Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1945, prima tra le grandi città del nord, Bologna viene liberata dai tedeschi nell'offensiva delle truppe alleate.
Già la mattina precedente, il 20 aprile, il battaglione “Goito” muove all’attacco di Poggio Scanno ed il plotone arditi che lo precede per “pulire” la strada raggiunge l’obiettivo e lo conquista, ma nidi di mitragliatrici nascoste seminano la morte fra il reparto. Gli altri reparti del Gruppo, divisi in diverse colonne per superare più facilmente gli ostacoli opposti dal terreno, respingono ed aggirano gli elementi ritardatari nemici. Il numero dei prigionieri e l’entità del bottino di guerra aumenta continuamente e tutte le colonne procedono cercando di raggiungere ad ogni costo il nemico. Il IX e il Goito si ritrovano a Botteghino di Zocca. Il battaglione “L’Aquila” raggiunge, lungo la valle dell’Idice, Fornace del Gobbo, catturando prigionieri, armi e materiali; scavalca poi le alture tra le due valli, passa in valle Zena per sostenere il IX ed il “Goito. Il battaglione “Piemonte”, autotrasportato, raggiunge S. Benedetto del Querceto. Anche il 68° reggimento attacca, superando vasti campi minati e proteggendo la destra del Corpo d'armata. Alla sera giungono le congratulazioni del Generale Keyes per la conquista di monte Armato e Poggio Scanno; nonché gli ordini per il giorno 21, nel quale il Gruppo “Legnano” deve conquistare monte Calvo, tenere il contatto con la 34° divisione e col X Corpo d’Armata, tagliare la strada ad oriente di Bologna, attaccare da est le difese della città e presidiarla nella parte corrispondente al suo settore d’azione. Per avanzare più rapidamente, i reparti vengono autorizzati a portare soltanto armi e munizioni. Le truppe marciano e combattono senza posa da 48 ore e sono esauste; ma la certezza della vittoria mette le ali ai piedi dei soldati. I Bersaglieri del “Goito” e gli arditi del IX reparto muovono all'alba, raggiungendo monte Calvo alle ore 7, superano il Savena senza incontrare resistenza ed alle ore 9,30 entrano, finalmente, a Bologna, dove la popolazione li accoglie con commoventi manifestazioni di giubilo e di riconoscenza. Gruppi partigiani hanno intanto già preso possesso dei principali edifici pubblici (Prefettura, Questura, Comune, Carcere, Caserme) e controllano le strade del centro.
Come era successo a Montecassino, ai polacchi viene chiesto di regolare per primi e per l’ennesima volta i conti col nemico. Durante un incontro tra il generale Anders e il generale Clark, nuovo comandante delle armate alleate in Italia, si discute della possibilità che siano i soldati polacchi a liberare Bologna. Sul via libera del generale americano influisce la volontà di risarcire un corpo di spedizione che ha pagato duramente la sua partecipazione alla campagna d'Italia e che vede il suo paese in gran parte occupato dall'esercito sovietico. A loro insaputa però i tedeschi di Von Sengen rinunciano ad asserragliarsi a Bologna. Nella notte tra il 20 e il 21 aprile l'esercito tedesco abbandona le linee alla periferia della città e inizia una rapida ritirata verso il Po. Le truppe e gli automezzi tedeschi transitano da porta Mazzini, ma evitano di entrare nel centro storico, minacciato dalle bande partigiane. Assieme ai soldati tedeschi fuggono dalla città molti dei collaboratori fascisti.
Quando sfilano i Bersaglieri del Goito i polacchi sono già in città da tre ore e molti hanno già regolato il conto coi pochi tedeschi trovati. Il II Corpo polacco entra per primo a Bologna alle 6 del mattino, accolto con entusiasmo dalla popolazione. La bandiera polacca viene issata sul balcone del Palazzo municipale e poi sulla Torre degli Asinelli.
Nella tarda mattinata dal balcone di palazzo d'Accursio si affacciano il presidente del CLN regionale Antonio Zoccoli, il prefetto Gianguido Borghese e il nuovo sindaco designato Giuseppe Dozza. L'ex podestà fascista Mario Agnoli, intervenuto per passare le consegne alla nuova amministrazione, viene lasciato libero di allontanarsi dal palazzo comunale sotto la protezione di padre Casati e verrà ospitato per qualche tempo nel convento domenicano.
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martedì 21 aprile 2026
lunedì 20 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1998 ha inizio il processo per l'uccisione di Marta Russo.
Tra le 11:35 e le 11:40 del 9 maggio 1997 Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno della facoltà di Giurisprudenza, viene colpita alla testa da un proiettile e si accascia al suolo accanto all'amica Iolanda Ricci che le cammina a fianco. Il suo ferimento avviene nella città universitaria di Roma, nei pressi di un’aiuola che si trova fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate.
Appare subito chiaro agli investigatori che la ragazza non era l'obiettivo di chi ha sparato: si pensa che il colpo sia partito dai bagni a piano terra della facoltà di Statistica. Impossibile stabilire il calibro del proiettile, frantumato nell'impatto. Tutte le piste sono aperte.
Dopo cinque giorni di agonia Marta Russo muore. I suoi organi vengono espiantati e donati.
Le analisi della polizia scientifica scoprono “tracce significative” di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Le indagini vengono estese ai dipendenti di questa facoltà. Si apprende che le persone indagate per omicidio sono più di 40; si tratta di docenti, assistenti e amministrativi che lavorano all'Istituto di Filosofia del diritto.
L'esame del puntamento laser conferma che il colpo è partito dall'aula 6. Questa conclusione balistica verrà contestata ed in seguito risulterà fortemente dubbia.
Il professor Bruno Romano, direttore dell'Istituto di Filosofia del diritto della facoltà di Giurisprudenza, viene posto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento nei confronti dell'omicida. Secondo l'accusa, Romano avrebbe fatto pressioni sui testimoni perché non rivelassero chi era presente il 9 maggio nell'aula 6; si apprende che la testimonianza chiave è stata resa agli inquirenti da Maria Chiara Lipari, assistente di Bruno Romano. La donna subito dopo il ferimento a morte di Marta Russo, aveva riferito al prof. Romano di avere visto un gruppo di persone nell'aula 6 dell'istituto, tra cui un assistente. Il prof. Romano avrebbe detto alla Lipari: “Andare cauti con le dichiarazioni agli inquirenti e non rovinate il buon nome dell'istituto”.
Il 14 giugno, a un mese esatto dalla morte di Marta, sono arrestati gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, oltre all’usciere Francesco Liparota. Questi, arrestato per concorso in omicidio, ritratta completamente la versione dei fatti fornita al Gip, Gugliemo Muntoni, e al pm Carlo Lasperanza. Non è vero, avrebbe detto Liparota, che la mattina del 9 maggio alle 11,42 mi trovavo nella stanza n.6 dell' istituto di Filosofia del diritto, non è vero che ho visto Giovanni Scattone sparare e poi riporre la pistola nella cartella di Salvatore Ferraro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro negano tutto: la loro parola contro quella dei testimoni.
Dopo una settimana di arresti domiciliari, il direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, il professor Bruno Romano, è di nuovo un libero cittadino ed insieme a lui il direttore della biblioteca Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli. Anche se la pistola (e il bossolo) non è stata trovata, gli investigatori sono convinti che ormai le indagini sono nella fase conclusiva. Affermano di avere in mano tutti gli elementi per provare che il 9 maggio nell’aula sei, sotto gli occhi della segretaria Gabriella Alletto, dell'usciere Francesco Liparota e dell'assistente Salvatore Ferraro, l'altro assistente, Giovanni Scattone, ha impugnato un’arma e ha sparato.
Dalle carte dell’inchieste emerge che Gabriella Alletto fino al 14 giugno ha sempre negato di essere entrata nella stanza n. 6 dell'’Istituto di Filosofia del Diritto. Comparsa per otto volte davanti a magistrati e investigatori, la segretaria dell'’Istituto aveva sempre detto di non essere mai entrata nella stanza da dove sarebbe partito il proiettile che uccise Marta Russo. Emerge anche che fino al 14 giugno gli inquirenti avevano insistito sulle modalità attraverso le quali era stata assunta all’Università. In particolare il 27 maggio, in questura, l’Alletto affermava di aver ottenuto il lavoro “per chiamata nominativa” in virtù dell’interessamento di una persona “che non ha niente a che vedere con questa storia”. Sui motivi della sua assunzione, la Alletto, il 29 maggio successivo cambiava versione e dichiarava di essere stata assunta per un’invalidità “pari al 35% alla schiena riconosciuta dalla commissione di prima istanza di Atripalda (Avellino)”.
La procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere da zero gli accertamenti. Il proiettile sparato risulta compatibile con ben nove tipi di arma, compresa una carabina. Per quanto riguarda le tracce di sparo, i periti hanno rilevato sul davanzale della finestra dell’aula n. 6: una particella contenente Antimonio più Bario e una contenente Piombo e Antimonio, appartenenti alla classe residui dello sparo. In una breve nota, i periti affermano che “la particella contenente Antimonio e Bario è ritenuta in letteratura univocamente caratteristica dei residui dello sparo”.
Errori “di rilevazione merceologica”, valutazioni errate o “assurde”, “macroscopiche negligenze compiute dagli operatori”: la difesa di Ferraro e Scattone contrattacca con una perizia balistica fortemente critica nei confronti dei rilievi della Polizia scientifica. I tecnici della polizia giudiziaria avrebbero commesso “un errore grossolano” nel valutare il diametro del proiettile che ha colpito Marta Russo, che, in base alle dimensioni delle impronte di rigatura riferite dagli stessi tecnici, sarebbe di 5.13 mm. e non di 5.5 mm. Questo comporterebbe, di conseguenza, un'errata individuazione delle caratteristiche generali dell'arma che ha sparato. Per la difesa anche l'ipotesi che si tratti di un proiettile “hollow point”, ossia a punta cava (indicata come “verosimile” dall'accusa) non regge.
Nel frattempo i giudici del Tribunale del Riesame stabiliscono che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro devono restare in carcere in quanto l'omicidio di Marta Russo è "uno scellerato ed irragionevole gioco criminale". E ancora: “Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida é l’assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima”. Nell’ordinanza i giudici fanno riferimento anche all’”assoluta attendibilità” dei tre testi chiave, Maria Chiara Lipari, Gabriella Alletto e Francesco Liparota.
Il 19 luglio salta fuori un video dell’interrogatorio di Gabriella Alletto nell’ufficio del pubblico ministero Carlo Lasperanza. Si riferisce a quando la teste negava di essere stata all’interno dell’aula 6 al momento dello sparo. In quel frangente Lasperanza aveva convocato sia la Alletto sia il cognato, il vice ispettore di Ps, Luigi Di Mauro. Nel video si vede il magistrato uscire dalla stanza con una scusa, lasciando soli i due. La donna, anche di fronte alle sollecitazioni del cognato, dice di non essere entrata nella stanza al momento del delitto. Nei giorni successivi la donna però modificò il suo atteggiamento, accusando Scattone e Ferraro del delitto.
Il 31 luglio 1997, al termine di un incidente probatorio le dichiarazioni di Gabriella Alletto acquisiscono valore di prova e saranno acquisite agli atti del dibattimento. La Alletto conferma tutto: “Scattone era nell'aula 6 e aveva una pistola in mano”. Ma alleggerisce la posizione di Ferraro: “Era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto”.
Sono nove le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla procura di Roma a conclusione dell’inchiesta. Omicidio volontario e porto illegale di armi sono i reati contestati a Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota. Il reato di favoreggiamento riguarda il direttore dell’Istituto di filosofia del diritto Bruno Romano, il direttore della biblioteca Maurizio Basciu, la segretaria Maria Urilli, Gabriella Alletto (che e' anche la supertestimone dell’inchiesta) e l’amica di Ferraro, Marianna Marcucci. Il rinvio a giudizio è chiesto anche per il bibliotecario della facoltà di Lettere Rino Zingale, al quale la procura contesta i reati di falso, abuso e violazione sulla legge sulle armi.
Dal processo che procede senza sorprese arriva la notizia che una perizia ordinata dalla corte d’Assise sostiene che sono quattro i punti della zona in cui cadde Marta Russo compatibili con la traiettoria del proiettile che uccise la studentessa. Dei quattro punti, tre sono finestre sulla facciata dove si trova quella dell'Aula 6, mentre la quarta si troverebbe nell'edificio di Fisiologia. La perizia aggiunge anche che non ci sono “elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”. Le indagini chimiche, condotte dal professor Carlo Torre, rilevano che “tra tutti i prelievi eseguiti su indumenti e borse degli imputati è stata rinvenuta solo una particella classificabile come esclusiva dello sparo ed essa è stata individuata su di una superficie esposta a facili inquinamenti”.
“La particella prodotta da uno sparo è sferica, quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 sono tutto meno che tonde”. E' questa una delle tante ragioni, esposte in aula dai tecnici nominati dalla corte d’Assise, autori della perizia che ha messo in crisi l’accusa, per cui secondo gli esperti d'ufficio non si può indicare con certezza l'aula 6 come il luogo dove maturò l'omicidio di Marta Russo.
Il professor Carlo Torre spiega che particelle della stessa natura di quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 (cioè, binarie) sono state trovate “diffuse sugli edifici circostanti”. Inoltre, il professore sostiene che “solo le particelle ternarie sono giudicate affidabili, dunque esclusive dello sparo”. Nessun elemento di certezza sull'aula 6 proviene dalla perizia balistica esposta in aula dal professor Paolo Romanini. Il perito spiega che “se il killer avesse sparato dalle finestre 1, 3, 4 e 6 si sarebbe dovuto sporgere”. Inoltre, in questo caso il bossolo sarebbe stato in ogni caso espulso all’esterno.
Il professore precisa che se l'omicida avesse sparato dalle finestre 7 e 8 (il bagno degli uomini e i locali in ristrutturazione, entrambi al piano terra) poteva rimanere all'interno senza sporgersi, il rumore del colpo sarebbe stato attutito dai locali e la distanza dalla vittima sarebbe stata congrua.
Ciononostante i pubblici ministeri chiedono la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario, a 18 anni di reclusione. Chiesta l’assoluzione per tutti gli altri imputati ad eccezione di Francesco Liparota per il quale la procura chiede una condanna a cinque anni e nove mesi. Per la superteste, Gabriella Alletto, viene chiesto un solo mese di reclusione per favoreggiamento.
Il 1° giugno 1999 la Corte d’Assise condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo. 4 anni a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due vengono immediatamente scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti tutti gli altri imputati.
Evidente la sconfitta della procura di Roma che per i due principali imputati aveva chiesto una condanna a 18 anni per omicidio volontario. Per Liparota erano stati chiesti 5 anni e 9 mesi (assolto). Per il prof. Romano addirittura 4 anni (assolto).
Nel processo d'appello il procuratore generale Luciano Infelisi (era sostituto procuratore ai tempi del caso Moro) chiede 22 anni per Scattone e 16 per Ferraro. Quattro anni per Liparota, accusato di favoreggiamento.
Il 6 dicembre 2000 il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni ed il sostituto Carlo Lasperanza, grandi accusatori di Ferraro e Scattone, vengono prosciolti dal gip di Perugia Giancarlo Massei dall'accusa di avere commesso i reati di abuso di ufficio e violenza privata nell'interrogatorio di Gabriella Alletto, testimone chiave dell’inchiesta. Secondo la procura di Perugia i due magistrati romani avevano sottoposto la testimone ad una “pressione psicologica” che esulava “da un legittimo contesto investigativo”. Quando basta guardare il video di quell'interrogatorio per convincersene.
Il 7 febbraio 2001 la Prima corte d’Appello condanna Giovanni Scattone ad otto anni di reclusione per omicidio colposo e due milioni di euro di multa. Salvatore Ferraro a sei anni e a una multa di due milioni di euro; Francesco Liparota a quattro anni di reclusione per il reato di favoreggiamento personale. Inoltre Ferraro e Scattone dovranno rifondere le spese sostenute in questo processo dalle parti civili: 20 milioni all'Università La Sapienza; circa 61 milioni al padre; circa 71 milioni alla madre e circa 67 milioni alla sorella di Marta Russo.
Al processo in Cassazione il procuratore generale Vincenzo Geraci considera “contraddittoria e illogica” e “non sostenuta da alcuna motivazione” la sentenza di secondo grado e chiede l’annullamento della stessa con rinvio ad altra corte d’Appello.
Il 6 dicembre 2001 la corte di Cassazione gli dà ragione. Il processo è da rifare.
Il 15 ottobre 2002 comincia il secondo processo d’Appello per l’omicidio di Marta Russo davanti ai giudici della seconda Corte presieduta da Enzo Trivellese. Il procuratore generale Antonio Marini insiste e ribadisce la richiesta di condanna a 22 anni per Scattone e Ferraro già avanzata nel primo processo d’Appello del suo collega Luciano Infelisi.
La seconda Corte d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a sei anni di reclusione per omicidio colposo, Salvatore Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Francesco Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento.
Il 15 dicembre 2003 la V sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione; Ferraro a 4 anni e 2 mesi; assolve Liparota. Eliminata la interdizione dai pubblici uffici. Lo stesso giorno Scattone viene arrestato e condotto in carcere. Con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la pena.
Il 2 aprile 2004, dopo 28 mesi di reclusione tra carcere preventivo e detenzione, torna in libertà Giovanni Scattone. Il Tribunale di Sorveglianza lo ammette all'affidamento in prova ai servizi sociali, attività che gli consentirà di scontare in libertà il residuo di pena.
Nel 2011, scontata la pena e non più interdetto dai pubblici uffici, Giovanni Scattone va a insegnare storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma - dove aveva studiato a suo tempo Marta Russo - generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti, che non tutti condividevano l'interdizione dall'insegnamento. Dopo un periodo di polemiche accese, il supplente decide di abbandonare l'incarico. Oggi lavora come traduttore e ghost writer, e ha scritto due libri di divulgazione filosofica.
La salma di Marta riposa a Roma nel cimitero del Verano.
Il 20 aprile 1998 ha inizio il processo per l'uccisione di Marta Russo.
Tra le 11:35 e le 11:40 del 9 maggio 1997 Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno della facoltà di Giurisprudenza, viene colpita alla testa da un proiettile e si accascia al suolo accanto all'amica Iolanda Ricci che le cammina a fianco. Il suo ferimento avviene nella città universitaria di Roma, nei pressi di un’aiuola che si trova fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate.
Appare subito chiaro agli investigatori che la ragazza non era l'obiettivo di chi ha sparato: si pensa che il colpo sia partito dai bagni a piano terra della facoltà di Statistica. Impossibile stabilire il calibro del proiettile, frantumato nell'impatto. Tutte le piste sono aperte.
Dopo cinque giorni di agonia Marta Russo muore. I suoi organi vengono espiantati e donati.
Le analisi della polizia scientifica scoprono “tracce significative” di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Le indagini vengono estese ai dipendenti di questa facoltà. Si apprende che le persone indagate per omicidio sono più di 40; si tratta di docenti, assistenti e amministrativi che lavorano all'Istituto di Filosofia del diritto.
L'esame del puntamento laser conferma che il colpo è partito dall'aula 6. Questa conclusione balistica verrà contestata ed in seguito risulterà fortemente dubbia.
Il professor Bruno Romano, direttore dell'Istituto di Filosofia del diritto della facoltà di Giurisprudenza, viene posto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento nei confronti dell'omicida. Secondo l'accusa, Romano avrebbe fatto pressioni sui testimoni perché non rivelassero chi era presente il 9 maggio nell'aula 6; si apprende che la testimonianza chiave è stata resa agli inquirenti da Maria Chiara Lipari, assistente di Bruno Romano. La donna subito dopo il ferimento a morte di Marta Russo, aveva riferito al prof. Romano di avere visto un gruppo di persone nell'aula 6 dell'istituto, tra cui un assistente. Il prof. Romano avrebbe detto alla Lipari: “Andare cauti con le dichiarazioni agli inquirenti e non rovinate il buon nome dell'istituto”.
Il 14 giugno, a un mese esatto dalla morte di Marta, sono arrestati gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, oltre all’usciere Francesco Liparota. Questi, arrestato per concorso in omicidio, ritratta completamente la versione dei fatti fornita al Gip, Gugliemo Muntoni, e al pm Carlo Lasperanza. Non è vero, avrebbe detto Liparota, che la mattina del 9 maggio alle 11,42 mi trovavo nella stanza n.6 dell' istituto di Filosofia del diritto, non è vero che ho visto Giovanni Scattone sparare e poi riporre la pistola nella cartella di Salvatore Ferraro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro negano tutto: la loro parola contro quella dei testimoni.
Dopo una settimana di arresti domiciliari, il direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, il professor Bruno Romano, è di nuovo un libero cittadino ed insieme a lui il direttore della biblioteca Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli. Anche se la pistola (e il bossolo) non è stata trovata, gli investigatori sono convinti che ormai le indagini sono nella fase conclusiva. Affermano di avere in mano tutti gli elementi per provare che il 9 maggio nell’aula sei, sotto gli occhi della segretaria Gabriella Alletto, dell'usciere Francesco Liparota e dell'assistente Salvatore Ferraro, l'altro assistente, Giovanni Scattone, ha impugnato un’arma e ha sparato.
Dalle carte dell’inchieste emerge che Gabriella Alletto fino al 14 giugno ha sempre negato di essere entrata nella stanza n. 6 dell'’Istituto di Filosofia del Diritto. Comparsa per otto volte davanti a magistrati e investigatori, la segretaria dell'’Istituto aveva sempre detto di non essere mai entrata nella stanza da dove sarebbe partito il proiettile che uccise Marta Russo. Emerge anche che fino al 14 giugno gli inquirenti avevano insistito sulle modalità attraverso le quali era stata assunta all’Università. In particolare il 27 maggio, in questura, l’Alletto affermava di aver ottenuto il lavoro “per chiamata nominativa” in virtù dell’interessamento di una persona “che non ha niente a che vedere con questa storia”. Sui motivi della sua assunzione, la Alletto, il 29 maggio successivo cambiava versione e dichiarava di essere stata assunta per un’invalidità “pari al 35% alla schiena riconosciuta dalla commissione di prima istanza di Atripalda (Avellino)”.
La procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere da zero gli accertamenti. Il proiettile sparato risulta compatibile con ben nove tipi di arma, compresa una carabina. Per quanto riguarda le tracce di sparo, i periti hanno rilevato sul davanzale della finestra dell’aula n. 6: una particella contenente Antimonio più Bario e una contenente Piombo e Antimonio, appartenenti alla classe residui dello sparo. In una breve nota, i periti affermano che “la particella contenente Antimonio e Bario è ritenuta in letteratura univocamente caratteristica dei residui dello sparo”.
Errori “di rilevazione merceologica”, valutazioni errate o “assurde”, “macroscopiche negligenze compiute dagli operatori”: la difesa di Ferraro e Scattone contrattacca con una perizia balistica fortemente critica nei confronti dei rilievi della Polizia scientifica. I tecnici della polizia giudiziaria avrebbero commesso “un errore grossolano” nel valutare il diametro del proiettile che ha colpito Marta Russo, che, in base alle dimensioni delle impronte di rigatura riferite dagli stessi tecnici, sarebbe di 5.13 mm. e non di 5.5 mm. Questo comporterebbe, di conseguenza, un'errata individuazione delle caratteristiche generali dell'arma che ha sparato. Per la difesa anche l'ipotesi che si tratti di un proiettile “hollow point”, ossia a punta cava (indicata come “verosimile” dall'accusa) non regge.
Nel frattempo i giudici del Tribunale del Riesame stabiliscono che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro devono restare in carcere in quanto l'omicidio di Marta Russo è "uno scellerato ed irragionevole gioco criminale". E ancora: “Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida é l’assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima”. Nell’ordinanza i giudici fanno riferimento anche all’”assoluta attendibilità” dei tre testi chiave, Maria Chiara Lipari, Gabriella Alletto e Francesco Liparota.
Il 19 luglio salta fuori un video dell’interrogatorio di Gabriella Alletto nell’ufficio del pubblico ministero Carlo Lasperanza. Si riferisce a quando la teste negava di essere stata all’interno dell’aula 6 al momento dello sparo. In quel frangente Lasperanza aveva convocato sia la Alletto sia il cognato, il vice ispettore di Ps, Luigi Di Mauro. Nel video si vede il magistrato uscire dalla stanza con una scusa, lasciando soli i due. La donna, anche di fronte alle sollecitazioni del cognato, dice di non essere entrata nella stanza al momento del delitto. Nei giorni successivi la donna però modificò il suo atteggiamento, accusando Scattone e Ferraro del delitto.
Il 31 luglio 1997, al termine di un incidente probatorio le dichiarazioni di Gabriella Alletto acquisiscono valore di prova e saranno acquisite agli atti del dibattimento. La Alletto conferma tutto: “Scattone era nell'aula 6 e aveva una pistola in mano”. Ma alleggerisce la posizione di Ferraro: “Era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto”.
Sono nove le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla procura di Roma a conclusione dell’inchiesta. Omicidio volontario e porto illegale di armi sono i reati contestati a Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota. Il reato di favoreggiamento riguarda il direttore dell’Istituto di filosofia del diritto Bruno Romano, il direttore della biblioteca Maurizio Basciu, la segretaria Maria Urilli, Gabriella Alletto (che e' anche la supertestimone dell’inchiesta) e l’amica di Ferraro, Marianna Marcucci. Il rinvio a giudizio è chiesto anche per il bibliotecario della facoltà di Lettere Rino Zingale, al quale la procura contesta i reati di falso, abuso e violazione sulla legge sulle armi.
Dal processo che procede senza sorprese arriva la notizia che una perizia ordinata dalla corte d’Assise sostiene che sono quattro i punti della zona in cui cadde Marta Russo compatibili con la traiettoria del proiettile che uccise la studentessa. Dei quattro punti, tre sono finestre sulla facciata dove si trova quella dell'Aula 6, mentre la quarta si troverebbe nell'edificio di Fisiologia. La perizia aggiunge anche che non ci sono “elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”. Le indagini chimiche, condotte dal professor Carlo Torre, rilevano che “tra tutti i prelievi eseguiti su indumenti e borse degli imputati è stata rinvenuta solo una particella classificabile come esclusiva dello sparo ed essa è stata individuata su di una superficie esposta a facili inquinamenti”.
“La particella prodotta da uno sparo è sferica, quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 sono tutto meno che tonde”. E' questa una delle tante ragioni, esposte in aula dai tecnici nominati dalla corte d’Assise, autori della perizia che ha messo in crisi l’accusa, per cui secondo gli esperti d'ufficio non si può indicare con certezza l'aula 6 come il luogo dove maturò l'omicidio di Marta Russo.
Il professor Carlo Torre spiega che particelle della stessa natura di quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 (cioè, binarie) sono state trovate “diffuse sugli edifici circostanti”. Inoltre, il professore sostiene che “solo le particelle ternarie sono giudicate affidabili, dunque esclusive dello sparo”. Nessun elemento di certezza sull'aula 6 proviene dalla perizia balistica esposta in aula dal professor Paolo Romanini. Il perito spiega che “se il killer avesse sparato dalle finestre 1, 3, 4 e 6 si sarebbe dovuto sporgere”. Inoltre, in questo caso il bossolo sarebbe stato in ogni caso espulso all’esterno.
Il professore precisa che se l'omicida avesse sparato dalle finestre 7 e 8 (il bagno degli uomini e i locali in ristrutturazione, entrambi al piano terra) poteva rimanere all'interno senza sporgersi, il rumore del colpo sarebbe stato attutito dai locali e la distanza dalla vittima sarebbe stata congrua.
Ciononostante i pubblici ministeri chiedono la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario, a 18 anni di reclusione. Chiesta l’assoluzione per tutti gli altri imputati ad eccezione di Francesco Liparota per il quale la procura chiede una condanna a cinque anni e nove mesi. Per la superteste, Gabriella Alletto, viene chiesto un solo mese di reclusione per favoreggiamento.
Il 1° giugno 1999 la Corte d’Assise condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo. 4 anni a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due vengono immediatamente scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti tutti gli altri imputati.
Evidente la sconfitta della procura di Roma che per i due principali imputati aveva chiesto una condanna a 18 anni per omicidio volontario. Per Liparota erano stati chiesti 5 anni e 9 mesi (assolto). Per il prof. Romano addirittura 4 anni (assolto).
Nel processo d'appello il procuratore generale Luciano Infelisi (era sostituto procuratore ai tempi del caso Moro) chiede 22 anni per Scattone e 16 per Ferraro. Quattro anni per Liparota, accusato di favoreggiamento.
Il 6 dicembre 2000 il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni ed il sostituto Carlo Lasperanza, grandi accusatori di Ferraro e Scattone, vengono prosciolti dal gip di Perugia Giancarlo Massei dall'accusa di avere commesso i reati di abuso di ufficio e violenza privata nell'interrogatorio di Gabriella Alletto, testimone chiave dell’inchiesta. Secondo la procura di Perugia i due magistrati romani avevano sottoposto la testimone ad una “pressione psicologica” che esulava “da un legittimo contesto investigativo”. Quando basta guardare il video di quell'interrogatorio per convincersene.
Il 7 febbraio 2001 la Prima corte d’Appello condanna Giovanni Scattone ad otto anni di reclusione per omicidio colposo e due milioni di euro di multa. Salvatore Ferraro a sei anni e a una multa di due milioni di euro; Francesco Liparota a quattro anni di reclusione per il reato di favoreggiamento personale. Inoltre Ferraro e Scattone dovranno rifondere le spese sostenute in questo processo dalle parti civili: 20 milioni all'Università La Sapienza; circa 61 milioni al padre; circa 71 milioni alla madre e circa 67 milioni alla sorella di Marta Russo.
Al processo in Cassazione il procuratore generale Vincenzo Geraci considera “contraddittoria e illogica” e “non sostenuta da alcuna motivazione” la sentenza di secondo grado e chiede l’annullamento della stessa con rinvio ad altra corte d’Appello.
Il 6 dicembre 2001 la corte di Cassazione gli dà ragione. Il processo è da rifare.
Il 15 ottobre 2002 comincia il secondo processo d’Appello per l’omicidio di Marta Russo davanti ai giudici della seconda Corte presieduta da Enzo Trivellese. Il procuratore generale Antonio Marini insiste e ribadisce la richiesta di condanna a 22 anni per Scattone e Ferraro già avanzata nel primo processo d’Appello del suo collega Luciano Infelisi.
La seconda Corte d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a sei anni di reclusione per omicidio colposo, Salvatore Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Francesco Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento.
Il 15 dicembre 2003 la V sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione; Ferraro a 4 anni e 2 mesi; assolve Liparota. Eliminata la interdizione dai pubblici uffici. Lo stesso giorno Scattone viene arrestato e condotto in carcere. Con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la pena.
Il 2 aprile 2004, dopo 28 mesi di reclusione tra carcere preventivo e detenzione, torna in libertà Giovanni Scattone. Il Tribunale di Sorveglianza lo ammette all'affidamento in prova ai servizi sociali, attività che gli consentirà di scontare in libertà il residuo di pena.
Nel 2011, scontata la pena e non più interdetto dai pubblici uffici, Giovanni Scattone va a insegnare storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma - dove aveva studiato a suo tempo Marta Russo - generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti, che non tutti condividevano l'interdizione dall'insegnamento. Dopo un periodo di polemiche accese, il supplente decide di abbandonare l'incarico. Oggi lavora come traduttore e ghost writer, e ha scritto due libri di divulgazione filosofica.
La salma di Marta riposa a Roma nel cimitero del Verano.
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domenica 19 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1968 fu teatro di una rivolta operaia senza precedenti a Valdagno, alla fabbrica tessile della Marzotto.
Per quel giorno le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero generale dei tessili di Valdagno, era l’ennesimo sciopero contro la ristrutturazione messa in atto dall'azienda che comportava tagli occupazionali ed aumenti dei ritmi di lavoro, ma la massiccia presenza di polizia e carabinieri schierati a difesa della “libertà di andare al lavoro” fece aumentare la tensione sociale fino a dar luogo nel pomeriggio a violentissimi scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Gli scontri durarono fino a notte fonda, ed in quelle ore la rabbia operaia si scagliò contro i simboli del dominio dei Marzotto sulla città. Ma fu un gesto, in particolare, a colpire l’immaginario collettivo: l’abbattimento da parte dei dimostranti della statua del fondatore della dinastia industriale Gaetano Marzotto Senior.
L’episodio ebbe larga risonanza sulla stampa nazionale ed inaugurò una lunghissima stagione di lotte operaie che in Italia durerà all'incirca un decennio ed avrà il suo momento più alto nell'autunno 1969, passato alle cronache come “l’Autunno caldo”.
Valdagno aveva rappresentato sino ad allora l’ultimo esempio di città sociale, di comunità strettamente legata e dipendente dall'industria dei Marzotto; per questo la statua a terra assunse una forte valenza simbolica. Calpestando l’immagine del padre-padrone la classe operaia valdagnese rompeva una secolare subordinazione; il vento della rivoluzione che stava scuotendo le università di tutto il mondo e che nel mese successivo avrebbe investito la Francia intera, aveva toccato anche la classe operaia più mansueta d’Italia.
Il venerdì lo sciopero doveva iniziare alle sette – un’ora dopo l’inizio del primo turno – ed attivisti operai, commissari interni e dirigenti sindacali si presentarono di buonora davanti ai cancelli per organizzare i picchetti, ma trovarono schierato un consistente numero di carabinieri. Già durante l’ultimo sciopero del 10 aprile essi erano intervenuti, ma quel mattino la loro presenza venne rafforzata dall'arrivo verso le 7:30 degli agenti di P.S., giusto in tempo per garantire l’ingresso degli impiegati alle 8. Nell'area antistante l’ingresso si andavano concentrando gli operai diurni, quelli del turno di notte e quelli del primo turno, molti dei quali erano donne, che uscivano dopo un’ora di lavoro.
Gli scioperanti cercarono di fermarsi sulla scalinata e in portineria in modo tale da ostruire il passaggio, ma i carabinieri decisero di farli sgomberare per garantire un corridoio di accesso alla fabbrica. L’operazione non avvenne però senza tensioni, i modi brutali e senza troppi riguardi per uomini o donne impiegati dai militi provocarono le reazioni dei manifestanti. Volarono così i primi calci e pugni. La situazione rimase sotto controllo, ma l’ambiente si stava surriscaldando.
Nel corso della mattinata arrivò un reparto della Celere, ma anche nel fronte opposto cresceva il numero dei manifestanti. Alcuni studenti universitari avevano volantinato davanti alle scuole superiori di Valdagno incitando gli studenti a solidarizzare con gli operai in lotta, ed un corteo di circa 300 studenti raggiunse i cancelli della fabbrica.
Le scaramucce fra scioperanti e forze di polizia continuavano tanto che – ad un certo punto – il vicequestore ordinò la carica che obbligò i dimostranti a ripiegare, ma non riuscì a disperderli. La tensione poi diminuì, però la gente non se ne tornava a casa, anzi agli operai tessili si andavano aggiungendo altri lavoratori, semplici cittadini e curiosi. Non c’era da meravigliarsi che accadesse, visto che mai prima di allora s’era vista tanta polizia schierata, né tanti operai decisi ad affrontarla.
Manifestanti e forze dell’ordine rimasero schierati uno di fronte all'altro per l’intera giornata e momenti di tensione si alternarono ad altri di relativa quiete, finché nel tardo pomeriggio accadde un fatto che fece precipitare la situazione. In uno dei tanti scontri, i carabinieri catturarono due manifestanti e li trascinarono all'interno della portineria. I sindacalisti presenti intervennero per ottenere il loro immediato rilascio, ma le forze di polizia chiedevano in cambio lo scioglimento della manifestazione. Quando i negoziatori uscirono dalla portineria, annunciarono il rilascio dei due fermati, ma avvertirono anche che la manifestazione doveva considerarsi conclusa invitando i dimostranti a tornare a casa e «che da quel momento ognuno si sarebbe assunta la responsabilità di ulteriori incidenti».
La richiesta venne accolta con urla e fischi e partirono le prime pietre che infransero i vetri dello stabilimento, una di queste colpì un agente. La reazione non si fece attendere, il vicequestore indossò la fascia tricolore ed ordinò la carica.
Gli agenti cominciarono a sparare bombe lacrimogene ed i manifestanti risposero intensificando la sassaiola. Per procurarsi le pietre vennero divelte anche le spallette in travertino del ponte pedonale detto “del tessitore” e il muretto di cinta della stazione. Carabinieri e polizia furono costretti ad asserragliarsi all'interno dello stabilimento, tentarono più volte delle sortite, ma ogni volta la sassaiola riprendeva. Gli scontri avevano galvanizzato i manifestanti, oramai la rabbia era incontenibile e si riversò contro le proprietà dei Marzotto. Mentre le forze dell’ordine ingaggiavano scontri nell'area antistante la fabbrica, dimostranti devastarono l’atrio dell’Hotel Pasubio Jolly. Sorte analoga toccò al Magazzino della Lana i cui manichini vennero gettati nelle acque dell’Agno. Le ville di alcuni dirigenti dell’azienda.e quella di Paolo Marzotto furono prese d’assalto e la staccionata in legno di quest’ultima venne incendiata.
Pare che ci fosse stato anche un tentativo – sventato dai militi – di assaltare la locale caserma dei carabinieri. L’accensione di diversi falò portò all'intervento dei vigili del fuoco, vennero allertate anche le unità di Arzignano e Vicenza che furono bloccate dai manifestanti.
Tuttavia l’atto che suscitò più scalpore fu l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto Sr, fondatore della dinastia. Il monumento si trovava in Piazza Dante, poco lontano dall'ingresso dello stabilimento, dove era stato eretto nel 1955. Alcuni manifestanti lo presero d’assalto, incitati dalla gente che gremiva la piazza.
Quanto durarono gli scontri? È difficile stabilire con esattezza la durata della rivolta né è possibile una precisa ricostruzione della dinamica degli eventi. Troppo diverse sono le cronologie fornite nelle ricostruzioni e nemmeno le testimonianze dirette aiutano a far chiarezza. I diversi resoconti divergono – a volte in maniera considerevole – sugli orari degli avvenimenti tanto da evocare la «sospensione del tempo storico nella rivolta».
In ogni caso, in simili frangenti, è la confusione a dominare, inevitabilmente.
A dettare una svolta a quanto stava succedendo fu l’arrivo dei rinforzi di polizia – un altro reparto Celere ed uno di “baschi blu” – che avvenne fra le 22:00 e le 23:30. Le forze dell’ordine – ora numerosissime – contrattaccarono disperdendo i manifestanti con lacrimogeni e, sembra, anche con altre bombe, pattugliando le strade, setacciando cantine e pianerottoli dei palazzi e fermando chiunque capitasse a tiro. La maggior parte dei fermi – a quanto pare – si concentrò in queste ultime ore della giornata.
Il bilancio degli scontri fu pesante: decine di fermati, di cui quarantadue arrestati e trasferiti al carcere di Padova e cinque denunciati a piede libero; le forze dell’ordine contarono cinquantotto fra feriti e contusi, mentre fra i dimostranti il numero dei feriti rimase imprecisato, perché solo pochi (i più gravi) si presentarono in ospedale, la maggior parte dei contusi evitò le cure pubbliche per non essere denunciati, ma stando alle testimonianze furono numerosi.
Il 19 aprile 1968 fu teatro di una rivolta operaia senza precedenti a Valdagno, alla fabbrica tessile della Marzotto.
Per quel giorno le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero generale dei tessili di Valdagno, era l’ennesimo sciopero contro la ristrutturazione messa in atto dall'azienda che comportava tagli occupazionali ed aumenti dei ritmi di lavoro, ma la massiccia presenza di polizia e carabinieri schierati a difesa della “libertà di andare al lavoro” fece aumentare la tensione sociale fino a dar luogo nel pomeriggio a violentissimi scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Gli scontri durarono fino a notte fonda, ed in quelle ore la rabbia operaia si scagliò contro i simboli del dominio dei Marzotto sulla città. Ma fu un gesto, in particolare, a colpire l’immaginario collettivo: l’abbattimento da parte dei dimostranti della statua del fondatore della dinastia industriale Gaetano Marzotto Senior.
L’episodio ebbe larga risonanza sulla stampa nazionale ed inaugurò una lunghissima stagione di lotte operaie che in Italia durerà all'incirca un decennio ed avrà il suo momento più alto nell'autunno 1969, passato alle cronache come “l’Autunno caldo”.
Valdagno aveva rappresentato sino ad allora l’ultimo esempio di città sociale, di comunità strettamente legata e dipendente dall'industria dei Marzotto; per questo la statua a terra assunse una forte valenza simbolica. Calpestando l’immagine del padre-padrone la classe operaia valdagnese rompeva una secolare subordinazione; il vento della rivoluzione che stava scuotendo le università di tutto il mondo e che nel mese successivo avrebbe investito la Francia intera, aveva toccato anche la classe operaia più mansueta d’Italia.
Il venerdì lo sciopero doveva iniziare alle sette – un’ora dopo l’inizio del primo turno – ed attivisti operai, commissari interni e dirigenti sindacali si presentarono di buonora davanti ai cancelli per organizzare i picchetti, ma trovarono schierato un consistente numero di carabinieri. Già durante l’ultimo sciopero del 10 aprile essi erano intervenuti, ma quel mattino la loro presenza venne rafforzata dall'arrivo verso le 7:30 degli agenti di P.S., giusto in tempo per garantire l’ingresso degli impiegati alle 8. Nell'area antistante l’ingresso si andavano concentrando gli operai diurni, quelli del turno di notte e quelli del primo turno, molti dei quali erano donne, che uscivano dopo un’ora di lavoro.
Gli scioperanti cercarono di fermarsi sulla scalinata e in portineria in modo tale da ostruire il passaggio, ma i carabinieri decisero di farli sgomberare per garantire un corridoio di accesso alla fabbrica. L’operazione non avvenne però senza tensioni, i modi brutali e senza troppi riguardi per uomini o donne impiegati dai militi provocarono le reazioni dei manifestanti. Volarono così i primi calci e pugni. La situazione rimase sotto controllo, ma l’ambiente si stava surriscaldando.
Nel corso della mattinata arrivò un reparto della Celere, ma anche nel fronte opposto cresceva il numero dei manifestanti. Alcuni studenti universitari avevano volantinato davanti alle scuole superiori di Valdagno incitando gli studenti a solidarizzare con gli operai in lotta, ed un corteo di circa 300 studenti raggiunse i cancelli della fabbrica.
Le scaramucce fra scioperanti e forze di polizia continuavano tanto che – ad un certo punto – il vicequestore ordinò la carica che obbligò i dimostranti a ripiegare, ma non riuscì a disperderli. La tensione poi diminuì, però la gente non se ne tornava a casa, anzi agli operai tessili si andavano aggiungendo altri lavoratori, semplici cittadini e curiosi. Non c’era da meravigliarsi che accadesse, visto che mai prima di allora s’era vista tanta polizia schierata, né tanti operai decisi ad affrontarla.
Manifestanti e forze dell’ordine rimasero schierati uno di fronte all'altro per l’intera giornata e momenti di tensione si alternarono ad altri di relativa quiete, finché nel tardo pomeriggio accadde un fatto che fece precipitare la situazione. In uno dei tanti scontri, i carabinieri catturarono due manifestanti e li trascinarono all'interno della portineria. I sindacalisti presenti intervennero per ottenere il loro immediato rilascio, ma le forze di polizia chiedevano in cambio lo scioglimento della manifestazione. Quando i negoziatori uscirono dalla portineria, annunciarono il rilascio dei due fermati, ma avvertirono anche che la manifestazione doveva considerarsi conclusa invitando i dimostranti a tornare a casa e «che da quel momento ognuno si sarebbe assunta la responsabilità di ulteriori incidenti».
La richiesta venne accolta con urla e fischi e partirono le prime pietre che infransero i vetri dello stabilimento, una di queste colpì un agente. La reazione non si fece attendere, il vicequestore indossò la fascia tricolore ed ordinò la carica.
Gli agenti cominciarono a sparare bombe lacrimogene ed i manifestanti risposero intensificando la sassaiola. Per procurarsi le pietre vennero divelte anche le spallette in travertino del ponte pedonale detto “del tessitore” e il muretto di cinta della stazione. Carabinieri e polizia furono costretti ad asserragliarsi all'interno dello stabilimento, tentarono più volte delle sortite, ma ogni volta la sassaiola riprendeva. Gli scontri avevano galvanizzato i manifestanti, oramai la rabbia era incontenibile e si riversò contro le proprietà dei Marzotto. Mentre le forze dell’ordine ingaggiavano scontri nell'area antistante la fabbrica, dimostranti devastarono l’atrio dell’Hotel Pasubio Jolly. Sorte analoga toccò al Magazzino della Lana i cui manichini vennero gettati nelle acque dell’Agno. Le ville di alcuni dirigenti dell’azienda.e quella di Paolo Marzotto furono prese d’assalto e la staccionata in legno di quest’ultima venne incendiata.
Pare che ci fosse stato anche un tentativo – sventato dai militi – di assaltare la locale caserma dei carabinieri. L’accensione di diversi falò portò all'intervento dei vigili del fuoco, vennero allertate anche le unità di Arzignano e Vicenza che furono bloccate dai manifestanti.
Tuttavia l’atto che suscitò più scalpore fu l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto Sr, fondatore della dinastia. Il monumento si trovava in Piazza Dante, poco lontano dall'ingresso dello stabilimento, dove era stato eretto nel 1955. Alcuni manifestanti lo presero d’assalto, incitati dalla gente che gremiva la piazza.
Quanto durarono gli scontri? È difficile stabilire con esattezza la durata della rivolta né è possibile una precisa ricostruzione della dinamica degli eventi. Troppo diverse sono le cronologie fornite nelle ricostruzioni e nemmeno le testimonianze dirette aiutano a far chiarezza. I diversi resoconti divergono – a volte in maniera considerevole – sugli orari degli avvenimenti tanto da evocare la «sospensione del tempo storico nella rivolta».
In ogni caso, in simili frangenti, è la confusione a dominare, inevitabilmente.
A dettare una svolta a quanto stava succedendo fu l’arrivo dei rinforzi di polizia – un altro reparto Celere ed uno di “baschi blu” – che avvenne fra le 22:00 e le 23:30. Le forze dell’ordine – ora numerosissime – contrattaccarono disperdendo i manifestanti con lacrimogeni e, sembra, anche con altre bombe, pattugliando le strade, setacciando cantine e pianerottoli dei palazzi e fermando chiunque capitasse a tiro. La maggior parte dei fermi – a quanto pare – si concentrò in queste ultime ore della giornata.
Il bilancio degli scontri fu pesante: decine di fermati, di cui quarantadue arrestati e trasferiti al carcere di Padova e cinque denunciati a piede libero; le forze dell’ordine contarono cinquantotto fra feriti e contusi, mentre fra i dimostranti il numero dei feriti rimase imprecisato, perché solo pochi (i più gravi) si presentarono in ospedale, la maggior parte dei contusi evitò le cure pubbliche per non essere denunciati, ma stando alle testimonianze furono numerosi.
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