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domenica 21 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno, solstizio d'estate, giorno più lungo dell'anno.
Il 21 giugno 1963 Giovanni Battista Montini saliva al soglio pontificio con il nome di Paolo VI.
Papa Montini apparteneva ad una cospicua famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche; era figlio di Giorgio Montini, deputato del Partito Popolare per tre legislature. Compiuti gli studi preso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.
Divenne quasi subito, nel 1924, uomo di Curia con la nomina di aiutante dentro la Segreteria di Stato del Vaticano. Parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato.
Nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII. Anche se come suo segretario formalmente non fu mai, il successivo ventennio di collaborazione con Papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e poi pontefice.
La sua epoca sarà segnata dal passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, dalla svolta mondiale della "guerra fredda" e dal successivo "disgelo", dal nuovo porsi della Chiesa Romana di fronte al mondo, dalla problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare.
Infine la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra la Santa Sede e i Paesi comunisti.
Nel 1952 veniva eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari.
Nel 1954 (stranamente e senza il cappello cardinalizio - sembrò quasi un allontanamento dalla Segreteria) fu nominato  arcivescovo di Milano proprio da Pio XII. Cardinale fu nominato solo nel 1958, ma da Giovanni XXIII. E quando Papa Roncalli indisse il Concilio, Montini collaborò attivamente.
Alla morte di Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 Montini gli succedette e rimase sul soglio per 15 anni e 46 giorni. Primo compito del nuovo Papa fu la conduzione del Concilio, compito tutt'altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria.
La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII. Uomo di grande carità e mitezza Paolo VI non riuscì ad inserirsi in pieno nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposti nei confronti della sua figura. Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti, forse impulsivamente, consideravano una nuova era della storia della Chiesa Romana. Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare o ecumenico e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Ci basta qui ricordare e considerare la lettera enciclica "Populorum Progressio" del 26 marzo 1947 che ben si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la "Gauduium er Spes" del 7 dicembre 1965.
Quella di Montini fu una successione difficilissima, perché, lui uomo di curia, non possedeva la simpatia e il calore di quel "curato di campagna" com'era papa Roncalli. Fu sempre considerato, gelido, amletico, dubbioso e pieno di tormenti, tanto da essere soprannominato "Paolo il Mesto" giocando sulle parole "Paolo Sesto". Dopo - le prime in assoluto - uscite di Papa Giovanni dalle mura vaticane per recarsi fuori Roma,  fu proprio Paolo VI ad inaugurare l'usanza dei viaggi anche all'estero, in ogni angolo del mondo. Ma è anche il Papa che si è trovato a dover gestire i momenti più difficili e delicati del dissenso cattolico in Italia. Compresi  tutti gli altri fermenti dentro la società contemporanea.
Ma alcuni di questi fermenti avvengono proprio nella Chiesa: veri e propri atti di ribellione dei fedeli - senza precedenti -  alla struttura gerarchica e al potere della Chiesa. Da non dimenticare infine, col suo tradizionalismo ortodosso, nonostante tanti slanci di solidarismo, il travaglio vissuto da Paolo VI, nell'impervio cammino di due importanti e storiche leggi di questo periodo: quella del divorzio e quella dell'aborto. Si evitarono le vere e proprie  "guerre di religione"  nelle piazze (consenzienti anche i comunisti), ma le battaglie dentro le segreterie dei partiti furono all'ultimo sangue; le più feroci dentro lo stesso partito che aveva emblema proprio la croce cristiana. Paradossalmente i democristiani temevano di perdere elettorato, mentre i comunisti pure.
Entrambe le due questioni, e soprattutto poi i risultati, hanno addolorato profondamente Paolo VI, Lui che voleva ad ogni costo avere un dialogo proprio con "il popolo di Dio" del mondo contemporaneo indicatogli da Giovanni XXIII (soprattutto con il contenuto della enciclica Mater et magistra e con la temeraria Pacem in terris, in cui fece crollare muraglie e preconcetti secolari appellandosi a intese e collaborazioni con i non credenti) dovette vivere il periodo forse più drammatico della Chiesa sul piano non solo dottrinale ma etico. Una sua frase esprime in un modo non solo metaforico questo grande travaglio:  "Aspettavamo la primavera ed è venuta la tempesta".
La lettera apostolica "Octogesima Adveniens" del 1971, rivela ulteriormente la condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sua sensibilità sociale. Particolare coraggio e spirito pastorale animerà poi Paolo Vi nella questione della regolamentazione delle nascite (Eniclica "Humanae Vitae") e del problema della fede e dell'obbedienza alla gerarchia.
Uno dei momenti forti del suo pontificato fu l'anno giubilare, Anno Santo indetto nel 1975, che portò circa 8.500.000 di pellegrini a Roma.
Preoccupato delle dissidenze di destra e di sinistra in seno alla Chiesa, pervenne infine alla sospensione a divinis del vescovo tradizionalista M. Lefebvre e alla riduzione allo stato laicale dell'ex abate di San Paolo don Franzoni, fondatore di una Comunità di base di ispirazione socialista.
L'ultimo periodo della sua vita, reso difficile da una salute malferma, fu poi rattristato profondamente dal rapimento e poi uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro.
In quei drammatici giorni del sequestro intervenne con un accalorato appello lanciato ai sequestratari di Moro, e poi alle sue esequie apparve addolorato e visibilmente sofferente.
L'ultima volta che apparve in pubblico fu proprio per i funerali di Moro. Ma fu anche molto criticato da un certo clero che gli rimproverò fino all'ultimo questi suoi "atteggiamenti"  e di aver voluto portare la sua pietà a un uomo ribelle come Moro.
Montini è il Papa che ha visto scorrere sulle finestre del mondo la Guerra Fredda e il Sessantotto. E' il papa che ha messo in vendita la sua tiara, per offrire il ricavato ai più bisognosi; e che dopo quattro secoli, e non senza contestazioni da parte dei porporati più conservatori, ha abolito nel 1966 l'indice dei libri proibiti. E' il papa che si incontrò con il Patriarca di Costantinopoli Antenagora dopo 14 secoli di incomunicabilità. E' il primo papa ad aver preso l'aereo, visitando tutti e cinque i continenti come mai nessun pontefice aveva fatto prima. E' il papa che implorò personalmente e pubblicamente i brigatisti di liberare Aldo Moro, suo caro amico; e che successivamente, andando contro la tradizione, partecipò alla messa esequiale dello statista ucciso. Il suo stato di salute si deteriorò da allora progressivamente e tre mesi dopo, il 6 agosto 1978, anch'egli si spense nella residenza di Castel Gandolfo. Per volere di papa Giovanni Paolo II, l'11 maggio 1993 è stato aperto il processo diocesano per la Causa di Beatificazione. E' stato proclamato santo da Papa Francesco il 14 ottobre 2018.

sabato 20 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1837 la Regina Vittoria sale al trono d'Inghilterra, sul quale siederà fino alla morte. Il suo è stato il più lungo regno della storia Britannica fino al 2015 quando la regina Elisabetta II ha eguagliato, e superato, il suo primato.
Agli inizi dell'800 In Inghilterra regna re Giorgio IV, attorno al quale si innesta una spirale di trame per la successione, in quanto Giorgio IV non ha eredi. Alla sua morte sale al trono il fratello Guglielmo IV. Il problema si ripresenta perché nemmeno Guglielmo IV ha figli e la sua morte potrebbe segnare la fine dalla dinastia dei Windsor sul trono d'Inghilterra. La partita per la successione si riduce agli altri figli di Giorgio III: una è femmina ed è tagliata fuori dal gioco; questa va in sposa al principe Leopoldo, destinato più tardi a diventare il re del Belgio. Un altro figlio è il duca di Clarence che non ha alcuna intenzione di unirsi in matrimonio; l'ultimo erede è Edoardo, il quale ha cinquanta anni e vive da più di venti con una donna di basso rango. Quest'ultimo viene interpellato e, seppure con riluttanza, si fa convincere: gli viene scelta in moglie una sorella vedova di Leopoldo, Vittoria Maria Luisa.
Quest'ultima annuncia di aspettare un figlio e tutti attendono il futuro re d'Inghilterra: il giorno 24 maggio 1819 avviene la tanto attesa nascita, tuttavia l'erede è una bambina. Il presunto padre non riesce nemmeno a scegliere un nome, perché muore quando la piccola ha solo otto mesi. La bambina viene così chiamata dalla madre con il suo stesso nome, Alexandrina Vittoria. La piccola Vittoria nasce con una malattia genetica: è portatrice sana dell'emofilia.
La bimba cresce tra l'affetto della madre, dello zio Leopoldo e dei due figli di lui, i cugini Alberto ed Ernesto. Guglielmo IV muore nel 1837 quando Vittoria ha 18 anni: la giovane mostra da subito di avere un carattere determinato; prende da subito in mano le redini della situazione dando disposizioni sul funerale dello zio, predisponendo la composizione del corteo.
Un anno dopo viene ufficialmente incoronata Regina d'Inghilterra: Vittoria dimostra di conoscere a fondo la situazione del suo paese, e da subito riforma la scuola; impone nuove leggi che riducono l'orario di lavoro delle donne e dei bambini, e diventa in poco tempo molto popolare. Decide di sposare il cugino Alberto, che si dimostrerà di grande aiuto: il loro sarà inoltre un vero matrimonio d'amore.
In meno di undici anni Vittoria mette al mondo nove figli. Alice è la figlia prediletta della regina, ma anche lei, come le altre figlie, porta con sé il gene dell'emofilia e anche due figli maschi vengono colpiti. La regina viene colpita così dal dolore della perdita di alcuni dei suoi figli. Nel 1861 anche il marito muore a causa della febbre tifoidea.
Dopo due anni di lutto e di dolore, instaura una profonda amicizia con John Brown, il suo stalliere, che diventa suo uomo di fiducia e suo consigliere fino alla morte di lui, che avviene nel 1883, per i postumi di una aggressione (subita da invidiosi che vedevano di cattivo occhio la situazione dello stalliere che diventava fiduciario della regina).
All'età di 64 anni Vittoria è sola con un figlio, Edoardo, l'erede al trono, grasso e abulico, incapace di aiutarla nella conduzione del regno. Alice, la figlia prediletta, muore giovane; gli altri figli sono sistemati in matrimoni di interesse per l'Europa e assenti dalla vita politica internazionale; nessuno dei figli è all'altezza del ruolo della madre. Gli affetti della regina sembrano vivere una situazione disastrosa, tuttavia la caparbia regina Vittoria viaggia e lavora sodo per fare dell'Inghilterra una potenza internazionale.
Arriva anche in Italia dove acquista numerose opere d'arte che si trovano tuttora esposte alla National Gallery di Londra. Diventa così la regina dell'impero più potente della terra: vanta possedimenti in India, Oceania, Africa e tutto il mondo guarda all'impero economico del Regno Unito come ad una guida assoluta, grazie alla lungimiranza e alle straordinarie capacità di statista della regina Vittoria.
Muore a 82 anni il giorno 22 gennaio 1901: stanca e malata chiede di fare una gita in carrozza nei boschi di Osborne; qui chiude gli occhi dolcemente, e la sua dama di compagnia ordina al cocchiere di rientrare in silenzio, credendo che la regina stia dormendo; Vittoria non si sarebbe più svegliata.
Il suo lunghissimo regno viene oggi anche chiamato come "epoca vittoriana".
Il regno della regina Vittoria ha permesso al regno britannico di essere la nazione più potente del mondo. Potenza e ricchezza dovute soprattutto al fatto di aver saputo precedere ogni altro paese europeo sulla via del progresso industriale. La maggior parte delle invenzioni che favorirono lo sviluppo del XIX secolo e che portarono ad una vera rivoluzione nel campo economico e sociale, infatti, sono state compiute in territorio anglosassone. La più importante di esse, l’invenzione della macchina a vapore, cominciò ad essere sfruttata su scala economica ed industriale alla fine del XVIII secolo per opera di un ingegnere scozzese, James Watt, e da allora l’Inghilterra si pose a guida del mondo europeo sulla via delle applicazioni della potenza-vapore prima nelle fabbriche e poi nelle ferrovie. Sicché quando nel 1837 la diciottenne Vittoria salì al trono il paese aveva un numero di fabbriche azionate dall’energia del vapore e un numero di ferrovie superiore a quello di tutto il resto del mondo. Tale supremazia fu mantenuta fino agli ultimi anni della regina, da ciò si deduce che il suo regno ha costituito, almeno per i primi due terzi, la grand’età della superiorità politica e industriale inglese. Ma anche in Inghilterra e nelle isole britanniche nel 1837 la maggior parte delle fabbriche era ben lontana dallo sfruttare l’energia del vapore e le prime ferrovie erano state costruite da non più di dieci anni. In quel primo terzo di secolo l’Inghilterra non era stata governata da re di gran polso: Giorgio III (1760-1820) aveva manifestato fin dal 1810 segni di pazzia; il figlio Giorgio IV era stato più amante dei piaceri che della vita politica e l’immediato predecessore di Vittoria, lo zio Guglielmo IV non aveva dimostrato di aver molto buon senso. Questo però non mancò nè a Vittoria nè al giovane principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha il quale sposato nel 1840 seppe esercitare una così vasta influenza sul governo e sulla politica inglese per tutto il tempo in cui visse (morì a 42 anni nel 1861) da meritarsi davvero il titolo di re, pur non avendo altro riconoscimento ufficiale che quello di principe consorte. Prima del matrimonio Vittoria aveva subito l’influsso del primo ministro Lord Melbourne ed egli, benché fosse più uomo di mondo che statista, aveva saputo assumere con tanta serietà il compito di educare politicamente la giovane regina che quando uscì di scena nel 1841, la regina poteva dire di conoscere il suo mestiere non meno del marito. In effetti, i due per i venti anni successivi seppero esercitare un ruolo assai importante nella vita del paese e diedero alla nazione quella caratteristica impronta per metà d’origine tedesca e per metà evangelica che era loro propria e che contraddistinse gli aspetti migliori del cosiddetto periodo vittoriano. Non ugual fortuna ebbe Vittoria col successore di Melbourne, Robert Peel che era un uomo timido e riservato. La Regina era incline a ritenerlo “sciocco” a confronto del beneamato Melbourne, ma non ci fu tuttavia alcun grave disaccordo tra i due. Anzi il ministro Peel (1841-1846) si rese benemerito di riforme assai importanti nel mondo del lavoro e del commercio. Il rapido sviluppo del sistema industriale in Inghilterra provocava già gravi abusi: gli operai erano sovraccarichi di lavoro, sfruttati, e cosa ancor più grave era diffuso l’utilizzo di manodopera infantile. Nei casi peggiori erano costretti a lavorare bambini di cinque e sei anni e anche meno per più di 18 ore al giorno e li si puniva con severità se commettevano qualche mancanza. Si doveva correre al riparo e due leggi del Parlamento, durante il governo Peel, cercarono di rispondere al bisogno: con la prima fu proibito di far lavorare donne e fanciulli sottoterra nelle miniere di carbone e con la seconda si limitò in molte industrie la giornata lavorativa dei bambini a sei ore e mezza e a dodici quella delle donne (diminuita a dieci tre anni dopo). Un altro importante passo avanti, compiutosi sotto il ministro Peel, concerne la così detta legge del “libero commercio” con la quale si abolì ogni dazio sulle merci importate. Il precoce sviluppo industriale inglese aveva permesso alla nazione di produrre manufatti a prezzo assai inferiore a quello degli altri paesi europei e di trovare ampi sbocchi commerciali sui mercati stranieri. Ma nessuno stato estero poteva pagare le merci inglesi senza esportare le proprie in Inghilterra e questo era impedito dagli alti diritti doganali che la stessa Inghilterra, non diversamente dal resto del continente, manteneva su tutte le merci d’importazione, La follia di un simile sistema era stata proclamata fin dal 1776 da un professore scozzese Adam Smith. Nel suo “Wealth of nations” (ricerca sulla natura e cause della ricchezza delle nazioni) egli sosteneva che tutti i paesi avrebbero tratti grandi benefici se si fosse permesso al commercio di trovare libero sfogo grazie all’abolizione di tutti i diritti e dazi doganali che ostacolavano le importazioni. Ma pochi paesi potevano permettersi una cosa simile. Anzi la sola Inghilterra era in grado di mettere in pratica le idee di Smith dato il grande incremento industriale che le era proprio e qui, infatti, fin dal 1820 erano pressoché aboliti tutti i dazi d’importazione per ogni genere di merci, salvo per il grano. Al riguardo sarebbe stato pericoloso per un'isola come quella britannica mettersi in condizione di dipendere quasi esclusivamente dall’estero per i propri approvvigionamenti alimentari col rischio di morire di fame in caso di guerra. Ciò nonostante gli industriali inglesi spinti dal desiderio di ottenere sempre più vasti profitti insistevano, governo dopo governo, perché si corresse questo rischio e nel 1846 ottennero il loro scopo. Peel cedette e da allora si può affermare che tutte le merci straniere abbiano potuto essere liberamente importate in Inghilterra senza l’oppressione d’imposte doganali. Si era giunti al sistema del “libero commercio” ed esso durò ininterrottamente per un centinaio d’anni fino a che le guerre del XX secolo non ne incrinarono le basi e non ne resero impossibile la continuazione.


venerdì 19 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1885 la nave che trasportava dalla Francia la Statua della Libertà completa lo scarico nel porto di New York delle 1883 casse contenenti i pezzi della statua.
La storia della Libertà Che Illumina Il Mondo, questo il nome completo dell'opera, ha inizio nel 1865, durante una cena nei pressi di Versailles in Francia, quando lo scultore francese Fredric Auguste Bartholdi e il suo amico parigino, il professore di diritto e futuro senatore repubblicano, Edouard De Laboulaye, cominciarono a discutere l'idea di regalare agli Stati Uniti una statua che celebrasse l'amicizia tra le due nazioni e, al tempo stesso, commemorasse l'indipendenza conquistata da entrambi i popoli. Per sancire l'unione, non solo simbolicamente, si stabilì nelle premesse che al monumento vero e proprio avrebbe provveduto la Francia mentre l'America si sarebbe impegnata nella costruzione del piedistallo.
Lo scultore, affascinato dalla scultura monumentale, era stato in Egitto nel 1855 e il legame artistico con queste opere (ispirato dalla sua passione per il leggendario Colosso di Rodi) si rafforzò nel 1869 quando vi tornò nuovamente per esaminare la proposta di una statua faro da collocare sul Canale di Suez. L'opera non venne mai commissionata, ma servì a gettare le basi per l'idea di Miss Liberty. Nella mente dello scultore prendeva corpo l'aspetto che avrebbe dovuto avere la statua e, come riferiscono le biografie francesi, ne realizzò un modello in bronzo alla fine del 1870 (oggi nel parco dell'Acclimattion di Parigi) per poi prepararne nel 1875 un modello di gesso di quella che sarebbe diventata l'icona della libertà. Lo scultore e il senatore erano così convinti della bontà dell'iniziativa che decisero di fondare un comitato promotore per la raccolta dei fondi attraverso lotterie, spettacoli ed aste.
Rappresentanti americani e francesi dell'arte, della politica e del giornalismo, parteciparono ad un banchetto all' Hotel du Louvre il 6 novembre del 1875, data che segnò il primo passo nella realtà del progetto di De Laboulaye e Bartholdi. Tra le prime donazioni ci fu quella della città di Parigi, che versò la somma di 2.000 dollari. Raccolti i primi fondi e con l'incoraggiamento dato dall'entusiasmo che la sottoscrizione aveva suscitato, la sede dei lavori venne individuata nell'atelier della ditta specializzata Gaget & Gauthier al n. 25 di Rue de Chazelles.
La statua finalmente cominciava a prendere forma nell'atelier parigino e gli operai francesi mostrarono tutti un grande entusiasmo nel partecipare alla realizzazione.
Nella primavera del 1876, a pochi mesi dal centenario dell'indipendenza degli USA, i lavori erano però ancora molto indietro e i fondi esauriti.
Bartholdi però era un uomo tenace e il suo spirito d'artista non lo abbandonava mai. Decise di ripartire per l'America, dove era già stato nel 1871 ottenendo molti consensi politici alla sua proposta ma nessun aiuto economico.
Le cose però cominciavano a maturare anche oltreoceano. In un giorno di gennaio del 1877 al Century Club di New York, su invito del senatore William M. Evarts, venne costituito insieme ad altri notabili della città il "Il Comitato Americano per La Statua della Libertà", istituzione a carattere permanente. I componenti, dagli iniziali 114, arrivarono in poco a tempo ad essere 402, con rappresentanti di diversi stati. Evarts si impegnò particolarmente, creando un sottocomitato di appoggio politico all'iniziativa e, il 22 febbraio del 1877, il Congresso con il sostegno del Presidente Hayes fece passare la risoluzione di accettazione e futura manutenzione della statua.
Nello stesso testo vennero individuate due possibili collocazioni, l'isola di Bedloe e quella nota come Governors Island, entrambe nella baia del porto di New York. Incaricato di scegliere il sito fu il generale Sherman che, con l'incoraggiamento del comitato, designò la Bedloe Island come futura casa di Miss Liberty.
La novità del secondo viaggio americano di Bartholdi era che lo scultore non sarebbe andato a mani vuote, ma sarebbe stato raggiunto dall'avambraccio destro della statua, completo di mano e fiaccola.
Questo "pezzo di Libertà" avrebbe fatto il giro di molte città americane, tra cui Filadelfia in occasione della Centennial Exhibition, dove i cittadini curiosi pagarono volentieri il mezzo dollaro di biglietto per salire la scala a chiocciola ed affacciarsi sulla ringhiera che circonda la fiamma.
Anche in Francia la strategia dell'esposizione parziale dell'opera riscosse un buon successo. La testa e la spalla suscitarono grandi emozioni all'Esposizione Universale di Parigi del 1878.
L'ingegnere francese Gustave Alexandre Eiffel, padre della omonima torre, subentrò nella progettazione dello scheletro all'architetto Eugene Viollet-le-Duc venuto a mancare nel 1879. Eiffel porterà nella statua la genialità di un telaio in ferro dalle caratteristiche duttili e, al tempo stesso, solidissime. Soluzioni già in parte applicate alla fine del 1600 dallo scultore italiano Giovanni Crespi, autore della celebre statua di San Carlo Borromeo ad Arona (CN), visitabile al suo interno, alta 36 metri e nota come il "Sancarlone".
L'atto finale, e decisivo, per la realizzazione del sogno di Bartholdi e De Laboulaye è l'organizzazione da parte del Governo Francese nel 1880 di una lotteria con premi molto ricchi, che ebbe grande riscontro popolare.
Il grande giorno, finalmente, arrivò. Il 4 luglio del 1884 la Signora della Libertà venne inaugurata a Parigi, con tanto di cerimonia di consegna al governo americano.
C'era ancora un problema da risolvere. Il trasporto.
La marina francese mise a disposizione la fregata Isere che, salpata da Rouen, entrò nel porto di New York il 17 giugno del 1885 e venne accolta nella baia dell'Hudson dalla nave americana S.S. La Flore con un colpo di cannone a salve e da altre unità americane tra cui la USS Omaha e la USS Alliance.
Tutto sembrava andare per il meglio per Miss Liberty, ma le cose si complicarono di nuovo.
Se la Francia raccolse con relativa rapidità i fondi necessari alla costruzione, gli americani furono molto più restii a sborsare i dollari necessari per costruire il basamento e riassemblare l'opera.
Il governo americano, al momento di affrontare la questione dal lato economico, reagì freddamente, ritenendo che solo la città di New York avrebbe beneficiato della statua e non l'intera nazione. Lo stesso stato di New York si rifiutò di stanziare i fondi. A salvare la situazione, anche stavolta, provvide l'entusiasmo e l'impegno di un intellettuale, l'editore Joseph Pulitzer, fondatore del quotidiano New York World che iniziò sulle sue pagine una battaglia affinché la fiaccola potesse illuminare il porto di New York e il mondo intero.
Pulitzer si battè con tutti i mezzi per sensibilizzare l'opinione pubblica, cercando di diffondere l'idea che quella statua e il suo spirito simbolico rappresentavano l'America tutta, e non una città sola. Ad una crescità di popolarità personale e del suo quotidiano non corrispose però la generosità da parte della popolazione di New York, al punto che altre città, tra cui San Francisco, Filadelfia e Boston, si resero disponibili ad accollarsi i costi dell'installazione purché Miss Liberty venisse eretta nel loro territorio.
Boston fu quella che fece i passi più concreti, arrivando a costituire un comitato locale che prese contatto con la Francia per verificare la fattibilità formale della eventuale nuova collocazione.
Fatto che, se fosse avvenuto, senza nulla togliere alla bellezza di quella città, avrebbe compromesso in maniera deifinitiva quel significato di accoglienza e di speranza per chi arrivava nel porto di New York in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo.
Pulitzer però non aveva alcuna intenzione di mollare.
Dalle colonne del suo quotidiano partirono continui attacchi alla mentalità ristretta e provinciale di chi ignorava il grande gesto che la nazione francese aveva fatto nei confronti dell'America. L'editore lanciò una sottoscrizione invitando chiunque credesse nel progetto a dare il suo contributo, grande o piccolo che fosse. La parte più progressista della città cominciò a dare il suo apporto in maniera concreta, a partire dagli studenti. La campagna di sensibilizzazione stava oramai assumendo gli aspetti di una crociata popolare. Spettacoli teatrali, feste, eventi sportivi, serate danzanti, erano organizzati a ripetizione.
Il risultato più importante Pulitzer lo raccolse però nel mondo editoriale.
I giornali di altre città, e i loro lettori, avevano compreso il significato universale della statua ed iniziarono anch'essi a sostenere la ricostruzione dell'opera. Alla fine di aprile del 1886, tra le tante riproduzioni della statua fino ad allora realizzate, una accese la fantasia dei passanti della Broadway, all'incrocio con l'undicesima strada. Lì, nel negozio di mister McCreery era esposta la follia d'autore di A. Bougere, un artista di New Orleans.
Una Statua della Libertà tutta di seta, il cui drappeggio, grazie all'uso di 15.000 spilli e quattro mesi di lavoro, riproduceva esattamente le fattezze della Libertà.
La stravagante creazione valse all'autore una medaglia d'oro all'Expo di New Orleans e testimoniava il crescente interesse verso l'opera, ma soprattutto il diffuso desiderio di vederla finalmente troneggiare nella baia.
Pochi giorni dopo, l'11 maggio del 1886, la sottoscrizione lanciata da Pulitzer raggiunse l'obiettivo. Nelle casse c'erano i 100.000 dollari necessari e il comitato promotore americano annunciò l'inizio dei lavori del piedistallo, disegnato da Richard Morris Hunt, grande architetto americano di scuola classica, legato anch'egli in qualche modo alla Francia, essendo stato in gioventù il primo studente proveniente dagli USA ad essere accettato all'Accademia delle Belle Arti di Parigi.
I lavori proseguirono senza più interruzioni, e il 28 ottobre del 1886, alla presenza di un raggiante Bartholdi, La Libertà Che Illumina Il Mondo venne inaugurata dal presidente Grover Cleveland.
La cerimonia fu grandiosa.
Le acque circostanti erano presidiate da un corteo navale con a capo il Tennessee del capitano Boyd affiancato dalla corazzata francese La Minerva. I colpi di quindici cannoni salutarono la statua.
I presenti che avevano tutti ricevuto una lettera di invito, vennero riaccompagnati in città prima della sera, dove almeno 35 organizzazioni avevano sfilato in parate lungo la Broadway e la Fifth Avenue.
La delegazione francese fu accolta dallo staff del ristorante Del Monico, il più famoso di Manhattan e i festeggiamenti continuarono sino a tarda notte con lo spettacolo di fuochi d'artificio sull'isola di Bedloe.
Decine di migliaia di persone affollarono il Ponte di Brooklyn, osservatorio privilegiato, per ammirare lo show pirotecnico ma, soprattutto, per puntare gli occhi sulla fiaccola della statua che, accesa dalle prodigiose lampade a luce elettrica fornite da un negozio sulla quarta strada, illuminerà il mondo.
Durante l'inaugurazione furono distribuite alcune miniature della statua, fabbricate dalla stessa Gaget, Gauthier & Co. che aveva realizzato la statua originale. A causa della difficoltà di pronuncia della parola Gaget, gli americani la trasformarono nella nota parola gadget, tuttora in uso per definire i piccoli doni o souvenir.
Nel 1903 venne posta sul piedistallo una lastra in bronzo (oggi al suo interno) con incisa la poesia di Emma Lazarus "The New Colossus" (Il Nuovo Colosso), composta nel 1883 in occasione di un'asta per raccogliere i fondi per l'installazione. Il sonetto, enfatico quanto si vuole, esprime alla perfezione la speranza che accende il cuore di chi arriva nel Nuovo Mondo. La parte finale recita così:
"Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia", - grida con silenti labbra. "Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha casa, squassato dalle tempeste, sollevo la fiaccola accanto alla porta d'oro!"
Miss Liberty diventò immediatamente un'attrazione e il Comitato per la Statua istituì un servizio regolare di trasporto effettuato da uno steamboat (battello a vapore), con partenza da Battery Park ogni ora allo scadere dell'ora, per coprire i quattro chilometri scarsi che separano l'isola dalla terraferma. Tra il 1920 e 1930 a portare i turisti sull'isola c'erano il Machigonne, che anni dopo prenderà il nome di Yankee, e il General Meigs, un natante originariamente destinato al trasporto truppe durante la guerra ispano-americana. Una sera d'ottobre del 1930, a causa di un'avaria, furono abbandonati alla deriva cinquanta visitatori e, pochi mesi dopo, la stessa imbarcazione ebbe difficoltà a navigare con la nebbia. Nel gennaio del 1931 venne bandita una gara d'appalto per la riorganizzazione del servizio, che avrebbe dovuto garantire efficienza e sicurezza ad un prezzo di 35 centesimi di dollaro, con gratuità per i residenti di Forte Wood, i loro amici e per il personale in viaggio di servizio.
La statua raffigura una donna vista come dea della Libertà, con indosso la toga della giustizia e presentata nell'atto di calpestare le catene della schiavitù. In testa ha un diadema a sette raggi che irradiano i sette mari e i sette continenti, mentre con la mano destra innalza la fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà, che nasconde un'ampia balconata. Nel 1986, in occasione del centenario dellla statua, la fiaccola di rame, vittima della ruggine, è stata sostituita con una nuova dorata, anch'essa realizzata in Francia. Nella mano sinistra stringe un libro con la data (in numeri romani) del 4 luglio 1776, anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America. Il basamento con zoccolo dorico sormontato da una loggia di stile neoclassico, ospita un piccolo museo (Statue Story Room) che raccoglie documenti e fotografie. Leggenda vuole che il volto della statua sia ispirato alla stessa madre dello scultore, Charlotte, ma, in realtà, le cose non andarono esattamente così. La signora Bartholdi, dopo un iniziale collaborazione con il figlio, iniziò, data anche l'età, ad accusare la stanchezza nel rimanere immobile per lunghi periodi di tempo e quindi, anche se si tratta di indiscrezioni mai confermate ufficialmente, venne sostituita dalla cameriera della signora, Jeanne Emilie Baheux, sposata in seguito da Bartholdi in seconde nozze.
Jeanne Emilie fu l'unica donna a presenziare la cerimonia ufficiale di inaugurazione, fatta eccezione per la piccola Tototte di otto anni, figlia di Ferdinand De Lesseps, il creatore del canale di Suez. Tale privilegio venne negato anche ad Emma Lazarus, l'autrice del sonetto dedicato alla statua.
Uno dei motivi di grande attrazione per i turisti era la possibilità entrare dentro la statua sino a raggiungere, uno alla volta, la cima della fiaccola ed ammirare il favoloso panorama da una piccola finestra. Era quello che, il 4 aprile del 1904, avevano intenzione di fare la diciassettenne Grace Felicia Tojetti e la sua amica Johanna Luhers, dattilografa ad Ellis Island.
Incantate dalla brezza primaverile che soffiava nella baia le due non si accorsero del tempo che passava, diventando le prime persone ad aver passato la notte chiuse dentro Miss Liberty, sino a quando il guardiano notturno, durante il suo giro in prossimità dell'alba, non le liberò.
Le ragazze, ancora in preda al panico, vennero accolte sull'isola dalla signora Newlove, moglie del medico della postazione fortificata, che organizzò una cena in loro onore e avvertì i familiari delle ragazze, preoccupati della loro scomparsa.
Salire sulla fiaccola fu però un privilegio che ebbe breve durata.
Nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale, avvenne l'attentato al deposito di munizioni della vicina isola di Black Tom, in territorio del New Jersey. L'esplosione causò danni persino alla Statua e, per motivi di sicurezza e stabilità, da quel momento in poi quell'ultimo tratto di ripidissimi gradini venne chiuso al pubblico. La statua, entrata oramai nel cuore degli americani, venne restaurata e, nel 1924, il Governo la dichiarò ufficialmente monumento nazionale.
Il design della Libertà che Illumina il Mondo ha il n. di brevetto 11.023, registrato negli USA il 18 febbraio del 1879 a nome di Augusthe Bartholdi.
La statua è alta 46 metri che salgono a 93 se consideriamo anche il basamento ed è composta da 125 tonnellate di acciaio e 31 di rame. Il dito indice misura 2 metri e 44 centimetri. I gradini per raggiungere la corona sono 354, di cui 192 per arrivare alla cima del piedistallo. La corona ha 25 finestre che rappresentano le 25 gemme presenti sulla terra. Le tavole di rame che rivestono la struttura e danno forma all'opera sono spesse 2,37 millimetri.
A causa del vento, che può arrivare alla velocità di 50 miglia per ora, la statua subisce oscillazioni di circa sette centimetri che superano i dodici per la fiaccola. Si calcola che non meno di 300.000 persone, tra cui un anziano ed incantato Victor Hugo, hanno visitato il laboratorio parigino della Gaget & Gauthier durante la costruzione dell'opera.

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