Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio". L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.
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domenica 24 maggio 2026
sabato 23 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 23 maggio 1618 alcuni esponenti della nobiltà boema, non proprio contenti dell'elezione di Ferdinando II, fecero irruzione nel castello di Praga, presero un paio di persone vicine all’odiato monarca e le gettarono da una finestra. In gergo quando uno butta di proposito un altro dalla finestra si può parlare di defenestrazione o schizofrenia ossessiva degenerante, e dopo una lunga riflessione i libri di storia hanno deciso di chiamare l'avvenimento del 1618 “defenestrazione di Praga”.
Dunque il 23 maggio 1618 la famosa defenestrazione di Praga segna l'inizio della guerra dei Trent'anni, ultima guerra di religione combattuta in continente europeo.
Dal 1618 al 1648 l’Europa fu funestata da una guerra devastante, che coinvolse le maggiori potenze. Le cause profonde di questa guerra erano da ricercare nella situazione politico-religiosa della Germania all’indomani della lunga guerra di religione e della successiva Pace di Augusta del 1555.
Numerosi infatti erano i problemi lasciati aperti da questa pace, che per certi aspetti aveva accresciuto la confusione. La formula del “cuius regio eius religio” si era dimostrata poco felice in quanto i principi continuarono a passare da una confessione all’altra anche dopo il 1555, a seconda delle convenienze politiche ed economiche; inoltre la pace riconosceva come legittime solo le secolarizzazioni (= appropriazioni da parte dello Stato, quindi da parte dei principi luterani) dei beni della Chiesa cattolica avvenute entro il 1552, ma i principi continuarono ad appropriarsi dei beni dei cattolici anche dopo quella data, approfittando dei vari cambiamenti dinastici.
A complicare ancora di più la situazione c’era anche la diffusione del calvinismo, avvenuta in alcuni Stati tedeschi dopo il 1560, soprattutto in Boemia e nel Palatinato, entrambi facenti parte del gruppo dei sette Stati elettori dell’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania (i “principi elettori”): ma la tolleranza prevista dalla pace di Augusta non era stata estesa anche al calvinismo.
Pertanto, anche dopo Augusta, le tensioni tra Stati tedeschi protestanti, minoranze calviniste e Stati cattolici continuarono a minacciare l’unità dell’impero, tanto che si formarono delle alleanze politico-militari come l’Unione evangelica e la Lega cattolica. In particolare il caso della Boemia si presentava piuttosto critico. Essa era un regno elettivo che, insieme al ducato d’Austria e al regno d’Ungheria, faceva parte dei territori dipendenti direttamente dalla famiglia imperiale.
Non riuscendo a trasformare tutto l’Impero in un vero Stato nazionale centralizzato, gli Asburgo, dopo Carlo V, avevano mirato soprattutto a rafforzare il loro potere su questi domini diretti, cercando di trasformarli in uno Stato unitario e cattolico, ma questo tentativo si scontrò con la pluralità etnica, culturale, linguistica e religiosa esistente soprattutto in Ungheria e in Boemia, in cui convivevano precariamente le tre confessioni cristiane (cattolici, luterani, calvinisti) ed anche altre Chiese, tra cui quella che risaliva a Jan Huss.
Il conflitto latente ebbe modo di manifestarsi già con la decisione dell’imperatore Mattia II (un cattolico intransigente) di designare come nuovo re di Boemia il cugino Ferdinando II d’Asburgo (che era anche erede al trono imperiale), noto per le sue posizioni decisamente assolutiste e controriformistiche: i boemi non lo accettarono come loro re. La situazione precipitò nel 1618 quando Mattia fece chiudere alcune Chiese luterane: a maggio i delegati di Mattia si incontrarono a Praga con i rappresentanti delle città boeme, ma la discussione degenerò e i tre inviati imperiali furono buttati giù dalla finestra del palazzo (appunto la cosiddetta “defenestrazione di Praga”).
Quando l’anno dopo, alla morte di Mattia, Ferdinando II divenne anche imperatore, la Dieta boema offrì la corona al duca del Palatinato Federico V, che era calvinista e capo dell’Unione evangelica. Con questi eventi iniziò di fatto la guerra dei 30 anni, un conflitto politico-religioso che, da iniziale guerra interna all’area tedesco-imperiale, si allargò presto alla Danimarca, alla Svezia e alla Francia, fino a diventare una guerra europea. E’ possibile suddividere il conflitto in quattro periodi:
1) quello palatino-boemo;
2) quello danese;
3) quello svedese;
4) quello francese.
Nella prima fase la Boemia, non ricevendo aiuti adeguati da parte degli altri Stati protestanti, fu devastata ed assoggettata totalmente al potere degli Asburgo: da segnalare la battaglia della Montagna Bianca, avvenuta nel 1620, in cui gli eserciti imperiali sconfissero nettamente le truppe protestanti boeme.
Al fianco dell’imperatore era accorsa anche la Spagna (ricordiamo che sul trono di Spagna regnava in quel periodo un ramo della famiglia Asburgo). Il regno di Boemia fu cancellato e divenne un possedimento diretto della famiglia imperiale.
Alcune decine di migliaia di boemi, che non accettarono la sottomissione al cattolicesimo e agli Asburgo, furono costretti ad espatriare. Anche il Palatinato fu invaso e conquistato e fu escluso dal novero degli Stati che avevano il diritto di eleggere l’imperatore. Violenze e stragi, commesse da una parte e dall’altra, insanguinarono l’Europa: da ricordare il massacro dei protestanti della Valtellina (1620) da parte dei cattolici aiutati dalla Spagna (il cosiddetto “sacro macello”).
La guerra si riaccese nel 1625 (seconda fase): il re danese Cristiano IV, aiutato e spinto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda e da alcuni principati protestanti tedeschi, scese in guerra contro l’impero, ma venne ripetutamente sconfitto dalle truppe cattoliche guidate da un abile e spregiudicato generale, Alberto Wallenstein. Alla fine Cristiano IV fu costretto a firmare la pace nel 1629.
Queste vittorie indussero l’imperatore Ferdinando II a cercare di imporre a tutto il territorio della Germania la propria sovranità assolutista e ad emanare l’Editto di restituzione, in base al quale i beni cattolici che erano stati acquisiti dopo il 1552 dovevano essere restituiti alla Chiesa. Tale Editto ebbe però l’effetto di riaccendere le ostilità, mentre anche in Italia si aprì un nuovo fronte di guerra, provocato dal problema della successione al ducato di Mantova e del Monferrato, che vide contrapposti da un lato la Francia e dall’altro il ducato di Savoia e la Spagna.
Si entrò così nella terza fase della guerra (1630), con l’ingresso della Svezia di Gustavo Adolfo II, un sovrano luterano che fu convinto ad entrare in guerra dall’abile diplomazia del ministro francese Richelieu, che prospettò il grave danno politico, religioso ed economico che sarebbe derivato anche alla Svezia nel caso di una vittoria definitiva degli Asburgo.
L’esercito svedese, molto forte ed organizzato, sconfisse in due battaglie i cattolici e penetrò nel cuore della Germania: una di queste battaglie fu quella di Breitenfeld, svoltasi nel settembre del 1631, vicino a questo piccolo centro della Germania. Si trovarono di fronte da una parte l’esercito svedese-sassone guidato dal re di Svezia Gustavo Adolfo II, grande stratega militare, e dall’altro l’esercito cattolico-imperiale. Svedesi e sassoni conseguirono una brillante vittoria.
L’anno successivo si giunse allo scontro decisivo avvenuto con la battaglia di Lutzen (1632), in cui gli svedesi ebbero ancora la meglio ma il loro re morì in battaglia. Seguì un periodo di confusione politica e militare, in quanto nessuno dei contendenti riusciva a mettere definitivamente fuori gioco l’avversario, mentre gli eserciti imperversavano sui territori tedeschi uccidendo e saccheggiando: malattie, morte e povertà si diffusero dappertutto.
Dopo la sconfitta svedese di Nordlingen del 1634 si giunse alla Pace di Praga tra Svezia, Austria e principi tedeschi: Ferdinando II revocò l’Editto di restituzione.
Ma la Pace di Praga, che confermò il dominio imperiale nell’Europa centrale, non venne accettata dalla Francia, che si sentì minacciata ed accerchiata dalla potenza asburgica, per cui si aprì la quarta e ultima fase della lunga guerra (1635-1648). Contro l’imperatore e contro la Spagna si formò una coalizione che comprese la Francia, l’Olanda, la Svezia, il ducato di Savoia e i principi protestanti tedeschi.
A partire dal 1638-40 l’andamento della guerra cominciò a prendere una piega decisamente favorevole alla coalizione antiasburgica: gli olandesi distrussero la flotta spagnola (battaglia di Dover), la Francia occupò il Rossiglione, gli svedesi entrarono in Slesia e Boemia. Si giunse cosi alle battaglie conclusive: quella di Rocroi (1643), in cui le truppe francesi sbaragliarono quelle spagnole, quella di Jankovic (1645), in cui gli svedesi sconfissero gli austriaci, ed altre.
Il logoramento economico provocato dal lungo conflitto, le pestilenze, le stragi, le rivolte popolari scoppiate in varie zone e infine la consapevolezza del sostanziale fallimento del tentativo asburgico, indussero i paesi belligeranti a chiudere la guerra con una serie di trattati compresi sotto il nome di Pace di Westfalia (1648).
Essa sancì:
- la fine del sogno asburgico di creare nel cuore dell’Europa una grande monarchia nazionale centralizzata, assolutista e cattolica; la Germania venne divisa in circa 350 Stati, di cui alcuni abbastanza estesi e altri piccolissimi, che godevano di piena autonomia e sovranità;
- l’ascesa della Francia al ruolo di grande potenza: scongiurato il pericolo asburgico, alla Francia venne confermato il possesso delle tre città di Metz, Toul e Verdun e di gran parte dell’Alsazia; inoltre essa ottenne dal Piemonte la piazzaforte di Pinerolo;
- la supremazia svedese sul Mar Baltico e nel Mare del Nord e il possesso di una vasta zona di influenza nella Germania orientale;
- l’indipendenza definitiva dell’Olanda (Province unite);
- il ritorno all’indipendenza del Portogallo, non più unito alla corona di Spagna;
- il pieno riconoscimento dell’indipendenza e della neutralità perpetua della Confederazione svizzera;
- sul piano religioso venne confermato il principio del cuius regio, eius religio, che assunse però un nuovo significato, nel senso che la religione del principe diventava religione ufficiale di Stato ma i sudditi che appartenevano ad altre confessioni potevano convivere pacificamente e non erano costretti ad abiurare la loro fede o a emigrare.
A Westfalia non si raggiunse invece la pace tra Francia e Spagna, che continuarono le ostilità fino al 1659 quando, con la Pace dei Pirenei (1659), la Spagna fu costretta a cedere alcuni territori alla rivale. Il paese che ebbe i danni maggiori fu sicuramente la Germania, ossia gli Stati tedeschi, che subirono un vero e proprio tracollo demografico (si parla di circa 5 milioni di morti) ed economico, con la crisi di ogni attività produttiva (agricoltura, commercio, industria).
La Pace di Westfalia ha avuto un’importanza storica di grande rilievo almeno per due motivi:
1) sancì per la prima volta l’affermazione, nel contesto internazionale, del principio dell’equilibrio, in base al quale nessun paese poteva e doveva ingrandirsi e rafforzarsi troppo a danno degli altri, quindi bisognava attribuire e togliere territori senza intaccare quel sostanziale equilibrio di forze che si era formato in Europa all’indomani della guerra. Nei due secoli successivi il principio dell’equilibrio divenne il criterio guida a cui le nazioni si attennero per risolvere le controversie tra gli Stati e per stipulare trattati di pace;
2) con i trattati di Westfalia venne consacrata in via definitiva la nascita di un sistema politico internazionale basato sulla sovranità degli Stati nazionali: anche se permanevano alcuni imperi sovranazionali (come quello tedesco e quello ottomano), da quel momento in poi la nuova realtà politica europea andò sempre più organizzandosi intorno alla centralità dello Stato-nazione, retto per lo più da un sovrano assoluto, il cui potere era pressoché illimitato. I trattati di Westfalia quindi da un lato costituirono il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato nel tardo Medioevo, dall’altro costituirono il punto di partenza per la consacrazione definitiva di quelle entità giuridiche e politiche che gli storici hanno chiamato Stati nazionali;
3) a Westfalia si stabilirono nuove regole politiche riguardanti il diritto internazionale e anche la guerra: in caso di guerra, bisognava promuovere sempre un’azione diplomatica, svolta per lo più in forma segreta, per tentare di risolvere il conflitto; lo stato di guerra doveva essere dichiarato ufficialmente e l’evento bellico doveva riguardare solo gli eserciti e i campi di battaglia e non le popolazioni e le strutture civili; solo gli Stati giuridicamente riconosciuti avevano il diritto di fare la guerra, erano esclusi tutti gli altri soggetti; anche nello stato di guerra rimanevano in vigore e andavano osservati quei diritti naturali non scritti come il rispetto dei prigionieri e la tutela dei vecchi, delle donne, dei bambini, degli inermi in genere.
Dunque il 23 maggio 1618 la famosa defenestrazione di Praga segna l'inizio della guerra dei Trent'anni, ultima guerra di religione combattuta in continente europeo.
Dal 1618 al 1648 l’Europa fu funestata da una guerra devastante, che coinvolse le maggiori potenze. Le cause profonde di questa guerra erano da ricercare nella situazione politico-religiosa della Germania all’indomani della lunga guerra di religione e della successiva Pace di Augusta del 1555.
Numerosi infatti erano i problemi lasciati aperti da questa pace, che per certi aspetti aveva accresciuto la confusione. La formula del “cuius regio eius religio” si era dimostrata poco felice in quanto i principi continuarono a passare da una confessione all’altra anche dopo il 1555, a seconda delle convenienze politiche ed economiche; inoltre la pace riconosceva come legittime solo le secolarizzazioni (= appropriazioni da parte dello Stato, quindi da parte dei principi luterani) dei beni della Chiesa cattolica avvenute entro il 1552, ma i principi continuarono ad appropriarsi dei beni dei cattolici anche dopo quella data, approfittando dei vari cambiamenti dinastici.
A complicare ancora di più la situazione c’era anche la diffusione del calvinismo, avvenuta in alcuni Stati tedeschi dopo il 1560, soprattutto in Boemia e nel Palatinato, entrambi facenti parte del gruppo dei sette Stati elettori dell’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania (i “principi elettori”): ma la tolleranza prevista dalla pace di Augusta non era stata estesa anche al calvinismo.
Pertanto, anche dopo Augusta, le tensioni tra Stati tedeschi protestanti, minoranze calviniste e Stati cattolici continuarono a minacciare l’unità dell’impero, tanto che si formarono delle alleanze politico-militari come l’Unione evangelica e la Lega cattolica. In particolare il caso della Boemia si presentava piuttosto critico. Essa era un regno elettivo che, insieme al ducato d’Austria e al regno d’Ungheria, faceva parte dei territori dipendenti direttamente dalla famiglia imperiale.
Non riuscendo a trasformare tutto l’Impero in un vero Stato nazionale centralizzato, gli Asburgo, dopo Carlo V, avevano mirato soprattutto a rafforzare il loro potere su questi domini diretti, cercando di trasformarli in uno Stato unitario e cattolico, ma questo tentativo si scontrò con la pluralità etnica, culturale, linguistica e religiosa esistente soprattutto in Ungheria e in Boemia, in cui convivevano precariamente le tre confessioni cristiane (cattolici, luterani, calvinisti) ed anche altre Chiese, tra cui quella che risaliva a Jan Huss.
Il conflitto latente ebbe modo di manifestarsi già con la decisione dell’imperatore Mattia II (un cattolico intransigente) di designare come nuovo re di Boemia il cugino Ferdinando II d’Asburgo (che era anche erede al trono imperiale), noto per le sue posizioni decisamente assolutiste e controriformistiche: i boemi non lo accettarono come loro re. La situazione precipitò nel 1618 quando Mattia fece chiudere alcune Chiese luterane: a maggio i delegati di Mattia si incontrarono a Praga con i rappresentanti delle città boeme, ma la discussione degenerò e i tre inviati imperiali furono buttati giù dalla finestra del palazzo (appunto la cosiddetta “defenestrazione di Praga”).
Quando l’anno dopo, alla morte di Mattia, Ferdinando II divenne anche imperatore, la Dieta boema offrì la corona al duca del Palatinato Federico V, che era calvinista e capo dell’Unione evangelica. Con questi eventi iniziò di fatto la guerra dei 30 anni, un conflitto politico-religioso che, da iniziale guerra interna all’area tedesco-imperiale, si allargò presto alla Danimarca, alla Svezia e alla Francia, fino a diventare una guerra europea. E’ possibile suddividere il conflitto in quattro periodi:
1) quello palatino-boemo;
2) quello danese;
3) quello svedese;
4) quello francese.
Nella prima fase la Boemia, non ricevendo aiuti adeguati da parte degli altri Stati protestanti, fu devastata ed assoggettata totalmente al potere degli Asburgo: da segnalare la battaglia della Montagna Bianca, avvenuta nel 1620, in cui gli eserciti imperiali sconfissero nettamente le truppe protestanti boeme.
Al fianco dell’imperatore era accorsa anche la Spagna (ricordiamo che sul trono di Spagna regnava in quel periodo un ramo della famiglia Asburgo). Il regno di Boemia fu cancellato e divenne un possedimento diretto della famiglia imperiale.
Alcune decine di migliaia di boemi, che non accettarono la sottomissione al cattolicesimo e agli Asburgo, furono costretti ad espatriare. Anche il Palatinato fu invaso e conquistato e fu escluso dal novero degli Stati che avevano il diritto di eleggere l’imperatore. Violenze e stragi, commesse da una parte e dall’altra, insanguinarono l’Europa: da ricordare il massacro dei protestanti della Valtellina (1620) da parte dei cattolici aiutati dalla Spagna (il cosiddetto “sacro macello”).
La guerra si riaccese nel 1625 (seconda fase): il re danese Cristiano IV, aiutato e spinto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda e da alcuni principati protestanti tedeschi, scese in guerra contro l’impero, ma venne ripetutamente sconfitto dalle truppe cattoliche guidate da un abile e spregiudicato generale, Alberto Wallenstein. Alla fine Cristiano IV fu costretto a firmare la pace nel 1629.
Queste vittorie indussero l’imperatore Ferdinando II a cercare di imporre a tutto il territorio della Germania la propria sovranità assolutista e ad emanare l’Editto di restituzione, in base al quale i beni cattolici che erano stati acquisiti dopo il 1552 dovevano essere restituiti alla Chiesa. Tale Editto ebbe però l’effetto di riaccendere le ostilità, mentre anche in Italia si aprì un nuovo fronte di guerra, provocato dal problema della successione al ducato di Mantova e del Monferrato, che vide contrapposti da un lato la Francia e dall’altro il ducato di Savoia e la Spagna.
Si entrò così nella terza fase della guerra (1630), con l’ingresso della Svezia di Gustavo Adolfo II, un sovrano luterano che fu convinto ad entrare in guerra dall’abile diplomazia del ministro francese Richelieu, che prospettò il grave danno politico, religioso ed economico che sarebbe derivato anche alla Svezia nel caso di una vittoria definitiva degli Asburgo.
L’esercito svedese, molto forte ed organizzato, sconfisse in due battaglie i cattolici e penetrò nel cuore della Germania: una di queste battaglie fu quella di Breitenfeld, svoltasi nel settembre del 1631, vicino a questo piccolo centro della Germania. Si trovarono di fronte da una parte l’esercito svedese-sassone guidato dal re di Svezia Gustavo Adolfo II, grande stratega militare, e dall’altro l’esercito cattolico-imperiale. Svedesi e sassoni conseguirono una brillante vittoria.
L’anno successivo si giunse allo scontro decisivo avvenuto con la battaglia di Lutzen (1632), in cui gli svedesi ebbero ancora la meglio ma il loro re morì in battaglia. Seguì un periodo di confusione politica e militare, in quanto nessuno dei contendenti riusciva a mettere definitivamente fuori gioco l’avversario, mentre gli eserciti imperversavano sui territori tedeschi uccidendo e saccheggiando: malattie, morte e povertà si diffusero dappertutto.
Dopo la sconfitta svedese di Nordlingen del 1634 si giunse alla Pace di Praga tra Svezia, Austria e principi tedeschi: Ferdinando II revocò l’Editto di restituzione.
Ma la Pace di Praga, che confermò il dominio imperiale nell’Europa centrale, non venne accettata dalla Francia, che si sentì minacciata ed accerchiata dalla potenza asburgica, per cui si aprì la quarta e ultima fase della lunga guerra (1635-1648). Contro l’imperatore e contro la Spagna si formò una coalizione che comprese la Francia, l’Olanda, la Svezia, il ducato di Savoia e i principi protestanti tedeschi.
A partire dal 1638-40 l’andamento della guerra cominciò a prendere una piega decisamente favorevole alla coalizione antiasburgica: gli olandesi distrussero la flotta spagnola (battaglia di Dover), la Francia occupò il Rossiglione, gli svedesi entrarono in Slesia e Boemia. Si giunse cosi alle battaglie conclusive: quella di Rocroi (1643), in cui le truppe francesi sbaragliarono quelle spagnole, quella di Jankovic (1645), in cui gli svedesi sconfissero gli austriaci, ed altre.
Il logoramento economico provocato dal lungo conflitto, le pestilenze, le stragi, le rivolte popolari scoppiate in varie zone e infine la consapevolezza del sostanziale fallimento del tentativo asburgico, indussero i paesi belligeranti a chiudere la guerra con una serie di trattati compresi sotto il nome di Pace di Westfalia (1648).
Essa sancì:
- la fine del sogno asburgico di creare nel cuore dell’Europa una grande monarchia nazionale centralizzata, assolutista e cattolica; la Germania venne divisa in circa 350 Stati, di cui alcuni abbastanza estesi e altri piccolissimi, che godevano di piena autonomia e sovranità;
- l’ascesa della Francia al ruolo di grande potenza: scongiurato il pericolo asburgico, alla Francia venne confermato il possesso delle tre città di Metz, Toul e Verdun e di gran parte dell’Alsazia; inoltre essa ottenne dal Piemonte la piazzaforte di Pinerolo;
- la supremazia svedese sul Mar Baltico e nel Mare del Nord e il possesso di una vasta zona di influenza nella Germania orientale;
- l’indipendenza definitiva dell’Olanda (Province unite);
- il ritorno all’indipendenza del Portogallo, non più unito alla corona di Spagna;
- il pieno riconoscimento dell’indipendenza e della neutralità perpetua della Confederazione svizzera;
- sul piano religioso venne confermato il principio del cuius regio, eius religio, che assunse però un nuovo significato, nel senso che la religione del principe diventava religione ufficiale di Stato ma i sudditi che appartenevano ad altre confessioni potevano convivere pacificamente e non erano costretti ad abiurare la loro fede o a emigrare.
A Westfalia non si raggiunse invece la pace tra Francia e Spagna, che continuarono le ostilità fino al 1659 quando, con la Pace dei Pirenei (1659), la Spagna fu costretta a cedere alcuni territori alla rivale. Il paese che ebbe i danni maggiori fu sicuramente la Germania, ossia gli Stati tedeschi, che subirono un vero e proprio tracollo demografico (si parla di circa 5 milioni di morti) ed economico, con la crisi di ogni attività produttiva (agricoltura, commercio, industria).
La Pace di Westfalia ha avuto un’importanza storica di grande rilievo almeno per due motivi:
1) sancì per la prima volta l’affermazione, nel contesto internazionale, del principio dell’equilibrio, in base al quale nessun paese poteva e doveva ingrandirsi e rafforzarsi troppo a danno degli altri, quindi bisognava attribuire e togliere territori senza intaccare quel sostanziale equilibrio di forze che si era formato in Europa all’indomani della guerra. Nei due secoli successivi il principio dell’equilibrio divenne il criterio guida a cui le nazioni si attennero per risolvere le controversie tra gli Stati e per stipulare trattati di pace;
2) con i trattati di Westfalia venne consacrata in via definitiva la nascita di un sistema politico internazionale basato sulla sovranità degli Stati nazionali: anche se permanevano alcuni imperi sovranazionali (come quello tedesco e quello ottomano), da quel momento in poi la nuova realtà politica europea andò sempre più organizzandosi intorno alla centralità dello Stato-nazione, retto per lo più da un sovrano assoluto, il cui potere era pressoché illimitato. I trattati di Westfalia quindi da un lato costituirono il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato nel tardo Medioevo, dall’altro costituirono il punto di partenza per la consacrazione definitiva di quelle entità giuridiche e politiche che gli storici hanno chiamato Stati nazionali;
3) a Westfalia si stabilirono nuove regole politiche riguardanti il diritto internazionale e anche la guerra: in caso di guerra, bisognava promuovere sempre un’azione diplomatica, svolta per lo più in forma segreta, per tentare di risolvere il conflitto; lo stato di guerra doveva essere dichiarato ufficialmente e l’evento bellico doveva riguardare solo gli eserciti e i campi di battaglia e non le popolazioni e le strutture civili; solo gli Stati giuridicamente riconosciuti avevano il diritto di fare la guerra, erano esclusi tutti gli altri soggetti; anche nello stato di guerra rimanevano in vigore e andavano osservati quei diritti naturali non scritti come il rispetto dei prigionieri e la tutela dei vecchi, delle donne, dei bambini, degli inermi in genere.
venerdì 22 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1156 il condottiero curdo Saladino sopravvisse a un tentativo di omicidio da parte di una setta di sicari inviati da arabi e turchi che non volevano che salisse al potere. Questa setta era chiamata setta degli Hashshashin (da cui il termine moderno "assassini").
Il Saladino nacque a Balbeek, oggi splendido sito archeologico del Libano, nel 1138, da Ayyub, il governatore di origine curda della città (ma altre fonti spostano il luogo natale del Saladino a Tikrit, la città di Saddam Hussein). Il vero nome del Saladino era al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, "il Vittorioso Sovrano, Integrità della Fede, Yusuf figlio di Ayyub". Noi occidentali avremmo preso a prestito solo una parte del nome, Salah ad-Din, "Integrità della Fede", ma per la cerchia di persone a lui più vicine era semplicemente Yusuf ibn Ayyub, e cioè "Giuseppe figlio di Giacobbe". A Balbeek ricevette un rigoroso insegnamento religioso in una scuola di sufi, una sorta di ordine "monastico" dalle spiccate caratteristiche mistiche e ascetiche.
Primo di sei fratelli, fu poi indirizzato alla carriera amministrativa e militare. In gioventù fu messo a servizio del sultano Norandino (o Nur ad-Din), il quale lo compensò facendone il suo amministratore di fiducia. Nel 1156 assunse la carica di rappresentante del governatore militare di Damasco, si trasferì quindi al seguito del sultano ad Aleppo e poi rientrò ancora a Damasco.
Fisicamente non era particolarmente prestante. Corporatura longilinea, statura nella media, pelle olivastra e occhi scuri, la barba tagliata corta, come in uso tra i curdi. Era appassionato di caccia al falcone e del gioco degli scacchi.
Ma furono la sua spiccata religiosità e la formazione mistica ricevuta a Balbeek a segnarne il carattere in modo indelebile.
Si trattava di una religiosità che attingeva direttamente al Profeta, in una sorta di unione mistica fortemente individualistica. E proprio attorno alla metà del XII secolo andava sempre più diffondendosi nelle terre dell'Islam la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cioè che indossa un saio di povertà estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verità, una persona insomma per la quale quel che è decisivo è l'essere, non l'agire. Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ciò che qui ci preme è spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era sì guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e tutto sommato, poco "macho".
Nel 1164 Saladino partecipò insieme allo zio Shirkuh, e per conto di Norandino, alla conquista dell'Egitto, un califfato fatimide ribelle percorso da fazioni che per contendersi il potere si appoggiavano al regno crociato di Gerusalemme. Dopo alcuni anni di aspre battaglie gli eserciti di Norandino ebbero la meglio sul califfato e sui crociati loro alleati. Saladino ebbe modo di mettersi in vista durante quelle tenzoni, soprattutto in occasione dell'assedio di Alessandria. E dopo questi successi era pronto ad assumere incarichi di maggiore responsabilità. Che arrivarono nel 1169, con la nomina a vizir in Egitto.
Pare che nella scelta abbiano giocato a suo favore la notevole abilità politica e l'ottima dimestichezza con la gestione del potere. Assai meno le sue capacità strategiche, invero piuttosto scarse sul piano militare (ma in battaglia era un leone!). Nemmeno l'ambizione era il suo forte, tant'è che rispettò sempre le gerarchie e la figura del sultano Norandino, al quale si sottomise anche nei momenti in cui tra loro non correva buon sangue (sembra che Norandino non tollerasse la sua scarsa determinazione nel portare avanti la jihad contro gli europei).
Alla morte di Norandino, nel 1174, i possedimenti si smembrarono e per il Saladino fu difficile proporsi come naturale erede. Arabi e turchi non volevano accettare la sovranità di un curdo. Cercarono anche di farlo uccidere a tradimento da un discepolo della setta degli Assassini. Tutto inutile. Nel 1175, tra non poche difficoltà e l'ostilità di una parte del mondo arabo, il Saladino venne proclamato sultano, signore d'Egitto, Yemen e Siria. E una volta assunta la carica, tutto il mondo musulmano dimenticò i contrasti passati per farne una leggenda vivente. Unificatore delle forze musulmane, restauratore dell'ortodossia sunnita, signore del mondo arabo di tutta l'Asia anteriore, il suo impero si stava ormai chiudendo sul piccolo regno di Gerusalemme. Il mondo dei signori cristiani insediati in medio oriente dopo la prima crociata era quanto mai variegato.
Le entità statali create lungo la costa che da Antiochia arriva fino a Gaza (il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, il regno di Gerusalemme) erano spesso in conflitto tra loro e per contrastare le mire dei principati vicini non esitavano di volta in volta ad allearsi con le potenze musulmane lungo i confini. Nel corso degli anni si era sviluppato anche un modo di vivere all'orientale, nel senso che principi e nobili cristiani avevano assunto modi di vita locali e spesso sposato dame della vicina Armenia. I nuovi crociati che arrivavano dal vecchio continente ne rimanevano sorpresi, al punto che per i franchi nati in Siria veniva usato il termine poulains, cioè "bastardi".
Nella seconda metà del XII secolo il regno di Gerusalemme era ormai ridotto al rango di una colonia decaduta, contesa attraverso matrimoni d'interesse, lotte per la successione al trono, consorterie che tramavano a favore dell'un principe o dell'altro, spesso replicando in sedicesimo le contemporanee rivalità vissute in Europa tra francesi e inglesi.
Rinaldo di Châtillon, signore di Transgiordania, fu la pietra dello scandalo. O meglio fu lui a far degenerare definitivamente la situazione di compromesso e di precario equilibrio politico che si era stabilita tra europei e arabi dopo la seconda crociata. Rinaldo era uno dei tanti nobili spiantati, avventurieri e bellimbusti in cerca di fortuna, giunti in Oriente più per acquisire potere e ricchezza che per mondare l’anima dai peccati. E a questi "ideali" si diede subito anima e corpo.
A lui si deve una serie di razzie messe a segno lungo la costa orientale del Mar Rosso per depredare i porti che smistavano il traffico commerciale verso la Mecca e Medina. Le scorrerie non passarono inosservate al Saladino, che temeva per l'integrità dei luoghi santi dell'Islam. Da qui la decisione del Sultano, nel 1183, di scatenare una campagna militare verso la Galilea e la Samaria, che però non diede grandi frutti.
A far precipitare gli eventi, o forse ad offrirne il pretesto, fu un'altra scorribanda di Rinaldo, che sul finire del 1186 attaccò una carovana di pellegrini arabi diretti alla Mecca. E nella carovana c’era anche la sorella del sovrano del Cairo e di Damasco. Saladino radunò allora a Damasco un potente esercito che nel luglio del 1187 sbaragliò nella battaglia di Hattin le truppe crociate guidate da Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano.
Di quell'epico scontro, che si risolse in un vero massacro ai danni dei crociati, è rimasta un'interessante descrizione fatta dal figlio del Saladino. «Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritirò sulla collina, lanciò la sua gente all'attacco con tale violenza da far indietreggiare le nostre truppe fino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo in avanti e gridò: "Satana non deve vincere!". I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!".
“Ma mio padre si voltò verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda lassù!". Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re [Guido di Lusignano] crollò. Mio padre smontò da cavallo e si prosternò a ringraziare Dio, piangendo di gioia».
Guido fu catturato, Rinaldo sgozzato personalmente dal Saladino, i Templari passati a fil di spada. Uno storico arabo contemporaneo così racconta la fine dei soldati dell'ordine del tempio: «Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: "Purificherò la terra di queste due razze impure"... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo». Tutti gli altri fanti catturati furono venduti come schiavi sulla piazza di Damasco (per loro fu stabilito un prezzo irrisorio, che scombussolò quel fiorente mercato). Guido e il suo seguito furono imprigionati in attesa che per la loro liberazione venisse pagato un riscatto.
Sullo slancio, il Saladino, invece di puntare dritto verso Gerusalemme scelse un tortuoso giro che lo portò alla conquista di Tiberiade, Acri, Nazareth, Nablus, Haifa, Cesarea e Giaffa. E poi Ascalona, Sidone e Beirut. Solo alla fine pose l'assedio a Gerusalemme, che durò una manciata di giorni, tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1187.
Il 2 ottobre il Saladino fece il suo ingresso nella città santa. I cristiani latini non furono ammazzati ma dichiarati schiavi (potevano però riscattarsi pagando una somma piuttosto elevata) ed espulsi dalla città. Ai cristiani greco-ortodossi e ai siriani giacobiti il Saladino concesse di rimanere e acquistare i beni dei latini. Si narra che alle vedove e agli orfani dei soldati avversari abbia donato del denaro tratto dal suo tesoro personale.
Un cronista cristiano così racconta l'arrivo del Saladino in città: «Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi [...]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio». Il Santo sepolcro fu chiuso e le principali chiese trasformate in scuole teologiche islamiche.
La conquista di Gerusalemme rappresentò l'apoteosi del Saldino, il punto più alto della sua fama. Pochi anni dopo dovette fronteggiare la terza crociata, che combatté non solo con spade e frecce ma mettendo in campo anche un'abile manovra diplomatica per dividere Riccardo Cuor di Leone da Corrado di Monferrato.
I crociati non riuscirono a riconquistare Gerusalemme. Ormai il regno di Saladino si stendeva ininterrottamente, fatta eccezione per una piccola striscia di terra in Palestina ancora in mano ai cristiani, dall'Egitto fino alla Siria. Il sultano era pronto per passare alla storia. Morì il 4 marzo 1193 in seguito a un accesso di febbre. «Prima di morire – racconta uno storico arabo – scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato». I tre figli - come spesso accade - non diedero ascolto alle ultime volontà del padre. Si spartirono subito le spoglie dell'impero facendo venir meno quell'unità tanto faticosamente conquistata.
Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto), lo citò anche nel Convivio nella schiera dei personaggi generosi e magnanimi.
Pure Boccaccio destinò al sultano una parte. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decameron: nella prima di queste si narra di una gara d'intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.
Ma Dante e Boccaccio scrivevano più di un secolo dopo la morte del sultano. Per gli uomini contemporanei agli eventi della terza crociata e alla caduta di Gerusalemme i giudizi sul Saladino erano ben poco lusinghieri. Nelle cronache era dipinto come il supremo nemico della cristianità. Nemico perché con la battaglia di Hattin si era impossessato della reliquia della Vera Croce di Cristo e perché, conquistata Gerusalemme, aveva fatto massacrare i cavalieri Templari e Ospitalieri e ucciso il prode Rinaldo di Châtillon. Il cronista crociato Guglielmo, arcivescovo di Tiro, lo definiva «superbo tiranno infedele». Altri cronachisti contemporanei si scusavano coi lettori per aver deturpato le pagine manoscritte vergando il nome di un uomo tanto spregevole. Gioacchino da Fiore lo metteva tra i grandi persecutori della Chiesa in compagnia di Erode, Nerone e Maometto.
E la tradizione ostile continuò dalla fine del XII secolo per tutto il XIII, in poemi e romanzi. Salvo poi trasformarsi radicalmente, evidenziando oltre agli aspetti negativi del personaggio anche le sue virtù morali. In un'esigenza, figlia delle regole cavalleresche che si stavano allora diffondendo, di attribuire al nemico la qualifica assai più nobile di "avversario" coraggioso.
A spingere in questo senso era anche un'esigenza che potremmo definire "promozionale": conferire grandezza al Saladino contribuiva infatti a restituire grandezza anche ai crociati, che altrimenti non si poteva spiegare come avessero potuto subire tanti rovesci ad opera dei musulmani.
Dell'animo "cavalleresco" del Saladino ci hanno lasciato testimonianza alcuni cronisti arabi. Si narra che durante l'assedio della fortezza di Kerak, dov'era asserragliato Rinaldo Châtillon, il Saladino, venuto a sapere che tra le mura si era appena celebrato il matrimonio tra due giovani nobili del seguito di Rinaldo, disponesse che la torre in cui era la camera dei novelli sposi non fosse colpita in alcun modo da ordigni o frecce.
Ma si racconta anche del suo atteggiamento benigno e prodigo, sempre attento ad aiutare i deboli contro i prepotenti, della generosità nei confronti dei suoi aiutanti (pare sia morto lasciando modesti beni), dell'ampio uso della grazia nei confronti dei soldati catturati (fatta eccezione per Ospitalieri e Templari) o di come consentisse ai pellegrini cristiani di raggiungere il santo sepolcro di Gerusalemme. Una cronaca araba racconta questo avvenimento: «Tra i prigionieri v'era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c'è di qui al tuo paese?".
Quello rispose: "Il mio paese è a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico». Ora, c'è da dire che la maggior parte di tali cronache furono redatte poco dopo la scomparsa del sultano, in pieno clima di esaltazione post mortem, ma un pizzico di verità deve nascondersi anche tra queste righe.
La sua storia sarebbe poi approdata fino al XIX secolo, in pieno clima romantico, nelle pagine di Walter Scott. Nel romanzo Il talismano, il Saladino è un personaggio magico ed esperto di arti mediche. Nel XX secolo l'epilogo nelle nostrane figurine Liebig, dove il Saladino tornò ad essere "feroce", proprio come otto secoli prima, quando il confronto tra soldati della croce e musulmani era al culmine.
Il 22 maggio 1156 il condottiero curdo Saladino sopravvisse a un tentativo di omicidio da parte di una setta di sicari inviati da arabi e turchi che non volevano che salisse al potere. Questa setta era chiamata setta degli Hashshashin (da cui il termine moderno "assassini").
Il Saladino nacque a Balbeek, oggi splendido sito archeologico del Libano, nel 1138, da Ayyub, il governatore di origine curda della città (ma altre fonti spostano il luogo natale del Saladino a Tikrit, la città di Saddam Hussein). Il vero nome del Saladino era al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, "il Vittorioso Sovrano, Integrità della Fede, Yusuf figlio di Ayyub". Noi occidentali avremmo preso a prestito solo una parte del nome, Salah ad-Din, "Integrità della Fede", ma per la cerchia di persone a lui più vicine era semplicemente Yusuf ibn Ayyub, e cioè "Giuseppe figlio di Giacobbe". A Balbeek ricevette un rigoroso insegnamento religioso in una scuola di sufi, una sorta di ordine "monastico" dalle spiccate caratteristiche mistiche e ascetiche.
Primo di sei fratelli, fu poi indirizzato alla carriera amministrativa e militare. In gioventù fu messo a servizio del sultano Norandino (o Nur ad-Din), il quale lo compensò facendone il suo amministratore di fiducia. Nel 1156 assunse la carica di rappresentante del governatore militare di Damasco, si trasferì quindi al seguito del sultano ad Aleppo e poi rientrò ancora a Damasco.
Fisicamente non era particolarmente prestante. Corporatura longilinea, statura nella media, pelle olivastra e occhi scuri, la barba tagliata corta, come in uso tra i curdi. Era appassionato di caccia al falcone e del gioco degli scacchi.
Ma furono la sua spiccata religiosità e la formazione mistica ricevuta a Balbeek a segnarne il carattere in modo indelebile.
Si trattava di una religiosità che attingeva direttamente al Profeta, in una sorta di unione mistica fortemente individualistica. E proprio attorno alla metà del XII secolo andava sempre più diffondendosi nelle terre dell'Islam la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cioè che indossa un saio di povertà estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verità, una persona insomma per la quale quel che è decisivo è l'essere, non l'agire. Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ciò che qui ci preme è spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era sì guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e tutto sommato, poco "macho".
Nel 1164 Saladino partecipò insieme allo zio Shirkuh, e per conto di Norandino, alla conquista dell'Egitto, un califfato fatimide ribelle percorso da fazioni che per contendersi il potere si appoggiavano al regno crociato di Gerusalemme. Dopo alcuni anni di aspre battaglie gli eserciti di Norandino ebbero la meglio sul califfato e sui crociati loro alleati. Saladino ebbe modo di mettersi in vista durante quelle tenzoni, soprattutto in occasione dell'assedio di Alessandria. E dopo questi successi era pronto ad assumere incarichi di maggiore responsabilità. Che arrivarono nel 1169, con la nomina a vizir in Egitto.
Pare che nella scelta abbiano giocato a suo favore la notevole abilità politica e l'ottima dimestichezza con la gestione del potere. Assai meno le sue capacità strategiche, invero piuttosto scarse sul piano militare (ma in battaglia era un leone!). Nemmeno l'ambizione era il suo forte, tant'è che rispettò sempre le gerarchie e la figura del sultano Norandino, al quale si sottomise anche nei momenti in cui tra loro non correva buon sangue (sembra che Norandino non tollerasse la sua scarsa determinazione nel portare avanti la jihad contro gli europei).
Alla morte di Norandino, nel 1174, i possedimenti si smembrarono e per il Saladino fu difficile proporsi come naturale erede. Arabi e turchi non volevano accettare la sovranità di un curdo. Cercarono anche di farlo uccidere a tradimento da un discepolo della setta degli Assassini. Tutto inutile. Nel 1175, tra non poche difficoltà e l'ostilità di una parte del mondo arabo, il Saladino venne proclamato sultano, signore d'Egitto, Yemen e Siria. E una volta assunta la carica, tutto il mondo musulmano dimenticò i contrasti passati per farne una leggenda vivente. Unificatore delle forze musulmane, restauratore dell'ortodossia sunnita, signore del mondo arabo di tutta l'Asia anteriore, il suo impero si stava ormai chiudendo sul piccolo regno di Gerusalemme. Il mondo dei signori cristiani insediati in medio oriente dopo la prima crociata era quanto mai variegato.
Le entità statali create lungo la costa che da Antiochia arriva fino a Gaza (il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, il regno di Gerusalemme) erano spesso in conflitto tra loro e per contrastare le mire dei principati vicini non esitavano di volta in volta ad allearsi con le potenze musulmane lungo i confini. Nel corso degli anni si era sviluppato anche un modo di vivere all'orientale, nel senso che principi e nobili cristiani avevano assunto modi di vita locali e spesso sposato dame della vicina Armenia. I nuovi crociati che arrivavano dal vecchio continente ne rimanevano sorpresi, al punto che per i franchi nati in Siria veniva usato il termine poulains, cioè "bastardi".
Nella seconda metà del XII secolo il regno di Gerusalemme era ormai ridotto al rango di una colonia decaduta, contesa attraverso matrimoni d'interesse, lotte per la successione al trono, consorterie che tramavano a favore dell'un principe o dell'altro, spesso replicando in sedicesimo le contemporanee rivalità vissute in Europa tra francesi e inglesi.
Rinaldo di Châtillon, signore di Transgiordania, fu la pietra dello scandalo. O meglio fu lui a far degenerare definitivamente la situazione di compromesso e di precario equilibrio politico che si era stabilita tra europei e arabi dopo la seconda crociata. Rinaldo era uno dei tanti nobili spiantati, avventurieri e bellimbusti in cerca di fortuna, giunti in Oriente più per acquisire potere e ricchezza che per mondare l’anima dai peccati. E a questi "ideali" si diede subito anima e corpo.
A lui si deve una serie di razzie messe a segno lungo la costa orientale del Mar Rosso per depredare i porti che smistavano il traffico commerciale verso la Mecca e Medina. Le scorrerie non passarono inosservate al Saladino, che temeva per l'integrità dei luoghi santi dell'Islam. Da qui la decisione del Sultano, nel 1183, di scatenare una campagna militare verso la Galilea e la Samaria, che però non diede grandi frutti.
A far precipitare gli eventi, o forse ad offrirne il pretesto, fu un'altra scorribanda di Rinaldo, che sul finire del 1186 attaccò una carovana di pellegrini arabi diretti alla Mecca. E nella carovana c’era anche la sorella del sovrano del Cairo e di Damasco. Saladino radunò allora a Damasco un potente esercito che nel luglio del 1187 sbaragliò nella battaglia di Hattin le truppe crociate guidate da Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano.
Di quell'epico scontro, che si risolse in un vero massacro ai danni dei crociati, è rimasta un'interessante descrizione fatta dal figlio del Saladino. «Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritirò sulla collina, lanciò la sua gente all'attacco con tale violenza da far indietreggiare le nostre truppe fino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo in avanti e gridò: "Satana non deve vincere!". I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!".
“Ma mio padre si voltò verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda lassù!". Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re [Guido di Lusignano] crollò. Mio padre smontò da cavallo e si prosternò a ringraziare Dio, piangendo di gioia».
Guido fu catturato, Rinaldo sgozzato personalmente dal Saladino, i Templari passati a fil di spada. Uno storico arabo contemporaneo così racconta la fine dei soldati dell'ordine del tempio: «Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: "Purificherò la terra di queste due razze impure"... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo». Tutti gli altri fanti catturati furono venduti come schiavi sulla piazza di Damasco (per loro fu stabilito un prezzo irrisorio, che scombussolò quel fiorente mercato). Guido e il suo seguito furono imprigionati in attesa che per la loro liberazione venisse pagato un riscatto.
Sullo slancio, il Saladino, invece di puntare dritto verso Gerusalemme scelse un tortuoso giro che lo portò alla conquista di Tiberiade, Acri, Nazareth, Nablus, Haifa, Cesarea e Giaffa. E poi Ascalona, Sidone e Beirut. Solo alla fine pose l'assedio a Gerusalemme, che durò una manciata di giorni, tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1187.
Il 2 ottobre il Saladino fece il suo ingresso nella città santa. I cristiani latini non furono ammazzati ma dichiarati schiavi (potevano però riscattarsi pagando una somma piuttosto elevata) ed espulsi dalla città. Ai cristiani greco-ortodossi e ai siriani giacobiti il Saladino concesse di rimanere e acquistare i beni dei latini. Si narra che alle vedove e agli orfani dei soldati avversari abbia donato del denaro tratto dal suo tesoro personale.
Un cronista cristiano così racconta l'arrivo del Saladino in città: «Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi [...]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio». Il Santo sepolcro fu chiuso e le principali chiese trasformate in scuole teologiche islamiche.
La conquista di Gerusalemme rappresentò l'apoteosi del Saldino, il punto più alto della sua fama. Pochi anni dopo dovette fronteggiare la terza crociata, che combatté non solo con spade e frecce ma mettendo in campo anche un'abile manovra diplomatica per dividere Riccardo Cuor di Leone da Corrado di Monferrato.
I crociati non riuscirono a riconquistare Gerusalemme. Ormai il regno di Saladino si stendeva ininterrottamente, fatta eccezione per una piccola striscia di terra in Palestina ancora in mano ai cristiani, dall'Egitto fino alla Siria. Il sultano era pronto per passare alla storia. Morì il 4 marzo 1193 in seguito a un accesso di febbre. «Prima di morire – racconta uno storico arabo – scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato». I tre figli - come spesso accade - non diedero ascolto alle ultime volontà del padre. Si spartirono subito le spoglie dell'impero facendo venir meno quell'unità tanto faticosamente conquistata.
Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto), lo citò anche nel Convivio nella schiera dei personaggi generosi e magnanimi.
Pure Boccaccio destinò al sultano una parte. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decameron: nella prima di queste si narra di una gara d'intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.
Ma Dante e Boccaccio scrivevano più di un secolo dopo la morte del sultano. Per gli uomini contemporanei agli eventi della terza crociata e alla caduta di Gerusalemme i giudizi sul Saladino erano ben poco lusinghieri. Nelle cronache era dipinto come il supremo nemico della cristianità. Nemico perché con la battaglia di Hattin si era impossessato della reliquia della Vera Croce di Cristo e perché, conquistata Gerusalemme, aveva fatto massacrare i cavalieri Templari e Ospitalieri e ucciso il prode Rinaldo di Châtillon. Il cronista crociato Guglielmo, arcivescovo di Tiro, lo definiva «superbo tiranno infedele». Altri cronachisti contemporanei si scusavano coi lettori per aver deturpato le pagine manoscritte vergando il nome di un uomo tanto spregevole. Gioacchino da Fiore lo metteva tra i grandi persecutori della Chiesa in compagnia di Erode, Nerone e Maometto.
E la tradizione ostile continuò dalla fine del XII secolo per tutto il XIII, in poemi e romanzi. Salvo poi trasformarsi radicalmente, evidenziando oltre agli aspetti negativi del personaggio anche le sue virtù morali. In un'esigenza, figlia delle regole cavalleresche che si stavano allora diffondendo, di attribuire al nemico la qualifica assai più nobile di "avversario" coraggioso.
A spingere in questo senso era anche un'esigenza che potremmo definire "promozionale": conferire grandezza al Saladino contribuiva infatti a restituire grandezza anche ai crociati, che altrimenti non si poteva spiegare come avessero potuto subire tanti rovesci ad opera dei musulmani.
Dell'animo "cavalleresco" del Saladino ci hanno lasciato testimonianza alcuni cronisti arabi. Si narra che durante l'assedio della fortezza di Kerak, dov'era asserragliato Rinaldo Châtillon, il Saladino, venuto a sapere che tra le mura si era appena celebrato il matrimonio tra due giovani nobili del seguito di Rinaldo, disponesse che la torre in cui era la camera dei novelli sposi non fosse colpita in alcun modo da ordigni o frecce.
Ma si racconta anche del suo atteggiamento benigno e prodigo, sempre attento ad aiutare i deboli contro i prepotenti, della generosità nei confronti dei suoi aiutanti (pare sia morto lasciando modesti beni), dell'ampio uso della grazia nei confronti dei soldati catturati (fatta eccezione per Ospitalieri e Templari) o di come consentisse ai pellegrini cristiani di raggiungere il santo sepolcro di Gerusalemme. Una cronaca araba racconta questo avvenimento: «Tra i prigionieri v'era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c'è di qui al tuo paese?".
Quello rispose: "Il mio paese è a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico». Ora, c'è da dire che la maggior parte di tali cronache furono redatte poco dopo la scomparsa del sultano, in pieno clima di esaltazione post mortem, ma un pizzico di verità deve nascondersi anche tra queste righe.
La sua storia sarebbe poi approdata fino al XIX secolo, in pieno clima romantico, nelle pagine di Walter Scott. Nel romanzo Il talismano, il Saladino è un personaggio magico ed esperto di arti mediche. Nel XX secolo l'epilogo nelle nostrane figurine Liebig, dove il Saladino tornò ad essere "feroce", proprio come otto secoli prima, quando il confronto tra soldati della croce e musulmani era al culmine.
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