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martedì 19 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 agosto.

Il 19 agosto 1954 muore a casa sua in Trentino Alcide De Gasperi.

Nato il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino (Trento), Alcide De Gasperi è stato un protagonista della ricostruzione politica ed economica dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale e leader dei governi di centro formatisi a partire dal 1947.

Dato che alla sua nascita il territorio trentino apparteneva ancora all'Impero austro-ungarico (anche se di lingua italiana), è proprio nella vita politica austriaca che il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica.

Nel 1905 entra a far parte della redazione del giornale "Il Nuovo Trentino" e, divenutone il direttore, appoggia il movimento che auspicava la riannessione del Sud Tirolo all'Italia.

Dopo il passaggio del Trentino e dell'Alto Adige all'Italia continua l'attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo. Diventa in breve tempo il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana.

Intanto in Italia come del resto in altre parti d'Europa si fa sentire il vento della rivoluzione russa, che nel nostro paese determina la scissione socialista del 1921, la nascita del PCI, e l'inizio di un periodo pre-rivoluzionario, il "biennio rosso", che nel 1919 e nel 1920 vede la classe operaia protagonista di cruente lotte sociali e che contribuirà non poco a spaventare la borghesia, spingendola tra le braccia di Mussolini.

Deciso avversario del fascismo De Gasperi viene imprigionato nel 1926 per la sua attività politica. Fu uno dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato, nel 1922, favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini.

Dopo l'omicidio Matteotti, l'opposizione al regime ed al suo Duce è ferma e risoluta anche se coincide con il ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del P.I.P. ed al ritiro nelle biblioteche vaticane per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.

Durante la seconda guerra mondiale De Gasperi contribuisce alla fondazione del partito della Democrazia Cristiana, che eredita le idee e l'esperienza del Partito Popolare di don Sturzo.

De Gasperi non è tanto un uomo d'azione, quanto un "progettista" politico (suo il documento programmatico della DC scritto nel 1943), che alla fine della guerra mostra di avere le idee chiare sulla parte da cui stare, l'occidente anticomunista.

Dopo il crollo della dittatura del Duce viene nominato ministro senza portafoglio del nuovo governo. Ricopre la carica di ministro degli Esteri dal dicembre 1944 al dicembre 1945, quando forma un nuovo gabinetto.

In qualità di presidente del consiglio, carica che manterrà fino al luglio del 1953, De Gasperi favorisce e guida una serie di coalizioni di governo, composte dal suo partito e da altre forze moderate del centro. Contribuisce all'uscita dell'Italia dall'isolamento internazionale, favorendo l'adesione al Patto Atlantico (NATO) e partecipando alle prime consultazioni che avrebbero condotto all'unificazione economica dell'Europa.

Opera principale della politica degasperiana fu proprio la politica estera e la creazione dell'embrione della futura Unione Europea. Un'idea europeista che nasceva nell'ottica di una grande opportunità per l'Italia per superare le proprie difficoltà.

Lo statista trentino muore a Sella di Valsugana il 19 agosto 1954, appena un anno dopo l'abbandono della guida del governo.

La sua scomparsa suscitò commozione in tutta Italia. Il percorso del treno con cui la salma fu trasportata a Roma per i funerali di Stato fu interrotto diverse volte da persone accorse per rendergli omaggio. Al funerale furono presenti esponenti di tutti i partiti con l'esclusione del MSI, a causa del fermo antifascismo dello statista. È sepolto a Roma, nel portico della Basilica di San Lorenzo fuori le mura. La tomba è opera dello scultore Giacomo Manzù.

Poco dopo la sua morte, iniziarono le richieste di avviare per lui il processo di beatificazione. È in corso a Trento la fase diocesana del processo di canonizzazione, che è stata aperta nel 1993, per cui la Chiesa cattolica ha assegnato ad Alcide De Gasperi il titolo di Servo di Dio.

venerdì 18 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 aprile.

Il 18 aprile del 1948 gli italiani furono chiamati a votare per la prima volta dopo l'entrata in vigore della Costituzione della neonata Repubblica Italiana. E tutti, uomini e donne, poterono esprimere il loro voto politico: per le donne era la prima volta dopo il Referendum del 2 giugno. Ai seggi si recarono il 92% degli italiani aventi diritto, quasi 27 milioni di persone, e il responso delle urne parlò chiaro: il 48,5% degli Italiani votò per la Democrazia Cristiana. Ma quali erano le forze in campo e quali i protagonisti?

I tempi dell'alleanza antifascista erano ormai lontani. In mezzo c'era stata la nascita di quella che Churchill già nel 1946 definì "cortina di ferro", la linea di confine che divideva due zone di influenza politica. |

Le aree politiche erano due. Ed erano quelle che qualche anno prima avevano combattuto fianco a fianco la Resistenza contro il nazifascismo: da un lato c'era la Democrazia Cristiana, dall'altra il Fronte democratico popolare, una federazione di partiti di sinistra rappresentata dal Partito comunista e da quello socialista (che alle elezioni raccolse il 31% dei voti).

I volti erano quelli di Alcide De Gasperi (Dc), Palmiro Togliatti (Pci) e Pietro Nenni (Psi). La posta in gioco per il Paese era molto alta. In ballo non c'era infatti solo il governo del Paese, ma anche la sua appartenenza a uno dei due schieramenti politici internazionali, l'Unione Sovietica o l'America.

E le pressioni erano altissime: il 3 aprile dello stesso anno, 15 giorni prima del voto, il Presidente americano Harry Truman aveva lanciato il cosiddetto Piano Marshall, un piano di aiuti di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell'Europa Occidentale. Piano contestato da Palmiro Togliatti che lo liquidò come un ricatto politico.

Gli italiani si recarono così al voto tra slogan urlati, appelli alla democrazia, manifesti elettorali caricaturali e intimidazioni bizzarre come quella ben sintetizzata dallo scrittore Guareschi, autore di Don Camillo che arrivò a dire “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”.

Anche l'attore Eduardo de Filippo venne coinvolto come testimonial in un cinegiornale per esortare al voto agli italiani. "Votare per chi si vuole ma votate" diceva.

 Il timore del prevalere del fronte comunista spinse inoltre la Chiesa a mobilitarsi in prima persona creando comitati civici per il voto alla Democrazia Cristiana. Alle urne si recò così, come in un pellegrinaggio, chiunque era in buone condizioni, ma, come racconta un video dell'Archivio Luce, anche chi in buone condizioni non lo era affatto: portato a braccio, in barella o in carrozzella.

Il risultato fu clamoroso: la Democrazia Cristiana si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi. Il che significava che l'Italia rinunciava ufficialmente a entrare nell'orbita dell'Unione Sovietica comunista.

Alcide De Gasperi dal 1948 in poi divenne così un punto di riferimento imprescindibile per l'elettorato anticomunista che fu così destinato a rimanere all'opposizione. La Democrazia cristiana finì quindi per essere il principale partito italiano per quasi 50 anni, fino al suo scioglimento nel 1994.

mercoledì 11 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1928 nasce a Trento Beniamino Andreatta.
Beniamino Andreatta, più comunemente chiamato Nino dagli amici e dai colleghi, era nato a Trento l'11 agosto 1928, ma da anni risiedeva a Bologna, dove si è svolta gran parte della sua lunga carriera accademica. Prima di approdare nel capoluogo emiliano aveva insegnato alla Cattolica di Milano e nell'Università di Urbino; nel 1968 è a Trento, dove si trova a misurarsi con la dura contestazione studentesca. Successivamente, fonda a Bologna l'Istituto di Scienze Economiche e la Facoltà di Scienze Politiche. All'Università e all'economia era arrivato dopo gli studi in Giurisprudenza a Padova, dove nel 1950 aveva ricevuto il premio come miglior laureato dell'anno. Sono quelli gli anni in cui in Italia cresce l'esperienza di "Cronache Sociali" di Dossetti, Lazzati, La Pira. E' proprio leggendo il "Discorso sulla povera gente" di La Pira che Andreatta scopre insieme l'economia, Keynes, il solidarismo cattolico e intraprende nuove letture e una nuova strada che lo porterà prima alla Cattolica come assistente volontario, poi a Cambridge come visiting professor. Nel 1961, dopo il matrimonio, va in India presso la Plannig Commission del governo Nehru per conto del MIT. Nel 1962, a soli 34 anni, diventa professore ordinario. Grande innovatore, nel 1973 fonda l'Università della Calabria a Cosenza sul modello dei campus; una vera e propria scommessa su un Mezzogiorno da far evolvere e non più soltanto assistere e nel 1975 porta importanti docenti come Paolo Sylos Labini ad arricchire l’offerta dell’ateneo calabrese. L'incontro con la politica avviene negli anni Sessanta, quando Andreatta diventa consigliere economico di Aldo Moro. Insieme a un gruppo di professori tra cui Siro Lombardini, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Franco Momigliano e Alessandro Pizzorno, costruisce le basi degli indirizzi economici del centro-sinistra. Nel 1974 Andreatta, che già fa parte del gruppo di intellettuali che si raccoglie intorno al "Mulino", fonda a Bologna "Prometeia" (un'associazione per gli studi econometrici) e poi, alla fine del 1976, l'AREL a Roma, un'associazione inedita nel panorama di allora, concepita come un luogo dove politici, imprenditori, studiosi, possano incontrarsi per dibattere concretamente sui principali temi del paese, spesso anticipando questioni ed elaborando soluzioni legislative. Viene eletto nelle liste della Democrazia Cristiana. Tra le altre iniziative di cui è stato protagonista, va ricordato l'Istituto di Scienze religiose (voluto da don Giuseppe Rossetti) di cui era Presidente. Nel 1979 diviene ministro del Bilancio nel primo governo Cossiga, nel 1980 è ministro per gli incarichi speciali nel secondo governo Cossiga, poi ministro del Tesoro con i governi Forlani (ottobre 1980), primo Spadolini (giugno 1981) e secondo Spadolini (agosto 1982). Come ministro del Tesoro compie gesti coraggiosi e memorabili: realizza quello che viene ricordato come "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia; applica criteri rigidamente legati alla professionalità e sganciati dai partiti alle nomine di importanti dirigenti di istituti di credito e sostituisce coloro i cui nomi erano comparsi nelle liste della P2; cattolico integerrimo, mette in liquidazione il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, respingendo le pressioni di quanti avrebbero preferito l'ennesimo salvataggio a carico dei contribuenti e riferendo in Parlamento sulle responsabilità dello IOR, la banca vaticana. Nel prosieguo degli anni '80 Andreatta ricopre a lungo l'incarico di Presidente della Commissione Bilancio del Senato, dove conduce una battaglia spesso solitaria contro "il partito della spesa e del disavanzo" che aveva molti sostenitori anche nel suo partito. Convinto europeista, approfondisce i legami con la CDU di Helmut Kohl e diventa vicepresidente del PPE. Torna Ministro nel 1993, quando Tangentopoli spazza via una larga parte di classe dirigente e governativa e c'è bisogno di volti mai sfiorati dal sospetto di mancanza di integrità. Prima al Bilancio nel governo Amato (dove chiude la Cassa per il Mezzogiorno), poi agli Esteri nel governo Ciampi (dove avanza una proposta di riforma dell'Onu che è stata alla base del successo italiano in quel campo). Con l'avvento di Silvio Berlusconi, Andreatta è capogruppo alla Camera dei deputati per il Partito Popolare, che guida all'opposizione, ed è protagonista della caduta di Rocco Buttiglione, che vuole schierare il partito a destra. Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, Andreatta è l'artefice della "svolta" che porta all'Ulivo e alla scelta di Romano Prodi come leader. Nel primo Governo Prodi, da ministro della Difesa, compie la riforma degli Stati Maggiori e la missione Alba, la prima a guida italiana, promuove tutte le azioni e le alleanze utili alla realizzazione di una difesa europea, avvia l'abolizione della leva e la nuova fase del servizio civile. Dopo la caduta del governo Prodi, nel 1998, fonda "Carta 14 giugno", un'associazione ulivista che si proponeva di allargare le basi democratiche del consenso e favorire la riduzione del potere dei partiti, un'idea, questa, che Andreatta coltivava fin dagli anni della Democrazia Cristiana e delle Partecipazioni Statali. Viene fortemente osteggiato dal PPI durante la campagna elettorale per le europee del 1999, quando auspica l'incontro tra popolari e democratici, di fatto l'embrione della Margherita. "Di intelligenze così ne nasce una in un secolo" disse Giuliano Amato quando Nino Andreatta fu colpito da un malore alla Camera. Morì il 26 aprile 2007 dopo oltre sette anni di coma senza aver mai ripreso conoscenza.


martedì 15 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1978 Giovanni Leone, presidente della Repubblica Italiana, si dimette.
Giovanni Leone nasce nel 1908. Il padre è uno dei fondatori del partito popolare. Come il padre segue la carriera forense diventando un penalista di fama, docente universitario e autore di un famoso manuale in cui si sono formate generazioni di avvocati. Nel 1944 entra nelle fila della DC. E' un convinto sostenitore delle ragioni repubblicane nel referendum istituzionale e nel 1946 a soli 36 anni viene eletto all'assemblea costituente. Viene eletto presidente della camera nel 1955; viene incaricato di presiedere due governi "balneari" nell'estate del 1963 e del 1968.
Nel 1971 vi sono le elezioni del presidente della repubblica. La candidatura di Fanfani tramonta a causa delle divisioni interne al partito cattolico e della propensione socialista a chiedere un candidato "progressista" dello scudocrociato. La DC si riunisce per decidere chi candidare tra Moro e Leone. Secondo le Memorie di Leone, alla fine in seno al partito prevale lui per tre voti. Il 29 dicembre 1971 Giovanni Leone giura come sesto presidente della Repubblica, eletto la vigilia di notale al 23° scrutinio con i voti decisivi del MSI. I primi anni al Quirinale sono un successo, anche Oriana Fallaci scrive un articolo in cui manifesta il suo apprezzamento per Leone.
Ma l'idillio è destinato ad interrompersi. Nel febbraio 1976 una commissione parlamentare americana indaga sulla Lockeeed, un colosso dell'aviazione che pagava tangenti per vendere i suoi aerei. Nella vicenda risultano coinvolti anche politici italiani. A partire dal 1969 la società americana Lockeed si è assicurata la vendita di aerei militari Hercules C-130 grazie alla corruzione di uomini di governo italiani. I giornali di casa nostra riprendendo la notizia fanno riferimento anche ai mediatori italiani dell'affare Lockheed, i fratelli Ovidio e Antonio Lefebvre. Quest'ultimo è un amico di vecchia data del presidente della Repubblica Leone. Dalle carte dell'azienda americana spuntano riferimenti al presunto destinatario delle tangenti il cui nome in codice sarebbe Antelope Cobbler (per alcuni sarebbe in realtà Antelope Gobbler "mangiatore di antilopi" cioè Leone; o un misterioso uomo politico che in viaggio in America si sarebbe soffermato in una vetrina ad ammirare scarpe di antilope, riferimento a un viaggio fatto da Leone in cui avrebbe comprato delle scarpe per la moglie Vittoria).
Il 21 aprile 1976 la commissione parlamentare inquirente italiana ( secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica e i ministri per i reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni vengono sottoposti a uno speciale procedimento che prevede la messa in stato di accusa operata dal Parlamento e il giudizio affidato alla Corte Costituzionale) riceve dalla Lockeed le chiavi per decrittare i nomi in codice. Antelope Cobbler è un primo ministro italiano . Tra il 1968 e il 1970 i presidenti del Consiglio sono stati tre: nel 1968 Aldo Moro e Giovanni Leone; nel 1969 e nel 1970 Mariano Rumor; è proprio durante il ministero Rumor che si svolge la vendita degli Hercules; nonostante le cose sembrino farsi più chiare la stampa continua a ritenere coinvolto Leone sulla base dell'amicizia con Antonio Lefebvre.
L'11 febbraio 1977 la commissione inquirente assolve l'ex presidente del Consiglio Mariano Rumor; Antelope Cobbler è lui ma non ha ricevuto alcuna tangente. Sono invece rinviati a giudizio del parlamento il Dc Luigi Gui e il socialista Mario Tanassi, entrambi ministri della Difesa nei governi Rumor.
I radicali chiedono un supplemento d'inchiesta e denunciano Leone, assieme a Rumor, Tanassi e Gui per associazione a delinquere.
Il 14 aprile 1977 la commissione inquirente archivia la denuncia dei radicali contro Leone per "manifesta infondatezza". Il parlamento rinvia intanto Gui e Tanassi al giudizio della Corte Costituzionale.
Nonostante Leone sia uscito completamente scagionato da questa vicenda gli attacchi mediatici contro di lui non si placano.
Nel marzo del 1978 esce "Giovanni Leone. La carriera di un presidente". Si tratta di un Libro-pamphlet durissimo contro Leone che diventa subito un best seller: 700000 copie vendute. Il libro, scritto da Camilla Cederna, dipinge un ritratto inquietante di un presidente corrotto che arriva a vendere persino le grazie da concedere a camorristi. Le accuse del libro si riveleranno prive di ogni fondamento e infatti quando i familiari di Leone faranno causa alla Cederna per diffamazione, la giornalista viene condannata a un risarcimento miliardario.
Il 12 maggio 1978 il settimanale l'Espresso pubblica un capitolo del libro della Cederna dedicato ai figli del presidente giudicati troppo disinvolti negli affari e negli amori. Inizia da quel momento una compagna dell'Espresso senza tregua contro Leone.
Si arriva al 21 maggio 1978: L'espresso pubblica un articolo sullo scandalo Lockheed. Nonostante l'innocenza comprovata, la campagna contro il presidente della Repubblica recupera le vecchie accuse di corruzione.
L' 11 giugno 1978: arriva l'ultima accusa. L'espresso scrive un articolo in cui si contestano a Leone l'abusivismo edilizio e la frode fiscale. Accuse anche queste accertate come inconsistenti. Nessuna contestazione fiscale venne mai mossa a Leone riguardo alla villa da lui posseduta fuori Roma.
Il fatidico 14 giugno Leone ha un colloquio prima con il presidente del Consiglio Andreotti , e quindi con il segretario della DC Zaccagnini. Nelle sue memorie Leone definirà ostile l'atteggiamento di Zaccagnini e che alla base di quell'atteggiamento vi era oltre "alla sottile malcelata ostilità politica di sempre anche il risentimento per il forte contrasto nella conduzione del caso Moro".
Il giorno seguente la direzione del PCI si riunisce a Botteghe oscure per discutere la posizione da assumere nei confronti del capo dello Stato: si decide per chiedere le dimissioni di Leone. Alla Camera dei deputati (13,30) Pajetta chiede ufficialmente a nome del PCI le dimissioni del presidente della Repubblica. Alle 14,30 Zaccagnini e Andreotti si recano al Quirinale per comunicargli che nella DC si riteneva la situazione non più sostenibile. Leone sentendosi abbandonato anche dal suo partito di lì a poche ore annuncerà le sue dimissioni.
L'1 marzo 1979 la Corte Costituzionale condanna Tanassi per corruzione nell'affare Lockeed. Leone però si è già dimesso da nove mesi da Presidente della Repubblica.
La parabola discendente di Leone è strettamente connessa ali tragici avvenimenti legati al sequestro di Moro: il 29 aprile 1978 Moro scrive una lettera a Giovanni Leone nella quale gli chiede di farsi promotore di "equa ed umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici". Fanfani e Craxi sono convinti che uno scambio di prigionieri sia possibile. Leone è pronto a firmare la richiesta di grazia a favore di una brigatista. Dice: "ho l'anima pronta e la penna a disposizione per qualsiasi grazia purché mi sia proposta". Si esamina la possibilità di destinare l'atto di clemenza a Paola Besuschio, brigatista in carcere per varie rapine ma che non si è mai macchiata di omicidi.
Durante quelle frenetiche giornate giunge una telefonata della moglie di Moro a Leone: questi alla presenza di Cossiga è pronto a telefonare a Zaccagnini. Ma Cossiga lo blocca invitandogli a pensare che un simile atto avrebbe comportato un'interferenza all'attività del governo. Leone fa comunque un tentativo estremo per rinvitare Zaccagnini a convocare il Consiglio Nazionale. L'obiettivo è quello di instaurare una trattativa tra DC e BR così da dare quel riconoscimento politico che le stesse BR cercano.
Il 9 maggio 1978 alle ore 12 si riunisce la direzione nazionale della DC; ma mentre Fanfani sta per prendere la parola (per chiedere la convocazione del Consiglio nazionale e annunciare la disponibilità di Leone a concedere la grazia alla brigatista Besuschio) arriva una telefonata che annuncia il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani.
Appena 45 giorni dopo la morte di Moro vi saranno le dimissioni di Leone. Esse si inseriscono anche nel clima politico seguente all'omicidio di Moro che mette in crisi il compromesso storico tra DC e PCI. Possono essere viste come un estremo tentativo di salvare l'alleanza tra comunisti e democristiani, destinata poi a fallire.
Un'altra spiegazione la dà lo stesso Leone in un'intervista al Corriere della Sera del 1995. Dietro la campagna di stampa ci sarebbero stati i servizi segreti deviati in collegamento con la P2 il riferimento è agli articoli scritti da Mino Pecorelli, direttore di OP ( e citato dalla Cederna nel suo libro) e al tempo dei fatti iscritto alla P2. Questi sospetti trovano conferma in un incontro avvenuto nel 1976 tra il segretario socialista Craxi e il capo della P2 Gelli che gli dice che con una campagna stampa sarebbe possibile cambiare il presidente della Repubblica. Questo incontro verrà confermato dallo stesso Craxi in un'audizione alla commissione d'inchiesta sulla P2. Nella relazione di minoranza della commissione parlamentare si scrive: "Le motivazioni di questa ostilità (di Gelli verso Leone) sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal presidente Leone nei confronti del "Venerabile" della P2 che aveva cercato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione a presidente avvenuta nel 1971". "Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore di OP, iscritto alla P2, e molto legato a Gelli, almeno nel periodo a cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del presidente Leone. Campagna che ebbe notevoli ripercussioni politiche, anche perchè fu sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza del suo libro di accusa contro il presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica".
La campagna diffamatoria di OP si basava sulle avventure galanti dei figli di Leone e sulla presunta infedeltà (del tutto falsa) della moglie Vittoria.
Solo vent'anni dopo, nel 1998 , i radicali, tra i principali accusatori di Leone, chiederanno pubblicamente scusa a Leone riconoscendo che questi era totalmente estraneo a qualunque fatto criminoso. Giovanni Leone muore nel 2001 a 93 anni.

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