Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio nasce a Tours, in Francia, Honoré de Balzac, il maestro del romanzo realista francese del 19esimo secolo.
L’alta statura intellettuale di Balzac domina tutto il XIX secolo letterario non solo della Francia. Giornalista, “industriale” fantasioso e fallimentare perennemente indebitato, figura brillante di una società alla quale finisce per imporsi, dandy, uomo d’azione e sognatore allo stesso tempo, vittima delle contraddizioni del mondo di cui era stato l’implacabile notomizzatore, Balzac finisce col fondersi e confordersi con quel “figlio del secolo” di cui ha contribuito a costruire il mito e a diventare egli stesso una figura dei suoi romanzi. «Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato» scriverà Baudelaire che lo amò, tirandone questo ritratto: «Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche».
Mentre Balzac si attestava sulle “due verità” legittimiste, il trono e l’altare, Hugo riconosce in lui un autore rivoluzionario; mentre i suoi contemporanei lo prendevano per un “realista”, Baudelaire lo salutava come uno straordinario immaginario. La sua opera accoglie queste tensioni dinamiche e critiche. Egli ne è compenetrato, ed è questa complessità irriducibile che trasforma la «Comédie humaine» in una opera capitale della letteratura mondiale.
Il padre di Balzac, Bernard François Balssa - senza particella nobiliare -, funzionario imperiale, figlio della rivoluzione francese, aveva sposato a cinquantun anni una giovane donna che ne aveva diciannove: questa storia vera potrebbe essere lo spunto per un romanzo balzacchiano. Infatti, Honoré non cesserà di rappresentare le donne mal maritate, i drammi della vita privata, la disgregazione delle coppie. Ad un padre liberale, che confida negli ideali progressisti del suo tempo, corrisponde una madre che ama certamente poco i figli inflittigli dal matrimonio e si ripiega nella tristezza di una vita isolata. La lotteria delle nomine e degli incarichi fanno nascere Balzac, nel 1799, a Tours: non è figlio della sua regione, e la sua Touraine sarà quella che adulto riconoscerà. Messo a balia, quindi interno al collegio di Vendôme dagli otto ai quattordici anni, Balzac conserva della sua infanzia poche memorie felici.
Fin da 1814, la famiglia va ad abitare a Parigi, ed Honoré diventa allievo dell’attuale istituto universitario Charlemagne. Nel frattempo il padre mette al mondo un figlio adulterino e l’autore della «Fisiologia del matrimonio» oserà dire che l’adulterio è la risposta alle sofferenze della vita coniugale.
Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini. Era nella logica paterna che Honoré diventasse notaio. Ma, completati i suoi studi di diritto, Balzac sceglie per sé il destino di scrittore, e di mantenersi coi proventi della scrittura. È una scelta audace che richiede di rompere allo stesso tempo con una certa idea del successo borghese e con la sua famiglia. Il giovane Balzac era allora “di sinistra” e, oltre ad aver letto Locke e restare segnato dal suo materialismo, si interessava alle idee dei sainsimonisti . Questa scelta è anche nel solco di una vita piena di ristrettezze: Balzac va a vivere in una mansarda, in rue Lesdiguières, e si mette al lavoro. Trasfigurata, quest’esperienza si trova in molti dei suoi romanzi: a venti anni, Balzac ha conosciuto la vita di uno studente povero e di un genio in cerca di se stesso.
Per riuscire in letteratura intorno al 1820, occorreva scrivere per il teatro, sicuramente il settore creativo più remunerativo (come oggi scrivere sceneggiature per il cinema o per la pubblicità), oppure scrivere di storia o anche poesia, arte ancora non discreditata, che assicurava quantomeno il prestigio spirituale non certo quello materiale. Balzac tenta una tragedia, «Cromwell». È un fallimento. Per vivere, si fa romanziere fornitore di sale di lettura, e pubblica, sotto diversi pseudonimi, piccoli romanzi anti-romantici e satirici: «Jean Louis, l’ereditiera di Birague » (1822). I suoi pseudonimi hanno una caratteristica comune, quello della nobiltà: Horace de Saint-Aubin, lord R’Hoone.
Nella sua vita privata, gli eventi urgono: le sue sorelle si sposano. Laurence, la più giovane, morirà nel 1825, abbandonata, dopo avere conosciuto un inferno coniugale. Quanto a Balzac, diventa nel 1822 l’ amante di Laure de Berny, di gran lunga più grande di lui, che gli fungerà da madre, maestra, iniziatrice al mondo, aiuto finanziario nelle imprese pericolose che presto tenterà. Se la signora Balzac è stata la prima “donna di trenta anni” (allora un’indicazione anagrafica per donne mature) che abbia incontrato, la Sig.ra de Berny è stata il modello di tutte queste donne che abitano il mondo di Balzac, donne mature, spesso disilluse, che amano – già navigate - giovani che iniziano al mondo: tale è la signora de Mortsauf («Il giglio nella valle»), o la signora de Bargeton («Illusioni perdute»).
Con un andirivieni costante dalla vita personale alla scrittura, Balzac (ancora sotto pseudonimo e perfettamente ignoto) scrive romanzi nei quali i temi della vita privata guadagnano in importanza: «Annette ed il criminale» (1823), il «Colonnello Chabert » (1832) e soprattutto « Wann Chlore» (pubblicato nel 1825), la cui eroina anticipa tutte le giovani donne balzacchiane di là da venire. Inoltre «L’ultima fata» descrive una struttura romanzesca che diventerà idealtipica nel suo universo romanzesco: quella della tensione tra l’ideale e la realtà, e del giovane uomo lacerato tra la donna senza cuore e l’angelo. Mancata sul piano del successo letterario, questa prima carriera avrà la sua importanza per la costruzione del seguito.
Balzac vuole il potere e il denaro. Nell’epoca dell “Arrichitevi!” di Guizot, affonda anch’egli il suo mestolo nel brodo della società capitalistica in ebollizione, cercando di tirarne su qualcosa. Si lancia negli “affari”: stampa, fonderia. Nel 1828, è la prima catastrofe, modello di tutte le altre. Se Joyce tenterà ragionevolmente di sfruttare la nascente arte cinematografica progettando l’apertura di una sala, Balzac, dalla fantasia rutilante e “ romanzesca”, perseguirà per tutta la vita progetti enormi e fantasiosi: dalla coltura degli ananas nella regione parigina allo sfruttamento in Sardegna di miniere d'argento già abbandonate nell’Antichità…
Occorre dunque ritornare alla letteratura: questa volta Balzac tenta il romanzo storico (genere di successo all’insegna di Walter Scott), «L’ultimo Chouan», dove dà delle guerre dell’Ovest durante il periodo rivoluzionario un’immagine antiliberale sposando il punto di vista codino e legittimista; tenta anche un tipo di scrittura quasi sociologica, «La fisiologia del matrimonio», dove descrive in modo umoristico l’istituzione coniugale, pur lasciando filtrare la gravità e la tragicità dell’argomento. Escono dunque le prime «Scene della vita privata»: alla vigilia della rivoluzione di luglio, Balzac - che inizia a firmarsi Honoré de Balzac - è considerato lo specialista della donna e del matrimonio.
Diventa giornalista nel gruppo di Émile de Girardin e tiene una regolare rubrica di cronaca politica nel «Voleur»: “Lettres sur Paris”. Siamo agli albori del giornalismo moderno, e mai quest’attività sarà secondaria per Balzac; accompagna tutta la sua creazione, l’àncora nel presente, gli permette di riflettere sulle sue scelte politiche (vira verso il legittimismo nel 1831), modella la sua scrittura e soprattutto lo lancia nel Tout-Paris del momento. Il successo sembra arrivare: «La pelle di zigrino», racconto filosofico nella Parigi del 1830, è salutato dai letterati che contano.
Assecondando le tendenze mondane e la propria inclinazione, Balzac, a poco più di trent’anni, raggiunge il successo. I suoi sogni d’integrazione e di riconoscimento sono così intensi che lo conducono a frequentare gli ambienti aristocratici (il “monde”, cui aspirano tutti coloro che la nascita ha posto nei ranghi inferiori, nel démi-monde) e a volere per amante la marchesa di Castries.
La nuova reputazione d’esperto in cuori femminili gli vale il ricevimento, nel 1832, di una lettera poeticamente firmata “la straniera”. È di una contessa polacca, Eva Hanska, coniugata e dimorante in Ucraina: l’inizio di una storia romantica, che durerà fino alla morte dell’autore.
Per intanto, Balzac vive nel lusso, si veste come un dandy pur non avendone il fisico, spende con superiorità gli anticipi versatigli per le opere che non ha ancora scritto, salvo poi sfinirsi per consegnarle nei termini contrattuali. Corre appresso al proprio tempo, dietro le illusioni del mondo. Lavora diciotto ore al giorno, beve torrenti di caffè, e rasenta la pazzia nel giugno del 1832. Parzialmente autobiografico è a tal proposito, il romanzo «Louis Lambert» che porta i segni di questa crisi: Louis, figura d’intellettuale ferito, esaltato, romantico, muore pazzo. Ma tutti i suoi personaggi maschili sono febbricitanti: c’è dietro la Francia di Luigi Filippo, di Guizot, dell’ascesa del capitalismo certamente, ma c’è dietro anche il delirante, il “romanzesco”, l’enorme Balzac.
I romanzi si succedono vertiginosamente (due, tre all’anno), sono le prime fondamenta della mitologia balzacchiana e della sua visione singolare del proprio secolo. A «Louis Lambert» risponde, nel 1833, l’utopia de «Il medico di campagna»: pianificare, per arginare le forze distruttive del desiderio; agire collettivamente, per sostituire alle passioni individuali l’ordine collettivo. La Rivoluzione, per Balzac, lungi dall’ aver messo termine alle ingiustizie ed alle disuguaglianze, le ha rafforzate. Ha escluso, marginalizzato migliaia di persone: eroi “popolari”, criminali per fame, giovani senza futuro, donne liberate ma indebolite dalla legislazione napoleonica. Il mondo moderno è duro; gli uomini e le donne vi soffrono. Il liberalismo è una menzogna che ha favorito l’aumento degli egoismi e la morale degli interessi. «Il medico di campagna», Benassis, è un cuore ferito, che avendo sofferto, è capace di riflettere in modo critico sulla società in cui vive: ciò che c’è più di romantico in Balzac, è l’evidenza che il dolore fonda la coscienza. Dello stesso spirito - per ritornarne al tema delle forze distruttive della società contro l’individuo-, partecipa «La ricerca dell’assoluto», ricerca di un lucido folle smarrito nel mondo “reale”.
A quest’universo reale, lo scrittore volge sempre più le sue attenzioni: le prime “scene della vita di provincia”, «Il curato di Tours» apparso nel 1833, e l’anno successivo, «Eugénie Grandet» e «L’illustre Gaudissart», ne sono testimonianza. Balzac scrive e pubblica rapidamente: una circolarità di situazioni e di tipi emerge nella fitta schiera dei suoi romanzi. Nel 1833, ipotizza di fare ritornare dei personaggi già creati nei suoi romanzi precedenti. Idea “brillante” secondo l’interessato stesso, che permetterà di mostrare l’unità di ciò che, nato della stessa urgenza artistica, potrà diventare un affresco del mondo moderno. È nel «Papà Goriot» (1834 -1835) che Balzac mette per la prima volta in pratica quest’innovazione, le cui conseguenze saranno fondamentali per l’invenzione della «Commedia umana». I Rastignac, i Rubempré, diventeranno gli eroi mobili di una saga sociale che non ha eguali nella narrativa moderna.
Tuttavia, mentre rafforza la sua relazione con la signora Hanska (la raggiungerà a Ginevra nel 1834, a Vienna nel1835), Balzac ne allaccia un' altra, con la contessa Visconti. Continuando a fare “affari”, compera un giornale, «La cronaca di Parigi». E scrive sempre più forsennatamente, al punto, questa volta, di mettere seriamente a repentaglio la salute: dopo la pubblicazione de «Il giglio nella valle», nel 1836, è vittima di un attacco. Anno terribile per lui: mentre viaggia in Italia, Balzac apprende della morte della Signora de Berny, quella che chiamò sempre “Dilecta”; «La cronaca di Parigi» fa fallimento, e Balzac affronta un pesante processo con l’editore Bulloz.
Alla fine del 1836, si getta in una nuova avventura giornalistica e letteraria facendo uscire su «La Presse», in dodici puntate, «La Vielle fille». Era l’inizio del «roman-feuilleton» ossia di quel romanzo di diffusione popolare, che veniva pubblicato nell’ultimo foglio (da dove il termine) dei quotidiani allo scopo di uncinare il lettore, con la storia narrata a puntate, all’acquisto del giornale medesimo. Balzac non poteva restare estraneo ad alcuna delle invenzioni del suo tempo in questo settore: volle per sé fino alla morte un destino di scrittore popolare, di giornalista, di editore.
Questa nascita del «roman-feuilleton», nuovo strumento per un nuovo pubblico, coincide con il pieno controllo di quello strumento che egli ha messo a punto: il romanzo balzachiano, quello ciclico coi personaggi che ritornano. Apre anche l’ultima fase della “carriera” di Balzac e fornisce ad uno dei suoi più famosi romanzi, «Illusioni perdute», le esperienze ancora fresche appena vissute: la potenza della stampa e il ruolo di un’opinione pubblica con la quale occorrerà fare i conti; commercializzazione, industrializzazione dell’impresa letteraria; circolazione delle idee e delle merci, “commercio” dello spirito. La composizione e la pubblicazione delle «Illusioni perdute» si protrae per sette anni (1837 -1843), fatto che non comporta una diminuzione dell’attività creativa di Balzac: dal 1837 alla morte, avvenuta nel 1850, scrive più di 23 romanzi, tenta anche la scrittura per il teatro e prova ancora ad avere il “suo giornale”, la «Revue parisienne» (tre numeri). I romanzi di questo scorcio finale della sua vita sono quelli che la posterità ha più amato: « César Birotteau », (1837) «La cugina Bette» (1846) «Il cugino Pons» (1847), passando per « Une ténébreuse affaire », «Le memorie da due giovani spose» (1841) o «Splendori e miserie delle cortigiane» che chiude la vicenda di Lucien de Rubempré iniziata nelle «Illusioni perdute». Alcuni dicono che è il rabbuiarsi definitivo di un mondo che il movimento romantico aveva mostrato sotto le sue due facce, luce e notte: e che adesso altro non è che notte.
Ma è a partire da questo perfetto controllo della tecnica narrativa che Balzac realizza una formidabile macchina romanzesca: nel 1841 appare in un contratto il titolo di «Comédie humaine». Nel 1842, Balzac redige la prefazione, dove chiarisce le sue intenzioni sull’organizzazione dell’immensa materia narrata. È nel 1845 infine che elabora l’indice completo della sua “Commedia”, umana, visto che altri hanno scritto quella “divina”. Così come la concepisce nella sua totalità è formata da 137 romanzi, con quasi 2.000 personaggi (46 romanzi sono restati allo stato di progetto o di semplice schizzo preparatorio).
Nel frattempo, con la morte del marito della signora Hanska, il sogno cominciato sette anni prima poteva compiersi: nel 1843, Balzac parte alla volta di San Pietroburgo per raggiungervi la sua Eva, lasciando dietro di sé una scia di debiti che rischiano di farlo arrestare. Ritorna per trovare il suo lavoro, i suoi debiti, la sua fuga perenne, ma il medico gli diagnostica una meningite cronica. Viaggia molto attraverso l’Europa con la sua Straniera, da cui spera anche di avere un bambino (ma la signora Hanska, che nel 1846 ha già quarantacinque anni, non condurrà a termine la sua gravidanza), e trascorre i suoi ultimi due anni tra la Francia e l’Ucraina. La rivoluzione del 1848 gli ispira soltanto riflessioni negative, e, candidato alla Académie Française al seggio di Chateaubriand, ottiene soltanto due voti. Sposa la signora Hanska il 14 marzo 1850, in Ucraina. A fine giugno, non può più scrivere. Esausto, rientra a Parigi, per morirvi il 18 agosto. Hugo, che pronunciò il suo elogio funebre al Père-Lachaise, riporta in «Cose viste» il breve scambio che ebbe con il ministro dell’Interno. Mi dice: « Era un grand'uomo». Gli dico: «Era un genio».
Balzac è l’inventore del romanzo del mondo moderno, cioè del mondo dopo la Rivoluzione. Durante tutto il XIX secolo, e durante una buona parte del XX, i romanzieri francesi e stranieri si sono pronunciati per o contro ciò che è rapidamente diventato il “modello balzacchiano”. Questo romanzo è totale - Balzac rivendicava lo spirito sistematico contro la tentazione del “mosaicismo” - nel senso che egli si vanta esplicitamente di un’ipotesi scientifica: Balzac vuole elaborare la tassonomia e la classificazione dei tipi umani, come Cuvier o Geoffroy Saint-Hilaire facevano per le specie animali. Crede che il corpo sociale sia identico alla fauna naturale. Ritiene anche che il lavoro dello scrittore, simile in ciò a quello stesso dello scienziato, sia di descrivere e spiegare: «Dovrà essere cercata all’interno della stessa società la ragione delle sue dinamiche», afferma nella prefazione della «Comédie humaine».
L’ambiente dove questo programma estetico deve compiersi è quello della realtà storica e sociale: romantico, Balzac sa che, dopo la Rivoluzione, ogni uomo, potente o umile, è entrato da protagonista nella storia. La storia dà a ciascuno la forma del suo destino; dispone dei cuori, delle scelte che si credevano personali. Avanza, ed ha un senso: scrivere il passato serve a comprendere il presente, o anticipare il futuro. La storia, trama del testo, è anche la vera finalità della poetica balzacchiana; “storico fedele e completo”, “più storico che romanziere”, ma capace di trionfare dove la storia fallisce: «Ho fatto meglio dello storico, perché sono più libero», così Balzac si raffigura affermando ancora che il suo ruolo è di fare l’inventario della società francese e di essere il “segretario” di questa società.
Che essa sia recente (epopea napoleonica, Restaurazione), appena distante nel ricordo (guerra di Vandea), o anche contemporanea (Monarchia di Luglio), la storia è ovunque: fondo, forma, dinamica del testo. Per afferrarla, il migliore strumento è il romanzo: poiché il romanzo, grazie a Balzac, è un genere totale, che contiene tutto, «l’invenzione, lo stile, il pensiero, la conoscenza, la sensazione». Flessibile, realistico o visionario, con lo sguardo teso a cogliere l’universale o il particolare, l’artista può tutto dire e tutto illuminare, fare concorrenza non solo allo “stato civile”, ma alla scienza: analogico e deduttivo come essa, e come essa preso d’accessi di verità.
Dacché «ogni romanzo è soltanto un capitolo del grande romanzo della Società» (prefazione di «Illusioni perdute»), ne consegue che l’organizzazione globale di tutti i suoi libri doveva essere, per Balzac, lo strumento perfetto di quest’espressione totale del reale. Aveva una visione filosofica globale della vita, predominata dall’idea della concentrazione necessaria sull’energia, perlopiù individuale contrapposta alle forze collettive della società e della storia. Ogni individuo, per Balzac, possiede infatti una certa quantità d’energia che l’azione o la volontà utilizzano. Che si eserciti dentro di sé o nel mondo esterno, il desiderio guida l’essere. Quest’idea forte già suggeriva a Balzac una concezione centripeta della sua opera. Ragionava per insiemi, per grandi movimenti, per strutture. La «Commedia umana» è la sistematizzazione della sua filosofia: nel 1833 escogita l’invenzione del “ritorno dei personaggi”, messa in atto nel «Papà Goriot».
Nel 1834, Balzac concepisce di dare un ordine a tutta la sua opera dividendola in tre parti: “studi di costume”, “studi filosofici”, “studi analitici”. Nel 1835, cercando un titolo per l’intero progetto, pensa a “studi sociali”. Nel 1842 infine, trova il titolo di “ commedia umana” e redige la prefazione famosa dove spiega la sua visione "zoologica" dei tipi umani. Questo titolo, dall’ambizione sproporzionata, ricorda che il mondo è un vasto teatro dove gli uomini svolgono, alla meno peggio, il loro ruolo prima di morire, ma designa anche l’opera come il modello fittizio attraverso il quale il romanziere penetra nei meccanismi e li rivela. Poiché tale è la sfida: smontare, dimostrare, appassionatamente svelare. Condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, ma coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo. Gli “studi dei costumi” dovevano rappresentare “tutti gli effetti sociali”, tracciare “la storia del cuore umano punto a punto”. Dopo gli effetti, le cause: gli “studi filosofici” diranno “perché le sensazioni, perché la vita”. La ricerca dei principi infine era riservata agli “studi analitici”. A edificio ultimato, Balzac avrebbe scritto le “Mille e una notte dell’Occidente”, secondo la sua espressione.
Occorre prendere questo delirante progetto sul serio. Penetrare nella Commedia umana, è, in effetti, superare una soglia magica: dal fondo della provincia francese emergono figure reali e fantastiche, individualizzate all’estremo e tuttavia tipiche. Giovani ambiziosi che il miraggio parigino strapperà alla loro monotonia, giovani donne distrutte da usurai folli, vegliardi smisurati, donne di trenta anni che dispongono di riserve infinite d’amore, celibi, nobili rispettabili ma smarriti nel ricordo di altre età, filantropi disperati venuti a cercare l’ombra ed il silenzio... Dietro le persiane chiuse, nelle dimore minuziosamente visitate, descritte - poiché, per Balzac, i luoghi producono e rivelano le persone -, drammi si annodano, rancori e odi serpeggiano, passioni si scatenano.
A una provincia delle eredità, dell’accumulo dei beni, dell’ombra e delle fortune sedimentate risponde una Parigi in piena metamorfosi, scintillante. Città di tutte le tentazioni, di tutte le possibilità e di tutti i fallimenti. Città abbagliante, fantastica sotto la penna balzacchiana. Inferno, vero dio del mondo di Balzac, dove si fissano i valori degli uomini e delle cose (dove «dietro ogni angolo si nasconde un interesse») dove s’aggirano le più belle donne, dove i bellimbusti fanno le loro uscite e dove riescono soltanto gli squali, i lupi cervieri del mondo moderno.
La Commedia umana: più di 2.000 personaggi, centrifugati negli interessi, nelle passioni, nelle sofferenze; lacerati dalla vanità , l’ambizione, l’egoismo... Poiché le “Mille e una notte dell’Occidente” di Balzac sono politiche, sociali, economiche! Alla magia dell’Oriente risponde la realtà dell’Occidente.
Il realismo balzacchiano - alcuni hanno detto la “volgarità” balzachiana - è fatto inizialmente di una convinzione: la realtà è afferrabile dalla scrittura. Poiché, per Balzac, essere realisti non è riprodurre “la ” realtà. Quale allora?
Il principale compito è comprendere: che il mondo muta, che emergono nuovi soggetti, nuove forze, che la storia sconvolge le condizioni e le mentalità, che le città si trasformano, che la borghesia non ha gli stessi valori della nobiltà... Dipingere la vita moderna, nei suoi lati oscuri e luminosi. Dunque parlare di denaro, poiché il denaro guida il mondo, mostro di cui nulla uguaglia la violenza distruttiva e la potenza inventiva, metafora del desiderio e del successo. Riuscire, nel mondo moderno, è realmente altra cosa che “fare fortuna”?
Descrivere dunque. Entrare nei dettagli che danno il senso: Balzac sa il potere degli abiti, la funzione dei mobili, il ruolo degli oggetti. Balzac sa che avere vuol dire essere. Prevede che il mondo moderno sarà quello del feticismo della merce di cui dirà Marx, che peraltro verso lo eleggerà a proprio scrittore.
Ma soprattutto occorre interpretare, comprendere, dunque reinventare: la verità della natura e quella dell’arte non sono le stesse. Per essere realistici, occorre essere surrealisti: per essere un romanziere realista, occorre essere epico e mitico, proiettare le vicende degli uomini comuni nel grande schermo del romanzo totale. Il migliore mezzo del “realismo” balzacchiano, è l’immaginazione che stilizza, caratterizza, ricompone: Balzac prende un individuo, ne fa un tipo, passa al mito (Grandet, Vautrin, Rastignac, Goriot ed anche « la donna-di-trent’anni »...). Balzac prende una casa, ed essa diventa un corpo fantastico, affronta Parigi, e Parigi diventa labirinto ed inferno...
È per questo che al centro di tutta l’opera balzachiana si trova la riflessione sull’arte e sull’artista. Personaggio “romantico” per eccellenza, l’artista occupa l’immaginazione di Balzac. Uomo del desiderio, dedito alla ricerca dell’assoluto, dotato di una vista acuta che sa decifrare i misteri della natura, della vita, della società, capace di svegliare le forme immerse nel nulla, demiurgo... e disperato specchio infine, dove qualsiasi cosa viene a riflettersi.
La letteratura ha il compito di riprodurre la natura con il pensiero. Il creatore prometeico osserva, esprime, ricorda ed inventa: il romanzo balzacchiano è questo alambicco alchemico dove il reale trasmuta nel mito e nel simbolo, dove emerge ciò che non si conosceva, dove l’immagine e la condensazione della scrittura rendono visibile e leggibile ciò che era soltanto frammento, polvere, pezzetti di “realtà” prive di qualsiasi significato. Balzac è dunque Scheherazade: con lui, le realtà prosaiche del mondo moderno, i piccoli affari della piccola borghesia, le speculazioni meschine e le passioni umane, troppo umane, sono tratte dall’ombra per essere consegnate alla poesia duratura della leggenda.
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mercoledì 20 maggio 2026
martedì 19 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1536, nella Torre di Londra, Anna Bolena, seconda moglie del re Enrico VIII viene decapitata con l'accusa di adulterio, incesto, stregoneria ed alto tradimento.
La data di nascita di Anna Bolena (Anne Boleyn) è incerta. L'opinione generale propende per il 1501 o 1502, anche se qualche storico la ritiene nel 1507. Nacque probabilmente a Norfolk; suo padre era Sir Thomas Boleyn, conte del Wiltshire, un nobile minore con uno forte talento per le lingue straniere; lavorava al mercato di Londra e nutriva una spiccata vocazione a diventare qualcuno. Decise pertanto di sposarsi bene: sua moglie fu Elizabeth Howard, figlia del secondo duca di Norfolk e sorella del terzo duca.
Anna ebbe due fratelli, Mary e George. Anche la loro data di nascita è ignota, sappiamo solo che erano tutti e tre quasi coetanei.
Nel 1514 Enrico VIII, re di Inghilterra, diede in sposa la sorella più giovane, Mary, all'anziano re di Francia. Anna accompagnò la principessa di Tudor e rimase in Francia anche dopo la morte del re e il ritorno in patria di Mary. Di conseguenza Anna ebbe l'onore di essere educata sotto l'occhio attento della nuova regina di Francia Claude. La sua educazione dunque fu improntata all'enfasi tipicamente francese per la moda e la seduzione, senza lesinare su altre abilità più intellettuali. Anna imparò a cantare, suonare e danzare.
Nel 1521 o forse all'inizio del 1522 Anna tornò a casa, essendo incombente la guerra tra Francia e Inghilterra. Non si sa di preciso quando gli sguardi di Enrico e Anna si incrociarono. Il re, già sposato con Caterina d'Aragona, era inizialmente attratto dalla sorella Mary, tornata a corte prima di Anna. Era diventata la concubina reale all'inizio del 1520 e il padre venne elevato al rango di visconte di Rochford come dono del re a Mary. In seguito Mary avrebbe dovuto lasciare la corte per un matrimonio insignificante e con un figlio illegittimo del re come ricompensa. Anna fece tesoro dell'esempio di sua sorella.
Anna trascorse il suo primo anno a corte ai servizi della prima moglie di Enrico VIII, Caterina di Aragona. Divenne subito popolare tra i ragazzi. Non era considerata una gran bellezza, dote riservata a sua sorella (alla quale tuttavia non se ne riconoscevano altre). Alcuni cronisti la descrissero come una donna ordinaria, giallognola, e con due vistosi difetti: un grosso neo sul lato del collo e un sesto dito alla mano sinistra. Lodavano altresì il suo stile, il suo spirito e il fascino; le qualità fisiche più ragguardevoli erano i grandi occhi scuri e i lunghi capelli neri.
L'attrazione del re era dovuta principalmente alla sua dialettica, al suo sarcasmo e alla sua indisponibilità spesso rimarcata. Giorno dopo giorno il Re bravama sempre più ciò che non riusciva ad ottenere, cosa che non gli capitava molto spesso. Inoltre Anna era seriamente innamorata di Henry Percy, figlio ed erede del conte di Northumberland; a corte si vociferava di un fidanzamento e di una dichiarazione d'amore. Il re ordinò al primo ministro, il Cardinale Thomas Wolsey, di chiudere la questione. Wolsey lo fece, assicurandosi che Percy sposasse la figlia del conte di Shrewsbury, odiata da Anna. La gelosia e l'odio per la contessa fecero scattare nella Bolena un pensiero: se non posso essere la moglie di un conte, perché non provare ad essere la moglie del re?
Tuttavia Anna continuava a eludere la compagnia di Enrico, e a mantenere un comportamento cupo e sfuggente; Enrico allora la allontanò da corte. Sperava che qualche mese in campagna le facesse cambiare idea sul suo corteggiamento. Non funzionò. Anna stava giocando le sue carte con spietata lucidità. Qualche anno più tardi, dopo il suo arresto, Enrico ebbe a dire che era stato "stregato" da lei, e il termine utilizzato non era poca cosa nel sedicesimo secolo. Ma forse era solo il contrasto tra la sua vivacità e la solennità di Caterina, oppure il re aveva scambiato l'inesplicabile ardore dell'amore per qualcosa di più inquietante, quando l'amore svanì.
Non si può spiegare il mistero dell'attrazione tra due persone. Né tantomeno come Anna abbia potuto, nonostante i tanti ostacoli e la presenza costante di malevoli chiacchere di corte, catturare e mantenere l'attenzione del re per così tanto tempo. Enrico era testardo e petulante, ma per parecchi anni rimase fedele ai suoi sentimenti per Anna e al desiderio di ottenere un erede maschio.
Non si possono scindere il desiderio di un figlio, anzi la sua reale necessità, dal desiderio di avere Anna. I due interessi combaciarono nel 1527. Enrico venne a conoscenza dell'invalidità del matrimonio con Caterina. Era dunque possibile annullarlo e assicurarsi la mano di Anna e il tanto desiderato erede.
Il cardinal Wolsey da tempo lavorava per un'alleanza anglo-francese, perciò non vedeva di buon occhio la spagnola Caterina di Aragona. L'annullamento del matrimonio con lei apriva le porte a un'unione con una principessa francese, o perlomeno con una grande signora della corte inglese. A Wolsey non piaceva Anna, e lei lo disprezzava per averle allontanato Percy. Fece tutto il possibile per tramare contro il cancelliere, alleandosi con l'ambizioso protetto di Wolsey, Thomas Cromwell.
Ma non fu solo Anna a causare la caduta in disgrazia di Wolsey, sebbene le venne addossata tutta la colpa. In effetti, divenne il capro espiatorio di qualsiasi decisione impopolare del re. Tuttavia è utile ricordare che nessuno, né Wolsey, o Cromwell, o tantomeno Anna Bolena, manipolò mai Enrico VIII, o lo costrinse a fare qualcosa che lui non volle. Era un re che conosceva profondamente e amava la sua posizione.
Per il popolo era più facile odiare Anna che il proprio re. Venne criticata e condannata in tutta Europa per l'imbarazzo suscitato dal desiderio del re di annullare il suo matrimonio. Non era popolare nemmeno a corte. La sua situazione equivoca e la sua personalità così esuberante offendeva molti, quando al contrario la solenne pietà di Caterina aveva permeato la corte d'Inghilterra per trent'anni. Aveva anche numerosi estimatori, tuttavia non inclini ad affrontare la più che nota ira del re. Solo l'affetto del re la sosteneva, e non è improbabile che persino lei fosse sorpresa da tanta fedeltà.
Intanto la lotta per l'annullamento procedeva, mentre il papa tentava di mediare tra Enrico e il nipote di Caterina, l'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V. La posizione a corte di Anna diventava via via più importante: mangiava da sola col re, riceveva regali costosi; cominciò a vestirsi con abiti sontuosi e alla moda, il re le pagava i debiti di gioco dato che Anna, come tanti altri a corte, amava i dadi e le carte.
Inizialmente tutto ciò accadeva lontano dai riflettori, ché Enrico non aveva alcun'intenzione di pregiudicare la decisione del papa sbandierando il suo nuovo amore. Ma i mesi passavano, e le voci correvano. Enrico si rese conto che non aveva più alcun senso nascondere la verità. Nel 1530 Anna venne apertamente onorata dal re a corte; aveva la precedenza su tutte le altre signore di corte, e presenziava ai banchetti e alle battute di caccia mentre Caterina veniva sostanzialmente ignorata. Nonostante ciò la finzione del primo matrimonio veniva mantenuta: Caterina continuava personalmente a riparare le sue camicie e ad inviargli doni e messaggi; ma la situazione era ormai insostenibile e Anna non poteva più sopportarla. Per placarla Enrico la nominò marchesa di Penbroke il 4 settembre 1532 al castello di Windsor; lei indossava un bellissimo abito rosso e portava i suoi lunghi capelli sciolti. Elevata dunque al rango di nobildonna, adesso aveva potere e terre personali. Ciononostante durante un viaggio di stato in Francia nel quale aveva accompagnato Enrico, le dame della corte francese si rifiutarono di incontrarla.
Si ritiene che l'elevazione alla nobiltà sia dovuta al matrimonio segreto e all'aver consumato fisicamente la loro relazione. La prova indiziaria è la nascita l'anno successivo di Elisabetta, futura regina di Inghilterra.
Il re aveva finalmente i suoi più profondi desideri a portata di mano. Anna era incinta del suo figlio a lungo atteso, ed era necessario legittimarlo. Non poteva più aspettare il papa. Enrico perciò rifiutò l'autorità della Santa Sede e fece annullare il suo matrimonio con Caterina da Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury. Infine Anna ed Enrico si sposarono nel gennaio del 1533 con una modesta cerimonia.
L'incoronazione di Anna fu una cosa sontuosa senza che si badasse a spese, ma i londinesi non ne rimasero impressionati. Gridarono al loro passaggio HA HA HA leggendo come una sorta di risata beffarda le iniziali di Enrico e Anna. Il re le chiese se le era piaciuta la città, ed Anna rispose: "Mio signore, ho apprezzato molto la città, ma ho visto tanti cappelli sulle teste ed udito poche lingue".
Anna tentò di godere del suo trionfo più che poté. Ordinò nuove livree blu e porpora per i servi, e sostituì lo stemma del melograno di Caterina col suo simbolo del falco. Scelse come motto "il più felice possibile" in netto contrasto con il precedente "umile e leale". La madre di Enrico, Elisabetta, aveva scelto per lei "umile e riverente", ma l'umiltà non era decisamente una caratteristica di Anna Bolena.
Fu pia e devota, sebbene non in modo rigido e inflessibile come Caterina. Le simpatie di Anna si rivolgevano al pensiero progressista che andava sfidando l'ortodossia cattolica. Enrico, avendo rifiutato il papato e creato una nuova Chiesa di Inghilterra, diede inizio alla Riforma anglicana. Non fu un atto rivoluzionario come il movimento di Lutero in Germania; rimase in effetti un devoto cattolico, limitandosi a negare ciò che definiva l'illegittima autorità del papato. Anna sapeva che il suo matrimonio e i figli futuri non sarebbero stati mai considerati legittimi dall'Europa Cattolica, ma doveva stare dalla parte della nuova chiesa per assicurarsi di rimanere la preferita del re.
La sua natura era ammaliata dalla nuova enfasi con cui si dibatteva su ogni singolo elemento teologico. Era sempre curiosa e aperta alle nuove idee; non accettava mai nulla ciecamente. Come regina divenne buona amica di Thomas Cranmer e finanziò parecchi libri di religione. Non aveva nulla del profondo pragmatismo di sua figlia Elisabetta; la fede religiosa era una parte importante della sua vita, come di qualsiasi persona del sedicesimo secolo.
Sua figlia nacque il 7 settembre del 1533. I medici e gli astrologi si erano sbagliati: non era un principe. Ma la nascita della bimba in salute non fu una terribile delusione, né la causa della caduta in disgrazia della madre. La nascita fu facile e veloce. La regina si riprese in fretta. Enrico non aveva dubbi nel ritenere che sarebbero presto arrivati principi robusti. Furono i due successivi aborti a farlo dubitare della validità del suo secondo matrimonio.
Il battesimo di Elisabetta fu una grande cerimonia. Enrico la dichiarò sua erede, dandole dunque la precedenza sulla sorellastra di 17 anni Mary.
Enrico scrisse a Mary chiedendole di rinunciare al titolo di Principessa del Galles, che appartiene da sempre all'erede. Le chiese inoltre di avallare la validità del suo matrimonio e la legittimità della sua sorellastra. Mary, ostinata come la madre, rifiutò. Mosso dall'ira, Enrico scacciò Mary da casa sua, il maniero Beaulieu, per darlo a George, fratello di Anna. La costrinse ad andare presso la casa di Elisabetta sotto il controllo di Lady Anne Shelton, una zia di Anna. Quando le fu chiesto di portare rispetto alla Principessa bambina, rispose che non conosceva altra principessa di Inghilterra che se stessa, scoppiando in lacrime.
Enrico si infuriò e Anna incoraggiò la sua furia: lo status di sua figlia dipendeva dalla disgrazia di Mary. Nei due anni e mezzo in cui visse dopo la nascita di Elisabetta, Anna si dimostrò una madre devota.
Il conflitto con Mary occupava buona parte dei pensieri di Anna ed Enrico. Nel gennaio 1534 il nuovo primo ministro del re, Thomas Cromwell, andò da Mary per indurla a rinunciare al suo titolo e avvisarla di quanto fosse pericoloso per lei stessa il suo comportamento. Lei rispose che voleva solo la benedizione di suo padre e l'onore di baciargli la mano. Mary, e il popolo con lei, riteneva Anna la causa del distacco di Enrico dalla sua prima figlia. In verità era quasi completamente un'idea di Enrico, come fu provato dopo l'esecuzione di Anna. Alla fine Mary, sotto minaccia di morte, scrisse la lettera che Enrico aveva a lungo desiderato.
I coniugi tentarono di riappacificarsi con Mary; durante una visita a Hatfield dove viveva, Anna organizzò un incontro e la invitò a corte a "visitarla come la Regina". Mary rispose con un insulto crudele, dicendole "io non conosco alcuna regina in Inghilterra eccetto mia madre. Ma se voi, in qualità di favorita del re, voleste intercedere per me con lui, ve ne sarei grata". Anna non perse la calma, le fece notare l'assurdità della sua richiesta e ripeté la propria offerta. Mary rifiutò ancora ed Anna se ne andò infuriata. Da allora non tentò più di guadagnarsi la sua amicizia.
Il problema con Mary evidenziò l'insostenibile posizione che Anna ed Elisabetta avevano a corte. Molti non sapevano chi chiamare Principessa, chi fosse il legittimo erede e chi la legittima sposa. Caterina era ancora viva, e chiamava ancora se stessa Regina e Mary, incoraggiata dall'ambasciatore imperiale Eustace Chapuys, chiamava ancora se stessa Principessa. Inoltre Chapuys, che disprezzava apertamente Anna, disse a Mary che Anna stava pianificando il suo omicidio. Era una terribile bugia che tuttavia Mary, nel suo stato isterico, era incline a credere. Quando venne a sapere che lei e la corte di Elisabetta lasciavano Hatfield per un altra residenza, si rifiutò di andare, credendo che fosse il pretesto per ucciderla. Le guardie dovettero di fatto catturarla e trascinarla nella carrozza, gettandola ancor più nella disperazione.
Nel frattempo Elisabetta era troppo piccola per notare questi avvenimenti, tuttavia gli eventi aiutarono a cementare l'odio di Mary verso la sua sorellastra. I suoi amici spagnoli spargevano pettegolezzi su Anna ed Elisabetta, sostenendo che la bimba fosse fisicamente deforme e mostruosa all'aspetto. Per dimostrare la falsità di queste accuse, nell'aprile 1534 Enrico mostrò la bimba nuda a parecchi ambasciatori stranieri. Nello stesso mese Anna annunciò di essere nuovamente incinta. Nulla poteva dare maggior piacere al re. Egli doveva incontrare Francesco I di Francia a giugno a Calais per firmare un trattato di pace, ma decise di non partecipare, scrivendogli che Caterina e Mary, colme di rancore verso la sua amata Regina Anna, potrebbero approfittare della sua assenza per mettere in pratica azioni pericolose verso di lei e il nascituro.
Tuttavia le sue attenzioni verso Anna non aiutarono la sua salute. In settembre abortì un feto di sei mesi; era abbastanza formato da mostrare di essere un maschio, per il grande disappunto di Enrico. Anna era arrabbiata anche perché lui aveva avuto una relazione quell'estate. Lo rimproverò, e il re rispose "dovresti essere felice per quello che ho fatto per te, e che non rifarei se dovessi cominciare ora. Ricordati da dove sei venuta". Il litigio fu furioso ed udito da molti servitori. Ma fu una lite passeggera: Enrico si era già stancato di quella nuova cortigiana e pochi giorni dopo Chapuys scriveva tristemente a Carlo V che Enrico era ancora innamorato di Anna. Ma altri segnali indicavano che gli eventi volgevano al peggio.
Enrico sperava di cementare la relazione con Francesco I facendo fidanzare Elisabetta con il figlio di lui, il Duca di Angouleme. Ma dopo il secondo aborto di Anna, il re francese era contrario a questo fidanzamento. Ai suoi occhi era evidente che la posizione di Anna si stava indebolendo; dopo tutto, Enrico aveva abbandonato una moglie perché non gli aveva dato figli maschi: avrebbe fatto lo stesso con Anna? E se sì, sarebbe stato un bene il matrimonio con Elisabetta? Naturalmente il re francese aveva tutto l'interesse a promuovere Anna poiché Caterina di Aragona e sua figlia erano pedine di Carlo V. Tuttavia rimaneva dubbioso sulla precarietà della posizione di Anna, e ciò ferì ulteriormente la regina provocandole un maggiore cedimento fisico e mentale.
Enrico non fu mai l'adultero incallito con cui lo si dipinse. Al contrario, era incredibilmente convenzionale nei suoi appetiti sessuali. Ogni flirt avveniva alla luce del sole e durante il lungo matrimonio con Caterina non vi furono che un pugno di concubine. Amava circondarsi di belle donne, flirtare e giocare con loro, ma raramente ciò evolveva in una relaziona carnale.
Per Anna però ogni corteggiamento la devastava, specialmente se seguiva a breve un suo aborto.
In seguito vi fu uno scandalo, che portò ulteriore danno alla sua reputazione; sua sorella Mary, che come sappiamo era stata una concubina di Enrico anni prima, sposò Sir William Stafford senza il permesso della sua famiglia e del re. Stafford era povero, e l'ira del padre di Mary lo portò a tagliarle i fondi. Si rivolse allora ad Anna e al re, senza ottenere aiuto.
Gli amici di Anna diminuivano; nel frattempo Enrico aveva cominciato a flirtare apertamente con un'altra donna. Stavolta era la cugina di Anna, Madge Shelton. Anna aveva ancora una buona influenza sul marito, ma sapeva che l'unico modo per renderla permanente era di dargli un figlio maschio. Enrico non avrebbe mai ripudiato la madre del suo erede così a lungo atteso. I nemici di lei sarebbero stati annientati una volta per tutte.
Intanto la salute di Enrico cominciò a peggiorare, e comparvero i primi segnali della malattia che poi lo porterà alla morte (trombosi femorale). Aveva spesso forti emicranie, e impotenza. Era un quarantenne sempre più obeso, il che non aiutava la sua virilità. Ma gli aborti di Anna lo portarono ad incolpare lei per il mancato concepimento o il non portare a termine la gravidanza.
Thomas Cromwell, uomo brillante e influente, decise di tenersi aperte tutte le opzioni: andò a visitare Mary e le promise supporto al suo reinsediamento. La perdita di colui che un tempo era un suo grande alleato ed ora un fidato consigliere del re spaventò molto Anna; tuttavia le si prospettò una nuova opportunità: nel giugno del 1535 rimase incinta di nuovo. Ma nel gennaio del 36 perse anche quel bambino. Si dice che abbia detto "ho abortito il mio salvatore".
La sua fine giunse rapida. Enrico da sempre pretendeva da tutti lealtà, ma non disdegnava di complottare contro i suoi nemici. Anna subì lo stesso fato di Caterina. Lei sapeva che lui era insoddisfatto di lei, e che pur mantenendo inalterato il suo atteggiamento, stava in realtà cercando il miglior modo per distruggerla. Caterina di Aragona morì in gennaio, pochi giorni prima dell'aborto di Anna. Questi eventi, presi insieme, convinsero Enrico ad agire. Con Caterina in vita quasi tutta l'Europa (e buona parte degli inglesi), considerava lei la legittima regina, e non Anna. Ora si era liberato di Caterina; se si fosse liberato anche di Anna avrebbe potuto sposarsi ancora, senza lo spettro della bigamia.
La decisione di Enrico di annientare completamente Anna fu spietata. La fece arrestare con l'accusa di adulterio, stregoneria ed incesto, accuse ridicole persino per i nemici di lei. Fece arrestare anche George, suo fratello. L'odiata moglie, Jane Rochford, testimoniò che li vide unirsi carnalmente in modo incestuoso. Tutti ritennero le sue accuse non attendibili, ma Enrico VIII la voleva condannata e uccisa. Fece uccidere George e tre suoi amici. Un quarto amico, sotto tortura, confessò le accuse: tanto bastava per condannarli tutti.
Essendo regina di Inghilterra, Anna fu processata dai Pari. L'accusa principale era adulterio, che per una regina era anche alto tradimento. Nessun membro della nobiltà le venne in aiuto; il suo vile zio Norfolk pronunciò la sentenza di morte. Il povero Henry Percy, il suo primo amore, svenne durante il processo e fu necessario portarlo fuori dall'aula. Come concessione per la sua posizione, non fu decapitata con un'ascia. Fu chiamato dalla Francia un abile spadaccino, assicurandole che avrebbe provato poco dolore. Ella rispose, con il suo tipico spirito: "ho sentito che il boia è molto bravo, e io ho un collo tanto sottile".
Andò incontro alla sua fine con coraggio. Fu portata al patibolo alle 8 del mattino del 19 maggio 1536, per quello che fu uno spettacolo mai avvenuto prima, la pubblica esecuzione di una regina di Inghilterra. Scelse le sue ultime parole con cura: "popolo di buoni cristiani, sono qui giunta a morire, secondo la legge, perché per la legge sono stata condannata a morte, e dunque non dirò nulla contro di essa. Sono qui giunta senza accusare nessuno, né a parlar male di alcuno, e tuttavia sono stata accusata e condannata a morte; ma prego Dio che salvi il re e gli dia un lungo regno su di voi, poiché non esiste un principe più gentile e misericordioso di lui. Ed egli è stato per me un signore e sovrano buono e gentile. E se qualcuno volesse interessarsi alla mia causa, gli chiedo di giudicarmi in modo onesto. In questo modo mi congedo dal mondo e da tutti voi, desiderando dal profondo del cuore che preghiate per me. O Signore abbi pietà di me, a Dio affido la mia anima".
Poi venne bendata e fu fatta inginocchiare sul ceppo. Ripeté varie volte "a Gesù Cristo affido la mia anima; Signore Gesù ricevi la mia anima".
Il re sposò Jane Seymour 10 giorni dopo l'esecuzione.
Elisabetta aveva solo tre anni e mezzo quando sua madre morì. Tuttavia era una bambina precoce: quando la governante la visitò pochi giorni dopo l'esecuzione, Elisabetta le chiese: "come mai ieri mi chiamavi Signora principessa, e oggi mi chiami Signora Elisabetta?".
Anna fu sepolta in una vecchia cassa, poiché non era stata prevista una bara. La cassa era troppo corta, pertanto la testa le fu appoggiata al fianco. I resti furono portati a San Pietro in Vincula, la chiesa della Torre di Londra, dove furono qualche anno dopo raggiunti da quelli di sua cugina, e quinta moglie di Enrico, Catherine Howard.
Il 19 maggio 1536, nella Torre di Londra, Anna Bolena, seconda moglie del re Enrico VIII viene decapitata con l'accusa di adulterio, incesto, stregoneria ed alto tradimento.
La data di nascita di Anna Bolena (Anne Boleyn) è incerta. L'opinione generale propende per il 1501 o 1502, anche se qualche storico la ritiene nel 1507. Nacque probabilmente a Norfolk; suo padre era Sir Thomas Boleyn, conte del Wiltshire, un nobile minore con uno forte talento per le lingue straniere; lavorava al mercato di Londra e nutriva una spiccata vocazione a diventare qualcuno. Decise pertanto di sposarsi bene: sua moglie fu Elizabeth Howard, figlia del secondo duca di Norfolk e sorella del terzo duca.
Anna ebbe due fratelli, Mary e George. Anche la loro data di nascita è ignota, sappiamo solo che erano tutti e tre quasi coetanei.
Nel 1514 Enrico VIII, re di Inghilterra, diede in sposa la sorella più giovane, Mary, all'anziano re di Francia. Anna accompagnò la principessa di Tudor e rimase in Francia anche dopo la morte del re e il ritorno in patria di Mary. Di conseguenza Anna ebbe l'onore di essere educata sotto l'occhio attento della nuova regina di Francia Claude. La sua educazione dunque fu improntata all'enfasi tipicamente francese per la moda e la seduzione, senza lesinare su altre abilità più intellettuali. Anna imparò a cantare, suonare e danzare.
Nel 1521 o forse all'inizio del 1522 Anna tornò a casa, essendo incombente la guerra tra Francia e Inghilterra. Non si sa di preciso quando gli sguardi di Enrico e Anna si incrociarono. Il re, già sposato con Caterina d'Aragona, era inizialmente attratto dalla sorella Mary, tornata a corte prima di Anna. Era diventata la concubina reale all'inizio del 1520 e il padre venne elevato al rango di visconte di Rochford come dono del re a Mary. In seguito Mary avrebbe dovuto lasciare la corte per un matrimonio insignificante e con un figlio illegittimo del re come ricompensa. Anna fece tesoro dell'esempio di sua sorella.
Anna trascorse il suo primo anno a corte ai servizi della prima moglie di Enrico VIII, Caterina di Aragona. Divenne subito popolare tra i ragazzi. Non era considerata una gran bellezza, dote riservata a sua sorella (alla quale tuttavia non se ne riconoscevano altre). Alcuni cronisti la descrissero come una donna ordinaria, giallognola, e con due vistosi difetti: un grosso neo sul lato del collo e un sesto dito alla mano sinistra. Lodavano altresì il suo stile, il suo spirito e il fascino; le qualità fisiche più ragguardevoli erano i grandi occhi scuri e i lunghi capelli neri.
L'attrazione del re era dovuta principalmente alla sua dialettica, al suo sarcasmo e alla sua indisponibilità spesso rimarcata. Giorno dopo giorno il Re bravama sempre più ciò che non riusciva ad ottenere, cosa che non gli capitava molto spesso. Inoltre Anna era seriamente innamorata di Henry Percy, figlio ed erede del conte di Northumberland; a corte si vociferava di un fidanzamento e di una dichiarazione d'amore. Il re ordinò al primo ministro, il Cardinale Thomas Wolsey, di chiudere la questione. Wolsey lo fece, assicurandosi che Percy sposasse la figlia del conte di Shrewsbury, odiata da Anna. La gelosia e l'odio per la contessa fecero scattare nella Bolena un pensiero: se non posso essere la moglie di un conte, perché non provare ad essere la moglie del re?
Tuttavia Anna continuava a eludere la compagnia di Enrico, e a mantenere un comportamento cupo e sfuggente; Enrico allora la allontanò da corte. Sperava che qualche mese in campagna le facesse cambiare idea sul suo corteggiamento. Non funzionò. Anna stava giocando le sue carte con spietata lucidità. Qualche anno più tardi, dopo il suo arresto, Enrico ebbe a dire che era stato "stregato" da lei, e il termine utilizzato non era poca cosa nel sedicesimo secolo. Ma forse era solo il contrasto tra la sua vivacità e la solennità di Caterina, oppure il re aveva scambiato l'inesplicabile ardore dell'amore per qualcosa di più inquietante, quando l'amore svanì.
Non si può spiegare il mistero dell'attrazione tra due persone. Né tantomeno come Anna abbia potuto, nonostante i tanti ostacoli e la presenza costante di malevoli chiacchere di corte, catturare e mantenere l'attenzione del re per così tanto tempo. Enrico era testardo e petulante, ma per parecchi anni rimase fedele ai suoi sentimenti per Anna e al desiderio di ottenere un erede maschio.
Non si possono scindere il desiderio di un figlio, anzi la sua reale necessità, dal desiderio di avere Anna. I due interessi combaciarono nel 1527. Enrico venne a conoscenza dell'invalidità del matrimonio con Caterina. Era dunque possibile annullarlo e assicurarsi la mano di Anna e il tanto desiderato erede.
Il cardinal Wolsey da tempo lavorava per un'alleanza anglo-francese, perciò non vedeva di buon occhio la spagnola Caterina di Aragona. L'annullamento del matrimonio con lei apriva le porte a un'unione con una principessa francese, o perlomeno con una grande signora della corte inglese. A Wolsey non piaceva Anna, e lei lo disprezzava per averle allontanato Percy. Fece tutto il possibile per tramare contro il cancelliere, alleandosi con l'ambizioso protetto di Wolsey, Thomas Cromwell.
Ma non fu solo Anna a causare la caduta in disgrazia di Wolsey, sebbene le venne addossata tutta la colpa. In effetti, divenne il capro espiatorio di qualsiasi decisione impopolare del re. Tuttavia è utile ricordare che nessuno, né Wolsey, o Cromwell, o tantomeno Anna Bolena, manipolò mai Enrico VIII, o lo costrinse a fare qualcosa che lui non volle. Era un re che conosceva profondamente e amava la sua posizione.
Per il popolo era più facile odiare Anna che il proprio re. Venne criticata e condannata in tutta Europa per l'imbarazzo suscitato dal desiderio del re di annullare il suo matrimonio. Non era popolare nemmeno a corte. La sua situazione equivoca e la sua personalità così esuberante offendeva molti, quando al contrario la solenne pietà di Caterina aveva permeato la corte d'Inghilterra per trent'anni. Aveva anche numerosi estimatori, tuttavia non inclini ad affrontare la più che nota ira del re. Solo l'affetto del re la sosteneva, e non è improbabile che persino lei fosse sorpresa da tanta fedeltà.
Intanto la lotta per l'annullamento procedeva, mentre il papa tentava di mediare tra Enrico e il nipote di Caterina, l'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V. La posizione a corte di Anna diventava via via più importante: mangiava da sola col re, riceveva regali costosi; cominciò a vestirsi con abiti sontuosi e alla moda, il re le pagava i debiti di gioco dato che Anna, come tanti altri a corte, amava i dadi e le carte.
Inizialmente tutto ciò accadeva lontano dai riflettori, ché Enrico non aveva alcun'intenzione di pregiudicare la decisione del papa sbandierando il suo nuovo amore. Ma i mesi passavano, e le voci correvano. Enrico si rese conto che non aveva più alcun senso nascondere la verità. Nel 1530 Anna venne apertamente onorata dal re a corte; aveva la precedenza su tutte le altre signore di corte, e presenziava ai banchetti e alle battute di caccia mentre Caterina veniva sostanzialmente ignorata. Nonostante ciò la finzione del primo matrimonio veniva mantenuta: Caterina continuava personalmente a riparare le sue camicie e ad inviargli doni e messaggi; ma la situazione era ormai insostenibile e Anna non poteva più sopportarla. Per placarla Enrico la nominò marchesa di Penbroke il 4 settembre 1532 al castello di Windsor; lei indossava un bellissimo abito rosso e portava i suoi lunghi capelli sciolti. Elevata dunque al rango di nobildonna, adesso aveva potere e terre personali. Ciononostante durante un viaggio di stato in Francia nel quale aveva accompagnato Enrico, le dame della corte francese si rifiutarono di incontrarla.
Si ritiene che l'elevazione alla nobiltà sia dovuta al matrimonio segreto e all'aver consumato fisicamente la loro relazione. La prova indiziaria è la nascita l'anno successivo di Elisabetta, futura regina di Inghilterra.
Il re aveva finalmente i suoi più profondi desideri a portata di mano. Anna era incinta del suo figlio a lungo atteso, ed era necessario legittimarlo. Non poteva più aspettare il papa. Enrico perciò rifiutò l'autorità della Santa Sede e fece annullare il suo matrimonio con Caterina da Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury. Infine Anna ed Enrico si sposarono nel gennaio del 1533 con una modesta cerimonia.
L'incoronazione di Anna fu una cosa sontuosa senza che si badasse a spese, ma i londinesi non ne rimasero impressionati. Gridarono al loro passaggio HA HA HA leggendo come una sorta di risata beffarda le iniziali di Enrico e Anna. Il re le chiese se le era piaciuta la città, ed Anna rispose: "Mio signore, ho apprezzato molto la città, ma ho visto tanti cappelli sulle teste ed udito poche lingue".
Anna tentò di godere del suo trionfo più che poté. Ordinò nuove livree blu e porpora per i servi, e sostituì lo stemma del melograno di Caterina col suo simbolo del falco. Scelse come motto "il più felice possibile" in netto contrasto con il precedente "umile e leale". La madre di Enrico, Elisabetta, aveva scelto per lei "umile e riverente", ma l'umiltà non era decisamente una caratteristica di Anna Bolena.
Fu pia e devota, sebbene non in modo rigido e inflessibile come Caterina. Le simpatie di Anna si rivolgevano al pensiero progressista che andava sfidando l'ortodossia cattolica. Enrico, avendo rifiutato il papato e creato una nuova Chiesa di Inghilterra, diede inizio alla Riforma anglicana. Non fu un atto rivoluzionario come il movimento di Lutero in Germania; rimase in effetti un devoto cattolico, limitandosi a negare ciò che definiva l'illegittima autorità del papato. Anna sapeva che il suo matrimonio e i figli futuri non sarebbero stati mai considerati legittimi dall'Europa Cattolica, ma doveva stare dalla parte della nuova chiesa per assicurarsi di rimanere la preferita del re.
La sua natura era ammaliata dalla nuova enfasi con cui si dibatteva su ogni singolo elemento teologico. Era sempre curiosa e aperta alle nuove idee; non accettava mai nulla ciecamente. Come regina divenne buona amica di Thomas Cranmer e finanziò parecchi libri di religione. Non aveva nulla del profondo pragmatismo di sua figlia Elisabetta; la fede religiosa era una parte importante della sua vita, come di qualsiasi persona del sedicesimo secolo.
Sua figlia nacque il 7 settembre del 1533. I medici e gli astrologi si erano sbagliati: non era un principe. Ma la nascita della bimba in salute non fu una terribile delusione, né la causa della caduta in disgrazia della madre. La nascita fu facile e veloce. La regina si riprese in fretta. Enrico non aveva dubbi nel ritenere che sarebbero presto arrivati principi robusti. Furono i due successivi aborti a farlo dubitare della validità del suo secondo matrimonio.
Il battesimo di Elisabetta fu una grande cerimonia. Enrico la dichiarò sua erede, dandole dunque la precedenza sulla sorellastra di 17 anni Mary.
Enrico scrisse a Mary chiedendole di rinunciare al titolo di Principessa del Galles, che appartiene da sempre all'erede. Le chiese inoltre di avallare la validità del suo matrimonio e la legittimità della sua sorellastra. Mary, ostinata come la madre, rifiutò. Mosso dall'ira, Enrico scacciò Mary da casa sua, il maniero Beaulieu, per darlo a George, fratello di Anna. La costrinse ad andare presso la casa di Elisabetta sotto il controllo di Lady Anne Shelton, una zia di Anna. Quando le fu chiesto di portare rispetto alla Principessa bambina, rispose che non conosceva altra principessa di Inghilterra che se stessa, scoppiando in lacrime.
Enrico si infuriò e Anna incoraggiò la sua furia: lo status di sua figlia dipendeva dalla disgrazia di Mary. Nei due anni e mezzo in cui visse dopo la nascita di Elisabetta, Anna si dimostrò una madre devota.
Il conflitto con Mary occupava buona parte dei pensieri di Anna ed Enrico. Nel gennaio 1534 il nuovo primo ministro del re, Thomas Cromwell, andò da Mary per indurla a rinunciare al suo titolo e avvisarla di quanto fosse pericoloso per lei stessa il suo comportamento. Lei rispose che voleva solo la benedizione di suo padre e l'onore di baciargli la mano. Mary, e il popolo con lei, riteneva Anna la causa del distacco di Enrico dalla sua prima figlia. In verità era quasi completamente un'idea di Enrico, come fu provato dopo l'esecuzione di Anna. Alla fine Mary, sotto minaccia di morte, scrisse la lettera che Enrico aveva a lungo desiderato.
I coniugi tentarono di riappacificarsi con Mary; durante una visita a Hatfield dove viveva, Anna organizzò un incontro e la invitò a corte a "visitarla come la Regina". Mary rispose con un insulto crudele, dicendole "io non conosco alcuna regina in Inghilterra eccetto mia madre. Ma se voi, in qualità di favorita del re, voleste intercedere per me con lui, ve ne sarei grata". Anna non perse la calma, le fece notare l'assurdità della sua richiesta e ripeté la propria offerta. Mary rifiutò ancora ed Anna se ne andò infuriata. Da allora non tentò più di guadagnarsi la sua amicizia.
Il problema con Mary evidenziò l'insostenibile posizione che Anna ed Elisabetta avevano a corte. Molti non sapevano chi chiamare Principessa, chi fosse il legittimo erede e chi la legittima sposa. Caterina era ancora viva, e chiamava ancora se stessa Regina e Mary, incoraggiata dall'ambasciatore imperiale Eustace Chapuys, chiamava ancora se stessa Principessa. Inoltre Chapuys, che disprezzava apertamente Anna, disse a Mary che Anna stava pianificando il suo omicidio. Era una terribile bugia che tuttavia Mary, nel suo stato isterico, era incline a credere. Quando venne a sapere che lei e la corte di Elisabetta lasciavano Hatfield per un altra residenza, si rifiutò di andare, credendo che fosse il pretesto per ucciderla. Le guardie dovettero di fatto catturarla e trascinarla nella carrozza, gettandola ancor più nella disperazione.
Nel frattempo Elisabetta era troppo piccola per notare questi avvenimenti, tuttavia gli eventi aiutarono a cementare l'odio di Mary verso la sua sorellastra. I suoi amici spagnoli spargevano pettegolezzi su Anna ed Elisabetta, sostenendo che la bimba fosse fisicamente deforme e mostruosa all'aspetto. Per dimostrare la falsità di queste accuse, nell'aprile 1534 Enrico mostrò la bimba nuda a parecchi ambasciatori stranieri. Nello stesso mese Anna annunciò di essere nuovamente incinta. Nulla poteva dare maggior piacere al re. Egli doveva incontrare Francesco I di Francia a giugno a Calais per firmare un trattato di pace, ma decise di non partecipare, scrivendogli che Caterina e Mary, colme di rancore verso la sua amata Regina Anna, potrebbero approfittare della sua assenza per mettere in pratica azioni pericolose verso di lei e il nascituro.
Tuttavia le sue attenzioni verso Anna non aiutarono la sua salute. In settembre abortì un feto di sei mesi; era abbastanza formato da mostrare di essere un maschio, per il grande disappunto di Enrico. Anna era arrabbiata anche perché lui aveva avuto una relazione quell'estate. Lo rimproverò, e il re rispose "dovresti essere felice per quello che ho fatto per te, e che non rifarei se dovessi cominciare ora. Ricordati da dove sei venuta". Il litigio fu furioso ed udito da molti servitori. Ma fu una lite passeggera: Enrico si era già stancato di quella nuova cortigiana e pochi giorni dopo Chapuys scriveva tristemente a Carlo V che Enrico era ancora innamorato di Anna. Ma altri segnali indicavano che gli eventi volgevano al peggio.
Enrico sperava di cementare la relazione con Francesco I facendo fidanzare Elisabetta con il figlio di lui, il Duca di Angouleme. Ma dopo il secondo aborto di Anna, il re francese era contrario a questo fidanzamento. Ai suoi occhi era evidente che la posizione di Anna si stava indebolendo; dopo tutto, Enrico aveva abbandonato una moglie perché non gli aveva dato figli maschi: avrebbe fatto lo stesso con Anna? E se sì, sarebbe stato un bene il matrimonio con Elisabetta? Naturalmente il re francese aveva tutto l'interesse a promuovere Anna poiché Caterina di Aragona e sua figlia erano pedine di Carlo V. Tuttavia rimaneva dubbioso sulla precarietà della posizione di Anna, e ciò ferì ulteriormente la regina provocandole un maggiore cedimento fisico e mentale.
Enrico non fu mai l'adultero incallito con cui lo si dipinse. Al contrario, era incredibilmente convenzionale nei suoi appetiti sessuali. Ogni flirt avveniva alla luce del sole e durante il lungo matrimonio con Caterina non vi furono che un pugno di concubine. Amava circondarsi di belle donne, flirtare e giocare con loro, ma raramente ciò evolveva in una relaziona carnale.
Per Anna però ogni corteggiamento la devastava, specialmente se seguiva a breve un suo aborto.
In seguito vi fu uno scandalo, che portò ulteriore danno alla sua reputazione; sua sorella Mary, che come sappiamo era stata una concubina di Enrico anni prima, sposò Sir William Stafford senza il permesso della sua famiglia e del re. Stafford era povero, e l'ira del padre di Mary lo portò a tagliarle i fondi. Si rivolse allora ad Anna e al re, senza ottenere aiuto.
Gli amici di Anna diminuivano; nel frattempo Enrico aveva cominciato a flirtare apertamente con un'altra donna. Stavolta era la cugina di Anna, Madge Shelton. Anna aveva ancora una buona influenza sul marito, ma sapeva che l'unico modo per renderla permanente era di dargli un figlio maschio. Enrico non avrebbe mai ripudiato la madre del suo erede così a lungo atteso. I nemici di lei sarebbero stati annientati una volta per tutte.
Intanto la salute di Enrico cominciò a peggiorare, e comparvero i primi segnali della malattia che poi lo porterà alla morte (trombosi femorale). Aveva spesso forti emicranie, e impotenza. Era un quarantenne sempre più obeso, il che non aiutava la sua virilità. Ma gli aborti di Anna lo portarono ad incolpare lei per il mancato concepimento o il non portare a termine la gravidanza.
Thomas Cromwell, uomo brillante e influente, decise di tenersi aperte tutte le opzioni: andò a visitare Mary e le promise supporto al suo reinsediamento. La perdita di colui che un tempo era un suo grande alleato ed ora un fidato consigliere del re spaventò molto Anna; tuttavia le si prospettò una nuova opportunità: nel giugno del 1535 rimase incinta di nuovo. Ma nel gennaio del 36 perse anche quel bambino. Si dice che abbia detto "ho abortito il mio salvatore".
La sua fine giunse rapida. Enrico da sempre pretendeva da tutti lealtà, ma non disdegnava di complottare contro i suoi nemici. Anna subì lo stesso fato di Caterina. Lei sapeva che lui era insoddisfatto di lei, e che pur mantenendo inalterato il suo atteggiamento, stava in realtà cercando il miglior modo per distruggerla. Caterina di Aragona morì in gennaio, pochi giorni prima dell'aborto di Anna. Questi eventi, presi insieme, convinsero Enrico ad agire. Con Caterina in vita quasi tutta l'Europa (e buona parte degli inglesi), considerava lei la legittima regina, e non Anna. Ora si era liberato di Caterina; se si fosse liberato anche di Anna avrebbe potuto sposarsi ancora, senza lo spettro della bigamia.
La decisione di Enrico di annientare completamente Anna fu spietata. La fece arrestare con l'accusa di adulterio, stregoneria ed incesto, accuse ridicole persino per i nemici di lei. Fece arrestare anche George, suo fratello. L'odiata moglie, Jane Rochford, testimoniò che li vide unirsi carnalmente in modo incestuoso. Tutti ritennero le sue accuse non attendibili, ma Enrico VIII la voleva condannata e uccisa. Fece uccidere George e tre suoi amici. Un quarto amico, sotto tortura, confessò le accuse: tanto bastava per condannarli tutti.
Essendo regina di Inghilterra, Anna fu processata dai Pari. L'accusa principale era adulterio, che per una regina era anche alto tradimento. Nessun membro della nobiltà le venne in aiuto; il suo vile zio Norfolk pronunciò la sentenza di morte. Il povero Henry Percy, il suo primo amore, svenne durante il processo e fu necessario portarlo fuori dall'aula. Come concessione per la sua posizione, non fu decapitata con un'ascia. Fu chiamato dalla Francia un abile spadaccino, assicurandole che avrebbe provato poco dolore. Ella rispose, con il suo tipico spirito: "ho sentito che il boia è molto bravo, e io ho un collo tanto sottile".
Andò incontro alla sua fine con coraggio. Fu portata al patibolo alle 8 del mattino del 19 maggio 1536, per quello che fu uno spettacolo mai avvenuto prima, la pubblica esecuzione di una regina di Inghilterra. Scelse le sue ultime parole con cura: "popolo di buoni cristiani, sono qui giunta a morire, secondo la legge, perché per la legge sono stata condannata a morte, e dunque non dirò nulla contro di essa. Sono qui giunta senza accusare nessuno, né a parlar male di alcuno, e tuttavia sono stata accusata e condannata a morte; ma prego Dio che salvi il re e gli dia un lungo regno su di voi, poiché non esiste un principe più gentile e misericordioso di lui. Ed egli è stato per me un signore e sovrano buono e gentile. E se qualcuno volesse interessarsi alla mia causa, gli chiedo di giudicarmi in modo onesto. In questo modo mi congedo dal mondo e da tutti voi, desiderando dal profondo del cuore che preghiate per me. O Signore abbi pietà di me, a Dio affido la mia anima".
Poi venne bendata e fu fatta inginocchiare sul ceppo. Ripeté varie volte "a Gesù Cristo affido la mia anima; Signore Gesù ricevi la mia anima".
Il re sposò Jane Seymour 10 giorni dopo l'esecuzione.
Elisabetta aveva solo tre anni e mezzo quando sua madre morì. Tuttavia era una bambina precoce: quando la governante la visitò pochi giorni dopo l'esecuzione, Elisabetta le chiese: "come mai ieri mi chiamavi Signora principessa, e oggi mi chiami Signora Elisabetta?".
Anna fu sepolta in una vecchia cassa, poiché non era stata prevista una bara. La cassa era troppo corta, pertanto la testa le fu appoggiata al fianco. I resti furono portati a San Pietro in Vincula, la chiesa della Torre di Londra, dove furono qualche anno dopo raggiunti da quelli di sua cugina, e quinta moglie di Enrico, Catherine Howard.
lunedì 18 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Nitto Santapaola è morto nel carcere di Opera, presso Milano, il 2 marzo 2026, senza mai lasciare il regime del 41bis. In seguito alla cremazione, è stato tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania.
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