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giovedì 25 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Il 25 giugno 1876 nelle vicinanze del fiume Little Big Horn nel Montana, ci fu una delle battaglie più famose della storia degli Stati Uniti d'America. Il 7° cavalleria comandato dal generale Custer attaccò un grande villaggio indiano composto per la maggior parte da Lakota e Cheyenne. Custer ed i suoi soldati furono stretti in una morsa e annientati. Nessun superstite che prese parte alla battaglia riuscì a raccontare quello che avvenne effettivamente. Da questo prese forma una leggenda che al giorno d'oggi coinvolge moltissimi lettori. Ad oltre un secolo di distanza gli archeologi cercano di svelare il mistero dell'ultima resistenza di Custer. Fu davvero eroica? O si tratta di un mito? Quando il 25 giugno Custer guidò i suoi uomini sul Little Big Horn e rimasero tutti uccisi il paese rimase scioccato. Il miglior reparto della cavalleria americana umiliato e sconfitto da semplici primitivi!? Custer era il generale più famoso d'America ed il suo mito commosse tutta la nazione. La stampa ne fece un martire. Ma come morirono Custer ed i suoi uomini? La leggenda della battaglia rimase un mistero finché nell'agosto 1983 un grande incendio nel Montana centrale colpisce proprio la zona dove avvenne la battaglia. Bruciano km. di prateria e di bosco, viene così alla luce il sito archeologico. Ad interessarsi è l'archeologo Richard Fox. Perlustrando la zona si trovano pallottole, cartucce, ossa... Altri archeologi si uniscono a Fox, oltre 240 ettari vengono passati con il metal detector. Vengono trovati e registrati oltre 5000 reperti tra cui un orologio da taschino svizzero, una fede nuziale d'oro, cartucce inesplose, un piede ancora nel suo stivale, un cranio colpito posteriormente da un ascia (segno evidente di un esecuzione). Ogni reperto viene trattato come una prova. La battaglia fu crudele, si capì come avvenne il combattimento. Negli anni successivi gli archeologi tentano di ricostruire passo per passo la dinamica della battaglia. I teschi e le ossa ritrovate forniscono importanti indicazioni e con la medicina legale l'antropologo Willey che lavora per la polizia eseguendo autopsie sugli omicidi riesce a stabilire che: l'altezza media di un soldato era di circa un m.e 50, il peso non superiore ai 70kg (questo per ridurre lo sforzo dei cavalli), che avevano la spina dorsale deteriorata a causa delle lunghe ore trascorse in sella, ed inoltre i denti in un cattivo stato per la scarsa igiene e la cattiva alimentazione. Vi erano anche soldati minorenni e malnutriti. L’età minima per arruolarsi era di 21 anni, Willey analizzando gli scheletri rileva che alcuni di loro erano molto più giovani. Ora con l'aiuto della scienza da parte di archeologi ed antropologi cerchiamo di fare un analisi di quelle vicende e di come si svolse la battaglia.  Il 25 giugno 1876 Custer va verso il Little Big Horn a capo di 31 ufficiali, 566 soldati e 35 guide indiane,  tra cui Mitch Bouyer, il sanguemisto interprete e capo degli scout, uno dei più esperti cercatori di piste del West. Custer forza i suoi uomini al limite e il suo comportamento innervosisce tutti, rifiutando mitragliatrici e truppe di rinforzo. La vittoria deve andare esclusivamente al suo settimo cavalleria. All'alba del 25 giugno raggiungono un'alta collina sul fiume. A malapena visibile le guide avvistano un grandissimo campo indiano e qui M. Bouyer insieme agli altri esploratori dice al generale che i nemici sono troppo numerosi, sono come i fili dell'erba... e che in caso di battaglia non sarebbero vissuti a lungo. Custer con il suo cannocchiale dato che la visibilità era peggiorata non riesce a scorgere né il fumo del campo indiano né la grandissima mandria di cavalli. Nota una grande nuvola di polvere e crede che gli indiani stiano smontando il campo. In realtà la polvere è dovuta al gran numero di cavalli, circa 10-15 mila. Custer incurante dei consigli decide di attaccare. Divide il suo 7° in tre gruppi. Il maggiore Reno con 11 ufficiali, 129 soldati e 33 esploratori si dirige a sud del campo nemico, Custer con 13 ufficiali 200 soldati e 9 civili a nord, infine il capitano Benteen con 115 soldati deve bloccare una possibile via di fuga. Custer dall'alto della collina si accorge che il nemico lo sovrasta numericamente, ma arrendersi non è nella sua natura. Manda un messaggio a Benteen (diventato poi famoso) e gli dice di rientrare con i suoi uomini. Custer non aspetta i rinforzi, si dirige verso il fiume ed il campo indiano. A questo punto qual è il fuoco nemico che Custer si trova di fronte e che armi avevano i suoi uomini? Gli archeologi cercano indizi e trovano migliaia di cartucce. Gli uomini di Custer avevano carabine Springfield 1873 molto precise e a lunga gittata e colt 45 a 6 cartucce (ottima per i combattimenti ravvicinati). Poi la sorpresa, si scoprono pallottole e cartucce non governative, le munizioni indiane. Gli scienziati iniziano così a studiare, pulendo le cartucce da un secolo di sporco e le spediscono al laboratorio di polizia di stato del Nebraska. Si trovano pallottole di carabine Spencer, Sharp, Henry Rifle, per un totale di circa 47 tipi di armi differenti. Nessuno avrebbe immaginato che gli indiani erano così bene armati. Almeno 200 guerrieri possedevano fucili a ripetizione. La carabina H. Rifle dotata di 16 colpi sparava molto velocemente, a differenza dei fucili del 7°, quest'arma in un combattimento ravvicinato riusciva a sparare tutti e 16 i colpi prima che un soldato riuscisse a ricaricare il suo fucile. I bossoli rivelano la portata della battaglia: anche sulle rive del fiume si trovano tracce di combattimento, poche pallottole e bossoli, e questo smentisce l'eroica leggenda che il reggimento fosse stato accerchiato in questo guado e trascinato dalle orde di indiani verso il campo di battaglia. Tutto falso, dicono gli archeologi. Fox fa di più, confronta i suoi ritrovamenti con le testimonianze indiane dell'epoca. Non si combatté in riva al fiume. Cosa è successo davvero? Secondo Fox, Custer raggiunge il fiume con metà dei suoi uomini ma trova il villaggio deserto, i guerrieri si sono diretti verso il M.Reno. Custer sceglie allora di catturare le donne e i bambini che sono fuggiti dalla parte opposta, poiché il suo obiettivo è di portare gli indiani nelle riserve; catturare donne e bambini significa rendere impotenti i guerrieri e occuparsi di loro più tardi. Tornando al fiume spera di catturare gli ostaggi, ma quando si accorge che sono troppo numerosi per essere trasportati decide di rinunciare. La battaglia ha inizio con Custer diretto verso il fiume, l'attacco è furioso, gli indiani lo respingono verso la collina. Combattono fino allo stremo, sono in netta minoranza numerica. Per capire l'ultima resistenza gli archeologi esaminano passo dopo passo la riva del fiume. Si trovano centinaia di reperti, fibbie, speroni, ferri di cavallo, bossoli. In base a questi ritrovamenti si stabilisce che i 220 uomini coprono una superficie di 2 kmq nei luoghi oggi chiamati Calhoun Hill, Custer Hill, Keogh. Per gli archeologi è una formazione d'attacco. Perché Custer si sente sicuro di sé? E' convinto che il M.Reno abbia avuto la meglio, Custer ha inviato Benteen per ricevere rinforzi, ma quello che non sa è che i guerrieri hanno respinto Reno. Benteen accorre in aiuto di Reno e lascia Custer da solo. I guerrieri concentrano la loro attenzione su Calhoun Hill , qui ha inizio il primo e più sanguinoso combattimento. Su questa collina i soldati si schierano a 4m. di distanza l'uno dall'altro, è il tipico schieramento della cavalleria. Ma sotto c'è un'altra postazione di indiani nel luogo una volta chiamato Greasy Grass Ridge. Qui vengono ritrovate cartucce calibro 44 e 50. Sono le cartucce degli indiani, la collina ne è completamente ricoperta. Gli indiani si avvicinano sempre di più sul crinale.  Il panico e la paura si diffondono tra i soldati che iniziano a disperdersi, la difesa crolla e i guerrieri conquistano Calhoun Hill. Crolla la prima roccaforte di Custer. Anche qui vengono ritrovate ossa, un proiettile in un anca dx, e un cranio. I guerrieri fecero in modo che non vi fossero sopravvissuti. Si ricostruiscono i movimenti dei soldati seguendo i bossoli sparati dallo stesso percussore.  Ogni fucile ha una sua impronta digitale. Pochi fortunati si salvano e si dirigono verso Keogh. I guerrieri da Greasy Grass si spostano verso Keogh. Qui è un punto esposto e la battaglia è disastrosa. In meno di 30 minuti cadono due posizioni. Rimane solo Custer Hill. Ora gli scienziati si domandano: fu una eroica resistenza quella degli uomini di Custer? O si tratta di una leggenda senza fondamento? Gli ultimi soldati sono bloccati sul crinale, gli indiani li circondano dal basso. Man mano che il numero dei soldati diminuisce i guerrieri si avvicinano sempre di più. Anche su Custer Hill si analizzano i bossoli, ne vengono rinvenuti pochi e non si riesce a tracciare nessuna mappa. Non viene adottata nessuna strategia. La battaglia è stata breve, nessuna strenua resistenza. Gli archeologi commentano: si trattava sì di soldati valorosi, ma la componente psicologica prevalse sul resto, si trovarono in una situazione di caos, panico, paura, disperazione... I soldati vivono attimi di terrore, i guerrieri si preparano per l'ultimo attacco. è la fine. Come confermano i racconti dei testimoni indiani la battaglia fu di breve durata. Oggi le lapidi segnano il campo di battaglia del L.B.Horn, furono sistemate dove vennero ritrovati i corpi dei soldati, ed offrono un'ultima chiave di lettura su ciò che successe. Tracciano una linea immaginaria che da Custer Hill scende fino ad un burrone profondo. Gli archeologi stabiliscono che la battaglia finale non si tenne su Custer Hill. Nella gola dove si svolgono gli ultimi atti della battaglia vengono trovate alcune cartucce sparate da un soldato e prove evidenti che almeno 6 guerrieri che lo circondano fanno fuoco su di lui. Il fatto che in 6 avessero il tempo di sparare ad un solo soldato suggerisce che egli fu uno degli ultimi a morire. Oltre alle cartucce si fa una scoperta interessante: un bottone di perla probabilmente indossato da una delle guide e un frammento di cranio con le ossa della mascella molto ampia. Si tratta di un uomo di razza mista. L'unico che corrisponde alla descrizione è Mitch Bouyer. Gli scienziati sovrappongono il frammento di cranio con l'unica foto dello scout, ed essa corrisponde esattamente. La supposta profezia di Bouyer che lui e Custer non sarebbero sopravvissuti a lungo si avverò. Tra la lunga fila di lapidi dei soldati la scienza ha dato sepoltura ai resti di Bouyer. La fine di Custer con i suoi uomini fu più terribile di quanto noi potessimo immaginare. Le analisi di Willey parlano di orrende e ampie mutilazioni. Un amara conclusione sulla fine della battaglia... Lo spettacolo che si trova di fronte il tenente James Bradley la mattina del 27 giugno è raccapricciante. Decine e decine di corpi distesi al sole, alcuni già gonfi e neri, altri senza braccia e/o testa. Era usanza degli indiani delle pianure mutilare i cadaveri. In un punto della valle alla base della collina più alta Bradley trova il corpo di G.A.Custer. Era appoggiato di schiena su altri due soldati morti,con una gamba ripiegata sotto il corpo. Era spogliato completamente, non era stato scalpato ed aveva 2 fori di proiettili, uno all'altezza del cuore un altro alla tempia sinistra e non presentava alcuna mutilazione. Sicuramente non era stato riconosciuto da nessun guerriero visto che pochi giorni prima della battaglia si era tagliato i capelli. Questa fu la fine di Custer con il suo 7° cavalleria... Gli archeologi da veri detective sono riusciti a smontare uno dei più grandi miti del West americano, con il loro lavoro (circa 20 anni) e le loro scoperte sono riusciti a modificare l'immagine del reggimento di Custer, gran parte di loro erano degli inesperti soldati e la battaglia non fu una strenua resistenza, ma una breve e devastante sconfitta. I reperti hanno permesso di conoscere bene a fondo anche i guerrieri, ben lontani da essere avversari primitivi e privi di qualsiasi tattica militare. Erano bene armati e profondi conoscitori del terreno di guerra. Inoltre quel giorno, sebbene fossero presenti molti capi valorosi e famosi, le due figure principali furono Toro Seduto, guida spirituale (il quale non prese parte alla battaglia per via delle ferite riportate nella danza del sole svoltasi poco prima della battaglia), e Cavallo Pazzo. Quest’ultimo aveva già galvanizzato i guerrieri con la battaglia del Rosebud il 17 giugno, sconfiggendo il generale Crook (fu militarmente merito suo). Quel 25 giugno Cavallo Pazzo con la sua grande ascendenza sui guerrieri cambiò il loro modo di combattere, spingendoli a non cercare il corpo a corpo, a contare i colpi o catturare armi e cavalli del nemico. Sul Little Big Horn gli indiani combatterono per uccidere chi stava minacciando la loro esistenza, le loro famiglie, le loro donne e i loro bambini.

mercoledì 24 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno è convenzionalmente collocata la nascita di Giovanni Battista, in quanto le scritture dicono che la madre fosse incinta di 6 mesi quando l'Arcangelo Gabriele diede a Maria la notizia dell'arrivo di Gesù. Dunque sarebbe da intendersi teoricamente che Giovanni Battista sia nato il 24 giugno del primo anno dopo Cristo.
Giovanni Battista è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli; non c’è si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, in cui non sia presente questo santo, rivestito di solito con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a forma di croce.
Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente “San Giovannino”.
Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito “Il più grande tra i nati da donna”.
Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come loro santo patrono.
Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna) è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo s. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, al suo tempo era già conosciuto e nell’ebraico Iehóhanan, significava: “Dio è propizio”.
Nel Vangelo di s. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.
Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.
Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio”.
Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia.
Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.
Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza.
Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato.
Anche i soldati del re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare se il loro mestiere era così disgraziato e malvisto dalla popolazione; e lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13).
Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
E alla delegazione ufficiale, inviatagli dai sommi sacerdoti disse, che egli non era affatto il Messia, il quale era già in mezzo a loro, ma essi non lo conoscevano; aggiungendo “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui come una colomba, mentre una voce diceva: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 29-30).
La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione, aveva formato il gruppo degli apostoli e discepoli ed era seguito da una gran folla; egli aveva predicato proprio per questo, preparare un popolo degno, che accogliesse Gesù e il suo messaggio di Redenzione.
Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, neanche davanti al re d’Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica, la “Torà”, perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè.
Per questo motivo un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici.
Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato.
Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista.
A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia.
Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.
Molti testi apocrifi, come anche i libri musulmani, fra i quali il Corano, parlano di lui; dai suoi discepoli si staccarono Andrea e Giovanni apostoli per seguire Gesù. Il suo culto come detto all’inizio si diffuse in tutto il mondo conosciuto di allora, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.
La festa della Natività di S. Giovanni Battista fin dal tempo di s. Agostino (354-430), era celebrata al 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.
Le celebrazioni devozionali, folkloristiche, tradizionali, sono diffuse ovunque, legate alla sua venerazione; come tanti proverbi popolari sono collegati metereologicamente alla data della sua festa.
S. Giovanni Battista, tanto per citarne alcune, è patrono di città come Torino, Firenze, Imperia, Ragusa, ecc. Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore; nel 361-362 ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.
Ma a Genova nella cattedrale di S. Lorenzo, si venerano proprio quelle ceneri (?), portate dall’Oriente nel 1098, al tempo delle Crociate, con tutti i dubbi collegati.
Per la testa che si trovava a Costantinopoli, per alcuni invece ad Emesa, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII sec.
A Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S. Silvestro in Capite, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Risparmiamo la descrizione di braccia, dita, denti, diffusi in centinaia di chiese europee.
Al di là di queste storture, frutto del desiderio di possedere ad ogni costo una reliquia del grande profeta, ciò testimonia alla fine, la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone-apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, eremita, predicatore e trascinatore di folle, istitutore di un Battesimo di perdono dei peccati, martire per la difesa della legge giudaica, ecc.

martedì 23 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
La notte del 23 giugno 1993 Lorena Gallo, moglie di John Wayne Bobbit, evira il marito.
Lorena e John Wayne Bobbitt conquistano gli onori della cronaca mondiale nella notte del 23 giugno del 1993. Lorena è una giovane di 23 anni originaria dell’Ecuador, John invece è un ex-marine, dedito all’alcol e a una vita senza regole. Quella notte, secondo il racconto di Lorena, il marito rincasa a notte fonda come da sua abitudine, e, dopo aver abusato di lei, si addormenta come se non fosse accaduto nulla. La donna, stanca delle continue violenze domestiche, evira il marito con un coltello da cucina e fugge immediatamente dopo a bordo della sua automobile. Durante la fuga Lorena viene colta dal panico, e lancia il pene del marito dal finestrino.
Dopo accurate ricerche la polizia locale – siamo a Manassan, in Virginia – recupera la parte evirata che sarà impiantata con un lungo intervento chirurgico della durata di dieci ore.
Il processo che vede al banco degli imputati Lorena si conclude nel 1997 con l’assoluzione della donna per temporanea infermità mentale derivante dai continui abusi di cui è stata vittima. La corte le ingiunge, però, la permanenza in un ospedale psichiatrico per un periodo di quarantacinque giorni.
La notizia del gesto di Lorena fa il giro del mondo investendo i due coniugi di un’improvvisa popolarità. I due cominciano così a frequentare separatamente talk show e salotti televisivi.
Lorena Bobbit dopo il processo tentò di tenere un basso profilo, abbandonando il cognome Bobbit per riprendere il suo da ragazza, Gallo. Nel dicembre 1997 tornò nelle pagine della cronaca perchè incriminata di aver colpito a pugni sua madre, Elvia Gallo, mentre guardavano la televisione. Fu poi scagionata e la madre rimase a vivere con lei.
Nel 2007 lavorava in un salone di bellezza di Washington, e nello stesso anno ha fondato un'organizzazione chiamata "Lorena's red wagon", che aiuta a prevenire le violenze domestiche con attività orientate alla famiglia.
Nel giugno 2008, nel corso di un'intervista televisiva, ha raccontato di avere una relazione di lunga data con un certo Dave Bellinger col quale ha dato luce a una bambina nel 2006.
Dopo l'incidente John Bobbitt ha cercato di guadagnare soldi dalla notorietà in vari modi. Ha formato una banda per pagare le ingenti spese mediche, senza successo. Nel 94 ha partecipato a un film porno, "John Wayne Bobbitt: uncut", con un evidente gioco di parole, e nel 96 ad un altro film porno chiamato "Frankenpenis".
Successivamente si è trasferito a Las Vegas dove ha fatto una miriade di lavori: barista, autista di limousine, facchino, consegna di pizze a domicilio, autista di carro attrezzi. Ha persino servito come aiutante di un Ministro della Chiesa della Vita Universale.
Dopo il divorzio, John ha avuto ancora problemi con la legge. E' stato più volte arrestato per atti di violenza nei confronti delle sue fidanzate, nonchè accusato di furto di vestiti in un magazzino nel Nevada per un importo di oltre 140.000 dollari.
Si è sposato altre due volte, ed altre due volte ha divorziato, principalmente a seguito delle accuse di violenza domestica delle sue mogli.
Nel maggio del 2009 Lorena e John si incontrarono per la prima volta dal divorzio, avvenuto 16 anni prima, nel corso di uno show televisivo. In questo show John ha chiesto scusa a Lorena per come la aveva trattata durante il matrimonio, e Lorena disse che John l'amava ancora, poichè ha continuato a mandarle fiori e cartoline ad ogni giorno di San Valentino.


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