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domenica 30 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
La notte tra il 30 aprile e il primo maggio è tradizionalmente, per la Scandinavia, la notte di Valpurga.
 Come Halloween e altre particolari ricorrenze, Valpurga affonda le sue radici nelle antiche credenze dell'Europa precristana. Molte celebrazioni in questo periodo riguardano il fuoco e la venuta della Primavera, i Vichinghi ad esempio, erano usi accendere grandi falò per invocare la fertilità e scacciare gli spiriti maligni. Nell' Europa Celtica e nelle Isole Britanniche in questa data veniva celebrato Beltaine e grandi falò erano allestiti nelle campagne e presso i siti preistorici per salutare il ritorno della Primavera. Beltane/Valpurga cade esattamente a 6 mesi da Samhain/Halloween, dividendo in due l'anno. I Fuochi di Beltane erano sempre accesi a coppie, volendo simboleggiare la congiunzione tra l'elemento maschile e quello femminile, e venivano preparati con nove tipi diversi di legna, di essenze ritenute sacre per dai Celti, raccolti nei boschi da uomini che si erano completamnte spogliati di ogni metallo. Gli armenti erano poi fatti passare attraverso i falò prima di essere ricondotti al pascolo, e i giovani saltavano le ceneri dei Fuochi prima che si estinguessero difinitivamente. Questi gesti avrebbero assicurato abbondanza e fertilità a persone e animali.
Ancora oggi molte usanze folkloriche, soprattutto dei paesi del Nord Europa, come il May Pole o l'incoronazione della Regina di Maggio, derivano direttamente da queste antiche celebrazioni. Il May Pole (Trad. Palo di Maggio) è un'usanza rituale, propiziatrice di fertilità, con un chiaro simbolismo fallico. Si portava nelle piazze dei villaggi un grande albero e si adornava con i frutti della terra, sia come omaggio, offerta, ringraziamento alle Divinità, sia per il concetto della magia simpatica per cui il simile chiama il simile, quindi l'abbondanza chiamava l'abbondanza. L'albero dell'anno precedente veniva bruciato danzando e "girando tre volte verso Sud", le ceneri venivano sparse sui campi. Nell'Irlanda pagana nessuno poteva accendere un Fuoco di Beltane finchè l'Ard Ri (il Grande Re) non avesse acceso il Primo Fuoco rituale sulla collina di Tara, il centro mistico e politico dell'Antica Irlanda. San Patrizio sfidò questa tradizione per distruggere le usanze pagane in Irlanda e San David fece qualcosa di simile nel Galles. La festa Celtica di Beltane divenne la festa medievale di Calendimaggio. Pianta sacra di questa festa è il Biancospino, pianta tradizionalmente sacra alla Fate, che si dice abitino proprio in essa.
Ovviamente il cristianesimo demonizzava queste pratiche e tentò, ancora una volta senza successo, di sradicarle. Non potendo eliminarle del tutto le inglobò nella propria tradizione, intitolando la riccorrenza a santa Valpurga, una monaca inglese, nata nel 710 dC nel Devon e inviata a convertire le popolazioni pagane in Germania. La chiesa Cattolica ha dovuto inoltre mantenere un legame con le antiche celebrazioni della fertilità dedicando l'intero mese di maggio alla Madonna, Madre del Cristo e figura molto spesso usata per rimpiazzare divinità femminili anche nelle tradizioni dell'area Mediterranea (un esempio tra tutti: Iside).

sabato 29 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile è il giorno dedicato a Santa Caterina da Siena, patrona d'Italia ed Europa.
Caterina nasce a Siena nel popolare rione di Fontebranda nel cuore della contrada dell'Oca il 25 marzo 1347. E' la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morirà poco tempo dopo la nascita. Il suo carisma mistico (come viene chiamato dai cattolici) si rivela molto presto, tanto che a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto su di un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono ben lontane solo dal concepire una cosa simile, fa voto di verginità.
In concomitanza con queste tendenze inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri che in qualche modo avessero a che fare con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne di animale. Per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli o lo distribuisce ai gatti di casa.
Verso i dodici anni i genitori decidono di maritarla. Evidentemente, non avevano ben compreso il carattere di Caterina, anche se in effetti le sue pratiche ascetiche erano condotte in solitudine. Ad ogni modo, pur di non concedere la sua mano, giunge a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una sorta di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si "barrica" all'interno della sua mente, chiudendosi del tutto al mondo esterno. Questo sarà, fra l'altro, uno dei suoi insegnamenti, quando, diventata ormai un simbolo, godrà del seguito di numerosi allievi.
Un bel giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre osserva che una colomba si posa sulla sua testa, mentre Caterina era intenta a pregare, e si convince che il suo fervore non è solo il frutto di un'esaltazione ma che si tratta di una vocazione veramente sentita e sincera.
A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, prende il velo del terz'ordine domenicano, pur continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi divine e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato.
Intanto, prende anche ad occuparsi dei lebbrosi presso l'ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l'acqua che le era servita per lavare una ferita cancrenosa, dichiarando poi che "non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita." Dal quel momento, la ripugnanza passò.
A vent'anni si priva anche del pane, cibandosi solo di verdure crude, non dormiva che due ore per notte. La notte di carnevale del 1367 le appare Cristo accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l'anello rimane, visibile solo a lei. In un'altra visione Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.
La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una quantità di gente, chierici e laici, che prendono il nome di "Caterinati". Preoccupati, i domenicani la sottopongono ad un esame per appurarne l'ortodossia. Lo supera brillantemente e le assegnano un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito il suo erede spirituale.
Nel 1375 è incaricata dal papa di predicare la crociata a Pisa. Mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l'anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei. Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il papa, ma nel frattempo è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione.
Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l'unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l'antipapa Clemente VII. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatré anni, un'età che non potrebbe essere più significativa....
Sarà sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Tre anni dopo le sarà staccato il capo per portarlo a Siena. Quel che resta del corpo, smembrato per farne reliquie, è nel sarcofago sotto l'altare maggiore.
Ha lasciato circa quattrocento lettere scritte a tutti i potenti del suo tempo ed un "Dialogo della divina provvidenza" che è una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi.
La figura di Santa Caterina da Siena ha ispirato numerosi artisti che l'hanno ritratta il più delle volte con l'abito domenicano, la corona di spine, reggendo in mano un cuore o un libro, un giglio o il crocefisso o una chiesa. Molti pittori predilessero i fantasiosi racconti della sua vita, come il matrimonio mistico, che si distingue da quello di Santa Caterina d'Alessandria, perché in questo caso il Cristo è adulto.
È patrona d'Italia e protettrice delle infermiere.

venerdì 28 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 aprile.
Il 28 aprile 1192 Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme, viene assassinato.
Corrado, marchese di Monferrato fu uno dei personaggi piú avventurosi del medioevo italiano. Fu il primo piemontese a muoversi in una dimensione mediterranea, che per il tempo significava mondiale.
Cugino del Barbarossa, ne fu per qualche tempo alleato, quindi combattè contro il cancelliere dell'imperatore, con cui aveva avuto forti disaccordi. Si trasferí a Bisanzio, dove fu molto apprezzato dal basileus Manuele I. Tornò in Italia per qualche anno. Fu di nuovo a Bisanzio dove sposò la sorella del nuovo imperatore Isacco e domò la rivolta di un generale. Infine si recò in Terrasanta. Fu lui l'iniziatore della riscossa cristiana e della Terza Crociata. Sconfisse Saladino a Tiro, fu il contraltare di Riccardo Cuor di Leone e, eletto re di Gerusalemme, fu ucciso da due sicari della Setta degli Assassini.
La morte di Corrado fu il più importante "giallo" del medioevo. Il piú sospettato, come mandante, fu il sovrano inglese Riccardo Cuor di Leone.
Tale morte fu anche la causa della prigionia di re Riccardo in Germania, in quanto l'imperatore Enrico VI lo imprigionò ritenendolo il mandante di quell'omicidio.
Recentemente alcuni autori hanno indicato come responsabile il conte Enrico di Champagne. Ma in realtà appare impossibile giungere alla verità. L'influenza di Corrado nella storia dell'Oriente latino non ebbe comunque termine con la sua morte. Quando egli morì, Isabella era incinta di sua figlia Maria la quale avrebbe a sua volta ereditato il Regno di Gerusalemme.

giovedì 27 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 aprile.
Il 27 aprile 1981 a Palermo, al congresso del Partito Socialista, Bettino Craxi viene riconfermato segretario col 74% dei voti.
Storico leader socialista, Bettino Craxi pronuncia il suo ultimo discorso da deputato, un deputato sotto accusa, il 29 aprile del 1993. Poi ci saranno le monetine, i processi, le condanne, il triste rifugio ad Hammameth, la malattia, la morte. Una parabola che in sedici anni lo porterà dall'altare al fango.
Benedetto (Bettino) Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934, in un periodo in cui il fascismo andava rapidamente affermandosi, richiamando consensi sempre più espliciti da parte di tutto il popolo italiano. Primo di tre figli di Vittorio Craxi, avvocato siciliano trasferitosi al Nord (tanto da diventare prefetto di Milano e poi Prefetto a Como ), e di Maria Ferrari una popolana originaria di Sant'Angelo Lodigiano, Bettino è invece allevato nei valori dell'antifascismo e del socialismo liberale.
Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori. Negli anni '50 è funzionario a Sesto S. Giovanni. Entrerà nel Comitato Centrale del Psi al congresso di Venezia del '57. A ventitre anni il suo campo di azione sono le università. Lo confessò lui stesso che da ragazzo non amava studiare. Al liceo rimediava promozioni a fatica. Ottiene comunque la maturità classica, ma all'Università non avrà uguale fortuna: frequenta sia la Facoltà di Giurisprudenza a Milano che quella di Scienze Politiche di Perugia. A diciannove anni l'incontro con Anna Maria Moncini, la donna che diventerà sua moglie.
Nenniano di ferro e anticomunista convinto, prosegue come consigliere comunale a Milano dove, nel 1965, entra nella Direzione del Partito. Tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato e passa nella Segreteria Nazionale come vice segretario di Giacomo Mancini, poi di Francesco De Martino. In quegli anni allaccia rapporti con i Partiti fratelli europei, mentre in seguito, nei primi anni '70 sosterrà e finanzierà tutti i partiti socialisti sottoposti a regimi dittatoriali (Grecia, Spagna, Portogallo).
Nel '76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino, indicato come un segretario di transizione. Invece Craxi dimostra non solo di avere numerosi assi nella manica, ma anche idee innovative e per nulla acquiescenti nei confronti dello status quo politico italiano. Al congresso di Torino del 1978, ad esempio, contrappone la "Strategia dell'alternativa" al "Compromesso storico" enunciato dal leader del Pci Enrico Berlinguer, un partito col quale Craxi avvierà una feroce polemica.
Nel '78 matura un altro avvenimento fondamentale per la carriera dell'uomo politico italiano più decisionista degli ultimi decenni: si tratta dello scandalo Lockheed, scandalo che costrinse l'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi anticipatamente e a fare sì che il Psi riesca a imporre, per la prima volta nella sua storia, un socialista al Quirinale: Sandro Pertini. Lo scontro con i comunisti va avanti. Mentre Berlinguer opera lo strappo con Mosca, avviando la "terza via", nello stesso periodo Craxi abbandona Lenin e Marx per esaltare il pensiero di Proudhon e cambia il simbolo del Partito: non più falce e martello su libro e sole nascente, bensì un garofano rosso.
Durante il rapimento di Moro, Democrazia cristiana e Pci non ne vogliono sapere di intavolare una trattativa per la liberazione di Aldo Moro. La linea scelta dai due maggiori partiti per affrontare i drammatici 55 giorni del sequestro dello statista Dc è quella della fermezza: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Bettino Craxi opterà invece per la linea della trattativa, ma inutilmente.
Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica, fino all'avvento di Berlusconi. Oltre al record di permanenza, Craxi fu il primo socialista a diventare Primo Ministro in Italia. Nel 1984 (il 18 febbraio) si firma la revisione del Concordato tra Italia e Vaticano. Sparisce la "congrua" e viene introdotto l' 8 per mille e le offerte deducibili per il Clero. Con il Premier, a siglare l'intesa, il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli.
L'altro strappo col Pci è del 1984 quando, su sua proposta, viene approvato il decreto legge per il taglio di alcuni punti della scala mobile, senza il consenso dei sindacati.
Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell'OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, è intercettato dall'aviazione militare Usa che ne impone l'atterraggio a Sigonella (Sicilia). Craxi rifiuta di consegnare agli Usa i sequestratori palestinesi dell'Achille Lauro affermando che i reati sono stati commessi su suolo italiano e, quindi, compete all'Italia perseguire i reati. I militari italiani di Sigonella si oppongono, con le armi, alle truppe speciali statunitensi.
L' 8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell'ONU lo nomina suo Rappresentante personale per il debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel '90 presenta il suo rapporto all'Assemblea.
Il Segretario Generale lo nomina Consigliere Speciale per lo sviluppo e il consolidamento per la pace e della sicurezza. Per firmare i suoi interventi sull' "Avanti!" Craxi inizia a usare lo pseudonimo affibbiatogli dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, ispirato al "masnadiero di Radicofani": Ghino di Tacco.
Non è per la verità un soprannome lusinghiero, visto che si trattava di un brigante (anche se c'è chi sostiene che fosse una sorta di Robin Hood), ma Craxi con molto senso dell'umorismo, accetta il dileggio.
Craxi prosegue comunque la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l'intento di farne l'ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l'asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni '90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L'inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992.
La valanga inizia con l'arresto dell'amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio: Mario Chiesa, che viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Craxi lo definisce "un mariuolo", un ladruncolo che non ha nulla a che fare con il Psi. Ma da quell'episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Inizia Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l'inchiesta sulla Metropolitana di Milano. Il Pool, guidato da Francesco Saverio Borrelli, invia al leader socialista, il primo avviso di garanzia.
Nell'agosto del '93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: "Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese". Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l'apparato paramilitare del KGB in Italia.
Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare.
Muore in Tunisia il 20 gennaio 2000 da latitante.
La sua tomba, nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, è orientata in direzione dell'Italia.
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:
    5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996;
    4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999.
Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:
    4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999.
    5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti ENEL il 22 gennaio 1999;
    5 anni e 9 mesi in appello per il conto protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999;
    3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999;
Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni.

mercoledì 26 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 2002 un giovane diciannovenne tedesco, Robert Steinhäuser, entra nella sua vecchia scuola e uccide 17 persone, poi si toglie la vita.
Morti dappertutto: nei corridoi, nei gabinetti, nelle aule. E sangue ovunque, sui pavimenti, sui muri. Questo hanno visto le teste di cuoio delle forze speciali quando hanno fatto irruzione nel liceo "Gutenberg" frequentato da 700 studenti a Erfurt, in Germania: un bagno di sangue con diciotto morti. Il terrore è entrato nella scuola alle 11, portato da un ragazzo di 19 anni che aveva tentato già due volte di superare la maturità, senza riuscirci. Nei mesi precedenti lo avevano anche espulso e lui quel giorno alle 11, mentre era in corso il compito di matematica, ha fatto irruzione nella scuola, mascherato come un ninja e armato di una, forse due pistole.
Ha sparato con freddezza e precisione, tanto che dei 18 morti ben 14 sono professori (9 uomini e 5 donne), l'oggetto privilegiato del suo odio. Ha sparato con folle efficienza, al punto che a lungo la polizia ha pensato che gli assalitori fossero due. Infine, ha sparato con una rabbia cieca ma lucida, che ha rivolto anche contro se stesso, togliendosi la vita quando ha visto avvicinarsi gli agenti pronti a fare irruzione. Ma aveva seminato un tale sgomento che gli agenti hanno aspettato a entrare, temendo che dentro ci fosse il secondo, fantomatico sparatore.
Sul terreno sono rimasti dunque 14 insegnanti, due studentesse innocenti, lo studente killer e un poliziotto della prima squadra intervenuta quando è stato detto l'allarme: "Presto, correte, c'è un pazzo che sta ammazzando tutti". Erfurt, una città di quasi 200 mila abitanti in Turingia, la vecchia Germania Est, non aveva mai vissuto un simile orrore. Ora, di questo ragazzo tutti dicono che era una persona perbene, che da lui non ce lo si sarebbe mai aspettato.
"Era molto aperto, ciò che ha fatto non combacia con l'immagine che ho di lui", racconta Isabelle Hartburg, ex studentessa del Gutenberg e oggi giornalista: "Era intelligente e interessato alla politica. Amava molto la vita, usciva sempre il pomeriggio e andava con gli amici in discoteca". La sua spiegazione è che lo studente non tollerasse il non poter fare la maturità insieme agli altri: "I suoi amici fanno la maturità e lui no, forse è uscito di testa per questo", ha detto. Secondo Isabelle, il ragazzo non aveva rapporti con le armi o con droghe: "Voleva sempre dare nell'occhio e per questo si è urtato con i professori". Con i compagni andava d'accordo ma non gli bastava: "Un giorno - ha raccontato la Hartburg - ha detto che voleva che tutti lo conoscessero".
La strage è cominciata in aula, quando al ginnasio liceo Gutenberg, frequentato da ragazzi fra i 10 e i 19 anni, è iniziato l'esame di matematica. Un testimone ha riferito che uno studente, seduto al suo banco, ha aperto il foglio con le domande del test e ha detto: "Non farò questo compito". Poi ha estratto l'arma e ha cominciato a sparare, implacabile e preciso. "C'era sangue ovunque", ha detto poi un bambino di 10 anni.
I poliziotti sono arrivati ma uno è stato freddato subito. Lo studente si è barricato in un'aula con 28 compagni, mentre venivano diffusi dettagli, molti dei quali probabilmente falsi, dettati dalla confusione e forse dall'incapacità di accettare che un simile massacro fosse stato compiuto da una persona sola: "Sono in due, hanno diverse pistole e un fucile, sono mascherati, uno è stato ucciso".
Almeno una cosa è vera. Mentre a una finestra veniva appeso un cartello con la scritta "Aiuto" e gli agenti delle forze speciali si preparavano a fare irruzione nella scuola, circondata da centinaia di poliziotti, il ragazzo decideva di non aspettare la polizia e si uccideva. E così gli agenti entrati con il cuore in gola per affrontare il mostro, in mezzo al sangue e al silenzio trovavano solo morti.
La Germania nelle ore successive è rimasta sotto choc. Nei pressi dell'istituto è stata montata una tenda per accogliere i genitori venuti a chiedere notizie dei loro figli. Molti ragazzi sono stati infatti portati traumatizzati negli ospedali cittadini.
La vicenda di Erfurt ricorda quella della high school americana di Columbine (20 aprile 1999) quando alcuni studenti vestiti con lunghi spolverini neri entrarono nel liceo e fecero una strage ucidendo una quindicina di persone. E, nel giugno del 2001, a Ikeda, vicino a Osaka in Giappone, un uomo con problemi psichici aveva accoltellato 23 bambini di una scuola elementare uccidendone otto.


martedì 25 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1926 va in scena alla Scala di Milano la prima assoluta della Turandot, l'ultima opera di Giacomo Puccini.
L'idea di ispirarsi per il soggetto ad una delle fiabe teatrali più celebri di Carlo Gozzi, drammaturgo veneziano del Settecento contemporaneo e rivale di Carlo Goldoni, nacque da un incontro a Milano durante l'inverno del 1920 fra Puccini e i librettisti Adami e Simoni.
Puccini mise subito al lavoro i suoi collaboratori e già nell'agosto del 1920 erano state apportate le principali modifiche rispetto allo schema originale. Adami e Simoni, il primo versificatore e il secondo ideatore della trama, scrissero il libretto e lo dovettero adattare molte volte rispettando le richieste del compositore.
Le difficoltà principali furono quelle causate soprattutto dal carattere favoloso dei personaggi gozziani, privi di quel pathos che Puccini tanto ricercava. Le maschere nella versione originale della fiaba vennero trasformate dagli autori nel terzetto dei ministri Ping, Pang e Pong che rappresentano la gran parte del materiale musicale cinese nell'opera. La protagonista Turandot diventa invece un ostacolo nella costruzione dell'opera a causa della forte mutevolezza del personaggio. Infine lo spessore eroico del Principe Calaf e l'introduzione della figura di Liù, con il suo sacrificio d'amore, sono elementi innovativi e tipici dello stile pucciniano.
All'inizio del 1921 Puccini aveva già iniziato la composizione musicale con l'aiuto di un carillon cinese appartenente alla collezione d'arte dell'amico Fassani e grazie all'ispirazione ad alcuni brani di musica folk forniti dalla Ricordi.
Tuttavia la strumentazione dei primi due atti venne conclusa solo nel febbraio del 1924. Il terzo atto invece rimaneva incompiuto, poiché l'autore non riusciva a vederne il logico sbocco drammatico, specialmente per il gran duo finale fra Calaf e Turandot, già rivisto ben quattro volte.
Da questo momento in poi Puccini continuò a lavorare freneticamente sull'opera, interrompendosi solo per soggiorni all'estero o per correggere altre partiture.
All'inizio del 1924, mentre il lavoro sulla partitura procedeva tra alti e bassi, il compositore ebbe i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte in quello stesso anno. Cercò di sottoporsi ad alcune cure, ma senza risultati visibili. Cominciò allora a deperire, ma nonostante ciò prese accordi sulla data della prima di Turandot, sebbene l'opera non fosse ancora ultimata.
Gli fu diagnosticato un papilloma, che in realtà era un cancro alla gola senza alcuna possibilità di guarigione. L'unico modo per prolungare un po' la vita del malato era di sottoporlo ad un intervento chirurgico immediato e alla cura del radio presso "L'Institut de la Couronne" di Bruxelles. Il 24 novembre fu sottoposto con successo all'intervento. Quattro giorni dopo però il cuore del compositore cedette improvvisamente, portandolo alla morte, che avvenne il 29 novembre 1924.
Alla sua partenza per Bruxelles, Puccini aveva portato con sé le trentasei pagine di abbozzo di partitura delle due ultime scene di Turandot ossia il duetto d'amore e il finale del terzo atto, nella speranza di terminarli, ma non vi riuscì.
Chi conosceva meglio di tutti la partitura dell'opera era Arturo Toscanini e fu proprio lui ad incaricarsi di presentare l'opera rimasta incompiuta. Era un problema grave sia dal punto di vista pratico e sia della responsabilità artistica. Puccini aveva infatti lasciato una partitura completa solo fino al suicidio di Liù e al corteo funebre che segue. La scelta di chi avrebbe dovuto completare l'opera non fu semplice. Toscanini propose alla famiglia Puccini e alla casa Ricordi di affidare l'incarico a Franco Alfano il quale completò la partitura dell'ultimo episodio dove la principessa Turandot è scossa e trasformata dall'amore sulla base dei fogli lasciati da Puccini.
La prima dell'opera fu quindi rappresentata alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Toscanini. Giunti al terzo atto, terminata l'aria di Liù "Tu che di gel sei cinta" il maestro depone la bacchetta e rivolgendosi al pubblico interruppe l'esecuzione commosso: "Qui il maestro è morto" e abbandona quindi l'esecuzione là nel punto in cui il suo compositore si era fermato.

lunedì 24 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1792 viene composta "La marsigliese", l'inno di Francia.
E’ uno degli inni nazionali più conosciuti nel mondo, la Marsigliese. Rouget de Lisle, l’ideatore, era un soldato dell’Armata del Reno e compose questa marcia militare per accompagnare l’entrata dell’esercito nella città di Parigi. La Marsigliese è una marcia militare di chiara matrice rivoluzionaria, inizialmente era intitolata “Canto di guerra dell’Armata del Reno”, ed era composta da sette strofe inframmezzate dal coro.
Nell’aprile del 1792, in piena Rivoluzione francese, l’armata di cui faceva parte Rouget de Lisle si trovava a Strasburgo, mentre la Francia aveva dichiarato guerra sia alla Prussia che all’Austria.
Il canto verrà poi adottato dalla Francia come Inno nazionale. Pare che sia stato proprio il Sindaco di Strasburgo, il barone di Dietrich, a chiedere a Rouget de Lisle di comporre un marcia militare. Le personalità dell’esercito, dopo aver ascoltato il motivo la prima volta, ne rimasero affascinati, e così decisero di far distribuire copie della marcia a tutti i soldati e ai rivoluzionari.
Di sicuro neppure Rouget de Lisle si aspettava che questo motivo sarebbe diventato così famoso da assurgere a vero e proprio inno nazionale francese. Nel Museo di Belle Arti di Strasburgo vi è un dipinto dell’artista Isidore Pils, nel quale viene immortalata la scena di Rouget de Lisle che canta la marcia in casa del Barone, ignaro del fatto che di lì a poco sarebbe diventato un inno nazionale.
Il 14 Luglio 1795 la Marsigliese viene ufficialmente dichiarata Inno nazionale di Francia: il 10 Agosto dello stesso anno i soldati entrano a Parigi intonando l’inno, tra la folla entusiasta.
Nel 1815, con la Restaurazione imposta da Luigi XVIII l’inno viene messo al bando, e così succede anche nel 1830, ad opera di Napoleone III. La matrice rivoluzionaria dell’inno è considerata un pericolo per la Francia, ed in quel periodo storico c’era un particolare fermento contro gli imperi e il potere assolutistico. Nel 1879 si sancisce in maniera definitiva che la Marsigliese è l’inno nazionale francese, e lo è tuttora.
Qual è il contenuto della Marsigliese?
Emerge subito, leggendo il testo dell’inno, che non vi è un incitamento a combattere e sacrificare la propria vita (come in genere si trova in altri inni nazionali, vedi quello italiano), ma piuttosto un invito a combattere ed essere vincitori. La Marsigliese ha subìto ritocchi nel tempo rispetto all’originale, ed è stata elaborata anche una versione orchestrale.
Durante il Secondo Impero, per esempio, la Marsigliese, ritenuta inappropriata, viene sostituita da un altro inno nazionale composto dalla madre di Napoleone III, “Partant pour la Syrie”. Alcuni studiosi ritengono invece che il vero compositore del brano in questione è stato Louis Brouet.
L’origine della musica è ancora in discussione, si denota una certa somiglianza con un’opera specifica di Wolfgang Amadeus Mozart, ma non si è arrivati ad una esatta conclusione, e si tratta soltanto di ipotesi.



domenica 23 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Il 23 agosto 1348 Re Edoardo III d'Inghilterra fonda l'Ordine della Giarrettiera.
L’istituzione dell’Ordine della Giarrettiera è attribuita a diverse circostanze. La prima, e forse la più nota viene fatta risalire ad un ballo a corte, durante il quale il re raccolse una giarrettiera caduta alla contessa Joan di Salisbury e la mise intorno alla propria gamba per far tacere i nobili che interpretarono tale gesto con sguardi ammiccanti ed ai quali egli disse una frase che nel francese di corte dell’epoca suonava “Honi Soit Qui Mal Y Pense” – divenuta il motto dell’Ordine – che si può all’incirca tradurre “vergogna a colui che ne pensa male”. Altra ipotesi è che l’Ordine fu fondato per riprendere la leggenda di Re Artù e i suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Vi sono inoltre varie congetture sul simbolismo della giarrettiera, uno dei legacci per allacciare l’armatura, una metafora del legame tra i membri dell’Ordine; una allusione, non del tutto chiara, alle pretese inglesi al Trono di Francia rivendicate da Edoardo attraverso una linea femminile. Vi è anche un riferimento araldico nei colori della Giarrettiera, che sono quelli dello stemma di Francia: l’azzurro e l’oro.
L’Ordine è considerato dagli inglesi come l’Ordine più antico del Mondo. Senz’altro ciò è vero per quanto concerne gli altri Ordini supremi europei come il Toson d’Oro (della Borgogna, l’Annunziata (di Casa Savoia), l’Elefante (Danese), il San Gennaro (Borbone Due Sicilie) etc., e gli altri due Ordini britannici di classe unica, cioè il Cardo o di Sant’Andrea (della Scozia) e l’Ordine di San Patrizio (dell’Irlanda, non più conferito ma mai abolito). Vi sono però altri ordini più antichi, che i consoci SISA certo già conoscono, basti citare gli ordini militari religiosi come il Sovrano Militare Ordine di Malta fondato circa 250 anni prima della Giarrettiera, o gli ordini militari spagnoli fondati nel XII e XIII secolo. Inoltre, l’“Ordine” della Giarrettiera fu fondato con il nome di “società, compagnia e collegio di cavalieri” per sottolineare che esso aveva un Sovrano a capo diversamente dalle confraternita religiose che avevano un Gran Maestro che doveva essere eletto.
Torniamo però alla storia. Alcune fonti storiche datano la fondazione dell’Ordine (che ha come Santo Patrono San Giorgio, il Protettore d’Inghilterra e dei soldati in generale ma dei cavalieri in particolare), da parte del re Edoardo III già al 1344, quando Froissart nei suoi Chronicles (pubblicati alla fine del XIV secolo) citò che era volontà del re di creare “una Tavola Rotonda di molti e valorosi cavalieri – une ordonnance des Chevaliers de luy et de ses enfans et des plus preux de sa terre”, mentre altri datano la fondazione al 1346, dopo la Battaglia di Crecy, durante la Guerra dei Cent’Anni. È documentato che i primi cavalieri furono i compagni d’arme del Principe Nero, ossia Edoardo, il Principe di Galles, figlio di Edoardo III. La stragrande maggioranza degli storici però è d’accordo nell’attribuire la fondazione “ufficiale” al 1348, anche alla luce della Bolla di Papa Clemente VI, e al fatto che Edoardo, Principe di Galles, fu investito in quell’anno assieme agli altri primi cavalieri che furono nominati nel 1348.
Originariamente l’Ordine, oltre al Capo o Sovrano dell’Ordine, che è sempre il Re, o la Regina regnante d’Inghilterra, e al Principe di Galles, contava ventiquattro cavalieri, o meglio, cavalieri compagni (Knights Companions) fondatori. Tutti questi furono militari che avevano combattuto assieme al Principe di Galles in Francia, ed erano - al contrario dei cavalieri attuali - molto giovani: ben quattro avevano meno di vent’anni. Inoltre, vi furono tra i cavalieri originari, anche tre stranieri, della Guasconia, che avevano giurato fedeltà al sovrano inglese. Successivamente, alla fine del XVIII ed agli inizi del XIX secolo, il numero dei membri dell’Ordine aumentò e i membri della famiglia reale furono esclusi dal totale dei ventiquattro e furono chiamati cavalieri compagni reali (Royal Knights Companions). Nel 1786 si dichiarò che tutti i figli del Sovrano potevano essere nominati cavalieri della Giarrettiera oltre al numero dei ventiquattro. Tale ordinanza fu probabilmente promulgata per poter accogliere i nove figli di Re Giorgio III. Qualche anno più tardi, nel 1813 furono considerati soprannumerari gli stranieri (cioè i Stranger Knights o Extra Knights). Fino a tempi recenti, quasi tutti i cavalieri della Giarrettiera provenivano dalla nobiltà titolata inglese oppure furono grandi comandanti militari (quasi sempre generali, ma anche ammiragli). Dalla metà del secolo scorso, tuttavia, i cavalieri provengono da diversi strati della società inglese, politici e uomini d’affari. Altresì escluse dal computo dei membri dell’ordine furono le signore fino al 1901, quando la consorte di Re Edoardo VII fu nominata Lady Companion (e non Dama, come negli altri ordini), poi nel 1987 SM la Regina Elisabetta decise che le signore potevano essere ammesse all’Ordine con tutte le prerogative e privilegi dei cavalieri: la prima ad essere nominata fu Lavinia, duchessa di Norfolk nel 1990, poi nel 1995 fu nominata la baronessa Thatcher.
Nell’arco della sua storia, l’Ordine ha avuto trenta Sovrani e circa 1000 cavalieri e dal 1952 la Regina Elisabetta II ha effettuato circa 90 nomine dell’Ordine, inclusi i cavalieri e dame sovrannumerari.
In confronto con i paesi nordici e germanici e la penisola iberica, la penisola italica ha dato pochissimi cavalieri all’Ordine. Questi furono: Francesco Sforza, Duca di Milano (investito nel 1463 circa); Federico da Montefeltro (nominato da Edoardo IV, nel 1774) e suo figlio Guidobaldo da Montefeltro, II Duca di Urbino (nominato da Enrico VII nel 1504c). Giuliano de Medici, Duca di Nemours, fratello di Papa Leone X (nominato nel 1514, ma non ebbe l’investitura). Oltre trecento anni dopo, in epoca vittoriana, vengono investiti Vittorio Emanuele II (investito nel 1855 dalla Regina Vittoria); Umberto I (investito nel 1878); Vittorio Emanuele III (investito mentre era ancora Principe di Napoli 1891), il suo stendardo fu rimosso dalla Cappella di San Giorgio nel 1940 quando l’Italia entrò in guerra contro l’Impero britannico e non fu mai rimesso); Emanuele Filiberto, Duca d’Aosta (investito nel 1902, da Re Edoardo VII).
Tra membri della Reale Casa britannica che appartengono all’Ordine, vi sono: SAR Principe Edward, Duca di Kent (cugino di primo grado della Regina, dal 1985); SAR la Principessa Reale Anne (figlia della regina, dal 1994); SAR Principe Richard, duca di Gloucester (cugino di primo grado della regina, dal 1997); e più recentemente i figli cadetti della Regina, SAR. Principe Andrew, Duca di York (dal 2006), e SAR Principe Edward, Conte di Wessex (dal 2006).
Tra gli attuali cavalieri e dame dell’Ordine vi sono l'ex-primo ministro Conservatore  Sir John Major (dal 2005), il già Ministro degli Esteri Lord Peter Carrington, VI Barone di Carrington (dal 1985), Arthur Valerian Wellesley, VIII Duca di Wellington (dal 1990), il Field Marshal Lord Edwin Bramall (già Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal 1990), Lord Robin Leigh-Pemberton, barone di Kingsdown (già Governatore della Banca d’Inghilterra, dal1994), Lady Mary Soames, baronessa Soames (figlia di Sir Winston Churchill, dal 2005). Mentre tra i cavalieri stranieri vi sono il Granduca Jean di Lussemburgo (dal 1972), SM la Regina Margherita II di Danimarca (dal 1979), SM il Re Juan Carlos I di Spagna (dal 1988) e SM l’Imperatore Akihito del Giappone (1998).
I Cavalieri della Giarrettiera, come gli insigniti maschi dei due gradi più alti degli altri ordini cavallereschi hanno il diritto al titolo di Sir (se non hanno titoli superiori) davanti al proprio nome di battesimo e di aggiungere delle lettere post-nominali come segno distintivo di “KG” (Knight of the Garter). Invece, le Ladies Companion usano le lettere “LG”. Sino ad oggi, tutte le signore insigniti dell’Ordine hanno titoli superiori.
Per quanto concerne il titolo di “Sir” vi è un divertente episodio riguardante Sir Winston Churchill. Nelle “Memorie” di Sir Norman Brook quando fu proposto a Winston Churchill di essere nominato Cavaliere della Giarrettiera, egli chiese se sarebbe stato possibile essere nominato cavaliere della Giarrettiera senza usare il titolo di Sir in modo che egli potesse continuare ad essere chiamato semplicemente Mr Churchill, egli motivava tale richiesta così: “mio padre fu sempre chiamato Lord Randolph Churchill, ma non era un Lord: il suo titolo fu soltanto di cortesia, quindi, perché io non posso essere chiamato Mr Churchill a titolo di “scortesia”?
Veniamo all’organizzazione dell’Ordine. Come già menzionato, a capo dell’Ordine vi è il Sovrano d’Inghilterra e poi vi sono gli ufficiali dell’Ordine, questi sono: il Prelato (Prelate), sempre il Vescovo di Winchester pro tempore; il Cancelliere (Chancellor), una volta nominato dal Vescovo della Diocesi di Windsor, ma oggigiorno tale ufficio può essere svolto da un cavaliere qualsiasi), il Verbalizzatore (Registrar) il Decano della Cappella di San Giorgio a Windsor che ha il compito di mantenere gli annali dell’Ordine; il Re d’Arme Principale Garter, il primo araldo d’Inghilterra, Garter Principal King of Arms); il Gentiluomo Usciere dello Scettro Nero (Gentleman Usher of the Black Rod), ossia il Questore della Camera Alta (Usher of the Black Rod). Quasi sempre un generale o ammiraglio in non più in servizio attivo; il Segretario (Secretary), che ha la responsabilità ed è, spesso, un altro Araldo del College of Arms.
Uno degli aspetti che può interessare i nostri lettori, è costituito senz’altro dai paramenti e dalle decorazioni che sono poco cambiati dai tempi di Giorgio IV.
Il collare d’oro fu introdotto nel XVI secolo, ha un peso di quasi un chilogrammo e consiste in nodi d’oro alternati a delle rose rosse entro una giarrettiera. Dal collare pende la figura smaltata di San Giorgio nell’atto di uccidere il drago. Questa figura può essere anche tempestata di diamanti o di altre pietre preziose.
Il mantello è in velluto blu rivestito di seta bianca con, cucito sulla spalla sinistra, lo scudo dell’Ordine entro la Giarrettiera. Il mantello del sovrano reca invece la stella o placca dell’Ordine.
Il cappuccio è in velluto e seta rossa che pende dietro la spalla destra con dei cordoncini per chiudere il mantello sul davanti. Vi è anche un’apertura sulla destra per lasciare libertà di movimento per poter maneggiare una spada, se fosse ancora il caso! Il mantello della Regina ha anche uno strascico.
Il cappello è di velluto nero con una piuma di struzzo bianco. La Giarrettiera è portata sul polpaccio sinistro dai cavalieri o sul braccio sinistro dalle Ladies. La Giarrettiera è di velluto blu con il motto dell’ordine.
Infine vi è una fascia portata, al contrario degli altri ordini, e come quello del Cardo, dalla spalla sinistra. Dalla fascia pende il cosiddetto “lesser George” o “piccolo George”, che è un medaglione d’oro (o con smalti e pietre preziose) con la giarrettiera recante in mezzo San Giorgio e il drago.
La cappella ufficiale dell’Ordine è quella di San Giorgio al Castello di Windsor. Dal 1948, per iniziativa di Giorgio VI, la cerimonia religiosa celebrativa, di norma tenuta dal Prelato dell’Ordine, è divenuta annuale e si svolge in giugno.
La placca o stella dell’Ordine reca in mezzo la croce dell’Ordine smaltata: la croce di rosso in campo argento circondato dalla Giarrettiera. La placca può essere anche fatta in pietre preziose.
I militari insigniti dell’Ordine possono portare il nastrino di circa 10 centimetri che è più lungo della forma normale per le altre medaglie che è di circa 3 centimetri.
Il Sigillo dell’Ordine reca la familiare immagine di San Giorgio che uccide il drago circondato da uno scritta che recita: SIGILLUM MAGNUM NOBILISSIMI ORDINIS GARTERII.
Le insegne (oppure soltanto parte di esse come la placca o il motto) dell’Ordine della Giarrettiera non sono limitati soltanto all’Ordine stesso ma sono tuttora, o sono state, anche in uso quotidiano da parte di reparti dell’Esercito britannico. Tra i reggimenti che utilizzano la Giarrettiera sono: i due reggimenti a cavallo della Guardia Reale, i Life Guards (i “Royals”) e i Royal Horse Guards (i “Blues”); gli Ussari della Regina (Queen’s Own Hussars); i 14/20 Ussari del Re (14th/20th King’s Hussars); i 15/19 Ussari Reali del Re (15th/19th King’s Royal Hussars); i 16/5 Reali Lancieri della Regina (16th/5th Queen’s Royal Lancers); la Reale Artigliera a Cavallo (Royal Horse Artillery); il Genio Militare (Royal Engineers); il Reale Corpo Logistico (Royal Logistics Corps); il Secondo Reggimento di Fanteria “Coldstream” (Coldstream Guards); il Reggimento di Fanteria della Regina (Queen’s Regiment) e quello della Principessa di Galles. Inoltre, anche il panfilo reale “Britannia” utilizzò come badge la giarrettiera sormontata dalla corona reale con in mezzo una rosa su due ancore poste in decusse.
Veniamo ora alla cerimonia. L’annuncio dei nuovi membri dell’Ordine avviene da Buckingham Palace nel giorno della festività del Santo Patrono, il 23 Aprile, ma l’investitura ha luogo nel mese di giugno al Castello di Windsor.
L’attuale cerimonia dell’investitura è in forma privata alla sola presenza del Sovrano, degli altri cavalieri e degli ufficiali dell’Ordine. La cerimonia si tiene nella Sala del Trono e si svolge mentre il Prelato recita le preghiere di rito, la Regina, quindi passa la Giarrettiera al suo Paggio che la lega intorno alla gamba sinistra dell’insignito. La Regina quindi mette la fascia dalla spalla sinistra del neo-cavaliere e la placca sul petto sinistro, segue poi il mantello ed infine la Regina impone il collare che viene legato sopra il mantello con dei fiocchi in seta bianca.
Dopo la cerimonia di investitura, con tutto lo splendore del pageantry britannico, tutti i cavalieri si recano in processione alla Cappella di San Giorgio, mentre un folto pubblico presente nel Castello di Windsor assiste al corteo che procede lungo il viale che porta dal Castello alla Cappella e dove sono schierati i militari della Guardia Reale a Cavallo appiedati in alta uniforme. Segue il servizio di Ringraziamento e viene cantato un Te Deum.
La processione segue un rigido ordine di precedenza. I primi sono i militari, sempre in alta uniforme, e gli araldi nelle loro cotte d’arme, vengono poi, in ordine di anzianità, i cavalieri e dame, seguiti dai membri della Famiglia Reale, dietro di loro è la Regina con due paggi che tengono lo strascico del mantello, seguono poi gli ufficiali dell’Ordine che portano i loro mantelli di rosso e blu con lo Scudo e la Giarrettiera sulla spalla sinistra ed in fine i “Yeomen of the Guard”, la Guardia del Corpo Personale della Regina, splendenti anche loro nelle loro uniformi di foggia Tudor.
Nella Cappella di San Giorgio ogni cavaliere o lady ha un suo scranno con sopra uno tendardo con le insegna araldiche, ossia lo stemma, sotto lo stemma vi è un elmo o corona con il cimiero. I cavalieri che sono sovrani esteri usano la loro propria corona. Siccome, nell’araldica inglese, le signore non portano il cimiero, possono mettere soltanto un simulacro della loro corona se sono membri del peerage oppure se la lady è la regina in quanto sovrana si usa mettere la sua corona di sovranità. Sul schienale dello scranno è  affissa una targhetta in ottone con l’arma, la data di nomina e titolo del cavaliere con il suo nome.
Quando un cavaliere raggiunge la fine della sua vita terrena, le sue insegne araldiche vengono tolte, tranne che per la targhetta; lo scranno è poi bloccato con un cordone sul quale viene posta una corona di alloro. Questa cerimonia di norma si svolge a funerali avvenuti ed alla presenza dei famigliari ed in tale occasione, lo stendardo del cavaliere viene posto in offerta sull’altare.


sabato 22 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1868 il futuro re Umberto I sposa la cugina Margherita di Savoia.
Figlia di Ferdinando di Savoia, sposò il cugino Umberto a soli diciassette anni.
Bionda e di bel portamento, Margherita sviluppò un carattere religioso e conservatore, dimostrando un notevole interesse per le arti.
Le sue eccellenti qualità di comunicatrice, supportate dal sentito coinvolgimento nelle opere filantropiche, le fecero guadagnare una notevole popolarità.
Come regina s’impegnò per promuovere il “made in Italy”, spezzando l'imperante francesismo dell'epoca.
Diede l’esempio sia indossando abiti e gioielli realizzati dai migliori artigiani della penisola, sia mangiando all’italiana. «Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita» era il detto popolare che ricordava il cosciotto di pollo da lei assaggiato a Napoli usando direttamente le mani.
La sua grande notorietà le fece dedicare pure delle ricette: torta Margherita, panforte Margherita, pizza Margherita.
Riguardo a quest’ultima preparazione, diventata il cibo italiano più conosciuto al mondo, due sono le tesi delle sue origini, una più strutturale l'altra più emozionale:
- pizza Margherita in quanto le fette di mozzarella campana sono disposte a "petalo di margherita" per definire le fette da tagliare;
- pizza Margherita perché creata appositamente in onore della visita della regina a Napoli. Correva il 1889, Umberto I e Margherita, durante il viaggio nella città, scoprirono il notevole interesse che la gente aveva per delle particolari focacce al pomodoro. I responsabili delle cucine Savoia decisero allora di far assaggiare quelle specialità ai monarchi, invitando alla reggia uno dei più celebri fornai della città, Raffaele Esposito. Tre le tipologie sfornate: “mastunicola” (pizza bianca), pizza pomodoro-acciughe, pizza pomodoro-mozzarella-basilico.
La regina, apprezzò soprattutto quest’ultima, anche per l'evidente accostamento al tricolore italiano: il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico. Fu così che in seguito dell’elogio reale la pizza alla mozzarella venne battezzata “Margherita”.
Margherita di Savoia fu la prima e vera regina d'Italia e l'unica che cercò di dare lustro e affermazione alla ancora neonata monarchia italiana.
Non di primo piano, ma non da dimenticare, è comunque l'estrema sontuosità degli abiti che Margherita amava indossare, fatto non poco interessante vista la pochezza e la sciatta semplicità dei componenti di casa Savoia. "L'eleganza della regina fu un premio di consolazione per gli assertori della monarchia e fu un elemento che agevolò nel tenere in piedi uno Stato da poco costituito."
La sua prima sfolgorante apparizione ufficiale avvenne appunto il 22 aprile 1868, il giorno del matrimonio con il principe ereditario Umberto (1844-1900).
Margherita si presentò con un "abito di faille bianco ricamato in argento, corpetto scollato e maniche corte, stretto in vita da un'alta fascia finemente lavorata. Di spalle le scendeva il mantello lungo quasi quattro metri. Ornavano il vestito margherite, rose, e fiori d'arancio; sui capelli biondi una rosa e due stelle di diamanti; al collo la superba collana di perle appartenuta alla regina Maria Adelaide. L'abito sontuoso fu fonte d'ispirazione poetica "O Margherita delle margherite", la invocò un anonimo ammiratore monzese."
Era davvero bella Margherita? La natura l'aveva favorita fino a un certo punto; le aveva dato un volto, sguardo e braccia bellissimi; ma un corpo non del tutto felice, per la poco armoniosa proporzione fra il busto e gli arti inferiori... Margherita lo sapeva e raramente si faceva cogliere in piedi. Seppe rimediarvi sorvegliando attentamente le proprie toilettes ,le proprie comparse in pubblico, i gesti, i saluti, i sorrisi.
Era a suo agio in carrozza o nei palchi dei teatri, seduta con graziosa maestà, nascondendo al pubblico il difetto che costituirà il tormento e la deformità di suo figlio Vittorio Emanuele III.
Parlava in quel suo modo basso e rapido, tenendo le due mani appoggiate all'ombrellino e la testa un po' piegata su una spalla.
Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre a vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa, oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita.
Ma i suoi abiti erano anche oggetto di contrastanti giudizi, alcuni trovavano le sue toilette di cattivo gusto, i grossi orecchini a forma di pera, il corsetto disseminato di spille e nodi di diamante, la facevano sembrare una statua votiva, il suo colore preferito era il blu zaffiro, più adatto all'arredamento di una sala che ai vestiti di una signora. Il suo gusto la portava alla magnificenza, mentre spesso l'eleganza di una grande principessa si manifesterebbe meglio in ciò che è squisito nella semplicità. Indossava abiti che la maggior parte dei sudditi non poteva permettersi. L'eleganza provinciale e chiassosa di Margherita accrebbe il fascino della regalità; era ciò che lei voleva, e seppe servirsene.
Ma la vera fastosità della regina e l'ornamento per cui ella diventò famosa, erano le sue perle, tanto da essere chiamata "La regina delle perle". In trentadue anni di matrimonio Umberto le regalò complessivamente sedici fili di perle, di cui ella adornava le sue più splendide toilette, anche se sapeva che ogni filo equivaleva a un tradimento (e forse anche di più) di Umberto.
Il 29 luglio del 1900 re Umberto I e la regina Margherita erano in visita a Monza, invitati dalla società ginnastica monzese Forti e Liberi per premiare vari atleti nel quadro di una manifestazione sportiva. Avrebbero dovuto trattenersi solo alcuni giorni per poi trasferirsi a Gressoney-Saint-Jean per un periodo di riposo.
Alle 22:30 quattro colpi sparati da una pistola Hamilton and Booth, tre dei quali andati a segno, posero fine alla vita del secondo sovrano d'Italia. La regina, che lo attendeva nella Villa Reale, si vide riportare indietro un cadavere.
Il regicida era Gaetano Bresci, un anarchico emigrato in America nel 1897 e tornato in Italia per vendicare i morti dovuti alla repressione dei moti di Milano, ad opera del generale Bava Beccaris, cui Umberto I aveva conferito un'alta onorificenza per aver domata quella che riteneva una rivolta socialista antimonarchica.
L'11 agosto 1900 il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III.
Dopo la morte del marito, la regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. In tale veste si dedicò ad opere di beneficenza e all'incremento delle arti e della cultura, incoraggiò artisti e letterati e fondò istituzioni culturali. Tutta la sua precedente vita era stata consacrata al ruolo di moglie del re, ora doveva adoperarsi a favore del figlio e della nuora Elena.
Sue sono la preghiera composta per la Campana di Rovereto che ricorda coi suoi rintocchi i caduti della Grande Guerra e quella per il defunto re Umberto.
La regina, dopo il periodo di lutto si trasferì a Roma a Palazzo Margherita, assieme alla sua corte personale (4 gentiluomini e 8 dame). La regina riceveva regolarmente e continuò ad essere un centro d'attrazione per artisti, letterati, nobili e uomini di mondo. Nel 1904 il vivaio belga Soppelt & Notting dedicò alla regina una rosa molto rara.
Poi venne la guerra e la regina madre trasformò in ospedale (Ospedale n.2, l'1 era il Quirinale dove operava come crocerossina Elena) la sua residenza romana. Finita la guerra, si rifugiò a Bordighera.
In campo politico si mostrò favorevole al fascismo, che vedeva al momento come l'unico movimento che si opponeva contro i disordini dei socialisti e dei bolscevichi, che minacciavano l'istituzione monarchica stessa. Nell'ottobre del '22 i quadrumviri andarono a Bordighera a renderle omaggio prima della marcia su Roma.
Morì a Bordighera il 4 gennaio 1926.
Margherita ebbe onoranze funebri prima a Bordighera, e poi a Roma, ove fu tumulata nelle tombe reali del Pantheon. In questa occasione si dimostrò tutto l'affetto popolare, al passaggio del convoglio ferroviario, dove una folla commossa, ostacolava e rallentava l'andamento dello stesso, per potersi avvicinare e gettare fiori.

venerdì 21 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1918 viene abbattuto l'aereo di Manfred Von Richthofen, il celebre Barone Rosso.
Manfred Albrecht Freiherr von Richthofen nasce nella polacca Breslavia, oggi tedesca, il 2 maggio 1892. Discendente da una famiglia dell'antica nobiltà prussiana, ne eredita il titolo di barone in quanto primo figlio maschio del maggiore Albrecht e di sua moglie Cunegonda.
All'età di nove anni - in seguito al pensionamento del padre - la famiglia si trasferisce nella tenuta di campagna, dove il piccolo Manfred manifesta subito una grande passione per l'avventura e per la caccia, tanto da costringere il padre a regalargli un fucile ad aria compressa. Alla caccia dedicherà tutto il tempo libero, cavalcando e sparando ad uccelli e piccoli animali nei boschi, animato da una sorta di istinto predatore che lo accompagnerà negli anni a venire e ne determinerà le scelte fondamentali della vita.
Destinato per tradizione a seguire le orme paterne, già dall'età di 11 anni frequenta, insofferente, la scuola militare di Wahlstat, dove eccelle nelle attività ginniche, ma stenta nello studio. Il suo bisogno di spazi aperti e liberi gli rende molto penosi questi anni, ma è incoraggiato dal traguardo finale delle stellette militari. Dopo sei anni entra nell'Accademia Militare Reale e finalmente, nel 1912, ottiene con suo grande orgoglio i gradi di tenente di cavalleria.
Quando la Germania entra in guerra egli partecipa a qualche azione con il suo reparto, ma si accorge ben presto che questo conflitto è ormai combattuto con mezzi tecnologici come mitragliatrici ed aerei, relegando la cavalleria a ruoli marginali e poco operativi. E' soprattutto l'aviazione ad attrarlo, con le sue ricognizioni ed incursioni in territorio nemico, e Manfred scopre tutt'a un tratto che non gli interessa più cavalcare: adesso vuole volare. Riesce dunque ad essere trasferito nell'Aeronautica Militare Imperiale, la Fliegertruppe e, nel giugno del 1915, compie il suo primo volo come osservatore su di un "Albatros". E' per lui un'esperienza esaltante, una folgorazione che gli fa decidere che il suo futuro nelle Forze Armate non potrà più prescindere dagli aerei. Ben presto si stanca anche del ruolo di osservatore - che accompagna il pilota, ma non conduce l'aereo - per cui frequenta il corso per piloti e nel dicembre 1915 è assegnato al Secondo Squadrone, a Verdun, quale pilota di un monoposto Fokker.
Notato da Oswald Boelcke, leader dei piloti da caccia e padre del combattimento aereo, viene da questi invitato a far parte del suo squadrone e il 17 settembre 1916 prende parte al primo vero combattimento con una flottiglia inglese abbattendo il suo primo velivolo nemico. I combattimenti aerei risvegliano in lui l'innato istinto predatore che gli conferisce prontezza di riflessi, intuito, lucidità e freddezza grazie ai quali, nei giorni che seguono, abbatte altri sette aerei nemici. La morte in combattimento del suo comandante Boelcke, nel'ottobre 1916, è per lui un brutto colpo, ma dal profondo dolore riesce a trarre ulteriore carica, determinazione e cattiveria. Il 9 novembre ottiene un primo riconoscimento ufficiale con il suo ottavo trionfo e, qualche settimana più tardi, comincia ad affacciarsi nella leggenda con l'eliminazione dell'asso inglese Lanoe Hawker.
Nel successivo mese di gennaio, dopo aver eliminato il sedicesimo caccia nemico, ottiene la promozione a capitano, il comando dell' Undicesimo Squadrone ed il prestigioso riconoscimento al merito "Blauer Max". In preda ad una legittima, lucida esaltazione, decide che da questo momento il suo aereo sarà di colore rosso, volendo in tal modo essere ben riconoscibile da terra e nell'aria per intimidire e al tempo stesso sfidare apertamente gli avversari. Le azioni nei cieli proseguono incessanti: nel successivo mese di aprile Manfred von Richthofen abbatte altri ventuno aerei nemici contribuendo a compromettere seriamente il potenziale bellico dell'aviazione inglese.
Divenuto ormai egli stesso un obiettivo strategico del nemico, che istituisce una apposita squadriglia super addestrata con il preciso scopo di annientarlo, il terrore dei cieli, il "Barone Rosso", come ormai viene chiamato, continua imperterrito a mietere successi vanificando ogni sforzo dei rivali. Raggiunge il culmine della carriera quando, nel giugno 1917, viene posto al comando della "Fighter Wing 1", una squadriglia formata dai migliori assi del'aviazione tedesca, e gli vien data carta bianca sulle azioni da intraprendere, sugli obiettivi e sui tempi. Ed egli trasforma la "Fighter Wing 1" in una sorta di "Harlem Globetrotters" dei cieli i cui duelli divengono micidiali spettacoli di evoluzioni e di morte. Per i nemici è il "Circo volante di von Richthofen".
La sua attività è irrefrenabile, ed anche quando il comando militare gli intima di sospendere i voli per via della caccia spietata e senza tregua che gli riservano gli inglesi - i quali nel frattempo si sono dotati di nuovi aerei tecnologicamente più avanzati di quelli tedeschi - egli continua a decollare, eludendo gli ordini. Lo fermerà soltanto un proiettile nemico quando, durante un combattimento aereo, gli attraversa il torace. Il suo triplano toccherà terra fra le truppe nemiche recando il corpo senza vita del capitano Manfred von Richthofen.
Così muore all'età di 25 anni, il 21 aprile 1918, a Vaux-sur-Somme, il Barone Rosso, il più grande asso della Prima Guerra Mondiale, l'eroe dei cieli che era riuscito ad abbattere ben ottanta aerei nemici, quegli stessi nemici che ora gli riservano un austero funerale rendendogli il tributo degli onori militari.
Le sue spoglie furono ospitate nel cimitero del villaggio di Bertangles vicino Amiens; finita la guerra, nel 1919 furono trasferite nel Cimitero Militare Tedesco di Fricourt, sulla Somme. Il 16 novembre 1925 il feretro del Barone Rosso attraversò il Reno e fu accolto da una folla raccolta a Kehl, gli furono tributati grandi funerali di stato e fu seppellito insieme ai più grandi eroi tedeschi nell'Invalidenfriedhof a Berlino. Questo cimitero monumentale dopo la seconda guerra mondiale si ritrovò nel settore Est di Berlino, allora la famiglia, temendo che la tomba non venisse più curata chiese e ottenne nel 1976 la traslazione delle spoglie a Wiesbaden nella cappella di famiglia, vicino a sua madre e sua nonna.

giovedì 20 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1492 nasce ad Arezzo Pietro Aretino.
Poco si sa della sua infanzia, se non che Pietro è figlio di Margherita dei Bonci detta Tita, una cortigiana, e di Luca Del Buta, un calzolaio. Intorno ai quattordici anni di età, si trasferisce a Perugia, dove ha la possibilità di studiare pittura e, più tardi, frequentare l'università locale.
Nel 1517, dopo aver composto l'"Opera nova del Fecundissimo Giovene Pietro Pictore Aretino", si sposta a Roma: tramite l'intervento di Agostino Chigi - facoltoso banchiere - trova lavoro presso il cardinale Giulio de' Medici, arrivando alla corte di Papa Leone X.
Mentre nel 1522 nella Città Eterna si svolge il conclave, Pietro Aretino scrive le cosiddette "Pasquinate": uno dei suoi primi lavori, costituiti da poemetti satirici prendendo spunto dalle proteste anonime indirizzate contro la Curia e collocate in piazza Navona sul busto in marmo del Pasquino. Tali componimenti, tuttavia, gli costano l'esilio, stabilito dal nuovo Papa Adriano VI, un cardinale fiammingo soprannominato da Pietro "la tedesca tigna".
Tornato a Roma nel 1523 grazie alla nomina al soglio pontificio di Papa Clemente VII, inizia tuttavia a mostrarsi insofferente verso gli ambienti ecclesiastici e le corti. Dopo aver ricevuto in dono l'"Autoritratto entro uno specchio confesso" dal Parmigianino e aver scritto "Lo ipocrito", decide di lasciare Roma nel 1525, probabilmente a causa dello scontro con il vescovo Gianmatteo Giberti (che, infastidito dalla pittura sconveniente della commedia "Cortigiana" e dai "Sonetti lussuriosi", aveva addirittura assoldato un sicario per ucciderlo): si stabilisce, quindi, a Mantova, dove trascorre due anni in compagnia di Giovanni dalle Bande Nere, per il quale presta servizio.
Nel 1527 Pietro Aretino si sposta a Venezia, insieme con lo stampatore Francesco Marcolini da Forlì, dopo aver pubblicato una raccolta di sonetti erotici scandalosi ("Sonetti sopra i XVI modi") che lo obbligano a cambiare aria. Nella città lagunare può contare su una maggiore libertà, oltre che approfittare dello sviluppo notevole raggiunto dall'industria tipografica. Qui Pietro riesce a mantenersi semplicemente scrivendo, senza essere obbligato a prestare servizio presso un signore.
Sperimenta diversi generi letterari, dal dialogo parodistico alla tragedia, dalla commedia al poema cavalleresco, dall'epistolografia alla letteratura oscena. Stringe una profonda amicizia con Tiziano Vecellio, che lo ritrae più volte, e con Jacopo Sansovino. Scrive, nel 1527, "Cortigiana"; nel 1533 "Il marescaldo"; nel 1534 Marfisa. Conosce, inoltre, il condottiero Cesare Fregoso, mentre il marchese Aloisio Gonzaga lo ospita a Castel Goffredo nel 1536. In questi anni compone "Ragionamento della Nanna e della Antonia fatto a Roma sotto una ficaia" e "Dialogo nel quale la Nanna insegna alla Pippa sua figliola", mentre al 1540 risale l'"Orlandino". Dopo aver realizzato l'"Astolfeida" nel 1540, "Talanta" nel 1542, "Orazia" e "Il filosofo" nel 1546, Pietro Aretino muore il 21 ottobre del 1556 a Venezia, probabilmente per le conseguenze di un colpo apoplettico, dovuto forse a un eccesso di risa.

mercoledì 19 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile, compleanno di chi vi scrive.
Il 19 aprile 2005 viene eletto papa Joseph Ratzinger, che sceglie per sé il nome di Benedetto XVI.
Nato il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, in Germania, Joseph Ratzinger discende da un'antica famiglia di agricoltori della Bassa Baviera. I suoi genitori, non particolarmente benestanti, cercano di assicurargli un'educazione dignitosa tanto che, a fronte di alcune difficoltà, per un certo periodo è il padre stesso - di professione commissario di gendarmeria - a occuparsi della sua istruzione.
L'infanzia si trova segnata dagli avvenimenti della grande storia. Poco più che adolescente nel suo paese infuriano le devastazioni causate dalla Seconda guerra mondiale. Quando le forze armate tedesche si trovano a mal partito, viene richiamato nei servizi ausiliari antiaerei. La vocazione ecclesiastica comincia comunque a maturare dentro di lui, anche come reazione a tutti gli orrori che la guerra provoca.
Qualche anno più avanti Joseph Ratzinger si iscrive all'università di Monaco per intraprendere gli studi molto "laici" della Filosofia senza tuttavia trascurare gli approfondimenti dettati dalla teologia. La sua sete di conoscenza è tale che, onde abbeverarsi con maggiore decisione alle fonti della conoscenza spirituale, prosegue il faticoso studio anche nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga.
Non è da credere che il suo destino di porporato non fosse già in qualche modo segnato dato che, a fronte degli studi canonici, il 29 giugno 1951 Ratzinger viene ordinato sacerdote. Il suo servizio pastorale non si limita alla predicazione o al servir messa bensì mette la sua fresca sapienza, appena concretizzatasi nella tesi di teologia ("Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant'Agostino") poco prima discussa, nell'insegnamento, esperienza che durerà diversi anni (successivamente anche alla concessione alla libera docenza ottenuta con la dissertazione del lavoro "La teologia della storia di San Bonaventura"). Per circa un decennio Ratzinger insegna prima a Bonn, poi anche a Munster e Tubinga.
Siamo nei primi anni '70 e il clima generale non è favorevole alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Joseph Ratzinger non è certo il tipo da farsi intimidire o da seguire le mode del momento (anche quelle "intellettuali") e anzi fonda il suo carisma all'interno delle istituzioni ecclesiastiche attraverso una certa intransigenza di pensiero.
Già a partire dal 1962 Ratzinger aveva acquistato notorietà a livello internazionale intervenendo come consulente teologico al Concilio Vaticano II. Nel 1969 diventa professore ordinario di Dogmatica e storia dei dogmi all'Università di Ratisbona, dove è anche vice presidente.
Il 24 marzo 1977 Papa Paolo VI lo nomina arcivescovo di Munchen und Freising ed il 28 maggio successivo riceve la consacrazione episcopale, primo sacerdote diocesano ad assumere, dopo 80 anni, la gestione della grande Diocesi Bavarese.
Il 5 aprile 1993 entra a far parte dell'Ordine dei cardinali vescovi.
Ratzinger è stato presidente della Commissione per la preparazione del catechismo della Chiesa Cattolica nel periodo 1986-1992 ed è stato insignito della Laurea ad honorem in Giurisprudenza dalla Lumsa.
Amato da certe frange del cattolicesimo più ortodosso, il cardinale è stato spesso criticato dal mondo laico per certe sue posizioni, a torto o a ragione, ritenute eccessivamente dogmatiche.
Ratzinger ha simbolicamente chiuso il pontificato di Giovanni Paolo II, tenendo l'omelia dei suoi funerali e riconoscendo come "Chi ha visto pregare il Papa, chi lo ha sentito predicare non lo dimentica" e come "grazie a un profondo radicamento in Cristo, il Papa ha potuto portare un peso, che va oltre le forze puramente umane".
Il 19 aprile 2005 l'enorme peso di condurre la chiesa nel nuovo millennio è stato affidato a lui. Di fronte agli entusiasmi, ma anche ai dubbi sollevati dalla sua figura, una prima risposta sembra costituita dalla scelta del nome: Benedetto XVI.
Il precedente Papa a scegliere il nome di Benedetto (Benedetto XV) era stato il Papa della Grande Guerra. Anche lui, come Ratzinger, era stato un "uomo di stato", arrivato al papato dopo esser stato Nunzio Apostolico in Spagna e segretario dello Stato Vaticano. Un papa all'apparenza conservatore, ma che eletto al soglio pontificio nel 1914, incarnò l'opposizione della Chiesa all'"inutile strage", con scelte e proposte di pace coraggiose. Sono testimonianza di questo impegno i rapporti diplomatici difficili della Chiesa con le grandi potenze europee nel primo dopoguerra.
La scelta del nome quindi evidenzia non solo la somiglianza del percorso all'interno della Chiesa: mette in luce la prima ambizione del pontificato di papa Ratzinger, Benedetto XVI: la pace.
Nel mese di febbraio 2013 arriva un annuncio choc: il papa dichiara la sua volontà di voler abbandonare il suo ruolo di capo della Chiesa, per la Chiesa stessa, adducendo come motivazione la mancanza di forze per l'avanzata età. Benedetto XVI termina il suo mandato di pontefice alle ore 20,00 del 28 febbraio 2013.

martedì 18 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1942 gli americani compirono il cosiddetto "Raid di Dooliddle" su Tokyo, come risposta all'attacco a Pearl Harbour.
L’8 dicembre 1941 furono sufficienti sei minuti e mezzo al presidente Franklin Delano Roosevelt per pronunciare davanti ai deputati americani uno dei più importanti discorsi della storia.
Poche ore prima – il 7 dicembre, “una data che vivrà nell’infamia” – gli aerei giapponesi avevano attaccato la base americana di Pearl Harbour senza il preavviso di una dichiarazione formale di guerra.
«Non importa quanto impiegheremo a sconfiggere questa invasione premeditata, il popolo americano nella sua giusta potenza prevarrà con una vittoria assoluta»: Roosevelt non aveva dubbi e nemmeno i deputati che approvarono tutti lo stato di guerra, ad eccezione di Jeannette Rankin, repubblicana e pacifista.
I militari furono chiamati a reagire con energia ed immediatezza: il paese era travolto dall’indignazione, ma contemporaneamente pervaso da un senso di impotenza che comprometteva la sua capacità di reazione e la fiducia in se stesso. Occorreva una scossa spettacolare che certificasse agli americani, al Giappone e al Mondo, il risveglio terribile del gigante addormentato.
Tra le tante proposte, quella scelta era contemporaneamente molto rischiosa e al massimo consentiva un successo di immagine: bombardare il Giappone. La portaerei Hornet, scortata dalla Enterprise – miracolosamente sopravvissuta al disastro di Pearl Harbour –  e da una piccola flotta, avrebbe condotto una squadriglia di bombardieri a distanza utile per colpire Tokyio e altre città giapponesi.
L’industria aeronautica americana aveva da poco prodotto, vantaggi dell’iniziativa privata, l’NA-40, un velivolo che con le opportune modifiche divenne il bombardiere B-25. Nonostante un sostanziale aumento di autonomia rispetto ad altri modelli, furono necessarie ulteriori migliorie per conferire ai 16 velivoli stipabili su una portaerei come la Hornet, il raggio d’azione necessario a raggiungere il Giappone: mai sufficiente, comunque, a ritornare indietro, per cui fu previsto che gli aerei avrebbero proseguito a ovest atterrando sul continente. Dopo un irremovibile rifiuto sovietico a prestare a questo scopo i propri campi di aviazione in SIberia, la scelta cadde inevitabilmente sulla Cina, vincendo la resistenza di Chiang Kai-shek che temeva ritorsioni da parte giapponese.
I danni materiali provocabili da 16 bombardieri sarebbero stati risibili e meramente dimostrativi, mentre al contrario nell’eventualità di un avvistamento anticipato, il convoglio avrebbe potuto essere completamente distrutto da un contrattaccco giapponese.
Puntualmente, un’imbarcazione nipponica di vedetta intercettò la spedizione e, nonostante venisse immediatamente affondata, riuscì a mettere in guardia via radio il proprio comando. Non rimaneva altro da fare che accelerare i tempi e i bombardieri americani presero il volo 10 ore prima e 320 kilometri più lontano dal Giappone di quanto preventivato, compromettendo la possibilità di atterrare nelle piste predisposte.
Il tenente colonnello James H. Doolittle, comandante della squadriglia, il 18 aprile 1942 fu il primo a decollare dal ponte della Hornet seguito dagli altri, mentre la flotta tornava alle proprie basi abbandonandoli al proprio destino. I giapponesi erano allertati, ma decisero di assumere altre informazioni prima di dare la caccia al convoglio, perdendo in questo modo ogni speranza di intercettarlo.
Giunti sui bersagli previsti, Doolittle e i suoi sganciarono il proprio carico: ne fecero le spese qualche installazione e qualche fabbrica militare e 50 civili, che morirono sotto le bombe. Nessuno dei velivoli americani fu abbattuto dalla contraerea giapponese: si schiantarono tutti quando giunsero in Cina o in Siberia con i serbatoi vuoti, convincendo Doolittle che in patria lo attendeva una corte marziale.
Fortunatamente per lui si sbagliava: la notizia del bombardamento era ciò di cui l’America aveva bisogno e l’entusiasmo popolare salì alle stelle. Promosso e decorato, divenne l’eroe di manifesti che invitavano gli operai ad impegnarsi nel lavoro in suo nome: “Do it for Doolittle!”, ai quali i giapponesi risposero con altri giochi di parole: “Doolittle do little”: Doolittle ha fatto poco.
Ma Doolittle aveva veramente cambiato il corso della guerra. Le Forze armate giapponesi si erano dimostrate incapaci di assolvere il loro più alto compito: proteggere la vita dell’imperatore. Gli americani avevano cavallerescamente deciso che la residenza imperiale, un facile bersaglio al centro di Tokyo, dovesse essere risparmiata, ma era evidente che la vita dell’imperatore era stata a loro disposizione.
Unico modo di proteggerla era quello di allontanare ulteriormente ad est gli americani: il fulcro dell’attenzione nelle strategie giapponesi fu spostato dall’espansione sud orientale, che doveva inserire un cuneo tra gli USA e i suoi alleati anglo-australiani, a un’attacco nel Pacifico centrale, contro Midway, estrema propaggine della potenza americana, la battaglia che avrebbe consegnato il Pacifico alla US Navy e con esso le condizioni per la “vittoria assoluta” prevista da Roosevelt.
In attesa di questa resa dei conti, la vendetta giapponese colpì la Cina, rea di aver “prestato” il proprio suolo al raid di Doolittle: 250.000 cinesi vennero assassinati nelle rappresaglie.

lunedì 17 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1924 nasce la Metro-Goldwyn Mayer.
È uno di quei nomi che fanno pensare immediatamente alla Hollywood d'oro, e quel leone che ruggisce è un marchio inconfondibile che ha accompagnato generazioni e generazioni. I festeggiamenti per i 90 anni della Metro Goldwyn Mayer (MGM) sono durati per tutto il 2014. Del resto la MGM è la società che ha prodotto alcuni dei titoli più celebri e prestigiosi della storia del cinema, realizzato oltre 4mila film e conquistato centinaia di premi Oscar.
La società nacque nel 1924 per iniziativa di Marcus Loew, titolare del circuito di sale Metro, Samuel Goldwyn e Louis B. Mayer, rispettivamente proprietari di cinema a Boston e degli studios di Culver City, località a pochi chilometri da Hollywood. Il primo film prodotto dalla MGM fu, sempre nel 1924, "Quello che prende gli schiaffi" del regista svedese Victor Sjostrom. Nel periodo del muto, la MGM fu lestissima ad accaparrarsi artisti europei in fuga dal proprio paese, come Joseph von Sternberg e Eric von Stroheim. Ma anche una serie di grandi attori: dalla divina Greta Garbo, a Clark Gable, da Jean Harlow a Myrna Loy, a Judy Garland furono messi sotto contratto esclusivo dalla MGM. Con il passaggio al sonoro la società rafforzò il proprio potere nel cinema americano culminato nel 1939 con la produzione di "Via col vento". Il successo proseguì anche nei decenni successivi, con un’attenzione rivolta in particolare al genere musical, un titolo per tutti "Cantando sotto la pioggia", e la produzioni di altri film indimenticabili: Quo vadis?; Ben Hur; Il dottor Zivago; 2001: odissea nello spazio, la serie di 007.
Successivamente non sono mancati momenti di crisi, per un breve periodo il marchio MGM finì in mano al bancarottiere Giancarlo Parretti, cui è seguita resurrezione con tanti altri recenti film di successo: dalla saga di Rocky, a Thelma & Louise, a Ballando coi lupi.
Per i novanta anni del marchio è stato compiuto anche il restauro di alcune pellicole culto come "Rocky" e "Rain Man"
Anticipati dal classico ruggito (nella storia della MGM, in realtà sono cinque i leoni utilizzati per registrare la sigla) nel mega trailer, proiettato anche nei cinema, ci sono spezzoni de: I magnifici sette, Io e Annie, Un uomo da marciapiede, Platoon; Toro scatenato; Mad Max; Il signore degli anelli; la celeberrima battuta “Nessuno è perfetto” di A qualcuno piace caldo; l’indimenticabile scena dell’orgasmo simulato di Meg Ryan al ristorante in Harry ti presento Sally; le varie incarnazioni di James Bond da Sean Connery, a Roger Moore e Daniel Craig. Ma momenti dei film preferiti si possono rivivere su www.mgm90th.com, un sito Tumbir unico, la prima integrazione di Tumbir alla library di uno Studio hollywoodiano.
Sempre in occasione dei 90 anni della celebre casa cinematografica la mascotte, "Leo", ha ricevuto l'onore di poter lasciare le sue impronte di fronte al Chinese Theatre di Los Angeles, insieme a quelle di tanti vip del grande schermo.

domenica 16 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1973 si ebbe a Roma il cosiddetto "rogo di Primavalle".
Arrivarono in tre quella notte alle case popolari di Primavalle, quartiere di Roma; vi era la casa di Mario Mattei, esponente romano del MSI. Sotto la porta dell'appartamento versarono una tanica di benzina e appiccarono il fuoco: in quella casa viveva una famiglia “fascista”, e in quanto tale, doveva morire. L’incendio divampò e distrusse rapidamente tutto l’appartamento. Annamaria, moglie di Mattei, riuscì a portare in salvo i due figli più piccoli Antonella di 9 anni e Giampaolo, di 3 anni. Lucia, di 15 anni, aiutata dal padre Mario si calò nel balconcino del secondo piano e da li si buttò sotto salvandosi assieme al padre. Silvia, 19 anni, si gettò dalla veranda della cucina e riportò incredibilmente solo qualche frattura.
Due dei figli non riuscirono a salvarsi. Virgilio, 22 anni, e il fratellino Stefano, 10 anni, morirono arsi vivi nel balcone di fronte alla folla che si era radunata sotto l’appartamento e assisteva impotente al lento spegnersi di Virgilio che sino all’ultimo tentava di proteggere con il suo corpo il fratellino più piccolo. Stefano si spense poco dopo, accasciandosi dopo che il fratello maggiore, che lo teneva stretto a se, perse le ultime forze.
Le indagini seguirono piste che portarono ai movimenti extraparlamentari di sinistra, concentrandosi su esponenti di “Potere Operaio”. Il 18 aprile fu arrestato Achille Lollo come presunto responsabile. In seguito furono in tre ad essere rinviati a giudizio: Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo.
Il processo di primo grado iniziò il 24 febbraio 1975, a quasi due anni dal rogo. Inizialmente l'accusa ipotizzata fu di strage e la pubblica accusa richiese la pena dell'ergastolo. Si concluse con l'assoluzione per insufficienza di prove degli imputati dalle accuse di incendio doloso e omicidio colposo. In secondo grado, Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo, furono condannati a 18 anni di carcere per omicidio preterintenzionale e non per strage.
Achille Lollo, rilasciato in attesa di processo d'appello, fuggì in Brasile. Manlio Grillo si rifugiò invece in Nicaragua grazie alla complicità, di cui aveva goduto anche il Lollo, di Oreste Scalzone. Marino Clavo tuttora non risulta rintracciabile. La pena è stata dichiarata estinta dalla Corte di Appello di Roma per intervenuta prescrizione, su istanza dell’avvocato Francesco Romeo, difensore di Marino Clavo.
Nel 2005 ci sono state varie interviste che hanno portato a una riapertura dei fascicoli:  il 10 febbraio il "Corriere della Sera" pubblicò un'intervista ad Achille Lollo in cui questi ammise la colpevolezza propria e degli altri due condannati insieme a lui, aggiungendo molti particolari.
Il maggior elemento di novità fu l'affermazione che a partecipare all'attentato furono in sei, i tre condannati più altri tre di cui Lollo fece i nomi: Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco. Inoltre ammise di aver ricevuto aiuti dall'organizzazione per fuggire. Lollo tuttora vive in Brasile dove si è dichiarato rifugiato politico (status non riconosciuto dalle autorità locali).
Il 12 febbraio Oreste Scalzone, a quel tempo dirigente di Potere Operaio, rilasciò sul caso una intervista a RaiNews24 in cui dichiarò di aver aiutato due colpevoli a fuggire.
Il 13 febbraio Franco Piperno, all'epoca dei fatti Segretario nazionale di Potere Operaio, in una intervista su la Repubblica confermò anch'egli che il vertice di Potere Operaio fu informato di tutto, seppur solo dopo l'avvenimento dei fatti.
Il 17 febbraio anche Manlio Grillo ammise per la prima volta in una intervista pubblicata su La Repubblica, nelle modalità indicate nella sentenza di condanna, senza modifiche, la propria responsabilità. Ammise anche aiuti dall'organizzazione per fuggire.
Nell'ottobre del 2006 affermerà che la cellula terrorista di cui faceva parte era legata alle Brigate Rosse.
Lanfranco Pace, a quel tempo dirigente di Potere Operaio a Roma, ha risposto anch'egli a domande in una intervista.
La vicenda è tornata alla ribalta poiché la procura di Roma ha riaperto il caso avendo assunto nozione di nuovi dettagli (appresi da dichiarazioni degli imputati) che consentirebbero di richiedere la revisione del processo ipotizzandosi ora un reato di strage. Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco sono stati iscritti dalla procura di Roma nel registro degli indagati per strage, reato per il quale non si applica la prescrizione.
Nel 2005 la famiglia Mattei ha sporto denuncia indicando quali mandanti dell'attentato Lanfranco Pace, Valerio Morucci e Franco Piperno. Fra le dichiarazioni che questi rilasciarono in quell'anno emergono elementi che fanno sembrare molto probabile che essi sapessero molto e che il depistaggio sia stato voluto.
Tutti gli organizzatori, esecutori e comprimari della strage finora identificati sono a piede libero e taluni svolgono compiti di rilievo nell'informazione pubblica e della pubblicistica (Pace, Morucci, Piperno, Scalzone, Grillo); altri sono tuttora latitanti all'estero (Lollo); altri non sono rintracciabili (Clavo).
 Il processo fu sospeso quando Diana Perrone fu inabilitata a causa della sua patologia neurologica che l'ha portata al decesso; dopo la scomparsa della Perrone il processo non è più ripreso.

sabato 15 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1874 si apre a Parigi la prima mostra di pittura impressionista.
Gaspard-Felix Tournachon, meglio conosciuto allora e oggi come Nadar si era appena trasferito al n. 31 di Rue d'Anjou, lasciando il suo studio a Gustave le Grav, un altro fotografo. Non essendosi questi ancora insediato, Nadar offrì al gruppo i vecchi locali al primo piano di un edificio al n. 35 del Boulevard des Capucines, sopra alcuni negozi. Vi si accedeva da un'ampia scala che dava direttamente sulla strada. La facciata era interamente dipinta di rosso e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri.
La disposizione dei quadri rappresentava naturalmente un problema. Pissarro, secondo la sua abitudine, aveva costituito un apposito comitato che doveva approvare la sistemazione di ciascuna opera. Ma, essendo la natura umana insofferente anche dei programmi meglio organizzati, la cosa finì per essere affidata a Renoir. Suo fratello Edmond curò il catalogo, che fu messo in vendita a 50 centesimi, mentre il biglietto d'ingresso costava un franco. Ogni pittore pagava 60 franchi per esporre due quadri: ma anche questa regola, come le altre, non fu rispettata e ognuno espose quante opere voleva.
La mostra si aprì il 15 aprile 1874, due settimane prima del Salon, in modo da non sembrare un altro Salon des Refusés. L'orario d'apertura era insolito: dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, probabilmente per consentire la visita a chi durante il giorno lavorava. Comprendeva 163 opere, inclusi i disegni. gli acquerelli e i pastelli. Degas era quello con più quadri, undici: Monet ne aveva cinque, tra cui una veduta del Boulevard des Capucines) dipinta l'anno precedente dal balcone della sede stessa della mostra e che raffigurava una qualche festa popolare.
Tra di loro ci sono Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne, Berthe Morisot, artisti diversi non solo per doti e personalità ma anche, in certa misura, per assunti e propositi; tuttavia, nati press'a poco nella stessa decade, attraversano tutti esperienze analoghe e tutti si scontrano con la medesima opposizione. Accomunati, più o meno, dal caso, essi accettano il destino comune e finiscono per adottare la definizione di "impressionisti", coniata per dileggio da un giornalista in vena di ironia.
All'epoca della prima mostra collettiva, gli impressionisti non sono più alle prime armi: tutti oltre i trent'anni, da almeno quindici lavorano con fervido impegno, hanno studiato (o tentato di studiare) all'Ecole des BeauxArts, chiesto consiglio alla generazione più anziana, discusso e assimilato le diverse tendenze dell'arte del tempo; alcuni di loro hanno persino ottenuto qualche successo a diversi salon, prima della guerra franco-prussiana. Ma tutti rifiutano di seguire ciecamente i metodi dei riconosciuti maestri o pseudo-maestri del giorno, e desumono invece, dalla lezione del passato e del presente, idee nuove che consentono loro di elaborare un fare artistico tutto personale. Indipendenza, questa, che li mette ripetutamente in contrasto con la giuria reazionaria del salon e lascia loro, per entrare in contatto col vasto pubblico, una sola alternativa: esporre al di fuori delle mostre ufficiali.
La loro pittura, che gli sconcertati contemporanei giudicano una presa in giro, rappresenta in realtà l'erede legittima di tutto il lavoro pratico e teorico che l'ha preceduta. Se la mostra impressionista del 1874 inaugura una fase nuova nella storia dell'arte, essa non rappresenta quindi un'irruzione improvvisa di tendenze iconoclaste, ma il punto di arrivo di un processo lento e coerente.
Il movimento impressionista non si inaugura dunque nell'anno 1874. Debitore, nei principi teorici, di tutti i grandi artisti del passato, il movimento affonda inequivocabilmente le sue radici immediate nei vent'anni che precedono la storica mostra di quell'anno; vent'anni di formazione, durante i quali gli impressionisti si incontrano e impegnano idee e talento in un inedito approccio alla natura. Per delineare la storia dell'impressionismo bisognerà dunque cominciare dal periodo in cui prendono forma i suoi assunti principali: periodo che, dominato da artisti più anziani, come Ingres, Delacroix, Corot, Courbet, oltre che da varie tradizioni male intese, costituisce la sfondo sul quale la nuova generazione proiettò le sue eresie artistiche. Di qui l'importanza di quei primi anni in cui Manet (che non volle partecipare alla mostra collettiva), Monet, Renoir, Pissarro rifiutano di conformarsi ai propri insegnanti e imboccano una strada personale che li porterà all'impressionismo.

venerdì 14 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 1561 si ebbe il cosiddetto "fenomeno celeste di Norimberga".
Il fenomeno celeste di Norimberga è un evento accaduto a Norimberga il 14 aprile 1561, quando, secondo le cronache del tempo, la popolazione vide comparire in cielo numerosi oggetti volanti, di varie forme, che ingaggiarono fra di loro una sorta di combattimento.
Qualcosa di analogo si verificò, cinque anni più tardi, anche a Basilea.
Le cronache del tempo riportarono l'accaduto con dovizia di particolari, affinché della vicenda ne rimanesse chiara memoria. Inoltre, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta. L'avvenimento durò circa un'ora e terminò quando diversi oggetti precipitarono al suolo, alla periferia della città, causando un incendio.
Secondo l'incisore Hans Glaser, che, insieme a «numerosissime persone, uomini e donne», assistette al combattimento, la mattina del 14 aprile apparvero vicini al Sole «due oggetti a forma di falce, simili alla Luna calante, di colore rosso. Questi oggetti si spostavano dal centro ai lati del Sole, e poi sopra e sotto». Glaser aggiunge che «C'erano anche delle sfere di colore rosso, blu e nero, e dei dischi tondeggianti. Volavano a file di tre, o a quattro formando dei quadrati, e alcuni dischi volavano da soli. Mescolate a questi oggetti sono state viste anche molte croci di colore rosso, e fra di esse c'erano oggetti di forma allungata con la parte posteriore più spessa e la parte anteriore più snella. In mezzo a tutto questo c'erano due grandi oggetti cilindrici, uno sulla destra ed uno sulla sinistra, e dentro ognuno di essi c'erano numerose sfere, e tutti iniziarono a combattere fra di loro».
Sempre secondo il racconto di Glaser, «la battaglia nei cieli durò circa un'ora e fu vista da numerosissime persone, sia nella città che nelle campagne circostanti, poi alcuni oggetti caddero in fiamme sulla terra, alla periferia della città, provocando un vasto incendio ed una grande nube di fumo. I presenti videro anche, vicino alle sfere volanti, una specie di grande lancia nera». Il testo di Glaser, attualmente conservato presso la Wickiana della Biblioteca Centrale di Zurigo, venne pubblicato insieme ad un breve commento di stampo religioso sul Giudizio Universale e sul peccato nella gazzetta della città di Norimberga, corredato da una stampa a colori.
E' possibile che la narrazione sia una sorta di metafora?
Probabilmente no: nella seconda metà del 1500 l’Europa risolse positivamente il periodo di crisi generale che l’aveva colpita e diede inizio ad una profonda trasformazione culturale e politica, che sfociò nella formazione degli Stati nazionali e delle Signorie in Italia. Nel 1400 scomparve definitivamente la civiltà medioevale e si affermò una nuova visione del mondo. Le varie corti ospitarono uomini di cultura appartenenti a tutti i settori: artistico, scientifico, musicale, filosofico, letterario, politico. In Italia i Signori che diedero impulso alla nuova cultura, indicata per il Quattrocento con il nome di Umanesimo e per i primi decenni del Cinquecento con il nome di Rinascimento, furono gli Aragonesi a Napoli, i Montefeltro ad Urbino, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i papi a Roma, gli Sforza a Milano. Lorenzo dei Medici, Signore di Firenze, riunì attorno a sé filosofi come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola; letterati come Angelo Poliziano e Luigi Pulci; artisti come Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Si riscoprirono gli autori classici latini e greci (le Humanae litterae), da cui derivò il nome di Umanesimo, allo scopo di rintracciare modelli da additare ai contemporanei e si esaltarono le qualità dell’uomo, come la dignità, la libertà e la creatività del pensiero;
si diffuse un’immensa fiducia nell’intelligenza umana, nella capacità di penetrare nei segreti della natura con gli strumenti scientifici e di allargare i confini del mondo conosciuto. Non a caso il 1492, anno della scoperta dell’America, segnò il passaggio dall’età medioevale a quella moderna;
gli autori dei vari settori artistici cercarono di realizzare gli ideali di bellezza e di armonia;
si estese sempre più l’uso della lingua volgare, affinché gli scritti fossero accessibili ad un vasto pubblico.
Nel Cinquecento nacque la “questione della lingua”, per cui si ricercò una lingua letteraria nobile, distinta da quella comune e si assunsero come modelli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa; in pratica si propose la tradizione del “fiorentino illustre”. Allo scopo di difendere il patrimonio linguistico nazionale, nel 1583 venne fondata l’Accademia della Crusca, tuttora esistente.
Molti furono gli autori importanti del Quattrocento e del Cinquecento e tra i tanti vanno ricordati Poliziano, Lorenzo il Magnifico, Ariosto, Tasso.
Era l'epoca del protestantesimo con Martin Lutero che diffondeva il suo paradigma (agevolato dalla chiesa cattolica in pieno decadimento). Inoltre le prime proto-narrazioni di una fantascienza embrionale sono del 1608.
Ma allora cosa è successo nei cieli di Norimberga?
È impossibile stabilire con certezza cosa accadde quel giorno nei cieli di Norimberga. Alcuni ufologi ipotizzano che si sia trattato di un avvistamento UFO, interpretando le cronache del tempo come la descrizione di un combattimento nei cieli con grandi "navette-madri" dalle quali partivano moduli di dimensioni minori.
Altri, invece, attribuiscono l'evento a fenomeni solari di tipo naturale come pareli (Il parelio, comunemente noto anche come "cani solari",  è un fenomeno ottico atmosferico dovuto alla rifrazione della luce solare da parte dei piccoli cristalli di ghiaccio sospesi nell'atmosfera e che solitamente costituiscono i cirri), comuni nell'Europa del nord, e raggi crepuscolari. Anche questa ipotesi, tuttavia, risulta contestata.
Carl Gustav Jung manifestò il suo interesse per l'avvenimento, così come per il fenomeno celeste di Basilea del 1566, nel saggio Ein moderner Mythus: Von Dingen, die am Himmel gesehen werden ("Un mito moderno. Le cose che si vedono nel cielo") del 1958, soffermandosi sull'interpretazione che i presenti diedero all'avvenimento.


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