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giovedì 10 settembre 2026

33 anni di Amico Rom

Eventi dal 27 settembre al 9 ottobre con prestigiosi ospiti internazionali.


 Torna uno degli appuntamenti più prestigiosi del mondo rom in Italia con celebrazioni, musica, spettacoli, premi e sfilata di alta moda con stilista e modelle rom.

 L'Amico Rom si svolge a Lanciano (Chieti) da ben 33 anni consecutivamente. È un evento consolidato che richiama nell'omonimo  Concorso Artistico Internazionale partecipanti da tutto il mondo sia rom che non rom per un incontro interculturale di altissimo livello e valore artistico.

 La manifestazione si apre domenica 27 settembre a Orsogna (Chieti) con l'annuale Romheritage, l'Itinerario Rom della Pace che si snoda da Via Borgo Romano, 34 fino al Parco delle Memorie di Lanciano per circa 12 km. Durante il percorso 2 postazioni di rinfresco e racconti, storie, poesie, canti sul mondo rom.

 Il 30 settembre alle ore 10.30 a Orsogna in Via Borgo Romano, 34 di fronte alla casa dove nacque Gennaro Spinelli (1937-2021), deportato da bambino dai fascisti, la celebrazione dei bambini Rom e Sinti deportati dai nazifascisti e mai tornati.

 Il 7 ottobre a Pescara alle ore 11 nell'Istituto Alberghiero De Cecco la presentazione dell'opuscolo Pillole di Storia in Memoria del Samudaripen a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Fisciano/Roma.

 Giovedi 8 ottobre alle ore 21.00 nella Cattedrale Madonna del Ponte di Lanciano, il gran Concerto Etnosinfonico di Musica Rom dell'Orchestra Europea Per la Pace con Alexian Santino Spinelli alla fisarmonica solista, Tania De Giorgio, la soprano che canta in lingua romani e con la straordinaria partecipazione di Ostalinda Suarez Montaño, la flautista di fama internazionale come ospite d'onore.

 Venerdi 9 ottobre, la giornata più intensa a chiusura della manifestazione. Tutti gli eventi si svolgeranno a Lanciano.

 Alle ore 10.30 al Parco delle Memorie la deposizione della corona d'alloro al Monumento al Samudaripen e il cuscinetto di fiori al Roma Memorial Naj sen Bistarde (Non siete dimenticati) e all'albero dedicato a Gennaro Spinelli (1937-2021).

 Alle ore 15.00 alla Sala Lanci della Casa di Conversazione, la presentazione del nuovo docufilm del Parlamentare croato Veljko Kajtazi, in presenza dell'autore, vincitore della categoria video e film del 33^ Concorso Artistico Internazionale Amico Rom.

 Alle ore 17.00 presso l'Auditorium Diocleziano la sfilata di alta moda rom con la stilista Sara Cetty che presenterà la sua nuova collezione con la partecipazione di modelle rom.

 A seguire, sempre all'Auditorium Diocleziano alle ore 18.00, lo spettacolo del marionettista rom Rašid Nikolić.


 Alle ore 21.00 al Teatro Mazzini la solenne cerimonia di Premiazione del 33^ Concorso Artistico Internazionale Amico Rom il cui vincitore assoluto è il professore universitario rumeno Gheorghe Sarau, romanologo di fama mondiale. Tra i premiati più importanti il direttore dell'Istituto di Cultura Gitana di Madrid Ismael Cortés, già parlamentare spagnolo, Premio Eccellenza Romanì 2026, Gabriela Hrabanova direttrice di ERGO che ha sede a Bruxelles presso il Parlamento Europeo, Eccellenza Romanì 2026, Rocco Lanatà e Renato Ongania della Cattedra della Pace di Assise e Paolo Dossena patron della Casa Discografica CNI, per i Premi Phralipe 2026. Tra gli ospiti d'onore il grande compositore e direttore d'Orchestra Paco Suarez e sua figlia Ostalinda, Premio Eccellenza Romanì 2026. Tutti gli eventi sono a partecipazione libera e gratuita.

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 1898 a Ginevra, moriva per mano di un anarchico Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota ai più come principessa Sissi.
Nata il 24 dicembre 1837 a Monaco di Baviera, dal duca Massimiliano Giuseppe di Baviera e dalla duchessa Ludovica, la sua infanzia fu trascorsa con una educazione borghese e non rigidamente legata ai precetti della nobiltà e dell'etichetta.
Quando nel 1853 fu organizzato l'incontro tra il figlio della arciduchessa Sofia, Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, ed Elena, prima figlia della duchessa Ludovica (sorella di Sofia), fu chiaro a tutti che l'imperatore si era invaghito della figlia minore, Elisabetta.
Si decise dunque di organizzare il matrimonio tra di loro, non appena ottenuta la dispensa papale (gli sposi erano cugini di primo grado).
I primi tempi a corte furono traumatici per l'imperatrice, che dovette in poco tempo colmare le sue lacune di educazione, imparando l'italiano, il francese, la storia d'Austria e soprattutto tutti i rigidi cerimoniali a cui lei non era abituata. il 5 marzo 1855 nacque la prima figlia Sofia, e un anno più tardi la seconda, Gisella.
Elisabetta volle portare i figli con sè nei viaggi di stato che il marito periodicamente compiva, accorgendosi per la prima volta che fuori da Vienna il popolo non era poi così favorevole all'imperatore come le facevano credere; al contrario, molto interesse era suscitato dalla presenza di Sissi, di cui tutti volevano ammirare la famosa bellezza.
Secondo le cronache, Elisabetta era alta 1 metro e 72 e pesava 50 kg, aveva capelli castani folti e lunghissimi, che sciolti le arrivavano alle caviglie. Quasi tre ore occorrevano quotidianamente per vestirsi, poiché gli abiti le venivano quasi sempre cuciti addosso per far risaltare al massimo la snellezza del corpo; la sola allacciatura del busto - per ottenere il suo famoso vitino da vespa - richiedeva spesso un'ora di sforzi. Il lavaggio dei capelli era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac ed uova e richiedeva un'intera giornata, durante la quale l'Imperatrice non tollerava di essere disturbata. Altre tre ore erano dedicate all'acconciatura dei capelli, che venivano intrecciati da Fanny Angerer, ex parrucchiera del Burgtheater di Vienna, di cui all'imperatrice erano piaciute le fantasiose acconciature delle attrici. Elisabetta era impegnata per il resto della giornata con la scherma, l'equitazione e la ginnastica (a tal scopo, aveva fatto allestire in tutti i palazzi in cui soggiornava delle palestre attrezzate con pesi, sbarra e anelli). Costringeva inoltre la propria dama di corte a seguirla durante interminabili e forsennate passeggiate quotidiane. Per preservare la giovinezza della pelle Elisabetta faceva uso di maschere notturne (a base di carne di vitello cruda o di fragole) e ricorreva a bagni caldi nell'olio d'oliva; per conservare la snellezza, oltre a rispettare il rigoroso regime alimentare, dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati e beveva misture di albume d'uovo e sale. Mascherava la propria anoressia con l'ossessione per un'alimentazione sana.
Durante un viaggio di Stato in Ungheria la prima figlia Sofia si ammalò e morì; Sissi si dava la colpa avendola voluta con sè per il viaggio, e non volle più curarsi personalmente dell'educazione della figlia Gisella, affidandola a Sofia (la nonna).
Nel 1858 nacque Rodolfo, finalmente un maschio, erede dell'impero. Nel 1860 i tumulti che scuotevano l'Europa portarono Francesco Giuseppe sempre più lontano da corte, ed Elisabetta si ammalò. Le sue continue e robuste diete dimagranti, la forte attività fisica a cui si sottoponeva per mantenere il fisico tonico e bello, la indebolirono a tal punto che le fu consigliato di svernare in un paese caldo, a Madeira, dove abbandonò quasi completamente la vita di corte.
Nel 1889 il figlio Rodolfo morì suicida con l'amante, la baronessa Maria Vetsera; Sissi ne fu ulteriormente colpita nell'animo. Nel 1898, a Ginevra, mentre stava per imbarcarsi su un battello, l'anarchico italiano Luigi Lucheni la colpì con una stilettata al cuore. Il busto di Elisabetta era talmente stretto che lei non provò alcun dolore e continuò a camminare come se nulla fosse successo per altri 20 minuti, prima di abbattersi al suolo per l'emorragia interna.
Oggi riposa insieme al marito e al figlio nella cripta dei Cappuccini, a Vienna.


mercoledì 9 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1973 a Belgrado, durante i campionati del mondo di nuoto, Novella Calligaris a soli 19 anni vince l'oro e registra il nuovo record del mondo sugli 800 m stile libero.
Piccola e minuta, un fisico che non si direbbe adatto al nuoto veloce, Novella già 13enne cominciò a vincere titoli italiani in molte discipline del nuoto, non avendo sostanzialmente alcun rivale. Alla fine della carriera i titoli italiani furono 76, con primato italiano in tutte le distanze nello stile libero dai 100 ai 1500 metri, nonchè nei 200 m farfalla, nei 200 e 400 m misti e nella staffetta 4 x 100 libero e mista.
Nel 69 a 15 anni il primo record europeo; poi nel 72 alle olimpiadi di Monaco, vince le prime medaglie olimpiche in assoluto nel nuoto dell'Italia, argento nei 400 m stile libero e bronzo negli 800, in entrambe con record europeo.
Mark Spitz, il dominatore di quella olimpiade con 7 ori olimpici (record battuto solo da Michael Phelps con 8 a Pechino 2008), ebbe a dire: "Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione dell'Olimpiade è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris…"
L'anno dopo, ai primi campionati di nuoto del mondo, la Calligaris vince e segna il record del mondo in 8:52,97; è stata la sola italiana a vincere medaglie nei campionati mondiali di nuoto fino al 94, e la sola a vincere medaglie olimpiche fino all'argento di Atene di Federica Pellegrini. Nel 1986 è stata inserita nella international swimming hall of fame.
Oggi le nuotatrici, gradevolmente statuarie, sembrano però tutte Brigitte Nielsen, la moglie di Ivan Drago in Rocky IV, ma c’è stato un momento di gloria internazionale che poggiò invece sulle spallucce - si fa per dire - della campionessa Novella Calligaris, una piccola fanciulla padovana di appena un metro e sessantatré, sotto i cinquanta chilogrammi di peso. Un magico fuscello atletico. Le questioni sportive in quegli anni (è nata nel 1954) erano ben diverse da oggi; uno poteva iniziare a tredici anni a vincere, come nel suo caso, incassare in carriera un record del mondo e ben ventuno record continentali, e poi ritirarsi prima di aver compiuto i vent'anni. Una parabola compressa, gloriosa sì, ma in un certo senso tronca, se la si vede con l’ottica del presente, quando a quell'età, a diciannove anni, una nuotatrice avrebbe ancora tutti i denti da latte per battersi ancora a lungo in corsia, ed essere una  Novella promessa.  E comunque le bastarono quei pochi anni per scrivere il suo nome nella storia del nuoto, essendo stata la prima fra i nuotatori italiani, uomini e donne,  a vincere una medaglia olimpica e a stabilire un primato mondiale negli ottocento metri stile libero. Una donna da primato, che a quanto raccontano le cronache del tempo, non piaceva ai giornalisti, per via di un carattere appuntito e poco disponibile con la carta stampata, nota per risposte secche e brucianti, che le valsero per due volte un premio, il “Premio Limone”, ossia una specie di riconoscimento giocoso assegnato al personaggio più scostante. Come la metti la metti, la Calligaris prende premi, anche quelli all'acido sapore d’agrume, ma tant'è. E tant'è che oggi è lei a fare le domande, perché è diventata giornalista sportiva, e commenta, e domanda e vede le gare e forse ricorda quegli anni dei record come un fondo di memoria dalla quale prendere le misure con l’attualità d’uno sport che ha ampi margini di miglioramento, e che cambia in molti aspetti, dalla muscolatura, agli allenamenti, all'alimentazione, ai costumi, per dire.  E allora lei diventa non solo una cronista, una competente, ma un esempio. Un esempio di libertà collegato ad anni che esaltarono il valore della libertà come rottura dal pregresso stato di coercizione sociale.
Ecco, una donna di stile, di stile libero.


martedì 8 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compromesso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall'invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all'annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all'esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all'indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all'aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all'attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.


lunedì 7 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1791 nasce a Roma Giuseppe Gioacchino Belli, da Gaudenzio e Luigia Mazio. A seguito della proclamazione della Repubblica francese (1798), il piccolo Gioacchino si rifugia con la madre a Napoli dove, per una serie di vicissitudini, essi conoscono la miseria più nera. Tornato al potere papa Pio VII, il padre Gaudenzio Belli ottiene un buon incarico nel governo pontificio a Civitavecchia. All’età di tredici anni Gioacchino è mandato a scuola dai gesuiti al collegio romano e rimasto presto orfano d'ambedue i genitori, ottenne modesti impieghi privati e pubblici.
Intorno al 1810, iniziò la sua carriera letteraria e fondò con altri l'Accademia Tiberina, nel quadro della arretratissima cultura locale, divisa fra sonetteria arcadica e gusto dell'antiquaria. A venticinque anni sposò senza amore e di malavoglia una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Cito.
Il matrimonio era d'altronde caldeggiato dal cardinale Consalvi, un potentissimo prelato che trova un’ottima sistemazione per il giovane Belli, sistemazione di cui il poeta aveva estremo bisogno.
Raggiunta una discreta agiatezza poté dunque dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla poesia, un periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi inimitati “Sonetti romaneschi”.
Compì anche numerosi viaggi, a Venezia (1817), a Napoli (1822), a Firenze (1824) e a Milano (1827, 1828, 1829), stabilendo contatti con ambienti culturali più avanzati e scoprendo alcuni testi fondamentali della letteratura sia illuministica che romantica.
Nel 1828 si dimise dalla Tiberina e, con un gruppo di amici liberali, aprì in casa sua un gabinetto di lettura; ma dopo la morte della moglie (1837), il Belli ripiombò in gravi angustie economiche e morali, oltre a perdere la sua finora inesausta vena poetica.
Da quel momento in poi, salvo un breve periodo di ripresa, avvenuta a seguito della caduta della Repubblica Romana da lui duramente avversata, Belli si chiude in un definitivo silenzio, arrivando addirittura a rinnegare tutta la sua produzione precedente, per paura che questa nuocesse alla carriera del figlio, impiegato nella amministrazione pontificia.
Per questo incarica l’amico monsignor Tizzani di distruggerla dopo la sua morte, che avviene a Roma il 21 dicembre 1863. Fortunatamente, l'amico si guardò bene dall'eseguire la volontà del poeta, salvaguardando un inestimabile patrimonio di versi e anzi consegnando il corpus delle opere belliane quasi integralmente, al figlio di lui.
Quantitativamente superiore a quella in dialetto, ma di scarso rilievo, la produzione poetica in lingua: l'edizione completa, in tre volumi, è uscita soltanto nel 1975, col titolo "Belli italiano". Più interessanti sono l'epistolario (Lettere, 2 voll., 1961; Lettere a Cencia, 2 voll., 1973-74), dove affiora qualche tratto dell'«umor nero» belliano; e lo «Zibaldone», una raccolta di estratti e di indici di opere che documenta la conoscenza di iluministi e romantici italiani e stranieri, nonchè un interesse assai vivo per la letteratura realistica, Boccaccio compreso.
Giuseppe Gioacchino Belli, intellettuale e moralista, scrisse i sonetti con l'intento di mettere alla berlina l'ipocrisia di questa società decadente, nel vano tentativo di vederne cambiare la secolare struttura. La sua satira pungente ha dato vita a un gran numero di vignette ricche di spirito, celandovi talvolta amare considerazioni sulla vita e sulla condizione dell'uomo. Alcuni dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i personaggi parlano, pensano e agiscono alla stregua di tipici esponenti del popolo romano. Una raccolta dei "Sonetti Romaneschi" uscì per la prima volta oltre 20 anni dopo la sua morte. Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni incompiuti). La prima edizione completa attese quasi un secolo e fu pubblicata nel 1952. Molto del loro vigore è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente, un gioco di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero la stessa efficacia, in italiano come in nessun altra lingua. Per questo motivo la letteratura "ufficiale" non li ha mai tenuti in gran considerazione.
Ogni sonetto racconta un breve aneddoto, uno schizzo della vita di tutti i giorni; gli elementi principali della storia si snodano rapidamente nell'apertura, mentre i versi finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica, a volte lirica o persino filosofica.
«I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perchè lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie».


domenica 6 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1925 nasce a Porto Empedocle Andrea Camilleri.
Appena conseguita la maturità liceale e non ancora diciottenne assiste allo sbarco degli alleati nella natia Sicilia riportandone un'impressione profonda. Frequenta quindi l'Accademia d'Arte Drammatica (nella quale in seguito insegnerà Istituzioni di Regia) e a partire dal 1949 inizia a lavorare come regista, autore e sceneggiatore, sia per la televisione (celebri le sue riduzioni di polizieschi come "Il Tenente Sheridan" e il "Commissario Maigret"), sia per il teatro (in particolare con opere di Pirandello e Beckett).
Forte di questo straordinario bagaglio di esperienze, ha poi messo la sua penna al servizio della saggistica, campo in cui ha donato alcuni scritti e riflessioni intorno all'argomento spettacolo.
Col passare degli anni ha affiancato a queste attività principali quella più squisitamente creativa di scrittore. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra; se dapprima l'impegno nella stesura di romanzi è blando, col tempo si fa decisamente più intenso fino a dedicarvi un'attenzione esclusiva a partire da quando, per sopraggiunti limiti d'età, abbandona il lavoro nel mondo dello spettacolo. Una serie di racconti e poesie gli varranno il premio Saint Vincent.
Il grande successo è però arrivato con l'invenzione del personaggio del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Infatti, dopo "Il corso delle cose" (1978), passato pressoché inosservato, pubblica nel 1980 "Un filo di fumo", primo di una serie di romanzi ambientati nell'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del '900. In tutti questi romanzi Camilleri dà prova non solo di una straordinaria capacità inventiva, ma riesce a calare i suoi personaggi in un ambiente totalmente inventato e nello stesso tempo realistico, creando dal nulla anche un nuovo linguaggio, una nuova "lingua" (derivata dal dialetto siciliano), che ne fanno un nuovo Gadda.
L'universale affermazione esplode soltanto nel 1994 con l'apparizione de "La stagione della caccia", cui seguono nel 1995 "Il birraio di Preston", "La concessione del telefono" e "La mossa del cavallo" (1999).
Anche la televisione, che tanto Camilleri ha frequentato in gioventù prodigandovi grandi energie, ha contribuito non poco alla diffusione del fenomeno dello scrittore siciliano, grazie alla serie di telefilm dedicati al Commissario Salvo Montalbano (interpretato da un magistrale Luca Zingaretti).
Una curiosità: i suoi romanzi di ambientazione siciliana sono nati da studi personali sulla storia dell'isola.
Camilleri è morto a Roma il 17 luglio 2019 all'età di 93 anni; dopo una cerimonia strettamente privata, è stato sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, detto anche dei poeti e degli artisti.
I suoi romanzi hanno venduto più di 10 milioni di copie nel mondo.


sabato 5 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 settembre.
Alle 4.30 circa del 5 settembre 1972, durante le olimpiadi estive di Monaco, un commando composto da 8 terroristi palestinesi faceva irruzione nel villaggio olimpico nella zona riservata agli atleti israeliani.
Durante l'irruzione due componenti della delegazione israeliana furono uccisi subito (Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana e Yossef Romano, 31 anni, pesista e padre di 3 figli) ed altri 9 furono presi in ostaggio.
Ne seguì un lungo negoziato in cui i terroristi chiedevano la liberazione di 234 prigionieri palestinesi, dando ultimatum che via via venivano spostati nel tempo. Inizialmente le gare non furono sospese, ma nel pomeriggio l'attenzione del mondo era ormai spostata verso quella palazzina del villaggio olimpico, dove negoziatori tedeschi incredibilmente approssimativi non riuscivano a venire a capo della situazione. Addirittura un tentativo di irruzione dovette essere abortito a causa del fatto che le televisioni riprendevano l'azione, televisioni che anche i terroristi guardavano dall'interno della palazzina.
Dopo lunghe trattative nel pomeriggio fu deciso che i terroristi e gli ostaggi sarebbero stati trasferiti in un aeroporto in elicottero, per poi dirigersi al Cairo e continuare da lì i negoziati. Fu solo in occasione del trasferimento che le autorità tedesche si accorsero che i terroristi erano 8 e non 5, capendo così che il loro piano per sopraffarli nell'aereo per Cairo non poteva essere messo in pratica a causa del fatto che i finti membri dell'equipaggio del volo non erano sufficienti.
Altre assurde improvvisazioni riguardarono il fatto che uno dei mezzi d'assalto che doveva portare le truppe per l'azione di recupero degli ostaggi si stava recando all'aeroporto sbagliato, e quando gli fu comunicato l'errore, inchiodò di colpo causando un tamponamento a catena in autostrada.
Una volta atterrati all'aeroporto i due elicotteri che trasportavano ostaggi e terroristi, questi si accorsero immediatamente che si trattava di una trappola, e cominciò un violento scontro a fuoco di circa un'ora. Vistosi perduti, i terroristi spararono raffiche di mitra agli ostaggi e lanciarono una bomba a mano in uno degli elicotteri, facendolo esplodere.
Alla fine del conflitto, poco dopo la mezzanotte del 6 settembre, tutti gli ostaggi e 4 terroristi erano morti. Le olimpiadi non si fermarono, fu solo organizzata una cerimonia di commemorazione allo stadio olimpico alla presenza di oltre 3000 atleti e 80000 spettatori.


venerdì 4 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 settembre.
Il 4 settembre 1904 a Buggerru, in Sardegna, i militari sparano sulla folla di minatori in protesta, uccidendone alcuni. Da questo fatto scaturì il primo sciopero generale in Italia.
Buggerru era un grosso borgo minerario i cui abitanti giunsero nei periodi floridi sino a novemila. Era il quinto centro dell'isola, quando Cagliari contava poco più di cinquantamila abitanti. Ogni cosa apparteneva alla società proprietaria della miniera, la "Societé anonime des mines de Malfidano". Suoi i pozzi, le laverie, le officine, i magazzini, sue le case, il suolo, sul quale a nessuno era consentito costruire neppure la più povera delle baracche, piantare un albero o raccogliere legna per il focolare, suoi l'ospedale, le scuole, la chiesa, il cimitero.
Il plenipotenziario della società mineraria era il direttore, che in quei primi anni del secolo era un greco di Costantinopoli, l'ingegnere Achille Georgiades, la cui autorità prevaleva in larga misura su quella degli stessi depositari dei poteri istituzionali.
La residenza era una piccola reggia. Il direttore fu forse il primo in Sardegna a possedere un'automobile, massiccia e vistosa quanto era necessario. I salari andavano da un massimo di due lire e settantacinque centesimi al giorno per gli armatori che lavoravano nelle gallerie, agli ottanta centesimi per le cernitici.
Ma la società aveva tutto in paese, compresi i negozi dove c'erano i generi alimentari, vi imponeva i prezzi, per cui quello che i minatori guadagnavano lo dovevano restituire se volevano vivere. Un sistema più vicino alla servitù della gleba che ai giorni nostri. Spaventose le condizioni umane di lavoro: non vi erano contratti di garanzia, pesantissimi i turni di lavoro, di almeno otto ore; non vi era un giorno di riposo settimanale.
Tutto accadde all'improvviso, ma evidentemente il fuoco covava sotto la cenere, e quella che un tempo si chiamava coscienza di classe doveva essere ben presente, se lo sciopero per i diritti di una parte dei minatori coinvolse alla fine tutto il paese.
Il direttore, il 2 settembre, dispose l'entrata in vigore dell'orario invernale, che riduceva di un'ora, dalle undici all'una invece che dalle undici alle due del pomeriggio, la pausa del lavoro concessa a coloro che lavoravano fuori dalla miniera, nelle ore centrali della giornata. A settembre però c'era ancora caldo, e la riduzione di un'ora di riposo sembrava impossibile. All'una di quel giorno nessuno si presentò al lavoro.
I pozzi, le laverie, le officine, i magazzini, restarono deserti. I lavoratori, in una massa che si andava ingrossando via via, si diressero verso l'abitato e la direzione della miniera e lì si riunirono. Il direttore trattò con la commissione operaia, ma in realtà cercò di prendere tempo in attesa dell'arrivo da Cagliari, come promesso dal viceprefetto, di un battaglione dell'esercito. Gli aiuti invocati giunsero, infine, nel pomeriggio della domenica 4 settembre. Erano costituiti da due compagnie del 42° reggimento di fanteria. Partirono le prime sassate, mentre i soldati disposti a presidio della falegnameria spianavano i fucili. Fu il segnale della sparatoria, che fu breve e intensa. Sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni e Salvatore Montixi di 49, erano morti, un terzo, Giustino Pittau, morì dopo quindici giorni in ospedale. Un quarto minatore dell'Oristanese morì dopo venti giorni, ma non si riuscì mai a collegare quella morte alla sparatoria.
L'impatto nel paese, non solo in Sardegna, fu immediato. La Camera del lavoro di Milano indette proprio a seguito dei fatti di Buggerru il primo
sciopero generale d'Italia. E da quello sciopero nacque poi l'idea della prima centrale sindacale. Un momento storico fondamentale per il mondo del lavoro italiano.


giovedì 3 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
La sera del 3 settembre 1982, a Palermo, un attentato mafioso toglieva la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a sua moglie e all'agente di scorta.
Il generale era stato uno dei più fedeli servitori dello stato, carabiniere figlio di carabiniere, distintosi fin dalla gioventù per la brillantezza dei suoi metodi investigativi e i grandi risultati ottenuti.
Negli anni 70 fu investito dei massimi poteri dal ministro dell'interno Virginio Rognoni per coordinare la lotta al terrorismo delle Brigate Rosse; grazie a lui furono arrestati tra gli altri Renato Curcio e Alberto Francheschini (tra i fondatori e ispiratori delle BR), ed altre operazioni consentirono di dare un colpo mortale al terrorismo di sinistra degli anni 70.
A seguito di questi brillanti risultati, Rognoni nell'82 lo volle a Palermo nella speranza che riuscisse ad ottenere gli stessi anche combattendo la mafia; tuttavia, come ebbe subito a lamentare lo stesso generale, non gli fornì mezzi e uomini adeguati ("mi mandano a fare il prefetto di Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì").
Dalla Chiesa non si perde d'animo e comincia ad ottenere risultati (arresti, confische, collusioni con la politica locale e nazionale) dando evidentemente fastidio ai vertici di Cosa Nostra.
Alle 21.15 del 3 settembre la A112 bianca guidata dalla moglie veniva affiancata da una BMW in via Carini a Palermo, dalla quale furono esplosi diversi colpi di Kalashnikov. Contemporaneamente un motociclista affiancava l'auto che seguiva, con autista e scorta, uccidendo quest'ultima.
Durante i funerali la folla protestò nei confronti dei rappresentanti politici con lancio di monetine e fischi; solo al presidente Pertini fu risparmiata la protesta. La figlia Rita fece rimuovere le corone inviate dalla Regione Siciliana.
Per l'omicidio Dalla Chiesa furono condannati all'ergastolo come esecutori materiali Vincenzo Garatolo e Antonino Madonia; a 14 anni di reclusione Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.
Come mandanti furono condannati all'ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Ganci e Anzelmo sono oggi collaboratori di giustizia (Anzelmo è il grande accusatore della collusione con la mafia di Marcello Dell'Utri).


mercoledì 2 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre del 31 avanti Cristo al largo di Azio nella penisola dell'Epiro (odierna Grecia del nord), la flotta di Ottaviano annientava quella di Marco Antonio e Cleopatra, mettendo così fine al secondo triumvirato e dando il via a una nuova fase della storia di Roma, quella dell'Impero.
Marco Antonio nel 34, conquistata l'Armenia, celebrò ad Alessandria il trionfo insieme a Cleopatra, la sua amante, nominando lei ed il figlio avuto da Cesare reggenti di Cipro e delle terre orientali.
Il senato non vide affatto di buon occhio la cosa, e diete mandato ad Ottaviano per muovere guerra all'Egitto e riconquistare le terre perdute. Ottaviano mosse la flotta verso Patrasso, quartier generale di Antonio, che però era forte di una flotta più nutrita, grazie anche al contributo di navi di Cleopatra. Tuttavia le navi di Roma erano più veloci e meglio manovrabili.
All'inizio di Marzo del 31 a.C., anzichè attaccare direttamente Antonio, Marco Vepsanio Agrippa (l'ammiraglio di Ottaviano), si diresse a sud verso la guarnigione di Metone, che non si aspettava un attacco, conquistandola facilmente. In questo modo veniva tagliata la rotta per mare degli approvvigionamenti di Antonio, il quale fu costretto a far fronte a parecchie defezioni nel suo esercito, e in un ultima istanza a distruggere 50 delle sue navi, le peggiori, per evitare che cadessero in mano nemica non avendo più sufficienti uomini per governarle.
Il 2 settembre iniziò la battaglia di Azio, con le due flotte a fronteggiarsi nei pressi della costa formando due semicerchi. L'empasse fu interrotta da Agrippa, spostando velocemente verso il largo la sua flotta. L'ammiraglio nemico cadde nel tranello, e decise di inseguire le navi. Così facendo aumentò la distanza tra di esse e lasciò un buco nella parte centrale del semicerchio. Le navi di Agrippa sfruttarono un'invenzione di quest'ultimo, il rampino, per abbordare i vascelli nemici e combattervi a bordo. Cleopatra, che con le sue navi poteva andare in aiuto di quelle di Antonio, decise invece di sfruttare il buco e allontanarsi insieme ai suoi dalla battaglia. Antonio, vedendo la cosa, abbandonò anch'egli la battaglia al suo destino per inseguire Cleopatra (Velleio Patercolo ebbe a scrivere "i soldati si comportarono come il più valoroso dei comandanti, e il comandante come il più vile dei soldati"). A questo punto la battaglia era ormai compromessa: le forze di Ottaviano diventarono preponderanti e in poco tempo bruciarono e affondarono 40 navi uccidendo 5000 soldati.
Nell'agosto successivo Ottaviano invase l'Egitto, Antonio si suicidò.
Giunto ad Alessandria, Cleopatra tentò di sedurre Ottaviano come fece con Cesare e Antonio, ma questa volta non vi riuscì. Vistasi perduta, si tolse la vita secondo la leggenda con il famoso aspide.


martedì 1 settembre 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il primo settembre.
Il primo settembre 1985 venne individuato il relitto del Titanic.
 L'ipotesi di trovare il relitto del Titanic nacque poco dopo l'affondamento. I rilievi batimetrici, già nel 1912, indicavano una profondità oceanica di 3.800 m nella zona del naufragio, troppo grande per la tecnologia dell'epoca. Oggi è noto che il relitto giace a circa 1.600 km di distanza da New York e a circa 650 km da Capo Race a Terranova (al momento del ritrovamento, Ballard indicò la distanza di 375 miglia da St. John's e 1.000 miglia da Boston). Al tempo si calcolava che il relitto fosse al largo dei Banchi di Terranova. a circa 900 km da Capo Race, alle coordinate - poi dimostratesi errate - di 41°46' N di latitudine, 50° 14' W di longitudine.
Nessun tentativo fu compiuto fino al 1º settembre 1985, quando una spedizione congiunta franco-americana condotta da Jean-Louis Michel e Robert Ballard del Woods Hole Oceanographic Institution, localizzò e fotografò l'intero relitto, a 22 km di distanza dal luogo dove si supponeva si trovasse.
Esso giace a circa 486 miglia dall'isola di Terranova, ad una profondità di 3.787 m, su un fondale fangoso, ai piedi della scarpata continentale nordamericana, pertanto proprio sulla piana abissale. Le coordinate esatte sono: 41°43′55″N 49°56′45″W.
La scoperta più interessante fu che la nave si era spaccata in due tronconi, con la sezione di poppa situata a 600 metri di distanza dalla prua e rivolta in direzione opposta. C'erano testimonianze discordanti sul fatto che la nave si fosse spezzata e le inchieste successive conclusero che la nave era affondata intatta. Per esempio, il 2° ufficiale Lightoller e il colonnello Gracie affermarono sempre che lo scafo naufragò intatto, e così pure Lawrence Beesley nel suo libro The Loss of the Titanic. Secondo i disegni riportati nel libro di Ballard, è probabile che la rottura si sia verificata poco sotto il livello dell'acqua, facendo così intuire (non vedere) l'avvenuta rottura. Ciò che i testimoni videro fu infatti l'improvvisa discesa del ponte di poppa sulla superficie per poi rialzarsi in posizione verticale.
Si stabilì che la prua affondò con un angolo di discesa accentuato, arando il fondale marino dopo il distacco dalla poppa e sotterrandosi per circa 18 metri. La poppa, invece, si devastò completamente a causa dell'aria contenuta al momento dell'affondamento, che ebbe l'effetto di scardinare scafo e ponti. Alla devastazione contribuì anche l'elevata velocità di impatto col fondale, dato che la poppa era appesantita dalle mastodontiche motrici alternative che ancora oggi si trovano imbullonate nella posizione originale. I tronconi della nave affondarono a gran velocità, tanto che si stima abbiano raggiunto il fondale solo dopo 5 minuti e non circa 2 ore dopo, come si calcolò in passato tenendo presente la più lenta discesa di un relitto integro.
Per quanto riguarda i fumaioli, di essi non è stata trovata quasi alcuna traccia. Il n. 1 si staccò quando la nave era ancora in superficie, mentre gli altri si ritiene possano essersi staccati dopo 300 m di profondità, a causa della pressione dell'acqua. Tutti, comunque, si sono spostati di diversi chilometri dal luogo del naufragio per effetto delle correnti marine.
Attorno al relitto si trova una gran quantità di rottami, arredi, stoviglie e oggetti personali dispersi nel raggio di circa un miglio quadrato. I corpi umani e i materiali deperibili come il legno sono stati divorati in brevissimo tempo dagli organismi marini.
Nei primi anni dopo il ritrovamento si fece sempre più forte l'ipotesi di riuscire a riportare a galla i tronconi dello scafo, ipotesi avanzata dallo stesso Ballard, il quale però non ne vedeva la reale necessità.
Nel 1987 iniziarono ad essere recuperati oggetti di valore tra cui una borsa di pelle piena di gioielli, alcune casseforti ed altri manufatti del relitto che successivamente furono esposti in alcune mostre, ed aperti in diretta televisiva mondiale].
Furono recuperati circa 5000 manufatti, una parte dei quali vennero portati in Francia, dove un'associazione di artigiani ognuno specializzato in un campo diverso li restaurarono pazientemente. Per esempio, furono rimessi a nuovo alcuni trombini (ossia le sirene a vapore dei fumaioli), la base in legno di una bussola, una statuetta di ceramica, la griglia metallica di una panchina, una valigia da uomo contenente indumenti, perfino materiale cartaceo come spartiti musicali, lettere, ricevute bancarie, ecc. Alcuni restauratori sono però contrari al completo restauro dei reperti, in quanto essi sono più significativi se mantengono traccia del trauma che hanno subìto.
Nell'agosto 1996 fu tentato un recupero dello scafo alla presenza di due navi da crociera, ma il recupero fallì a causa di un guasto meccanico risolto pochi giorni dopo, quando venne riportata a galla una porzione del ponte di prima classe comprendente due cabine per un totale di 10 tonnellate. L'operazione si svolse grazie all'utilizzo di palloni riempiti di gasolio, che è un liquido più leggero dell'acqua.
Lo scafo del Titanic non si presenta in buone condizioni, tutt'altro. Mentre si riteneva, prima della scoperta del relitto, che il freddo (l'acqua a quella profondità ha una temperatura di 4° C), il buio, le correnti di fondo e la scarsità d'ossigeno disciolto nell'acqua avessero pressoché preservato lo scafo del Titanic integro dalla ruggine, la realtà si presentò ben differente. Vennero smentite le speculazioni degli esperti che - ad esempio - dichiararono che il relitto del Titanic sarebbe stato in condizioni migliori di quello dell'Andrea Doria, in quanto la differenza temporale di permanenza sul fondo oceanico (il Titanic affondò ben 44 anni prima dell'Andrea Doria) sarebbe stata compensata dall'assenza di microorganismi decompositori alle elevate profondità (la tomba del Titanic è a 3.787 m di profondità, mentre l'Andrea Doria giace a soli 80 m di profondità).
Diversi scienziati, tra cui Robert Ballard, ritengono che le visite turistiche al relitto stiano accelerando il processo di degrado. Microrganismi marini stanno progressivamente consumando il ferro del Titanic fin dal momento dell'affondamento, ma a causa del danno aggiunto dai visitatori la National Oceanic and Atmospheric Administration americana stima che «...lo scafo e la struttura della nave potrebbe collassare sul fondale oceanico entro i prossimi 50 anni» (entro 80-100 anni secondo altre stime). Il libro di Ballard Return to Titanic, pubblicato dalla National Geographic Society, include fotografie che evidenziano il degrado del ponte superiore causato dal posarsi dei batiscafi.
Gli scienziati della spedizione sottomarina del 1997 hanno collocato sulla parte più corrosa del relitto, a prua, una specie di esca con negativi fotografici. Dopo qualche giorno si sono accorti che la gelatina della pellicola era stata intaccata dai batteri che si nutrono di ferro, calcolando che in cento anni circa il 20% della prua è già stato consumato. Secondo gli studiosi, il Titanic è letteralmente "divorato" dai batteri e col passare dei secoli si trasformerà in polvere e minerale ferroso.
Nel dicembre 2010 gli scienziati della Dalhousie University di Halifax (Canada) e dell'Università di Siviglia (Spagna) hanno reso pubblici i risultati di nuove analisi su reperti prelevati dalla nave responsabili delle formazioni rugginose chiamate rusticles) causa del degrado dello scafo e hanno isolato una nuova specie di batteri, mai trovata a quella profondità e chiamata Halomonas titanicae.
Si presume che il relitto del Titanic, nel 2040 sarà completamente divorato dai batteri, e quindi non sarà più possibile vederlo come relitto sott'acqua.

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