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martedì 16 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1988 si spegne, a soli 32 anni, Andrea Pazienza, geniale fumettista italiano.
Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto figlio di Enrico Pazienza, professore di educazione artistica, e Giuliana Di Cretico. Residente subito a San Severo, la città del padre (nonché quella "del suo pensiero"), vi trascorre l'infanzia, passando le estati con la famiglia a San Menaio, eletta a sua dimora adottiva.
All'età di dodici anni, nel 1968, Pazienza si trasferisce per studio a Pescara, tornando quasi ogni fine settimana a San Severo, dove continua a frequentare gli amici di sempre e a lasciare tracce della sua genialità, tra l'altro realizzando le scenografie di alcuni spettacoli presso il Teatro Verdi. Nella città abruzzese si iscrive al liceo artistico e stringe amicizia con l'autore di fumetti Tanino Liberatore. In questi anni crea i suoi primi fumetti, in parte tuttora inediti, e realizza una serie di dipinti; collabora, inoltre, col Laboratorio Comune d'Arte "Convergenze", che dal 1973 espone i suoi lavori in mostre sia collettive sia personali.
Nel 1974 si iscrive al DAMS di Bologna che lascia a due esami dalla laurea. Vive gli anni della contestazione giovanile bolognese, che fanno da sfondo al fumetto Le straordinarie avventure di Pentothal, primo lavoro di Pazienza pubblicato (Alter Alter, 1977). In quella facoltà incontra altri artisti e scrittori come: Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Gian Ruggero Manzoni, Freak Antoni. Nel 1977 con Filippo Scòzzari entra a far parte del gruppo che realizza la rivista «Cannibale», fondata da Stefano Tamburini e Massimo Mattioli, a cui si unirà in seguito Tanino Liberatore. Dal 1979 al 1981 collabora col settimanale di satira Il Male. Col gruppo di Cannibale e con Vincenzo Sparagna, fonda nel 1980 il mensile Frigidaire, sulle cui pagine fa la sua comparsa Zanardi. La collaborazione con Frigidaire rivela un Pazienza, per quanto insofferente delle scadenze e delle pressioni editoriali, autore estremamente prolifico. Nel soli primi mesi di vita della rivista, realizza soggetti e disegni per decine di storie in bianco e nero, a colori, e persino con tecniche miste. Tra i personaggi, Francesco Stella, L'investigatore senza nome, Pertini (per un albo speciale disegnato in tre giorni - dice Pazienza). Realizza anche molte copertine di dischi, un calendario, alcuni poster, e molti spot grafici. Inoltre omaggia Tamburini e Scòzzari di simpatiche collaborazioni, ed illustra articoli e racconti, su richiesta del direttore Sparagna. Già star del fumetto, non disdegna contributi di autori meno noti nelle sue storie (Nicola Corona, Marcello D'Angelo, un pool di coloristi per l'albo Zanardi).
Pazienza si dedica anche all'insegnamento, dapprima presso la Libera Università di Alcatraz (Santa Cristina di Gubbio) di Dario Fo (coordinata dal figlio Jacopo). Quindi nel 1983 partecipa a Bologna alla Scuola di Fumetto e Arti Grafiche Zio Feininger, fondata da Brolli e Igort in collaborazione con l'Arci locale, e insegna a fianco di Magnus, Lorenzo Mattotti, Silvio Cadelo e altri. Qui tiene personalmente un corso fino al giugno del 1984 (tra gli allievi Francesca Ghermandi, Alberto Rapisarda, Enrico Fornaroli e Sauro Turroni), raccontando quell'esperienza di insegnante qualche anno più tardi nel romanzo grafico Pompeo.
Lungi dal limitarsi al fumetto ed esprimendosi nei più diversi ambiti della grafica, Pazienza firma, in questi anni, manifesti cinematografici (tra cui quello della Città delle donne di Fellini nel 1980, e quello per Lontano da dove, regia di Stefania Casini e Francesca Marciano, nel 1983), videoclip (Milano e Vincenzo di Alberto Fortis e Michelle dei Beatles per il programma di Rai Uno Mister Fantasy), copertine di dischi (come Robinson di Roberto Vecchioni e S.o.S brothers di Enzo Avitabile) e campagne pubblicitarie. Lavora anche per l'amato mondo del teatro, realizzando scenografie e ideando locandine.
Il crescente successo riscontrato in campo grafico non gli impedisce di dipingere. Espone nuove opere sia nel 1982, in occasione della rassegna Registrazione di Frequenza presso la Galleria Comunale d'Arte Moderna di Bologna, sia nel 1983, presso la galleria milanese Nuages e alla mostra Nuvole a go-go presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (con Francesco Tullio Altan e Pablo Echaurren). Inoltre, decora con pitture murali l'aula del Polo Didattico della Facoltà di Lettere di Genova, e realizza il gigantesco Zanardi equestre a Cesena.
Se in questi anni Pazienza incontra una grande fama grazie al suo lavoro, contemporaneamente ne conosce anche i lati oscuri, che progressivamente lo distruggeranno: le droghe, in particolar modo l'eroina, entrano nella sua vita, alternandosi tra periodi in cui egli riesce a distaccarsene, e periodi in cui non riesce a farne a meno. È proprio a causa di ciò che ben presto viene bollato come "tossico", (anche se lui stesso, come testimonia una video-intervista a Red Ronnie del 1984, amava scherzarci sopra), lavora di meno e viene abbandonato dalla fidanzata storica.
Trasferitosi a Montepulciano nel 1984 e apparentemente disintossicato, nel giugno 1985 conosce la fumettista Marina Comandini e, un anno dopo, la sposa. Nel frattempo continua a collaborare con le più importanti riviste italiane del fumetto, tra cui «Linus», e partecipa alla creazione del mensile Frizzer (che si affianca a Frigidaire). Collabora inoltre alla rivista Tempi Supplementari e, dal 1986, anche con «Avaj», supplemento al mensile Linus, con «Tango», supplemento del quotidiano L'Unità, con Zut, rivista satirica diretta da Vincino, e con Comic Art. Nel 1987 firma la scenografia dello spettacolo di danza Dai colli del coreografo Giorgio Rossi, e collabora alla sceneggiatura de Il piccolo diavolo di Roberto Benigni (il comico non accredita il contributo di Pazienza, ma gli dedica l'intero film uscito postumo). È a Montepulciano che nascono opere legate alla sua crescente passione per la poesia e la storia: Pompeo, Campofame da un poema di Robinson Jeffers, Astarte.
Nella notte del 16 giugno 1988 si spegne improvvisamente a Montepulciano. Le cause precise della morte non furono mai rese note. Alcune testimonianze parlano di un ritorno all'eroina, da cui era riuscito ad allontanarsi da tempo, e di una morte dovuta ad un'overdose.
Pochi giorni dopo la sua scomparsa, si apre a Peschici, postuma, la prima mostra che avrebbe dovuto tenere insieme al padre Enrico.
È sepolto nel cimitero di San Severo. Aveva detto al padre: "Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po' di terra a San Severo, e un albero sopra".

lunedì 15 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1094 Il Cid Campeador, leggendario eroe spagnolo, entra trionfando a Valencia conquistandola, e assumendone il controllo come governatore.
Dopo la fine del dominio romano, la Spagna venne occupata da varie tribù barbariche: i Vandali, gli Svevi e gli Alamanni.
Ma furono i Visigoti che vi costituirono un regno che durò fino al 711 d.C., anno che segnò l’arrivo degli arabi.
Gli arabi, che nel 732, con la sconfitta di Poiters ad opera di Carlo Martello, dovettero rinunciare alla conquista dell’Europa occidentale, misero radici in Spagna e vi rimasero fino al 1492 quando Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona portarono felicemente a conclusione la “Reconquista”.
La presenza degli arabi nella penisola iberica durò quindi più di sette secoli, tempo più che sufficiente per influenzare in modo pesante la cultura, l’arte e l’architettura della Spagna. Ma non tutta la penisola era sotto il dominio arabo; la Spagna era divisa in vari regni, cattolici e musulmani che lottavano fra di loro.
Fu in questo panorama che si mise in luce un personaggio entrato poi nella leggenda. Un personaggio che, oltre ad essere considerato un paladino del cattolicesimo nella lotta contro i musulmani, venne innalzato a simbolo del patriottismo spagnolo.
Il suo nome era Rodrigo Diaz conte di Bivar, meglio conosciuto con il nome di El Cid Campeador.
La leggenda, ripresa poi dalla letteratura nata attorno a questo personaggio, vuole che fosse un personaggio gentile, un marito amorevole e un ottimo padre di famiglia, un cavaliere coraggioso e fedele al suo paese.
La Storia, purtroppo, come vedremo, ci racconta qualcosa di diverso; un mercenario che combatteva per i mori e per i cristiani senza nessuno scrupolo, disposto a distruggere chiese se questo servisse ai suoi scopi, insomma un cavaliere senza principi disposto a tutto pur di raggiungere la gloria.
Rodrigo nacque, intorno al 1040 d.C., a Bivar un paesino vicino a Burgos nel regno di Castiglia.
Proveniva da una famiglia della piccola nobiltà castigliana. Crebbe alla corte del Re di Castiglia servendo il figlio, il principe Sancho. Ebbe dunque una buona educazione, come si addiceva ai figli della nobiltà.
La leggenda vuole che al momento del suo battesimo un monaco gli regalasse il cavallo che poi lo accompagnò in tutte le sue avventure: il famoso Babieca.
Il nome El Cid Campeador gli venne attribuito più avanti. È composto da due parti: El Cid, nomignolo datogli dagli arabi e che significa “Il signore” in una lingua mista di spagnolo e arabo; Campeador, “Il campione”, invece, gli venne dato dagli spagnoli dopo la vittoria in duello contro un nemico. Questo soprannome, quindi, dimostra che il personaggio godeva del rispetto e dell’ammirazione sia tra gli spagnoli che tra gli arabi.
Ferdinando I°, alla sua morte avvenuta nel 1065, divise il suo regno fra i suoi figli. Il maggiore, Sancho II°, ebbe la Castiglia e la città di Zaragoza, Alfonso VI° ricevette Leon e la città di Toledo e l’altro figlio, Garcia, ricevette la Galizia e il Portogallo. Alle due figlie diede le città di Tora e di Zamora.
Com’era prevedibile i contrasti fra i fratelli scoppiarono poco dopo la morte del padre. Sancho II,° essendo il figlio maggiore, si considerava il vero erede del padre e cercò di riunificare il regno, anche con l’uso della forza.
El Cid, ancora agli ordini di Sancho II°, e che si era distinto nella guerra vinta contro il regno di Aragona, divenne, a soli 23 anni, capo dell’esercito castigliano e, con questo grado, prese parte alla guerra fratricida.
Sancho II°, dopo aver conquistato la Galizia e il Leon, mandò suo fratello Alfonso in esilio a Toledo. Strappò la città di Tora a sua sorella Elvira e cominciò la battaglia per strappare la città di Zamora all’altra sua sorella: Urraca.
Era il 1072 quando Sancho II°, al culmine della gloria, venne ucciso da un soldato di Urraca.
A succedere a Sancho venne chiamato il fratello Alfonso che, richiamato dall’esilio in Toledo, arrivò in Castiglia guardato con sospetto dai castigliani che non vedevano di buon occhio la sua presenza. Oltretutto da più parti si mormorava che Alfonso fosse in qualche modo coinvolto nell’assassinio del fratello.
I rapporti tra il nuovo monarca ed El Cid, non erano idilliaci.
Il cavaliere era un personaggio molto popolare, oltre ad essere un ottimo combattente, ma Alfonso VI° temeva che un giorno potesse voler diventare il nuovo monarca della Castiglia. Ma l’astuzia di Alfonso gli disse che per governare aveva bisogno dell’alleanza di Rodrigo Diaz e così lo legò alla casa regnante dandogli in sposa sua nipote Jimena. Correva l’anno 1074 d.C.
Alla prima occasione, però, Alfonso fece il modo di liberarsi dell’ingombrante alleato spedendolo in esilio. La ragione di questa espulsione di Rodrigo non è chiara; forse era dovuta alla gelosia dei nobili castigliani oppure c’entra una, forse falsa, accusa di essersi appropriato di denaro della stato oppure il monarca era arrabbiato per una spedizione militare, non autorizzata, che El Cid fece contro Granada. Fatto sta che nel 1081 Rodrigo Diaz si ritrovò solo e senza un padrone.
Iniziò quindi la sua carriera di mercenario e offrì i suoi servigi al miglior offerente, non tenendo conto della religione di appartenenza. Negli anni successivi servì agli ordini di al-Mu’tamin, monarca arabo della città di Zaragossa. Anche questi furono anni di successi militari che fecero accrescere notevolmente la gloria di El Cid.
Nel 1086 iniziò la grande invasione degli Almoravidi, popolazione araba, provenienti dall’odierno Marocco. Nella grande battaglia di Sagrajas Alfonso VI°, che cercava di opporsi all’invasione, venne sconfitto e capì che non poteva fare a meno del più forte cavaliere cristiano di quell’epoca. Richiamò così El Cid dall’esilio, ma ormai i rapporti tra i due erano compromessi e presto si giunse ad una nuova rottura.
Libero da qualsiasi vincolo, alla guida del suo esercito personale, composto sia da cristiani che da arabi, si mosse in direzione della città costiera. Doveva prima però eliminare il vicino Conte di Barcellona Berenguer Ramòn II che puntualmente sconfisse e catturò nella battaglia di Tébar. Due anni più tardi, nel 1092, a Valencia scoppiò una rivolta a seguito dell’assassinio di al-Qadir, monarca locale, ad opera di un nobile. A seguito di questo fatto El Cid ruppe gli indugi e cercò di approfittare della situazione.
La battaglia di Valencia fu lunga e cruenta e solo nel 1094 la città si arrese.
Ufficialmente El Cid governò per conto di Alfonso VI, ma il re di Castiglia era troppo debole militarmente per intervenire e reclamare la città. Quindi, di fatto, ebbe una larga autonomia e nei suoi atti governò come un vero e proprio monarca.
Il suo regno durò fino alla sua morte avvenuta il 10 Luglio 1099 ed il suo corpo fu trasportato a Burgos e sepolto nella locale cattedrale.
Alla sua morte il governò passò alla moglie che, pressata dagli Almoravidi, chiese l’aiuto di Alfonso VI° che ordinò di bruciare la città. Nel 1102, però, gli Almoravidi fecero ingresso nella città e la tennero per oltre un secolo.
Subito dopo la sua morte Rodrigo Diaz, detto El Cid, divenne oggetto di culto popolare.
Subito considerato eroe nazionale castigliano, attorno alla sua figura vennero scritti poemi, opere letterarie e, molti secoli più avanti, anche il cinema sfruttò il personaggio.
Nel XII° secolo venne composto il poema “La canzone del Cid” ( El Cantar de Mio Cid ) che rappresenta una delle prime opere della letteratura spagnola.

domenica 14 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1994 Felice Maniero, capo della cosiddetta "Mala del Brenta", evade clamorosamente per la terza volta. Questa volta addirittura dal supercarcere di Padova.
Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni Ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola ma potente Cosa Nostra della valle padana che puntava in alto, ad accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue.
Nella sua carriera ha collezionato una serie di incredibili evasioni: la prima nel 1987 quando fuggì dal carcere di Fossombrone. Viene catturato nuovamente nel 1988 ma riesce a scappare l'anno successivo dal carcere di Portogruaro, per poi essere arrestato nuovamente a Capri nel 1993 e, dopo un'altra evasione, la terza nel 1994 a Padova, è riacciuffato a Torino nel novembre dello stesso anno. È così che per lui arriva la condanna: 33 anni, poi ridotti a 11.
Questa volta Maniero si arrende. È stanco e decide di pentirsi. Comincia a collaborare. Ma poi nel marzo del 2000 gli viene revocato il programma di protezione. Motivo, l'ex boss viene sorpreso in pubblico al volante di una bella auto sportiva e poi ha anche smesso di rendere informazioni interessanti ai magistrati. La Procura di Venezia conclude l'indagine 'Rialto', sintetizzata in un dettagliato fascicolo di 150 faldoni, e scaturita proprio da molte delle dichiarazioni rese dall'ex boss in qualità di pentito.
È l'agosto del 2004, dopo 10 anni sulla Mala del Brenta, la banda di 'Faccia d'Angelo' che per anni ha imperversato nel Veneto e nelle regioni di confine, il cerchio si chiude. Per 142 affiliati il sostituto procuratore Paola Mossa chiede il rinvio a giudizio per reati che vanno dall'associazione a delinquere al traffico di droga, dalle rapine ai sequestri di persona, alla detenzione di armi, al riciclaggio. Oltre 300 capi di imputazione che riassumono 20 anni di storia del crimine organizzato in Veneto e in Friuli, e i cui primi episodi risalgono al 1976 e gli ultimi a metà degli anni Novanta.
In gran parte ricostruiti da Felice Maniero e altri pentiti dalla Banda. Un'ìnchiesta avviata dai pm Antonio Fojadelli e Michele della Costa, ma rimasta a lungo ferma per motivi burocratici anche tra molte polemiche. Il maxiprocesso, dopo il primo che si concluse nel 1994 con 79 condanne - ma all'epoca Maniero non aveva ancora cominciato a collaborare - prende il via l'8 novembre del 2005, giorno della prima udienza preliminare.
Per 32 dei 142 indagati chiamati alla sbarra nell'aula bunker di Mestre il capo d'accusa è: associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra questi figurano anche l'ex legale di Maniero, Enrico Valdelli che, secondo il magistrato avrebbe agito come consulente della banda per operazioni illecite.
Quanto alle rapine, tra gli episodi al centro del processo, quella drammatica al treno Venezia-Milano, che il 13 dicembre del 1990 costò la vita a una studentessa, morta nell'esplosione provocata dalla banda per aprire un vagone portavalori.
La storia della Mala del Brenta inizia tra la fine degli anni Settanta e i primi dell'Ottanta. È in questo periodo che gli uomini di Maniero mettono a segno spettacolari colpi all'Hotel «Des Bains» al Lido di Venezia (1982) e alla stazione ferroviaria di Mestre (1982) e sono protagonisti del celebre assalto all'aeroporto di Venezia (1983): i 170 chili di oro rubato presso il caveau della dogana aeroportuale sanciscono la definitiva consacrazione della banda veneta nel panorama criminale.
Tra gli anni Ottanta-Novanta la mala del Brenta dà prova sempre più di esercitare un efficace controllo del territorio, imponendo la propria legge. Nel periodo di massima potenza, l'organizzazione, composta inizialmente da una quarantina di elementi, arriva a contarne quasi quattrocento, tra effettivi e fiancheggiatori a vario titolo.
Nonostante i numerosi arresti, compreso quello dello stesso Maniero, e una feroce faida interna per la supremazia, scoppiata durante la sua carcerazione, gli affari per la mala del Brenta non subiscono flessioni. Dalle carceri di massima sicurezza e dai suoi nascondigli di latitante, «Faccia d'Angelo» continua a dirigere le operazioni e le attività dei suoi uomini.
Sul finire degli anni Ottanta, alle molte attività della banda si aggiunge anche il contrabbando di armi con la ex Iugoslavia. Durante il processo, che si apre il 27 novembre 1993 nell'aula bunker di Mestre e che vede alla sbarra Maniero insieme ad altri 109 imputati, viene ricostruito l'intero percorso criminale della mala del Brenta e vengono circostanziate accuse pesantissime: dagli omicidi alle rapine, dalle estorsioni e l'usura al riciclaggio, dal traffico di eroina ai sequestri di persona, per finire con l'accusa più grave, e per certi versi esaustiva, di associazione mafiosa.
Le condanne nei confronti dei membri della mafia del Brenta sono esemplari e l'organizzazione viene spazzata via, grazie soprattutto alle rivelazioni di Maniero che fa arrestare più di trecento persone.
Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.
Dal 23 agosto 2010 torna in libertà dopo la scadenza dell'ultima misura restrittiva nei suoi confronti con una nuova identità. Nell'ottobre 2019 viene arrestato dalla polizia per accuse di maltrattamenti nei confronti della compagna. L'ordinanza di custodia cautelare per Maniero è stata firmata il 17 ottobre 2019 dal gip di Brescia secondo il Codice rosso, la nuova legge firmata ad agosto 2019 con lo scopo di velocizzare l'avvio del procedimento in caso di maltrattamenti familiari. Il 5 ottobre 2021 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a quattro anni di carcere per maltrattamenti, ma già nel giugno 2023 lasciò il carcere di Pescara. Al 2026 vive in una casa di riposo in Veneto a causa di una depressione e non è in grado di partecipare ai due processi ancora in corso.

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