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sabato 28 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 1986, alle ore 23.30, a Stoccolma, il primo ministro svedese Olof Palme esce insieme alla moglie Lisbet da un cinema quando viene raggiunto da un uomo, giacca a vento, pantaloni scuri e berretto con paraorecchie che gli spara due colpi alla schiena, uccidendolo. Palme aveva da poco compiuto 59 anni. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 1957 divenne primo ministro nel 1969, quando si fece notare per le sue pesanti critiche alla politica estera statunitense, Rieletto primo ministro nel 1982 divenne famoso in tutto il mondo per le sue politiche pacifiste e antirazziste.
L'istruttoria processuale per il suo assassinio è stata la più lunga e la più costosa mai portata avanti in Svezia. Inizialmente venne seguita la pista neonazista, poi venne arrestato, processato ed assolto un pregiudicato alcolizzato, Christer Petterson, e tra gli indagati finì anche un ispettore della polizia criminale di Stoccolma. Poi il colpo di scena, ad aprile del 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” scrisse che Il Gran Maestro della loggia P2 Licio Gelli avrebbe spedito, tre giorni prima dell’assassinio, questo telegramma a un agente Cia: “dite al vostro amico che l’albero svedese sarà abbattuto”.
La commissione d’inchiesta svedese affermò che la notizia era di estrema rilevanza, mentre il giornalista del Tg1 Ennio Remondino si gettò sulla notizia compiendo un’inchiesta che mandò a soqquadro la Rai, il mondo politico e la sua carriera giornalistica. Fu la famosa intervista all’ex agente Cia Dick Brenneke. Questi, oltre a confermare il telegramma, dichiarò che la Cia finanziava la P2 per contrabbandare armi e droga e per destabilizzare il paese. Licio Gelli denunciò la Rai, Francesco Cossiga allora presidente della Repubblica scrisse una lettera di fuoco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il direttore del TG1 Nuccio Fava fu licenziato mentre Ennio Remondino incominciò il suo peregrinare per le varie sedi estere della Rai. L’ennesimo polverone fece sì che molti si dimenticassero dell’omicidio Palme, le cui indagini prima seguirono la pista curda (lanciata dal Kgb) e poi, nel 1996, la più sostanziosa pista sudafricana.
Durante una seduta della “Commissione per la verità e la giustizia” un ex funzionario della polizia sudafricana, Eugene de Kock, sostenne che Craig Williamson, agente dello spionaggio del suo paese avrebbe ucciso Palme all’interno dell’”operation Longreach” per punire il primo ministro per la sua pubblica battaglia antiapartheid. Cinque anni dopo, Petterson sapendo di non poter essere processato due volte per lo stesso reato, confessò di aver ucciso Palme. Ma erano le parole di un alcolizzato, morto poi nel 2004 per problemi di droga. La verità non la si conosce ancora, e forse non si conoscerà mai: il codice penale svedese prevede un limite di 25 anni per lo svolgimento dell'istruttoria processuale per omicidio; il 28 febbraio 2011 il caso Olof Palme è stato definitivamente archiviato.

venerdì 27 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Alle 21:14 della sera del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l'allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L'incendio sembrò essersi originato in diversi punti, e al momento in cui polizia e pompieri arrivarono, una grossa esplosione aveva mandato in fiamme l'aula dei deputati. Alla ricerca di indizi, la polizia trovò Marinus van der Lubbe, mezzo nudo, che si nascondeva dietro l'edificio.
Adolf Hitler e Hermann Göring arrivarono poco dopo, e quando gli venne mostrato van der Lubbe, un noto agitatore comunista, Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Vennero arrestati e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov, Blagoj Tanev e Vasil Popov. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell'incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.
Secondo la polizia, van der Lubbe sostenne di aver appiccato il fuoco per protestare contro il sempre maggiore potere dei nazisti. Sotto tortura, egli confessò ancora, e venne portato a giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all'opposizione. Con i propri capi in prigione e senza accesso alla stampa, i comunisti vennero pesantemente sconfitti alle successive elezioni, e a quei deputati comunisti (e alcuni socialdemocratici) che furono eletti al Reichstag non venne permesso, dalle SA, di prendere il loro posto in parlamento. Hitler venne sospinto al potere con il 44% dei voti e costrinse i partiti minori a dargli la maggioranza dei due terzi per il suo Decreto dei pieni poteri, che gli diede il diritto di governare per decreto e sospendere molte libertà civili.
Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, van der Lubbe venne trovato colpevole e condannato a morte. Venne decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno.
D'altra parte, in uno degli ultimi atti di uno stato costituzionale, in quello stesso processo la corte del Reichsgericht assolse la dirigenza del partito comunista: cosa ancora più rimarchevole alla luce del fatto che il principale imputato, l'agente del Comintern Georgi Dimitrov, aveva sostenuto, in un clima politico di forti intimidazioni, che i comunisti erano estranei all'incendio e che legittimo era il sospetto che i veri colpevoli fossero Hitler, Goering e Goebbels. Questo fece infuriare Hitler, che decretò che, da quel momento in poi, il tradimento, assieme ad altri reati, sarebbe stato giudicato solamente dal neocostituito Volksgerichtshof (la "Corte del popolo"), che divenne tristemente noto per l'enorme numero di condanne a morte inflitte sotto la guida di Roland Freisler. L'autodifesa di Dimitrov, intanto, veniva tradotta e diffusa in tutto il mondo (si veda il libro "Il processo di Lipsia", Editori Riuniti), mentre in vari paesi inchieste indipendenti dimostravano che tutta la vicenda costituiva una montatura dei nazisti finalizzata a mettere fuori legge il partito comunista e perseguitarne i militanti. In effetti, nelle settimane successive, furono oltre quattromila i quadri del partito a essere arrestati.
Durante i processi che si tennero a Norimberga nel 1945 contro i principali responsabili del regime nazista, la responsabilità dei nazisti nell'episodio dell'incendio del Reichstag venne definitivamente appurata: Hans Gisevius, che nel 1933 era funzionario al Ministero prussiano degli interni (carica anch'essa ricoperta da Göring), testimoniò che l'ideazione dell'incendio fu di Göring e di Goebbels e Rudolf Diels, ex capo della Gestapo, riferì in una dichiarazione giurata che lo stesso Göring aveva già qualche giorno prima dell'incendio approntato una lista di persone da arrestare subito dopo di esso. Il generale Franz Halder, infine, riferì che lo stesso Göring, durante un pranzo ufficiale, si era pubblicamente vantato di avere personalmente organizzato anche i particolari dell'incendio.
In effetti l'incendio del Reichstag rientrava nel quadro più generale della "strategia della tensione" ripetutamente utilizzata dai nazisti prima e dopo la conquista del potere: si trattava di creare il massimo disordine, spaventando e disorientando l'opinione pubblica, in modo tale da potersi presentare come integerrimi tutori dell'ordine.

giovedì 26 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbraio 2010 a Kabul alle 6,30 (ora locale) un'autobomba è esplosa e due kamikaze si sono fatti saltare in aria vicino al Park Residence Hotel e al Safi Landmark Hotel, due «guest house» molto frequentate da stranieri. I due erano attentatori suicidi e sono stati seguiti da un gruppo di fuoco formato da altri tre talebani, che hanno dato l'assalto alle guest house e a un centro commerciale.
Due ore dopo gli attentati, si sono sentiti a lungo colpi da fuoco in tutta l'area. Gli attentatori sono entrati nella hall del Park Residence, lanciando granate e sparando con i kalashnikov. I talebani hanno iniziato a girare stanza per stanza, lanciando bombe a mano e continuando a sparare.
Il bilancio dell'attentato è stato di 18 morti, e potevano essere di più senza l'intervento del diplomatico italiano Pietro Antonio Colazzo. È stato lui - numero due a Kabul dell'Aise, ovvero i servizi segreti della Difesa - ad avvisare la polizia e, dicono diverse fonti, a bloccare l'incursione dei terroristi, perdendo egli stesso la vita.
Gli hanno sparato (ma c'è chi sostiene che sia morto in seguito all'esplosione di un kamikaze) dopo che aveva dato l'allarme. La polizia di Kabul è stata la prima a rendere onore al «coraggio» di questo sconosciuto funzionario italiano, che ormai da anni viveva in quel mondo di ombre e di specchi che è l'intelligence in un paese complesso come l'Afghanistan. «Ci ha fornito informazioni precise grazie alle quali la polizia è stata in grado di portare al sicuro, sani e salvi, altri quattro italiani. È stato un uomo coraggioso», ha detto il generale Abdul Rahman Rahman, il capo della polizia di Kabul.
«Apprendo con dolore la notizia dell'uccisione del consigliere diplomatico, Pietro Antonio Colazzo, nell'attentato di oggi a Kabul - ha detto l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi - un fedele servitore dello Stato, morto compiendo il suo dovere in un paese martoriato da infami azioni terroristiche. L'Italia è impegnata in Afghanistan proprio per proteggere la popolazione civile dalla follia della violenza e dell'intolleranza, alla quale sentiamo il dovere di opporci. Mi unisco, insieme a tutti gli italiani, al dolore dei familiari e degli amici del nostro caduto». 
Nel 2023 il comune di Galatina, suo paese di nascita, ha intitolato in suo onore i nuovi uffici comunali
Nel 2023 

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