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lunedì 11 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala con la spedizione dei Mille, iniziando così la campagna per la unificazione dell'Italia.
Giuseppe Capuzzi, un bresciano che fece parte della spedizione, tenne in quel periodo un diario, scritto nei pochi momenti di riposo tra marce e battaglie, che pubblicò a Palermo in giugno, quando ancora le sorti della spedizione non erano ancora chiare.
Ecco quel che scrisse a proposito di quel giorno di sbarco:
Verso le ore tre pomeridiane dell’undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra ... Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l’Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell’ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci in modo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l’altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde ! Appena entrati in Sicilia ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d’armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all’oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l’acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all’armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un’ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del compito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo. Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi, ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alla terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L’anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio, la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l’italiana famiglia sarà riunita avremo posa. Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l’ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane avea il più grande sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marce. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in due file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole con l’uno o con l’altro. Era consolante il vedere quell’uomo raro conversare familiarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio. Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo internati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall’altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso pero a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll’acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d’uomo più prelibati di questa mistura d’acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po’ di sosta, poi si riprese la marcia.

domenica 10 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1933 avvenne nella piazza di Berlino Opernplatz il tristemente noto rogo dei libri.
Goebbels lanciò la sua campagna propagandistica contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". Si trattava di una iniziativa senza precedenti, che rivelava, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, il grado di imbarbarimento della vita politica e culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza delle «basi intellettuali della Repubblica di Novembre», eliminando fisicamente le tracce più rilevanti che gli intellettuali tedeschi del XIX e del XX secolo avevano dato allo sviluppo della moderna cultura europea.
Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo la rozza e incolta ideologia del nuovo regime avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine (1797-1856) e Karl Marx (1818-1883), ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth, i filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith, l'architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg, i registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau e centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.
Diventata "Judenrein" ("depurata dagli ebrei") e depurata da quella che i nazisti ritenevano essere l'"influenza giudaica" sull'"intellettualismo esagerato", la Germania hitleriana divenne, dopo il 1933, un vero e proprio deserto culturale. I pochissimi intellettuali che, per una iniziale simpatia verso il nuovo regime, restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento), videro presto spegnerla e dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. I migliori tra gli intellettuali tedeschi se ne andarono dal Paese, spesso precipitosamente, talvolta costretti (è il caso di Einstein e di Freud). Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
La piazza è stata in seguito ribattezzata nel 1947 dalle autorità della RDT (Repubblica Democratica Tedesca) August Bebel Platz, in onore del cofondatore del Partito operaio socialdemocratico, per non ricordare il famigerato rogo del 33.
Al centro della piazza vi è tutt’oggi un pannello di vetro nel pavimento che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto è posta una targa che riporta una citazione di Heinrich Heine “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” . Il poeta tedesco, nato a Düsseldorf  il 13 dicembre 1797 e morto a Parigi il 17 febbraio 1856, era di origini ebraiche e fu anche un importante filosofo collocato nelle file della sinistra hegeliana. Le sue lungimiranti parole si possono ora leggere attraverso quella lastra di vetro su di una targa ricordante l’accaduto.

sabato 9 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1946 Re Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio Umberto II, che diviene così l'ultimo re d'Italia.
Non c'è dubbio che il fato fu molto avverso a Umberto; il suo regno durò un mese, dal 9 maggio al 18 giugno del 46, nonostante avesse dato prova di di essere un re efficiente e di buon cuore.
Il suo regno fu così corto che venne scherzosamente ribattezzato "il re di maggio".
Umberto salì al trono poco prima che il 2 giugno gli italiani decidessero di diventare una repubblica, nel referendum popolare. Fu dunque costretto ad abdicare e a lasciare l'Italia per l'esilio, che trovò in Portogallo a Cascais. La nuova Costituzione della Repubblica Italiana non solo esiliò il re per sempre, ma vietò in perpetuo a qualsiasi discendente maschile della casa dei Savoia di mettere piede in Italia. Questo divieto venne eliminato solo nel 2002.
Umberto II nacque il 15 settembre 1904 come Principe di Piemonte a Racconigi, vicino Torino, secondo figlio di Vittorio Emanuele III.
Umberto sposò Marie Jose, la più giovane figlia di Alberto I del Belgio l'8 gennaio 1930. Ebbero quattro figli. Il principe fu addestrato all'arte militare e ben presto divenne comandante delle Armate del Nord e del Sud, un incarico soprattutto di rappresentanza, giacchè era in effetti il Primo Ministro Mussolini ad avere l'ultima parola sulle questioni militari. Voci di corridoio sostenevano che Mussolini avesse un corposo dossier su Umberto, e che questo gli consentisse di trattarlo come una marionetta. Umberto non poteva nemmeno avere voce in capitolo nella politica del paese, giacchè un codice non scritto stabiliva che "regna un solo Savoia alla volta". Questa regola fu disattesa una sola volta, allorchè Umberto tentò di incontrare Hitler durante un matrimonio reale in Germania. Sebbene molti sostenessero che questo incontro fu più casuale che pianificato, dopo questo fatto i controlli sui movimenti del principe divennero ancora più marcati.
Quando il regime di Mussolini fu rovesciato nel 43, Umberto II fu nominato Luogotenente Generale del Regno dal padre Re Vittorio Emanuele III, e mandato in Egitto. In quei tre anni Umberto si distinse come un buon leader e mostrò di avere eccellenti doti per agire come Re. Alcuni sostengono che se il padre lo avesse incoronato Re nel 43 dopo la fine di Mussolini, invece che Luogotenente Generale, forse la monarchia sarebbe sopravvissuta al referendum e oggi l'Italia sarebbe ancora un regno. Ma purtroppo il vecchio Re volle tenere per sè la corona e la Storia ebbe un esito diverso.
Molti membri della casa reale ebbero da ridire sulla trasparenza durante le operazioni di voto nel referendum consultivo. Secondo loro l'elettorato non fu correttamente registrato, poichè a molti abitanti delle campagne non fu dato abbastanza tempo per giungere in città a farlo. Ciò, secondo loro, portò ad avere liste elettorali imcomplete e in molti casi errate. Un'altra accusa al comitato elettorale riguardava gli italiani che vivevano in regioni di confine in cui i territori non erano ancora stati ben definiti, e che sempre secondo loro erano stati esclusi dalle liste e a cui fu negato il voto. Infine altre accuse riguardavano il conteggio dei voti. Nonostante ciò la maggioranza del paese era per la Repubblica, e le voci della minoranza favorevole alla Monarchia rimasero inascoltate.
Il Re lasciò l'Italia il 12 giugno del 46, per non mettervi mai più piede. Il primo ministro Alcide De Gasperi assunse ad interim la carica di Capo di Stato.
Umberto non dovette affrontare solo i problemi del suo esilio. Subito dopo l'abdicazione e la fuga dall'Italia, dovette separarsi dalla moglie Marie Jose. Da parecchio tempo girava la voce che il re detronizzato fosse un playboy ed avesse gusti bisessuali. Molti pensano che questa fosse la ragione per cui il Vaticano non si schierò dalla parte della monarchia durante il referendum.
Umberto trascorse buona parte del suo esilio tra il Portogallo e la Svizzera. Marie Jose e le sue figlie, durante la vita del Re, non misero mai piede in Italia, nonostante ciò non fosse vietato per i membri femminili della Casa Reale. Vollero così mostrare la propria solidarietà al re e a suo figlio. La ex regina visitò il paese solo dopo la morte del marito, nel 1983.
Quando il re esiliato era sul letto di morte, il Presidente Sandro Pertini si prodigò perchè venisse tolto il divieto e fosse consentito a Umberto di tornare e morire nel suo paese, ma egli morì prima che potessero essere approntate le modifiche costituzionali, e i funerali si svolsero in Savoia. Nessun membro del Governo Italiano si presentò ai funerali; successivamente il primo ministro Giulio Andreotti si dispiacque di ciò ammettendo che fu un errore, una mancanza nei confronti di un uomo buono che avrebbe potuto essere un ottimo re per l'Italia, se le circostanze non lo avessero impedito. In fondo Umberto pagò le colpe dei suoi predecessori.
Le spoglie dell'ultimo sovrano d'Italia riposano, per suo espresso volere, nell'Abbazia di Altacomba a fianco di quelle del re Carlo Felice, nel dipartimento francese della Savoia dalla quale Casa Savoia ha tratto le sue origini storiche.
Marie Jose morì in Svizzera nel 2001 a 94 anni e per suo volere fu sepolta a fianco del marito.


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