Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1536, nella Torre di Londra, Anna Bolena, seconda moglie del re Enrico VIII viene decapitata con l'accusa di adulterio, incesto, stregoneria ed alto tradimento.
La data di nascita di Anna Bolena (Anne Boleyn) è incerta. L'opinione generale propende per il 1501 o 1502, anche se qualche storico la ritiene nel 1507. Nacque probabilmente a Norfolk; suo padre era Sir Thomas Boleyn, conte del Wiltshire, un nobile minore con uno forte talento per le lingue straniere; lavorava al mercato di Londra e nutriva una spiccata vocazione a diventare qualcuno. Decise pertanto di sposarsi bene: sua moglie fu Elizabeth Howard, figlia del secondo duca di Norfolk e sorella del terzo duca.
Anna ebbe due fratelli, Mary e George. Anche la loro data di nascita è ignota, sappiamo solo che erano tutti e tre quasi coetanei.
Nel 1514 Enrico VIII, re di Inghilterra, diede in sposa la sorella più giovane, Mary, all'anziano re di Francia. Anna accompagnò la principessa di Tudor e rimase in Francia anche dopo la morte del re e il ritorno in patria di Mary. Di conseguenza Anna ebbe l'onore di essere educata sotto l'occhio attento della nuova regina di Francia Claude. La sua educazione dunque fu improntata all'enfasi tipicamente francese per la moda e la seduzione, senza lesinare su altre abilità più intellettuali. Anna imparò a cantare, suonare e danzare.
Nel 1521 o forse all'inizio del 1522 Anna tornò a casa, essendo incombente la guerra tra Francia e Inghilterra. Non si sa di preciso quando gli sguardi di Enrico e Anna si incrociarono. Il re, già sposato con Caterina d'Aragona, era inizialmente attratto dalla sorella Mary, tornata a corte prima di Anna. Era diventata la concubina reale all'inizio del 1520 e il padre venne elevato al rango di visconte di Rochford come dono del re a Mary. In seguito Mary avrebbe dovuto lasciare la corte per un matrimonio insignificante e con un figlio illegittimo del re come ricompensa. Anna fece tesoro dell'esempio di sua sorella.
Anna trascorse il suo primo anno a corte ai servizi della prima moglie di Enrico VIII, Caterina di Aragona. Divenne subito popolare tra i ragazzi. Non era considerata una gran bellezza, dote riservata a sua sorella (alla quale tuttavia non se ne riconoscevano altre). Alcuni cronisti la descrissero come una donna ordinaria, giallognola, e con due vistosi difetti: un grosso neo sul lato del collo e un sesto dito alla mano sinistra. Lodavano altresì il suo stile, il suo spirito e il fascino; le qualità fisiche più ragguardevoli erano i grandi occhi scuri e i lunghi capelli neri.
L'attrazione del re era dovuta principalmente alla sua dialettica, al suo sarcasmo e alla sua indisponibilità spesso rimarcata. Giorno dopo giorno il Re bravama sempre più ciò che non riusciva ad ottenere, cosa che non gli capitava molto spesso. Inoltre Anna era seriamente innamorata di Henry Percy, figlio ed erede del conte di Northumberland; a corte si vociferava di un fidanzamento e di una dichiarazione d'amore. Il re ordinò al primo ministro, il Cardinale Thomas Wolsey, di chiudere la questione. Wolsey lo fece, assicurandosi che Percy sposasse la figlia del conte di Shrewsbury, odiata da Anna. La gelosia e l'odio per la contessa fecero scattare nella Bolena un pensiero: se non posso essere la moglie di un conte, perché non provare ad essere la moglie del re?
Tuttavia Anna continuava a eludere la compagnia di Enrico, e a mantenere un comportamento cupo e sfuggente; Enrico allora la allontanò da corte. Sperava che qualche mese in campagna le facesse cambiare idea sul suo corteggiamento. Non funzionò. Anna stava giocando le sue carte con spietata lucidità. Qualche anno più tardi, dopo il suo arresto, Enrico ebbe a dire che era stato "stregato" da lei, e il termine utilizzato non era poca cosa nel sedicesimo secolo. Ma forse era solo il contrasto tra la sua vivacità e la solennità di Caterina, oppure il re aveva scambiato l'inesplicabile ardore dell'amore per qualcosa di più inquietante, quando l'amore svanì.
Non si può spiegare il mistero dell'attrazione tra due persone. Né tantomeno come Anna abbia potuto, nonostante i tanti ostacoli e la presenza costante di malevoli chiacchere di corte, catturare e mantenere l'attenzione del re per così tanto tempo. Enrico era testardo e petulante, ma per parecchi anni rimase fedele ai suoi sentimenti per Anna e al desiderio di ottenere un erede maschio.
Non si possono scindere il desiderio di un figlio, anzi la sua reale necessità, dal desiderio di avere Anna. I due interessi combaciarono nel 1527. Enrico venne a conoscenza dell'invalidità del matrimonio con Caterina. Era dunque possibile annullarlo e assicurarsi la mano di Anna e il tanto desiderato erede.
Il cardinal Wolsey da tempo lavorava per un'alleanza anglo-francese, perciò non vedeva di buon occhio la spagnola Caterina di Aragona. L'annullamento del matrimonio con lei apriva le porte a un'unione con una principessa francese, o perlomeno con una grande signora della corte inglese. A Wolsey non piaceva Anna, e lei lo disprezzava per averle allontanato Percy. Fece tutto il possibile per tramare contro il cancelliere, alleandosi con l'ambizioso protetto di Wolsey, Thomas Cromwell.
Ma non fu solo Anna a causare la caduta in disgrazia di Wolsey, sebbene le venne addossata tutta la colpa. In effetti, divenne il capro espiatorio di qualsiasi decisione impopolare del re. Tuttavia è utile ricordare che nessuno, né Wolsey, o Cromwell, o tantomeno Anna Bolena, manipolò mai Enrico VIII, o lo costrinse a fare qualcosa che lui non volle. Era un re che conosceva profondamente e amava la sua posizione.
Per il popolo era più facile odiare Anna che il proprio re. Venne criticata e condannata in tutta Europa per l'imbarazzo suscitato dal desiderio del re di annullare il suo matrimonio. Non era popolare nemmeno a corte. La sua situazione equivoca e la sua personalità così esuberante offendeva molti, quando al contrario la solenne pietà di Caterina aveva permeato la corte d'Inghilterra per trent'anni. Aveva anche numerosi estimatori, tuttavia non inclini ad affrontare la più che nota ira del re. Solo l'affetto del re la sosteneva, e non è improbabile che persino lei fosse sorpresa da tanta fedeltà.
Intanto la lotta per l'annullamento procedeva, mentre il papa tentava di mediare tra Enrico e il nipote di Caterina, l'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V. La posizione a corte di Anna diventava via via più importante: mangiava da sola col re, riceveva regali costosi; cominciò a vestirsi con abiti sontuosi e alla moda, il re le pagava i debiti di gioco dato che Anna, come tanti altri a corte, amava i dadi e le carte.
Inizialmente tutto ciò accadeva lontano dai riflettori, ché Enrico non aveva alcun'intenzione di pregiudicare la decisione del papa sbandierando il suo nuovo amore. Ma i mesi passavano, e le voci correvano. Enrico si rese conto che non aveva più alcun senso nascondere la verità. Nel 1530 Anna venne apertamente onorata dal re a corte; aveva la precedenza su tutte le altre signore di corte, e presenziava ai banchetti e alle battute di caccia mentre Caterina veniva sostanzialmente ignorata. Nonostante ciò la finzione del primo matrimonio veniva mantenuta: Caterina continuava personalmente a riparare le sue camicie e ad inviargli doni e messaggi; ma la situazione era ormai insostenibile e Anna non poteva più sopportarla. Per placarla Enrico la nominò marchesa di Penbroke il 4 settembre 1532 al castello di Windsor; lei indossava un bellissimo abito rosso e portava i suoi lunghi capelli sciolti. Elevata dunque al rango di nobildonna, adesso aveva potere e terre personali. Ciononostante durante un viaggio di stato in Francia nel quale aveva accompagnato Enrico, le dame della corte francese si rifiutarono di incontrarla.
Si ritiene che l'elevazione alla nobiltà sia dovuta al matrimonio segreto e all'aver consumato fisicamente la loro relazione. La prova indiziaria è la nascita l'anno successivo di Elisabetta, futura regina di Inghilterra.
Il re aveva finalmente i suoi più profondi desideri a portata di mano. Anna era incinta del suo figlio a lungo atteso, ed era necessario legittimarlo. Non poteva più aspettare il papa. Enrico perciò rifiutò l'autorità della Santa Sede e fece annullare il suo matrimonio con Caterina da Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury. Infine Anna ed Enrico si sposarono nel gennaio del 1533 con una modesta cerimonia.
L'incoronazione di Anna fu una cosa sontuosa senza che si badasse a spese, ma i londinesi non ne rimasero impressionati. Gridarono al loro passaggio HA HA HA leggendo come una sorta di risata beffarda le iniziali di Enrico e Anna. Il re le chiese se le era piaciuta la città, ed Anna rispose: "Mio signore, ho apprezzato molto la città, ma ho visto tanti cappelli sulle teste ed udito poche lingue".
Anna tentò di godere del suo trionfo più che poté. Ordinò nuove livree blu e porpora per i servi, e sostituì lo stemma del melograno di Caterina col suo simbolo del falco. Scelse come motto "il più felice possibile" in netto contrasto con il precedente "umile e leale". La madre di Enrico, Elisabetta, aveva scelto per lei "umile e riverente", ma l'umiltà non era decisamente una caratteristica di Anna Bolena.
Fu pia e devota, sebbene non in modo rigido e inflessibile come Caterina. Le simpatie di Anna si rivolgevano al pensiero progressista che andava sfidando l'ortodossia cattolica. Enrico, avendo rifiutato il papato e creato una nuova Chiesa di Inghilterra, diede inizio alla Riforma anglicana. Non fu un atto rivoluzionario come il movimento di Lutero in Germania; rimase in effetti un devoto cattolico, limitandosi a negare ciò che definiva l'illegittima autorità del papato. Anna sapeva che il suo matrimonio e i figli futuri non sarebbero stati mai considerati legittimi dall'Europa Cattolica, ma doveva stare dalla parte della nuova chiesa per assicurarsi di rimanere la preferita del re.
La sua natura era ammaliata dalla nuova enfasi con cui si dibatteva su ogni singolo elemento teologico. Era sempre curiosa e aperta alle nuove idee; non accettava mai nulla ciecamente. Come regina divenne buona amica di Thomas Cranmer e finanziò parecchi libri di religione. Non aveva nulla del profondo pragmatismo di sua figlia Elisabetta; la fede religiosa era una parte importante della sua vita, come di qualsiasi persona del sedicesimo secolo.
Sua figlia nacque il 7 settembre del 1533. I medici e gli astrologi si erano sbagliati: non era un principe. Ma la nascita della bimba in salute non fu una terribile delusione, né la causa della caduta in disgrazia della madre. La nascita fu facile e veloce. La regina si riprese in fretta. Enrico non aveva dubbi nel ritenere che sarebbero presto arrivati principi robusti. Furono i due successivi aborti a farlo dubitare della validità del suo secondo matrimonio.
Il battesimo di Elisabetta fu una grande cerimonia. Enrico la dichiarò sua erede, dandole dunque la precedenza sulla sorellastra di 17 anni Mary.
Enrico scrisse a Mary chiedendole di rinunciare al titolo di Principessa del Galles, che appartiene da sempre all'erede. Le chiese inoltre di avallare la validità del suo matrimonio e la legittimità della sua sorellastra. Mary, ostinata come la madre, rifiutò. Mosso dall'ira, Enrico scacciò Mary da casa sua, il maniero Beaulieu, per darlo a George, fratello di Anna. La costrinse ad andare presso la casa di Elisabetta sotto il controllo di Lady Anne Shelton, una zia di Anna. Quando le fu chiesto di portare rispetto alla Principessa bambina, rispose che non conosceva altra principessa di Inghilterra che se stessa, scoppiando in lacrime.
Enrico si infuriò e Anna incoraggiò la sua furia: lo status di sua figlia dipendeva dalla disgrazia di Mary. Nei due anni e mezzo in cui visse dopo la nascita di Elisabetta, Anna si dimostrò una madre devota.
Il conflitto con Mary occupava buona parte dei pensieri di Anna ed Enrico. Nel gennaio 1534 il nuovo primo ministro del re, Thomas Cromwell, andò da Mary per indurla a rinunciare al suo titolo e avvisarla di quanto fosse pericoloso per lei stessa il suo comportamento. Lei rispose che voleva solo la benedizione di suo padre e l'onore di baciargli la mano. Mary, e il popolo con lei, riteneva Anna la causa del distacco di Enrico dalla sua prima figlia. In verità era quasi completamente un'idea di Enrico, come fu provato dopo l'esecuzione di Anna. Alla fine Mary, sotto minaccia di morte, scrisse la lettera che Enrico aveva a lungo desiderato.
I coniugi tentarono di riappacificarsi con Mary; durante una visita a Hatfield dove viveva, Anna organizzò un incontro e la invitò a corte a "visitarla come la Regina". Mary rispose con un insulto crudele, dicendole "io non conosco alcuna regina in Inghilterra eccetto mia madre. Ma se voi, in qualità di favorita del re, voleste intercedere per me con lui, ve ne sarei grata". Anna non perse la calma, le fece notare l'assurdità della sua richiesta e ripeté la propria offerta. Mary rifiutò ancora ed Anna se ne andò infuriata. Da allora non tentò più di guadagnarsi la sua amicizia.
Il problema con Mary evidenziò l'insostenibile posizione che Anna ed Elisabetta avevano a corte. Molti non sapevano chi chiamare Principessa, chi fosse il legittimo erede e chi la legittima sposa. Caterina era ancora viva, e chiamava ancora se stessa Regina e Mary, incoraggiata dall'ambasciatore imperiale Eustace Chapuys, chiamava ancora se stessa Principessa. Inoltre Chapuys, che disprezzava apertamente Anna, disse a Mary che Anna stava pianificando il suo omicidio. Era una terribile bugia che tuttavia Mary, nel suo stato isterico, era incline a credere. Quando venne a sapere che lei e la corte di Elisabetta lasciavano Hatfield per un altra residenza, si rifiutò di andare, credendo che fosse il pretesto per ucciderla. Le guardie dovettero di fatto catturarla e trascinarla nella carrozza, gettandola ancor più nella disperazione.
Nel frattempo Elisabetta era troppo piccola per notare questi avvenimenti, tuttavia gli eventi aiutarono a cementare l'odio di Mary verso la sua sorellastra. I suoi amici spagnoli spargevano pettegolezzi su Anna ed Elisabetta, sostenendo che la bimba fosse fisicamente deforme e mostruosa all'aspetto. Per dimostrare la falsità di queste accuse, nell'aprile 1534 Enrico mostrò la bimba nuda a parecchi ambasciatori stranieri. Nello stesso mese Anna annunciò di essere nuovamente incinta. Nulla poteva dare maggior piacere al re. Egli doveva incontrare Francesco I di Francia a giugno a Calais per firmare un trattato di pace, ma decise di non partecipare, scrivendogli che Caterina e Mary, colme di rancore verso la sua amata Regina Anna, potrebbero approfittare della sua assenza per mettere in pratica azioni pericolose verso di lei e il nascituro.
Tuttavia le sue attenzioni verso Anna non aiutarono la sua salute. In settembre abortì un feto di sei mesi; era abbastanza formato da mostrare di essere un maschio, per il grande disappunto di Enrico. Anna era arrabbiata anche perché lui aveva avuto una relazione quell'estate. Lo rimproverò, e il re rispose "dovresti essere felice per quello che ho fatto per te, e che non rifarei se dovessi cominciare ora. Ricordati da dove sei venuta". Il litigio fu furioso ed udito da molti servitori. Ma fu una lite passeggera: Enrico si era già stancato di quella nuova cortigiana e pochi giorni dopo Chapuys scriveva tristemente a Carlo V che Enrico era ancora innamorato di Anna. Ma altri segnali indicavano che gli eventi volgevano al peggio.
Enrico sperava di cementare la relazione con Francesco I facendo fidanzare Elisabetta con il figlio di lui, il Duca di Angouleme. Ma dopo il secondo aborto di Anna, il re francese era contrario a questo fidanzamento. Ai suoi occhi era evidente che la posizione di Anna si stava indebolendo; dopo tutto, Enrico aveva abbandonato una moglie perché non gli aveva dato figli maschi: avrebbe fatto lo stesso con Anna? E se sì, sarebbe stato un bene il matrimonio con Elisabetta? Naturalmente il re francese aveva tutto l'interesse a promuovere Anna poiché Caterina di Aragona e sua figlia erano pedine di Carlo V. Tuttavia rimaneva dubbioso sulla precarietà della posizione di Anna, e ciò ferì ulteriormente la regina provocandole un maggiore cedimento fisico e mentale.
Enrico non fu mai l'adultero incallito con cui lo si dipinse. Al contrario, era incredibilmente convenzionale nei suoi appetiti sessuali. Ogni flirt avveniva alla luce del sole e durante il lungo matrimonio con Caterina non vi furono che un pugno di concubine. Amava circondarsi di belle donne, flirtare e giocare con loro, ma raramente ciò evolveva in una relaziona carnale.
Per Anna però ogni corteggiamento la devastava, specialmente se seguiva a breve un suo aborto.
In seguito vi fu uno scandalo, che portò ulteriore danno alla sua reputazione; sua sorella Mary, che come sappiamo era stata una concubina di Enrico anni prima, sposò Sir William Stafford senza il permesso della sua famiglia e del re. Stafford era povero, e l'ira del padre di Mary lo portò a tagliarle i fondi. Si rivolse allora ad Anna e al re, senza ottenere aiuto.
Gli amici di Anna diminuivano; nel frattempo Enrico aveva cominciato a flirtare apertamente con un'altra donna. Stavolta era la cugina di Anna, Madge Shelton. Anna aveva ancora una buona influenza sul marito, ma sapeva che l'unico modo per renderla permanente era di dargli un figlio maschio. Enrico non avrebbe mai ripudiato la madre del suo erede così a lungo atteso. I nemici di lei sarebbero stati annientati una volta per tutte.
Intanto la salute di Enrico cominciò a peggiorare, e comparvero i primi segnali della malattia che poi lo porterà alla morte (trombosi femorale). Aveva spesso forti emicranie, e impotenza. Era un quarantenne sempre più obeso, il che non aiutava la sua virilità. Ma gli aborti di Anna lo portarono ad incolpare lei per il mancato concepimento o il non portare a termine la gravidanza.
Thomas Cromwell, uomo brillante e influente, decise di tenersi aperte tutte le opzioni: andò a visitare Mary e le promise supporto al suo reinsediamento. La perdita di colui che un tempo era un suo grande alleato ed ora un fidato consigliere del re spaventò molto Anna; tuttavia le si prospettò una nuova opportunità: nel giugno del 1535 rimase incinta di nuovo. Ma nel gennaio del 36 perse anche quel bambino. Si dice che abbia detto "ho abortito il mio salvatore".
La sua fine giunse rapida. Enrico da sempre pretendeva da tutti lealtà, ma non disdegnava di complottare contro i suoi nemici. Anna subì lo stesso fato di Caterina. Lei sapeva che lui era insoddisfatto di lei, e che pur mantenendo inalterato il suo atteggiamento, stava in realtà cercando il miglior modo per distruggerla. Caterina di Aragona morì in gennaio, pochi giorni prima dell'aborto di Anna. Questi eventi, presi insieme, convinsero Enrico ad agire. Con Caterina in vita quasi tutta l'Europa (e buona parte degli inglesi), considerava lei la legittima regina, e non Anna. Ora si era liberato di Caterina; se si fosse liberato anche di Anna avrebbe potuto sposarsi ancora, senza lo spettro della bigamia.
La decisione di Enrico di annientare completamente Anna fu spietata. La fece arrestare con l'accusa di adulterio, stregoneria ed incesto, accuse ridicole persino per i nemici di lei. Fece arrestare anche George, suo fratello. L'odiata moglie, Jane Rochford, testimoniò che li vide unirsi carnalmente in modo incestuoso. Tutti ritennero le sue accuse non attendibili, ma Enrico VIII la voleva condannata e uccisa. Fece uccidere George e tre suoi amici. Un quarto amico, sotto tortura, confessò le accuse: tanto bastava per condannarli tutti.
Essendo regina di Inghilterra, Anna fu processata dai Pari. L'accusa principale era adulterio, che per una regina era anche alto tradimento. Nessun membro della nobiltà le venne in aiuto; il suo vile zio Norfolk pronunciò la sentenza di morte. Il povero Henry Percy, il suo primo amore, svenne durante il processo e fu necessario portarlo fuori dall'aula. Come concessione per la sua posizione, non fu decapitata con un'ascia. Fu chiamato dalla Francia un abile spadaccino, assicurandole che avrebbe provato poco dolore. Ella rispose, con il suo tipico spirito: "ho sentito che il boia è molto bravo, e io ho un collo tanto sottile".
Andò incontro alla sua fine con coraggio. Fu portata al patibolo alle 8 del mattino del 19 maggio 1536, per quello che fu uno spettacolo mai avvenuto prima, la pubblica esecuzione di una regina di Inghilterra. Scelse le sue ultime parole con cura: "popolo di buoni cristiani, sono qui giunta a morire, secondo la legge, perché per la legge sono stata condannata a morte, e dunque non dirò nulla contro di essa. Sono qui giunta senza accusare nessuno, né a parlar male di alcuno, e tuttavia sono stata accusata e condannata a morte; ma prego Dio che salvi il re e gli dia un lungo regno su di voi, poiché non esiste un principe più gentile e misericordioso di lui. Ed egli è stato per me un signore e sovrano buono e gentile. E se qualcuno volesse interessarsi alla mia causa, gli chiedo di giudicarmi in modo onesto. In questo modo mi congedo dal mondo e da tutti voi, desiderando dal profondo del cuore che preghiate per me. O Signore abbi pietà di me, a Dio affido la mia anima".
Poi venne bendata e fu fatta inginocchiare sul ceppo. Ripeté varie volte "a Gesù Cristo affido la mia anima; Signore Gesù ricevi la mia anima".
Il re sposò Jane Seymour 10 giorni dopo l'esecuzione.
Elisabetta aveva solo tre anni e mezzo quando sua madre morì. Tuttavia era una bambina precoce: quando la governante la visitò pochi giorni dopo l'esecuzione, Elisabetta le chiese: "come mai ieri mi chiamavi Signora principessa, e oggi mi chiami Signora Elisabetta?".
Anna fu sepolta in una vecchia cassa, poiché non era stata prevista una bara. La cassa era troppo corta, pertanto la testa le fu appoggiata al fianco. I resti furono portati a San Pietro in Vincula, la chiesa della Torre di Londra, dove furono qualche anno dopo raggiunti da quelli di sua cugina, e quinta moglie di Enrico, Catherine Howard.
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martedì 19 maggio 2026
lunedì 18 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Nitto Santapaola è morto nel carcere di Opera, presso Milano, il 2 marzo 2026, senza mai lasciare il regime del 41bis. In seguito alla cremazione, è stato tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania.
domenica 17 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1902 l'archeologo Spyridon Stais, esaminando i reperti recuperati dal relitto di un'enorme nave affondata nell'87 a.C., e ritrovata presso l'isola greca di Anticitera nel 1900, notò che un blocco di pietra presentava un ingranaggio inglobato all'interno. Con un più approfondito esame si scoprì che quella che era sembrata inizialmente una pietra era in realtà un meccanismo di cui erano sopravvissute tre parti principali e decine di frammenti minori.
I frammenti, costituiti di rame e bronzo erano fortemente corrosi; ciononostante si riuscì a ricomporli e, in parte, a interpretare le iscrizioni ivi incise. Queste indagini permisero di appurare che essi facevano parte di un congegno a orologeria che riproduceva, tramite complicati meccanismi, il moto dei pianeti attorno al Sole e anche le fasi della Luna. Attualmente si ritiene che il Calcolatore di Anticitera (o Antikythera) fosse un preciso calcolatore astronomico, costruito per "monitorare" i rapporti ciclici tra il sole, le stelle ed i pianeti. Poteva servire sia come strumento per la navigazione sia come strumento per indagini astronomiche.
La macchina era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in bronzo e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2.000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato (il testo completo dell'iscrizione non è ancora stato pubblicato).
Il meccanismo è attualmente conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene, assieme alla sua ricostruzione.
Ad un primo esame delle caratteristiche del Calcolatore di Antikythera si poteva pensare ad una macchina "fuori dal tempo": gli archeologi concordavano nell'affermare che in quel tempo non era possibile produrre apparecchiature di tale complessità cinematica. Del resto si è dovuto aspettare oltre 19 secoli per realizzare un primo esempio di rotismo epicicloidale o differenziale, presente invece nel rotismo principale del Calcolatore di Antikythera.
L’invenzione del rotismo differenziale è stata ufficialmente attribuita all'orologiaio francese Onésiphore Pécqueur (1792-1852), che lo brevettò nel 1828. Per il calcolo analitico, invece, ci si avvale della formula di Robert Willis, enunciata nel 1841 nel suo libro Principles of Mechanism.
Dopo il “Calcolatore di Antikythera”, i rotismi epicicloidali o differenziali sono stati applicati in epoca moderna per la prima volta, circa un secolo fa, nel differenziale delle automobili. Il differenziale, ora quasi universalmente adottato su tutti gli autoveicoli, consente di variare la velocità angolare delle ruote motrici in curva, evitando che si verifichi strisciamento tra le ruote stesse e il terreno. I rotismi epicicloidali sono utilizzati attualmente anche nei cambi automatici automobilistici e ferroviari e nei riduttori delle eliche degli elicotteri. Oltre quanto appena detto, per secoli non c’è stata traccia di meccanismi epicicloidali.
La complessità cinematica dell'apparato inoltre faceva pensare, erroneamente, a un moderno strumento a orologeria affondato con la nave; ma non era possibile ipotizzare due affondamenti separati che, casualmente, avessero posto questi due oggetti così differenti l'uno vicino all'altro, perché le iscrizioni datavano inesorabilmente anche il meccanismo allo stesso periodo, ovvero la prima metà del I secolo a.C. La nave, infatti, è di epoca romana e certamente non poteva avere a bordo un congegno moderno.
Tuttavia, la forma dei denti era piuttosto semplice in quanto erano a forma triangolare mentre il profilo dei denti degli attuali ingranaggi è ad evolvente di cerchio per evitare interferenze o giochi fra le ruote ingranate.
Il Calcolatore di Antikythera ha destato reazioni contrastanti tra i ricercatori e gli scienziati sia per la presenza di soluzioni tecniche d’avanguardia, ma anche perché è possibile supporre che gli antichi Greci o Romani non avessero sufficienti nozioni di Astronomia per poter descrivere i moti dei pianeti attorno al Sole, piuttosto che attorno alla Terra. C'è, infatti, chi sosteneva che tale livello di raffinatezza e precisione non è compatibile con le conoscenze di allora del mondo ellenistico; al contrario c'è invece chi sostiene che è possibile - se non addirittura certo - che i Greci avessero tali conoscenze. Spesso ci si dimentica, infatti, che la civiltà greca in quel periodo non era quella del periodo classico o di Pericle, comunemente immaginata, in cui primeggiavano le scuole artistiche, umanistiche e filosofiche. Dopo le conquiste di Alessandro Magno, che aveva fuso insieme le più antiche civiltà orientali con quella greca, quest’ultima si era evoluta nella ben diversa civiltà ellenistica in cui le nozioni scientifiche erano estremamente sviluppate. In particolare lo erano molto più di quelle dei Romani, che riuscirono a prevalere sul piano militare e del diritto civile ma non in campo scientifico. Trae quindi in inganno immaginare il periodo antico come una continua crescita in tutti i campi: sembra ormai accertato che il contributo specifico di Roma alla scienza greca alessandrina è stato pressoché nullo, determinando così una complessiva decadenza della cultura scientifica per molti secoli successivi.
Per quel che riguarda il moto dei pianeti attorno al Sole, basti ricordare che già con Aristarco di Samo, nel III secolo a.C., venne sviluppata una teoria eliocentrica, e che, a quanto sembra, anche altri scienziati come Archimede avevano ben capito il relativo modello teorico.
Lo scopritore vero e proprio di questo prezioso reperto fu Valerios Staïs, archeologo del Museo Nazionale di Atene, che catalogando i reperti provenienti dal veliero sommerso, fu incuriosito da ciò che - a prima vista - gli sembrò un orologio. Su alcuni lati di questo blocco di bronzo era possibile notare delle iscrizioni che parlavano di avvenimenti astronomici risalenti all'anno 77 a.C.
Ciò che oggi si conosce riguardo a questo Calcolatore si deve, invece, all'archeologo e ricercatore Derek John De Solla Price (1922-1983), professore di Storia della scienza presso la Yale University (Connecticut - USA), che nel 1951 cominciò a studiare il meccanismo e dopo circa 20 anni di ricerche riuscì a capire come funzionava. .
Il lavoro di Derek J. De Solla Price, può essere riassunto in tre fasi principali. Nel corso della prima fase, egli si dedicò al restauro del congegno, ripulendolo dalle incrostazioni e cercando di sanare le evidenti corrosioni.
La seconda fase fu quella dedicata alla traduzione e decifrazione delle iscrizioni. Questa fase fu molto proficua perché svelò, al di là di ogni dubbio, la funzione astronomica del Calcolatore. Nelle iscrizioni ritrovate e tradotte, il Sole è nominato parecchie volte, Venere almeno una volta ed è nominata l'eclittica. Un'iscrizione interessante fu quella che riportava "76 anni, 19 anni", un chiaro riferimento - secondo gli astronomi - a cicli astronomici di grande importanza (callippico e metonico). La riga sottostante a questa appena menzionata, riporta il numero 223, che con elevata probabilità si riferisce al ciclo delle eclissi, costituito - appunto - da 223 mesi lunari.
La terza fase fu impiegata per cercare di svelare il funzionamento e - quindi - la meccanica dello strano reperto. Con l'ausilio dei raggi X e gamma, in grado di penetrare il blocco calcareo in cui gli ingranaggi sono stati incastonati, Derek De Solla Price riuscì ad ottenere fotografie interne dell'oggetto svelandone particolari importanti.
Secondo Derek De Solla Price, l'intero congegno era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità. Più piccolo di una scatola di scarpe. All'interno di questa scatola erano alloggiati almeno 30 ingranaggi di bronzo. Forse è stato realizzato a Rodi dall’astronomo Gemino o dal suo maestro Posidonio (135-51 a.C.).
Si trattava di un complesso planetario, mosso da vari ingranaggi, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei 5 pianeti allora conosciuti e visibili ad occhio nudo, gli equinozi, i mesi e i giorni della settimana. La funzione di alcuni quadranti non è stata ancora ben chiarita. Per farlo funzionare bastava girare una piccola manovella posta lateralmente alla scatola.
Il rotismo principale è costituito da oltre una ventina di ruote dentate che, secondo altri studiosi, hanno la funzione di riprodurre il rapporto fisso 254:19 necessario per ricostruire il moto siderale della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). Tale rotismo, chiamato differenziale, permette di produrre una rotazione di velocità pari alla differenza, o alla somma, di due rotazioni date.
Tutto il meccanismo, costruito attorno ad un asse centrale, azionava un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle - probabili - lancette a diverse velocità intorno ad una serie di quadranti.
Il Calcolatore di Antikythera, contenuto in una scatola di legno costituente il telaio, presenta tre quadranti: uno sulla facciata anteriore e due sulla facciata posteriore. Di questi quadranti ben poco ci è dato sapere per via della corrosione. L'unico quadrante che resta comprensibile è quello anteriore definito: "l'unico grande esemplare noto di uno strumento graduato dell'antichità"; esso mostra in modo inequivocabile il moto del sole e della luna rispetto alle costellazioni dello zodiaco ed il sorgere ed il tramontare di stelle o di costellazioni importanti.
Gli altri due quadranti, sul lato opposto, - più complessi ma meno leggibili - riguardavano forse la Luna o i moti degli altri pianeti.
Sulla facciata posteriore un quadrante riporta la durata del mese sinodico e dell'anno lunare mentre dell'altro, posto proprio in corrispondenza della zona da ricostruire, non si sa praticamente nulla. I resti relativi a questa zona sono talmente scarsi da non consentire di ricostruire con esattezza le indicazioni astronomiche in essa contenute; ciò nondimeno, analizzando astrolabi realizzati nello stesso periodo e tenendo conto delle conoscenze astronomiche proprie dei popoli occupanti le zone limitrofe a quelle del ritrovamento, si può ragionevolmente supporre che nel quadrante in questione siano racchiuse informazioni relative al moto di Venere, Marte, Giove e Saturno rispetto alla Terra, oppure relative al periodo di 18 anni e 11 giorni (223 lunazioni) proprio del ciclo delle eclissi.
Possono essere plausibili entrambe le ipotesi, ma resta un dubbio riguardo alla interessantissima ruota differenziale che presenta due dentature, una a 192 denti e l'altra a 225 denti.
Nella parte di meccanismo finora chiarito è utilizzata solo la ruota di 192 denti, ma è inverosimile che la ruota da 225 denti non fosse utilizzata. Secondo alcune ipotesi, sembra che tutto il meccanismo, azionato dalla manovella, avesse il suo motore centrale nella ruota di 225 denti. La manovella aziona una ruota da 45 denti e, poiché 225/45=5, bisogna far fare a questa ruota 5 giri affinché la grande ruota da 225 denti ne faccia uno completo. Se a questo punto si vuole supporre che il quadrante relativo a questa manovella rappresentasse i giorni (è verosimile infatti ipotizzare uno spostamento giornaliero di tale manovella per verificare la situazione astronomica in tempo reale), è ragionevole pensarlo diviso in 73 parti, poiché 73 parti x 5 giri danno un totale di 365 posizioni, cioè 365 giorni.
Le analisi condotte da Derek De Solla Price hanno permesso di capire il funzionamento della maggior parte degli ingranaggi interni del Calcolatore di Antikythera, ma il problema che ci si pone adesso è quello di ricostruire le ipotesi sui frammenti mancanti. Lo studioso si è dovuto arrendere innanzi alla totale mancanza di riferimenti circa una piccola porzione interna del meccanismo. Un'altra serie di studi e raffronti è necessaria per chiarire il funzionamento di tutto il Calcolatore di Antikythera.
Nessun oggetto, sia pur vagamente somigliante al Calcolatore di Antikythera, è mai stato rinvenuto altrove e niente di simile ci è mai stato descritto nei testi scientifici. Probabilmente questo reperto è una delle poche testimonianze di un vasto campo di conoscenze per noi ormai andate perdute per sempre.
Anche se le attuali conoscenze sono ancora incomplete, il calcolatore di Antikythera è da considerare il primo regolo calcolatore della storia. La sua logica di funzionamento, infatti, è quella di un calcolatore analogico matematico.
L’aspetto rilevante del Calcolatore di Antikythera è l’idea che sta alla base del meccanismo, comunque realizzato poco "tecnologicamente”, che attesta l’elevato livello del “pensiero scientifico” raggiunto dalla cultura ellenistica.
Per concepire un oggetto come Antikythera, in cui occorrono complessi calcoli matematici e una conoscenza dettagliata di astronomia, bisognava essere un esperto di matematica e di ingegneria: un genio, avanti di secoli rispetto al suo tempo, se non addirittura di millenni.
A destare stupore, non è tanto la tecnologia con cui è stato costruito, che è molto bassa rispetto a quella attuale e comunque insufficiente per un meccanismo così complesso cinematicamente, quanto piuttosto l’elevato livello di conoscenze scientifiche, da quelle astronomiche a quelle matematiche, che Antikythera presuppone.
La sua scoperta ci porta a riflettere e a rivedere non poco le attuali scarse conoscenze scientifiche attribuite al mondo ellenistico. Ma cosa diversa è la sua realizzazione.
Quanto detto anche al fine di fare chiarezza su una dicotomia che spesso non viene riconosciuta come tale tra “cultura tecnologica”, che certamente il mondo ellenistico possedeva in misura molto limitata e che invece troppo spesso, studiosi anche autorevoli, continuano ad attribuirgli, e “cultura scientifica” che, invece, aveva raggiunto in Grecia un livello molto elevato già prima dell’avvento di Cristo. Pensare che “duemila anni fa c’era un mondo tecnologicamente più avanzato di quanto mai avessimo osato pensare” è pura fantasia.
Il Calcolatore di Antikythera è l’unico planetario giunto fino a noi, ma la letteratura latina cita un altro planetario ben più antico, costruito da Archimede nel III secolo a.C., anch’esso presumibilmente con meccanismi ad ingranaggi.
Cicerone (106-43 a.C., contemporaneo all’affondamento del Calcolatore di Antikythera) riferisce che, dopo la conquista di Siracusa nel 212 a.C., il console romano Marcello aveva portato a Roma un globo celeste e un planetario costruiti da Archimede (287-212 a.C.).
Questo planetario è menzionato anche da Ovidio (I sec. a.C.) nei Fasti, da Lattanzio (IV sec. d.C.) nelle Divinae institutiones e in un epigramma di Claudiano (IV sec. d.C.) intitolato In sphaeram Archimedis. In particolare, Claudiano aggiunge che lo strumento era racchiuso in una sfera stellata di vetro. Purtroppo non è rimasta alcuna descrizione dettagliata dei meccanismi che animavano il planetario in quanto l’opera di Archimede Sulla costruzione della Sfera, in cui descriveva i principi seguiti nella costruzione, è andata perduta. Tali citazioni letterarie comunque provano che la costruzione di questi meccanismi è stata molto diffusa per alcuni secoli.
Con la scoperta del Calcolatore di Antikythera e con le conoscenze scientifiche che esso presuppone, non è da escludere che gli studi del sistema planetario eliocentrico fossero molto più fondati di quanto storicamente sia emerso finora.
Il sistema planetario eliocentrico, proposto in epoca moderna da Niccolò Copernico (1473-1543) nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), è stato anticipato nell’antichità da Aristarco di Samo (310 ca.-230 a.C.).
Gli studi di quest’ultimo furono però osteggiati per molti secoli successivi, consentendo l’affermazione della teoria geocentrica di Aristotele (384-322 a.C.) e di Claudio Tolomeo (100 ca.-170 ca. d.C.), che quest’ultimo riporta nel suo Almagesto. Aristarco fu sostenuto solo da pochi scienziati, alcuni suoi contemporanei, come Archimede di Siracusa (287-212 a.C.), che cita la teoria eliocentrica di Aristarco nel suo libro L’Arenario, e da Seleuco di Seleucia (II sec. a.C.).
La maggior parte degli scritti di Aristarco sono andati perduti, e non è possibile sapere quali sono gli elementi da lui addotti in favore della sua teoria.
La conoscenza del moto planetario, necessaria per la progettazione del rotismo epicicloidale presente nel Calcolatore di Antikythera potrebbe essere stato, invece, uno dei motivi che ha indotto Aristarco e uno sparuto numero di scienziati ellenistici a sostenere la teoria eliocentrica. Può darsi che il rotismo epicicloidale possa essere stato utilizzato, per la peculiare similitudine cinematica, come modello matematico per il calcolo del moto planetario celeste.
Si presume pertanto che alcune menti sublimi dell’antichità, con le conoscenze delle equazioni dei rotismi epicicloidali che la costruzione del Calcolatore di Antikythera presuppone, fossero in grado di calcolare anche la distanza della Terra dal Sole e di conseguenza le velocità della Terra e della Luna e le loro forze di gravità, conseguendo gli stessi risultati a cui si perviene applicando la legge di Newton.
Infatti, così come è stato numericamente dimostrato, i valori delle velocità e delle forze gravitazionali calcolate con entrambi gli algoritmi convergono agli stessi risultati, e lo scarto è assolutamente trascurabile. In tal caso, certamente hanno anticipato di 19 secoli anche i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 nella sua pubblicazione Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.
Pertanto la prova dell’utilizzo del modello epicicloidale nella costruzione del Calcolatore di Antikythera e le analogie cinematiche riscontrate, portano a ipotizzare che le idee degli scienziati moderni e contemporanei sull’origine dell’universo debbano essere retrodatate di molti secoli.
Il valore scientifico di questo meccanismo ad ingranaggi è indiscutibile perché, come già detto, l'inventore del Calcolatore di Antikythera potrebbe aver anticipato di 19 secoli i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 (Philosophiae Naturalis Principia Mathematica), ha precorso ed utilizzato la teoria eliocentrica proposta da Niccolò Copernico nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), ed ha anticipato lo studio cinematico dei rotismi epicicloidali pubblicato da Robert Willis nel 1841 (Principles of mechanism).
Il 17 maggio 1902 l'archeologo Spyridon Stais, esaminando i reperti recuperati dal relitto di un'enorme nave affondata nell'87 a.C., e ritrovata presso l'isola greca di Anticitera nel 1900, notò che un blocco di pietra presentava un ingranaggio inglobato all'interno. Con un più approfondito esame si scoprì che quella che era sembrata inizialmente una pietra era in realtà un meccanismo di cui erano sopravvissute tre parti principali e decine di frammenti minori.
I frammenti, costituiti di rame e bronzo erano fortemente corrosi; ciononostante si riuscì a ricomporli e, in parte, a interpretare le iscrizioni ivi incise. Queste indagini permisero di appurare che essi facevano parte di un congegno a orologeria che riproduceva, tramite complicati meccanismi, il moto dei pianeti attorno al Sole e anche le fasi della Luna. Attualmente si ritiene che il Calcolatore di Anticitera (o Antikythera) fosse un preciso calcolatore astronomico, costruito per "monitorare" i rapporti ciclici tra il sole, le stelle ed i pianeti. Poteva servire sia come strumento per la navigazione sia come strumento per indagini astronomiche.
La macchina era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in bronzo e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2.000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato (il testo completo dell'iscrizione non è ancora stato pubblicato).
Il meccanismo è attualmente conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene, assieme alla sua ricostruzione.
Ad un primo esame delle caratteristiche del Calcolatore di Antikythera si poteva pensare ad una macchina "fuori dal tempo": gli archeologi concordavano nell'affermare che in quel tempo non era possibile produrre apparecchiature di tale complessità cinematica. Del resto si è dovuto aspettare oltre 19 secoli per realizzare un primo esempio di rotismo epicicloidale o differenziale, presente invece nel rotismo principale del Calcolatore di Antikythera.
L’invenzione del rotismo differenziale è stata ufficialmente attribuita all'orologiaio francese Onésiphore Pécqueur (1792-1852), che lo brevettò nel 1828. Per il calcolo analitico, invece, ci si avvale della formula di Robert Willis, enunciata nel 1841 nel suo libro Principles of Mechanism.
Dopo il “Calcolatore di Antikythera”, i rotismi epicicloidali o differenziali sono stati applicati in epoca moderna per la prima volta, circa un secolo fa, nel differenziale delle automobili. Il differenziale, ora quasi universalmente adottato su tutti gli autoveicoli, consente di variare la velocità angolare delle ruote motrici in curva, evitando che si verifichi strisciamento tra le ruote stesse e il terreno. I rotismi epicicloidali sono utilizzati attualmente anche nei cambi automatici automobilistici e ferroviari e nei riduttori delle eliche degli elicotteri. Oltre quanto appena detto, per secoli non c’è stata traccia di meccanismi epicicloidali.
La complessità cinematica dell'apparato inoltre faceva pensare, erroneamente, a un moderno strumento a orologeria affondato con la nave; ma non era possibile ipotizzare due affondamenti separati che, casualmente, avessero posto questi due oggetti così differenti l'uno vicino all'altro, perché le iscrizioni datavano inesorabilmente anche il meccanismo allo stesso periodo, ovvero la prima metà del I secolo a.C. La nave, infatti, è di epoca romana e certamente non poteva avere a bordo un congegno moderno.
Tuttavia, la forma dei denti era piuttosto semplice in quanto erano a forma triangolare mentre il profilo dei denti degli attuali ingranaggi è ad evolvente di cerchio per evitare interferenze o giochi fra le ruote ingranate.
Il Calcolatore di Antikythera ha destato reazioni contrastanti tra i ricercatori e gli scienziati sia per la presenza di soluzioni tecniche d’avanguardia, ma anche perché è possibile supporre che gli antichi Greci o Romani non avessero sufficienti nozioni di Astronomia per poter descrivere i moti dei pianeti attorno al Sole, piuttosto che attorno alla Terra. C'è, infatti, chi sosteneva che tale livello di raffinatezza e precisione non è compatibile con le conoscenze di allora del mondo ellenistico; al contrario c'è invece chi sostiene che è possibile - se non addirittura certo - che i Greci avessero tali conoscenze. Spesso ci si dimentica, infatti, che la civiltà greca in quel periodo non era quella del periodo classico o di Pericle, comunemente immaginata, in cui primeggiavano le scuole artistiche, umanistiche e filosofiche. Dopo le conquiste di Alessandro Magno, che aveva fuso insieme le più antiche civiltà orientali con quella greca, quest’ultima si era evoluta nella ben diversa civiltà ellenistica in cui le nozioni scientifiche erano estremamente sviluppate. In particolare lo erano molto più di quelle dei Romani, che riuscirono a prevalere sul piano militare e del diritto civile ma non in campo scientifico. Trae quindi in inganno immaginare il periodo antico come una continua crescita in tutti i campi: sembra ormai accertato che il contributo specifico di Roma alla scienza greca alessandrina è stato pressoché nullo, determinando così una complessiva decadenza della cultura scientifica per molti secoli successivi.
Per quel che riguarda il moto dei pianeti attorno al Sole, basti ricordare che già con Aristarco di Samo, nel III secolo a.C., venne sviluppata una teoria eliocentrica, e che, a quanto sembra, anche altri scienziati come Archimede avevano ben capito il relativo modello teorico.
Lo scopritore vero e proprio di questo prezioso reperto fu Valerios Staïs, archeologo del Museo Nazionale di Atene, che catalogando i reperti provenienti dal veliero sommerso, fu incuriosito da ciò che - a prima vista - gli sembrò un orologio. Su alcuni lati di questo blocco di bronzo era possibile notare delle iscrizioni che parlavano di avvenimenti astronomici risalenti all'anno 77 a.C.
Ciò che oggi si conosce riguardo a questo Calcolatore si deve, invece, all'archeologo e ricercatore Derek John De Solla Price (1922-1983), professore di Storia della scienza presso la Yale University (Connecticut - USA), che nel 1951 cominciò a studiare il meccanismo e dopo circa 20 anni di ricerche riuscì a capire come funzionava. .
Il lavoro di Derek J. De Solla Price, può essere riassunto in tre fasi principali. Nel corso della prima fase, egli si dedicò al restauro del congegno, ripulendolo dalle incrostazioni e cercando di sanare le evidenti corrosioni.
La seconda fase fu quella dedicata alla traduzione e decifrazione delle iscrizioni. Questa fase fu molto proficua perché svelò, al di là di ogni dubbio, la funzione astronomica del Calcolatore. Nelle iscrizioni ritrovate e tradotte, il Sole è nominato parecchie volte, Venere almeno una volta ed è nominata l'eclittica. Un'iscrizione interessante fu quella che riportava "76 anni, 19 anni", un chiaro riferimento - secondo gli astronomi - a cicli astronomici di grande importanza (callippico e metonico). La riga sottostante a questa appena menzionata, riporta il numero 223, che con elevata probabilità si riferisce al ciclo delle eclissi, costituito - appunto - da 223 mesi lunari.
La terza fase fu impiegata per cercare di svelare il funzionamento e - quindi - la meccanica dello strano reperto. Con l'ausilio dei raggi X e gamma, in grado di penetrare il blocco calcareo in cui gli ingranaggi sono stati incastonati, Derek De Solla Price riuscì ad ottenere fotografie interne dell'oggetto svelandone particolari importanti.
Secondo Derek De Solla Price, l'intero congegno era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità. Più piccolo di una scatola di scarpe. All'interno di questa scatola erano alloggiati almeno 30 ingranaggi di bronzo. Forse è stato realizzato a Rodi dall’astronomo Gemino o dal suo maestro Posidonio (135-51 a.C.).
Si trattava di un complesso planetario, mosso da vari ingranaggi, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei 5 pianeti allora conosciuti e visibili ad occhio nudo, gli equinozi, i mesi e i giorni della settimana. La funzione di alcuni quadranti non è stata ancora ben chiarita. Per farlo funzionare bastava girare una piccola manovella posta lateralmente alla scatola.
Il rotismo principale è costituito da oltre una ventina di ruote dentate che, secondo altri studiosi, hanno la funzione di riprodurre il rapporto fisso 254:19 necessario per ricostruire il moto siderale della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). Tale rotismo, chiamato differenziale, permette di produrre una rotazione di velocità pari alla differenza, o alla somma, di due rotazioni date.
Tutto il meccanismo, costruito attorno ad un asse centrale, azionava un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle - probabili - lancette a diverse velocità intorno ad una serie di quadranti.
Il Calcolatore di Antikythera, contenuto in una scatola di legno costituente il telaio, presenta tre quadranti: uno sulla facciata anteriore e due sulla facciata posteriore. Di questi quadranti ben poco ci è dato sapere per via della corrosione. L'unico quadrante che resta comprensibile è quello anteriore definito: "l'unico grande esemplare noto di uno strumento graduato dell'antichità"; esso mostra in modo inequivocabile il moto del sole e della luna rispetto alle costellazioni dello zodiaco ed il sorgere ed il tramontare di stelle o di costellazioni importanti.
Gli altri due quadranti, sul lato opposto, - più complessi ma meno leggibili - riguardavano forse la Luna o i moti degli altri pianeti.
Sulla facciata posteriore un quadrante riporta la durata del mese sinodico e dell'anno lunare mentre dell'altro, posto proprio in corrispondenza della zona da ricostruire, non si sa praticamente nulla. I resti relativi a questa zona sono talmente scarsi da non consentire di ricostruire con esattezza le indicazioni astronomiche in essa contenute; ciò nondimeno, analizzando astrolabi realizzati nello stesso periodo e tenendo conto delle conoscenze astronomiche proprie dei popoli occupanti le zone limitrofe a quelle del ritrovamento, si può ragionevolmente supporre che nel quadrante in questione siano racchiuse informazioni relative al moto di Venere, Marte, Giove e Saturno rispetto alla Terra, oppure relative al periodo di 18 anni e 11 giorni (223 lunazioni) proprio del ciclo delle eclissi.
Possono essere plausibili entrambe le ipotesi, ma resta un dubbio riguardo alla interessantissima ruota differenziale che presenta due dentature, una a 192 denti e l'altra a 225 denti.
Nella parte di meccanismo finora chiarito è utilizzata solo la ruota di 192 denti, ma è inverosimile che la ruota da 225 denti non fosse utilizzata. Secondo alcune ipotesi, sembra che tutto il meccanismo, azionato dalla manovella, avesse il suo motore centrale nella ruota di 225 denti. La manovella aziona una ruota da 45 denti e, poiché 225/45=5, bisogna far fare a questa ruota 5 giri affinché la grande ruota da 225 denti ne faccia uno completo. Se a questo punto si vuole supporre che il quadrante relativo a questa manovella rappresentasse i giorni (è verosimile infatti ipotizzare uno spostamento giornaliero di tale manovella per verificare la situazione astronomica in tempo reale), è ragionevole pensarlo diviso in 73 parti, poiché 73 parti x 5 giri danno un totale di 365 posizioni, cioè 365 giorni.
Le analisi condotte da Derek De Solla Price hanno permesso di capire il funzionamento della maggior parte degli ingranaggi interni del Calcolatore di Antikythera, ma il problema che ci si pone adesso è quello di ricostruire le ipotesi sui frammenti mancanti. Lo studioso si è dovuto arrendere innanzi alla totale mancanza di riferimenti circa una piccola porzione interna del meccanismo. Un'altra serie di studi e raffronti è necessaria per chiarire il funzionamento di tutto il Calcolatore di Antikythera.
Nessun oggetto, sia pur vagamente somigliante al Calcolatore di Antikythera, è mai stato rinvenuto altrove e niente di simile ci è mai stato descritto nei testi scientifici. Probabilmente questo reperto è una delle poche testimonianze di un vasto campo di conoscenze per noi ormai andate perdute per sempre.
Anche se le attuali conoscenze sono ancora incomplete, il calcolatore di Antikythera è da considerare il primo regolo calcolatore della storia. La sua logica di funzionamento, infatti, è quella di un calcolatore analogico matematico.
L’aspetto rilevante del Calcolatore di Antikythera è l’idea che sta alla base del meccanismo, comunque realizzato poco "tecnologicamente”, che attesta l’elevato livello del “pensiero scientifico” raggiunto dalla cultura ellenistica.
Per concepire un oggetto come Antikythera, in cui occorrono complessi calcoli matematici e una conoscenza dettagliata di astronomia, bisognava essere un esperto di matematica e di ingegneria: un genio, avanti di secoli rispetto al suo tempo, se non addirittura di millenni.
A destare stupore, non è tanto la tecnologia con cui è stato costruito, che è molto bassa rispetto a quella attuale e comunque insufficiente per un meccanismo così complesso cinematicamente, quanto piuttosto l’elevato livello di conoscenze scientifiche, da quelle astronomiche a quelle matematiche, che Antikythera presuppone.
La sua scoperta ci porta a riflettere e a rivedere non poco le attuali scarse conoscenze scientifiche attribuite al mondo ellenistico. Ma cosa diversa è la sua realizzazione.
Quanto detto anche al fine di fare chiarezza su una dicotomia che spesso non viene riconosciuta come tale tra “cultura tecnologica”, che certamente il mondo ellenistico possedeva in misura molto limitata e che invece troppo spesso, studiosi anche autorevoli, continuano ad attribuirgli, e “cultura scientifica” che, invece, aveva raggiunto in Grecia un livello molto elevato già prima dell’avvento di Cristo. Pensare che “duemila anni fa c’era un mondo tecnologicamente più avanzato di quanto mai avessimo osato pensare” è pura fantasia.
Il Calcolatore di Antikythera è l’unico planetario giunto fino a noi, ma la letteratura latina cita un altro planetario ben più antico, costruito da Archimede nel III secolo a.C., anch’esso presumibilmente con meccanismi ad ingranaggi.
Cicerone (106-43 a.C., contemporaneo all’affondamento del Calcolatore di Antikythera) riferisce che, dopo la conquista di Siracusa nel 212 a.C., il console romano Marcello aveva portato a Roma un globo celeste e un planetario costruiti da Archimede (287-212 a.C.).
Questo planetario è menzionato anche da Ovidio (I sec. a.C.) nei Fasti, da Lattanzio (IV sec. d.C.) nelle Divinae institutiones e in un epigramma di Claudiano (IV sec. d.C.) intitolato In sphaeram Archimedis. In particolare, Claudiano aggiunge che lo strumento era racchiuso in una sfera stellata di vetro. Purtroppo non è rimasta alcuna descrizione dettagliata dei meccanismi che animavano il planetario in quanto l’opera di Archimede Sulla costruzione della Sfera, in cui descriveva i principi seguiti nella costruzione, è andata perduta. Tali citazioni letterarie comunque provano che la costruzione di questi meccanismi è stata molto diffusa per alcuni secoli.
Con la scoperta del Calcolatore di Antikythera e con le conoscenze scientifiche che esso presuppone, non è da escludere che gli studi del sistema planetario eliocentrico fossero molto più fondati di quanto storicamente sia emerso finora.
Il sistema planetario eliocentrico, proposto in epoca moderna da Niccolò Copernico (1473-1543) nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), è stato anticipato nell’antichità da Aristarco di Samo (310 ca.-230 a.C.).
Gli studi di quest’ultimo furono però osteggiati per molti secoli successivi, consentendo l’affermazione della teoria geocentrica di Aristotele (384-322 a.C.) e di Claudio Tolomeo (100 ca.-170 ca. d.C.), che quest’ultimo riporta nel suo Almagesto. Aristarco fu sostenuto solo da pochi scienziati, alcuni suoi contemporanei, come Archimede di Siracusa (287-212 a.C.), che cita la teoria eliocentrica di Aristarco nel suo libro L’Arenario, e da Seleuco di Seleucia (II sec. a.C.).
La maggior parte degli scritti di Aristarco sono andati perduti, e non è possibile sapere quali sono gli elementi da lui addotti in favore della sua teoria.
La conoscenza del moto planetario, necessaria per la progettazione del rotismo epicicloidale presente nel Calcolatore di Antikythera potrebbe essere stato, invece, uno dei motivi che ha indotto Aristarco e uno sparuto numero di scienziati ellenistici a sostenere la teoria eliocentrica. Può darsi che il rotismo epicicloidale possa essere stato utilizzato, per la peculiare similitudine cinematica, come modello matematico per il calcolo del moto planetario celeste.
Si presume pertanto che alcune menti sublimi dell’antichità, con le conoscenze delle equazioni dei rotismi epicicloidali che la costruzione del Calcolatore di Antikythera presuppone, fossero in grado di calcolare anche la distanza della Terra dal Sole e di conseguenza le velocità della Terra e della Luna e le loro forze di gravità, conseguendo gli stessi risultati a cui si perviene applicando la legge di Newton.
Infatti, così come è stato numericamente dimostrato, i valori delle velocità e delle forze gravitazionali calcolate con entrambi gli algoritmi convergono agli stessi risultati, e lo scarto è assolutamente trascurabile. In tal caso, certamente hanno anticipato di 19 secoli anche i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 nella sua pubblicazione Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.
Pertanto la prova dell’utilizzo del modello epicicloidale nella costruzione del Calcolatore di Antikythera e le analogie cinematiche riscontrate, portano a ipotizzare che le idee degli scienziati moderni e contemporanei sull’origine dell’universo debbano essere retrodatate di molti secoli.
Il valore scientifico di questo meccanismo ad ingranaggi è indiscutibile perché, come già detto, l'inventore del Calcolatore di Antikythera potrebbe aver anticipato di 19 secoli i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 (Philosophiae Naturalis Principia Mathematica), ha precorso ed utilizzato la teoria eliocentrica proposta da Niccolò Copernico nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), ed ha anticipato lo studio cinematico dei rotismi epicicloidali pubblicato da Robert Willis nel 1841 (Principles of mechanism).
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