Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1914 un nazionalista serbo spara e uccide a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie Sofia.
Questo omicidio fu la scintilla che infiammò la prima guerra mondiale.
Fra ‘800 e ‘900 l’uccisione di regnanti in Europa in seguito ad atti di terrorismo non era un evento raro; nel 1881 era stato ucciso lo zar Alessandro II Romanov e nel 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I. In entrambi i casi si era trattato di fatti circoscritti per cause e conseguenze ai confini interni degli Stati, ma così non avvenne per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914) erede al trono dell’impero austro-ungarico e di sua moglie la contessa Sofia. L’omicida Gavrilo Princip, l’unico dei sette attentatori che venne arrestato insieme al compagno N. Cabrinovic, faceva parte di un’organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batteva per l’unificazione degli slavi della Serbia con quelli che abitavano nel sud dell’impero austro-ungarico. Per la verità si trattava di un gruppo di giovani alquanto sprovveduti che nella mattina del 28 giugno 1914 tentarono per ben due volte l'attentato, prima con una bomba a mano poi, a distanza di pochi minuti, con una pistola Browning calibro 7,65 con la quale Princip colpì a morte l’Arciduca e sua moglie. L’Impero dell’Austria-Ungheria era, all'inizio del ‘900, uno Stato che aveva al suo interno molte nazionalità, una caratteristica tipica degli imperi, ma che in quel preciso momento storico costituiva un nucleo di tensioni formidabili e di forze centrifughe. Infatti, dopo la Prima guerra mondiale, l'effetto disgregante dei diversi nazionalismi avrebbe portato al completo dissolvimento di un organismo statale secolare come l’impero d’Austria. Tali movimenti rivendicavano, infatti, l’indipendenza per tutti quei popoli - cechi, slovacchi, ungheresi, italiani, serbi, croati - che, a vario titolo, facevano parte del vasto impero di Francesco Giuseppe d’Austria. Le stesse forze nazionalistiche avevano, ormai dai primi decenni del XIX secolo (guerra per l’indipendenza della Grecia), avviato alla disgregazione l'impero turco. Le spoglie di questo vasto e secolare impero (dall'Adriatico al Mar Rosso), infatti, erano e sarebbero state oggetto di guerre e contese diplomatiche fra le potenze europee. Due momenti di crisi nella penisola balcanica si ebbero nel 1908 e soprattutto nel 1912-13 (le cosiddette guerre balcaniche), periodo di scontri e annessioni che ridisegnò gli equilibri geopolitici della regione con queste conseguenze: 1. ridimensionamento della presenza turca alle porte dell’Europa dalle quali è praticamente espulsa; 2. sconfitta delle ambizioni austriache di dominio nella penisola e controllo dell’Adriatico; 3. ulteriore rafforzamento in chiave antiaustriaca dell’alleanza fra Serbia e Russia e dell’espansione di interessi finanziari francesi in Serbia; 4. aumento delle preoccupazioni austriache nei confronti dei nazionalismi interni all'impero; 5. rafforzamento dell’asse Austria-Germania in funzione antirussa. In questo contesto la dinastia che nel 1903 si era impadronita della Serbia puntava a inglobare tutti i serbi che vivevano sotto il dominio straniero nel sud dell’impero d’Austria. Oltre alle rivendicazioni nazionalistiche, un’altra variabile di contesto era quella religiosa: i serbi come i russi appartengono alla Chiesa ortodossa di ascendenza bizantina, mentre l’Austria era in Europa, l’erede del Sacro romano impero cattolico. È bene ricordare questa fondamentale distinzione culturale e religiosa poiché sarà una delle cause dei molti genocidi che si verificheranno negli anni ‘90 del XX secolo dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nelle guerre che vedranno opporsi nella penisola balcanica serbi, croati, bosniaci e kosovari.
A seguito dell'omicidio il 23 luglio l’Austria dà un ultimatum alla Serbia. Al di là dell’atto di per sé gravissimo dell’uccisione dell’erede al trono, questo assassinio fornì un eccellente pretesto all'Austria per avviare una definitiva iniziativa contro la Serbia ed eliminare alla radice questa minaccia separatista. Il pretesto, dunque, fu l’ultimatum che conteneva tutta una serie di richieste che limitavano fortemente la sovranità serba all'interno del proprio Stato, fra le quali quella dell’arresto di un certo numero di ufficiali dell’esercito serbo accusati di cospirazione, e di far partecipare rappresentanti dell’impero austro-ungarico alle indagini su Princip e sul suo gruppo terroristico. La risposta era attesa entro 48 ore. Quando il testo dell’ultimatum venne conosciuto nelle cancellerie degli altri Stati europei, il commento degli uomini politici del vecchio continente fu quasi unanime: “la guerra sta per cominciare”. E non si trattava di una guerra circoscritta; il gioco delle alleanze, quella franco-russa e quella austro-tedesca, disegnarono uno scenario che apparve subito agli occhi di molti assolutamente catastrofico. La guerra che gli Stati maggiori degli eserciti di mezza Europa preparavano da almeno trent'anni (il più famoso di questi “piani” era quello tedesco che prese il nome dal generale Schlieffen) stava per concretizzarsi.
Il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione del proprio esercito, convinta che questo atto di forza avrebbe frenato l’Austria e, soprattutto, la Germania. Ciononostante il 1 agosto la Germania dichiara la guerra alla Russia. Oggi non appare strano che, in effetti, la prima a entrare in guerra fosse stata la Germania contro la Russia, due Stati che inizialmente non erano affatto direttamente coinvolti nella crisi successiva a Sarajevo. Soprattutto la Germania colse l’occasione per dispiegare la politica di potenza mondiale voluta dal Kaiser tedesco Guglielmo II almeno a partire dall'epoca successiva alla guerra franco-prussiana del 1870.
Il 3 agosto la Germania dichiara la guerra alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, in una guerra su due fronti. Questa previsione verrà meno con il passaggio, durante le operazioni militari del 1915, dalla guerra di movimento alla guerra di trincea.
Quella che scaturì fu invece una guerra su vasta scala lunga e logorante, come non se ne erano mai viste prima.
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domenica 28 giugno 2026
sabato 27 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi del 27 giugno 1980 sul punto di coordinate 39 43’N e 12 55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a sciogliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnargli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nascosto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all'inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all'inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore (i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo), dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento fino a quel momento delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta - il raggiungimento della comprensione dei fatti….Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri, assolti in appello dall'accusa di alto tradimento nel processo relativo al depistaggio dell'inchiesta giudiziaria sulla strage. Il reato loro contestato, "Attentato contro organi costituzionali" ai sensi dell'articolo 289 del codice penale, è stato infatti modificato con la legge 85/2006, che lo prevede ora solo quando siano stati commessi "atti violenti" diretti ad impedire agli organi costituzionali l'esercizio delle loro funzioni. Nessun responsabile nemmeno per gli ostacoli all'inchiesta: Ustica rimane uno dei tanti misteri italiani irrisolti, come se il caso non fosse mai esistito, una situazione paradossale.
Ancora Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica che era presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini, intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
Il 2 settembre 2014, sono stati rivelati gli appunti segreti, le informative e i carteggi segreti del Ministero degli Affari Esteri, contenuti nel Memorandum che ha per oggetto la strage di Ustica in relazione alle questioni informative aperte con gli Stati Uniti.
Sempre nel 2014, stando ad alcune intercettazioni emerse durante le indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale uno dei boss della cupola mafiosa, Massimo Carminati, conversando con un suo collaboratore avrebbe affermato che "la responsabilità di Ustica era degli Stati Uniti". Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 (quarantadue) familiari delle vittime della Strage di Ustica.
Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti.
Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l'aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell'Aeronautica Militare Italiana che impedirono l'accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro.
Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, nel respingere i ricorsi dell'avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un'esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. I competenti ministeri furono dunque condannati a risarcire i familiari delle 81 vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. La sentenza fu accolta favorevolmente dall'associazione dei familiari delle vittime.
Il 28 giugno 2017 un ulteriore ricorso dell'avvocatura dello Stato è stato rigettato dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha nuovamente additato a causa dell'incidente un atto ostile perpetrato da un aereo militare straniero.
Alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi del 27 giugno 1980 sul punto di coordinate 39 43’N e 12 55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a sciogliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnargli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nascosto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all'inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all'inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore (i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo), dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento fino a quel momento delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta - il raggiungimento della comprensione dei fatti….Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri, assolti in appello dall'accusa di alto tradimento nel processo relativo al depistaggio dell'inchiesta giudiziaria sulla strage. Il reato loro contestato, "Attentato contro organi costituzionali" ai sensi dell'articolo 289 del codice penale, è stato infatti modificato con la legge 85/2006, che lo prevede ora solo quando siano stati commessi "atti violenti" diretti ad impedire agli organi costituzionali l'esercizio delle loro funzioni. Nessun responsabile nemmeno per gli ostacoli all'inchiesta: Ustica rimane uno dei tanti misteri italiani irrisolti, come se il caso non fosse mai esistito, una situazione paradossale.
Ancora Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica che era presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini, intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
Il 2 settembre 2014, sono stati rivelati gli appunti segreti, le informative e i carteggi segreti del Ministero degli Affari Esteri, contenuti nel Memorandum che ha per oggetto la strage di Ustica in relazione alle questioni informative aperte con gli Stati Uniti.
Sempre nel 2014, stando ad alcune intercettazioni emerse durante le indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale uno dei boss della cupola mafiosa, Massimo Carminati, conversando con un suo collaboratore avrebbe affermato che "la responsabilità di Ustica era degli Stati Uniti". Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 (quarantadue) familiari delle vittime della Strage di Ustica.
Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti.
Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l'aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell'Aeronautica Militare Italiana che impedirono l'accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro.
Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, nel respingere i ricorsi dell'avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un'esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. I competenti ministeri furono dunque condannati a risarcire i familiari delle 81 vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. La sentenza fu accolta favorevolmente dall'associazione dei familiari delle vittime.
Il 28 giugno 2017 un ulteriore ricorso dell'avvocatura dello Stato è stato rigettato dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha nuovamente additato a causa dell'incidente un atto ostile perpetrato da un aereo militare straniero.
venerdì 26 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
Potenza delle parole, potenza della comunicazione.
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
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giugno
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