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venerdì 31 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1997 Martina Hingis diventa la più giovane tennista a raggiungere la vetta del ranking WTA.
Ex tennista professionista svizzera, classe 1980, Martina Hingisova Molitor nasce il 30 settembre a Kosice, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia), vive per un certo periodo in Florida, per poi tornare in Svizzera, dove risiede nella cittadina di Trubbach. E' entrata nella storia come la più giovane persona a vincere un titolo al Torneo di Wimbledon. Il suo futuro, d'altronde, non poteva che essere segnato, se è vero che venne chiamata Martina in onore della grande Martina Navratilova, altra grande tennista di origine cecoslovacca.
Come molte tenniste professioniste, Martina Hingis ha iniziato a giocare in giovane età, cosa che, dopotutto, quel durissimo sport che è il tennis richiede. Maneggiare una racchetta è quasi come maneggiare un violino: prima si inizia, meglio è. A cinque anni la vediamo già sgambettare sui campi in terra rossa, partecipare a vari tornei appena diventa un po' più grandicella e, a sedici anni, fare coppia con Helena Sukova in uno storico doppio femminile.
Negli incontri di singolo la carriera è folgorante: è proiettata in men che non si dica nel firmamento internazionale; vince a Wimbledon e gli US Open nel 1997 (a soli diciassette anni) e gli Australian Open rispettivamente nel 1997, 1998 e 1999.
Nel 1998 vince tutti i tornei di doppio del Grande Slam, incantando pubblico e intenditori per il suo stile elegante e altamente spettacolare. Un tipo di gioco che è il frutto di una meticolosa applicazione della materia grigia, una sostanza che non tutti possono vantare di avere. Mancando infatti della potenza fisica di Monica Seles (per non parlare di altre atlete esplosive come Serena Williams), ha dovuto adattarsi ad un gioco basato sulla fantasia e sull'elemento sorpresa, affidandosi a colpi da fondo campo, fluidi e precisi, alla sua abilità sotto rete - che le ha permesso di diventare un'eccezionale giocatrice di doppio - e alla sua notevole varietà di colpi.
Martina Hingis è diventata popolare tra gli appassionati di tennis anche per il suo comportamento brillante ed effervescente in pubblico, combinato con un aspetto attraente che l'ha resa quasi un sex-symbol, nonché icona appetita dai sempre famelici pubblicitari. Nessuno stupore, dunque, che le sue apparizioni in doppio con l'altra campionessa-modella del tennis, Anna Kournikova, abbiano attirato l'attenzione dei media per motivi non solo sportivi.
Ma la carriera di Martina, dopo questa messe di successi, è destinata ad un duro stop. Dopo essere stata la numero 1 della classifica femminile, nell'ottobre 2002 interrompe l'attività a causa di cronici infortuni a piedi e ginocchio; nel febbraio 2003 dichiara addirittura di non prevedere un ritorno alle competizioni. Martina Hingis confessa di non essere in grado di giocare ad alti livelli, e che non è intenzionata a sopportare il dolore ai piedi giocando ad un livello inferiore.
Dopo lo stop si dedica allo studio serio dell'inglese, a cui alterna apparizioni pubblicitarie per conto di diversi sponsor.
L'altra sua grande passione è l'equitazione e certo non si fa mancare lunghe cavalcate con il suo cavallo preferito. Le era stata attribuita una relazione con Sergio García, giocatore di golf professionista, ma questi ha pubblicamente riconosciuto la fine della relazione nel 2004.
Dopo uno stop di tre anni, all'inizio del 2006 arriva il ritorno ufficiale al tennis della ex numero uno del mondo, superando il primo turno del torneo Wta di Gold Coast (Australia).
Nel mese di maggio dello stesso anno trionfa agli Internazionali di Roma, tornando di prepotenza nella top 20 mondiale.
Poi precipita: annuncia il ritiro all'inizio del mese di novembre 2007, dopo che è stata trovata positiva alla cocaina all'ultimo Torneo di Wimbledon: nel corso di una conferenza stampa a Zurigo, ha ammesso di essere coinvolta in un'inchiesta sul doping e di voler quindi lasciare l'attività agonistica.
All'inizio del 2008 la Federazione Internazionale di Tennis, come da regolamento, cancella tutti i suoi risultati ottenuti da Wimbledon 2007 e la squalifica per due anni. A ottobre del 2009, terminato il periodo di squalifica, Martina Hingis annuncia di non tornare più sui campi da tennis; a 29 anni decide di dedicarsi ai cavalli.
Nel 2013 ha ricominciato a calcare i campi del tennis professionistico, solo in doppio, disciplina nella quale nel 2015 torna la numero 1 della classifica mondiale.


giovedì 30 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1282 hanno luogo a Palermo i cosiddetti Vespri Siciliani.
30 marzo 1282, lunedì di Pasqua: in serata i Palermitani si apprestano a celebrare i Vespri. I Siciliani trattengono da tempo a stento l’irritazione per il governo dei francesi, soprattutto a causa del fisco sempre più gravoso e dei continui soprusi che intaccavano perfino le prerogative della classe baronale.
Gli Angioini avevano acquisito il controllo del regno di Sicilia nel 1266 quando Carlo I lo tolse a Manfredi, figlio di Federico II, con la battaglia di Benevento. L’intervento di Carlo I, fratello di Luigi IX il Santo, fu sollecitato anche dal papato, preoccupato per la crescente influenza dell’Impero sulla penisola italiana.
Ciò che accade quella sera è destinato a cambiare la storia dell’isola: a raccontarci tutto nella sua Historia Sicula è Bartolomeo di Neocastro, cronista medievale testimone oculare di una guerra che impegnerà la Sicilia per un ventennio. I palermitani si stanno riunendo nella chiesa di Spirito Santo, alla periferia della città e l’aria di festa non riesce a nascondere la tensione verso i francesi che circolano ostili per la città. Un gruppo di soldati angioini ubriachi giunge sul sagrato della chiesa e uno di loro con la scusa di controllare che non sia armata, allunga le mani sotto le vesti di una donna: è la provocazione attesa dai Siciliani per far scoppiare la rivolta. Uno degli uomini che accompagnano la donna si scaglia contro il soldato autore del gesto villano, gli sottrae la spada e con la stessa lo infilza a morte. La ribellione si diffonde per tutta Palermo al grido di “Morte ai Francesi!”. Il mattino seguente giacciono sulle strade i cadaveri di circa duemila francesi. I palermitani insorti istituiscono subito una comune, nominano un capitano del popolo e inviano emissari nelle altre città dell’isola per invitarli alla rivolta. Pochi giorni dopo anche Corleone, Trapani e Caltanissetta si sollevavano. Alla fine di aprile fu il turno di Messina città che era particolarmente importante dal punto di vista strategico per la vicinanza all’Italia peninsulare e perchè nel porto era ancorata la flotta angioina:  è a questo punto che Carlo d’Angiò si rese conto della gravità della situazione.
Il re francese, che sino ad allora non aveva mai preso in considerazione le lamentele dei siciliani oppressi dalle tasse e dalle requisizioni, riconobbe gli eccessi e proibì ai suoi funzionari atti come la confisca di beni senza adeguata compensazione e l’incarcerazione senza causa. Tuttavia i rivoltosi non si fidarono dell’iniziativa angioina e proseguirono nella loro lotta.
Era evidente che per il successo della rivolta dei Vespri era necessario un influente appoggio esterno. Dapprima i siciliani lo cercarono nel papato, inviando un ambasceria a Roma, ma il Papa francese Martino IV parteggiava per gli angioini e si rifiutò di sostenere le ragioni delle Comuni sicule. Queste allora si volsero verso la Spagna e invocarono l’aiuto di Pietro III D`Aragona il Grande (1239-1285) sposato con Costanza Hohenstaufen di Svevia, figlia di Manfredi, ed unica erede legittima della dinastia degli Sveva che aveva regnato sull’isola dal 1194 fino all’avvento degli angioini e che i siciliani rimpiangevano. Il sovrano aragonese accettò di appoggiare gli insorti anche perché la Sicilia in virtù della sua posizione strategica era l’ideale testa di ponte verso Tunisi che gli spagnoli avevano da tempo progettato di conquistare. Anzi, vi sono delle interpretazioni storiche che ritengono che la rivolta dei Vespri non sia stata solo un moto spontaneo, ma parte di una vasta cospirazione antifrancese di cui proprio Pietro III era tra i principali ideatori. Un ruolo centrale in questo complotto lo avrebbe svolto Giovanni da Procida, un salernitano legato agli Svevi, che dopo la conquista angioina cercò rifugio presso la corte di Pietro III da dove organizzò l’opposizione al comune nemico francese.
Nel 1278 uno dei figli di Giovanni da Procida, sbarcò in Sicilia travestito da francescano per organizzare la rivolta, per poi dirigersi a Costantinopoli in cerca di appoggio da parte dell’imperatore Michele VIII Paleologo, e a Roma dove papa Niccolo III si era mostrato sensibile alla causa siciliana. Ma il pontefice morì l’anno seguente e il successore Martino IV invece appoggiò gli angioini. Nonostante la defezione pontificia il figlio di Giovanni da Procida non si diede per vinto e tornò a Barcellona con il piano cospirativo già ben definito. La rivolta dei Vespri forse diede semplicemente un’accelerata agli eventi e Pietro III, che probabilmente attendeva solo lo spostamento dell’esercito francese verso la conquista di Costantinopoli, sbarcò in Sicilia a sostegno degli insorti e la Comune di Palermo corse a offrirgli la corona: venne proclamato re di Sicilia il 4 settembre mentre Carlo I d’Angiò si ritirava precipitosamente verso Napoli.
Il primo accordo che definì la questione tra Aragonesi e Angioini fu siglato il 31 agosto del 1302 a Caltabellotta, con la Sicilia che passava sotto controllo aragonese acquisendo la denominazione di regno di Trinacria mentre la parte continentale dell’Italia meridionale rimaneva agli angioini sotto il nome di Regno di Sicilia. Secondo il trattato la Sicilia doveva tornare il mano francese alla morte di Federico III d’Aragona, figlio di Pietro e Costanza e tra i firmatari dell’accordo. Ma costui riuscì a eludere l’impegno e la Sicilia rimarrà in mano spagnola fino agli inizi del XVIII secolo.

mercoledì 29 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1912 Robert Falcon Scott annota sul diario l'ultima sua memoria, prima di morire assiderato insieme ai suoi compagni della spedizione al Polo Sud.
Ufficiale di marina britannica ed esploratore entrò nella Royal Navy a 14 anni. Nel 1900 fu posto al comando della Spedizione Inglese in Antartico. Suo compagno di viaggio Ernst Shackleton. Lasciata l’Inghilterra nel 1901, Scott ha posto il campo base sulle sponde del McMurdo Sound, in Antartide. Ha esplorato la parte orientale del Ross Ice Shelf e dato il nome alla penisola Edward VII. Egli in compagnia di Wilson e Shackleton ha tentato di raggiungere il Polo Sud raggiungendo la latitudine più meridionale mai toccata prima, intorno all’82° S. Il fallimento di questo tentativo fu dovuto in gran parte alla scarsa esperienza dei partecipanti nell’utilizzo dei cani da slitta e nella sopravvivenza in ambienti estremi come quello Antartico. La spedizione fece ritorno nel 1904.
Nel 1910 Scott organizzò una seconda spedizione in Antartico con l’obiettivo di essere il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. La nave Terra Nova salpò dall’Inghilterra il 1 Giugno. Egli raggiunse nuovamente McMurdo Sound. Fin da subito fu chiaro a Scott che il raggiungimento del Polo sud sarebbe stato una sorta di gara con il norvegese Roald Amundsen. Entrambe le spedizioni partirono nell’ottobre 1911 dai rispettivi campi base. Ma mentre Amundsen e i suoi quattro compagni erano in viaggio con sci e cani da slitta, Scott e i suoi utilizzarono pony della Manciuria e motoslitte che si rivelarono ben presto difettose, nonché cani da slitta che anche stavolta nessuno sapeva condurre. Egli con quattro compagni iniziò una marcia di 2964 km. Scott raggiunse il Polo Sud il 18 gennaio 1912, vi trovò la tenda e la bandiera lasciati dell’esploratore Norvegese Roald Amundsen, che aveva raggiunto l’obiettivo 5 settimane prima.
La migliore organizzazione della spedizione di Amundsen fu evidente anche (e soprattutto) nel durissimo viaggio di ritorno. Se infatti il norvegese era riuscito a percorrere tra le 15 e le 20 miglia al giorno (pur avendo previsto di percorrerne 30 al giorno), Scott raggiunse una prestazione massima di 13 miglia al giorno.
Mentre Amundsen riuscì a rientrare al campo base senza difficoltà, per Scott e i suoi il rientro divenne ben presto una lotta disperata. In gran parte contribuirono anche le pessime condizioni meteorologiche con temperature talmente rigide che, dall'introduzione delle moderne stazioni meteo negli anni sessanta, furono nuovamente registrate una sola volta.
Il primo che perse la vita nel corso della marcia di rientro fu Evans che si era infortunato in seguito ad una caduta ed ebbe un crollo fisico e psicologico. Poco dopo peggiorarono le condizioni di Lawrence Oates tanto da ostacolare la marcia degli altri membri della spedizione. Quando Oates si rese conto di avere poche possibilità di sopravvivenza (aveva perso un piede per il congelamento), ma soprattutto di rappresentare un fattore di rischio per i rimanenti membri della spedizione, abbandonò volontariamente la tenda durante una tempesta di neve, pronunciando le storiche parole: "Sto uscendo, può darsi che rimanga via un po' di tempo". Il suo corpo non fu mai ritrovato, tranne la sua borsa da viaggio.
Il gesto di Oates fu inutile. I cadaveri dei tre rimanenti membri della spedizione furono trovati intatti e dentro la tenda sei mesi dopo, a sole 11 miglia da un grande deposito di viveri allestito appositamente per la loro spedizione. Rimasero una macchina fotografica e i loro diari nei quali descrissero nel dettaglio le sofferenze patite. È celebre la frase di Scott:
« Fossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da raccontarvi sull'ardimento, la resistenza ed il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico. »
Il diario di Scott termina con la frase: "For God's sake look after our people. R. Scott" : "Per l'amore di Dio, abbiate cura delle nostre famiglie".
I corpi degli esploratori furono sepolti nel punto dove furono trovati dalla spedizione inglese mandata alla loro ricerca: dopo averla calata su di essi, la stessa tenda fu coperta di ghiaccio e sul tumulo venne posta una croce.


martedì 28 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1943 l'esplosione della nave Costa Caterina nel porto di Napoli produce circa 600 morti.
Uno dei fiori all’occhiello della flotta dell’armatore genovese Giacomo Costa, la nave cargo Caterina Costa venne requisita dopo lo scoppio della guerra dalla Marina Regia per essere adibita al trasporto di mezzi e risorse lungo la rotta per il Nord Africa. Era ancorata nel porto di Napoli, carica di munizioni, carburante e mezzi militari destinati in Tunisia, quando, verso le 15, un incendio divampò improvvisamente a bordo, non si sa se doloso o accidentale. Nonostante il pronto intervento dei vigili del fuoco le fiamme furono incontrollabili; i militari decisero allora di far affondare la nave, dato il suo pericolosissimo carico, ma purtroppo nella zona l’acqua non era abbastanza fonda. Dopo una serie di errori di gestione dell’emergenza, alle 17,39 le fiamme raggiunsero le bombe stivate e la nave saltò in aria in una fragorosa esplosione avvertita in tutta la città. Gran parte del molo sprofondò, due rimorchiatori che si trovavano nelle vicinanze, il Cavour e l’Oriente, colarono a picco, mentre pezzi dell’imbarcazione e del suo carico furono  scaraventati in un lungo raggio distruggendo abitazioni, edifici e persino la Stazione Centrale; ancora oggi sulla facciata est del Maschio Angioino ci sono segni dell’accaduto. E’ stato il peggior incidente avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, alla fine i morti furono più di 600 e oltre 3000 i feriti.

lunedì 27 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Il 27 marzo del 47 a.C. Cleopatra VII torna sul trono d'Egitto, grazie alla vittoria di Giulio Cesare sulle truppe di Tolomeo.
La regina egiziana più nota della storia, Cleopatra VII Thea Philopatore, nasce ad Alessandria D'Egitto nel 69 a.C. E' la figlia del faraone Tolomeo XII e alla morte del padre, avvenuta nel 51 a.C., viene costretta a sposare il fratello dodicenne Tolomeo XIII con il quale ascende al trono. Il fratello però, durante il terzo anno di regno, incoraggiato anche dai suoi consiglieri, uno dei quali pare sia il suo amante, esilia la giovane sorella che trova rifugio in Siria.
Dall'esilio Cleopatra riesce a perorare così bene la propria causa da ottenere che, con l'arrivo di Giulio Cesare, possa rivendicare a pieno i propri diritti di regina. Cleopatra, nonostante la giovane età, non è affatto una donna arrendevole ma anzi intelligente, colta, e poliglotta (pare che sia in grado di parlare sette o addirittura dodici lingue ed è la prima regina macedone ad imparare l'egiziano per meglio governare il suo popolo) e, soprattutto, è perfettamente conscia del proprio fascino.
La storia dell'incontro tra i due è ormai quasi leggenda: Giulio Cesare giunge in Egitto all'inseguimento di Pompeo, di cui gli viene fatta ritrovare solo la testa. Ad uccidere Pompeo sono stati i sicari del faraone Tolomeo che tenta in questo modo di ottenere i favori di Cesare. Mentre questi è a palazzo, però, gli arriva in dono un tappeto prezioso che comincia a srotolarsi e dal quale esce la splendida regina diciottenne Cleopatra.
Molto si è scritto sulla storia d'amore dei due e persino favoleggiato; probabilmente l'unione è frutto di calcolo da parte sia di Cleopatra che di Giulio Cesare, interessato ad un alleanza con l'Egitto per motivi economici. Dalla relazione nasce un figlio, a cui danno il nome di Tolomeo Cesare o Cesarione.
Cesare intanto sconfigge gli egiziani, uccide il giovane faraone Tolomeo XIII e insedia sul trono proprio Cleopatra. Nel rispetto però delle tradizioni egiziane, Cleopatra deve dividere il nuovo trono con il fratello minore Tolomeo XIV, che è costretta a sposare. Una volta assicurata la stabilità del regno, si trasferisce a Roma con figlio al seguito e qui vive ufficialmente come amante di Cesare.
L'intento politico di Cleopatra, che si rivela un'ottima stratega, è comunque quello di proteggere l'integrità del suo regno dal sempre più invadente espansionismo romano. La sorte del povero Cesarione non sarà però felice, nonostante la sua discendenza; il vero erede maschio di Cesare verrà considerato Caio Giulio Cesare Ottaviano, il quale si libererà dell'importuno discendente alla prima occasione.
Dopo l'assassinio di Giulio Cesare nelle idi di marzo del 44 a.C, la situazione politica non consente più a Cleopatra di rimanere a Roma, ed ella riparte per l'Egitto. Secondo alcune fonti, tornata in patria, avvelena il fratello Tolomeo XIV e governa con il figlio Cesarione.
Alla fine della guerra civile seguita alla morte di Giulio Cesare, Cleopatra si lega ad Antonio. Marco Antonio ha il compito di governare le province Orientali e durante una campagna, intrapresa per sedare una rivolta, incontra Cleopatra. Caratterizzato da una personalità esuberante e vivace, resta affascinato dalla regina egiziana e tra i due ha inizio una relazione. Mentre si trova alla corte di Alessandria ad Antonio giunge la notizia della morte della moglie Fulvia, responsabile di aver capeggiato una rivolta contro Ottaviano.
Antonio torna a Roma e, per rinsaldare il legame con Ottaviano, ne sposa la sorella Ottavia nel 40 a.C. Insoddisfatto però dalla condotta di Ottaviano nella guerra ingaggiata contro i Parti, Antonio finisce per tornare in Egitto, dove Cleopatra ha avuto nel frattempo due gemelli, ai quali seguirà un terzo figlio e il matrimonio tra i due, nonostante Antonio sia ancora sposato con Ottavia. Cleopatra, da ambiziosa e scaltra regina qual'è, vorrebbe costituire con Antonio una sorta di grande regno, la cui capitale dovrebbe essere la più evoluta Alessandria d'Egitto e non Roma. Ella concede dunque ad Antonio l'uso delle milizie egiziane, con le quali egli conquista l'Armenia.
Cleopatra viene nominata regina dei re, associata al culto della dea Iside e nominata reggente con il figlio Cesarione. Le manovre della coppia preoccupano Ottaviano che induce Roma a dichiarare guerra all'Egitto. Le milizie egiziane guidate da Antonio e quelle romane guidate da Ottaviano si scontrano ad Azio il 2 settembre del 31 a.C.: Antonio e Cleopatra vengono sconfitti.
Nel momento in cui i romani giungono ad espugnare la città di Alessandria, i due amanti si risolvono al suicidio. E' il 12 agosto dell'anno 30 a.C.
In realtà Antonio si suicida a seguito della falsa notizia del suicidio della sua Cleopatra, la quale, a sua volta, si suicida facendosi mordere da un aspide.
Alcuni studi effettuati di recente smentiscono tuttavia la possibilità che ella sia potuta morire a seguito del morso di un aspide. Cleopatra è una grande esperta di veleni e sa che utilizzando quella metodologia la sua agonia sarebbe molto lunga. Probabilmente deve aver escogitato questa storia per apparire al suo popolo ancor più come la reincarnazione di Iside, ma deve essersi avvelenata usando una miscela di veleni preparata in precedenza.
Cesarione fu fatto giustiziare da Ottaviano, mentre i tre figli avuti con Antonio furono portati a Roma. L'Egitto divenne una provincia romana retta dal prefetto d'Egitto, funzionario di rango equestre. Ottaviano, ritornato a Roma per festeggiare il trionfo della spedizione egiziana, fece allestire su un carro un dipinto della bellissima regina, portandolo in trionfo attraverso le vie della città.
Al Cairo, sulla cima di una collina da cui si vede il mare, sotto i resti di un tempio dedicato a Iside: è qui, secondo gli archeologi, che potrebbe riposare il corpo di Cleopatra. La tomba della regina egiziana non è mai stata localizzata, ma gli archeologi hanno raccolto prove che testimonierebbero che i sacerdoti di Cleopatra, dopo il suo suicidio, ne avrebbero trasportato il corpo al tempio, dove potrebbe riposare accanto al suo amante, Marco Antonio. «Questa potrebbe essere la più importante scoperta del 21esimo secolo - ha detto Zahi Hawass, capo archeologo -. Questo è il luogo perfetto dove potrebbero essere sepolti i loro corpi».
La storia di Cleopatra ha affascinato nei secoli schiere di scrittori ed artisti, che hanno contribuito a far nascere la leggenda della bellissima seduttrice che riuscì ad ammaliare due dei più potenti uomini del suo tempo. Cleopatra fece erigere numerose raffigurazioni e statue in Egitto. Nelle statue e nei bassorilievi egizi la regina è raffigurata secondo canoni e tipologie tolomaiche, anche se a volte indossa una corona con il triplo ureo. Nelle monete il profilo di Cleopatra appare assai pronunciato. Nelle statue romane Cleopatra è rappresentata realisticamente oppure in veste divinizzata, assimilata alla dea Venere.


domenica 26 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 marzo.
Il 26 marzo 1791 l'Accademia francese delle Scienze introduce universalmente la definizione del metro, come 1/10 000 000 della distanza tra polo nord ed equatore, lungo la superficie terrestre, calcolata sul meridiano di Parigi.
Nel 1666, lo Stato transalpino si dota di una istituzione che prende sotto la sua tutela. Poco a poco, la scienza, che si praticava come un piacere letterato, si specializza e si professionalizza.
Il 29 Aprile 1699, l’Accademia Reale delle scienze tiene una seduta nell’antico appartamento del Re, presso il Palazzo del Louvre. Questa sistemazione in un luogo prestigioso simbolizza l’importanza che il Monarca accorda a questa giovane istituzione di 33 anni, alla quale Luigi XIV ha appena dato i suoi primi statuti.
Sotto il Regno del Re Sole, lo stato si dota per la prima volta di una politica scientifica remunerando gli studiosi a tempo pieno, dei quali sollecita il parere. Durante tutto il secolo XVIII°, l’Accademia sarà al centro di uno sviluppo scientifico dei Lumi.
E’ solo con la Rivoluzione che ci si porrà il problema tutt’ora attuale che consiste nel porsi la domanda se gli studiosi possono essere indipendenti dallo Stato, che essi stessi servono.
La creazione dell’Accademia delle Scienze illustra il progetto della Monarchia Assoluta di piazzare tutta la vita culturale sotto la propria tutela.
Nei primi anni del suo Regno, Luigi XIV crea anche l’Accademia di Danza (1661), poi l’Accademia di Musica (1669) e di Architettura (1671).
Appassionato di arte, il Re Sole non si interessa molto alle scienze.
Jean-Baptiste Colbert,  per contro, comprende bene che il progresso scientifico può presto tradursi in progresso tecnico,  molto utile al suo progetto di sviluppare le manifatture Reali. Egli sa bene che due potenze rivali, i Medici di Firenze con l’Accademia del Cimento nel 1657, e l’Inghilterra con la Royal  Society nel 1662 si sono appena dotate di accademie scientifiche prestigiose, e che sarebbe bene per “la Gloria del Re” che la Monarchia Francese ne abbia di simili.
Colbert sa inoltre che,  nelle accademie private che si riuniscono per discutere di scienza, nasce l’idea di indirizzarsi al Re perché finanzi una istituzione votata a questa scienza sperimentale in pieno sviluppo, ma che costa sempre più cara.
E’ così che Colbert crea l’Accademia delle Scienze e la pone sotto la sua protezione. Essa tenne la sua prima seduta il 22 Dicembre 1666, nella biblioteca del Re, in rue Vivienne a Parigi.
Contrariamente alle Accademie private, conosciute per le loro lunghe gare verbali che mescolavano speculazioni e argomenti autoritari, l’Accademia delle Scienze scelse subito di dare molto spazio all’esperienza.
I Fondi del Tesoro Reale permettevano in effetti di acquistare del materiale scientifico e di costruire un laboratorio di macchinari.
Inoltre una remunerazione è per la prima volta prevista per gli accademici.
La pratica della scienza era un piacere letterato: essa ora diviene “un mestiere, avendo per vocazione di rispondere alle attese della società e/o del potere politico, che assegnava agli studiosi, divenuti professionisti, dei compiti precisi di invenzione, di validazione o di perizia, come si direbbe attualmente” come osserva il professor di storia delle scienze all’Università di Nancy, Simone Mazauric.
Alla morte di Colbert nel 1683, l’Accademia entra in un periodo difficile, "un grande languore", come scrisse il suo segretario Bernerd de Fontenelle.
Le guerre allentarono gli scambi internazionali e mettevano in difficoltà le finanze dello Stato. Tra il 1666 e il 1680, l’Accademia riceveva 400.000 livree (paragonato ad oggi a 6.000.000 di euro), e solamente 35.000 livree (525.000 euro) fra il 1685 ed il 1695. Ma il ristabilirsi della pace nel 1697 e l’abbellimento delle finanze reali che ne seguì, permisero alla Accademia di conoscere un nuovo sviluppo.
Con il “Réglement” che gli imprime Luigi XIV nel 1699, il suo effettivo di membri risulta triplicato, per giungere a 70 membri, organizzati in 6 classi (geometria, astronomia, meccanica, anatomia, chimica, botanica).
Al lavoro collettivo praticato finora, si sostituisce una forte specializzazione che permette di coprire tutte le scienze, senza più dipendere dai gusti e dai talenti degli accademici.
La vita scientifica si concentra così nell’Accademia, mentre i circoli privati, dove si discuteva di scienza, così attivi nella prima metà del XVII secolo, spariscono. Ma l’aumento degli effettivi non è che una delle 50 disposizioni del “Réglement” del 1699, che organizza nei minimi dettagli il funzionamento dell’Accademia e ne definisce precisamente le missioni.
L’Accademia divenne parte integrante dell’apparato dello Stato, illustrando così la tendenza alla centralizzazione statale del Regno di Luigi XIV. Dal Rinascimento, gli studiosi si erano abituati a inseguire le corti principesche d’Europa in qualità di mecenati. E’ da questo momento, vicino al solo Re, che essi troveranno denaro e protezione.
La Monarchia ha in effetti molto da aspettarsi da questa protezione che esercita sull’Accademia. In termini di prestigio, innanzitutto. Nel 1666, Luigi XIV accorda per esempio all’olandese Christian Huygens, oltre ad un alloggio, una gratifica di 6.000 livree per anno, quando gli altri accademici ricevevano tra i 1.200 e le 1.000 livree. Tre anni più tardi, il Re offerse 9.000 livree all’italiano Jean Dominique Cassini. Questi fisici molto rinomati vengono così convinti di restare a Parigi, per la più grande gloria del Re.
Il guadagno in prestigio si misura infatti dal fatto che l’Accademia Reale delle Scienze è esplicitamente presa per modello per la creazione delle accademie di Berlino (1700), di San Pietroburgo (1725) o di Stoccolma (1739).
Ma il principale tornaconto che lo Stato si aspetta dal suo finanziamento è di ordine tecnico.
Luigi XIV chiede all'Accademia di riflettere sull'approvigionamento di acqua per il Castello di Versailles e di realizzare nuove carte geografiche.
Appena dopo la sua morte, il Reggente Luigi Filippo D'Orleans incarica l'Accademia di effettuare una vasta inchiesta sulle ricchezze del Regno.
Nel XVIII° secolo, tuttavia, lo Stato non si accontenta più di attendere dai lavori degli studiosi delle possibili ricadute: esso passa a loro dei compiti  e sollecita sempre più spesso i loro consigli.
Le amministrazioni prendono così l'abitudine di nominare un accademico come consigliere tecnico per le tinteggiature, la metallurgia, il tessile o le miniere. Le cariche di ispettore delle ceramiche alla Manifattura Reale di Sèvres e delle tappezzerie a quella dei Gobelins sono riservati agli accademici.
Essi hanno ugualmente una mano esperta sui progetti meccanici.
"All'inizio, l'Accademia è stata principalmente istituita per esaminare tutte le invenzioni nuove che le si sarebbero inviate da parte del Re. Invisibilmente essa poi è diventata un tribunale volontario, in cui i singoli reclamano direttamente il giudizio" rende noto i rapporto annuale del 1788.
Da parte loro, gli studiosi non hanno avuto bisogno di lamentarsi della protezione reale. In cambio della loro esperienza tecnica, lo Stato finanzia i loro lavori più importanti.
L'Accademia organizza così delle spedizioni in Perù ed in Lapponia nel 1735 per misurare la lunghezza di un grado del meridiano terrestre, poi per seguire il passaggio di Venere davanti al Sole nel 1761 e 1769. Questi grandi viaggi di esplorazione permettono anche uno sviluppo spettacolare della botanica e della zoologia, che viene simboleggiato nei 36 volumi, pubblicati fra il 1749 e il 1789, de l'Histoire Naturelle di Buffon.
Nel seno dell'Accademia, sono presentati e discusse le grandi scoperte dell'epoca: l'invenzione del Termometro ad alcool di Réaumur, la scoperta della conservazione della massa nella combustione da Lavoisier, o ancora, il perfezionamento del calcolo integrale da parte di Condorcet. Questi studiosi conducono liberamente le loro ricerche all'Accademia grazie al sostegno finanziario Reale. La loro rinomanza è tale che diventarono dei personaggi importanti della società del loro tempo tanto da confondersi con il mondo politico.
Una delle condizioni per esser membro dell'Accademia era però risiedere a Parigi per poter partecipare alle due sedute settimanali: "Se essi passano a delle occupazioni domandando la residenza fuori di Parigi, il loro posto sarà occupato come se essi fossero vacanti per morte", sancisce un articolo; ciò vieta agli accademici di mescolarsi in sostanza alla vita della Corte a Versailles, accettandovi una carica.
Tuttavia essi hanno qualche volta il privilegio di ricevere la visita della Corte, o di sovrani stranieri di passaggio, in occasione delle due sedute pubbliche annuali, che diventarono eventi mondani.
Il pubblico colto così si interessa alle scienze, alle dimostrazioni ed alle sperimentazioni. Luigi XIV riteneva le scienze "oscure e spinose", ma suo nipote Philippe d'Orleans, che diventò il Reggente nel 1715, è un appassionato di chimica tanto da far costruire un laboratorio suo proprio.
I suoi successori mostrano essi stessi un interesse vivo per le scienze.
Luigi XV fa applicare la nuova classificazione di Linné nei giardini reali, e chiede all'abate Nollet, dell'Accademia, di venire a presentare le sue esperienze sull'elettricità a Corte.
Luigi XVI finanzia con i suoi propri denari gli esperimenti dei fratelli Montgolfier.
La cultura scientifica si sviluppa ed è l'Accademia che ne definisce il contenuto, perchè lei detiene il monopolio della stampa dei libri scientifici. Come spiega Roger Hahn, professore di storia naturale di Berkeley, l'Accademia divenne "l'istituto pubblico fatto per governare la cultura scientifica ufficiale, preposta ad incarnare la scienza, esattamente come l'Accademia francese comandava la lingua francese attraverso il suo famoso Dizionario".
Questa alleanza di fatto tra gli studiosi e la Monarchia non è stata esente di tensioni. Le prime si manifestarono al momento della revoca dell'editto di Nantes nel 1685. Certi accademici protestanti furono costretti a convertirsi, altri preferirono l'esilio. Christian Huygens, ritornato in Olanda a seguito di problemi di salute, non desiderò più rientrare a Parigi "resosi conto della brutta aria che tirava su questo Paese".
Ma è soprattutto sulla questione delle nomine che si cristallizzano le tensioni fra la Monarchia e gli accademici. Questi ultimi sono riusciti a far riconoscere nello statuto del 1699 il loro diritto a votare le raccomandazioni per la nomina dei nuovi membri ogni volta che un posto diveniva vacante. In pratica, la Monarchia non si privava di esercitare delle pressioni sugli accademici per far eleggere dei personaggi eminenti a Corte.
A due riprese tuttavia, nel 1774 e nel 1778, l'Accademia invia una delegazione a Versailles per protestare contro delle nomine di candidati troppo chiaramente sprovvisti di talento scientifico. In questo momento di inizio del Regno di Luigi XVI, gli accademici si permettono una audacia che sarebbe stata impensabile sotto il Re Sole. Un compromesso venne presto trovato: mantenere la nomina, ma piazzare subito al ritiro il nuovo membro.
"Gli accademici accettavano i valori dell'Ancien Régime, pur essendo consci che c'erano dei limiti, giacchè vi erano intrusioni extra-scientifiche nella loro istituzione".
Gli accademici non hanno motivi di rivoltarsi, dato che sono coccolati dalla Monarchia. Ottengono, per esempio, dei provilegi invidiati da tutti, come il diritto di far giudicare le loro liti personali davanti alla Corte di Parigi (1719), o l'esenzione dalle tasse trattenute sulle pensioni reali (1786).
Gli accademici erano i grandi leader del mondo scientifico e tecnico e costituivano un istituto riconosciuto, rispettato e corredato da tutti gli apparati dell'Ancien Régime.
All'alba della Rivoluzione, l'Accademia delle scienze rappresentava non solamente la promozione delle scienze, ma anche, come le altre istituzioni pubbliche, l'apparato amministrativo Reale.
Questo carattere ufficiale dell'Accademia contribuirà a farne uno dei capri espiatori della vendetta delle Rivoluzione. Il famoso "la Repubblica non ha bisogno di studiosi" lanciato al processo del chimico Lavoisier, antico tesoriere dell'Accademia, si spiega anche per il fatto che l'Accademia incarnava per bene degli aspetti dell'Ancien Régime detestato. La Convenzione soppresse l'Accademia l'8 Agosto 1793!
Ma lo Stato constata presto che non può state senza studiosi; passata la tempesta rivoluzionaria, l'Accademia delle Scienze viene ricreata nell'ottobre 1795 come una dei 5 componenti (con l'Accademia francese, l'Accademia della belle arti, l'Accademia delle scienze morali e politiche, e l'Accademia delle iscrizioni e delle belle lettere) dell'Istituto di Francia, che c'è ancora oggi.

sabato 25 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 marzo.
Il 25 marzo 1912 muore a Pisa Antonio Pacinotti.
Antonio Pacinotti nasce a Pisa e qui, a soli 15 anni, comincia studi di fisica-matematica all'università. Interessatosi ai problemi della produzione di energia elettrica, progetta nel 1869 un dispositivo per produrre corrente elettrica continua.
Si tratta dell'anello che da lui prende il nome e che può essere utilizzato sia come generatore, se gli si fornisce energia meccanica, sia come motore elettrico, se alimentato a corrente. Questo apparecchio, che è in definitiva una dinamo, risolve finalmente in modo soddisfacente il problema della generazione continua dell'elettricità, aprendo la via allo sfruttamento industriale dell'energia elettrica.
Pacinotti costruisce il suo anello solo nel 1861 senza però brevettarlo. Si dedica poi a studi di astronomia e solo nel 1865 presenta la sua invenzione sulla rivista "Il Nuovo Cimento". Sempre nel 1865 si reca in Francia cercando di vendere i diritti di produzione del dispositivo e, ingenuamente, presso la ditta Froment ne spiega i dettagli ad un operaio, che si pensa fosse il meccanico belga Z. T. Gramme. L'affare non viene concluso ma nel 1869 lo stesso Gramme brevetta una dinamo molto simile a quella di Pacinotti e la sfrutta commercialmente.
Pacinotti rivendica ufficialmente il primato dell'invenzione e per vari anni viene amareggiato dal protrarsi della questione: il riconoscimento pieno dei suoi meriti avverrà infatti soltanto dopo la sua morte.
Prima di allora però viene chiamato ad insegnare all'Università di Cagliari e poi di Pisa, diventa presidente onorario dell'Associazione Elettrotecnica Italiana e nel 1906 viene nominato senatore.

venerdì 24 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1860 venne siglato il Trattato di Torino, con cui veniva ceduta Nizza e la Savoia alla Francia.
In seguito agli accordi di Plombières (luglio 1858), il primo ministro del Regno di Sardegna Cavour promise all’imperatore francese Napoleone III la cessione della Savoia e di Nizza in cambio dell'appoggio francese alla politica di unificazione italiana condotta dalla monarchia sabauda. La proposta venne poi ufficializzata per mezzo del Trattato di Torino del dicembre 1858 (in realtà il trattato fu predatato, giacché la firma avvenne nel gennaio 1859).
Nel giro di pochi mesi, nel corso della Seconda guerra d’indipendenza, le truppe franco-piemontesi inflissero sconfitte all'esercito austriaco a Magenta e Solferino; il successivo armistizio di Villafranca obbligò l'Austria a cedere la Lombardia alla Francia, che la girò al Regno di Sardegna. In compenso, Napoleone III chiese la Savoia e Nizza, come precedentemente promesso.
Il 24 marzo 1860 venne perciò siglato il Trattato di Torino, col quale il Piemonte acconsentiva alla cessione degli antichi territori sabaudi, da confermare mediante plebiscito; nel contempo le truppe piemontesi iniziarono a ritirarsi dalla Savoia e da Nizza.
Il trattato venne reso pubblico il 30 marzo successivo e, il 1º aprile, Vittorio Emanuele II lo proclamò alle popolazioni di Nizza e della Savoia.
Lo svolgimento delle votazioni diede l’esito preparato a tavolino e non ci si poteva aspettare, sotto un’attenta regia già francese, con la collaborazione piemontese e la larvata pressione di truppe oltralpine (ufficialmente di passaggio dalla Savoia e da Nizza per il rientro in Francia), che ne desse uno diverso. Da più parti si sottolineò l’irregolare svolgimento delle votazioni, che diedero un risultato favorevole all’annessione estremamente uniforme. D’altronde la decisione era già stata presa: la democrazia faceva le sue prime prove.



giovedì 23 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 marzo 1987 in USA va in onda la prima puntata di "The bold & the beautiful", da noi nota semplicemente come Beautiful.
In seguito all’enorme successo di “The Young and The Restless”, la rete americana CBS sembrava seriamente intenzionata a produrre una nuova soap con gli stessi ingredienti e soprattutto con la stessa direzione, da affidare ai creatori di Y&R, Bill Bell e la moglie Lee Phillip Bell. Dopo vari rifiuti dei Bell, nel 1985 Bill e Lee decisero di accettare la proposta della CBS, prevalentemente al fine di permettere ai figli maschi, Bradley e Bill Jr. di entrare nel mondo dello spettacolo con questa dorata occasione, dal momento che la figlia Lauracee già faceva parte del cast di Y&R. Per produrre il nuovo show fu creata una società apposita, la Bell-Phillip, nella quale Bill Jr. assunse il ruolo di responsabile del settore commerciale e produttivo, mentre Bradley divenne capo-sceneggiatore e produttore esecutivo. I Bell vivevano e lavoravano a Chicago, ma per questioni finanziarie e produttive, decisero di ambientare la soap nella più economica Los Angeles, più ricca di studi e meno impegnativa dal punto di vista dei costi di produzione.
  Fu Bill Jr. a suggerire la moda come tema principale del nuovo show, così come l’idea di girare il primo episodio come se si fosse al centro del backstage di una sfilata di moda, per introdurre subito i telespettatori nell’ambiente della soap. Bill Bell si occupò del casting, chiamando subito a far parte del cast Susan Flannery, che già aveva lavorato con lui a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 nella soap “Days of our lives”: la partecipazione di Susan alla nuova soap avrebbe senz’altro giovato, in quanto l’attrice nel 1975 aveva vinto un Emmy. Bell successivamente scritturò altri attori già apparsi in Y&R, quali John McCook (Eric Forrester), Jim Storm (Bill Spencer), Lauren Koslow (Margo Linley), Katherine Kelly Lang (Brooke Logan in B&B - Gretchen in Febbre d'Amore ) mentre per gli altri membri del cast più giovani, si affidò a nuove leve, scelte in base a provini.
Il primo titolo proposto da Bell per la soap, “Rags” (=stracci) fu scartato, in quanto ritenuto inadatto al tenore di vita previsto per i Forrester e al tono in generale della soap: fu proprio l’idea di lusso e ricchezza che suggerì a Bill Bell il nuovo titolo “Glamour”. La direzione della CBS scartò anche questa ipotesi, spingendo Bell a cercare un titolo che assomigliasse a Y&R al fine di far comprendere al pubblico che la “mente” che stava alla base di entrambi gli show era la stessa e per sfruttare pienamente il successo di Y&R. Da qui nasce il parallelismo The Young and The Restless (Y&R)/The Bold and The Beautiful (B&B), senz’altro intuitivo per i telespettatori! Le somiglianze non riguardavano peraltro solamente il titolo, Bell fu accusato dalle riviste specializzate di aver copiato anche troppo da Y&R, proponendo degli intrecci e delle vicende già viste nell’altra soap e partendo addirittura dallo stesso incipit, ossia il parallelismo tra due famiglie, una ricca e agiata (i Forrester), l’altra povera e senza capo-famiglia (i Logan), senza dimenticare l’idea del “triangolo” già abbondantemente sperimentata in Y&R (Caroline/Brooke/Ridge, Rocco/Katie/Donna…). Solo successivamente B&B si è distaccato dal suo prototipo, acquistando autonomia e originalità, affrontando nel corso degli anni anche delicati temi sociali (il problema dei senzatetto nel periodo dell’amnesia di Stephanie, l’alcolismo con Macy, gli abusi sessuali con Caroline e Jake MacClaine ecc), diventando un vera e propria “soap di moda” solo con l’entrata in scena di Darlene Conley, la grintosa Sally Spectra, titolare delle casa di moda avversaria delle "Forrester Creations", la "Spectra Fashion".
Sebbene B&B non abbia mai superato in ascolti Y&R, rimane saldamente al secondo posto degli ascolti in Usa nella categoria delle soap, mentre è la soap più vista in molti altri paesi, Italia compresa.

mercoledì 22 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 marzo.
Il 22 marzo 1450 Francesco Sforza prende possesso della città di Milano.
Francesco Sforza nasce a San Miniato (Pisa) il 23 luglio del 1401. Uomo d'arme e politico di grande importanza ha segnato l'inizio della dinastia degli Sforza nella città di Milano, diventandone duca. L'iniziatore dell'antico casato nobiliare milanese non ha chiare origini nobiliari, almeno di nascita. È uno dei sette figli illegittimi di Muzio Attendolo Sforza e di Lucia da Terzano, o Torsano, come viene indicata in alcune cronache. A riconoscerne la legittimità di nascita sarà la regina Giovanna con una concessione speciale, ma solo molto tempo dopo.
Il giovane Francesco trascorre l'infanzia a Tricario, in Lucania, e in Toscana anche, suo luogo di nascita. A Firenze è ospite della corte ferrarese di Niccolò III d'Este. Con il padre Muzio poi, che sogna per lui un ingresso riconosciuto nella nobiltà, si reca a Napoli nel dicembre del 1412 e riceve il titolo di Tricarico da re Ladislao I di Napoli, divenendo all'età di undici anni cavaliere.
Muzio allora nel 1418 gli dà in moglie Polissena Ruffo, principessa di Calabria, vedova del cavaliere francese Giacomo de Mailly, proprietaria di molte terre nel cosentino. Il matrimonio avviene il 23 ottobre del 1418, nella città di Rossano. Tuttavia solo due anni dopo, poco dopo la morte della loro figlioletta, anche la giovane moglie Polissena muore.
Da questo momento in poi il futuro duca di Milano, ancora giovane, si fa valere nelle milizie paterne, dove svolge il suo apprendistato marziale. Nel 1419 sale agli onori della cronaca quando libera proprio Muzio, rimasto bloccato a Viterbo dalle truppe "braccesche", guadagnandosi da quel momento la prima linea in battaglia.
L'anno dopo occupa Acerra insieme a Micheletto Attendolo e nel 1421 stabilisce la propria residenza a Cosenza, onde organizzare un esercito da schierare per difendere Luigi III d'Angiò.
Nell'estate del 1425 il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, propone a Francesco Sforza una condotta come capitano con un contratto quinquennale. Il futuro duca non chiede altro e comincia una serie di battaglie contro i Carmagnola. Tuttavia il presidio di Genova non va per il verso giusto e il capitano del ducato milanese cade vittima di un'imboscata. La sconfitta è bruciante e il duca di Milano per punirlo lo relega con la paga dimezzata a Mortara con l'ordine di riorganizzare le truppe di fatto prigioniero del castello.
Nel 1430 terminati gli impegni con il Visconti, Sforza si reca a Lucca per combattere contro i fiorentini. Ma proprio questi ultimi, conoscendo il valore del condottiero nato nelle loro terre, gli offrono subito un ingaggio allettante. A questo punto il duca Visconti tenta di mantenere Sforza sotto il proprio controllo e per aggraziarselo gli offre in sposa la figlia Bianca Maria, che all'epoca ha solo cinque anni ed è estromessa da qualsiasi successione (con lei, terminerebbe la dinastia dei Visconti).
Attratto dalle proprietà in dote Francesco Sforza accetta la profferta e ratifica il contratto di fidanzamento il 23 febbraio del 1432, nel castello di Porta Giovia, residenza milanese dei Visconti. Prima però, a conferma della sua convinzione, il futuro duca di Milano cerca in tutti i modi di farsi annullare dal papa il matrimonio precedente.
Tra il 1433 e il 1435 Francesco Sforza è impegnato in diverse battaglie, con alleanze alterne e molti capovolgimenti. Prima attacca lo stato del Papa e prende Ancona in nome dei Visconti. Poi, su incarico di Eugenio IV, viene nominato gonfaloniere della chiesa e vicario della città stessa. Dal meridione però subisce da parte di Alfonso d'Aragona l'occupazione di tutti i propri possedimenti all'interno del regno di Napoli. Il tentativo è quello di allontanarlo dal Nord, ma il condottiero non perde la testa: la sua mira principale rimane sempre Milano.
Intanto, tra il 1436 e il 1439, si mette al servizio prima di Firenze e poi di Venezia. Nel 1440, persi i territori nel Regno di Napoli, Sforza si riconcilia con il Visconti, che in questo periodo deve fronteggiare un altro condottiero, altrettanto temibile, Niccolò Piccinino. Questi, senza troppi ambagi, gli chiede la signoria di Piacenza.
Il 25 ottobre del 1441 Francesco Sforza sposa finalmente Bianca Maria Visconti nella città di Cremona, presso la Chiesetta di San Sigismondo.
Alleatosi con Renato d'Angiò, pretendente al trono di Napoli e avversario di Alfonso, Francesco muove le proprie milizie nel Sud ma non riesce ad ottenere consistenti vittorie. Allora riprende in mano i proprio terreni in Romagna e nelle Marche, sconfiggendo il rivale Piccinino, grazie anche all'aiuto di Venezia e di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Il passo successivo, per il futuro duca di Milano, è il rientro nella città lombarda, dal Visconti.
Nel 1447 Filippo Maria muore senza eredi. La dinastia viene sostituita dall'Aurea Repubblica Ambrosiana.
I maggiorenti del nuovo ordine si rivolgono proprio a Francesco Sforza e gli offrono il comando. Altre città del ducato, come Como, Alessandria e Novara, gli riconoscono questa qualifica, mentre Lodi e Piacenza si danno ai Veneziani.
Sforza allora si lancia nella guerra che entro il 1450 lo porta a prendere definitivamente Milano. Sconfigge i veneti a Caravaggio, il 14 settembre 1448, e prova a chiudere con la Serenissima, chiedendo che gli fosse riconosciuta ufficialmente la signoria su Milano e sul ducato (ora repubblica). In cambio cede Crema, il bresciano e il territorio della Giara d'Adda.
Nel frattempo però a Milano la Repubblica è forte, rappresentata dalle più antiche famiglie milanesi, oltre ad una schiera di commercianti e borghesi. Ci sono i Trivulzio, i Cotta, i Lampugnani e molte altre famiglie. I maggiorenti non vogliono cadere sotto un nuovo signore, ma gestirsi da soli, democraticamente. Si costituiscono degli ordini apertamente nemici allo Sforza, i quali pongono addirittura una taglia di 200.000 ducati su di lui.
A questo punto il futuro duca comincia l'azione contro Milano, agli inizi del 1449, occupando il territorio fra l'Adda e il Ticino. Venezia si allea con la Repubblica, nonostante i patti, ma l'assedio sforzesco è imponente e mette allo stremo la popolazione: trascorrono otto mesi di battaglia.
Il 22 marzo del 1450 Francesco entra a Milano con la moglie e il figlio Gian Galeazzo. Avviene la presentazione ufficiale del nuovo Duca Francesco I Sforza, con consegna dello scettro e dello stendardo, nel quale campeggia il simbolo visconteo, la biscia e l'aquila imperiale. Ottiene il sigillo, la spada e le chiavi della città. Il suo governo sarebbe durato per sedici anni.
Francesco Sforza durante il suo periodo di comando si rivela un signore illuminato, modernizzando la città, creando un sistema fiscale efficiente, tale da aumentare le entrate della città. La sua corte attira artisti e letterati. Lo stesso Niccolò Machiavelli ne cita le imprese come esempio di buon "principe".
Francesco I Sforza muore a Milano il giorno 8 marzo 1466, all'età di 64 anni.

martedì 21 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 marzo.
Il 21 marzo 1980 il presidente statunitense Jimmy Carter annuncia che il suo paese boicotterà le olimpiadi estive di Mosca, per protesta contro l'invasione dell'Afghanistan.
Se Montreal aveva aperto un periodo difficile per il Comitato Olimpico, Mosca ne rappresentò la fase più critica. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel gennaio del 1980, aveva scatenato la reazione degli Stati Uniti, che decisero di boicottare l’Olimpiade moscovita, trascinandosi dietro altre 65 nazioni (tra cui Germania Ovest, Canada, Giappone e Cina), mentre altri paesi del blocco occidentale parteciparono ai Giochi, senza tuttavia esporre bandiere durante la cerimonia di apertura. E, naturalmente, l’assenza in massa di così tante nazioni di primo livello non poté che influire negativamente sulla qualità delle competizioni.
L’URSS, come prevedibile, fece incetta di medaglie, collezionandone ben 195, con 80 ori. In generale ci fu il netto prevalere dell’Europa orientale, con la DDR capace di conquistare la cifra record di 126 medaglie, la Bulgaria che chiuse terza con 41 e altre nazioni del blocco sovietico, Cuba compresa, nelle prime posizioni del medagliere. A soffrire maggiormente del boicottaggio furono sport come atletica e nuoto, che non a caso fecero segnare alcune clamorose sorprese: come il podio dei 100m, composto dallo scozzese Allan Wells, il cubano Silvio Leonard e il bulgaro Petar Petrov; oppure il trionfo delle tedesche orientali nel nuoto, con 11 medaglie d’oro sulle 13 in palio, mentre le gare maschili, prive dei campioni americani, furono deprivate di quasi ogni significato.
Non fu una sorpresa, invece, il trionfo di Pietro Mennea nei 200m: il velocista barlettano bissò l’exploit di Berruti a Roma ’60, superando per soli 2 centesimi di secondo Allan Wells e chiudendo il cerchio che lo aveva già visto trionfare agli Europei e ben figurare anche a Montreal. Oro anche per Sara Simeoni nel salto in alto e per Damilano nella 20km di marcia, oltre che per Patrizio Oliva nei superleggeri (boxe). Furono in tutto 8 le medaglie d’oro per la squadra azzurra, che si dimostrò la migliore tra quelle occidentali in gara.

lunedì 20 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
E’una splendida mattina di inizio primavera quella del 20 marzo 1966, a Londra. La sala della Central Hall a Westminster, è piena di cultori e amanti della filatelia. Ma i fotografi sono tutti lì per lei, la splendida e maledetta, Coppa Rimet.
Da qualche settimana l’Inghilterra è stata scelta come sede dei mondiali di Calcio, che si terranno in estate. Il governo britannico decide così di esporre, la mitica Coppa, nella sala centrale dell’esposizione universale di francobolli sportivi.
Lo stupore dei presenti è incredibile. Tutti sono ammirati da quello splendido oggetto simbolo di vittoria e  potere. La giornata prosegue tranquilla, quando ad un tratto le sirene della Central Hall, iniziano a strillare, creando il panico tra i presenti. La Coppa Rimet è stata rubata. Ma come avranno fatto?
L’Inghilterra è in ginocchio. E’ un brutto colpo per il proseguo dell’organizzazione dell’evento. I mondiali ora sono a rischio.
Le indagini partono immediatamente, e in breve tempo si riesce ad arrivare ad uno strano personaggio, della zona portuale di Londra: Edward Bletchley.
Bletchey inviò infatti alla Lancaster Gate, sede della Football Association, una lettera anonima in cui si propose per una trattativa: 15000 sterline di riscatto per la testa all’interno della Coppa Rimet. E’ incredibile. L’inghilterra sprofonda di nuovo all’epoca dell’investigatore Sherlock Holmes. Sembra di assistere ad un appassionante libro giallo.
Joe Mears, presidente della FA, è disposto a tutto pur di riavere la Coppa nella teca della sede. Di conseguenza accetta la proposta, ma avvisa la polizia, che interviene in borghese, sul luogo dello scambio: Battersea Park. Al momento dell’incontro, Bletchey si accorge di strani movimenti dietro di lui, rendendosi conto di essere braccato da centinaia di poliziotti nascosti tra la folla.
A quel punto, scappa tentando la fuga, ma qualche metro più avanti viene catturato, arrestato e portato immediatamente alla vicina prigione di Brixton.
Ora però bisogna ritrovare la Coppa.
Tutto il popolo inglese contribuisce alle ricerche, ma qualche giorno più tardi, esattamente il 27 marzo, un cagnolino di nome Pickles (cetriolino) avrà il suo momento di gloria. Pickles mentre era a passeggio con il suo padrone, David Corbett, ritrova la coppa avvolta in carta di giornale, che sbucava fuori dal terreno in cui era nascosto.
La Coppa fu ritrovata e l’Inghilterra tirò un sospiro di sollievo, merito di Pickles, l’eroe a quattro zampe, che permise lo svolgimento della manifestazione e successivamente della prima vittoria inglese ai mondiali di Calcio.
La Coppa Rimet fu rubata nuovamente il 19 dicembre 1983, dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. Sergio Pereira Ayres detto Peralta, insieme a José Luis Rivera, detto Luiz Bigode (baffuto), un decoratore, e Francisco José Rocha, detto Chico Barbudo, ex detective e al tempo attivo nel mercato dell'oro, si introdussero nella sede della Confederazione dopo aver immobilizzato il guardiano e si appropriarono della coppa. Decisero poi di fonderla in lingotti d'oro. Per questa operazione si fecero aiutare da José Carlos Hernandez, commerciante di origine argentina in affari con Barbudo. Con l'attrezzatura di quest'ultimo potevano però fondere al massimo 250 grammi alla volta; la parte aurea del trofeo, che pesava 1800 grammi, fu dunque sezionata e fusa un pezzo alla volta in un arco di tempo di 7 ore. La vendita dell'oro fruttò ai malviventi 15.500 dollari. Il progetto di Peralta fu poi svelato da Antonio Setta, brasiliano contattato da Peralta come primo complice che però si rifiutò di collaborare. Da qui gli investigatori scoprirono in poco tempo tutti i complici. La Confederazione commissionò una replica fatta da Eastman Kodak, usando 1800 grammi d'oro. Questa replica venne presentata al presidente brasiliano João Baptista de Oliveira Figueiredo nel 1984.
A seguito della morte di George Bird, artefice della copia nel 1966, i suoi eredi decisero nel 1997 di vendere quest'ultima inserendola nel catalogo della casa d'asta Sotheby's dove venne descritta come «replica». Il prezzo di riserva di 20.000-30.000 sterline parve eccessivo a molti, dato lo scarso valore intrinseco dell'oggetto (circa un decimo). Forse proprio per questo si fece strada in qualcuno l'idea che si trattasse della coppa originale; l'asta infatti fu chiusa al prezzo astronomico di 254.500 sterline e vinta dalla FIFA, che se la disputò con la Federazione Calcistica Brasiliana. Fu poi verificato che il trofeo era effettivamente una copia e la FIFA lo mise in mostra al National Football Museum a Preston.
Negli anni si è fatta strada l'idea che il trofeo porti con sé una qualche specie di maledizione, soprattutto a seguito della morte in circostanze particolari di molti di quelli che furono a vario grado coinvolti nei furti della Coppa Rimet (compreso il cagnolino Pickles, strangolato dal proprio guinzaglio mentre inseguiva un gatto).

domenica 19 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 marzo.
Il 19 marzo 1932 viene inaugurato a Sidney l'Harbour Bridge.
Quando è stato aperto e inaugurato dal Premier del New South Wales, il signor Jack Lang, il 19 marzo 1932, l’Harbour Bridge è stato uno dei più grandi capolavori di ingegneria del suo tempo. Port Jackson (Sydney Harbour) aveva un punto di riferimento impressionante e reso immediatamente famoso in uno stile che riflette la fine di un’era industriale.
Il ponte collega la città di Sydney (dal punto Dawes) al North Shore (al punto Milsons) ovviando alla necessità di viaggiare in traghetto o fare un notevole viaggio verso Parramatta.
Già nel 1815 Francis Greenway aveva proposto la costruzione di un ponte dal punto Dawes alla riva nord di Port Jackson, al governatore Macquarie.
Molti anni passarono prima che la visione diventasse una realtà. Nella seconda metà dell'800 c’era una ben riconosciuta necessità di un ponte e nel 1900 fu aperto un bando per scegliere un progetto; tuttavia, tutti sono stati ritenuti inadeguati o insoddisfacenti per un motivo o un altro.
L’appalto fu poi vinto da Dorman Long e Co. Ltd., di Middlesborough, Inghilterra per un ponte ad arco. Il capo ingegnere della Dorman Long, Sir Ralph Freeman, effettuò la progettazione dettagliata del ponte con un design simile al Ponte di New York costruito nel 1916. Il Gate Bridge era un po‘ più corto in campata, ma era molto più leggero nella costruzione in quanto realizzato solo per quattro binari ferroviari.
I lavori dell’ Harbour Bridge iniziarono nel 1924.
Realizzato in acciaio (79% importato dall’Inghilterra, il 21% da fonti australiane), il ponte contiene 6 milioni di rivetti avvitati a mano.
La superficie da dipingere era pari a circa 60 campi sportivi. Il ponte è dotato di enormi cerniere per assorbire l’espansione causata dal caldo. E' possibile vederli su entrambi i lati del ponte presso le fondamenta dei piloni.
E' possibile dare uno sguardo da vicino al ponte visitando il Pilone Sud-Est. La visita è caldamente consigliata per i turisti atletici: si tratta di una camminata piuttosto lunga per arrivare alla base del pilone e da qui si possono affrontare i  200 gradini fino alla cima. Il panorama e le opportunità fotografiche sono fantastici.
Anche se il vecchio ponte è stato sostituito come “il” punto di riferimento di Sydney con il Teatro dell’Opera House, esso rappresenta ancora una tappa fondamentale per ricordarsi di essere stati a Sydney.
Quando fu inaugurato, il prezzo per attraversarlo in macchina era 6 Pence. Ad un cavallo e cavaliere costava invece 3 Pence. Ai nostri giorni un viaggio di andata e ritorno costa 3 dollari. Il transito a piedi è gratuito e vi è una corsia riservata alle biciclette.
La sua lunghezza totale è di 1149 metri e la luce dell’arco è 503 metri. La parte superiore dell’arco è a 134 metri sul livello del mare e l’apertura per la navigazione sotto il ponte è ampia 49 metri. La struttura in acciaio totale pesa 52.800 tonnellate, di cui 39.000 tonnellate l’arco. Ospita otto corsie per veicoli, due linee ferroviarie, un marciapiede e una pista ciclabile.
I quattro imponenti piloni, 89 metri di altezza, sono in calcestruzzo, ricoperti di granito estratto nei pressi di Moruya, dove circa 250 australiani, scalpellini scozzesi e italiani e le loro famiglie vivevano in un insediamento temporaneo. Tre navi sono state appositamente costruite per trasportare i 18.000 metri cubi di taglio, blocchi di granito numerati, 300 chilometri a nord di Sydney.
Il 20 agosto 1930 i due lati dell'arco vennero congiunti, suscitando l'entusiasmo delle migliaia di abitanti presenti all'evento.
Nel febbraio 1932 fu fatta la prova di carico con un massimo di 96 locomotive a vapore collocate in varie configurazioni.
Il giorno di apertura ufficiale, Sabato 19 Marzo 1932 fu un evento solenne, attirò folle (stimate tra 300.000 e un milione di persone) per la città e intorno alle spiagge. Il Premier del NSW, l’On. John T. Lang, dichiarò ufficialmente aperto il ponte.
Nel giugno del 1976, il miliardesimo veicolo attraversò il Sydney Harbour Bridge. Per i primi 500 milioni di attraversamenti ci sono voluti oltre 33 anni, mentre per i secondi 500 milioni meno di 11 anni.
Nel 1932, il volume annuale di traffico medio giornaliero (in entrambe le direzioni) era di circa 10.900 veicoli.
Nel 1943, con una carenza di veicoli in tempo di guerra e il razionamento di benzina, c’è stato un calo del traffico a circa 8.600 veicoli al giorno.
Poi la crescita è stata continua, nel 2001 i passaggi giornalieri erano circa 160.000.


sabato 18 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1848 hanno inizio le cinque giornate di Milano.
I fatti rivoluzionari delle cinque giornate furono preceduti da alcuni momenti di tensione con le autorità austriache che è bene ricordare. Il 10 dicembre del 1846 era morto il conte Federico Confalonieri, nobile patriota milanese che era stato imprigionato nel carcere dello Spielberg. Il conte Arese aveva raccolto tra i cittadini i fondi per il funerale che si sarebbe svolto nella chiesa di San Fedele; il 30 dello stesso mese, Achille Mauri aveva curato l’epigrafe da porre sulla porta della chiesa, epigrafe che fu ridotta da un funzionario imperiale al solo: "A Federico Confalonieri", senza nemmeno il titolo di conte. Il giorno del funerale la straordinaria affluenza, singolare per quei tempi, destò preoccupazione nella polizia austriaca che tuttavia si trattenne dall’intervenire. La sera stessa, però, in segno di protesta i Milanesi si astennero dall’assistere allo spettacolo della Scala. In seguito l’episodio si sarebbe ripetuto ogni volta che la cantante fosse stata austriaca, e spesso si verificarono rimostranze antiaustriache nei teatri.
L’anno seguente alla morte dell’arcivescovo tedesco Gaisruck, il popolo e la municipalità chiesero con veemenza la nomina di un prelato italiano. La notizia dell’imminente nomina del vescovo Romilli, che rappresentava il ristabilimento della tradizione di italianità del seggio vescovile ambrosiano, e del suo arrivo a Milano fissato per il 5 settembre, diffuse grande entusiasmo nel popolo, che si preparò ad accoglierlo con un monumentale apparato scenografico. I progetti dei milanesi vennero, però, drasticamente ridotti dal governo austriaco, il quale temendo che l’accoglienza del neo-arcivescovo si trasformasse in una dimostrazione politica, addusse pretesti di tipo economico. La sera del 5 settembre si decise, comunque, per festeggiare, di illuminare piazza Fontana con luci a gas.
In quella atmosfera d’entusiasmo, il popolo esplose in grida inneggianti a Pio IX e all’arcivescovo. Non ci furono fortunatamente contrasti con la polizia, al contrario di quello che avvenne l’8 settembre quando per il primo pontificale del Romilli, si ripeté l’illuminazione. Infatti tra l’eccitazione della folla, un gruppo di giovani intonò un coro in onore dell’arcivescovo; la polizia, intollerante, sotto la guida del commissario Bolza , intervenne rapidamente contro i cittadini usando la forza. Questo fu il pretesto per dimostrare che qualsiasi tentativo di rivolta popolare sarebbe stato duramente represso dalla polizia imperiale.
Il peggio venne quando il primo gennaio del 1848 si mise in atto lo sciopero del tabacco. Infatti verso la fine di dicembre si era svolta un’opera di propaganda a favore dell’astensione dal fumo e dal gioco del lotto, monopoli imperiali, grazie soprattutto al professore Giovanni Cantoni . Nel volantino, che egli scrisse, si dimostrava che fumando ogni milanese avrebbe contribuito a un cospicuo aumento delle finanze austriache; con lo sciopero del tabacco l’Austria avrebbe subìto di fatto delle ingenti perdite. Lo sciopero proseguì senza complicazioni per due giorni, ma il 3 gennaio un decreto imperiale minacciò gravi punizioni per i cittadini che avessero proibito ad alcuno di fumare, ignorando quasi del tutto le proteste del podestà Gabrio Casati. Lo stesso giorno fu distribuito ai soldati tedeschi un falso volantino che riportava ingiurie contro le truppe dedite all’alcool ed al fumo. Nel pomeriggio i soldati lasciati volontariamente in libertà si abbandonarono ad atti di violenza ingiustificati contro i civili , provocando numerosi morti. Quest’episodio di violenza suscitò terrore e odio nei milanesi verso il governo austriaco e aumentò le forti tensioni represse a cui il popolo avrebbe dato sfogo di lì a poco.
Dopo la violenta strage del 3 gennaio, a Milano regnava una calma sepolcrale per paura di nuove repressioni. I milanesi si astennero dalla vita pubblica rifiutandosi di andare a teatro o a balli di gala, ogni rapporto con gli austriaci fu interrotto, poiché i tentativi di protesta da parte del podestà erano stati del tutto inutili. Tuttavia il viceré bandì un proclama nel quale auspicava che si sarebbe mantenuto uno stato di quiete, al fine di evitare ogni ulteriore inasprimento dei rapporti col governo imperiale. L'episodio avvenuto a Milano ebbe ripercussioni: infatti a Pavia nei giorni 8 e 9 gennaio gli studenti scatenarono una rissa con alcuni poliziotti che fumavano sotto i portici dell'università, col risultato di due morti. Nel frattempo a Vienna si optava per una politica intransigente decisa a rafforzare il potere locale. Gli effetti di tale politica non tardarono a venire: il 22 gennaio si decretò l'arresto di Francesco Arese, Cesare Cantù, Gaspare Ordono de Rosales, Cesare Stampa Soncino e molti altri. Il 30 dello stesso mese fu proibito il transito di armi e di munizioni da guerra, mentre l'1 febbraio venne istituita la censura. A Pavia, di conseguenza, avvennero nuovi disordini e a Milano venivano arrestati l'8 sera Ignazio Prinetti e Linz Manfredi Camperio. Tuttavia non si ebbero sollevazioni popolari come non erano avvenute in seguito alle precedenti rivolte di Napoli e della Sicilia. Le costituzioni concesse dagli altri stati italiani, però, e in particolare quella concessa da Carlo Alberto , destarono nei milanesi la speranza, in caso fossero insorti, di un aiuto contro l'Austria. Si andava organizzando infatti una rivolta. La notizia dell'insurrezione a Vienna, giunta la sera del 17 marzo insieme al proclama imperiale, che aboliva la censura e indiceva un'assemblea per il 3 luglio allo scopo di evitare eventuali subbugli anche a Milano, fu il pretesto per organizzare il giorno successivo una manifestazione tutt'altro che pacifica.
I milanesi, seguendo il piano del Correnti, avevano deciso di riunirsi la mattina del 18 marzo davanti al Palazzo del Municipio per costringere il podestà Gabrio Casati a richiedere il passaggio del governo alla municipalità. Il vice governatore O'Donnel, rimasto solo, poiché il governatore Spaur era fuggito la notte prima, preoccupato dalla gran folla nel Broletto e consultatosi col podestà sull'opportunità o meno di far intervenire le truppe, decise di ordinare a Radetzky di tenersi a disposizione.
La folla attendeva intanto l'arrivo di Casati per accompagnarlo, volente o no, fino al Palazzo del Governo in corso Monforte. Il podestà costretto andò quindi nuovamente dal vice governatore; tuttavia la folla lo precedette e invase il palazzo. Quando Casati arrivò, insieme a Bellati e agli assessori Bellotti, Beretta, Belgioioso e Greppi, andò direttamente da O'Donnel, il quale non si capacitava della situazione. Sotto le pressanti richieste della delegazione municipale, il vice governatore firmò tre decreti in cui autorizzava la formazione di una guardia civica, stabiliva il passaggio del governo al Municipio e imponeva la restituzione delle armi della polizia alla municipalità. O'Donnel venne poi fatto prigioniero per iniziativa di Cernuschi e mentre i decreti venivano letti alla massa dei cittadini in tumulto, fu trasportato nel palazzo Vidiserti, ove si recò l'intera legazione. Il feldmaresciallo Radetzky faceva intervenire nel frattempo le truppe e dichiarando l'invalidità dei decreti estorti proclamava lo stadio d'assedio. Nelle strade avevano luogo, invece, i primi combattimenti e nei pressi della chiesa di San Damiano si costruiva quella che fu la prima barricata. Le campane della chiesa presero a suonare a martello per richiamare al combattimento, e presto tutte le campane della città suonarono con tale veemenza che alcune si ruppero. Le truppe austriache mobilitatesi occuparono subito il Duomo , dall'alto del quale sparavano i cacciatori tirolesi, Palazzo Reale e l'Arcivescovado. In parte si apprestarono anche ad assaltare il palazzo del Municipio, pensando di trovarvi la legazione; Radetzky minacciò inoltre di usare i 200 cannoni che aveva a disposizione, nel tentativo di spaventare il popolo, anche se questo ormai era travolto da un impeto irrefrenabile. Le barricate sorgevano ovunque costruite con qualsiasi cosa fosse a disposizione: carri, carrozze, mobili, barili, tappeti e perfino banchi delle chiese.
Ma occorrevano anche le armi, per questo furono messe a disposizione le collezioni dei nobili, furono svaligiati i musei, si recuperò qualsiasi arnese contundente e se ne inventarono di nuovi; dalle finestre intanto pioveva di tutto, dall'olio bollente alle tegole. Verso sera il palazzo del Municipio fu espugnato nonostante l'eroica difesa degli assediati; ma, con gran disappunto del feld-maresciallo, non fu trovata la legazione, che era invece a palazzo Vidiserti. D’altro canto furono fatti prigionieri circa duecento uomini o forse più, tra i quali il figlio del Manzoni, Filippo. Più tardi gli austriaci furono costretti a rientrare al Castello Sforzesco, loro quartier generale, a causa dell'impeto dei rivoluzionari. Al termine della prima giornata infatti, Radetzky era profondamente sorpreso dal carattere forte e unitario della rivolta, cui partecipò indistintamente ogni ceto, tanto da dire in seguito: "Il carattere di questo popolo sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica".
L'indomani, la domenica di San Giuseppe, Milano si presentava come una città trincerata. Le barricate sorgevano ovunque; ve n'erano alcune singolari: quella di Porta Venezia, ad esempio era fatta con i lastroni di granito dei marciapiedi, mentre quella di piazza Cordusio, la più strana, era stata costruita con i libri presi dall'Ufficio del Bollo. Gli insorti si organizzavano sempre più. Era passata parola di fare incetta di viveri e di usarli con parsimonia; nelle case venivano praticate aperture per poter creare una rete di comunicazione; il passaggio dei dispacci da una barricata all'altra fu affidato ai martinitt, (i ragazzini dell'orfanotrofio), e le donne , se non combattevano vestite da uomo, rifocillavano gli insorti e cucivano tricolori. Intanto, poiché il podestà e la legazione nella notte si erano spostati dal palazzo Vidiserti in Casa di Carlo Taverna, facilmente difendibile, Radetzky non trovandoli nuovamente ebbe un'ulteriore delusione. La situazione per gli austriaci non era delle migliori: i loro approvvigionamenti si trovavano infatti al Castello, ma essi ritenevano troppo rischioso farseli inviare, temendo che cadessero nelle mani dei ribelli.
Inoltre le barricate ostruivano le già strette vie della città, impedendo il passaggio della cavalleria. Gli scontri più accesi quel giorno, si ebbero a Porta Tosa, Porta Orientale, Porta Comasina e Porta Ticinese . I Milanesi, se da una parte fallirono nel tentativo di riprendere il Broletto e di convincere alla diserzione alcune truppe ungheresi, riuscirono a conquistare piazza Mercanti e Porta Nuova . Qui risplendette l'eroismo di Augusto Anfossi , colonnello nizzardo che si trovava a Milano per caso, il quale riuscì a vincere un gruppo di artiglieri con pochi uomini. Il feldmaresciallo, dal canto suo, minacciò di nuovo di bombardare la città; avvenne, perciò, che i consoli stranieri residenti a Milano scrissero una nota a Radetzky perché si astenesse da un atto di tale disumanità. La petizione fu firmata dai consoli di Francia, d'Inghilterra, di Sardegna, dello Stato Pontificio e della Svizzera, ma non servì a molto. Al calar della notte si verificò inoltre un'eclissi di Luna che incuté brutti presagi.
Il lunedì seguente, invece, fu una giornata positiva per i ribelli: le truppe imperiali abbandonavano il centro di Milano: il Duomo, Palazzo Reale, il Broletto, la Direzione di Polizia. Finalmente anche le campane del Duomo poterono suonare e, grazie alla temerarietà di Luigi Torelli, sulla Madonnina sventolò il tricolore che infuse nuovo coraggio nei cittadini. L'occupazione della Direzione di Polizia permise la liberazione di molti prigionieri e l'arresto dell'odiato commissario Bolza a cui Cattaneo salvò la vita dicendo: "Se lo uccidete fate cosa giusta se lo risparmiate fate cosa santa". Mentre per le strade avvenivano questi fatti, in casa Taverna si presero importanti decisioni. La mattina si era costituito un Comitato di Guerra formato da Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Clerici; ed erano stati nominati dei collaboratori municipali. Verso mezzogiorno fu catturato sulle barricate il maggior Ettinghausen in circostanze non chiare: alcuni ricordano che, preso prigioniero, finse di aver una proposta d'armistizio da sottoporre ai capi dell'insurrezione, altri affermano che egli fosse stato realmente mandato da Radetzky per offrire la possibilità di una tregua. Fatto sta che, dopo esser stato bendato, portato a casa Taverna, dapprima discusse l'armistizio solo col podestà. Casati si dichiarò favorevole a patto che venissero accettate delle condizioni, tuttavia preferì consultarsi con gli altri capi. Entrarono quindi Cattaneo, Torelli, Borromeo, Correnti, Bonfadini e altri, che non riuscivano a mettersi d'accordo sull'opportunità di accettare o meno, quando giunse la notizia dell'eccidio compiuto da soldati tedeschi nella chiesa di San Bartolomeo; allora risolsero di non accettare e il podestà se ne dolse. Al maresciallo che chiedeva una risposta il conte Borromeo disse: " I patrizi milanesi sono pronti a morire sotto le rovine dei loro palazzi". Si racconta poi che il maresciallo, aspettando di essere bendato per venir condotto fuori dalla città, poiché fu lasciato libero di vedere come combattessero i milanesi, rispose: "Addio brava e valorosa gente". Il popolo bisogna dire che fu felicissimo del rifiuto: ormai non sarebbe più stato possibile allontanarlo dalle barricate. Più tardi il Municipio assunse di fatto il governo della città. Quello stesso giorno Radetzky inviò una lettera ai consoli stranieri dicendo che se volevano fare qualcosa per i ribelli potevano assumersi il compito di mediatori in favore di una tregua di tre giorni; i consoli l'avrebbero proposta il 21 marzo. Era stata rifiutata così una prima tregua ma ne sarebbe stata rifiutata un'altra il giorno dopo?
Il 21 marzo la situazione volgeva al peggio per gli austriaci che erano stati scacciati al di fuori della cerchia dei navigli tranne che per alcuni capisaldi, fra i quali il Palazzo del Genio. Contro di questi si diresse l'azione degli insorti. Intanto nel mattino, in casa Taverna, ci fu un tentativo prima privato da parte del barone Hubner in favore di un'interruzione dello scontro armato; in seguito i consoli in qualità di mediatori presentarono la proposta di tre giorni di tregua a condizioni, però, che parvero svantaggiose per i milanesi. Ebbene, entrambe le offerte furono rifiutate dopo aver sentito non solo il parere dei capi della rivolta ma anche dei combattenti, decisamente contrari. A mezzogiorno, a portare buone notizie fu invece il conte Martini che, inviato dal re Carlo Alberto per chiedere aiuto, riferì del sicuro intervento del re, a patto però che si fosse dichiarato il Governo Provvisorio. Dopo molte incertezze si accettò questa soluzione e insieme al Governo Provvisorio, di cui fu nominato presidente Casati e segretario Correnti, si istituirono: il Comitato di Vigilanza, il Comitato di Finanza, il Comitato di Sussistenza, il Comitato di Difesa e la Guardia Civica, il cui comando fu affidato a Pompeo Litta.
I membri del Governo erano: Luigi Anelli, Antonio Beretta, Vitalino Borromeo, Azzo Carbonera, Gabrio Casati, Cesare Correnti, Antonio Dossi, Giuseppe Durini, Giulini della Porta, Annibale Grasselli, Marco Greppi, Anselmo Guerrieri, Pompeo Litta, Pietro Moroni, Alessandro Porro, Francesco Rezzonico, Gaetano Strigelli e Girolamo Turroni.
Tornando a seguire i fatti che avvenivano nel resto della città, ritroviamo gli insorti vincitori. L'assalto al Palazzo del Genio infatti, se pur con gravi perdite, morì anche Augusto Anfossi, portò alla cattura di 160 soldati tedeschi. Parte del merito va però a Pasquale Sottocorno, che, senza curarsi delle fucilate, zoppicando (era storpio), uscì allo scoperto per andare a incendiare il palazzo. Si fece onore anche Luciano Manara che sostituì Anfossi. Più tardi la caserma di San Simpliciano, il collegio di San Luca e l'ufficio di polizia a San Simone passarono nelle mani dei cittadini; e mentre Radetzky, ormai a corto di viveri, meditava la ritirata, si intensificavano i lanci di palloni aerostatici per informare le campagne e spingerle alla rivolta. Il feldmaresciallo si vedeva infatti costretto a preparare un piano per la ritirata; aveva deciso di abbandonare la città uscendo da Porta Romana, ma per far ciò era necessario, in primo luogo, abbattere gli edifici intorno alla Porta perché non vi si annidassero i milanesi, pronti ad ostacolarlo; e in seguito, tenere le Porte sud-orientali, in particolare Porta Tosa, per coprirsi la ritirata. Tuttavia Porta Tosa fu scelta anche dai ribelli come punto da forzare per poter comunicare con le campagne, e sia il feldmaresciallo che gli insorti avevano stabilito di agire il giorno successivo.
Il 22 marzo l'assalto a Porta Tosa fu durissimo e si protrasse per tutta la giornata, poiché ribelli e austriaci avevano schierato tutte le forze disponibili. A un certo punto sembrò perfino che gli insorti stessero per cedere, ma l'impeto e il coraggio di Manara rianimarono il combattimento. Egli riuscì infatti a dare fuoco alla Porta, da cui poterono entrare i contadini, anche se, dopo poche ore, le truppe tedesche se ne impadronirono di nuovo, tenendola fino a che non fosse completata l'uscita dell'esercito dalla città, il che avvenne verso mezzanotte. Durante il giorno invece, mentre parte delle truppe difendeva Porta Tosa, l'artiglieria attaccava dal Castello con un bombardamento durato sei ore, così che i milanesi vennero effettivamente impegnati su due fronti. Con l'aiuto dei contadini che a poco a poco riuscivano a entrare, si impadronirono però dapprima di Porta Comasina, poi seguirono Porta Nuova, Porta Orientale, e infine, quando gli austriaci si furono ritirati, a mezzanotte circa, come si è già detto, presero Porta Tosa e Porta Romana . All'alba i cittadini poterono constatare che il nemico aveva abbandonato Milano e la città era finalmente libera.
Per ricordare la vittoria di Porta Tosa in seguito la porta stessa fu ribattezzata Porta Vittoria, e si indisse un concorso per il progetto del monumento celebrativo ai caduti che sarebbe sorto in luogo della porta. Tale concorso fu vinto da Giuseppe Grandi, a cui si deve l'obelisco, tuttora esistente, che simboleggia lo sforzo di un popolo per la libertà. Per celebrare i combattenti però non si fece solo questo: se ci si sofferma sulla toponomastica delle vie intorno, si possono ritrovare tutti i nomi dei valorosi patrioti che presero parte alla cacciata dello straniero.
Il 23 marzo, il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Milano, le truppe piemontesi passarono il Ticino dirigendosi verso Milano, dando così inizio alla prima guerra d'indipendenza.

venerdì 17 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 marzo.
Il 17 marzo 1791 nel porto di Gibilterra cola a picco il piroscafo Utopia, e con esso più di 500 emigranti italiani diretti in America.
Una delle sciagure dimenticate, passata quasi inosservata e della quale si conosce molto poco, forse perchè i morti non avevano lo stesso “peso” dei ricchi passeggeri del Titanic; erano dei semplicissimi contadini affamati che, con una valigia di cartone, e pieni di speranza affrontavano un viaggio avventuroso e rischioso per l’epoca, con l’obiettivo di condurre se stessi e le loro famiglie verso il sogno americano, verso un’esistenza migliore.
I tribunali Italiani condannarono gli Henderson Brothers proprietari della Anchor Line a risarcire le vittime ma, a seguito di rifiuto da parte degli armatori, si innescò un contenzioso legale di cui si occuparono (per ben 5 anni) i rispettivi ministeri degli affari esteri (quello Inglese e quello Italiano) nei tribunali di Napoli.
La cappa di mistero che  avvolge questa tragedia è dovuta soprattutto al fatto che il naufagio è avvenuto in porto in fase di manovra di attracco del Piroscafo che si è schiantato contro lo sperone sommerso di una corazzata inglese ormeggiata nel porto di Gibilterra (la Anson). Tra l’altro, si desume dalle notizie raccolte che la nave nel naufragio si depositò sul fondo del mare per essere successivamente recuperata e riparata. Difatti riprese a navigare nello stesso anno (1891) solcando i mari fino alla sua definitiva radiazione avvenuta nel 1900.
La nave, che già nel suo nome aveva probabilmente scritto il suo destino (difatti in greco la parola Utopia significa “in nessun luogo”), partì da Trieste, si fermò a Palermo e arrivò a Napoli. Dal capoluogo partenopeo ripartì il 12 marzo carica di emigranti campani, calabresi ed abruzzesi e delle loro speranze di una vita migliore in America. Il 17 marzo 1891 alle ore 18:00 circa, superata Punta Europa, giungeva nella Baia di Gibilterra; il giornale spagnolo “El Imparcial” riportava  di una probabile avaria al timone in atto.
La brezza, in breve tempo, si trasformò in un vento di tempesta e John McKeague, Comandante della nave poi sopravvissuto alla tragedia, volle comunque entrare in porto nonostante il tempo avverso, la scarsa visibilità e la presenza di troppe navi della Flotta Inglese.
Secondo i giornali dell’epoca: “imperversava una forte tempesta da sud-ovest e la nave era in ritardo”. Successivamente, nella manovra di attracco,  il comandante probabilmente commise degli errori “grossolani”. Quella a Gibilterra non era nemmeno una sosta prevista ed egli si giustificò al processo affermando che era necessario rifornirsi di carbone che a bordo scarseggiava. Secondo Joseph Caiazzo (storico Italo-americano) sarebbe stato sufficiente e quanto mai opportuno, rimanere in mare ad attendere il calmarsi della tempesta ma probabilmente la decisione presa fu condizionata dalla spietata concorrenza tra le varie flotte. Il capitano commise un secondo gravissimo errore nella fase di manovra di attracco non valutando bene la deriva a causa soprattutto del fortissimo vento reso ancor più grave dal fatto che nemmeno tenne conto della presenza della Corazzata ANSON ovvero del fatto che la nave Militare Inglese era strutturalmente provvista di uno spaventoso devastante “Rostro” di ben 6 metri interamente sommerso e quindi invisibile.
La virata a dritta della “Utopia” si dimostrò tardiva poichè, scarrocciando, andò ad impattare con la poppa sullo sperone della corazzata ormeggiata provocando una falla che si rivelò fatale (gli speroni, sulle navi da guerra erano strutture rinforzate e costituivano un arma che veniva usata per squarciare le lamiere delle unità nemiche).
L’affondamento fu rapido ma forse nemmeno totale tanto è che il bastimento fu successivamente disincagliato, rientrando successivamente, una volta riparato, a far parte della flottiglia  “Anchor Line” fino alla definitiva radiazione che avvenne nel 1900. La rapidità con la quale si consumò la tragedia provocò la morte di 563 Passeggeri (la cifra non è nemmeno certa). In pochi riuscirono a salvarsi gettandosi in mare ed accaparrandosi le insufficienti scialuppe di salvataggio (secondo alcune fonti dall’Utopia non furono nemmeno calate a mare per la celerità dell’affondamento e la impreparazione dell’equipaggio; le scialuppe che salvarono la vita a parte dell’equipaggio erano, in realtà di altre unità navali presenti in porto). Dei 300 superstiti circa salvati, alcuni proseguirono il loro speranzoso viaggio mentre alti tornarono indietro coscienti di essere miracolosamente scampati al mortale pericolo.


giovedì 16 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Il 16 marzo 1792 Re Gustavo III di Svezia subisce un attentato durante un ballo in maschera.
Fu re di Svezia dal 1771 al 1792.
Era il figlio primogenito di Adolfo Federico di Svezia e Luisa Ulrica di Prussia, sorella di Federico il Grande.
Nel 1718, in seguito alla caduta della monarchia assoluta, il potere passò nelle mani di un oligarchia (il Consiglio degli Aristocratici), a sua volta dipendente dal Parlamento svedese.
Nel 1772, Gustavo III tentò di rafforzare il proprio peso politico con una riforma governativa. Questo portò ad una monarchia assoluta.
Il 16 marzo 1792 Gustavo III fu vittima di una attentato all'Haga Palace ad opera di un ex capitano del suo reggimento reale (Jacob Johan Anckarström), mentre si preparava per un ballo mascherato. Ferito gravemente alla schiena da un colpo di pistola, morì il 29 marzo dello stesso anno.
Il suo successore fu re Gustavo Adolfo IV.
Gustavo III, sovrano dalla personalità complessa e spesso contraddittoria, fu collezionista d'arte (in particolare la neoclassica) e amante dell'Italia, del teatro e della letteratura.
Fu un discreto drammaturgo e per le sue opere ideò anche scenografie e costumi. Interessato all’arte dei giardini ed all’architettura diede un nuovo volto alla sua capitale (a lui va il merito di aver creato lo stile neoclassico svedese).
Creò intorno a lui una corte culturalmente elegante, favorendo l’attività di letterati e fondando nel 1786 l’Accademia Svedese (una delle Accademie Reali della Svezia) che oggigiorno assegna il Premio Nobel per la letteratura.
A Gustavo va dato anche il merito di aver creato il Museo delle Antichità, il più antico museo svedese, che contiene opere classiche acquistate dal re nei suoi soggiorni in Italia tra il 1783-1784.
Nel 1766 sposa Sofia Maddalena di Danimarca (1746-1813), figlia del re Federico V di Danimarca e Norvegia (1723-1766) e della regina Luisa di Hannover (1724-1751).
Dal loro matrimonio nacquero due figli:
Gustavo Adolfo, nato nel 1778 e morto nel 1837, futuro re con il nome di Gustavo IV Adolfo, sposò nel 1797 Federica di Baden;
Carlo Gustavo, nato nel 1782 e morto nel 1783, duca di Småland.
Per la consumazione del matrimonio il re richiese l'assistenza dell'amico Adolf Munck il che fece rumoreggiare che Gustavo non fosse il padre dei propri figli in quanto all'epoca veniva ritenuto omosessuale, soprattutto dopo gli stretti rapporti personali che aveva intrattenuto con il conte Axel von Fersen ed il barone Gustav Armfelt.
Tutta la città di Stoccolma risente delle modifiche apportate nel XVIII secolo da Gustavo III, in particolare il Padiglione, in tipico stile Gustaviano, costruito negli anni 1780, è un capolavoro architettonico del più famoso architetto del periodo Masreliez.
All'episodio dell'assassinio del monarca si ispirò il librettista Antonio Somma per la sceneggiatura dell'opera lirica Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, a sua volta tratta da libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).


mercoledì 15 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 marzo.
Il 15 marzo 1545 ha luogo la prima riunione del "Concilio di Trento".
Il Concilio di Trento è stato un evento fondamentale nella storia della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo in genere. Affermando i principi della dottrina cattolica in risposta al dilagare della Riforma Protestante e riformando a sua volta la Chiesa di Roma, confermò l'argine formatosi dopo il Rinascimento e con l'inizio della Età Moderna, tra l'Europa cattolica e l'Europa luterna e calvinista, Europa medievale e Umanesimo, Evo medio ed Evo moderno. La sua portata storica è stata immane, se da una parte si confermavano i principi cardine del dogma cattolico, che diventavano più rigidi, dall'altra si prendeva atto della crisi profonda del Cattolicesimo.
Il fallimento nel 1541 degli storici colloqui tra cattolici e protestanti a Ratisbona (nella Baviera tedesca) segnò un ulteriore passo verso l'esigenza di ristabilire i canoni dogmatici della chiesa pontificia e della fede cattolica in generale. Trento fu presto scelta come città ideale per ospitare le riunioni del clero pontificio: l'antica arcidiocesi della città di San Vigilio possedeva una lunga tradizione religiosa e temporale, rappresentata dal governo dei principi-vescovi della libera contea del Sacro Romano Impero. Nel complesso, la particolare posizione geografica della città, tra Italia e Germania, il suo status politico, i favori riscontrati tra i regnanti cattolici di mezza Europa (tra cui lo stesso Carlo V) e la sua anima fortificata, fecero di Treno "sito commodo, libero e a tutte le Nationi opportuno", come si legge nella bolla di convocazione al Concilio da parte del papa Paolo III il 22 maggio 1542.
Le prime riuioni del concilio, le cosiddette "sessioni" si svolsero negli edifici signorili e nelle chiese della città: Palazzo Thun, Cattedrale di San Vigilio e Basilica di Santa Maria Maggiore. Il periodo di attività viene infatti  in genere suddiviso in tre fasi: la prima appartiene al pontificato di Paolo III, va dal 1545 al 1549 e vide la partecipazione di undici nazioni europee. Si racconta che all'apertura dei lavori le strade di Trento furono invase da una lunga processione di cardinali, vescovi, arcivescovi, teologi, giuristi, oratori e nobili. In questa prima fase vennero discussi e approvati vari regolamenti e provvedimenti di natura dogmatica e disciplinare, ispirati ai canoni propri delle Sacre Scritture e alla cosiddetta Bibbia Vulgata, tradotta dalle versioni greca e bizantina, che divenne l'unica versione autorizzata dalla chiesa (in seguito chiamata anche Vulgata Clementina, da papa Clemente VIII, soppiantata solo nel 1979 dalla Bibbia Nova Vulgata. Le sessioni della prima fase furono improvvisamente interrotte nel 1547 per l'avanzare di una epidemia di tifo nel territorio e per questo trasferite a Bologna.
La seconda fase del Concilio di Trento prese corpo tra il 1551 e il 1552, sotto la guida pontificia di Giulio III, che decise di riaprire i lavori dopo i contrasti sorti tra il precedente papa, Paolo III e l'imperatore Carlo V. Nell'anno vennero emanati decreti relativi all'importanza dei Sacramenti dell'Eucarestia, della Penitenza e dell'Estrema Unzione. La seconda fase venne sospesa per via della guerra tra le truppe di Carlo V e i Principi elettori protestanti (elettori in quanto candidati al trono imperiale). Carlo V (1500-1558) è considerato l'ultimo grande imperatore del medioevo, il protettore della cristianità, come egli stesso amava autodefinirsi. I ricordi delle sue precedenti vittorie sui protestanti nel 1547, in Sassonia, erano ormai lontani e le precedenti vittorie si dimostrarono del tutto effimere (il riferimento è al trionfo nei confronti delle truppe luterane, riunite nella Lega di Smalcalda, che vedeva la partecipazione di città come Augusta, Strasburgo, Lubecca e Ulm). Il vero perno nella questione religiosa dell'imperatore fu tuttavia la continua rivalità personale con la Francia, e con Francesco I, così che l'improvviso tradimento dell'elettore Maurizio di Sassonia, alleato con il successore al trono francese, re Enrico II, portò un duro contraccolpo all'onore personale dell'imperatore.
Quando la terza e ultima fase del Concilio di Trento iniziò, nel 1562, sotto il pontificato di Pio IV, ogni speranza di conciliare i protestanti si affievolì sempre più, soprattutto in vista del potere che andava formandosi nelle mani dei gesuiti. Era infatti nota la fama del nuovo ordine nell'individuazione dei sospettati di eresia durante il periodo dell'Inquisizione, contro tutti i sostenitori di teorie contrarie all'ortodossia cattolica. La storia ha conosciuto vari tipi di Inquisizione, oltre alle famose Inquisizione medievale e Inquisizione Spagnola, allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la cosiddetta bolla Licet ab initio, con la quale si costituiva l'Inquisizione Romana (di cui furono vittime, come è noto, Giordano Bruno e Galileo Galilei). Nei documenti De riformatione la chiesa cattolica condannava la simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche in cambio dell'assoluzione di peccati e indulgenze), ribadiva l'inammissibilità del matrimonio dei sacerdoti e confemava i principi fondamentali del cristianesimo (come la presenza "reale" di Cristo nell'eucarestia, il culto dei santi, la superiorità dell'autorità del pontefice e così via).
In sintesi, al termine dei lavori, nel 1563, il Concilio di Trento poté non solo confermare l'insanabile frattura sul piano dogmatico della religione cattolica con le correnti protestanti, ma anche riorganizzare la vita del clero, per esempio con la formazione culturale dei sacerdoti ai seminari diocesani. D'altronde, la palese corruzione nell'amministrazione della Chiesa fu una delle cause del dilagare della Riforma Protestante. Si noti infine come i decreti istituiti nella sessione finale del Concilio, in risposta anche alla massiccia campagna dell'Iconoclastia Protestante, abbiano di suo voluto reprimere alcune espressioni dell'arte sacra, effettuando una sorta di censura sulle opere considerate contrarie alla dottrina cattolica (le disinvolture del Manierismo per esempio vennero condannate senza appello). Gli stessi dipinti di Michelangelo nella Cappella Sistina di Roma, per esempio, furono affetti dal clima inquisitorio del periodo post-concilio: in un documento conciliare del 21 gennaio 1564 si decreta che "le pitture nella cappella apostolica vengano coperte, nelle altre chiese vengano invece distrutte qualora mostrino qualcosa di osceno". Incidendo pesantemente nello sviluppo delle arti, questa forma di "inquisizione artistica" diede vita nel frattempo alla cosiddetta Arte della Controriforma, i cui maggiori rappresentanti furono artisti come Jacopo Barozzi (è nota la sua Chiesa del Gesù a Roma, chiesa madre dei gesuiti) e Federico Barocci, uno dei precursori dell'arte barocca in Italia.

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