Buongiorno, oggi è l'8 novembre.
L'8 novembre del 1888 viene ritrovato, sul letto della camera dove viveva, il corpo orrendamente mutilato di Mary Jane Kelly, l'ultima delle 5 vittime accertate di Jack lo Squartatore.
La gola era squarciata, il viso severamente mutilato e irriconoscibile, il petto e l'addome aperti, molti organi interni erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l'intestino arrotolato presso le mani, era inoltre stata asportata la carne che ricopriva gli arti. Il cuore non venne trovato e si crede possa essere stato bruciato nel camino o persino cotto e mangiato.
La prima delle vittime accertata fu uccisa il 31 agosto, la seconda l'8 settembre, le altre 2 il 30 settembre.
Vi sono poi altre donne la cui morte violenta potrebbe essere riconducibile a Jack, ma non ve ne fu certezza. In totale le vittime potrebbero essere state anche sedici. Tutte erano accomunate dall'essere state prostitute o comunque donne di infimo retaggio sociale, e tutte orribilmente seviziate e mutilate nel volto, nel petto e negli organi genitali.
La reale identità di Jack lo Squartatore rimase un mistero; la polizia ricevette centinaia di lettere di persone che si autoaccusavano dei delitti, nessuna delle quali fu presa seriamente in considerazione. Gli investigatori dell'epoca indagarono seriamente su 4 possibili serial killer: Montague John Druitt, figlio di un noto medico londinese e valente avvocato, morto suicida nel dicembre 88 (poco dopo l'uccisione dell'ultima vittima accertata); Aaron Kosminski, parrucchiere affetto da turbe schizofreniche e ricoverato in manicomio a partire dal 1891; Michael Ostrog, un medico russo rilasciato da un ospedale psichiatrico sei mesi prima del primo delitto; George Chapman, chirurgo russo giunto a Londra nel 1888 e in seguito ritenuto colpevole dell'uccisione delle sue tre mogli (nessuna delle quali risultò mai effettivamente sposata).
Nel ventesimo secolo furono poi negli anni avanzate nuove ipotesi, che vedevano coinvolto il nipote della regina Vittoria, Alberto Vittorio di Sassonia, ammalatosi in gioventù di sifilide con una prostituta, e ancora William Gull, il medico personale di Alberto, ed altri ancora. La più recente, elaborata dopo che nel 2006 furono analizzate le tracce di DNA trovate dietro i francobolli con cui Jack spedì le lettere alla polizia contenute nella saliva, mostra che tale DNA potrebbe appartenere a una donna, subito ribattezzata Jill the Ripper (Jill la Squartatrice).
Ad oggi, la reale identità di Jack lo Squartatore rimane ancora un mistero.
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domenica 8 novembre 2026
sabato 7 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 novembre.
La mattina del 7 novembre 1940 il Tacoma Narrows Bridge crollò abbattuto dal vento sostenuto che soffiava attraverso Puget Sound (Washington) ad una cinquantina di chilometri a sud di Seattle, negli Stati Uniti; era aperto da soli quattro mesi. Il disastro fu documentato da fotografie e video di grande impatto drammatico.
All'inaugurazione il ponte ondulava già tanto, ma senza conseguenze fatali: gli amanti del brivido lo cercavano per provare l'esperienza di una attraversata da ottovolante, altri deviavano di diversi chilometri dal percorso prestabilito per evitare il galloping gertie, il ponte galoppante.
In seguito si era cercato di rimediare con smorzatori (dissipatori di energia) che contrastassero lo sviluppo delle oscillazioni, evidentemente con scarsi risultati.
All'epoca nessuno si preoccupò di studiare in modo approfondito le interazioni delle forze aerodinamiche sul ponte, tanto disastrose in passato per ponti sospesi flessibili assai più leggeri e corti; semplicemente si riteneva che tali azioni non avrebbero intaccato una struttura di dimensioni imponenti come il Tacoma Narrows Bridge, campata centrale 853 metri, all'epoca il terzo ponte sospeso più lungo al mondo, progettato da Leon Solomon Moisseiff (1872-1943).
L'unico a dissentire con il progetto fu Theodore Condron, un ingegnere civile, che raccomandando di rinforzare la struttura, rimase inascoltato…
Dopo il crollo la Federal Works Agency stabilì una commissione d'indagine con tecnici quali Othmar Hermann Ammann (1879-1965) e Theodore von Kármán (1881-1963) che scagionò il progettista, osservando che, se le pecche del ponte erano ovvie a uno sguardo retrospettivo, il progetto rispondeva a ogni criterio accettabile nella pratica.
Il mondo accademico e professionale si macchiò nel suo operato di totale ignoranza e presunzione.
Il crollo fu immortalato da fotografie scattate da James Bashford (1887-1949) e da vari filmati ripresi da Frederick Burt Farquharson (1895-1970), docente di ingegneria civile, che studiava i movimenti del ponte e dai cameraman professionisti Barney Elliott (Bob Elliot) e Harbine Monroe.
Poco prima del crollo, un giornalista, Leonard Coatsworth, cercando di attraversare il ponte, dovette fermare la macchina a circa un quarto della lunghezza poiché le oscillazioni gli impedivano di proseguire oltre. Al violento beccheggio del ponte, la macchina si spostava sull'asfalto e Coatsworth, saltandone fuori, fu scagliato a terra. Egli provò ad alzarsi e correre verso l'estremità del ponte più vicina, ma fu costretto a camminare a quattro zampe, cercando di non venire lanciato in acqua dalle imprevedibili torsioni della struttura. Improvvisamente, Coatsworth si ricordò di avere lasciato in macchina il cocker spaniel (Tubby) della figlia e provò a tornare indietro; ma oramai i movimenti erano così violenti che non vi riuscì. Quando fu finalmente in salvo, aveva le mani e le ginocchia sbucciate e sanguinanti.
In un momento di relativa calma nel corso della violenza delle oscillazioni, il professor Farquharson aveva provato a guidare la macchina di Coatsworth verso un punto sicuro, ma aveva dovuto rinunciare all'impresa quando la macchina «cominciò a sbandare qua e là in modo allarmante».
Anche Arthur Hagen e Rudy Jacox avevano appena imboccato il ponte quando questo aveva iniziato a dondolare. Saltarono giù dal loro camion e si trascinarono fino a una delle torri, dove furono aiutati da alcuni operai, proprio nello stesso momento in cui (con le parole del professor Farquharson) il ponte si sgretolava sotto di loro «con pezzi enormi di cemento che volavano in aria come pop corn». Fu stimato che l'ampiezza delle oscillazioni torsionali raggiunse i 7.5 metri tra il punto massimo e il minimo. Il ponte si stava strappando, i cavi di sospensione volavano nel vento, lacerando una sezione dell'impalcato a circa un quarto della lunghezza e facendo volare la macchina di Coatsworth e il camion di Hagen nelle acque di Puget Sound, 52 metri più sotto.
A distruggere il ponte furono le oscillazioni torsionali amplificate, non da un fenomeno di risonanza, come erroneamente descritto su alcuni testi (obsoleti) di fisica e universalmente accettato, nella realtà si instaurò una oscillazione aeroelastica autoeccitata, ovvero si verificò una instabilità aeroelastica.
La risonanza è un fenomeno fisico che si manifesta quando la frequenza della forza eccitante è uguale a una delle frequenze naturali* del sistema meccanico oscillante (*un sistema meccanico ha infinite frequenze proprie di oscillazione), in altri termini il fenomeno della risonanza è tale per cui una forza periodica anche debole (detta forzante) può produrre sollecitazioni e vibrazioni notevolissime su un corpo che oscilli con la medesima frequenza della forzante, allo stesso modo in cui imprimendo al momento opportuno una piccola spinta ad un'altalena riusciamo ad aumentarne di molto l'ampiezza delle oscillazioni.
Il crollo del ponte avvenne alcune ore dopo che il processo vibrazionale si era instaurato, indotto da un vento praticamente costante dell'ordine di 65-68 Km/h e in assenza di raffiche forti ed improvvise, dunque viene a mancare la periodicità della forza eccitante, ovvero viene meno una condizione necessaria per l'instaurarsi della risonanza, d'altronde è inverosimile immaginare le raffiche di vento come una forza perfettamente periodica nel tempo e per lo più con una frequenza esattamente uguale a una delle frequenze proprie del ponte!
Nel caso in oggetto il vento può essere modellato matematicamente come un fluido avente velocità media costante e con piccole fluttuazioni nel tempo.
A causare il crollo del ponte, come dimostrano diversi studi, fu l'instabilità aeroelastica dovuta al fenomeno del flutter, più precisamente si verificò uno stall flutter (flutter di stallo) causato dalla separazione della corrente fluida, questo fenomeno è noto anche come flutter non classico, così chiamato perché in esso il ruolo della viscosità del fluido (vento) non è trascurabile e inoltre l'accoppiamento dinamico di più gradi di libertà della struttura non è una condizione necessaria al verificarsi dell'instabilità.
L'instabilità aeroelastica determinò il crollo del ponte Tacoma Narrows: il vento di velocità ragguardevole, i cui effetti statici erano tuttavia ampiamente previsti e tollerabili, ha soffiato per alcune ore, inducendo nella campata centrale oscillazioni torsionali di ampiezza inesorabilmente crescente. La rotazione torsionale dell'impalcato ha raggiunto angoli superiori ai 45° rispetto all'orizzontale, causando a un certo punto la rottura di uno dei cavi di sostegno che modificò istantaneamente la configurazione dinamica della struttura stessa, provocandone il collasso.
Nel drammatico crollo non ci furono per fortuna danni a persone o feriti, l'unica vittima fu il cane Tubby bloccato nell'auto destinata a precipitare nel fiume.
Per i successivi venticinque anni non si costruirono più ponti sospesi puri ovvero senza travate di rinforzo irrigidenti. L'effetto che tale crollo ebbe nel mondo accademico e professionale fu enorme, grazie al fatto che l'intero evento fu filmato fin dal suo inizio, l'interpretazione delle cause innescanti il crollo si è arricchita negli anni grazie agli innumerevoli studi svolti.
La mattina del 7 novembre 1940 il Tacoma Narrows Bridge crollò abbattuto dal vento sostenuto che soffiava attraverso Puget Sound (Washington) ad una cinquantina di chilometri a sud di Seattle, negli Stati Uniti; era aperto da soli quattro mesi. Il disastro fu documentato da fotografie e video di grande impatto drammatico.
All'inaugurazione il ponte ondulava già tanto, ma senza conseguenze fatali: gli amanti del brivido lo cercavano per provare l'esperienza di una attraversata da ottovolante, altri deviavano di diversi chilometri dal percorso prestabilito per evitare il galloping gertie, il ponte galoppante.
In seguito si era cercato di rimediare con smorzatori (dissipatori di energia) che contrastassero lo sviluppo delle oscillazioni, evidentemente con scarsi risultati.
All'epoca nessuno si preoccupò di studiare in modo approfondito le interazioni delle forze aerodinamiche sul ponte, tanto disastrose in passato per ponti sospesi flessibili assai più leggeri e corti; semplicemente si riteneva che tali azioni non avrebbero intaccato una struttura di dimensioni imponenti come il Tacoma Narrows Bridge, campata centrale 853 metri, all'epoca il terzo ponte sospeso più lungo al mondo, progettato da Leon Solomon Moisseiff (1872-1943).
L'unico a dissentire con il progetto fu Theodore Condron, un ingegnere civile, che raccomandando di rinforzare la struttura, rimase inascoltato…
Dopo il crollo la Federal Works Agency stabilì una commissione d'indagine con tecnici quali Othmar Hermann Ammann (1879-1965) e Theodore von Kármán (1881-1963) che scagionò il progettista, osservando che, se le pecche del ponte erano ovvie a uno sguardo retrospettivo, il progetto rispondeva a ogni criterio accettabile nella pratica.
Il mondo accademico e professionale si macchiò nel suo operato di totale ignoranza e presunzione.
Il crollo fu immortalato da fotografie scattate da James Bashford (1887-1949) e da vari filmati ripresi da Frederick Burt Farquharson (1895-1970), docente di ingegneria civile, che studiava i movimenti del ponte e dai cameraman professionisti Barney Elliott (Bob Elliot) e Harbine Monroe.
Poco prima del crollo, un giornalista, Leonard Coatsworth, cercando di attraversare il ponte, dovette fermare la macchina a circa un quarto della lunghezza poiché le oscillazioni gli impedivano di proseguire oltre. Al violento beccheggio del ponte, la macchina si spostava sull'asfalto e Coatsworth, saltandone fuori, fu scagliato a terra. Egli provò ad alzarsi e correre verso l'estremità del ponte più vicina, ma fu costretto a camminare a quattro zampe, cercando di non venire lanciato in acqua dalle imprevedibili torsioni della struttura. Improvvisamente, Coatsworth si ricordò di avere lasciato in macchina il cocker spaniel (Tubby) della figlia e provò a tornare indietro; ma oramai i movimenti erano così violenti che non vi riuscì. Quando fu finalmente in salvo, aveva le mani e le ginocchia sbucciate e sanguinanti.
In un momento di relativa calma nel corso della violenza delle oscillazioni, il professor Farquharson aveva provato a guidare la macchina di Coatsworth verso un punto sicuro, ma aveva dovuto rinunciare all'impresa quando la macchina «cominciò a sbandare qua e là in modo allarmante».
Anche Arthur Hagen e Rudy Jacox avevano appena imboccato il ponte quando questo aveva iniziato a dondolare. Saltarono giù dal loro camion e si trascinarono fino a una delle torri, dove furono aiutati da alcuni operai, proprio nello stesso momento in cui (con le parole del professor Farquharson) il ponte si sgretolava sotto di loro «con pezzi enormi di cemento che volavano in aria come pop corn». Fu stimato che l'ampiezza delle oscillazioni torsionali raggiunse i 7.5 metri tra il punto massimo e il minimo. Il ponte si stava strappando, i cavi di sospensione volavano nel vento, lacerando una sezione dell'impalcato a circa un quarto della lunghezza e facendo volare la macchina di Coatsworth e il camion di Hagen nelle acque di Puget Sound, 52 metri più sotto.
A distruggere il ponte furono le oscillazioni torsionali amplificate, non da un fenomeno di risonanza, come erroneamente descritto su alcuni testi (obsoleti) di fisica e universalmente accettato, nella realtà si instaurò una oscillazione aeroelastica autoeccitata, ovvero si verificò una instabilità aeroelastica.
La risonanza è un fenomeno fisico che si manifesta quando la frequenza della forza eccitante è uguale a una delle frequenze naturali* del sistema meccanico oscillante (*un sistema meccanico ha infinite frequenze proprie di oscillazione), in altri termini il fenomeno della risonanza è tale per cui una forza periodica anche debole (detta forzante) può produrre sollecitazioni e vibrazioni notevolissime su un corpo che oscilli con la medesima frequenza della forzante, allo stesso modo in cui imprimendo al momento opportuno una piccola spinta ad un'altalena riusciamo ad aumentarne di molto l'ampiezza delle oscillazioni.
Il crollo del ponte avvenne alcune ore dopo che il processo vibrazionale si era instaurato, indotto da un vento praticamente costante dell'ordine di 65-68 Km/h e in assenza di raffiche forti ed improvvise, dunque viene a mancare la periodicità della forza eccitante, ovvero viene meno una condizione necessaria per l'instaurarsi della risonanza, d'altronde è inverosimile immaginare le raffiche di vento come una forza perfettamente periodica nel tempo e per lo più con una frequenza esattamente uguale a una delle frequenze proprie del ponte!
Nel caso in oggetto il vento può essere modellato matematicamente come un fluido avente velocità media costante e con piccole fluttuazioni nel tempo.
A causare il crollo del ponte, come dimostrano diversi studi, fu l'instabilità aeroelastica dovuta al fenomeno del flutter, più precisamente si verificò uno stall flutter (flutter di stallo) causato dalla separazione della corrente fluida, questo fenomeno è noto anche come flutter non classico, così chiamato perché in esso il ruolo della viscosità del fluido (vento) non è trascurabile e inoltre l'accoppiamento dinamico di più gradi di libertà della struttura non è una condizione necessaria al verificarsi dell'instabilità.
L'instabilità aeroelastica determinò il crollo del ponte Tacoma Narrows: il vento di velocità ragguardevole, i cui effetti statici erano tuttavia ampiamente previsti e tollerabili, ha soffiato per alcune ore, inducendo nella campata centrale oscillazioni torsionali di ampiezza inesorabilmente crescente. La rotazione torsionale dell'impalcato ha raggiunto angoli superiori ai 45° rispetto all'orizzontale, causando a un certo punto la rottura di uno dei cavi di sostegno che modificò istantaneamente la configurazione dinamica della struttura stessa, provocandone il collasso.
Nel drammatico crollo non ci furono per fortuna danni a persone o feriti, l'unica vittima fu il cane Tubby bloccato nell'auto destinata a precipitare nel fiume.
Per i successivi venticinque anni non si costruirono più ponti sospesi puri ovvero senza travate di rinforzo irrigidenti. L'effetto che tale crollo ebbe nel mondo accademico e professionale fu enorme, grazie al fatto che l'intero evento fu filmato fin dal suo inizio, l'interpretazione delle cause innescanti il crollo si è arricchita negli anni grazie agli innumerevoli studi svolti.
venerdì 6 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 novembre.
Il 5 e il 6 novembre 1994 la provincia di Alessandria (in particolare il quartiere Orti, oltre a tanti paesi come San Michele, Casalbagliano, Solero e Castelceriolo) fu flagellata da un’alluvione causata dall’esondazione del Tanaro.
In tutto il Piemonte ci furono 70 vittime (14 solo ad Alessandria, 11 già nella giornata del 6 novembre ed altre 3 nei giorni successivi), più di 2000 sfollati e circa 5500 miliardi di danni, ovviamente in lire.
Numeri freddi, ma al tempo stesso imprescindibili per dare un’idea delle proporzioni di quanto accaduto. Dino Crocco, un giornalista locale oggi scomparso, nell’edizione straordinaria fatta in diretta dagli studi di Telecity commentò così le immagini trasmesse insieme al giornalista Franco Capone, appena tornato da un viaggio su un elicottero dell’Aeronautica Militare insieme ad alcuni Vigili del Fuoco e Militari che erano andati a salvare dalla furia delle acque, alte 3 metri, un’intera famiglia di Astuti: “A tutte le domande, queste persone non possono fare altro che rispondere: ‘Ho paura!’ Sarà questa l’immagine, il ricordo che avranno anche tra 10 o 20 anni. Una cosa completamente diversa da chi sta vedendo le immagini da casa.
Non per mancanza di sensibilità, ovviamente, ma per effetto della vita attuale hanno quasi la sensazione di assistere ad un telefilm: invece questa è la realtà drammatica che sta vivendo in questo momento la comunità di Alessandria”. O come lo stesso Capone, che ripensando a quelle drammatiche ore vissute in prima persona, ancora oggi definisce quell’eperienza “una delle più sconvolgenti e sconcertanti” per una terra, il Piemonte, che già allora aveva iniziato ad essere “martoriata dalla crisi occupazionale, industriale ed economica”. Oppure come il giornalista e radiocronista Fausto Mamberti, che ricorda come “quel giorno” ci abbia praticamente “rimesso l’auto per raggiungere Radio Cosmo e poter raccontare quanto stava accadendo”. O ancora come Vincenzo Pescolla, allora massaggiatore dell’Alessandria Calcio, che con la consueta bonomia oggi afferma di aver fatto “ciò che in quel momento era semplicemente l’unica cosa giusta da fare”. Anche se, in realtà, contribuì in maniera determinante al salvataggio di due persone che cercavano di raggiungere le rispettive abitazioni vicino allo stadio.
Al Moccagatta la partita Alessandria-Bologna fu ovviamente rinviata, come ricorda anche l’ex giocatore Salvatore Avallone: “Mia moglie era in attesa di quello che poi sarebbe stato il mio primogenito. Una giornata drammatica, che rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Abitavamo proprio a metà di Corso Roma, e ricordo come se fosse ieri il momento in cui scesi con mia moglie per strada: c’era dappertutto acqua mista a fango e un odore di gasolio fortissimo. Per fortuna riuscimmo a raggiungere la parte del Corso in cui non era arrivata l’acqua”. I mesi successivi furono molto duri, ma, come ha giustamente ricordato lo stesso Avallone, tutti gli abitanti di Alessandria “seppero rialzare la testa e tornare in breve tempo ad una vita il più possibile normale”.
È una tarda mattinata di una domenica autunnale umida e piovosa di inizio novembre come tante altre. Eppure, osservando in alcune zone della città il livello dell’acqua nei pressi dei tombini, ti accorgi che sta salendo lentamente ma in modo inesorabile.
Non è la solita storia delle fogne intasate, come del resto succede ancora oggi in tutta Italia quando piove per qualche ora in modo violento e ininterrotto. No, questa volta basta davvero poco per intuire che la situazione è destinata a sfuggire completamente di mano: il fiume è esondato e sta per allagare molte zone della periferia e almeno mezza città.
Ed ecco allora tornare alla mente, in modo assolutamente indelebile, il celeberrimo anatema televisivo “Peste li colga!” rivolto più volte dal già citato Dino Crocco a tutti gli “sciacalli” in cerca di refurtiva, al quale fecero da ideale compendio, a carattere nazionale, sia le dirette fatte dal Gabibbo di “Striscia la Notizia” in Piazza Garibaldi per denunciare lo scandalo delle bottiglie di acqua vendute a 8.000 lire, sia le testimonianze di alcuni gestori delle bancarelle del Mercato di Piazza Garibaldi ospiti nel salotto di Maurizio Costanzo, per raccontare la disperata storia di chi in quel momento aveva perso davvero tutto. Restano nella memoria, in maniera forse un po’ isterica e irrazionale, anche gli interventi televisivi dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile, Ombretta Fumagalli Carulli e di Roberto Maroni, a quel tempo Ministro dell’Interno, che come riportato da “La Stampa” dell’8 novembre 1994, esortò subito “un’inchiesta sulle responsabilità di chi ci ha preceduto”. Ad Alessandria, in particolare, ci furono grandi polemiche per i fax delle autorità che, pur invitando giustamente all’evacuazione e alle operazioni di soccorso, arrivarono però a destinazione negli uffici vuoti, perché quel giorno era domenica. Anche se il dopo-alluvione, per fortuna, fu anche l’occasione per avviare le innumerevoli gare di solidarietà, come i tantissimi volontari arrivati da ogni parte di Italia e gli autobus targati Ferrara, messi a disposizione dal capoluogo emiliano e utilizzati nei mesi successivi all’alluvione. Ma forse, ancora oggi, per tutti gli alessandrini che hanno vissuto quella tragedia, più ancora del richiamo mediatico, il ricordo più forte e drammatico resta quello legato alla discesa spontanea di tantissimi cittadini nelle vie del centro che nel frattempo erano restate al buio e allagate, con quell’odore acre di petrolio e fango che ti entrava nel naso e non ti abbandonava più.
Proviamo a questo punto a fare mente locale: alla fine del 1994 la lira sta proseguendo con tenacia il suo percorso autonomo, l’idea di Europa è ancora molto lontana, per non parlare poi del concetto di mondo globale: è già tanto che 5 anni prima sia stato finalmente abbattuto a Berlino un muro assurdo e ormai totalmente anacronistico. Nessuno, poi avrebbe potuto prevedere anche solo lontanamente la rivoluzione tecnologica che avrebbe poi accompagnato in maniera inesorabile la nostra attuale vita quotidiana, con telefonini, tablet e quant'altro diventati oggi ormai assolutamente imprescindibili per l’illusione di vivere un comunque sempre virtuale “qui e ora”, anche solo per controllare le previsioni del tempo a pochi chilometri di distanza in tempo praticamente reale. Nel frattempo, sono passati più di vent'anni da quei giorni tristissimi e, per una serie di motivi che un meteorologo o un geologo saprebbero sicuramente spiegare molto meglio di noi, in Italia e nel mondo si sono purtroppo verificati tanti fenomeni simili a quello accaduto ad Alessandria. È vero, rispetto ad allora, alcuni tratti degli argini del fiume sono stati rinforzati e la situazione può essere monitorata in ogni momento e molto più facilmente. Eppure, tutte le volte che inizia a piovere con una certa consistenza per qualche ora di fila, ad ogni alessandrino è sufficiente percorrere il ponte che collega la città a Via Giordano Bruno e porta verso San Michele, per osservare come il fiume Tanaro sia ancora lì, pronto ad ingrossarsi a vista d’occhio e ad assumere subito tonalità scure e inquietanti, come un silenzioso ma assordante monito a non dimenticare.
Il 5 e il 6 novembre 1994 la provincia di Alessandria (in particolare il quartiere Orti, oltre a tanti paesi come San Michele, Casalbagliano, Solero e Castelceriolo) fu flagellata da un’alluvione causata dall’esondazione del Tanaro.
In tutto il Piemonte ci furono 70 vittime (14 solo ad Alessandria, 11 già nella giornata del 6 novembre ed altre 3 nei giorni successivi), più di 2000 sfollati e circa 5500 miliardi di danni, ovviamente in lire.
Numeri freddi, ma al tempo stesso imprescindibili per dare un’idea delle proporzioni di quanto accaduto. Dino Crocco, un giornalista locale oggi scomparso, nell’edizione straordinaria fatta in diretta dagli studi di Telecity commentò così le immagini trasmesse insieme al giornalista Franco Capone, appena tornato da un viaggio su un elicottero dell’Aeronautica Militare insieme ad alcuni Vigili del Fuoco e Militari che erano andati a salvare dalla furia delle acque, alte 3 metri, un’intera famiglia di Astuti: “A tutte le domande, queste persone non possono fare altro che rispondere: ‘Ho paura!’ Sarà questa l’immagine, il ricordo che avranno anche tra 10 o 20 anni. Una cosa completamente diversa da chi sta vedendo le immagini da casa.
Non per mancanza di sensibilità, ovviamente, ma per effetto della vita attuale hanno quasi la sensazione di assistere ad un telefilm: invece questa è la realtà drammatica che sta vivendo in questo momento la comunità di Alessandria”. O come lo stesso Capone, che ripensando a quelle drammatiche ore vissute in prima persona, ancora oggi definisce quell’eperienza “una delle più sconvolgenti e sconcertanti” per una terra, il Piemonte, che già allora aveva iniziato ad essere “martoriata dalla crisi occupazionale, industriale ed economica”. Oppure come il giornalista e radiocronista Fausto Mamberti, che ricorda come “quel giorno” ci abbia praticamente “rimesso l’auto per raggiungere Radio Cosmo e poter raccontare quanto stava accadendo”. O ancora come Vincenzo Pescolla, allora massaggiatore dell’Alessandria Calcio, che con la consueta bonomia oggi afferma di aver fatto “ciò che in quel momento era semplicemente l’unica cosa giusta da fare”. Anche se, in realtà, contribuì in maniera determinante al salvataggio di due persone che cercavano di raggiungere le rispettive abitazioni vicino allo stadio.
Al Moccagatta la partita Alessandria-Bologna fu ovviamente rinviata, come ricorda anche l’ex giocatore Salvatore Avallone: “Mia moglie era in attesa di quello che poi sarebbe stato il mio primogenito. Una giornata drammatica, che rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Abitavamo proprio a metà di Corso Roma, e ricordo come se fosse ieri il momento in cui scesi con mia moglie per strada: c’era dappertutto acqua mista a fango e un odore di gasolio fortissimo. Per fortuna riuscimmo a raggiungere la parte del Corso in cui non era arrivata l’acqua”. I mesi successivi furono molto duri, ma, come ha giustamente ricordato lo stesso Avallone, tutti gli abitanti di Alessandria “seppero rialzare la testa e tornare in breve tempo ad una vita il più possibile normale”.
È una tarda mattinata di una domenica autunnale umida e piovosa di inizio novembre come tante altre. Eppure, osservando in alcune zone della città il livello dell’acqua nei pressi dei tombini, ti accorgi che sta salendo lentamente ma in modo inesorabile.
Non è la solita storia delle fogne intasate, come del resto succede ancora oggi in tutta Italia quando piove per qualche ora in modo violento e ininterrotto. No, questa volta basta davvero poco per intuire che la situazione è destinata a sfuggire completamente di mano: il fiume è esondato e sta per allagare molte zone della periferia e almeno mezza città.
Ed ecco allora tornare alla mente, in modo assolutamente indelebile, il celeberrimo anatema televisivo “Peste li colga!” rivolto più volte dal già citato Dino Crocco a tutti gli “sciacalli” in cerca di refurtiva, al quale fecero da ideale compendio, a carattere nazionale, sia le dirette fatte dal Gabibbo di “Striscia la Notizia” in Piazza Garibaldi per denunciare lo scandalo delle bottiglie di acqua vendute a 8.000 lire, sia le testimonianze di alcuni gestori delle bancarelle del Mercato di Piazza Garibaldi ospiti nel salotto di Maurizio Costanzo, per raccontare la disperata storia di chi in quel momento aveva perso davvero tutto. Restano nella memoria, in maniera forse un po’ isterica e irrazionale, anche gli interventi televisivi dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile, Ombretta Fumagalli Carulli e di Roberto Maroni, a quel tempo Ministro dell’Interno, che come riportato da “La Stampa” dell’8 novembre 1994, esortò subito “un’inchiesta sulle responsabilità di chi ci ha preceduto”. Ad Alessandria, in particolare, ci furono grandi polemiche per i fax delle autorità che, pur invitando giustamente all’evacuazione e alle operazioni di soccorso, arrivarono però a destinazione negli uffici vuoti, perché quel giorno era domenica. Anche se il dopo-alluvione, per fortuna, fu anche l’occasione per avviare le innumerevoli gare di solidarietà, come i tantissimi volontari arrivati da ogni parte di Italia e gli autobus targati Ferrara, messi a disposizione dal capoluogo emiliano e utilizzati nei mesi successivi all’alluvione. Ma forse, ancora oggi, per tutti gli alessandrini che hanno vissuto quella tragedia, più ancora del richiamo mediatico, il ricordo più forte e drammatico resta quello legato alla discesa spontanea di tantissimi cittadini nelle vie del centro che nel frattempo erano restate al buio e allagate, con quell’odore acre di petrolio e fango che ti entrava nel naso e non ti abbandonava più.
Proviamo a questo punto a fare mente locale: alla fine del 1994 la lira sta proseguendo con tenacia il suo percorso autonomo, l’idea di Europa è ancora molto lontana, per non parlare poi del concetto di mondo globale: è già tanto che 5 anni prima sia stato finalmente abbattuto a Berlino un muro assurdo e ormai totalmente anacronistico. Nessuno, poi avrebbe potuto prevedere anche solo lontanamente la rivoluzione tecnologica che avrebbe poi accompagnato in maniera inesorabile la nostra attuale vita quotidiana, con telefonini, tablet e quant'altro diventati oggi ormai assolutamente imprescindibili per l’illusione di vivere un comunque sempre virtuale “qui e ora”, anche solo per controllare le previsioni del tempo a pochi chilometri di distanza in tempo praticamente reale. Nel frattempo, sono passati più di vent'anni da quei giorni tristissimi e, per una serie di motivi che un meteorologo o un geologo saprebbero sicuramente spiegare molto meglio di noi, in Italia e nel mondo si sono purtroppo verificati tanti fenomeni simili a quello accaduto ad Alessandria. È vero, rispetto ad allora, alcuni tratti degli argini del fiume sono stati rinforzati e la situazione può essere monitorata in ogni momento e molto più facilmente. Eppure, tutte le volte che inizia a piovere con una certa consistenza per qualche ora di fila, ad ogni alessandrino è sufficiente percorrere il ponte che collega la città a Via Giordano Bruno e porta verso San Michele, per osservare come il fiume Tanaro sia ancora lì, pronto ad ingrossarsi a vista d’occhio e ad assumere subito tonalità scure e inquietanti, come un silenzioso ma assordante monito a non dimenticare.
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