Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 480 a.C. re Serse I di Persia vinceva contro la lega greca guidata da Sparta la battaglia delle Termopili, vendicando così la disfatta di suo padre Dario nella battaglia di Maratona.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, nel 480 a. C. si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migiiori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. QuIndi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondatili li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
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martedì 11 agosto 2026
lunedì 10 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto 1867 veniva ucciso con un colpo di archibugio mentre tornava a casa in calesse Ruggero Pascoli, padre di Giovanni.
La poesia pascoliana ha reso Ruggero il padre più famoso della letteratura italiana, e questo proprio in virtù della sua morte, più che della sua vita. E si sa, una morte spesso può essere più significativa di un’intera esistenza. Quella di Ruggero fu una fine inaspettata e violenta, fulminato, come fu, da un colpo di archibugio sparatogli da dietro una siepe mentre, guidando il suo calesse, stava facendo ritorno a casa. I fatti si svolgono in terra di Romagna, più precisamente sulla Via Emilia nel tragitto che va da Cesena a San Mauro (paese natale del poeta, oggi San Mauro Pascoli). Ruggero era l’amministratore della tenuta “La Torre”, un latifondo dei principi Torlonia, presso la quale viveva con la sua famiglia, allora composta dalla moglie Caterina, e dai figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria. E Giovanni, classe 1855, aveva quindi solo dodici anni quel 10 agosto del ’67, mentre Ida e Maria, le sorelle adorate, le compagne di una vita (almeno fino al 1895, anno in cui Ida andrà sposa), di anni ne avevano rispettivamente quattro e due.
Da un punto di vista di immaginario collettivo, la vita di Pascoli e la parte più famosa della sua opera restano indissolubilmente legate alla morte del padre, a quella, e alle morti dei membri della sua famiglia che perirono immediatamente dopo Ruggero: Margherita, Caterina, Luigi, Giacomo, a creare una sorta di rapporto di causa-effetto tra il delitto paterno e i successivi lutti familiari. Un rapporto di causalità che di fatto non esisteva, dal momento che la madre e i fratelli moriranno tutti per cause naturali, e dunque è lecito ipotizzare che sarebbero morti comunque, anche a prescindere dalla scomparsa di Ruggero. Forse ci si può impegnare a individuare un legame di dipendenza solo nel caso di Caterina, la quale morì per un problema cardiaco, e quindi, nell’impreciso lessico medico di metà Ottocento e con un vago ricordo del melodramma, di crepacuore: “pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre”, scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio del 1903. Ma quanto possono contare le ragioni del buon senso e dell’intelligenza di fronte a quelle del cuore? Per Pascoli e i fratelli la loro percezione aveva l’inoppugnabilità di un dato di realtà: l’omicidio di Ruggero era stato la causa della morte degli altri membri della famiglia. E in questa convinzione non c’era buon senso che potesse tenere: “tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza”, scriverà a Leopoldo Notarbartolo il 10 agosto 1904; e ancora nella prefazione a Myricae del 1892: “Li uccise tutti, nel mio padre, la malvagità degli uomini”. La morte era stata risvegliata dal sangue innocente della “santa vittima”, e, dopo essersene abbeverata, si era avventata contro i componenti dell’incolpevole nido: chi era rimasto in vita davvero a buon diritto poteva ritenersi un superstite.
Ma chi era Ruggero Pascoli? Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo dei Torlonia nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva questo incarico seppur (e il perché di questo fatto risulta ad oggi inspiegabile) con una nomina provvisoria. Ma Ruggero era anche un uomo che almeno in gioventù aveva nutrito accese passioni politiche, giacché aveva fatto parte della Repubblica Romana: nelle sue memorie Maria riporta una lettera scritta di pugno del padre in qualità di Capitano della Guardia Civica del Comune di San Mauro, datata 3 maggio 1849; in seguito alla fallimentare parabola di questa esperienza, dopo alcuni anni di purgatorio politico per i suoi trascorsi repubblicani, aveva rivestito ruoli di primo piano nell’amministrazione comunale di San Mauro, divenendo sindaco, assessore e consigliere tra il 1859 e il 1867. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato dal principe don Alessandro Torlonia per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni: “Pascoli segnava persino i limoni!”, era solito esclamare il principe, e Pascoli chioserà, in una lettera a Luigi Pietrobono del 19 settembre 1899: “Piccola rendita in verità di tre o quattro piante tenute per belluria più che per altro”.
La mattina del 10 agosto 1867 Ruggero con il suo calesse - trainato dalla famosa cavalla storna dell’omonima poesia - si era recato alla stazione di Cesena perché sapeva che sarebbe dovuto arrivare da Roma l’ingegner Petri, un emissario dei Torlonia, a rendere finalmente ufficiale il suo incarico di amministratore: ma il Petri quel giorno non arrivò, e appunto tornando a casa Ruggero venne ucciso da un colpo sparatogli da dietro una siepe lungo la Via Emilia, a circa due chilometri dall’inizio del paese di San Mauro. Alcuni sammauresi intercettarono la corsa della cavallina storna ormai senza più guida, e portarono il cadavere dell’uomo all’ospedale. Di fatto Ruggero non fece mai più ritorno alla “Torre”. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo, quando nel paese si iniziò a mormorare sui possibili moventi e sul possibile responsabile di quel gesto, e su questo punto anche il poeta e i suoi familiari si fecero subito un’idea: “il perché del delitto [stava] nella bramosia di succedergli e diventare ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo” (da una lettera di Pascoli al marchese Guiccioli del marzo 1912). La morte del capofamiglia portò con sé anche la rovina economica del suo nucleo familiare, perché Caterina e i figli subito dopo furono cacciati dalla tenuta e andarono incontro a tempi di ristrettezze economiche, quando non di vera e propria indigenza.
Dunque, stando alla vox populi, il mandante dell’omicidio era stato Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di Savignano che bramava di prendere il posto di Ruggero come amministratore del latifondo, un posto che poteva garantire larghi margini di guadagno personale se svolto non limpidamente: “Mio padre era di un’onestà unica, […] che i successori di lui (che la voce pubblica in Romagna accusa del suo assassinio) non imitarono davvero! e lasciarono o lasceranno ricchi i loro figli”, scrive Pascoli nella lettera al Pietrobono prima ricordata. Le indagini di polizia vennero fatte, ma vennero fatte male, in modo superficiale e approssimativo, quasi non ci si volesse dar troppa pena di fare luce su un omicidio che per le autorità era solo uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria e che, a detta loro, era banalmente ascrivibile al clima di tumulti e violenze legate alle speculazioni sul grano da parte dei proprietari terrieri. Ci fu anche chi allora ipotizzò che Ruggero fosse stato ucciso da qualche contrabbandiere di sale perché impediva loro di attraversare la tenuta da lui amministrata per trasportare i sacchi di sale dalla costa alle zone interne del paese. Tuttavia l’ipotesi più interessante resta quella che vedeva nel delitto Pascoli la volontà di punire un uomo che non aveva esitato a passare da posizioni repubblicane a una compromissione politica con il neonato governo monarchico. Un traditore insomma, un “sacco rivoltato”, come si diceva allora in Romagna. E in Romagna nessuna accusa era più infamante che quella di essere un voltagabbana.
È vero che il padre del poeta aveva messo da parte i suoi trascorsi repubblicani per partecipare in prima persona all’amministrazione comunale del suo paese all’indomani dell’unità d’Italia; ma è altrettanto vero che il suo era stato un atteggiamento di realismo politico di tanti altri come lui e prima di lui, senza per questo dover arrivare a parlare di tradimento. L’accusa di tradimento fu piuttosto sfruttata dal mandante come pretesto per alimentare una sorta di campagna diffamatoria contro la sua persona, ammantando l’omicidio di moventi ideali e garantendosi così la connivenza dei sammauresi. Cacciaguerra era infatti un influente esponente del partito repubblicano, e dalle fila di questo partito provenivano anche i due sicari, Luigi Paglierani (colui che sparò) e Michele Della Rocca: non dovette essere difficile sobillare gli animi dei compaesani, considerando che già Ruggero, in qualità di amministratore del latifondo, svolgeva incarichi impopolari come decretare l’escomio, cioè la cacciata dei contadini dalla tenuta, oppure denunciare alle autorità i giovani in età di leva militare. Il “sacco rivoltato”, l’affamatore del popolo doveva essere punito, doveva essere eliminato. Peraltro andrà ricordato che questa collusione dei repubblicani del suo paese con il delitto avrà una ricaduta anche sulle successive scelte di vita del giovane Pascoli: a parità di rivendicazioni sociali, infatti, il fatto che negli anni universitari scelga di avvicinarsi all’Internazionale anarchica piuttosto che al repubblicanesimo (nonostante suo padre fosse stato un repubblicano della prima ora), andrà imputato alla consapevolezza che frange repubblicane non erano estranee all’assassinio paterno.
Ma che Cacciaguerra prese il suo posto come amministratore della “Torre” poco tempo dopo fu una coincidenza che non sfuggì a nessuno. È Pascoli stesso a raccontare al Notarbartolo in poche righe efficaci lo stato di cose di quegli anni: “La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l’orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le traccie disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!”
Oggi non può non provocare un certo stupore sentire la Romagna associata alla Sicilia mafiosa: ma nella seconda metà del Ottocento in parlamento era all’ordine del giorno affrontare le problematiche politico-sociali legate a una questione romagnola così come si faceva con quelle della più tristemente nota questione meridionale. Naturalmente Pascoli ci ha abituati a pensare al delitto paterno come se si trattasse di un evento unico e straordinario, e così fu vissuto dai suoi familiari, ma non si deve dimenticare che negli stessi anni si contavano a decine i morti ammazzati sulle strade romagnole. Il clima di violenza era innegabile, ed era il sintomo di un profondo disagio sociale ed economico, mentre esisteva una propaganda governativa che tale clima presentava all’opinione pubblica come frutto dell’indole corrotta e sanguinaria dei romagnoli per poter così giustificare interventi armati in quella regione dove stavano sorgendo nuovi movimenti politici come l’anarchismo e il socialismo.
Il silenzio omertoso dei sammauresi, così doloroso e frustrante per Pascoli e i suoi familiari, che li rendeva oltre tutto isolati rispetto al resto del paese, va forse più correttamente interpretato all’interno di questo contesto, sia che fosse dettato dalla paura di ritorsioni in una realtà priva di tutele legali, sia che fosse originato da una effettiva solidarietà con le ragioni di chi il delitto aveva organizzato. Certe distinzioni possono valere per gli studiosi che cercano di ricostruire i retroscena di quel giorno di sangue, ma certo non per il poeta, che di fronte alla tenace consegna del silenzio dei compaesani non poteva davvero avere la lucidità e il senso critico per spiegarlo e magari giustificarlo: è proprio in questi risvolti che va cercata la motivazione più profonda del rapporto sempre conflittuale che Pascoli ebbe con la sua terra d’origine finché fu in vita.
Si è detto che le indagini furono condotte male, e quel poco che fu fatto andò a infrangersi contro il muro del silenzio del paese di San Mauro. Nel corso degli anni a Forlì vennero fatti – contro ignoti – anche tre processi, i quali, in mancanza di prove se non indiziarie, si conclusero con un nulla di fatto, senza vedere neanche chiamato alla sbarra il supposto mandante dell’omicidio. E gli incartamenti di quelle udienze oggi non esistono più, essendo stati mandati al macero per decreto luogotenenziale nel 1916, quattro anni dopo la morte di Pascoli.
Il poeta ha sempre sostenuto in lettere private e testi ufficiali che lui e la sua famiglia non dovevano niente a una giustizia umana che non aveva potuto, o, quel che è peggio, non aveva voluto adempiere al suo compito. E in questo contesto trova la sua spiegazione la genesi di un mito come quello della cortesia del bandito Passatore, resa immortale nella celeberrima poesia Romagna, mito che, gioverà ribadirlo, è invenzione tutta pascoliana, dal momento che fonti e testimonianze coeve sono concordi nel ricordare piuttosto la violenza e la crudeltà del Passatore. Ma a un certo punto per Pascoli questo brigante ribelle all’autorità e alle leggi dello stato dovette palesarsi come una sorta di bandito gentiluomo, come il campione di una giustizia alternativa cui affidare la propria struggente ansia di riscatto là dove la giustizia ufficiale aveva meschinamente fallito.
A partire dall’edizione myricaea del 1892 che gli è dedicata, Ruggero diventerà forse il principale nume tutelare della poesia pascoliana, e insieme a lui entreranno nell’opera tutti i morti della sua sventurata famiglia. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è esistito un tempo in cui la morte non era la tematica principale della poesia di Pascoli. Le stesse Myricae nella prima edizione del 1891 sono un libro sostanzialmente diverso rispetto all’edizione dell’anno successivo, la quale, non a caso, si apre proprio con una dedica alla memoria di Ruggero. Le ragioni di questo mutamento sono state ben indagate da Cesare Garboli, e andranno ricercate in questioni intime e in travagliate dinamiche familiari, e alle pagine garboliane appunto rimandiamo.
Quello che conta è che almeno dal 1892 il poeta dichiara di indirizzare il suo lavoro e il suo studio, con la gloria che gliene può derivare, a farsi approvare, lodare e benedire dai suoi morti, primo fra tutti Ruggero. Come se niente altro avesse importanza. I suoi morti, come non ebbero un destino comune essendo periti per la nequizia degli uomini, così conoscono una sorte singolare anche post mortem: per loro la morte non segna la fine delle sofferenze terrene o corporali, bensì una prosecuzione del dolore che conobbero in vita.
Nel cimitero a mezza strada tra San Mauro e Savignano sta raccolta tutta una famiglia, triste di una tristezza che non si sa dire, con gli occhi ancora pieni di pianto: “non hanno essi della morte la requie, non si spense d’essi con la vita il dolore; questo (oh; solo questo) rimane d’essi. […] Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; poiché in me voi avete conservata metà della vostra vita, come io in voi ho perduta metà della mia” (prefazione di Myricae, 1892). Questa è la ragione per cui la poesia per Pascoli diventa non tanto o non solo un mezzo di affermazione individuale, quanto l’unico strumento per sottrarre all’oblio la memoria dei suoi cari e per lanciare un estremo monito, stante l’inefficienza della giustizia umana, contro coloro che di quelle morti erano stati più o meno direttamente responsabili.
Il 10 agosto 1867 veniva ucciso con un colpo di archibugio mentre tornava a casa in calesse Ruggero Pascoli, padre di Giovanni.
La poesia pascoliana ha reso Ruggero il padre più famoso della letteratura italiana, e questo proprio in virtù della sua morte, più che della sua vita. E si sa, una morte spesso può essere più significativa di un’intera esistenza. Quella di Ruggero fu una fine inaspettata e violenta, fulminato, come fu, da un colpo di archibugio sparatogli da dietro una siepe mentre, guidando il suo calesse, stava facendo ritorno a casa. I fatti si svolgono in terra di Romagna, più precisamente sulla Via Emilia nel tragitto che va da Cesena a San Mauro (paese natale del poeta, oggi San Mauro Pascoli). Ruggero era l’amministratore della tenuta “La Torre”, un latifondo dei principi Torlonia, presso la quale viveva con la sua famiglia, allora composta dalla moglie Caterina, e dai figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria. E Giovanni, classe 1855, aveva quindi solo dodici anni quel 10 agosto del ’67, mentre Ida e Maria, le sorelle adorate, le compagne di una vita (almeno fino al 1895, anno in cui Ida andrà sposa), di anni ne avevano rispettivamente quattro e due.
Da un punto di vista di immaginario collettivo, la vita di Pascoli e la parte più famosa della sua opera restano indissolubilmente legate alla morte del padre, a quella, e alle morti dei membri della sua famiglia che perirono immediatamente dopo Ruggero: Margherita, Caterina, Luigi, Giacomo, a creare una sorta di rapporto di causa-effetto tra il delitto paterno e i successivi lutti familiari. Un rapporto di causalità che di fatto non esisteva, dal momento che la madre e i fratelli moriranno tutti per cause naturali, e dunque è lecito ipotizzare che sarebbero morti comunque, anche a prescindere dalla scomparsa di Ruggero. Forse ci si può impegnare a individuare un legame di dipendenza solo nel caso di Caterina, la quale morì per un problema cardiaco, e quindi, nell’impreciso lessico medico di metà Ottocento e con un vago ricordo del melodramma, di crepacuore: “pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre”, scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio del 1903. Ma quanto possono contare le ragioni del buon senso e dell’intelligenza di fronte a quelle del cuore? Per Pascoli e i fratelli la loro percezione aveva l’inoppugnabilità di un dato di realtà: l’omicidio di Ruggero era stato la causa della morte degli altri membri della famiglia. E in questa convinzione non c’era buon senso che potesse tenere: “tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza”, scriverà a Leopoldo Notarbartolo il 10 agosto 1904; e ancora nella prefazione a Myricae del 1892: “Li uccise tutti, nel mio padre, la malvagità degli uomini”. La morte era stata risvegliata dal sangue innocente della “santa vittima”, e, dopo essersene abbeverata, si era avventata contro i componenti dell’incolpevole nido: chi era rimasto in vita davvero a buon diritto poteva ritenersi un superstite.
Ma chi era Ruggero Pascoli? Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo dei Torlonia nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva questo incarico seppur (e il perché di questo fatto risulta ad oggi inspiegabile) con una nomina provvisoria. Ma Ruggero era anche un uomo che almeno in gioventù aveva nutrito accese passioni politiche, giacché aveva fatto parte della Repubblica Romana: nelle sue memorie Maria riporta una lettera scritta di pugno del padre in qualità di Capitano della Guardia Civica del Comune di San Mauro, datata 3 maggio 1849; in seguito alla fallimentare parabola di questa esperienza, dopo alcuni anni di purgatorio politico per i suoi trascorsi repubblicani, aveva rivestito ruoli di primo piano nell’amministrazione comunale di San Mauro, divenendo sindaco, assessore e consigliere tra il 1859 e il 1867. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato dal principe don Alessandro Torlonia per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni: “Pascoli segnava persino i limoni!”, era solito esclamare il principe, e Pascoli chioserà, in una lettera a Luigi Pietrobono del 19 settembre 1899: “Piccola rendita in verità di tre o quattro piante tenute per belluria più che per altro”.
La mattina del 10 agosto 1867 Ruggero con il suo calesse - trainato dalla famosa cavalla storna dell’omonima poesia - si era recato alla stazione di Cesena perché sapeva che sarebbe dovuto arrivare da Roma l’ingegner Petri, un emissario dei Torlonia, a rendere finalmente ufficiale il suo incarico di amministratore: ma il Petri quel giorno non arrivò, e appunto tornando a casa Ruggero venne ucciso da un colpo sparatogli da dietro una siepe lungo la Via Emilia, a circa due chilometri dall’inizio del paese di San Mauro. Alcuni sammauresi intercettarono la corsa della cavallina storna ormai senza più guida, e portarono il cadavere dell’uomo all’ospedale. Di fatto Ruggero non fece mai più ritorno alla “Torre”. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo, quando nel paese si iniziò a mormorare sui possibili moventi e sul possibile responsabile di quel gesto, e su questo punto anche il poeta e i suoi familiari si fecero subito un’idea: “il perché del delitto [stava] nella bramosia di succedergli e diventare ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo” (da una lettera di Pascoli al marchese Guiccioli del marzo 1912). La morte del capofamiglia portò con sé anche la rovina economica del suo nucleo familiare, perché Caterina e i figli subito dopo furono cacciati dalla tenuta e andarono incontro a tempi di ristrettezze economiche, quando non di vera e propria indigenza.
Dunque, stando alla vox populi, il mandante dell’omicidio era stato Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di Savignano che bramava di prendere il posto di Ruggero come amministratore del latifondo, un posto che poteva garantire larghi margini di guadagno personale se svolto non limpidamente: “Mio padre era di un’onestà unica, […] che i successori di lui (che la voce pubblica in Romagna accusa del suo assassinio) non imitarono davvero! e lasciarono o lasceranno ricchi i loro figli”, scrive Pascoli nella lettera al Pietrobono prima ricordata. Le indagini di polizia vennero fatte, ma vennero fatte male, in modo superficiale e approssimativo, quasi non ci si volesse dar troppa pena di fare luce su un omicidio che per le autorità era solo uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria e che, a detta loro, era banalmente ascrivibile al clima di tumulti e violenze legate alle speculazioni sul grano da parte dei proprietari terrieri. Ci fu anche chi allora ipotizzò che Ruggero fosse stato ucciso da qualche contrabbandiere di sale perché impediva loro di attraversare la tenuta da lui amministrata per trasportare i sacchi di sale dalla costa alle zone interne del paese. Tuttavia l’ipotesi più interessante resta quella che vedeva nel delitto Pascoli la volontà di punire un uomo che non aveva esitato a passare da posizioni repubblicane a una compromissione politica con il neonato governo monarchico. Un traditore insomma, un “sacco rivoltato”, come si diceva allora in Romagna. E in Romagna nessuna accusa era più infamante che quella di essere un voltagabbana.
È vero che il padre del poeta aveva messo da parte i suoi trascorsi repubblicani per partecipare in prima persona all’amministrazione comunale del suo paese all’indomani dell’unità d’Italia; ma è altrettanto vero che il suo era stato un atteggiamento di realismo politico di tanti altri come lui e prima di lui, senza per questo dover arrivare a parlare di tradimento. L’accusa di tradimento fu piuttosto sfruttata dal mandante come pretesto per alimentare una sorta di campagna diffamatoria contro la sua persona, ammantando l’omicidio di moventi ideali e garantendosi così la connivenza dei sammauresi. Cacciaguerra era infatti un influente esponente del partito repubblicano, e dalle fila di questo partito provenivano anche i due sicari, Luigi Paglierani (colui che sparò) e Michele Della Rocca: non dovette essere difficile sobillare gli animi dei compaesani, considerando che già Ruggero, in qualità di amministratore del latifondo, svolgeva incarichi impopolari come decretare l’escomio, cioè la cacciata dei contadini dalla tenuta, oppure denunciare alle autorità i giovani in età di leva militare. Il “sacco rivoltato”, l’affamatore del popolo doveva essere punito, doveva essere eliminato. Peraltro andrà ricordato che questa collusione dei repubblicani del suo paese con il delitto avrà una ricaduta anche sulle successive scelte di vita del giovane Pascoli: a parità di rivendicazioni sociali, infatti, il fatto che negli anni universitari scelga di avvicinarsi all’Internazionale anarchica piuttosto che al repubblicanesimo (nonostante suo padre fosse stato un repubblicano della prima ora), andrà imputato alla consapevolezza che frange repubblicane non erano estranee all’assassinio paterno.
Ma che Cacciaguerra prese il suo posto come amministratore della “Torre” poco tempo dopo fu una coincidenza che non sfuggì a nessuno. È Pascoli stesso a raccontare al Notarbartolo in poche righe efficaci lo stato di cose di quegli anni: “La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l’orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le traccie disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!”
Oggi non può non provocare un certo stupore sentire la Romagna associata alla Sicilia mafiosa: ma nella seconda metà del Ottocento in parlamento era all’ordine del giorno affrontare le problematiche politico-sociali legate a una questione romagnola così come si faceva con quelle della più tristemente nota questione meridionale. Naturalmente Pascoli ci ha abituati a pensare al delitto paterno come se si trattasse di un evento unico e straordinario, e così fu vissuto dai suoi familiari, ma non si deve dimenticare che negli stessi anni si contavano a decine i morti ammazzati sulle strade romagnole. Il clima di violenza era innegabile, ed era il sintomo di un profondo disagio sociale ed economico, mentre esisteva una propaganda governativa che tale clima presentava all’opinione pubblica come frutto dell’indole corrotta e sanguinaria dei romagnoli per poter così giustificare interventi armati in quella regione dove stavano sorgendo nuovi movimenti politici come l’anarchismo e il socialismo.
Il silenzio omertoso dei sammauresi, così doloroso e frustrante per Pascoli e i suoi familiari, che li rendeva oltre tutto isolati rispetto al resto del paese, va forse più correttamente interpretato all’interno di questo contesto, sia che fosse dettato dalla paura di ritorsioni in una realtà priva di tutele legali, sia che fosse originato da una effettiva solidarietà con le ragioni di chi il delitto aveva organizzato. Certe distinzioni possono valere per gli studiosi che cercano di ricostruire i retroscena di quel giorno di sangue, ma certo non per il poeta, che di fronte alla tenace consegna del silenzio dei compaesani non poteva davvero avere la lucidità e il senso critico per spiegarlo e magari giustificarlo: è proprio in questi risvolti che va cercata la motivazione più profonda del rapporto sempre conflittuale che Pascoli ebbe con la sua terra d’origine finché fu in vita.
Si è detto che le indagini furono condotte male, e quel poco che fu fatto andò a infrangersi contro il muro del silenzio del paese di San Mauro. Nel corso degli anni a Forlì vennero fatti – contro ignoti – anche tre processi, i quali, in mancanza di prove se non indiziarie, si conclusero con un nulla di fatto, senza vedere neanche chiamato alla sbarra il supposto mandante dell’omicidio. E gli incartamenti di quelle udienze oggi non esistono più, essendo stati mandati al macero per decreto luogotenenziale nel 1916, quattro anni dopo la morte di Pascoli.
Il poeta ha sempre sostenuto in lettere private e testi ufficiali che lui e la sua famiglia non dovevano niente a una giustizia umana che non aveva potuto, o, quel che è peggio, non aveva voluto adempiere al suo compito. E in questo contesto trova la sua spiegazione la genesi di un mito come quello della cortesia del bandito Passatore, resa immortale nella celeberrima poesia Romagna, mito che, gioverà ribadirlo, è invenzione tutta pascoliana, dal momento che fonti e testimonianze coeve sono concordi nel ricordare piuttosto la violenza e la crudeltà del Passatore. Ma a un certo punto per Pascoli questo brigante ribelle all’autorità e alle leggi dello stato dovette palesarsi come una sorta di bandito gentiluomo, come il campione di una giustizia alternativa cui affidare la propria struggente ansia di riscatto là dove la giustizia ufficiale aveva meschinamente fallito.
A partire dall’edizione myricaea del 1892 che gli è dedicata, Ruggero diventerà forse il principale nume tutelare della poesia pascoliana, e insieme a lui entreranno nell’opera tutti i morti della sua sventurata famiglia. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è esistito un tempo in cui la morte non era la tematica principale della poesia di Pascoli. Le stesse Myricae nella prima edizione del 1891 sono un libro sostanzialmente diverso rispetto all’edizione dell’anno successivo, la quale, non a caso, si apre proprio con una dedica alla memoria di Ruggero. Le ragioni di questo mutamento sono state ben indagate da Cesare Garboli, e andranno ricercate in questioni intime e in travagliate dinamiche familiari, e alle pagine garboliane appunto rimandiamo.
Quello che conta è che almeno dal 1892 il poeta dichiara di indirizzare il suo lavoro e il suo studio, con la gloria che gliene può derivare, a farsi approvare, lodare e benedire dai suoi morti, primo fra tutti Ruggero. Come se niente altro avesse importanza. I suoi morti, come non ebbero un destino comune essendo periti per la nequizia degli uomini, così conoscono una sorte singolare anche post mortem: per loro la morte non segna la fine delle sofferenze terrene o corporali, bensì una prosecuzione del dolore che conobbero in vita.
Nel cimitero a mezza strada tra San Mauro e Savignano sta raccolta tutta una famiglia, triste di una tristezza che non si sa dire, con gli occhi ancora pieni di pianto: “non hanno essi della morte la requie, non si spense d’essi con la vita il dolore; questo (oh; solo questo) rimane d’essi. […] Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; poiché in me voi avete conservata metà della vostra vita, come io in voi ho perduta metà della mia” (prefazione di Myricae, 1892). Questa è la ragione per cui la poesia per Pascoli diventa non tanto o non solo un mezzo di affermazione individuale, quanto l’unico strumento per sottrarre all’oblio la memoria dei suoi cari e per lanciare un estremo monito, stante l’inefficienza della giustizia umana, contro coloro che di quelle morti erano stati più o meno direttamente responsabili.
domenica 9 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
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