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lunedì 31 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 ottobre.
Il 31 ottobre 1892 viene pubblicato in Inghilterra "Le avventure di Sherlock Holmes", una raccolta di dodici romanzi del celebre detective nato dalla penna di Sir Conan Doyle.
Sir Arthur Conan Doyle nasce a Edimburgo (Scozia) il giorno 22 maggio 1859. Di origini inglesi per parte di padre, discende da parte di madre da una famiglia irlandese di antica nobiltà. Il giovane Arthur inizia i suoi studi prima presso una scuola della sua città, poi alla Hodder Preparatory School, nel Lancashire. I suoi studi più importanti proseguono in Austria presso lo Stonyhurst Jesuit College, scuola cattolica gestita dai Gesuiti nei pressi di Clitheroe, e quindi all'Università di Edimburgo nel 1876, dove nel 1885 consegue la laurea in medicina.
Di questo periodo è la sua prima opera "Il mistero di Sasassa Valley" (1879), racconto del terrore venduto al Chambers Journal; in campo scientifico e professionale, nello stesso periodo, pubblica il suo primo articolo medico, relativo a un sedativo che sperimenta su di sé.
Nel 1880 Arthur Conan Doyle vende a The London Society la storia "Il racconto dell'americano", su una mostruosa pianta originaria del Madagascar che si ciba di carne umana. Un anno dopo ottiene prima il baccellierato in Medicina, quindi il Master in Chirurgia: inizia così a lavorare presso l'ospedale di Edimburgo, dove conosce il dottor Joseph Bell, di cui per un breve periodo, prima di laurearsi, diviene assistente. Il brillante e freddo dottor Bell, con il suo metodo scientifico e le sue abilità deduttive, ispirerà a Doyle il fortunato personaggio di Sherlock Holmes, che ha così, almeno nelle origini, un legame con il medical thriller.
Dopo gli studi Conan Doyle si imbarca su una baleniera come medico di bordo, trascorrendo molti mesi nell'Oceano Atlantico e in Africa. Torna in Inghilterra e apre con scarso successo uno studio medico nel Southsea, sobborgo di Portsmouth. Proprio in questo periodo Doyle comincia a scrivere le avventure di Holmes: in breve le storie di questo personaggio iniziano a riscontrare discreto successo presso il pubblico britannico.
Il primo romanzo del noto detective è "Uno studio in rosso", del 1887, pubblicato sullo Strand Magazine: nel romanzo il narratore è il buon Dottor Watson - che in un certo senso rappresenta l'autore stesso - presenta Holmes e la sottile scienza della deduzione. A questa prima opera fa seguito "Il segno dei quattro" (1890), opera che vale a Arthur Conan Doyle e al suo Holmes enormi successi, tanto da non avere eguali nella storia della letteratura poliziesca.
Nonostante l'enorme successo Doyle non legherà mai abbastanza con il suo personaggio più popolare, che odiava perché divenuto più famoso di lui. Era di fatto più attirato da altri generi letterari, come l'avventura o il fantastico, oppure come opere di ricerca storica: in questo campo realizza romanzi storici come "La Compagnia Bianca" (1891), "Le avventure del brigadiere Gérard" (raccolta di sedici racconti del 1896) e "The Great Boer War" (1900, scritto mentre era corrispondente della guerra anglo-boera in Sudafrica); quest'ultimo lavoro gli vale nel 1902 il titolo di Sir. Anche durante la Grande Guerra ripete l'esperienza di corrispondente di guerra, senza però tralasciare le sua attività di romanziere, saggista e giornalista.
In qualità di giornalista, durante le Olimpiadi di Londra del 1908, Sir Arthur Conan Doyle, scrive un articolo per il Daily Mail - cha avrà grande risalto - in cui esalta l'atleta italiano Dorando Pietri (vincitore della maratona olimpica, ma squalificato) paragonandolo a un antico romano. Conan Doyle si fa inoltre promotore di una raccolta di fondi per lo sfortunato italiano.
Altri suoi lavori che affrontano i generi di avventura, fantasy, soprannaturale e terrore sono "The Last Of The Legions and other tales of long ago", "Tales of Pirates", "My Friend The Murderer and other mysteries", "Lot 249" (La mummia), "Il mondo perduto".
Anche se l'elemento fantastico non è mai completamente assente neppure dalla sua produzione realistica - come ad esempio nel romanzo "Il mastino dei Baskerville" (1902) o nel racconto "Il vampiro del Sussex" (1927), entrambi del ciclo di Sherlock Holmes - i romanzi annoverabili nel genere fantasy che Doyle ha scritto sono cinque, assieme a circa quaranta racconti strettamente fantastici, la maggior parte dei quali dell'orrore e del soprannaturale.
Con la sua vastissima produzione letteraria, Doyle, assieme a Edgar Allan Poe è considerato il fondatore di ben due generi letterari: il giallo e il fantastico. In particolare Doyle è il padre e maestro assoluto di quel sottogenere definito "giallo deduttivo", reso famoso grazie a Sherlock Holmes, suo personaggio di maggior successo, che però ha costituito solo una frazione della sua enorme produzione, che ha spaziato dall'avventura alla fantascienza, dal soprannaturale ai temi storici. Parlando del mito di Sherlock Holmes, è da notare che la celeberrima frase "Elementare, Watson!" che Holmes pronuncerebbe indirizzata all'assistente, è un'invenzione dei posteri.
Il genere fantascientifico è affrontato principalmente dalla serie del professor Challenger (1912-1929), personaggio che Doyle modella sulla figura del professor Ernest Rutherford, eccentrico e irascibile padre dell'atomo e della radioattività. Tra questi il più celebre è "Il mondo perduto", un romanzo del 1912 che racconta di una spedizione guidata da Challenger su di un altopiano del Sud America popolato da animali preistorici sopravvissuti all'estinzione. La storia avrà notevole successo nel mondo del cinema, a partire dall'epoca del muto nel 1925 con il primo film, al quale seguiranno altre cinque pellicole (comprendendo due remake).
L'argomento a cui lo scrittore scozzese dedica gli ultimi anni della sua vita è lo spiritismo: nel 1926 pubblica il saggio "Storia dello Spiritismo (The History of Spiritualism)", realizzando articoli e conferenze grazie ai contatti con la Golden Dawn. A causa dei controversi contenuti che lo studio del tema porta con sé, questa attività non darà a Doyle i riconoscimenti che in qualità di studioso si attendeva. Subirà peraltro attacchi da parte della Chiesa cattolica. Il suo ultimo lavoro pubblicato è "The Edge of Unknown", dove l'autore spiega le sue esperienze psichiche, ormai divenute sua unica fonte di interesse.
Mentre si trova nella sua casa di campagna a Windlesham, Crowborough, Arthur Conan Doyle viene colto da improvviso attacco cardiaco: muore il 7 luglio 1930, all'età di 71 anni. Sulla tomba, che si trova a Minstead nel New Forest, Hampshire, l'epitaffio recita: "Steel True | Blade Straight | Arthur Conan Doyle | Knight | Patriot, Physician & Man of Letters".

domenica 30 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Il 30 ottobre 1945 nasce a New York Henry Winkler.
Nato  da genitori fuggiti dalla Germania nazista nel 1939 , Henry Winkler fin da giovane decide che non seguirà le orme del padre, proprietario di una importante ditta di legnami.
Infatti fin da quando aveva 14 anni inizia a recitare in teatro mentre studia.
Trascorre anche, ormai studente universitario, alcuni mesi in Europa, sia per studiare che per lavorare in una segheria.
Diplomatosi in arte drammatica all' Emmerson College di Boston decide di spostare il suo interesse sul dramma anzichè sul musical a cui si era dedicato fino ad ora.
Ottenuto il diploma di specializzazione alla scuola d'arte drammatica di Yale inizia la sua carriera. Inizia così con alcuni spot televisivi, e va in tournèe con il Children's story Theatre.
Nel 1973 prende parte al suo primo film "La banda dei fiori di pesco"( Lords of Flatbush) (disponibile in Italia col titolo di Brooklin Graffiti) unitamente ad un altro attore debuttante, Silvester Stallone.
Dopo altri spettacoli teatrali e musical a Broadway decide di lasciare New York per trasferirsi in California e così il 30 ottobre 1973 giorno del suo ventottesimo compleanno inizia le riprese della prima puntata di "Happy days", dove era stato scritturato per la parte del "duro" FONZIE. Piano piano, da un ruolo secondario, diventa il protagonista e si afferma come uno degli attori più famosi degli Stati Uniti e del mondo.
La sua carriera di attore negli anni di "Happy Days" prosegue con film quali "Heroes"(1977), "Un tipo straordinario" (the one and the only) del 1978 e "Night shift" del 1982 diretto dall' amico Ron "Richie" Howard.
Winkler inizia anche la sua carriera di produttore e regista, producendo fra gli altri il film "Sacco a pelo a tre piazze"(The sure things) (1985) e la serie tv "McGyver" (dove partecipa come guest star in un episodio del 1990) e dirigendo i film "Ricordi" (Memory of me) (1988) con Billy Cristal e "Un poliziotto e mezzo" (Cop and 1/2) (1993) con Burt Reynolds. La sua carriera di attore in questi ultimi anni si è limitata ad alcune partecipazioni a film tv e al film di Wes Craven "SCREAM" del 1996, dove come Guest star interpreta il Preside Himbry, una delle vittime del serial killer.
Ha prodotto nuovi telefilm per la TV americana, "Deadman's gun" telefilm western, "First response", su vigili del fuoco di Los Angeles, e "Storie Incredibili" su Disney Channel.
In anni più recenti ha preso parte in un ruolo del film "Waterboy" (The Waterboy) successo strepitoso negli U.S.A. uscito in Italia il 20 Agosto 1999; precedentemente ha recitato nei film "P.U.N.K.S." con Randy Quaid e "Rischio d'impatto" (Ground control) con K.Sutherland.
Il suo ultimo film è la commedia  "Colpi da maestro" del 2012.
Sposato da anni con Stacey ha tre figli a cui è legatissimo.
Negli ultimi anni ha deciso di approdare alla scrittura di volumi che negli Stati Uniti sono stati venduti in una quantità superiore ai due milioni di copie. Nelle pagine, le vicende e le avventure del simpatico “Hank Zipzer”, tredicenne colpito da dislessia. Ad ispirare l’autore sembra essere stata la proprio intima esperienza personale, in quanto anch’egli fu vittima dello stesso problema in gioventù. La nuova carriera di “Fonzie” è cominciata nel 2003, quando ha capito che il suo futuro sarebbe stato nella scrittura. Sono ben 17 i volumi ormai pubblicati e sembra che piacciano molto ai bambini. Winkler, scoprì di essere sempre stato dislessico, solo quando fu costretto ad occuparsi del suo figliastro. Solo allora, a 30 anni suonati da tempo, capì che quel suo strano ritardo al momento dell’apprendimento elementare, che lo aveva posto ad un livello disagiato nei confronti dei compagni, non era stupidità, ma dislessia, che ancora 50 anni fa, non era minimamente diagnosticata.
Con i suoi libri, “Fonzie”, si pone con il suo mitico “Hey”, a pollice alzato, di fronte ai bambini di tutto il mondo, dicendo loro che il talento, le capacità, la forza di ognuno, sono proprio al loro interno e non sarà un po’ di lentezza nell’apprendimento a farli sparire. Henry Winkler, vuole aiutare i bimbi nel loro percorso di crescita e maturazione, così che scoprano la loro via e la loro forza.

sabato 29 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.
Il 29 ottobre 1956 inizia la cosiddetta "crisi di Suez", quando le truppe israeliane invadono il Sinai e respingono le forze egiziane al di là del canale.
Nel luglio del 1956 Abdel Nasser, salito alla guida dell'Egitto con un colpo di stato, decretò la nazionalizzazione del canale di Suez, vietandone il passaggio alle navi israeliane.
La nazionalizzazione del canale, però, ebbe ripercussioni a livello internazionale ben più gravi: Gran Bretagna e Francia, che dalla fine del diciannovesimo secolo (cioè dalla caduta dell'Impero Ottomano), nonostante l'indipendenza dell'Egitto, avevano un forte controllo sugli scambi commerciali nello stretto, furono costrette a lasciare la regione.
Israele, quindi si rivelò essere un ottimo alleato: tre mesi dopo, infatti, lo stato ebraico invase la Striscia di Gaza e la penisola del Sinai avanzando verso il canale, mentre le nazioni europee iniziarono a bombardare l'Egitto, costringendolo a riaprire lo stretto.
La crisi nel canale di Suez ebbe ripercussioni internazionali ancora più grandi, nel momento in cui si inserì nelle tensioni tra il blocco comunista, che si schierò a favore dell'Egitto, e gli Stati Uniti in un primo momento schierati accanto alle nazioni europee.
Per l'inizio del 1957 tutte le truppe israeliane si erano ritirate dal Sinai. Il timore di un'improvvisa escalation delle operazioni militari, infatti, spinse gli USA a frenare l'avanzata bellica di Regno Unito e Francia.
Intanto, il ministro degli esteri canadese, Lester Pearson (vincitore per il Nobel per la pace, grazie alla sua mediazione nella crisi), ottenne l'invio di una forza militare di interposizione sotto l'egida dell'ONU (la prima dalla sua nascita), con lo scopo di "mantenere i confini in pace mentre si cercava un accordo politico".
Da un punto di vista politico, la crisi di Suez rappresentò un punto nodale nella costruzione di un'asse USA-Israele, facendo degli Stati Uniti il più stretto alleato dello stato ebraico, riducendo in maniera drastica il ruolo delle nazioni europee, che all'epoca del colonialismo avevano esercitato un'enorme influenza nell'area.
In un certo senso, segnò anche la fine simbolica dell'Impero Britannico, anche se in realtà era in declino da decenni, anche prima della seconda guerra mondiale. La crisi segnò anche il trasferimento del potere alle nuove superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica.
L'incidente dimostrò anche la debolezza della NATO circa le consultazioni preliminari con gli alleati prima di usare la forza e la mancanza di pianificazione e cooperazione della NATO al di fuori del teatro europeo. Dal punto di vista del Generale Charles de Gaulle, gli eventi di Suez dimostrarono che in caso di reale bisogno, la Francia non doveva fare affidamento sugli alleati, in particolare gli USA, che potevano perseguire scopi differenti.
La crisi aumentò grandemente la posizione di Nasser all'interno del mondo arabo e aiutò a promuovere il panarabismo. Essa velocizzò il processo di decolonizzazione, in quanto le restanti colonie di Francia e Regno Unito divennero indipendenti negli anni seguenti. In reazione alla guerra, il governo egiziano espulse quasi 25.000 ebrei egiziani confiscandone le proprietà, e ne mandò all'incirca altri 1.000 in prigione o in campi di detenzione. D'altra parte, Suez fu l'ultima occasione nella quale gli USA dimostrarono un significativo scetticismo verso Israele e le sue politiche nei confronti dei vicini arabi, in seguito, particolarmente durante la presidenza di Lyndon B. Johnson, dimostrarono un completo (anche se non incondizionato) appoggio per Israele.


venerdì 28 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 ottobre.
Il 28 ottobre 1958 viene eletto papa Angelo Giuseppe Roncalli, che assume il nome di Giovanni XXIII.
La storia lo ricorda come il papa che iniziò il Concilio Vaticano II, i credenti ricordano Angelo Giuseppe Roncalli, papa Giovanni XXIII, come il "papa buono". Nasce il giorno 25 novembre 1881 a Sotto il Monte (Bergamo), in località Brusicco, quartogenito dei 13 figli di Battista Roncalli e Marianna Mazzola, semplici contadini. Com'era abitudine viene battezzato lo stesso giorno; il parroco è don Francesco Rebuzzini, il padrino è il prozio Zaverio Roncalli, capo famiglia, fratello del nonno Angelo.
Il giovane cresce in un ambiente povero: il futuro Papa riconoscerà sempre la preziosità delle virtù assimilate in famiglia quali la fede, la carità, la preghiera. A undici anni, nel 1892, entra in seminario a Bergamo grazie anche all'aiuto economico del suo parroco e di don Giovani Morlani, proprietario del fondo coltivato dalla famiglia Roncalli. Qui Angelo matura la determinazione di compiere ogni sforzo per diventare santo, come si legge ripetutamente nel suo diario "Il giornale dell'anima", iniziato nel 1895. Le capacità intellettuali e morali sono notevoli e nel 1901 viene mandato a Roma per continuare gli studi come alunno del Seminario Romano dell'Apollinare, usufruendo di una borsa di studio.
Negli anni 1901-1902 anticipa la richiesta per il servizio militare come volontario, sacrificandosi a favore del fratello Zaverio la cui presenza era necessario a casa per i lavori in campagna. Nonostante le difficoltà incontrate sotto le armi avrà modo di scrivere "eppure sento il Signore con la sua santa provvidenza vicino a me". Consegue la laurea in Sacra Teologia nel 1904.
Nel 1905 viene scelto dal nuovo vescovo di Bergamo, Giacomo Radini-Tedeschi, come segretario personale. Roncalli viene segnalato per la dedizione, la discrezione e l'efficienza. Radini-Tedeschi rimarrà sempre guida ed esempio per il futuro Papa, che resta al suo fianco fino alla morte di questi, il 22 agosto 1914; durante questo periodo Roncalli si dedica anche all'insegnamento della storia della Chiesa presso il seminario di Bergamo.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale (1915) è richiamato nella sanità militare, per esserne poi congedato con il grado di tenente cappellano.
Nel 1921 papa Benedetto XV lo nomina prelato domestico (che gli vale l'appellativo di monsignore) e presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell'Opera della Propagazione della Fede. In tale ambito si occupa della redazione del motu proprio di Pio XI, che diverrà in seguito la magna charta della cooperazione missionaria.
Inizia poi un periodo di missioni diplomatiche: nel 1925 papa Pio XI lo nominò Visitatore Apostolico in Bulgaria, elevandolo al grado di vescovo e affidandogli il titolo della diocesi di Aeropolis. Angelo Roncalli scegli come motto episcopale "Oboedientia et Pax", frase (ripresa dal motto di Cesare Baronio "Pax et Oboedientia") che diverrà il simbolo del suo operato. Durante la missione in Bulgaria deve affrontare la spinosa questione dei rapporti tra i cattolici di rito romano e quelli di rito ortodosso. Nel 1935 Roncalli è Delegato Apostolico in Turchia e Grecia. Questo periodo della vita di Roncalli, che coincide con la Seconda guerra mondiale, è ricordato in particolare per i suoi interventi a favore degli ebrei in fuga dagli stati europei occupati dai nazisti. Nel 1944 è nominato (da Pio XII) Nunzio Apostolico a Parigi, dove c'è una situazione difficilissima, che vede molti vescovi accusati di aver collaborato con i tedeschi invasori. L'equilibrio, l'accortezza, la semplicità e l'amabilità di Roncalli riescono a risolvere i problemi e a conquistare le simpatie dei francesi e di tutto il Corpo Diplomatico.
Nel 1953 viene nominato cardinale e patriarca di Venezia. Già durante questo periodo si segnala per alcuni importanti gesti di apertura. Fra i tanti va ricordato il messaggio che invia al Congresso del PSI - partito ancora alleato del PCI i cui dirigenti e propagandisti erano stati scomunicati da papa Pio XII nel 1949 - quando nel 1956 i socialisti si riuniscono nella città di Venezia.
Dopo la morte di Pio XII, Angelo Roncalli viene eletto Papa il 28 ottobre 1958, con sua grande sorpresa; sceglie il nome di Giovanni XXIII e il 4 novembre dello stesso anno viene incoronato. Secondo alcuni analisti Roncalli sarebbe stato scelto principalmente per la sua età: dopo il lungo pontificato del suo predecessore, i cardinali avrebbero scelto un uomo che presumevano, per via della sua età avanzata e della modestia personale, sarebbe stato un Papa cosiddetto "di transizione". Giungerà invece in qualche modo inaspettata la conquista dell'affetto di tutto il mondo cattolico, in un modo che i predecessori di Roncalli non avevano mai ottenuto, proprio grazie al calore umano, al buon umore e alla gentilezza del nuovo papa, oltre alla sua importante esperienza diplomatica.
Sceglie Loris Francesco Capovilla come segretario privato, la persona che già lo assisteva a Venezia.
Tra le molte novità introdotte nel pontificato di Giovanni XXIII, c'è l'aumento del numero massimo di cardinali a 75, superando il tetto di 70 cardinali ormai fermo da secoli. Oltre che da un'aneddotica celeberrima e vastissima il suo pontificato è segnato da episodi indelebilmente registrati dalla memoria popolare: durante il suo primo Natale da papa visita i bambini malati ospiti dell'ospedale romano Bambin Gesù, dove con intima e contagiosa dolcezza benedice i piccoli, alcuni dei quali lo scambiano per Babbo Natale. Il giorno seguente (Santo Stefano) visita i carcerati nella prigione romana di Regina Coeli. Nell'occasione dice loro: "Non potete venire da me, così io vengo da voi. Dunque eccomi qua, sono venuto, m'avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore. La prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari".
Un altro esempio che si può ricordare è quando Jacqueline Kennedy, moglie del Presidente degli Stati Uniti, arriva in Vaticano per incontrarlo, il papa inizia a provare nervosamente le due formule di benvenuto che gli era stato consigliato di usare ("mrs Kennedy, madame" e "madame, mrs Kennedy"); all'incontro, per il divertimento della stampa, il papa abbandona entrambe le formule e correndole incontro la chiama semplicemente "Jackie!".
Fra lo stupore dei suoi consiglieri e vincendo le remore e le resistenze della parte conservatrice della Curia, Giovanni XXIII indice un concilio ecumenico, meno di 90 anni dopo il controverso Concilio Vaticano I. Mentre i suoi aiutanti stimavano di dover impiegare almeno un decennio per i preparativi, Giovanni XXIII progettò di tenerlo nel giro di pochi mesi. Il 4 ottobre 1962, ad una settimana dall'inizio del concilio, Giovanni XXIII si reca in pellegrinaggio a Loreto e Assisi per affidare le sorti dell'imminente Concilio alla Madonna e a San Francesco. Per la prima volta dall'unità d'Italia un papa varcava i confini del Lazio ripercorrendo i territori che anticamente erano appartenuti allo Stato pontificio: questo seppur breve tragitto ripristinerà l'antica figura del papa pellegrino che i suoi successori porteranno poi a pieno compimento.
Il 2 dicembre 1960 in Vaticano, Giovanni XXIII incontra Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury; è la prima volta in oltre 400 anni che un capo della Chiesa Anglicana visita il Papa.
Tra gli altri eventi che caratterizzano la storia recente c'è da ricordare la scomunica da parte di Papa Giovanni XXIII a Fidel Castro (3 gennaio 1962) in linea con un decreto del 1949 di Pio XII, che vietava ai cattolici di appoggiare governi comunisti.
L'11 ottobre 1962, in occasione della serata di apertura del Concilio, piazza San Pietro è gremita di fedeli. A gran voce chiamato ad affacciarsi - atto che non si sarebbe mai immaginato possibile richiedere al papa predecessore - Roncalli si presenta alla finestra e qui pronuncia uno dei suoi discorsi più famosi, il cosiddetto "discorso della luna". Il discorso non è preparato: risulta da subito poetico, dolce, semplice.
Salutando la luna e i fedeli, con grande umiltà, impartisce un ordine come fosse una carezza: "Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, a guardare a questo spettacolo, che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, non ha mai potuto contemplare. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per volontà di Nostro Signore, ma tutti insieme paternità e fraternità e grazia di Dio, facciamo onore alle impressioni di questa sera, che siano sempre i nostri sentimenti, come ora li esprimiamo davanti al Cielo, e davanti alla Terra: Fede, Speranza, Carità, Amore di Dio, Amore dei Fratelli. E poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del Bene. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza".
Sin dal settembre 1962, prima ancora dell'apertura del Concilio, si erano manifestate le avvisaglie della malattia che sarà per lui fatale: un tumore allo stomaco, di cui altri fratelli Roncalli erano già stati colpiti. Pur visibilmente provato dal progredire del cancro, papa Giovanni XXIII l'11 aprile 1963 firma l'enciclica Pacem in Terris. Un mese più tardi (11 maggio 1963) riceve dal Presidente della Repubblica italiana Antonio Segni il premio Balzan per il suo impegno in favore della pace. Sarà l'ultimo impegno pubblico del papa.
Angelo Roncalli, Papa Giovanni XXIII, muore dopo un'agonia di tre giorni la sera del 3 giugno 1963, alle 19:49. "Perché piangere? E' un momento di gioia questo, un momento di gloria", sono le sue ultime parole rivolte al proprio segretario.
Dal Concilio Vaticano II, che Giovanni XXIII non vedrà terminare, si sarebbero prodotti negli anni successivi fondamentali cambiamenti che avrebbero dato una nuova connotazione al cattolicesimo moderno.
Chiamato affettuosamente il "Papa buono", Giovanni XXIII viene dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. E' stato canonizzato, insieme a Giovanni Paolo II, il 27 aprile 2014 da papa Francesco.
Viene inoltre ricordato l'11 ottobre, giorno di apertura del Concilio. La salma di Giovanni XXIII, inizialmente sepolta nelle Grotte Vaticane, all'atto della beatificazione è stata traslata nella navata destra della Basilica di San Pietro, esposta in una teca di vetro (il perfetto stato di conservazione si deve ad un particolare processo di sostituzione del sangue con un liquido speciale eseguita dal professor Gennaro Goglia subito dopo il decesso).

giovedì 27 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
 Il 27 ottobre 1991 un incendio distrugge il teatro Petruzzelli di Bari. E' una ferita per la città e per tutta la cultura italiana e l'inizio di un'odissea giudiziaria: polemiche e veleni si intrecciano sulle ceneri di un tempio della musica andato in fumo in una notte.
Quella sera maledetta del 26 ottobre 1991 al Petruzzelli è in scena la Norma di Vincenzo Bellini, uno dei grandi capolavori della lirica italiana. Sarà l'ultima rappresentazione teatrale prima del disastro. Ma è una serata strana, un'occasione di gala che però viene attraversata da segnali inquietanti, quasi una premonizione.
Ferdinando Pinto (gestore teatro Petruzzelli 1979-1991) ricorda: "Ero nel palco col governatore Ciampi e la signora Ciampi, era una serata dedicata al Forex e io ero nel suo palco. Arrivò un agente della Digos e disse nell'intervallo che doveva fare dei controlli perché c'era stata una telefonata e quindi svolsero la loro attività di controllo sia durante l'intervallo che in chiusura. Noi stavamo provando e stavamo montando le scene delle Nozze di Figaro e quindi dovevamo togliere la Norma e inserire quelle per le prove del giorno successivo"
Dopo il disastro vengono trovate tracce di benzina e tracce di plastica: si ricostruisce una tecnica incendiaria di propagazione veloce: collegare le buste di plastica l'una all'altra, ripiene di benzina a distanza di un metro. Così le indagini incrociano subito l'anomalia del teatro, privo di un sistema antincendio capace di spegnere il fuoco alla prima comparsa.
La mancanza dell'assicurazione, le carenze strutturali, gli impianti non adeguati alle norme di sicurezza, l'incendio, la devastazione, mettono a nudo tutti i problemi nascosti dietro i trionfi del Petruzzelli. La Procura di Bari, che pure è convinta che si tratti di un rogo doloso apre un'inchiesta anche per incendio colposo; insomma, per accertare se oltre alle omissioni ci sono anche delle responsabilità.
Otto mesi dopo quel tragico incendio arrivano i primi avvisi di garanzia. Nel giugno del 1992 le prime informazioni di garanzia di questa inchiesta vengono notificate al gestore Ferdinando Pinto ma anche alla famiglia proprietaria del Petruzzelli, agli eredi Petruzzelli, alla famiglia Messeni-Nemagna nonché ai componenti della Commissione di Vigilanza sui pubblici spettacoli.
Ma il GIP Piero Sabatelli archivia l'inchiesta per incendio colposo; è il 21 aprile 1993: dal rogo sono passati 18 mesi e le indagini sembrano ferme. Non c'è traccia degli esecutori materiali né tanto meno del movente di un disastro simile.
Intanto, pur tra le polemiche, qualcosa si muove sul fronte della ricostruzione del teatro. Furono presentati insieme due progetti di ricostruzione, uno sponsorizzato dalla famiglia e un altro sponsorizzato dalla sovrintendenza e da Pinto, entrambi oggettivamente divergenti.
Per volontà della famiglia Messeni-Nemagna il contratto con Ferdinando Pinto viene sciolto prima della scadenza prevista. Così Pinto esce di scena dal teatro e dalla possibilità di contribuire alla sua ricostruzione. Si trasferisce a Roma dove prosegue la sua attività sempre nel settore dello spettacolo. Ma intanto sul fronte delle indagini c'è una svolta clamorosa il 7 luglio del '93.
Ferdinando Pinto racconta: "Erano circa le 13, arriva una telefonata di mia moglie: 'ti vogliono per una firma che devi mettere dai carabinieri, non so che cosa'. Mi sembrò un po' strano: era pomeriggio, mi fermai alla prima caserma dei carabinieri e lì ho aspettato fino alle 10 circa di sera, prima che mi venisse contestato l'ordine di custodia cautelare. E da lì mi accompagnarono a Turi, nel carcere di Pertini e di Gramsci."
Ferdinando Pinto fu arrestato per incendio doloso del teatro e per associazione mafiosa. Con lui finiscono in carcere due boss di primo livello della criminalità organizzata barese, Antonio Capriati, che è il boss della città vecchia e Savinio Parisi che è il boss del quartiere Iapigia, noto anche in quegli anni come il bazar a cielo aperto dello spaccio di droga. Finisce in carcere anche Giuseppe Tisci, il custode del teatro e la quinta ordinanza di custodia cautelare in carcere viene notificata a Vito Martiradonna, che secondo gli inquirenti sarebbe il cassiere del clan Capriati della città vecchia, l'elemento di congiunzione fra la criminalità organizzata e i cosiddetti colletti bianchi.
A portare all'arresto di Ferdinando Pinto è un elemento forte, inaspettato. Un collaboratore di giustizia ha parlato: il suo nome è Salvatore Annacondia, il super boss di Trani, colui che ha creato la mala del nord barese, che ha rapporti con la criminalità organizzata campana ma anche con Cosa Nostra e con la N'drangheta. E Annacondia nelle sue rivelazioni è un fiume in piena. Annacondia aveva spiegato agli investigatori che la vera ragione per la quale Pinto avrebbe deciso di danneggiare il teatro era quella di proseguire poi l'attività del Petruzzelli in un altro luogo. E' nei mesi successivi all'incendio del '91 che in effetti Ferdinando Pinto aveva avviato questo progetto chiamato 'città di Federico'. Il progetto doveva essere realizzato in una grande area di proprietà dell'Amministrazione Militare, nella Città di Bari, dove organizzare un nuovo teatro nel quale probabilmente spostare le attività artistiche e il nome e la fama e la stagione del Petruzzelli.
Ma la Procura inizia a cercare riscontri alle affermazioni di Annacondia e quindi stringe il cerchio sui collaboratori di Pinto, su chiunque possa dare una conferma dei rapporti fra Pinto e i clan malavitosi.
Così il 21 giugno del '93 i magistrati decidono di raccogliere la testimonianza di Pier Paolo Stefanelli, musicologo, ex collaboratore di Ferdinando Pinto, che giace morente in un letto di ospedale di Catania. E' un malato terminale a cui restano ormai poche settimane di vita. Ma Stefanelli non è in grado di verbalizzare nulla. E allora i giudici indossano il camice verde, si portano dietro una telecamera per registrare le sue dichiarazioni in una corsia di ospedale.
Il 23 luglio 1993, sulla base di un'ordinanza del Tribunale della Libertà di Bari, Ferdinando Pinto viene scarcerato. Le rivelazioni del pentito Annacondia non trovano riscontri e le dichiarazioni di Pier Paolo Stefanelli appaiono contraddittorie. Ma la Procura di Bari va avanti. Il 21 settembre 1995 vengono rinviati a giudizio Ferdinando Pinto, i boss della città Antonio Capriati e Savino Parise, il cassiere dei clan malavitosi Vito Martiradonna, il custode del teatro Giuseppe Tisci e i presunti esecutori materiali dell'incendio: Giuseppe Mesto e Francesco Lepore. I due vengono incastrati da un'intercettazione: "Ma se tu il Petruzzelli non lo facevi mica era così"  'Non si sa mai ci sta qualche microspia adesso ci devono arrestare' Madonna!'
Poche parole, ma quanto basta per rinviare a giudizio i presunti esecutori materiali del rogo del Petruzzelli. Con un decreto del governo Berlusconi, nel '94 lo Stato stanzia un primo contributo di 4 miliardi di lire alla famiglia Messeni-Nemagna. I lavori per il ripristino della cupola e del tetto dunque possono ricominciare.
Intanto ha inizio anche uno dei processi più complessi della storia giudiziaria italiana. E' il 14 febbraio del '96. La spina dorsale dell'impianto accusatorio è la situazione debitoria di Ferdinando Pinto. Secondo l'accusa, l'ex gestore avrebbe avuto una situazione grave di debiti che lo avrebbe avvicinato alla criminalità organizzata tanto da chiedere soldi a prestiti usurai.
L'8 aprile 1998, nella sentenza di primo grado, i giudici condannano Ferdinando Pinto a 7 anni e 8 mesi di reclusione.
Secondo l'accusa Pinto lo avrebbe fatto per speculare sulla ricostruzione e poter restituire i soldi agli usurai.
E' il 6 aprile del 2001. Dall'incendio sono passati 10 anni e anche la storia della ricostruzione del Petruzzelli sembra non avere mai fine. Al centro di tutto c'è il contenzioso fra il comune di Bari e la famiglia Messeni Nemagna; un esempio quasi da manuale del conflitto fra pubblico e privato.
Poi nel 2002 finalmente un accordo spiraglio e dunque una speranza per la ricostruzione. Dice Rosalba Messeni: "La svolta avviene il 21 novembre 2002 quando si riesce a trovare un accordo fra parti pubbliche e proprietà private: il ministro Giuliano Urbani realizza e attua tutti gli interessi pubblici e privati sottesi alla ricostruzione del teatro".
Il patto prevede che Comune, Provincia e Regione si impegnino a finanziare la ricostruzione e in cambio della concessione del teatro per 40 anni a corrispondere alla famiglia proprietaria un canone di locazione di 500.000 euro l'anno. Allo scadere dei 40 anni il teatro tornerà ai Messeni Nemagna. Dunque un momento decisivo nella vertenza fra il Comune di Bari e i proprietari del Petruzzelli.
Ma la corte del secondo processo di appello assolve tutti gli altri imputati a cominciare da Ferdinando Pinto. Sono giorni decisivi anche per il Petruzzelli: nel 2007 infatti il governo Prodi emette un'ordinanza di esproprio.
Il teatro viene tolto alla famiglia Messeni-Nemagna e restituito al comune di Bari. Commenta Rosalba Messeni -Nemagna: "E' una notizia devastante, questo esproprio è stato vissuto come una grande ingiustizia: venivano premiate le parti pubbliche che avrebbero dovuto essere sanzionate per la loro inadempienza e venivano punite le parti private che invece si erano rese parte dirigente."
Ma la ricostruzione del teatro riparte; il sindaco di Bari, Michele Emiliano, promette che il teatro tornerà alla città il 6 dicembre 2008. Intanto, la Cassazione scrive la parola fine al processo a carico di Ferdinando Pinto e gli altri imputati. Il 14 gennaio del 2007 la Suprema Corte conferma la sentenza dell'appello bis.
L'incendio del Petruzzelli, dunque, non ha mandanti né cause apparenti. Una sconfitta della giustizia, ma anche una sconfitta del senso comune. L'ennesimo dei tanti misteri d'Italia destinati a rimanere irrisolti.


mercoledì 26 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 ottobre.
Il 26 ottobre 1984 fece scalpore l'intervento chirurgico a cui venne sottoposta "Baby Fae", una neonata la cui identità rimase segreta. Baby Fae, nata con una gravissima malformazione cardiaca, ricevette quella notte in trapianto il cuore di un babbuino, data la difficilissima possibilità di reperire un cuore di neonato.
Baby Fae (il vero nome, rivelato nel 1997 dalla madre era Stephanie Fae Beauclair) era nata il 14 ottobre con una "ipoplasia ventricolare sinistra": in pratica il ventricolo sinistro del cuore, a cui tocca il compito di "pompare" il sangue ossigenato, non si era sviluppato a sufficienza nel corso della vita fetale. E' una malformazione che, secondo alcune statistiche mediche, colpisce un neonato ogni dodicimila, quindi relativamente diffusa. Fino al giorno prima i tentativi di fare fronte a questa malformazione, che conduce il neonato inevitabilmente alla morte, erano stati essenzialmente di natura chirurgica. L' equipe chirurgica dell' ospedale di Loma Linda, invece, si era preparata da tempo alla eventualità di un trapianto. E data la difficoltà a reperire cuori di neonati, la scelta dei medici, capeggiati dal chirurgo Leonard Bailey, era stata quella di tentare un trapianto interspecifico, ossia di utilizzare un cuore di animale per sostituire l' organo incompleto del neonato. Bailey e i suoi collaboratori avevano scelto il babbuino, il cui cuore ha le dimensioni adatte per sostituire quello d'un bambino. A tal fine il cast medico e scientifico dell' università di Loma Linda aveva dato inizio a una serie di prove e ricerche immunologiche, confortato dalla ipotesi che data la giovanissima età del futuro soggetto del trapianto le reazioni immunitarie a cui si sarebbe andati incontro sarebbero state meno violente che in un organismo adulto. Il programma di ricerche immunologiche era stato diretto da una dottoressa di origine italiana, Sandra Nelhsun Cannarella. Così, quando il 14 ottobre è nata Baby Fae, tutto era già pronto, e un congruo numero di babbuini (cinque, pare) era già stato sacrificato per i test immunologici. Il sesto babbuino ha fornito alla neonata il cuore di ricambio. Sulle prime era parso che l' operazione fosse felicemente riuscita. La bambina pareva adattarsi al suo nuovo cuore, i farmaci immunosoppressori le venivano somministrati con parsimonia, per evitare complicazioni di tipo renale o eccessiva soggiacenza alle infezioni. Baby Fae era stata tolta dalla tenda a ossigeno e la madre aveva potuto persino qualche volta allattarla al seno. Ma al termine della seconda settimana dopo il trapianto si era verificata una prima crisi di rigetto, superata con efficacia dalla èquipe medica maggiorando la dose di farmaci antimmunitari (particolarmente Ciclosporina A e corticosteroidi). Il giorno 10 novembre la seconda crisi, più grave. La dose di farmaci è stata aumentata, la piccola è stata posta sotto una tenda ad ossigeno, le è stato applicato un respiratore automatico. La situazione cominciava a farsi preoccupante, al punto che la èquipe medica ha cominciato a parlare della possibilità d' un nuovo trapianto, questa volta con un cuore umano. Ma la notte del 14 novembre è sopravvenuta l' ultima crisi: al rigetto da parte dell'organismo si sono sommate le conseguenze renali della ciclosporina. Il tentativo di rimediare con la dialisi non è valso a nulla. Baby Fae è morta il 15 novembre 1984, il cuoricino di babbuino che l'ha fatta sopravvivere tre settimane ha cessato definitivamente di battere.


martedì 25 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1920 Terence Joseph MacSwiney muore in carcere alla Brixton Prison inglese dopo 74 giorni di sciopero della fame.
MacSwiney era il primo di 8 fratelli. Suo padre, John MacSwiney di Cork, aveva combattuto da volontario nel 1868 nelle truppe papaline contro Garibaldi, poi divenne maestro di scuola a Londra e infine aprì una fabbrica di tabacco a Cork. Fallita la sua impresa, emigrò in Australia nel 1885 lasciando i bambini alle cure della madre e della sorella più grande. La madre, Mary Wilkinson, era una cattolica inglese con un forte spirito nazionalistico irlandese.
Terence fu educato dai Fratelli Cristiani della North Monastery School a Cork, scuola che abbandonò quindicenne per aiutare in famiglia dopo la partenza del padre. Mentre lavorava da commesso, continuò gli studi privatamente raggiungendo il diploma e in seguito, sempre lavorando full time, laureandosi in Scienza Mentale e Morale alla Royal University di Cork nel 1907.
Nel 1901 fu uno dei fondatori della Associazione Letteraria Celtica e nel 1908 fondò la Associazione Drammatica di Cork con Daniel Corkery, insieme al quale scrisse numerosi pezzi teatrali, e in seguito anche poesie e libretti di storia irlandese.
Il suo primo dramma, l'ultimo guerriero di Coole, fu prodotto nel 1910. Il suo quinto, il Rivoluzionario (1915) ebbe un successo travolgente.
I suoi articoli sul giornale "Irish Freedom" (libertà irlandese) lo portarono all'attenzione della Fratellanza Repubblicana Irlandese. Fu tra i fondatori della Brigata Cork dei Volontari Irlandesi nel 1913, e presidente del ramo di Cork del Sinn Féin.
Fondò una rivista, Fianna Fail, nel 1914, subito soppresso dopo solo 11 uscite. Venne arrestato e deportato dall'Irlanda nei campi di confino di Shrewsbury e Bromyard fino al suo rilascio nel giugno 1917.
Durante questo confino conobbe e sposò Muriel Murphy, figlia del titolare delle famose distillerie di Cork. Nel novembre 1917 fu nuovamente arrestato a Cork perchè indossava un'uniforme dell'esercito repubblicano irlandese (IRA, Irish Republican Army) e, ispirato dall'esempio di Thomas Ashe, iniziò uno sciopero della fame di 3 giorni prima di venire nuovamente rilasciato.
Nelle elezioni generali del 1918, MacSwiney venne nuovamente eletto come rappresentante del Sinn Féin senza alcuna opposizione. A seguito dell'omicidio del suo amico Tomas Mac Curtain, sindaco di Cork, il 20 marzo 1920, venne eletto al suo posto. Il 12 agosto 1920 venne arrestato a Dublino per possesso di documenti e articoli sediziosi, nonchè di una chiave di cifratura. Venne giudicato in modo sommario da una corte marziale il 16 agosto e condannato a 2 anni di prigione nella prigione di Brixton.
In prigione cominciò immediatamente uno sciopero della fame come protesta per la sua condanna e per essere stato giudicato da una corte militare. Altri 11 prigionieri repubblicani iniziarono con lui lo sciopero della fame. Il 26 agosto il governo Britannico decise che "il rilascio del sindaco avrebbe conseguenze disastrose in Irlanda con possibili ammutinamenti sia dell'esercito che della polizia nel sud dell'Irlanda".
Lo sciopero della fame di MacSwiney attirò l'attenzione di tutto il mondo. Gli americani iniziarono un boicottaggio di merci inglesi, quattro nazioni in Sud America chiesero al Papa di intervenire. Vi furono proteste anche in Francia e in Germania; un parlamentare australiano, Hugh Manon, venne espulso dal parlamento per "comportamento antibritannico e sedizioso durante una seduta pubblica", dopo aver protestato per le azioni del governo di Sua Maestà.
Negli ultimi giorni dello sciopero furono fatti alcuni tentativi di cibare a forza MacSwiney. Il 20 ottobre 1920 cadde in coma e morì cinque giorni dopo, dopo 74 giorni di sciopero della fame. Il suo corpo venne portato nella Southwark Cathedral di Londra, dove 30.000 persone vennero a porgere il loro saluto. Temendo dimostrazioni di massa a Dublino, le autorità portarono la sua bara direttamente a Cork, dove il suo funerale il 31 ottobre attrasse grandi folle. Terence MacSwiney fu sepolto nella cappella Repubblicana del cimitero di San Finbarr a Cork. L'orazione funebre venne tenuta da Arthur Griffith.
Un'antologia dei suoi scritti, intitolata Princìpi di Libertà, fu pubblicata postuma nel 1921. La vita e le opere di MacSwiney ebbero un impatto particolare in India; Jawaharlal Nehru si ispirò a lui, e il Mahatma Gandhi lo inserì tra coloro che influenzarono il suo pensiero. L'antologia fu tradotta in numerosi idiomi indiani.
Il rivoluzionario indiano Bhagat Singh era un suo ammiratore e in prigione fece anche lui uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione dei rivoluzionari indiani.
Il padre di Singh chiese al governo britannico la grazia per suo figlio, ma questi citando MacSwiney rispose che "sono sicuro che la mia morte avrà conseguenze peggiori che il mio rilascio per l'Impero Britannico" e disse al padre di ritirare la richiesta.
Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh venne giustiziato insieme a due suoi complici per l'uccisione di un ufficiale britannico.
Anche altre grandi figure furono influenzate da MacSwiney, tra cui Ho Chi Minh che lavorava a Londra al tempo della morte dell'irlandese, ed ebbe a dire "una nazione che ha di questi abitanti non si arrenderà mai".


lunedì 24 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre si festeggia la giornata mondiale dell'Onu, dovuta alla ratifica del suo statuto avvenuto il 24 ottobre 1945.
L’ONU è la più importante ed estesa organizzazione intergovernativa che conta 192 Stati membri su un totale di 201 complessivi. Le Nazioni Unite hanno come fine il conseguimento della cooperazione internazionale in materia di sviluppo economico, progresso socioculturale, diritti umani e sicurezza internazionale. Hanno come fine il mantenimento della pace mondiale anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e violazioni ad essa rivolte. La sede centrale delle Nazioni Unite si trova a New York e l’attuale Segretario Generale è Ban Ki-Moon .
L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce grazie alla carta di San Francisco, il 25 Aprile del 1945 per cooperare per una vita migliore in tutto il mondo e per la pace, all’indomani della seconda guerra mondiale.
Nel 1941 si tenne a Londra un incontro tra i leader dei paesi colpiti dalle mire espansionistiche della Germania nazista e i rappresentanti britannici e dei paesi del Commonwealth. I partecipanti firmarono una Dichiarazione interalleata nella quale si impegnarono a “lavorare insieme, con gli altri popoli liberi, sia in tempo di guerra che di pace” . Questa, può essere considerata la prima tappa verso la costituzione delle Nazioni Unite.
Sempre nel 1941, Franklin Delano Roosevelt ed il Primo Ministro britannico, Winston Churchill firmarono la Carta Atlantica. Nel 1942 i rappresentanti di 26 nazioni in guerra contro l’Asse proclamarono la loro adesione a quanto stabilito nella Carta Atlantica (Dichiarazione delle Nazioni Unite); più tardi si aggregheranno altri 21 paesi. In questa occasione si ebbe il primo utilizzo ufficiale del termine “Nazioni Unite” suggerito da Roosevelt.
Il 30 ottobre 1943, nella Conferenza di Mosca, Regno Unito, Cina, Unione Sovietica e Stati Uniti firmarono la Declaration of the Four Nations on General Security nella quale si prevedeva la creazione di un’organizzazione internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza.
Prima di tale conferenza, nel 1944, i rappresentanti di Unione Sovietica, Regno Unito, Stati Uniti e Cina stilarono il primo progetto delle Nazioni Unite e si accordano sugli scopi, la struttura e il funzionamento dell’Onu. Poi, durante la Conferenza di Yalta tenutasi dal 4 all’11 febbraio 1945, si ribadì la volontà di istituire un’organizzazione internazionale per la salvaguardia della pace e della sicurezza e a questo scopo vennero stabilite le date della Conferenza di San Francisco (25 aprile 1945).
I rapppresentanti di 50 nazioni si riunirono per una conferenza dal titolo ufficiale Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale nella quale vennero elaborati i 111 articoli della Carta che fu adottata all’unanimità il 25 giugno 1945. Il giorno seguente la firmarono i 51 paesi firmatari. L’Onu è ufficialmente fondato il 24 ottobre 1945 dopo la ratifica dello Statuto da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Taiwan, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e gli Stati Uniti e dalla maggioranza degli altri 46 firmatari.
I Membri dell'ONU sono degli Stati Sovrani. Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale e non legiferano. Esse, tuttavia, forniscono i mezzi per aiutare a risolvere i conflitti internazionali e formulano politiche appropriate su questioni di interesse comune. Alle Nazioni Unite tutti gli Stati Membri — grandi e piccoli, ricchi e poveri, con differenti visioni politiche e diversi sistemi sociali — fanno sentire la propria voce e votano in questo processo.
L'ONU ha sei organi principali. Cinque di questi — l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria e il Segretariato — si trovano presso il Quartier Generale di New York. Il sesto, la Corte Internazionale di Giustizia, ha sede all’Aia, in Olanda.
Tutti gli Stati Membri dell’ONU sono rappresentati nell’Assemblea Generale, una specie di parlamento delle nazioni che si riunisce regolarmente in sessioni speciali per esaminare i problemi mondiali più pressanti. Ogni Stato Membro dispone di un voto. Le decisioni sugli "argomenti importanti", quali raccomandazioni sulle questioni relative alla pace e alla sicurezza internazionali, l’ammissione di nuovi membri, il bilancio dell’organizzazione, vengono prese con una maggioranza di due terzi. Altri argomenti richiedono invece una maggioranza semplice. Negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo particolare per giungere alle decisioni per consenso, piuttosto che mediante un voto formale. L’Assemblea non può costringere uno Stato ad agire in un determinato modo, ma le sue raccomandazioni costituiscono una importante indicazione di quella che è l’opinione mondiale e rappresentano l’autorità morale della comunità delle nazioni.
Lo Statuto delle Nazioni Unite affida al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Il Consiglio può essere convocato in qualunque momento, ogni qual volta la pace venga minacciata. Tutti gli Stati Membri sono tenuti a rispettare le decisioni del Consiglio secondo lo Statuto dell’ONU.
Il Consiglio di Sicurezza ha istituito circa 60 operazioni di pace. Qui, alcuni membri della forza presente a Cipro aiutano a caricare i rifornimenti umanitari per le vittime del devastante tsunami del 2004 nell’Asia del Sud.
Esso è composto da 15 membri. Cinque di essi — Cina, Francia, Federazione Russa, Gran Bretagna e Stati Uniti — sono membri permanenti. Gli altri 10 vengono eletti dall'Assemblea con un mandato biennale. Negli ultimi anni, peraltro, gli Stati Membri hanno discusso la possibilità di modificare la composizione del Consiglio così da riflettere meglio le mutate realtà politiche ed economiche.
Le decisioni del Consiglio richiedono una maggioranza di almeno nove voti. Ad eccezione delle votazioni relative alle questioni procedurali, nessuna decisione può essere presa nel caso in cui un voto negativo, o veto, venga espresso da un membro permanente.
Quando all'attenzione del Consiglio viene sottoposta una questione che minacci la pace internazionale, in prima battuta si cerca il modo per risolvere pacificamente la controversia. In questi casi il Consiglio può avviare una mediazione o illustrare delle ipotesi per giungere a un accordo. Nel caso di combattimenti il Consiglio cerca invece di ottenere un cessate il fuoco. Esso può inviare delle missioni per il mantenimento della pace per far rispettare la tregua e tenere separate le opposte fazioni.
Nel tentativo di dare maggiore forza alle proprie decisioni, il Consiglio di Sicurezza può imporre sanzioni economiche ed ordinare un embargo sugli armamenti. In rare occasioni, peraltro il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato gli Stati Membri a impiegare "tutti i mezzi necessari", comprese azioni militari collettive, per garantire che le sue decisioni venissero rispettate.
Il Consiglio, infine, formula delle raccomandazioni all'Assemblea Generale in merito alla candidatura al ruolo di Segretario Generale e circa l'ammissione all'ONU di nuovi membri.
La Corte Internazionale di Giustizia — conosciuta anche come la Corte Mondiale — è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. Composta da 15 giudici eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza, che votano in maniera separata e simultanea. La Corte delibera sulle controversie fra Stati, basandosi sulla partecipazione volontaria degli Stati interessati. Nel caso in cui uno Stato accetti di partecipare ad un procedimento, esso è tenuto a conformarsi alla decisione della Corte. La Corte fornisce inoltre pareri e consulenze alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate.
Il Segretariato svolge il lavoro di macchina e amministrativo delle Nazioni Unite, seguendo le direttive dell’Assemblea Generale, del Consiglio di Sicurezza e degli altri organi. È guidato dal Segretario Generale, che si occupa della guida amministrativa generale.
Il Segretariato consiste di dipartimenti e uffici con uno staff complessivo di circa 7.500 persone nel bilancio ordinario, proveniente da circa 170 Paesi. Le sedi operative comprendono il Quartier Generale di New York e gli uffici di Ginevra, Vienna, Nairobi e di altre località.
Il Fondo Monetario Internazionale, il Gruppo Banca Mondiale e altre tredici organizzazioni indipendenti conosciute come "agenzie specializzate" sono collegate all’ONU mediante accordi di collaborazione. Queste agenzie, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile, sono organismi autonomi creati da accordi intergovernativi. Essi hanno delle responsabilità internazionali a largo raggio nel campo economico, sociale, culturale, educativo, sanitario e nei settori collegati. Alcuni di essi, come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Postale Universale, sono stati istituiti prima dell’ONU stessa.
Esiste inoltre una pluralità di uffici, programmi e fondi dell’ONU — come l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) — che lavorano per migliorare le condizioni economiche e sociali delle persone di tutto il mondo. Questi organismi riferiscono all’Assemblea Generale o al Consiglio Economico e Sociale.
Tutte queste organizzazioni hanno propri organismi direttivi, bilanci e segretariati. Con le Nazioni Unite sono conosciuti come la famiglia ONU, o il sistema delle Nazioni Unite. Tutti assieme offrono assistenza tecnica e altre forme di aiuto pratico virtualmente in tutte le aree economiche e sociali.

domenica 23 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
Il 23 ottobre 1925 nasce a Cagliari il regista Nanny Loy, pseudonimo di Giovanni Loy.
Esordisce la prima volta con il film "Parola di ladro" (1957), in co-regia con Gianni Puccini, altro noto regista e sceneggiatore italiano con cui firma l'anno successivo il loro secondo lavoro, intitolato "Il marito" (1958). È tragedia comica di un ladro gentiluomo e dagli echi Hollywoodiani, il primo e, commedia con protagonista Alberto Sordi, il secondo. Poi Loy gira nel biennio successivo l'"Audace colpo dei soliti ignoti" (1960), prima di approdare al successo e ai primi riconoscimenti del partigiano "Un giorno da leoni" (1961) e di "Le quattro giornate di Napoli" (1962). Sono film ispirati alla guerra e alla drammatica rivolta di cui i napoletani furono protagonisti a seguito di questa, il 28 settembre del 1943, quando l'intera popolazione con l'apporto di militari fedeli al Regno del Sud, riuscirono a liberare la città campana dall'occupazione delle forze armate tedesche. È ammirevole come, nonostante il periodo di boom economico in cui le pellicole vengono lanciate, il regista si prodighi per riportare l'attenzione degli italiani sulle tematiche da poco superate su cui tanto c’è ancora da discutere. Qualche anno dopo, esattamente nel 1965, Loy, che si occupa da qualche tempo anche di televisione, raggiunge il massimo della popolarità con la serie "Specchio Segreto", che passa alla storia come il primo programma di candid - camera del nostro paese di cui Nanny Loy è autore e attore. Gira subito dopo "Il padre di famiglia" (1967), con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Totò che, fatalità, ne gira la scena del funerale appena due giorni prima di spegnersi, e "Detenuto in attesa di morire" (1971), che per la prima volta, deputa ad un film il compito di denunciare senza mezzi termini tutta l'arretratezza del sistema giudiziario e carcerario italiano di quel periodo. È qui che il grandissimo Alberto Sordi interpreta il ruolo drammatico che gli vale l'Orso d'Oro al Festival di Berlino dell'anno successivo. Non ne viene smentito lo spirito analitico e indagatore nemmeno in "Sistemo l'America e torno", interessante ritratto dell'America razzista di quegli anni. Il 1976 è invece l'anno del più leggero di "Signore e signori, buonanotte" e degli episodi diretti in "Basta che non si sappia in giro" e "Quelle strane occasioni". Si concentrano dunque nel decennio successivo una serie di altri titoli che ne riconfermano lo stile teso a rappresentare la realtà non solo criticamente, ma anche con tenerezza e ironia, un po’ alla maniera dei maestri De Sica e Gassman. Si tratta dei primi tre "Cafè Express" (1980), "Testa o croce" (1982) e "Mi manda Picone" (1984) in cui un giovanissimo Pino Daniele firma accanto a Tullio De Piscopo le musiche e dei più rinomati "Amici miei atto III" (1985), "Scugnizzi" (1989) e "Pacco, doppio pacco e contropaccotto" (1993). Il terzo della serie di "Amici miei" è una catastrofe annunciata già nella sceneggiatura, la critica giudica netto lo scarto con gli altri due e il pubblico non gradisce. "Scugnizzi", invece, cui nel 2002 si ispirerà la versione musical "C'era una volta...Scugnizzi" di Enrico Vaime, rappresenterà una delle esperienza più significative del proprio percorso cinematografico e umano. Il film narra le vicende di alcuni dei giovani detenuti del riformatorio di Nisida, impegnati nella realizzazione di uno spettacolo teatrale. Nanni visita insieme a Leo Gullotta, che è l'attore sotto la cui guida, i ragazzini imparano a recitare, le carceri minorili di Napoli. Entrambi rimangono scioccati, la camorra e il disagio giovanile sono ovunque, ma è il regista che ne soffre più di tutti fino a risentirne dal punto di vista dello stato di salute. "Fu un esplosione dentro di noi", dichiarerà più volte Gullotta. L'ultima pellicola per il grande schermo è, come abbiamo detto "Pacco, doppio pacco e contropaccotto", strutturato ad episodi e ambientato nella Napoli di fine anni Novanta, con i suoi mal costumi, la filosofia dell'arrangiarsi e del tirare a campare. I complimenti per la capacità propria della sua regia di dipingere i tratti caratteristici dell'italiano medio non soltanto per far ridere ma anche per far pensare e far crescere culturalmente il suo pubblico, si sprecano. Il fine educativo del suo operato non è mai secondario, le lezioni che spesso impartisce al Centro Sperimentale ne sono la prova. La stessa idea di cinema come servizio da rendere al pubblico si trasferisce inevitabilmente nell'attività di autore televisivo. Nasce probabilmente con questo intento e con quello di diffondere la grandezza letteraria di Italo Calvino, la versione catodica in onda sulla Rai di "Marcovaldo" (1970), dall'omonimo romanzo dell'illustre scrittore. “Un candido eroe, con la faccia stralunata e triste" di Nanni Loy, che spiegherà la sua partecipazione alla trasmissione come attore, dichiarando: "Faccio l’attore per imparare a farlo, perché non lo so fare, perché recitare significa perfezionare o addirittura conquistare uno strumento in più nell'attività di regista; gli stessi Chaplin e Tatì sono nati come registi da attori, origini che si riconoscono". Un lunga carriera dunque, focalizzata sull'attenzione al prossimo soprattutto quando vittima delle angherie del vicino. Un uomo che il direttore della fotografia Cirillo che con lui lavorava su vari set, definirà come un "sincero, vero e autentico democratico" con un rispetto per il lavoro, la personalità e se stesso senza pari. Un artista e un grande uomo che vale la pena conoscere per imparare che senza la fatica, la dedizione e una visione quasi artigianale del fare, poco di buono si potrebbe creare nel mondo del cinema come nella vita.
Muore a 69 anni a Fregene il 21 agosto 1995, riposa al cimitero del Verano di Roma.

sabato 22 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1964 Jean Paul Sartre rifiuta, suscitando clamore in tutto il mondo, il premio Nobel per la letteratura che l'accademia di Svezia gli ha tributato.
Filosofo, narratore, drammaturgo e saggista, considerato il padre dell'esistenzialismo francese, Jean-Paul Sartre (Parigi 1905, Parigi 1980) ebbe un'infanzia segnata immediatamente, al secondo anno di vita, dalla morte del padre, un ufficiale di marina. Fu dapprima allevato dai nonni materni e, in seguito, con la madre, si trasferì a La Rochelle, dove frequentò il liceo locale. Fra il 1924 e il 1928 studiò all'École Normale Supérieure di Parigi. In questi anni Sartre conobbe Simone de Beauvoir, alla quale restò sentimentalmente legato tutta la vita. Nel 1931 cominciò a insegnare filosofia, prima al liceo di Le Havre, poi al Pasteur e successivamente al Condorcet di Parigi. Negli anni 1933-34 soggiornò a Berlino dove lesse per la prima volta le opere di E. Husserl, di M. Heidegger e di K. Jaspers. La nascita di Sartre come filosofo è narrata da lui stesso in Les Mots (1964; Le parole), opera autobiografica, illustrazione prima del suo mondo ideale. Sartre pubblicò la sua prima opera filosofica, L'imagination (L'immaginazione), nel 1936, con la quale diede l'avvio a una produzione copiosa che lo vide impegnato sulla scena del pensiero europeo. Ne L'imagination si delinea il suo credo filosofico, in un allargamento del pensiero fenomenologico di Husserl e nella presa di coscienza dell'esistenzialismo di marca tedesca. Con L'Être et le Néant (1943; L'Essere e il Nulla) Sartre perfezionerà la sua dialettica visione del mondo, per approdare successivamente, intorno al 1960, al confronto col marxismo della Critique de la raison dialéctique (Critica della ragione dialettica). Oltre che nel saggio filosofico il pensiero di Sartre si era già manifestato con La Nausée (1938; La Nausea), prima opera di Sartre romanziere, nella quale al romanzo meramente narrativo di situazione e di intreccio oppone il romanzo di idee, in cui il protagonista, alter ego dello scrittore, percorre un lungo e tortuoso cammino verso la coscienza del sé e del proprio essere nel mondo. Seguirono altre due opere di narrativa, Le Mur (1939; Il muro) e Les chemins de la liberté (1945-49; Le vie della libertà, inizialmente pensato in quattro volumi, ma di cui solo tre videro la luce), in cui Sartre, adottando la tecnica cinematografica della simultaneità, affrontò letterariamente il dramma generale della seconda guerra mondiale. Successivamente Sartre ampliò il suo orizzonte scrivendo altre opere per il teatro. Nascono così Les Mouches (1943; Le mosche), una trasposizione in chiave moderna dell'Orestea, a cui l'anno dopo seguì Huis clos (A porte chiuse). Intanto, sempre nel 1944, Sartre partecipò attivamente alla Resistenza e, lasciato definitivamente l'insegnamento, nel 1945 fondò, insieme a M. Merleau-Ponty e a S. De Beauvoir la rivista Les Temps Modernes, nella quale, accanto all'esperienza filosofica e letteraria, troverà ampio spazio l'impegno politico. In questo periodo strinse una forte amicizia con A. Camus, che finì, però, col frantumarsi nell'arco di una dura polemica apertasi nel 1952 e spentasi con la prematura morte di quest'ultimo. In seguito a numerosi viaggi in tutto il mondo, da giornalista, Sartre passò dai primi testi atemporali per il teatro a una precisa collocazione nel mondo dei suoi personaggi: con Morts sans sépolture (1946, Morti senza tomba) siamo in piena guerra civile spagnola; con La putaine respecteuse (1946; La sgualdrina timorata) negli USA, e nel difficile clima di integrazione razziale; e ancora con Les mains sales (1948; Le mani sporche) Sartre affronta il conflitto tra realismo e idealismo in politica; con Le diable et le bon Dieu (1951; Il diavolo e il buon Dio) il potere dell'uomo di foggiarsi il proprio destino; Les séquestrés d'Altona (1959; I sequestrati di Altona) tratta lo smarrimento in cui la tirannide può precipitare una coscienza. Alle opere teatrali si aggiunsero i saggi Baudelaire (1947), Saint-Genet, comédien et martyre (1952; Santo Genet, commediante e martire) e le parallele inchieste, puntualizzazioni, considerazioni condotte su Les Temps Modernes. Nel 1964 gli venne conferito il Nobel, ma Sartre lo rifiutò poiché, a suo avviso, «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo». Aveva già rifiutato la Legione d'onore, nel 1945, e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale.
L'opera di Sartre è inevitabilmente segnata dalla contraddizione di chi, parlando sempre di engagement, nega alla letteratura qualsiasi capacità di autonomia. Ed è in questo senso che la sua opera di romanziere e drammaturgo è strettamente legata alla vastità e alla coerenza della sua visione del mondo, la cui unità appare garantita dall'inesauribile dibattito sulla libertà. La libertà, presupposto essenziale per la realizzazione dell'uomo, deve servire soltanto a “impegnarsi”. Per Sartre ogni scrittore è “compromesso con il proprio tempo”, che egli parli o taccia, giacché anche i silenzi di coloro che sono venuti alla ribalta per farsi ascoltare hanno un'eco e un significato. L'existentialisme est un humanisme (1946; L'esistenzialismo è un umanesimo) chiarì inequivocabilmente questi principi e il titolo stesso del saggio è una risposta a quella che deve essere la posizione dello scrittore nella società, la scelta dell'uomo di fronte all'esistenza: l'impegno politico. L'importanza e la grandezza di Sartre scrittore sono, in questo senso, legate alla terribile densità del mondo da lui elaborato intellettualmente, rappresentato e messo in scena: un mondo assurdo e ripugnante, un mondo "a porte chiuse", dominato dall'orrore per la condizione stessa dell'esistere. E tuttavia la possibilità di una via di uscita è accennata e consiste nel farsi carico, ancora una volta, del proprio agire e nella capacità di accogliere in sé una forte responsabilità etica e politica. Dei suoi saggi successivi si ricordano ancora Le peintre sans privilège (1962; Il pittore senza privilegi), Marxisme et existentialisme (1963; Marxismo e esistenzialismo, in collaborazione con R. Garaudy), Les communistes et la paix (1969; I comunisti e la pace) e L'idiot de la famille (1972; L'idiota di famiglia), dedicato a G. Flaubert e non privo di espressioni polemiche sull'autore. Sartre scrisse anche sceneggiature per il cinema: Les jeux sont faits (1947), L'Engrenage (1949; L'ingranaggio), adattato anche per il teatro, e lo stesso Les Mots. Successivamente Sartre venne sempre più accentuando l'impegno politico in campo marxista; in particolare lo svolgimento dei motivi “libertari” inerenti alla sua interpretazione del marxismo in termini fenomenologico-esistenziali lo portò a dure critiche nei confronti del marxismo istituzionalizzato e della sinistra ufficiale e a una concezione della rivoluzione identificata con una sorta di contestazione permanente. Colpito da cecità quasi totale, pubblicò saggi, articoli (su L'idiot international e La cause du peuple) e interviste: oltre a quelli raccolti in Situations VIII, IX (1972) e X (1976), altri formano la trama del libro-conversazione On a raison de se revolter (1974; Le ragioni della rivolta) composto con due militanti dell'estrema sinistra, Pierre Victor e Philippe Gavi, co-fondatori del giornale Libération del quale Sartre fu per qualche tempo direttore. Nel 1983 sono apparsi postumi i Cahiers pour une morale (Quaderni per una morale) e i Carnets de la drôle de guerre (Taccuini di guerra) scritti tra il 1939 e il 1940. Sempre nel 1983 è uscito l'epistolario privato di Sartre: Premières lettres de guerre à Simone de Beauvoir e Lettres au Castor et à quelques autres (trad. it. Lettere al castoro). Nel 1990 sono stati pubblicati testi autobiografici sotto il titolo Ecrits de jeunesse (Scritti giovanili). Il crollo dei regimi marxisti e la condanna dell'ateismo di Stato conseguente agli eventi succedutisi in Europa dal 1989 hanno giustificato alcuni suoi ripensamenti sul marxismo e ridimensionato alcune sue affermazioni sull'esistenzialismo ateo.
Morì nel 1980 al culmine del successo, quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.


venerdì 21 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre 1959 apre a New York il Guggenheim Museum, sul progetto di Frank Lloyd Wright.
Il Guggenheim Museum di New York, è uno dei più importanti musei al mondo nel campo dell'arte moderna e contemporanea.
Il famoso edificio, che ospita il Salomon, progettato da Frank Lloyd Wright tra il 1957 e il 1959, appare esternamente come una spirale rovesciata in cemento bianco a quattro anelli che sale fino a una cupola di vetro a circa 30 metri d’altezza.
All’interno la spirale si apre su di un vasto spazio centrale e viene percorsa dal visitatore partendo dall’alto e scendendo per una rampa elicoidale lunga 432 metri che si snoda lungo un spazio espositivo composto da oltre 70 nicchie e molte piccole gallerie in cui sono in mostra le opere d’arte del museo.
La Grande Rotonda a piano terra del Museo è stato il sito di molte celebri mostre, mentre le sue gallerie più piccole lungo la rampa elicoidale, sono dedicate alla rinomata collezione del Guggenheim, che va dall'Impressionismo all'Arte Contemporanea  fino alle Avanguardie.
La costruzione ospita anche un Auditorium, una rotonda (dove al venerdì e al sabato, dalle 15.00 alle 20.00, si tengono le sessioni del World Beat Jazz), una Caffetteria e un Negozio di libri d’arte.
Inizialmente denominato Museo della Pittura Non-Oggettiva (Museum of Non-Objective Painting), il Guggenheim fu costruito per esporre le opere delle Avanguardie Artistiche che si andavano sempre più imponendo nel mondo dell'arte, come Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian.
 Il museo fu trasferito nella sede attuale, quando, l'edificio progettato dall'Architetto Frank Lloyd Wright, fu completato.
Ultimo grande lavoro del celebre Architetto, molto discusso dai critici architettonici, è ancora mondialmente riconosciuto come uno dei capolavori dell'architettura contemporanea.
Dalla strada, l'edificio assomiglia a un nastro bianco che si avvolge attorno a un cilindro più largo in cima e più stretto alla base, in forte contrasto con i grattacieli di Manhattan che lo circondano.
L'interno del Solomon R. Guggenheim Museum, viene illuminata dalla luce naturale proveniente dalla cupola o da altre forme di luce indirette, sistemate lungo la rampa.
I muri, leggermente inclinati in fuori, dispongono i quadri esattamente come sui cavalletti dove sono stati creati dall'artista.
Le opere sono illuminate sia dalla luce naturale, che entra da un nastro continuo di lucernari a vetrata verticale che segue la parete curva e inclinata, sia da fonti di luce ad incandescenza.
Solo alcune delle opere esposte sono illuminate individualmente.
Il patrimonio artistico del Museo è costituito da opere d’arte provenienti da cinque grandi collezioni private: la Guggenheim Collection, la Tannhauser Collection (offerta dal mercante d’arte tedesco Justin K. Thannhauser), la collezione di dipinti espressionisti tedeschi di Karl Nierendorf, la raccolta di dipinti e di sculture dell’avanguardia storica di Katherine S. Dreier e la collezione di Minimal Art Americana degli anni Sessanta e Settanta del conte Giuseppe Panza di Biumo.
Alle collezioni di partenza si sono aggiungete le successive acquisizioni dei direttori e dei funzionari del museo, come le opere di Roy Lichtenstein e di Joseph Beuys.
Il Museo Guggenheim possiede 5.000 tra dipinti, sculture e lavori su carta del periodo compreso tra l’Impressionismo e i giorni nostri, illustrati da un ampio catalogo.
Un patrimonio tanto grande che può venire esposto solo parzialmente e a periodi alterni.
Nel Guggenheim, infatti, si organizzano annualmente almeno cinque o sei mostre straordinarie che, per la loro ampiezza e importanza, tendono a occupare, tutto o quasi, lo spazio espositivo disponibile.
 Il museo, inoltre, organizza esposizioni di sue opere in tutti i Musei del Mondo.
Tra i pezzi più significativi che appartengono al patrimonio del museo vanno ricordate senz’altro la più grande collezione al mondo delle opere di Kandinsky e le migliori opere dei pittori Henri Rousseau, Delaunay, Georges Braque, Pablo Picasso, Fernand Léger, Marc Chagall, Piet Mondrian, Oscar Kokoschka, Amedeo Modigliani,  Paul Klee, Pollock, Rauschenberg e di decine di altri artisti famosi.
Altre Esposizioni Complementari e Mostre di Opere dei Nuovi Artisti possono essere visitate presso il Guggenheim Museum SoHo, al n. 575 di Broadway, all’angolo con la Prince Street.
Questa “filiale” del museo di Fifth Avenue, inaugurata nel 1992, ha sede in un ex magazzino della fine dell’800, trasformato dall’architetto Arata Isozaki in un ampio spazio espositivo di circa 3.000 metri quadrati.
Nel 1996 il museo ha subìto alcuni lavori di ristrutturazione che lo hanno trasformato, anche grazie alla sponsorizzazione dell’ENEL italiana e della Deutsche Telekom, in uno spazio destinato all’esposizione di opere e apparecchiature ispirate alla più moderna tecnologia informatica e multimediale (CD-ROM e realtà virtuale).

giovedì 20 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 2011, durante una lunga e logorante guerra civile, i ribelli libici uccidono il colonnello Gheddafi, sovrano indiscusso del paese da oltre 40 anni.
Muammar Gheddafi nasce il giorno 7 giugno 1942 a Sirte, città portuale libica, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata.
Gheddafi fu la guida ideologica del colpo di stato che il 1 settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Di fatto nel paese che è andato a guidare negli anni, vigeva un regime del tutto assimilabile a una dittatura: infatti Gheddafi godeva di poteri assoluti e deteneva nel mondo il record come capo di Stato in carica da più tempo.
Negli anni della sua nascita l'Africa del nord è a suo malgrado teatro degli eventi bellici mondiali. Figlio di beduini analfabeti, il piccolo Muammar cresce ai bordi del deserto dove pascola ovini e cammelli, alla bisogna raccoglie quei pochi cereali che l'arida terra del deserto riesce a dare.
Come tutti i maschi delle stesse condizioni sociali ha però il diritto di essere iniziato alla dottrina dell'Islam, impara così a leggere e a scrivere con un unico libro di testo: il Corano.
Nella Libia del 1948 il recente passato bellico è ancora vivo. Il piccolo Gheddafi e due cuginetti sono investiti dallo scoppio accidentale di una granata inesplosa mentre giocano tra le dune. L'ordigno, probabilmente un lacerto dell'esercito italiano di stanza nella zona all'epoca del conflitto, uccide i due cugini e ferisce ad un braccio Muammar provocandogli una profonda cicatrice. Fedele alla dottrina impartita, nel 1956 raggiunta l'età di otto anni, si iscrive alla scuola coranica a Sirte e in un secondo momento a quella di Fezzen, che è in pieno deserto. Il piccolo studente fa la spola tra la tenda paterna e la città una volta alla settimana. Frequenta le scuole coraniche fino al 1961.
Si trasferisce a Bengasi, città del golfo della Sirte, dove si iscrive all'Accademia Militare. Provetto cadetto, nel 1968, frequenta un corso di specializzazione a Beaconsfield cittadina inglese a circa quarantacinque chilometri da Londra. Termina l'addestramento militare nel 1969: Gheddafi ha ventisette anni e il grado di capitano.
Durante tutto il periodo della sua formazione sia ideologica sia marziale è influenzato dal pensiero panarabo e dalle idee repubblicane dello statista egiziano Gamal Abd el-Nasser, che sconvolgono il mondo arabo. La Libia è difatti una monarchia corrotta, asservita agli occidentali. Il governo di re Idris I stenta a lasciarsi alle spalle il passato colonialista, fatto di servilismi e disfacimento.
Infervorato dalla realtà di questa situazione, Muammar Gheddafi il giorno martedì 26 agosto 1969, approfitta dell'assenza dei regnanti, impegnati in un viaggio all'estero, e guida, con l'appoggio di parte dell'esercito a lui solidale, un colpo di stato militare volto a ribaltare la situazione governativa. La manovra ha successo, e appena il lunedì della settimana successiva, il primo settembre, la Libia è una "Repubblica Araba Libera e Democratica". Il governo è retto da dodici militari devoti alla causa panaraba di stampo nasseriano, che formano il Consiglio del Comando della Rivoluzione. A capo del Consiglio c'è Muammar che ha il titolo di Colonnello. Gli stati Arabi riconoscono subito il nuovo Stato libico e anche l'URSS e le potenze occidentali, anche se in un primo momento restie, danno credito a quello che in pratica è un regime dittatoriale instaurato dal Colonnello Gheddafi.
Grazie alle risorse petrolifere del territorio, il nuovo governo crea dapprima le infrastrutture mancanti al paese: scuole e ospedali, vengono anche parificati gli stipendi dei dipendenti "statali" e aperte le partecipazioni aziendali per gli operai. Il neo-governo instaura la legge religiosa. La "Sharia" derivata dai concetti della Sunna e del Corano proibisce l'uso delle bevande alcoliche, che vengono quindi bandite in tutto il territorio, con la conseguente chiusura "forzata" dei locali notturni e delle sale da gioco. La politica nazionalista estirpa poi qualsiasi riferimento straniero dalla vita quotidiana delle persone a partire dalle insegne dei negozi che devono essere tutto in caratteri arabi. L'insegnamento di una lingua straniera è bandita nelle scuole.
Le comunità estere residenti nel paese, tra cui quella italiana che è numerosissima, sono progressivamente espulse; i beni sono confiscati in nome di una rivalsa contro "i popoli oppressori".
Tutti i contratti petroliferi con aziende estere sono stracciati e le aziende statalizzate, salvo poi rivedere alcune posizioni in particolar modo con il governo italiano. Anche le basi militari di USA e Inghilterra sono evacuate e riconvertite dal Governo del Colonnello.
Gheddafi espone i suoi principi politici e filosofici nel famoso "Libro verde" (il cui nome rimanda al "Libro Rosso" di Mao Tse-tung), pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello.
Durante gli anni '90 condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait (1990) e sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla comunità internazionale, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).
Nei primi anni dopo il 2000, gli sviluppi della politica estera di Gheddafi portano ad un riavvicinamento agli Stati Uniti di George W. Bush e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico.
Nel febbraio 2011 la rivoluzione araba colpisce la Libia portando a sanguinosi scontri e ad oltre mille morti. Le violenze perpetrate dal raìs contro la popolazione rivoltosa libica impiegano l'utilizzo di forze mercenarie africane provenienti dal Niger e altri stati limitrofi. Nel mese di marzo una risoluzione ONU autorizza la comunità europea a intervenire con mezzi militari per garantire l'incolumità dei cittadini libici e di fatto evitare una guerra civile.
Tripoli cade il il 21 agosto: i fedeli al vecchio regime di Gheddafi organizzano la loro resistenza in varie aree del paese, principalmente a Sirte e Bani Walid. Dopo lunghi mesi di fuga e resistenza, il leader libico viene catturato durante la fuga da Sirte, sua città natale, caduta ad ottobre sotto gli ultimi assalti degli insorti e dopo un lungo assedio. Un doppio raid degli elicotteri della Nato, a supporto dei ribelli libici, avrebbe prima bloccato Gheddafi e poi ferito mortalmente in un secondo tempo. Muammar Gheddafi muore durante il trasporto in ambulanza il 20 ottobre 2011. Aveva 69 anni.
Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256 % di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2 % di Finmeccanica, l’1,5 % della Juventus, lo 0,58 % di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33 % di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650mila euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.

mercoledì 19 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1812, Napoleone si ritira da Mosca, ponendo così fine alla campagna di Russia.
Napoleone Bonaparte aveva chiamato alle armi oltre 600.000 uomini, per metà Francesi e per l'altra metà di undici lingue diverse, per la sua guerra contro la Russia.
La "Seconda guerra polacca", come la chiamò Napoleone, o, come la definì lo zar Alessandro, "la guerra per la Madrepatria", non giungeva all'apice della potenza dell'imperatore, ché la sua parabola mostrava già segni di cedimento, ma certificava al Mondo la sua feroce volontà di garantire a se stesso e a quanto aveva costruito un futuro non effimero.
Quell'esercito enorme riuniva al confine con la Russia uomini provenienti da ogni parte d'Europa, dai territori dell'impero come da nazioni alleate più o meno entusiaste: nelle gambe di molti di loro v'era già il peso di un numero di chilometri maggiore di quanti ne avrebbero dovuti percorrere nei mesi a venire.
Ma le origini di quella guerra provenivano da ancora più lontano: come spesso è accaduto, affondavano le radici in una pace imperfetta, quella scritta nei paragrafi del trattato di Tilsit.
Dopo aver vinto i Prussiani nel 1806 a Jena e i Russi nel 1807 a Friedland, Napoleone incontrò i due sovrani sconfitti nella città prussiana di Tilsit, l'attuale Sovetsk in Russia, per avviare con loro colloqui di pace.
Nel rapporto con Alessandro I, però, Napoleone andò molto oltre il prevedibile. L'imperatore, infatti, non si limitò alle richieste del vincitore – tra le quali non poteva mancare l'obbligo di aderire all'assedio economico continentale contro l'Inghilterra – ma offrì allo zar la divisione dell'Europa intera in sfere di influenza. In un'anticipazione della politica dei blocchi, la Russia avrebbe avuto mano libera in Finlandia e nei Balcani, concretizzando due prospettive strategiche storicamente care alla Russia e in particolare ad Alessandro: l'espansione verso la penisola Scandinava e soprattutto la difesa delle popolazioni di religione ortodossa, con la concomitante cacciata degli Ottomani musulmani dall'Europa. Ma Napoleone vagheggiò allo zar scenari ancora più grandiosi: addirittura la comune conquista del Mondo intero, con una nuova spedizione francese in Egitto che avrebbe preparato la conquista russa della Persia e dell'India. Il carisma dell'uomo venuto dal nulla conquistò senza riserve il giovane zar, ma i prosaici motivi della politica lo riportarono ben presto alla ragione.
Il patto di "eterna" amicizia con la Francia era infatti duramente contestato in Russia soprattutto per l'adesione al blocco continentale che chiudeva le nazioni europee al commercio con la Gran Bretagna per strangolarne l'economia.
Una misura impopolare ovunque, che però i sudditi di sua Maestà Britannica pativano: forse non quanto Napoleone aveva sperato, ma più di quanto essi riuscissero a sopportare. Le risorse umane inglesi da sole poco potevano contro una potenza che esprimeva ormai una popolazione di 45 milioni di persone. Ne ottimizzarono comunque l'impiego con un sostegno diretto alle rivolte antifrancesi nella penisola iberica: una piccola ferita in un teatro privo di valore strategico, nell'opinione di Napoleone, ma che proprio per questa sottovalutazione era destinata, negli anni a seguire, a stillare copiosamente sangue francese.
Particolarmente penalizzata dal blocco continentale, però, fu da subito proprio la precaria economia russa, le cui fortune dipendevano in parte rilevante dal commercio di legname con la Gran Bretagna e dalle importazioni dei prodotti delle manifatturiere inglesi.
Le proteste dei mercanti russi e dei notabili antifrancesi non sarebbero da sole bastate a convincere lo zar Alessandro a rinnegare il trattato di Tilsit, anche considerata l'attitudine della nobiltà russa alle congiure di palazzo, ma servirono come fattore di attenzione sulle sue clausole e sugli sviluppi politici che le imprese napoleoniche generavano.
Alessandro I aveva una personalità estremamente complessa. Allevato dalla nonna, Caterina la Grande, che non aveva fama di avere un particolare istinto materno, divenne zar all'età di 22 anni, con la morte del padre Paolo I. I cospiratori che lo avevano appena assassinato, la notte del 23 marzo 1801, andarono a cercare il giovane nei suoi appartamenti e, trovatolo, gli comunicarono bruscamente la sua ascesa al trono: "È tempo di crescere, va e governa!". Ma la Russia non era certo un paese facile da governare. Esteso dall'Alaska fino all'Europa centrale, aveva una popolazione di circa 37 milioni di abitanti, un quarto di quelli dell'Europa intera, ma il suo peso politico era minimo, così come quello economico. Alessandro doveva modernizzare il suo regno in anni in cui questo significava fare una rivoluzione, mentre la sua profonda fede religiosa e la convinzione di regnare per volontà divina, lo spingevano al tradizionalismo più conservatore. Fu l'ambizione di Napoleone a risolvere per lui questa contraddizione.
A Tilsit, infatti, era stato creato il ducato di Varsavia, strappando province soprattutto alla Prussia e limitatamente anche alla stessa Russia. Per lo zar questa rinascita lungo il confine col fiume Niemen di una nazione polacca, al momento significava poco, confidando nella promessa di Napoleone a non elevarla a regno. E per una volta Napoleone era seriamente intenzionato a mantenere questa promessa, tradendo senza esitazioni le speranze dei Polacchi, suoi entusiastici sostenitori.
Nel 1809, però, la sincerità delle promesse dell'imperatore non fu più sufficiente per lo Zar: sconfitta nuovamente l'Austria, infatti, Napoleone conferì al Ducato di Varsavia i territori nord-orientali degli Asburgo. Per Napoleone era solo un modo per consolidare la propria posizione in funzione anti-prussiana e anti-austriaca, ma l'avvertimento ricevuto a San Pietroburgo fu diverso: era solo questione di tempo, ormai, e la risorta patria polacca, animata da un indomito spirito nazionalistico, avrebbe rivendicato quanto dell'originaria "Grande Polonia" era diventato Russia. Lo spirito di Tilsit non esisteva più, anche se non era ancora il momento di informarne Napoleone. Nel frattempo, un numero sempre più consistente di navi "neutrali" riprendeva le attività commerciali nei porti russi, rompendo il blocco continentale e minando l'autorità di Napoleone. Dobbiamo riconoscere allo zar Alessandro, se non altro per attitudine, solo la volontà di cercare un accomodamento pacifico su basi più favorevoli di quelle dettate dal vincitore allo sconfitto a Tilsit, dimostrandosi anche preparato militarmente.
Da parte sua l'imperatore aggravò ulteriormente, pur senza una precisa intenzione, le preoccupazioni russe. Dal marzo del 1810 la Francia aveva una nuova imperatrice e, dall'agosto dello stesso anno, la Svezia un nuovo re: Napoleone, dopo aver divorziato da Joséphine de Beauharnais, incapace di dargli un erede, aveva infatti sposato Maria Luisa, duchessa di Parma, figlia dell'imperatore austriaco Francesco II, mentre gli Svedesi, per risolvere una propria crisi dinastica, avevano chiamato al trono del proprio regno, con il riluttante assenso di Napoleone, il maresciallo di Francia Jean Bernadotte. Di fatto la Russia in questo modo risultava circondata a Occidente da un unico fronte di alleati della Francia, e spinta più a Est e più lontana dal secolare obiettivo strategico russo di entrare da grande potenza nel cuore della politica continentale e mediterranea. Aggiungiamo pure che Napoleone, decidendo di fidanzarsi con Maria Luisa, aveva interrotto senza troppi complimenti le trattative matrimoniali (che stavano andando per le lunghe) per sposare una sorella dello zar: quel genere di offesa che si dimentica facilmente per convenienza politica, e sempre per convenienza politica può decretare una frattura insanabile e, nella fattispecie, infiammare nell'opinione pubblica sentimenti anti-francesi.
Dal 1810, quindi, Francia e Russia iniziarono contemporaneamente estesi preparativi militari. Nelle intenzioni di entrambe le parti per il momento solo una misura precauzionale, ma anche l'occasione di ulteriori reciproci sospetti e di un'inarrestabile escalation che avrebbe inevitabilmente condotto alla guerra:
Nei primi mesi del 1812 centinaia di migliaia di uomini già erano sul Niemen, formalmente per difendere la Polonia da un attacco russo, e altrettanti ne stavano arrivando: una migrazione armata di massa come non si era mai vista. Nessuno si era sottratto alla sua richiesta di truppe, neppure nazioni non propriamente amiche come Austria e Prussia avevano osato negargliele e, nonostante la loro inaffidabilità, questi contingenti sarebbero stati funzionali al suo progetto. Anche lo zar, però, aveva messo a segno importanti colpi diplomatici: una pace con l'impero Ottomano aveva reso disponibili le imponenti guarnigioni del confine meridionale, mentre un altro trattato con la Svezia e Bernadotte aveva assicurato un benevolo stato di non belligeranza all'estremo Nord del paese, con grande sorpresa dell'imperatore che però in seguito ebbe a commentare il comportamento dell'ex maresciallo dicendo che poteva "rimproverargli ingratitudine, non tradimento".
Più che agli intrighi diplomatici, i pensieri di Napoleone erano tutti rivolti al suo vero avversario, la Russia, e all'organizzazione al minimo dettaglio dei preparativi per conquistarla. Un territorio nemico per la sua sconfinata vastità ma anche, paradossalmente, per essere talmente boscoso da non avere campi di battaglia sufficientemente ampi da ospitare grandi eserciti, per la scarsità delle sue risorse, che sicuramente il nemico avrebbe oltretutto provveduto ad azzerare, per i grandi fiumi che scorrevano trasversali alla direzione di marcia, per il clima torrido d'Estate e glaciale in Inverno, per l'assenza di una rete stradale degna di questo nome. La Russia si sarebbe opposta agli invasori con tali armi terribili e Napoleone si preoccupò prima di queste che dei cannoni dello zar. Con la sua maniacale puntigliosità l'imperatore studiò e controllò personalmente ogni dettaglio organizzativo: dal treno dei rifornimenti, ai depositi e al loro contenuto, dagli artigiani specializzati che dovevano accompagnare le armate, al bestiame che doveva nutrirle. Le armate dovevano essere indipendenti in tutto perché nulla avrebbero trovato in quei luoghi inospitali che il nemico avrebbe reso desolati. Persino la composizione degli zaini e la disposizione degli oggetti al loro interno fu accuratamente studiata per massimizzarne le capacità di trasporto.
Prima ancora che la campagna iniziasse, però, le difficoltà di gestire ordinatamente un esercito così grande (circa 450.000 solo quelli in diretto comando di Napoleone) emersero prepotentemente. Era stato ad esempio deciso che gli uomini, nella loro marcia di avvicinamento al Niemen, avrebbero dovuto approvvigionarsi localmente per non intaccare i rifornimenti riservati alla successiva invasione, ma non di rado le risorse messe a disposizione dalle autorità civili alleate erano troppo scarse, così che alle truppe, già esasperate dalla marcia, restava solo il saccheggio. Ma proprio nei numeri Napoleone confidava per vincere: innanzitutto perché mai i Russi avrebbero potuto immaginare di avere contro il doppio delle proprie forze, e in secondo luogo perché l'Imperatore contava di chiudere la guerra in 3 settimane, e in quel lasso di tempo le inevitabili perdite sarebbero state trascurabili.
Effettivamente i Russi furono colti di sorpresa dal numero degli avversari e questo sconvolse i loro piani, che prevedevano un arretramento delle due armate principali, la Prima al comando di Michael Barclay de Tolly e la Seconda agli ordini di Pyotr Bagration, fino al campo fortificato di Drissa, dove avrebbero trovato ad attenderli i rinforzi resi disponibili dalla mobilitazione generale, per colpire Napoleone tra incudine e martello.
Certamente l'idea di rimandare lo scontro e di localizzarlo lontano dalle frontiere era buona, ma Drissa ancora troppo vicina perché l'Armata francese risultasse sufficientemente indebolita dal naturale attrito della guerra. Al contrario, l'Imperatore era intenzionato ad approfittare della propria posizione centrale intromettendosi tra le due armate nemiche per distruggere quella che avesse incontrato per prima.
Lo zar, formalmente il comandante in capo, seguiva la situazione da San Pietroburgo, un po' troppo lontano per prendere decisioni: faceva le sue veci sul campo Barclay de Tolly, appartenente alla schiera di fuoriusciti tedeschi che riempivano i ranghi del suo esercito. Bagration, russo, mal tollerava il suo stato di subordinazione ad uno "straniero" e, pur accettandone disciplinatamente l'autorità, non ne condivideva le scelte strategiche: per Barclay Napoleone era troppo forte per essere affrontato, secondo Bagration si doveva assumere decisamente l'offensiva. Paradossalmente questo contrasto al vertice si rivelò prezioso per le sorti russe: cautela e orgoglio si fusero, e i Russi in costante ritirata non si persero mai d'animo, ma si rivelarono combattenti irriducibili in difesa e sempre pronti alla controffensiva.
Le trappole tese da Napoleone ai due eserciti nemici fallivano una dopo l'altra e fu impossibile impedirne il ricongiungimento presso Smolensk dove avvenne la prima battaglia degna di questo nome. L'occasione per distruggere l'esercito russo, tanto cercata da Napoleone, giungeva solo il 14 agosto dopo quasi due mesi dall'inizio dell'invasione, ma il risultato non fu quello che l'imperatore auspicava. A rovinare quello che molti considerano un capolavoro di Napoleone fu Gioacchino Murat, che schiantò la sua cavalleria contro i quadrati della fanteria russa, senza alcun risultato. Dopo un'accanita resistenza i Russi riuscirono a sganciarsi.
Il bilancio per Napoleone, a questo punto della guerra, era già assolutamente negativo. La cavalleria russa, in virtù anche delle milizie cosacche, era sempre riuscita efficacemente a costruire uno schermo impenetrabile alle unità esploranti francesi. I marescialli si muovevano così alla cieca, seguendo l'istinto di Napoleone e i suoi ordini. Ma quando questi mancavano o erano imprecisi, il timore di contravvenire le intenzioni del loro inflessibile padrone li paralizzava nell'inazione. Napoleone pretendeva un controllo totale, impossibile in quelle condizioni, e i suoi subordinati non fecero molto per pretendere la maggiore autonomia che sarebbe stata opportuna.
L'inseguimento dei Russi costringeva i soldati di Napoleone a marce estenuanti nell'insopportabile caldo dell'Estate russa e il loro percorso si disseminava di cadaveri: uomini e animali morti per la fatica, la dissenteria, la fame. Le loro colonne compatte sollevavano tempeste di polvere che soffocavano gli uomini, torturandoli per la sete, e quanto più esse marciavano veloci, tanto più si distanziavano dai loro rifornimenti, che rimanevano indietro, insabbiati nella steppa, condannando gli uomini già esausti al digiuno. Un semplice acquazzone estivo poteva peggiorare ancora di più le cose, trasformando il terreno in un insuperabile lago di fango, che letteralmente inghiottiva senza distinzione uomini, animale e cose. Molti preferiscono suicidarsi piuttosto che vivere in queste condizioni, altri disertano riunendosi in formazioni improvvisate che vivono di brigantaggio mentre cercano di tornare alle loro patrie lontane, e contadini e cosacchi danno loro la caccia come animali feroci.
In questo terribile scenario, non c'è da stupirsi che dopo la battaglia di Smolensk Napoleone prenda in considerazione l'ipotesi di attestarsi sulle posizioni raggiunte per l'Autunno e l'Inverno, dando modo al suo esercito di riposarsi e rifiatare. Le forze al suo comando sono appena un terzo di quelle con le quali era partito due mesi prima: potrà reintegrarle con le reclute, potrà donare ai Polacchi la sospirata indipendenza e ottenerne in cambio la mobilitazione generale e altri centomila uomini, potrà decidere in Primavera quale delle due capitali russe, San Pietroburgo o Mosca, dirigere il suo attacco. Ma era un'ipotesi impraticabile, perché mai il suo esercito avrebbe potuto sopravvivere a lungo nel cuore nel territorio russo: non rimaneva che ritornare indietro o avanzare altri 450 chilometri e prendere Mosca, augurandosi che questo fosse sufficiente a costringere lo zar alla resa.
Ma Alessandro si era ormai determinato a resistere e aveva assegnato il comando in capo all'esperto Mikahil Kutuzov, con il mandato, intriso di misticismo, di liberare il sacro suolo russo dall'invasore.
Mikahil Kutuzov assunse il comando in capo delle armate russe dopo la battaglia di Smolensk, ereditando dal suo predecessore Barclay de Tolly una situazione ancora critica, ma in miglioramento. Napoleone era come un giocatore in perdita al tavolo da gioco costretto ad aumentare la puntata per rifarsi, ma con sempre minori probabilità di vittoria. Il generale russo seppe approfittarne e, forte dell'indomito spirito combattivo delle sue truppe, dispose una linea di resistenza a Borodino attorno a fortificazioni improvvisate. Napoleone non ottenne la vittoria schiacciante di cui aveva bisogno, ma riuscì solo ad allontanare i Russi dalla posizione, aprendosi la strada verso Mosca. Abbandonata la città, Kutuzov schierò le sue truppe a Sud, impedendo così a Napoleone di incamminarsi verso territori non ancora devastati dalla strategia della terra bruciata: la ritirata francese sarebbe stata un incubo.
Provò a bloccare Napoleone a Borodino, il 7 settembre, sul fiume Moskova,offrendo a Napoleone quella "battaglia decisiva", che questi ostinatamente cercava, e pure senza riuscirvi provocò una nuova emorragia di uomini tra le fila francesi.
Una settimana dopo, Napoleone raggiunse Mosca con meno di centomila soldati, troppo pochi per fare paura ad Alessandro, figuriamoci a Kutuzov, le cui truppe finalmente superavano quelle avversarie. In una città semidistrutta da un incendio per cause non ancora chiarite, Napoleone attese invano la resa dello zar. Con colpevole ritardo, solo dopo più di un mese, il 19 ottobre, l'imperatore si decise ad abbandonare la città, intraprendendo la ritirata destinata a rimanere alla storia come una delle più grandi catastrofi militari di tutti i tempi. Kutuzov si era schierato a sud della città, per costringerli a riprendere lo stesso percorso dell'andata, dove tutto era devastazione e morte. Coraggiosamente le truppe italiane al seguito di Napoleone sfondarono il blocco a Maloyaroslavets, per trovarne, un altro, insormontabile, poco più a sud. Ai Francesi non restava che ritornare sui loro passi: dopo la strage compiuta dall'Estate russa, ci avrebbe pensato l'Inverno, con temperature capaci di scendere a -38 gradi, a completare l'opera, lasciando alle armate di Kutuzov solo il compito di infierire su un nemico vinto e in fuga.
Dal 26 al 29 novembre 1812 il fiume Beresina fu testimone del più drammatico episodio della ritirata delle truppe francesi: in pochi riuscirono a sfuggire alla trappola tesa dai Russi. Questi volevano distruggere completamente quanto restava dell'armata francese stringendola in una inesorabile tenaglia con attacchi combinati su entrambe le sponde del fiume.
I Genieri Olandesi di Napoleone, sfidando una temperatura di 20 gradi sotto zero, scesero nella Beresina costruendo 3 pontili lunghi 100 metri, per consentire il suo attraversamento.
Le stremate truppe francesi dovettero combattere e vincere due battaglie: contro i Russi che li inseguivano e contro quelli che dall'altra parte del fiume bloccavano la loro via di fuga.
Mentre infuriavano i combattimenti, i Cosacchi fecero strage dei molti soldati francesi che si erano persi e che cercavano disperatamente di ricongiungersi alla colonna principale.
20.000 civili al seguito dell'Armata francese morirono durante la battaglia della Beresina: di questi si calcola che almeno 10.000 fossero le vittime dei Cosacchi.
Nelle quattro giornate di combattimenti morirono circa 15.000 soldati francesi, ma la trappola russa era fallita e anch'essi avevano lasciato sul campo circa altrettanti uomini.
«Posso mantenere il dominio d'Europa solo dalle Tuileries»: con questa motivazione Bonaparte il 5 dicembre abbandonò in Russia quello che rimaneva della sua armata per raggiungere in segreto Parigi. Lo accompagnava solo una ristrettissima cerchia di collaboratori e una piccola scorta di cavalleria. Ben presto quasi l'intera Europa si sarebbe sollevata contro di lui.
L'ultima striminzita colonna di disperati a cui era stata ridotta la Grande Armata, ormai appena 10.000 uomini, attraversò il Niemen l'11 dicembre, assieme ad altri 25.000 che si erano salvati coi propri mezzi: Napoleone aveva scommesso tutto su una sola giocata e aveva perso.

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