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venerdì 25 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
All'alba del 25 settembre 2005 una pattuglia della volante di Ferrara, intervenuta per una telefonata che segnalava un ragazzo che urlava e sbatteva dappertutto nei pressi dell'Ippodromo, procedeva con violenza all'arresto di Federico Aldrovandi, un giovane da poco diciottenne. Dopo pochi minuti, mentre giungeva l'ambulanza chiamata dai poliziotti stessi, Federico moriva sull'asfalto. I medici del 118 constatavano la morte per arresto cardiocircolatorio e trauma cranico-facciale.
La perizia medico legale, depositata il 20 febbraio 2006 parlava di morte dovuta a un'insufficienza miocardica acuta dovuta ad assunzione di alcool, ketamina ed eroina; secondo una perizia di parte della famiglia, la morte fu invece dovuta ad una anossia posturale, a causa del caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti durante l'arresto, e non alle droghe, la cui quantità era assolutamente insufficiente a provocare la morte. Si ravvisavano inoltre i segni di gravi violenze certamente non necessarie per consentire l'arresto.
Nel marzo del 2006 vengono iscritti nel registro degli indagati i quattro poliziotti; durante il primo incidente probatorio furono evidenziate le violenze, compresa una forte escoriazione sul sedere, segno di trascinamento sull'asfalto, e schiacciamento dei testicoli. Il 10 gennaio 2007 vengono formalmente rinviati a giudizio per omicidio colposo, per aver ecceduto i limiti dell'adempimento di un dovere, per aver procrastinato la violenza anche dopo aver vinto la resistenza del giovane, e per aver ritardato l'intervento dell'ambulanza.
Il 6 luglio del 2009 vengono condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, per eccesso colposo dell'uso legittimo delle armi. In virtù dell'indulto, non hanno scontato la pena.
Inoltre sono stati condannati nel 2010 altri 4 poliziotti per depistaggio e intralcio alle indagini. Il 10 giugno 2011 il tribunale d'appello di Bologna ha confermato a tutti la pena sancita in primo grado e rigettato ogni tesi difensiva.
Il 21 giugno 2012 la sentenza è stata confermata in cassazione per i quattro poliziotti, i quali in virtù dell'indulto sconteranno solo i 6 mesi di pena residua. Dopo un mese di carcere, a Monica Segatto sono stati concessi gli arresti domiciliari. Negati invece agli altri 3 poliziotti,  detenuti nel carcere di Ferrara in regime di isolamento.
Tre dei quattro poliziotti (eccetto Forlani, a causa di una cura per "nevrosi reattiva") ritornano in servizio nel gennaio 2014, destinati a servizi amministrativi. Il 2 luglio 2014 la Corte dei Conti ha disposto il sequestro dei beni dei quattro poliziotti condannati in via definitiva. Il provvedimento, di natura conservativa in vista del procedimento presso la magistratura contabile, è stato disposto dalla sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna della Corte dei Conti e riguarda i circa 1.870.000 euro di danno erariale che Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani avrebbero provocato con la loro condotta.
Quei quasi due milioni di euro, individuati dalla procura come danno erariale, consistono infatti nel risarcimento che a suo tempo, dopo la condanna in primo grado del luglio 2009, furono offerti dal Ministero dell’Interno alla famiglia di Federico a titolo di risarcimento. La misura, notificata nel luglio 2014 dalla Guardia di finanza di Ferrara, ha visto il sequestro del quinto dello stipendio, dei beni immobili e dei diritti reali immobiliari di proprietà dei quattro agenti, fino alla concorrenza dell’importo complessivo di circa 1.870.000 euro. Ciascuno dei quattro agenti è tenuto a risarcire, in proprio, un danno di circa 467.000 euro.

giovedì 24 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 settembre.
Il 24 Settembre 1963 nasce a Venezia Dorina Vaccaroni.
Campionessa precoce e dal forte temperamento, ha iniziato la sua lunga attività sportiva a livello internazionale nella scherma, specialità fioretto, nella seconda metà degli anni settanta. Con i suoi primi successi è iniziato il ciclo, oggi ancora vincente, delle fiorettiste azzurre. Allieva del grande Livio Di Rosa al Circolo scherma Mestre; nel 1977 partecipa ai Campionati Mondiali assoluti; l'anno dopo vince, tra le categorie giovanili, il suo primo titolo italiano e il prestigioso Trofeo Martini di New York.
Disputa, a sedici anni, la sua prima Olimpiade a Mosca nel 1980, ottenendo un sesto posto individuale e un quinto posto a squadre. Nel 1981 vince la Coppa del Mondo; l'anno seguente è campionessa europea e vince il suo primo titolo mondiale a squadre. Nel 1983 è campionessa del mondo sia individuale che a squadre, inoltre vince il titolo anche tra i giovani e ancora la Coppa del Mondo, che vincerà per la terza volta l'anno dopo. Conquista tre medaglie olimpiche: il bronzo individuale a Los Angeles nel 1984 (in cui ottiene anche il quarto posto a squadre); l'argento a squadre a Seul nel 1988 e infine l'oro a squadre a Barcellona nel 1992, tutte nel fioretto. Dopo il bronzo a squadre ai mondiali del 1993, che segue gli allori del 1990 e del 1991, lascia l'attività agonistica per dedicarsi all'insegnamento (che svolge tuttora nella sua palestra), salvo poi tornare in pedana nel 1998 per vincere i titoli italiani di 3ª e 4ª categoria.
Successivamente ha cominciato a dedicarsi al ciclismo, che dal 2000 ad oggi la vede protagonista a livello amatoriale non solo nelle granfondo, in cui vanta numerose vittorie, ma anche nelle corse su strada, tanto da vincere un titolo italiano master e ottenere l'ottavo posto nel mondiale di categoria. Inoltre nel 2005 ha avuto modo di correre anche una stagione nel ciclismo professionistico. 
Nel 2016 vince la D+ Ultracycling Dolomitica, laureandosi Campionessa Italiana di Ultracycling 2016. Nella vita privata è separata dall'ex-calciatore, già del Milan, Andrea Manzo (anche allenatore del Parma) e ha due figlie, Jessica e Annette. Fra le due carriere ha studiato fisioterapia, ha condotto un programma su Telefriuli e si è candidata, senza successo, con il Centro Cristiano Democratico.


mercoledì 23 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 Settembre.
Il 23 settembre del 1943 Salò, un piccolo paese sulla sponda occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia, divenne famoso in tutto il mondo. Benito Mussolini, appena liberato dalla sua prigione sul Gran Sasso, durante l’invasione degli inglesi e degli americani, lo scelse come sede di alcuni uffici e ministeri del suo nuovo governo. In poco tempo quel paesino sconosciuto divenne il sinonimo del nuovo stato che Mussolini aveva creato: la Repubblica Sociale Italiana (RSI).
La RSI, o Repubblica di Salò, fu insieme l’ultima incarnazione del regime fascista e un disperato tentativo di ritorno alle origini del fascismo. Voleva essere il luogo in cui realizzare una “terza via” tra socialismo e capitalismo, ma di fatto fu uno stato fantoccio della Germania nazista, incapace di esercitare un vero e proprio controllo sul suo territorio: un caos di bande armate e semi-indipendenti in lotta contro i partigiani e a volte anche tra di loro.
Il governo della Repubblica di Salò era decentrato e sparso per gran parte dell’Italia del nord. Mussolini risiedeva a Villa Feltrinelli a Gargnano, il ministero delle Finanze e quello della Giustizia avevano sede a Brescia, quello dell’Economia a Bergamo, a Venezia c’era il ministero dei Lavori pubblici mentre le Comunicazioni avevano sede a Verona. Formalmente la capitale del nuovo stato era Roma, ma i tedeschi non permisero mai che vi si insediassero dei ministeri e impedirono tutti i tentativi dei leader fascisti di visitare la capitale.
Il soprannome “Repubblica di Salò” nacque in un certo senso per caso. A Salò avevano sede il ministero degli Esteri, quello della Propaganda (il famoso MINCULPOP), oltre all’agenzia Stefani, l’agenzia stampa ufficiale del regime, e gli uffici dei corrispondenti. Le principali comunicazioni del governo insieme ai comunicati giornalistici erano inviati da Salò, e quelli dei due ministeri cominciavano con le parole “Salò comunica”. Il nome di Salò finì quindi col diventare un sinonimo del governo stesso.
Il nuovo governo creato il 23 settembre era per i tedeschi un’opportunità e un fastidio allo stesso tempo. Era un’opportunità perché il nuovo governo avrebbe potuto occuparsi dell’amministrazione civile e delle funzioni di polizia, permettendo ai tedeschi di concentrarsi nel fermare l’avanzata anglo-americana nel sud Italia.
Era un fastidio perché se avesse esercitato un potere effettivo avrebbe potuto mettersi tra i tedeschi e i loro obiettivi. Nel 1943 la Germania nazista non considerava più l’Italia un alleato affidabile: ai tedeschi interessava che la Repubblica di Salò pagasse le spese per mantenere le forze di occupazione della Germania e contribuisse a reclutare manodopera per il lavoro forzato. Di fatto la Repubblica di Salò fu un governo fantoccio, controllato dalle forze di occupazione tedesca.
Le origini della RSI furono molto travagliate. Dopo il colpo di stato del 25 luglio 1943 Mussolini fu arrestato e trasferito continuamente in varie località nel timore che i tedeschi tentassero di liberarlo. Il 16 settembre, quando il re era oramai fuggito a Brindisi e tutta l’Italia a nord di Napoli era di fatto controllata dall’esercito tedesco, Mussolini fu liberato. Si trovava a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, sorvegliato da una guarnigione di carabinieri. I tedeschi lanciarono un reparto di paracadutisti sullo stretto altipiano dove sorgeva l’albergo in cui Mussolini era detenuto. Catturarono la guarnigione senza sparare un colpo e lo liberarono.
Mussolini fu portato in Germania, dove incontrò i pochi gerarchi fascisti che erano fuggiti dall’Italia dopo il 25 luglio. Secondo i racconti di numerosi testimoni, apparve stanco e rassegnato: dovette essere convinto a rivolgersi agli italiani con un messaggio radio e fu solo in seguito a molte pressioni che decise di fondare la Repubblica Sociale Italiana e mettersene a capo.
Lo stato avrebbe dovuto essere “repubblicano, corporativo e fascista”, in altre parole avrebbe dovuto rappresentare un ritorno alle origini del movimento rivoluzionario degli anni Venti – origini che, secondo gli storici, il fascismo abbandonò quando divenne un partito di governo “istituzionale”. In realtà quasi tutte le grandi riforme che avrebbero dovuto trasformare lo stato, compresa la nuova costituzione fascista, rimasero sulla carta: la RSI impiegò la maggior parte delle sue energie a cercare di ottenere un po’ di autonomia dai tedeschi e nella lotta contro il movimento partigiano.
Le sue milizie aiutarono spesso i tedeschi nei rastrellamenti e furono responsabili di numerosi crimini di guerra. Alcune formazioni della RSI, come la “banda Koch”, si comportarono come vere e proprie bande criminali che più che alla guerra pensavano a compiere estorsioni e ricatti. La Repubblica cadde non appena l’esercito tedesco abbandonò l’Italia, nell’aprile del 1945. Era durata 19 mesi, senza mai esercitare un potere di fatto. Formalmente fu disciolta il 29 aprile 1945. Il giorno prima il suo capo, Benito Mussolini, era stato ucciso.

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