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domenica 31 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.
Il 31 gennaio 1957 venne impiccato nel carcere di Cracovia Wladyslaw Mazurkievicz, accreditato di oltre 30 omicidi.
Mazurkiewicz nacque nel 1911; non si conosce nulla della sua infanzia.
Aveva uno stile di vita sontuoso e possedeva delle case lussuose a Cracovia, dove viveva, e a Varsavia. Si vestiva in modo elegante, aveva dei modi gentili di fare e veniva descritto come un uomo ricco, intelligente, che frequentava buoni hotel e locali.
Gli omicidi partirono nel 1940 e si conclusero al suo arresto, nel 1956: le sue vittime erano uomini e giovani donne, che venivano prima uccise e poi rapinate. Il movente era di tipo economico: infatti derubava le vittime per sostenere le spese per la manutenzione dei suoi appartamenti.
Il suo modus operandi era il seguente: ospitava la vittima ignara in casa e la avvelenava offrendole un the che conteneva alte dosi di potassio e cianuro; quando non offriva da bere, preparava un panino con prosciutto che trattava con il veleno; un tentato omicidio e un omicidio vennero commessi in questo modo; è stato indicato che la prima vittima aveva origini ebree.
Attorno al 1945, terminata l’occupazione nazista della Polonia, cambiò modus operandi: avvicinava le vittime, le portava in un luogo appartato e gli sparava in testa; altri tre omicidi vennero commessi con una pistola Walther calibro 7.56 mm; per gli ultimi due cambiò il modello di arma e usò una Walther modello 9.
Il 26 settembre 1955 si presentò in un ospedale di Varsavia una persona di nome Stanisław Łopuszyński, che soffriva di mal di testa; i medici gli fecero un esame a raggi X del cranio e ci trovarono dentro un proiettile di piombo.
L’uomo raccontò che, alcuni giorni prima, stava tornando con una macchina da Zakopane a Varsavia con una persona; si era poi addormentato e risvegliato il giorno dopo con un’emicrania: evidentemente nel sonno qualcuno gli aveva sparato in testa ed era scappato pensando fosse morto. Il proiettile apparteneva a una pistola Walther calibro 6.35mm.
A partire da questo fatto le indagini progredirono e, in pochi mesi, la polizia arrivò a Mazurkiewicz.
Venne arrestato nel 1956; la polizia lo accusò di almeno 30 omicidi e lui in carcere confessò tutto dicendo: “Sì, è vero”. Due cadaveri furono scoperti sotto il pavimento di un garage in affitto, situato nella zona di via Marchlewskiego, ora via Beliny-Prażmowskiego; altri due vennero gettati nel fiume Vistola e un altro fu occultato nel profondo di una foresta vicina alla località di Liszkami.
Nell’estate dello stesso anno si aprì il processo, che ebbe luogo nel Tribunale Distrettuale di Cracovia. Terminò il 30 agosto 1956: Mazurkiewicz, esattamente come volle il giudice, venne condannato a morte tramite impiccagione per soli 6 omicidi ai danni di quattro uomini e due donne e per 2 tentati omicidi; durante le udienze i testimoni ebbero paura di parlare e l’avvocato della difesa, il polacco Zygmunt Hofmokl Ostrowski (1873 – 1963), tentò di difendere l’imputato dicendo che era un “assassino nato” e che la “pena di morte andava contro l’ideologia ufficiale di Stato”. Si vociferò che il killer fosse una spia legata ad alcuni ufficiali della Gestapo, la polizia nazista; ma probabilmente queste voci erano false, in quanto né gli storici né la polizia trovarono dei documenti che lo confermassero; anche se fosse stato vero, nessuno volle testimoniare il fatto alle autorità giudiziarie per paura.
Corse la voce anche che lavorasse con il Ministero della Pubblica Sicurezza da cui si riteneva fosse protetto.
La sentenza fu eseguita nel carcere di via Montelupich a Cracovia il 31 gennaio 1957, alle ore 16.30. Aveva esattamente 46 anni. Le sue ultime parole furono: “Addio, signori, presto ci incontreremo lì!”.

sabato 30 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 gennaio.
Il 30 gennaio 1889 il principe ereditario d'Austria Rodolfo d'Asburgo e la baronessa Maria Vetsera vengono ritrovati morti, suicidi, nel castello reale di caccia.
In una fredda mattina del 30 gennaio, due colpi di pistola mettono fine alla vita di Maria (o Mary) Vètsera e Rodolfo d'Asburgo, unico erede di Francesco Giuseppe, colui che regge la più potente monarchia d'Europa, l'impero austro-ungarico. La tragedia avviene nel castello di caccia di Mayerling.
Per comprendere meglio cosa sia accaduto bisogna fare un ritratto dei due poveri protagonisti; Rodolfo nasce ad agosto, nel 1858 al  castello di Laxenburg, e dedicherà la sua vita alle sue grandi passioni come la caccia, gli studi e successivamente la politica.
Nel 1881 Rodolfo convolerà a nozze con Stefania del Belgio, una ragazza di diciassette anni, poco avvenente, sgraziata e molto lontana per gusti e cultura al suo illustre marito.
Maria Vètsera nasce invece nel marzo 1871 figlia di un nobile ungherese; è una ragazza colta, intelligente e vivace e questo lo deve ai numerosi viaggi in cui, sin da piccola, ha accompagnato i suoi genitori.
Maria vede Rodolfo d'Asburgo nella primavera del 1888 ed è come un fulmine a ciel sereno; se  ne innamora subito. Nel novembre dello stesso anno i due si incontrano per la prima volta al Castello Imperiale e ai primi giorni del gennaio '89 diventaranno amanti scambiandosi un dono per ricordare il momento: Maria dona un portasigarette d'oro su cui fa incidere '13 gennaio, grazie al destino' e lei ne riceve uno identico ma di acciaio e con un grosso fermaglio in zaffiro con la scritta 'I.L.V.B.I.D.T.' (In Liebe Vereint Bis In Den Tod, Uniti Nell'Amore Sino Alla Morte).
Durante una partita di caccia alla fine di gennaio, il cameriere di Rodolfo sale nell'appartamento reale per avvisare il principe, ma trova la porta chiusa: viene invitato così dal principe a ritornare dopo un'ora. Dopodichè si sente un colpo di pistola.
Il cognato di Rodolfo, Filippo di Coburgo è il primo che si precipita davanti all'appartamento reale e si rende subito conto che per evitare uno scandalo deve subito prendere in mano la situazione.
Nel giro di poche ore una vettura arriva al palazzo: nella carrozza il conte Stockau e Alessandro Baltazzi sono accanto ad una giovane a cui una tavola di legno posta tra schiena e vestiti le mantiene una postura estremamente rigida. Maria Vètsera ha gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue le corre lungo il collo poco dietro l'orecchio destro; tra i suoi capelli si può intravedere un foro irregolare causato da un proiettile.
Con l'aiuto della notte, il corpo di Maria viene frettolosamente composto in una bara anonima e sepolto nel cimitero di Heiligenkreuz: la madre dovrà aspettare parecchi mesi prima di poter dare una sepoltura degna e una lapide alla sua adorata figlia.
La morte di Rodolfo viene invece attribuita inizialmente ad un incidente di caccia e successivamente a paralisi cardiaca.
Solo ai primi di febbraio la stampa austriaca ha avuto il permesso di di divulgare la notizia della morte di Rodolfo affemando che 'si è ucciso in un momento di alienazione mentale'.
Sia per Maria che per Rodolfo però non fu disposta alcuna autopsia come non si cercarono i proiettili che uccisero i due amanti.
Ma fu davvero un suicidio?
Cosa spinse i due amanti a togliersi la vita?
Certo non fu una gravidanza indesiderata perchè i due divennero amanti solo poche settimane prima della loro morte...
Però i giorni precedenti furono turbati da contrasti tra le rispettive famiglie; la baronessa Vètsera scoprì l'acquisto del portasigarette destinato a Rodolfo e il 27 gennaio, al ballo dell'Ambasciata germanica, Maria non si inchinò, come d'obbligo, all'ingresso della principessa Stefania, moglie di Rodolfo. A questo gesto la madre di Maria la condusse immediatamente a casa e percossa durante il tragitto dalla madre infuriata.
Trapelò anche la notizia che la sera precedente il ballo, Francesco Giuseppe ebbe uno scontro furibondo con Rodolfo, perchè il figlio gli comunicò che voleva lasciare la moglie e chiedere al Papa l'annullamento del matrimonio, altrimenti minacciò di suicidarsi.
L'imperatore si mostrò irremovibile.
Inoltre Maria fece testamento dieci giorni prima della tragedia: gesto strano per una diciottenne!
Alla madre scrisse un accorato biglietto 'Non posso vivere: prima che tu m'abbia raggiunto sarò in fondo al Danubio'; prima di fuggire a Mayerling scrisse ancora alla madre, alla sorella e al fratello e in uno dei biglietti vi era scritto 'Poichè non ho potuto resistere all'amore vado con lui'.
Il 30 gennaio Rodolfo d'Asburgo sparò a Maria Vètsera alla tempia con un revolver e un'ora più tardi rivolse l'arma verso di sè.

venerdì 29 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 gennaio.
Il 29 gennaio 1860 nasce Anton Cechov.
Cechov vide i natali a Taganrog sul mar d'Azov nel 1860 da una famiglia di umili origini. Il padre Pavel Egorovic, descritto come un tiranno, manda avanti una piccola drogheria, ed è figlio di un servo della gleba riscattatosi grazie ad una somma di denaro. La madre, Evgenija Jakovlevna Morozova, proviene da una famiglia di commercianti. Dopo il fallimento della drogheria del padre, Anton fu costretto a guadagnare da vivere per sé e per la numerosa famiglia che comprendeva altri cinque fratelli. Dopo aver concluso il liceo, raggiunse nel 1879 i genitori, che tre anni prima si erano trasferiti a Mosca.
A diciannove anni, grazie ai suoi primi lavori letterari e giornalistici pubblicati con vari pseudonimi su riviste umoristiche, che gli assicurarono un piccolo guadagno, iniziò gli studi di medicina. L'arte narrativa di Cechov venne riconosciuta e lodata per primo dallo scrittore Dmitrij Vasil'jevic Grigorovic. Strinse un legame di amicizia con Alexis Souvorine, direttore del giornale conservatore di Pietroburgo Novoe Vremja (Tempo Nuovo), che diventò anche il suo editore. Nel 1884, anno in cui conseguì la laurea e iniziò ad esercitare la professione di medico, riuscì a pubblicare, con lo pseudonimo di Antosha Cekhonte, la sua prima raccolta di novelle, Le fiabe di Melpomene, a cui seguì (con lo stesso pseudonimo) una raccolta di "Racconti variopinti" (1886), brevi racconti umoristici sulle vicende di impiegati statali e piccoli borghesi.
Iniziò così per Anton Cechov l'attività di scrittore a tempo pieno. Collaborò con molte altre importanti riviste letterarie russe come "Pensiero russo", "Il Messaggero del Nord", "Elenchi russi". Presto raggiunse una grande fama, tanto da divenire uno dei più letti scrittori russi e da rivaleggiare con Lev Nicolajevic Tolstoj nel campo della popolarità in Russia.
Dal 1887 cominciò la stesura dei suoi più celebri racconti, presentati finalmente con il suo nome reale. Abbandonato lo stile umoristico, la caratteristica dominante della sua scrittura diviene il pessimismo del triste scorrere della vita, interrotto talvolta da spiragli di speranza e fede nel futuro. Alcuni dei più noti sono: Miseria (1887), Kastanka (1887), Nel crepuscolo (1887), Discorsi innocenti (1887), La steppa (1888), La voglia di dormire (1888) (per il quale riceve il Premio Puškin, dall'Accademia delle Scienze), Una storia noiosa (1889), Ladri (1890), La camera n. 6 (1892), Il duello (1891), La corsia (1892), Mia moglie (1892), Il racconto di uno sconosciuto (1893), Il monaco nero (1894), La mia vita (1896), I contadini (1897), Un caso della pratica (1897), L'uomo nell'astuccio (1897), La signora col cagnolino (1898), Nel burrone (1900).
Nel 1890 Cechov si recò, attraversando la Siberia, nell'isola di Sachalin, dove era situata una grande colonia penale, scrivendo un resoconto molto documentato, di taglio sociologico e psicologico, sulle condizioni di vita dei reclusi («tutto ciò che c'è di terribile nella vita si deposita in qualche modo nelle carceri»). La pubblicazione de L'isola di Sakalin, nel 1893, avrà una grande risonanza, portando alla abolizione delle punizioni corporali, oggetto del libro-denuncia.
Nel 1891 Cechov si reca in Francia e in Italia, tornando però presto in patria. Affetto da tubercolosi, spese la maggior parte degli anni seguenti nella sua casa, all'interno della tenuta di Melichovo vicino a Mosca, acquistata nel 1892, riunendo tutta la famiglia e dove si dedicò a curare il suo giardino. In questo periodo scrisse, oltre a numerose opere, il suo più celebre dramma, Il gabbiano. Nel 1895 conobbe Lev Tolstoj, con cui strinse un'amicizia durevole. Non riprese più la professione medica se non in caso di gravi emergenze, come l'epidemia di colera del 1892–1893 durante la quale si adoperò per lo più gratuitamente. Nel frattempo scrisse il terribile racconto intitolato Mugichi (1897).
Nel 1897, al peggiorare della tubercolosi, dovette ammettere la gravità della sua malattia: venduta la tenuta di Melikhovo, soggiornò per diverso tempo in case di cura in varie località europee, a Biarritz, Nizza, fino a stabilirsi nel 1899 a Yalta , nel clima secco della Crimea. Qui riprese la sua passione per la natura, curando un nuovo giardino. Nonostante il malore, il suo impegno sociale continua nella costruzione di tre scuole. Nel 1899, promuove una raccolta di fondi a favore delle popolazioni della regione del Volga, colpite dalla carestia.
Nel 1900 venne eletto membro onorario dell'Accademia russa delle scienze, carica da cui diede le dimissioni due anni dopo, contestando l'espulsione di Maksim Gor'kij. Nel 1901, già minato dalla malattia, sposò la celebre attrice del Teatro d'arte di K. Stanislavskij, Olga Knipper, che è stata una delle migliori interpreti delle sue opere teatrali.
Dopo il grande successo della sua ultima commedia, Il giardino dei ciliegi, nella speranza di una guarigione, si recò in Germania, a Badenweiler, località della Foresta Nera. Si spense qui il 2 luglio 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni, ed era all'apice della sua fama di scrittore e di drammaturgo.
Le commedie di Cechov rappresentano una pietra miliare della drammaturgia di tutti i tempi.
All’inizio del XX secolo, sui suoi testi teatrali il regista Kostantin Stanislavskij elaborò una nuova metodologia della recitazione, per adeguare l'arte drammatica alla espressione di stati d'animo complessi, delle sfumature emozionali di personaggi apparentemente quotidiani ma portatori di istanze attribuibili ad ogni essere umano.
Anatolio Lunaciarskij, nella commemorazione cecoviana in occasione del venticinquesimo anniversario dalla morte dello scrittore, disse che ben pochi tra gli scrittori del passato hanno saputo essere così chiaroveggenti e così infallibili nel guidare gli uomini attraverso il labirinto della vita di ieri. Lo stesso Cechov sembra rispondere con le parole di Olga ne "Le tre sorelle": (come se chiedesse, perché mai, oggi come ieri, quel tempo sia ancora lontano).
Nessuno tra gli scrittori della vecchia Russia, ormai scomparsa perfino nelle sue più vaghe ombre sotto il martellare continuo degli eventi che distruggono implacabilmente il passato, ha saputo ritrarre nella sua produzione artistica tutta la confusione spirituale della vita russa, la tragedia sconfinata della grigia mediocrità, l'esistenza scialba e gretta senza ideali e senza mète o al contrario con troppi ideali e troppe mète, la vita sciupata di uomini corrosi dalla consapevolezza dell'inutilità della loro vegetazione improduttiva, schiavi dell'abitudine di vivere. Carlo Grabher (traduttore delle opere di Cechov) afferma: I veri eroi cecoviani soffrono di non sapere e la loro volontà, sebbene si spezzi dinanzi all'azione e si ripieghi vinta, non rinuncia, almeno, a un'aspirazione iniziale; essi vorrebbero sapere, vorrebbero agire, vivere, e questo slancio impotente, costituisce il vero principio dinamico del loro dramma. L'anima dei veri eroi cecoviani, si trova in una situazione spirituale di una ambiguità delicatissima: essi non amano la loro vita, perché non sanno viverla.

giovedì 28 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Il 28 gennaio 1966 viene ricordato dal nuoto italiano come "la tragedia di Brema".
Il 28 gennaio 1966, infatti, all'aeroporto di Brema si schiantò in fase di atterraggio l'aereo Lufthansa che trasportava, fra le 46 persone a bordo, anche gran parte della nostra Nazionale di nuoto. Non ci furono superstiti e fra i deceduti c'erano anche 7 fra i migliori nuotatori azzurri con il loro tecnico Paolo Costoli e il telecronista Nico Sapio della Rai. Una tragedia umana e sportiva dalla quale il nostro nuoto non si sarebbe risollevato se non dopo molti anni. Una terribile beffa del destino in una trasferta che pareva ormai sul punto di essere annullata, un aereo che non avrebbe mai dovuto ospitare la comitiva azzurra, una serie di concomitanze incredibili, dettate da una tragica sorte avversa.
Curiosamente da quella spedizioni in Germania rimasero esclusi - per loro fortuna - Daniela Beneck e Pietro Boscaini, due tra i più forti nuotatori italiani di sempre, e anche Elisabetta Noventa, per la quale fu provvidenziale un improrogabile esame universitario. Il ritrovo della Nazionale azzurra era stato fissato a Milano Linate, ma l'aeroporto in quella mattina del 28 gennaio era avvolto dalla nebbia. Niente da fare, non si parte. Lo staff azzurro fu sul punto di rinunciare al viaggio in Germania, considerato che l'alternativa del treno sarebbe stata troppo lunga e stancante. In extremis invece si trovò un ripiego, favorito dalla visibilità che intanto era tornata accettabile sullo scalo milanese: aereo della Swissair per Zurigo, poi di lì nuovo volo verso Francoforte.
Arrivati in ritardo allo scalo tedesco, gli azzurri persero però la coincidenza per Brema e dovettero cercare posto su un aereo successivo: il volo che avrebbero dovuto prendere arrivò regolarmente a destinazione, l'aereo che invece ospitò la nostra Nazionale si schiantò in fase di atterraggio sulla pista di Brema, sotto un nubifragio. La notizia non si diffuse immediatamente: allora non c'erano internet, cellulari o tv via cavo. Ma poi le tragiche frammentarie notizie cominciarono ad arrivare anche in Italia: erano tutti morti. Fra loro c'erano Bruno Bianchi, nato a Trieste il 26 settembre 1943, stileliberista, capitano della Nazionale, 16 volte primatista italiano; Amedeo Chimisso, nato a Venezia il 26 ottobre 1946, dorsista, primatista dei 200 misti; Sergio De Gregorio, nato a Roma il 24 febbraio 1946, stileliberista e delfinista, 5 titoli italiani assoluti, pluriprimatista nazionale; Carmen Longo, nata a Bologna il 16 agosto 1947, ranista e mistista, primatista e campionessa italiana; Luciana Massenzi, nata a Roma il 22 novembre 1945, stileliberista e dorsista, 4 titoli assoluti, primatista dei 100 dorso; Chiaffredo "Dino" Rora, nato a Torino il 5 marzo 1945, dorsista e stileliberista, uno dei 4 nuotatori italiani ad aver detenuto fino ad allora un record europeo, nei 100 dorso; Daniela Samuele, nata a Genova l'11 settembre 1948, mistista e delfinista. Nonostante la terribile tragedia, le gare del meeting di Brema si disputarono ugualmente e sui blocchi di partenza che avrebbero dovuto occupare gli azzurri gli organizzatori posero dei mazzi di fiori, l'ultimo macabro omaggio ai nostri nuotatori scomparsi.
Gli azzurri periti nella tragedia di Brema sono ricordati con una stele allo Stadio del Nuoto di Roma e al Tempio Sacrario degli sport acquatici e nautici eretto sulla via che porta a Brunate, poco prima di Como. Il Santuario è dedicato alla Madonna del Prodigio, una effigie bizantina, trovata in mare Adriatico il 12 settembre 1669 dai Conti Zancaropulo Berardo, mentre fuggivano dalla Candia caduta in potere dei Turchi e navigavano verso Venezia. Alla loro memoria è anche dedicato il campionato nazionale a squadre invernale di nuoto, appunto la Coppa Brema.

mercoledì 27 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 1077 l'Imperatore Enrico IV termina a Canossa la sua "umiliazione".
Con il termine umiliazione di Canossa si indica l'episodio occorso presso il castello Matildico durante la lotta politica che vide contrapposta l'autorità della Chiesa guidata da Gregorio VII a quella imperiale di Enrico IV il quale, per ottenere la revoca della scomunica comminatagli dal papa, fu costretto ad umiliarsi attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti innanzi al portale d'ingresso del castello di Matilde, mentre imperversava una bufera di neve.
Il governo dell'Imperatore Enrico IV del Sacro Romano Impero fu caratterizzato dal tentativo di rafforzare l'autorità imperiale. In realtà si trattava di trovare un difficile equilibrio dovendo assicurarsi da una parte la fedeltà dei nobili, senza perdere l'appoggio del pontefice. Mise in pericolo tutte e due le cose quando decise di assegnare la diocesi di Milano, divenuta vacante. Ciò fece scoppiare un conflitto con papa Gregorio VII che è passato alla storia come lotta per le investiture.
Quando Enrico IV nel 1072 inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i patari nominando il chierico Tedaldo all'arcidiocesi di Milano, scatenò un'astiosa e lunga diatriba col papato. Gregorio VII replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale, tra le altre cose, accusava l'imperatore di essere venuto meno alla parola data ed aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati; mentre al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini che gli sarebbero stati mossi a questo proposito lo avrebbero reso passibile, non solo del bando da parte della Chiesa, ma della deprivazione della corona. Enrico non si preoccupò affatto e al sinodo di Worms il 24 gennaio 1076, che dichiarò deposto il papa, ai romani venne richiesto di sceglierne uno nuovo. La reazione di Gregorio arrivò il 22 febbraio 1076 quando pronunciò la sentenza di scomunica contro il re sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà desacralizzandone l'impero.
Nell'inverno fra il 1076 e il 1077 Enrico e sua suocera, la contessa Adelaide, iniziarono la loro processione penitenziale a Canossa per ottenere la revoca della scomunica da parte del papa Gregorio VII. Con loro anche il cognato Amedeo II di Savoia e il Marchese Azzorre d'Este. Per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1077 fu costretto ad umiliarsi, dovendo attendere d'entrare davanti al portale d'ingresso del castello della marchesa Matilde di Canossa inginocchiato col capo cosparso di cenere mentre imperversava una bufera di neve. Solo dopo, grazie all'intercessione del suo padrino, l'abate Ugo di Cluny, e della marchesa Matilde poté essere ricevuto dal papa il 28 gennaio.
Quello di Canossa fu un durissimo colpo per l'impero che non riuscì più a risollevarsi, permettendo la guida dell'occidente al papato e rafforzando Gregorio VII.
Da quel fatto storico nacque la locuzione "andare a Canossa" in riferimento a chi si umilia o ammette di aver sbagliato.

martedì 26 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.
Il 26 gennaio 1905 venne alla luce in Sudafrica il più grande diamante grezzo mai ritrovato, il diamante Cullinan.
Il diamante Cullinan venne scoperto da Thomas Evan Powell, un minatore che notò la pietra incastrata nel terreno e la portò a Frederick Wells, direttore di superficie della miniera Premier, presso Pretoria, nella provincia che al tempo era denominata Transvaal.
La gemma, che allo stato grezzo pesava 3106 carati, venne chiamata Cullinan in onore del proprietario della miniera di diamanti, Sir Thomas Cullinan per l’appunto. Il Cullinan era in realtà un frammento di un cristallo ottaedrico grosso più del doppio ed è il più grande diamante finora conosciuto, di acqua perfetta, incolore e con una leggera tonalità bianco-azzurrina.
Dopo essere stato acquistato dal governo del Transvaal, venne donato al re di Inghilterra Edoardo VII in occasione del suo compleanno. Il trasporto dal Sud Africa all’Inghilterra creò però dei problemi di sicurezza e così i detective di Londra si imbarcarono su un battello a vapore vociferando che il diamante si trovasse proprio lì, mentre in realtà venne spedito a Londra all’interno di un semplice pacco.
Nel 1908 il diamante venne tagliato e la lavorazione fu affidata ad una ditta di Amsterdam - la Asscher - che lo ridusse in 105 diamanti. Al tempo, la tecnologia non era così sviluppata e tagliare un diamante era considerato rischioso e così, per salvare il più possibile la bellezza del Cullinan, venne fatta un’incisione all’interno del diamante e poi un coltello appositamente creato per l’occasione venne inserito al suo interno in modo da tagliare il diamante nel migliore dei modi.
I quattro diamanti più importanti ottenuti con il taglio sono: il Cullinan I o Grande stella d’Africa – di 530 carati, incastonato sullo scettro di Sant’Edoardo, è il secondo più grande diamante tagliato al mondo – il Cullinan II – di 317 carati, incastonato sulla corona imperiale di stato, è il quarto diamante più grande tagliato al mondo – il Cullinan III – di 94 carati - ed infine il Cullinan IV – di 63 carati – tutti appartenenti al Tesoro della Corona inglese e pertanto custoditi all’interno della Torre di Londra.

lunedì 25 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio.
Il 25 gennaio 1858, durante il matrimonio della principessa Vittoria di Sassonia, figlia della Regina Vittoria d'Inghilterra, con il principe Federico III di Germania, all'incedere in chiesa della sposa viene suonata la marcia nuziale di Felix Mendelssohn tratta dall'opera "Sogno di una notte di mezz'estate" di William Shakespeare.
Da allora, questa musica è diventata una tra le più popolari dei matrimoni, utilizzata fino ai giorni nostri.
Felix Mendelssohn nacque il 3 febbraio 1809, nella città di Amburgo, da un’aristocratica famiglia di origine ebraica.
La sua famiglia, in un impeto di diplomazia e convenienza si convertì al luteranesimo, aggiungendo al proprio cognome Bartholdy per distinguersi dai membri della famiglia rimasti ancora fedeli all’ebraismo.
La spensieratezza e la sua prematura saggezza giovanile gli permisero di non dare molto peso a questo cambiamento ma lo portarono a concentrarsi più alla musica e alle arti che alla religione.
Da giovane ebbe modo di maturare rapidamente, grazie ai suoi genitori, assai colti, che fecero in modo che gli venisse impartita un’educazione completa, rivelandosi veloce nell’apprendimento della musica.
Imparò a suonare il pianoforte dalla madre all’età di sei anni, a sette divenne allievo di Marie Bigot.
La sorella, Fanny Mendelssohn conosciuta poi come Fanny Hensel era lei stessa pianista di fama e compositrice di rilievo tanto che alcune opere firmate dal fratello furono scritte in realtà da lei anche in virtù del pregiudizio che non considerava conveniente una tale attività artistica per una donna.
Nel 1819 si trasferì con la famiglia a Berlino, dove si concentrò nello studio del pianoforte sotto l’insegnamento di Ludwig Berger – allievo diretto di Muzio Clementi – e della composizione con Carl Friedrich Zelter, che gli insegnò ad amare la musica di Bach e gli presentò, nel 1821, Goethe.
L’anziano poeta manifestò grande ammirazione per il giovane Mendelssohn, tanto che lo invitò a suonare per lui per alleviare la sua malinconia.
Mendelssohn si esibì nel suo primo concerto all’età di nove anni, quando prese parte ad un’esibizione da camera suonando in modo impeccabile il difficile Concerto militare di Dussek.
Fu compositore prolifico fin dalla più giovane età, e pubblicò il suo primo lavoro, un quartetto per pianoforte, all’età di tredici anni.
Scrisse le sue prime dodici sinfonie, che iniziarono ad essere eseguite con regolarità solamente in tempi recenti, durante i primi anni di adolescenza (più precisamente, dai dodici ai quattordici anni).
A quindici anni scrisse la prima sinfonia per orchestra completa, op. 11 in Do minore (1824), nel 1825 il celebre Ottetto per archi op.20, e a diciassette l’Ouverture per il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, forse il suo primo grande successo.
Viaggiò molto e a Parigi, nel 1825, ebbe modo di conoscere Gioachino Rossini, Giacomo Meyerbeer e Luigi Cherubini, responsabile in parte della carriera musicale poi intrapresa da Felix, avendo dato un favorevole giudizio al quartetto in si minore op. 3 (dedicato a Goethe). A Roma incontrò Hector Berlioz, con il quale instaurò una duratura amicizia, pur non considerandolo un musicista di gran livello.
Ebbe il merito di riportare alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio in quel periodo, in particolare la Passione secondo Matteo, che fino ad allora non era stata più interpretata dalla morte dello stesso Bach. L’intera opera di Bach deve a Mendelssohn un rilancio importantissimo che non è mai più terminato. Non solo Bach ma anche Mozart ricevette da Mendelssohn un ulteriore rilancio; proprio questi due giganti della musica caratterizzarono il suo stile compositivo sia nella struttura che nella efficacia melodica.
Sposò Cécile Jeanrenaud nel marzo del 1837 ed ebbe cinque figli.
A quanto pare, durante la luna di miele, nella Foresta Nera in Germania, gli venne una ispirazione e compose il concerto per pianoforte e orchestra in re minore op.40.
Dal 1829 al 1832 fu in viaggio in Inghilterra, Svizzera, Francia ed Italia cogliendo quasi ovunque grande successo esibendosi come pianista, organista e direttore d’orchestra.
Nel 1835 fu nominato direttore dell’orchestra del Gewandhaus di Lipsia e nel 1843 fondò il Conservatorio di Lipsia.
Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da una salute piuttosto cagionevole e questo gli impedì di esibirsi come pianista, portandolo verso una grave forma di depressione anche a a causa della contemporanea morte della sorella Fanny nel maggio del 1847. A questo triste evento dedicò il  “Requiem per Fanny”, ovvero il quartetto op. 80, in fa minore, sua ultima composizione di spessore, e opera nella quale si riscontra per la prima volta una profonda malinconia a differenza della sua intera opera tipicamente energica e brillante.
Dopo una serie di infarti ed un ictus, morì a 38 anni, il 4 novembre 1847 alle 21.24, nella sua casa al numero 12 di Goldschmidtstrasse a Lipsia, e fu sepolto nel Dreifaltigkeitsfriedhof  a Berlino.
Robert Schumann, suo grande amico, dedicò alla sua memoria il brano Rimembranze dell’Album per la gioventù.

domenica 24 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.
Il 24 gennaio 1908 Robert Baden-Powell fonda il movimento degli Scout.
L’idea di Baden-Powell (1857-1941), sesto figlio di un reverendo inglese, e brillante ufficiale dell’esercito britannico, fu una conseguenza di circostanze fortuite e intuizioni notevoli. Durante il periodo di stanza in India, Baden-Powell aveva pensato di movimentare la noiosa vita di guarnigione insegnando a gruppi di soldati le tecniche di ricognizione: seguire le tracce, osservare e interpretare gli indizi sul terreno, vedere senza essere visti, sopravvivere in ambienti selvaggi.
A quegli uomini, diventati così “esploratori” (in inglese: scouts), era concesso un apposito distintivo: un giglio, che sulle antiche carte segnava il nord (e che, come distintivo dei boy-scout, indica tuttora la “giusta via da seguire”).
Quell’esperienza mostrò la sua importanza durante la guerra sudafricana del 1899-1902 fra inglesi e boeri (i discendenti degli antichi coloni olandesi), quando Baden-Powell si trovò assediato nella cittadina di Mafeking. Costretto a poter contare su un numero limitato di uomini, l’allora colonnello ebbe l’idea di impiegare alcuni ragazzini del luogo come vedette, piantoni, staffette e in qualunque altro compito servisse a liberare dalle corvé i militari validi per il combattimento.
L’entusiasmo, l’impegno e il coraggio con cui attesero ai loro compiti fecero riflettere Baden-Powell sulle capacità che hanno i ragazzi quando li si sappia motivare.
Una volta rientrato in patria, il militare pensò allora di proporre ai giovani inglesi le attività dello scouting, trasformando quella che fino ad allora era stata “un’arte utilizzata per scopi di guerra” in uno strumento di pace e di fraternità. Il 29 luglio del 1907, sull’isola di Brownsea, una ventina di ragazzi cominciarono a sperimentare una vita a contatto con la natura, affascinati tanto dall’avventura quanto dalla personalità dell’eroe di Mafeking, un personaggio versatile e pieno di humour (“Un sorriso fa fare il doppio di strada di un brontolìo” amava dire), provetto musicista e amante del polo e della pesca. Quell’esperienza confluì nel libro Scouting for boys (1908), che conteneva aneddoti e indicazioni su come riconoscere le impronte degli animali, o su come mimetizzarsi nei boschi, ma soprattutto stabiliva i rituali-base dell’identità scout, e le regole morali tuttora vincolanti: coltivare il senso dell’onore, aiutare i poveri e i deboli, essere cortesi verso chiunque (no quindi alle discriminazioni), e affrontare con coraggio le difficoltà.
Nel volume, Baden-Powell aggiunse anche una serie di norme supplementari, riassumibili nel motto “ogni giorno una buona azione”, decisivo per conquistare all’idea scout i genitori dell’epoca. Fu proprio la simpatia degli adulti la “marcia in più” degli scout rispetto alle altre organizzazioni giovanili allora esistenti, quali la Wandervogel, associazione tedesca sorta nel 1896 con l’intento di liberare i ragazzi dai condizionamenti cittadini e farli godere del contatto con la natura; gli Woodcraft indians, diffusi in USA con analogo desiderio di crescita nella conoscenza, la Church lads’brigade britannica, che univa alla disciplina militare lo studio della Bibbia, e le Boys’brigades, che sviluppavano lo spirito di osservazione studiando le avventure di Sherlock Holmes.
Per la verità anche Baden-Powell trovò in un romanzo lo strumento adatto per trasmettere il suo metodo educativo, fondato sull’“imparare facendo”: Il libro della giungla di Rudyard Kipling. Affascinato dalla vicenda di un bambino che diventa uomo lontano dalla civiltà, il militare inglese lo utilizzò come testo di riferimento per i lupetti (i bambini dagli 8 agli 11 anni), i cui capi, per esempio, assumono il nome di Akela, Bagheera e degli altri animali protagonisti del libro, a seconda della funzione e del ruolo educativo svolto.
Per rafforzare poi l’impressione di ordine e decoro, favorire lo spirito di gruppo, e ridurre le differenze sociali, Baden-Powell dotò i suoi scout di un’uniforme consona, facendo tesoro della sua esperienza militare in Sud-Africa.
Un paio di calzoni corti (secondo la tradizione coloniale inglese), una camicia comoda da portare con le maniche rimboccate (in ossequio al motto scout “Sii preparato”), un fazzolettone variopinto al collo (utile anche come bendaggio d’emergenza), e un cappello a tesa larga – tipo quello dei Rangers canadesi – per proteggersi tanto dal sole quanto dalla pioggia. Nel 1910, al primo raduno dei boy-scout inglesi, tra gli 11mila convenuti sfilano anche alcune ragazze, che si definirono “girl-scout”. Per loro venne creata un’apposita sezione che Baden-Powell (che aveva lasciato l’esercito per dedicarsi a tempo pieno ai suoi ragazzi) affidò prima alla sorella Agnes, e in seguito alla moglie Olave Soames.
Per il carattere laico lo scautismo non fu subito valorizzato dalle comunità ecclesiali. Presto, però, queste decisero di aderirvi con un’associazione confessionale. Il 16 gennaio del 1916 segna la nascita dell’Associazione scout cattolici italiani, ASCI che oggi, con il nome di AGESCI (Associazione guide e scouts cattolici italiani) è la prima organizzazione scout del nostro Paese. Nel 1939 Baden-Powell (divenuto lord nel 1929) e il movimento scout furono proposti per il Nobel per la pace, ma il premio non venne assegnato per lo scoppio della 2ª guerra mondiale.
Il fondatore dello scautismo muore nel 1941. Per lui si era decisa la tumulazione addirittura nell’abbazia di Westminster, ma ciò non avvenne. Egli infatti sarà sepolto – come da sua volontà scritta – nel piccolo cimitero di Nyeri, in Kenya (dove si era ritirato a vivere nel 1938), sotto una spoglia pietra tombale, che riporta solo il suo nome e il segnale scout di “Fine pista”.


sabato 23 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1783 nasce a Grenoble Marie-Henri Beyle, meglio noto con lo pseudonimo di Stendhal.
Stendhal è uno dei più importanti scrittori francesi di sempre. Nato da una ricca famiglia borghese, a soli sette anni venne colpito dal lutto della madre, donna che amava in modo viscerale. I rapporti con il padre (avvocato al Parlamento), viceversa, furono sempre pessimi, essendo quest'ultimo un esempio preclare di uomo bigotto e conservatore.
Sedicenne, si recò a Parigi con l'intenzione di iscriversi all'Ecole polytechnique. Vi rinunciò subito e, dopo aver lavorato alcuni mesi al ministero della guerra grazie all'appoggio del cugino Daru, nel 1800 raggiunse l'armata napoleonica in Italia, che molto presto riconobbe come sua patria d'elezione.
Sottotenente di cavalleria, poi aiutante di campo del generale Michaud, dal 1806 al 1814 fece parte dell'amministrazione imperiale, con funzioni sia civili sia militari che lo obbligarono a spostarsi dall'Italia all'Austria, dalla Germania alla Russia. Caduto Napoleone, si ritirò in Italia. dove conobbe il suo primo amore (Angiola Pietragrua) e dove rimase sette anni, prevalentemente a Milano, interessandosi di musica e pittura. Deluso nel suo amore per Matilde Dembowski (conosciuta nel 1818) e sospettato di carbonarismo, dalle autorità austriache, tornò a Parigi (è il 1821). Per sopperire alle spese di una vita mondana superiore alle sue risorse economiche, collaborò ad alcune riviste inglesi, come ad esempio il "Journal de Paris", con articoli di critica d'arte e musicale; sollecitò anche, invano, un impiego governativo.
Dopo la rivoluzione del 1830 e l'avvento di Luigi Filippo, ottenne la nomina di console a Trieste, ma, a causa dell'opposizione del governo austriaco, fu destinato a Civitavecchia. Il lavoro consolare gli lasciò molto tempo libero, che Stendahl impiegò, oltre che a scrivere, in viaggi e in lunghi soggiorni in Francia. Chiesto nel 1841 un congedo per ragioni di salute, tornò a Parigi e qui, un anno dopo, mori improvvisamente a causa di un attacco apoplettico.
Stendhal, dopo un certo numero di saggi (tra cui di un certo interesse il "Sull'amore" del 1822 e "Racine e Shakespeare" dell'anno successivo), e da una forte passione per la musica e la pittura (che lo indussero a scrivere anche in questo campo notevoli saggi, nonchè romanzate vite di grandi compositori), iniziò la sua attività di scrittore con il romanzo "Armance" (1827) e con il racconto "Vanina Vanini" (1829).
Ma è soprattutto con "Il rosso e il nero" (1830) romanzo che narra la lotta di un giovane spiantato e ambizioso, Julien Sorel, contro la società ostile (la Francia della restaurazione) che inaugura la stagione del grande romanzo realistico.
L'altro suo grandissimo capolavoro, in questa direzione, è rappresentato dall'indimenticabile "La certosa di Parma", un vasto affresco in cui vi si narra ancora la sconfitta delle aspirazioni individuali per opera di una società che qui rappresenta, sotto le apparenze di una corte italiana dell'età della restaurazione, la tipica struttura del dispotismo moderno.
I temi principali della sua produzione letteraria furono una marcata sensibilità romantica ed un fervido spirito critico, che dettero vita alla filosofia della Chasse au bonheur, egotismo tipico di tutti i suoi personaggi. L'analisi delle passioni, dei comportamenti sociali, l'amore per l'arte e per la musica, nonché la ricerca epicurea del piacere, venivano espressi attraverso una scrittura personalissima, nella quale il realismo dell'osservazione oggettiva ed il carattere individuale della sua espressione si fondevano in maniera armonica. Per tutti questi motivi Stendhal fu quasi ignorato dai suoi contemporanei, con l'eccezione di Honoré de Balzac, ma venne poi adorato dai posteri.
Miscelando sapientemente l'ambientazione storica e l'analisi psicologica, i suoi romanzi descrivevano il clima morale ed intellettuale della Francia. Stendhal fu considerato l'iniziatore del romanzo moderno, che ispirò la grande narrativa di costume dell'Ottocento. Tra gli scrittori moderni, viene considerato l'autore meno invecchiato dell'Ottocento. Il Rosso e il Nero e Lucien Leuwen sono un disegno crudo della società della Restaurazione, come indica il sottotitolo nel primo, Cronaca del 1830. Lucien Leuwen è il racconto della Monarchia di Luglio francese. La Certosa di Parma è ambientata tra i disegni politici delle monarchie italiane del XIX secolo. Sono quindi romanzi politici non per la presenza di riflessioni, ma per l'ambientazione dei fatti.
La rappresentazione dei costumi di Stendhal non è motivata da una volontà sociologica, ma per far cadere le falsità e mostrare la «verità» del suo tempo. Nonostante il suo realismo, Stendhal non entra nei dettagli dei luoghi, poco si sa dell'Hôtel de la Mole o di Milano o del castello del Marchese del Dongo, ma narra lo stretto necessario per l'azione. La prigione di Fabrizio nella Certosa è descritta con cura perché essenziale nel contesto del racconto.
Anche i personaggi sono descritti sommariamente, ma sono figure romantiche. L'eroe Julien è intelligente, nutre profondo odio per i suoi contemporanei ed è ambizioso fino alla follia. Fabrizio è un giovane esaltato e passionale.
Lucien è idealista e sicuro di se stesso.
Inoltre la politica nella Certosa è sicuramente meno importante che nel Rosso e il nero o nel Lucien Leuwen. È soprattutto la storia che gioca un ruolo importante: Waterloo, l'arrivo delle truppe francesi a Milano nel 1796.
L'opera di Stendhal si fa di solito rientrare nel movimento romantico, ma si tratta di un romanticismo condizionato dalla formazione illuministica dello scrittore, dalla sua filosofia atea e materialista. Propio per questo, d'altronde, Stendhal è considerato di solito come il fondatore di quel moderno realismo che rappresenta l'uomo all'interno di una realtà sociale in evoluzione, e le idee e le passioni degli individui come condizionate dalle tendenze politiche ed economiche dell'epoca.


venerdì 22 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1879 ebbe luogo la battaglia di Isandlwana, il più grande momento di gloria dell’esercito zulù nella guerra combattuta nel 1879 contro gli inglesi.
All’inizio del XIX secolo lo Zululand, ovvero la terra degli zulù era diventato un regno forte ed aggressivo sotto la guida del re Shaka kaSenzangakhona. Tuttavia si trovò ben presto stretto nella rapida espansione delle comunità europee: a sud gli inglesi del Natal e ad ovest i boeri (di origini olandesi) della Repubblica del Transvaal. In particolar modo le aspirazioni di due nazioni, quella inglese (i primi inglesi presero il controllo del Capo, odierno Sudafrica nel 1806, ai tempi delle guerre napoleoniche, per evidenti ragioni strategiche)  e quella zulù portarono prima ad una situazione di rivalità ed inevitabilmente ad uno scontro diretto.
In particolare la situazione iniziò a degenerare con la nomina di Sir Henry Bartle Frere ad Alto Commissario per il Sudafrica. Frere identificò nello Zululand la causa dell’instabilità che stava attraversando la popolazione di colore di tutto il Sudafrica. Ben presto inscenò una campagna propagandistica dove il re zulù Chetswayo veniva descrito come “despota irresponsabile, sanguinario e traditore” e finalizzata all’innesco di un conflitto. Gli inglesi arrivarono a pretendere che gli zulù abbandonassero il proprio apparato militare, intimando un ultimatum secondo cui se gli zulù non avessero ottemperato entra 30 giorni sarebbe stata dichiarata loro guerra. Naturalmente la condizione era inaccettabile e scoppiò di conseguenza la guerra.
Il comandante in capo inglese in Sudafrica era il Tenente Generale Frederic Thesiger, barone di Chelmsford. Tipico soldato vittoriano, aveva già avuto esperienza di guerra in territorio africano partecipando alla guerra di Abissinia. La strategia di lord Chelmsford fu condizionata dalla necessità di difendere il Natal ed il Transvaal da una possibile invasione zulu ed allo stesso tempo affrontare l’esercito zulù con una forza sufficiente per distruggerlo. Le sue forze erano disposte su cinque punti lungo i confini. Di qui la formazione inglese in 5 colonne che nel gennaio 1879 si mise in marcia contro il nemico.
Da parte loro gli zulù non volevano il conflitto. Ma quando le avanguardie inglesi entrarono nel territorio zulù ed attaccarono i primi villaggi, re Chetshwayo capì che era il momento di radunare il suo esercito e di marciare a sua volta contro il nemico. Egli, correttamente, identificò la colonna centrale come la più forte delle truppe d’invasione; pertanto utilizzò la strategia di rallentare la marcia delle colonne inglesi laterali, mediante l’intervento dei guerrieri che vivevano nelle regioni attraversate dalle stesse ed impegnando il grosso dell’esercito zulù contro la colonna centrale. Nel complesso tale esercito disponeva di 20000 guerrieri. La colonne centrale inglese, la n° 3, comandante dal colonnello Glyn invece era composta da 4709 uomini; il grosso delle forze era costituito dal 24° reggimento di fanteria.  
Ad Isandlwana le forze inglesi ammontavano a 1780 uomini, al comando del Ten.Col. Durnford e del Ten.Col. Pulleine. In particolare:
-         5 compagnie del 1° battaglione del 24° reggimento (comandate dagli ufficiali Younghusband, Mostyn, Cawaye, Wardell e Portoeus);
-         1 compagnia del 2° battaglione, comandata dal Ten. Pope;
-         2 cannoni della batteria N della 5° brigata della Royal Artillery;
-         2 compagnie del contingente indigeno del Natal;
-         Volontari a cavallo della polizia del Natal;
-         1 batteria razzi.
Le forze zulu erano raggruppate in tre contingenti: centro, corno destro e corno sinistro. Questa terminologia deriva dal nome che essi stessi avevano dato alla loro tipica formazione: “le corna della bestia”. In sintesi, l’esercito era formato da un grosso blocco centrale e da due blocchi laterali. Mentre il primo costituiva forza d’urto gli altri due cercavano di effettuare una manovra avvolgente che mirava ad un completo accerchiamento del nemico: in pratica due ali.
Il centro era costituito dai reggimenti uNoKhenke, Khandempemwu e Mbonambi, per circa 6500 uomini. Il corno sinistro era costituito dai reggimenti iNgobamakhosi e uVe, per 6000 uomini ed infine il corno destro era forte di 3500 uomini, inquadrati nei reggimenti uDududu, iMube e isAngq.
Gli inglesi avevano posto l’accampamento a ridosso del monte Isandlwana.
La mattina del 21 gennaio 1879 il comandante Lonsdale lasciò il campo con 16 compagnie del 3° reggimento contingente indigeno, seguito dal maggiore Dartnell con un gruppo di volontari del Natal e della polizia a cavallo. Intercettato un contingente nemico di 1000 zulù, chiesero rinforzi.
Il comandante dell’esercito inglese, Ten.Gen. Chelmsford, che fu sorpreso per la vicinanza del nemico, alle 4,00 del 22 gennaio lasciò il campo con 6 compagnie del 2/24°, 4 cannoni, un distaccamento di cavalleria e pionieri. Il comando del campo fu lasciato al Ten.Col. Henry Pulleine; le forze regolari inglesi erano costituite da 5 compagnie del 1° battaglione del 24° rgt. ed 1 compagnia del 2° btg.
Alle 8,00 una vedetta a cavallo fece irruzione nel campo riportando la notizia che un forte contingente zulù si stava avvicinando. Poco dopo fece ingresso nel campo il contingente guidato dal Ten.Col. Durnford, arrivato per effetto degli ordini di Lord Chelmsford. Tuttavia Durnford non ebbe ordini precisi e, pensando che doveva assecondare le truppe del comandante in capo inglese, verso le 11,30 lasciò l’accampamento per ricongiungersi con Chelmsford. Tuttavia a poco più di sei km dall’accampamento una pattuglia a cavallo al comando del Ten. Raw scoprì l’esercito zulù, che erroneamente ritenevano si trovasse a Mangimi, più a nord. Gli uomini di Raw tornarono al galoppo al campo per dare l’allarme. Nel frattempo giunse a Pulleine l’ordine di Chelmsford di levare il campo; lo stesso spedì una risposta in cui diceva di essere nell’impossibilità di spostare il campo “per il momento”.
Durnford si ritirò verso l’accampamento, sparando di tanto in tanto una salva di fucileria.
Gli zulù rapidamente si schierarono in formazione di guerra, con i reggimenti divisi nelle tre formazioni viste sopra.
Il corno destro effettuò un rapido movimento, diretto ad aggirare il monte Isandlwana, incuranti del fuoco proveniente dalla compagnia del Ten. Cavaye. Il ten. Mostyn schierò la sua compagnia tra quella di Cavaye e quella di Dyson. Pulleine si rese conto solo allora di essere sotto l’attacco di tutto l’esercito zulù ed ordinò all’artiglieria di schierarsi davanti l’accampamento. L’artiglieria aprì il fuoco contro gli zulu che si stavano riversando contro dall’altipiano. In appoggio all’artiglieria, la compagnia del Ten. Porteous si schierò sulla sinistra e quella del ten. Wardell sulla destra.
Poi Pulleine mandò la compagnia del cap. Younghusband a coprire la ritirata delle compagnie di Mostyn e Cavaye. La fanteria, infine, formò una linea più o meno continua che partiva da Younghusband fino alla compagnia del Ten.Pope all’estrema destra. Il contingente indigeno si schierò con una compagnia davanti l’accampamento, mentre un’altra compagnia a destra del Ten. Pope.  Pulleine cercò di far ritirare le truppe su posizioni difensive con alle spalle la montagna.
Nel frattempo gli uomini di Durnford cercarono di fermare il corno sinistro.  Le munizioni cominciavano a scarseggiare; accorgendosi del calo del fuoco gli iNgobamakhosi e gli uVe iniziarono a spingersi sulla sinistra per aggirare Durnford. Quest’ultimo ordinò agli uomini di ritirarsi all’accampamento. Il contingente indigeno, vedendo tale scena, si diede alla fuga.
La situazione era diventata drammatica per gli inglesi. I Khandempemvu esercitarono la massima pressione contro il centro dello schieramento nemico. Gli inglesi si riunirono in quadrati, ma gli zulù, soverchianti per numero, riuscirono a spezzare questi ultimi.
Non era più possibile una difesa coordinata: gli uomini resistevano spalla contro spalla, sparavano fino all’ultimo colpo e poi duellavano alla baionetta.
Durnford fu colpito a morte, mentre tentava di fermare il corno sinistro. Anche Pulleine morì in qualche parte del campo. Le corna zulù si ricongiunsero e per gli inglesi non ci fu scampo.
I fuggitivi speravano di raggiungere Rorke’s drift, ma il corno destro già sbarrava la strada. Memorabile l’episodio del Ten.Melville: prese la bandiera di reggimento e tentò una fuga; fu raggiunto e colpito a morte.
Il campo di battaglia era cosparso di cadaveri. I corpi dei soldati inglesi furono denudati e sbudellati in ossequio ai riti zulù. I buoi ed i cavalli erano stati uccisi, i magazzini saccheggiati, tende e carri incendiati.
Gli inglesi persero 1329 uomini, gli zulù circa 3000.
La sconfitta inglese impressionò il mondo: era impensabile che un esercito armato di lance ed altre semplici armi potesse sconfiggere un esercito dotato di armi da fuoco.
La sconfitta venne ritenuta la peggiore mai riportata dall'esercito britannico sotto il regno della regina Vittoria e il governo del primo ministro Benjamin Disraeli, che pure non aveva voluto la guerra, si trovò costretto a prendere provvedimenti per riscattare l'onore nazionale, visto che negoziare la pace in queste condizioni sarebbe stato politicamente inaccettabile; i rinforzi prima negati a Chelmsford vennero spediti in Sudafrica in gran numero, in preparazione di una nuova campagna punitiva.


giovedì 21 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio 1982, dopo una rapina a mano armata in una banca alla periferia di Siena, sette affiliati all'organizzazione terroristica "Prima Linea" salirono su un autobus della linea Siena-Montalcino. Sulla SS 2 Cassia, in località Fede, il maresciallo capo Augusto Barna, comandante della Stazione Carabinieri di Murlo, i carabinieri ausiliari Euro Tarsilli e Giuseppe Savastano, entrambi della Stazione Carabinieri di Monteroni d'Arbia, durante un normale servizio perlustrativo, informati via radio della rapina, fermarono l'autocorriera di linea diretta a Montalcino. Mentre il maresciallo Barna procedeva al controllo dei passeggeri insospettito dall'atteggiamento e dalle risposte fornite da due passeggeri, un altro passeggero seguiva il maresciallo e, appena uscito dal pullman, esplose nei confronti dei tre militari numerosi colpi d'arma da fuoco. I due carabinieri furono feriti mortalmente, mentre il maresciallo Barna, seppure ferito in più parti del corpo, rispose al fuoco dei malviventi uccidendone uno (Lucio Di Giacomo) e ferendone un altro. Il gruppo criminale, costituito da altre 5 persone, si allontanò in direzione di Buonconvento a bordo di una autovettura abbandonata sulla strada dal proprietario datosi alla fuga per il terrore. Nel corso delle battute organizzate furono tratti in arresto e condannati gli altri 5 componenti, tutti risultati appartenenti al gruppo terroristico resosi responsabile di altri gravi delitti.
Siena, sgomenta e senza parole, si ferma per i funerali di Savastano e Tarsilli, i carabinieri uccisi con tanta ferocia. I feretri attraversano la città trasportati con mezzi militari e sfilano tra le due ali di folla davanti ai negozi chiusi per lutto. I due giovani riceveranno la medaglia d'oro al valor militare per il "generoso slancio al servizio della comunità". Chissà se ci pensavano, a una medaglia, mentre scattavano le loro foto in divisa che ci sono rimaste: Pino in alta uniforme, la bandoliera bianca, il cappello con il pennacchio in mano, lo sguardo serio e convinto; Euro, poco più che un bambino, con la cravatta un po' slacciata, la frangia sulla fronte, un sorriso impertinente. Savastano e Tarsilli: ora i loro nomi si pronunciano sempre insieme. Eppure avrebbero solo voluto salutarsi e tornare a casa. E magari persino dimenticarsi.


mercoledì 20 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 1752 ha luogo la cerimonia della posa della prima pietra della reggia di Caserta.
 Nel 1750 Carlo di Borbone (1716-1788) decise di erigere la reggia quale centro ideale del nuovo regno di Napoli, ormai autonomo e svincolato dall’egida spagnola. La scelta del luogo dove sarebbe sorta la nuova capitale amministrativa del Regno cadde sulla pianura di Terra di Lavoro, nel sito dominato dal cinquecentesco palazzo degli Acquaviva. Il progetto per l’imponente costruzione, destinata a rivaleggiare con le altre residenze reali europee, fu affidato, dopo alterne vicende, all’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773), figlio del più importante pittore di vedute, Gaspar Van Wittel, già attivo a Roma sotto Benedetto XIV nel restauro della cupola di S.Pietro.
La costruzione della Reggia ebbe inizio con la posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752 e procedette alacremente sino al 1759, anno in cui Carlo di Borbone, morto il Re di Spagna, lasciò il regno di Napoli per raggiungere Madrid. Dopo la partenza di Carlo i lavori di costruzione del Palazzo nuovo , come veniva denominata all'epoca la Reggia, subirono un notevole rallentamento, cosicchè alla morte di Luigi Vanvitelli, nel 1773, essi erano ancora lungi dall'essere completati. Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi e successivamente altri architetti, che si erano formati alla scuola del Vanvitelli, portarono a compimento nel secolo successivo questa grandiosa residenza reale.
La Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari. Un imponente portico (cannocchiale ottico”) costituisce l'ideale collegamento con il parco e la cascata, posta scenograficamente al culmine della fuga prospettica così creata.
Lo scalone d’onore, invenzione dell’arte scenografica settecentesca, collega il vestibolo inferiore e quello superiore, dal quale si accede agli appartamenti reali. Le sale destinate alla famiglia reale vennero realizzate in più riprese e durante un intero secolo, secondo uno stile che rispecchia la cosiddetta “unità d’interni” caratteristica della concezione architettonica e decorativa settecentesca ed in parte secondo il gusto ottocentesco per l’arredo composito e l’oggettistica minuta.
Sul vestibolo superiore , di fronte al vano dello scalone d'onore, si apre la Cappella Palatina. Progettata dal Vanvitelli fin nelle decorazioni, è di certo l'ambiente che più di ogni altro mostra una chiara analogia con il modello di Versailles. Il teatro di Corte, ubicato nel lato occidentale della Reggia, è un mirabile esempio di architettura teatrale settecentesca.
Il teatro di corte, splendido esempio di architettura teatrale settecentesca, è ubicato nel lato occidentale della Reggia. La sua ideazione risale ad una fase successiva a quella della progettazione del Palazzo; il piccolo teatro venne infatti progettato dal Vanvitelli solo dopo il 1756, alcuni anni dopo l'inizio dei lavori della Reggia. Diversamente da quanto ideato inizialmente dal Vanvitelli, il teatro fu collocato all'interno del Palazzo ad uso esclusivo della corte e dotato di un ingresso riservato che consentiva al re di accedere direttamente al palco reale. Conclusi i lavori nel 1768, il Teatro di Corte fu inaugurato nel gennaio del 1769 dalla giovane coppia reale, Ferdinando e Maria Carolina, alla presenza di tutta l'aristocrazia napoletana.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello Scalone d’onore si apre la Cappella Palatina, inaugurata alla presenza di Ferdinando IV nel Natale del 1784. Essa è simile planimetricamente alla Cappella della Reggia di Versailles, ma collocata, diversamente da quest’ultima, al piano nobile. Consta di una grande sala a galleria fiancheggiata da due file di colonne che si elevano su un alto basamento sostenuto da pilastri, disegnando due passaggi laterali, attraverso i quali si accede alla Sagrestia della Cappella. La volta a botte è impreziosita da un cassettonato ligneo, mentre il pavimento è realizzato in pregiati marmi policromi. Sopra l'ingresso, di fronte all'abside è la Tribuna reale con semicolonne in marmo giallo di Castronuovo e specchiature in marmo di Mondragone, ad essa si accede mediante una scala circolare posta subito dopo l’entrata sulla destra. La Cappella  ha subito gravi danni a seguito dei bombardamenti del novembre 1943; sono andate  irrimediabilmente perdute opere di inestimabile valore, arredi sacri e dipinti come La Nascita della Vergine di S. Conca o la Pesentazione della Vergine al Tempio di R. Mengs. L’unica tela superstite, fra quelle commissionate per la Cappella, è quella dell’altare maggiore,“l’Immacolata Concezione“di G.Bonito. Nella zona absidale l’altare in stucco è il modello di quello originario, mai portato a termine, in marmi pregiati. Analogamente non fu completato il tabernacolo previsto in pregiate pietre dure (ametiste, lapislazzuli, corniole,agate e diaspri), al cui posto ve ne è uno in legno policromo.
Il Parco Reale, parte integrante del progetto presentato dall’architetto Luigi Vanvitelli ai sovrani, si ispira ai giardini delle grandi residenze europee del tempo, fondendo la tradizione italiana del giardino rinascimentale con le soluzioni introdotte da André Le Nôtre a Versailles. I lavori, con la delimitazione dell'area e la messa a dimora delle prime piante, iniziarono nel 1753, contemporaneamente a quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino, le cui acque, dalle falde del Monte Taburno avrebbero alimentato le fontane dei giardini reali.
Il giardino formale, così come oggi si vede, è solo in parte la realizzazione di quello che Luigi Vanvitelli aveva ideato: alla sua morte, infatti, nel 1773, l'acquedotto era stato terminato ma nessuna fontana era stata ancora realizzata. I lavori furono completati dal figlio Carlo (1740-1821), il quale, pur semplificando il progetto paterno, ne fu fedele realizzatore, conservando il ritmo compositivo dell'alternarsi di fontane, bacini d'acqua, prati e cascatelle.
Per chi esce dal palazzo i giardini si presentano divisi in due parti : la prima è costituita da vasti parterre, separati da un viale centrale che conduce fino alla fontana Margherita , fiancheggiata da boschetti di lecci e carpini, disposti simmetricamente a formare una scena “ teatrale” verde semicircolare.
A sinistra del palazzo, nel cosiddetto "Bosco vecchio" , il cui nome ricorda l’esistenza di un precedente giardino rinascimentale, sorge la Castelluccia, una costruzione che simula un castello in miniatura, presso il quale il giovane Ferdinando IV si esercitava in finte battaglie terrestri. Nella Peschiera grande, un lago artificiale di forma ellittica con un isolotto al centro, venivano, invece, combattute le battaglie navali con una flottiglia costruita proprio per questo scopo.
La seconda parte del parco, realizzata interamente da Carlo Vanvitelli, inizia dalla fontana Margherita, dalla quale si dispiega la celebre via d'acqua, sulla quale da sud verso nord si incontrano la fontana dei "Delfini", così chiamata perché l'acqua fuoriesce dalle bocche di tre grossi mostri marini scolpiti in pietra e la fontana di "Eolo", costituita da un'ampia esedra nella quale si aprono numerose caverne che simulano la dimora dei venti, rappresentati da statue di "zefiri". L'asse principale è strutturato su sette vasche digradanti che formano altrettante cascate concluse dalla fontana di Cerere che rappresenta la fecondità della Sicilia, con le statue della dea e i due fiumi dell'isola. L'ultima fontana è quella in cui è rappresentata la vicenda di Venere e Adone.
Infine, nel bacino, denominato Bagno di Diana, sottostante la cascata del monte Briano, due importanti gruppi marmorei raffigurano Atteone nel momento in cui, tramutato in cervo, sta per essere sbranato dai suoi stessi cani, e Diana, attorniata dalle ninfe, mentre esce dall’acqua. Una grotta artificiale, costruita con grossi blocchi di tufo, il cosidetto Torrione, si erge sulla sommità della cascata, da cui si può godere la vista di un paesaggio davvero unico.

martedì 19 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1977 è l'unico giorno che la storia ricordi in cui abbia nevicato a Miami, in Florida.
Un tempo gli Indiani Tequesta vivevano nelle paludi infestate di zanzare, nell’area che ora conosciamo come Miami. Gli Spagnoli furono i primi Europei ad arrivarvi, stabilendo nel 1567 un insediamento con una missione. Ma niente si sviluppò veramente fino a che gli Americani acquisirono la Florida nel 1821 ed in seguito un’ondata di pionieri migrò nella regione intorno al Fiume Miami.
La crescita della città restò fiacca come il clima estivo fino a quando la ferrovia Florida East Coast Railroad collegò Miami al resto del paese. Questo segnò il vero inizio di Miami come città con cui fare i conti. I ricchi imprenditori edilizi Americani videro subito le potenzialità turistiche della zona e cominciarono a trasformare le paludi in spiagge bianche ed hotel di lusso. Oltre agli hotel, molte persone intrepide iniziarono a costruire case e tenute, che culminarono con il boom dell’edilizia del 1920, un periodo a Miami di eccessi e stravaganze. Il movimento Art Deco aggiunse un carattere speciale alla città, ma la Grande Depressione arrestò gran parte dei progressi fatti.
Durante il 1940 e 1950, Miami aveva acquisito la reputazione di attrarre la miscela più diversa di gente. Militari mischiati con artisti, pensionati ed anche gli occasionali fuorilegge come Al Capone. Il clima caldo e le spiagge continuavano ad attrarre turisti, ma Miami era solo una laguna tropicale.
La massiccia immigrazione Cubana a seguito della rivoluzione di Castro nel 1959 fu il maggiore catalizzatore per trasformare la crescita di Miami in una città internazionale nel commercio e negli affari. La comunità Cubana formò la prima delle molte enclave etniche, che tutte insieme hanno contribuito all’atmosfera vivace ed allegra che è Miami. Oggi, le belle spiagge e le acque tropicali sono solo una delle parti che affascina i turisti. Il fantastico sapore Ispanico che permea quasi ogni aspetto della città è ugualmente attraente.
Miami è un’incredibile miscela di diversità culturali che è visibile dal momento in cui si arriva in città e si odono i melodici suoni Spagnoli trasportati dall’aria tropicale. Questa è una città che trabocca di attività. È una destinazione di vacanza a livello mondiale ed è un luogo di feste continue pieno di persone del jet-set e celebrità. Nel suo guscio, la metropoli ha qualcosa per tutti.
Anche se Miami è tristemente famosa per molte cose, è considerata uno dei posti più trendy in America. Il suo clima meraviglioso, le belle spiagge di fine sabbia bianca e la vita notturna iper attiva confermano la sua reputazione. Nel cuore della città ci sono oltre 15 miglia di bellissime spiagge, la maggior parte con eccellenti opportunità per fare shopping e mangiare appena al di là del lungomare.
Miami è una delle poche città in America che ha un vero clima tropicale. Le temperature vanno dal caldo al torrido durante tutto l’anno e, l’umidità è molto più alta di quanto la gente preferirebbe. Comunque, grazie alla sua posizione sulla costa, la brezza oceanica spesso soffia nella città aiutando a rinfrescare il clima.
L’inverno, che va da Dicembre fino a Febbraio, è il periodo migliore per visitare Miami. Le temperature medie vanno dai 15 ai 24 gradi ed i cieli blu dominano i giorni. Questo è anche il momento di maggior afflusso turistico, arrivano in città pensionati e chi decide di svernare e, tutto diventa molto affollato. Le estati sono un’altra cosa. Il caldo e l’umidità possono essere opprimenti, con regolari temporali pomeridiani, assicurando un clima sempre afoso. Se si aggiunge il reale pericolo degli uragani, che va da Giugno a Novembre, vi accorgerete perchè la maggioranza dei turisti evita Miami durante i mesi estivi.
Un eccellente compromesso è di visitarla nelle stagioni intermedie come in primavera e in autunno. Da Maggio ai primi di Giugno e da Settembre ad Ottobre, il clima è ideale e non ci sono le folle dei mesi invernali, dando l’occasione di godersi i posti da visitare, i bar e le spiagge ed al contempo risparmiare sui prezzi degli hotel.
Quello che una volta veniva considerato un paradiso per i pensionati americani si è trasformato nel posto da vivere per le generazioni più giovani. È possibile fantasticare lungo le super modaiole vie di South Beach e Coconut Grove, ma la maggioranza delle persone che vivono qui sono americani medi che hanno scelto questo posto per il clima e lo stile di vita. Il cibo qui è semplicemente fantastico ed ha una miscela di stili unica, dai Caraibi, al Latinoamericano e al Sud America. Alcuni dei posti migliori dove mangiare in città si trovano negli onnipresenti chioschi sulla strada e nei piccoli caffè cubani che servono piatti veri a prezzi giusti.

lunedì 18 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1919 Don Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano.
Luigi Sturzo nasce a Caltagirone, in provincia di Catania, il 26 novembre 1871. La famiglia fa parte dell'aristocrazia agraria. Luigi frequenta i seminari prima di Acireale, poi di Noto.
Dopo il 1891, la pubblicazione della Rerum novarum, prima enciclica sulla condizione operaia, e lo scoppio delle rivolte dei contadini e degli operai delle zolfare siciliane (i cosiddetti Fasci) spingono Sturzo a orientare i suoi studi filosofici verso l'impegno sociale.
A Roma, mentre frequenta l'Università Gregoriana, partecipa al fervore culturale dei giovani cattolici. Il giovane Sturzo assume con entusiasmo posizioni vicine al pensiero di Leone XIII, il papa della Rerum novarum. Allo stesso tempo Sturzo è critico rispetto allo Stato liberale, al suo centralismo e all'assenza di una politica per il Mezzogiorno.
Nel 1895 fonda il primo comitato parrocchiale e una sezione operaia nella parrocchia di S. Giorgio; a Caltagirone dà vita alle prime casse rurali e cooperative.
A Roma Sturzo perfeziona i suoi studi conseguendo il diploma in Filosofia e la laurea in Teologia. Viene ordinato sacerdote il 19 maggio 1894. Il fratello maggiore Mario sarà vescovo di Piazza Armerina (EN).
Nell'esercizio del suo ministero sacerdotale ha modo di constatare la grande miseria del popolo: arriva così alla"vocazione di portare Dio nella politica". Don Sturzo dedica tutto se stesso all'attuazione dei princìpi della dottrina sociale della Chiesa.
Studia scienze sociali, è uomo politico e s'interessa nel primo decennio del XX secolo alle proposte politiche di Romolo Murri e alle proposte sociali di Giuseppe Toniolo, modernisti cattolici. Don Sturzo è precocemente favorevole, ancora negli anni del non expedit pontificio, all'organizzazione politica indipendente dei cattolici italiani e al loro progressivo inserimento nella vita civile e politica dello Stato.
Le caratteristiche del sacerdote sono, oltre a una continua unione con Dio, il profondo senso della giustizia, l'eroica obbedienza alla Chiesa, e il grande amore per i poveri.
Meridionalista, sostiene la necessità del decentramento amministrativo e delle autonomie regionali.
Ostile al capitalismo liberale che tendeva al monopolismo borghese, così come al socialismo classista che tendeva allo statalismo proletario, dopo una prima esperienza - che durerà 15 anni - di pro-sindaco di Caltagirone, Sturzo sostiene l'abolizione del non expedit per la partecipazione dei cattolici alla vita politica.
Nel 1919 fonda il Partito Popolare Italiano, di cui sarà segretario, portandolo a notevoli e importanti successi.
Giovanni Giolitti non si capacitava del fatto che un piccolo prete, da un ufficetto vicino a Montecitorio, potesse guidare e dare ordini a un così compatto gruppo di deputati.
Sopraggiunta la dittatura fascista, nel 1924 Don Sturzo è costretto ad un lungo esilio, prima a Londra, poi negli Stati Uniti, dove con i suoi scritti e le sue pubblicazioni prosegue la lotta: grazie alla traduzione dei suoi saggi la parola "totalitarismo" diviene tra le più diffuse nel lessico politico del Novecento.
Torna in Italia, da New York, nel 1946.
Difensore della Roma cristiana contro il comunismo ateo, nel 1952 caldeggia un'alleanza con il Movimento Sociale e i monarchici per contrastare il "Blocco del popolo" alle elezioni comunali. Sturzo viene sconfessato da parte del mondo cattolico e da Alcide De Gasperi. I partiti di centro vincono ugualmente.
Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita nel 1952.
Luigi Sturzo muore a Roma il giorno 8 agosto 1959.

domenica 17 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
La chiesa cristiana festeggia oggi Sant'Antonio Abate, nell'anniversario della sua morte.
S. Antonio Abate nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all'anno 250.
Fu un eremita tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico.
Antonio, di cui conosciamo la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, fu un insigne padre del monachesimo orientale.
Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste ed ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri, si ritirò nel deserto e li cominciò la sua vita di penitente.
Compiuta la sua scelta di vivere come eremita, trascorse molti anni vivendo in un'antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce - soprattutto di porco - allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze di ogni genere, riuscendo sempre a trionfare.
La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto presso i fedeli e Antonio, che voleva vivere assolutamente distaccato dal resto del mondo, fu costretto più volte a cambiare luogo di "residenza".
Intorno al 311 si recò ad Alessandria per prestare aiuto e conforto ai Cristiani perseguitati dall'imperatore Massimiliano; poi si ritirò sul monte Qolzoum, sul mar Rosso, ma dovette tornare ad Alessandria poco tempo dopo per combattere l'eresia ariana, sempre più diffusa nelle zone orientali dell'impero.
Malgrado conducesse una vita dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: la morte lo colse infatti all'età di 105 anni, il 17 Gennaio del 355, nel suo eremo sul monte Qolzoum.
Sulla sua tomba, subito oggetto di venerazione da parte dei fedeli, furono edificati una chiesa e un monastero; le sue reliquie nel 635 furono portate a Costantinopoli, e poi sembra che siano state portate in Francia tra il sec IX e il X dove oggi si venerano nella chiesa di Saint Julian, ad Arles.
In Francia, in quel periodo, sorse l'ordine degli "Antoniani" approvato successivamente da papa Urbano II.
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di S. Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio Abate un vero e proprio "santo" del popolo.
Egli è considerato il protettore contro le epidemie di certe malattie, sia dell'uomo, sia degli animali. E' stato invocato come protettore del bestiame e la sua effigie era collocata sulla porta delle stalle.
Il Santo è invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes nota come "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro".
Antonio è anche considerato il patrono del fuoco; secondo alcuni riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica. E' nota infatti l'importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante.

sabato 16 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1920 entra in vigore negli USA il cosiddetto Proibizionismo.
Con il termine Proibizionismo si intende il periodo della storia americana che va dal 16 gennaio 1920 al 5 dicembre 1933.
La nascita del proibizionismo, come sempre, ha concause culturali, sociali e religiose. Da una parte il problema dell’alcool nella società, soprattutto nei maltrattamenti sulle donne all’interno delle mura domestiche da parte di padri o mariti ubriachi. Dall’altra il consolidarsi, anche a livello politico, delle famose Società di Temperanza, gruppi religiosi o gruppi politici moralisti e fondamentalisti, le quali affermavano che la causa dell’assenteismo e dello scarso rendimento sul lavoro, nonchè dei maltrattamenti domestici, nonchè addirittura della criminalità stessa, fosse da ricercare nell’uso di alcool.
In tale senso, il XVIII emendamento trovò forti sostenitori anche tra i grandi industriali, tra cui John D. Rockefeller, Henry Ford ed Henry Joy, i quali aderirono all’Anti Saloon League apportando notevoli quantità di denaro.
Per avere un’idea del potere raggiunto da questi gruppi religiosi a livello politico, basti pensare che ad esempio riuscirono a far bandire dall’America l’Ulisse di James Joyce in quanto il protagonista, nel corso della storia, si masturba.
Con i fondi a disposizione e idee ben radicate, le società di temperanza cominciarono a parlare al popolo usando i numeri e promuovendo il regime “dry” (asciutto).
"I liquori sono responsabili del 25% della miseria, del 37% del depauperamento, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel nostro Paese", citano le statistiche del Congresso fornite dalla Anti-Saloon League nel 1914.
"I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre", dichiarò il Senatore Andrew Volsted il 17 gennaio del 1919, all’indomani dell’entrata in vigore della legge da lui stesso promossa.
La legge, come detto, entrò in vigore il 16 gennaio 1920. Il 15 gennaio vi fu quindi l’assalto ai saloon da parte dei bevitori, che fecero incetta delle ultime bottiglie rimaste.
Per capire quanto questa legge fosse ben vista anche dalla mafia locale per le prospettive di guadagno, basti pensare che già nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, a mezzanotte e trequarti (45 minuti dopo l’entrata in vigore), a Chicago una banda armata assaltò un treno e rapinò un carico di whiskey del valore di 100.000 dollari, dando così il via ufficiale al traffico degli alcoolici.
Va da se infatti che le prime conseguenze di un regime di proibizione, di qualunque sostanza, sono la sua comparsa sul mercato nero (in forma spesso nociva ed adulterata) e il suo aumento esponenziale di prezzo.
Il prezzo ad esempio del whiskey canadese nel mercato nero americano era di dieci volte il prezzo di acquisto in Canada (dove era ancora legale). Stessa cosa accadeva per il rum, portato al confine delle acque territoriali dai contrabandieri e infine portato su suolo americano dai rumrunners, che facevano la spola tra le imbarcazioni cariche al largo della costa e i porti.
Uno dei tentativi di ridurre quest’ultimo fenomeno, fu quello di duplicare la distanza dalla costa delle acque territoriali, ma come sempre in questi casi, si rende la cosa più complicata ma non la si risolve. Certo è che questa manovra consentì di avere presto un declino a questo tipo di importazione, preferendo il passaggio di confine con il Canada o il Messico e vedendo così il declino anche dell’importazione clandestina di rum in favore di whiskey canadese, tequila e mezcal.
Va da se quindi alla luce di tutto questo che il proibizionismo e i “ruggenti anni venti” furono indissolubilmente legati alla nascita del “Gangsterismo”, del quale la figura di spicco è senza dubbio Alphonse Capone. La sua fortuna infatti, come quella di molti altri criminali di spicco di quegli anni, fu raggiunta tramite il commercio di alcool nel mercato nero.
Al Capone si riforniva di alcool dalla Florida, dal Messico e dal Canada, nonchè da alcuni distillatori clandestini di Chicago, rivendendo poi queste bottiglie agli Speakeasy, ovvero locali in cui gli alcoolici venivano venduti al pubblico illegalmente.
La nascita di questi locali, ramificati sul territorio, portava ovviamente le bande rivali allo scontro per il controllo del territorio stesso. Così cominciarono a vedersi per strada i primi scontri a fuoco, sempre più frequenti.
Al Capone, ormai personaggio pubblico, in una delle sue interviste rilasciò una dichiarazione sconcertante in merito: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d'affari"
Nel 1929 il Congresso votò un ampliamento alla legge sul Proibizionismo, ritenendo che la stessa non avesse funzionato per quasi un decennio a causa della sua blandezza, approvando una norma che prevedeva pene detentive anche per chi consumasse alcool e non solo per chi lo fabbricava/vendeva/deteneva. La teoria era la solita: “se arrestiamo chi beve, limitiamo i clienti ed il traffico”.
Ma in verità a distanza di anni il proibizionismo mostrò effetti diametralmente opposti a quelli tanto decantati al varo della legge, tanto che si cominciò a discutere sull’abolizione della legge. La gente cominciò a scendere in piazza per dimostrare contro il regime di intolleranza e gli stessi industriali “sostenitori” dell’anti-saloon league, si accorsero ben presto che il Governo degli Stati Uniti, non ricevendo più proventi dalla tassa sull’importazione di alcool, cominciò ad aumentare la pressione fiscale sulle grandi aziende, tra cui le loro.
Questo portò personaggi del calibro di Rockefeller e Joy a fare un passo indietro e ad ammettere il loro errore.
Dopo il fallimento del Proibizionismo anche in Norvegia (1919-1926) e Finlandia (1919-1932), con il 73% dei voti, nel 1933, il Congresso degli Stati Uniti votò a favore del ventunesimo emendamento che interdiva ciò che era sancito nel diciottesimo emendamento, cioè di fatto sanciva la fine del proibizionismo, ad un anno dall’elezione di Roosvelt alla Casa Bianca.

venerdì 15 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1759 apre a Londra il British Museum.
Il British Museum è il primo museo pubblico nazionale al mondo. Fin dalle origini consentiva ingresso libero a tutti "gli studiosi e le persone curiose". Il numero dei visitatori è aumentato da circa 5000 l'anno del diciottesimo secolo ai quasi 6 milioni di oggi.
La nascita del museo si deve alla volontà di Sir Hans Sloane (1660-1753), fisico, naturalista, collezionista.
Sloane nella sua lunga vita raccolse più di 71000 oggetti che voleva fossero conservati dopo la sua morte. Perciò lasciò l'intera collezione a Re Giorgio II in cambio di un pagamento di 20.000 sterline per i suoi eredi.
Le collezioni originali consistevano per lo più in libri, manoscritti e reperti antichi (incluse monete, medaglie, dipinti e disegni), e materiale etnografico. Nel 1757 a tali collezioni Re Giorgio aggiunse la "antica biblioteca reale" dei sovrani d'Inghilterra.
La prima apertura al pubblico avvenne il 15 gennaio 1759. Inizialmente fu ospitata in un palazzo del XVII secolo, la Montagu House, a Bloomsbury, ove sorge la sede odierna.
Tranne che in occasione delle due guerre mondiali, il Museo è sempre rimasto aperto da allora, aumentando di volta in volta gli orari di apertura.
Nei primi decenni del diciannovesimo secolo vi furono un buon numero di acquisizioni di alto livello, tra le quali la Stele di Rosetta (1802), la collezione Townley di sculture classiche (1805), e le sculture del Partenone (1816).
Nel 1823, grazie al dono alla nazione da parte di Giorgio IV della biblioteca del padre, si rese necessaria la costruzione del palazzo quadrangolare di oggi, ad opera di Sir Robert Smirke (1780-1867).
Nel 1857 furono completate sia la costruzione quadrangolare che la Sala di Lettura circolare.
Nel 1880, per dare maggiore spazio alle collezioni sempre più grandi del Museo, le collezioni di Storia Naturale furono spostate in una nuova costruzione a South Kensington, che divenne il Museo di Storia Naturale.
Il Museo venne coinvolto in moltissime opere di scavo all'estero. Le sue collezioni assire divennero la base per comprendere la scrittura cuneiforme, così come la Stele di Rosetta fu fondamentale per comprendere i geroglifici egizi.
Una figura fondamentale di questo periodo fu Sir Augustus Wollaston Franks (1826-97). Assunto dal museo nel 1851, fu il primo responsabile del materiale medievale e britannico.
Franks espanse la collezione in nuove direzioni, raccogliendo non solo antichità medievali, ma anche oggetti preistorici, etnici e archeologici da tutta Europa e oltre, fino ad oggetti d'arte orientale.
I visitatori aumentarono notevolmente durante il diciannovesimo secolo, attraendo folle di ogni età e classe sociale, specialmente nelle giornate di festa.
Il ventesimo secolo vide una grande espansione dei servizi al pubblico. La prima guida completa al Museo fu pubblicata nel 1903 e la prima guida alle letture nel 1911.
Nel 1970 si procedette ad un intenso lavoro di ristrutturazione delle gallerie e dei testi di accompagnamento alle opere; inoltre venne creata una piccola e dedicata casa editrice.
Nel 1973 la biblioteca entrò in una nuova organizzazione, la British Library, ospitata nel Museo fino al 1997 quando poi fu trasferita in una nuova palazzina a St Pancras.
Il Grande Cortile Regina Elisabetta II, costruito nel luogo lasciato vacante dalla biblioteca, riflette la più recente espansione del Museo. E' il più grande spazio pubblico coperto d'Europa (2 acri). Al centro vi è la Stanza di Lettura restaurata, intorno alla quale furono costruite nuove gallerie e un centro educativo.
Il Museo ha celebrato il suo 250esimo anniversario nel 2003 con il restauro della Biblioteca del Re, la stanza più antica del Museo, e il lancio di una nuova esibizione permanente: Alla scoperta del mondo nel diciottesimo secolo.
Nel ventunesimo secolo il Museo ha continuato l'espansione della sua offerta aprendo quattro nuove gallerie permanenti tra il 2008 e il 2009: Ceramiche cinesi, orologi e pendole, Europa tra il 1050 e il 1540, il tempio sepolcrale di Nebanum: vita e morte nell'antico Egitto.
Il Museo è attualmente impegnato nel progetto della sua prossima grande costruzione: il Centro mondiale di Conservazione ed Esposizione, che includerà un nuovo spazio espositivo temporaneo.
Nel 2009 il Museo ha ricevuto il riconoscimento del Carbon Trust Standard, per i suoi sforzi nel ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica.

giovedì 14 gennaio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1985 Martina Navratilova vince per la centesima volta un torneo di tennis.
 Martina Navratilova nasce a Praga (attualmente Repubblica Ceca, ex Cecoslovacchia) il 18 ottobre del 1956.
I monti Krkonose, i Monti dei Giganti che confinano con la Polonia, sono stati la cornice della sua prima infanzia; su quelle nevi la madre Jana, maestra di sci, le impartì le prime lezioni e lì nacque la sua passione per la montagna (tuttora la residenza di Martina è ad Aspen, nello stato del Colorado). L'incontro fatale con il tennis avvenne qualche anno più tardi, sui campi in terra rossa di Revnice, il paesino nella campagna boema, poco distante da Praga, in cui la madre si trasferì verso il 1960, dopo la separazione dal marito. Il tennis era una tradizione nella famiglia di Martina: la nonna materna, Agnes Semanska, aveva fatto parte della nazionale cecoslovacca negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. La piccola Martina trascorreva interi pomeriggi palleggiando contro il muro di casa con la racchetta di legno della nonna, e seguiva la madre quando si recava a giocare presso il locale club di tennis. Poi arrivarono le lezioni sul campo: il primo maestro di Martina fu l'amato patrigno Mirek Navratil, sposatosi con la madre nel 1962.
“Un giorno vincerai Wimbledon”; così Mirek spronava il suo talento, invitandola ad attaccare, a scendere a rete il più possibile, a costruire un gioco creativo e spettacolare. Il gioco al quale Martina ci abituò per tanti anni: estroso, istintivo, a tratti quasi “maschile” nella sua spregiudicatezza. La piccola mancina arrivò alle semifinali nel primo torneo disputato, all'età di otto anni, e dai dieci anni in poi iniziò a collezionare esperienza e successi in molti tornei giovanili, sia in patria che all'estero. Le lezioni prese al Klamovka Park di Praga da George Parma, il più grande tennista cecoslovacco di quei tempi, raffinarono ulteriormente la sua tecnica. A nove anni Martina iniziò a maturare l'idea di diventare una tennista professionista, dopo aver assistito con il padre ad un incontro di Rod Laver, il campione australiano vincitore di due Grandi Slam, che stava giocando un torneo a Praga. Due anni più tardi segnò il destino, suo e del suo paese, uno dei momenti più drammatici della storia cecoslovacca, che abbattè definitivamente la tacita speranza di rinnovamento covata dal popolo ceco dalla conquista sovietica del 1948 in poi. La mattina del 21 agosto 1968 i carri armati sovietici entrarono a Praga, stroncando quella che i libri ricordano come la Primavera di Praga, nel corso della quale Alexander Dubcek aveva tentato di imboccare la via del cosìddetto “socialismo dal volto umano”. Venne avviato in seguito un rigido processo di normalizzazione. Martina si trovò a crescere in un paese profondamente cambiato, più triste, certamente più povero, schiacciato da una dittatura che usava lo sport e i suoi campioni come meri strumenti di propaganda. Provò a vivere secondo i loro dettami nei primi due anni di professionismo, e questi non fecero che rafforzare in lei la decisione di lasciare il paese.
Numero uno nelle classifiche nazionali da oltre un anno, nel 1973, all'età di sedici anni, Martina divenne professionista. Fu proprio in quell'autunno che potè compiere il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il paese in cui prendeva forma la libertà tanto sognata, il paese di DisneyWorld, dei suoi attori preferiti visti al cinema (Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Ginger Rogers, Fred Astaire), nonché degli hamburger e di un consumismo a lei completamente estraneo. Al torneo di Akron Martina giocò il primo di quella lunga serie di incontri che avrebbero generato la più bella rivalità nella storia degli sport individuali. Quel giorno nell'Ohio vinse Chris Evert, già graziosa reginetta del tennis e beniamina indiscussa del pubblico americano. Nell'agosto del 1975, frustrata dalle continue intromissioni nella sua programmazione dei tornei da parte della Federazione Cecoslovacca, che zittiva ogni sua protesta con la minaccia di non concederle più permessi d'espatrio, Martina lasciò definitivamente la terra natia e volò negli Stati Uniti per giocare gli Open, dove giunse in semifinale, sconfitta dalla Evert. Di lì ad un mese ottenne la Green Card, il permesso di soggiorno. Diciannovenne, aveva lasciato la sua patria, che dopo averla assurta per anni ad icona dello sport nazionale, ora la privava della cittadinanza, dichiarandola "persona non desiderata", e nella quale solo nel 1986, in occasione della Federation Cup, le venne concesso un breve rientro, sotto la rigida sorveglianza che spetta ai dissidenti politici. Ma aveva lasciato anche la vita da studente, le partite ad hockey su ghiaccio con gli amici e, soprattutto, la famiglia. Temeva che non le sarebbe più stato possibile rivedere i suoi cari; effettivamente, potè riabbracciarli solo quattro anni dopo. Furono difficili i primi periodi negli Stati Uniti, e non segnarono grossi successi in campo tennistico; la non perfetta forma fisica, dovuta ad un'alimentazione sbagliata, le valse inoltre l'ironico soprannome di “Great Wide Hope”, coniato dal giornalista Bud Collins.
Lentamente Martina cercò di crearsi delle radici nella sua nuova patria, circondandosi di buoni amici; un grande aiuto le venne offerto proprio da un'amica, la campionessa di golf Sandra Haynie. Insegnò a Martina come razionalizzare le tumultuose emozioni foriere di tanti scoppi d'ira, inutilmente dispendiosi in termini di energia e che la condannavano a perdere partite altrimenti alla sua portata. La nuova forma mentis regalò a Martina il primo grande risultato della sua carriera, avveramento della profezia paterna: l'8 luglio del 1978 si aggiudicò il torneo di Wimbledon, sconfiggendo in finale l'amica – rivale Chris Evert. E, con i punti così guadagnati, divenne per la prima volta la numero uno delle classifiche mondiali. Ci sarebbero voluti comunque molti anni ancora, prima che Martina potesse scrollarsi di dosso defintivamente l'etichetta di loser, di perdente, che gli americani le avevano ormai affibbiato; diventando addirittura, ironia della sorte e beffa per i giornalisti dalle sentenze facili, la giocatrice che ha vinto più di chiunque altro nella storia del tennis, maschile e femminile. Vicende sentimentali influirono sui suoi risultati tra il 1979 e il 1980, per cui vinse ancora Wimbledon nel '79, ma nessun titolo del Grande Slam l'anno seguente. In particolare, i media fissarono la loro attenzione sulla relazione con la scrittrice Rita Mae Brown, nota autrice americana di bestseller; Martina fece la scelta coraggiosa, e controcorrente in quegli anni, di dichiarare la propria bisessualità in risposta alle domande dei giornalisti. Pagò per la sua sincerità; la più grande tennista della storia non fu certamente anche la più sponsorizzata dalle aziende... Il 21 luglio del 1981, dopo sei anni trascorsi da apolide, Martina ottenne finalmente la cittadinanza americana. Coronò l'anno vincendo di nuovo un torneo dello Slam: gli Australian Open, sull'erba del vecchio stadio Kooyong di Sydney. Era l'inizio di una nuova fase nella carriera di Martina: quella dei grandi successi, dei guadagni e dei molti record. E, finalmente, degli applausi del pubblico, che iniziava a schierarsi dalla sua parte.
La “nuova” Martina era il frutto del duro lavoro di preparazione atletica messo a punto con Nancy Lieberman, giovane stella del basket americano negli anni Settanta, vincitrice di due medaglie d'oro alle Olimpiadi. La loro brillante collaborazione sportiva proseguì dalla metà del 1981 agli inizi del 1984. Il piano di allenamento mirava allo sviluppo delle potenzialità atletiche utili nel tennis, e spaziava dal sollevamento pesi allo stretching, dalla corsa agli esercizi per migliorare l'agilità fisica, comprendendo anche una adeguata dieta alimentare. In campo ebbe, per la prima volta da quando era diventata professionista, un'allenatrice, Renée Richards, alla quale fecero seguito Mike Estep e, dal 1989, Craig Kardon; insieme a loro Martina elaborò nuove tecniche d'allenamento, studiò ogni singolo aspetto del gioco, perfezionando l'esecuzione dei colpi ed adattandola ai mutamenti dell'attrezzo. Erano infatti gli anni in cui le racchette di legno cominciavano lentamente a venire sostituite con le nuove versioni oversize. Queste rivoluzionarono non poco il gioco; acquisirono sempre maggiore peso i fondamentali e la tecnica del fondocampo, e si assistette al graduale tramonto del serve and volley, di cui Martina sarebbe rimasta sempre più solitaria esponente. Nel 1982 una prodigiosa Martina mostrò al mondo intero la sua nuova forza, fisica e mentale; vinse la cifra record di 15 tornei nel singolare e - da non dimenticare - 14 tornei nel doppio, per un totale quindi di 29 tornei in un anno! Tra questi, il primo titolo sulla terra di Parigi e la prima delle sei vittorie consecutive sull'amata erba londinese. L'anno successivo si aggiudicò altri 15 tornei nel singolare (e 13 nel doppio); vinse per la prima volta, finalmente, gli Open della sua patria “adottiva” e si riconfermò campionessa a Wimbledon e in Australia, realizzando così un “Piccolo Slam". Nel 1984 completò nuovamente tre quarti di Slam: fu sconfitta nella finale della quarta tappa, quella australiana. L'ex connazionale Helena Sukova la bloccò proprio ad un passo dalla realizzazione del Grande Slam.
Ormai Martina aveva raggiunto e, per molti versi, superato, il livello della sua eterna rivale; ma Chris Evert non si diede per vinta. Con classe ed umiltà da vera campionessa si "rimboccò le maniche", inziando ad allenarsi duramente per adeguarsi alle nuove abilità di Martina, e cedette solo a caro prezzo lo scettro a lungo appartenutole. Ne risultò una rivalità bellissima, dignitosa, emozionante, mai scontata, che per quasi un decennio fece innamorare del tennis femminile gli sportivi di tutto il mondo. Martina e Chris offrivano uno scontro appassionante sul piano tecnico, con due modi differenti di interpretare il gioco: le spettacolari discese a rete, l'estroso serve and volley di Martina, contro l'attacco da fondocampo preciso, quasi “chirurgico”, di Chris. Ma offrivano anche uno scontro sul piano mentale: l'emotività, l'istintività di Martina, contro il controllo e la ponderazione razionale di Chris. L'eterna sfida terminò sul finire del 1988, con la vittoria di Martina nella finale del torneo di Chicago. L'anno successivo Chris Evert si ritirò dal professionismo; ricominciò da allora l'amicizia che le aveva legate in gioventù, e che gli anni di continua competizione avevano inevitabilmente affievolito.
Nell'agosto del 1987, dopo 331 settimane trascorse al vertice delle classifiche mondiali, Martina dovette cedere lo scettro a Steffi Graf. Per Martina fu l'inizio di un'era di nuovi scontri: quelli dell'ormai ex regina alle prese con giovani arrembanti, tutte tecnicamente più simili a Chris Evert, mentalmente agguerrite, dotate della spavalderia adolescenziale non intaccata dall'esperienza che segna l'età adulta. Nel 1990 Martina realizzò un ultimo, straordinario ed ambito, record: la nona vittoria a Wimbledon, su quell'erba che forse meglio di ogni altra superficie ha saputo valorizzare il suo gioco.
Il 1991 portò con sè non poche amarezze nella vita di Martina: la separazione da Judy Nelson, sua compagna per otto anni, si concluse con uno spiacevole procedimento giudiziario che le valse per mesi l'attenzione dei media americani. Dal marzo di quell'anno la nuova reginetta delle classifiche era la diciassettenne jugoslava Monica Seles, con la quale Martina giocò tre finali quasi consecutive: agli Us Open, a Milano - prima ed unica edizione femminile del torneo -, ai Virginia Slims Masters di New York. Il verdetto fu sempre il medesimo: partite belle, emozionanti, incerte sino alla fine, che negli ultimi games vedevano il sopravvento della maggiore resistenza fisica e dalla minore età di Monica. Il 21 febbraio del 1993 Martina ottenne quella che lei stessa definì come una delle vittorie più belle e significative della sua carriera: a 36 anni e 4 mesi sconfisse la numero uno in carica, Monica, in tre set molto combattuti. Il destino ha voluto che quella fosse la loro ultima sfida; il 30 aprile seguente Monica venne accoltellata da uno squilibrato durante un cambio di campo, nei quarti del torneo di Amburgo. Solo nell'agosto del 1995, mezz'anno dopo il ritiro di Martina, Monica Seles tornò alle gare, con grande coraggio e sollecitata in tal senso proprio da Martina, per cercare di riaccaparrarsi quello scettro assurdamente strappatole con la violenza.
Il 1994 viene ricordato come l'anno del farewell tour, il tour dell'addio; alla fine del 1993 Martina aveva infatti annunciato la sua intenzione di lasciare il professionismo al termine dell'anno successivo. Ebbe modo così di congedarsi dai tornei che più aveva amato in ventun anni di carriera, e dal suo pubblico. A Roma venne sconfitta in finale dalla spagnola Conchita Martinez e ricevette un'interminabile standing – ovation. Fu poi la volta di Parigi, dove perse al primo turno; commovente il commiato di "Queen of Wimbledon" dal suo torneo, nel quale giocò un'ennesima, inaspettata finale, sconfitta nuovamente dalla Martinez. Tornò a casa con un ciuffo d'erba come ricordo, immortalata dai fotografi nell'atto di strapparlo dopo la premiazione. Il 14 ottobre, al torneo di Filderstadt, Martina giocò il suo ultimo incontro in Europa. Il 15 novembre, l'addio. Al primo turno dei Masters di New York, sconfitta da Gabriela Sabatini. Nell'atrio del Madison Square Garden era esposta un'enorme palla da tennis, con impresse diecimila firme di ammiratori e tifosi di Martina, ed una semplice, eloquente, scritta: “Thanks for the memories”.
A partire dal 2000 tornò a giocare nei tornei di doppio, e occasionalmente in singolare. Nel 2003 vinse il doppio misto agli Australian Open e a Wimbledon, in coppia con Leander Paes. Questo la rese in quel momento la più vecchia vincitrice in un torneo del Grande Slam (a 46 anni e 8 mesi). La vittoria agli Australian Open la rese la terza giocatrice nella storia a vincere tutti e quattro i tornei del Grande Slam sia nel singolare femminile, che nel doppio, che nel doppio misto. La vittoria a Wimbledon le permise di uguagliare il record di Billie Jean King, di 20 titoli di Wimbledon (sommando singolari e doppi) e portò il numero complessivo di titoli del Grande Slam a 58 (seconda solo a Margaret Court, che ne vinse 62). La Navrátilová vinse un incontro di singolo nel primo turno del torneo di Wimbledon del 2004, a 47 anni e 8 mesi, diventando la giocatrice più anziana a vincere un incontro di singolo in un torneo del circuito professionistico nell'era Open.
Nel corso della carriera ha vinto 167 tornei di singolare (più di chiunque altro nell'era Open) e 178 titoli di doppio. Il 5 luglio 2006, a Wimbledon, ha annunciato il suo addio definitivo anche alle competizioni di doppio, entro l'anno, per «andare verso la mia vita futura, passare più tempo a casa, con la mia compagna (one-and-only) e con i miei animali, e dedicarmi di più ai miei interessi». Successivamente ha reso noto che gli US Open di New York sarebbero stati il suo ultimo torneo.
A meno di due mesi dai 50 anni, è riuscita a restare in vetta fino all'ultimo: il 21 agosto 2006, agli US Open, insieme al connazionale Bob Bryan, ha battuto nella finale del doppio misto, i cechi Kveta Peschke-Martin Damm (6-2 6-3 il punteggio) salutando il tennis giocato alla sua maniera: con l'ennesimo titolo del Grande Slam.
Nel dicembre 2010 è stata curata nell'ospedale di Nairobi per un edema polmonare acuto che ha colpito la tennista a quota 4.500 metri, durante un tentativo di scalata del Kilimangiaro.

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