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venerdì 30 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1997 esce in Inghilterra "Harry Potter e la pietra filosofale", primo volume della saga di Joanne Rowling.
Cento milioni di copie vendute in 200 Paesi del mondo. Il successo di Harry Potter è planetario. Tanto che la sua autrice viene da qualcuno addirittura paragonata al famoso Shakespeare.
Il primo libro, Harry Potter e la pietra filosofale, di immaginazione in moto ne ha messa parecchia, sin da quando, nel 1996, un piccolo editore di nome David Heyman lo comperò per 8 milioni di lire. La scrittrice (il fatto ormai è entrato nella leggenda) viveva alle soglie dell’indigenza. Laureata in lingue, la mattina insegnava e il pomeriggio scriveva, abbozzando la storia del maghetto sul tavolino di un bar dove sedeva per ore, ordinando solo un caffè, per godere del caldo del locale. Il suo primo libro nessuno lo voleva; la Rowling ha fatto il giro con il suo manoscritto tra tante case editrici, poiché lo ritenevano troppo strambo e non in linea con le ultime tendenze che favorivano le avventure degli eroi giapponesi. Quando invece Harry Potter e la pietra filosofale esce in libreria, il tam-tam fra i bambini e le madri del Regno Unito è dilagante. In Italia il volume esce con i tipi Salani dividendo le famiglie in due categorie: chi è entrato nel mondo di Harry Potter e chi no.
Ma chi è esattamente l’eroe protagonista di questo fortunato libro? Chi è questo ragazzino con gli occhialini e la frangetta divenuto l’idolo dei giovanissimi di tutto il mondo? Harry ha undici anni, orfano, sfortunato, timido, è cresciuto con gli zii Vernon e Petunia Dursley e vive nella loro casa isolato in uno scantinato, in più sopporta le angherie di suo cugino Dudley, grasso e stupido. Anche quando scopre di aver ereditato dei poteri speciali dai suoi genitori James e Lilith Potter, due maghi buoni, uccisi dal malvagio mago Voldemort, non si sente un super-bambino, ma anzi continua ad avere una certa goffaggine, a preferire i deboli ai forti, i poveri ai ricchi, gli emarginati e i diversi ai più fortunati. Una mattina, nello scantinato freddo in cui vive egli riceve centinaia di lettere che gli rivelano la sua reale natura con l’invito a raggiungere, il giorno del suo undicesimo compleanno, la Scuola di stregoneria di Hogwarts, sapientemente diretta dal potente mago Albus Silente.
E qui, il ragazzo si ritrova in un fantastico mondo popolato da maghi in cui i comuni mortali sono chiamati “Babbani “. Noi siamo i babbani, prigionieri del mondo delle apparenze; non siamo cattivi, siamo semplicemente umani. La scrittrice ci assicura che il Male assoluto non abita in questo mondo, ma di là dove si aprono le tenebre. In quel di là, chi detiene il potere assoluto è Voldemort, una specie di Satana. Harry combatte il Male perché ha il dono: è l’eletto, il prescelto da una divinità misteriosa che nel libro non dice mai il proprio nome. Tutti i ragazzi, gli adulti della Scuola di Hogwarts sanno che egli è il prescelto, il bambino sopravvissuto all’attacco di Voldemort che cercò di ucciderlo con un fulmine. Il segno di quell’episodio, in cui morirono i suoi genitori, è una cicatrice sulla fronte a forma di saetta. Tale cicatrice gli procura dolore e sembra prendere fuoco ogni volta che qualche mago malvagio lo fissa crudelmente.
Questa favola moderna ha fatto presa sui ragazzi di oggi, poiché non è troppo facile identificarsi con Alice o Pinocchio ma è semplicissimo farlo con Harry Potter e vivere nella realtà quotidiana, in mezzo ai babbani, poiché il regno dei maghi è speculare al nostro. Nella ormai famosa scuola di stregoneria di Hogwarts è facile riconoscere i college anglosassoni (e, sia pure in forma diversa, le nostre scuole), frequentati da ragazzi simpatici e odiosi, pigri e indolenti, con libri e programmi tediosi e dove i professori assomigliano caratterialmente a Severus Piton, il terribile aspirante alla cattedra di Arti Oscure, o a Minerva Mac Grannit, irascibile ma buona insegnante di Trasfigurazioni con potere di mutarsi in gatto. Anche i giochi dei ragazzi sono simili ai nostri: gli scacchi con pedine viventi, le figurine e il quidditch, che richiama le regole del baseball e la pallacanestro.
Le avventure di Harry vengono vissute con una magnifica coppia di amici. Ron Weasley, figlio di una famiglia modesta di maghi e streghe piena di bambini dai capelli rossi, e Hermione Granger, figlia di babbani, ragazzina saputella che usa un Giratempo per partecipare a più lezioni contemporaneamente ed è ovvio che a scuola sia la prima. I tre, assieme al gigante Hagrid, diventano una squadra pronta ad affrontare ogni sfida delle forze oscure. La bravura della scrittrice consiste quindi nel non capovolgere le leggi della realtà, ma di variare ingegnosamente le forme di questo mondo. Il meraviglioso c’è, non però quello tipico della fantasia medievale, anche se nel suo libro vi è qualche traccia di unicorni, di penna di fenice e di centauri astrologi e il tutto interagisce con giochi di metamorfosi che richiamano i cartoni di Walt Disney.
La storia di Harry è estremamente suggestiva, poiché ciascuno può vedere in essa ciò che preferisce. Quel che importa, come dice il saggio preside Albus Silente, è “imparare a vivere”. Nel castello di Hogwarts, tra gufi e rospi, fantasmi e draghi Harry apprende non solo le lezioni, ma quel che conta vince la sua prima battaglia contro il Male assoluto. La sfida si rinnoverà e si ripeterà negli altri libri della saga: Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Harry Potter e il calice di fuoco, Harry Potter e l’ordine della Fenice, Harry Potter e il principe mezzosangue e infine Harry Potter e i doni della morte perché Voldemort, non avendo un corpo, è dappertutto, come una forza potente, una possibilità minacciosa che grava sia sull’universo magico che su quello reale. I volumi sono sette come gli anni della scuola di Hogwards e in questo lasso di tempo, Harry è diventato una sorta di creatura salvifica. Seguendo le sue storie, molti americani hanno ritrovato il sorriso dopo la tragedia dell’11 settembre. Il piccolo mago con le sue arti sconfigge Voldemort e i suoi spietati seguaci, che il New York Times ha paragonato rispettivamente a Bin Laden e ai terroristi di Al Qaeda. Allora ben venga la “pottermania“ se aiuta a sconfiggere l’ansia e i cattivi presagi disseminati come mine vaganti nel mondo.

giovedì 29 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 1914 viene attentata la vita di Grigorij Efimovič Novy, meglio noto come Rasputin, senza successo.
Grigorij nasce a Pokrovskoe, sperduto paesino della Siberia, situato nella provincia di Tobol'sk vicino ai monti Urali. La data di nascita è da sempre oggetto di dibattito; fu lo stesso Rasputin per sua volontà a creare confusione sulla sua data di nascita. Talvolta il monaco si invecchiava di vari anni per mantenere credibile la sua figura di Starec, parola russa che significa "anziano" e che identifica il particolare prestigio di alcuni monaci. Al tempo di Rasputin l'appellativo era carico anche di significati mistici, tanto che gli starec erano considerati eletti di Dio, capaci di poteri profetici e guarigione, di fatto erano considerati guide spirituali venerate e molto seguite.
Tra registri dispersi e ricerche nei dati di censimento si è arrivati a definire la data di nascita di Rasputin nel giorno 10 gennaio 1869.
Grisha - così lo chiamavano in famiglia - trascorre l'infanzia e l'adolescenza nel suo piccolo mondo rurale senza istruzione, lavorando nei campi assieme al fratello Misha. Dopo una lunga malattia il fratello muore; Rasputin ancora adolescente durante un attacco di febbre ha una visione: racconterà di aver visto la Madonna che parlandogli l'avrebbe guarito. Da questo episodio inizia ad avvicinarsi alla religione e agli Starec.
Si unisce in matrimonio a vent'anni. Dopo la morte del figlio di soli pochi mesi cade in depressione. Guarisce grazie ad un'altra apparizione della Madonna, la quale lo spinge a lasciare tutto e partire. Intraprende lunghi peregrinaggi che lo mettono in contatto con esponenti dei Chlisty, setta considerata illegale, ma molto popolare in Russia. I Chlisty sono duramente critici nei confronti della Chiesa ortodossa, che accusano di corruzione e decadentismo. La fisicità e la religiosità si mescolano in modo equivoco in questa dottrina eretica: il rito erotico e le congiunzioni carnali - anche di gruppo - sono una delle sue caratteristiche basilari del credo.
Rasputin, dopo aver passato un anno presso il convento di Verchoturje, viaggia nelle grandi città quali Mosca, Kiev e Kazan. Torna al suo villaggio natale dove mette in piedi una chiesa personale. Le forza di Rasputin risiede nel suo sguardo magnetico, intenso e allucinato, capace di grande presa sulla gente; le sue sono parole semplici, capaci di convincere: la sua fama in breve si diffonde richiamando alla sua chiesa numerose genti che provengono da tutta la regione.
Trasferitosi a San Pietroburgo nel 1905 approda alla corte dello zar Nicola II di Russia. Accompagnato dalla propria fama di guaritore viene chiamato da persone molto vicine alla famiglia Romanov: la loro speranza è che Rasputin possa contenere l'inguaribile emofilia di Alessio, figlio dello zar. Già al primo incontro Rasputin riesce ad ottenere qualche effetto benefico sul piccolo. Esiste una teoria secondo la quale Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi ematiche di Alessio utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo così la velocità di circolazione del sangue. Un'altra ipotesi sarebbe quella per cui semplicemente interrompendo l'assunzione di aspirina, che i medici di corte somministravano per lenire i dolori articolari, la salute di Alessio migliorava per effetto della diminuzione delle conseguenti emorragie, e il merito veniva attribuito a Rasputin.
Esiste però anche un fatto scientificamente inspiegabile. Il 12 ottobre 1912 il monaco riceve un telegramma della famiglia reale che lo informava di una grave crisi di Alessio: "I medici disperano. Le vostre preghiere sono la nostra ultima speranza". Rasputin, che si trova nel suo paese natale, dopo essersi immerso in stato di trance per diverse ore in preghiera, invia un telegramma alla famiglia reale con cui assicura la guarigione del piccolo, cosa che avvenne puntualmente nell'arco di sole poche ore.
Il carisma mistico del monaco fa molta presa in particolar modo sulla zarina Alessandra, tanto che il rapporto con questa dà adito a maldicenze libertine. Tutti i rapporti della polizia segreta e dei deputati della Duma sulla condotta di Rasputin che arrivavano allo Zar venivano sempre considerati frutto di maldicenze ordite dall'intellighenzia liberale e smentite dalla coppia regnante.
Allo scoppio della prima Guerra Mondiale l'attività di Rasputin si sposta dal privato al politico.
Pacifista convinto, cerca di opporsi con ogni mezzo: mentre lo Zar Nicola è al fronte cerca di manipolare la Zarina Alessandra (di origine tedesca), per portare la Russia su posizioni pacifiste.
Con i suoi giochi di potere il monaco si crea molti nemici tra cui la casta militare, l'aristocrazia nazionalista, la destra e anche l'opposizione liberale. La Russia stava passando un brutto periodo, l'esercito subiva numerose perdite, all'interno il governo era diviso e Rasputin continuava a tramare per ottenere una pace immediata. Il Primo Ministro Trepov tenta di allontanare Rasputin offrendogli un'enorme somma di denaro, ma Rasputin volge a suo favore anche questa circostanza, informando la zarina: dopo questa nuova dimostrazione di fedeltà alla Corona, vede aumentare il suo prestigio tanto che viene considerato "unico amico della famiglia imperiale".
Accusato di corruzione Rasputin riesce ad essere cacciato dalla casa dei Romanov, ma con l'aggravarsi delle condizioni del piccolo Alessio, la regina torna a cercare il mistico. Questi risponde che le condizioni del figlio sarebbero migliorate anche in sua assenza e proprio così in poco tempo accade.
E' una congiura di alcuni nobili che decreta la fine di Rasputin: attratto in una trappola, nella notte fra il 16 ed il 17 dicembre 1916 viene prima avvelenato con del cianuro, poi - considerata la sua resistenza al veleno - ucciso con un colpo di pistola al cuore. Nonostante l'avvelenamento e il colpo di pistola, Rasputin riesce a riprendersi per tentare una fuga, ma viene raggiunto. Il suo corpo viene colpito da numerose randellate, finché il suo cadavere viene gettato nel canale Fontanka di San Pietroburgo.
Il corpo riemerge due giorni dopo; sottoposto ad autopsia non si troverà traccia del veleno e si riscontrerà che era ancora vivo quando fu gettato in acqua.
La salma viene prima sepolta, poi però verrà dissotterrata per essere bruciata ai bordi di una strada.
La zarina Alessandra accoglie la notizia con evidente disperazione, mentre lo zar Nicola preoccupato per il sempre più ingombrante ruolo che Rasputin stava assumendo a corte, terrà un atteggiamento pacato; terrà inoltre conto del fatto che tra i partecipanti alla congiura c'erano nobili con lui imparentati tanto che nessuno venne punito per il delitto.
Le grandi celebrazioni che seguono la diffusione della notizia della morte di Rasputin, vedono gli assassini considerati come eroi, capaci di aver salvato la Russia dalla pericolosa influenza della germanica Alessandra e del suo folle amico monaco Rasputin.

mercoledì 28 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi




Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 2012 è stato rinvenuto al largo dell'Isola della Maddalena il relitto della Corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
La Roma fu una nave da battaglia, la terza unità della classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico e consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942, venne danneggiata nel corso di un bombardamento aereo statunitense quasi un anno dopo mentre era alla fonda a La Spezia, subendo in seguito altri danni che la costrinsero a tornare operativa, dopo le dovute riparazioni, solamente il 13 agosto 1943.
Il 9 settembre 1943, a seguito dell’armistizio tra italiani e angloamericani, il gruppo bombardieri speciale dell'aviazione tedesca ricevette l’ordine di decollare dalla base di Istrès (Marsiglia) per attaccare le navi italiane presso la Sardegna con delle speciali nuove bombe radiocomandate. Il comandante Steimborn di Stoccarda e Sumpf di Hannover erano tra gli aviatori.

La Roma era la più nuova delle tre moderne e potenti navi da battaglia della flotta italiana (con la Vittorio Veneto e l’Italia, ex Littorio). L’ultimo gioiello della Regia Marina, di 46.215 tonnellate, con nove cannoni da 381 mm, aveva raggiunto la notevole velocità di 32 nodi nelle prove. La Roma aveva subito in porto a La Spezia gli effetti di almeno due bombardamenti americani (5 e 23 giugno 1943), compiuti con numerosi bombardieri quadrimotori, con danni non gravi, sfondamento di parti non vitali e una falla provvisoriamente tamponata. Nonostante la potenza delle bombe, questo tipo di bombardamento non era preciso e se colpiva una parte più centrale e veramente corazzata, come avvenne con la torre poppiera delle artiglierie, non aveva conseguenze.
In quei primi giorni di settembre si conosceva la drammatica situazione militare di un paese invaso, con la prospettiva della sconfitta e l’attesa di un impiego della Regia Marina, forse in un’ultima battaglia con il probabile sacrificio delle navi maggiori. L’ordine ricevuto di salpare per ignota destinazione significava dunque prepararsi al peggio. La notizia dell’armistizio colse tutti di sorpresa, con grande disorientamento, dallo scoramento degli ufficiali alla caduta della tensione combattiva negli equipaggi, con incertezze sugli ordini e le azioni che sarebbero state richieste: arrendersi ai nemici di ieri o difendersi dagli alleati di ieri divenuti nemici.
La sera del 8 settembre 1943 la Flotta sotto il comando dell’Ammiraglio Bergamini, a bordo della nave ammiraglia Roma, salpava da La Spezia per la Maddalena in Sardegna, seguendo gli ordini del Re, in attesa di conoscere istruzioni più precise. Al dramma di molti ufficiali, propensi più all’autoaffondamento che alla consegna delle navi, si affiancava il disordine degli equipaggi, impegnati in discussioni e supposizioni, deconcentrati rispetto ai loro compiti, forse convinti che la pace fosse arrivata e le armi non sarebbero più servite.
Giunta nelle Bocche di Bonifacio di giorno, la formazione si poneva in linea per il passaggio nei campi minati, ma invertiva bruscamente la rotta davanti a La Maddalena, perché era stata informata appena in tempo che la base era passata sotto controllo tedesco.
Dopo l’avvistamento di un ricognitore inglese, contro cui nessuno aprì il fuoco, vennero avvistati cinque aerei non identificati già sulla verticale in alta quota. Forse avevano appena superato la posizione per il lancio di ordigni tradizionali (troppo avanti per una traiettoria di caduta per gravità) e questo sembrava indicare che non avessero intenzioni aggressive. Le vedette non li avevano segnalati (conferma indiretta di una generale diminuzione dell’attenzione). In quel momento si vide una scia luminosa scendere velocemente fino ad associarsi con il sibilo di una bomba. Cadde in mare con un’alta colonna d’acqua: le corazzate italiane erano sotto attacco. Che gli ordigni fossero inglesi o tedeschi, non faceva gran differenza.
Ventotto aerei tedeschi Do.217, decollati da Istres, si erano diretti nelle Bocche di Bonifacio, divisi in più ondate. La prima ondata, comandata dal maggiore Jope, era divisa in pattuglie, di cui la prima comprendeva cinque bombardieri, una sola bomba radiocomandata per ogni velivolo. A questa pattuglia apparteneva il velivolo di Steimborn e Sumpf.
Arrivati sull’obiettivo i velivoli avevano rallentato al massimo per ottenere le condizioni ottimali di lancio, sulle corazzate italiane che procedevano in linea. Steimborn osservò il lancio del primo velivolo sulla seconda corazzata italiana, apparentemente colpita. Poi il secondo velivolo colpì in pieno la terza corazzata (la Roma) che ridusse visibilmente la velocità.
Steimborn si concentrò su questa come bersaglio ideale, incurante del fuoco contraereo perché era a più di seimila metri di altezza. Aveva ridotto la velocità del bombardiere, mentre il puntatore segnalava l’avvicinamento al momento di sgancio.
All’avviso, venne sganciata l’unica bomba PC1400X, azionando anche la macchina fotografica motorizzata per seguire la traiettoria e documentare il risultato. Dopo 42 secondi la nave fu centrata perfettamente.
La corazzata Italia (ex Littorio) si avvicinò molto alla Roma, per poi allontanarsi perché una bomba le era esplosa vicinissima a poppa e aveva bloccato temporaneamente i timoni.
La prima bomba che aveva colpito la Roma aveva forato lo spesso ponte corazzato sul lato a dritta vicino al bordo, uscendo dalla fiancata ed esplodendo in mare sotto la carena. L’esplosione subacquea aveva provocato una falla, allagando e bloccando caldaie e macchine di poppa, e due delle quattro eliche. La velocità scese a 16 nodi e la nave cominciò ad inclinarsi a dritta, ma il sistema di compensazione automatica, o interventi manuali, limitarono subito l’inclinazione. La Roma poteva ancora salvarsi.
Sul ponte molti marinai si affollavano all'ingresso per entrare nel torrione corazzato, probabilmente per cercare riparo dietro le spesse corazze (senza immaginare cosa li attendeva). Il fragore dell’apertura del fuoco con i cannoni antiaerei (da 90 mm) e le mitragliere pesanti segnalava un altro attacco: la seconda bomba era visibile in tutta la sua traiettoria sempre più vicina.
La bomba perforò il ponte corazzato ed esplose nel deposito munizioni della torre n.2 del medio calibro. L’esplosione delle munizioni sfondò le vicine caldaie e probabilmente gli effetti combinati con il vapore bollente provocarono l’ulteriore deflagrazione del deposito munizioni di grosso calibro. L’enorme scoppio proiettò in mare l’intera torre trinata da 381, del peso di 1500 tonnellate. La colonna di fuoco avvolse l’altissimo torrione corazzato del comando e direzione tiro che si deformò accartocciandosi. Al suo interno doveva trovarsi l’Ammiraglio Bergamini e il suo Stato Maggiore. Pezzi di lamiere e parti della nave cadevano ovunque e i proiettili di tutte le armi scoppiavano, falciando gli uomini, i feriti e gli ustionati che vagavano sul ponte.
Da prora avanzava un muro di fiamme e di fumo nero, che saliva e copriva il cielo. Il fungo dell’esplosione saliva a cinquecento metri. Cercavano di ripararsi a poppa moltissimi marinai feriti a cui venne ordinato dagli ufficiali di buttarsi a mare, operazione facilitata dal fatto che la nave era molto immersa e inclinata a dritta con il bordo del ponte ormai a pelo d’acqua. Con fatica vennero liberate le zattere fissate sopra la torre di grosso calibro di poppa: una si era schiantata cadendo sul ponte, mentre l’altra veniva messa in mare e subito assalita dai naufraghi. Cresceva l’inclinazione e l’idrovolante cadeva dalla catapulta, scivolando in mare. Rivoli di sangue dei morti e feriti solcavano trasversalmente la coperta di teak, scorrendo verso il lato di dritta. Diversi marinai erano irriconoscibili per le ustioni e coperti di sangue. Altri avevano profonde ferite da taglio.
L’acqua era calda e tutti vivevano le drammatiche situazioni tipiche di un naufragio. Chi era gravemente ustionato provava provvisorio sollievo al contatto con l'acqua. I marinai che si erano buttati a mare erano una scia di punti bianchi che la nave si lasciava dietro. Un centinaio di marinai era ancora a poppa. Improvvisamente la Roma si rovesciava, con molti che cercavano di aggrapparsi sulla chiglia, le eliche di bronzo ferme. La nave, lunga 240 metri e sottoposta a forte torsione, si spezzava nettamente in due: la poppa scivolava lenta e orizzontale sott’acqua, trascinando con sé i marinai vicini. La prora si sollevava verticalmente in alto e poi scompariva all’indietro. Con l’ammiraglio Bergamini persero la vita circa milletrecento uomini mentre furono recuperati seicento superstiti
I naufraghi vennero soccorsi abbastanza rapidamente, per la vicinanza delle unità di scorta, alcune delle quali, come il caccia Mitragliere, si avvicinarono senza attendere l’ordine di farlo.
L’improvvisa e completa scomparsa del gruppo di comando della nave ammiraglia costrinse alcuni ufficiali ad assumersi responsabilità inattese e fu necessario prendere importanti decisioni. Numero e gravità dei naufraghi feriti imponeva di dirigersi subito verso porti attrezzati come capacità ospedaliere e che fossero vicini, ma con alcune perplessità. Infatti, dopo l’accaduto, ogni porto italiano poteva riservare sorprese tedesche, come era avvenuto a La Maddalena, e d’altra parte dirigersi su porti neutrali, come alle Baleari, esponeva al rischio di internamento. Dirigere invece su porti occupati dagli angloamericani, come era negli ordini finali, creava altri dubbi sul destino delle navi. L’angoscia della tragedia si sommava quindi alle incertezze e preoccupazioni su cosa attendeva gli equipaggi e le navi, a seguito dell’armistizio. Le unità che si diressero verso le Baleari, dopo lo sbarco dei feriti si autoaffondarono, oppure rimasero bloccate e vennero internate. Il resto della flotta proseguì verso porti alleati, dove rimasero sotto controllo e disarmate, pur mantenendo la bandiera.
In quei momenti dell’armistizio affondarono anche i cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli: il primo rimase vittima di attacco aereo tedesco, con le bombe HS293, mentre l’altro saltò su un nuovo campo di mine britannico. Purtroppo i naufraghi del Da Noli per un malinteso non vennero soccorsi dai caccia che già si dirigevano con i feriti della Roma verso le Baleari e non furono trovati superstiti in una successiva ricerca. Anche la corazzata Italia era stata colpita dall’attraversamento di una bomba radiocomandata, che aveva prodotto una falla di metri 21 x 9 nella carena e altri danni, da cui entrarono circa ottocento tonnellate d’acqua, subito compensate con l’ingresso di altre quattrocento tonnellate dal lato opposto per mantenere l’equilibrio della nave.
Nonostante la complessità e l’alto livello di una imponente realizzazione tecnologica, alla Roma bastava una bomba (sia pure sofisticata) per annientarla. Uno stupefacente risultato che poneva seri dubbi sul futuro delle navi da battaglia, per la vulnerabilità rispetto all’enorme investimento. Il dato di fatto suggeriva un modo diverso di impostare la guerra sul mare. Anche le bombe americane erano ormai in grado di perforare le corazzature orizzontali: nel caso della Vittorio Veneto a La Spezia, avevano attraversato un totale di 21 centimetri di acciaio.
E’ infine interessante notare il diverso modo con cui angloamericani, italiani, tedeschi avevano affrontato il problema di distruggere le navi da battaglia. Gli angloamericani avevano puntato ad una soluzione di forza, con un gran numero di potenti ordigni, soluzione probabilistica adatta alle caratteristiche della loro abbondante aviazione. I tedeschi avevano preferito una soluzione sicura e tecnologica, congeniale al loro primato e alla loro mentalità. Gli italiani preferirono invece una soluzione insidiosa o subacquea, basata su operatori coraggiosi: un approccio basato però sulla sorpresa e non facilmente ripetibile.
Per la Roma si parla spesso di “esplosione” del deposito munizioni, mentre alcuni precisano che si trattò di “deflagrazione”, ovvero di combustione dell’esplosivo con dilatazione progressiva. In effetti la Roma non si spezzò per scoppio delle munizioni (come avvenne ad altre navi) ma per rovesciamento e affondamento.
Ogni esplosivo, all’accensione, produce una enorme e veloce dilatazione che incontra prima o poi un ostacolo, come un involucro circostante, raggiungendo elevatissime pressioni e temperature che alla fine sfondano l’ostacolo con un violento e rumoroso scoppio. Così avviene nelle mine e bombe dove l’involucro amplifica con lo scoppio la potenza distruttiva dell’esplosivo.
Nelle munizioni la dilatazione dell’esplosivo deve invece spingere il proiettile nella canna con una progressiva accelerazione e quindi si tratta di esplosivo a più lenta combustione. In particolare le armi navali di maggior calibro hanno il proiettile (che va sul bersaglio) nettamente separato dalle cariche di lancio (non stanno insieme in un bossolo metallico come nelle armi leggere). Nel deposito munizioni della Roma l’esplosivo era in gran parte costituito da cariche di lancio, non protette e sensibili, che forse si accesero per simpatia di esplosioni contigue. La loro progressiva ma enorme dilatazione avrebbe certo fatto a pezzi lo scafo della nave se la particolare conformazione dei locali non le avesse fatte sfogare nella seconda torre dei cannoni. Queste torri rotanti sono semplicemente appoggiate e tenute ferme dal loro stesso peso. La torre da 1500 tonnellate volò quindi in mare come un tappo di sughero. Al posto dello “scoppio” ci fu una immensa deflagrazione con un forte spostamento d’aria e intenso calore (descrizione riscontrabile in molte testimonianze) che provocò comunque fatali distruzioni e strage dell’equipaggio.
Durante l'estate 2012 è stato trovato il relitto della corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
Scopritore del relitto è stato l'Ingegnere Guido Gay, che lo cercava da anni. E non era il solo. La zona di ricerca non era infinita ed era stata individuata una rilevazione sonar significativa a più di mille metri di profondità, quota non facile da esplorare. Il relitto è stato raggiunto da un piccolo robot subacqueo, progettato e realizzato dallo stesso Gay, le cui riprese video potevano essere analizzate dagli esperti per una sicura identificazione. Fra i molti particolari di un relitto ben conservato e leggibile, un caratteristico cannone antiaereo da 90 mm non ha lasciato dubbi.
Il relitto con le sue affascinanti immagini è stato segnalato dai principali media, che hanno dovuto accompagnare la notizia con una breve descrizione della vicenda, un richiamo ai fatti di cui fu protagonista e vittima la nave con il suo equipaggio: l'armistizio del 1943.
Ritrovamento e attenzione all'argomento sono fatti positivi, perché viene coinvolto un più vasto pubblico, accendendo qualche curiosità in chi non ne sapeva niente. Ciò conferma quanto siano importanti i relitti, non soltanto per il loro valore storico intrinseco, quello che possono raccontare, ma per il fatto di essere oggetti concreti, capaci di provocare emozioni, suggestionare, stimolare, certo più delle semplici pagine di storia che tutti dovrebbero conoscere.

martedì 27 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Il 27 giugno 1905 ha luogo l'ammutinamento della Corazzata Potëmkin .
Tra i convulsi avvenienti che segnarono la storia della Russia nell’anno 1905 e rivelarono la profonda crisi politica e sociale in cui versava il paese, la vicenda della corazzata Potëmkin ha assunto negli anni un alone leggendario. La sua odissea colpì vivamente l’opinione pubblica europea e fu immortalata in uno dei capolavori del cinema dal grande regista sovietico Sergeij Eisenstein.
L’incrociatore corazzato Potëmkin (dal nome del principe Grigorij, favorito di Caterina la Grande) era una delle più belle unità della flotta russa del mar Nero: 12 000 tonnellate di stazza, più di 700 uomini di equipaggio. Il 26 giugno 1905, mentre la nave si stava dirigendo verso il porto di Odessa, alcuni marinai si rifiutarono di consumare il rancio in segno di protesta per la carne avariata che era stata servita a mensa. La protesta si trasformò in vero e proprio ammutinamento quando il comando, per dare l’esempio, impartì l’ordine di fucilare alcuni uomini. L’ordine fu rifiutato e un marinaio rimase ucciso per mano di un ufficiale. Gli ammutinati si impadronirono della nave e uccisero il capitano e gran parte degli ufficiali.
L’incrociatore, su cui venne issata la bandiera rossa, continuò la sua rotta e il giorno seguente giunse davanti al porto di Odessa. La città era da tempo in preda ai disordini. Agli scioperi degli operai e alle manifestazioni della popolazione il generale Khokanov aveva risposto quella stessa notte con le cariche dei cosacchi, che avevano sparato sulla folla provocando centinaia di morti. L’arrivo della nave fu salutato con entusiasmo dai manifestanti, che speravano di ricevere aiuto nella lotta contro le forze governative. La presenza della cannoniera, però, non valse a rovesciare la situazione, anzi, alcuni colpi di cannone sparati dalla nave rischiarono di colpire la popolazione civile. Quando, pochi giorni dopo, giunse la notizia che tre corazzate della marina zarista si stavano avvicinando al porto, al Potëmkin non rimase che prendere il largo.
La nave era a corto di rifornimenti, viveri e carbone, e tra i membri dell’equipaggio cominciò a prendere corpo l’idea di cercare asilo in un porto straniero. Dapprima approdò nel porto di Teodosia, in Crimea, dove i marinai tentarono vanamente di convincere la popolazione a unirsi alla causa rivoluzionaria, poi si diresse verso la costa rumena e il 7 luglio attraccò al porto di Costanza. In base a un accordo con le autorità locali, la maggior parte dei marinai ottenne asilo in Romania, alcuni chiesero di essere reintegrati nella marina dello zar, dopo aver dichiarato di essere stati costretti con la forza ad aderire alla ribellione, altri ebbero un passaporto per l’America. Il Potëmkin infine fu restituito dai rumeni alla marina russa.
Si è discusso a lungo se l’ammutinamento dell’incrociatore sia stato frutto di una rivolta spontanea o sia stato preparato e guidato in modo consapevole. In effetti episodi di insubordinazione si verificarono in quelle settimane anche su altre navi che incrociavano nel mar Nero. Inoltre, in base alle memorie di alcuni capi bolscevichi, si sa che alcune cellule rivoluzionarie erano presenti fra gli equipaggi della flotta russa e che, per il mese di luglio, in occasione delle grandi manovre navali, era stata progettata un’azione. In ogni modo diversi anni più tardi Lenin, a proposito dell’ammutinamento, ebbe a dichiarare: «Il passaggio del Potëmkin dalla parte dell’insurrezione fu il primo passo verso la trasformazione della rivoluzione in una forza internazionale».

lunedì 26 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno del 2000 papa Giovanni Paolo II acconsente alla divulgazione del Terzo segreto di Fatima.
Tutti hanno sentito parlare delle famose apparizioni della Madonna avvenute a Fatima nel 1917 e del Terzo segreto di Fatima, ma pochi conoscono o ricordano i dettagli.
Secondo il racconto di tre giovani pastorelli portoghesi – Lucia dos Santos e i suoi due cuginetti Francesco e Giacinta Marto – fra il 13 aprile e il 13 ottobre del 1917 la Madonna sarebbe apparsa in Portogallo in località Cova da Iria, nella diocesi di Fatima, in sei distinte occasioni, rivelando nella terza tre importanti segreti. I più piccoli fra i tre veggenti, i fratelli Francesco e Giacinta, morirono rispettivamente nel 1919 e nel 1920. Noi conosciamo quel che accadde dai testimoni presenti e dal racconto scritto di Lucia, che abbracciò poi la vita claustrale e che, tra il 1935 e il 1941, su ordine del monsignor José Alves Correia da Silva, redasse alcune memorie degli avvenimenti e rivelò i primi due segreti. Ecco di seguito una sintesi di ciò che accadde secondo il racconto di Lucia.
La Madonna apparve la prima volta ai tre pastorelli il 13 maggio 1917. I tre bambini, usciti dalla Messa domenicale, avevano portato le greggi a pascolare in cima al pendio della Cova da Iria, ai piedi del monte Cabaco. E dopo aver mangiato e recitato il Rosario, cominciarono a giocare. A un certo punto, una specie di lampo si stagliò nel cielo e i tre, pensando a un’imminente temporale, cominciarono a spingere le pecore del gregge sulla strada di casa.
Arrivati a circa metà pendio, mentre stavano camminando vicino ad alcuni cespugli di lecci, videro un altro lampo e, dopo pochi passi, rimasero abbagliati da una luce bianchissima con al centro una donna bellissima, che li chiamava. Era la Madonna: la veste era simile a neve e dalle sue mani, congiunte al petto in preghiera, pendeva un rosario con una croce d’oro, mentre il viso esprimeva una grande tristezza.
Poi la Madonna iniziò a parlare ai tre ragazzi:
«Non abbiate timore. Non vi faccio del male»
«Di dove siete?», le domandai.
«Sono del cielo»
«E che cos’è che volete da me?»
«Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi di seguito, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta»
«E anch’io andrò in cielo?»
«Sì, ci andrai»
«E Giacinta?»
«Anche lei»
«E Francesco?»
«Pure, ma deve recitare molti Rosari»
Dei tre bambini, Lucia vedeva, sentiva e parlava con la Madonna, Giacinta vedeva e sentiva, mentre il piccolo Francesco poteva solo vedere e gli «dovevano spiegare tutto...».
La Vergine chiese poi ai pastorelli:
«Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze ch’Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?»
«Sì, vogliamo»
«Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto»
Poi la Madonna aprì le mani emanando una forte luce e, passati alcuni momenti, aggiunse:
«Recitate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra».
Subito dopo, la Signora cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso levante, fino a scomparire nell’immensità della distanza.
Esattamente un mese dopo la prima apparizione della Madonna, il 13 giugno, cadeva la festa del patrono di Fatima, Sant’Antonio. Usciti dalla chiesa, i tre bambini si diressero verso il luogo dell’appuntamento con la Madonna insieme ad alcuni fedeli che avevano sentito parlare della precedente apparizione. Dopo aver recitato il Rosario, videro lo stesso riflesso di luce simile a un lampo visto a maggio, che preannunciava l’arrivo della Signora. La Madonna disse ai pastorelli:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che recitiate il Rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi dirò quello che voglio»
Lucia chiese la guarigione di un malato, e la Vergine le rispose:
«Se si converte, guarirà durante l’anno»
«Vorrei chiedervi di portarci in cielo»
«Sì, Giacinta e Francesco li porterò presto. Ma tu resterai qua ancora per un po’. Gesù vuol servirsi di te per farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Esso sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà fino a Dio».
Nell’istante in cui pronunziò queste ultime parole, la Madonna aprì le mani e davanti al palmo della mano destra c’era un cuore circondato di spine: secondo Lucia era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che voleva riparazione.
Alla terza apparizione, il 13 luglio, la Madonna comunicò il segreto poi divenuto famoso. Alcuni momenti dopo che i pastorelli furono arrivati alla Cova da Iria, accompagnati da una numerosa folla di popolo, mentre dicevano il Rosario, videro il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna. Ella, annunciata come sempre dalla forte luce, disse:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché solo Lei vi potrà aiutare»
Lucia allora rispose:
«Vorrei chiedervi di dirci chi siete, e di compiere un miracolo con il quale tutti possano credere che Voi ci apparite»
«Continuate a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, quello che voglio e farò un miracolo che tutti vedranno per credere»
La Madonna disse pure che era necessario recitare il Rosario per ottenere le grazie durante l’anno. E continuò:
«Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando fate qualche sacrificio: “O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria”».
Mentre diceva queste ultime parole, la Vergine aprì le mani e i tre pastorelli videro come un mare di fuoco, in cui erano immersi i demoni e le anime come se fossero braci con forma umana. Esse fluttuavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano insieme a nuvole di fumo, e ricadevano da tutte le parti, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura.
La Madonna spiegò:
«Avete visto l’Inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà Pace. La guerra sta per finire, ma, se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore».
E continuò dicendo:
«Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che la prossima punizione del mondo è alle porte. Quello è il grande segno di Dio per indicare la fine del mondo a causa dei delitti dell’umanità, mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa ed il Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati».
E concluse, prima di allontanarsi:
«Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà la Pace; se no, essa diffonderà i suoi errori nel mondo promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. Molti buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede. [..] Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo»
Nel punto in cui sono stati inseriti i puntini tra le parentesi quadre, si trova quello che è noto come il "Terzo segreto di Fatima", solo di recente svelato, e su cui torneremo più avanti.
Il giorno 13 agosto, giorno in cui era prevista la terza apparizione della Madonna, molte erano le persone convenute ma nessuno vide nulla. Non videro nulla nemmeno i tre piccoli “illuminati”, che questa volta non erano presenti: il sindaco di Villa Nova di Ourem li aveva sequestrati, rilasciandoli solo tre giorni dopo. Si udirono solamente due tuoni ed un fulmine venne visto solcare il cielo; infine, le nuvole irradiarono i colori dell’arcobaleno. L’apparizione ai tre pastorelli avvenne il giorno 19 agosto, mentre si trovavano in un luogo chiamato Valinhos.
La Madonna disse loro:
«Voglio che continuiate ad andare alla Cova da Iria il 13 e che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni. L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti credano»
Lucia allora le domandò:
«Che cosa volete che si faccia con i soldi che il popolo lascia alla Cova da Iria?»
«Facciano due bussole: una portala tu insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l’altra che la porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa della Madonna del Rosario e quello che avanza è per la costruzione di una cappella che mi faranno»
Poi, alla richiesta di Lucia di guarire alcuni malati, la Madonna replicò:
«Sì, alcuni li guarirò durante l’anno».
E ancora, assumendo un aspetto più triste:
«Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno in quanto non hanno chi si sacrifichi e preghi per loro».
Il 13 settembre 1917 i tre pastorelli si recano alla Cova da Iria facendosi largo tra una folla di gente che li lascia appena camminare.
Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità, perché numerose persone venivano a prostrarsi in ginocchio davanti ai tre, chiedendo che presentassero alla Madonna le loro necessità. Altri, non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano:
«Per amor di Dio chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio che è zoppo» o «...che guarisca il mio che è cieco», o ancora «...che mi riporti mio figlio che è in guerra», «...che mi dia la salute, perché sono tisico».
Di nuovo la Madonna apparve e disse:
«Continuate a recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e del Carmine, S. Giuseppe col Bambino Gesù per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda, portatela solo durante il giorno»
Lucia allora le si rivolse dicendo:
«Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la guarigione di alcuni malati, di un sordomuto»
«Sì, alcuni li guarirò, altri no. In ottobre farò il miracolo perché tutti credano»
Dopodiché scomparve, come al solito. In questa occasione alcuni videro una palla di luce accecante salire verso il cielo, mentre dei fiocchi simili a neve-fiori scesero a terra sciogliendosi.
L’ultima apparizione della Madonna di Fatima avvenne il 13 ottobre 1917. Il popolo era presente in massa all’appuntamento, e vi era una pioggia torrenziale. Lucia, giunta alla Cova da Iria, spinta da un movimento interiore chiese al popolo di chiudere gli ombrelli per recitare il Rosario. Poco dopo apparve ai tre pastorelli la Signora, dicendo:
«Voglio dire che si faccia qui una cappella in onore mio, che sono la Madonna del Rosario, che si continui sempre a recitare il Rosario tutti i giorni. La guerra sta per finire e i soldati torneranno presto alle loro case»
E a Lucia, che le chiese di guarire alcuni malati e di convertire alcuni peccatori, rispose:
«Alcuni sì, altri no. È necessario che si correggano, che domandino perdono dei loro peccati»
E assumendo un aspetto più triste:
«Non offendano più Dio Nostro Signore, che è già molto offeso»
Questa volta la Madonna, aprendo le mani, le fece riflettere sul Sole e così, mentre si elevava allontanandosi, il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi verso di esso.
A questo punto, una gran folla assistette a quello che fu subito definito il “miracolo del Sole”, che è stato in seguito riconosciuto dalla Chiesa cattolica.
Era piovuto nel corso di tutta l'apparizione. Alla fine del colloquio di Lucia con la Madonna, nel momento in cui la Santissima Vergine si elevava e che Lucia gridava «Guardate il Sole!», le nuvole si aprirono, lasciando vedere il Sole come un immenso disco d'argento.
Brillava con un'intensità mai vista, ma non accecava. Tutto questo durò solo un attimo.
L'immensa palla cominciò a "ballare". Come una gigantesca ruota di fuoco, il Sole girava velocemente. Si arrestò per un certo tempo, per poi ricominciare a girare su sé stesso vertiginosamente. Quindi i suoi bordi divennero scarlatti e si allontanò nel cielo, come un turbine, spargendo rosse fiamme di fuoco.
Questa luce si rifletteva sul suolo, sulle piante, sugli arbusti, sui volti stessi delle persone e sulle vesti, assumendo tonalità scintillanti e colori diversi. Animato per tre volte da un movimento folle, il globo di fuoco parve tremare, scuotersi e precipitarsi zigzagando sulla folla terrorizzata.
Il tutto durò circa dieci minuti. Finalmente il Sole tornò zigzagando al punto da cui era precipitato, restando di nuovo tranquillo e splendente, con lo stesso fulgore di tutti i giorni. Molte persone notarono che le loro vesti, inzuppate dalla pioggia, erano improvvisamente asciugate. Il miracolo del Sole fu osservato anche da numerosi testimoni posti fuori dal luogo delle apparizioni, fino a quaranta chilometri di distanza.
Moltissimo si è ipotizzato, per ben più di mezzo secolo, sul famoso "Terzo segreto di Fatima", cioè su quella parte del discorso della Madonna, alla sua terza apparizione, che Lucia non riporta nel proprio racconto in quanto la stessa Santissima Vergine le disse: «Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo».
Le prime due parti - se si vuole "i primi due segreti" del messaggio di Fatima, riguardanti la predizione della Seconda Guerra Mondiale e l'ascesa e il crollo del comunismo in Russia - furono messe per iscritto da suor Lucia nel 1941, su ordine del Vescovo di Leiria e le abbiamo lette prima. Nel 1944, suor Lucia mise per iscritto anche il Terzo segreto e, prima di consegnare all'allora Vescovo di Leiria-Fatima la busta sigillata contenente questa parte del messaggio della Madonna, scrisse sulla busta esterna che poteva essere aperta solo dopo il 1960 o dal Patriarca di Lisbona o dal Vescovo di Leiria. Alla domanda molto diretta posta nel 2000 a suor Lucia dal Mons. Tarcisio Bertone «Perché la scadenza del 1960? È stata la Madonna ad indicare quella data?», suor Lucia aveva risposto: «Non è stata la Signora, ma sono stata io a mettere la data del 1960 perché, secondo la mia intuizione, prima del 1960 non si sarebbe capito: si sarebbe capito solo dopo».
La busta contenente il Terzo segreto di Fatima fu invece aperta, nel 1959, da Papa Giovanni XXIII, che dopo aver letto il segreto decise di rinviare la busta sigillata al Sant'Uffizio e di non rivelarlo. Papa Paolo VI lesse il contenuto nel 1965 e anch'egli si comportò come il suo predecessore. Papa Wojtyla, dopo l'attentato subito il 13 maggio 1981, richiese la busta, di cui lesse il contenuto il 18 luglio 1981, ma lo ha rivelato solo nel 2000, in occasione del passaggio dal Secondo al Terzo millennio (e quando già la sua salute era minata dal Parkinson).
Il testo del Terzo segreto, rivelato a Lucia il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria a Fatima, secondo quanto divulgato con un documento ufficiale dal Vaticano il 26 giugno del 2000, è il seguente:
«Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: "qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti" un Vescovo vestito di Bianco "abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre". Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».          Tuy, 3-1-1944
Il Terzo segreto di Fatima, dunque, pare essere proprio la descrizione di una fase della "fine del mondo", o "fine dei tempi", ed infatti è perfettamente complementare e coerente con la frase finale della Profezia dei Papi di San Malachia riguardante lo stesso argomento, nonché con altre profezie della Madonna che vedremo nelle prossime due sezioni. Il Terzo segreto di Fatima NON è, dunque, la descrizione profetica dell'attentato a Papa Wojtyla, come molti hanno ingenuamente creduto di leggervi. Del resto, se fosse la descrizione dell'attentato al Papa, non avrebbe avuto senso che Giovanni Paolo II ne mantenesse segreto fino al 2000 il contenuto, di cui era venuto a conoscenza nel 1981, pochi giorni dopo l'attentato subìto. Un'indicazione per questa (peraltro evidente) interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:
«La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917).
La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”.
Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc.
E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Quella di Fatima non è stata certo l'unica serie di apparizioni della Madonna: nel Ventesimo secolo ve ne sono state altre due almeno altrettanto importanti, la prima delle quali continua ancora oggi e merita molta attenzione in relazione al tema del "quando" della "fine del mondo": queste due serie di apparizioni mariane sono avvenute a Medjugorje e a Garabandal.


domenica 25 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Il 25 giugno 1950 ha inizio la guerra di Corea.
Quel giorno cinque divisioni dell’esercito nord-coreano invadono il confine del Sud, grazie all’ausilio dell’allora Unione Sovietica, indiscutibilmente coinvolta a livello di forniture militari e mezzi attrezzati. Gli uomini impiegati sono circa ottantamila. È l’antefatto, ma è anche e soprattutto l’inizio della cosiddetta Guerra di Corea, nota anche come “guerra del 38° parallelo”.
Gli Stati Uniti, fino a quel momento indecisi se intervenire o meno (nonostante le continue tensioni, per giunta strascichi diretti della stessa Seconda Guerra Mondiale), si decidono per l’intervento, avendo avuto piena certezza del coinvolgimento da parte del rivale sovietico. Inoltre, a dire dello stesso Generale Ridgway, un indebolimento di un paese “amico”, come appunto la Corea del Sud, nell’area asiatica, avrebbe spostato l’asse dell’URSS e dei paesi ad esso legati troppo avanti: “Non è una questione di territori – disse appunto in un celebre discorso il Generale Ridgway – né di difendere o meno i nostri alleati: si tratta di sapere se la civiltà occidentale, che Dio ha permesso nascesse nei nostri amati paesi, sarà in grado di sfidare e di sconfiggere il comunismo”.
La Guerra Fredda in pratica, ammantata della consueta retorica di stato, era di fatto cominciata, con l’unica caratteristica, assolutamente non trascurabile, di doversi combattere in altri paesi del mondo, più o meno direttamente. Inoltre, nei circa tre anni di durata del conflitto (1950-1953), l’intera popolazione mondiale rimase letteralmente con il fiato sospeso, temendo lo scoppio di un nuovo conflitto su larga scala per giunta, memore dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, aggravato dall’uso delle bombe nucleari, già sperimentate a Hiroshima e Nagasaki.
Una guerra annunciata? L’intera nazione coreana, alla fine del conflitto mondiale, si ritrovò riunificata, anche a causa dell’indebolimento improvviso e destrutturante nel quale si ritrovò il Giappone. Ex protettorato nipponico, la Corea venne dichiarata libera ma, nei fatti, restava soggetta a due zone di influenza, l’una americana (Sud) e l’altra sovietica (Nord). Truppe d’occupazione, come in altri territori del mondo (si pensi alla Germania), permanevano in entrambe le aree di influenza.
Nell’estate del 1947 poi, le Coree divennero due stati separati, esattamente lungo la linea del 38° parallelo, il quale appunto divenne talmente famoso da dare il proprio nome all’intero conflitto.
La partita era aperta e metteva di fronte l’Occidente democratico, totalmente di marca americana, e l’Oriente comunista, ad appannaggio dell’Unione Sovietica. Il 15 agosto dello stesso anno, veniva eletto il presidente della nuova Repubblica di Corea (nel Sud). Si trattava di Syngman Rhee, il quale non mancò di dare la propria influenza attraverso un tipo di politica piuttosto torbido e, soprattutto, orientato verso un nazionalismo sfrenato. Non fu da meno Kim Il Sung, presidente della nascente Repubblica Popolare Democratica di Corea, in data 9 settembre, con capitale Pyongyang.
Tra il 1949 ed il 1950 dunque, le tensioni tra i due paesi giunsero al culmine, anche perché entrambi i rappresentanti proponevano la riunificazione delle due coree come principale proclama politico. Dopo alcuni episodi minori lungo il confine, il confronto divenne presto infuocato, con gli eserciti dell’URSS e degli Stati Uniti pronti a rientrare nel paese che avevano abbandonato solo all’inizio del 1949.
Il conflitto: l’esercito sud-coreano, mal addestrato e poco equipaggiato, in queste prime battute della guerra venne rapidamente sconfitto. Seoul, in breve tempo, fu preda dei nord-coreani. Unicamente la zona limitrofa al porto di Pusan, restava in mano all’esercito sud-coreano.
La risposta arrivò per mezzo dell’Onu, fresco di fondazione, dunque regolata e, almeno nelle intenzioni, sulla carta, istituzionalizzata a tutti gli effetti (per quanto orfana del voto russo, in protesta nei confronti della risoluzione). Su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti, affiancati da altri diciassette paesi, intervennero militarmente nel tentativo di liberare il paese occupato e, alla fine, rovesciare il governo in Nord Corea.
Al termine delle ostilità, il numero delle vittime fu stimato intorno ai quasi tre milioni, tra morti, feriti e dispersi, tra i quali non pochi civili.
Quasi tutti americani, i primi soldati del fronte occidentale sbarcarono in Corea, tutti sotto la guida del generale Douglas MacArthur. Di lì a poco, questi diventerà famoso anche tra i civili e gli elettori americani, tanto da dare un nome ad una vera e propria corrente di pensiero politica, per giunta in voga durante tutti gli anni cinquanta negli Stati Uniti d’America: il “maccartismo” (in sintesi: opposizione completa a qualsiasi forma di apertura a “sinistra”).
L’esercito alleato, per così dire, giunto in agosto nel sud della penisola, cominciò le prime grandi manovre nel mese di settembre, muovendo verso Inchön, direttamente dietro le linee dei nord-coreani. Nel giro di poco dunque, gli americani ributtarono fuori gli invasori, tagliandogli i rifornimenti e risalendo velocemente lungo il confine.
Ma la cosa non finì lì. MacArthur, forte del successo ottenuto in patria dopo il suo intervento, decise di spingersi oltre il ripristino della pace nel Sud della penisola. La decisione sarà determinante e portò ad un allungamento delle ostilità a dir poco drammatico: gli americani mossero verso nord, invadendo l’altra Corea e così superando il 38° parallelo. L’invasione, pertanto, fu autorizzata dall’Assemblea generale dell’ONU il 7 ottobre del 1950.
In autunno, le truppe di MacArthur si erano spinte, per volontà del generale e contro le disposizioni dello stesso governo statunitense, fino a pochi chilometri dal confine cinese. Quanto bastò per mandare in guerra oltre centomila uomini, guidati dal Timoniere Mao ed equipaggiati a far fronte all’invasione occidentale. In breve tempo, il Nord ribaltò la situazione e si ritrovò da invaso a paese invasore.
Il Presidente Usa, Harry Truman, sollevò dall’incarico MacArthur, che aveva preso in considerazione più volte (e minacciato) il ricorso alla bomba atomica, ed affidò le operazioni, a partire dal 1951, al comandante Matthew Bunker Ridgway. La Cina infatti, forte della propria influenza in tutta l’area asiatica, sembrava intenzionata ad inviare altri uomini a sostegno della Corea del Sud: non restava altro da fare che avviare le trattative di pace. Intanto, gli eserciti si ritrovarono in fase di stallo, bloccati sull’ormai famigerata linea del 38° parallelo.
Due anni dopo l’inizio delle trattative, il 27 luglio del 1953, a Panmunjeom, si giunse ad un accordo, per definire una volta per tutte la situazione nelle due Coree. Come in altri conflitti della storia non solo europea, ma universale, la soluzione ideale fu individuata in quella precedente allo stesso conflitto, ossia nella separazione dei due stati sancita sul 38° parallelo.
Un anno di guerra vera e propria, due anni di paralisi e quasi tre milioni di vittime, soprattutto civili, per giungere ad una situazione che non proclamava alcun vincitore. Questo, in realtà, l’esito dello scontro.
Il teatro degli avvenimenti di guerra, a dire di molti storici, altro non fu che il preludio al futuro duello armato che, sempre URSS e Stati Uniti, condussero in un altro territorio non molto lontano: il Vietnam. Un massacro che sarà ancora più cruento ed inutile del precedente.



sabato 24 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno 109 d.C. l'imperatore Traiano inaugura l'acquedotto che porta il suo nome.
Pochi monumenti sopravvissuti dall'antichità rappresentano il pragmatismo romano, l'ingegno e il desiderio di impressionare come gli acquedotti, costruiti per soddisfare la necessità apparentemente incontenibile dei romani per l'acqua. Intorno alla fine del I secolo d.C., l'imperatore Traiano iniziò la costruzione di un nuovo acquedotto per la città di Roma. Al momento, le esigenze in materia di approvvigionamento idrico della città erano enormi. Oltre a soddisfare le esigenze utilitaristiche di un milione di abitanti di Roma, come pure quelle dei ricchi residenti nelle loro ville suburbane e rurali, l’acqua alimentava impressionanti bagni pubblici e monumentali fontane in tutta la città. Anche se il sistema era già sufficiente, la volontà di costruire acquedotti era spesso più una questione di ideologia che non di assoluta necessità.
In risposta alle necessità, che fossero autentiche o no, un nuovo acquedotto era comunque una dichiarazione di potenza di una città, di grandezza e influenza in un'epoca in cui tali cose erano di grande importanza. La sua creazione glorificava anche i suoi sponsor. Traiano — provocato, in parte, dai progetti incompiuti del suo predecessore grandioso, Domiziano — colse l'opportunità di lasciare la propria eredità monumentale alla capitale: l'Aqua Traiana ("acquedotto di Traiano" in latino). L'acquedotto portò ulteriore lustro all’immagine dell'imperatore, portando un enorme volume d’acqua a due dei suoi altri grandi progetti — le Terme di Traiano, che dominano il Colosseo e la Naumachia di Traiano, un vasto bacino aperto nella pianura del Vaticano, circondato da posti a sedere per gli spettatori, in cui mettere in scena le battaglie navali.
Al suo completamento, l'Aqua Traiana fu uno degli 11 acquedotti che, entro la fine del regno dell'imperatore, portavano centinaia di milioni di litri di acqua al giorno. Fu anche uno dei più grandi degli acquedotti che sostennero l'antica città tra il 312 a.C., quando Roma subì il suo primo assedio, e il 537 d.C., quando i Goti assediarono la città e si dice che tagliassero ogni condotto fuori delle mura della città. Al momento della sua inaugurazione, nel 109 d.C., l’Aqua Traiana correva per più di 25 km, iniziando da un gruppo di sorgenti sul lato nord-occidentale del lago di Bracciano, per andare a sud-est verso Roma. Tuttavia, nonostante l’importanza dell'acquedotto per la città, le sue sorgenti e l'architettura che lo contraddistingueva hanno eluso gli archeologi nonostante secoli di ricerca. Ora, grazie a un'insolita serie di circostanze che le hanno preservate, le fonti dell’Aqua Traiana sono state finalmente riportate alla luce. E per la prima volta le fonti ben conservate di un monumentale acquedotto romano sono state identificate.
Nel 2008, i documentaristi Ted e Mike O' Neill hanno avviato un progetto per esaminare nuovamente gli acquedotti di Roma. Hanno cominciato a riesaminare gli studi sulle fonti da cui provenivano le acque. I risultati non erano affatto soddisfacenti. Gli studiosi avevano ripetutamente ignorato o mal interpretato preziose testimonianze dai documenti descrittivi, risalenti ai sec. XVII - XIX — per esempio, la Storia della acque di Roma del 1832, di Carlo Fea. Presto, l'Aqua Traiana divenne il centro della loro ricerca, poiché sapevano che aveva goduto di un periodo di rinascita secoli dopo la sua costruzione. Durante il Medioevo, l'acquedotto era caduto in rovina. Nel primo 1600, Papa Paolo V — un ambizioso costruttore molto simile a Traiano — intraprese la costruzione di un nuovo acquedotto. A quel tempo, alcuni resti in piedi dell’Aqua Traiana erano probabilmente ancora visibili qua e là nella campagna. Molte delle sorgenti originali erano ancora funzionanti. E potrebbe essere stato possibile individuare sezioni sepolte dell'acquedotto seguendo il percorso sotterraneo.
L'imperatore Traiano emise un sesterzio di bronzo con la sua immagine (recto) per festeggiare il completamento dell'acquedotto. Il Dio sdraiato (verso) rappresenta l'acquedotto, e l'arco suggerisce le grotte alle sue fonti.
Il Papa incaricò i suoi ingegneri di localizzare le sorgenti che scorrevano ancora, comprando la terra su cui si trovavano, e connetterle all'acquedotto progettato. Ancora una volta, le acque furono portate a Roma, dai pendii sopra il lago di Bracciano, questa volta sotto il nome di Acqua Paola. Nonostante l'affermazione pubblica del Papa, che si era fatto affidamento sulle fonti e i resti di un antico acquedotto per costruire l'Acqua Paola, nessuno era mai stato in grado di verificare questa affermazione, molto meno d’associare i resti dell'acquedotto rinascimentale con quelli di qualsiasi antico acquedotto.
Molte sezioni sopra e sottoterra dell’Aqua Traiana sono conosciute oggi, ma poche di loro furono direttamente incorporate nell'acquedotto del Papa. Questi resti antichi sono costruiti nello stile caratteristico del secondo secolo d.C., con pareti in calcestruzzo a vista o in muratura o in opus reticulatum — pietre quadrate in una griglia diagonale precisa. Sia nelle parti sopra sia in quelle sotto il suolo, il canale d'acqua era a volta con calcestruzzo normale e allineato di sotto della volta con cocciopesto, un cemento che i romani utilizzarono per secoli per fare pavimenti impermeabili, cisterne e acquedotti. Al contrario, le parti dell'Acqua Paola che scorre ancora oggi non mostrano alcuna traccia di antica muratura.
In realtà, un rivestimento di cemento moderno nasconde interamente cosa potrebbe nascondersi nelle pareti sottostanti. La prova migliore per il matrimonio di vecchio e nuovo è nei settori "morti" dell’Acqua Paola, i rami remoti che non contengono acqua e sono stati per la maggior parte ignorati dagli studiosi alla ricerca di prove delle fonti dell’Aqua Traiana. Nel sec. XIX e all'inizio del sec. XX, il paesaggio intorno al Lago di Bracciano consisteva di pascolo più aperto, rispetto ai boschetti densi che oggi coprono i terreni privati ferocemente sorvegliati sui pendii che scendono verso il lago. Ma anche allora, le ricerche compiute rivelarono poche tracce dell'acquedotto più antico. Nei recenti anni settanta, gli archeologi della British School di Roma hanno condotto un'indagine intensiva nella zona. Sono stati in grado di documentare frammenti precedentemente sconosciuti dell'acquedotto, e hanno trovato anche delle strutture che potrebbero essere identificate come il segno d’una fonte.
Dopo mesi di ricerche negli archivi, gli O' Neill si resero conto che gli studiosi avevano trascurato indizi importanti che potrebbero portare alle fonti dell’Aqua Traiana e forse anche a qualche antica architettura romana. Anche se i nomi medievali di tre sorgenti — Matrix, Carestia e Fiora, in prossimità della città di Manziana, sul lato occidentale del lago di Bracciano — appaiono nelle relazioni scritte dagli ingegneri dell’Acqua Paola, si è sempre pensato che mai nessuna di queste sorgenti avesse contribuito a tale acquedotto. La sorgente di Santa Fiora era stata in uso costante per decenni da parte della famiglia Orsini, i proprietari terrieri locali dominanti, per alimentare i loro redditizi mulini sul lago. Ma gli O' Neill si chiedevano se uno qualsiasi dei tre luoghi avesse anche rifornito l’Aqua Traiana, quasi 1.500 anni prima. Alcuni antiquari nel Settecento e dell'Ottocento avevano sostenuto ciò, ma avevano detto troppo poco per aiutare gli studiosi successivi a identificare le fonti.
Una sorgente denominata "Matrix", che esiste ancora oggi, è stata chiaramente in uso fin dall'epoca pre-romana. La sorgente emerge da un tunnel di irrigazione etrusco chiamato cuniculus, che risale al sec. VI o V a.C., ma non mostra alcuna prova visibile di epoca romana. Poiché il nome di "Carestia" è sconosciuto nella regione oggi, gli O' Neill si focalizzarono sulla Fiora come possibile fonte dell’Aqua Traiana. Essi sapevano che gli ingegneri di Papa Paolo, Luigi Bernini e Carlo Fontana, avevano misurato il flusso dell'acqua della Fiora nel XVII secolo, ed era la più abbondante di tutte le sorgenti della regione in quel momento. Dopo una rapida occhiata ad alcune mappe, comprese quelle più recenti, essi hanno notato un luogo con il nome di "Santa Fiora". Con grande sorpresa degli O' Neill, tuttavia, da principio non si poteva trovare una descrizione dettagliata di quel luogo né nei documenti moderni né in quelli più vecchi, così decisero di trovare il luogo essi stessi.

Alla fine del 2008, con l'assistenza dei funzionari locali, gli O' Neill raggiunsero l’ingresso al sito chiamato Santa Fiora, che si trova in una piccola fattoria a Manziana. Ciò che videro, nascosto all'interno di un fitto ciuffo di alberi, li stupì. Sotto un enorme fico sporgente, una grotta artificiale quasi perfettamente conservata sbirciava fuori dal fianco della collina. Su per la collina, si vedevano le tracce di una struttura che un tempo sorgeva su di essa. Visite successive agli archivi avrebbero rivelato che si trattava di una chiesa del XIII secolo chiamata Santa Fiora, dedicata alla Madonna del fiore. Anche se la chiesa aveva avuto una storia lunga, ben documentata, era quasi sconosciuta agli studiosi. Le memorie della chiesa erano conservate negli archivi degli Orsini, la diocesi locale e l'ospedale di Santo Spirito in Saxia a Roma, che controllava la proprietà da già nel 1238. Questi documenti contengono una ricchezza di informazioni circa la chiesa — che era un eremo, ad esempio, e che essa possedeva un ritratto miracoloso della Vergine Maria. A giudicare dalle sporgenze per lampade che costellavano i muri, sembrava che gli eremiti vivessero nella grotta stessa.
Anche se solo la camera centrale si apre all'esterno, la grotta è divisa in tre camere affiancate di diverse dimensioni e forme, ciascuna con una propria volta e apertura di luce. Originariamente, ampie arcate si aprivano nei muri che dividono le camere. Con l'eccezione di un arco di pietra ben conservato e di tutta la parte anteriore della grotta, quasi l'intera struttura è stata fatta di malta, mattoni e cemento romano antico. Tracce dell'affresco originale azzurro cielo rimanevano sulle volte. Una nicchia al centro della parete di fondo della camera centrale doveva un tempo contenere una statua in piedi. Era il punto focale di tutto lo spazio originale e chiaramente era destinato a ispirare reverenza nel visitatore. Anche non si conosce se l'identità della statua, che non sopravvive, i candidati più probabili sono Traiano o la ninfa residente che rappresentava le acque locali.
Sulla parete sopra la nicchia è una cornice di stucchi di epoca rinascimentale recanti il simbolo della famiglia Orsini, un fiore a cinque petali. La corrispondenza con il nome di Santa Fiora può essere una coincidenza, perché la chiesa precede la presenza degli Orsini in quest'area, ma la famiglia avrebbe fatto la maggior parte della costruzione. In realtà, questa cornice racchiudeva probabilmente un'immagine affrescata della Madonna della Fiora, il ritratto miracoloso della Vergine menzionato nei registri parrocchiali. Questi registri segnalano che l'affresco fu gradualmente distrutto dall'umidità.
Una sorpresa si trova anche nella terza camera a destra, che può essere raggiunta attraverso una piccola porta rettangolare appena sotto la cima dell’arco destro. Dall’altro lato della porta, il pavimento scende al suo livello originale, rivelando una sorgente incontaminata romana. La volta in calcestruzzo della camera conserva le tracce dell'affresco originale blu, insieme a un pozzo di luce cilindrico al centro, creando uno spazio impressionante che poteva esser visto dalla sala centrale. A una certa distanza lungo il tunnel in discesa, la muratura cambia in opus reticolatum, la firma a griglia diagonale della muratura dell’Aqua Traiana. A questo punto, comincia anche la spessa fodera impermeabile dell’opus signinum. Alla giuntura di questi due punti, un grande pozzetto verticale, ora bloccato molto più in alto, penetra la volta a botte del traforo. Secondo i proprietari terrieri, questo settore dell'antico acquedotto serviva Manziana ancora fino al 1984 — ma è rimasto sconosciuto agli archeologi.
Una mappa del 1718 negli Archivi di Stato a Roma rappresenta Santa Fiora come una modesta chiesa con terreni coltivati, un frutteto, un cortile, un pozzo con un dispositivo di sollevamento dell'acqua in un albero adiacente e una piccola capanna vicino alla strada di accesso. Ma non tutto è come può sembrare sulla mappa. Il pozzo, che è etichettato come "pozzo di acqua corrente", doveva essere il grande foro principale che penetrava nel tunnel dell’acquedotto, pescando nell'acquedotto stesso. Oggi, la casetta di muratura robusto, la cui targa recita "chiusa per l’acqua che va a Bracciano", è ancora in piedi vicino alla strada che fronteggia la proprietà. All'interno della capanna, una scalinata conduce fino alla biforcazione tra l’Aqua Traiana e un moderno condotto, forse risalente al XVIII secolo, che fu costruito per la città di Bracciano. Questo condotto ha origine in un altro nelle vicinanze della sorgente. Con tutto il suo potere, il Papa non poté convincere la famiglia Orsini a consegnare la Fiora.
Nell'estate del 2010, il gruppo identificò l’origine della fonte perduta chiamata "Carestia", che doveva essere vicino alla chiesa di Santa Maria della Fiora. Una mappa del 1716 dagli archivi Orsini presso la University of California, Los Angeles, aveva fornito un indizio essenziale per la sua posizione — una sezione d’acquedotto isolata, disegnata a nord-est della chiesa, con l'etichetta "canale che ha catturato le acque perse chiamate la Carestia, e che le ha condotte per la Fiora". Ora, sapendo di dover cercare nella foresta densa a nordest, il gruppo identificò presto un'altra grotta artificiale di epoca romana che ha quasi le stesse dimensioni e concezione architettonica di quella di Santa Fiora. Qui, il soffitto a volta ha ceduto, il suo pozzo di luce cilindrico si è spezzato quasi a metà. La parte superiore di una nicchia centrale che doveva contenere una statua sbircia fuori sopra il suolo della foresta.
Più di recente, l’obiettivo del gruppo si è spostato verso i rami "morti" dell’Acqua Paola — quelli che sono caduti in rovina perché sono troppo lontani da mantenere. Poiché queste sezioni morte sono secche e a volte anche rotte, rivelano di più sulla loro storia di costruzione rispetto ai rami ancora in vita, perché possono essere esaminati in sezione trasversale. La squadra può anche strisciare lungo i canali per cercare l’antica muratura. E’ diventato chiaro che poco del condotto dell’Acqua Paola in queste aree è stato costruito da zero. Invece, l'acquedotto era un ibrido che si è basato direttamente sui resti dell’Aqua Traiana, ove possibile. Nel ramo più meridionale dell'Acqua Paola, in una fattoria a Pisciarelli (la colorita denominazione per le sezioni in cui l’acqua "piscia indietro"), la squadra ha trovato prove indiscutibili che l’Aqua Traiana era già passata di lì 15 secoli prima. La sezione inferiore del condotto e la perforazione del tombino di ventilazione sono costruite in precise bande alternati di mattoni romani e opus reticulatum. Attraverso un burrone remoto a nord, il team ha anche incontrato due ponti di acquedotto. Uno, nello stile caratteristico dell'Acqua Paola, era intatto ma asciutto. Eppure, subito a valle, un pezzo massiccio del ponte dell’Aqua Traiana giaceva su un fianco, esponendo la sua superficie, in opus signinum. Parte di un arco romano vacillava sopra la sponda di cui sopra. Violente inondazioni devono avere dilavato questo ponte fuori a lungo prima che arrivassero gli ingegneri del Papa, costringendoli a costruire un ponte più forte appena a monte. Circa un centinaio di metri del condotto danneggiato lungo la riva hanno rivelato la stessa costruzione ibrida del settore Pisciarelli — il pavimento, pareti e rivestimenti in opus signinum dell’Aqua Traiana furono riutilizzati ovunque possibile, e nuove volte sono state applicate dove era necessario.
Nonostante la presenza delle fonti nel cuore dell'Italia, è notevole il fatto che molti dei resti di uno dei più grandi acquedotti di Roma avessero eluso gli sforzi degli archeologi per trovarli. Eppure le sorprendenti scoperte degli ultimi anni stanno cominciando a mostrare un pezzo di storia romana che è stato ignorato, incompreso e addirittura completamente sconosciuto fin dal Medioevo. Una parte di questa storia è nata dal desiderio di un Papa di elevare la sua statura ed emulare uno dei grandi costruttori dell'antichità, anche riutilizzando alcuni tratti del precedente acquedotto di Traiano. Un altro è la piccola chiesa di Santa Fiora, che riflette il desiderio di preservare la santità della fonte, che una volta alimentava l’Aqua Traiana. Con la prosecuzione della ricerca degli O' Neills, non c'è dubbio che ancora di più di questa storia sarà rivelato.

venerdì 23 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
Il 23 giugno 1796 Papa Pio VI fu costretto a firmare, a Bologna, un armistizio con Napoleone Bonaparte.
Ventun milioni di scudi, oltre alla cessione delle città di Bologna, Ferrara, Ancona, e ad un ingente numero di capolavori artistici: fu questo il prezzo che il Papato (Pio VI) dovette pagare per ottenere un armistizio da Napoleone che nel frattempo era calato in Italia sconfiggendo gli austro-piemontesi e rivolgendo le sue attenzioni militari verso i territori del Regno Pontificio.
In poco tempo lo stesso Napoleone aveva già occupato le città papaline di Ancona e Loreto; per cui il Papa Pio VI fu indotto a scegliere il cosidetto “male minore”: venire a patti con il “demonio” francese.
La sospensione delle ostilità fra Papato e Francia fu firmata il 23 Giugno 1796 proprio a Bologna. Il trattato mise provvisoriamente fine ad un periodo di crescenti tensioni fra il Vaticano e la Francia, tensioni causate anche dall’ostilità della Chiesa agli eventi della Rivoluzione Francese e la politica anticlericale attuata dagli stessi rivoluzionari. Ad aggravare il clima di reciproci rancori e diffidenze c’era stato anche, a Roma, l’assassinio – dai francesi giudicato un “omicidio politico” – di un diplomatico d’Oltralpe, Hugo Basseville; assassinio su cui gravavano sospetti di complicità da parte dei servizi segreti vaticani.
La ventata napoleonica, che portava con sé nuovi ideali repubblicani di libertà e democrazia (ed oltretutto stava importando in Italia anche un altro potenziale antagonista della Chiesa, ovvero la Massoneria, un’organizzazione capace di attrarre nelle proprie fila l’intellighentia e l’alta borghesia delle maggiori città italiane, ed ovviamente anche di quelle del Papato, dove l’arrivo delle truppe francesi era spesso preceduto dall’innalzamento di “alberi della libertà” da parte di comitati civici rivoluzionari e filo-francesi), preoccupò alquanto le gerarchie ecclesiastiche, che pur di frenare in qualche modo l’avanzata di Napoleone e dei fermenti che portava con sé, accettarono di buon grado il giogo delle pesanti clausole del trattato di Bologna, clausole che furono ulteriormente inasprite alcuni mesi dopo dal nuovo trattato di Tolentino (Febbraio 1797).
E’ pur vero che la Chiesa da sempre “sa aspettare”, ed alla fine si riprese tutto con gli interessi quando la parabola di Napoleone finì tragicamente a Waterloo.

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giovedì 22 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 168 a.C. si svolse la Battaglia di Pidna tra Romani e Macedoni, che sancì la vittoria finale dei Romani nella terza guerra macedone.
Perseo, figlio di Filippo V di Macedonia, divenuto re dopo la morte violenta del fratello Demetrio, ad opera del padre, si era montato un po' la testa, come si suol dire, e i romani erano stufi delle scorrerie di sue navi pirate e iniziative diplomatiche presso le tribù dell'Illiria, dell'Eubea e della Lega Achea, volte ad ottenere favori ed alleanze militari in previsione di una guerra contro Roma.
Il Senato romano inviò quindi in Macedonia il Console Lucio Emilio Paolo (figlio del Console Lucio Emilio Paolo ucciso nella battaglia di Canne) ed il Pretore Anicio Gallo, al comando di oltre 35.000 uomini e 1.500 cavalieri, per integrare e rinnovare l'esercito macedone.
Anicio non perse tempo e liberò l'Adriatico dalla flottiglia (80 vascelli) di Genzio (l'ultimo re degli Illiri) che infastidivano e depredavano i convogli romani e pergameni.
Perseo intanto si era acquartierato presso il fiume Elpeo (l'odierno Mavrolungo) creando una linea difensiva ben protetta e fortificata.
Emilio, con un'abile e astuta mossa, inviò un contingente di 8.000 Italici, 200 Cretesi e 1.200 cavalieri, nella regione montagnosa a ridosso dell'accampamento di Perseo, per tentare di aggirare l'esercito macedone. Nel contempo fece "finta" di imbarcarsi con la sua flotta ancorata ad Eracleo, in modo da "depistare" le sue vere intenzioni. Perseo subodorò l'inganno e inviò un contingente di 5.000 uomini a difesa dei passi montani.
Il "drappello" romano, agli ordini di Publio Scipione Nasica, genero di Scipione l'Africano, con un po' di fortuna e abilità riuscì a sbaragliare la maggior parte dei soldati macedoni, sorpresi negli accampamenti montani. Quando Perseo lo venne a sapere ordinò la ritirata generale verso il nord, attestandosi nei pressi di Pidna, dietro il corso del fiume Leuco, più piccolo dell'Elpeo e quindi considerato di fatto un ostacolo modesto.
Questo fu l'errore determinante della sua infelice e ingenua strategia.
Nel frattempo Emilio si ricongiunse con Nasica, all'inseguimento di Perseo. Gli ufficiali romani e i soldati erano entusiasti per il buon andamento delle cose e avrebbero voluto concludere subito la faccenda. Il morale dell'esercito era alle stelle ma Emilio non era certo un uomo da farsi guidare dalle emozioni e dall'improvvisazione. Sapeva di avere di fronte un esercito agguerrito e la piana di Pidna era la più adatta per l'azione della terribile falange macedone.
Anche Perseo era un po' preoccupato. Non avendo accettato di difendere l'Elpeo e combattere in posizione favorevole, era costretto ora alla battaglia campale: evento molto pericoloso perché se avesse sbaragliato Emilio, non avrebbe vinto la guerra, mentre se fosse stato sbaragliato lui, avrebbe perso ogni cosa.
In queste condizioni psicologiche i due eserciti si fronteggiavano armi alla mano.
Dopo essersi studiati per qualche giorno, all'alba del 22 giugno del 168 a.C. i due eserciti si schierarono a battaglia, l'uno di fronte all'altro, avendo alle spalle i rispettivi accampamenti e di fronte il corso del fiume Leuco. Ma né Perseo, né Emilio si decidevano a dare l'ordine dell'attacco. Ognuno dei due aspettava che attaccasse l'altro.
Perseo aveva i suoi motivi. Pensava che se avesse scatenato le ali rischiava, in caso di sconfitta della sua cavalleria, di venir preso di fianco, cioè nel punto debole della falange. Aveva attentamente studiato la tattica romana e l'andamento delle recenti battaglie combattute dai Romani in Oriente e ne aveva dedotto la necessità di tenere gli schieramenti il più compatti possibile. Bisognava assolutamente ricevere l'urto romano frontalmente. Allora il blocco d'acciaio della sua falange avrebbe potuto dimostrare tutta la sua efficacia. Rotto l'attacco romano, solo allora sarebbe stato possibile e utile contrattaccare.
Ma bisognava anche indurre Emilio a combattere, laddove era chiaro che il generale romano non ne aveva molta voglia.
Allora sul mezzogiorno Perseo si indusse ad uno stratagemma, anche se un po' rischioso. Fece mostra di voler ricondurre l'esercito negli accampamenti e a tale scopo fece fare alle sue schiere varie evoluzioni che ne scompaginavano lo schieramento. Se i Romani avessero abboccato all'amo di questa apparentemente ottima occasione, egli non sarebbe stato così impreparato come voleva far credere.
Emilio, fermo nel proposito di non attaccare per primo, e non troppo convinto dalla sin troppo palese ingenuità dei movimenti di Perseo, restò impassibile.
Allora gli ufficiali e i legionari, cui pesava tra l'altro la terribile tensione delle molte ore di attesa, chiesero a gran voce al Console di combattere. Anche ai più diretti collaboratori di Emilio pareva che si stesse perdendo un'ottima occasione, che si dovesse subito sfruttare l'errore di Perseo. Altri, amareggiati, non parlavano di errore: dicevano che Perseo si era messo a fare evoluzioni sotto il naso dei Romani per scherno e disprezzo, per mostrare ai suoi soldati sino a che punto i Romani fossero intimoriti e vigliacchi.
Il fermento era notevole ed Emilio, per placarlo senza demoralizzare i suoi uomini, ricorse ad un'abile bugia: fece riferire che il suo comportamento era motivato dal cattivo responso dei sacrifici religiosi che il Console aveva compiuto sul far del giorno. Gli Dei romani, insomma, non erano quella mattina di luna buona e non era il caso di provocarli.
Gli uomini si calmarono un po'. Ad ogni buon conto Emilio non ritirò l'esercito negli accampamenti, come invece avevano finito per fare i Macedoni, vista l'inutilità delle loro manovre. Emilio, uomo prudentissimo quanto esperto, non aveva digerito lo scherzetto che aveva tentato di fargli Perseo e non intendeva correre rischi di alcun genere: meglio che i soldati stessero pronti materialmente e spiritualmente.
Passarono così le ore calde. Ormai la gran tensione era caduta e nessuno più pensava che per quel giorno si sarebbe combattuto, anche se i Romani bivaccavano fuori dall'accampamento.
A metà pomeriggio alcuni Italici ottennero il permesso di andare ad attinger acqua dal fiume. Si trattava di un migliaio di uomini circa: Liguri, Marrucini, Peligni e un certo numero di cavalieri sanniti.
Giunti sulla riva del Leuco, gli Italici indugiarono a rinfrescarsi. Dall'altra parte del fiume, a poca distanza, stava una folta schiera di Traci, recatisi anch'essi al fiume ad attinger acqua. Tra le due opposte schiere ci fu uno scambio di frizzi e di provocazioni verbali. Ma l'atmosfera era molto più scherzosa che minacciosa.
A un certo punto, però, un cavallo dei Romani prese chissà perché la fuga lungo il fiume, rincorso dal suo proprietario e da alcuni suoi compagni. Il cavallo non si riusciva a prendere e tutti ridevano e motteggiavano. I Traci se la spassavano un mondo a vedere i Romani correr dietro a un cavallo senza riuscire a fermarlo e dalle loro bocche uscivano le più salaci osservazioni. Poi alcuni di loro, più vicini alla direzione che il cavallo aveva preso, ebbero l'improvvisa idea di catturarlo e a tale scopo attraversarono il Leuco (l'acqua era bassa: arrivava a metà coscia). Iniziò così una strana gara fra Traci ed Italici a chi raggiungesse per primo l'animale. Ma allora lo scherzo subito degenerò; non appena i primi Traci e Romani si trovarono a contatto si accapigliarono, immediatamente soccorsi dai compagni più vicini.
La cosa si faceva seria. Gli ufficiali Italici presso il Leuco organizzarono gli uomini, mentre i Traci si affrettavano a passare il fiume affinché i loro compagni, in minoranza, non venissero travolti. Lo scherzo si trasformò presto in uno scontro durissimo, nel quale gli Italici ebbero la peggio e cominciarono a retrocedere verso l'accampamento, incalzati dai Traci.
Perseo vide in quella scaramuccia l'occasione buona per indurre Emilio a combattere. Dimenticandosi di tutte le sue sagge regole di prudenza, della sua determinazione di lasciar attaccare i Romani per primi, forse incoraggiato dall'atteggiamento sino ad allora timoroso del Console romano, forse esasperato perché il nemico non aveva abboccato al suo trucco del mattino, forse ispirato dal suo cattivo genio, Perseo decise, su due piedi, di far uscire l'esercito e di lanciarlo sulla scia dei Traci.
Allora Emilio raccolse i frutti della sua esperienza e della sua accortezza. Il suo comportamento, in apparenza contraddittorio (non si decideva ad attaccare nemmeno quando i nemici gliene offrivano la migliore delle occasioni, ma lasciava poi l'esercito in campo, sotto il sole, mentre i Macedoni erano rientrati negli accampamenti, non si capiva bene a fare che), si rivelava ora prezioso e determinante. Infatti Perseo, per quanto si fosse sempre tenuto pronto, non potè far uscire i suoi uomini tutti insieme; le varie schiere si scaglionarono inevitabilmente. Emilio, con tutti gli uomini già pronti ad intervenire, potè rendersi conto rapidamente della situazione, scorgerne subito i lati per lui positivi e passare fulmineamente all'azione, senza soluzione di continuità.
Perseo aveva fatto uscire le milizie mercenarie e i 3.000 soldati della guardia del re. Costoro andarono di rincalzo ai Traci, costituendo in pratica l'ala sinistra dello schieramento. Subito dopo usciva la falange, in due ondate successive (prima il corpo dei Calcaspidi, poi quello dei Leucaspidi, secondo l'ordinamento tradizionale) che si dirigevano di gran carriera verso il fiume e cominciavano a guadarlo. Per ultime dovevano uscire le milizie alleate (che dovevano schierarsi sulla destra della falange e proteggerne il fianco) e infine la cavalleria che costituiva l'ala destra dell'esercito e che Perseo avrebbe comandato di persona.
Emilio, vista la rotta degli Italici, aveva lanciato in loro soccorso la fanteria leggera ausiliaria e alcune torme di cavalleria. Il centurione Salvio, con un gesto di grande eroismo, aveva afferrato a un certo punto l'insegna del corpo e si era scagliato in mezzo ai nemici; subito molti compagni, arrestando la fuga, gli erano andati dietro affinché l'insegna non cadesse in mano al nemico: questo episodio aveva rianimato l'ala destra romana che cominciò a fare più ferma resistenza ai Traci e ai soldati della guardia reale.
Ma intanto Emilio aveva colto al volo il nocciolo della situazione: le due schiere della falange erano fra loro distanziate e ancor più l'ordine compatto dei ranghi si sarebbe rotto nel passaggio del Leuco. Bisognava assolutamente coglierle in quel momento delicato, prima che potessero riunirsi e avanzare compatte e terribili verso l'accampamento romano. Esse erano inoltre isolate perché l'ala sinistra si era spinta troppo avanti nell'inseguimento degli Italici e l'ala destra, costituita dalle fanterie leggere uscite per ultime, era ancor più distanziata. La cavalleria, poi, non si faceva ancor vedere per nulla.
Allora il Console lanciò una Legione contro la prima schiera di falangiti che avevano appena guadato il Leuco e che stavano riordinandosi; mandò invece la seconda Legione al comando di Lucio Albino incontro alla seconda schiera, che stava per guadare il fiume, e rinforzò i legionari con parte della cavalleria e con gli elefanti. Tenne poi in serbo il resto della cavalleria e 2.000 veterani, in attesa degli eventi e di ciò che avrebbe fatto la cavalleria macedone non ancora apparsa.
L'attacco delle Legioni fu terribile. La falange non solo era spezzata in due, ma anche i suoi due tronconi, impacciati dal fiume, non erano schierati con la necessaria compattezza. Si vide poi subito che la tattica elastica dei manipoli romani era micidiale per lo schieramento rigido e lento dei falangiti, soprattutto quando essi non avevano alcuna protezione sui fianchi. La falange non poteva far fronte all'attacco contemporaneo da tre lati senza perdere il collegamento, e cioè quel suo caratteristico schieramento a testuggine, gli uomini a contatto di gomiti, le file addossate l'una all'altra, gli scudi abbassati a formare come un'unica corazza, le lance, di differente lunghezza a seconda della fila, imbracciate a costituire un'irta selva di punte, schieramento che rappresentava tutta la sua forza d'urto.
I due tronconi della falange si frantumarono come biscotti, al primo urto. Lo scontro si frazionò in tanti piccoli duelli di gruppetti separati, in un corpo a corpo nel quale i Romani eccellevano per l'ordine e il collegamento che i manipoli riuscivano a conservare e per l'armamento più leggero e più maneggevole, adatto a questo tipo di lotta. Dopo breve resistenza i falangiti di entrambe le schiere furono posti in fuga e ripassarono precipitosamente il fiume, il che li disordinò ulteriormente e rese micidiale e cruentissimo l'inseguimento romano. Anche le truppe leggere, che avrebbero dovuto proteggere sulla destra la falange e che arrivavano tardi allo scontro, vennero travolte nella fuga generale, soprattutto perché si trovarono di fronte i cavalieri e gli elefanti che, in previsione di tale circostanza, Emilio aveva appunto abbinato alla legione di Albino.
Intanto il Console, che aveva intuito subito la buona piega degli eventi, aveva senz'altro scatenato i suoi rincalzi sull'ala destra, contro i Traci e le guardie reali, e li aveva sbaragliati. Costoro, rimasti completamente isolati per la fuga delle falangi, si erano resi ben presto conto di non avere scampo.
Perseo aveva appena schierato la cavalleria, che già tutto il suo esercito era volto in fuga e la battaglia irrimediabilmente perduta. Allora girò i cavalli e fuggì anche lui.
II comportamento di Perseo, in questa decisiva e ultima battaglia, ha suscitato, già presso gli antichi, infinite discussioni. A parte la discutibile decisione di mandare allo sbaraglio tutto l'esercito dietro lo scontro casuale e fortunato dei Traci, resta poi da capire perché Perseo abbia atteso così a lungo a schierare la cavalleria, da non permetterle nemmeno di pigliar parte allo scontro. Diverse versioni, invero poco convincenti e attendibili, riferiscono che Perseo quel giorno era sofferente per un calcio del suo cavallo; oppure che egli si attardò non per il calcio, ma perché volle fare un sacrifico agli Dei, appena iniziatasi la battaglia. Se si considera che essa durò appena un'ora o poco più (tanto perfetto e travolgente era stato l'assalto delle due legioni e tempestiva la strategia del Console), si può capire come qualsiasi ritardo, anche lieve, nell'azione abbia potuto produrre conseguenze disastrose.
Ma, a parte le dicerie e le leggende, resta il fatto che Perseo tenne nell'accampamento la cavalleria e attese tanto a farla uscire che poi non ebbe modo di impiegarla. Perché si comportò in questo modo? Assolutamente inaccettabile è la versione, pure avanzata, che egli agì così per proteggersi e cioè per personale paura fisica: Perseo non era un genio come comandante, ma era senz'altro un combattente valoroso, come dimostrò in diverse occasioni.
Più probabile è che egli non si aspettasse assolutamente il crollo rapidissimo e improvviso della sua falange e che non avesse compreso a tempo la fredda e geometrica precisione del contrattacco di Emilio. Nel suo piano di battaglia la cavalleria avrebbe dovuto essere la carta vincente: dopo la resistenza vittoriosa dei falangiti, egli l'avrebbe lanciata contro il punto più debole dello schieramento romano travolgendolo e accerchiandolo. Questo doveva avere in mente; ma la rapidità tragica degli avvenimenti rese vani i suoi calcoli e improduttiva la sua attesa. Quando si decise a schierare la cavalleria, l'arretramento delle sue linee era divenuto rotta disperata, sicché se avesse ordinato la carica avrebbe mandato i suoi uomini al macello, proprio addosso ai falangiti che correvano disperatamente loro incontro con i cavalli, gli elefanti e i soldati romani alle calcagna.
Se lo scontro vero e proprio era durato un'ora, sino a notte poi i Romani inseguirono i Macedoni in fuga. La gran parte di essi corse verso il mare, che era vicino. All'ancora li attendeva la flotta romana. Molti, nondimeno, si gettarono in acqua, nella speranza che i marinai romani li salvassero prendendoli prigionieri. Con molta ferocia vennero invece massacrati e quelli che restarono sulla riva, raggiunti dalla cavalleria e dagli elefanti, vennero a loro volta fatti a pezzi. La battaglia si concludeva così con un'immane carneficina, nella quale i Romani sfogavano finalmente le amarezze dei primi tre anni di guerra e i dileggi che avevano dovuto tollerare dai Greci.
Il tanto esaltato esercito macedone non esisteva più.
Una curiosità: lo svolgimento della Battaglia di Pidna (vinta da Lucio Emilio) e della Battaglia di Canne (vinta da Annibale) fanno parte tuttora del "Manuale di Tattica/Strategia Militare" in dotazione all'Esercito degli Stati Uniti d'America.

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