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domenica 6 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 settembre 1925 nasce a Porto Empedocle Andrea Camilleri.
Appena conseguita la maturità liceale e non ancora diciottenne assiste allo sbarco degli alleati nella natia Sicilia riportandone un'impressione profonda. Frequenta quindi l'Accademia d'Arte Drammatica (nella quale in seguito insegnerà Istituzioni di Regia) e a partire dal 1949 inizia a lavorare come regista, autore e sceneggiatore, sia per la televisione (celebri le sue riduzioni di polizieschi come "Il Tenente Sheridan" e il "Commissario Maigret"), sia per il teatro (in particolare con opere di Pirandello e Beckett).
Forte di questo straordinario bagaglio di esperienze, ha poi messo la sua penna al servizio della saggistica, campo in cui ha donato alcuni scritti e riflessioni intorno all'argomento spettacolo.
Col passare degli anni ha affiancato a queste attività principali quella più squisitamente creativa di scrittore. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra; se dapprima l'impegno nella stesura di romanzi è blando, col tempo si fa decisamente più intenso fino a dedicarvi un'attenzione esclusiva a partire da quando, per sopraggiunti limiti d'età, abbandona il lavoro nel mondo dello spettacolo. Una serie di racconti e poesie gli varranno il premio Saint Vincent.
Il grande successo è però arrivato con l'invenzione del personaggio del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Infatti, dopo "Il corso delle cose" (1978), passato pressoché inosservato, pubblica nel 1980 "Un filo di fumo", primo di una serie di romanzi ambientati nell'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del '900. In tutti questi romanzi Camilleri dà prova non solo di una straordinaria capacità inventiva, ma riesce a calare i suoi personaggi in un ambiente totalmente inventato e nello stesso tempo realistico, creando dal nulla anche un nuovo linguaggio, una nuova "lingua" (derivata dal dialetto siciliano), che ne fanno un nuovo Gadda.
L'universale affermazione esplode soltanto nel 1994 con l'apparizione de "La stagione della caccia", cui seguono nel 1995 "Il birraio di Preston", "La concessione del telefono" e "La mossa del cavallo" (1999).
Anche la televisione, che tanto Camilleri ha frequentato in gioventù prodigandovi grandi energie, ha contribuito non poco alla diffusione del fenomeno dello scrittore siciliano, grazie alla serie di telefilm dedicati al Commissario Salvo Montalbano (interpretato da un magistrale Luca Zingaretti).
Una curiosità: i suoi romanzi di ambientazione siciliana sono nati da studi personali sulla storia dell'isola.
Camilleri è morto a Roma il 17 luglio 2019 all'età di 93 anni; dopo una cerimonia strettamente privata, è stato sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, detto anche dei poeti e degli artisti.
I suoi romanzi hanno venduto più di 10 milioni di copie nel mondo.
sabato 29 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 29 agosto 1991 alle 7.30 del mattino veniva ucciso da Salvatore Madonia in via Alfieri a Palermo con tre colpi di pistola alla nuca Libero Grassi, reo di non voler pagare il pizzo alla mafia.
Libero Grassi nasce a Catania il 19 Luglio 1924; il suo nome, o piuttosto l’aggettivo, com'egli stesso affermava, gli era stato imposto per tramandare la memoria del sacrificio di Giacomo Matteotti. Il nome segna così il destino di colui che muore per affermare la propria libertà.
Nel 1932 Libero ha otto anni quando la famiglia Grassi si trasferisce a Palermo, perché il capofamiglia è promosso direttore dei negozi “CROFF”. In quegli anni, nonostante la politica d’avvicinamento della borghesia produttiva alle idee del regime fascista, la famiglia Grassi mostra un atteggiamento “afascista” in pubblico e antifascista in privato. Libero vive con spensieratezza gli anni dell’adolescenza, imparando a comprendere il significato dei principi di democrazia e libertà. E’ durante gli studi liceali, compiuti al “Vittorio Emanuele” che Libero matura una concreta ostilità al fascismo, assumendo e manifestando “pacifici” atteggiamenti antifascisti. Gli ultimi anni di liceo sono turbati dallo scoppio della guerra e nel 1942 la famiglia si trasferisce a Roma presso la nonna materna. Qui Libero s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche. Nel 1943 inizia a frequentare l’università ed il giovane dimostra palese avversione alla politica antisemita, nazista e fascista. Decide allora di entrare in convento e di essere accolto come seminarista, decisione questa presa, non per una vocazione maturata nell’avversità della guerra, bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti. Liberata Roma dai nazisti, torna alla sua vita in famiglia dove prosegue gli studi iscrivendosi alla facoltà di Giurisprudenza.
Nel 1945 la famiglia si ristabilisce a Palermo e qui Libero continua gli studi di legge. Raggiunta la laurea, il padre vorrebbe che egli prendesse le redini dell’attività commerciale, ma il principale desiderio di Libero è di intraprendere la carriera diplomatica, conoscendo bene il francese e l’inglese.
Nei primi anni 50 decide di andare al nord dove ha l’opportunità di mettere su un’azienda, con il fratello Pippo a Gallarate e l’impresa ha subito successo.
Negli anni vissuti al nord Libero frequenta con assiduità il mondo dell’imprenditoria locale, gode di un discreto reddito e si reca spesso al teatro. A Milano conosce un imprenditore che gli propone un progetto ambizioso: impiantare stabilimenti industriali tessili a Palermo. Libero preferisce rischiare in proprio, piuttosto che accettare un tranquillo posto come funzionario di banca: sorge così la MIMA (Manifattura Maglieria ed Affini), la quale produrrà per tutti gli anni 50 biancheria da donna, arrivando ad occupare circa 250 operai.
Nel 1954 ritrova Pina Maisano, architetto, che aveva conosciuto durante gli anni dell’adolescenza, i due si sposano e prendono casa in Via D’Annunzio, un appartamento al sesto piano con un bellissimo terrazzo….”la terrasse de ma maison, oui, c’ est là que je retournerais au frais de l’ètè” … Nel 56 nasce il primogenito Davide.
Nella seconda metà degli anni 50, Libero fa continui viaggi per l’Italia alla ricerca dei tessuti idonei alla sua produzione. In questo periodo si reca a Roma nella redazione del “Mondo” o dell’Espresso”. Nel frattempo continua a scrivere articoli politici per i giornali locali. Il primo articolo appare nel 1961. L’imprenditore, che oramai partecipa attivamente alla vita politica del PRI, viene nominato dal partito, nella seconda metà degli anni ‘70, suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas.
Tra la fine del 74 e l’inizio del 75, Grassi si getta insieme ad altri amici in una nuova avventura imprenditoriale che però non avrà il successo sperato. L’idea è di realizzare una società dal nome “Solange impiantistica”, il cui scopo è quello di sfruttare l’energia solare per produrre energia elettrica. L’azienda pur essendo formalmente costituita non iniziò mai a lavorare.
Nel ‘79 i vecchi locali della SIGMA vengono venduti dalla proprietà (un’immobiliare milanese) ad un costruttore palermitano. Libero è costretto a lasciare quella sede, per cercarne un'altra. Trova una sede di 2000 metri quadrati in Via Thaon di Revel. Questo trasferimento di sede, segna l’inizio di una serie di difficoltà economiche e sociali per la conduzione dell’azienda di famiglia.
Nella metà degli anni '80 iniziano i problemi con la criminalità organizzata. Grassi riceve una telefonata di minacce alla sua incolumità personale, se non pagherà una certa somma a due emissari che si presenteranno per riscuotere: egli rifiuta di pagare. La prima conseguenza del suo rifiuto è il rapimento di Dick, il cane lasciato a guardia degli stabilimenti della SIGMA, che verrà poi restituito in fin di vita.
Dopo poco tempo, due giovani a volto scoperto tentano di rapinare le paghe dei dipendenti della fabbrica: saranno identificati e arrestati grazie ad alcuni dipendenti di Grassi. Ma in cuor suo Libero sa che è solo l'inizio, poiché la sua azienda, terza leader italiana nel settore della pigiameria, con un fatturato di sette miliardi, non può non suscitare gli appetiti dei malavitosi palermitani.
Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi fa pubblicare al "Giornale di Sicilia" una lettera nella quale motiva razionalmente il suo no all'ennesimo ricatto estorsivo: ”….. Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia…..se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui”.
L'imprenditore rifiuta l'offerta di una scorta personale, ma consegna simbolicamente alle forze di polizia le quattro chiavi dell’azienda, chiedendo così protezione per gli stabilimenti della SIGMA.
Nel frattempo l'imprenditore viene contattato da Sandro Ruotolo, redattore di "Samarcanda", che lo invita a RAI 3 per parlare della sua lotta condotta, purtroppo, nell'indifferenza degli industriali siciliani. La trasmissione dell'11 aprile 1991 è fondamentale nell'iter di contrapposizione al crimine che Grassi sta conducendo, perché rende il suo caso di dominio nazionale, quale emblema civile della lotta alla mafia. A questo punto rendendosi conto del ruolo che sta assumendo, dichiara con forza a Santoro: “Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi”.
Alla fine di maggio una giornalista tedesca, Katharina Burgi, della rivista “Nzz Folio”, viene invitata a Palermo per trarre impressioni e notizie sul fenomeno della mafia. Tra le persone che incontra vi è Libero Grassi, l’imprenditore divenuto famoso, in Europa e Usa, per aver rifiutato pubblicamente di cedere al ricatto che gli imponeva la mafia. La giornalista rimane colpita dalla forza interiore di Grassi. Egli appare deciso a lottare per la difesa dei propri interessi, con la speranza che il suo esempio sia, per tanti altri siciliani rassegnati dinanzi alla forza della mafia, l’inizio di una ribellione pacifica che sottragga il nome della Sicilia alle accuse di mafiosità.
Libero Grassi viene assassinato il 29 agosto 1991 alle ore 7:30 del mattino. La stampa locale nazionale farà di lui un martire della resistenza al “regime” mafioso.
L’11 settembre il Parlamento Europeo approva una risoluzione, in cui manifesta profonda indignazione per l’assassino dell’imprenditore palermitano ed esprime il proprio commosso cordoglio ai familiari della vittima.
Ma l’unico e vero momento pubblico rilevante è la trasmissione televisiva, del 20 settembre 1991. La serata, voluta da Michele Santoro e Maurizio Costanzo a rete unificate RAI FINIVEST, è interamente dedicata alla memoria di Libero Grassi e di quanti sono caduti nel corso della “lunga battaglia” contro la mafia; il giornale di RAI 3 conduce la prima parte della trasmissione dal teatro “ Biondo” di Palermo, mentre Costanzo la conclude dal teatro “Parioli” di Roma. I due sono consapevoli che stanno facendo vivere qualcosa di indimenticabile, e la Sicilia si riconosce nel segno di “ vittoria” che Davide Grassi ha mostrato portando a spalla il feretro di suo padre. Hanno ucciso l’uomo non la sua idea, che continuerà a vivere nel ricordo di ogni cittadino onesto.
Per il suo omicidio sono stati condannati all'ergastolo con sentenza definitiva diversi boss mafiosi, tra cui Riina e Provenzano.
domenica 5 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1984 la Mafia uccide il giornalista Giuseppe Fava.
Giuseppe Fava, detto Pippo, nasce il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, figlio di Elena e Giuseppe, maestri in una scuola elementare. Trasferitosi a Catania nel 1943, si laurea in Giurisprudenza e diventa giornalista professionista: collabora con diverse testate, sia locali che nazionali, tra cui il "Tempo illustrato di Milano, "Tuttosport", "La Domenica del Corriere" e "Sport Sud".
Nel 1956 viene assunto dall'"Espresso sera": nominato caporedattore, scrive di calcio e cinema, ma anche di cronaca e politica, intervistando boss di Cosa Nostra come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Nel frattempo, comincia a scrivere per il teatro: dopo l'inedito "Vortice" e "La qualcosa" (ideato a quattro mani con Pippo Baudo), nel 1966 crea "Cronaca di un uomo", che si aggiudica il Premio Vallecorsi, mentre quattro anni più tardi "La violenza", dopo aver vinto il Premio IDI, viene portato in tournée in tutta Italia (con debutto al Teatro Stabile di Catania).
Pippo Fava si dedica anche alla saggistica (nel 1967 pubblica per Ites "Processo alla Sicilia") e alla narrativa ("Pagine", sempre con la stessa casa editrice) prima di dare vita, nel 1972, a "Il proboviro. Opera buffa sugli italiani". In seguito, si avvicina al cinema, visto che Florestano Vancini dirige "La violenza: Quinto potere", trasposizione cinematografica del primo dramma di Fava. Mentre Luigi Zampa porta sul grande schermo "Gente di rispetto", il suo primo romanzo, Pippo Fava continua a lasciarsi ispirare dalla sua vena creativa: scrive per Bompiani "Gente di rispetto" e "Prima che vi uccidano", senza rinunciare alla passione per il teatro con "Bello, bellissimo", "Delirio" e "Opera buffa"; quindi lascia l'"Espresso sera" e si trasferisce a Roma, dove per Radiorai conduce la trasmissione radiofonica "Voi e io".
Mentre prosegue le collaborazioni con il Corriere della Sera e Il Tempo, scrive "Sinfonia d'amore", "Foemina ridens" e la sceneggiatura del film di Werner Schroeter "Palermo or Wofsburg", tratto dal suo libro "Passione di Michele": la pellicola conquista l'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1980. Nello stesso anno, il giornalista e scrittore siciliano diventa direttore del "Giornale del Sud": accolto con un certo scetticismo nei primi tempi, progressivamente dà vita a una redazione giovane che comprende, tra gli altri, Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava.
Sotto la sua direzione, il quotidiano cambia rotta, e tra l'altro denuncia gli interessi di Cosa Nostra nel traffico di droga a Catania. L'esperienza al "Giornale del Sud", tuttavia, finisce nel giro di poco tempo: sia per l'avversione di Pippo Fava nei confronti della realizzazione di una base missilistica a Comiso, sia per il sostegno all'arresto del boss Alfio Ferlito, sia per il passaggio del quotidiano a una cordata di imprenditori (Giuseppe Aleppo, Gaetano Graci, Salvatore Costa e Salvatore Lo Turco, quest'ultimo in contatto con il boss Nitto Santapaola) dai profili non molto trasparenti.
Fava, all'inizio degli anni Ottanta, scampa a un attentato messo in pratica con una bomba realizzata con un chilo di tritolo; poco dopo il giornale viene censurato prima della stampa di una prima pagina dedicata alle attività illecite di Ferlito. Pippo, quindi, viene definitivamente licenziato, nonostante l'opposizione dei suoi colleghi (che occupano la redazione per una settimana, ricevendo ben poche attestazioni di solidarietà), e rimane senza lavoro.
Con i suoi collaboratori, dunque, decide di dare vita a una cooperativa, denominata "Radar", che si propone di finanziare un progetto editoriale nuovo: il gruppo pubblica il primo numero di una nuova rivista, intitolata "I Siciliani", nel novembre del 1982, pur non avendo mezzi operativi (due sole rotative Roland usate, comprate con cambiali). La rivista, con cadenza mensile, diventa un punto di riferimento per la lotta alla mafia, e le inchieste che vi vengono pubblicate attirano l'attenzione dei media di tutta Italia: non solo storie di delinquenza ordinaria, ma anche la denuncia delle infiltrazioni mafiose e l'opposizione alle basi missilistiche sull'isola.
Il primo articolo firmato da Pippo Fava si chiama "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", ed è una circostanziata denuncia delle attività illegali di quattro imprenditori catanesi, cavalieri del lavoro: Francesco Finocchiaro, Mario Rendo, Gaetano Graci e Carmelo Costanzo avrebbero legami diretti con il clan di Nitto Santapaola. Proprio due di loro, Graci e Rendo, nel 1983 tentano di comprare il giornale (insieme con Salvo Andò) per cercare di controllarlo: le loro richieste, però, vanno a vuoto. Il 28 dicembre del 1983 Fava rilascia un'intervista a Enzo Biagi per il programma "Filmstory" in onda su Raiuno, in cui rivela la presenza di mafiosi in Parlamento, al governo, nelle banche.
E' quello il suo ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio che va in scena il 5 gennaio 1984: è il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra. Alle nove e mezza di sera, il giornalista si trova in via dello Stadio a Catania, e si sta dirigendo al Teatro Verga per andare a prendere la nipote, impegnata a recitare in "Pensaci, Giacomino!": viene freddato da cinque colpi, proiettili calibro 7,65, che lo colpiscono alla nuca.
In principio la polizia e la stampa parlano di un delitto passionale, evidenziando che la pistola impiegata per l'omicidio non è tra quelle usate di norma negli eccidi mafiosi. Il sindaco Angelo Munzone, invece, sostiene l'ipotesi di motivi economici alla base dell'omicidio: anche per questo motivo evita l'organizzazione di cerimonie pubbliche.
Il funerale di Pippo Fava si tiene nella chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina, alla presenza di poche persone: la bara viene accompagnata soprattutto da operai e giovani, e le uniche autorità presenti sono il questore Agostino Conigliaro (uno dei pochi a credere alla pista del delitto di mafia), il presidente della Regione Sicilia Santi Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano. La rivista "I Siciliani" continuerà a uscire anche dopo la morte del fondatore. Il processo Orsa Maggiore 3, conclusosi nel 1998, individuerà come organizzatori dell'assassinio di Giuseppe Fava, Marcello D'Agata e Francesco Giammauso, come mandante il boss Nitto Santapaola e come esecutori Maurizio Avola e Aldo Ercolano.
martedì 29 ottobre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 29 ottobre 1268 viene decapitato a Napoli Corradino di Svevia, ponendo fine così alla dinastia degli Hohenstaufen.
Corradino di Svevia nacque a Landshut, in Germania, nel 1252. Il padre era Corrado IV, figlio di Federico II, la madre Elisabetta di Wittelsbach (di Baviera). Noto anche come Corrado V di Hohenstaufen, duca di Svevia, fu l’ultimo sovrano della illustre dinastia: con lui si estinguerà, in pratica, la discendenza diretta. E' stato duca di Svevia (1254-1268, come Corrado IV).
Fu re di Sicilia dal 1254 al 1258 con il nome di Corrado II, e re di Gerusalemme dal 1254 al 1268 con il nome di Corrado III.
Nel 1266, dopo la morte di Manfredi, quando aveva solo quattordici anni, fu chiamato in Italia dai ghibellini.
Allora nell'Italia meridionale erano accesi fuochi di resistenza nei confronti di Carlo d'Angiò, che fu costretto a precipitarsi verso il sud per cercare di reprimere almeno le principali opposizioni prima che il giovane Hohenstaufen varcasse i confini del regno di Sicilia.
La calorosa accoglienza ricevuta nella ghibellina Pisa lo incoraggiò a continuare la marcia verso il Sud e verso l’eredità che legittimamente gli spettava.
Accolto con favore dalle città imperiali dell'Italia settentrionale, entrò a Roma trionfalmente, ponendo le premesse per una facile vittoria.
Fu allora che Carlo d'Angiò, abbandonato l'assedio della colonia musulmana di Lucera che aveva intrapreso per onorare una promessa formulata al Pontefice, si mise in marcia per intercettare al più presto l'esercito del tedesco.
L’incontro avvenne sul confine del Regno di Sicilia presso Tagliacozzo.
Era il 23 agosto 1268. Dopo le prime mosse di assaggio, i comandanti dei due eserciti accettarono lo scontro campale. L'esito della battaglia si mantenne a lungo incerto, la carneficina fu enorme finché gli Angioini più numerosi, freschi, e forse meglio organizzati, ebbero la meglio.
In un primo momento Corradino riuscì a sottrarsi alla cattura, iniziando una rocambolesca quanto umiliante fuga nella campagna, ospite di gente che forse neppure lo conosceva. Alla fine, tradito da alcuni compagni, fu catturato dalle milizie angioine ed imprigionato.
Portato in catene a Napoli, fu sottoposto ad un processo farsa, assieme ad alcuni suoi fedelissimi: quali delitti potevano essergli contestati, tranne quello di voler onorare il nome della dinastia e di affermare i propri diritti?
Condannato a morte, fu decapitato a soli sedici anni il 29 ottobre 1268 sul patibolo eretto in Campo Miricino, l’odierna Piazza del Mercato della città partenopea.
Con questa orrenda, ingiusta morte che all'epoca destò grande scalpore, finivano gli Hohenstaufen. Si dice però che alla esecuzione fosse presente Giovanni da Procida, fedele amico di Federico II, che raccolse il guanto di sfida con l'intenzione di consumare presto una giusta vendetta.
Dante ricorda il giovane Corradino nel XX canto del Purgatorio:
"Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fe' di Curradino…".
mercoledì 11 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'11 settembre 831 Palermo viene conquistata dal mondo islamico.
Palermo non si chiamerebbe cosi se la città non fosse appartenuta al mondo arabo, come lo fu per due secoli.
Il nome, infatti "Panormus" (dal greco, "tutto porto") che la città portava sin da tempi antichi, dagli Arabi non fu inteso e perciò fu storpiato in "Balarmuh".
I Musulmani conquistarono la Sicilia sottraendola al dominio del loro grande rivale dell'epoca: l'impero di Bisanzio. Lontana dalla capitale Costantinopoli, l'isola mediterranea era una provincia sfruttata, come nei tempi romani, dal sistema latifondista e dalla monocoltura del grano.
Nel nono secolo la tendenza autonomista dell'ultimo governatore bizantino della Sicilia provocò e facilitò l'invasione musulmana. Le navi musulmane partirono da Suso (Tunisia) l'odierna Sousse per approdare a Mazara nell'827.
La conquista si protrae per molti anni prima che tutti i centri Siciliani fra cui la città capitale, Siracusa, e la roccaforte logistica nel centro dell'isola, Enna, passino in mano musulmana. La Sicilia viene quindi coinvolta dall'onda espansionistica dell'Islam che ad est ha già raggiunto l'Asia centrale e ad ovest la Spagna; politicamente farà parte di questo mondo fino a quando, nel 1061, vi giungono i cavalieri normanni alla ricerca di terre da conquistare.
I Musulmani, cioè "i fedeli in Dio", non si contraddistinguono per la unicità della razza oppure per una comune storia e cultura e tutto ciò che concorre a formare una nazionalità: sono bensì uniti da un unico concetto religioso - politico, l'Islam per l'appunto.
Sono quindi vari ceppi (Arabi, Berberi, Persiani) uniti dall'Islam che si sovrappongono alla popolazione siciliana già composita (i discendenti delle popolazioni più antiche quali Sicani, Siculi, Morgeti, mescolati con le popolazioni sopraggiunte in seguito quali Fenici, Greci, Elimi, Romani, Bizantini). Questi vivono sotto la dominazione musulmana che vede il susseguirsi di varie dinastie, le quali governano il territorio siciliano con diverse forme giuridiche di assoggettamento che vanno dall'autonomia alla schiavitù.
Alla popolazione pre-musulmana cristianizzata, almeno in larga misura, è concesso di conservare la propria fede, purché non venga manifestata in pubblico e soprattutto non davanti agli occhi dei Musulmani: tale tolleranza è frutto di una tassa che i cristiani devono versare nelle casse musulmane.
Mentre la Sicilia appartiene al mondo islamico, i Musulmani economicamente la risollevano dalla sua stasi tardo antica. Essi introducono un nuovo sistema di agricoltura, sostituendo la monocoltura del grano con la varietà delle coltivazioni da loro importate: riso, agrumi, cotone, canna da zucchero, palma dattilifera, grano duro, sorgo, carrubo, pistacchio, gelso, ortaggi (melanzane, spinaci, meloni), ecc.
Tecniche innovative contribuiscono al successo delle nuove colture. Maestri nello sfruttamento delle risorse idriche, gli Arabi sostengono le coltivazioni con efficientissimi sistemi di irrigazione.
La Sicilia, reinserita nella rete marittima di scambi commerciali, diviene il perno delle attività nel Mediterraneo e assurge ad un ruolo dominante che si protrae per gran parte del Medioevo. Come nell'antichità, l'agricoltura rimane la principale attività dei siciliani, certo con le nuove tecniche meglio supportata ed economicamente resa in maniera più redditizia grazie all'eccellente amministrazione ed a un nuovo tipo di fiscalismo.
Sostituendosi a Siracusa, la capitale siciliana bizantina, Palermo diventa la città principale del dominio musulmano nell'isola. A causa del carattere urbano della civiltà islamica Palermo precorre di vari secoli lo sviluppo urbanistico che in altre città europee avviene più tardi. La città islamica è il centro del potere ed ospita la corte dell'emiro e la casta militare e, oltre gli artigiani e i commercianti, vi svolgono un ruolo importante gli insegnanti, i religiosi, i letterati e i giuristi.
L'antica città, fondata nell' VIII secolo a.C. dai Fenici, era, al tempo della conquista musulmana, chiusa entro un perimetro di mura e torri. Nella parte più elevata della città, ad occidente, in prossimità delle mura i Musulmani costruiscono, probabilmente sul posto di precedenti fortificazioni, un palazzo poi chiamato "dei Normanni". Il palazzo diviene la prima sede governativa e tale rimane fino ai nostri giorni (attualmente è sede del Parlamento Regionale Siciliano). La città si arricchisce di nuove edificazioni e si espande al di là delle mura dell'antico nucleo.
Palermo raggiunge dimensioni davvero cospicue per un centro medievale. Si possono calcolare almeno 100.000 abitanti. Notevole è il numero delle istituzioni e delle infrastrutture: moschee (sia pubbliche che private), bagni (anch'essi pubblici e privati), il porto, l'arsenale, le mura e le porte, le fortificazioni, i mulini, i fondachi e i mercati. Verso il mare i Musulmani costruiscono, in alternativa al palazzo superiore, una seconda fortificazione allorquando, nel X secolo, per la travagliata successione dinastica, il governo fatimide si deve proteggere dalle ostilità della popolazione palermitana e da eventuali attacchi dal mare. La nuova cittadella, un vero centro militare e amministrativo, accoglieva il palazzo dell' emiro, il diwan (centro di amministrazione fiscale), l'arsenale, bagni e moschee.
Il carattere metropolitano che Palermo assume nel medioevo è esplicitato dall'organizzazione evoluta con cui viene gestita l'accresciuta dimensione della città nella quale, per esempio, i nuovi quartieri vengono affidati ai gruppi etnici, corporazioni o gruppi militari che vi abitano. L'amministrazione si occupava, oltre che delle istituzioni pubbliche (cui appartenevano anche gli edifici religiosi e politici), della ripartizione dei mestieri e dei commerci, del rifornimento idrico per i bagni (pubblici e privati), della pulizia delle strade.
L'immagine di Palermo nel periodo islamico splende nelle descrizioni fatte da viaggiatori che, in pellegrinaggio per la Mecca o in viaggio per motivi commerciali, in gran numero passavano per la capitale siciliana.
Oggi a Palermo non è rimasto alcun edificio islamico, un fatto molto sorprendente data l'importanza e la dimensione della città in quell'epoca. Chi abbia distrutto tutti i grandi o piccoli edifici e quando ciò sia avvenuto è difficile da chiarire. Certamente le prime distruzioni risalgono all' XI secolo, allorché i Normanni conquistarono la Sicilia. Ma poiché durante la reggenza normanna i Musulmani non furono repressi, anzi largamente coinvolti negli affari della monarchia cristiana, dall'artigiano all'amministratore di uffici pubblici, è difficile pensare che i Normanni abbiano sistematicamente distrutto ogni traccia della cultura architettonica dei loro concittadini; e lo è ancora di più considerando il fatto che proprio dal periodo normanno ci sono pervenute numerose testimonianze dell'abilita artistica dei Musulmani.
E' in seguito, nel periodo in cui la Sicilia fece parte del regno cattolico della Spagna, regno che fondava il proprio prestigio nella vittoria sui Musulmani della penisola iberica, che è possibile ipotizzare un clima iconoclasta che imponeva la distruzione di tutto ciò che rappresenta l'Islam e la sua gloria, prime fra tutto le moschee. Se, quindi, vogliamo andare alla ricerca della Palermo araba, dobbiamo munirci di spirito di esploratore e raccogliere tante piccole tessere per poi unirle in un quadro complessivo.
domenica 2 giugno 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 giugno 1259 Manfredi ed Elena Ducas si uniscono in matrimonio al Castello di Trani.
Manfredi, figlio “illegittimo” (per convenienza del Papa dell’epoca) di Federico II e della contessa Bianca Lancia, appena divenuto Re di Sicilia decise di sancire l’alleanza con il despotato dell’Epiro, regno sull’altra sponda dell’adriatico che comprendeva Grecia occidentale e Albania, nato dalla frammentazione dell’Impero Bizantino dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204. Manfedi sposò quindi nel 1259 Elena Ducas, figlia del despota Michele II.
Il matrimonio non fu dei più duraturi dato che appena 7 anni dopo Manfredi venne ucciso in battaglia a Benevento dalle truppe di quello che diverrà il nuovo sovrano dell’Italia meridionale, il francese Carlo d’Angiò. Elena invece venne tradita proprio dal castellano di Trani, città dove aveva cercato rifugio, e consegnata a Carlo d’Angiò, rimanendo reclusa fino alla sua morte nel castello di Nocera.
Come riprova della centralità e dell’importanza acquisita da Trani nel Regno di Sicilia, Carlo decise di sposarsi proprio a Trani, quasi a “cancellare” il matrimonio del precedente sovrano. Carlo si sposò nella Cattedrale di Trani il 18 novembre del 1269 con Margherita di Borgogna. Curiosa coincidenza il fatto che come per Manfredi queste fossero le seconde nozze per il re.
La fedeltà di Trani al nuovo sovrano venne premiata con diversi privilegi, ma anche con un secondo matrimonio regale, quello del secondogenito di Carlo, Filippo. Carlo fece in modo di assegnare a Filippo il principato d’Acaia, altro regno nato dalla disgregazione dell’Impero Bizantino che comprendeva il Peloponneso. Per questo motivo Filippo sposò il 28 maggio del 1271 la figlia del principe, Isabella di Villehardouin.
lunedì 20 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 20 maggio 1795 viene eseguita la condanna a morte dell'avvocato Francesco Paolo Di Blasi.
Dopo che nell'ottobre 1794 avevano trovavano la morte a Napoli i primi martiri degli ideali della libertà, dell'uguaglianza e della democrazia repubblicana, i giovani studenti Vincenzo Vitaliani, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani, toccò in Sicilia ad altri patrioti repubblicani subire la condanna a morte nel 1795 per amore della Repubblica e dell'uguaglianza.
Tali patrioti siciliani erano guidati dall'avvocato Francesco Paolo Di Blasi. Del suo sogno di instaurare in Sicilia una Repubblica ce ne parla lo scrittore Leonardo Sciascia in uno dei più riusciti romanzi storici, Il Consiglio d'Egitto, da cui è stato tratto un lavoro cinematografico, riconosciuto come d'interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano, in base alla delibera ministeriale del 24 marzo 2000.
Avvocato palermitano, già dal 1779, il ventenne Di Blasi aveva elaborato una riforma tributaria che colpisse i latifondisti, prima di scrivere la sua opera più importante: Dissertazioni sopra l'egualità e la disuguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità.
Un altro testo importante del Di Blasi è Saggio sopra la legislazione della Sicilia, in cui si mostrava seguace delle nuove dottrine di Beccaria, di Filangieri e Mario Pagano, elaborando un’interessante descrizione degli abusi e pericoli dei giudizi penali.
Pietro Colletta, forse il maggiore storico italiano dell’epoca, scrisse di come nei primi mesi del 1795 “ […] le genti affamate per iscarso raccolto[…], impoverite per nuovo tributi, scontente dell’arcivescovo Lopez, tumultuarono. Un avvocato Blasi, ed altri pochi si unirono in segreto per consultare se quella popolare disperazione bastasse ad aperto sconvolgimento”.
Ricordiamo che l’arcivescovo Filippo Lopez y Royo (Monteroni di Lecce, 26 maggio 1728 – Napoli, 1º maggio 1811) era in quegli anni di antico regime viceré di Sicilia.
Francesco Paolo De Blasi, quindi, progettava da tempo una rivolta nell’isola per liberarla, secondo un’espressione di Atto Vannucci, “dal giogo barbarico dei vescovi, dei baroni e del re”, ed era riuscito ad organizzare nel suo movimento popolani e soldati, basando realisticamente il disegno rivoluzionario sulla promozione degli ideali di libertà, uguaglianza, su necessarie riforme contro lo strapotere dei baroni e contando sul malcontento profondo e diffuso.
L’isola, in quel tempo, era una delle terre più dimenticate dallo Stato che l’amministrava e la sfruttava.
Come scrive Giuseppe Ferrari, in quel tempo di tirannia da antico regime “non distinguevasi da Napoli se non per una barbarie più profonda dei governanti”.
Il moto insurrezionale avrebbe dovuto scoppiare a Palermo il 3 aprile 1795 in occasione della processione del Venerdì Santo al grido di “Viva la Repubblica! Abbasso i privilegi!”.
I congiurati furono traditi e Di Blasi fu arrestato con tre suoi compagni del movimento insurrezionale: Giudo Tinagli, Benedetto La Villa e il sergente Bernardo Palumbo. A tradirli erano stati un tal Giuseppe Teriaca, argentiere, e un soldato svizzero del reggimento comandato da Carlo Jauch.
Leonardo Sciascia, ne Il Consiglio d’Egitto, scrive che “se l’occhio del mondo e l’età l’avessero consentito, monsignor Lopez y Royo, a sentire quelle rivelazioni, per la gioia si sarebbe arrampicato alle tende, ai panneggi, ai lampadari”.
In effetti Sciascia, a proposito del ruolo che Mons. Filippo Lopez y Royo ebbe nella condanna dell’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, fa di lui lo stereotipo dell’inquisitore spagnolo, le cui uniche preoccupazioni “erano quelle, interdipendenti, di tener d’occhio i giacobini e di restare a fare il viceré”.
Le pagine più toccanti di Sciascia sono quelle che descrivono la tortura subita dal Di Blasi, in cui, nello scontro dialettico tra la vittima ed i suoi carnefici, tratteggia un ritratto dell’umanità in cui i colori prevalenti sono costantemente quelli dell’avidità unita all’ignoranza e alla prepotenza, mentre verità e ragione sono sempre destinate a soccombere.
Uno dei dotti carnefici si rivolge all’avvocato Di Blasi con parole sarcastiche: “Hai scritto che la tortura è contro il diritto, contro la ragione, contro l’uomo: ma su quello che hai scritto resterebbe l’ombra della vergogna se tu ora non resistessi… Alla domanda quid est quaestio? Hai risposto in nome della ragione e della dignità: ora devi rispondere col tuo corpo, soffrirla nella carne, nelle ossa, nei nervi; e tacere… Quel che avevi da dire sulla questione lo hai detto…”
Con dignità Francesco Paolo Di Blasi subì la decapitazione il 20 maggio 1795, privilegio concesso in virtù del suo rango nobile, mentre i compagni Giulio Tinagli, Benedetto La Villa e Bernardo Palumbo furono impiccati.
mercoledì 30 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 30 marzo 1282 hanno luogo a Palermo i cosiddetti Vespri Siciliani.
30 marzo 1282, lunedì di Pasqua: in serata i Palermitani si apprestano a celebrare i Vespri. I Siciliani trattengono da tempo a stento l’irritazione per il governo dei francesi, soprattutto a causa del fisco sempre più gravoso e dei continui soprusi che intaccavano perfino le prerogative della classe baronale.
Gli Angioini avevano acquisito il controllo del regno di Sicilia nel 1266 quando Carlo I lo tolse a Manfredi, figlio di Federico II, con la battaglia di Benevento. L’intervento di Carlo I, fratello di Luigi IX il Santo, fu sollecitato anche dal papato, preoccupato per la crescente influenza dell’Impero sulla penisola italiana.
Ciò che accade quella sera è destinato a cambiare la storia dell’isola: a raccontarci tutto nella sua Historia Sicula è Bartolomeo di Neocastro, cronista medievale testimone oculare di una guerra che impegnerà la Sicilia per un ventennio. I palermitani si stanno riunendo nella chiesa di Spirito Santo, alla periferia della città e l’aria di festa non riesce a nascondere la tensione verso i francesi che circolano ostili per la città. Un gruppo di soldati angioini ubriachi giunge sul sagrato della chiesa e uno di loro con la scusa di controllare che non sia armata, allunga le mani sotto le vesti di una donna: è la provocazione attesa dai Siciliani per far scoppiare la rivolta. Uno degli uomini che accompagnano la donna si scaglia contro il soldato autore del gesto villano, gli sottrae la spada e con la stessa lo infilza a morte. La ribellione si diffonde per tutta Palermo al grido di “Morte ai Francesi!”. Il mattino seguente giacciono sulle strade i cadaveri di circa duemila francesi. I palermitani insorti istituiscono subito una comune, nominano un capitano del popolo e inviano emissari nelle altre città dell’isola per invitarli alla rivolta. Pochi giorni dopo anche Corleone, Trapani e Caltanissetta si sollevavano. Alla fine di aprile fu il turno di Messina città che era particolarmente importante dal punto di vista strategico per la vicinanza all’Italia peninsulare e perchè nel porto era ancorata la flotta angioina: è a questo punto che Carlo d’Angiò si rese conto della gravità della situazione.
Il re francese, che sino ad allora non aveva mai preso in considerazione le lamentele dei siciliani oppressi dalle tasse e dalle requisizioni, riconobbe gli eccessi e proibì ai suoi funzionari atti come la confisca di beni senza adeguata compensazione e l’incarcerazione senza causa. Tuttavia i rivoltosi non si fidarono dell’iniziativa angioina e proseguirono nella loro lotta.
Era evidente che per il successo della rivolta dei Vespri era necessario un influente appoggio esterno. Dapprima i siciliani lo cercarono nel papato, inviando un ambasceria a Roma, ma il Papa francese Martino IV parteggiava per gli angioini e si rifiutò di sostenere le ragioni delle Comuni sicule. Queste allora si volsero verso la Spagna e invocarono l’aiuto di Pietro III D`Aragona il Grande (1239-1285) sposato con Costanza Hohenstaufen di Svevia, figlia di Manfredi, ed unica erede legittima della dinastia degli Sveva che aveva regnato sull’isola dal 1194 fino all’avvento degli angioini e che i siciliani rimpiangevano. Il sovrano aragonese accettò di appoggiare gli insorti anche perché la Sicilia in virtù della sua posizione strategica era l’ideale testa di ponte verso Tunisi che gli spagnoli avevano da tempo progettato di conquistare. Anzi, vi sono delle interpretazioni storiche che ritengono che la rivolta dei Vespri non sia stata solo un moto spontaneo, ma parte di una vasta cospirazione antifrancese di cui proprio Pietro III era tra i principali ideatori. Un ruolo centrale in questo complotto lo avrebbe svolto Giovanni da Procida, un salernitano legato agli Svevi, che dopo la conquista angioina cercò rifugio presso la corte di Pietro III da dove organizzò l’opposizione al comune nemico francese.
Nel 1278 uno dei figli di Giovanni da Procida, sbarcò in Sicilia travestito da francescano per organizzare la rivolta, per poi dirigersi a Costantinopoli in cerca di appoggio da parte dell’imperatore Michele VIII Paleologo, e a Roma dove papa Niccolo III si era mostrato sensibile alla causa siciliana. Ma il pontefice morì l’anno seguente e il successore Martino IV invece appoggiò gli angioini. Nonostante la defezione pontificia il figlio di Giovanni da Procida non si diede per vinto e tornò a Barcellona con il piano cospirativo già ben definito. La rivolta dei Vespri forse diede semplicemente un’accelerata agli eventi e Pietro III, che probabilmente attendeva solo lo spostamento dell’esercito francese verso la conquista di Costantinopoli, sbarcò in Sicilia a sostegno degli insorti e la Comune di Palermo corse a offrirgli la corona: venne proclamato re di Sicilia il 4 settembre mentre Carlo I d’Angiò si ritirava precipitosamente verso Napoli.
Il primo accordo che definì la questione tra Aragonesi e Angioini fu siglato il 31 agosto del 1302 a Caltabellotta, con la Sicilia che passava sotto controllo aragonese acquisendo la denominazione di regno di Trinacria mentre la parte continentale dell’Italia meridionale rimaneva agli angioini sotto il nome di Regno di Sicilia. Secondo il trattato la Sicilia doveva tornare il mano francese alla morte di Federico III d’Aragona, figlio di Pietro e Costanza e tra i firmatari dell’accordo. Ma costui riuscì a eludere l’impegno e la Sicilia rimarrà in mano spagnola fino agli inizi del XVIII secolo.
martedì 28 ottobre 2014
#ItalyArcheologica #Sicilia: La Villa del Casale
| imm. da siciliainfoto.it - villa del casale |
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| imm. da da wikipedia Villa Del Casale Frigidarium |
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| imm. Scena di caccia- autore Jerzy Strzelecki- tratta da .wikimedia.org/ |
tratto da esplorasicilia.com
lunedì 13 ottobre 2014
#ItalyArcheologica # Sicilia #MonteJato
| imm. da isaac.guidasicilia.it/foto/news/luoghi/teatro_monte_jato_N.jpg |
Il sito archeologico di Monte Jato si trova a circa trenata chilometri a sud ovest di Palermo.
Si estende tra tre pendii rocciosi, luogo che un tempo era considerato molto sicuro.
Anticamente la città si chiamava Ietas o Ietae ed era abitata dagli Alimi a partire dal VI secolo a. C., solo successivamente arrivarono i greci. In questo sito archeologico possiamo trovare un grande teatro, l’Agorà e la sala del consiglio cittadino, il Bouleuterion.
Recenti scavi hanno portato alla luce un piccolo santuario dedicato alla dea Afrodite, risalente al 550 a. C. circa, e una casa ellenistica con 23 stanze, dei cortili e una cisterna.
tratto da esplorasicilia.com/
domenica 5 ottobre 2014
#ItalyArcheologica #Sicilia #Morgantina
| imm. da .regione.sicilia.it-morgantina |
Su un lato dell’Agorà si trovava il Gymnasium, del periodo romano, all’interno del quale vi era una grande palestra con bagni e spogliatoi.
Sul lato opposto sorgeva un portico del quale restano visibili le basi delle colonne. Oltrepassando questo portico si sale su verso la collina sulla quale si stabilì il centro residenziale. È qui che si possono visitare antiche abitazioni signorili con ambienti di lusso, colonne, capitelli preziosi e affascinanti decorazioni.
mercoledì 14 agosto 2013
#Italy e i suoi Borghi: Montalbano Elicona - Sicilia
| http://tradizionisicilia.it |
Il nome
Il toponimo Montalbano secondo alcuni studiosi deriva dal latino mons albus, con riferimento ai monti imbiancati di neve; secondo altri dall’arabo al-bana, con il significato di “luogo eccellente”. Studi più recenti ne fanno derivare il nome da Sesto Nonio Albano, latifondista romano, cittadino della vicina Tindari, che sarebbe l’eroe eponimo della città. Il nome del fiume Elicona è di chiaro etimo greco (elikon = tortuoso) e compare presumibilmente nel IV sec. a.C.| http://sicilia.indettaglio.it/ita/comuni/me/montalbanoelicona/images/portale.jpg |
X sec. d.C., si hanno le prime notizie del borgo che, conquistato dai bizantini, assume l’aspetto di una rocca fortificata; nell’843 Messina cade sotto il dominio arabo e con essa, probabilmente, Montalbano.
XI-XII sec., all’epoca della conquista normanna (1061) risale l’arrivo di una colonia “lombarda”, proveniente in realtà dal Monferrato, che ha lasciato traccia nel lessico e nella fonetica del dialetto di Montalbano; verso la metà del XII secolo si ha la prima notizia ufficiale di Montalbano nel celebre Libro di Re Ruggero del geografo arabo al-Idrisi che definisce il luogo “una rocca assai aspra a salirvi e scendervi ma ricca di ogni bene”; con i normanni la rocca di Montalbano si arricchisce di torri e diventa possedimento demaniale, sotto il diretto controllo della corona, rimanendo tale anche sotto gli svevi.
XIII-XIV sec., nel 1211 l’imperatore Federico II di Svevia concede la rocca in dote alla sua prima moglie Costanza d’Aragona; ma per essersi ribellato all’imperatore, come le altre colonie lombarde della Sicilia, nel 1233 il borgo è distrutto e gli abitanti sono deportati in parte ad Augusta e in parte a Palermo ed Agrigento; tuttavia, Federico II, consapevole dell’importanza strategica di Montalbano, ricostruisce il castello inserendolo in un piano generale di consolidamento delle fortezze siciliane; con re Manfredi nel 1262 Montalbano è elevata al rango di contea e affidata a Bonifacio Anglona, zio dello stesso re; gli angioini nel 1270 continuano l’opera di consolidamento del castello, ma il periodo d’oro di Montalbano coincide con l’arrivo di Federico II d’Aragona che vi stabilisce la sua residenza, (1302-1308) fortificando il castello e circondando di nuove mura il borgo.
XVII sec., nel 1623, sotto Giacomo Bonanno, la baronia è elevata a ducato, il quale è retto dai Bonanno fino al 1805, quando Montalbano passa in mano alla Compagnia di Gesù fino all’unità d’Italia.
| http://castelli.qviaggi.it/images/stories/jreviews/561_castellodimontalbanoelicona_ |
Da vedere
L’elemento storico architettonico più significativo di Montalbano Elicona è il Castello che domina un tessuto urbano medioevale irregolare e tortuoso, che si snoda su e giù per i vicoli adattandosi alla conformazione del promontorio roccioso. Le piccole case costruite in pietra arenaria sono colme di storia autentica. Edificato su preesistenze bizantine e arabe, il Castello è costituito in alto da un fortilizio normanno-svevo e in basso dal palatium fortificato svevo-aragonese. La parte superiore, una fortezza rettangolare, è chiusa all’estremità da due torri, una a pianta quadrata e l’altra, tipicamente sveva, a pianta pentagonale, con funzione di maschio. Al periodo svevo risale la muratura perimetrale merlata che rappresenta la configurazione difensiva “a saettiere” più importante e meglio conservata della Sicilia. Della fase angioina ci rimane la data del 1270 incisa nel rivestimento idraulico della cisterna grande.
| http://2.115.212.60/montalbanoelicona/la_citt%C3%A0/galleria_fotografica/La_Torre_del_Castello_di_Federico_II.jpg?detail=278 |
Il Prodotto
Sono innanzitutto ottimi i prodotti della pastorizia: la ricotta, fresca, salata e “infornata”, i formaggi e le provole, queste ultime – autentico capolavoro dell’arte casearia - presentate anche sotto forma di figure animali (i cavalluzzi di tumma). Gli insaccati sfidano i formaggi in bontà. E così pure i dolci a base di nocciole, di lavorazione artigianale, che arricchiscono i pranzi e le cene. Unici in tutta l’isola sono i biscotti a ciminu, cioè con i semi di anice, dal gusto forte e particolare, legati alle festività pasquali. Deliziosi anche i legumi - fagioli, fave, ceci - e l’olio extravergine di oliva
Il piatto
La tradizione gastronomica di Montalbano è tutta legata all’antico mondo contadino e pastorale. Si tratta pertanto di una cucina fatta di ingredienti semplici e nello stesso tempo genuini, ricchi di sapori e profumi, come la pasta e fagioli, le fave a maccu e i maccheroni. Piatti comuni che diventano speciali grazie all’aggiunta di alcuni ingredienti come il finocchio selvatico e a scurcilla, la cotica di maiale, nella pasta e fagioli, oppure u sutta e suvra (lardo e carne) e ricotta al forno grattugiata nei maccheroni al sugo di maiale. Particolare è la lavorazione dei maccheroni, per la quale si utilizza un sottilissimo ma resistente bastoncino di giunco. Per i secondi piatti si prediligono, in genere, gli arrosti di carni ovine e caprine.
fonte web:http://www.borghitalia.it/
martedì 13 agosto 2013
#Italy e i suoi #Borghi: Cefalu - Sicilia
| http://www.fotografieitalia.it/foto/1823/Cefalu |
Kephaloidion è nome greco che significa "testa" nel senso di "capo", oppure di "estremità" o "punta", nel qual caso s´intende il promontorio, la rocca.
I Romani la chiamarono Coephaledium, mentre per gli Arabi era Gafludi, città fortificata e ricca di acque.
| http://www.blogsicilia.eu/blog/wp-content/uploads/2009/10/Cefalu |
La storia
V sec. a.C., la cinta muraria megalitica (fine V sec. a.C.) e il cosiddetto tempio di Diana, edificio megalitico sulla rocca, conservano il ricordo della storia più antica della città. Le origini mitologiche e leggendarie rivelano l´importanza del luogo, un centro indigeno divenuto florido grazie ai contatti con i popoli che gestivano i commerci in Sicilia.
• 396 a.C., Cartagine, con il generale Imilcone, si allea con Cefalù. Fonti greche del IV sec. a.C. (Diodoro Siculo) parlano già di Kephaloidion.
• 307 a.C., la città è conquistata dai Siracusani.
• 254 a.C., Cefalù cade sotto la dominazione romana. Diventa città decumana e segue le sorti di Roma fino alla caduta dell´Impero Romano d´Occidente, quando ne diventano padroni, in successione, i Vandali, i Goti e i Bizantini.
• 858 d.C., gli Arabi conquistano Cefalù, da loro chiamata Gafludi.
• 1063, i Normanni prendono possesso della città con il Gran Conte Ruggero, aiutato nella lotta contro gli Arabi da Rodulfo Rufo di Cefalù.
• 1131, è fondata per volontà del re normanno Ruggero II la cattedrale di Cefalù.
• 1267, la cattedrale viene rinnovata dopo un periodo di decadimento.
• 1839, Cefalù ha 81 bastimenti ed è la quinta più importante tra le marinerie di Sicilia, a riprova che il mare è da sempre la principale fonte di vita dei suoi abitanti.
| http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/01/2d/5b/1b/cefalu-il-duomo-xii-sec. |
Da vedere
La Rocca che sovrasta la città, già nota ai Fenici come "promontorio di Ercole", è una roccia calcarea alta 270 m, dalla cui sommità si gode uno splendido panorama. In cima ha un edificio megalitico, noto come Tempio di Diana, forse legato a un culto dell´acqua, come proverebbe la vicina cisterna risalente al IX sec. a.C.
Della stessa epoca (fine V sec. a.C.) del tempio, che tanto ha affascinato i viaggiatori europei, è la cinta muraria megalitica, di cui restano solide vestigia lungo la scogliera della Giudecca (Postierla) e presso l´antica Porta Terra (oggi Piazza Garibaldi).
| http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7d/Cattedrale_di_Cefalu |
Ma torniamo alla Cattedrale.
Rimane un mistero il motivo per cui Ruggero II volle edificare una chiesa così imponente, destinata a diventare anche il suo mausoleo, in questa piccola città anziché a Palermo, la capitale del suo regno. Sta di fatto che il re normanno eresse qui il suo capolavoro: tanto grande da uscire quasi dal campo visivo, severo nel blocco compatto delle due torri, ma prezioso per il caldo colore dorato delle cortine murarie e lo sfavillio dei mosaici all´interno.
La cosa straordinaria è che il tempio normanno, condizionato da prescrizioni liturgiche bizantine, fu realizzato da architetti e maestranze islamiche, presenti ancora in Sicilia nell´ambito di quel linguaggio culturale che legava l´isola alle regioni del Maghreb. Insomma, una meravigliosa sintesi di tre culture, stimolata dal fatto che il re voleva una chiesa che fosse anche fortezza e monumento funerario. Alla radice della progettazione ci fu dunque l´architettura maghrebina dei palazzi-fortezza ziriti e hammaditi, la stessa cultura che permise a Ruggero di costruire i capolavori di Palermo.
L´interno della cattedrale è dominato dal solenne ritmo del colonnato e dall´immagine incombente del Cristo Pantocratore (che qui dicono sia più bello di quello di Monreale) nel catino dell´abside, tutto a mosaici su fondo oro, con scritte in greco e latino, di pregevolissima fattura bizantina (1148).
La croce lignea che si scorge, sospesa, nell´abside centrale, è attribuita a Guglielmo da Pesaro (sec. XV). Pregevoli anche il fonte battesimale romanico e il chiostro annesso alla cattedrale, decorato da colonne binate con capitelli scolpiti.
Lasciamo questa imperiale fragranza, questo fuoco di vecchie icone, per andare alla scoperta delle altre bellezze della Cefalù medievale.
Come il Palazzo Maria in Piazza Duomo e l´Osterio Magno in Corso Ruggero. Quest´ultimo edificio, risalente al XIII sec., fu probabilmente costruito su una struttura preesistente, identificata, secondo una falsa tradizione, con la residenza di re Ruggero. Di proprietà dei conti Ventimiglia, conserva due belle bifore duecentesche e una trifora trecentesca ed è oggi adibito a spazio espositivo.
Da non perdere, inoltre, il Lavatoio medievale, cui si accede attraverso un´elegante scalinata di pietra lavica. Interamente scavato nella roccia e usato fino a non molto tempo fa, è la foce del fiume Cefalino - citato già da Boccaccio - che nasce dalle montagne a 1000 m d´altitudine e giunge a Cefalù attraverso un percorso sotterraneo di 12 km.
Il barocco, altra epoca d´oro per la Sicilia, è rappresentato a Cefalù dai prospetti del Monte della Pietà (1716) e della bella Chiesa del Purgatorio (1668) ma anche da portali, mensole e altri dettagli architettonici che vivacizzano angoli, vie e piccole piazze del centro storico, il cui impianto rimane comunque medievale. Nella Chiesa del Purgatorio degna di nota è la cripta rettangolare con cadaveri completamente essiccati.
Interessanti sono anche il Seminario vescovile (1638) che si affaccia su Piazza Duomo e il manieristico portale bugnato del cinquecentesco Palazzo Piraino.
Non si può lasciare Cefalù senza una visita al Museo Mandralisca, anche solo per vedere - tra le tante collezioni - lo straordinario Ritratto d´ignoto (1465-70) di Antonello da Messina.
Esauriti i capolavori, è bello infine passeggiare senza meta tra i vicoli, tra i tanti angoli medievali caratterizzati da piccoli archi che collegano un edificio all´altro.
Attraverso Porta Pescara, concluso il giro, si arriva alla marina. Il vecchio porto, soprattutto la sera, è una di quelle visioni da cui non si vorrebbe più staccare gli occhi.
| http://www.agendaonline.it/photo/italia/sicilia/Cefalu |
La collina colma di ulivi a strapiombo sull´acqua, contrade fertili ricche di vigneti e frutteti, e un promontorio che guarda spiagge, faraglioni e piccoli golfi lungo una costa segnata da pini secolari.
E´ all´interno di uno scenario così incantevole che va cercato il "prodotto" di Cefalù. L´attenzione va posta anche sulla cerimonia quotidiana della pesca in mare aperto.
Le tipologie di pesca più diffuse sono quella "a sciabica" (per il novellame di sarde) e "a tre maglie" (per il pesce azzurro).
Il piatto
Cefalù ha il profumo del mare, e dal mare trae origine gran parte dei piatti tipici.
Ma la regina della cucina cefaludese è a base di carne: la pasta ´a taianu (pasta al tegame) è una golosa e poetica miscellanea di sapori e profumi, e piatto forte della Festa del SS. Salvatore.
La pasta è condita con ragù, carne e melanzane fritte.
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| http://appuntiinagrodolce.blogspot.it/2013/03/pasta-taianu. |
venerdì 29 marzo 2013
#Italy e i suoi #Borghi: Brolo - Sicilia
| http://www.dtti.it/wp-content/uploads/2012/07/brolo.jpg |
Il nome
Deriva dal termine latino brolum che significa "campo coltivato", giardino fiorito.Dagli arabi il posto era conosciuto come Marsa Daliah, il “porto della vite”, perché qui le navi caricavano il vino.
La Storia
- 1094, il primo nucleo di questo borgo marinaro si sviluppa intorno alle mura del Castello, conosciuto in epoca normanna con il termine arabo di Voab, cioè “rocca marina”, come compare in un documento del Gran Conte Ruggero.
- 1231, nasce nel Castello di Brolo, dall’imperatore Federico II di Svevia e Bianca Lancia - donna di nobile famiglia discendente dagli Aleramici – il futuro re di Sicilia, Manfredi. Brolo è feudo prima degli Aragona e poi della famiglia Lancia, che lo tiene fino al secolo XVIII come parte della baronia di Ficarra; poi diviene un possedimento del marchese Del Longarino. Sino alla fine del XVII secolo è un centro commerciale che svolge un ruolo importante per gli scambi tra il suo porto e i centri collinari dei Nebrodi.
- 1543, le galere di Kair-ed-din, il famoso pirata Barbarossa, imperversano sulla costa da allora chiamata Saracena.
- 1682, il porto è insabbiato e distrutto dalle piene dei torrenti che, come già nel 1593, danneggiano il borgo.
- XIX sec., Brolo è meta di viaggiatori, nobili e notabili che vengono a passarvi le vacanze estive.
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Una kasba tunisina nel centro storico
Dimentichiamo villaggi turistici, campeggi, residences, strutture congressuali, agenzie viaggi, discoteche, centri commerciali, centri sportivi, piste di kart.Fingiamo di eliminare dalla vista il bubbone delle case abusive sul mare di Sicilia, delle case sgraziate e non finite, e concentriamoci, invece, sul borgo antico di Brolo: solo se salvaguardato nel suo ambiente naturale, questo luogo permetterà al visitatore di riconciliarsi con la Costa Saracena distesa tra Capo d’Orlando e Capo Calavà, con le spiagge e le scogliere a pochi km dalle faggete dei Nebrodi, in un mondo ricco di folclore, storia e tradizioni.
La visita di Brolo non può che partire dal Castello, facilmente raggiungibile da una delle tante viuzze che tagliano l’ampio borgo medievale.
Il Castello fu voluto dai Lancia di Brolo, venuti in Sicilia dal Piemonte ai tempi degli Svevi e discendenti da Galeotto e Cubitosa d’Aquino, nipote dell’imperatore Federico II e sorella del filosofo San Tommaso d’Aquino.
L’attenzione di chi arriva al Castello è subito presa dai merli ghibellini che con il loro profilo a coda di rondine coronano l’alto e maestoso torrione. E’ la torre conosciuta già nel 1094 dai geografi arabi come “Voab”, dalla quale si raggiunge il terrazzo, punto di vedetta privilegiato sulle incursioni dei mori e oggi bella balconata sulle isole Eolie.
Il Castello risente delle successive trasformazioni e appare oggi come una struttura feudale ricostruita nei primi del Quattrocento e poi fortemente rimaneggiata nel Seicento, quando l’uso delle armi da fuoco necessitava della costruzione anche della “scarpa” fortificata.
L’accesso alla cittadella è consentito da due porte, quella denominata “fausa” alle spalle del Castello che guarda il mare, e l’ingresso principale con l’arco in arenaria e gli stemmi araldici dei principi Lancia.
Nel centro storico si notano ancora le antiche garitte e i camminamenti sulle mura cinquecentesche, e si può vedere il primo nucleo abitativo del borgo, che mantiene memoria visiva del Medioevo per la sua tipologia radiocentrica, il cui percorso irregolare, con i tracciati a fuso, lo rende simile a una piccola kasba tunisina. Poi si scende, tra improvvisi spazi verdi e palme, verso il più moderno centro abitato.
L’espansione di Brolo avvenne gradualmente: nel XVIII secolo nella breve pianura sottostante la rocca, dove nuove case si ammassarono intorno alla Chiesa Madre fatta costruire da Ignazio Vincenzo Abate, marchese di Longarino e signore di Brolo, nel 1764; e poi con l’edificazione lungo la strada regia (l’attuale Corso) di alcuni palazzetti ottocenteschi - palazzi Baratta, Maniaci, Germanà e Gembillo – che definiscono il profilo urbano del paese, poi smarrito in tante costruzioni incongrue.
Un altro interessante itinerario è quello di archeologia industriale in contrada Iannello, dove rimangono tracce di uno sfruttamento minerario di argento nel Settecento. Le gallerie si inoltrano nelle viscere della terra e nel corso del secondo conflitto mondiale furono adoperate come rifugi per gli sfollati.
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Il prodotto del borgo
E' il “gelato” tipico e tradizionale, uno dei motivi d’attrazione del pianeta dolciario brolese.A giugno questo prodotto viene festeggiato con un galà, dove se ne possono assaggiare oltre cento diversi gusti.
Il piatto del borgo
La pasta incaciata alla brolese, dove alla salsa di salsiccia con semi di finocchio, pomodori e peperoncino si aggiungono i broccoli precedentemente cotti e scolati.Tra i secondi, meritano attenzione il tonno “imbottonato” (questa era zona di tonnare) e il galletto arrostito alla brolese.
fonte: http://www.borghitalia.it/html/borghi_sud_isole_it.php
sabato 2 giugno 2012
#Sicilia #Duomo di #Monreale:
| http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/italia/diario_di_viaggio_italia_1776.ashx |
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| http://www.progettopalermo.com/2010_09_01_archive.html |
| http://www.lettera43.it/cultura/33634/monreale-a-rischio-i-mosaici-del-duomo.htm |
E’ una costruzione in stile romanico con pianta quadrata. Il portico è formato da archi ogivali sostenuti da colonne binate i cui capitelli presentano delle storie bibliche. Nella parte meridionale del chiostro c’è un giardino, con al centro una fontana, che è delimitato da un recinto formato da tre arcate per lato.
L’acqua della fontana fuoriesce da bocche umane e leonine.
| http://www.motortravel.it/sicilia-occidentale.php |
Durante il sonno gli apparve la Madonna che gli svelò che nel luogo nel quale si trovava era nascosto un tesoro e una volta che lo avesse trovato doveva costruire un tempio in suo onore.
Il tesoro fu trovato e il Duomo costruito.
venerdì 11 maggio 2012
#Sicilia #Miti #Leggende: Aci e Galatea:
| http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Poussin%20opere/04%20aci%20e%20galatea.htm |
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