la decorazione esterna a formelle (alcune di Andrea, altre di Luca Della Robbia), ma già nel secondo piano (scandito come il primo in due fasce orizzontali) qualcosa cambia. Ai bassorilievi si sostituiscono sedici nicchie destinate a contenere statue di Profeti, di Sibille e del Battista (che saranno però eseguite fra il 1419 e il 1436). Al di sopra, nella seconda fascia, altre sedici nicchie disegnate dal marmo ma cieche.
Tanto le due serie di formelle a bassorilievo del primo piano (allegorie del lavoro, figure simboliche dei pianeti, delle Virtù, delle arti liberali e dei Sacramenti), quanto le sedici statue del secondo piano sono state sostituite da copie. Gli originali sono oggi nel Museo dell'Opera del Duomo. Fra le statue capolavori di Nanni di Bartolo e di Donatello come il celebre Abacuc (detto dai fiorentini "lo Zuccone" per la sua testa pelata), figura piena di intensa e tormentata spiritualità eseguita fra il 1423 e il '36 insieme al Profeta Geremia.
Gli ultimi tre piani del Campanile sono infine opera di Francesco Talenti, capomastro dal 1348 al '59. Qui le sculture e le massicce lastre di marmo lasciano il posto a enormi finestre verticali che "bucano" le pareti inondando di luce la struttura. Si tratta di doppie bifore (nel terzo e quarto piano) e di una sola trifora (nel quinto) che danno all'insieme una leggerezza ed un'eleganza tipicamente gotica pur senza soffocare l'impressione "classica" dell'insieme. Merito anche della soluzione finale inventata dal Talenti: una grande terrazza molto protesa verso l'esterno che fa da tetto panoramico e sostituisce la consueta cuspide dei campanili gotici. Un disegno conservato a Siena ci mostra come sarebbe stata questa copertura ben più banale.
La tradizione narra che l'imperatore Carlo V d'Asburgo, vedendo il campanile, lo trovasse opera tanto preziosa da meritare di essere conservata sotto una campana di vetro.

lunedì 17 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1762, a seguito dell'assassinio di Pietro III, Caterina II diventa zarina di tutte le Russie.
Caterina II Alekseevna di Russia, passata alla storia anche con l'appellativo di Caterina "la Grande", nasce il 21 aprile del 1729 a Stettino. Imperatrice di Russia dal 1762 fino alla morte, colta e intelligente, è nota per essere stata un esempio di sovrana illuminata.
La futura imperatrice nasce però come Sofia Federica Amalia, figlia del principe germanico di Anhalt-Zerbst, Cristiano Augusto, e di Giovanna di Holstein-Gottorp. Sin dalla sua adolescenza, pur non essendo particolarmente bella, dà prova della sua vivacità, dimostrando molti interessi culturali e rifiutando l'educazione pessimistica e di stampo luterano che le viene impartita.
La sua vita si intreccia indissolubilmente, com'era consuetudine nelle famiglie dinastiche europee, con quella di altri casati nobiliari e, nel suo caso, con quella dell'imperatrice Elisabetta. Nel 1742 infatti, avviene la designazione, proprio per mano di Elisabetta, del duca di Holstein, il giovane Pietro, figlio della sorella Anna. È lui, infatti, il successore al trono di Russia.
Passano solo tre anni ed Elisabetta decide di dare in sposa al successore Pietro la giovane Sofia Federica Amalia. La futura Caterina la Grande viene allora condotta insieme con la madre in Russia, con il fine di provvedere alla sua conversione pubblica. La Russia è la capitale dell'ortodossia cristiana e la giovane Sofia deve adempiere a questi obblighi religiosi se vuole entrare nel palazzo reale russo. Nel 1745 dunque, Sofia Federica Amalia viene ribattezzata secondo il rito ortodosso con il nome di Caterina Alekseevna e qualche mese dopo sposa Pietro di Holstein-Gottorp, suo cugino per via matrilineare.
Pietro è pronto per diventare Pietro III, imperatore di Russia, ma sua moglie, nonostante si tratti di un mero matrimonio politico, comincia da questo momento in poi un'opera di insediamento lento e abile nella sua corte, grazie alla sua innata intelligenza. Ben presto la giovane Caterina entra nelle grazie anche dell'imperatrice Elisabetta.
La sua cultura, formatasi sulle opere degli enciclopedisti francesi, la pongono sicuramente una spanna sopra al proprio marito, decisamente meno scaltro e intelligente di lei. Inoltre questi si dimostra incline all'ubriachezza, maltrattando la sposa in pubblico con comportamenti violenti e aggressivi. Il matrimonio si rivela un insuccesso da ogni punto di vista, ciononostante la coppia dà alla luce un erede, Paolo, il quale alla morte della zarina Caterina prenderà il nome di Paolo I Petrovič Romanov. La sua nascita avviene a San Pietroburgo, il giorno 1 ottobre del 1754. Subito però la nonna Elisabetta porta via dalla corte il piccolo, occupandosi di lui e togliendolo dalle cure della madre.
Nel gennaio del 1762 Pietro sale al potere con il nome di Pietro III, Imperatore di Russia. Tra le sue decisioni di governo ci sono una serie di provvedimenti che provocano un generalizzato scontento tra le classi dirigenti. Sigla la pace con la Prussia dopo aver ritirato le truppe a seguito della Guerra dei Sette anni, per giunta senza ricavare nulla per la Russia. Pianifica una guerra impopolare contro la Danimarca e aggrava la sua situazione manifestando sempre di più la sua volontà di trasformare la Russia in un paese luterano, sua fede originaria. Così, nello stesso anno del suo insediamento, avviene la congiura che lo destituisce ufficialmente.
Solo sei mesi dopo due ufficiali della guardia imperiale, Aleksej e Grigorij Orlov, organizzano la congiura e portano Caterina sul trono. Secondo le fonti, Grigorij è l'amante della zarina che, com'è noto, non si oppone affatto alla congiura. Caterina viene condotta in pompa magna nella città di Pietroburgo, appoggiata dalla nobiltà, e si lascia proclamare imperatrice al posto del destituito Pietro III, il quale preferisce abdicare. Poco dopo, rinchiuso nel carcere di Ropsha, lo zar detronizzato viene ucciso in circostanze oscure sulle quali però, da sempre, grava il sospetto della responsabilità di sua moglie, indicata come probabile mandante dell'assassinio.
Il 20 giugno del 1762 Caterina Alekseevna sale al potere con il nome di Caterina II.
Secondo la tradizione assolutistica di stampo illuminista l'imperatrice provvede ad un accentramento di tutti i poteri di governo, prendendo di fatto in mano il controllo di ogni attività. Il suo è un dispotismo paternalistico, largo di interventi in molti campi. Tra questi c'è ad esempio l'acquisizione nel 1767 di un codice ispirato ai dettami di Montesquieu e Beccaria, capisaldi dell'esperienza illuministica.
Nel 1774 il cosacco Pugačëv arma una rivolta contro il governo centrale, ma Caterina II riesce a dominarla entro il 1775. Successivamente si interessa ai problemi dell'istruzione, provvede a un restauro quasi totale delle finanze di Stato e dà vita ai governatorati locali, per meglio dominare dal centro l'intero Paese. Nel 1783 annette la Crimea alla Russia, sottraendola al dominio della Turchia, a seguito della guerra che coinvolge i russi con i turchi per quasi un decennio, con conclusione nel 1774. Per ottenere questo risultato si avvale delle indubbie doti del suo nuovo amante, Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, già noto durante la rivolta di Pugačëv. Ottiene poi, entro il 1795, tutte le regioni orientali della Polonia, di fatto spartita con la Prussia e con l'Austria. Anche in questa situazione Caterina II fa valere la sua influenza derivante da una sua precedente relazione con Stanislao Poniatowski, posto proprio dall'imperatrice, anni prima, sul trono polacco.
Fiutando il pericolo proveniente dalla Francia rivoluzionaria, proprio nel 1789 anziché allentare la morsa per i servi della gleba, e nonostante le sue precedenti dichiarazioni di aprirsi ai loro voleri, di fatto ne irrigidisce la misure, aumentando di molto il loro numero, forte dalla centralizzazione del potere da lei operato. Contemporaneamente però Caterina II si dà da fare in campo letterario con opere autografe, articoli, schizzi di satira e trattati dal piglio polemico. Tra le sue commedie, spesso didattiche e con intenti critici diretti ai suoi oppositori, si ricordano "L'ingannato" e "Lo stregone siberiano".
L'imperatrice è un'illuminista convinta e scrive alla maniera degli illuministi, versata in più ambiti artistici. Conosce Voltaire, Diderot e D'Alembert, i quali nelle loro opere provvedono alla definizione di "Grande", consolidando la sua opera, la quale però, in chiave squisitamente illuministica, si esprime quasi esclusivamente in campo scolastico ed educativo. Si deve a lei, infatti, l'istituzione di case di educazione nelle città di Mosca e Pietroburgo, oltre all'apertura di molte scuole anche per adulti nei vari capoluoghi del Paese.
Caterina II Alekseevna di Russia, detta Caterina la Grande, muore a Puskin, il 6 novembre del 1796 all'età di 67 anni.
Dopo la sua morte, il figlio, divenuto zar, Paolo I, non apprezzando l'opera della madre, nel dicembre dello stesso anno pretende che le spoglie del padre vengano riesumate e sepolte con tutti gli onori nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, insieme a tutti gli altri zar, secondo la tradizione russa.
Lo straordinario personaggio di Caterina di Russia ha dato vita, oltre a numerosi libri e saggi, a decine di spettacoli teatrali (da ricordare la commedia Whom Glory Still Adores, scritta da George Bernard Shaw) e film, incentrati sulla sua vita e sul suo mitico personaggio. Ad interpretarla sullo schermo sono state le più grandi dive del secolo scorso: da Marlene Dietrich (L'imperatrice Caterina, The Scarlet Empress, 1934) a Bette Davis (Il grande capitano, John Paul Jones, 1959), da Tallulah Bankhead (Scandalo a corte, A Royal Scandal, 1945) a Jeanne Moreau (Caterina sei grande, Great Catherine, 1968) e Viveca Lindfors (La tempesta, 1958).
Il lato sessualmente ingordo del suo carattere ha affascinato la prosperosa attrice Mae West che, negli anni '40, dopo aver tentato invano di portare il suo personaggio sullo schermo, realizzò su di lei un gustoso spettacolo teatrale, dal titolo Catherine Was Great, in cui indossava ovviamente i panni della tempestosa sovrana.

domenica 16 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1782 debutta a Vienna "Il ratto del serraglio", di Mozart.
Il Singspiel in tre atti Il ratto dal serraglio è considerato, a torto, un’opera quasi minore di Mozart, comunque non paragonabile con la trilogia italiana di Da Ponte e neppure, nel suo genere, con Il flauto magico. Anche nei paesi di cultura tedesca, dove pure gli ostacoli della lingua e della estraneità alle tradizioni specifiche del Singspiel non sussistono, vive ai margini del repertorio, in una specie di limbo dorato, che ne riconosce le qualità ma non le ambizioni.
Perché accade questo? La risposta più semplice è che noi siamo abituati a vedere in Mozart colui che con la sua musica ha fuso tragedia e commedia – più precisamente i generi dell’opera seria e dell’opera buffa – in unità inscindibile, connotandola, con tocco leggero, di risvolti psicologici, analitici, simbolici, mitici e metafisici universali. Universali nel senso che della vita reale e dei caratteri umani riproducono a tutto campo le aspirazioni, le illusioni e i sogni, senza assumere posizioni preconcette o morali. Per quanto differenziati in ogni caso, questi aspetti emergono nella continua, enigmatica  inafferrabilità dei personaggi, delle situazioni, degli stati d’animo, trovando per ognuno di essi l’espressione più adeguata.
Il ratto dal serraglio si sottrae a questa definizione per più motivi. Anzitutto per il soggetto, che si colloca in una dimensione fiabesca, senza tempo, o meglio incorniciata nel tempo in cui fu composto, quando soggetti di tal tipo erano di gran moda. La favola dei due innamorati scaraventati da un destino avverso in luoghi lontani, vittime del terribile sultano e da questi inopinatamente graziati (favola eterna, popolare, con precedenti illustri, ma appunto favola), si era in quegli anni intrecciata con una vena orientale portatrice non soltanto di colori esotici (di cui la musica “turca”, con le sue peculiari connotazioni anche strumentali, era il tramite privilegiato) ma anche di messaggi illuministici, concilianti e rassicuranti. Erano messaggi che vedevano nell’”altro” e nel “diverso” un esempio da seguire per vagheggiare in un altrove favoloso l’età dell’oro. Inevitabilmente un soggetto di questo tipo richiedeva una trama prestabilita, convenzionale: la coppia aristocratica mossa da sentimenti appassionati e malinconici (la giovane nobildonna Konstanze e il giovane nobile Belmonte) affiancata alla coppia marcatamente buffa dei servi (la cameriera Blonde e il servitore Pedrillo); la figura sanguigna e collerica del cattivo selvaggio ma tutto sommato buon diavolo (il guardiano dell’harem Osmin) contrapposta alla silhouette magnanima del saggio, generoso Pascià Selim, che nell’opera non canta ma parla. Si dirà che, con qualche differenza, è la stessa distribuzione del Flauto magico. Ma a parte che Gottlieb Stephanie, l’autore del libretto, non possedeva il genio e l’esperienza di Schikaneder, è la situazione di fondo a essere profondamente diversa: qui non siamo di fronte a un’allegoria del cammino d’iniziazione verso la conoscenza, né a un simbolico riconoscimento dei valori, grandi e piccoli, che debbono o possono portare alla felicità. Siamo semplicemente di fronte a un tentativo, comicamente fallito, di rapimento, cui improvvisamente segue una liberazione inaspettata. Mozart lottò con tutte le sue forze per dare alla struttura drammaturgica unità e varietà (in nessun altro periodo della sua vita si diffuse in tante dichiarazioni epistolari sulla ricetta dell’opera ideale, e il povero Stephanie fu letteralmente tiranneggiato dalle sue richieste di modifiche al testo), ma dovette alla fine ripiegare su un assioma che, se ribaltava la teoria classicistica metastasiana, significava una rinuncia – forse a quel tempo a lui stesso non chiara – a traguardi più impegnativi: “la poesia deve essere assolutamente figlia devota della musica”. E a questo si attenne.
Con risultati però di altezza suprema. E qui entriamo nel cuore della questione. La partitura del Ratto dal serraglio consta essenzialmente di arie solistiche (14 su complessivi 21 numeri) che non soltanto evadono dalla cornice mediocre della trama ma si lanciano in un corso di pensieri, di sentimenti, di emozioni, di tenerezze, di situazioni umoristiche che a quelle altezze li conduce. I personaggi, incarnati dalla musica, si trasfigurano in pure entità astratte, nelle quali trovano posto la poesia, il pathos, la rabbia, il distanziamento, le sfumature psicologiche e drammatiche: ma di per sé, quasi estraniate dal contesto, per così dire assolutizzate. La musica diviene misura a se stessa, con invenzioni a getto continuo, sostenendo il canto con l’orchestra usata con funzioni concertanti, per pervenire, nei pezzi d’insieme collocati alla fine degli atti, a una vertiginosa sospensione: ed è lì che avviene l’incontro tra azione e musica. Collocati negli snodi della vicenda, questi momenti d’insieme sono il risultato della carica accumulata nei pezzi chiusi e della loro esplosione. Essi segnano la conquista della capacità della musica di farsi azione e dramma. Ossia il raggiungimento di un primo stadio di compiutezza del teatro, nella raggiunta consapevolezza di sé.
Quando Mozart compose il Ratto dal serraglio si era appena liberato dal giogo di Salisburgo e da una condizione, anzitutto psicologica, di subalternità. Per la prima volta, stabilizzatosi nella Vienna dei suoi sogni,  si sentì un libero professionista, cui non erano imposti limiti al di fuori del suo genio. Ma non solo. Il ratto dal serraglio significò, in tutti i sensi, la scoperta delle meravigliose possibilità del teatro, nel quale Mozart vedeva la realizzazione delle proprie aspirazioni. Forse non ancora dell’essenza del teatro, ma certamente dei suoi meccanismi, delle sue pratiche, delle sue strategie e tattiche, e soprattutto del suo essere un modo di vivere e di pensare prima ancora che di creare: da questo punto di vista il piccolo mondo familiare del Singspiel gli era per ora più congeniale dei grandi miti eroici. Questa entrata nel mondo del teatro così inteso avvenne trionfalmente con il Ratto dal serraglio: portando con sé  tutte le magie, gli incanti, gli stupori, i sussulti di una esperienza nuova e tanto desiderata. Per Mozart dovette essere una sensazione elettrizzante. Ora che vi era entrato per non abbandonarlo mai più, il teatro poteva essere conquistato. Ma quell’emozione, la freschezza della prima vera scoperta, non sarebbe mai più ritornata.

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