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mercoledì 30 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 settembre.
Il 30 settembre 1948 usciva nelle edicole per la prima volta un albo a fumetti dal nome "Tex".
Una leggenda. Questa è l'unica definizione possibile di Tex Willer che, pubblicato ininterrottamente da più di cinquant'anni, è il più longevo personaggio del fumetto italiano e, insieme a Superman e Batman, uno dei più duraturi del fumetto mondiale. Familiare in Italia come la Ferrari e la pizza, continua ad avere centinaia di migliaia di affezionati lettori. Il segreto del suo successo? Il fascino del personaggio (grintoso, ironico, antirazzista e nemico di ogni ingiustizia), degli ambienti (praterie, foreste, deserti) e degli avversari (fuorilegge e indiani ribelli, ma anche maghi vudù e sette segrete). Per gli indiani Navajos è Aquila della Notte, saggio capo bianco e fratello di ogni uomo rosso. Per i bianchi è l'agente indiano della Riserva Navajo e un ranger dalla mira infallibile. Per i fuorilegge che hanno la sventura di incrociare la sua pista è l'incubo peggiore. Dal 1948, l'eroe creato dalla penna di Giovanni Luigi Bonelli e dal pennello di Aurelio Galleppini (in arte Galep) cavalca sulle piste del West e dell'Avventura, dall'Arizona al Grande Nord, dal Rio Grande all'Oceano Pacifico. Raddrizzatore di torti e dispensatore di giustizia, Tex non è un cavaliere solitario. Può contare sull'aiuto e sulle pistole dei suoi pards: l'anziano e burbero Kit Carson (altra leggenda del West), il fiero navajo Tiger Jack e il figlio Kit, tutto suo padre. Un poker di pistole al servizio della Legge! Tex è stato un fuorilegge (ma soltanto per il suo temperamento anarchico e libertario), ha combattuto la Guerra Civile con il Nord, pur essendo texano, perché fieramente antischiavista. Ha lottato per la libertà del Messico con l'amico Montales. Dopo aver conosciuto Kit Carson, è entrato nel corpo dei rangers. È diventato capo dei Navajos (il suo nome indiano è Aquila della Notte) sposando Lilyth, figlia del capo Freccia Rossa.
Da lei ha avuto il figlio Kit. Lilyth è morta, uccisa da criminali bianchi, ed è stata vendicata da Tex. Molto innamorato della moglie, Tex non si è legato a nessun'altra donna dopo la sua morte. Dotato di grandi doti fisiche e atletiche, abilissimo a sparare, Tex combatte fuorilegge, proprietari terrieri senza scrupoli, politicanti corrotti, indiani in rivolta, è un difensore dei deboli e degli oppressi, è sempre stato fortemente antirazzista e amico degli indiani, e questo è un fatto straordinario per un personaggio nato nel 1948! Sposandosi con un'indiana, e legandosi al popolo rosso, Tex ha precorso le tematiche antirazziste dei western degli anni Settanta. E questa è un'altra prova della grandezza del serial. Tex non è un vigilante. Sebbene a volte usi metodi sbrigativi per combattere i criminali, Tex è essenzialmente un ranger, un uomo di Legge. Ha spesso salvato presunti criminali dal linciaggio di una folla inferocita e quando uccide lo fa soltanto per legittima difesa. Odia i cacciatori di taglie. Anche se è nato in Italia, Tex non è uno "spaghetti-western", è un western classico, e non ha nulla in comune con "giustizieri senza nome" alla Clint Eastwood.
Il West di Tex è quello di John Ford e di Howard Hawks: l'attore adatto per interpretare il nostro sarebbe stato John Wayne o Charlton Heston. Il western classico è morto al cinema, ma continua nei fumetti! Tex è amico e protettore degli indiani, ma combatte le ingiustizie da qualunque parte vengano. Nella serie, gli indiani non sono soltanto "buoni": sono individui a tutto tondo (anche se è ben specificato che i "cattivi" indiani hanno mille ragioni per esserlo). Pur essendo un personaggio tipicamente western, Tex ha viaggiato per tutti gli States, conosce benissimo il Canada e il Messico, è stato a Panama e in Melanesia. Nelle sue storie ci sono le grandi praterie del Mid-West, i deserti del Sud-Ovest, le foreste del Grande Nord, le città dell'Est, le giungle pluviali, le misteriose rovine maya e azteche. Tex cavalca su tutti i sentieri dell'Avventura! Tex è spesso vestito alla maniera navajo. Apprezza e rispetta la cultura indiana, e difende il popolo rosso da chi lo vuole distruggere: trafficanti d'armi o d'alcol, generali che pensano che "l'unico indiano buono è un indiano morto". Tex è scampato a quasi trecento agguati, ha affrontato una trentina di duelli, ha pestato cinquecento persone, è imbattibile a poker, cavalca, spara e scala montagne come nessuno. Queste cifre danno una misura dell'eccezionalità di Tex che, in più di cinquant'anni di vita editoriale, ha vissuto ogni genere di esperienza. Eppure, malgrado ciò, Tex è un personaggio molto umano e simpatico, e non ha nulla in comune con eroi monolitici come quelli interpretati da Steven Seagal o Jean Claude Van Damme.


martedì 29 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
La mattina del 29 settembre quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. Dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all'assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole, e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.
Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l'inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell'eccidio fu inusitata: alla fine dell'inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all'eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l'entità del massacro.
Al termine della guerra Walter Reder, capo della spedizione, fu processato e nel 1951 condannato all'ergastolo. Il 14 luglio 1980 il tribunale militare di Bari gli concesse la libertà condizionale, aggiungendo però un periodo di trattenimento in carcere di 5 anni, "salva la possibilità per il governo di adottare provvedimenti in favore del prigioniero". Il 23 gennaio 1985, il presidente del consiglio Craxi decise di liberare anticipatamente Reder. A suo favore erano intervenuti a suo tempo sia il Governo austriaco che quello tedesco. Morì a Vienna nel 1991.
Nel 2006 ha avuto inizio il processo contro 17 imputati, tutti ufficiali e sottufficiali della 16. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS che prese parte al massacro. L'istruzione dei procedimenti ha avuto luogo grazie alla scoperta, avvenuta nel 1994, di 695 fascicoli di inchiesta presso la sede della Corte Militare d'Appello di Roma. Questi fascicoli, segnati con il timbro della "archiviazione provvisoria" datata 1960 e conservati in un armadio rivolto verso il muro, il cosiddetto "armadio della vergogna", rimasto chiuso fino alla scoperta avvenuta nel 1994, contenevano i dati riferiti a numerosi ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra dal 8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Il 13 gennaio 2007 il Tribunale Militare della Spezia ha condannato all'ergastolo dieci imputati per l'eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio.
I condannati, tutti in contumacia, sono:
Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder;
Josef Baumann, sergente comandante di plotone ;
Hubert Bichler, maresciallo delle SS;
Max Roithmeier, sergente;
Adolf Schneider maresciallo capo;
Max Schneider, sergente;
Kurt Spieler, soldato.
Heinz Fritz Traeger, sergente;
Georg Wache, sergente;
Helmut Wulf, sergente;
Il 7 maggio 2008 la Corte Militare d'Appello di Roma ha confermato gli ergastoli della sentenza di primo grado, e ha condannato alla stessa pena Wilhelm Kusterer, il quale era stato assolto in primo grado. Il processo si è concluso con la morte di Paul Albers, l'unico ad aver presentato ricorso in Corte di Cassazione.


lunedì 28 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 settembre.
La notte del 28 settembre del 1978 muore a Roma, dopo solo 33 giorni di pontificato, papa Albino Luciani, che aveva scelto come nome papale Giovanni Paolo.
In quei trentatrè giorni Albino Luciani fece gesti di discontinuità col modo di interpretare il papato. Innanzitutto cominciò ad usare l’io al posto del plurale maiestatico, poi non volle essere incoronato alla cerimonia ufficiale d’insediamento e sopportava mal volentieri la sedia gestatoria. Egli sostituì la tradizionale triplice tiara con il pallium, una specie di stola di lana.
Il nuovo pontefice accennò ad alcune questioni che se dette in pieno Medioevo avrebbero sicuramente acceso un rogo: parlò di Dio come padre ma anche come madre, si dimostrò disponibile verso una “certa” apertura all’uso della contraccezione a determinate condizioni. Fatto ancora importante, Giovanni Paolo I non amava l’Opus Dei e non l’avrebbe mai elevata a prelatura personale, come non avrebbe mai beatificato il suo fondatore Escrivá de Balaguer (cose che il suo successore, Giovanni Paolo II, ha effettivamente fatto).
Sin dall’inizio del suo pontificato, aveva fatto chiaramente capire al suo segretario di Stato Villot, che non intendeva far vita d’ufficio impiegando il suo tempo ad esaminare i faldoni di documenti che gli recapitavano quotidianamente. Egli avrebbe responsabilizzato i vari dicasteri sulle questioni ordinarie, mentre solo quelle straordinarie sarebbero state visionate dal papa.
Giovanni Paolo si preparava, nello spirito del Vaticano II, ad affrontare e rinnovare il suo ministero pastorale, convalidando sempre di più la collegialità episcopale, da lui intesa come vera impronta della cattolicità.
Il papa cercò inoltre di arginare l'affarismo della Banca Vaticana. Giovanni Paolo si convinse che andava aperta un’indagine per approfondire le connessioni e le collusioni degli uomini di Chiesa con gli ambienti “poco cristiani”. In attesa dell’inchiesta, Giovanni Paolo I aveva in animo una vera rivoluzione in termini d’uomini. Papa Luciani avrebbe voluto sostituire sia il cardinale Villot da segretario di Stato, mettendo al suo posto monsignor Benelli, sia il cardinale Colombo da arcivescovo di Milano, mettendo al suo posto monsignor Casaroli, sia monsignor Poletti da vicario di Roma, mettendo al suo posto monsignor Felici. Anche il potente cardinale Cody, arcivescovo di Chicago, sarebbe stato trasferito. Ovviamente monsignor Paul Marcinkus sarebbe stato destituito, perdendo finalmente il suo ruolo di “finanziere di Dio”.
Improvvisamente il colpo di scena: Albino Luciani alle 4.45 del mattino del 29 settembre, è trovato morto nella sua camera. La morte di papa Luciani non solo era assolutamente inattesa, ma divenne subito sospetta. L’odore di bruciato iniziò a spargersi urbi et orbi.
E’ una storia raccontata male, carica di reticenze, smentite e accuse quella della morte di Albino Luciani.
L’annuncio della morte del pontefice è comunicato ufficialmente dopo quasi tre ore dal ritrovamento del cadavere, precisamente alle 7.27 del 29 settembre: “Questa mattina, 29 settembre 1978, verso le cinque e mezza, il segretario personale del Papa, padre John Magee, non avendo trovato il santo Padre nella cappella privata, come d’abitudine, l’ha cercato nella sua stanza e l’ha trovato morto nel letto, con la luce accesa, come se leggesse ancora. Il medico, dottor Renato Buzzonetti, che accorse immediatamente, ha constatato la sua morte, accaduta probabilmente verso le ore 23 del giorno precedente a causa di un infarto acuto al miocardio”. Si parla quindi subito di infarto miocardico acuto. Non c’è autopsia, sembrerebbe troppo irriguardoso per un pontefice! E poi, potrebbe rivelare la presenza di sostanze compromettenti.
Secondo il comunicato ufficiale della Santa Sede, a trovare il pontefice morto nel suo letto è il suo segretario, e non suor Vincenza. Il papa trovato morto nella sua stanza da una suora! Perciò si accredita il ritrovamento ad un maschio, il suo segretario personale.
Nel comunicato quindi ci sono alcune varianti su chi ha materialmente trovato il papa morto, ma soprattutto che cosa stava leggendo prima di morire. Secondo la versione ufficiale Giovanni Paolo I, prima di morire, stava leggendo “L’imitazione di Cristo”. In seguito si scoprirà che in tutto il Vaticano non esisteva una sola copia di quel testo, mentre quella personale di Luciani era rimasta a Venezia, nella residenza del patriarca.
Sospetti nascono anche dal modo in cui papa Luciani è trovato. Ufficialmente è trovato seduto al suo letto con dei cuscini dietro la spalla, gli occhiali inforcati e un libro tra le mani. Il comunicato ufficiale quindi non corrisponde al quadro tipico dell’infarto: non ci furono, infatti, segni di lotta contro la morte. Poi, come poteva un medico che non conosceva professionalmente Luciani affermare, senza autopsia (che ufficialmente non ebbe luogo), che ci fu infarto miocardico acuto? Il medico personale di Luciani, il dottor Giuseppe Da Ros ha sempre affermato che il suo illustre paziente non aveva problemi di diabete, colesterolo o che avesse la pressione alta, anzi l’aveva bassa. Insomma nessun problema di cuore. Se la versione del ritrovamento è quella descritta ufficialmente dal Vaticano, il quadro della morte potrebbe meglio corrispondere alla somministrazione di qualche sostanza velenosa. Quindi il processo che portò alla morte di Albino Luciani potrebbe essere durato tutta la notte: mentre il pontefice leggeva si è assopito, poi è subentrato il coma, poi ancora la morte. Se invece il papa fu trovato in condizioni diverse da quelle descritte, allora potrebbe essersi sentito male e potrebbe aver vomitato qualcosa prima di cadere e morire. Questo spiega la sparizione delle pantofole e degli occhiali dalla stanza del pontefice, che avrebbero potuto essere sporchi, come anche il fatto che alle 6.30 tutte le stanze private del pontefice erano state pulite.
Infine un’ultima considerazione che lascia perplessi sulle cause della morte di Giovanni Paolo: il segretario di Stato Jean Villot iniziò ad avvisare i cardinali della morte del pontefice dalle 6.30, ossia circa novanta minuti dopo il ritrovamento del cadavere. Gli imbalsamatori, i fratelli Signoracci, furono subito chiamati e cardinale Villot diede disposizioni affinché l’imbalsamazione del corpo del papa si facesse il più presto possibile, entro la sera del 29 settembre. Una procedura inusuale, come illegale visto che dovrebbero passare almeno ventiquattro ore dal decesso. In più sorprende la forma con cui l’imbalsamazione fu operata: non si estrasse il sangue dal cadavere né furono prelevati organi; gli furono invece iniettati vari prodotti chimici. E’ chiaro che questa procedura doveva servire nel caso di un’eventuale autopsia, che non avrebbe rilevato gran che. Con le moderne tecnologie, oggi l’autopsia potrebbe dare una risposta a tutti i dubbi sulla morte di Albino Luciani.


domenica 27 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 settembre.
Il 27 settembre 1938 venne varato a Glasgow il transatlantico Queen Elizabeth, gemello del Queen Mary varato 2 anni prima. 83000 tonnellate, lungo 314 metri, poteva portare 2283 passeggeri supportati da oltre 1000 uomini di equipaggio. La nave, inizialmente pensata per il trasporto di passeggeri e pacchi postali tra l'Europa e gli Stati Uniti, con l'avvento della seconda guerra mondiale fu cooptata per il trasporto truppe, ridipinta in grigio e dotata di cannoni antiaerei. Più di 750.000 soldati furono trasportati nei vari teatri di guerra in Asia, in Africa, e infine per il trasporto di truppe americane verso l'Europa.
Alla fine della guerra la Queen Elizabeth si riappropriò del ruolo per cui era stata costruita, cominciando dunque un servizio regolare tra Southampton e New York, fino alla fine degli anni 50, quando i voli divennero il mezzo più veloce ed economico per attraversare l'oceano. L'armatore decise di modificare la nave aggiungendo un ponte, l'aria condizionata e una piscina; con questi accorgimenti la Queen Elizabeth cominciò la tratta New York - Nassau nella speranza di poter ricominciare a generare profitti almeno fino agli anni 70. Tuttavia ciò non fu sufficiente a causa degli alti consumi di carburante, del pescaggio troppo profondo per poter attraccare a molti porti, nonchè per la stazza che non le consentiva di transitare nel canale di Panama. Nel 69 sia la Queen Mary che la Queen Elizabeth furono dismesse a favore della Queen Elizabeth II, più piccola ed economica.
La nave, ribattezzata Elizabeth fu venduta ad un uomo d'affari che la volle trasformare in un hotel e attrazione turistica a Port Everglades, in Florida; tuttavia l'operazione non ebbe fortuna e nel 70 fu venduta all'asta a un magnate di Hong Kong, C. Y. Tung, che volle convertire il battello in una università per il "world campus afloat program".
Il 9 febbraio 1972, quando stava per essere completata la conversione del transatlantico (per un costo di 5 milioni di sterline), prese fuoco. Varie voci sostennero che la nave fosse stata deliberatamente incendiata, essendo stata acquistata per 3,5 milioni di sterline ed assicurata per 8.
Il fuoco la distrusse quasi interamente; inoltre, l'acqua gettata sulla nave per domare l'incendio la piegò su un lato e la fece affondare parzialmente nella baia di Hong Kong. Tra il 74 e il 75, considerata un pericolo per le navi in transito, la Elizabeth fu smantellata, lasciando nel fondo della baia solo le parti esterne dello scafo.
La Parker per l'occasione produsse 5000 penne con il metallo della nave destinate ai collezionisti.


sabato 26 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 2005 Silvio Berlusconi veniva assolto nel processo cosiddetto "All Iberian 2" dal tribunale di Milano, con la formula per la quale "il fatto non costituisce più reato", ciò in seguito alla riforma del diritto societario approvata dallo stesso governo Berlusconi in precedenza.
Il processo All Iberian deve il suo nome a una delle società di Silvio Berlusconi che, secondo l'accusa, serviva all'imputato per trasferire soldi Fininvest all'estero, in parte nelle casse svizzere del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, in parte su conti esteri per utilizzo illecito del danaro stesso.
I due reati, finanziamento illecito di partiti e falso in bilancio aggravato, sarebbero stati perpetrati rispettivamente tra il 91 e il 92, e tra l'89 e il 96.
Il processo "All Iberian" ebbe inizio il 21 novembre 1996. Tuttavia il 17 giugno del 1998, a causa di un vizio di forma della magistratura requirente che non aveva consentito a Fininvest di partecipare in qualità di parte offesa, il processo fu diviso in 2 tronconi, il primo relativo al finanziamento dei partiti e il secondo relativo al falso in bilancio, che dovette ricominciare da zero.
Il processo All Iberian 1 si è concluso definitivamente il 22 novembre 2000, con la Cassazione che confermava il proscioglimento per intervenuta prescrizione del reato.
Oltre a dover ricominciare da zero per un vizio procedurale, come deciso dai giudici nel giugno del 1998, la seconda tranche del processo All Iberian dovette una seconda volta essere azzerata in quanto, il 12 marzo 1999, il tribunale, accogliendo un’eccezione relativa alla «totale indeterminatezza dei fatti» contestati, dichiarò nullo il precedente rinvio a giudizio per una «sostanziale equivocità dell’imputazione», rinviando il procedimento alla fase dell’udienza preliminare.
Il nuovo rinvio a giudizio portava la data del 24 novembre 1999, e fissava l’inizio del processo di primo grado al 7 aprile 2000. Ma una pronuncia della Cassazione del 9 febbraio 2001, rilevata l’incompatibilità di un giudice con il processo, riportò nuovamente il giudizio all’apertura del dibattimento. Dibattimento che riprese, davanti ad un nuovo giudice, il 22 febbraio dello stesso anno.
Il processo All Iberian 2 si è definitivamente concluso con l’assoluzione di Silvio Berlusconi (con formula perché il fatto non costituisce più reato in seguito alla riforma del diritto societario del Governo Berlusconi) emessa dal Tribunale di Milano il 26 settembre 2005.
Il processo All Iberian 2 è stato ed è tuttora un argomento di polemica politica. Lo schieramento del centrosinistra (e con esso i suoi sostenitori), infatti, ha accusato il Parlamento di aver approvato delle leggi ad personam, ossia delle norme che sarebbero state emanate al solo scopo di influire sui processi pendenti nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi.
Le polemiche cominciarono già a seguito dell’emanazione della legge 367 del 2001 sulle rogatorie internazionali, che si diceva avrebbe portato alla conclusione anticipata del processo per sopravvenuta inutilizzabilità di alcuni documenti, ritenuti decisivi dall’accusa, provenienti dalla Svizzera. Tuttavia, la polemica non trovò conferma nei fatti. I documenti, infatti, furono utilizzati dal Tribunale a norma della stessa legge criticata.
Successivamente alla riforma del diritto societario, approvata dal Parlamento sotto il governo presieduto da Berlusconi, i critici del centrodestra rinnovarono la loro accusa al Parlamento, reo, a loro dire, di aver legiferato così da venire incontro ai desiderata giudiziari di Silvio Berlusconi.
L’applicazione della nuova normativa in materia di falso in bilancio, infatti, ed in particolare dei riformulati articoli 2621 e 2622 del codice civile, ha reso la condotta imputata a Berlusconi non più perseguibile penalmente. La norma infatti prevede la perseguibilità del reato a querela di parte, querela che non era stata presentata a suo tempo e che avrebbe costretto i giudici a prosciogliere l’imputato per difetto di causa di procedibilità. Il Tribunale, invece, ritenne di accogliere le richieste della difesa – l’accusa aveva chiesto che Berlusconi venisse prosciolto per prescrizione del reato - volte ad ottenere la più ampia formula assolutoria (la citata il fatto non costituisce più reato). Con la riforma, infatti, il reato di falso in bilancio, che vedeva ridursi i termini prescrizionali, è diventato perseguibile solo quando l’entità della falsa dichiarazione sia tale da aver creato degli effetti nocivi, non bastando che questi effetti rimangano potenziali.


venerdì 25 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
All'alba del 25 settembre 2005 una pattuglia della volante di Ferrara, intervenuta per una telefonata che segnalava un ragazzo che urlava e sbatteva dappertutto nei pressi dell'Ippodromo, procedeva con violenza all'arresto di Federico Aldrovandi, un giovane da poco diciottenne. Dopo pochi minuti, mentre giungeva l'ambulanza chiamata dai poliziotti stessi, Federico moriva sull'asfalto. I medici del 118 constatavano la morte per arresto cardiocircolatorio e trauma cranico-facciale.
La perizia medico legale, depositata il 20 febbraio 2006 parlava di morte dovuta a un'insufficienza miocardica acuta dovuta ad assunzione di alcool, ketamina ed eroina; secondo una perizia di parte della famiglia, la morte fu invece dovuta ad una anossia posturale, a causa del caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti durante l'arresto, e non alle droghe, la cui quantità era assolutamente insufficiente a provocare la morte. Si ravvisavano inoltre i segni di gravi violenze certamente non necessarie per consentire l'arresto.
Nel marzo del 2006 vengono iscritti nel registro degli indagati i quattro poliziotti; durante il primo incidente probatorio furono evidenziate le violenze, compresa una forte escoriazione sul sedere, segno di trascinamento sull'asfalto, e schiacciamento dei testicoli. Il 10 gennaio 2007 vengono formalmente rinviati a giudizio per omicidio colposo, per aver ecceduto i limiti dell'adempimento di un dovere, per aver procrastinato la violenza anche dopo aver vinto la resistenza del giovane, e per aver ritardato l'intervento dell'ambulanza.
Il 6 luglio del 2009 vengono condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, per eccesso colposo dell'uso legittimo delle armi. In virtù dell'indulto, non hanno scontato la pena.
Inoltre sono stati condannati nel 2010 altri 4 poliziotti per depistaggio e intralcio alle indagini. Il 10 giugno 2011 il tribunale d'appello di Bologna ha confermato a tutti la pena sancita in primo grado e rigettato ogni tesi difensiva.
Il 21 giugno 2012 la sentenza è stata confermata in cassazione per i quattro poliziotti, i quali in virtù dell'indulto sconteranno solo i 6 mesi di pena residua. Dopo un mese di carcere, a Monica Segatto sono stati concessi gli arresti domiciliari. Negati invece agli altri 3 poliziotti,  detenuti nel carcere di Ferrara in regime di isolamento.
Tre dei quattro poliziotti (eccetto Forlani, a causa di una cura per "nevrosi reattiva") ritornano in servizio nel gennaio 2014, destinati a servizi amministrativi. Il 2 luglio 2014 la Corte dei Conti ha disposto il sequestro dei beni dei quattro poliziotti condannati in via definitiva. Il provvedimento, di natura conservativa in vista del procedimento presso la magistratura contabile, è stato disposto dalla sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna della Corte dei Conti e riguarda i circa 1.870.000 euro di danno erariale che Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani avrebbero provocato con la loro condotta.
Quei quasi due milioni di euro, individuati dalla procura come danno erariale, consistono infatti nel risarcimento che a suo tempo, dopo la condanna in primo grado del luglio 2009, furono offerti dal Ministero dell’Interno alla famiglia di Federico a titolo di risarcimento. La misura, notificata nel luglio 2014 dalla Guardia di finanza di Ferrara, ha visto il sequestro del quinto dello stipendio, dei beni immobili e dei diritti reali immobiliari di proprietà dei quattro agenti, fino alla concorrenza dell’importo complessivo di circa 1.870.000 euro. Ciascuno dei quattro agenti è tenuto a risarcire, in proprio, un danno di circa 467.000 euro.

giovedì 24 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 settembre.
Il 24 Settembre 1963 nasce a Venezia Dorina Vaccaroni.
Campionessa precoce e dal forte temperamento, ha iniziato la sua lunga attività sportiva a livello internazionale nella scherma, specialità fioretto, nella seconda metà degli anni settanta. Con i suoi primi successi è iniziato il ciclo, oggi ancora vincente, delle fiorettiste azzurre. Allieva del grande Livio Di Rosa al Circolo scherma Mestre; nel 1977 partecipa ai Campionati Mondiali assoluti; l'anno dopo vince, tra le categorie giovanili, il suo primo titolo italiano e il prestigioso Trofeo Martini di New York.
Disputa, a sedici anni, la sua prima Olimpiade a Mosca nel 1980, ottenendo un sesto posto individuale e un quinto posto a squadre. Nel 1981 vince la Coppa del Mondo; l'anno seguente è campionessa europea e vince il suo primo titolo mondiale a squadre. Nel 1983 è campionessa del mondo sia individuale che a squadre, inoltre vince il titolo anche tra i giovani e ancora la Coppa del Mondo, che vincerà per la terza volta l'anno dopo. Conquista tre medaglie olimpiche: il bronzo individuale a Los Angeles nel 1984 (in cui ottiene anche il quarto posto a squadre); l'argento a squadre a Seul nel 1988 e infine l'oro a squadre a Barcellona nel 1992, tutte nel fioretto. Dopo il bronzo a squadre ai mondiali del 1993, che segue gli allori del 1990 e del 1991, lascia l'attività agonistica per dedicarsi all'insegnamento (che svolge tuttora nella sua palestra), salvo poi tornare in pedana nel 1998 per vincere i titoli italiani di 3ª e 4ª categoria.
Successivamente ha cominciato a dedicarsi al ciclismo, che dal 2000 ad oggi la vede protagonista a livello amatoriale non solo nelle granfondo, in cui vanta numerose vittorie, ma anche nelle corse su strada, tanto da vincere un titolo italiano master e ottenere l'ottavo posto nel mondiale di categoria. Inoltre nel 2005 ha avuto modo di correre anche una stagione nel ciclismo professionistico. Nella vita privata è separata dall'ex-calciatore, già del Milan, Andrea Manzo (anche allenatore del Parma) e ha due figlie, Jessica e Annette. Fra le due carriere ha studiato fisioterapia, ha condotto un programma su Telefriuli e si è candidata, senza successo, con il Centro Cristiano Democratico.


mercoledì 23 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 Settembre.
Il 23 settembre del 1943 Salò, un piccolo paese sulla sponda occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia, divenne famoso in tutto il mondo. Benito Mussolini, appena liberato dalla sua prigione sul Gran Sasso, durante l’invasione degli inglesi e degli americani, lo scelse come sede di alcuni uffici e ministeri del suo nuovo governo. In poco tempo quel paesino sconosciuto divenne il sinonimo del nuovo stato che Mussolini aveva creato: la Repubblica Sociale Italiana (RSI).
La RSI, o Repubblica di Salò, fu insieme l’ultima incarnazione del regime fascista e un disperato tentativo di ritorno alle origini del fascismo. Voleva essere il luogo in cui realizzare una “terza via” tra socialismo e capitalismo, ma di fatto fu uno stato fantoccio della Germania nazista, incapace di esercitare un vero e proprio controllo sul suo territorio: un caos di bande armate e semi-indipendenti in lotta contro i partigiani e a volte anche tra di loro.
Il governo della Repubblica di Salò era decentrato e sparso per gran parte dell’Italia del nord. Mussolini risiedeva a Villa Feltrinelli a Gargnano, il ministero delle Finanze e quello della Giustizia avevano sede a Brescia, quello dell’Economia a Bergamo, a Venezia c’era il ministero dei Lavori pubblici mentre le Comunicazioni avevano sede a Verona. Formalmente la capitale del nuovo stato era Roma, ma i tedeschi non permisero mai che vi si insediassero dei ministeri e impedirono tutti i tentativi dei leader fascisti di visitare la capitale.
Il soprannome “Repubblica di Salò” nacque in un certo senso per caso. A Salò avevano sede il ministero degli Esteri, quello della Propaganda (il famoso MINCULPOP), oltre all’agenzia Stefani, l’agenzia stampa ufficiale del regime, e gli uffici dei corrispondenti. Le principali comunicazioni del governo insieme ai comunicati giornalistici erano inviati da Salò, e quelli dei due ministeri cominciavano con le parole “Salò comunica”. Il nome di Salò finì quindi col diventare un sinonimo del governo stesso.
Il nuovo governo creato il 23 settembre era per i tedeschi un’opportunità e un fastidio allo stesso tempo. Era un’opportunità perché il nuovo governo avrebbe potuto occuparsi dell’amministrazione civile e delle funzioni di polizia, permettendo ai tedeschi di concentrarsi nel fermare l’avanzata anglo-americana nel sud Italia.
Era un fastidio perché se avesse esercitato un potere effettivo avrebbe potuto mettersi tra i tedeschi e i loro obiettivi. Nel 1943 la Germania nazista non considerava più l’Italia un alleato affidabile: ai tedeschi interessava che la Repubblica di Salò pagasse le spese per mantenere le forze di occupazione della Germania e contribuisse a reclutare manodopera per il lavoro forzato. Di fatto la Repubblica di Salò fu un governo fantoccio, controllato dalle forze di occupazione tedesca.
Le origini della RSI furono molto travagliate. Dopo il colpo di stato del 25 luglio 1943 Mussolini fu arrestato e trasferito continuamente in varie località nel timore che i tedeschi tentassero di liberarlo. Il 16 settembre, quando il re era oramai fuggito a Brindisi e tutta l’Italia a nord di Napoli era di fatto controllata dall’esercito tedesco, Mussolini fu liberato. Si trovava a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, sorvegliato da una guarnigione di carabinieri. I tedeschi lanciarono un reparto di paracadutisti sullo stretto altipiano dove sorgeva l’albergo in cui Mussolini era detenuto. Catturarono la guarnigione senza sparare un colpo e lo liberarono.
Mussolini fu portato in Germania, dove incontrò i pochi gerarchi fascisti che erano fuggiti dall’Italia dopo il 25 luglio. Secondo i racconti di numerosi testimoni, apparve stanco e rassegnato: dovette essere convinto a rivolgersi agli italiani con un messaggio radio e fu solo in seguito a molte pressioni che decise di fondare la Repubblica Sociale Italiana e mettersene a capo.
Lo stato avrebbe dovuto essere “repubblicano, corporativo e fascista”, in altre parole avrebbe dovuto rappresentare un ritorno alle origini del movimento rivoluzionario degli anni Venti – origini che, secondo gli storici, il fascismo abbandonò quando divenne un partito di governo “istituzionale”. In realtà quasi tutte le grandi riforme che avrebbero dovuto trasformare lo stato, compresa la nuova costituzione fascista, rimasero sulla carta: la RSI impiegò la maggior parte delle sue energie a cercare di ottenere un po’ di autonomia dai tedeschi e nella lotta contro il movimento partigiano.
Le sue milizie aiutarono spesso i tedeschi nei rastrellamenti e furono responsabili di numerosi crimini di guerra. Alcune formazioni della RSI, come la “banda Koch”, si comportarono come vere e proprie bande criminali che più che alla guerra pensavano a compiere estorsioni e ricatti. La Repubblica cadde non appena l’esercito tedesco abbandonò l’Italia, nell’aprile del 1945. Era durata 19 mesi, senza mai esercitare un potere di fatto. Formalmente fu disciolta il 29 aprile 1945. Il giorno prima il suo capo, Benito Mussolini, era stato ucciso.

martedì 22 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 settembre.
Il 22 settembre 1975 Sara Jane Moore tentò di assassinare il presidente americano Gerald Ford, sparandogli all'uscita dal S. Francis Hotel di San Francisco (17 giorni dopo un altro tentativo di omicidio a cui era sopravvissuto il presidente ad opera di un'altra donna).
La Moore fu arrestata il giorno precedente con l'accusa di possesso illegale di pistola; le fu confiscata la calibro 44, 113 munizioni e quindi rilasciata.
Il giorno successivo, dopo aver comprato una seconda pistola calibro 38, La Moore sparò un singolo colpo al presidente da una distanza di circa 15 metri, in mezzo alla folla davanti al S. Francis Hotel. Il colpo mancò Ford per pochi centimetri, rimbalzando sulla porta dell'hotel e ferendo leggermente un'altra persona. Sara si preparò a sparare un secondo colpo, ma il marine Oliver Sipple, che era vicino a lei, le colpì il braccio prima che potesse sparare di nuovo, salvando la vita al presidente Ford.
La Moore, riconosciuta colpevole di tentato omicidio fu condannata al carcere a vita. Alla lettura della sentenza, quando le chiesero se era pentita del suo gesto, rispose: "Si e no. Si, perchè non è servito a nulla se non a buttare la mia vita. E no, non sono pentita, perchè in quel momento mi sembrava una corretta espressione della mia rabbia". Sara riuscì a fuggire nel 1979 dalla prigione federale di Alderson, West Virginia, ma venne ricatturata un'ora più tardi; successivamente fu trasferita in un carcere più sicuro a Dublin, California.
In un'intervista del 2004, l'ex presidente Ford descrisse la Moore come una pazza, e disse che continuò a fare pubbliche apparizioni, persino dopo due tentativi di omicidio a brevissima distanza tra loro, "perchè un presidente deve essere aggressivo, e deve incontrare il suo popolo".
Il 31 dicembre del 2007, a 77 anni, Sara Jame Moore fu rilasciata sulla parola dopo 32 anni di carcere. Ford era morto per cause naturali l'anno prima, il 26 dicembre. La Moore disse che era pentita del suo gesto, sostenendo che era "accecata dalle sue idee politiche radicali. Sono molto felice di aver fallito, adesso so che fu un errore".
Il 28 maggio del 2009 presenziò al programma televisivo Today della NBC, in cui tra le altre cose parlò anche del suo tentativo di fuga del 79. Disse che una sua compagna di cella le suggerì, saltando la recinzione, di mettere tranquillamente le mani sul filo spinato, ne avrebbe ottenuto solo piccole ferite poco dolorose. Inoltre aggiunse che "se avessi saputo che mi avrebbero catturato poco dopo, mi sarei fermata a un bar o a un fast food per il solo piacere di gustarmi un drink e un hamburger".


lunedì 21 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 Settembre.
Il 21 settembre 1937 John Ronald Reuel Tolkien pubblicava per la prima volta il romanzo "Lo Hobbit o la riconquista del tesoro" (titolo originale "the Hobbit, there and back again"), un romanzo fantasy dedicato a un pubblico di bambini, secondo la tradizione delle fiabe. Il romanzo funge da antefatto a Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings), pubblicato molti anni dopo, tra il 1954 ed il 1955.
La trama dello "Hobbit" è abbastanza semplice, soprattutto per questo è talvolta considerato una storia per bambini. Un giorno lo stregone Gandalf, insieme con tredici nani, va a trovare Bilbo Baggins, uno hobbit che vive a Hobbiville, nella Contea, e gli spiega che questi nani, il cui capo è Thorin Scudodiquercia, vorrebbero riconquistare il loro regno di Erebor, la Montagna Solitaria, che diversi decenni prima era stato conquistato dal drago Smaug. Gandalf ingaggia Bilbo come scassinatore, a causa della sua abilità in questo campo, e i compagni gli promettono, in caso di successo, un quattordicesimo dell'enorme tesoro che si trova nella montagna. Bilbo, come tutti gli hobbit, è un tipo sedentario, a cui piace dormire e fumare la pipa, così è restio a partire, ma alla fine, viene convinto, e si imbarca nella strana avventura.
Dopo innumerevoli avventure (tra le quali si annovera la scoperta di un anello magico, sottratto da Bilbo a Gollum nella sua caverna nelle Montagne Nebbiose — anello che ha il potere di rendere invisibili), i Compagni riescono ad arrivare alla Montagna Solitaria e a liberarla dal drago. Bilbo tornerà a casa con il suo prezioso anello ed un ricco bottino.
L'anello trovato da Bilbo avrà un enorme peso nel romanzo Il Signore degli Anelli.
La prima versione ebbe una vita alquanto turbolenta. Iniziata alla fine degli anni venti su un pezzo di carta, venne poi pubblicata dalla Allen & Unwin dopo una magnifica recensione del figlio di Stanley Unwin, Rayner, di 10 anni. Secondo Stanley, infatti, non poteva esserci critico migliore, per un libro per bambini, che un bambino: suo figlio appunto, che ricompensava di solito con uno scellino per recensione.
L'opera è oggi indiscutibilmente conosciuta ed apprezzata a livello mondiale ed è stata tradotta in almeno 42 lingue o dialetti.
Il regista neozelandese Peter Jackson, già autore della trilogia cinematografica del Signore degli Anelli, ha realizzato una seconda trilogia basandosi proprio su questo romanzo.


domenica 20 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri guidati dal generale Cadorna aprivano con l'artiglieria una breccia di circa 30 metri nelle mura di Roma, all'altezza di Porta Pia.
Il processo di unificazione dell’Italia si innesca, inesorabile, nel 1848, quando sommosse spontanee si verificano un po’ dovunque, dalla Lombardia alla Liguria, al Veneto fino alla Sicilia, passando per la Toscana, dando vita a governi locali.
Sollecitato dai liberali piemontesi, Carlo Alberto di Savoia, che aveva simpatizzato per le idee illuministiche, dichiara guerra all’Austria con l’intento di liberare le aree del nord Italia dalla sua oppressione. Nasce la prima guerra d’indipendenza, ma gli accadimenti che ci interessa porre in rilievo in questo frangente sono quelli che attengono allo Stato Pontificio.
Pio IX, infatti, che in un primo momento si mostra favorevole ai moti rivoluzionari inviando un proprio esercito a sostegno di Carlo Alberto, poco dopo si rende conto che la guerra contro l’Austria, potenza cattolica, potrebbe determinare uno scisma nella chiesa. Il 29 aprile 1848, dunque, abbandona l’alleanza. Il popolo romano, che aveva accolto con grande entusiasmo la partecipazione al conflitto, ora è preda di un furore cieco che porta all’assassinio del ministro pontificio Pellegrino Rossi e minaccia lo stesso Papa.
Pio IX lascia Roma e si rifugia a Gaeta, mentre nella città viene proclamata la Repubblica Romana che adotta il tricolore “per ispirare nell’animo delle truppe l’amore all’Italia”, e alla cui guida è posto un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Ma per la neonata Repubblica i problemi iniziano immediatamente: con un esercito composto da 14.700 uomini, compresi gli “irregolari” di Garibaldi, deve far fronte a quelli, in arrivo, delle potenze amiche del Papa: Francia, Regno di Napoli, impero asburgico e Spagna. Anche se a difesa della repubblica giungono a Roma forze costituite da patrioti provenienti da tutt’Italia, i rapporti di forza rimangono notevolmente sproporzionati.
Iniziato il conflitto, la difesa della città assume in molti casi un carattere epico. Garibaldi ottiene molti successi sui nemici, pur con forze risicate, a Porta Angelica, Porta Cavalleggeri, Castel Guido, Tivoli, Velletri, Palestrina. Così scrive alla sua Anita: “Noi combattiamo sul Gianicolo e questo popolo è degno della passata grandezza. Qui si vive, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di ‘Viva la Repubblica’. Un’ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita!” Ma ogni resistenza è vana. Fra le tantissime vittime vi sono Enrico Dandolo, Luciano Manara, Emilio Morosini, Goffredo Mameli morto in seguito all’amputazione di una gamba.
Pio IX, che aveva lasciato Roma il 24 novembre 1848, vi fa ritorno il 12 aprile 1850. La caduta della Repubblica non fa che congelare per circa un ventennio, per quel che riguarda la città di Roma, il processo di unificazione nazionale. Negli anni che seguono lo Stato Pontificio è scosso da ripetute sommosse un po’ dovunque, fino al 1859, quando la Romagna viene annessa al regno di Sardegna. Questo evento determina la rottura dei rapporti diplomatici fra lo Stato Pontificio e il regno di Sardegna, e segna l’apertura della cosiddetta “questione romana”.
Il 14 giugno 1859 a Perugia esplodono moti popolari che le truppe papaline reprimono nel sangue saccheggiando la città. Nel marzo 1860 anche la Toscana autodetermina la propria annessione al regno sardo.
Il 18 settembre Vittorio Emanuele II, succeduto nel 1849 a Carlo Alberto, nella battaglia di Castelfidardo sconfigge l’esercito pontificio conquistando l’Umbria e le Marche e annettendole al regno di Sardegna. I territori del Papa sono ormai ridotti al solo Lazio. Con la spedizione dei Mille, Garibaldi annette il sud dell’Italia determinando un quadro politico che vede lo stivale ormai praticamente unificato, ad eccezione del Veneto e di quel che resta dello Stato Pontificio.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele prende il titolo di Re d’Italia e la soluzione della “questione romana” assume ormai carattere improrogabile. Anche nel mondo ecclesiastico è nata da tempo una considerevole fronda liberale che si rivela in tutta la sua consistenza con l’”Indirizzo” del sacerdote Carlo Passaglia la cui petizione – con la quale si chiede al Papa di rinunciare al potere temporale – raccoglie le firme di circa 10.000 sacerdoti liberali.
Per tutta risposta Pio IX intraprende l’unica via di cui dispone: chiama a raccolta tutto il mondo della Chiesa cattolica con un Giubileo straordinario seguito dal ventesimo Concilio ecumenico della storia per ribadire e rinsaldare i concetti di inviolabilità del potere spirituale e temporale della Chiesa di Roma e per condannare quanto sta avvenendo. Ma il Pontefice sa che può fare la voce grossa perché protetto dalla Francia, non potendo prevedere la caduta di Napoleone III che, sconfitto a Sedan, è fatto prigioniero dai prussiani.
Vittorio Emanuele II si preoccupa subito di informare tutte le potenze straniere delle sue intenzioni di occupare Roma garantendo al Papa la sua indipendenza. Subito dopo scrive al Papa, al quale si rivolge “con affetto di figlio, con fede di cattolico, con lealtà di re, con animo d’italiano”, informandolo che sta inviando a Roma proprie truppe per evitare disordini di piazza ed assicurare la sicurezza del Pontefice. Dalla Santa Sede giunge una risposta nella quale si stigmatizza l’arbitrarietà delle decisioni del sovrano e la conseguente impossibilità a condividerne i principi ispiratori. Pio IX, del resto, già nel dicembre 1864 aveva esternato tutta la sua rigorosa intransigenza verso le istanze liberali – ma non solo – con la pubblicazione del “Sillabo”, un elenco dei principali “errori del secolo”. E’ l’11 settembre 1870 quando al generale Raffaele Cadorna, di stanza in Umbria con 50.000 uomini, giunge perentorio l’ordine di entrare nello Stato Pontificio e quindi in Roma, dove le forze avverse contano appena 13.000 soldati al comando del generale Hermann Kanzler.
Il 19 settembre Roma viene circondata e la mattina del 20 settembre 1870 inizia l’assalto. Edmondo De Amicis, che partecipa alle operazioni, così descrive quelle ore:
“Via via che ci avviciniamo (a piedi s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville affollate di gente che guarda verso le mura. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarci contro Porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le brecce. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a Porta Pia, e che i cannoni dei pontifici appostati là erano stati smontati. Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto… I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi; le colonne a mano a mano entravano… Entrammo in città… È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando… Giungiamo in piazza del Quirinale (allora residenza del Papa). Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo… Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffé di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce con sè. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, affollandoli di preghiere e d’istanze. I soldati prendono in collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.”
Va detto che la difesa della città Eterna è volutamente blanda, per ordine del Papa: alle 14,00, a villa Albani, i due generali firmano la resa di Roma. Ed è così che la più antica diplomazia del mondo cede il passo, inerme e sgomenta, all’impeto travolgente della storia. Pio IX si rifugia in Vaticano dichiarandosi prigioniero politico ed impedendo, in tal modo, che la “questione romana”, sebbene risolta sul piano pratico, venga definita anche su quello formale.
La sua risoluzione si avrà soltanto con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, nel 1929, che daranno vita alla città del Vaticano e con i quali si perfezionerà, tra l’altro, il grande progetto di Cavour, racchiuso nel motto “Libera Chiesa in libero Stato”. Pio IX continuerà a dirsi “prigioniero dello Stato italiano” per il resto della sua vita, respingendo la “Legge delle Guarentigie” che regola i diritti e i doveri dell’autorità papale.
Intanto a Roma nasce la “Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia”, riconosciuta dal Cadorna. Il referendum del 2 ottobre 1870 sancisce l’annessione al regno d’Italia della città che, subito dopo, ne viene proclamata capitale. La breccia di porta Pia rimarrà a simboleggiare una svolta storica della massima importanza, una pietra miliare che segna l’inizio della storia di Roma come capitale d’Italia e, soprattutto, la fine, dopo circa duemila anni, dello Stato Pontificio.
Nel punto esatto in cui fu aperta la breccia, una cinquantina di metri ad ovest della porta, è stata innalzata una scultura commemorativa in marmo e bronzo; di fronte alla porta, al centro del piazzale di Porta Pia, si trova il Monumento al Bersagliere, opera di Publio Morbiducci, collocato nel 1932 su richiesta di Mussolini.

sabato 19 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre
il 19 settembre del 1991 fu ritrovato un corpo umano sulle alpi Venoste, ai piedi del ghiacciaio di Similaun, quasi perfettamente conservato: la mummia di Similaun appunto.
La mummia fu ritrovata dai coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon di Norimberga durante un'escursione, compiuta tra il 19 settembre ed il 22 settembre 1991 presso il confine italo-austriaco, sullo Hauslabjoch. L'attribuzione del nome Uomo del Similaun deriva dal toponimo registrato più vicino al luogo di ritrovamento, appunto il Similaun.
Inizialmente si pensò che si potesse trattare di un alpinista scomparso in età recente, tanto che venne attivata la gendarmeria austriaca. Durante il recupero, avviato senza particolari accorgimenti conservativi, furono danneggiate parti del corpo (tessuti esterni, femore sinistro seriamente danneggiato).
Il corpo fu inizialmente portato in Austria (Innsbruck) dove fu esaminato da esperti ed attribuito ad un antico abitante di queste zone, soprannominato in seguito da un giornalista Ötzi - o, con altra grafia, Oetzi - dal luogo del ritrovamento (Ötztal/Valle Ötz, nel Tirolo del nord). In seguito alla determinazione che il luogo di ritrovamento si trovava in territorio italiano, in base ad un accordo con la Provincia autonoma di Bolzano ed il governo austriaco la mummia è stata trasferita in Italia. Attualmente, la mummia del Similaun è conservata a Bolzano, al Museo Archeologico dell'Alto Adige, in un'apposita struttura che la mantiene nelle ottimali condizioni di conservazione pur permettendone l'osservazione. Il corpo viene conservato in una stanza con circa il 99,6% di umidità e -6°C. Ogni due mesi un medico specializzato spruzza sulla mummia dell'acqua distillata, che congelandosi forma una patina protettiva e restituisce lo 0,4/0,5% di umidità mancante. La mummia è visibile solamente tramite una finestra di circa 30 x 40 cm. Solo nell'estate del 2010 si è definitivamente concluso il processo per il ritrovamento della mummia. Infatti solo dopo una causa durata quasi 20 anni, il presidente Luis Durnwalder ha simbolicamente consegnato ai coniugi Simon una cifra di 175 mila euro tramite il legale Georg Rudolph.
La datazione al radiocarbonio gli attribuisce un'età compresa tra il 3300 e il 3200 a.C., che lo pone nell'Età del Rame, momento di transizione tra il Neolitico e l'Età del Bronzo.
Assieme al corpo furono ritrovati anche resti degli indumenti e oggetti personali di grande interesse archeologico, come un arco in legno di tasso, una faretra con due frecce pronte ed altre in lavorazione, un coltello di selce, un "correttore" per lavorare la selce, un'ascia in rame, una perla in marmo, esche ed acciarino ed uno zaino per contenere questi oggetti.
Come spesso capita per tutti i ritrovamenti archeologici di una certa eccezionalità, anche attorno ad Ötzi sono state formulate una grande quantità di teorie, spesso prive di vero fondamento scientifico, su chi fosse, come fosse morto, cosa facesse nel luogo del ritrovamento.
Recenti analisi hanno evidenziato la presenza di una punta di freccia in selce all'interno della spalla sinistra (penetrata a fondo in direzione del cuore) ed alcune ferite ed abrasioni (tra cui un taglio in particolare sul palmo della mano destra) che portano ad ipotizzare una morte violenta piuttosto che per cause naturali, come era stato ipotizzato in un primo momento. La postura innaturale del corpo parrebbe risalire ad un tentativo di estrarre una freccia dal ventre; ulteriori elementi fanno pensare ad un gruppo - di cui faceva parte - scampato ad un agguato, con probabilmente un compagno che avrebbe trasportato il corpo a spalla fino al luogo della morte.
Il 21 agosto 2008 è stato reso noto che Hollemeyer ed altri suoi colleghi dell'Università del Saarland hanno condotto un'analisi su alcuni pezzi dei vestiti e delle scarpe della mummia utilizzando uno spettrometro di massa, che permette di determinare la composizione chimica dei campioni, che a parere dei ricercatori può dare risultati più affidabili del test del DNA nell'analisi di pelli lavorate. I ricercatori hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche su Rapid Communications in Mass Spectrometry ed hanno osservato che i peptidi delle proteine presenti nei peli antichi sono del tutto simili a quelli di varie specie di animali allevati ancora oggi, fatto che induce a pensare che Ötzi sia stato un pastore che a volte portava la mandria al pascolo durante gli spostamenti stagionali.
Secondo altri studiosi il fatto che la mummia sia stata castrata in vita, unito alla presenza di sperma nella cavità anale, suggerisce la figura di uno sciamano o di un religioso. La castrazione stessa, tuttavia, è materia di polemica: è stata avanzata l'ipotesi che questa sia il risultato delle cattive tecniche di recupero.
Secondo lo studio del DNA contenuto nei suoi mitocondri, Ötzi appartiene a un sottogruppo che, in base alle conoscenze attuali, non ha lasciato eredi. I mitocondri, contenuti in ogni cellula ed ereditati dalla madre, contengono, assieme al nucleo, materiale genetico.
L'antropologo Franco Rollo ritiene che probabilmente Ötzi possa rappresentare il capolinea di un gruppo di esseri umani vissuti in passato e che si sono estinti, tra le varie ragioni, per esiguità.


venerdì 18 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Alle 11 e 45 circa del 18 settembre 1970, il corpo di James Marshall Hendrix giunge esanime al pronto soccorso dell'ospedale St. Mary Abbot's di Kensington, Londra. Lì, dopo essere stato identificato dal road manager inglese Gerry Stickells, viene analizzato dal Dottor Seifert, medico legale, che ne dichiara ufficialmente la morte. Sono le 12 e 45. L'analisi successiva, condotta dal coroner di West London, Dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: il chitarrista americano è morto per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Il tutto a causa di un'intossicazione da barbiturici.
A 45 anni di distanza, nonostante accurate indagini e diverse ricerche sull'argomento (emblematico, al proposito, il libro Hendrix, The Final Days di Tony Brown) rimangono ancora alcuni punti da chiarire sulle ultime ore di Jimi e sulle circostanze che lo hanno portato alla morte.
Confuse e contraddittorie, ad esempio, sono le testimonianze di Monika Dannemann, ex pattinatrice dell'allora Germania Est e personaggio chiave dell'intera vicenda. Monika, in quei giorni, era la fidanzatina di Hendrix: lo aveva convinto (sostiene lei) a tenere la sua camera presso l'elegante Cumberland Hotel di Kensington ma a trasferirsi nel suo appartamento presso il Samarkand Hotel di Notting Hill. Nel giardino del quale, il pomeriggio del 17 settembre, la Dannemann scatta le ultime foto di Jimi che, sorridente, imbraccia una Stratocaster nera. "Si tratta di una trentina di istantanee" ricorda Monika "Jimi le voleva utilizzare per la copertina del nuovo album".
Più o meno alle 15, i due escono. Passano in banca a prelevare dei soldi, poi si dirigono al Kensington Market prima e al Chelsea Antique Market poi: Jimi ordina un paio di scarpe, compra un giacchino di pelle, delle camicie e qualche pantalone. Sembra che, a Kensington, Hendrix incontri Kathy Etchingham, sua storica girlfriend. E che la inviti, per le 20, al Cumberland.
"Gli ho detto che non potevo" ricorda la Etchingham "e me ne sto pentendo ancora adesso".
Sempre nel corso di quel pomeriggio, Jimi telefona al suo manager, il controverso Mike Jeffery. Non lo trova.
Poi, mentre con Monika è a Chelsea, su King's Road incontra un'altra sua ex fidanzata, Devon Wilson, che lo invita a una festa. Quindi Hendrix e la Dannemann guidano verso il Cumberland Hotel. Bloccati dal traffico, nella zona del Marble Arch, vengono affiancati da una Mustang bianca. Al volante c'è Phillip Harvey, figlio di un importante Lord del Parlamento inglese. Harvey, e le due amiche che sono con lui, invitano Jimi e Monika a prendere un tè. Jimi accetta, ma dice che prima deve passare dal Cumberland a ritirare dei messaggi.
Quindi, con Monika, si reca a casa di Harvey. Sono, più o meno, le 17 e 30. I cinque ragazzi si accomodano nel salotto, fumano hashish, ascoltano musica e bevono il tè. "Jimi" ricorda Phillip Harvey "quel giorno era di buon umore, disponibile e carino. Ci ha raccontato diversi progetti che aveva in mente. Ha anche suonicchiato una chitarra acustica".
Nel corso della conversazione, bevono anche due bottiglie di vino rosso. Verso le 20, una delle due ragazze prepara da mangiare un po' di riso e un'insalata che Jimi apprezza. Intorno alle 22, Monika comincia a dare segni di nervosismo e fa pure una scenata di gelosia. Così, Hendrix decide che è ora di salutare. Alle 10 e 40 i due lasciano la casa al numero 4 di Clarkes Mews.
Da qui in poi, ci sono parecchie versioni dei fatti. Di sicuro (anche se l'ora esatta non è chiara) Jimi si reca al party di Peter Cameron dove c'erano Devon Wilson e Angie Burdon, moglie di Eric, leader di The Animals e grande amico di Hendrix. Lì, prende una certa quantità di amfetamine (Durophet meglio conosciuto con il nome di Black Bomber) le cui tracce vengono poi riscontrate nell'esame tossicologico effettuato sul cadavere. Poi torna da Monika che, nel tempo, rilascia testimonianze contraddittorie. In tutte sostiene che Jimi ha preso dei tranquillanti per dormire. E che il medicinale tedesco in questione (il Vesparax) era molto forte. In genere la posologia era mezza pasticca: ma pare che Jimi se ne sia ingollate nove! E che la miscela di alcol, amfetamine e barbiturici abbia prodotto lo stato comatoso dal quale non s'è più risvegliato. Secondo Monika, lei e Jimi hanno chiacchierato amabilmente sino alle 7 del mattino prima di addormentarsi in due letti diversi. Verso le 10 e 30 (ma altre volte ha detto fossero le 11) lei lo trova svenuto in una pozza di vomito. Presa dal panico, telefona a Eric Burdon che le intima di chiamare un'ambulanza.
Qualcuno dice che anche i paramedici accorsi sul posto, vedendo un nero in stato comatoso, non abbiano fatto tutto quello che avrebbe potuto e dovuto.
Distrutta dai sensi di colpa e travolta dalla pesante eredità spirituale, Monika Dannemann ha vissuto sino al 1996 dipingendo quadri con soggetto Hendrix nel ritiro della sua casa, nella campagna inglese di Seaford. Nel suo libro The Inner Life Of Jimi Hendrix e nelle innumerevoli interviste rilasciate, ha sempre accusato Kathy Etchingham, che la riteneva colpevole della morte di Hendrix, di essere una calunniatrice.
Dopo aver dilapidato un sacco di soldi in avvocati, ha perso anche l'ultima causa, nella primavera del 1996.
Pochi giorni dopo, il 5 aprile, si è suicidata con il gas di scarico della sua auto.
Nella sua tomba finiscono anche gli ultimi misteri della morte di Jimi Hendrix.
Il disco che Hendrix aveva in preparazione venne pubblicato solo parzialmente nel 1971 con il titolo di Cry of Love e raggiunse la terza posizione della classifica Billboard: le registrazioni resteranno in circolazione in tale forma provvisoria fino al 1997, quando tutte le tracce vennero ordinatamente ed interamente ripubblicate con il titolo originario di First Rays of New Rising Sun.
Oggi i locali dell'hotel dove Hendrix è morto sono appartamenti privati; la sua salma riposa in un mausoleo fatto costruire dal padre nel Greenwood Memorial Park di Renton, Washington, a sud di Seattle.


giovedì 17 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 Settembre.
Il 17 settembre 1978, presso la Casa Bianca, furono firmati i cosiddetti "accordi di Camp David" tra il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin, sotto l'auspicio del presidente degli Stati Uniti Carter.
Ci sono stati due accordi di Camp David nel 1978: un quadro per la Pace in Medio Oriente e un quadro per la Conclusione di un Trattato di pace tra Egitto e Israele.
Il primo accordo aveva tre parti. La prima parte mirava ad istituire una autonoma autorità auto-disciplinante in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ed attuare pienamente la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU. Gli accordi riconoscevano "i diritti di legittimazione del popolo palestinese", un processo da implementare per garantire la piena autonomia del popolo entro cinque anni. Begin insistette sull'aggettivo "piena", per confermare che fosse il massimo diritto politico ottenibile. Questa piena autonomia doveva essere discussa tra Israele, Egitto, Giordania e Palestina. Fu concordato il ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania e Gaza non appena elezioni democratiche avessero portato a un'autorità che potesse rimpiazzare il governo militare israeliano della zona. Gli Accordi non menzionavano le alture di Golan, la Siria e il Libano. Questa non fu la pace completa che Kissinger, Ford, Carter o Sadat avevano in mente durante le precedenti mediazioni americane. Il destino di Gerusalemme, come avverrà in occasione degli accordi di Oslo del 1993, è stato deliberatamente escluso dal presente accordo.
La seconda parte, affrontava le relazioni israelo-egiziane. La terza parte dei "Principi associati" dichiarava i principi che devono applicarsi alle relazioni tra Israele e tutti i suoi vicini arabi.
Il secondo accordo delineava una base per il trattato di pace siglato sei mesi più tardi; in particolare, sul futuro della penisola del Sinai. Israele aveva accettato di ritirare le sue forze armate dal Sinai, evacuare i suoi 4.500 abitanti civili, ripristinare la sovranità dell'Egitto in cambio di normali relazioni diplomatiche, la garanzia della libertà di passaggio attraverso il Canale di Suez e di altri corsi d'acqua nelle vicinanze (come lo Stretto di Tiran), e una restrizione delle forze armate che l'Egitto poteva porre nella penisola del Sinai, in particolare entro 20-40 km da Israele. Israele ha altresì convenuto di limitare le proprie forze entro 3 km dal confine egiziano, e di garantire il libero passaggio tra l'Egitto e la Giordania. Con il ritiro, Israele restituiva all'Egitto anche i campi petroliferi di Abu-Rudeis nella parte occidentale del Sinai, che conteneva pozzi a lunga durata.
L'accordo ha portato anche gli Stati Uniti ad impegnare diversi miliardi di dollari di sovvenzioni annuali per i governi di Israele e d'Egitto, contributi che continuano tutt'oggi, sotto forma di sconti sull'acquisto di materiale dagli USA.
Dal 1979, l'Egitto e la Giordania ricevono circa 2 miliardi di $ l'anno, che hanno anche contribuito a modernizzare l'esercito egiziano. Israele ha ricevuto 3 miliardi di $ l'anno dal 1985 in sovvenzioni e aiuti militari.
Israele, che ha una popolazione inferiore agli 8 milioni di abitanti (1 milione in meno del New Jersey) ed è uno dei paesi più ricchi del mondo (disoccupazione al 5%), riceve più aiuti da parte degli Stati Uniti di quanto non ricevano tutti i paesi dell'Africa messi insieme.


mercoledì 16 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1982 inizia una operazione della durata di 3 giorni, che verrà ricordata come il massacro di Sabra e Chatila.
Il 6 giugno dello stesso anno l'esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell'Olp. Nel Sud la Siria ha inoltre installato dei missili terra aria di fabbricazione sovietica. In poche settimane l'esercito israeliano occupa tutto il Libano meridionale. Il 13 giugno successivo, Beirut è pesantemente bombardata.
L'Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell'Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell'Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.
Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto. Il procuratore capo dell'esercito libanese parlò di 460 morti, i servizi segreti israeliani di circa 700-800 morti. David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982: “Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi”. Il 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.
Nel 1983 una Commissione di giustizia israeliane presieduta dal magistrato Itzhak Kahan stabilisce che i diretti responsabili dei massacri sono Elie Hobeika e Fadi Frem. L’allora ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon è ritenuto responsabile per non aver né prevenuto né fermato il massacro, pur essendo a conoscenza della situazione. Sono inoltre ritenuti responsabili anche il generale Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore, e il generale Amos Yaron, comandante delle forze israeliane a Beirut. È Il comandante falangista alla guida delle milizie che entrano a Sabra e Chatila. Dopo la fine della guerra civile nel 1990, è più volte deputato e ministro del governo libanese. Nel giugno 2001 la Corte di Cassazione belga apre il processo su Sabra e Chatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. Il 24 gennaio 2002 un’autobomba uccide Hobeika a Beirut. Il giorno prima aveva detto a due senatori belgi di essere pronto a fare nuove rivelazioni sui rapporti che aveva con i generali israeliani nei giorni del massacro. In seguito a pressioni politiche da parte di Israele e Usa, la Corte di Cassazione del Belgio archivia le posizioni di Sharon.
Le inchieste su Sabra e Chatila terminano qui.


martedì 15 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre del 2001, nella pista Eurospeeday del Lausitzring nello stato di Brandeburgo in Germania, il pilota bolognese Alex Zanardi rimaneva vittima di un gravissimo incidente, a pochi mesi di distanza, e nella stessa pista, dove un altro pilota italiano (Michele Alboreto) aveva perso la vita.
Alessando Zanardi cominciò a correre nei Kart a 14 anni, distinguendosi poi nelle formule minori come un pilota veloce e incisivo. Nel 1991 Eddie Jordan lo chiamò in Formula 1 per sostituire Michael Schumacher, passato alla Benetton di Briatore. Successivamente passò alla Lotus, ma nel 94 la scuderia chiuse lasciandolo a piedi. La vera consacrazione avvenne nella formula americana, dove per due anni consecutivi, 97 e 98, vinse il campionato CART. Nel 99 tornò in Formula 1 per la Williams, con la quale non riuscì a conquistare nemmeno un punto, e non gli fu rinnovato il contratto per il 2000. Nel 2001 il ritorno alla CART, fino a quel 15 settembre. A 13 giri dalla fine, mentre era al comando, Zanardi si fermò ai box per un rabbocco di benzina. Nel rientro in pista, forse a causa di una macchia di olio sull'asfalto, perse il controllo della vettura che in testacoda si mise di traverso sulla pista proprio mentre arrivava ad altissima velocità Alex Tagliani, italo-canadese. L'inaudita violenza dell'impatto spezzò la vettura in due, proprio all'altezza delle gambe di Zanardi.
Le gambe furono amputate sopra il ginocchio, il sinistro, e subito sotto, il destro. Zanardi rimase in coma e in pericolo di vita per due settimane, nelle quali fu amputato anche il ginocchio destro, ma poi si riprese.
Grazie alla forza di volontà, a una grandissima voglia di rieducazione, e alle protesi costruite appositamente per lui dal centro protesi di Budrio, famoso in tutto il mondo, Zanardi non solo tornò a camminare, ma anche a correre in automobile, vincendo alcune gare nel 2005 e 2006.
Zanardi ha scritto, in collaborazione col giornalista Gianluca Gasparini, un'autobiografia dal titolo "Però, Zanardi da Castelmaggiore", della quale una casa di produzione americana ha comprato i diritti per lo sfruttamento cinematografico.
Nel 2012 ha partecipato alle Paraolimpiadi di Londra nella disciplina del paraciclismo, vincendo due ori e un argento.
L'anno dopo si conferma ai massimi livelli mondiali vincendo la coppa del Mondo, e 3 medaglie d'oro ai campionati mondiali.
Oggi Zanardi è un esempio per coloro che sono rimasti vittime di gravi incidenti, l'esempio che si può non solo tornare a vivere, ma anche ad essere protagonisti dei propri giorni con allegria e tanta autoironia.


lunedì 14 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 1923 nasce a Cinisi Gaetano Badalamenti, detto "don Tano", uno dei più potenti capimafia della storia del 900.
Badalamenti gettò le basi del suo impero mafioso fornendo il materiale roccioso per la costruzione dell'Aeroporto di Punta Raisi di Palermo, caduto nella sfera di influenza della famiglia di Cinisi. La costruzione dell'aeroporto avvenne nelle vicinanze del territorio di Badalamenti, su indicazione dello stesso Don Tano, al fine di permettere un miglior controllo nell'esportazione della droga in America.
Nel 1963 assunse la leadership della Mafia di Cinisi dopo l'assassinio del boss Cesare Manzella durante la prima guerra di mafia.
Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe Impastato, dichiarò:
"Sembrava che Badalamenti fosse ben voluto dai carabinieri, in presenza dei quali era calmo, sicuro, e con i quali parlava volentieri. Sembrava quasi facesse loro un favore non facendo accadere nulla, rendendo sicura e calma la cittadina di Cinisi." [...] "Spesso si potevano vedere camminare insieme a Badalamenti e ai suoi guardiaspalle. Non si può avere fiducia nella istituzioni quando si vedono braccio a braccio con i mafiosi."
La repressione da parte delle forze dell'ordine scaturita in seguito alla strage di Ciaculli distrusse il commercio di eroina della mafia siciliana con gli Stati Uniti, dato che molti mafiosi furono arrestati e incarcerati, ed azzerò la cupola mafiosa, facendone sciogliere di fatto la commissione.
Il controllo del business degli stupefacenti cadde nelle mani di pochi latitanti: i cugini Greco (Salvatore "Ciaschiteddu" Greco e Salvatore Greco che insieme a Marco Pellegrino erano conosciuti come "gli ingegneri"), "Totò il lungo", Pietro Davì, e Gaetano Badalamenti.
Nel 1970, la Cupola mafiosa venne ricreata. Composta da 10 membri fu inizialmente governata dal triumvirato costituito da Gaetano Badalamenti, Stefano Bontade e i boss Corleonesi: tra questi ultimi inizialmente Luciano Liggio, poi Salvatore Riina.
Gaetano Badalamenti diventò uno dei maggiori trafficanti di eroina di Cosa Nostra. Dal 1975 al 1984 fu uno dei protagonisti di una operazione di narcotraffico del valore di 1,65 miliardi di dollari conosciuta come Pizza connection, così chiamata perchè importava eroina dal Medio Oriente e utilizzava come centro di spaccio il retro di molte pizzerie degli Stati Uniti medio-occidentali.
La Cupola mafiosa aveva la funzione di assumere decisioni importanti, sciogliere eventuali dispute e mantenere l'equilibrio tra le famiglie mafiose, ma Luciano Liggio e il suo luogotenente e successore Salvatore Riina, meditavano di decimare i clan di Palermo. Alla fine del 1978 Gaetano Badalamenti fu espulso dalla Cupola mafiosa su ordine di Riina e fu rimpiazzato da Michele Greco. Quella fu la fine di un periodo di relativa pace e un grande cambiamento dall'interno della mafia. Tano Badalamenti fu rimpiazzato anche come capo della famiglia mafiosa di Cinisi da suo cugino Antonio Badalamenti. Si spostò in Brasile soggiornando a San Paolo.
Quando l'FBI iniziò a completare le indagini sul traffico di droga nel 1984, Badalamenti scappò in Spagna, ma fu lo stesso raggiunto ed arrestato a Madrid assieme al figlio Vito.
Nel novembre del 1984, Badalamenti viene estradato negli Usa su precisa richiesta dell'Fbi.
Nel 1985 Gaetano Badalamenti e altri implicati nel caso furono accusati di traffico illegale di narcotici, associazione a delinquere di stampo mafioso e riciclaggio di denaro illecito. Nell'impianto accusatorio trovarono spazio anche le responsabilità di molti omicidi di Mafia avvenuti negli USA ed in Sicilia negli anni precedenti.
Il processo a Badalamenti e ai suoi alleati durò 17 mesi durante i quali Badalamenti e Catalano testimoniarono uno contro l'altro. Il 22 giugno 1987 Badalamenti fu condannato assieme a Catalano per riciclaggio di denaro illecito, ad una pena detentiva di 45 anni (riducibili a 30) e ad una ammenda di 125.000 dollari.
La corte di Cassazione Italiana nell'ottobre 2004 ha decretato che l'ex presidente del consiglio Giulio Andreotti ebbe contatti "amichevoli e talvolta anche diretti" con uomini importanti del clan di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, favoriti da Salvo Lima attraverso i cugini Salvo.
Secondo una ipotesi di alcuni magistrati e investigatori, Andreotti potrebbe aver commissionato l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli, che sembra utilizzasse il giornale per ricattare personalità importanti, accettò di fermare la pubblicazione del giornale, ma l'uccisione avvenne ugualmente il 20 marzo 1979. Sempre secondo l'ipotesi accusatoria, Andreotti aveva paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto infangare la sua onorabilità. Queste informazioni avrebbero riguardato finanziamenti illegali al partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo al rapimento e l'uccisione dell'ex presidente del consiglio Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. Il pentito mafioso Tommaso Buscetta dichiarò che stando a quanto gli aveva raccontato Gaetano Badalamenti, a commissionare l'omicidio Pecorelli fossero stati i cugini Salvo probabilmente per conto di Giulio Andreotti.
Nel 1999 la corte di Perugia dopo attenta valutazione delle carte processuali ha prosciolto Giulio Andreotti, il suo stretto collaboratore Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera.
Il 17 novembre 2002 la Corte d'appello ribaltò le condanne di Badalamenti ed Andreotti. Furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli.
Infine nel 2003, Giulio Andreotti è stato definitivamente assolto dall'accusa di associazione mafiosa e successivamente fu assolto assieme a Badalamenti anche dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio del giornalista.
Nel 2002 la corte italiana ha condannato Gaetano Badalamenti all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Giuseppe Impastato avvenuto il 9 maggio 1978.
Gaetano Badalamenti, affetto da un tumore che aveva provocato gravi conseguenze renali e una epatite, morì per arresto cardiaco il 29 aprile 2004 all'età di 81 anni nel Centro medico federale di Devens nel Massachusetts.
Tre anni dopo la morte, si è chiuso il procedimento iniziato nel 1982 per la confisca dei beni del Boss, passati totalmente allo stato.
Il figlio di Gaetano Badalamenti, Leonardo è stato arrestato insieme a 16 persone il 22 maggio 2009 a San Paolo del Brasile nel corso dell'Operazione centopassi dei carabinieri del ROS per associazione mafiosa, corruzione e truffa. Sono stati sequestrati beni per un valore di 5 milioni di euro. Nelle loro attività criminali, sono arrivati a gestire titoli di credito ed hanno tentato truffe ai danni di alcune banche quali Lehman Brothers, della Banca di Hong Kong e Shanghai Bank. Nel giugno del 2009, Leonardo Badalamenti è stato scarcerato dal Tribunale del Riesame di Palermo. La Cassazione ha però annullato la scarcerazione nel febbraio del 2010, ordinando il nuovo arresto del figlio del boss, datosi però alla fuga e resosi latitante da tale data.


domenica 13 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 13 settembre.
Il 13 settembre 1982, mentre guidava la sua auto per tornare a casa, la principessa di Monaco Grace Kelly ebbe un grave incidente d'auto. Morì il giorno dopo, senza riprendere conoscenza.
Nata il 12 novembre del 1929, Grace era una ragazza bene di Philadelfia, figlia di un ex manovale di origini irlandesi che, quando lei nacque, era già diventato un imprenditore miliardario.
Nonostante l’opposizione della famiglia al suo desiderio di diventare un’attrice, Grace Kelly si iscrisse giovanissima alla Accademia di arte drammatica, approdando presto a New York dove, considerata una delle più belle attrici mai apparse sullo schermo, divenne prima indossatrice di moda, poi ebbe la sua prima parte nel film “La quattordicesima ora” (1951) all’età di 22 anni.
Fin dagli esordi, la sua scalata al successo fu rapida e inarrestabile: l’anno seguente fu co-protagonista con Gary Cooper nel film “Mezzogiorno di fuoco”(1952). Fu notata dal grande regista Alfred Hitchcock, per il quale Grace interpretò tre film: “Il delitto perfetto” (1954), “La finestra sul cortile” (Rear Window,1954) e “Caccia al ladro” (1955). Il 1955 fu un anno decisivo per Grace Kelly: Invitata al Festival di Cannes, incontrò il principe Ranieri, che a breve divenne suo marito. La commedia musicale “Alta società” (1956), infatti, fu il suo ultimo film: il matrimonio con il Principe Ranieri III di Monaco segnò il suo ritiro dalle scene.
L’annuncio del fidanzamento venne dato ufficialmente il 5 gennaio del 1956. Le nozze vennero fissate per il 18 aprile 1956, con rito civile, e il giorno successivo con cerimonia religiosa, e segnarono la nuova esistenza di Grace nel palazzo reale di Monaco. Il principe Ranieri e la principessa Grace hanno avuto tre figli: Carolina Luisa Margherita, nata il 23 gennaio 1957, Alberto Alessandro Luigi Pietro, nato il 14 marzo 1958, e principe regnante di Monaco come Alberto II di Monaco, e infine Stefania Maria Elisabetta, nata il 1° febbraio 1965.
Il 13 settembre del 1982 il fatale incidente, mentre era alla guida della sua auto, diversamente dalla solita abitudine di farsi accompagnare dall'autista. Ciò è dovuto al fatto che Grace Kelly, la sera seguente, avrebbe dovuto presenziare a un ricevimento, pertanto aveva fatto stirare un abito dalla governante e, per far sì che non si sciupasse, l'aveva fatto adagiare sui sedili posteriori; così facendo non vi era posto per una terza persona (cioè l'autista), e lei e la figlia presero posto nell'auto da sole. I medici in seguito determinarono che la Principessa aveva perso il controllo dell'auto per un malore, probabilmente un piccolo ictus cerebrale.
Morì il giorno seguente, senza aver ripreso conoscenza. La figlia Stephanie, che era in auto con lei, fu ritenuta per molto tempo la responsabile dell’accaduto, ma la leggenda è falsa: l’auto era guidata dalla Principessa, con al fianco Stephanie che riportò solo ferite lievi. Prima della sua morte Grace Kelly stava lavorando ad un nuovo film, “Rearranged” di Robert Dornhelm, che rimase incompleto per la scomparsa improvvisa dell’attrice, ed il Principe Ranieri in seguito non autorizzò la sua diffusione.
La bellissima principessa, per cui Alfred Hitchcock aveva coniato l'ossimoro "ghiaccio bollente" morì a soli 52 anni.


sabato 12 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
il 12 settembre 1919 Gabriele D'Annunzio, a capo di 2500 arditi, chiamati da lui "legionari" partirono da Ronchi di Monfalcone alla volta di Fiume, che gli accordi alla fine della prima guerra mondiale non avevano assegnato all'Italia, conquistandola.
La si potrebbe definire la spedizione di un manipolo di avventurieri, ed effettivamente l’esperienza breve della celebre "Impresa di Fiume" è una delle pagine più trascurate della recente storia italiana, ad un anno dalla chiusura del primo conflitto mondiale del 15-18.
Dopo che i trattati di pace avevano stabilito che la città istriana di Fiume restasse alla Jugoslavia il celebre poeta Gabriele d’Annunzio, insieme con un gruppo di legionari, ex combattenti ed arditi la occupò nel settembre del 1919, senza che le truppe italiane di stanza nella città opponessero resistenza all’improvvisato esercito.
Erano anni difficili per il paese italiano, uscito si vittorioso dalla guerra ma con una estrema instabilità interna, con migliaia di soldati che, fatto ritorno a casa non trovarono alcun beneficio dall’aver trascorso tanti anni al fronte, Mancava il lavoro, la fame e la povertà dilagavano, si facevano sentire fortemente le spinte rivoluzionarie e nazionaliste.
L’intenzione di D’Annunzio era di spingere con una sorta di provocazione il governo italiano a ribadire la sua volontà di acquisire i territori istriani, ma in effetti sia il governo che i rappresentanti allora più importanti delle varie forze politiche e sociali, trai quali stava emergendo anche Mussolini, snobbarono l’impresa, ed isolarono D’annunzio e la città senza prendere alcuna decisione in merito.
Da subito per contro la città fiumana diventò la meta di una serie di personaggi molto particolari, dagli anarchici ai socialisti, dagli sbandati di guerra agli arditi, da ex aviatori avventurieri e giovani artisti futuristi, un crogiolo di giovani che, a differenza delle diplomazie europee vedevano nell’esperienza il seme di qualcosa di nuovo.
La città resistette per circa un anno alle pressioni dello Stato Italiano, finchè, nel natale del 1920 venne sgomberata da truppe italiane su ordine di Giovanni Giolitti.
A ricordo dell'impresa, da allora Ronchi di Monfalcone fu ribattezzata "Ronchi dei legionari", nome tuttora in vigore.


venerdì 11 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
A Santiago del Cile, l'11 settembre 1973, con un colpo di Stato le forze armate guidate da Augusto Pinochet rovesciano il governo socialista di Salvador Allende, che muore durante l'assedio al palazzo presidenziale, dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!”.
La giunta militare instaura un regime dittatoriale che resterà al potere per 17 anni, mentre il presidente deposto diviene un'icona, pur non esente da controversie. Il regime di Pinochet non trascura di trasferire nel proprio ricordo, tra le altre cose, omicidi e deportazioni di massa: sono circa diecimila i cileni torturati, e centinaia le migliaia di persone costrette all’esilio. La distruzione delle istituzioni democratiche è veloce e capillare. A tutto si sostituisce il dominio militare.
Il ruolo degli USA nel colpo di Stato rimane una questione controversa. Documenti declassificati durante l'amministrazione Clinton mostrano che il governo degli Stati Uniti e la CIA avevano cercato di rovesciare Allende nel 1970, immediatamente dopo la sua elezione.
Del resto, Henri Kissinger parlò chiaramente circa l'elezione di Allende in Cile: "Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli."
Eppure, ancora oggi molti documenti potenzialmente rilevanti rimangono coperti da segreto.
Nonostante la CIA venne avvisata da suoi informatori dell'imminente colpo di Pinochet con due giorni di anticipo, sostenne poi di "non aver giocato alcun ruolo diretto" nel golpe. Sempre Kissinger disse al presidente Richard Nixon che gli Stati Uniti "non lo avevano fatto" (riferendosi al colpo di Stato), ma ne avevano "creato le condizioni il più possibile". Infatti subito dopo l'insediamento del governo Allende, gli USA cercarono di applicare una pressione economica pesantissima sul Cile.
Tra i documenti del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, in seguito declassificati dalla presidenza Clinton, ce ne fu uno, particolarmente importante, scritto da Kissinger ed indirizzato ai capi della diplomazia, della difesa e dell'intelligence: il "decision memorandum n. 93", datato 9 novembre 1970. Questo documento dichiarava che la pressione doveva essere posta sul governo Allende per impedirne il consolidamento e limitarne la capacità di implementare politiche avverse agli USA e ai suoi interessi nell'emisfero. Nello specifico, Nixon indicò che nessun nuovo aiuto economico bilaterale doveva essere intrapreso con il governo del Cile.
Gli USA fornirono supporto materiale al regime dopo il golpe, anche se in pubblico lo criticavano. Il golpe di Pinochet , infatti, ebbe un'influenza politica enorme in tutto il mondo, e l'eco di questo avvenimento si farà sentire significamente anche in Italia negli anni '70.
Salvador Allende rimane tuttora uno dei pochi presidenti che, eletti democraticamente, abbiano tentato la costruzione di una società socialista. Con l'appoggio a Pinochet, gli USA vollero preventivamente stroncare sul nascere la via democratica al socialismo, mandando un inquietante segnale di avvertimento a tutti i partiti socialisti e comunisti che in maniera democratica stavano rafforzandosi in vari paesi del mondo.

giovedì 10 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 1898 a Ginevra, moriva per mano di un anarchico Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota ai più come principessa Sissi.
Nata il 24 dicembre 1837 a Monaco di Baviera, dal duca Massimiliano Giuseppe di Baviera e dalla duchessa Ludovica, la sua infanzia fu trascorsa con una educazione borghese e non rigidamente legata ai precetti della nobiltà e dell'etichetta.
Quando nel 1853 fu organizzato l'incontro tra il figlio della arciduchessa Sofia, Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, ed Elena, prima figlia della duchessa Ludovica (sorella di Sofia), fu chiaro a tutti che l'imperatore si era invaghito della figlia minore, Elisabetta.
Si decise dunque di organizzare il matrimonio tra di loro, non appena ottenuta la dispensa papale (gli sposi erano cugini di primo grado).
I primi tempi a corte furono traumatici per l'imperatrice, che dovette in poco tempo colmare le sue lacune di educazione, imparando l'italiano, il francese, la storia d'Austria e soprattutto tutti i rigidi cerimoniali a cui lei non era abituata. il 5 marzo 1855 nacque la prima figlia Sofia, e un anno più tardi la seconda, Gisella.
Elisabetta volle portare i figli con sè nei viaggi di stato che il marito periodicamente compiva, accorgendosi per la prima volta che fuori da Vienna il popolo non era poi così favorevole all'imperatore come le facevano credere; al contrario, molto interesse era suscitato dalla presenza di Sissi, di cui tutti volevano ammirare la famosa bellezza.
Secondo le cronache, Elisabetta era alta 1 metro e 72 e pesava 50 kg, aveva capelli castani folti e lunghissimi, che sciolti le arrivavano alle caviglie. Quasi tre ore occorrevano quotidianamente per vestirsi, poiché gli abiti le venivano quasi sempre cuciti addosso per far risaltare al massimo la snellezza del corpo; la sola allacciatura del busto - per ottenere il suo famoso vitino da vespa - richiedeva spesso un'ora di sforzi. Il lavaggio dei capelli era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac ed uova e richiedeva un'intera giornata, durante la quale l'Imperatrice non tollerava di essere disturbata. Altre tre ore erano dedicate all'acconciatura dei capelli, che venivano intrecciati da Fanny Angerer, ex parrucchiera del Burgtheater di Vienna, di cui all'imperatrice erano piaciute le fantasiose acconciature delle attrici. Elisabetta era impegnata per il resto della giornata con la scherma, l'equitazione e la ginnastica (a tal scopo, aveva fatto allestire in tutti i palazzi in cui soggiornava delle palestre attrezzate con pesi, sbarra e anelli). Costringeva inoltre la propria dama di corte a seguirla durante interminabili e forsennate passeggiate quotidiane. Per preservare la giovinezza della pelle Elisabetta faceva uso di maschere notturne (a base di carne di vitello cruda o di fragole) e ricorreva a bagni caldi nell'olio d'oliva; per conservare la snellezza, oltre a rispettare il rigoroso regime alimentare, dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati e beveva misture di albume d'uovo e sale. Mascherava la propria anoressia con l'ossessione per un'alimentazione sana.
Durante un viaggio di Stato in Ungheria la prima figlia Sofia si ammalò e morì; Sissi si dava la colpa avendola voluta con sè per il viaggio, e non volle più curarsi personalmente dell'educazione della figlia Gisella, affidandola a Sofia (la nonna).
Nel 1858 nacque Rodolfo, finalmente un maschio, erede dell'impero. Nel 1860 i tumulti che scuotevano l'Europa portarono Francesco Giuseppe sempre più lontano da corte, ed Elisabetta si ammalò. Le sue continue e robuste diete dimagranti, la forte attività fisica a cui si sottoponeva per mantenere il fisico tonico e bello, la indebolirono a tal punto che le fu consigliato di svernare in un paese caldo, a Madeira, dove abbandonò quasi completamente la vita di corte.
Nel 1889 il figlio Rodolfo morì suicida con l'amante, la baronessa Maria Vetsera; Sissi ne fu ulteriormente colpita nell'animo. Nel 1898, a Ginevra, mentre stava per imbarcarsi su un battello, l'anarchico italiano Luigi Lucheni la colpì con una stilettata al cuore. Il busto di Elisabetta era talmente stretto che lei non provò alcun dolore e continuò a camminare come se nulla fosse successo per altri 20 minuti, prima di abbattersi al suolo per l'emorragia interna.
Oggi riposa insieme al marito e al figlio nella cripta dei Cappuccini, a Vienna.


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