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sabato 13 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno si celebra Sant'Antonio da Padova, nel ricordo della sua morte avvenuta il 13 giugno 1231.
Sant'Antonio è uno dei santi più popolari ed amati nel mondo, forse per il gran numero di miracoli che gli si attribuiscono, per le leggende fiorite intorno a lui, ma probabilmente proprio per il carisma che, lui vivente, si diffondeva alle persone che lo incontravano. Dalla Chiesa, sant'Antonio viene considerato come un eccezionale teologo, gran predicatore, guida dei cristiani e taumaturgo.
Della sua vita non si hanno che notizie piuttosto incerte, molte derivanti da agiografie successive, che man mano si arricchivano di particolari; di sicuro si sa che sant'Antonio, il cui vero nome era Fernando di Buglione, nacque a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione, attorno all'anno 1190-1195 e che i genitori gli fecero impartire un'educazione umanistica - a quel tempo riservata a poche persone - nutrendo su di lui ambiziosi progetti. Ma Fernando ben presto decise di dedicarsi a Dio, entrando a 15 anni nell'Ordine dei Canonici Regolari di sant'Agostino, in un convento poco fuori la sua città natale, dove rimase per due anni, ampliando la sua già notevole cultura.
Si trasferì successivamente a Coimbra dove pensava di poter restare isolato dal mondo esterno, poichè egli aveva bisogno di raccoglimento, e dove sperava di approfondire gli studi di Teologia; ma l'ambiente di quel luogo, pervaso di mondanità e di potere, non faceva per lui che, aiutato da una straordinaria memoria, si diede anima e corpo alle scienze umane e teologiche. A Coimbra, probabilmente, venne ordinato sacerdote, intorno ai 25 anni ma, successivamente, decise di lasciare l'Ordine degli Agostiniani, per entrare in quello dei Francescani, più consono alle sue esigenze spirituali, colpito soprattutto dalla semplicità e dalla serenità di quei frati che spesso bussavano al suo convento per chiedere un pò di pane. Da loro si informò sulla Regola e sulla figura di san Francesco e a loro si unì con la promessa di potersi recare tra i saraceni, che in quel tempo perseguitavano i cristiani e che avevano messo a morte parecchi frati francescani, ottenendo il consenso dopo molte difficoltà. Rivestito del saio francescano, cambiò anche il nome in quello di Antonio, stabilendosi nella piccola comunità di frati che, rispettando il loro impegno, lo lasciarono partire per il Marocco. Una provvidenziale malattia lo costrinse a rientrare subito in patria ma, come si sa, "le vie del Signore sono infinite" e mentre la nave rientrava in Portogallo, una tempesta la dirottò verso la Sicilia dove sant'Antonio, ospitato dai confratelli di Messina, recuperò le forze. Intanto ad Assisi stava per svolgersi il Capitolo generale dei frati minori (1221), presieduto da san Francesco, a cui tutti i frati erano invitati. Anche Antonio si incamminò verso la cittadina umbra dove potè vedere ed udire il gran Santo, sia pur senza conoscerlo, convincendosi sempre più della bontà della scelta di vita intrapresa.
Successivamente si recò all'eremo di Montepaolo in Romagna dove Antonio celebrava la Messa, partecipava alle preghiere comuni e alla povera vita conventuale, senza mai lasciar intendere la sua enorme cultura, fino a quando, nel 1222, mentre si trovava a Forlì per un'ordinazione, non essendo presente alcun altro, dal Superiore gli venne richiesto di prendere la parola. Fu così che le sue doti si rivelarono in pieno e gli venne affidato dunque l'incarico di predicare nelle piazze e nelle chiese, percorrendo l'Italia e la Francia, a partire dalla Romagna, sempre a contatto con il popolo a cui si proponeva non solo come predicatore, ma come confessore, insegnante, cercando di riportare sulla retta via gli eretici (venne chiamato anche il martello degli eretici), molto diffusi a quel tempo, in particolar modo i catari.
Qui sono ambientati molti dei prodigi che gli vengono attribuiti, come quello della predica ai pesci, accorsi numerosi ad ascoltare la sua parola, mentre era stato respinto e schernito dagli eretici.
Nel 1223-24, San Francesco, pur mancando di profonda istruzione e non volendo sprecar tempo per lo studio a discapito della preghiera, sentiva però che era necessario un corso di studi regolari anche per il suo Ordine e, riconoscendo la profonda cultura di sant'Antonio, lo incaricò di aprire una scuola di Teologia (Studium francescanum) che ebbe tra i Frati Minori esponenti di spicco quali san Bonaventura e Duns Scoto.
Verso la fine del 1224, sant'Antonio venne inviato in Francia per tentare di arginare l'eresia degli Albigesi; fu predicatore e maestro di teologia a Montpellier, importante centro universitario, baluardo dell'ortodossia cattolica, a Limoges assunse un incarico di governo come custode e infine fu ad Arles per il capitolo Provinciale dela Provenza dove, mentre Antonio teneva un sermone, apparve in bilocazione san Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate, che li benedisse tutti; insegnò a Tolosa dove è ambientato un altro miracolo a lui attribuito: quello del mulo che adorò l'Eucarestia.
Nel 1227 ritornò in Italia, di nuovo a capo della provincia di Romagna; da lì, visitava periodicamente tutti i suoi conventi che diventavano sempre più numerosi e, su incarico di papa Gregorio IX - che lo definì "Arca del Testamento" - nel 1228 predicherà nella settimana di Quaresima. Spesso i suoi sermoni erano dedicati a Maria, della cui Assunzione era un convinto assertore. Sembra che le prediche furono tenute davanti ad una folla di varia provenienza e che ognuno lo sentisse parlare nella propria lingua. Viaggerà ancora senza risparmiarsi, pur con grande stanchezza e varie malattie che lo tormentavano (soffriva d'asma e di idropisia), stabilendosi poi finalmente nel convento di Padova, città ricca di commerci e industrie e molto popolosa. A questo popolo, si dedicherà sant'Antonio con tutto se stesso, mettendo da parte una sua opera dottrinale, i Sermones, in cui risaltavano i suoi temi preferiti: i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione, scagliandosi contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui era acerrimo nemico. Ma quest'opera resterà incompiuta perchè si dedicherà senza risparmio, danneggiando anche la sua già precaria salute, alla predicazione al popolo, lasciando anche il suo incarico di Provinciale. Intorno a lui si raccoglievano folle mai viste che nessuna chiesa o piazza potevano contenere, per cui ci si spostava in aperta campagna dove il santo predicava e confessava senza sosta.
Si ricordano, in questo periodo, due suoi interventi a favore dei cittadini: la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non poteva più essere anche incarcerato e tenne testa ad Ezzelino da Romano, soprannominato il Feroce, perchè in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, affinchè liberasse i capi guelfi incarcerati.
Nel 1231, a primavera inoltrata, Antonio decise di spostarsi in campagna, per non distogliere i contadini dal loro lavoro e per prendersi un po' di riposo dopo il duro impegno degli anni precedenti, trasferendosi a Camposampiero, accompagnato da due frati, Luca Belludi e fra Ruggero, ospite del conte Tiso che gli approntò una piccola cella su di un grande albero, dove avrebbe potuto pregare in pace; ben presto però la notizia si diffuse e gruppi sempre più numerosi di fedeli si radunarono sotto il noce per vedere e ascoltare Antonio. Durante questo soggiorno una tradizione locale pone la Visione di Gesù Bambino, che altre testimonianze collocano in Francia. Il fenomeno potrebbe anche essersi ripetuto, viste le particolari doti del Santo.
Si racconta che una sera Tiso, mentre si recava nella stanza del Santo, vide sprigionarsi dall'uscio socchiuso un intenso chiarore e, pensando che si trattasse di un incendio, spalancò la porta, ma si trovò dinanzi ad una scena inattesa: Antonio stringeva tra le braccia Gesù Bambino. Scomparsa la visione, il Santo si accorse della presenza del conte e lo pregò di non farne parola con nessuno. Solo dopo la morte di Antonio, infatti, egli diffuse notizia di quello di cui era stato spettatore.
L'unica data certa della vita del Santo è proprio quella della sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231. Verso mezzogiorno Antonio fu colpito da un collasso e i confratelli accortisi della gravità della situazione, come da suo desiderio, si accinsero a riportarlo al convento di Santa Mater Domini, adagiandolo su un carro trainato da buoi e si incamminarono verso Padova, ma alla periferia della città le sue condizioni si aggravarono talmente che essi decisero di ricoverarlo nel vicino monastero di Santa Maria de Cella (Arcella), dove viveva una comunità di Clarisse. Antonio venne adagiato in una cella e pregò insieme agli altri frati fino all'ultimo, cantando con un filo di voce un inno alla Vergine, rimanendo poi assorto in contemplazione. Morì a 36 anni non compiuti. Erano circa le cinque del pomeriggio. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova, frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Subito dopo, il suo corpo venne conteso tra il convento dove era spirato e quello di Santa Maria, e si ebbero delle vere e proprie sommosse popolari, ma alla fine si giunse a un accordo e la salma fu trasportata nella chiesa di Padova. L'arca che conteneva le spoglie di Antonio fu collocata su colonne attraverso cui passavano le folle dei devoti che da ogni dove andavano a rendergli omaggio e che in tal modo si ponevano simbolicamente sotto la sua protezione. Dopo la sua deposizione si produssero molti miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato decine e decine di miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba recisa o un piede, rendendo innocui cibi avvelenati, mostrandosi in vari posti contemporaneamente, qualche volta anche con Gesù Bambino in braccio.
La sua vita, la sua predicazione e i suoi miracoli fecero sì che Antonio venisse subito canonizzato, dopo solo un anno dalla morte, il 30 maggio 1232, da Papa Gregorio IX e il suo corpo venne deposto, nel 1263, in una nuova e più ampia chiesa - che sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini - che fosse in grado di accogliere le schiere di pellegrini devoti al Santo. In quest'occasione, venne aperto il sarcofago in cui si scoprì che la sua lingua era rimasta intatta e S. Bonaventura da Bagnoregio, che era presente, la mostrò alla folla con commozione, esclamando"O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noto quanto merito hai acquistato presso Dio". Assieme alla lingua, anche il mento e un dito del Santo vennero posti in vari reliquiari, conservati nella Cappella del tesoro presso la Basilica, mentre il corpo fu posto in una nuova cassa, sigillato e deposto nell'arca. Una seconda ricognizione, attuata nel 1981, ha dato modo di constatare che i sigilli apposti da S. Bonaventura nel 1263 erano ancora intatti.
Nel 1946 Pio XII ha proclamato sant'Antonio, Dottore della Chiesa.

venerdì 12 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1994 vennero uccisi Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson e il suo amante Ronald Goodman. Della loro morte venne accusato l'ex marito, l'ex giocatore di football e attore cinematografico Oriental James Simpson, noto soprattutto per la trilogia della "pallottola spuntata", catturato dopo uno spettacolare inseguimento sulle autostrade della California ripreso dalla maggior parte dei network televisivi americani.
“Ricordo di aver pensato subito: “Mio Dio, devo stare attento a non finire in questo lago di vernice rossa”… Poi capii che era invece sangue umano. C’erano 2 cadaveri, una donna e un uomo. La donna aveva la testa quasi recisa dal collo. L’uomo era pieno di ferite di coltello. Ne contai almeno 10, ma poi scoprimmo che erano 17. Non avevo mai visto un massacro simile”. Così il detective della polizia di L. A., Fuhrman, descrisse la scena del crimine come gli si presentò la notte del 12 giugno 1994, quando le autorità accorsero alla telefonata allarmata di un residente della zona che aveva notato una sagoma stesa a terra sul viale d’ingresso di una delle abitazioni vicine.
Le vittime – La donna era Nicole Brown, 35 anni, ex moglie del campione di football, attore e star TV, Orenthal James Simpson. L’uomo si chiamava Ronald Lyle Goldman, 25 anni, cameriere e presunto amante della donna, entrambi uccisi nella casa di lei. Il sangue era ovunque ma l’arma del delitto, presumibilmente una lama di 13 cm, sembrava introvabile. L’assassino, tuttavia, aveva lasciato parecchi indizi a partire da un guanto sporco di sangue, rinvenuto accanto ai cadaveri. Inoltre, alcune analisi rivelarono anche la presenza di tracce ematiche di una terza persona. Dunque – conclusero gli inquirenti – chiunque avesse ucciso la coppia aveva incautamente scordato il guanto e forse, nella concitazione dell’aggressione, si era ferito perdendo sangue. Un elemento determinante per stabilire il DNA del killer. I primi sospetti caddero subito sull’ex campione Simpson già accusato dalla moglie, tempo prima, di maltrattamenti.
I rapporti tra i 2 ex coniugi erano molto tesi. Queste le parole di Nicole a proposito della vita con Simpson, in una lettera che la donna scrisse al consorte poco prima della separazione: “Sono rimasta incinta 2 volte, e ogni volta mi hai lanciato occhiate di disgusto per i chili che avevo preso. Dicevi che ti facevo schifo… Dopo aver dato alla luce Justin, mi hai picchiato così violentemente che ho dovuto mentire al medico […]. Non c’è stato un solo giorno della nostra vita insieme in cui tu non mi abbia fatto rimpiangere di averti sposato”.
Le accuse nei confronti di Simpson divvennero prove di reato quando la polizia – ottenuto a poche ore dal rinvenimento dei corpi il permesso di perquisire la casa dello sportivo – trovò il secondo guanto della scena del crimine, anch’esso intriso di sangue. E questo fu solo l’inizio di una lunga serie di indizi a carico.
La notte dell’omicidio, il giocatore di football era a Chicago all’O’Hare Plaza Hotel e tornò nella sua casa di  L.A. solo il mattino dopo, atteso da una folla di cronisti interessati ad un commento della star sulla vicenda e sui sospetti intorno alla sua persona. I giornalisti volevano lo scoop e questo non tardò ad arrivare: mentre Simpson era impegnato a spiegare la propria estraneità ai fatti, le telecamere inquadrarono il suo braccio bendato. O.J. era ferito. A queste evidenze si unirono la testimonianza di un negoziante che sostenne di aver venduto, qualche giorno prima, a Simpson uno Stiletto tedesco e quella dell’autista del campione, Allan Park, il quale diede indicazioni molto precise sugli spostamenti del datore di lavoro la sera del 12 giugno. Il dipendente raccontò che alle 22.30 avrebbe dovuto recarsi a casa Simpson al fine di accompagnare l’uomo all’aeroporto in tempo per il volo verso Chicago delle 23.30. L’autista era arrivato puntuale a casa di O. J. ma nessuno aveva risposto al suono del campanello. Il dipendente aveva atteso circa 25 minuti fuori dalla porta e durante l’attesa aveva notato la sagoma di un uomo che correva dietro la casa del campione. Gli era parso che si trattasse di un uomo di colore ma il buio gli aveva impedito di distinguere la figura. Un fatto certo fu che dopo aver visto la sagoma, Park provò nuovamente a suonare alla porta ottendo, questa volta, risposta. Simpson si giustificò sostenendo che si era appisolato e non aveva sentito i ripetuti richiami dell’autista, dopodichè i 2 erano partiti in direzione aeroporto.
Quando gli agenti giunsero alla villa di O. J. per arrestarlo, il campione era già fuggito. Dopo aver sequestrato l’amico Al Cowlings sotto la minaccia di un’arma da fuoco, i 2 si erano lanciati in una corsa senza meta a bordo di un Branco Ford. La fuga si concluse ore dopo con il fermo di Simpson per omicidio, resistenza a pubblico ufficiale, sequestro di persona e tentata fuga.
Al processo l’accusa sostenne che Simpson, colto da un raptus incontrollabile di gelosia, avesse massacrato la moglie e il di lei amico trovandoli a casa insieme. Inoltre, il test del DNA aveva confermato che la terza persona presente sul luogo del delitto era l’imputato. Tutto sembrava incolpare il giocatore, tuttavia, l’opinione pubblica era divisa sulla vicenda e il processo assunse presto i toni di una questione razziale. L’America nera vedeva nel caso Simpson l’ennesima ingiustizia perpetrata ai danni della gente di colore con un’imputazione priva di vero movente. L’America bianca, invece, viveva la questione con imbarazzo: se le stesse prove avessero riguardato qualsiasi altro individuo e non un Simpson mito del football la condanna sarebbe stata certa ed immediata.
Poi arrivò la svolta. Mentre l’agente Fuhrman veniva accusato dalla difesa di razzismo e di inquinamento della prove, Simpson venne invitato dall’accusa ad indossare i guanti dell’assassino per accertarsi che fossero della taglia giusta. Gli indumenti erano troppo piccoli. Il 3 ottobre del 1995 Simpson fu prosciolto con formula piena. Dieci anni dopo, uno dei legali del campione, Lee Bailey, dichiarò pubblicamente che Simpson, al tempo del processo, aveva fallito il test della macchina della verità e che i risultati erano stati nascosti per non aggravare la sua posizione. Simpson non si scompose: “[…] Io sono sereno in ogni caso. Se anche i cadaveri uscissero dalle tombe e mi accusassero di essere l’assassino, non si può essere processati 2 volte per lo stesso crimine. Sono stato assolto […]. Questa è la verità e l’America e il mondo devono accettarla”.
Successivamente, O.J. Simpson stava scontando una pena di 33 anni per rapina a mano armata e sequestro di persona; dopo i primi 9 anni presso il penitenziario di Lovelock, nel Nevada, dal 2017 è stato posto in libertà vigilata. La condanna è stata comminata poiché fu ritenuto colpevole di aver rubato in una stanza d'albergo a Las Vegas, il 16 settembre 2007, dei cimeli che a suo dire gli erano stati sottratti tempo prima. E' deceduto il 10 aprile 2024 a causa di un cancro alla prostata, all'età di 76 anni.
Un investigatore privato, William Dear, ha pubblicato un libro nel quale sostiene che O.J. sia davvero innocente.
Secondo l'investigatore privato, il vero colpevole sarebbe Simpson junior, all'epoca dei fatti 24enne, proprietario del fodero di cuoio in cui è custodita l'arma. A incastrarlo anche il diario segreto e alcune email sospette inviate ai compagni di college. Ma è soprattutto una foto - in possesso di Dear - in cui James indossa un berretto rinvenuto poi sulla scena del delitto.
Un omicidio compiuto per i problemi psichici del figlio di O.J. (disordini di rabbia a intermittenza), tanto che il crimine non sarebbe stato premeditato.
O.J. ha deciso di non commentare le rivelazioni contenute nel libro dell'investigatore; al momento, la magistratura americana non ha riaperto il caso e in sede penale il duplice omicidio resta ancora senza un colpevole.


giovedì 11 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer muore, a sessantadue anni, dopo essere stato colpito da un ictus durante un comizio a Padova il giorno 7. I suoi funerali, a piazza S. Giovanni, a Roma, sono un immenso corteo commosso, fatto di fedelissimi, di alleati, ma anche di avversari politici e di gente comune, che in lui ha avuto modo di apprezzare il rigore morale e la passione per il suo lavoro.
Compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale; il lessico berlingueriano dà la misura di quanto profondamente l’azione e il pensiero del leader comunista siano stati intrecciati con la storia italiana di quegli anni e, soprattutto, con quella della sinistra. Enrico Berlinguer è stato un uomo molto popolare; molti, e non solo tra i suoi, ne apprezzarono il carattere schivo e coraggioso e l’onestà intellettuale e molti, ancora oggi, rimpiangono il suo volto come quello di un’Italia che forse è finita con lui. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo pianse “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” e che ne riportò la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale, riteneva che “se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera”.
Nei giorni che seguirono la morte di Berlinguer molti, e non solo i suoi compagni, sottolinearono le sue qualità umane, salutando in lui “un uomo vero”, come fece Giorgio Bocca o “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, come scrisse Indro Montanelli.
Berlinguer, il leader; Enrico Berlinguer, l’uomo. Ed ecco che due immagini vengono alla mente. La prima risale al 1976; il segretario del PCI, a Mosca, sul palco del congresso del PCUS davanti a cinquemila delegati, prende la parola per parlare del valore della democrazia, del pluralismo, condannando l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. La seconda è l’immagine straziante di Berlinguer, affaticato, sul palco di Piazza della Frutta di Padova, durante il comizio di chiusura delle elezioni europee, il 7 giugno del 1984; gli manca il respiro, sussurra, le forze gli vengono meno, eppure continua a parlare. "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...", pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Alla fine perde conoscenza; non è la stanchezza, ma un ictus che, quattro giorni dopo, ne causerà la morte. Tra queste due date si consumano le fasi più significative della parabola di un uomo che ha impresso un proprio peculiarissimo segno nel corso della storia del nostro paese.
La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
Così diceva Berlinguer nel 1980; non è che una delle tante riflessioni che testimoniano la sua lungimiranza e l’attualità del suo pensiero.
Nel 1983 Giovanni Minoli lo intervista per Mixer; ne emerge un ritratto che rende merito ad entrambe questi aspetti della sua personalità. L’uomo timido, pieno di pudore, che si dispiace di essere definito un uomo triste, semplicemente “perché non è vero”, l’uomo che dà grande importanza alla famiglia, ai figli, per quanto non si pente di aver sacrificato alla politica molta parte del suo tempo, né spera di doversene pentire mai. Ma anche il leader sicuro delle proprie scelte, “fedele agli ideali della sua gioventù”, che ribadisce lo strappo con Mosca e considera il potere “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare i propri ideali”. Alla domanda su cosa gli dispiace del potere, Berlinguer sembra non avere dubbi, non evoca le distorsioni del potere e il suo implicito rischio di generare corruzione, e risponde soltanto: “Mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi”.

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