Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1977 esce nelle sale cinematografiche americane il film "Star Wars", che presto diventerà uno dei più formidabili film di fantascienza mai prodotto nella storia del cinema.
La storia di Guerre Stellari inizia nel 1971, sei anni prima la sua comparsa sugli schermi di tutto il mondo. Il giovane regista George Lucas, appena laureatosi con il film L'uomo che fuggì dal futuro (THX 1138, USA, 1971), presenta due nuovi progetti alla major hollywoodiana Universal Pictures: American Graffiti e Guerre Stellari.
La casa di produzione sembra inizialmente propensa a produrre entrambi, dando il via libera al regista per cominciare il casting. Tra gli scritturati figura un giovane, allora semplicemente un falegname, che aveva deciso di prendere parte al provino quasi per scherzo, spinto da alcuni amici: si trattava di Harrison Ford, che sarebbe diventato un'icona della saga e uno degli attori di maggior successo di Hollywood. Poco dopo, però, la Universal ha un ripensamento, decidendo di produrre solamente American Graffiti, considerando Guerre Stellari troppo rischioso.
Lucas, dopo la delusione ricevuta, continua a sviluppare il suo progetto, lavorando sulla sceneggiatura di Star Wars insieme ad Alec Guinness, destinato a diventare uno degli interpreti della saga. Inizia così un lungo tour alla ricerca di una casa di produzione, che si rivela però inutile. Nel frattempo, interrompendo brevemente il progetto, realizza American Graffiti, che si rivela un grande successo: tra gli attori del film, oltre al giovane Harrison Ford, compare anche Ron Howard, poi conosciuto soprattutto per il suo ruolo di liceale in Happy Days e per la brillante carriera di regista.
Il progetto di Guerre Stellari è più che ambizioso: creare una nuova mitologia, che sappia raccogliere l'eredità epica dei film western da una parte, e quella avventurosa di quelli di cappa e spada dall'altra, fondendole in un contesto più moderno, un universo simile a quelli dei libri del maestro della fantascienza Isaac Asimov.
Grazie agli incassi consistenti di American Graffiti, la 20th Century Fox decide di finanziare il nuovo progetto di George Lucas, grazie al sostegno del figlio di Alan Ladd, uno dei maggiori azionisti, appassionato di fantascienza. Lucas dovrà, però, provvedere autonomamente a reperire il 40% dei soldi necessari, mentre la Fox finanzia il film parzialmente. Il regista, fermamente convinto della validità del suo progetto, arriva a ipotecare la propria casa. Sarà questo l'inizio della sua fortuna, grazie all'accordo che portò direttamente a lui parte dell'altissimo incasso e tutti i diritti sul merchandising.
Nel 1977 Star Wars vede la luce, ed in breve tempo ogni record di incasso viene polverizzato. Il film vince sei Oscar: "migliori effetti speciali", "miglior colonna sonora" (composta da John Williams e destinata a diventare un classico), "migliori costumi", "miglior sonoro", "migliori scenografie" e "miglior montaggio".
Il successo del film portò tutte le case editrici a scommettere sulla fantascienza scritta, dopo il successo di quella cinematografica. Tutti i più importanti editori italiani lanciarono sul mercato una propria collana di libri di fantascienza, dai classici ai nuovi scrittori, col risultato di saturare il mercato, portando a un immediato e disastroso tracollo, tanto delle nuove collane che di quelle preesistenti. Attorno a Guerre Stellari si crea una sorta di vero e proprio misticismo, al centro del quale vi è la ricerca di se stessi: la Forza.
La storia è ambientata in un'epoca imprecisata, la tecnologia è solo un contorno, lo sfondo per questa particolare forma di misticismo. La concezione del film di Lucas è, dunque, agli antipodi di quella di Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, che pone in un ruolo di rilievo gli effetti speciali, tendendo ad esaltare la tecnologia ed a porre il progresso scientifico al centro dell'attenzione.
La saga di Guerre Stellari è anche un enorme tributo cinefilo al grande cinema di Hollywood, farcito da decine di citazioni e riferimenti, dovute alla passione che Lucas condivide con l'amico e collega Steven Spielberg. Tra le fonti d'ispirazione del film va sicuramente citato La fortezza nascosta (Kakushi toride no san-akunin) di Akira Kurosawa e Dune di Frank Herbert, mentre il concept iniziale del robot dorato D-3BO (nome originale: C-3PO) era semplicemente una versione maschile e un po' più sofisticata del robot femminile protagonista del celebre Metropolis (1927) di Fritz Lang, capolavoro dell'espressionismo cinematografico.
Il film crea un vero e proprio culto intorno a sé, dando vita a generazioni di fan totalmente devoti al film, spesso in maniera maniacale.
Secondo l'idea ed il progetto iniziale del regista, la sua saga avrebbe dovuto comporsi di tre trilogie distinte, per un totale di nove film. Non avendo, ovviamente, le possibilità e la certezza di poter portare avanti tutto il ciclo, Lucas decise di scommettere sulla parte centrale della sua storia, teoricamente il quarto, quinto e sesto film, ritenendoli i più accattivanti, e in grado di poter essere narrati indipendentemente dai tre film antecedenti, che verranno poi realizzati più di vent'anni dopo, quando il regista decise di riprendere in mano la propria opera.
La terza ed ultima trilogia ha visto la luce in questi anni, a partire dal settimo film (titolo originale "the force awakens"), uscito il 18 dicembre 2015 per la regia di J.J. Abrams.
Quella scelta per essere portata sullo schermo per prima, quindi, è la trilogia centrale, ed infatti, anche se nel 1977 il primo Guerre Stellari non indica il numero dell'episodio, nel 1979 torna nelle sale col sottotitolo definitivo con cui è noto ancora oggi, Episodio IV - Una Nuova Speranza.
Nel 1980 la saga continua, ormai senza problemi di produzione, con l'uscita del secondo film, Episodio V - L'Impero colpisce ancora, del quale però Lucas lascia la regia a Irwin Kershner, limitandosi a produrre il film ed a scrivere la sceneggiatura insieme alla nota scrittrice di fantascienza Leigh Brackett e a Lawrence Kasdan, futuro regista.
Il terzo (ed ultimo) episodio della "trilogia originale" esce ancora una volta tre anni dopo il precedente, una consuetudine adottata anche per la seconda trilogia, Episodio VI - Il ritorno dello Jedi, per la regia questa volta di Richard Marquand. Talmente forte era la paura di una fuga di notizie su questa terza e definitiva puntata della prima saga, che Lucas girò per mesi sotto un titolo fittizio spacciandolo per un horror, Blue Harvest Horror Beyond Imagination, e non circolò mai un copione completo del film fino alla sua uscita.
Nel 1989, Guerre Stellari viene incluso dal governo statunitense nella lista dei film posti sotto la tutela della Biblioteca del Congresso.
George Lucas sembra aver esaurito le sue energie su Star Wars, e si dedica a nuovi progetti, tra i quali spicca una nuova saga, quella dell'archeologo Indiana Jones, firmata poi alla regia dall'amico e collega Steven Spielberg. Il nome del protagonista è lo stesso del cane di Lucas, al quale precedentemente si era ispirato per il personaggio di Chewbecca.
La Industrial Light and Magic, nata per la produzione degli effetti speciali di Guerre Stellari, diventa nel frattempo il punto di riferimento delle produzioni di fantascienza, divenute sinonimo di grandi incassi per le major. Hollywood investe tutto sul genere, dando vita a grandi pellicole come Alien e Blade Runner di Ridley Scott, Dune di David Lynch, e tante altre grandi e piccole produzioni, tra le quali spicca il film di Steven Spielberg E.T. l'Extra-Terrestre, che supera addirittura i record d'incasso di Guerre Stellari.
Il fenomeno Star Wars non tende, però, ad arrestarsi, anzi si diffonde su altri media.
La LucasFilm, l'azienda di produzione fondata dal regista, concede le licenze di sfruttamento della saga per la realizzazione di fumetti e romanzi, producendo centinaia di prodotti, entrando poi subito nel neonato mercato dei videogiochi. Vengono addirittura girate numerose nuove scene appositamente per i CD-ROM in produzione. Nel 1993 esce una trilogia di romanzi intitolata The Thrawn Trilogy di Timothy Zahn, con licenza ufficiale della LucasFilm. Con l'uscita di questi nuovi prodotti, si comincia a mormorare di nuovi progetti di Lucas attorno a Star Wars, di una nuova trilogia.
Nel 1997 si celebrano i vent'anni dall'uscita del primo film prodotto, Guerre Stellari. Per l'occasione la trilogia originale viene ridistribuita nelle sale cinematografiche in una nuova versione.
Grazie ai forti progressi avvenuti nel campo degli effetti speciali, dovuti in gran parte alla nascita della grafica computerizzata, i tre film, dopo essere stati "rigenerati", rimediando all'inevitabile deterioramento della pellicola cinematografica, vengono migliorati e arricchiti in vari punti. Vengono inoltre aggiunte alcune brevi sequenze.
I tre film escono nelle sale a poche settimane di distanza l'uno dall'altro, a partire dal gennaio 1997. Star Wars - Special Edition, come viene presentato, incassa negli Stati Uniti nel primo weekend di programmazione complessivamente più di 36 milioni di dollari nei 2100 cinema nei quali viene proiettato, tornando ancora una volta in testa alla classifica degli incassi quasi vent'anni dopo il suo debutto.
Queste nuove versioni vengono considerate da George Lucas quelle definitive, ed il regista decide di proibire la distribuzione di quelle precedenti, pur contro il volere di molti fan. Entrambe le decisioni sono destinate però a venire smentite, almeno in parte.
Con l'edizione del 2004 la trilogia originale viene pubblicata su supporto digitale: in questa occasione viene effettuato un ulteriore restauro della qualità dell'immagine, oltre alla modifica di alcune scene, ottenendo quella che al momento è considerata dall'autore stesso come l'edizione definitiva della trilogia. Nel 2006 viene pubblicata una nuova edizione limitata su supporto digitale, contenente sia l'ultima versione del 2004 che quella originale del periodo 1977-1983.
In occasione del ventennale arriva anche la dichiarazione ufficiale del regista e creatore della saga: verrà prodotta la "prima trilogia" (episodi I, II e III), quella dunque ambientata da venti a quarant'anni prima degli eventi narrati nella "trilogia originale".
Nel 1999 arriva nelle sale, dopo una trepidante attesa da parte di milioni di fan in tutto il mondo, Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma, il primo episodio della nuova saga, ambientato circa 30 anni prima dell'Episodio IV. Nel 2002 è la volta di Episodio II - L'attacco dei cloni e nel 2005 la saga viene completata da Episodio III - La vendetta dei Sith, che raccorda le due trilogie.
Dopo l'annuncio della produzione della "nuova trilogia", composta dai primi tre episodi della saga, George Lucas dichiarò di non avere intenzione, poi, di realizzare anche la terza ed ultima, quella composta dagli episodi VII, VIII e IX, sequel, dunque, di quella originale, anche questi pensati insieme al resto della saga.
Nonostante questa dichiarazione, però, la terza trilogia è stata alla fine prodotta, e in più sono stati realizzati due film "intermedi", Rogue one (che narra le vicende legate alla costruzione della terribile Morte Nera) e Solo, incentrato sulla vita del contrabbandiere.
All'uscita in Italia del primo film del 1977, alcuni dei nomi dei personaggi furono leggermente adattati per la pronuncia italiana, e tali furono mantenuti per tutti e tre i film della "trilogia originale" (episodi IV, V e VI). Con la nuova trilogia (episodi I, II e III) invece i nomi sono stati riportati a quelli originali inglesi. Ad esempio i due droidi R2-D2 e C-3PO, presenti in entrambe le trilogie, vengono chiamati nella prima trilogia rispettivamente con C1-P8 e D-3BO. Unica eccezione è Darth Vader nell' Episodio III: un sondaggio tra i fan italiani ha infatti decretato che il nome rimanesse quello italianizzato di Darth Fener, ormai troppo celebre per essere cambiato.
In occasione della nuova trilogia, la produzione ha scelto di mantenere in tutto il mondo i nomi originali; probabilmente per poter controllare meglio il mercato della distribuzione dei gadget allegati alla saga.
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lunedì 25 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
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domenica 24 maggio 2026
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Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio". L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio". L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.
sabato 23 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 23 maggio 1618 alcuni esponenti della nobiltà boema, non proprio contenti dell'elezione di Ferdinando II, fecero irruzione nel castello di Praga, presero un paio di persone vicine all’odiato monarca e le gettarono da una finestra. In gergo quando uno butta di proposito un altro dalla finestra si può parlare di defenestrazione o schizofrenia ossessiva degenerante, e dopo una lunga riflessione i libri di storia hanno deciso di chiamare l'avvenimento del 1618 “defenestrazione di Praga”.
Dunque il 23 maggio 1618 la famosa defenestrazione di Praga segna l'inizio della guerra dei Trent'anni, ultima guerra di religione combattuta in continente europeo.
Dal 1618 al 1648 l’Europa fu funestata da una guerra devastante, che coinvolse le maggiori potenze. Le cause profonde di questa guerra erano da ricercare nella situazione politico-religiosa della Germania all’indomani della lunga guerra di religione e della successiva Pace di Augusta del 1555.
Numerosi infatti erano i problemi lasciati aperti da questa pace, che per certi aspetti aveva accresciuto la confusione. La formula del “cuius regio eius religio” si era dimostrata poco felice in quanto i principi continuarono a passare da una confessione all’altra anche dopo il 1555, a seconda delle convenienze politiche ed economiche; inoltre la pace riconosceva come legittime solo le secolarizzazioni (= appropriazioni da parte dello Stato, quindi da parte dei principi luterani) dei beni della Chiesa cattolica avvenute entro il 1552, ma i principi continuarono ad appropriarsi dei beni dei cattolici anche dopo quella data, approfittando dei vari cambiamenti dinastici.
A complicare ancora di più la situazione c’era anche la diffusione del calvinismo, avvenuta in alcuni Stati tedeschi dopo il 1560, soprattutto in Boemia e nel Palatinato, entrambi facenti parte del gruppo dei sette Stati elettori dell’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania (i “principi elettori”): ma la tolleranza prevista dalla pace di Augusta non era stata estesa anche al calvinismo.
Pertanto, anche dopo Augusta, le tensioni tra Stati tedeschi protestanti, minoranze calviniste e Stati cattolici continuarono a minacciare l’unità dell’impero, tanto che si formarono delle alleanze politico-militari come l’Unione evangelica e la Lega cattolica. In particolare il caso della Boemia si presentava piuttosto critico. Essa era un regno elettivo che, insieme al ducato d’Austria e al regno d’Ungheria, faceva parte dei territori dipendenti direttamente dalla famiglia imperiale.
Non riuscendo a trasformare tutto l’Impero in un vero Stato nazionale centralizzato, gli Asburgo, dopo Carlo V, avevano mirato soprattutto a rafforzare il loro potere su questi domini diretti, cercando di trasformarli in uno Stato unitario e cattolico, ma questo tentativo si scontrò con la pluralità etnica, culturale, linguistica e religiosa esistente soprattutto in Ungheria e in Boemia, in cui convivevano precariamente le tre confessioni cristiane (cattolici, luterani, calvinisti) ed anche altre Chiese, tra cui quella che risaliva a Jan Huss.
Il conflitto latente ebbe modo di manifestarsi già con la decisione dell’imperatore Mattia II (un cattolico intransigente) di designare come nuovo re di Boemia il cugino Ferdinando II d’Asburgo (che era anche erede al trono imperiale), noto per le sue posizioni decisamente assolutiste e controriformistiche: i boemi non lo accettarono come loro re. La situazione precipitò nel 1618 quando Mattia fece chiudere alcune Chiese luterane: a maggio i delegati di Mattia si incontrarono a Praga con i rappresentanti delle città boeme, ma la discussione degenerò e i tre inviati imperiali furono buttati giù dalla finestra del palazzo (appunto la cosiddetta “defenestrazione di Praga”).
Quando l’anno dopo, alla morte di Mattia, Ferdinando II divenne anche imperatore, la Dieta boema offrì la corona al duca del Palatinato Federico V, che era calvinista e capo dell’Unione evangelica. Con questi eventi iniziò di fatto la guerra dei 30 anni, un conflitto politico-religioso che, da iniziale guerra interna all’area tedesco-imperiale, si allargò presto alla Danimarca, alla Svezia e alla Francia, fino a diventare una guerra europea. E’ possibile suddividere il conflitto in quattro periodi:
1) quello palatino-boemo;
2) quello danese;
3) quello svedese;
4) quello francese.
Nella prima fase la Boemia, non ricevendo aiuti adeguati da parte degli altri Stati protestanti, fu devastata ed assoggettata totalmente al potere degli Asburgo: da segnalare la battaglia della Montagna Bianca, avvenuta nel 1620, in cui gli eserciti imperiali sconfissero nettamente le truppe protestanti boeme.
Al fianco dell’imperatore era accorsa anche la Spagna (ricordiamo che sul trono di Spagna regnava in quel periodo un ramo della famiglia Asburgo). Il regno di Boemia fu cancellato e divenne un possedimento diretto della famiglia imperiale.
Alcune decine di migliaia di boemi, che non accettarono la sottomissione al cattolicesimo e agli Asburgo, furono costretti ad espatriare. Anche il Palatinato fu invaso e conquistato e fu escluso dal novero degli Stati che avevano il diritto di eleggere l’imperatore. Violenze e stragi, commesse da una parte e dall’altra, insanguinarono l’Europa: da ricordare il massacro dei protestanti della Valtellina (1620) da parte dei cattolici aiutati dalla Spagna (il cosiddetto “sacro macello”).
La guerra si riaccese nel 1625 (seconda fase): il re danese Cristiano IV, aiutato e spinto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda e da alcuni principati protestanti tedeschi, scese in guerra contro l’impero, ma venne ripetutamente sconfitto dalle truppe cattoliche guidate da un abile e spregiudicato generale, Alberto Wallenstein. Alla fine Cristiano IV fu costretto a firmare la pace nel 1629.
Queste vittorie indussero l’imperatore Ferdinando II a cercare di imporre a tutto il territorio della Germania la propria sovranità assolutista e ad emanare l’Editto di restituzione, in base al quale i beni cattolici che erano stati acquisiti dopo il 1552 dovevano essere restituiti alla Chiesa. Tale Editto ebbe però l’effetto di riaccendere le ostilità, mentre anche in Italia si aprì un nuovo fronte di guerra, provocato dal problema della successione al ducato di Mantova e del Monferrato, che vide contrapposti da un lato la Francia e dall’altro il ducato di Savoia e la Spagna.
Si entrò così nella terza fase della guerra (1630), con l’ingresso della Svezia di Gustavo Adolfo II, un sovrano luterano che fu convinto ad entrare in guerra dall’abile diplomazia del ministro francese Richelieu, che prospettò il grave danno politico, religioso ed economico che sarebbe derivato anche alla Svezia nel caso di una vittoria definitiva degli Asburgo.
L’esercito svedese, molto forte ed organizzato, sconfisse in due battaglie i cattolici e penetrò nel cuore della Germania: una di queste battaglie fu quella di Breitenfeld, svoltasi nel settembre del 1631, vicino a questo piccolo centro della Germania. Si trovarono di fronte da una parte l’esercito svedese-sassone guidato dal re di Svezia Gustavo Adolfo II, grande stratega militare, e dall’altro l’esercito cattolico-imperiale. Svedesi e sassoni conseguirono una brillante vittoria.
L’anno successivo si giunse allo scontro decisivo avvenuto con la battaglia di Lutzen (1632), in cui gli svedesi ebbero ancora la meglio ma il loro re morì in battaglia. Seguì un periodo di confusione politica e militare, in quanto nessuno dei contendenti riusciva a mettere definitivamente fuori gioco l’avversario, mentre gli eserciti imperversavano sui territori tedeschi uccidendo e saccheggiando: malattie, morte e povertà si diffusero dappertutto.
Dopo la sconfitta svedese di Nordlingen del 1634 si giunse alla Pace di Praga tra Svezia, Austria e principi tedeschi: Ferdinando II revocò l’Editto di restituzione.
Ma la Pace di Praga, che confermò il dominio imperiale nell’Europa centrale, non venne accettata dalla Francia, che si sentì minacciata ed accerchiata dalla potenza asburgica, per cui si aprì la quarta e ultima fase della lunga guerra (1635-1648). Contro l’imperatore e contro la Spagna si formò una coalizione che comprese la Francia, l’Olanda, la Svezia, il ducato di Savoia e i principi protestanti tedeschi.
A partire dal 1638-40 l’andamento della guerra cominciò a prendere una piega decisamente favorevole alla coalizione antiasburgica: gli olandesi distrussero la flotta spagnola (battaglia di Dover), la Francia occupò il Rossiglione, gli svedesi entrarono in Slesia e Boemia. Si giunse cosi alle battaglie conclusive: quella di Rocroi (1643), in cui le truppe francesi sbaragliarono quelle spagnole, quella di Jankovic (1645), in cui gli svedesi sconfissero gli austriaci, ed altre.
Il logoramento economico provocato dal lungo conflitto, le pestilenze, le stragi, le rivolte popolari scoppiate in varie zone e infine la consapevolezza del sostanziale fallimento del tentativo asburgico, indussero i paesi belligeranti a chiudere la guerra con una serie di trattati compresi sotto il nome di Pace di Westfalia (1648).
Essa sancì:
- la fine del sogno asburgico di creare nel cuore dell’Europa una grande monarchia nazionale centralizzata, assolutista e cattolica; la Germania venne divisa in circa 350 Stati, di cui alcuni abbastanza estesi e altri piccolissimi, che godevano di piena autonomia e sovranità;
- l’ascesa della Francia al ruolo di grande potenza: scongiurato il pericolo asburgico, alla Francia venne confermato il possesso delle tre città di Metz, Toul e Verdun e di gran parte dell’Alsazia; inoltre essa ottenne dal Piemonte la piazzaforte di Pinerolo;
- la supremazia svedese sul Mar Baltico e nel Mare del Nord e il possesso di una vasta zona di influenza nella Germania orientale;
- l’indipendenza definitiva dell’Olanda (Province unite);
- il ritorno all’indipendenza del Portogallo, non più unito alla corona di Spagna;
- il pieno riconoscimento dell’indipendenza e della neutralità perpetua della Confederazione svizzera;
- sul piano religioso venne confermato il principio del cuius regio, eius religio, che assunse però un nuovo significato, nel senso che la religione del principe diventava religione ufficiale di Stato ma i sudditi che appartenevano ad altre confessioni potevano convivere pacificamente e non erano costretti ad abiurare la loro fede o a emigrare.
A Westfalia non si raggiunse invece la pace tra Francia e Spagna, che continuarono le ostilità fino al 1659 quando, con la Pace dei Pirenei (1659), la Spagna fu costretta a cedere alcuni territori alla rivale. Il paese che ebbe i danni maggiori fu sicuramente la Germania, ossia gli Stati tedeschi, che subirono un vero e proprio tracollo demografico (si parla di circa 5 milioni di morti) ed economico, con la crisi di ogni attività produttiva (agricoltura, commercio, industria).
La Pace di Westfalia ha avuto un’importanza storica di grande rilievo almeno per due motivi:
1) sancì per la prima volta l’affermazione, nel contesto internazionale, del principio dell’equilibrio, in base al quale nessun paese poteva e doveva ingrandirsi e rafforzarsi troppo a danno degli altri, quindi bisognava attribuire e togliere territori senza intaccare quel sostanziale equilibrio di forze che si era formato in Europa all’indomani della guerra. Nei due secoli successivi il principio dell’equilibrio divenne il criterio guida a cui le nazioni si attennero per risolvere le controversie tra gli Stati e per stipulare trattati di pace;
2) con i trattati di Westfalia venne consacrata in via definitiva la nascita di un sistema politico internazionale basato sulla sovranità degli Stati nazionali: anche se permanevano alcuni imperi sovranazionali (come quello tedesco e quello ottomano), da quel momento in poi la nuova realtà politica europea andò sempre più organizzandosi intorno alla centralità dello Stato-nazione, retto per lo più da un sovrano assoluto, il cui potere era pressoché illimitato. I trattati di Westfalia quindi da un lato costituirono il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato nel tardo Medioevo, dall’altro costituirono il punto di partenza per la consacrazione definitiva di quelle entità giuridiche e politiche che gli storici hanno chiamato Stati nazionali;
3) a Westfalia si stabilirono nuove regole politiche riguardanti il diritto internazionale e anche la guerra: in caso di guerra, bisognava promuovere sempre un’azione diplomatica, svolta per lo più in forma segreta, per tentare di risolvere il conflitto; lo stato di guerra doveva essere dichiarato ufficialmente e l’evento bellico doveva riguardare solo gli eserciti e i campi di battaglia e non le popolazioni e le strutture civili; solo gli Stati giuridicamente riconosciuti avevano il diritto di fare la guerra, erano esclusi tutti gli altri soggetti; anche nello stato di guerra rimanevano in vigore e andavano osservati quei diritti naturali non scritti come il rispetto dei prigionieri e la tutela dei vecchi, delle donne, dei bambini, degli inermi in genere.
Dunque il 23 maggio 1618 la famosa defenestrazione di Praga segna l'inizio della guerra dei Trent'anni, ultima guerra di religione combattuta in continente europeo.
Dal 1618 al 1648 l’Europa fu funestata da una guerra devastante, che coinvolse le maggiori potenze. Le cause profonde di questa guerra erano da ricercare nella situazione politico-religiosa della Germania all’indomani della lunga guerra di religione e della successiva Pace di Augusta del 1555.
Numerosi infatti erano i problemi lasciati aperti da questa pace, che per certi aspetti aveva accresciuto la confusione. La formula del “cuius regio eius religio” si era dimostrata poco felice in quanto i principi continuarono a passare da una confessione all’altra anche dopo il 1555, a seconda delle convenienze politiche ed economiche; inoltre la pace riconosceva come legittime solo le secolarizzazioni (= appropriazioni da parte dello Stato, quindi da parte dei principi luterani) dei beni della Chiesa cattolica avvenute entro il 1552, ma i principi continuarono ad appropriarsi dei beni dei cattolici anche dopo quella data, approfittando dei vari cambiamenti dinastici.
A complicare ancora di più la situazione c’era anche la diffusione del calvinismo, avvenuta in alcuni Stati tedeschi dopo il 1560, soprattutto in Boemia e nel Palatinato, entrambi facenti parte del gruppo dei sette Stati elettori dell’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania (i “principi elettori”): ma la tolleranza prevista dalla pace di Augusta non era stata estesa anche al calvinismo.
Pertanto, anche dopo Augusta, le tensioni tra Stati tedeschi protestanti, minoranze calviniste e Stati cattolici continuarono a minacciare l’unità dell’impero, tanto che si formarono delle alleanze politico-militari come l’Unione evangelica e la Lega cattolica. In particolare il caso della Boemia si presentava piuttosto critico. Essa era un regno elettivo che, insieme al ducato d’Austria e al regno d’Ungheria, faceva parte dei territori dipendenti direttamente dalla famiglia imperiale.
Non riuscendo a trasformare tutto l’Impero in un vero Stato nazionale centralizzato, gli Asburgo, dopo Carlo V, avevano mirato soprattutto a rafforzare il loro potere su questi domini diretti, cercando di trasformarli in uno Stato unitario e cattolico, ma questo tentativo si scontrò con la pluralità etnica, culturale, linguistica e religiosa esistente soprattutto in Ungheria e in Boemia, in cui convivevano precariamente le tre confessioni cristiane (cattolici, luterani, calvinisti) ed anche altre Chiese, tra cui quella che risaliva a Jan Huss.
Il conflitto latente ebbe modo di manifestarsi già con la decisione dell’imperatore Mattia II (un cattolico intransigente) di designare come nuovo re di Boemia il cugino Ferdinando II d’Asburgo (che era anche erede al trono imperiale), noto per le sue posizioni decisamente assolutiste e controriformistiche: i boemi non lo accettarono come loro re. La situazione precipitò nel 1618 quando Mattia fece chiudere alcune Chiese luterane: a maggio i delegati di Mattia si incontrarono a Praga con i rappresentanti delle città boeme, ma la discussione degenerò e i tre inviati imperiali furono buttati giù dalla finestra del palazzo (appunto la cosiddetta “defenestrazione di Praga”).
Quando l’anno dopo, alla morte di Mattia, Ferdinando II divenne anche imperatore, la Dieta boema offrì la corona al duca del Palatinato Federico V, che era calvinista e capo dell’Unione evangelica. Con questi eventi iniziò di fatto la guerra dei 30 anni, un conflitto politico-religioso che, da iniziale guerra interna all’area tedesco-imperiale, si allargò presto alla Danimarca, alla Svezia e alla Francia, fino a diventare una guerra europea. E’ possibile suddividere il conflitto in quattro periodi:
1) quello palatino-boemo;
2) quello danese;
3) quello svedese;
4) quello francese.
Nella prima fase la Boemia, non ricevendo aiuti adeguati da parte degli altri Stati protestanti, fu devastata ed assoggettata totalmente al potere degli Asburgo: da segnalare la battaglia della Montagna Bianca, avvenuta nel 1620, in cui gli eserciti imperiali sconfissero nettamente le truppe protestanti boeme.
Al fianco dell’imperatore era accorsa anche la Spagna (ricordiamo che sul trono di Spagna regnava in quel periodo un ramo della famiglia Asburgo). Il regno di Boemia fu cancellato e divenne un possedimento diretto della famiglia imperiale.
Alcune decine di migliaia di boemi, che non accettarono la sottomissione al cattolicesimo e agli Asburgo, furono costretti ad espatriare. Anche il Palatinato fu invaso e conquistato e fu escluso dal novero degli Stati che avevano il diritto di eleggere l’imperatore. Violenze e stragi, commesse da una parte e dall’altra, insanguinarono l’Europa: da ricordare il massacro dei protestanti della Valtellina (1620) da parte dei cattolici aiutati dalla Spagna (il cosiddetto “sacro macello”).
La guerra si riaccese nel 1625 (seconda fase): il re danese Cristiano IV, aiutato e spinto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda e da alcuni principati protestanti tedeschi, scese in guerra contro l’impero, ma venne ripetutamente sconfitto dalle truppe cattoliche guidate da un abile e spregiudicato generale, Alberto Wallenstein. Alla fine Cristiano IV fu costretto a firmare la pace nel 1629.
Queste vittorie indussero l’imperatore Ferdinando II a cercare di imporre a tutto il territorio della Germania la propria sovranità assolutista e ad emanare l’Editto di restituzione, in base al quale i beni cattolici che erano stati acquisiti dopo il 1552 dovevano essere restituiti alla Chiesa. Tale Editto ebbe però l’effetto di riaccendere le ostilità, mentre anche in Italia si aprì un nuovo fronte di guerra, provocato dal problema della successione al ducato di Mantova e del Monferrato, che vide contrapposti da un lato la Francia e dall’altro il ducato di Savoia e la Spagna.
Si entrò così nella terza fase della guerra (1630), con l’ingresso della Svezia di Gustavo Adolfo II, un sovrano luterano che fu convinto ad entrare in guerra dall’abile diplomazia del ministro francese Richelieu, che prospettò il grave danno politico, religioso ed economico che sarebbe derivato anche alla Svezia nel caso di una vittoria definitiva degli Asburgo.
L’esercito svedese, molto forte ed organizzato, sconfisse in due battaglie i cattolici e penetrò nel cuore della Germania: una di queste battaglie fu quella di Breitenfeld, svoltasi nel settembre del 1631, vicino a questo piccolo centro della Germania. Si trovarono di fronte da una parte l’esercito svedese-sassone guidato dal re di Svezia Gustavo Adolfo II, grande stratega militare, e dall’altro l’esercito cattolico-imperiale. Svedesi e sassoni conseguirono una brillante vittoria.
L’anno successivo si giunse allo scontro decisivo avvenuto con la battaglia di Lutzen (1632), in cui gli svedesi ebbero ancora la meglio ma il loro re morì in battaglia. Seguì un periodo di confusione politica e militare, in quanto nessuno dei contendenti riusciva a mettere definitivamente fuori gioco l’avversario, mentre gli eserciti imperversavano sui territori tedeschi uccidendo e saccheggiando: malattie, morte e povertà si diffusero dappertutto.
Dopo la sconfitta svedese di Nordlingen del 1634 si giunse alla Pace di Praga tra Svezia, Austria e principi tedeschi: Ferdinando II revocò l’Editto di restituzione.
Ma la Pace di Praga, che confermò il dominio imperiale nell’Europa centrale, non venne accettata dalla Francia, che si sentì minacciata ed accerchiata dalla potenza asburgica, per cui si aprì la quarta e ultima fase della lunga guerra (1635-1648). Contro l’imperatore e contro la Spagna si formò una coalizione che comprese la Francia, l’Olanda, la Svezia, il ducato di Savoia e i principi protestanti tedeschi.
A partire dal 1638-40 l’andamento della guerra cominciò a prendere una piega decisamente favorevole alla coalizione antiasburgica: gli olandesi distrussero la flotta spagnola (battaglia di Dover), la Francia occupò il Rossiglione, gli svedesi entrarono in Slesia e Boemia. Si giunse cosi alle battaglie conclusive: quella di Rocroi (1643), in cui le truppe francesi sbaragliarono quelle spagnole, quella di Jankovic (1645), in cui gli svedesi sconfissero gli austriaci, ed altre.
Il logoramento economico provocato dal lungo conflitto, le pestilenze, le stragi, le rivolte popolari scoppiate in varie zone e infine la consapevolezza del sostanziale fallimento del tentativo asburgico, indussero i paesi belligeranti a chiudere la guerra con una serie di trattati compresi sotto il nome di Pace di Westfalia (1648).
Essa sancì:
- la fine del sogno asburgico di creare nel cuore dell’Europa una grande monarchia nazionale centralizzata, assolutista e cattolica; la Germania venne divisa in circa 350 Stati, di cui alcuni abbastanza estesi e altri piccolissimi, che godevano di piena autonomia e sovranità;
- l’ascesa della Francia al ruolo di grande potenza: scongiurato il pericolo asburgico, alla Francia venne confermato il possesso delle tre città di Metz, Toul e Verdun e di gran parte dell’Alsazia; inoltre essa ottenne dal Piemonte la piazzaforte di Pinerolo;
- la supremazia svedese sul Mar Baltico e nel Mare del Nord e il possesso di una vasta zona di influenza nella Germania orientale;
- l’indipendenza definitiva dell’Olanda (Province unite);
- il ritorno all’indipendenza del Portogallo, non più unito alla corona di Spagna;
- il pieno riconoscimento dell’indipendenza e della neutralità perpetua della Confederazione svizzera;
- sul piano religioso venne confermato il principio del cuius regio, eius religio, che assunse però un nuovo significato, nel senso che la religione del principe diventava religione ufficiale di Stato ma i sudditi che appartenevano ad altre confessioni potevano convivere pacificamente e non erano costretti ad abiurare la loro fede o a emigrare.
A Westfalia non si raggiunse invece la pace tra Francia e Spagna, che continuarono le ostilità fino al 1659 quando, con la Pace dei Pirenei (1659), la Spagna fu costretta a cedere alcuni territori alla rivale. Il paese che ebbe i danni maggiori fu sicuramente la Germania, ossia gli Stati tedeschi, che subirono un vero e proprio tracollo demografico (si parla di circa 5 milioni di morti) ed economico, con la crisi di ogni attività produttiva (agricoltura, commercio, industria).
La Pace di Westfalia ha avuto un’importanza storica di grande rilievo almeno per due motivi:
1) sancì per la prima volta l’affermazione, nel contesto internazionale, del principio dell’equilibrio, in base al quale nessun paese poteva e doveva ingrandirsi e rafforzarsi troppo a danno degli altri, quindi bisognava attribuire e togliere territori senza intaccare quel sostanziale equilibrio di forze che si era formato in Europa all’indomani della guerra. Nei due secoli successivi il principio dell’equilibrio divenne il criterio guida a cui le nazioni si attennero per risolvere le controversie tra gli Stati e per stipulare trattati di pace;
2) con i trattati di Westfalia venne consacrata in via definitiva la nascita di un sistema politico internazionale basato sulla sovranità degli Stati nazionali: anche se permanevano alcuni imperi sovranazionali (come quello tedesco e quello ottomano), da quel momento in poi la nuova realtà politica europea andò sempre più organizzandosi intorno alla centralità dello Stato-nazione, retto per lo più da un sovrano assoluto, il cui potere era pressoché illimitato. I trattati di Westfalia quindi da un lato costituirono il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato nel tardo Medioevo, dall’altro costituirono il punto di partenza per la consacrazione definitiva di quelle entità giuridiche e politiche che gli storici hanno chiamato Stati nazionali;
3) a Westfalia si stabilirono nuove regole politiche riguardanti il diritto internazionale e anche la guerra: in caso di guerra, bisognava promuovere sempre un’azione diplomatica, svolta per lo più in forma segreta, per tentare di risolvere il conflitto; lo stato di guerra doveva essere dichiarato ufficialmente e l’evento bellico doveva riguardare solo gli eserciti e i campi di battaglia e non le popolazioni e le strutture civili; solo gli Stati giuridicamente riconosciuti avevano il diritto di fare la guerra, erano esclusi tutti gli altri soggetti; anche nello stato di guerra rimanevano in vigore e andavano osservati quei diritti naturali non scritti come il rispetto dei prigionieri e la tutela dei vecchi, delle donne, dei bambini, degli inermi in genere.
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