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domenica 19 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1968 fu teatro di una rivolta operaia senza precedenti a Valdagno, alla fabbrica tessile della Marzotto.
Per quel giorno le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero generale dei tessili di Valdagno, era l’ennesimo sciopero contro la ristrutturazione messa in atto dall'azienda che comportava tagli occupazionali ed aumenti dei ritmi di lavoro, ma la massiccia presenza di polizia e carabinieri schierati a difesa della “libertà di andare al lavoro” fece aumentare la tensione sociale fino a dar luogo nel pomeriggio a violentissimi scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Gli scontri durarono fino a notte fonda, ed in quelle ore la rabbia operaia si scagliò contro i simboli del dominio dei Marzotto sulla città. Ma fu un gesto, in particolare, a colpire l’immaginario collettivo: l’abbattimento da parte dei dimostranti della statua del fondatore della dinastia industriale Gaetano Marzotto Senior.
L’episodio ebbe larga risonanza sulla stampa nazionale ed inaugurò una lunghissima stagione di lotte operaie che in Italia durerà all'incirca un decennio ed avrà il suo momento più alto nell'autunno 1969, passato alle cronache come “l’Autunno caldo”.
Valdagno aveva rappresentato sino ad allora l’ultimo esempio di città sociale, di comunità strettamente legata e dipendente dall'industria dei Marzotto; per questo la statua a terra assunse una forte valenza simbolica. Calpestando l’immagine del padre-padrone la classe operaia valdagnese rompeva una secolare subordinazione; il vento della rivoluzione che stava scuotendo le università di tutto il mondo e che nel mese successivo avrebbe investito la Francia intera, aveva toccato anche la classe operaia più mansueta d’Italia.
Il venerdì lo sciopero doveva iniziare alle sette – un’ora dopo l’inizio del primo turno – ed attivisti operai, commissari interni e dirigenti sindacali si presentarono di buonora davanti ai cancelli per organizzare i picchetti, ma trovarono schierato un consistente numero di carabinieri. Già durante l’ultimo sciopero del 10 aprile essi erano intervenuti, ma quel mattino la loro presenza venne rafforzata dall'arrivo verso le 7:30 degli agenti di P.S., giusto in tempo per garantire l’ingresso degli impiegati alle 8. Nell'area antistante l’ingresso si andavano concentrando gli operai diurni, quelli del turno di notte e quelli del primo turno, molti dei quali erano donne, che uscivano dopo un’ora di lavoro.
Gli scioperanti cercarono di fermarsi sulla scalinata e in portineria in modo tale da ostruire il passaggio, ma i carabinieri decisero di farli sgomberare per garantire un corridoio di accesso alla fabbrica. L’operazione non avvenne però senza tensioni, i modi brutali e senza troppi riguardi per uomini o donne impiegati dai militi provocarono le reazioni dei manifestanti. Volarono così i primi calci e pugni. La situazione rimase sotto controllo, ma l’ambiente si stava surriscaldando.
Nel corso della mattinata arrivò un reparto della Celere, ma anche nel fronte opposto cresceva il numero dei manifestanti. Alcuni studenti universitari avevano volantinato davanti alle scuole superiori di Valdagno incitando gli studenti a solidarizzare con gli operai in lotta, ed un corteo di circa 300 studenti raggiunse i cancelli della fabbrica.
Le scaramucce fra scioperanti e forze di polizia continuavano tanto che – ad un certo punto – il vicequestore ordinò la carica che obbligò i dimostranti a ripiegare, ma non riuscì a disperderli. La tensione poi diminuì, però la gente non se ne tornava a casa, anzi agli operai tessili si andavano aggiungendo altri lavoratori, semplici cittadini e curiosi. Non c’era da meravigliarsi che accadesse, visto che mai prima di allora s’era vista tanta polizia schierata, né tanti operai decisi ad affrontarla.
Manifestanti e forze dell’ordine rimasero schierati uno di fronte all'altro per l’intera giornata e momenti di tensione si alternarono ad altri di relativa quiete, finché nel tardo pomeriggio accadde un fatto che fece precipitare la situazione. In uno dei tanti scontri, i carabinieri catturarono due manifestanti e li trascinarono all'interno della portineria. I sindacalisti presenti intervennero per ottenere il loro immediato rilascio, ma le forze di polizia chiedevano in cambio lo scioglimento della manifestazione. Quando i negoziatori uscirono dalla portineria, annunciarono il rilascio dei due fermati, ma avvertirono anche che la manifestazione doveva considerarsi conclusa invitando i dimostranti a tornare a casa e «che da quel momento ognuno si sarebbe assunta la responsabilità di ulteriori incidenti».
La richiesta venne accolta con urla e fischi e partirono le prime pietre che infransero i vetri dello stabilimento, una di queste colpì un agente. La reazione non si fece attendere, il vicequestore indossò la fascia tricolore ed ordinò la carica.
Gli agenti cominciarono a sparare bombe lacrimogene ed i manifestanti risposero intensificando la sassaiola. Per procurarsi le pietre vennero divelte anche le spallette in travertino del ponte pedonale detto “del tessitore” e il muretto di cinta della stazione. Carabinieri e polizia furono costretti ad asserragliarsi all'interno dello stabilimento, tentarono più volte delle sortite, ma ogni volta la sassaiola riprendeva. Gli scontri avevano galvanizzato i manifestanti, oramai la rabbia era incontenibile e si riversò contro le proprietà dei Marzotto. Mentre le forze dell’ordine ingaggiavano scontri nell'area antistante la fabbrica, dimostranti devastarono l’atrio dell’Hotel Pasubio Jolly. Sorte analoga toccò al Magazzino della Lana i cui manichini vennero gettati nelle acque dell’Agno. Le ville di alcuni dirigenti dell’azienda.e quella di Paolo Marzotto furono prese d’assalto e la staccionata in legno di quest’ultima venne incendiata.
Pare che ci fosse stato anche un tentativo – sventato dai militi – di assaltare la locale caserma dei carabinieri. L’accensione di diversi falò portò all'intervento dei vigili del fuoco, vennero allertate anche le unità di Arzignano e Vicenza che furono bloccate dai manifestanti.
Tuttavia l’atto che suscitò più scalpore fu l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto Sr, fondatore della dinastia. Il monumento si trovava in Piazza Dante, poco lontano dall'ingresso dello stabilimento, dove era stato eretto nel 1955. Alcuni manifestanti lo presero d’assalto, incitati dalla gente che gremiva la piazza.
Quanto durarono gli scontri? È difficile stabilire con esattezza la durata della rivolta né è possibile una precisa ricostruzione della dinamica degli eventi. Troppo diverse sono le cronologie fornite nelle ricostruzioni e nemmeno le testimonianze dirette aiutano a far chiarezza. I diversi resoconti divergono – a volte in maniera considerevole – sugli orari degli avvenimenti tanto da evocare la «sospensione del tempo storico nella rivolta».
In ogni caso, in simili frangenti, è la confusione a dominare, inevitabilmente.
A dettare una svolta a quanto stava succedendo fu l’arrivo dei rinforzi di polizia – un altro reparto Celere ed uno di “baschi blu” – che avvenne fra le 22:00 e le 23:30. Le forze dell’ordine – ora numerosissime – contrattaccarono disperdendo i manifestanti con lacrimogeni e, sembra, anche con altre bombe, pattugliando le strade, setacciando cantine e pianerottoli dei palazzi e fermando chiunque capitasse a tiro. La maggior parte dei fermi – a quanto pare – si concentrò in queste ultime ore della giornata.
Il bilancio degli scontri fu pesante: decine di fermati, di cui quarantadue arrestati e trasferiti al carcere di Padova e cinque denunciati a piede libero; le forze dell’ordine contarono cinquantotto fra feriti e contusi, mentre fra i dimostranti il numero dei feriti rimase imprecisato, perché solo pochi (i più gravi) si presentarono in ospedale, la maggior parte dei contusi evitò le cure pubbliche per non essere denunciati, ma stando alle testimonianze furono numerosi.

sabato 18 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.

venerdì 17 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1907 ad Ellis Island si raggiunge il picco massimo mai registrato di ispezioni giornaliere ai pretendenti all'immigrazione negli Stati Uniti: 1.004.746 persone ispezionate.
Ellis Island è una piccola isola nella baia di New York, dal nome di Samuel Ellis, suo proprietario.
Qui il primo gennaio 1892 fu creato il primo nucleo del centro di raccolta ed ispezione di coloro che volevano emigrare negli Stati Uniti dall'Europa . Tra il 1892 e il 1954, quando il centro fu chiuso, tranasitarono oltre 12 milioni di persone, pari a circa il 70% dell'intero flusso migratorio verso gli USA in quel periodo di tempo. Oggi oltre cento milioni di americani (il 40% dell'intera popolazione ) possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti a un uomo, una donna o un bambino passato nella grande Sala di Registrazione a Ellis Island.
Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. Queste ispezioni erano molto più superficiali tanto da spingere alcuni emigranti, che temevano di non superare le visite più rigorose di Ellis Island, a pagare il più caro biglietto di seconda classe.
I passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione, che era più dura. Il traghetto storico Ellis Island veniva usato dal Servizio Immigrazione per trasportare gli immigrati che arrivavano e il personale del centro di immigrazione. Questi traghetti, noleggiati dalle compagnie di navigazione, erano di solito sovraffollati e, per le loro condizioni, potevano tenere a malapena il mare. Ma chi doveva passare per Ellis Island veniva tenuto su queste imbarcazioni senza acqua né cibo per ore.
Gelidi d'inverno e bollenti d'estate, nonché totalmente privi di servizi igienici, è stato calcolato che oltre il 30 per cento dei bambini arrivati a New York sofferenti di una qualche malattia negli anni a cavallo tra Otto e Novecento moriva a causa dell'esposizione al freddo subita durante il pur breve viaggio attraverso la baia.
Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena con del gesso coloro per i quali occorreva un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute; (per esempio: pg per donna incinta; k per ernia; x per problemi mentali) e quindi veniva ricoverato nell'ospedale dell'isola o in quelli di Manhattan e di Brooklyn.
Agli immigrati veniva assegnata una Inspection Card con un numero e c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli.
I "marchiati" venivano esclusi dal flusso principale ed inviati in un'altra stanza per un esame più approfondito. In questi casi spesso venivano a separarsi dei nuclei familiari. La natura "industriale" del processo e le difficoltà linguistiche facevano si che non fossero date spiegazioni.
Secondo le registrazioni ufficiali tuttavia solo il due per cento veniva rifiutato, e molti di questi si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa.
Dal 1917, modifiche alle norme d'ingresso limitarono i flussi immigratori. Venne introdotto il test dell'alfabetismo e dal 1924 vennero approvate le quote d'ingresso: 17.000 dall'Irlanda, 7.500 dal Regno Unito, 7.400 dall'Italia e 2.700 dalla Russia. La Depressione del 1929 ridusse ulteriormente il numero degli immigrati, dai 241.700 del 1930 ai 97.000 del 1931 e 35.000 nel 1932. Contemporaneamente Ellis Island diventò anche un centro di detenzione per i rimpatri forzati: dissidenti politici, anarchici, senza mezzi e senza lavoro vennero obbligati a tornare al loro paese d'origine. Gli espulsi a forza dagli Stati Uniti furono 62.000 nel 1931, 103.000 l'anno successivo e 127.000 nel 1933.
Nel '54, dopo aver accolto milioni di persone Ellis Island ha chiuso i battenti. Da allora ha custodito i microfilm dei "manifest" delle liste passeggeri e gli archivi dei servizi dell'immigrazione. Proprio come un fedele custode per la storia degli antenati di quella parte d'America discendente dagli europei approdati negli States da fine Ottocento in poi.
Gli edifici, poi, furono abbandonati fino alla metà degli anni Ottanta, quando l’edificio principale a quattro torrette venne completamente ristrutturato e riaperto nel 1990 come Museo dell’Immigrazione. E’ un museo che ricrea con forza espressiva l’atmosfera del luogo con film e mostre fotografiche che celebrano l’America come nazione di immigrati.

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