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mercoledì 4 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.

martedì 3 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Il 3 febbraio 1957 va in onda sulla televisione un nuovo programma, molto particolare, si chiama Carosello.
È il primo spazio televisivo dedicato alla pubblicità e deve perciò rispondere a regole molto precise perché è concepito come un teatrino in cui i vari brani sono "solo" presentati da un prodotto commerciale. Regole essenziali sono perciò:
1) Ogni filmato dura (a seconda del periodo) da 1 minuto e 45 secondi a 2 minuti e 15 secondi.
2) Di questo tempo solo 35 secondi possono essere dedicati alla pubblicità vera e propria (codino pubblicitario)
3) Il resto del tempo è dedicato a una scenetta, un filmato, un cartone animato o altro che deve essere assolutamente slegato dal prodotto che viene pubblicizzato. La pubblicità deve essere presente perciò solo nel codino.
4) Assolutamente vietati i riferimenti a: sesso, adulterio, lusso eccessivo, oggetti superflui e odio di classe. Non deve creare troppi desideri e non deve fare uso di parole "indecenti" come sudore, mutande, reggiseno ecc. Bisogna insomma dare una giustificazione artistica a una forma di comunicazione commerciale, e il risultato è piuttosto positivo.
Fra il 1957 e il 1977 (data di chiusura della storica trasmissione) la parola "carosello" è stata sinonimo di "spot pubblicitario". Tutti i più grandi attori, registi e cantanti fanno "caroselli", da Eduardo de Filippo a Mina, da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Sergio Leone a Totò, da Luciano Emmer (inventore di Carosello) a Francesco Guccini. E poi ancora attori come Macario, Peppino de Filippo, Nino Manfredi, Nino Taranto, Raimondo Vianello, Carlo Giuffrè, Renato Rascel, Paolo Panelli; e registi e sceneggiatori come Age e Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller, Dino Risi, Ermanno Olmi, Pupi Avati, i fratelli Taviani, Ugo Gregoretti.
Nello stesso tempo Carosello è stato una importantissima palestra anche per nuovi registi e attori e certamente un'ottima vetrina per esibire le creazioni e sperimentazioni di disegnatori di cartoni animati che, grazie alla popolarità della trasmissione, avevano una immediata enorme diffusione. Nel 1976 si calcola che il pubblico di Carosello era di almeno 19 milioni di persone.
Un'attuale rilettura evidenzierebbe un'allora centralità socio culturale localizzata nelle regioni del Nord Ovest italiano (Milano, Torino) teatro allora della rinascita economica e meta preferenziale dell'emigrazione. Troviamo infatti lo stereotipo della massaia moderna ed avveduta, da uno spiccato accento milanese, con il compito di indicare il prodotto casalingo più aggiornato. In contropartita osserviamo la persona semplice e sprovveduta, sia attore che personaggio d'animazione come il pulcino di Calimero, entrambi con spiccato accento veneto, regione allora depressa e serbatoio di emigrazione. Potrebbe indurre il sospetto di un velato razzismo l'apporre tale dialetto al personaggio di una colf di colore ma tuttavia si tendeva ad evidenziare la differenza tra metropoli e provincia, l'ingresso o meno degli italiani nella cultura consumistica. Un buon esempio sono le avventure di un contadino in un negozio di casalinghi, alla ricerca di "una cosa cittadina". Inorridito davanti a degli elettrodomestici messi in prova da un commesso, l'uomo può rassicurarsi riconoscendo il marchio del prodotto richiesto, una comune lametta da barba.
Rispetto alla pubblicità moderna, la più lampante differenza rimane proprio il tentativo della RAI di integrare le novità di una nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale popolare. Il messaggio pretendeva di essere rassicurante e a tratti persino pedagogico (sebbene certamente caratterizzato da elementi che si potrebbero definire kitsch). Attraverso lo slogan si elargiva una promessa delle qualità di un prodotto.
Sicuramente il mondo dei pubblicitari, in prima fila la Sipra - che gestiva la pubblicità RAI - vedevano in Carosello uno strumento sfuggito loro di mano, per passare ai "creativi": il personaggio e la storiella erano più importanti del messaggio pubblicitario: Calimero era più famoso del detersivo reclamizzato.
Definito da una certa cultura "diseducativo", di fatto poco pratico e dispendioso per la committenza, data l'eccessiva durata dello sketch, nel giorno di Capodanno del 1977 andò in onda l'ultima puntata di Carosello.
Molti pubblicitari moderni parlano oggi di una sindrome di carosello: sarebbe una malattia italiana che consiste nel non riuscire a staccarsi definitivamente dal modello pubblicitario di Carosello.
Ma è anche vero che numerosissimi slogan e personaggi inventati in quello spazio televisivo sono diventati dei veri e propri "modi di dire" e restano ancora oggi nella memoria collettiva degli italiani (...con più di trent'anni!); primo tra tutti, naturalmente, la frase "dopo Carosello, tutti a nanna!"
Nel 2013, la Rai decide di riproporre, in via sperimentale, il format di Carosello con una nuova trasmissione denominata Carosello reloaded, andato in onda dal 6 maggio al 28 luglio, quindi dal 29 settembre alle 21.10 su Raiuno. Il programma aveva una durata massima di 210 secondi (più breve rispetto ai 10 minuti del Carosello originale) ed aveva all'interno tre spot. La storica sigla è stata mantenuta e rivisitata in chiave moderna, ed il programma è stato curato dalla concessionaria pubblicitaria Rai, Rai Pubblicità, ex Sipra.

lunedì 2 febbraio 2026

AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.

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