Cerca nel web

mercoledì 24 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno è convenzionalmente collocata la nascita di Giovanni Battista, in quanto le scritture dicono che la madre fosse incinta di 6 mesi quando l'Arcangelo Gabriele diede a Maria la notizia dell'arrivo di Gesù. Dunque sarebbe da intendersi teoricamente che Giovanni Battista sia nato il 24 giugno del primo anno dopo Cristo.
Giovanni Battista è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli; non c’è si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, in cui non sia presente questo santo, rivestito di solito con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a forma di croce.
Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente “San Giovannino”.
Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito “Il più grande tra i nati da donna”.
Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come loro santo patrono.
Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna) è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo s. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, al suo tempo era già conosciuto e nell’ebraico Iehóhanan, significava: “Dio è propizio”.
Nel Vangelo di s. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.
Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.
Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio”.
Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia.
Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.
Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza.
Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato.
Anche i soldati del re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare se il loro mestiere era così disgraziato e malvisto dalla popolazione; e lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13).
Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
E alla delegazione ufficiale, inviatagli dai sommi sacerdoti disse, che egli non era affatto il Messia, il quale era già in mezzo a loro, ma essi non lo conoscevano; aggiungendo “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui come una colomba, mentre una voce diceva: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 29-30).
La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione, aveva formato il gruppo degli apostoli e discepoli ed era seguito da una gran folla; egli aveva predicato proprio per questo, preparare un popolo degno, che accogliesse Gesù e il suo messaggio di Redenzione.
Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, neanche davanti al re d’Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica, la “Torà”, perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè.
Per questo motivo un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici.
Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato.
Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista.
A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia.
Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.
Molti testi apocrifi, come anche i libri musulmani, fra i quali il Corano, parlano di lui; dai suoi discepoli si staccarono Andrea e Giovanni apostoli per seguire Gesù. Il suo culto come detto all’inizio si diffuse in tutto il mondo conosciuto di allora, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.
La festa della Natività di S. Giovanni Battista fin dal tempo di s. Agostino (354-430), era celebrata al 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.
Le celebrazioni devozionali, folkloristiche, tradizionali, sono diffuse ovunque, legate alla sua venerazione; come tanti proverbi popolari sono collegati metereologicamente alla data della sua festa.
S. Giovanni Battista, tanto per citarne alcune, è patrono di città come Torino, Firenze, Imperia, Ragusa, ecc. Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore; nel 361-362 ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.
Ma a Genova nella cattedrale di S. Lorenzo, si venerano proprio quelle ceneri (?), portate dall’Oriente nel 1098, al tempo delle Crociate, con tutti i dubbi collegati.
Per la testa che si trovava a Costantinopoli, per alcuni invece ad Emesa, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII sec.
A Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S. Silvestro in Capite, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Risparmiamo la descrizione di braccia, dita, denti, diffusi in centinaia di chiese europee.
Al di là di queste storture, frutto del desiderio di possedere ad ogni costo una reliquia del grande profeta, ciò testimonia alla fine, la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone-apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, eremita, predicatore e trascinatore di folle, istitutore di un Battesimo di perdono dei peccati, martire per la difesa della legge giudaica, ecc.

martedì 23 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
La notte del 23 giugno 1993 Lorena Gallo, moglie di John Wayne Bobbit, evira il marito.
Lorena e John Wayne Bobbitt conquistano gli onori della cronaca mondiale nella notte del 23 giugno del 1993. Lorena è una giovane di 23 anni originaria dell’Ecuador, John invece è un ex-marine, dedito all’alcol e a una vita senza regole. Quella notte, secondo il racconto di Lorena, il marito rincasa a notte fonda come da sua abitudine, e, dopo aver abusato di lei, si addormenta come se non fosse accaduto nulla. La donna, stanca delle continue violenze domestiche, evira il marito con un coltello da cucina e fugge immediatamente dopo a bordo della sua automobile. Durante la fuga Lorena viene colta dal panico, e lancia il pene del marito dal finestrino.
Dopo accurate ricerche la polizia locale – siamo a Manassan, in Virginia – recupera la parte evirata che sarà impiantata con un lungo intervento chirurgico della durata di dieci ore.
Il processo che vede al banco degli imputati Lorena si conclude nel 1997 con l’assoluzione della donna per temporanea infermità mentale derivante dai continui abusi di cui è stata vittima. La corte le ingiunge, però, la permanenza in un ospedale psichiatrico per un periodo di quarantacinque giorni.
La notizia del gesto di Lorena fa il giro del mondo investendo i due coniugi di un’improvvisa popolarità. I due cominciano così a frequentare separatamente talk show e salotti televisivi.
Lorena Bobbit dopo il processo tentò di tenere un basso profilo, abbandonando il cognome Bobbit per riprendere il suo da ragazza, Gallo. Nel dicembre 1997 tornò nelle pagine della cronaca perchè incriminata di aver colpito a pugni sua madre, Elvia Gallo, mentre guardavano la televisione. Fu poi scagionata e la madre rimase a vivere con lei.
Nel 2007 lavorava in un salone di bellezza di Washington, e nello stesso anno ha fondato un'organizzazione chiamata "Lorena's red wagon", che aiuta a prevenire le violenze domestiche con attività orientate alla famiglia.
Nel giugno 2008, nel corso di un'intervista televisiva, ha raccontato di avere una relazione di lunga data con un certo Dave Bellinger col quale ha dato luce a una bambina nel 2006.
Dopo l'incidente John Bobbitt ha cercato di guadagnare soldi dalla notorietà in vari modi. Ha formato una banda per pagare le ingenti spese mediche, senza successo. Nel 94 ha partecipato a un film porno, "John Wayne Bobbitt: uncut", con un evidente gioco di parole, e nel 96 ad un altro film porno chiamato "Frankenpenis".
Successivamente si è trasferito a Las Vegas dove ha fatto una miriade di lavori: barista, autista di limousine, facchino, consegna di pizze a domicilio, autista di carro attrezzi. Ha persino servito come aiutante di un Ministro della Chiesa della Vita Universale.
Dopo il divorzio, John ha avuto ancora problemi con la legge. E' stato più volte arrestato per atti di violenza nei confronti delle sue fidanzate, nonchè accusato di furto di vestiti in un magazzino nel Nevada per un importo di oltre 140.000 dollari.
Si è sposato altre due volte, ed altre due volte ha divorziato, principalmente a seguito delle accuse di violenza domestica delle sue mogli.
Nel maggio del 2009 Lorena e John si incontrarono per la prima volta dal divorzio, avvenuto 16 anni prima, nel corso di uno show televisivo. In questo show John ha chiesto scusa a Lorena per come la aveva trattata durante il matrimonio, e Lorena disse che John l'amava ancora, poichè ha continuato a mandarle fiori e cartoline ad ogni giorno di San Valentino.


lunedì 22 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
 Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
 Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
 Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.

Cerca nel blog

Archivio blog