Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Il 4 agosto 1848 il podestà di Milano, sconfitto, restituì la città al generale Radetsky (quello della marcia).
Tutto cominciò a Marzo dello stesso anno, quando il presidio austriaco di Milano a causa di una nuova tassa diede vita alle famose 5 giornate. Fu imposto un balzello sui sigari e sul tabacco, e i milanesi per protesta smisero di fumare. Il generale mandò allora in giro per la città i suoi soldati a fumare e provocare i milanesi, con l'intento di far venire loro voglia di tornare al loro vizio. Invece accadde che un cittadino, indispettito da questo comportamento, gettò a terra il sigaro di un soldato e da lì ebbe inizio una rivolta che coinvolse l'intera cittadinanza con barricate e sollevazioni anche dei cittadini delle campagne. Dopo 5 giornate di intensa battaglia urbana Radetsky decise di lasciare la città e accamparsi nel quadrilatero formato dalle città di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera del Garda. Il lassismo di Carlo Alberto, che non approfittò della situazione e non inviò il governo piemontese in Lombardia, fece sì che in pochi mesi Radetsky potesse riorganizzare le sue truppe, ricevendo anche rinforzi dal Tirolo; il 4 agosto mosse nuovamente verso Milano e in una sola giornata riconquistò la città.
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martedì 4 agosto 2026
giovedì 30 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1848 ebbe luogo la Battaglia di Goito.
Il 27 maggio Radetzky uscì da Verona diretto verso Mantova. Per raggiungere il capoluogo virgiliano fece un giro largo, marciando a sud, in modo da aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunto a Mantova la sera del 28 maggio Radetzky si accampò a San Giorgio. Il 29 fece avanzare 20mila uomini (19 battaglioni, 2 squadroni e 52 cannoni) verso Curtatone e Montanara, località presidiate dal contingente toscano formato da 6 mila uomini e munito di soli 3 cannoni. I Toscani offrirono una strenua e inaspettata resistenza (166 morti, 510 feriti e 1.186 prigionieri), che costò agli Austriaci ben 1.000 fra morti e feriti e, soprattutto, diede il tempo all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito.
Dopo Curtatone e Montanara, l'esercito austriaco rallentò la marcia e si fece prudente. Nella circostanza Radetzky commise due fondamentali errori: inviò 12.000 uomini del II Corpo in una lunghissima e inutile manovra aggirante, sulla direttrice Rodigo-Ceresara, sottraendoli in tal modo alle forze in campo; procedette con ritardo tale da giungere a Goito solo alle tre del pomeriggio del 30 maggio.
Il ritardo aveva, infatti, permesso a Carlo Alberto di prepararsi alla manovra aggirante preparata dal Radetzky, concentrando su Goito 23mila uomini.
La difesa di Goito era un imperativo per i sardo-piemontesi, tenuto conto che un eventuale arretramento avrebbe compromesso il transito sul Mincio, tagliando fuori l’intera metà dell’esercito sulla sinistra del fiume ovvero tutte le posizioni conquistate nell’ultimo mese.
Lo schieramento era stato completato a mezzogiorno, e da Goito andava alla frazione di Cerlongo, in direzione di Brescia, con alle spalle il nodo viario di Volta, circa 7 km più indietro.
Il tardivo riconoscimento della necessità di mantenere quella posizione strategica aveva tuttavia permesso di raccogliere solo una parte delle truppe potenzialmente a disposizione. Bava mise insieme 21 battaglioni, 23 squadroni e 56 cannoni. Ovvero poco più di 23mila uomini, tutti del 1° corpo, e della divisione di riserva. Mancava all’appello la brigata Regina, 2 dei 5 battaglioni della brigata Cuneo, 3 dei 5 battaglioni della brigata Acqui, che non fecero in tempo a raggiungere il campo di battaglia. Mancava, inoltre, l’intero 2° corpo del di Sonnaz, schierato all’assedio di Peschiera ed alla protezione del fronte settentrionale. Si trattava, insomma, di poco più della metà dell’esercito che Carlo Alberto aveva portato alla campagna.
Le truppe vennero fatte marciare da nord verso Goito, man mano che le esplorazioni confermavano l’assenza di avanguardie austriache, attardate, come si è visto, a Curtatone.
Giunta in loco, venne divisa in 5 gruppi principali:
• all’estrema destra 2 dei 3 reggimenti di cavalleria, insieme a molti bersaglieri, ad evitare eventuali tentativi di aggiramento
• a destra, su Cerlongo, stava la brigata Cuneo (solo 3 dei 5 battaglioni)
• a sinistra, sino a Goito, stava la brigata Casale, sostenuta dalla brigata Acqui (solo 2 dei 5 battaglioni) un piccolo battaglione napoletano
• all'estrema sinistra, Goito era occupata da 2 battaglioni, fortificata e protetta da numerosa artiglieria, e veniva ad appoggiarsi al fiume.
• in seconda linea, sulle alture dette ‘dei Somenzari’, la brigata Aosta, la brigata Guardie e una forte riserva d'artiglieria
Si trattava di tutto ciò che il Bava era riuscito a richiamare. Ma non sarebbe stato sufficiente se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l’intero esercito che si era trascinato da Verona, aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova: in totale fuori Mantova aveva a disposizione 37 battaglioni, 27 squadroni ed 88 cannoni: sino a 44mila uomini contro 23mila. Si trattava, insomma, di circa i 2/3 dell’esercito del feldmaresciallo, contro poco più della metà dell’esercito di Carlo Alberto.
Ma quando l’esercito austriaco si presentò di fronte al Bava ed a Carlo Alberto era composto solo dal I Corpo del Wratislaw, rinforzato di alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29mila uomini.
Il resto, 12mila uomini, affidati al d'Aspre, si erano incamminati sulla lunga strada per Rodigo - Ceresara, mirando ad aggirare le linee sarde sulla direttrice Ceresara – Guidizzolo. Manovra che non avrebbe mai raggiunto l’obiettivo. Il 30 maggio Carlo Alberto, dal suo punto di osservazione sulla collina detta ‘dei Somenzari’, vide arrivare le truppe del Wratislaw che marciavano lungo la direttrice Sacca-Goito.
Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si arrestarono, vennero raggiunte dalla retrovia d’artiglieria e cavalleria ed impiegarono molto tempo per schierarsi sul terreno intricato di colline e coltivazioni. L’assalto iniziò molto tardi, verso le 15.00, contro la sinistra del Bava, appoggiata su Goito. Venne annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria, ben risposto dai 14 pezzi dei difensori. Il Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi e prendere il nemico di fianco. In tal modo l'attacco austriaco venne cinque volte ripetuto e cinque volte respinto.
Poco dopo cominciò anche l’assalto delle brigate Wohlgemuth e Strassoldo alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della brigata Cuneo presero a ripiegare. Gli Austriaci giunsero ad impadronirsi delle prime case di Cerlongo.
A quel punto l'artiglieria sarda, dalle retrovie, venne posta in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento, arrestando l’avanzata austriaca. La brigata Aosta, posta in seconda linea, fu mandata a tappare la falla, e recuperò terreno. Intervenne anche l’Aosta Cavalleria ed il Nizza Cavalleria, all’inizio della battaglia schierate sul centrale poggio ‘dei Somenzari’, accanto ai Carabinieri a cavallo.
L’azione consentì di interrompere il tentativo di aggiramento del Radetzky, e porne le avanguardie sulla difensiva.
Venne, quindi, l’ora del contrattacco. Vittorio Emanuele, erede al trono e Duca di Savoia, condusse la brigata Guardie (l’ultima riserva) verso il fronte: quella marcia intercettò la fuga della brigata Cuneo, che venne arrestata e riorganizzata. Riannodate le fila le 2 brigate, verso le 18,00, contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo: le fecero indietreggiare per poi caricarlo alla baionetta, gettarlo nello scompiglio e costringerlo ad un precipitoso dietro-front. Vittorio Emanuele guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo lievemente ferito. Nel combattimento si erano distinti anche i bersaglieri delle compagnie del Lions, Cart e De Biller.Verso le 18.30, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky ordinò la ritirata, riconoscendo la sconfitta: nessuna notizia dal d’Aspre (attardato lungo la strada tra Ceresara e Solarolo), la destra sfondata, il tentativo di aggiramento della linea Goito-Cerlongo definitivamente fallito. Il Maresciallo aveva perso la battaglia, poiché aveva commesso un grave errore di condotta strategica: pur disponendo di forze sovrabbondanti, ne aveva impiegato una parte rilevante in una fallimentare, quanto ridondante, diversione.
Carlo Alberto aveva vinto la terza battaglia, su tre combattute. Bava aveva confermato il successo di Santa Lucia, come il Sonnaz aveva vinto a Pastrengo. I Toscani a Curtatone avevano dimostrato grande ardimento e resistenza.
La battaglia di Goito del 30 maggio ebbe conseguenza strategica assai rilevante: Carlo Alberto aveva interrotto la grande manovra del Radetzky e la liberazione di Peschiera dall’assedio era avvenuta.
Non solo il grosso dell’esercito non era riuscito a risalire il Mincio, ma, pure, una colonna di soccorso (colma di vettovaglie) scesa da Rivoli Veronese e forte di ben 6mila uomini era stata bloccata dai Sardi a Calmasino. Il fatto che tale combattimento sia avvenuto il 29, in coincidenza con gli scontri di Curtatone, testimonia sia della fretta del Radetzky, sia di una certa disarticolazione dei comandi.
Quel giorno stesso, prima ancora che si cominciasse a sparare a Goito, la guarnigione di Peschiera si arrese. Si consegnarono 1.600 uomini, 150 cannoni e una gran quantità di polvere e di proiettili. Ciò che portava il saldo generale della ‘grande manovra’ decisamente all’attivo di Carlo Alberto.
Infatti sul campo di Goito, mentre cominciava la ritirata austriaca, un corriere inviato dal Duca di Genova recò la notizia della resa di Peschiera, e per tutto il campo i soldati presero a gridare: ‘Viva il re d'Italia’.
Il 30 maggio 1848 ebbe luogo la Battaglia di Goito.
Il 27 maggio Radetzky uscì da Verona diretto verso Mantova. Per raggiungere il capoluogo virgiliano fece un giro largo, marciando a sud, in modo da aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunto a Mantova la sera del 28 maggio Radetzky si accampò a San Giorgio. Il 29 fece avanzare 20mila uomini (19 battaglioni, 2 squadroni e 52 cannoni) verso Curtatone e Montanara, località presidiate dal contingente toscano formato da 6 mila uomini e munito di soli 3 cannoni. I Toscani offrirono una strenua e inaspettata resistenza (166 morti, 510 feriti e 1.186 prigionieri), che costò agli Austriaci ben 1.000 fra morti e feriti e, soprattutto, diede il tempo all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito.
Dopo Curtatone e Montanara, l'esercito austriaco rallentò la marcia e si fece prudente. Nella circostanza Radetzky commise due fondamentali errori: inviò 12.000 uomini del II Corpo in una lunghissima e inutile manovra aggirante, sulla direttrice Rodigo-Ceresara, sottraendoli in tal modo alle forze in campo; procedette con ritardo tale da giungere a Goito solo alle tre del pomeriggio del 30 maggio.
Il ritardo aveva, infatti, permesso a Carlo Alberto di prepararsi alla manovra aggirante preparata dal Radetzky, concentrando su Goito 23mila uomini.
La difesa di Goito era un imperativo per i sardo-piemontesi, tenuto conto che un eventuale arretramento avrebbe compromesso il transito sul Mincio, tagliando fuori l’intera metà dell’esercito sulla sinistra del fiume ovvero tutte le posizioni conquistate nell’ultimo mese.
Lo schieramento era stato completato a mezzogiorno, e da Goito andava alla frazione di Cerlongo, in direzione di Brescia, con alle spalle il nodo viario di Volta, circa 7 km più indietro.
Il tardivo riconoscimento della necessità di mantenere quella posizione strategica aveva tuttavia permesso di raccogliere solo una parte delle truppe potenzialmente a disposizione. Bava mise insieme 21 battaglioni, 23 squadroni e 56 cannoni. Ovvero poco più di 23mila uomini, tutti del 1° corpo, e della divisione di riserva. Mancava all’appello la brigata Regina, 2 dei 5 battaglioni della brigata Cuneo, 3 dei 5 battaglioni della brigata Acqui, che non fecero in tempo a raggiungere il campo di battaglia. Mancava, inoltre, l’intero 2° corpo del di Sonnaz, schierato all’assedio di Peschiera ed alla protezione del fronte settentrionale. Si trattava, insomma, di poco più della metà dell’esercito che Carlo Alberto aveva portato alla campagna.
Le truppe vennero fatte marciare da nord verso Goito, man mano che le esplorazioni confermavano l’assenza di avanguardie austriache, attardate, come si è visto, a Curtatone.
Giunta in loco, venne divisa in 5 gruppi principali:
• all’estrema destra 2 dei 3 reggimenti di cavalleria, insieme a molti bersaglieri, ad evitare eventuali tentativi di aggiramento
• a destra, su Cerlongo, stava la brigata Cuneo (solo 3 dei 5 battaglioni)
• a sinistra, sino a Goito, stava la brigata Casale, sostenuta dalla brigata Acqui (solo 2 dei 5 battaglioni) un piccolo battaglione napoletano
• all'estrema sinistra, Goito era occupata da 2 battaglioni, fortificata e protetta da numerosa artiglieria, e veniva ad appoggiarsi al fiume.
• in seconda linea, sulle alture dette ‘dei Somenzari’, la brigata Aosta, la brigata Guardie e una forte riserva d'artiglieria
Si trattava di tutto ciò che il Bava era riuscito a richiamare. Ma non sarebbe stato sufficiente se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l’intero esercito che si era trascinato da Verona, aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova: in totale fuori Mantova aveva a disposizione 37 battaglioni, 27 squadroni ed 88 cannoni: sino a 44mila uomini contro 23mila. Si trattava, insomma, di circa i 2/3 dell’esercito del feldmaresciallo, contro poco più della metà dell’esercito di Carlo Alberto.
Ma quando l’esercito austriaco si presentò di fronte al Bava ed a Carlo Alberto era composto solo dal I Corpo del Wratislaw, rinforzato di alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29mila uomini.
Il resto, 12mila uomini, affidati al d'Aspre, si erano incamminati sulla lunga strada per Rodigo - Ceresara, mirando ad aggirare le linee sarde sulla direttrice Ceresara – Guidizzolo. Manovra che non avrebbe mai raggiunto l’obiettivo. Il 30 maggio Carlo Alberto, dal suo punto di osservazione sulla collina detta ‘dei Somenzari’, vide arrivare le truppe del Wratislaw che marciavano lungo la direttrice Sacca-Goito.
Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si arrestarono, vennero raggiunte dalla retrovia d’artiglieria e cavalleria ed impiegarono molto tempo per schierarsi sul terreno intricato di colline e coltivazioni. L’assalto iniziò molto tardi, verso le 15.00, contro la sinistra del Bava, appoggiata su Goito. Venne annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria, ben risposto dai 14 pezzi dei difensori. Il Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi e prendere il nemico di fianco. In tal modo l'attacco austriaco venne cinque volte ripetuto e cinque volte respinto.
Poco dopo cominciò anche l’assalto delle brigate Wohlgemuth e Strassoldo alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della brigata Cuneo presero a ripiegare. Gli Austriaci giunsero ad impadronirsi delle prime case di Cerlongo.
A quel punto l'artiglieria sarda, dalle retrovie, venne posta in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento, arrestando l’avanzata austriaca. La brigata Aosta, posta in seconda linea, fu mandata a tappare la falla, e recuperò terreno. Intervenne anche l’Aosta Cavalleria ed il Nizza Cavalleria, all’inizio della battaglia schierate sul centrale poggio ‘dei Somenzari’, accanto ai Carabinieri a cavallo.
L’azione consentì di interrompere il tentativo di aggiramento del Radetzky, e porne le avanguardie sulla difensiva.
Venne, quindi, l’ora del contrattacco. Vittorio Emanuele, erede al trono e Duca di Savoia, condusse la brigata Guardie (l’ultima riserva) verso il fronte: quella marcia intercettò la fuga della brigata Cuneo, che venne arrestata e riorganizzata. Riannodate le fila le 2 brigate, verso le 18,00, contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo: le fecero indietreggiare per poi caricarlo alla baionetta, gettarlo nello scompiglio e costringerlo ad un precipitoso dietro-front. Vittorio Emanuele guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo lievemente ferito. Nel combattimento si erano distinti anche i bersaglieri delle compagnie del Lions, Cart e De Biller.Verso le 18.30, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky ordinò la ritirata, riconoscendo la sconfitta: nessuna notizia dal d’Aspre (attardato lungo la strada tra Ceresara e Solarolo), la destra sfondata, il tentativo di aggiramento della linea Goito-Cerlongo definitivamente fallito. Il Maresciallo aveva perso la battaglia, poiché aveva commesso un grave errore di condotta strategica: pur disponendo di forze sovrabbondanti, ne aveva impiegato una parte rilevante in una fallimentare, quanto ridondante, diversione.
Carlo Alberto aveva vinto la terza battaglia, su tre combattute. Bava aveva confermato il successo di Santa Lucia, come il Sonnaz aveva vinto a Pastrengo. I Toscani a Curtatone avevano dimostrato grande ardimento e resistenza.
La battaglia di Goito del 30 maggio ebbe conseguenza strategica assai rilevante: Carlo Alberto aveva interrotto la grande manovra del Radetzky e la liberazione di Peschiera dall’assedio era avvenuta.
Non solo il grosso dell’esercito non era riuscito a risalire il Mincio, ma, pure, una colonna di soccorso (colma di vettovaglie) scesa da Rivoli Veronese e forte di ben 6mila uomini era stata bloccata dai Sardi a Calmasino. Il fatto che tale combattimento sia avvenuto il 29, in coincidenza con gli scontri di Curtatone, testimonia sia della fretta del Radetzky, sia di una certa disarticolazione dei comandi.
Quel giorno stesso, prima ancora che si cominciasse a sparare a Goito, la guarnigione di Peschiera si arrese. Si consegnarono 1.600 uomini, 150 cannoni e una gran quantità di polvere e di proiettili. Ciò che portava il saldo generale della ‘grande manovra’ decisamente all’attivo di Carlo Alberto.
Infatti sul campo di Goito, mentre cominciava la ritirata austriaca, un corriere inviato dal Duca di Genova recò la notizia della resa di Peschiera, e per tutto il campo i soldati presero a gridare: ‘Viva il re d'Italia’.
giovedì 23 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 Marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: è l'inizio della prima guerra di indipendenza.
La prima Guerra d'Indipendenza italiana scoppiò in seguito alle sollevazioni di Venezia e Milano. Nelle due città del Lombardo-Veneto, il popolo insorse in corrispondenza dei moti contro il governo scoppiati a Vienna e che costarono il licenziamento di Metternich. A Venezia la sollevazione (17 marzo) portò alla liberazione dal carcere di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che istituirono un governo democratico. A Milano si ebbero le 5 giornate (18-23 marzo) che culminarono nella cacciata degli austriaci comandati dal maresciallo Radetzky: essi si rifugiarono nel quadrilatero compreso tra le fortezze di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera. A questo punto decise di intervenire Carlo Alberto, spinto a ciò da manifestazioni popolari, dal desiderio di non vedere trionfare i repubblicani e dalla convinzione che fosse giunta l'ora di istituire quel Regno dell'Alta Italia, obiettivo tradizionale della dinastia sabauda.
Il 23 marzo entrò in guerra, le sue truppe entrarono in una Milano già liberatasi da sola il 26. Intanto, più per la pressione dell'opinione pubblica che per intima convinzione, i sovrani di Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa schierarono i propri eserciti al fianco dei Piemontesi. Un'ondata di entusiasmo patriottico percorse la penisola, ma l'atteggiamento di Carlo Alberto, che intese assurgere a leader della coalizione, e il timore di una poderosa reazione austriaca fecero sciogliere l'alleanza come neve al sole. Così, visti gli irrilevanti successi militari di Pastrengo e Goito, e la minaccia di scisma religioso da parte asburgica, il papa si ritirò dal conflitto (29 aprile 1848), seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II alle prese con una grave rivolta interna. Per quanto reali fossero i pretesti, non c'è dubbio che la vera ragione per cui la coalizione si disgregò fu nell'intenzione dei sovrani italiani di ostacolare i sogni egemonici di Carlo Alberto. Intanto la guerra proseguiva.
Volontari toscani rallentarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara (29 maggio), mentre l'esercito piemontese si impose a Goito ed espugnò la fortezza di Peschiera (30 maggio). I Ducati e Milano (29 maggio), nonché Venezia (4 giugno), furono annessi al Piemonte.
Poco dopo, però, gli Austriaci di Radetzky, ottenuti rinforzi, reagirono ed a Custoza sconfissero duramente le forze sabaude (23-25 luglio). Il 9 agosto fu siglato l'armistizio. Per l'opposizione austriaca a ogni concessione durante le trattative di pace e per il timore che nelle città di Roma e Firenze, dove nell'autunno 1848 si erano insediati governi democratici cacciando i sovrani (a Roma sorse una Repubblica capeggiata da un triumvirato il cui membro più influente era Mazzini), i repubblicani avessero il sopravvento, nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua.
Il 23 marzo i Sabaudi furono sconfitti a Novara; la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II (1849-'78). Il giorno dopo fu firmato l'Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci, ma, almeno, il re riuscì a salvare lo Statuto Albertino.
Il fallimento bellico suscitò un'insurrezione a Brescia; a Roma (dove il governo dal febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e Venezia la resistenza agli austriaci fu strenua. Roma si arrese il 4 luglio sotto i colpi francesi e napoletani, Venezia — stremata dall'assedio austriaco — il 23 agosto seguente. In Toscana il governo retto da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli era caduto per contrasti interni. Pio IX e Leopoldo II tornarono sui rispettivi troni.
La Prima Guerra d'Indipendenza si concluse con la sconfitta definitiva dei piemontesi a Custoza e l'armistizio di Salasco.
Anche nel resto d'Italia tutti i moti vennero soffocati, ma furono comunque un primo importante passo verso l'Unità d'Italia.
Il 23 Marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: è l'inizio della prima guerra di indipendenza.
La prima Guerra d'Indipendenza italiana scoppiò in seguito alle sollevazioni di Venezia e Milano. Nelle due città del Lombardo-Veneto, il popolo insorse in corrispondenza dei moti contro il governo scoppiati a Vienna e che costarono il licenziamento di Metternich. A Venezia la sollevazione (17 marzo) portò alla liberazione dal carcere di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che istituirono un governo democratico. A Milano si ebbero le 5 giornate (18-23 marzo) che culminarono nella cacciata degli austriaci comandati dal maresciallo Radetzky: essi si rifugiarono nel quadrilatero compreso tra le fortezze di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera. A questo punto decise di intervenire Carlo Alberto, spinto a ciò da manifestazioni popolari, dal desiderio di non vedere trionfare i repubblicani e dalla convinzione che fosse giunta l'ora di istituire quel Regno dell'Alta Italia, obiettivo tradizionale della dinastia sabauda.
Il 23 marzo entrò in guerra, le sue truppe entrarono in una Milano già liberatasi da sola il 26. Intanto, più per la pressione dell'opinione pubblica che per intima convinzione, i sovrani di Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa schierarono i propri eserciti al fianco dei Piemontesi. Un'ondata di entusiasmo patriottico percorse la penisola, ma l'atteggiamento di Carlo Alberto, che intese assurgere a leader della coalizione, e il timore di una poderosa reazione austriaca fecero sciogliere l'alleanza come neve al sole. Così, visti gli irrilevanti successi militari di Pastrengo e Goito, e la minaccia di scisma religioso da parte asburgica, il papa si ritirò dal conflitto (29 aprile 1848), seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II alle prese con una grave rivolta interna. Per quanto reali fossero i pretesti, non c'è dubbio che la vera ragione per cui la coalizione si disgregò fu nell'intenzione dei sovrani italiani di ostacolare i sogni egemonici di Carlo Alberto. Intanto la guerra proseguiva.
Volontari toscani rallentarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara (29 maggio), mentre l'esercito piemontese si impose a Goito ed espugnò la fortezza di Peschiera (30 maggio). I Ducati e Milano (29 maggio), nonché Venezia (4 giugno), furono annessi al Piemonte.
Poco dopo, però, gli Austriaci di Radetzky, ottenuti rinforzi, reagirono ed a Custoza sconfissero duramente le forze sabaude (23-25 luglio). Il 9 agosto fu siglato l'armistizio. Per l'opposizione austriaca a ogni concessione durante le trattative di pace e per il timore che nelle città di Roma e Firenze, dove nell'autunno 1848 si erano insediati governi democratici cacciando i sovrani (a Roma sorse una Repubblica capeggiata da un triumvirato il cui membro più influente era Mazzini), i repubblicani avessero il sopravvento, nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua.
Il 23 marzo i Sabaudi furono sconfitti a Novara; la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II (1849-'78). Il giorno dopo fu firmato l'Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci, ma, almeno, il re riuscì a salvare lo Statuto Albertino.
Il fallimento bellico suscitò un'insurrezione a Brescia; a Roma (dove il governo dal febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e Venezia la resistenza agli austriaci fu strenua. Roma si arrese il 4 luglio sotto i colpi francesi e napoletani, Venezia — stremata dall'assedio austriaco — il 23 agosto seguente. In Toscana il governo retto da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli era caduto per contrasti interni. Pio IX e Leopoldo II tornarono sui rispettivi troni.
La Prima Guerra d'Indipendenza si concluse con la sconfitta definitiva dei piemontesi a Custoza e l'armistizio di Salasco.
Anche nel resto d'Italia tutti i moti vennero soffocati, ma furono comunque un primo importante passo verso l'Unità d'Italia.
domenica 29 maggio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1848 ebbe luogo la battaglia di Curtatone e Montanara.
La battaglia a Curtatone e Montanara deve inquadrarsi negli avvenimenti generali dell’assedio di Peschiera e la successiva battaglia di Goito. Riveste massima importanza, poiché il sacrificio dei volontari toscani permise la vittoria importantissima delle truppe Sabaude a Goito il giorno seguente, che apriva le più ampie possibilità sull’economia della guerra.
Nel pomeriggio del 27 maggio 1848, Radetzky uscì da Verona e per Isola della Scala giunse la sera del 28 presso Mantova dove si accampò a San Giorgio. La sua idea era di effettuare un’ampia manovra verso sud – sud ovest per aggirare le posizioni “italiane” (sabaude e volontarie) e di piombare sulla chiave di volta del settore: Goito. Battere i Piemontesi a Goito, voleva dire liberare Peschiera dall’assedio e tagliare la ritirata al resto dell’Esercito Sardo in Veneto. In questo panorama, i volontari toscani ricoprivano una posizione strategica, perché schierati su una linea difensiva posta a metà strada tra Goito ed il lago di Mantova, appunto i borghi di Curtatone e Montanara. Comandati dal Generale Laugier, che il 26 maggio aveva sostituito il duo Arco-Ferrari, e avevano valorosamente combattuto gli Austriaci il 4, il 10 e il 13 maggio, avevano il loro quartiere generale alle Grazie. Laugier ricevette il giorno 28 dal Generale Bava due avvisi: nel primo gli si diceva di stare in guardia, e con il secondo lo si invitava ad impedire al nemico il passaggio del Mincio se fossero venuti in contatto. Se ciò era impossibile, avrebbe dovuto ritirarsi su Gazzoldo e di là a proseguire per Volta.
Il mattino presto del 29 maggio, Laurgier ricevette un terzo avviso, con l’istruzione di arretrare subito lo schieramento della sua divisione, per mettersi in grado, nel caso non avesse potuto fermare il nemico, di giungere subito a Volta, dove avrebbe incontrato il grosso del Corpo d’Armata dello stesso Bava.
Quest'ultimo avviso però giunse al Laurgier contemporaneamente al contatto con le avanguardie nemiche. Iniziato lo scontro quindi, Laurgier non fu più in grado di eseguire le ultime istruzioni, perché a sua volta aveva impartito i suoi ordini durante la notte e per avvisare tutti i comandi di battaglione e compagnie ci sarebbero volute ore. Intorno alle ore 08.00 quindi, quando gli austriaci fecero capolino, lo schieramento del Laurgier era si pronto a scontrarsi con il nemico a piè fermo, ma sapeva anche bene che non avrebbe avuto nessun aiuto dalle retrovie, perché queste si aspettavano il suo ordinato ripiegamento.
A tal proposito è bene ricordare, che al tempo non esistevano comunicazioni dirette ed in tempo reale fra i reparti, e che gli ordini emanati per mezzo di staffette e dispacci, giungevano con giornate intere di ritardo sulla condizione che li avevano generati. Ciò poteva chiaramente amplificare gli eventuali errori di valutazione commessi. I comandanti tutti, ma soprattutto coloro che avevano la responsabilità strategica dei movimenti di insieme, traevano le loro informazioni da esploratori a cavallo, che con tempi variabili aggiornavano una situazione che poteva cambiare sensibilmente di ora in ora, e sulla base di queste informazione venivano stimati movimenti e possibilità tattiche, che perdevano di efficacia tanto più quanto lento era il ciclo: raccolta informazioni – elaborazione di un piano – ordini e disposizioni alle truppe sul campo per l’esecuzione.
Il Generale Laurgier poteva contare verso Goito il 1° battaglione del 1° reggimento napoletano; a Sacca, Rivolta e Castellucchio due compagnie di Lucchesi e un battaglione di volontari fiorentini; a Curtatone, sotto il comando del Colonnello Campione, duemilacinquecento uomini, fra cui un battaglione di volontari napoletani; a Montanara, comandati dal Colonnello Giovannetti, altri duemilacinquecento soldati fra cui il secondo battaglione del 1° Reggimento napoletano. Di fronte in quella mattina del 29 maggio 1848 si trovano circa sedicimila fanti austriaci, duemila cavalli ed otto batterie di artiglieria da campagna, che muovevano su tre colonne, la prima comandata da Felice Schwartzenberg, la seconda da Carlo Schwartzenberg, la terza dal Principe Liechtenstein. Le prime due puntarono su Curtatone e Montanara, mentre l'ultima, prendendo la via di Buscoldo, tentava un ulteriore manovra aggirante su Montanara per impadronirsi del passo dell'Osone alle spalle del Laurgier.
La battaglia cominciò con l'assalto di Curtatone. Due volte la brigata Benedek assalì e due volte fu respinta, mentre i due soli pezzi (cannoni) del Capitano Niccolini tenevano testa alle numerose artiglierie nemiche. In questa opera si distinse il cannoniere Gasperi, che, quasi nudo dopo che i suoi vestiti erano stati quasi interamente bruciati da un razzo incendiario, “rimaneva impassibile, accanto al suo pezzo fra il fulminare dei cannoni austriaci”.
Al terzo assalto della brigata Benedek, spalleggiata dalla brigata Wolgemuhl, la resistenza venne meno, e i superstiti cominciarono il ripiegamento verso Goito, manovra peraltro eseguita con un discreto ordine. Fra gli altri, a Curtatone, si distinse in particolar modo il battaglione degli studenti delle Università di Pisa e di Siena; il Prof. Leopoldo Pilla, famoso geologo, venuto a combattere con i suoi discepoli per l'indipendenza d'Italia, cadde ucciso in questa mirabile resistenza. Fu ferito e fatto prigioniero Giuseppe Manganelli, così come fu ferito anche il Colonnello Campia.
Anche a Montanara i volontari toscani di Giovanetti respinsero due audaci assalti del nemico e con loro gareggiarono in valore i fanti del 2° battaglione del 1° reggimento napoletano. Alla fine però, dopo sei ore di accanitissimo e sanguinoso combattimento, ormai decimati furono costretti a ripiegare su Gazzoldo.
Nella battaglia di Curtatone e Montanara, i poco considerati - fino ad allora - volontari toscani si coprirono di gloria resistendo a forze nemiche doppie e oltre, mandando a vuoto di fatto il disegno strategico del Feldmaresciallo Radetzky che intendeva chiudere fra il Mincio e l'Adige l'esercito piemontese. La Divisione “italiana” del Generale Laurgier ebbe centosessantasei morti, cinquecentodieci feriti e millecentottantasei prigionieri su circa 6000 uomini combattenti. Da parte loro gli austriaci pagarono caro l’azzardo, con circa 1000 uomini fuori combattimento nonostante l’evidente supremazia numerica.
Lo stesso giorno 29, mentre infuriava la battaglia a Curtatone e Montanara, seimila Austriaci scendevano da Rivoli accompagnando un convoglio che doveva rinforzare e rifornire di viveri la fortezza assediata di Peschiera. Anche in questo caso il nemico non riuscì a portare a termine il suo incarico, in quanto a Colmasino, gli “italiani” volontari che difendevano quella posizione resistettero fin quando gli austriaci dovettero ritirarsi oltre Cavaglione, per il sopraggiungere delle forze del Generale Bes, giunto a loro soccorso.
In conseguenza di questa rotta dei soccorsi, la già debole guarnigione austriaca di Peschiera, mancante di viveri dal giorno 26, si arrese l’indomani 30 maggio. Il presidio contava millesettecento uomini; furono trovate centocinquanta bocche da fuoco e una gran quantità di polvere e di proiettili.
Il Radetzky, avuta ragione degli “italiani” a Curtatone e Montanara, avrebbe dovuto marciare su Goito, ma l'improvvisa resistenza trovata lo consigliò di rimandare il giorno dopo il proseguimento dell'azione, il che permise a Carlo Alberto di concentrare su Goito ventiduemila uomini e di vincere ancora il nemico.
Il 29 maggio 1848 ebbe luogo la battaglia di Curtatone e Montanara.
La battaglia a Curtatone e Montanara deve inquadrarsi negli avvenimenti generali dell’assedio di Peschiera e la successiva battaglia di Goito. Riveste massima importanza, poiché il sacrificio dei volontari toscani permise la vittoria importantissima delle truppe Sabaude a Goito il giorno seguente, che apriva le più ampie possibilità sull’economia della guerra.
Nel pomeriggio del 27 maggio 1848, Radetzky uscì da Verona e per Isola della Scala giunse la sera del 28 presso Mantova dove si accampò a San Giorgio. La sua idea era di effettuare un’ampia manovra verso sud – sud ovest per aggirare le posizioni “italiane” (sabaude e volontarie) e di piombare sulla chiave di volta del settore: Goito. Battere i Piemontesi a Goito, voleva dire liberare Peschiera dall’assedio e tagliare la ritirata al resto dell’Esercito Sardo in Veneto. In questo panorama, i volontari toscani ricoprivano una posizione strategica, perché schierati su una linea difensiva posta a metà strada tra Goito ed il lago di Mantova, appunto i borghi di Curtatone e Montanara. Comandati dal Generale Laugier, che il 26 maggio aveva sostituito il duo Arco-Ferrari, e avevano valorosamente combattuto gli Austriaci il 4, il 10 e il 13 maggio, avevano il loro quartiere generale alle Grazie. Laugier ricevette il giorno 28 dal Generale Bava due avvisi: nel primo gli si diceva di stare in guardia, e con il secondo lo si invitava ad impedire al nemico il passaggio del Mincio se fossero venuti in contatto. Se ciò era impossibile, avrebbe dovuto ritirarsi su Gazzoldo e di là a proseguire per Volta.
Il mattino presto del 29 maggio, Laurgier ricevette un terzo avviso, con l’istruzione di arretrare subito lo schieramento della sua divisione, per mettersi in grado, nel caso non avesse potuto fermare il nemico, di giungere subito a Volta, dove avrebbe incontrato il grosso del Corpo d’Armata dello stesso Bava.
Quest'ultimo avviso però giunse al Laurgier contemporaneamente al contatto con le avanguardie nemiche. Iniziato lo scontro quindi, Laurgier non fu più in grado di eseguire le ultime istruzioni, perché a sua volta aveva impartito i suoi ordini durante la notte e per avvisare tutti i comandi di battaglione e compagnie ci sarebbero volute ore. Intorno alle ore 08.00 quindi, quando gli austriaci fecero capolino, lo schieramento del Laurgier era si pronto a scontrarsi con il nemico a piè fermo, ma sapeva anche bene che non avrebbe avuto nessun aiuto dalle retrovie, perché queste si aspettavano il suo ordinato ripiegamento.
A tal proposito è bene ricordare, che al tempo non esistevano comunicazioni dirette ed in tempo reale fra i reparti, e che gli ordini emanati per mezzo di staffette e dispacci, giungevano con giornate intere di ritardo sulla condizione che li avevano generati. Ciò poteva chiaramente amplificare gli eventuali errori di valutazione commessi. I comandanti tutti, ma soprattutto coloro che avevano la responsabilità strategica dei movimenti di insieme, traevano le loro informazioni da esploratori a cavallo, che con tempi variabili aggiornavano una situazione che poteva cambiare sensibilmente di ora in ora, e sulla base di queste informazione venivano stimati movimenti e possibilità tattiche, che perdevano di efficacia tanto più quanto lento era il ciclo: raccolta informazioni – elaborazione di un piano – ordini e disposizioni alle truppe sul campo per l’esecuzione.
Il Generale Laurgier poteva contare verso Goito il 1° battaglione del 1° reggimento napoletano; a Sacca, Rivolta e Castellucchio due compagnie di Lucchesi e un battaglione di volontari fiorentini; a Curtatone, sotto il comando del Colonnello Campione, duemilacinquecento uomini, fra cui un battaglione di volontari napoletani; a Montanara, comandati dal Colonnello Giovannetti, altri duemilacinquecento soldati fra cui il secondo battaglione del 1° Reggimento napoletano. Di fronte in quella mattina del 29 maggio 1848 si trovano circa sedicimila fanti austriaci, duemila cavalli ed otto batterie di artiglieria da campagna, che muovevano su tre colonne, la prima comandata da Felice Schwartzenberg, la seconda da Carlo Schwartzenberg, la terza dal Principe Liechtenstein. Le prime due puntarono su Curtatone e Montanara, mentre l'ultima, prendendo la via di Buscoldo, tentava un ulteriore manovra aggirante su Montanara per impadronirsi del passo dell'Osone alle spalle del Laurgier.
La battaglia cominciò con l'assalto di Curtatone. Due volte la brigata Benedek assalì e due volte fu respinta, mentre i due soli pezzi (cannoni) del Capitano Niccolini tenevano testa alle numerose artiglierie nemiche. In questa opera si distinse il cannoniere Gasperi, che, quasi nudo dopo che i suoi vestiti erano stati quasi interamente bruciati da un razzo incendiario, “rimaneva impassibile, accanto al suo pezzo fra il fulminare dei cannoni austriaci”.
Al terzo assalto della brigata Benedek, spalleggiata dalla brigata Wolgemuhl, la resistenza venne meno, e i superstiti cominciarono il ripiegamento verso Goito, manovra peraltro eseguita con un discreto ordine. Fra gli altri, a Curtatone, si distinse in particolar modo il battaglione degli studenti delle Università di Pisa e di Siena; il Prof. Leopoldo Pilla, famoso geologo, venuto a combattere con i suoi discepoli per l'indipendenza d'Italia, cadde ucciso in questa mirabile resistenza. Fu ferito e fatto prigioniero Giuseppe Manganelli, così come fu ferito anche il Colonnello Campia.
Anche a Montanara i volontari toscani di Giovanetti respinsero due audaci assalti del nemico e con loro gareggiarono in valore i fanti del 2° battaglione del 1° reggimento napoletano. Alla fine però, dopo sei ore di accanitissimo e sanguinoso combattimento, ormai decimati furono costretti a ripiegare su Gazzoldo.
Nella battaglia di Curtatone e Montanara, i poco considerati - fino ad allora - volontari toscani si coprirono di gloria resistendo a forze nemiche doppie e oltre, mandando a vuoto di fatto il disegno strategico del Feldmaresciallo Radetzky che intendeva chiudere fra il Mincio e l'Adige l'esercito piemontese. La Divisione “italiana” del Generale Laurgier ebbe centosessantasei morti, cinquecentodieci feriti e millecentottantasei prigionieri su circa 6000 uomini combattenti. Da parte loro gli austriaci pagarono caro l’azzardo, con circa 1000 uomini fuori combattimento nonostante l’evidente supremazia numerica.
Lo stesso giorno 29, mentre infuriava la battaglia a Curtatone e Montanara, seimila Austriaci scendevano da Rivoli accompagnando un convoglio che doveva rinforzare e rifornire di viveri la fortezza assediata di Peschiera. Anche in questo caso il nemico non riuscì a portare a termine il suo incarico, in quanto a Colmasino, gli “italiani” volontari che difendevano quella posizione resistettero fin quando gli austriaci dovettero ritirarsi oltre Cavaglione, per il sopraggiungere delle forze del Generale Bes, giunto a loro soccorso.
In conseguenza di questa rotta dei soccorsi, la già debole guarnigione austriaca di Peschiera, mancante di viveri dal giorno 26, si arrese l’indomani 30 maggio. Il presidio contava millesettecento uomini; furono trovate centocinquanta bocche da fuoco e una gran quantità di polvere e di proiettili.
Il Radetzky, avuta ragione degli “italiani” a Curtatone e Montanara, avrebbe dovuto marciare su Goito, ma l'improvvisa resistenza trovata lo consigliò di rimandare il giorno dopo il proseguimento dell'azione, il che permise a Carlo Alberto di concentrare su Goito ventiduemila uomini e di vincere ancora il nemico.
venerdì 18 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1848 hanno inizio le cinque giornate di Milano.
I fatti rivoluzionari delle cinque giornate furono preceduti da alcuni momenti di tensione con le autorità austriache che è bene ricordare. Il 10 dicembre del 1846 era morto il conte Federico Confalonieri, nobile patriota milanese che era stato imprigionato nel carcere dello Spielberg. Il conte Arese aveva raccolto tra i cittadini i fondi per il funerale che si sarebbe svolto nella chiesa di San Fedele; il 30 dello stesso mese, Achille Mauri aveva curato l’epigrafe da porre sulla porta della chiesa, epigrafe che fu ridotta da un funzionario imperiale al solo: "A Federico Confalonieri", senza nemmeno il titolo di conte. Il giorno del funerale la straordinaria affluenza, singolare per quei tempi, destò preoccupazione nella polizia austriaca che tuttavia si trattenne dall’intervenire. La sera stessa, però, in segno di protesta i Milanesi si astennero dall’assistere allo spettacolo della Scala. In seguito l’episodio si sarebbe ripetuto ogni volta che la cantante fosse stata austriaca, e spesso si verificarono rimostranze antiaustriache nei teatri.
L’anno seguente alla morte dell’arcivescovo tedesco Gaisruck, il popolo e la municipalità chiesero con veemenza la nomina di un prelato italiano. La notizia dell’imminente nomina del vescovo Romilli, che rappresentava il ristabilimento della tradizione di italianità del seggio vescovile ambrosiano, e del suo arrivo a Milano fissato per il 5 settembre, diffuse grande entusiasmo nel popolo, che si preparò ad accoglierlo con un monumentale apparato scenografico. I progetti dei milanesi vennero, però, drasticamente ridotti dal governo austriaco, il quale temendo che l’accoglienza del neo-arcivescovo si trasformasse in una dimostrazione politica, addusse pretesti di tipo economico. La sera del 5 settembre si decise, comunque, per festeggiare, di illuminare piazza Fontana con luci a gas.
In quella atmosfera d’entusiasmo, il popolo esplose in grida inneggianti a Pio IX e all’arcivescovo. Non ci furono fortunatamente contrasti con la polizia, al contrario di quello che avvenne l’8 settembre quando per il primo pontificale del Romilli, si ripeté l’illuminazione. Infatti tra l’eccitazione della folla, un gruppo di giovani intonò un coro in onore dell’arcivescovo; la polizia, intollerante, sotto la guida del commissario Bolza , intervenne rapidamente contro i cittadini usando la forza. Questo fu il pretesto per dimostrare che qualsiasi tentativo di rivolta popolare sarebbe stato duramente represso dalla polizia imperiale.
Il peggio venne quando il primo gennaio del 1848 si mise in atto lo sciopero del tabacco. Infatti verso la fine di dicembre si era svolta un’opera di propaganda a favore dell’astensione dal fumo e dal gioco del lotto, monopoli imperiali, grazie soprattutto al professore Giovanni Cantoni . Nel volantino, che egli scrisse, si dimostrava che fumando ogni milanese avrebbe contribuito a un cospicuo aumento delle finanze austriache; con lo sciopero del tabacco l’Austria avrebbe subìto di fatto delle ingenti perdite. Lo sciopero proseguì senza complicazioni per due giorni, ma il 3 gennaio un decreto imperiale minacciò gravi punizioni per i cittadini che avessero proibito ad alcuno di fumare, ignorando quasi del tutto le proteste del podestà Gabrio Casati. Lo stesso giorno fu distribuito ai soldati tedeschi un falso volantino che riportava ingiurie contro le truppe dedite all’alcool ed al fumo. Nel pomeriggio i soldati lasciati volontariamente in libertà si abbandonarono ad atti di violenza ingiustificati contro i civili , provocando numerosi morti. Quest’episodio di violenza suscitò terrore e odio nei milanesi verso il governo austriaco e aumentò le forti tensioni represse a cui il popolo avrebbe dato sfogo di lì a poco.
Dopo la violenta strage del 3 gennaio, a Milano regnava una calma sepolcrale per paura di nuove repressioni. I milanesi si astennero dalla vita pubblica rifiutandosi di andare a teatro o a balli di gala, ogni rapporto con gli austriaci fu interrotto, poiché i tentativi di protesta da parte del podestà erano stati del tutto inutili. Tuttavia il viceré bandì un proclama nel quale auspicava che si sarebbe mantenuto uno stato di quiete, al fine di evitare ogni ulteriore inasprimento dei rapporti col governo imperiale. L'episodio avvenuto a Milano ebbe ripercussioni: infatti a Pavia nei giorni 8 e 9 gennaio gli studenti scatenarono una rissa con alcuni poliziotti che fumavano sotto i portici dell'università, col risultato di due morti. Nel frattempo a Vienna si optava per una politica intransigente decisa a rafforzare il potere locale. Gli effetti di tale politica non tardarono a venire: il 22 gennaio si decretò l'arresto di Francesco Arese, Cesare Cantù, Gaspare Ordono de Rosales, Cesare Stampa Soncino e molti altri. Il 30 dello stesso mese fu proibito il transito di armi e di munizioni da guerra, mentre l'1 febbraio venne istituita la censura. A Pavia, di conseguenza, avvennero nuovi disordini e a Milano venivano arrestati l'8 sera Ignazio Prinetti e Linz Manfredi Camperio. Tuttavia non si ebbero sollevazioni popolari come non erano avvenute in seguito alle precedenti rivolte di Napoli e della Sicilia. Le costituzioni concesse dagli altri stati italiani, però, e in particolare quella concessa da Carlo Alberto , destarono nei milanesi la speranza, in caso fossero insorti, di un aiuto contro l'Austria. Si andava organizzando infatti una rivolta. La notizia dell'insurrezione a Vienna, giunta la sera del 17 marzo insieme al proclama imperiale, che aboliva la censura e indiceva un'assemblea per il 3 luglio allo scopo di evitare eventuali subbugli anche a Milano, fu il pretesto per organizzare il giorno successivo una manifestazione tutt'altro che pacifica.
I milanesi, seguendo il piano del Correnti, avevano deciso di riunirsi la mattina del 18 marzo davanti al Palazzo del Municipio per costringere il podestà Gabrio Casati a richiedere il passaggio del governo alla municipalità. Il vice governatore O'Donnel, rimasto solo, poiché il governatore Spaur era fuggito la notte prima, preoccupato dalla gran folla nel Broletto e consultatosi col podestà sull'opportunità o meno di far intervenire le truppe, decise di ordinare a Radetzky di tenersi a disposizione.
La folla attendeva intanto l'arrivo di Casati per accompagnarlo, volente o no, fino al Palazzo del Governo in corso Monforte. Il podestà costretto andò quindi nuovamente dal vice governatore; tuttavia la folla lo precedette e invase il palazzo. Quando Casati arrivò, insieme a Bellati e agli assessori Bellotti, Beretta, Belgioioso e Greppi, andò direttamente da O'Donnel, il quale non si capacitava della situazione. Sotto le pressanti richieste della delegazione municipale, il vice governatore firmò tre decreti in cui autorizzava la formazione di una guardia civica, stabiliva il passaggio del governo al Municipio e imponeva la restituzione delle armi della polizia alla municipalità. O'Donnel venne poi fatto prigioniero per iniziativa di Cernuschi e mentre i decreti venivano letti alla massa dei cittadini in tumulto, fu trasportato nel palazzo Vidiserti, ove si recò l'intera legazione. Il feldmaresciallo Radetzky faceva intervenire nel frattempo le truppe e dichiarando l'invalidità dei decreti estorti proclamava lo stadio d'assedio. Nelle strade avevano luogo, invece, i primi combattimenti e nei pressi della chiesa di San Damiano si costruiva quella che fu la prima barricata. Le campane della chiesa presero a suonare a martello per richiamare al combattimento, e presto tutte le campane della città suonarono con tale veemenza che alcune si ruppero. Le truppe austriache mobilitatesi occuparono subito il Duomo , dall'alto del quale sparavano i cacciatori tirolesi, Palazzo Reale e l'Arcivescovado. In parte si apprestarono anche ad assaltare il palazzo del Municipio, pensando di trovarvi la legazione; Radetzky minacciò inoltre di usare i 200 cannoni che aveva a disposizione, nel tentativo di spaventare il popolo, anche se questo ormai era travolto da un impeto irrefrenabile. Le barricate sorgevano ovunque costruite con qualsiasi cosa fosse a disposizione: carri, carrozze, mobili, barili, tappeti e perfino banchi delle chiese.
Ma occorrevano anche le armi, per questo furono messe a disposizione le collezioni dei nobili, furono svaligiati i musei, si recuperò qualsiasi arnese contundente e se ne inventarono di nuovi; dalle finestre intanto pioveva di tutto, dall'olio bollente alle tegole. Verso sera il palazzo del Municipio fu espugnato nonostante l'eroica difesa degli assediati; ma, con gran disappunto del feld-maresciallo, non fu trovata la legazione, che era invece a palazzo Vidiserti. D’altro canto furono fatti prigionieri circa duecento uomini o forse più, tra i quali il figlio del Manzoni, Filippo. Più tardi gli austriaci furono costretti a rientrare al Castello Sforzesco, loro quartier generale, a causa dell'impeto dei rivoluzionari. Al termine della prima giornata infatti, Radetzky era profondamente sorpreso dal carattere forte e unitario della rivolta, cui partecipò indistintamente ogni ceto, tanto da dire in seguito: "Il carattere di questo popolo sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica".
L'indomani, la domenica di San Giuseppe, Milano si presentava come una città trincerata. Le barricate sorgevano ovunque; ve n'erano alcune singolari: quella di Porta Venezia, ad esempio era fatta con i lastroni di granito dei marciapiedi, mentre quella di piazza Cordusio, la più strana, era stata costruita con i libri presi dall'Ufficio del Bollo. Gli insorti si organizzavano sempre più. Era passata parola di fare incetta di viveri e di usarli con parsimonia; nelle case venivano praticate aperture per poter creare una rete di comunicazione; il passaggio dei dispacci da una barricata all'altra fu affidato ai martinitt, (i ragazzini dell'orfanotrofio), e le donne , se non combattevano vestite da uomo, rifocillavano gli insorti e cucivano tricolori. Intanto, poiché il podestà e la legazione nella notte si erano spostati dal palazzo Vidiserti in Casa di Carlo Taverna, facilmente difendibile, Radetzky non trovandoli nuovamente ebbe un'ulteriore delusione. La situazione per gli austriaci non era delle migliori: i loro approvvigionamenti si trovavano infatti al Castello, ma essi ritenevano troppo rischioso farseli inviare, temendo che cadessero nelle mani dei ribelli.
Inoltre le barricate ostruivano le già strette vie della città, impedendo il passaggio della cavalleria. Gli scontri più accesi quel giorno, si ebbero a Porta Tosa, Porta Orientale, Porta Comasina e Porta Ticinese . I Milanesi, se da una parte fallirono nel tentativo di riprendere il Broletto e di convincere alla diserzione alcune truppe ungheresi, riuscirono a conquistare piazza Mercanti e Porta Nuova . Qui risplendette l'eroismo di Augusto Anfossi , colonnello nizzardo che si trovava a Milano per caso, il quale riuscì a vincere un gruppo di artiglieri con pochi uomini. Il feldmaresciallo, dal canto suo, minacciò di nuovo di bombardare la città; avvenne, perciò, che i consoli stranieri residenti a Milano scrissero una nota a Radetzky perché si astenesse da un atto di tale disumanità. La petizione fu firmata dai consoli di Francia, d'Inghilterra, di Sardegna, dello Stato Pontificio e della Svizzera, ma non servì a molto. Al calar della notte si verificò inoltre un'eclissi di Luna che incuté brutti presagi.
Il lunedì seguente, invece, fu una giornata positiva per i ribelli: le truppe imperiali abbandonavano il centro di Milano: il Duomo, Palazzo Reale, il Broletto, la Direzione di Polizia. Finalmente anche le campane del Duomo poterono suonare e, grazie alla temerarietà di Luigi Torelli, sulla Madonnina sventolò il tricolore che infuse nuovo coraggio nei cittadini. L'occupazione della Direzione di Polizia permise la liberazione di molti prigionieri e l'arresto dell'odiato commissario Bolza a cui Cattaneo salvò la vita dicendo: "Se lo uccidete fate cosa giusta se lo risparmiate fate cosa santa". Mentre per le strade avvenivano questi fatti, in casa Taverna si presero importanti decisioni. La mattina si era costituito un Comitato di Guerra formato da Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Clerici; ed erano stati nominati dei collaboratori municipali. Verso mezzogiorno fu catturato sulle barricate il maggior Ettinghausen in circostanze non chiare: alcuni ricordano che, preso prigioniero, finse di aver una proposta d'armistizio da sottoporre ai capi dell'insurrezione, altri affermano che egli fosse stato realmente mandato da Radetzky per offrire la possibilità di una tregua. Fatto sta che, dopo esser stato bendato, portato a casa Taverna, dapprima discusse l'armistizio solo col podestà. Casati si dichiarò favorevole a patto che venissero accettate delle condizioni, tuttavia preferì consultarsi con gli altri capi. Entrarono quindi Cattaneo, Torelli, Borromeo, Correnti, Bonfadini e altri, che non riuscivano a mettersi d'accordo sull'opportunità di accettare o meno, quando giunse la notizia dell'eccidio compiuto da soldati tedeschi nella chiesa di San Bartolomeo; allora risolsero di non accettare e il podestà se ne dolse. Al maresciallo che chiedeva una risposta il conte Borromeo disse: " I patrizi milanesi sono pronti a morire sotto le rovine dei loro palazzi". Si racconta poi che il maresciallo, aspettando di essere bendato per venir condotto fuori dalla città, poiché fu lasciato libero di vedere come combattessero i milanesi, rispose: "Addio brava e valorosa gente". Il popolo bisogna dire che fu felicissimo del rifiuto: ormai non sarebbe più stato possibile allontanarlo dalle barricate. Più tardi il Municipio assunse di fatto il governo della città. Quello stesso giorno Radetzky inviò una lettera ai consoli stranieri dicendo che se volevano fare qualcosa per i ribelli potevano assumersi il compito di mediatori in favore di una tregua di tre giorni; i consoli l'avrebbero proposta il 21 marzo. Era stata rifiutata così una prima tregua ma ne sarebbe stata rifiutata un'altra il giorno dopo?
Il 21 marzo la situazione volgeva al peggio per gli austriaci che erano stati scacciati al di fuori della cerchia dei navigli tranne che per alcuni capisaldi, fra i quali il Palazzo del Genio. Contro di questi si diresse l'azione degli insorti. Intanto nel mattino, in casa Taverna, ci fu un tentativo prima privato da parte del barone Hubner in favore di un'interruzione dello scontro armato; in seguito i consoli in qualità di mediatori presentarono la proposta di tre giorni di tregua a condizioni, però, che parvero svantaggiose per i milanesi. Ebbene, entrambe le offerte furono rifiutate dopo aver sentito non solo il parere dei capi della rivolta ma anche dei combattenti, decisamente contrari. A mezzogiorno, a portare buone notizie fu invece il conte Martini che, inviato dal re Carlo Alberto per chiedere aiuto, riferì del sicuro intervento del re, a patto però che si fosse dichiarato il Governo Provvisorio. Dopo molte incertezze si accettò questa soluzione e insieme al Governo Provvisorio, di cui fu nominato presidente Casati e segretario Correnti, si istituirono: il Comitato di Vigilanza, il Comitato di Finanza, il Comitato di Sussistenza, il Comitato di Difesa e la Guardia Civica, il cui comando fu affidato a Pompeo Litta.
I membri del Governo erano: Luigi Anelli, Antonio Beretta, Vitalino Borromeo, Azzo Carbonera, Gabrio Casati, Cesare Correnti, Antonio Dossi, Giuseppe Durini, Giulini della Porta, Annibale Grasselli, Marco Greppi, Anselmo Guerrieri, Pompeo Litta, Pietro Moroni, Alessandro Porro, Francesco Rezzonico, Gaetano Strigelli e Girolamo Turroni.
Tornando a seguire i fatti che avvenivano nel resto della città, ritroviamo gli insorti vincitori. L'assalto al Palazzo del Genio infatti, se pur con gravi perdite, morì anche Augusto Anfossi, portò alla cattura di 160 soldati tedeschi. Parte del merito va però a Pasquale Sottocorno, che, senza curarsi delle fucilate, zoppicando (era storpio), uscì allo scoperto per andare a incendiare il palazzo. Si fece onore anche Luciano Manara che sostituì Anfossi. Più tardi la caserma di San Simpliciano, il collegio di San Luca e l'ufficio di polizia a San Simone passarono nelle mani dei cittadini; e mentre Radetzky, ormai a corto di viveri, meditava la ritirata, si intensificavano i lanci di palloni aerostatici per informare le campagne e spingerle alla rivolta. Il feldmaresciallo si vedeva infatti costretto a preparare un piano per la ritirata; aveva deciso di abbandonare la città uscendo da Porta Romana, ma per far ciò era necessario, in primo luogo, abbattere gli edifici intorno alla Porta perché non vi si annidassero i milanesi, pronti ad ostacolarlo; e in seguito, tenere le Porte sud-orientali, in particolare Porta Tosa, per coprirsi la ritirata. Tuttavia Porta Tosa fu scelta anche dai ribelli come punto da forzare per poter comunicare con le campagne, e sia il feldmaresciallo che gli insorti avevano stabilito di agire il giorno successivo.
Il 22 marzo l'assalto a Porta Tosa fu durissimo e si protrasse per tutta la giornata, poiché ribelli e austriaci avevano schierato tutte le forze disponibili. A un certo punto sembrò perfino che gli insorti stessero per cedere, ma l'impeto e il coraggio di Manara rianimarono il combattimento. Egli riuscì infatti a dare fuoco alla Porta, da cui poterono entrare i contadini, anche se, dopo poche ore, le truppe tedesche se ne impadronirono di nuovo, tenendola fino a che non fosse completata l'uscita dell'esercito dalla città, il che avvenne verso mezzanotte. Durante il giorno invece, mentre parte delle truppe difendeva Porta Tosa, l'artiglieria attaccava dal Castello con un bombardamento durato sei ore, così che i milanesi vennero effettivamente impegnati su due fronti. Con l'aiuto dei contadini che a poco a poco riuscivano a entrare, si impadronirono però dapprima di Porta Comasina, poi seguirono Porta Nuova, Porta Orientale, e infine, quando gli austriaci si furono ritirati, a mezzanotte circa, come si è già detto, presero Porta Tosa e Porta Romana . All'alba i cittadini poterono constatare che il nemico aveva abbandonato Milano e la città era finalmente libera.
Per ricordare la vittoria di Porta Tosa in seguito la porta stessa fu ribattezzata Porta Vittoria, e si indisse un concorso per il progetto del monumento celebrativo ai caduti che sarebbe sorto in luogo della porta. Tale concorso fu vinto da Giuseppe Grandi, a cui si deve l'obelisco, tuttora esistente, che simboleggia lo sforzo di un popolo per la libertà. Per celebrare i combattenti però non si fece solo questo: se ci si sofferma sulla toponomastica delle vie intorno, si possono ritrovare tutti i nomi dei valorosi patrioti che presero parte alla cacciata dello straniero.
Il 23 marzo, il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Milano, le truppe piemontesi passarono il Ticino dirigendosi verso Milano, dando così inizio alla prima guerra d'indipendenza.
Il 18 marzo 1848 hanno inizio le cinque giornate di Milano.
I fatti rivoluzionari delle cinque giornate furono preceduti da alcuni momenti di tensione con le autorità austriache che è bene ricordare. Il 10 dicembre del 1846 era morto il conte Federico Confalonieri, nobile patriota milanese che era stato imprigionato nel carcere dello Spielberg. Il conte Arese aveva raccolto tra i cittadini i fondi per il funerale che si sarebbe svolto nella chiesa di San Fedele; il 30 dello stesso mese, Achille Mauri aveva curato l’epigrafe da porre sulla porta della chiesa, epigrafe che fu ridotta da un funzionario imperiale al solo: "A Federico Confalonieri", senza nemmeno il titolo di conte. Il giorno del funerale la straordinaria affluenza, singolare per quei tempi, destò preoccupazione nella polizia austriaca che tuttavia si trattenne dall’intervenire. La sera stessa, però, in segno di protesta i Milanesi si astennero dall’assistere allo spettacolo della Scala. In seguito l’episodio si sarebbe ripetuto ogni volta che la cantante fosse stata austriaca, e spesso si verificarono rimostranze antiaustriache nei teatri.
L’anno seguente alla morte dell’arcivescovo tedesco Gaisruck, il popolo e la municipalità chiesero con veemenza la nomina di un prelato italiano. La notizia dell’imminente nomina del vescovo Romilli, che rappresentava il ristabilimento della tradizione di italianità del seggio vescovile ambrosiano, e del suo arrivo a Milano fissato per il 5 settembre, diffuse grande entusiasmo nel popolo, che si preparò ad accoglierlo con un monumentale apparato scenografico. I progetti dei milanesi vennero, però, drasticamente ridotti dal governo austriaco, il quale temendo che l’accoglienza del neo-arcivescovo si trasformasse in una dimostrazione politica, addusse pretesti di tipo economico. La sera del 5 settembre si decise, comunque, per festeggiare, di illuminare piazza Fontana con luci a gas.
In quella atmosfera d’entusiasmo, il popolo esplose in grida inneggianti a Pio IX e all’arcivescovo. Non ci furono fortunatamente contrasti con la polizia, al contrario di quello che avvenne l’8 settembre quando per il primo pontificale del Romilli, si ripeté l’illuminazione. Infatti tra l’eccitazione della folla, un gruppo di giovani intonò un coro in onore dell’arcivescovo; la polizia, intollerante, sotto la guida del commissario Bolza , intervenne rapidamente contro i cittadini usando la forza. Questo fu il pretesto per dimostrare che qualsiasi tentativo di rivolta popolare sarebbe stato duramente represso dalla polizia imperiale.
Il peggio venne quando il primo gennaio del 1848 si mise in atto lo sciopero del tabacco. Infatti verso la fine di dicembre si era svolta un’opera di propaganda a favore dell’astensione dal fumo e dal gioco del lotto, monopoli imperiali, grazie soprattutto al professore Giovanni Cantoni . Nel volantino, che egli scrisse, si dimostrava che fumando ogni milanese avrebbe contribuito a un cospicuo aumento delle finanze austriache; con lo sciopero del tabacco l’Austria avrebbe subìto di fatto delle ingenti perdite. Lo sciopero proseguì senza complicazioni per due giorni, ma il 3 gennaio un decreto imperiale minacciò gravi punizioni per i cittadini che avessero proibito ad alcuno di fumare, ignorando quasi del tutto le proteste del podestà Gabrio Casati. Lo stesso giorno fu distribuito ai soldati tedeschi un falso volantino che riportava ingiurie contro le truppe dedite all’alcool ed al fumo. Nel pomeriggio i soldati lasciati volontariamente in libertà si abbandonarono ad atti di violenza ingiustificati contro i civili , provocando numerosi morti. Quest’episodio di violenza suscitò terrore e odio nei milanesi verso il governo austriaco e aumentò le forti tensioni represse a cui il popolo avrebbe dato sfogo di lì a poco.
Dopo la violenta strage del 3 gennaio, a Milano regnava una calma sepolcrale per paura di nuove repressioni. I milanesi si astennero dalla vita pubblica rifiutandosi di andare a teatro o a balli di gala, ogni rapporto con gli austriaci fu interrotto, poiché i tentativi di protesta da parte del podestà erano stati del tutto inutili. Tuttavia il viceré bandì un proclama nel quale auspicava che si sarebbe mantenuto uno stato di quiete, al fine di evitare ogni ulteriore inasprimento dei rapporti col governo imperiale. L'episodio avvenuto a Milano ebbe ripercussioni: infatti a Pavia nei giorni 8 e 9 gennaio gli studenti scatenarono una rissa con alcuni poliziotti che fumavano sotto i portici dell'università, col risultato di due morti. Nel frattempo a Vienna si optava per una politica intransigente decisa a rafforzare il potere locale. Gli effetti di tale politica non tardarono a venire: il 22 gennaio si decretò l'arresto di Francesco Arese, Cesare Cantù, Gaspare Ordono de Rosales, Cesare Stampa Soncino e molti altri. Il 30 dello stesso mese fu proibito il transito di armi e di munizioni da guerra, mentre l'1 febbraio venne istituita la censura. A Pavia, di conseguenza, avvennero nuovi disordini e a Milano venivano arrestati l'8 sera Ignazio Prinetti e Linz Manfredi Camperio. Tuttavia non si ebbero sollevazioni popolari come non erano avvenute in seguito alle precedenti rivolte di Napoli e della Sicilia. Le costituzioni concesse dagli altri stati italiani, però, e in particolare quella concessa da Carlo Alberto , destarono nei milanesi la speranza, in caso fossero insorti, di un aiuto contro l'Austria. Si andava organizzando infatti una rivolta. La notizia dell'insurrezione a Vienna, giunta la sera del 17 marzo insieme al proclama imperiale, che aboliva la censura e indiceva un'assemblea per il 3 luglio allo scopo di evitare eventuali subbugli anche a Milano, fu il pretesto per organizzare il giorno successivo una manifestazione tutt'altro che pacifica.
I milanesi, seguendo il piano del Correnti, avevano deciso di riunirsi la mattina del 18 marzo davanti al Palazzo del Municipio per costringere il podestà Gabrio Casati a richiedere il passaggio del governo alla municipalità. Il vice governatore O'Donnel, rimasto solo, poiché il governatore Spaur era fuggito la notte prima, preoccupato dalla gran folla nel Broletto e consultatosi col podestà sull'opportunità o meno di far intervenire le truppe, decise di ordinare a Radetzky di tenersi a disposizione.
La folla attendeva intanto l'arrivo di Casati per accompagnarlo, volente o no, fino al Palazzo del Governo in corso Monforte. Il podestà costretto andò quindi nuovamente dal vice governatore; tuttavia la folla lo precedette e invase il palazzo. Quando Casati arrivò, insieme a Bellati e agli assessori Bellotti, Beretta, Belgioioso e Greppi, andò direttamente da O'Donnel, il quale non si capacitava della situazione. Sotto le pressanti richieste della delegazione municipale, il vice governatore firmò tre decreti in cui autorizzava la formazione di una guardia civica, stabiliva il passaggio del governo al Municipio e imponeva la restituzione delle armi della polizia alla municipalità. O'Donnel venne poi fatto prigioniero per iniziativa di Cernuschi e mentre i decreti venivano letti alla massa dei cittadini in tumulto, fu trasportato nel palazzo Vidiserti, ove si recò l'intera legazione. Il feldmaresciallo Radetzky faceva intervenire nel frattempo le truppe e dichiarando l'invalidità dei decreti estorti proclamava lo stadio d'assedio. Nelle strade avevano luogo, invece, i primi combattimenti e nei pressi della chiesa di San Damiano si costruiva quella che fu la prima barricata. Le campane della chiesa presero a suonare a martello per richiamare al combattimento, e presto tutte le campane della città suonarono con tale veemenza che alcune si ruppero. Le truppe austriache mobilitatesi occuparono subito il Duomo , dall'alto del quale sparavano i cacciatori tirolesi, Palazzo Reale e l'Arcivescovado. In parte si apprestarono anche ad assaltare il palazzo del Municipio, pensando di trovarvi la legazione; Radetzky minacciò inoltre di usare i 200 cannoni che aveva a disposizione, nel tentativo di spaventare il popolo, anche se questo ormai era travolto da un impeto irrefrenabile. Le barricate sorgevano ovunque costruite con qualsiasi cosa fosse a disposizione: carri, carrozze, mobili, barili, tappeti e perfino banchi delle chiese.
Ma occorrevano anche le armi, per questo furono messe a disposizione le collezioni dei nobili, furono svaligiati i musei, si recuperò qualsiasi arnese contundente e se ne inventarono di nuovi; dalle finestre intanto pioveva di tutto, dall'olio bollente alle tegole. Verso sera il palazzo del Municipio fu espugnato nonostante l'eroica difesa degli assediati; ma, con gran disappunto del feld-maresciallo, non fu trovata la legazione, che era invece a palazzo Vidiserti. D’altro canto furono fatti prigionieri circa duecento uomini o forse più, tra i quali il figlio del Manzoni, Filippo. Più tardi gli austriaci furono costretti a rientrare al Castello Sforzesco, loro quartier generale, a causa dell'impeto dei rivoluzionari. Al termine della prima giornata infatti, Radetzky era profondamente sorpreso dal carattere forte e unitario della rivolta, cui partecipò indistintamente ogni ceto, tanto da dire in seguito: "Il carattere di questo popolo sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica".
L'indomani, la domenica di San Giuseppe, Milano si presentava come una città trincerata. Le barricate sorgevano ovunque; ve n'erano alcune singolari: quella di Porta Venezia, ad esempio era fatta con i lastroni di granito dei marciapiedi, mentre quella di piazza Cordusio, la più strana, era stata costruita con i libri presi dall'Ufficio del Bollo. Gli insorti si organizzavano sempre più. Era passata parola di fare incetta di viveri e di usarli con parsimonia; nelle case venivano praticate aperture per poter creare una rete di comunicazione; il passaggio dei dispacci da una barricata all'altra fu affidato ai martinitt, (i ragazzini dell'orfanotrofio), e le donne , se non combattevano vestite da uomo, rifocillavano gli insorti e cucivano tricolori. Intanto, poiché il podestà e la legazione nella notte si erano spostati dal palazzo Vidiserti in Casa di Carlo Taverna, facilmente difendibile, Radetzky non trovandoli nuovamente ebbe un'ulteriore delusione. La situazione per gli austriaci non era delle migliori: i loro approvvigionamenti si trovavano infatti al Castello, ma essi ritenevano troppo rischioso farseli inviare, temendo che cadessero nelle mani dei ribelli.
Inoltre le barricate ostruivano le già strette vie della città, impedendo il passaggio della cavalleria. Gli scontri più accesi quel giorno, si ebbero a Porta Tosa, Porta Orientale, Porta Comasina e Porta Ticinese . I Milanesi, se da una parte fallirono nel tentativo di riprendere il Broletto e di convincere alla diserzione alcune truppe ungheresi, riuscirono a conquistare piazza Mercanti e Porta Nuova . Qui risplendette l'eroismo di Augusto Anfossi , colonnello nizzardo che si trovava a Milano per caso, il quale riuscì a vincere un gruppo di artiglieri con pochi uomini. Il feldmaresciallo, dal canto suo, minacciò di nuovo di bombardare la città; avvenne, perciò, che i consoli stranieri residenti a Milano scrissero una nota a Radetzky perché si astenesse da un atto di tale disumanità. La petizione fu firmata dai consoli di Francia, d'Inghilterra, di Sardegna, dello Stato Pontificio e della Svizzera, ma non servì a molto. Al calar della notte si verificò inoltre un'eclissi di Luna che incuté brutti presagi.
Il lunedì seguente, invece, fu una giornata positiva per i ribelli: le truppe imperiali abbandonavano il centro di Milano: il Duomo, Palazzo Reale, il Broletto, la Direzione di Polizia. Finalmente anche le campane del Duomo poterono suonare e, grazie alla temerarietà di Luigi Torelli, sulla Madonnina sventolò il tricolore che infuse nuovo coraggio nei cittadini. L'occupazione della Direzione di Polizia permise la liberazione di molti prigionieri e l'arresto dell'odiato commissario Bolza a cui Cattaneo salvò la vita dicendo: "Se lo uccidete fate cosa giusta se lo risparmiate fate cosa santa". Mentre per le strade avvenivano questi fatti, in casa Taverna si presero importanti decisioni. La mattina si era costituito un Comitato di Guerra formato da Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Clerici; ed erano stati nominati dei collaboratori municipali. Verso mezzogiorno fu catturato sulle barricate il maggior Ettinghausen in circostanze non chiare: alcuni ricordano che, preso prigioniero, finse di aver una proposta d'armistizio da sottoporre ai capi dell'insurrezione, altri affermano che egli fosse stato realmente mandato da Radetzky per offrire la possibilità di una tregua. Fatto sta che, dopo esser stato bendato, portato a casa Taverna, dapprima discusse l'armistizio solo col podestà. Casati si dichiarò favorevole a patto che venissero accettate delle condizioni, tuttavia preferì consultarsi con gli altri capi. Entrarono quindi Cattaneo, Torelli, Borromeo, Correnti, Bonfadini e altri, che non riuscivano a mettersi d'accordo sull'opportunità di accettare o meno, quando giunse la notizia dell'eccidio compiuto da soldati tedeschi nella chiesa di San Bartolomeo; allora risolsero di non accettare e il podestà se ne dolse. Al maresciallo che chiedeva una risposta il conte Borromeo disse: " I patrizi milanesi sono pronti a morire sotto le rovine dei loro palazzi". Si racconta poi che il maresciallo, aspettando di essere bendato per venir condotto fuori dalla città, poiché fu lasciato libero di vedere come combattessero i milanesi, rispose: "Addio brava e valorosa gente". Il popolo bisogna dire che fu felicissimo del rifiuto: ormai non sarebbe più stato possibile allontanarlo dalle barricate. Più tardi il Municipio assunse di fatto il governo della città. Quello stesso giorno Radetzky inviò una lettera ai consoli stranieri dicendo che se volevano fare qualcosa per i ribelli potevano assumersi il compito di mediatori in favore di una tregua di tre giorni; i consoli l'avrebbero proposta il 21 marzo. Era stata rifiutata così una prima tregua ma ne sarebbe stata rifiutata un'altra il giorno dopo?
Il 21 marzo la situazione volgeva al peggio per gli austriaci che erano stati scacciati al di fuori della cerchia dei navigli tranne che per alcuni capisaldi, fra i quali il Palazzo del Genio. Contro di questi si diresse l'azione degli insorti. Intanto nel mattino, in casa Taverna, ci fu un tentativo prima privato da parte del barone Hubner in favore di un'interruzione dello scontro armato; in seguito i consoli in qualità di mediatori presentarono la proposta di tre giorni di tregua a condizioni, però, che parvero svantaggiose per i milanesi. Ebbene, entrambe le offerte furono rifiutate dopo aver sentito non solo il parere dei capi della rivolta ma anche dei combattenti, decisamente contrari. A mezzogiorno, a portare buone notizie fu invece il conte Martini che, inviato dal re Carlo Alberto per chiedere aiuto, riferì del sicuro intervento del re, a patto però che si fosse dichiarato il Governo Provvisorio. Dopo molte incertezze si accettò questa soluzione e insieme al Governo Provvisorio, di cui fu nominato presidente Casati e segretario Correnti, si istituirono: il Comitato di Vigilanza, il Comitato di Finanza, il Comitato di Sussistenza, il Comitato di Difesa e la Guardia Civica, il cui comando fu affidato a Pompeo Litta.
I membri del Governo erano: Luigi Anelli, Antonio Beretta, Vitalino Borromeo, Azzo Carbonera, Gabrio Casati, Cesare Correnti, Antonio Dossi, Giuseppe Durini, Giulini della Porta, Annibale Grasselli, Marco Greppi, Anselmo Guerrieri, Pompeo Litta, Pietro Moroni, Alessandro Porro, Francesco Rezzonico, Gaetano Strigelli e Girolamo Turroni.
Tornando a seguire i fatti che avvenivano nel resto della città, ritroviamo gli insorti vincitori. L'assalto al Palazzo del Genio infatti, se pur con gravi perdite, morì anche Augusto Anfossi, portò alla cattura di 160 soldati tedeschi. Parte del merito va però a Pasquale Sottocorno, che, senza curarsi delle fucilate, zoppicando (era storpio), uscì allo scoperto per andare a incendiare il palazzo. Si fece onore anche Luciano Manara che sostituì Anfossi. Più tardi la caserma di San Simpliciano, il collegio di San Luca e l'ufficio di polizia a San Simone passarono nelle mani dei cittadini; e mentre Radetzky, ormai a corto di viveri, meditava la ritirata, si intensificavano i lanci di palloni aerostatici per informare le campagne e spingerle alla rivolta. Il feldmaresciallo si vedeva infatti costretto a preparare un piano per la ritirata; aveva deciso di abbandonare la città uscendo da Porta Romana, ma per far ciò era necessario, in primo luogo, abbattere gli edifici intorno alla Porta perché non vi si annidassero i milanesi, pronti ad ostacolarlo; e in seguito, tenere le Porte sud-orientali, in particolare Porta Tosa, per coprirsi la ritirata. Tuttavia Porta Tosa fu scelta anche dai ribelli come punto da forzare per poter comunicare con le campagne, e sia il feldmaresciallo che gli insorti avevano stabilito di agire il giorno successivo.
Il 22 marzo l'assalto a Porta Tosa fu durissimo e si protrasse per tutta la giornata, poiché ribelli e austriaci avevano schierato tutte le forze disponibili. A un certo punto sembrò perfino che gli insorti stessero per cedere, ma l'impeto e il coraggio di Manara rianimarono il combattimento. Egli riuscì infatti a dare fuoco alla Porta, da cui poterono entrare i contadini, anche se, dopo poche ore, le truppe tedesche se ne impadronirono di nuovo, tenendola fino a che non fosse completata l'uscita dell'esercito dalla città, il che avvenne verso mezzanotte. Durante il giorno invece, mentre parte delle truppe difendeva Porta Tosa, l'artiglieria attaccava dal Castello con un bombardamento durato sei ore, così che i milanesi vennero effettivamente impegnati su due fronti. Con l'aiuto dei contadini che a poco a poco riuscivano a entrare, si impadronirono però dapprima di Porta Comasina, poi seguirono Porta Nuova, Porta Orientale, e infine, quando gli austriaci si furono ritirati, a mezzanotte circa, come si è già detto, presero Porta Tosa e Porta Romana . All'alba i cittadini poterono constatare che il nemico aveva abbandonato Milano e la città era finalmente libera.
Per ricordare la vittoria di Porta Tosa in seguito la porta stessa fu ribattezzata Porta Vittoria, e si indisse un concorso per il progetto del monumento celebrativo ai caduti che sarebbe sorto in luogo della porta. Tale concorso fu vinto da Giuseppe Grandi, a cui si deve l'obelisco, tuttora esistente, che simboleggia lo sforzo di un popolo per la libertà. Per celebrare i combattenti però non si fece solo questo: se ci si sofferma sulla toponomastica delle vie intorno, si possono ritrovare tutti i nomi dei valorosi patrioti che presero parte alla cacciata dello straniero.
Il 23 marzo, il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Milano, le truppe piemontesi passarono il Ticino dirigendosi verso Milano, dando così inizio alla prima guerra d'indipendenza.
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