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sabato 27 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 dicembre.

Il 27 dicembre 1796 si apre a Reggio Emilia il Congresso Cispadano al termine del quale il tricolore viene adottato come bandiera nazionale della Repubblica.

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta "che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti". Ma perché proprio questi tre colori? Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.

E anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell'Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera. Al centro della fascia bianca, lo stemma della Repubblica, un turcasso contenente quattro frecce, circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi.

La prima campagna d'Italia, che Napoleone conduce tra il 1796 e il 1799, sgretola l'antico sistema di Stati in cui era divisa la penisola. Al loro posto sorgono numerose repubbliche giacobine, di chiara impronta democratica: la Repubblica Ligure, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea, la Repubblica Anconitana.

La maggior parte non sopravvisse alla controffensiva austro-russa del 1799, altre confluirono, dopo la seconda campagna d'Italia, nel Regno Italico, che sarebbe durato fino al 1814. Tuttavia, esse rappresentano la prima espressione di quegli ideali di indipendenza che alimentarono il nostro Risorgimento. E fu proprio in quegli anni che la bandiera venne avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.

Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa.

Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: "Raccolgaci un'unica bandiera, una speme", scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani.

E quando si dischiuse la stagione del '48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d'indipendenza e che termina con queste parole:"(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana."

Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d'Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra d'indipendenza. Ma la mancanza di una apposita legge al riguardo - emanata soltanto per gli stendardi militari - portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall'originaria, spesso addirittura arbitrarie.

Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest'ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale.

Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall'Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all'articolo 12 della nostra Carta Costituzionale. E perfino dall'arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l'emozione di quel momento. 

PRESIDENTE [Ruini] - Pongo ai voti la nuova formula proposta dalla Commissione: "La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni". (E' approvata. L'Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.)

domenica 14 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.

Il 14 dicembre del 1955 l’Italia ha aderito alla Carta delle Nazioni Unite, divenendo membro dell’Organizzazione. 

Ha avuto inizio allora una lunga storia di collaborazione, sostegno e impulso alle attività dell’ONU, che è la logica conseguenza dell’approccio multilateralista che caratterizza la politica estera italiana.

Settanta anni dopo, l’Italia partecipa alle attività delle Nazioni Unite con impegno sempre crescente, contribuendo al perseguimento degli obiettivi della Carta, dal mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, alla promozione e difesa dei diritti umani, allo sviluppo sostenibile.

In questi sette decenni l’Italia ha contribuito con determinazione all’elaborazione delle Risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza che hanno dato vita a grandi innovazioni sul piano delle norme internazionali. Le campagne in favore della moratoria della pena capitale, quelle per promuovere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne e delle bambine (anche attraverso la lotta a pratiche quali le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati), le battaglie contro ogni forma di discriminazione religiosa e in favore della libertà di opinione, sono alcuni dei temi che vedono il nostro Paese in prima fila. 

Grazie anche alla costante opera di mediazione svolta dall’Italia, è stato possibile, con il trascorrere degli anni, attenuare le differenze di posizione tra Paesi, avvicinando le rispettive visioni e consentendo quindi di ampliare il consenso su molti argomenti. 

L’Italia ha altresì condiviso direttamente le responsabilità che derivano dalla sicurezza collettiva, ricoprendo per sette volte il ruolo di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, e partecipando a circa 30 operazioni di pace delle Nazioni Unite. 

Il nostro Paese, che è l'ottavo contributore finanziario delle missioni di pace, detiene  il primato, tra i Paesi occidentali, di fornitore di truppe. In particolare, l’Italia partecipa alla missione UNIFIL, schierata nel Libano del Sud. 

In occasione del sessantesimo Anniversario, il nostro Paese ha presentato  la propria candidatura al Consiglio di Sicurezza ed è stato eletto come membro non permanente del Consiglio per il 2017. In continuità con la sua storia e il suo impegno, l'Italia ha fornito un contributo significativo in questa delicata congiuntura internazionale.  

Dal 1955 ad oggi il mondo ha compiuto progressi straordinari, ma a 70 anni da quella data ed a 80 anni di attività delle Nazioni Unite, occorre guardare al futuro. L’Italia, infatti, appoggia il progetto di riforma dell’Organizzazione promosso dal Segretario Generale Antonio Guterres, incentrato sulla revisione delle operazioni di pace, sulla riorganizzazione delle strutture dedicate al  peacebuilding, sulla riforma del management e del sistema di sviluppo delle Nazioni Unite. Tutto questo in omaggio alla filosofia che valorizza l’efficacia d'un approccio preventivo e multisettoriale alle crisi. L’Italia è altresì impegnata nell’attuazione della nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che rappresenta un piano ambizioso per eliminare la povertà e promuovere la prosperità economica, lo sviluppo sociale e la protezione dell’ambiente su scala globale. Il nostro contributo alla crescita sostenibile è, inoltre, al centro dell’attività delle tre agenzie del Polo agro-alimentare delle Nazioni Unite di Roma (FAO, IFAD e PAM) ed ha trovato concreta attuazione con l’EXPO2015 (Milano, 1 maggio-31 ottobre 2015), un evento dedicato alla sicurezza alimentare e alla nutrizione con cui l’Italia si è fatta portatrice di una visione che si fonda sul passaggio dal concetto di "assistenza" a quello di una "cooperazione fra pari", basata sulla condivisione delle risorse, delle capacità e delle esperienze di sviluppo.” 


venerdì 18 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 aprile.

Il 18 aprile del 1948 gli italiani furono chiamati a votare per la prima volta dopo l'entrata in vigore della Costituzione della neonata Repubblica Italiana. E tutti, uomini e donne, poterono esprimere il loro voto politico: per le donne era la prima volta dopo il Referendum del 2 giugno. Ai seggi si recarono il 92% degli italiani aventi diritto, quasi 27 milioni di persone, e il responso delle urne parlò chiaro: il 48,5% degli Italiani votò per la Democrazia Cristiana. Ma quali erano le forze in campo e quali i protagonisti?

I tempi dell'alleanza antifascista erano ormai lontani. In mezzo c'era stata la nascita di quella che Churchill già nel 1946 definì "cortina di ferro", la linea di confine che divideva due zone di influenza politica. |

Le aree politiche erano due. Ed erano quelle che qualche anno prima avevano combattuto fianco a fianco la Resistenza contro il nazifascismo: da un lato c'era la Democrazia Cristiana, dall'altra il Fronte democratico popolare, una federazione di partiti di sinistra rappresentata dal Partito comunista e da quello socialista (che alle elezioni raccolse il 31% dei voti).

I volti erano quelli di Alcide De Gasperi (Dc), Palmiro Togliatti (Pci) e Pietro Nenni (Psi). La posta in gioco per il Paese era molto alta. In ballo non c'era infatti solo il governo del Paese, ma anche la sua appartenenza a uno dei due schieramenti politici internazionali, l'Unione Sovietica o l'America.

E le pressioni erano altissime: il 3 aprile dello stesso anno, 15 giorni prima del voto, il Presidente americano Harry Truman aveva lanciato il cosiddetto Piano Marshall, un piano di aiuti di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell'Europa Occidentale. Piano contestato da Palmiro Togliatti che lo liquidò come un ricatto politico.

Gli italiani si recarono così al voto tra slogan urlati, appelli alla democrazia, manifesti elettorali caricaturali e intimidazioni bizzarre come quella ben sintetizzata dallo scrittore Guareschi, autore di Don Camillo che arrivò a dire “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”.

Anche l'attore Eduardo de Filippo venne coinvolto come testimonial in un cinegiornale per esortare al voto agli italiani. "Votare per chi si vuole ma votate" diceva.

 Il timore del prevalere del fronte comunista spinse inoltre la Chiesa a mobilitarsi in prima persona creando comitati civici per il voto alla Democrazia Cristiana. Alle urne si recò così, come in un pellegrinaggio, chiunque era in buone condizioni, ma, come racconta un video dell'Archivio Luce, anche chi in buone condizioni non lo era affatto: portato a braccio, in barella o in carrozzella.

Il risultato fu clamoroso: la Democrazia Cristiana si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi. Il che significava che l'Italia rinunciava ufficialmente a entrare nell'orbita dell'Unione Sovietica comunista.

Alcide De Gasperi dal 1948 in poi divenne così un punto di riferimento imprescindibile per l'elettorato anticomunista che fu così destinato a rimanere all'opposizione. La Democrazia cristiana finì quindi per essere il principale partito italiano per quasi 50 anni, fino al suo scioglimento nel 1994.

mercoledì 19 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

domenica 5 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
Dal 5 maggio 1948 l’Italia repubblicana ha il suo emblema, al termine di un tortuoso percorso creativo durato ventiquattro mesi, due concorsi pubblici e un totale di 800 bozzetti, presentati da circa 500 cittadini, fra artisti e dilettanti.
Tutto iniziò nell’ottobre del 1946: il Governo di De Gasperi istituì una Commissione, presieduta da Ivanoe Bonomi, per la realizzazione dell’emblema della neonata Repubblica italiana. Appena uscita dal referendum, l’Italia aveva necessità di un simbolo che sostituisse lo stemma del Regno d’Italia, e quello temporaneo stampato sulle schede – un’Italia circondata da una cinta di torri tra due rami di alloro – non era soddisfacente.
Si decise allora di bandire un concorso nazionale aperto a tutti: il futuro emblema veniva percepito dallo stesso Bonomi come il frutto di un impegno corale, il più ampio possibile.
Il brief era scarno ma rigoroso: esclusione dei simboli di partito, inserimento della Stella d’Italia (una stella bianca a cinque punte che da molti secoli rappresenta la terra italiana) e “ispirazione dal senso della terra e dei comuni”.
Ai primi cinque classificati sarebbe andato un premio di 10.000 lire (circa mezzo milione di oggi).
Al primo concorso arrivano 341 domande di candidatura e 637 bozzetti in bianco e nero. Solo cinque vengono selezionati. Ai cinque vincitori la Commissione chiede di fare nuove proposte basate su un brief più preciso: “una cinta turrita che abbia forma di corona”, come simbolo della resistenza contro il nazifascismo, racchiusa da una ghirlanda di fronde della flora italiana, con la rappresentazione del mare in basso, la stella d’Italia in alto e le parole “unità” e “libertà”.
La scelta cadde sul bozzetto di Paolo Paschetto, al quale andarono ulteriori 50.000 lire e l’incarico di preparare il disegno definitivo. Il disegno venne trasmesso dalla Commissione al Governo per l’approvazione, e fu esposto insieme con gli altri finalisti in una mostra in Via Margutta, nel febbraio 1947.
L’emblema, però, non piacque, qualcuno lo definì addirittura una “tinozza”, mentre ognuno diceva la sua e voleva uno dei suoi simboli all’interno: i cattolici avrebbero voluto al centro la croce, i comunisti la falce e il martello, ecc.
E anche Alcide de Gasperi in una lettera a Umberto Terracini lo definisce “un simbolo non molto ben riuscito e rappresentativo”.
Fu nominata una nuova Commissione, presieduta da Giovanni Conti, che bandì attraverso la radio un secondo concorso.
Del nuovo bando non rimane alcuna traccia negli archivi, ma secondo l’esame di alcune lettere, risulta che l’indicazione – quindi il nuovo brief – fosse quella di privilegiare un simbolo legato all’idea del lavoro, a richiamo del primo articolo della Costituzione Italiana.
Anche questa volta, su 197 disegni risultò vincitore Paolo Paschetto, il cui elaborato grafico fu sottoposto a ulteriori ritocchi da parte dei membri della Commissione. Finalmente la proposta approdò all’Assemblea Costituente dove, con non pochi contrasti, fu approvata nella seduta del 31 gennaio 1948.
Ultimati altri adempimenti e stabiliti i colori definitivi, il 5 maggio il presidente della Repubblica Enrico De Nicola ratifica la scelta firmando il decreto legislativo n. 535, che consegna all’Italia il suo simbolo.
Ciclicamente si sono presentate proposte di restyling dell’emblema.
A partire dal 1987, quando Bettino Craxi lanciò un concorso internazionale per rinnovarlo e/o ridisegnarlo in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione della Repubblica. La Commissione incaricata riceve 239 proposte e nessuna viene ritenuta soddisfacente. Fra i giurati era presente anche Umberto Eco.
Negli anni Novanta una nuova proposta di restyling dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, secondo cui l’emblema “è il simbolo del socialismo reale”.
L’unica modifica minima fu apportata durante il secondo governo Berlusconi, che racchiuse l’emblema nell’ellissi del logo della presidenza del Consiglio dei ministri.
L'autore dell'emblema della Repubblica, Paolo Paschetto, di famiglia valdese, nacque il 12 febbraio 1885 a Torre Pellice, in provincia di Torino, dove è morto il 9 marzo 1963.
Professore di ornato all’Istituto di Belle Arti di Roma dal 1914 al 1948, fu artista polivalente, passando dalla xilografia alla grafica, dall’olio all’affresco, dalla pittura religiosa al paesaggio.
Fu autore, tra l’altro, di numerosi francobolli, compresa “la rondine” della prima emissione italiana di posta aerea.
L’emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia.
La stella è uno degli oggetti più antichi del patrimonio iconografico italiano ed è sempre stata associata alla personificazione dell’Italia, sul cui capo appunto, una stella splende raggiante. Così fu rappresentata nell’iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); caratterizzò la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione del secondo dopoguerra, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese nella stellette indossate dai militari italiani sui colletti delle uniformi e compare sulla polena delle navi della Marina Militare.
La ruota dentata d’acciaio, simbolo dell’attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale, mentre la quercia incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo
Erroneamente viene spesso definito come “stemma”, ma è privo dello scudo, che costituisce la parte essenziale di uno stemma, appunto, secondo la definizione araldica. Per questo risulta più corretto riferirvisi con il termine di emblema della Repubblica Italiana.

giovedì 23 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 Marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: è l'inizio della prima guerra di indipendenza.
La prima Guerra d'Indipendenza italiana scoppiò in seguito alle sollevazioni di Venezia e Milano. Nelle due città del Lombardo-Veneto, il popolo insorse in corrispondenza dei moti contro il governo scoppiati a Vienna e che costarono il licenziamento di Metternich. A Venezia la sollevazione (17 marzo) portò alla liberazione dal carcere di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che istituirono un governo democratico. A Milano si ebbero le 5 giornate (18-23 marzo) che culminarono nella cacciata degli austriaci comandati dal maresciallo Radetzky: essi si rifugiarono nel quadrilatero compreso tra le fortezze di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera. A questo punto decise di intervenire Carlo Alberto, spinto a ciò da manifestazioni popolari, dal desiderio di non vedere trionfare i repubblicani e dalla convinzione che fosse giunta l'ora di istituire quel Regno dell'Alta Italia, obiettivo tradizionale della dinastia sabauda.
Il 23 marzo entrò in guerra, le sue truppe entrarono in una Milano già liberatasi da sola il 26. Intanto, più per la pressione dell'opinione pubblica che per intima convinzione, i sovrani di Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa schierarono i propri eserciti al fianco dei Piemontesi. Un'ondata di entusiasmo patriottico percorse la penisola, ma l'atteggiamento di Carlo Alberto, che intese assurgere a leader della coalizione, e il timore di una poderosa reazione austriaca fecero sciogliere l'alleanza come neve al sole. Così, visti gli irrilevanti successi militari di Pastrengo e Goito, e la minaccia di scisma religioso da parte asburgica, il papa si ritirò dal conflitto (29 aprile 1848), seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II alle prese con una grave rivolta interna. Per quanto reali fossero i pretesti, non c'è dubbio che la vera ragione per cui la coalizione si disgregò fu nell'intenzione dei sovrani italiani di ostacolare i sogni egemonici di Carlo Alberto. Intanto la guerra proseguiva.
Volontari toscani rallentarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara (29 maggio), mentre l'esercito piemontese si impose a Goito ed espugnò la fortezza di Peschiera (30 maggio). I Ducati e Milano (29 maggio), nonché Venezia (4 giugno), furono annessi al Piemonte.
Poco dopo, però, gli Austriaci di Radetzky, ottenuti rinforzi, reagirono ed a Custoza sconfissero duramente le forze sabaude (23-25 luglio). Il 9 agosto fu siglato l'armistizio. Per l'opposizione austriaca a ogni concessione durante le trattative di pace e per il timore che nelle città di Roma e Firenze, dove nell'autunno 1848 si erano insediati governi democratici cacciando i sovrani (a Roma sorse una Repubblica capeggiata da un triumvirato il cui membro più influente era Mazzini), i repubblicani avessero il sopravvento, nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua.
Il 23 marzo i Sabaudi furono sconfitti a Novara; la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II (1849-'78). Il giorno dopo fu firmato l'Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci, ma, almeno, il re riuscì a salvare lo Statuto Albertino.
Il fallimento bellico suscitò un'insurrezione a Brescia; a Roma (dove il governo dal febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e Venezia la resistenza agli austriaci fu strenua. Roma si arrese il 4 luglio sotto i colpi francesi e napoletani, Venezia — stremata dall'assedio austriaco — il 23 agosto seguente. In Toscana il governo retto da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli era caduto per contrasti interni. Pio IX e Leopoldo II tornarono sui rispettivi troni.
La Prima Guerra d'Indipendenza si concluse con la sconfitta definitiva dei piemontesi a Custoza e l'armistizio di Salasco.
Anche nel resto d'Italia tutti i moti vennero soffocati, ma furono comunque un primo importante passo verso l'Unità d'Italia.

giovedì 8 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.

mercoledì 24 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Il 24 agosto 1862 la Lira Italiana diventa la moneta unica del regno d'Italia.
Prima dell’Unità d’Italia ogni Stato disponeva della propria valuta e la situazione era una vera e propria “Babele delle monete”. Esistevano diversi sistemi coniati dai vari Stati ed era difficile, nelle contrattazioni, stabilire l’esatto valore dell’affare. In totale circolavano 236 monete metalliche (92 del sistema legale, 144 invece erano “libere”). Molte province romane e venete disponevano di un proprio “soldo” ed in ordine alfabetico le monete presenti erano: baiocco, carantano, carlino (il giornale  emiliano prese il nome dalla moneta), doppia, ducato, fiorino, franceschino, francescone, lira, lirazza, marengo, onza, paolo, papetto, piastra, quattrino, scudo, soldo, svanzica, tallero, tarì, testone. A questi vanno aggiunti la doppia usata a Genova, Modena e Parma, ma il valore era diverso rispetto a quello monetario. Nei dialetti locali di molte regioni italiane i nomi di queste monete esistono ancora, specialmente per il bestiame sui mercati.
Le monete italiane nascono dal sistema monetario introdotto nel 1861 nel Regno d'Italia da Vittorio Emanuele II per unificare i vari sistemi utilizzati nei diversi stati italiani pre-unitari. La struttura ricalca l'ordinamento decimale introdotto in Francia nel 1793 a seguito della Rivoluzione Francese, che sostituiva il sistema duodecimale monometallico introdotto in Francia da Carlo Magno nel 779, basato sulla libra (o lira) d'argento da 409 g, con i tagli a 20 soldi o 240 denari, quest'ultimi pari a 1,7 g d'argento. Analogo a quello francese era il sistema introdotto contemporaneamente in Inghilterra nel Regno di Mercia dal re sassone Offa, con una sterlina suddivisa in 20 scellini ed uno scellino corrispondente a 12 pence;  quest'ultimo sistema venne abbandonato solo nel 1971.
L'effettivo impiego del sistema decimale avviene nel 1803 con l'emissione del franco da parte di Napoleone Bonaparte che, a seguito delle sue campagne belliche, lo diffonde in tutta l'Europa continentale. Nel 1816 il sistema decimale viene adottato dai Savoia nel Regno di Sardegna, preludio al suo utilizzo per le monete italiane del futuro Regno d'Italia. La moneta base in questo sistema è la lira, con una valore pari a quello del franco corrispondente a 4,5 g d'argento o 0,29 d'oro, dato il rapporto allora esistente tra il valore dell'oro e dell'argento di 1:15,5. Usando per l'argento un titolo di 900/1000 ne deriva 1 lira d'argento di 5 g, con i suoi multipli e sottomultipli. D'altra parte, alle 5 lire d'argento da 25 g, si affianca una moneta da 5 lire d'oro da 1,61g.
Il mantenimento del rapporto 1:15,5 tra oro e argento per le monete italiane risulta difficoltoso a causa delle oscillazioni del valore dei due metalli. Per porre rimedio a questo fenomeno, nel 1865 a Parigi viene creata l'Unione Monetaria Latina tra Francia, Italia, Belgio e Svizzera, con il successivo ingresso della Grecia e l'adesione non formale di Austria e Spagna. Il risultato più evidente dell'unione è la coniazione di monete simili con lo stesso valore intrinseco per i franchi francesi, belgi, svizzeri, lire italiane e dracme greche, con una semplificazione degli scambi internazionali ed una stabilizzazione dei cambi. L'unione entra in crisi alla fine degli anni settanta e viene sciolta nel 1926 per la difficoltà di mantenimento del rapporto tra argento ed oro e la progressiva trasformazione dei sistemi monetari verso la convertibilità del denaro in oro seguendo l'esempio del modello inglese (goldstandard), convertibilità mantenuta per la lira fino al 1914, alle soglie della prima guerra mondiale. A causa della crisi economica che seguì il primo conflitto mondiale, anche la convertibilità in oro venne poi abbandonata per passare al valore legale delle monete, cioè con un valore delle monete garantite dallo Stato invece che legato alla quantità di metallo prezioso in esse contenuto.
Con Umberto I inizia la coniazione di monete italiane per le colonie, con i primi talleri italiani del 1890, seguiti da quelli di Vittorio Emanuele III del 1918.
Alla fine della seconda guerra mondiale e con la caduta della monarchia, nel 1946 inizia la coniazione delle lire della Repubblica Italiana, monete rimaste in circolazione fino al 1 gennaio 2002 con l'introduzione dell'euro come moneta unica dell'Unione Europea.

giovedì 24 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1860 venne siglato il Trattato di Torino, con cui veniva ceduta Nizza e la Savoia alla Francia.
In seguito agli accordi di Plombières (luglio 1858), il primo ministro del Regno di Sardegna Cavour promise all’imperatore francese Napoleone III la cessione della Savoia e di Nizza in cambio dell'appoggio francese alla politica di unificazione italiana condotta dalla monarchia sabauda. La proposta venne poi ufficializzata per mezzo del Trattato di Torino del dicembre 1858 (in realtà il trattato fu predatato, giacché la firma avvenne nel gennaio 1859).
Nel giro di pochi mesi, nel corso della Seconda guerra d’indipendenza, le truppe franco-piemontesi inflissero sconfitte all'esercito austriaco a Magenta e Solferino; il successivo armistizio di Villafranca obbligò l'Austria a cedere la Lombardia alla Francia, che la girò al Regno di Sardegna. In compenso, Napoleone III chiese la Savoia e Nizza, come precedentemente promesso.
Il 24 marzo 1860 venne perciò siglato il Trattato di Torino, col quale il Piemonte acconsentiva alla cessione degli antichi territori sabaudi, da confermare mediante plebiscito; nel contempo le truppe piemontesi iniziarono a ritirarsi dalla Savoia e da Nizza.
Il trattato venne reso pubblico il 30 marzo successivo e, il 1º aprile, Vittorio Emanuele II lo proclamò alle popolazioni di Nizza e della Savoia.
Lo svolgimento delle votazioni diede l’esito preparato a tavolino e non ci si poteva aspettare, sotto un’attenta regia già francese, con la collaborazione piemontese e la larvata pressione di truppe oltralpine (ufficialmente di passaggio dalla Savoia e da Nizza per il rientro in Francia), che ne desse uno diverso. Da più parti si sottolineò l’irregolare svolgimento delle votazioni, che diedero un risultato favorevole all’annessione estremamente uniforme. D’altronde la decisione era già stata presa: la democrazia faceva le sue prime prove.



mercoledì 2 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiono, oggi è il 2 giugno.
Il 2 giugno si festeggia la festa della Repubblica, in ricordo del referendum del 1946 con il quale gli italiani scelsero questa forma di Stato.
Il 2 e il 3 giugno 1946 si tenne, infatti, il referendum istituzionale indetto a suffragio universale con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati.
Il 2 giugno celebra la nascita della nazione, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della Presa della Bastiglia) e al 4 luglio statunitense (giorno in cui nel 1776 venne firmata la dichiarazione d'indipendenza).
In tutto il mondo le ambasciate italiane tengono un festeggiamento cui sono invitati i Capi di Stato del Paese ospitante. Da tutto il mondo arrivano al Presidente della Repubblica Italiana gli auguri degli altri capi di Stato e speciali cerimonie ufficiali si tengono in Italia.
Prima della fondazione della Repubblica, la festa nazionale italiana era la prima domenica di giugno, festa dello Statuto albertino.
Con la legge 5 marzo 1977, n.54, soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica fu spostata alla prima domenica di giugno. Solamente nel 2001 su impulso dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il secondo governo Amato, con la legge n. 336 del 20 novembre 2000, riportò le celebrazioni al 2 giugno, che quindi tornò ad essere un giorno festivo.
La festa prevede una imponente parata militare  in onore della Repubblica che si svolge lungo i Fori Imperiali. La prima parata venne celebrata nel 1948. Uno dei momenti più importanti e toccanti della cerimonia è la deposizione di una corona d’alloro al Milite Ignoto presso l’Altare della Patria.
Alla Festa della Repubblica partecipano tutte le Forze Armate, le Forze di Polizia, il Corpo dei Vigili del Fuoco, la Croce Rossa e le più alte cariche dello Stato insieme con il Presidente della Repubblica. I festeggiamenti sono fregiati anche dalle evoluzioni acrobatiche delle Frecce Tricolore.
Nel pomeriggio vengono aperti i giardini del palazzo del Quirinale ed i festeggiamenti si concludono con le musiche della banda dell’ Esercito Italiano, della banda dell’Aeronautica Militare Italiana, della Marina Militare Italiana e di tutti i corpi militari dello Stato.


lunedì 13 ottobre 2014

#ItalyArcheologica # Sicilia #MonteJato


 imm. da isaac.guidasicilia.it/foto/news/luoghi/teatro_monte_jato_N.jpg
Monte Jato

Il sito archeologico di Monte Jato si trova a circa trenata chilometri a sud ovest di Palermo.
Si estende tra tre pendii rocciosi, luogo che un tempo era considerato molto sicuro.
Anticamente la città si chiamava Ietas o Ietae ed era abitata dagli Alimi a partire dal VI secolo a. C., solo successivamente arrivarono i greci. In questo sito archeologico possiamo trovare un grande teatro, l’Agorà e la sala del consiglio cittadino, il Bouleuterion.
Recenti scavi hanno portato alla luce un piccolo santuario dedicato alla dea Afrodite, risalente al 550 a. C. circa, e una casa ellenistica con 23 stanze, dei cortili e una cisterna.

tratto da  esplorasicilia.com/

domenica 5 ottobre 2014

#ItalyArcheologica #Sicilia #Morgantina


 imm. da .regione.sicilia.it-morgantina
Il sito archeologico di Morgantina si trova nel paese di Aidone, nel cuore della Sicilia, in provincia di Enna, tra i monti Erei. Questa piccola città visse i suoi anni di maggior splendore durante il periodo greco e poi romano quando fu un rinomatissimo centro di controllo dei flussi commerciali dalla Sicilia settentrionale a quella meridionale. È stata più volte definita città spettacolo sia per il contesto naturale nel quale è inserito sia per il suo magnifico teatro del IV-III secolo a. C.
Questo teatro era stato costruito scavando sui di una collina e di particolare interesse sono la sua orchestra a forma di cavallo e la cavea in blocchi di pietra arenaria. La cavea di questo antico teatro poteva contenere circa mille spettatori e ancora oggi è in ottimo stato. Oggi, in questo teatro, si svolgono manifestazioni e rappresentazioni teatrali. Oltre il teatro anche l’Agorà è molto interessante.
Era divisa in due parti, una superiore ed una inferiore, collegate da una scalinata e al centro di quella inferiore sorgeva un complesso di botteghe.
Su un lato dell’Agorà si trovava il Gymnasium, del periodo romano, all’interno del quale vi era una grande palestra con bagni e spogliatoi.
Sul lato opposto sorgeva un portico del quale restano visibili le basi delle colonne. Oltrepassando questo portico si sale su verso la collina sulla quale si stabilì il centro residenziale. È qui che si possono visitare antiche abitazioni signorili con ambienti di lusso, colonne, capitelli preziosi e affascinanti decorazioni.
 tratto da esplorasicilia.com

giovedì 2 ottobre 2014

#ItalyArcheologica #Sicilia #Tindari


 imm. da sicilia.cosavedere.net/wp-content/uploads tindari citta antica.
La città venne fondata da Dionisio di Siracusa nel 396 a.C. come colonia di mercenari siracusani che avevano partecipato alla guerra contro Cartagine, nel territorio della città sicula di Abacaenum (Tripi), e prese il nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre putativo di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce.
Durante la prima guerra punica, sotto il controllo di Gerone II di Siracusa, fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C. la
battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata dal console Aulo Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.
Con Siracusa passò in seguito nell'orbita romana e fu base navale di Sesto Pompeo. Presa da Augusto nel 36 a.C., che vi dedusse la colonia romana di Colonia Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia, Cicerone la citò come nobilissima civitas.
Nel I secolo d.C. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti
Sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nel 836, nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.
Vi rimase il santuario dedicato alla Madonna Nera di Tindari, progressivamente ingrandito, che ospita una Maria con il Bambino scolpita in legno, considerata apportatrice di grazie e miracolosa.

imm. da .mondosicilia.it/images/Tindari-Santuario-Madonna-Nera.
 I resti della città antica si trovano nella zona archeologica, in discreto stato di conservazione, per lo scarso interesse di un reimpiego dei blocchi di pietra arenaria di cui erano costituiti.
I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964 dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 1993, 1996 e 1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici. Sono stati rinvenuti mosaici, sculture e ceramiche, conservati in parte presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale di Palermo.
L'impianto urbanistico, risalente probabilmente all'epoca della fondazione della città, presentava un tracciato regolare a scacchiera. Si articolava su tre decumani, strade principali (larghezza di 8 m), correvano in direzione sud-est - nord-ovest, ciascuno ad una quota diversa, e si incrociavano ad angolo retto e a distanze regolari con i cardini, strade secondarie e in pendenza (larghezza 3 m). Sotto i cardini correva il sistema fognario della città, a cui si raccordavano le canalizzazioni provenienti dalle singole abitazioni. Gli isolati delimitati dalle vie avevano un'ampiezza di circa 30 m e una lunghezza di 77 o 78 m.
Uno dei decumani rinvenuti nello scavo, quello superiore doveva essere la strada principale della città: costeggia ad una estremità il teatro, situato più a monte e scavato nelle pendici dell'altura, e all'altra estremità sfocia nell'agorà, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l'acropoli.

 da upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3e/Tindary 

 l teatro venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l'adattamento a sede per i giochi dell'Anfiteatro.
Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un'arcata, restaurata nel 1939. L'orchestra venne trasformata in un'arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini inferiori.
Dal 1956 vi ha sede un festival artistico che annovera tra le manifestazioni danza, musica, e ovviamente teatro.

luigibernabobrea.it/img/luoghi/grandi/tindari-teatro.

 testo tratto da .giralasicilia.com

mercoledì 13 giugno 2012

#Borghi D' Italia: Finalborgo

http://www.rivieraligure.it/IT/guida-finalborgo-capitale-del-marchesato-del-finale-visita-del-centro-storico.g14.htm

Il nome deriva da Burgum Finarii, terra di confine (ad fines) ai tempi dei Romani e centro amministrativo del marchesato dei Del Carretto tra il XIV e il  XVI sec.

Storia: Nel 113 a.C., viene costruita la via Julia Augusta, che entra nel finalese dalla Valle di Ponci, dove ancora si notano cinque ponti romani.
• XII sec., l'origine del borgo è in genere fatta risalire all'epoca del marchese Enrico I Del Carretto detto il Guercio (morto nel 1185), ma recenti scoperte archeologiche retrodatano la sua fondazione di qualche secolo.
• 1300 ca.-1598, Finalborgo è governata, dall'alto di Castel Gavone, dalla famiglia Del Carretto, parte della medievale marca degli Aleramici, la quale lascia nella capitale del marchesato palazzi, chiese, castelli, fortificazioni e un convento dagli splendidi chiostri e dai sontuosi saloni. Le mura di cinta sono distrutte nel 1449 dai genovesi e riedificate nel 1452: il gran nemico è sempre Genova, alla cui influenza i marchesi Del Carretto cercano di sottrarsi.
• 1598-1713, è questo il periodo della dominazione spagnola. Il marchesato, venduto alla Spagna, diventa per tutto il Seicento un territorio strategico che permette il controllo del Nord Europa attraverso lo Stato di Milano. Gli spagnoli valorizzano l'importante punto di sbarco della Marina, realizzano nuove vie di comunicazione come la Strada Beretta (1666) e attuano una generale ristrutturazione del sistema difensivo del Borgo, grazie al Forte San Giovanni (1640-44) e al rafforzamento di Castel Govone.
• 1713, la crisi per la successione al trono di Spagna apertasi con la morte di Carlo II mette fine alla dominazione spagnola. Il marchesato è ceduto a Genova e il passaggio all'antico nemico chiude la fase di prosperità vissuta sotto la Spagna. Simbolo della fine di un'epoca è la distruzione di Castel Govone da parte dei genovesi nel 1715.
• 1740, alla morte dell'imperatore Carlo VI, Finale è coinvolta nelle vicende della guerra di successione austriaca che vede in campo austriaci, piemontesi e inglesi contro Borboni, francesi e spagnoli. 
• 1748, la pace di Aquisgrana pone definitivamente Finale sotto Genova e tale rimarrà formalmente sino al 1795 quando, con l'arrivo dei francesi, il marchesato viene abolito e Finale segue le sorti della Repubblica Ligure, e infine quelle dei Savoia e del Regno d'Italia.

 
http://www.finaleligureitalia.com/finalborgo-immagini.htm
 Chiuso tra mura medievali ancora ben conservate, intervallate da torri semicircolari  e interrotte solo in corrispondenza delle porte, il Borgo di Finale (così detto per distinguerlo dalla Marina) offre subito al visitatore una sensazione di protezione e raccoglimento.
L'antica concezione difensiva e comunitaria sopravvive nel reticolato delle vie, disposte perpendicolarmente tra loro a formare scorci affascinanti in spazi contenuti.
Percorsi gli stretti vicoli, ogni piazza è una conquista e una sorpresa, in grado di esibire meraviglie nella "pietra del Finale", l'ardesia che adorna portoni, si modella in colonne, diamanti, ornamenti.
Se i grandi monumenti (i palazzi rinascimentali e barocchi, la Basilica di San Biagio, il complesso di Santa Caterina e - fuori le mura - Forte San Giovanni e Castel Gavone) esprimono, per così dire, la forza e la vanità del borgo, i negozi e le botteghe artigiane ne rappresentano la vivacità. Questo è, infatti, un luogo vivo, abitato, dove le piazze moltiplicano i momenti d'aggregazione e le attività commerciali (un patrimonio di creatività plasmato nella pietra del Finale, nella ceramica, nel vetro e nel ferro) si integrano armoniosamente nel tessuto urbano.
http://rete.comuni-italiani.it/foto/2008/97904
 I  l borgo è impreziosito dai palazzi quattrocenteschi e di epoca rinascimentale, modificati nel periodo della dominazione spagnola. Il palazzo del Municipio, in origine della famiglia Ricci, è uno dei migliori esempi di architettura del primo Rinascimento in Liguria, come annuncia lo splendido portale; palazzo Cavassola (ospitò Papa Pio VII) e palazzo Gallesio illustrano alla perfezione le concezioni decorative della Finale del Seicento; palazzo Brunengo in piazza Aycardi si contraddistingue per la bella loggia a doppia arcata (Loggia di Raimondo) e il grande stemma familiare, ormai poco visibile; denuncia già nella facciata le complesse trasformazioni subite in varie epoche il palazzo del Tribunale nell'omonima piazza, che fu dimora dei Del Carretto, quindi dei Governatori spagnoli e genovesi, sede del Tribunale del Circondario e infine della Pretura; palazzo Aycardi ha una fronte con motivi ornamentali secondo il gusto settecentesco e palazzo Arnaldi vanta una straordinaria facciata in stile rococò, movimentata da stucchi;  sulla stessa piazza si affaccia palazzo Messea e in piazzetta Doria si trova palazzo Chiazzari.

http://www.viaggit.it/un-weekend-inquieto-in-liguria/1737
  Il monumento più importante di Borgo è la Basilica di San Biagio, sontuoso esempio di architettura barocca realizzato nel XVII secolo sulla precedente chiesa medioevale (1372), di cui conserva l'abside e l'ardito campanile tardo gotico (1463) a forma ottagonale, leggermente pendente, dalle numerose e sottili bifore su ogni lato. La facciata è rimasta incompiuta in pietra grezza mentre l'interno a tre navate colpisce per la grandiosità e la ricchezza delle decorazioni.
Proveniente dalla chiesa di Santa Caterina, come altre opere e pale d'altare, si trova nella navata centrale il mausoleo  di Giovanni Andrea Sforza Del Carretto, l'ultimo dei marchesi morto nel 1604. Eccezionali sono le sculture attribuite allo Schiaffino: la balaustra in marmo di Carrara e il pulpito che rappresenta la visione di Ezechiele.


http://www.associazionelagoccia.it/foto/Foto%202011-03-marzo-Finalborgo.html

   Le origini della chiesa di Santa Caterina e del complesso domenicano di Finalborgo si collocano intorno al 1360, dopo la morte del marchese Giorgio I Del Carretto, quando la vedova sentì la necessità di una chiesa gentilizia destinata ad accogliere le spoglie mortali dei membri della famiglia marchionale. Il convento ha subito negli anni profonde modifiche: dal 1863 al 1964 è stato trasformato in carcere, ma la sua bellezza è rimasta intatta, come possono testimoniare, dopo il recente recupero, i due splendidi chiostri rinascimentali realizzati tra il '400 e il '500.

Il Teatro Aycardi, inserito dal FAI tra i monumenti italiani da tutelare, fu la prima sala di spettacoli costruita in Liguria durante il periodo napoleonico e in quasi due secoli di vita ha ospitato drammi lirici, concerti e spettacoli di prosa, tra cui, nel 1845, l' opera "L'empirico e il masnadiero", commissionata ad artisti liguri dalla locale Accademia Filarmonica che qui aveva la sua sede.

fonte  web: http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=281&codice=elenco&page=1





 

sabato 2 giugno 2012

#Italia #Stresa #Isola Bella #Lago Maggiore:

Isola Bella fa parte dell’arcipelago delle Isole Borromee; a circa 400 metri al largo di Stresa, è raggiungibile in pochi minuti di battello dagli imbarcaderi di Verbania, Baveno, Stresa e Arona.
L’isola è una vera e propria perla naturale che la mano dell’uomo ha reso ancora più preziosa; da sempre è una delle mete preferite nella zona del Lago Maggiore e destinazione irrinunciabile per tutti coloro che vogliono godere di un panorama dall’indescrivibile fascino.

http://www.amicideimusei-mikrokosmos.it/amicideimusei/visite/62-domenica-16-ottobre-sul-lago-maggiore-allisola-bella-e-pallanza.html
 A dominare l’isola il suo bellissimo palazzo barocco, affiancato da un lussureggiante giardino all’italiana alto 37 metri e disposto su dieci terrazze discendenti. Sono aperte alla visita numerose aree del palazzo: sale riccamente allestite e lussuosi saloni arricchiti con inestimabili opere d’arte.

http://www.conradweb.org/travels/italy/lago_maggiore.html

Nel giardino si trovano fiori e piante esotiche molto rare, la cui crescita è permessa dal clima particolarmente mite del Golfo Borromeo. Ovunque prevale la ricerca scenografica, culminante nel “Teatro” che chiude il sovrapporsi delle terrazze: a dominare la scena è la statua del Liocorno, insegna araldica dei Borromeo, fiancheggiata dalle statue della Natura e dell'Arte. Lo stupendo e vastissimo giardino è ulteriormente abbellito da vasche, fontane e da una moltitudine di statue risalenti alla seconda metà del Seicento. Contribuiscono all'incantevole fascino del luogo anche i pavoni bianchi, liberi di girare sui prati vellutati.
A ridosso del palazzo e dei giardini rimane parte del preesistente villaggio, dove sono presenti alcuni ristoranti e negozietti tipici.



  Come arrivare                                                        

L'isola è raggiungibile in battello o motoscafo dagli imbarcaderi di Stresa, Verbania, Bavero e Arona.

fonte web: http://www.illagomaggiore.com/2465,Poi.html

venerdì 1 giugno 2012

#Italia #Orvieto #Duomo::

http://it.123rf.com/photo_8365956_orvieto--duomo-facade-west-davanti-la-facciata-gotica-del-duomo-di-orvieto-progettato-da-lorenzo-mai.html 

Posata la prima pietra nel 1209, la costruzione del grandioso Duomo di Orvieto ebbe inizio. Il progetto, dopo essere passato di mano in mano a vari architetti, arrivò al senese Maitani, il quale accolse l’incarico e proseguì la costruzione del Duomo definendo sempre di più quei caratteri originali ed ostinati che avrebbero caratterizzato lo stile della chiesa. Mescolanza di stili, desiderio di scavalcare la tradizione, manifestazione della grandiosità del divino e dell’opera dell’uomo insieme, il Duomo di Orvieto unisce tutto questo con il suo disegno di linee e curve, dando vita ad una delle cattedrali più affascinanti d’Italia.
L’imperiosa facciata, ora simbolo dell’intera città  di Orvieto, si innalza in tutta la sua rigidità e la sua forza con le quattro guglie. La piatta parete esterna, ornata da un intreccio di mosaici raffiguranti singole scene della vita di Maria, ospita il maestoso portone principale e le due porte laterali. È proprio lo sfondo dorato dei mosaici che conferisce la lucentezza e il bagliore del Duomo alla prima vista degli osservatori. L’imperiosità del Duomo di Orvieto abbraccia la sottostante Piazza del Duomo che, durante la storia, seguì e si evolse passo dopo passo insieme alle vicende storiche ed architettoniche della chiesa.
La cruda semplicità dell’interno è ciò che conferisce originalità al Duomo. Diviso in 3 navate separate da colonnati da dieci, il vano centrale si innalza con un energico slancio di linee delle arcate a tutto sesto che si contrappongono alle fasce orizzontali bianche e nere delle pareti laterali. Ciò che contrasta la nudità e la semplicità del Duomo, è la Cappella di S. Brizio. Dal basso si può ammirare il complesso ciclo pittorico iniziato nel 1447, che impiegò numerosi artisti e il più notevole fu Luca Signorelli il quale concluse poi l’opera nei primi decenni del Cinquecento.
La vostra visita inerente al Duomo di Orvieto può continuare presso la “camera delle meraviglie”, ossia il Museo instituito nell’Ottocento caratterizzato da affreschi, opere, sculture del Duomo stesso ed anche da altre donate da privati cittadini di Orvieto. Tra le bellezze da visitare ad Orvieto, da non perdere  è Orvieto Undreground e  il Pozzo di S. Patrizio

fonte web.http://www.hotelinumbria.it/musei/orvieto/duomo-di-orvieto.htm

martedì 29 maggio 2012

#Italia #Cremona #Torrazzo #Orologio:

Un documento firmato dai Prefetti della Fabbriceria del duomo documenta per la prima volta la presenza di un orologio sul Torrazzo installato probabilmente nel 1471. A realizzarlo e' Antonio Trezzano e a dipingerlo Paolo Spazzola. Si tratta di un quadrante di 4 metri di diametro. Dimensioni modeste rispetto a quelle del congegno progettato e realizzato nel pieno della riforma gregoriana dai fratelli Francesco e Giovanni Battista Dizioli tra il 1583 e il 1588.
Giovan Battista Dordoni e Martino Pesenti lo incidono e dipingono sulla Grande Torre facendone una superficie riccamente decorata e visibile dalla piazza, grazie ai quasi 60 metri quadrati di estensione. Il quadrante è contornato da una cornice in rame sbalzato, larga 80 cm, Il diametro dell'orologio è di 8,44 m. E' stato eseguito su progetto e calcoli da A. Leani, seguendo il bozzetto in scala 1:10 e cartoni al naturale dal pittore Mario Busini e dallo scultore Piero Ferraroni coadiuvato dal fratello Vincenzo. Le lancette indicano le ore, le fasi lunari, i mesi, le costellazioni e i segni zodiacali. La quarta lancetta compie un giro completo ogni 18 anni e 3 mesi e, quando si sovrappone a quelle del sole e della luna significa che è in atto un eclissi.
Un autentico capolavoro di ingegneria!

http://rete.comuni-italiani.it/foto/2008/78680
 Un quadrante eccezionale dunque, che rende l'orologio tra i piu' importanti d'Europa anche perche' fornisce una molteplicita' di indicazioni astrologiche ed astronomiche. A causa dell'esposizione ai fenomeni atmosferici, il quadrante viene piu' volte ridipinto. Il primo restauro e' del 1623 quando si ripassa semplicemente il disegno poco visibile. Poi Giovan Battista Natali, dopo aver predisposto un bozzetto (probabilmente quello oggi ritrovato) lo risistema nel 1671. A fine Settecento invece e' Giacomo Guerrini a dare un nuovo volto al quadrante introducendo la numerazione austriaca (da I a XII) ed eliminando dal planisfero i riferimenti astrologici. Nel 1909 e' la volta di Giuseppe Del Col che insieme a Carlo Vittori ripristinano l'antica numerazione da I a XXIV. Infine l'affresco dell'orologio oggi visibile risale al 1970 quando viene ridisegnato da Mario Busini.

fonte web: http://www.laprovinciadicremona.it/cultura/edifici-storici/edifici-religiosi/cremona-l-orologio-del-torrazzo-1.12042

lunedì 28 maggio 2012

#Italia #Milamo #Brera::

La zona si chiama così ricalcando il nome di via Brera. Il nome Brera deriva da braida: terreno incolto, ortaglia. Da questa parola deriva anche braidense, associato all'omonima biblioteca. Gli artisti che fin dal XIX secolo gravitavano attorno all’Accademia di Belle Arti hanno trasformato il quartiere in uno dei più caratteristici di Milano 
.
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brera_-_via_Madonnina.jpg 

 

Un tempo l'accesso principale a Brera era costituito dalla pusterla di Beatrice, che doveva essere collocata in una zona tra le odierne piazza Lega Lombarda e piazzale Biancamano.

L'area è idealmente delimitata da via Pontaccio, via Fatebenefratelli, via dei Giardini, via Monte di Pietà, via Ponte Vetero e via Mercato. Tutto ciò che rientra all'interno di quest'area (escluse le strade appena citate) fa parte del quartiere di Brera. Le vie più importanti sono ovviamente via Brera (con la sua Pinacoteca di Brera, l'Accademia di Belle Arti e la Biblioteca Nazionale Braidense, oltre alla Galleria d'arte moderna Il Castello), via Fiori Chiari, via Fiori Oscuri, via San Carpoforo, via Madonnina, via Marco Formentini, via del Carmine, via Ciovasso e via Ciovassino

 
http://www.fotoeweb.it/milano/Foto%20PalazzoBrera.htmAggiungi didascalia 


fonte web: http://it.wikipedia.org/wiki/Brera_%28quartiere_di_Milano%29

#italia #Curon Venosta #Campanile #Lago Di Resia::

Nei pressi del Passo Resia, propio dove nasce l'Adige, un solitario campanile spunta dalle acque del lago di Resia, emblema della Val venosta

 

http://www.suedtirolerland.it/it/highlights/attrazioni/campanile-nel-lago-di-resia.htm

 Quando venne creato il lago artificiale, le acque sommersero un piccolo paese e tutti gli abitanti dovettero vennero evacuati. Per la produzione di energia idroelettrica si decise di sfruttare i tra laghi di Resia di Curon e di San Valentino alla Muta. La creazione di una grande dica unificò i primi due precedenti laghi e sommerse gli abitati di Curon e parti di Resia, come anche gli antichi abitati di Arlung, Piz, Gorf e Stockerhöfe. Gli abitanti di questi paesi furono costretti a lasciare le loro case ed il loro terreno. Nell’estate 1950 il progetto venne completato, gli edifici distrutti ed infine sommersi nell’acqua. Solo il campanile romanico della chiesa, risalente al XIV secolo, venne salvato perché è posto sotto tutela dei monumenti.

 

http://www.suedtirolerland.it/it/highlights/attrazioni/campanile-nel-lago-di-resia.html

A secondo del livello dell’acqua, la parte superiore del campanile è tutt’ora visibile. L’avvenimento è avvolto da molte leggende, ma non solo per questo il lago è una rinomata meta di gite ed escursioni.

In estate il lago rappresenta un vero e proprio luogo di relax, dove si può riprendere nuove forze e rilassarsi. Grazie a venti forti e frequenti il lago di Resia è diventato anche un noto luogo d’incontro per gli appassionati di kitesurf. E d’inverno, sul lago ghiacciato si pratica sci di fondo e slitta a vela…

Una Curiosità: La leggenda narra che in certi giorni ancora oggi si possono udire le campane del campanile che risuonano dal fondo del lago!

 fonte web: http://www.suedtirolerland.it/it/highlights/attrazioni/campanile-nel-lago-di-resia.html

domenica 27 maggio 2012

#Italia #Lago di #Misurina ::

l piccolo specchio d'acqua, d'intenso colore, la riva stretta nell'abbraccio di verdissimi abeti profumati, i rilievi delle Dolomiti ricoperti da numerose conifere che racchiudono il lago, donano al lago di Misurina una particolare sensazione di pace e tranquillità
http://www.trekearth.com/gallery/Europe/Italy/Veneto/Belluno/Misurina/photo84170.htm
 Dei laghi dolomitici, quello di Misurina, sebbene uno dei più piccoli è il più grazioso e suggestivo. Scenari di notevole fascino da Cortina  D'ampezzo a Brunico dalla conca cadorina dominata  dal Cristallo e dalle Tofane alla Pusteria ampia, verdissima, attraverso la valle di Landro e il passo Tre Croci.


http://mmedia.kataweb.it/foto-utente/315583/lago-di-misurina
 Uno dei pochi laghi che unisce il piacere della serenità dell'atmosfera lacustre con quella emozionante tipica delle montagne di imponenti dimensioni come possono essere le Dolomiti.

fonte web: http://www.paesionline.it/lago_di_misurina/introduzione_lago_di_misurina.asp

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