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giovedì 11 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer muore, a sessantadue anni, dopo essere stato colpito da un ictus durante un comizio a Padova il giorno 7. I suoi funerali, a piazza S. Giovanni, a Roma, sono un immenso corteo commosso, fatto di fedelissimi, di alleati, ma anche di avversari politici e di gente comune, che in lui ha avuto modo di apprezzare il rigore morale e la passione per il suo lavoro.
Compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale; il lessico berlingueriano dà la misura di quanto profondamente l’azione e il pensiero del leader comunista siano stati intrecciati con la storia italiana di quegli anni e, soprattutto, con quella della sinistra. Enrico Berlinguer è stato un uomo molto popolare; molti, e non solo tra i suoi, ne apprezzarono il carattere schivo e coraggioso e l’onestà intellettuale e molti, ancora oggi, rimpiangono il suo volto come quello di un’Italia che forse è finita con lui. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo pianse “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” e che ne riportò la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale, riteneva che “se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera”.
Nei giorni che seguirono la morte di Berlinguer molti, e non solo i suoi compagni, sottolinearono le sue qualità umane, salutando in lui “un uomo vero”, come fece Giorgio Bocca o “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, come scrisse Indro Montanelli.
Berlinguer, il leader; Enrico Berlinguer, l’uomo. Ed ecco che due immagini vengono alla mente. La prima risale al 1976; il segretario del PCI, a Mosca, sul palco del congresso del PCUS davanti a cinquemila delegati, prende la parola per parlare del valore della democrazia, del pluralismo, condannando l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. La seconda è l’immagine straziante di Berlinguer, affaticato, sul palco di Piazza della Frutta di Padova, durante il comizio di chiusura delle elezioni europee, il 7 giugno del 1984; gli manca il respiro, sussurra, le forze gli vengono meno, eppure continua a parlare. "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...", pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Alla fine perde conoscenza; non è la stanchezza, ma un ictus che, quattro giorni dopo, ne causerà la morte. Tra queste due date si consumano le fasi più significative della parabola di un uomo che ha impresso un proprio peculiarissimo segno nel corso della storia del nostro paese.
La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
Così diceva Berlinguer nel 1980; non è che una delle tante riflessioni che testimoniano la sua lungimiranza e l’attualità del suo pensiero.
Nel 1983 Giovanni Minoli lo intervista per Mixer; ne emerge un ritratto che rende merito ad entrambe questi aspetti della sua personalità. L’uomo timido, pieno di pudore, che si dispiace di essere definito un uomo triste, semplicemente “perché non è vero”, l’uomo che dà grande importanza alla famiglia, ai figli, per quanto non si pente di aver sacrificato alla politica molta parte del suo tempo, né spera di doversene pentire mai. Ma anche il leader sicuro delle proprie scelte, “fedele agli ideali della sua gioventù”, che ribadisce lo strappo con Mosca e considera il potere “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare i propri ideali”. Alla domanda su cosa gli dispiace del potere, Berlinguer sembra non avere dubbi, non evoca le distorsioni del potere e il suo implicito rischio di generare corruzione, e risponde soltanto: “Mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi”.

mercoledì 10 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1918 venne compiuta la cosiddetta "Impresa di Premuda", con la quale la marina militare italiana pose fine ai piani espansionistici dell'Impero Austro-Ungarico sul mare Adriatico: questo successo, rilevante sul piano strategico e nondimeno su quello del morale, sancì la supremazia italiana e fu l'ultimo capitolo di una guerra sul mare parallela a quella combattuta lungo la frontiera Nord-Orientale della penisola.
E' per questo motivo che la marina militare italiana celebra ogni anno la propria festa il 10 giugno.
 I piccoli ma micidiali, avanzatissimi motoscafi MAS concepiti e costruiti in Italia, affidati al comandante Luigi Rizzo e ai suoi uomini audaci ed esperti quel giorno riuscirono ad affondare nelle acque della Dalmazia la corazzata imperiale Santo Stefano (Szent Istvàn), che sarebbe dovuta intervenire nell'attacco su larga scala contro il blocco del Canale di Otranto.
La porta dell'Impero Asburgico sul mare è la città di Trieste, base di una flotta che si costituisce durante il XIX secolo con lo scopo di presidiare le roccaforti lungo le coste della Dalmazia. Nei primi anni del '900, al fine di contrastare il consolidamento del giovane Regno d'Italia deciso ad una completa riunificazione, si provvede ad una necessaria modernizzazione della Marina Imperiale attraverso un programma che, avviato tardivamente, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale risulta ancora in via di attuazione.
L'Impero può comunque contare sulla nuova base di Pola, su circa 400 unità, di cui numerosi sommergibili, e soprattutto le quattro grandi corazzate della classe "Viribus Unitis" recentemente varate. Mentre la SMS Viribus Unitis, la Tegetthoff e la Prinz Eugen sono state costruite negli Stabilimenti Tecnici Triestini, la Szent Istvàn è frutto del compromesso (Ausgleich) con il quale è concessa nel 1867 una maggiore autonomia alla componente ungherese dell'Impero: viene costruita nei cantieri navali ungheresi di Fiume, e prende il nome del santo patrono dei magiari, entra però in servizio a conflitto già iniziato, il 17 novembre 1915.
Le corazzate Tegetthoff e Prinz Eugen si sono rese protagoniste del cannoneggiamento della costa di Ancona nello stesso giorno in cui il regno d'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, ma ben presto l'Adriatico si rivela poco adatto alle navi di grande stazza e più congeniale, viceversa, ai più economici sottomarini. Anche i tedeschi inviano nell'Adriatico mezzi subacquei in grande quantità, allo scopo di forzare il blocco che le flotte dell'Intesa hanno imposto sul canale di Otranto.
L'attività delle navi maggiori della flotta imperiale è circoscritta ad incursioni sporadiche, e salvo rare esercitazioni anche la Szent Istvàn è per la maggior parte del tempo ferma in rada nella base di Pola.
In seguito alla sconfitta subita nel 1866 sul mare di Lissa, durante le guerre risorgimentali, la Marina del Regno d'Italia conosce un'importante evoluzione che porta allo sviluppo di mezzi all'avanguardia, come le corazzate Enrico Dandolo, Caio Duilio, Italia e Lepanto che diventano modelli di eccellenza, la pietra di paragone di una flotta moderna anche per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
La Regia Marina introduce per la prima volta al mondo l'aeroplano all'impiego bellico, durante la campagna di Libia del 1911-12 contro l'Impero Ottomano, e alla vigilia del Primo Conflitto Mondiale concepisce navigli leggeri e veloci, in grado di sfruttare la disposizione geografica dell'Italia e i bassi fondali (inadatti ai grandi scafi) per incursioni-lampo tra le linee nemiche. Nascono così nei cantieri di Venezia i le Motobarche Armate SVAN o più semplicemente MAS, inizialmente definiti come "Motobarche Anti Sommergibili", ma presto ribattezzati "Motoscafi Armati Siluranti" in ragione della loro versatilità e del potenziale offensivo apportato dai siluri, o torpedini, l'arma sviluppata proprio dagli austriaci a Fiume cinquant'anni prima.
Al pari delle moderne corazzate progettate dall'ingegnere Brin, anche i MAS disegnati da Attilio Bisio sono gioielli della tecnica, dislocati in circa 10 tonnellate e capaci di raggiungere i 24 nodi, che si rivelano, partendo dalle basi di Venezia, Grado ed Ancona, particolarmente appropriati ad azioni di forzamento dei porti austriaci nell'alto Adriatico e non solo allo sminamento o al pattugliamento contro mezzi sottomarini.
Tale convinzione, condivisa dal Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Thaon di Revel, è confermata come fondata da una fortunata serie di incursioni e in particolare quando, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917, nell'anno di guerra più difficile per l'Italia, viene affondata a Trieste la corazzata nemica Wien, ad opera dei MAS 9 e 13 comandati dal Capitano Luigi Rizzo.
Due mesi dopo, tra il 10 e l'11 febbraio del 1918, lo stesso Rizzo, già decorato con la Medaglia d'Oro, insieme a Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano viola le maglie del sistema difensivo austriaco fino a penetrare in un porto nemico per quella che sarà ricordata come la "Beffa di Buccari".
Nella notte del 4 aprile, un commando di 60 marinai austriaci guidati dal tenente Weith sbarca sulla costa adriatica nei pressi di Falconara Marittima per catturare i motoscafi di Rizzo ormeggiati ad Ancona: le spie vengono scoperte, seppure in extremis, e l'evento rivela quanto preoccupato interesse abbiano destato presso gli austriaci le azioni condotte dai MAS.
Grazie anche al sostegno della flotta alleata britannica, francese ed americana, durante la prima metà del 1918 la Regia Marina perfeziona il blocco del canale di Otranto con la realizzazione di un colossale sbarramento fisico fatto di reti e mine, per impedire l'accesso anche ai sottomarini nemici. Nel tentativo di forzare il blocco, divenuto un'autentica muraglia, dopo numerosi tentativi senza successo il comando della flotta austro-ungarica agli ordini dell'Ammiraglio Horthy mette a punto un'offensiva combinata su larga scala che dovrebbe, senza grandi rischi, aprire la via al Mediterraneo assicurando un significativo guadagno strategico e un importante effetto sul morale delle truppe.
La Marina Imperiale intende sostenere dal mare, con un'azione in grande stile, un'imminente offensiva di terra (la cosiddetta "Battaglia del Solstizio") che potrebbe decidere le sorti della guerra.
Nella notte dell'8 giugno 1918, salpa da Pola un primo squadrone guidato dalle navi maggiori Viribus Unitis e Prinz Eugen, diretto verso Sud in attesa di essere raggiunto dalle altre corazzate. Il giorno successivo, anche la Szent Istvàn e la sua gemella Tegetthoff lasciano il porto di Pola scortate da una numerosa formazione di torpediniere, anche se con qualche ritardo; a bordo della Tegetthoff è ospitata una squadra di fotografi e cineoperatori attrezzati in modo da ritrarre la grande vittoria prevista con l'attacco dell'11 giugno.
Negli stessi momenti si appostano in agguato i MAS 21 e 15 guidati da Giuseppe Aonzo e Armando Gori al comando di Luigi Rizzo, partiti da Ancona alle ore 17, scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere, con il compito di perlustrare la costa dalmata e procedere allo smantellamento di eventuali campi minati.
Dopo oltre quattro ore di navigazione senza incontrare ostilità, i MAS riprendono la rotta del ritorno ed improvvisamente, alle ore 3 del mattino al largo dell'isola di Premuda, avvistano i fumi di quella che ha tutta l'aria di essere una grande formazione di navi austriache.
Anziché limitarsi a registrare la situazione e rientrare con cautela alla base, i MAS si lanciano, coperti dalle prime luci dell'alba alle loro spalle, all'attacco della squadra nemica: si avvicinano da Est alle corazzate, il bersaglio più importante e pericoloso, a grande velocità; riescono a sganciare a meno di 300m di distanza 4 siluri che colpiscono la Tegetthoff e in maniera più grave la Szent Istvàn. Impegnati in manovre evasive, per sfuggire al fuoco austriaco durante una concitata fase di inseguimento e fare così ritorno incolumi alla base, gli equipaggi dei MAS non hanno la possibilità di accertarsi del risultato conseguito, ma con il passare delle ore la speranza diviene certezza: alle ore 6 del 10 giugno, la Santo Stefano è affondata.
A bordo della Tegetthoff si assiste all'inesorabile sorte della corazzata gemella, e le uniche scene ad essere riprese non testimoniano una grande vittoria, ma sono quelle di una triste sconfitta. Le vittime sono 89, grazie all'abilità del Comandante Seitz e dell'ufficiale macchinista Franz Dueller è tratta in salvo gran parte degli oltre 1000 uomini dell'equipaggio, ma le ambizioni austriache sull'Adriatico subiscono una ferita irreparabile.
Le navi che avrebbero dovuto attaccare il canale di Otranto sono richiamate nelle rispettive basi, e per tutto il resto della guerra non entreranno più in mare aperto: la Marina italiana ha ottenuto il controllo del mare Adriatico e la nuova situazione strategica, oltre a costituire un colpo durissimo al morale austriaco, accresce il prestigio della Regia Marina anche presso gli alleati.
L'impresa di Premuda, più che un fortunato episodio dettato dalle circostanze e dall'audacia individuale, è il risultato di un paziente e metodico insistere per anni in attese snervanti in preparazione agli agguati.
L'Ammiraglio Thaon di Revel emette il comunicato ufficiale:
All'alba del 10 corrente, presso le isole dalmate, due nostre piccole siluranti, al comando del capitano di corvetta Rizzo Luigi da Milazzo, attaccavano una divisione navale austro-ungarica costituita da due grandi corazzate tipo "Viribus Unitis" protette da dieci cacciatorpediniere. Le nostre unità, audacemente oltrepassata la linea dei cacciatorpediniere, colpivano con due siluri la nave capolinea e con uno la seguente; rincorse dai cacciatorpediniere ne danneggiavano gravemente uno e rientravano incolumi alla loro base.
Tutto il paese ha ben ragione di festeggiare.
Luigi Rizzo e i suoi uomini ricevono le congratulazioni delle istituzioni e il riconoscimento della popolazione, tanto da guadagnare a Rizzo, in seguito promosso Comandante e poi Ammiraglio, una eccezionale seconda Medaglia d'Oro al Valore Militare. Al termine della guerra, Luigi Rizzo tenta con esiti alterni di imprimere la propria visione moderata agli eventi di tensione che scaturiscono dalla questione di Fiume, fino ad incrinare i rapporti con il commilitone D'Annunzio, ma negli anni '20 abbandona la propria carriera militare operativa per dedicarsi alla gestione, anche sindacale, del traffico marittimo.
Il MAS 15 di Luigi Rizzo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere presso il Vittoriano a Roma, mentre le ancore delle corazzate Tegetthoff e Viribus Unitis sono esposte all'entrata del Palazzo della Marina a Roma, a Venezia, a Brindisi.
Il relitto della Santo Stefano riposa a 66 metri di profondità, è stato meta di numerose spedizioni subacquee ed è divenuto oggi un'importante attrazione turistica.
La data del 10 giugno è assunta ufficialmente come giorno di festa della Marina (prima celebrata il 4 dicembre) soltanto nel 1939 e, dopo una sospensione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è stata reintrodotta nel 1950 (nuovamente nel giorno di Santa Barbara) ed infine ripristinata nel 1964 all'anniversario dell'azione di Premuda. La tradizionale manifestazione, in ricordo di un'impresa senza precedenti condotta da uomini di straordinario coraggio, rivive ogni anno alla presenza delle massime istituzioni e nel 2008 ha avuto luogo, in occasione del novantesimo anniversario, sullo sfondo monumentale dell'Arsenale di Venezia.

martedì 9 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 68 muore a Roma l'Imperatore Nerone.
L'imperatore romano Nerone (in latino: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus) nasce ad Anzio il 15 dicembre dell'anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il padre appartiene a una famiglia considerata di nobiltà plebea, mentre la madre è figlia dell'acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola che di Nerone è pertanto zio materno.
Nato con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, Nerone viene ricordato come quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia.
Nell'anno 39 la madre Agrippina Minore si scopre essere coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola: viene per questo mandata in esilio nell'isola di Pandataria. L'anno seguente, il marito Gneo muore e il patrimonio viene requisito da Caligola stesso.
Due anni dopo Caligola viene assassinato, Agrippina Minore può così fare ritorno a Roma per occuparsi del figlio. Lucio viene affidato a due liberti greci (Aniceto e Berillo) per poi proseguire gli studi con due sapienti dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali sviluppa un pensiero filoellenista.
Nel 49 Agrippina Minore sposa l'imperatore Claudio ed ottiene la revoca dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio.
Nerone sale al potere nell'anno 55, a soli diciassette anni. Britannico, figlio legittimo dell'imperatore Claudio, sarebbe stato fatto uccidere per volere di Sesto Afranio Burro, forse con il coinvolgimento di Seneca.
Il primo scandalo del regno di Nerone coincide con il suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio; Nerone più tardi divorzia da lei perchè si innamora di Poppea. Quest'ultima, descritta come una donna di rara bellezza, prima del matrimonio con l'imperatore sarebbe stata coinvolta in una storia d'amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso. Nel 59 Poppea viene sospettata di avere organizzato l'omicidio di Agrippina, mentre Otone viene spedito lontano, promosso governatore in Lusitania (l'odierno Portogallo).
Dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania, Nerone sposa Poppea nell'anno 62.
Nello stesso periodo introduce una serie di leggi sul tradimento che provocano l'esecuzione di numerose condanne capitali.
Nel 63 nasce Claudia Augusta, figlia di Nerone e Poppea, ma muore ancora in fasce.
L'anno seguente (64) è l'anno dello scoppio del grande incendio di Roma: quando accade il tragico fatto l'imperatore si trova ad Anzio, ma raggiunge immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio. Nerone mette sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, già malvisti dalla popolazione, quali autori del disastro; alcuni di loro vengono arrestati e messi a morte.
Dopo la morte Nerone sarà accusato di aver provocato egli stesso l'incendio. Nonostante la ricostruzione dei fatti sia incerta e molti aspetti della vicenda siano ancora controversi, gli storici concordano sul valutare come superata e poco attendibile l'immagine iconografica dell'imperatore che suona la lira mentre Roma brucia.
Nerone apre addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione, attirandosi l'odio dei patrizi e facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamare le vittime. In occasione dei lavori di ricostruzione di Roma, Nerone detta nuove e lungimiranti regole edilizie, che tracciano un nuovo impianto urbanistico sul quale è tutt'ora fondata la città. In seguito all'incendio fa recuperare una vasta area distrutta, facendo realizzare il faraonico complesso edilizio noto come Domus Aurea, la sua residenza personale, che giunge a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 80 ettari.
Nel 65 viene scoperta la congiura pisoniana (così chiamata da Caio Calpurnio Pisone); i cospiratori, tra cui anche Seneca, vengono costretti al suicidio. Secondo la tradizione cristiana in questo periodo Nerone ordina inoltre la decapitazione di San Paolo e, più tardi, la crocifissione di San Pietro.
Nel 66 muore la moglie Poppea: secondo le fonti sarebbe stata uccisa da un calcio al ventre dello stesso Nerone durante una lite, mentre era in attesa del suo secondogenito. L'anno successivo l'imperatore viaggia fra le isole della Grecia, a bordo di una lussuosa galea sulla quale divertiva gli ospiti con prestazioni artistiche. Nerone decide di rendere la libertà alle città elleniche, rendendo più difficili i rapporti con le altre province dell'impero.
A Roma intanto, Ninfidio Sabino andava procurandosi il consenso di pretoriani e senatori. Il contrasto di Nerone con il senato si era acuito già dagli anni 59-60 in seguito alla riforma monetaria che l'imperatore aveva introdotto: secondo la riforma veniva privilegiato il denarius (la moneta d'argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all'aureus (la moneta dei ceti più agiati).
Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellano all'imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Il Senato lo depone e lo dichiara nemico pubblico: Nerone si suicida il 9 giugno dell'anno 68, probabilmente aiutato dal liberto Epafrodito.
La sua salma viene sepolta in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense, collocata nel Sepolcro dei Domizi, sotto l'attuale basilica di Santa Maria del Popolo.
L'immagine di Nerone è stata tramandata dagli storici cristiani quale autore della prima persecuzione contro i cristiani, nonché responsabile del martirio di moltissimi cristiani e dei vertici della Chiesa Romana, cioè San Pietro e San Paolo. In realtà Nerone non emise alcun provvedimento nei confronti dei cristiani in quanto tali, limitandosi a condannare i soli giudicati colpevoli di aver provocato l'incendio di Roma. A riprova di questo va ricordato che lo stesso San Paolo si era appellato al giudizio di Nerone per avere giustizia, finendo assolto delle colpe imputategli. Ancora San Paolo, nella sua Epistola ai Romani, raccomanda l'obbedienza a Nerone. Le persecuzioni contro i cristiani ebbero invece inizio nel II secolo con la prima persecuzione ordinata da Marco Aurelio, quando la presenza dei cristiani cominciò a rappresentare un serio pericolo per le istituzioni di Roma.

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