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lunedì 29 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 febbraio.
Il 29 febbraio 1928 moriva a Roma Il Maresciallo d'Italia Armando Diaz.
Era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, da famiglia d'origine spagnola venuta in Italia con Carlo di Borbone. Iniziò la carriera militare nell'artiglieria, passando poi - dopo il corsa alla scuola di guerra -- nello Stato maggiore. Nel 1910 fu promosso colonnello di fanteria e dal maggio dei 1912 prese parte, alla testa del 93° reggimento, alla campagna libica, dove il 29 settembre 1912 rimase ferito a una spalla. Poco dopo, rimpatriato, fu chiamato al comando del corpo di Stato maggiore quale segretario del capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Pollio, continuando in quella carica anche quando - morto improvvisamente il Pollio nel luglio 1914 - gli successe il Cadorna.
Promosso al grado di maggior generale, collaborò col Cadorna nella preparazione dell'esercito durante la neutralità italiana. Quando l'Italia entrò in guerra, fece parte del Comando supremo con le funzioni di capo del reparto operazioni, rimanendovi oltre un anno, e cioè fino a quando, promosso tenente generale, chiese ed ottenne il comando d'una divisione sul Carso (49a).
Si distinse nel 1916 nelle operazioni intorno a Gorizia, sul Veliki Hribach, a San Grado di Merna e sul Volkovniak. Nel maggio 1917, quando s'iniziò una nuova offensiva italiana, era alla testa del XXIII corpo d'armata, sempre sul Carso, agli ordini del Duca d'Aosta, comandante la III armata. In quelle operazioni (maggio-giugno) il suo corpo d'armata fu dapprima in riserva, poi venne inviato in linea nel settore di Castagnavizza a parare una furiosa controffensiva austriaca, contro la quale il D. riuscì a mantenere le posizioni fra Versic e Jamiano. Tre mesi dopo, ripresasi ancora l'offensiva sul Carso, il D. spintosi fino al vallone di Brestoivizza, si mantenne di fronte a vigorosi contrattacchi, a segnare il punto più avanzato toccato dalla nostra occupazione carsica. Fu ferito a un braccio e decorato di medaglia d'argento al valor militare. La sua azione complessiva di comandante del XXIII corpo gli valse la commenda dell'Ordine militare di Savoia. Aveva appena compiuto, ai primi di novembre del 1917, la ritirata con la III armata dal Carso al Piave, conseguente alla battaglia perduta dalla II armata sul medio Isonzo (Caporetto) , quando fu chiamato al supremo comando dell'esercito.
La decisione di sostituire Cadorna con Diaz fu presa Peschiera al convegno voluto dagli Alleati.
Le decisioni sarebbero state prese a Rapallo, se Lloyd Gorge e Painlevè avessero avuto dei sicuri elementi di giudizio; che i politici italiani presenti in quel momento non avevano, così lontani e assenti dal fronte.
Dopo i colloqui, il comunicato dell'8 novembre annunziava qualcosa di concreto.
"Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di creare un Consiglio Supremo politico fra gli Alleati, per tutto il fronte occidentale, sono stati nominati a far parte di tale Comitato militare: per la Francia il generale Foch, per l'inghilterra il generale Wilson e per l'Italia i generale Cadorna. A sostituire il generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto d'oggi nominato Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il generale Diaz, e come sottocapi i generali Badoglio e Giardino".
Davanti ad un esercito non professionista ma di massa, i comandanti più che farsi capire da chi non poteva capire, dovevano loro, che erano in grado di comprendere cercare di capire. Era più importante la questione "psicologica" che non quella "militare". E i fatti successivi diedero ragione di questa scelta.
Il piccolo sovrano piemontese, dopo la sanguinosa esperienza del rigido e spartano Cadorna, come lui settentrionale, volle un napoletano. Non era un genio della strategia? Non importava gran che. Si trattava di fabbricare un muro di sbarramento: un muro che non poteva avere altro fondamento che il "morale" dei soldati. I piani di battaglia li fanno i giovani tenenti colonnelli di stato maggiore freschi di studio e di entusiasmi. Mentre il nuovo comandante doveva occuparsi di ben altro.
Il Re probabilmente conosceva quella frase che ripeteva spesso Federico II quando visitava i suoi principi vassalli che trattavano i propri contadini all'occorrenza soldati, come bestie e con la frusta. Il Re di Prussia li rimproverava "...trattateli come uomini, non come animali addomesticati; perché quando avrete bisogno di veri uomini, non troverete in loro degli amici, ma troverete solo degli animali addomesticati, sempre pronti a fuggire da voi come davanti al nemico".
Mentre il Re lanciava il suo proclama, il generale Armando Diaz assumeva il comando e dirigeva alle truppe un laconico comunicato:
"Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore, e conto sulla fede e sull'abnegazione di tutti".
Stop!"
Nell'ora grave, Armando Diaz immediatamente si adoperò per ridare saldezza all'esercito, riparare le gravi perdite subite dal 24 ottobre all'8 novembre, e risollevare gli animi turbati. Con le sole forze italiane (le divisioni alleate giunte in Italia essendo entrate in linea solo un mese dopo) superò la prima e più critica fase della stabilizzazione sulla linea Altipiani-Grappa-Piave, che il suo predecessore Cadorna aveva opportunamente prescelto per una resistenza ad oltranza, e che Diaz riaffermò fin dal primo momento di voler tenere ad ogni costo. Mentre rapidamente rinvigoriva l'esercito, il generale si mantenne sulla linea dei monti e del Piave durante tutto l'inverno 1917-18, finché nella seconda metà del successivo giugno fu in grado di respingere la grande offensiva (battaglia dei Piave) con la quale l'intero esercito austro-ungarico sperò di poter dilagare nel Veneto occidentale e nella Lombardia. Dopo la vittoriosa azione di giugno, Diaz preparò l'esercito al supremo attacco, riservandosi di fronte agli alleati la scelta del tempo e della linea direttrice, in modo che la battaglia riuscisse decisiva e, attraverso il crollo austriaco sulla fronte vegeta, assicurasse la pronta risoluzione della guerra.
Nell'autunno del 1918 guidò alla vittoria le truppe italiane, iniziando l'offensiva il 24 ottobre, con lo scontro tra 55 divisioni italiane contro 60 austriache. Il piano non prevedeva attacchi frontali, ma un colpo concentrato su un unico punto - Vittorio Veneto - per spezzare il fronte nemico. Iniziando una manovra diversiva, Diaz attirò tutti i rinforzi austriaci lungo il Piave, che il nemico credeva essere il punto dell'attacco principale, costringendoli all'inazione per la piena del fiume. Nella notte tra il 28 e 29 ottobre, Diaz passò all'attacco, con teste di ponte isolate che avanzavano lungo il centro del fronte, facendo allargare le ali per coprire l'avanzata. Il fronte dell'esercito austriaco si spezzò, innescando una reazione a catena ingovernabile. Il 30 ottobre l'esercito italiano arrivò a Vittorio Veneto, mentre altre armate passarono il Piave e avanzarono, arrivando a Trento il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 l'Austria capitolò, e per la storica occasione Diaz stilò il famoso Bollettino della Vittoria, in cui comunicava la rotta dell'esercito nemico ed il successo italiano.
Dopo la guerra Diaz rimase in secondo piano finché in Italia prevalsero sentimenti di scarsa valutazione della vittoria e di scarsa riconoscenza per i combattenti; ma, nell'ottobre del 1922, all'avvento del Fascismo al potere, accettò l'offerta del portafoglio della Guerra nel nuovo regime, del quale fu convinto assertore, rimanendo a quel posto fino al 1924, allorché, per ragioni di salute, decise di ritirarsi definitivamente a vita privata. Poco dopo (novembre 1924) fu nominato maresciallo d'Italia, grado ripristinato per onorare i supremi condottieri dell'esercito nella guerra mondiale. Nel febbraio 1918 era stato nominato senatore del regno. Nel dicembre 1921 gli era stato conferito il titolo di duca della Vittoria.
Armando Diaz è morto a Roma il 29 febbraio 1928 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, dove riposa vicino all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel.

domenica 28 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 1935 Wallace Carothers, un chimico della Dupont, sintetizza una nuova fibra tessile artificiale, il nylon.
Indossiamo ogni giorno dei capi di abbigliamento in nylon, ma non ci soffermiamo a pensare all’origine di tale scoperta. La nuova fibra, davvero fuori dal comune per le sue caratteristiche, è resistente come l’acciaio e al tempo stessa leggera come la seta.
La scoperta del nylon da parte del chimico americano Wallace Hume Carothers (nato nel 1896 e morto nel 1937) ha aperto la strada all’invenzione di altre fibre sintetiche come il terifene, l’orlon e il dacron, oggi molto utilizzate nel campo tessile.
Laureatosi in Chimica nel 1928, Carothers diventa direttore del reparto di chimica organica presso l’azienda DuPont de Nemours, svolgendo attività di ricerca nell’ambito delle resine sintetiche. Mentre la vita professionale di Carothers è contrassegnata da fama e riconoscimenti, pare che nella vita privata il chimico fosse malato di depressione, così infelice da arrivare al suicidio.
Ad ogni modo risale al 28 febbraio 1935 la data in cui a Wellington, in Delaware (USA), presso un laboratorio chimico della DuPont, Wallace Hume Carothers sintetizza la fibra tessile oggi conosciuta come nylon.
Il Nylon appartiene alla famiglia delle poliammidi sintetiche, in particolare con questo termine si indicano le poliammidi alifatiche. Impropriamente, però, si chiamano “nylon” anche le fibre appartenenti alla categoria delle poliammidi aromatiche (come il Nomex e il Kevlar). A differenza delle fibre sintetiche prodotte fino a quel momento, che erano di qualità scadente, il nylon può avere diverse misure ed essere lavorato anche in fili molto sottili per ricavare calze da donna.
Le principali caratteristiche di questa fibra sono: grande recupero elastico; elevata resistenza all’usura; tintura facile; manutenzione agevole; solidità di colore molto spiccata. Va però messa in evidenza una scarsa resistenza del nylon alle temperature superiori ai 100 gradi e ad alcune condizioni ambientali quali luce o presenza massiccia di ossido di azoto, ed anche una certa sensibilità ad alcuni acidi minerali e candeggianti, che potrebbero danneggiarlo.
Il Nylon viene utilizzato “in filo continuo” per la produzione di calze da donna. In altri casi, invece, il filo di diametro è piuttosto elevato per produrre capi di abbigliamento sportivo (giacche a vento, tute sportive), costumi da bagno, borse, lingerie, fodere e ombrelli, pavimentazione e accessori di arredamento. Utilizzato invece con il metodo “in fiocco” insieme ad altre fibre naturali come la lana ed il cotone, il nylon è utile per produrre maglieria e calze da uomo, tessuti per pavimentazione e tappeti. I vantaggi di una fibra del genere sono tanti: non si restringe con i ripetuti lavaggi; resiste all’usura del tempo più di altre fibre; si asciuga subito e non necessita di stiratura; non viene preso di mira dalle tarme; è molto leggera.
Dopo la fase pre-tintoriale, che prevede una serie di operazioni quali la Purga ed il Termofissaggio, si procede con la tintura vera e propria, utilizzando coloranti acidi di classe A o di classe B. Mentre i primi permettono una migliore distribuzione del colore, quelli di classe B ottengono una tintura meno omogenea. Dopo la tintura si eseguono trattamenti a base di acidi oppure di prodotti naturali (dalla tenuta migliore ma più costosi) per il fissaggio definitivo. In Italia la prima azienda che ha introdotto la lavorazione del nylon 6,6 è stata la Rhodiatoce, con stabilimento industriale a Pallanza. Altre aziende produttrici di nylon nel nostro Paese sono la Chatillon e la Snia Viscosa.
Negli anni Settanta la Montefibre (una società appartenente al gruppo Montedison) accorpa anche la Snia Viscosa. Nei dieci anni successivi il settore delle poliammidi subisce una forte crisi, che coinvolge tutte le grandi industrie italiane e non. Oggi in Italia le due maggiori imprese di nylon sono Aquafil Spa e RadiciGroup.
Una leggenda metropolitana vuole che la parola nylon altro non sia che l'acronimo di: Now You've Lost Old Nippon. Questo perché in seguito agli avvenimenti della seconda guerra mondiale il Giappone impedì l'importazione di seta dalla Cina che serviva agli Stati Uniti per tessere i paracadute dei soldati. A questo punto gli Stati Uniti si ingegnarono e crearono questo nuovo materiale sostitutivo dandogli appunto tale acronimo. Un'altra leggenda metropolitana vuole, invece, che il nome derivi da quelli di New York e Londra, ma nemmeno di questo si hanno prove.

sabato 27 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Il 27 febbraio 1932 nasce Elizabeth Taylor.
Una delle più grandi star della storia di Hollywood, e senza dubbio una delle attrici più affascinanti, sensibili e raffinate che il cinema abbia mai avuto. La sua immagine divistica e l'attenzione della stampa per i suoi numerosi quanto burrascosi matrimoni, hanno purtroppo rischiato di spostare l'attenzione dal suo grande talento. Ma lei ha sempre affrontato la vita di petto, mettendosi sempre in gioco e deliziando intere generazioni di spettatori con un talento e un sex-appeal fuori dal comune.
Bruna, dal volto perfetto e dallo sguardo irresistibile, la grande Elizabeth Taylor nasce a Londra, in Inghilterra, il 27 febbraio 1932. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si trasferisce con la famiglia in America, e a soli dieci anni debutta nel cinema in una piccola parte in "There's One Born Every Minute".
Messa sotto contratto con la Metro Goldwyn Mayer, prende parte in ruoli di giovane protagonista in film come "Torna a casa, Lassie!" (Lassie Come Home, 1943) di Fred MacLeod Wilcox, e "Gran Premio" (National Velvet, 1944) di Clarence Brown, nei quali riesce a farsi notare per una dolcezza per niente leziosa, e una sensibilità che da una bambina neanche adolescente non ci si aspetterebbe.
Con l'adolescenza la giovane Elizabeth sviluppa disinvoltura e forza di carattere, così, a partire dai primi anni '50, riesce a scrollarsi di dosso i ruoli di ragazzina fragile in cerca d'amore, per passare a quelli di giovani donne che sanno quello che vogliono, ma con una insicurezza di fondo che la porta a cercare nell'uomo amato la propria completezza. E lei li interpreta splendidamente. Il primo di questi ruoli è quello dell'affascinante ragazza dell'alta società che continua ad amare il suo uomo anche quando lo scopre reo di omicidio in "Un posto al sole" (A Place in the Sun, 1951) di George Stevens.
In questo film nasce il sodalizio artistico e affettivo con Montgomery Clift. La Taylor si innamora subito del problematico e affascinante attore omosessuale, ma quando lui le fa capire le sue vere tendenze, lei gli resterà comunque al fianco come leale e affettuosa amica. Sarà proprio lei a salvargli la vita quando, una sera del 1956, dopo un party a casa di Elizabeth, Clift finisce con l'auto in un burrone e lei gli presta i primi e necessari soccorsi.
Con la maturità e la forza di carattere Elizabeth Taylor continua ad affrontare ruoli di donne conturbanti e volitive, ma con una certa insicurezza latente, con una sempre più vasta gamma espressiva. A tal proposito la ricordiamo come bella e ricca ragazza del Sud contesa tra due uomini nel coinvolgente "Il gigante" (Giant, 1956) di George Stevens, con Rock Hudson e James Dean; come avvenente bruna con turbe infantili e incubi razziali che si fa sposare con l'inganno ne "L'albero della vita" (Raintree County, 1957) di Edward Dmytryk; come bella e insoddisfatta moglie di un ex-atleta nevrotico nel morboso "La gatta sul tetto che scotta" (Cat on a Hot Tin Roof, 1958) di Richard Brooks, tratto dal celebre dramma teatrale di Tennessee Williams; e come introversa ragazza che rischia di essere lobotomizzata perché dimentichi di aver assistito ad un terribile omicidio in "Improvvisamente l'estate scorsa" (Suddenly, Last Summer, 1959) di Joseph L. Mankiewicz, sempre tratto da Williams.
Le sue interpretazioni di questo periodo mostrano una sorprendente incisività interpretativa, e un uso sapiente che ormai l'adulta e prosperosa attrice fa della sua provocante femminilità. Ma mentre diventa la più grande star di Hollywood, la Taylor fa anche avanti e dietro dall'altare: negli anni '50 infatti l'attrice si sposa per ben quattro volte.
Il primo matrimonio (1950-51) è quello con Conrad Hilton jr., il proprietario di una celebre catena d'alberghi; il secondo (1952-57) è con l'attore inglese Michael Wilding, da cui ha due figli, Michael Howard e Christopher Edward; il terzo (1957-58) è quello con l'impresario Michael Todd, molto più maturo di lei e che sarebbe morto un anno dopo averla sposata, da cui ha una bambina, Liza; il quarto (1959-64) invece è con l'attore Eddie Fisher, "rubato" all'attrice Debbie Reynolds, così che Liz si guadagna l'appellativo di "rovina famiglie".
Nel 1960, dopo aver vinto un Oscar per l'interpretazione della squillo di lusso che tenta invano di riprendersi una vecchia fiamma nel mediocre "Venere in visone" (Butterfield 8, 1960) di Daniel Mann, l'attrice comincia malvolentieri, ma con un compenso di 1 milione di dollari, la travagliata lavorazione di un kolossal destinato a fallire: "Cleopatra" (Cleopatra). Il budget è tra i più elevati della storia di Hollywood, e la regia passa in breve tempo dalle mani di Rouben Mamoulian a quelle di Joseph L Mankiewicz. Dopo vari problemi il film esce nelle sale nel 1963, ottenendo un enorme fiasco al botteghino. L'interpretazione di Elizabeth della "regina del Nilo" è comunque convincente, e la sua bellezza è sempre intrigante, ma questo disastroso polpettone verrà ricordato per motivi tutt'altro che artistici.
Sul set di "Cleopatra" infatti, l'attrice e il suo co-protagonista, l'affascinante attore inglese Richard Burton, si innamorano follemente l'una dell'altro. Nascerà così un'appassionata quanto travagliata storia d'amore sfociata per ben due volte nel matrimonio (1964-74 e 1975-76), e seguita dalla stampa e dalla gente di tutto il mondo, conclusasi tristemente con la prematura morte di Burton nel 1984, a causa di un'emorragia cerebrale.
Passioni e follie della vera vita coniugale vengono rappresentate con grande istrionismo dalla coppia in una serie di indimenticabili film: uno su tutti il morboso "Chi ha paura di Virginia Woolf?" (Who's Afraid of Virginia Woolf?, 1966) di Mike Nichols. In questo film Burton e la Taylor interpretano rispettivamente un professore di storia e la moglie isterica e semialcolizzata, che coinvolgono una coppia di ospiti nelle loro liti furiose. Elizabeth Taylor è straordinaria in questo ruolo: non ha paura ad ingrassare e a farsi imbruttire, per dimostrare tutto la sua vivacità di spirito, prendendo in giro il suo status di sex-symbol di Hollywood. Per questa sua magnifica interpretazione riceve un meritatissimo premio Oscar.
A cavallo tra gli anni '60 e i primi anni '70 la coppia Taylor-Burton fa faville sullo schermo in una serie di film decisamente riusciti, come "La bisbetica domata" (The Taming of the Shrew, 1967) di Franco Zeffirelli, "La scogliera dei desideri" (Boom!, 1968) di Joseph Losey, e "Divorzia lui, divorzia lei" (Divorce his - Divorce hers, 1973) di Waris Hussein. Ma l'attrice continua a mietere successi anche da sola, regalando mirabili interpretazioni, come quella della moglie fedifraga di un maggiore dell'esercito segretamente omosessuale nel suggestivo "Riflessi in un occhio d'oro" (Reflections in a Golden Eye, 1967) di John Huston; della prostituta che dopo aver perso la figlia accetta la proposta di una nevrotica ragazza ricca di fingersi sua madre nell'ambiguo "Cerimonia segreta" (Secret Ceremony, 1968) di Joseph Losey; e della ballerina sposata per interessi che vorrebbe legarsi a un giovane giocatore d'azzardo nel doloroso "L'unico gioco in città" (The Only Game in Town, 1970) di George Stevens.
Gli anni '70 sono segnati dai tira e molla con Burton e dalla partecipazione a pellicole spesso deludenti. Sul finire del decennio fa scalpore il suo matrimonio (1976-82) con il politico John W. Warner, senatore della Virginia. L'attrice passa così dai party hollywoodiani alle cene con senatori e capi di stato.
Negli anni '80 la sua silhouette si fa più tondeggiante e la parte debordante e salace della sua personalità ha ormai preso il sopravvento su quella più raffinata e sensuale, ma Elizabeth Taylor dimostra di essere l'indomita e generosa donna di sempre, impegnandosi in prima persona per la creazione di una fondazione per la cura dell'AIDS.
Non abbandona le scene, dedicandosi con grande successo sia al teatro (la sua interpretazione della gelida Regina nel dramma "Le piccole volpi", di Lillian Hellman, le fa guadagnare nel 1981 una nomination ai Tony) che alla tv. Contemporaneamente però continua col vizio per gli alcolici (appreso da Burton) e con l'eccessivo uso di farmaci. Nel 1984 viene ricoverata in una clinica per disintossicarsi, e ne esce sobria e con un nuovo marito, il carpentiere Larry Fortensky. Questa bizzarra unione non può non far scalpore, e durerà solo poco tempo (1991-96).
Negli ultimi anni di vita Elizabeth Taylor ha continuato la sua campagna di sensibilizzazione in favore dell'AIDS, e a raccogliere fondi per finanziare la ricerca, senza smettere di giocare con la sua immagine di ex-icona del sesso e di diva dello schermo, e con il fascino, la dolcezza e l'umorismo a cui ha sempre abituato il suo pubblico.
Da tempo malata di cuore Liz Tayor muore il 23 marzo 2011 presso il Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles (California, USA), all'età di 79 anni.

venerdì 26 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbraio 1993, un'autobomba fu fatta esplodere sotto la Torre Uno del World Trade Center a New York. La bomba di 700 kg era diretta a distruggere entrambe le torri facendo crollare la prima sulla seconda, uccidendo così migliaia di persone. Per quanto l'esplosione non distrusse nessuna delle due torri, uccise sei persone, ne ferì più di mille e causò centinaia di milioni di dollari di danni.
L'attacco fu pianificato da un gruppo di individui associati ad al-Qaeda, compresi Abdul Rahman Yasin, Ramzi Yousef e vari altri. Il finanziamento di quell’operazione fu fornito da Khalid Shaik Mohammed, lo zio di Ramzi Yousef, un esponente di primo piano di al-Qaeda. Sei degli uomini associati a quell’attacco sono stati condannati, compreso l'ideatore, Ramzi Yousef.
Una fontana di granito in memoria delle vittime fu disegnata da Elyn Zimmerman e dedicata nel 1995 in Austin J.Tobin Plaza, sul luogo dell’esplosione. Conteneva i nomi delle vittime e la seguente scritta:
«Il 26 febbraio 1993 una bomba piazzata da terroristi è esplosa sotto questo sito. Questo orribile atto di violenza ha ucciso persone innocenti, ferito migliaia e fatto vittime tra noi tutti.»
Nell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 questa fontana venne distrutta insieme alle torri gemelle. Un frammento con il nome “John” fu ritrovato ed usato come nuova memoria in onore alle vittime dell’attacco del 2001.

giovedì 25 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1922 viene ghigliottinato a Versailles Henri Landru, detto anche Barbablù.
La favola di Barbablù, l'uomo dalla barba bluastra che decapitava le sue mogli e ne rinchiudeva il cadavere in cantina, è talmente famosa che può capitare di dare del "Barbablù" ad un uomo un po' orco o ad un uxoricida.
Per quanto spaventosa, la fiaba settecentesca di Charles Perrault si è concretizzata proprio nella sua Francia, ai primi del ‘900. La barba di Henri Landru era però rossiccia…
Il Barbablù del 20esimo secolo era un uomo molto basso ed esile, dalle sopraciglia spesse e cespugliose, con gli occhi scuri e grandi, di mestiere rigattiere e meccanico.
A conoscerlo, non avreste mai scommesso un centesimo sull'eventualità che questo uomo insignificante e bruttarello fosse anche un Don Giovanni, capace di corteggiare circa 300 donne allo scopo di impadronirsi dei loro risparmi.
A dieci di esse, l'incontro con Landru è costato molto più di qualche spicciolo. Barbablù si è preso la loro vita.
Nato nel 1869 da genitori poveri, la madre è casalinga mentre il padre fa il pompiere in una fonderia parigina, Landru trascorre un'infanzia anonima.
Il giovane Henri, ragazzo brillante, frequenta con successo la scuola cattolica, tanto da concludere la sua carriera scolastica come diacono dell'ordine religioso di St. Louis en l'Isle. Landru ha ormai 17 anni, è alla soglia dell'Università (vorrebbe frequentare Ingegneria Meccanica) ma, come la maggior parte dei suoi coetanei dell'epoca, è costretto ad abbandonare i libri per imbracciare il fucile. La sua carriera militare sarà un successo e terminerà quattro anni dopo con il grado di sergente.
Sin dai primi anni dell'adolescenza, Landru si rende conto di essere dotato di un'intelligenza superiore alla media e che eccelle soprattutto nel campo delle conquiste amorose.
Nel 1891, seduce sua cugina, Mademoiselle Remy, che rimane incinta di una figlia. Nel giro di un anno Henri è costretto dunque al matrimonio riparatore e deve lasciare la carriera militare, ripiegando su di un lavoro da impiegato. Il suo nuovo datore di lavoro però, un uomo senza scrupoli, si fa consegnare da Landru una discreta somma, dicendo che si tratta di una semplice obbligazione, poi scappa con i soldi.
Il giovane padre di famiglia incassa duramente il colpo e, nonostante la sua posizione di diacono e di membro del coro della chiesa, decide di diventare un imbroglione anche lui. Così, parallelamente alle sue attività legittime di rivenditore di mobilia e proprietario di un garage, decide di intraprendere la professione del raggiratore di donne.
Le sue vittime sono per la maggior parte delle vedove di mezza età, clienti del suo negozio di mobilia di seconda mano. Le povere donne, arrese alla prospettiva di una lunga vita misera e solitaria, si recano spesso nel negozio di Landru per rivendere i propri averi. Qui l'uomo le corteggia spudoratamente fino a quando non riesce a farsi consegnare in qualche modo la loro magra pensione. Un classico.
La frode funziona bene per diverso tempo, fino a quando, nel 1900, Landru fa la sua prima comparsa nella sala d'udienza di un tribunale francese come imputato. Ha tentato di impadronirsi di alcuni fondi monetari del Comptoir d'Escompte (una banca), utilizzando una falsa identità. Gli è andata male, visto che viene condannato a due anni di prigione. In galera tenterà almeno un paio di volte il suicidio.
Una volta uscito, Landru ha altri tre bambini dalla sua moglie-cugina, ma non si potrà godere molto a lungo i suoi figli. Nel giro di dieci anni finirà infatti almeno sette volte in galera, rischiando anche la ghigliottina nel 1908 per recidività.
Quell'anno infatti, mentre sta già scontando una condanna per frode in una prigione Parigina, viene portato a Lille per subire il processo per un'altra frode. Ha pubblicato un annuncio di matrimonio su di un giornale cittadino, spacciandosi per un vedovo molto ricco alla ricerca di una compagna sua pari.
Con una truffa simile era già riuscito qualche tempo prima ad estorcere a Mademoiselle Izore una cifra attorno ai 15 mila franchi.
Viene rilasciato in occasione della prima Guerra Mondiale, per essere arruolato nell'Esercito Francese. Il suo lunghissimo periodo da criminale ha portato alla rovina la sua famiglia: il padre si è suicidato per la vergogna, mentre la madre è morta di crepacuore nel 1910. La moglie e i figli vivono nella povertà e nell'emarginazione.
Non potendo fare affidamento sulla sua famiglia, ricercato dall'Esercito che lo vuole arruolare e dalla polizia che ha un mandato di arresto per contumacia (per il quale è prevista la deportazione a vita nella Nuova Caledonia), Landru comincia a girovagare per le campagne.
Dopo qualche mese, Landru, ancora sposato legalmente ma praticamente disconosciuto da Remy, intraprende il cammino che lo porterà alla ghigliottina.
Non è chiaro cosa abbia realmente spinto Henri Landru a diventare da un semplice truffatore ad un assassino seriale. Forse gli aspri anni della prigione, forse la cupa atmosfera che gravava sull'Europa a causa della Grande Guerra, forse qualcos'altro. Nessuno può dirlo con precisione, ma nel corso degli anni sono state fatte le ipotesi più disparate.
Risulta più semplice invece stendere un profilo approssimativo di questo truffatore-assassino, nonostante non si sappia molto della sua vita. Le sue vittime, sia quelle vive che quelle morte, erano tra i membri più vulnerabili della società, mentre lui era completamente privo di una coscienza: mai provò rimorso o senso di colpa.
Il numero delle donne truffate, circa 300, fa presupporre che Landru fosse un uomo eccessivamente avido. Probabilmente compensava il suo tragico aspetto fisico con una grande capacità di manovrare le donne, con un'agile parlantina e con un romanticismo da pochi (che era comunque in contrasto con il suo forte appetito sessuale).
Landru era inoltre molto intelligente e abile nel conversare, non solo con le signore, ma con tutte le persone con le quali interagiva, tanto che, nel corso della sua vita, non raggirò solo donne, ma riuscì anche ad usufruire della pensione di vecchi soldati.
Landru non era un semplice psicopatico come gli altri assassini seriali. Sapeva riconoscere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, solo che il commettere un atto criminale non lo toccava lontanamente.
Tutti questi aspetti rendono davvero difficile una classificazione criminale di Henri Landru.
Non può essere considerato un vero e proprio serial killer, perché il serial killer attraversa un particolare periodo di calma e di "raffreddamento" tra un omicidio e l'altro. Si tratta della fase in cui l'assassino si gode quel senso di liberazione scaturito dal precedente omicidio e comincia ad accumulare la rabbia per commettere il successivo. Landru era costretto ad un periodo di "calma" tra gli omicidi perché doveva instaurare una forte amicizia con la vittima. La sua selezione inoltre non era per niente casuale, né gli omicidi erano dovuti a rabbia o perversione.
D'altra parte non possiamo classificare Landru nemmeno come uno spree killer. Appartengono a questa categoria coloro che compiono degli omicidi con brevissimi periodi di pausa tra una vittima e l'altra, in un'escalation di violenza, senza la minima organizzazione. Solitamente la polizia viene immediatamente a conoscenza della loro identità e li arresta dopo poco tempo. Landru non aveva "fretta di uccidere", non agiva casualmente e, come abbiamo già precisato, si prendeva molto tempo per la selezione della vittima di turno.
Non conosciamo il suo modus operandi, ma sembra certo che gli omicidi commessi da Henri Landru fossero tutti omicidi "puliti" e privi di violenza esasperata. È possibile che Landru uccidesse mentre faceva sesso, magari strangolando semplicemente la vittima, ma non ci sono prove a riguardo.
Solitamente chi uccide per soldi non distrugge il corpo della vittima, soprattutto se il guadagno deve giungere attraverso un'assicurazione o un testamento, la presenza del cadavere è necessaria. Landru dunque non rientra nemmeno in questa categoria, poiché fece di tutto per nascondere le sue vittime e fare in modo che risultassero ancora vive.
I criminologi furono perciò costretti a creare un'etichetta tutta nuova per inquadrare Henri Landru, che è dunque schedato tra le Vedove Nere, gli assassini seriali che uccidono senza alcun rimorso il proprio partner, allo scopo di ottenere qualche vantaggio (soprattutto economico).
Nel 1914, sui giornali di Parigi, compare il seguente annuncio pubblicitario: "Vedovo 43enne, due figli, buon reddito, serio e vicino all'alta società,  desidera incontrare una vedova per matrimonio."
Si tratta di un annuncio che, nella Francia cupa e in depressione economica da Guerra Mondiale, suona quasi come un invito per il Paradiso.
La prima donna a presentarsi all'appuntamento con Barbablù è Madame Cuchet, dipendente 39enne di un negozio di biancheria intima a Parigi e madre di un ragazzo 16enne. Landru le racconta di chiamarsi Monsieur Diard, di mestiere ingegnere.
Un giorno, Madame Cuchet decide di presentarsi alla villa di Landru-Diard a Chantilly, con la sua famiglia, nella speranza di ufficializzare il loro legame. Il padrone di casa non è presente al loro arrivo, ma il cognato di Madame Cuchet decide comunque di ispezionare la villetta. Rinviene così numerose lettere amorose di altre donne, destinate a Monsieur Diard.
Dopo questo episodio, la famiglia Cuchet cercherà invano di dissuadere la parente dal frequentare il misterioso ingegnere, tuttavia lei preferirà allontanarsi da loro e trasferirsi, nel gennaio 1915, in una villetta a Vernouillet con il nuovo fidanzato e il figlio.
Qualche tempo dopo, Landru apre un conto bancario da 5000 franchi che, a suo dire, provengono da un'eredità di suo padre. Di Madame Cuchet e di suo figlio Andre non vi è più traccia, fatta esclusione dell'orologio della donna che, qualche tempo dopo, viene offerto in regalo a  Mademoiselle Remy.
La vittima successiva è Madame Laborde-Line, di origine argentina, vedova di un ricco albergatore.
Poco prima di svanire nel nulla, la donna racconta agli amici di essere in procinto di andare a convivere con un elegante ingegnere brasiliano che, intollerante alla burocrazia, le ha negato il matrimonio.
Qualche giorno dopo, Landru si presenta alla casa della donna per ritirare la sua mobilia e spedirla in parte alla propria residenza ed in parte presso un garage di Niuelly.
Dopo il luglio del 1915, nessuno vedrà più né Madame Laborde-Line né i suoi adorati cani.
Marie Angelique Desiree Pelletier, una vedova 51enne conosciuta come Madame Guillin, scompare misteriosamente un mese più tardi. La seguirà a ruota Madame Heon, subito dopo aver visitato la residenza di Vernouillet, dove si erano già trasferiti Madame Cuchet ed il suo amato ingegnere qualche mese prima.
Resta un mistero l'omicidio di Andree Babelay, una 19enne molto attraente, scomparsa nel marzo del 1917. Andree era una ragazza molto povera e non aveva niente da offrire a Landru se non la sua bellezza. C'è chi ipotizza che la giovane Balebay sia incappata nel segreto di Landru come Fatima nella favola di Barbablù o che si sia suicidata perché respinta da questo orrendo Don Giovanni.
Sta di fatto che la 19enne scompare pochi giorni dopo essere stata a casa di Henri Landru.
Alla scomparsa di Andree Babelay segue un periodo di "calma", poiché Landru è impegnato in altri tipi di frode ai danni di alcuni soldati e di alcuni rivenditori di petrolio. Tra un imbroglio e l'altro, vende la villa di Vernouillet e ne compra una nuova a Gambais, nella quale installa una grande fornace di metallo.
Tornato di nuovo in "attività", Landru corteggia e conquista Madame Buisson. Anche in questo caso, la donna si estranea dalla propria famiglia pur di stare assieme al nuovo partner, tanto che manda suo figlio a vivere con una lontana parente. Trasferitasi a vivere a Gambais, Madame Buisson scompare nel nulla nella seconda metà del 1917, così come Madame Collomb.
Nel settembre dello stesso anno, scompare Louise Leopoldine Jaume. Nei giorni successivi alla sua scomparsa, i vicini di casa di Landru notano del fumo scuro e maleodorante che esce dal camino della villa.
Annette Pascal, 38 anni, è la successiva vittima. Scompare nella primavera del 1918.
L'ultima donna scomparsa è Marie Therese Marchadier, una cantante conosciuta negli ambienti militari con il nome di "La Belle Mythese". Andata finalmente in pensione nell'anonimato più totale, la signora fa amicizia con Landru frequentando il negozio di mobili. Verso la fine del 1918 si perdono le sue tracce.
In tutto 10 donne, un giovane 16enne (il figlio di Madame Cuchet) e 2 cani (di Madame La borde-Line) sono scomparsi nel nulla dopo aver fatto la conoscenza di Henri Landru.
La polizia naturalmente non sospetta nulla, né compie delle indagini. Ad essere sinceri, per gli investigatori non è successo niente, poiché nessun familiare ha mai denunciato la scomparsa delle 10 donne.
Il nostro Barbablù ha fatto i salti mortali pur di farle sembrare ancora vive. Due amici di Madame Guillin ricevono numerose cartoline scritte da Landru stesso, ma dotate di un post scriptum nel quale l'autore si scusa a nome della donna che, essendo analfabeta, ha dovuto limitarsi alla dettatura.
Con la stessa tattica delle lettere contraffatte, Madame Buisson "riesce" a tenersi in contatto con il proprio sarto e con il portiere di un appartamento parigino nonostante sia morta.
Infine, Landru si presenta in tribunale come l'avvocato di Madame Jaume e porta a termine il suo processo di divorzio, manovrando con successo tutti i conti bancari e l'assegno di sostentamento versato dall'ex marito.
Due anni dopo la scomparsa di Madame Buisson, il figlioletto esiliato muore. Quando, per avvisarla, i famigliari cercano di mettersi in contatto con la madre, non riescono a trovarla.
Madame Lacoste, sorella della donna scomparsa, ricorda però che Madame Buisson le aveva confidato che aveva intenzione di fuggire a Gambais con un certo Monsieur Guillet.
Decisa a rintracciare ad ogni costo la propria sorella, Madame Lacoste scrive una lettera al sindaco di Gambais, chiedendo se le può fornire l'indirizzo di Madame Buisson, o almeno di Monsieur Guillet. Il sindaco risponde che a Gambais non risulta nessuno con quei cognomi, ma le suggerisce comunque di provare a informarsi su di una certa Madame Collomb, anch'essa scomparsa misteriosamente a Gambais in circostanze simili.
Attraverso la famiglia di Madame Collomb, la tenace sorella riesce a risalire finalmente all'indirizzo di una villetta, quella giusta.
I primi a presentarsi presso l'abitazione sono gli agenti di polizia, ma ad accoglierli non c'è nessuna delle numerose persone che invece dovrebbero abitare in quel posto. Nessuna traccia di Monsieur Fremiet, di Monsieur Dupont o di Monsieur Diard né tanto meno delle loro fidanzate. Tuttavia, ci sono chiari segnali che indicano che la villetta sia stata abitata di recente.
Per niente scoraggiata, Madame Lacoste comincia a setacciare le strade di Parigi alla ricerca dell'uomo con cui sarebbe fuggita sua sorella. Una volta lo ha incontrato, ricorda bene come è fatto. Inoltre sua sorella le ha raccontato qualche dettaglio delle loro passeggiate romantiche, perciò i quartieri da setacciare sono limitati.
La ricerca termina nell'estate del 1919, quando Madame Lacoste individua Landru nella folla, mentre torna a casa dal lavoro. Invece di pedinarlo, si reca al negozio di mobilia e legge sulla vetrina il nome del responsabile: poche ore dopo la polizia sta arrestando Henri Landru.
Non avendo nessuna prova per poter trattenere in arresto Landru, le autorità sono costrette a perquisire la villa di Gambais.
Il giardino viene battuto in lungo e in largo alla ricerca di ossa umane, ma vengono rinvenuti solo i resti di un paio di cani. Anche la perquisizione della villa di Vernouillet si rivela un buco nell'acqua. Emerge solo un libretto molto confuso, sul quale Landru annotava meticolosamente entrate e uscite. Una pagina in particolare attira l'attenzione degli investigatori, a causa della seguente nota sotto le entrate: "A Cuchet, G. Cuchet, Bresil, Crozatier, Havre. Ct. Buisson, A. Collomb, Andree Babelay, M. Louis (sic) Jaume, A. Pascal, M. Thr. Mercadier…"
Poiché tra i nomi compaiono anche le due scomparse Buisson e Collomb, sorge spontaneo sospettare che si tratti di una lista di vittime. Tuttavia, non ci sono ancora prove, né corpi.
Ignaro che in Francia si può essere condannati per omicidio anche in assenza del cadavere, Landru trascorre tranquillamente il suo soggiorno in carcere, rifiutandosi di parlare con la polizia.
Le indagini proseguono così per altri due anni, nel corso dei quali emergono dettagli interessanti, come la coincidenza che tutte le donne scomparse hanno conosciuto Landru tramite un falso annuncio matrimoniale, oppure il fatto che l'uomo ha sempre comprato un biglietto ferroviario di sola andata Parigi-Gambais per tutte loro.
I giardini delle ville di Gambais e Vernouillet vengono setacciati nuovamente. Vengono fatti inutili accertamenti sull'eventuale acquisto da parte di Landru di acidi o agenti chimici capaci di sciogliere una persona.
Solo quando i vicini segnalano che dalla cucina di Landru si sollevava spesso un maleodorante fumo nero, il caso si può finalmente dichiarare chiuso.
Tra le ceneri rimaste sul fondo della grande stufa di metallo, la polizia trova resti di ossa umane e brandelli di vestiti.
Landru dunque si è sbarazzato delle sue vittime bruciandole. Purtroppo, dati la sua scarsa collaborazione e lo stato dei corpi, non sapremo mai quale fosse il suo modus operandi completo.
Il processo a carico di Henri Landru comincia nel novembre del 1921. A suo carico c'è un'accusa di 11 omicidi.
Sul processo grava tutta l'attenzione dell'opinione pubblica, poiché la Francia intera è sconvolta da quello che è successo.
Prima di Landru non ci sono stati altri casi eclatanti di omicidi seriali in Europa, ad esclusione delle vicende di Jack Lo Squartatore, accadute oltremanica ben 40 anni prima. Nessuno immaginava che eventi simili potessero accadere anche in Francia, soprattutto a Parigi.
Landru si presenta innanzi al severissimo sistema giudiziario francese forte della sua convinzione di essere intoccabile e, di conseguenza, si comporta in maniera sbruffona ed altezzosa, ricorrendo spesso alla facoltà di non rispondere e stroncando quasi tutte le domande con un severo "sono fatti miei." Ogni qualvolta che emerge una nuova prova, Landru solleva le spalle con superficialità, negando tutto e rifiutandosi di parlarne.
Al termine dei 25 giorni di processo, la corte dichiara Henri Landru colpevole di 11 omicidi e lo condanna a morte.
Solo 2 mesi dopo, verso la fine di febbraio del 1922, la ghigliottina è già pronta. Come d'usanza della giustizia francese dell'epoca, il "povero" condannato non può essere informato della data dell'esecuzione, perciò Landru viene portato "a sorpresa" sul patibolo.
Nelle sue ultime ore di vita, Landru dona agli avvocati che lo hanno difeso dei disegni che ha realizzato in cella. In realtà in essi è celata una confessione scritta, nella quale Barbablù confessa tutti i suoi crimini e il modo in cui si è sbarazzato di ogni cadavere, ma nessuno se ne accorgerà prima che passino circa 50 anni.
L'assassino rifiuta di assistere ad una messa e respinge indignato il tradizionale bicchiere di brandy che viene offerto al condannato, ritenendolo una sorta di insulto.
Scendendo, la lama della ghigliottina si porta via l'omicida più freddo che la storia umana abbia mai conosciuto.

mercoledì 24 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1946 viene eletto in Argentina Peròn, dando il via al cosiddetto "peronismo".
Sono passati quarant'anni dalla morte di Juan Domingo Peron. La scomparsa dell’uomo politico più importante della storia argentina (1° luglio 1974) fu il colpo di grazia a un Paese straziato da una crisi politica che di lì a due anni sarebbe sfociata in una delle dittature più sanguinose e insensate del XX secolo.
A rileggere la storia salta agli occhi un dato sorprendente: Peron governa per poco più di dieci anni (1945-55 e poi dal 1973 al 1974), ma il peronismo condiziona la storia argentina da oltre mezzo secolo. Ancora nel 2003 la sfida per la Casa Rosada si risolse in una corsa a tre fra i candidati di diverse fazioni del Partito giustizialista. Ma cos’è esattamente il peronismo?
Definirlo un’ideologia sarebbe un’esagerazione, ma ridurlo a semplice movimento “populista” non spiegherebbe il suo peso. Juan Domingo Peron è stato, nel bene e nel male, l’uomo che ha saputo “cavalcare la storia”, interpretando i bisogni e le aspettative di un Paese diversissimo per storia e composizione sociale dal resto dell’America Latina. Un Paese sempre in bilico tra “sviluppo da primer mundo” (espressione di Menem) e bancarotta, tra democrazia e tentazioni autoritarie.
Quando nel febbraio 1946 Peron viene eletto per la prima volta presidente dell’Argentina, sono in pochi a scommettere su di lui. E’ un colonnello che nel 1930 ha aderito senza riserve al golpe con cui il generale José Evaristo Uriburu ha posto fine alla presidenza di Hipólito Yrigoyen. Nel 1943 Peron fa parte del Grupo de Oficiales Unidos (Gou), la loggia massonica che organizza il golpe del 4 giugno 1943 che impedisce l’elezione a presidente del filo-britannico Robustiano Patrón Costas.
L’Argentina è un Paese in pieno fermento. I governi occidentali premono perché entri in guerra contro l’Asse, ma l’esercito nicchia. Sono molti gli ufficiali, tra cui lo stesso Peron, che guardano con simpatia alla Germania di Hitler e ancora di più all’Italia di Mussolini. Peron, in particolare, è affascinato dall’esperimento dello stato corporativista. L’Argentina di quegli anni è un Paese in piena crescita economica. L’Europa sconvolta dalla guerra ricorre per necessità al grano e al petrolio argentino. Nel 1945 Buenos Aires è la sesta potenza economica mondiale. Vede la luce un proletariato urbano con le prime rivendicazioni sociali e le prime lotte sindacali organizzate. Lo Stato argentino non è attrezzato alla nuova situazione. Come reagire? Con la forza o aprendo ai lavoratori?
Peron sceglie una via tutta sua. Stupendo i colleghi della loggia, assume la direzione del Departamento Nacional del Trabajo, una sorta di ministero del lavoro. Sembra una posizione defilata, è il trampolino per il successo. Da lì crea la sua base sociale. La strategia è: per il popolo, ma non attraverso il popolo. Riesce a interpretare gli umori più autentici delle masse argentine e in pochissimo tempo ne diviene il leader naturale.
Sua moglie Evita Duarte diventa la bandiera dei “descamisados”, dei lavoratori che reclamano condizioni di vita migliori. I suoi discorsi sono un distillato di buoni sentimenti e di demagogia, a cui seguono grandi distribuzioni di pacchi nei quartieri più poveri. “Peron cumple, Evita dignifica”, si dice a Baires. La Fondazione “Eva Peron” svolge anche un ruolo fondamentale nell’ingresso delle donne alla vita politica. Nel 1947 è finalmente concesso loro il diritto di voto.
Peron fonda il Partito giustizialista. Il nucleo ideologico è la “giustizia sociale”, una terza via tra capitalismo e comunismo. Lo Stato, secondo Peron, deve dare ordine al capitalismo e assicurare condizioni di vita più umane ai salariati. Nel primo piano quinquennale argentino viene creato l’Istituto di promozione e intercambio (Iapi), si nazionalizzano il Banco centrale, le imprese dei servizi pubblici (ferrovie, acqua gas, telefoni) e si dà impulso all’edilizia popolare e all’alfabetizzazione delle classi più povere.
Peron è tanto amato quanto odiato. Il popolo lo adora. Molti suoi comizi in Plaza de Mayo terminano con la folla che urla: “Domani San Peron!”. Al che il presidente proclama per l’indomani festa nazionale, mandando tutti a casa contenti. I nemici di Peron sono gli intellettuali, le università, la stampa e la chiesa cattolica. La nuova costituzione, promulgata nel 1949, riconosce il diritto di sciopero e il diritto alla salute e all’istruzione. Lo Stato detiene il monopolio del commercio estero. La borghesia non può amarlo. Borges lo ricorderà sempre come un “uomo malvagio e violento”.
I primi dieci anni di governo di Peron sono caratterizzati da una gestione autoritaria del potere, ma anche da una sostanziale integrazione sociale e da un’effettiva redistribuzione del reddito. Tra mille contraddizioni, l’Argentina diventa il Paese più democratico del subcontinente. Certo, Peron tende a considerare l’Argentina una cosa sua. In un’intervista a una rivista inglese dichiara: “Gli argentini sono al 30 per cento socialisti, al 20 per cento conservatori, un altro 30 per cento è di radicali..”. Al che il giornalista lo interrompe: “E i peronisti?”. “No, no, peronisti sono tutti quanti”, taglia corto il presidente.
Fino al 1952 le cose vanno bene. Poi le riserve internazionali accumulate durante la Seconda Guerra Mondiale si esauriscono. Peron inasprisce la repressione contro l’opposizione e contro la stampa in particolare. Chiude La Vanguardia, La Prensa e La Nación.
Evita muore nel 1952, mentre crescono disoccupazione e violenze. Si susseguono gli attentati alle manifestazioni peroniste. L’approvazione della legge sul divorzio scatena le ire del Vaticano.
La fine arriva nel 1955. Quando Peron firma un precontratto con la californiana Standard Oil per lo sfruttamento del petrolio argentino. In molti sostengono che si tratta di un accordo lesivo della sovranità nazionale. La processione per il Corpus Christi, l’8 giugno 1955, si trasforma in una manifestazione contro il governo. La Marina si solleva armi in pugno il 16 giugno. Bombarda la Casa Rosada per assassinare Peron, che però sopravvive. I mitragliamenti uccidono trecento civili riuniti in Plaza de Mayo. Per vendetta, gruppi peronisti assaltano la Curia e diverse chiese della capitale. Il Vaticano scomunica Peron. Il 18 giugno Peron è costretto all’esilio: Paraguay e poi Spagna. Quando la tv inglese gli chiede cosa intende fare per tornare in Argentina, Peron risponde: “Nulla. Faranno tutto i miei nemici”.
Comincia così il “peronismo della resistenza”. Metodi di lotta e slogan si radicalizzano. Peron diventa per molti giovani argentini un leader rivoluzionario da far tornare in patria per la salvezza della nazione. “Se siente, se siente, Perón está presente”, si grida nei cortei.
Il 20 settembre 1955, il maggiore Eduardo Lonardi assume le funzioni di presidente provvisorio e avvia la restaurazione della democrazia. Ma Lonardi cade in due mesi, vittima a sua volta di un colpo di stato guidato dal generale maggiore Pedro Eugenio Aramburu. Un tentativo di rivolta peronista è stroncato nel giugno del 1956, con migliaia di arresti e l'esecuzione di 38 simpatizzanti dell'ex presidente.
Nel luglio 1956 viene eletta un'Assemblea Costituente che riporta in auge la costituzione liberale del 1853. Le elezioni presidenziali del febbraio 1958 sono vinte da Frondizi, sorretto anche da peronisti e comunisti, mentre i radicali intransigenti si assicurano la maggioranza dei seggi in Parlamento.
La popolarità di Frondizi cala nelle elezioni del marzo 1962. I peronisti, nuovamente ammessi alle elezioni, ottengono il 35 per cento. Il presidente, accusato di scarsa fermezza contro i peronisti, viene destituito dai vertici delle forze armate. Gli succede il presidente del Senato José María Guido, che lascia di fatto il potere ai militari. Peronisti e comunisti sono messi nuovamente al bando. Nel luglio 1963 viene eletto presidente il moderato Arturo Illía.
Nasce il gruppo armato dei “montoneros “ che si rifanno esplicitamente a Peron che dall’esilio applaude ai sequestri e agli attentati. La vita politica argentina si militarizza e si succedono colpi di stato e ondate repressive.
Nelle elezioni del 1965 le liste peroniste ottengono ottimi risultati. Nel giugno 1966 una giunta militare prende il potere. Dopo Juan Carlos Onganía e Roberto Marcelo Levingston, è il generale Alejandro Augustín Lanusse ad avviare il rientro nel regime civile nel 1971. Nel 1972, l'Argentina è colpita da una nuova ondata di violenze, scioperi, rivolte studentesche e atti di terrorismo, alimentati dall'ulteriore aggravarsi della crisi economica. I peronisti vincono largamente le elezioni del marzo 1973, e il loro candidato presidenziale Héctor Cámpora assume l'incarico il 25 maggio successivo. Immediatamente si intensificano gli atti di terrorismo di matrice fascista.
Il giorno del rientro di Perón a Buenos Aires (20 giugno), una manifestazione all’aeroporto di Ezeiza degenera provocando 380 vittime. Un mese più tardi Cámpora si dimette e in settembre le nuove elezioni riportano Perón alla presidenza con più del 61 per cento. La terza moglie Isabelita Perón viene eletta vicepresidente. Il 1° luglio 1974 Peron muore ed Isabelita va al potere. Il suo è l'ultimo governo civile prima del golpe militare del 1976.
Il peronismo governa ancora l’Argentina al ritorno della democrazia con Menem prima e con Kirchner. Col passare degli anni, diventa sinonimo di governabilità e di legalità. Seppure con molti limiti, rimane l’esperienza democratica più duratura e robusta. Lo stesso Peron diede una spiegazione molto semplice del successo della sua politica: Non è che noi siamo bravi, è che quelli che sono venuti dopo sono stati peggiori.

martedì 23 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
Il 23 febbraio 1455 venne pubblicata la Bibbia di Gutemberg, il primo libro stampato col metodo dei caratteri mobili della storia occidentale.
E' uno dei libri più rari e preziosi del mondo ed ha segnato profondamente la storia dell'umanità, creando un meccanismo editoriale ancora attivo ai giorni nostri.
Oggi si parla molto di editoria digitale, in virtù della graduale affermazione degli e-book a livello internazionale. Tuttavia i vecchi libri stampati sembrano destinati a superare tale crisi tecnologica, grazie soprattutto alla non riproducibilità di alcune loro caratteristiche originali (copertina, testualità tattile, buona resistenza al passare del tempo ecc.) Pochi però ricordano che questi elementi sono frutto di un lungo processo editoriale iniziato alla metà del XV secolo, con l’opera pionieristica del tedesco Johann Gutenberg (ca. 1398-1468).
Nativo di Mainz, in Renania, Gutenberg era membro di un’antica famiglia di artigiani specializzata nella lavorazione dei metalli: da qui una notevole dimestichezza personale con il conio delle monete, attività esercitata dal giovane tipografo nei primi anni della sua carriera. Intorno al 1444, poi, egli decise di entrare nel fiorente mercato librario della regione, stipulando un accordo commerciale con il banchiere Johann Fust e l’incisore Peter Schoffer. Obiettivo della partnership era la realizzazione di una Bibbia popolare basata sulla Vulgata, ovvero sull’originale testo in latino tradotto da San Gerolamo circa dieci secoli prima.
I lavori iniziarono nel 1452 con copie stampate sia su pergamena che su carta italiana. Inoltre, per collaudare il proprio torchio a caratteri mobili, Gutenberg stampò parecchi libriccini di prova, inclusa una breve versione della grammatica latina di Elio Donato. Nonostante il successo del nuovo strumento meccanico, capace di imprimere più lettere d’inchiostro su fogli inumiditi, buona parte dell’opera venne comunque compilata a mano da esperti artigiani, che realizzarono anche molti incunaboli tradizionali per aumentare la qualità generale del testo. Per far spazio a tali “quadretti” grafici Gutenberg ordinò le varie pagine su due colonne di 40 linee, poi diventate 42 per economizzare sulla carta. Furono anche stampati titoli in rosso per sottolineare le parti più importanti delle Sacre Scritture, ma tale evoluzione stilistica venne abbandonata dopo pochi fogli perchè troppo onerosa.
Nel 1455, dopo tre anni di incessante attività, la Bibbia era infine pronta per essere venduta alle maggiori istituzioni religiose di Germania: si trattava di un volume di grandissimo pregio tecnico-artistico, denso di riferimenti alla vecchia scrittura gotica e di eleganti segni di punteggiatura per la lettura a voce alta. Prodotta in circa 180 copie, oltre cento volte la quantità manuale di un amanuense benedettino, l’edizione andò subito a ruba, attirando l’attenzione di bibliofili incalliti come Enea Silvio Piccolomini, che ne segnalò l’elevatissimo valore estetico in numerose lettere dell’epoca. Era finalmente nata la moderna industria editoriale, destinata a durare - pur tra continui cambiamenti tecnologici - sino ai giorni nostri. Ironicamente, però, Gutenberg non guadagnò un centesimo dalla sua memorabile impresa: scontento per gli eccessivi tempi di lavorazione, Fust portò infatti in tribunale il socio per inadempienza contrattuale, ottenendo tutti i diritti in esclusiva per la riproduzione stampata del testo. Lo sfortunato inventore dovette quindi fondare un’altra tipografia a Bamberga, dove partecipò forse alla realizzazione di una nuova versione del Catholicon, celebre dizionario religioso del XIII secolo. Solo nel 1465 gli vennero infine riconosciuti i diritti sulla precedente edizione della Bibbia, ottenendo persino uno stipendio ufficiale da parte dell’arcivescovo Adolph von Nassau. Morì qualche anno dopo nella nativa Mainz.
Della Bibbia di Gutenberg, capolavoro della modernità rinascimentale, ne esistono oggi meno di cinquanta esemplari, sparsi per le maggiori biblioteche di mezzo mondo. Il loro prezzo medio si aggira tra i 25 ed i 35 milioni di dollari, ma l’ultima asta ufficiale risale al 1978; nessuno degli attuali volumi risulta infatti sul mercato da più di trent’anni. Negli ultimi tempi la Keio University di Tokyo sta cercando di digitalizzarne il contenuto, incontrando comunque svariati problemi di grafica e di impostazione testuale: segno forse che l’e-book ha ancora parecchia strada da fare prima di soppiantare la rivoluzione tecnica realizzata a Mainz oltre cinque secoli fa.

lunedì 22 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio 1997, più di 6 mesi dopo la sua nascita, gli scienziati annunciano di aver clonato un mammifero a partire dalle cellule di un individuo adulto, la pecora Dolly.
Il 5 luglio 1996, per la prima volta nella storia dell'umanità, si è riusciti a clonare artificialmente un essere vivente partendo esclusivamente dalle sue stesse cellule, anche se in passato procedimenti analoghi, sebbene "spuri" fossero già stati realizzati con successo, soprattutto con anfibi, topi e bovini. Il risultato di questo esperimento è passato alla cronaca con il nome di Dolly, una "semplice" pecora di razza Finn Dorset che è la "fotocopia" esatta di un altro esemplare. Ciò significa che i patrimoni genetici dei due animali sono assolutamente identici tra loro. La notizia della sua nascita venne dal Roslin Institute di Edinburgo dove un gruppo di ricercatori, capitanati da Ian Wilmut, si occupava da tempo di clonazione di animali da fattoria. A tutt'oggi, comunque, la clonazione è una pratica che presenta molti aspetti ancora poco chiari. Gli animali clonati, ad esempio, sono in genere affetti da obesità e gigantismo, soffrono di problemi respiratori e cardiaci e hanno gravi problemi immunitari. La stessa Dolly è andata incontro ad una serie di degenerazioni genetiche che hanno smorzato, almeno in parte, gli entusiastici proclami che gli scienziati avevano diffuso alla sua apparizione.
E' per questo che Ian Wilmut, il "padre" della pecora clonata, si è affrettato a dichiarare che, malgrado l'artrite contratta in giovane età, "è ancora presto per tirare conclusioni dal caso Dolly. Tuttavia sarebbe importante che le aziende biotecnologiche e i laboratori di ricerca pubblici si scambiassero le informazioni sulla salute degli animali clonati, per vedere se ci sono possibili minacce".
Ripercorrendo le tappe che hanno portato ad un risultato che, comunque lo si voglia giudicare, è del tutto straordinario, bisogna risalire al "lontano" 1994, quando vi fu il primo successo nella caccia alla cellula madre di tutte le cellule, in grado di generare ogni tipo di tessuto e organo: il gruppo di Peschle identificò infatti il gene Kdr, che controlla il recettore del fattore di crescita delle pareti dei vasi sanguigni. In seguito, numerosi altri animali sono stati clonati ma sempre partendo dalle cellule embrionali. In passato, ad esempio, era già stato clonato un topo mentre in Giappone, per fare un altro esempio, da una mucca vennero riprodotti otto vitelli identici. Oppure, il ricercatore Cesare Galli aveva annunciato di aver clonato a Cremona il Toro Galileo.
La particolarità di Dolly e il motivo per cui ha provocato fiumi di inchiostro e la descrizione di scenari futuri di ogni genere, è che si tratta di un clone "puro", ossia la replica di un singolo individuo adulto, senza gli elementi di variabilità tipici degli esperimenti precedenti. Le cellule embrionali, infatti, contengono geni maschili e femminili in una mescolanza che non lascia prevedere a priori quali saranno le caratteristiche del clone.

Da questo susseguirsi impressionante di successi scientifici si è levato però anche un coro di voci preoccupate di una possibile degenerazione etica della pratica della clonazione, anche perché da più parti si è evocato lo spettro dell'applicazione di questa tecnica "innaturale" ad esseri umani. Ad esempio, si vocifera che in estremo oriente, in remoti e segretissimi laboratori, qualcosa del genere sia già avvenuto. Per il momento, sono solo voci di corridoio o, più probabilmente, come sostiene qualcuno, studiati allarmismi dei soliti catastrofisti. Ad ogni buon conto, è da questi giustificati timori che prende corpo l'ordinanza dell'allora ministro della sanità Rosy Bindi che pose un freno alla pratica della clonazione, di fatto vietandola. In effetti, fino a quel momento in Italia vigeva a proposito un vero e proprio Far West.
Vediamo dunque nello specifico come funziona la tecnica della clonazione. Un uovo, estratto dalla madre, e dello sperma, preso dal padre, vengono usati per produrre un uovo fertilizzato. Una volta che l'embrione si è diviso in otto cellule, questo viene diviso in quattro embrioni identici, ognuno dei quali è costituito di due sole cellule.
I quattro embrioni vengono impiantati nell'utero di una femmina adulta per la gestazione.
La tecnica in sostanza consente di riprogrammare il nucleo di una cellula adulta e farlo partire da zero, consentendo così all'ovocita in cui viene immesso, di sviluppare un feto e poi un animale adulto. In sostanza, nel nucleo di ogni cellula di Dolly c'è il Dna dell'animale adulto clonato, mentre negli altri organuli cellulari, come i mitocondri, c'è il Dna della femmina che ha fornito l'ovulo.
Ma, questa è la domanda, l'organismo che nasce porterebbe in qualche modo memoria dell'età adulta del nucleo cellulare da cui si è sviluppato e, quindi, nascere già vecchio o andare incontro ad impreviste degenerazioni genetiche.
Il 14 febbraio 2003 all'età di sei anni, i veterinari hanno iniettato a Dolly un siero letale dopo aver scoperto che soffriva di una malattia degenerativa al polmone.
Harry Griffin, il direttore dell'istituto, confermando la notizia della morte di Dolly aggiunse che le malattie polmonari sono comuni nelle pecore anziane.

domenica 21 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 1965 viene assassinato a New York Malcolm X.
Settimo di 11 figli, Malcolm Little (questo il vero cognome) nasce il 19 maggio 1925 a Omaha, nel Nebraska. Suo padre, Earl Little, era un pastore battista mentre la madre, Louise Norton, era un'immigrata di Grenada, a quel tempo isola antillana che apparteneva all'impero britannico. Entrambi avevano aderito alla Universal Negro Improvement Association, il movimento pan-africanista di liberazione dei neri, fondato nel 1914 dal politico giamaicano Marcus Garvey.
A quel tempo tra i gruppi razzistici più attivi vi era il Ku Klux Klan, fondato nel 1867 nel Tennessee da ex-appartenenti all'esercito sudista, messo fuorilegge nel 1869 e rinato in Georgia nel 1915. Proprio a questa organizzazione si attribuì, nel 1931, la morte del padre di Malcolm, colpevole di aver predicato in quartieri segregati dei neri.
Nel 1937 la cronica mancanza di reddito e la grave malattia che aveva colpito la madre cominciarono a disgregare la famiglia di Malcolm, che venne affidato ad alcuni amici. L'anno seguente fu espulso dalla scuola per "cattiva condotta e comportamento anti-sociale" e venne spedito nella casa di correzione di Lansing. Nel gennaio 1939 gli assistenti sociali e il giudice decisero, dopo l'aggravamento della malattia, di rinchiudere la madre Louise in manicomio. Intanto Malcolm, nel correzionale dello Stato del Michigan, si segnala come brillante studente, anche se sente molto forte la discriminazione che pesa sulla sua carriera dell'avvocato.
Poco dopo, insieme alla famiglia, si stabilisce nel ghetto nero di Boston dove lavora come lustrascarpe e come inserviente in ristoranti e treni. Entrato a far parte di alcuni gruppi anarchici, lascia il lavoro per trasformarsi in un organizzatore di scommesse clandestine. Arriva anche a spacciare droga. Ricercato dalla polizia, nel 1945, ritorna a Boston e si mette a capo di una banda di rapinatori, ma l'esperienza ha vita breve.
Nel febbraio 1946, viene arrestato per una banale rapina e condannato a dieci anni di carcere.
Dal febbraio 1946 al luglio 1952 Malcolm soggiornò in tre carceri del Massachussetts. Nella colonia penale di Norfolk, in cui trascorse il periodo 1948-1951, avviene la sua trasformazione. Attraverso il fratello Reginald, Malcolm entra in contatto con la Nazione dell'Islam e col suo capo Elijah Poole, che intanto aveva assunto il nome di Elijah Muhammad. La Nazione dell'Islam predicava il separatismo autosufficiente dei neri dai bianchi (necessario prima del ritorno in Africa), denunciava il razzismo della religione cristiana e lottava contro la droga, il tabacco, l'alcol, i cibi impuri e ogni forma di vizio.
Malcolm inizia a studiare e a leggere facendo nello stesso tempo proselitismo tra le mura del carcere. Diventa pericoloso al punto che per evitare problemi le autorità carcerarie decidono di liberarlo.
Trovato lavoro come commesso, si stabilisce a Inkster, ghetto nero di Detroit, e prende la decisione di cambiare il cognome in "X", a perenne ricordo della privazione del suo vero nome africano a cui i bianchi avevano assoggettato i suoi antenati in schiavitù nel Nuovo Mondo.
Decide di lavorare anche alla catena di montaggio di un'industria automobilistica per poi passare ad essere "rettificatore" alla Gar Wood, una fabbrica di camion, e fare ritorno, in seguito, sulla costa orientale, diventando il più infaticabile predicatore della Nazione dell'Islam. Apre e organizza nuove moschee e trasforma la Nazione dell'Islam in un dinamico gruppo politico-religioso di "musulmani di colore, separatisti e rigidamente organizzati". Nel 1958 si sposa con una compagna del suo movimento, Betty Shabazz e si stabilisce a New York
Negli anni 1963-64 egli matura la decisione di fondare con un gruppo di seguaci, "l'Organizzazione dell'Unità Afroamericana". I viaggi in Europa, Medio Oriente e Africa, gli offrono il destro per diffondere le sue idee, che comprendono due punti fondamentali:
una più stretta intesa con gruppi antisegregazionisti operanti nel Sud e nel resto del paese e il tentativo di internazionalizzare il problema dei neri, cercando intese con paesi arabi, soprattutto africani, ed ex-colonie, per creare un fronte e un'azione comuni.
Intanto Malcolm continua a prendere posizioni forti contro il governo degli Stati Uniti, in politica interna ed estera, trovando il tempo per finire di scrivere, con l'aiuto del giornalista Alex Haley, la sua "Autobiografia".
Non condividendo il pacifismo di Martin Luther King, rompe con lui dopo la marcia su Washington, consentita dal potere centrale. La tempesta però si avvicina. Durante la visita al Cairo è vittima di un tentativo di avvelenamento. Al suo rientro, a New York, il 14 febbraio 1965, un attentato dinamitardo gli incendia la casa da cui a stento si salva con moglie e figlie. Il 21 febbraio doveva tenere una conferenza a New York. Aveva chiesto di tener lontani tutti i giornalisti e di non perquisire nessuno. Non fece neppure in tempo a iniziare il discorso che tre uomini seduti in prima fila iniziarono a sparargli contro con fucili e pistole. Fu colpito da 16 proiettili di cui tre mortali.
Chi è stato ad uccidere Malcom X? A tutt'oggi sono al vaglio diverse ipotesi. C'è chi sospetta della sua cerchia di collaboratori, chi dell'FBI e chi ancora della malavita organizzata e del traffico di droga che, grazie a Malcom X, avevano subito un netto calo degli affari.
Di recente, una delle figlie di Malcolm, Qubilah Shabazz, ha accusato l'attuale capo della Nazione dell'Islam, Louis Farrakhan, di essere stato il mandante dell'assassinio. La vedova di Malcolm, Betty, è stata uccisa nel 1997 da un nipote dodicenne, anche lui di nome Malcolm.


sabato 20 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1872 viene inaugurato il Metropolitan Museum of Art di New York.
Le prime radici del museo chiamato dai niuiorchesi amichevolmente "Met" risalgono al 1966 a Parigi, quando un gruppo di americani si accordarono per creare una "istituzione nazionale e galleria delle arti", per portare le arti, e l'educazione alle arti, al popolo americano. L'avvocato John Jay, che aveva proposto l'idea, si mise subito al lavoro sul progetto non appena tornato negli Stati Uniti. Sotto la presidenza di Jay, la Union League Club di New York arruolò alla causa cittadini, uomini d'affari, artisti, collezionisti e filantropi. Il 13 aprile 1870 venne creato il Museo, la cui prima sede fu il Dodworth Building sulla quinta strada. Il 20 novembre dello stesso anno fu acquisito il primo oggetto, un sarcofago romano. Nel 1871, 174 dipinti europei, tra i quali opere di Van Dick, Poussin e Tiepolo, entrarono a far parte della collezione. Il 20 febbraio 1872 il Museo fu aperto al pubblico.
Il 30 marzo 1880 il Museo si trasferì alla sua attuale sede, all'angolo tra la Fifth Avenue e la 82esima strada. Gli architetti Calvert Vaux e Jacob Wret Mould progettarono l'iniziale struttura gotica, la cui facciata occidentale è ancora visibile nell'ala Robert Lehman. Il palazzo si è fortemente espanso negli anni, e le varie aggiunte, costruite a partire dal 1888, ormai circondano completamente la struttura originale.
Le collezioni del Museo continuarono ad aumentare per tutto il diciannovesimo secolo. Gli acquisti tra il 1874 e il 76 della Collezione Cesnola di arte cipriota (manufatti che spaziano tra l'età del bronzo e il periodo romano) contribuirono a consolidare la reputazione del Met come uno dei maggiori centri per le antichità classiche. Nel 1872, alla morte del pittore americano John Kensett, 38 sue opere giunsero al Museo, e nel 1889 il Met acquistò due opere di Edouard Manet.
Nel dicembre 1902 aprì al pubblico la facciata di Belle Arti sulla quinta strada, e la sala grande, progettate dall'Architetto e benefattore del museo Richard Morris Hunt. L'Evening Post commentò che finalmente New York aveva un palazzo neoclassico delle arti, "uno dei più belli del mondo, l'unico palazzo pubblico recente che si avvicina per dignità e maestosità ai musei del vecchio mondo".
Nel ventesimo secolo il Museo è diventato uno dei maggiori centri d'arte del mondo. Nel 1907 acquistò un'opera di Auguste Renoir e nel 1910 fu la prima istituzione pubblica a comprare un'opera di Henri Matisse. La antica statuetta egiziana di un ippopotamo, la mascotte non ufficiale del museo, entrò nella collezione nel 1917. Oggi, la quasi totalità dei 26000 antichi oggetti egiziani è visibile dal pubblico, la più grande collezione di arte egiziana dopo quella del Cairo. Nel 1979 il Museo entrò in possesso di cinque dei trentacinque dipinti conosciuti di Johannes Vermeer, ed ora i 35000 dipinti europei compongono una delle più grandi collezioni al mondo. L'ala americana altresì ospita la più completa collezione di dipinti americani, sculture e arti decorative.
Le altre maggiori collezioni appartenenti al Museo comprendono armi e armature, le arti africane, dell'Oceania e delle Americhe, arte dell'antico Medio Oriente, arte asiatica, greca e romana, islamica medievale, moderna e contemporanea, strumenti musicali, fotografie e la Collezione Robert Lehman.
Attualmente le sale da da due milioni di metri quadrati di esposizione ospitano oltre due milioni di oggetti, decine di migliaia dei quali sono in esposizione permanente.
Nel 1971 fu approvato un piano di riorganizzazione architetturale compessivo, a firma degli architetti Kevin Roche, John Dinkeloo e Associati, completato nel 1991. Il piano previde l'aggiunta dell'ala Robert Lehman (1975), che ospita una straordinaria collezione di originali antichi, oltre che arte Impressionista e Post-Impressionista; l'ala Sackler (1978), che ospita il Tempio di Dendur; l'ala americana (1980) con diverse collezioni nelle venticinque stanze rinnovate recentemente; l'ala Michael Rockfeller (1982), che espone arti africane, oceaniche e delle americhe; l'ala Lila Acheson Wallace (1987) di arte moderna e contemporanea;  l'ala Henry Kravis (1991), rivolta alle arti scultorie e decorative del rinascimento europeo dall'inizio al ventesimo secolo.
Una volta completata l'espansione dell'edificio, il Metropolitan Museum ha continuato a riorganizzare e rifinire le sue collezioni. La galleria di Arti di Korea aprì al pubblico nel 1998, a completamento di una serie di gallerie dedicata all'arte asiatica. Dopo un restauro, le gallerie di Arte antica medioorientale riaprì al pubblico nel 1999. Nel 2007 furono completati sette grandi progetti nella parte sud dell'edificio, tra cui il completamento del restauro (durato 25 anni) dell'intera collezione di arte greca e romana. Nello stesso anno aprirono le Gallerie di Arte oceanica e nativoamericana, le nuove gallerie di dipinti e sculture del diciannovesimo e primo ventesimo secolo, e il centro Ruth e Harold Uris per l'educazione.
Il primo novembre 2011 aprirono al pubblico le nuove gallerie di arte delle terre Arabe, Turchia, Iran, Asia centrale e asia del sud. Il 16 gennaio 2012 riaprì nella parte nord del museo la nuova Ala americana per dipinti sculture e arte decorativa, completando così la terza e ultima fase del rifacimento dell'ala americana.


venerdì 19 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1878 Thomas Edison ottiene il brevetto per il fonografo, ennesima invenzione del grande inventore e ingegnere americano.
Thomas Edison nasce a Milan, nell'Ohio, l'11 febbraio del 1847. Figlio di povera famiglia, è costretto ad abbandonare la scuola dopo pochi mesi di frequenza a causa di problemi finanziari; riceve una sommaria istruzione dalla madre e, a soli 12 anni, inizia a vendere giornali sui treni della "Grand Trunk Railway", dedicando il tempo libero ai suoi primi esperimenti con apparecchiature elettriche e meccaniche. Organizza così un suo primitivo laboratorio a bordo di un vagone ma, a causa di un incendio da lui involontariamente provocato, viene licenziato.
Salva però poi fortunosamente il figlio del capostazione che stava per essere investito da un treno, assicurandosi la riconoscenza del padre, che gli permette di frequentare l'ufficio telegrafico della stazione. In seguito, mentre presta servizio come telegrafista, inventa uno strumento telegrafico a ripetizione per la trasmissione automatica dei messaggi.
La vendita degli apparecchi telegrafici, via via perfezionati, gli procura ingenti somme che nel 1876 utilizza per aprire un piccolo laboratorio privato. Nell'ambito delle trasmissioni telegrafiche, estremamente significativa fu l'invenzione dei sistemi duplice e quadruplice che consentivano di trasmettere più messaggi contemporaneamente su una sola linea. Importante per lo sviluppo del telefono, inventato indipendentemente dall'italiano Antonio Meucci e dallo statunitense Alexander Graham Bell, fu il suo progetto del microfono a carbone (1876).
Nel 1877 annuncia l'invenzione del fonografo, apparecchio mediante il quale il suono poteva essere registrato meccanicamente. Costituito da un semplice cilindro sul quale è avvolta della carta stagnola, che viene fatto girare manualmente mediante una manovella, l'invenzione costituisce un fondamentale passo avanti nel settore. Si narra che un tale gli chiese se fosse lui il creatore della prima cosiddetta "macchina parlante", al che Edison rispose: "No, la prima macchina parlante è stata creata molti millenni fa, dalla costola di Adamo!"
Due anni dopo, Edison presenta pubblicamente la prima lampada elettrica, che ottiene notevole successo. Concorrente di Edison è J.W.Swan, ma la concorrenza fra i due termina poco dopo, con la costituzione della società Edison & Swan United Light Company, alla quale arriderà un proficuo futuro. Nel periodo seguente si dedica invece al perfezionamento della dinamo per generare la corrente elettrica necessaria all'alimentazione dei nuovi dispositivi progettando, fra l'altro, la prima grande centrale elettrica della città di New York.
Nel 1882 la Edison Electric Light Company produrrà 100 mila lampadine all'anno. Nello stesso anno, prima a Londra e New York, e poi a Milano (Santa Radegonda) entreranno in funzione le prime centrali elettriche per la distribuzione dell'elettricità nelle strade e nelle case. Nel 1887 Edison trasferisce il laboratorio da Menlo Park a West Orange (entrambi nel New Jersey), dove prosegue esperimenti e ricerche. L'anno successivo inventa il cinetoscopio, il primo apparecchio con cui era possibile realizzare filmati per rapida successione di singole immagini.
Tra le sue ultime invenzioni si ricordano la batteria di accumulatori Edison (una batteria di accumulatori alcalina al ferro-nichel), ancora estremamente rozza ma dotata di un'elevata capacità elettrica per unità di peso.
Altre sue scoperte sono il mimeografo e un metodo telegrafico senza fili per comunicare con i treni in movimento. Allo scoppio della prima guerra mondiale progetta e costruisce impianti per la produzione di benzene, fenolo e derivati dell'anilina, che in precedenza venivano importati dalla Germania. Gli ultimi suoi anni lo vedono occupato a perfezionare alcune invenzioni precedenti. Osserva l'effetto termoelettrico, detto "effetto Edison-Richardson", che consiste nell'emissione di un flusso di elettroni da parte di un filamento riscaldato; le numerose applicazioni di questa scoperta nel campo dell'elettronica furono comprese solo molti anni dopo.
Edison non conquista tutti i mille e oltre brevetti da solo: intelligentemente si avvale di molti validi collaboratori e delle loro idee per poi perfezionarle e trasformarle in oggetti utili e commerciabili, rivelandosi in ciò, oltre che un ottimo tecnologo, anche un lungimirante uomo d'affari, precorrendo di molto i suoi tempi.
Scompare a West Orange, nel New Jersey, il 18 ottobre dell'anno 1931, a 84 anni di età.

giovedì 18 febbraio 2016

Passeggiando tra le righe. San Pietroburgo

Passeggiando tra le righe

di Walter Ruffini


Visita alle città degli scrittori.

San Pietroburgo con Puskin

Giovedì 18 gennaio ore 21.15.

Ascoltaci su:
www.accademiadeisensi.net/radio.html





La prima statua dedicata non ad un nobile ma ad un poeta

il caffè Singer



La Neva













La casa di Puskin da porta a porta
La casa dove, durante il ballo, Puskin sfidò il cognato per le continue chiacchiere
sul rapporto che il cognato sembrava avere con la moglie.
La moglie Natalia Gonciarova
La casa dove si sono conosciuti Puskin e Natalia
Sotto le logge la caffetteria dove Puskin ha preso l'ultimo caffè prima del duello


Le pistole del duello

Il luogo dove avvenne il duello fatale

I 4 giorni di agonia prima della morte



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Masaniello il Làzzaro

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