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sabato 11 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2002 a Caracas, in Venezuela, fu organizzato un corteo di centomila persone che avrebbe dovuto dirigersi verso la sede della PDVSA (Petroleos de Venezuela S.A.). La compagnia petrolifera statale, controllata o quanto meno fortemente influenzata dalle politiche statunitensi, da alcuni mesi aveva cessato la produzione di petrolio per costringere il presidente venezuelano Hugo Chavez a dimettersi ed indire nuove elezioni. La manifestazione fu deviata da una sapiente arringa del capo della confederazione dei lavoratori Carlos Ortega verso il palazzo di Miraflores, sede della Presidenza per cacciare «quel traditore di Chávez», dando alla marcia, fino a quel momento pacifica, ben altro scopo. La marcia, alle 12,30, riprese con in testa i sindaci scortati dalle loro polizie armate e motorizzate, ma senza che da quel momento si avesse più traccia di Ortega e dei suoi colleghi, scomparsi nel nulla.
Già dalla notte attorno a Miraflores erano radunati migliaia di sostenitori di Chávez, in sentore di ciò che poteva accadere. Il corteo non arrivò a contatto con i simpatizzanti di Chávez perché dei cecchini appostati nei palazzi circostanti cominciarono a sparare dapprima sui sostenitori di Chávez, poi sulle prime file del corteo.
La gente segnalò alcuni cecchini sul terrazzo di un palazzo nei pressi di Miraflores, la Guardia Nazionale entrò nel palazzo e arrestò cinque persone armate di fucili di precisione, con documenti falsi, qualcuno di origine colombiana. Imprigionati, furono successivamente liberati dagli insorti e di essi si persero le tracce. La polizia metropolitana cominciò a sparare sulla gente che si trovava sul famoso ponte Laguno e che prese a scappare tentando di mettersi al riparo nei palazzi circostanti.
Le televisioni private solidali ai golpisti sostennero l'idea di scontro provocati dai sostenitori di Chávez (e questa versione, in un primo tempo, fu ripresa anche dai media internazionali), ma le innumerevoli riprese effettuate nella zona dimostrarono che gli scontri a fuoco non erano tra i componenti delle due marce, ma era la polizia metropolitana a sparare contro i sostenitori di Chávez. I primi caduti si ebbero verso le 15,00.
I militari si erano riuniti in Fuerte Tiuna, presidio militare di Caracas, assieme a una schiera di sostenitori e a una nutrita rappresentanza di militari USA. I militari insorti minacciavano Chávez, ancora a Miraflores, intimandogli di arrendersi, pena il bombardamento del palazzo (come avvenne con Juan Domingo Peron e Salvador Allende, anch'essi minacciati da forze filo-statunitensi). Il Generale Rosendo faceva parte del complotto, ma fino all'ultimo ingannò Chávez, che lo credette un fedele alleato.
In un ultimo tentativo di evitare il peggio, Chávez cercò di attuare il "Plan Avila", un piano di emergenza (attuato anche per la visita di papa Giovanni Paolo II) che, grazie alla presenza di mezzi blindati attorno al palazzo, avrebbe permesso la difesa delle istituzioni. Invece, proprio Rosendo fece arrivare con ritardo l'ordine di applicare il Plan Avila. I blindati, poi, usciti da Fuerte Tiuna, furono fatti subito rientrare da un contrordine lanciato dai cospiratori. Nel frattempo da Maracay, Raúl Isaías Baduel era pronto ad inviare mezzi e uomini a Caracas e così mezzi blindati da Maracaibo.
Il 12 Aprile venne resa pubblica la decisione di Hugo Chavez di consegnarsi alle forze golpiste, guidate da Pedro Carmona Estanga. La decisione venne presa per evitare una guerra civile e il giorno stesso Estanga si proclamò presidente della Repubblica Venezuelana. Il golpe venne portato avanti da una serie di personaggi (tra cui Carlos Ortega e Carlos Andres Peres) legati alle televisioni private ed appunto alla PDVSA, da Chavez nazionalizzata, in netta contrapposizione alle politiche governative di matrice socialista.
Il golpe, voluto fortemente dalla dirigenza industriale venezuelana e dalla chiesa (fu il vescovo di Caracas l’uomo incaricato di cercare di convincere Chavez a firmare la rinuncia al governo) aveva l’intento di formare un governo filo statunitense, bloccando così il processo di nazionalizzazione e, soprattutto i rapporti con alcuni paesi del resto del Sud America (Cuba in primis). Gli Stati Uniti riconobbero da subito il Governo di Estanga, seguiti altrettanto celermente dalla Spagna. Da ricordare è senza dubbio la posizione che assunse il quotidiano El Pais, che definì legittimo il golpe, al contrario di molti altri media occidentali che dopo la fase iniziale lo condannarono. Dopo due giorni di scontri e saccheggi, che causarono più di 200 morti, nei quali si manifestò la rabbia popolare contro il colpo di stato, il 14 Aprile Chavez ritornò a Miraflores, riacquistando a tutti gli effetti il potere.
Con il rientro di Chávez, e il suo ritorno al potere, gli scontri e i saccheggi cessarono. Il golpe fallì, dunque, grazie al vastissimo appoggio popolare e all'esiguità del gruppo dei militari golpisti, formato soprattutto da alti ufficiali, mentre il grosso delle forze armate venezuelane, guidate dal generale dell'esercito Raúl Isaías Baduel era rimasto fedele a Chávez e alla nuova costituzione.

domenica 10 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è 10 marzo.
Il 10 marzo 1952 un colpo di Stato porta al potere a Cuba Fulgencio Batista.
Nel 1933, dopo lo sciopero generale che annunciava la caduta del tiranno Gerardo Machado, l’ambasciatore nordamericano all’Avana, Sommer Welles, si vide obbligato a chiedergli di cedere il potere a una figura neutrale in cui il popolo potesse avere fiducia.
Il 12 agosto Machado fuggì, dopo aver saputo che numerosi nuclei delle forze armate chiedevano a viva voce un cambiamento nel governo  e preparavano una sollevazione generale. Mentre il popolo sfogava la propria vendetta per le strade, venne instaurato un nuovo governo presieduto da Carlos Manuel de Céspedes che durò solamente 23 giorni.
Ufficiali e soldati dell’esercito stavano cospirando nuovamente: era il complotto dei sergenti che voleva difendere gli interessi dei sottufficiali, ma che andò molto più in là. Il governo provvisorio instaurato dopo la fuga di Machado venne annullato. Apparve in scena uno dei promotori della sollevazione. Il sergente dattilografo Fulgencio Batista che in quattro mesi superò tutte le barriere sino a divenire capo di stato maggiore dell’esercito, divenne la mano che ebbe il comando per più di un decennio.
Batista si preparò alla presidenza della Repubblica con le elezioni del 1940, appoggiato da una coalizione di vari partiti politici. Il suo governo era favorevole a imprenditori e ricchi proprietari terrieri che approfittarono della congiuntura della guerra in Europa per arricchirsi ulteriormente. La corruzione e la malversazione dei fondi provocò ondate di indignazione nell’Isola. L’arricchimento senza scrupoli del presidente e la sua relazione con le antiche forze antipopolari  dell’esercito con la sua sottomissione a Washington minarono la sua autorità di fronte alla popolazione.
Batista si presentò nuovamente come candidato nelle elezioni del ’44, ma la sconfitta lo fece andare negli Stati Uniti  dove rimase per quattro anni, abbastanza per raffreddare i commenti negativi sulla sua persona a Cuba.
Nel 1949 creò il suo partito  che si chiamava Partito di Azione Unitaria e poi Azione Progressista, nel quale si riunirono diversi elementi reazionari dell’epoca. L’ambasciatore nordamericano diede il suo beneplacito ma nell’arena politica non aveva un ruolo e nell’elenco dei votanti nel 1951 occupava il penultimo posto… Che fare? Utilizzare il metodo già sperimentato di schiacciare il movimento democratico dei paesi latino - americani cioè il colpo di stato. Che non dipendeva delle elezioni o da una frode elettorale, che poteva ignorare l’ordine della Costituzione.
Il 10 marzo del 1952 Batista e la sua banda si appropriarono con la forza del destino della nazione.  Il popolo si trovò in una situazione senza uscite. Il generale (Batista) utilizzò  un esercito creato, addestrato e preparato dagli Stati Uniti, dalla loro comparsa nella Repubblica neo coloniale.
Lo stesso Batista confessò anni dopo che il colpo di stato era stata una cospirazione ufficiale dell’esercito e dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana.
Di fronte alle frasi demagogiche del dittatore che voleva presentare la cospirazione come un movimento rivoluzionario, il giovane avvocato Fidel Castro, in un documento redatto poche ore dopo il golpe, affermava con enfasi:
“Rivoluzione No, colpo di stato Si, patriota No, liberticida Sì, usurpatori, retrogradi, avventurieri assetati di oro e di potere.
Davanti a questi fatti si impone la lotta rivoluzionaria!” sosteneva Fidel precisando che ; “C’è un altro tiranno, ma ci saranno altri Mella, Trejos, Guiteras! Opprimono la Patria, ma un giorno avremo di nuovo la nostra libertà!”
In effetti Batista annullò la Costituzione e mezzo secolo repubblicano venne cancellato. La bancarotta politica, la crisi della struttura economica e l’acutizzarsi della lotta di classe mettevano più che mai in luce la crisi nazionale.
La popolazione cubana era raddoppiata e questo provocava una forte disoccupazione; il 47% delle terre coltivabili apparteneva alle grandi compagnie nordamericane e i contadini, quelli che coltivavano la terra, non ne possedevano!
Gli operai agricoli erano quasi la metà del proletariato cubano. Vivevano in capanne col tetto di foglie di palma e il pavimento di terra; il 30% non aveva un letto, più del  40% era analfabeta e il 14% era tubercolotico. Secondo uno studio del Gruppo Cattolico Universitario del 1957, circa il 23% della popolazione totale dell’Isola non sapeva leggere e scrivere.
Le fasce più  povere della società vennero dimenticate in estrema miseria.
Il governo di Batista superò tutti i governi precedenti per la sottomissione e nella concessione delle ricchezze dell’Isola ai nordamericani. La sua politica consisteva nell’accentuare le ricchezze per i monopoli a detrimento dei settori nazionali e soprattutto della popolazione povera.
Vennero firmati accordi con gli Stati Uniti che favorivano la crescita dei guadagni di Batista  e vennero rinnovate le concessioni alla Compagnia Cubana dei Telefoni, che ricevette un prestito sottratto al  bilancio nazionale. Il governo consegnò praticamente tutti i minerali fossili dell’Isola alle imprese nordamericane e autorizzò la vendita di benzina nordamericana nell’area nazionale.  Inoltre creò le condizioni per favorire lo sfruttamento del nichel e del cobalto. In questo modo mise in mani straniere anche il terzo settore per importanza dell’esportazione, dopo quello dello zucchero e del tabacco.
I casinò, i postriboli, i clubs e i bar divennero centri di divertimento per  ricchi e mafiosi provenienti dal nord. 
I vincoli di Batista con Cosa Nostra sono ben noti.
Era il 1953 e i giovani levarono le torce nella storica sfilata del 28 gennaio, nel giorno in cui si compivano cent’anni dalla nascita dell’Apostolo José Martí. Parteciparono anche il Fronte Civico delle donne e molti operai con altre organizzazioni. L’ondata delle manifestazioni si estese per tutta l’Isola.
Nelle scuole la lotta contro Batista adottò forme attive. L’Università dell’Avana divenne uno dei focus principali di opposizione. Si organizzavano manifestazioni e in particolare ebbero molta risonanza i simbolici seppellimenti della Costituzione, organizzati nell’aprile del 1952 dalla Federazione Studentesca Universitaria - FEU - contro gli Statuti Costituzionali stabiliti dal Regime. Nello stesso tempo la FEU realizzò in tutto il paese l’adozione di un giuramento simbolico di fedeltà alla Costituzione. Migliaia di cubani sostennero questa iniziativa degli studenti. 
Anche se le proteste studentesche svegliavano nella popolazione la coscienza politica e le speranze di un cambiamento, non potevano però far cadere i pilastri della dittatura.
Il movimento operaio venne diviso. L’esercito disponeva di tutto il potere e contro l’esercito, si sosteneva a Cuba, era impossibile lottare, non esistevano possibilità  di successo.
L’entusiasmo del giovane Fidel Castro per cambiare radicalmente la situazione lo portarono a formare un’organizzazione autonoma il cui fine doveva essere la preparazione di una sollevazione armata.
Fu così che alla metà del 1952, con la direzione di Fidel e di Abel Santamaria iniziò la gestione di un’organizzazione clandestina.
Il 26 luglio del 1953 attaccarono le caserme Moncada di Santiago di Cuba e Carlos  Manuel de Céspedes di Bayamo. Anche se militarmente non fu una vittoria, dimostrarono che in quelle condizioni l’azione armata era il solo metodo di lotta. Così si preparò in Messico, nell’esilio, la spedizione del Granma che condusse al trionfo della Rivoluzione del 1º gennaio del 1959.
Il dittatore e i suoi collaboratori fuggirono nella notte del 31 dicembre del 1958 a Miami, senza pagare mai per quei 20 mila morti uccisi durante la presidenza di Batista e il saccheggio della proprietà pubblica.
Nato povero a Banes, nell’oriente cubano, il 13 gennaio del 1901, Batista è morto immensamente ricco a 72 anni, a Marbella, in Spagna, il 6 agosto del 1973.
 È sepolto nel cimitero Sacramentale di San Isidro, a Madrid.

giovedì 8 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.

mercoledì 20 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 2011, durante una lunga e logorante guerra civile, i ribelli libici uccidono il colonnello Gheddafi, sovrano indiscusso del paese da oltre 40 anni.
Muammar Gheddafi nasce il giorno 7 giugno 1942 a Sirte, città portuale libica, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata.
Gheddafi fu la guida ideologica del colpo di stato che il 1 settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Di fatto nel paese che è andato a guidare negli anni, vigeva un regime del tutto assimilabile a una dittatura: infatti Gheddafi godeva di poteri assoluti e deteneva nel mondo il record come capo di Stato in carica da più tempo.
Negli anni della sua nascita l'Africa del nord è a suo malgrado teatro degli eventi bellici mondiali. Figlio di beduini analfabeti, il piccolo Muammar cresce ai bordi del deserto dove pascola ovini e cammelli, alla bisogna raccoglie quei pochi cereali che l'arida terra del deserto riesce a dare.
Come tutti i maschi delle stesse condizioni sociali ha però il diritto di essere iniziato alla dottrina dell'Islam, impara così a leggere e a scrivere con un unico libro di testo: il Corano.
Nella Libia del 1948 il recente passato bellico è ancora vivo. Il piccolo Gheddafi e due cuginetti sono investiti dallo scoppio accidentale di una granata inesplosa mentre giocano tra le dune. L'ordigno, probabilmente un lacerto dell'esercito italiano di stanza nella zona all'epoca del conflitto, uccide i due cugini e ferisce ad un braccio Muammar provocandogli una profonda cicatrice. Fedele alla dottrina impartita, nel 1956 raggiunta l'età di otto anni, si iscrive alla scuola coranica a Sirte e in un secondo momento a quella di Fezzen, che è in pieno deserto. Il piccolo studente fa la spola tra la tenda paterna e la città una volta alla settimana. Frequenta le scuole coraniche fino al 1961.
Si trasferisce a Bengasi, città del golfo della Sirte, dove si iscrive all'Accademia Militare. Provetto cadetto, nel 1968, frequenta un corso di specializzazione a Beaconsfield cittadina inglese a circa quarantacinque chilometri da Londra. Termina l'addestramento militare nel 1969: Gheddafi ha ventisette anni e il grado di capitano.
Durante tutto il periodo della sua formazione sia ideologica sia marziale è influenzato dal pensiero panarabo e dalle idee repubblicane dello statista egiziano Gamal Abd el-Nasser, che sconvolgono il mondo arabo. La Libia è difatti una monarchia corrotta, asservita agli occidentali. Il governo di re Idris I stenta a lasciarsi alle spalle il passato colonialista, fatto di servilismi e disfacimento.
Infervorato dalla realtà di questa situazione, Muammar Gheddafi il giorno martedì 26 agosto 1969, approfitta dell'assenza dei regnanti, impegnati in un viaggio all'estero, e guida, con l'appoggio di parte dell'esercito a lui solidale, un colpo di stato militare volto a ribaltare la situazione governativa. La manovra ha successo, e appena il lunedì della settimana successiva, il primo settembre, la Libia è una "Repubblica Araba Libera e Democratica". Il governo è retto da dodici militari devoti alla causa panaraba di stampo nasseriano, che formano il Consiglio del Comando della Rivoluzione. A capo del Consiglio c'è Muammar che ha il titolo di Colonnello. Gli stati Arabi riconoscono subito il nuovo Stato libico e anche l'URSS e le potenze occidentali, anche se in un primo momento restie, danno credito a quello che in pratica è un regime dittatoriale instaurato dal Colonnello Gheddafi.
Grazie alle risorse petrolifere del territorio, il nuovo governo crea dapprima le infrastrutture mancanti al paese: scuole e ospedali, vengono anche parificati gli stipendi dei dipendenti "statali" e aperte le partecipazioni aziendali per gli operai. Il neo-governo instaura la legge religiosa. La "Sharia" derivata dai concetti della Sunna e del Corano proibisce l'uso delle bevande alcoliche, che vengono quindi bandite in tutto il territorio, con la conseguente chiusura "forzata" dei locali notturni e delle sale da gioco. La politica nazionalista estirpa poi qualsiasi riferimento straniero dalla vita quotidiana delle persone a partire dalle insegne dei negozi che devono essere tutto in caratteri arabi. L'insegnamento di una lingua straniera è bandita nelle scuole.
Le comunità estere residenti nel paese, tra cui quella italiana che è numerosissima, sono progressivamente espulse; i beni sono confiscati in nome di una rivalsa contro "i popoli oppressori".
Tutti i contratti petroliferi con aziende estere sono stracciati e le aziende statalizzate, salvo poi rivedere alcune posizioni in particolar modo con il governo italiano. Anche le basi militari di USA e Inghilterra sono evacuate e riconvertite dal Governo del Colonnello.
Gheddafi espone i suoi principi politici e filosofici nel famoso "Libro verde" (il cui nome rimanda al "Libro Rosso" di Mao Tse-tung), pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello.
Durante gli anni '90 condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait (1990) e sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla comunità internazionale, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).
Nei primi anni dopo il 2000, gli sviluppi della politica estera di Gheddafi portano ad un riavvicinamento agli Stati Uniti di George W. Bush e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico.
Nel febbraio 2011 la rivoluzione araba colpisce la Libia portando a sanguinosi scontri e ad oltre mille morti. Le violenze perpetrate dal raìs contro la popolazione rivoltosa libica impiegano l'utilizzo di forze mercenarie africane provenienti dal Niger e altri stati limitrofi. Nel mese di marzo una risoluzione ONU autorizza la comunità europea a intervenire con mezzi militari per garantire l'incolumità dei cittadini libici e di fatto evitare una guerra civile.
Tripoli cade il il 21 agosto: i fedeli al vecchio regime di Gheddafi organizzano la loro resistenza in varie aree del paese, principalmente a Sirte e Bani Walid. Dopo lunghi mesi di fuga e resistenza, il leader libico viene catturato durante la fuga da Sirte, sua città natale, caduta ad ottobre sotto gli ultimi assalti degli insorti e dopo un lungo assedio. Un doppio raid degli elicotteri della Nato, a supporto dei ribelli libici, avrebbe prima bloccato Gheddafi e poi ferito mortalmente in un secondo tempo. Muammar Gheddafi muore durante il trasporto in ambulanza il 20 ottobre 2011. Aveva 69 anni.
Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256 % di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2 % di Finmeccanica, l’1,5 % della Juventus, lo 0,58 % di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33 % di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650mila euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.

giovedì 30 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 settembre.
Il 30 settembre 1957 il Partito Socialista Indipendente Sammarinese organizzò un colpo di stato nella Repubblica del Titano ed insediò il governo provvisorio a Rovereta, un piccolo centro al confine con l'Italia.
L’unico governo socialcomunista a ovest della cortina di ferro. Un Paese di «irriducibili» che resisteva a boicottaggi, pressioni e blocchi delle frontiere del democristianissimo governo italiano del secondo dopoguerra. Questo fu la Repubblica di San Marino dal 1945 fino al 1957. Era il 1955 quando i democristiani di San marino (Pdcs) decisero che era il caso di chiedere l’aiuto statunitense.
Agli americani lo sconosciuto villaggio dei «rossi» irriducibili venne descritto come l’avamposto sovietico in occidente e fu sufficiente inserire le vicende sammarinesi nell’ottica della guerra fredda per far sprofondare la piccola Repubblica sull’orlo della guerra civile. Nel 1955, a seguito delle elezioni che videro aumentare la maggioranza social-comunista nel Consiglio grande e generale, il leader dei democristiani sammarinesi, Federico Bigi, decise di far visita al consolato statunitense a Firenze per illustrare le possibili linee d’azione. Nell’ordine: sfruttare ogni spaccatura possibile tra comunisti e socialisti; aumentare le pressioni italiane contro il governo di San Marino; il colpo di Stato.
L’ultima opzione venne considerata da subito impraticabile mentre emerse una netta predilezione per la prima ipotesi: lavorare per spaccare il fronte socialcomunista. Funzionò, grazie ai fatti di Ungheria e allo «spauracchio rosso». Nel luglio del 1956 quando venne aperto un consolato russo a San Marino, il New York Times, titolò «la rossa San Marino nella rete sovietica», mentre i fatti di Ungheria spinsero il socialista Alvaro Casali ad abbandonare la maggioranza e fondare il Partito socialista democratico indipendente. Altri tre consiglieri del Parlamento sammarinese lo seguirono. Fu un ribaltone ante litteram.
Il Consiglio grande risultò spaccato esattamente a metà: 30 consiglieri per la maggioranza socialcomunista, 30 per l’opposizione. Il governo resistette per alcuni mesi, fino all’elezione dei nuovi Capitani reggenti, eletti per statuto ogni sei mesi, poi si trovò costretto ad affrontare l’impasse. L’elezione venne fissata per il 19 settembre del 1957. Proprio il giorno prima, però, un altro consigliere, Attilio Giannini, indipendente eletto nelle liste del Partito comunista, decise di saltare la barricata. Nominare Giannini e accennare ai motivi della sua scelta provoca ancora oggi infinite polemiche e querele. Comunque, spontaneamente o meno, grazie a Giannini si era creata una nuova, risicata, maggioranza formata da 23 consiglieri democristiani, cinque socialisti indipendenti, due socialdemocratici e, appunto da Attilio Giannini. 31 consiglieri su 60.
Ma gli «irriducibili» non potevano farsi cacciare così facilmente, quindi i segretari del Pcs e del Pss presentarono le dimissioni di tutti i consiglieri della precedente maggioranza con firme autentiche. Era, infatti, consuetudine dei partiti della sinistra far firmare ai loro eletti una lettera di dimissioni con la data in bianco, a titolo di garanzia del rispetto delle direttive del Partito. Risultarono dimissionari, quindi, anche i cinque «transfughi». Constatata la dimissione della maggioranza dei consiglieri, la Reggenza sciolse il Consiglio e indisse nuove elezioni. Piovvero accuse di «golpismo» da ambo le parti.
La sera del 30 settembre i consiglieri della nuova maggioranza anticomunista occuparono uno stabilimento industriale in disuso situato a Rovereta, un lembo di San Marino circondato tre lati su quattro, dal territorio italiano, e formarono un governo provvisorio.
L’esecutivo fu immediatamente riconosciuto dal governo italiano che inviò i carabinieri ai confini per proteggerlo. Era l’1 ottobre, seguirono il riconoscimento francese e, ovviamente, quello statunitense. Per la destra era nato il «governo libero di San Marino», per la sinistra «il governo del capannone».
Gli «irriducibili» erano ridotti sulla difensiva. Temendo che il governo provvisorio tentasse di prendere il potere con la forza, formarono una milizia volontaria armata (soprattutto con vecchi archibugi) e la Repubblica si ritrovò sull’orlo di una guerra civile. Nonostante fossero i giorni del lancio del primo satellite artificiale nello spazio, lo Sputnik, e quelli degli scontri di piazza a Varsavia, le vicende sammarinesi conquistano le prime pagine dei giornali italiani. L’Unità schierò Pajetta e papà Cervi a difesa della vecchia maggioranza, mentre Giovanni Spadolini, sul Resto del Carlino, concluse così un emblematico editoriale intitolato Da Varsavia a San Marino: «C’è un insegnamento che dalla Polonia e dalla Jugoslavia arriva fino a quel piccolo lembo di terra romagnola sacro al cuore di ogni spirito devoto alla libertà: fino a San Marino. Ad ammonirci, oggi più che mai, che non ci sono vie di mezzo, che il socialismo è l’antitesi radicale del comunismo. Sulle balze del Titano come sulle piazze di Varsavia». Non fu da meno il New York Times che sfornò resoconti quotidiani sulle vicende della piccola Repubblica.
Il topolino aveva partorito la montagna. In questa situazione gli «irriducibili» decisero di chiedere l’intervento dell’Onu per garantire il libero svolgersi di un’elezione che ponesse fine alla situazione di stallo. Non fu una grande idea, perché San Marino non era membro delle Nazioni unite e soprattutto perché l’unico Paese che poteva appoggiare i social-comunisti, l’Unione Sovietica, per ovvie ragioni era sempre stata contraria all’invio di osservatori internazionali che controllassero il regolare svolgimento delle elezioni.
Nel frattempo il blocco delle frontiere rendeva sempre più complicata la vita ai sammarinesi, per questo, l’11 ottobre i Reggenti misero fine alla crisi, riconoscendo il governo provvisorio di Rovereta e sciogliendo la milizia volontaria. Il 14 ottobre il nuovo governo si insediò a Palazzo Pubblico.
Secondo Giuseppe Majani, per due volte Capitano Reggente di San Marino, la prima nel 1955 l’altra nel 1982, iscritto al Pc sammarinese dal 1944 fino allo scioglimento «la situazione stava diventando davvero pericolosa, c’era il rischio di uno scontro violento che nessuno voleva e negli ospedali incominciavano a scarseggiare le medicine, non potevamo certo opporci con la forza ai governi italiani e statunitensi. Con grande senso di responsabilità, abbiamo quindi deciso di smobilitare e permettere il cambio di governo. I documenti statunitensi desecretati da Clinton mostrano, però, come Bigi e la democrazia cristiana ci avessero svenduto agli americani».
In effetti le carte mostrano nei dettagli i contatti avvenuti tra la dc sammarinese e il dipartimento di Stato Usa, ma, a dire il vero, nessuno nega l’importanza dell’aiuto avuto da Oltreoceano. Lo scrisse Alvaro Casali, autore della scissione socialista, nel suo diario pubblicato nel 1999: «5 marzo 1957: pensiamo di approfondire con il Console americano la disponibilità politica e finanziaria del suo Governo al nostro Paese, nella auspicata evenienza politica di costruire un Governo a San Marino con l’esclusione dei comunisti». Lo confermò il leader democristiano Federico Bigi che, nel ringraziare il governo statunitense scrisse «Se il ritorno di San Marino alla democrazia è stato possibile, è stato dovuto principalmente, se non esclusivamente, alla grande fiducia da parte del popolo di San Marino e dei suoi anticomunisti nella garanzia di aiuto da parte degli Stati Uniti».
Questa era, appunto, la guerra fredda, Casali e Bigi dal canto loro accusavano i comunisti sammarinesi di essere inchinati ai voleri sovietici. Majani, però, lamentò e lamenta, le ritorsioni patite da militanti e partiti di sinistra dopo i fatti di Rovereta. Difficile dargli torto.
I democristiani giunti al potere iniziarono una campagna di licenziamenti nei confronti dei lavoratori comunisti, vennero chiuse sedi dei partiti di sinistra, negate le sale per gli incontri pubblici e, soprattutto, i Capitani Reggenti e i consiglieri della vecchia maggioranza vennero messi sotto processo con l’accusa di «attentato alla Sicurezza dello Stato». I due ex Capitani Reggenti vennero condannati, nel 1959, a 15 anni di Lavori pubblici (leggi reclusione) mentre per gli altri le pene variarono dai 7 ai 10 anni. (Le pene vennero condonate solo a seguito di mesi di lotta politica, nel 1960). Nel 1957, quindi, la battaglia contro gli «irriducibili» era vinta, ma toccava vincere la prima sfida elettorale, quella del 1959.
A questo scopo, il ministero degli Esteri sammarinese sollecitò gli aiuti economici dagli Stati Uniti, per poter avviare i lavori dell’acquedotto e della superstrada Rimini – San Marino e, quindi, presentare qualche risultato concreto in campagna elettorale. La tecnica utilizzata per convincere il governo statunitense è da manuale sulla guerra fredda. Questo scrive, il 18 marzo 1958, l’ambasciata statunitense italiana al Dipartimento di Stato statunitense dopo aver incontrato Federico Bigi, divenuto ministro degli Esteri di San Marino.
«L’ambasciata si rende conto che San Marino è solo un granello sull’orizzonte politico mondiale, ma crede fermamente che la mancanza Usa di aiutare San Marino sarà ritenuta come l’indifferenza Usa verso il comunismo e i bisogni dei nostri amici. Piccola com’è san Marino è il solo paese dove la cortina di ferro si è ritirata negli ultimi vent’anni, dovuto (sic) in parte all’incoraggiamento Usa. Se il collasso delle forze democratiche accadesse prima delle elezioni nazionali italiane, fissate per il 25 maggio, il ritorno di San Marino sotto il dominio comunista potrebbe avere un impatto anche sulle elezioni italiane. L’assenza di un aiuto concreto dopo sei mesi di supporto morale, programmatico e finanziario, sarebbe indubbiamente sfruttato dalle forze italiane di sinistra, forse facendo riferimento al declino economico negli Usa e al destino inesorabile di coloro che pongono la loro fiducia negli Usa».
Insomma, il primo passo per la conquista del mondo da parte dei sovietici. Di fronte a tale prospettiva gli Usa finirono per sborsare 850 mila dollari per acquedotto e superstrada.
I comunisti provarono a ribattere che quell’autostrada sarebbe servita per il trasporto dei missili Usa della base Setaf di Rimini al Monte Titano, ma non ci credette nessuno. Gli elettori si trovarono, quindi, a scegliere tra una San Marino boicottata dai vicini italiani o una foraggiata dal governo di Roma e da quello statunitense. Nelle elezioni del 1959 la Dc sammarinese e i suoi alleati presero il 60 per cento dei voti. I partiti di sinistra tornarono a vincere le elezioni solo nel 1978.

martedì 6 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 1967 le truppe nigeriane invadono il Biafra.
La guerra del Biafra ha segnato, sotto diversi aspetti, l'affermarsi di un nuovo periodo storico e culturale per l'intera umanità. E' stata una tragedia di proporzioni enormi (si stimano quasi 3 milioni di morti, di cui due terzi - in gran parte bambini - dovuti alla fame) di cui le immagini dei bambini gravemente malnutriti hanno girato il mondo. E' stato il punto di avvio per una nuova generazione di "militanti umanitari" infrangendo la regola della neutralità a favore dell'idea del diritto d'ingerenza nelle questioni internazionali, non più riservate solo a diplomatici e militari (dall'esperienza dei medici francesi in Biafra con la Croce Rossa e in particolare di Bernard Kouchner, nascerà nel 1971 Medecins Sans Frontieres - Medici Senza Frontiere).
Infine vi è un aspetto marginale, e perfino offensivo delle popolazioni Igbo, ed è quello dell'uso dei "bambini del Biafra" nel linguaggio comune da parte delle mamme per convincere i propri figlioli (spesso grassottelli) a non buttare il cibo ("pensa ai bambini del Biafra che non hanno nulla da mangiare") sia per indicare genericamente una magrezza esagerata ("sembri un bambino del Biafra"). Insomma la parola Biafra è diventata una sorta di neologismo come sinonimo di povertà infinita.
La guerra del Biafra durerà dal 6 luglio 1967 al 13 gennaio 1970, e sarà determinata dal tentativo di secessione della provincia sud-orientale della Nigeria, popolata da etnia Igbo, cristiana ed animista, che scatenerà la risposta del governo centrale nigeriano.
Ma come si arriva alla dichiarazione della secessione?
Tutto ha inizio il 15 gennaio 1966, quando sulla base di presunti (e probabilmente veri) brogli elettorali che hanno favorito le popolazioni del nord, alcune sezioni dell'esercito, principalmente di etnia Igbo, guidate dal generale Johnson Aguyi-Ironsi, attuano un colpo di stato.
Il 29 luglio 1966, l'esercito "settentrionale", etnie Yoruba e Hausa, organizzano un contro-golpe, dando il potere al colonnello Yakubu Gowon e massacrando le minoranze cristiane Igbo del nord. Gli Igbo del Biafra saranno completamente esclusi dal potere.
Le popolazioni del Sud, preoccupate che il nord si impadronisse delle grandi risorse petrolifere presenti nel loro territorio (delta del Niger) - si calcoli che nel 1966 la Nigeria ha estratto 20 milioni di tonnellate di petrolio e di queste 17 provenivano dal Biafra- il 30 maggio 1967, guidate dal governatore militare del Sud-Est, col. Odunegwu Ojukwu, dichiarano la seccessione dalla Nigeria della Repubblica del Biafra, con capitale Enugu.
La nuova nazione sarà ufficialmente riconosciuta solo dal Gabon, da Haiti, dalla Costa d'Avorio, dallo Zambia e dalla Tanzania.
Il 6 luglio 1967 l'esercito nigeriano entra in Biafra occupando le città di Nsukka e Garkem e decretando l'inizio della guerra.
Dopo una controffensiva del Biafra (che giungerà a 200 km da Lagos), la guerra assume la forma di assedio. La truppe nigeriane dopo aver conquistato i porti, determinano il blocco completo navale, terrestre e aereo.
La lenta agonia del Biafra ha inizio. Le foto dei bambini malnutriti iniziano a girare il mondo e volontari iniziano ad effettuare ponti aerei a favore della popolazione affamata. Non mancheranno ovviamente accuse di infiltrazioni mercenarie e di contrabbando di armi. I volontari della Croce Rossa saranno attaccati dall'esercito nigeriano.
In questo clima, il 9 maggio 1969, avviene un fatto che colpisce direttamente l'Italia. Dieci tecnici italiani e un arabo vengono uccisi nei campi petroliferi dell'ENI da un commando di soldati del Biafra. Altri 3 italiani, saranno rapiti e rilasciati secondo fonti non confermate con un riscatto di 12 miliardi di lire. Mentre milioni di bambini morivano di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, noncurante, il petrolio.
Nel giugno 1969, oramai stremato dall'assedio, il Biafra tenta l'ultima disperata offensiva sostenuta da mercenari stranieri (tra cui lo svedese Carl Gustav von Rosen, aviatore pioniere e già istruttore in Etiopia dell'Ethiopian Air Force).
Il 23 dicembre 1969 le forze nigeriane spezzano in due il Biafra e il 7 gennaio lanciano l'offensiva finale. Il 13 gennaio cadrà l'ultima città e Ojukwu dichiara la resa fuggendo in Costa d'Avorio e lasciando al suo vice, Philip Effiong, il compito di negoziare.
Il bilancio finale sarà catastrofico: oltre 3 milioni di morti di cui un milione e duecentomila in battaglia e quasi due milioni per fame.
L'intera regione distrutta (ancora oggi vi sono i segni) , l'etnia Igbo discriminata e ridotta tra i gruppi etnici più poveri dell'Africa Centro-Occidentale.
I paesi stranieri non furono assolutamente estranei a questo conflitto. Gli Stati Uniti - all'epoca impantanati nel Vietnam - avevano altro a cui pensare. La Nigeria fu rifornita di armi dalla Gran Bretagna in quanto ex colonia, dalla Russia e dall'Egitto. Il Biafra ottenne l'appoggio della Francia (in chiave anti inglese per il controllo dei territori africani), oltre che del Sudafrica e della Rhodesia (futuro Zimbabwe). Inoltre determinante fu il ruolo del Portogallo (unico paese all'epoca ad avere ancora ampi territori in Africa) di sostegno al Biafra attraverso la colonia di Sao Tomè e Principe. A Lisbona fu stampata la moneta del Biafra e vi furono insediati gli uffici di rappresentanza del governo del Biafra.
Nel 1999 il neo eletto presidente Obasanjo, che aveva combattuto nella guerra del 1967-70, (guiderà la Nigeria dal 1999 al 2007) tentò una timida riconciliazione con il Biafra (riconoscendo la pensione ai militari congedati dopo la guerra e che aveva combattuto per l'indipendenza).
Le questioni che erano alla base della guerra del Biafra - gli interessi derivanti dai ricchi giacimenti di petrolio della regione - appare ancora oggi irrisolta, anzi è all'attenzione della comunità internazionale per quello che già si configura come il conflitto del delta del Niger. Nel 2009 la Nigeria ha estratto 122,1 milioni di tonnellate di petrolio - (12° paese nel mondo e primo dell'Africa).
Dal 1999 è inoltre attivo nell'area del Biafra (oggi popolata da circa 40 milioni di individui di etnia Igbo) il gruppo Massob (Movimento per la creazione dello stato sovrano del Biafra) che si richiama, idealmente alle rivendicazioni secessionistiche degli anni '60.


venerdì 9 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1992 viene arrestato e trasferito a Miami per essere processato Manuel Noriega, detto "faccia d'ananas" a causa del viso fortemente butterato dal vaiolo.
Manuel Antonio Noriega nasce a Panama il giorno 11 febbraio 1938. Dopo il liceo si laurea in ingegneria all'Accademia militare, segue corsi di antiguerriglia, antinarcotici, guerra psicologica e sopravvivenza nelle accademie degli Stati Uniti.
Nel 1969 rientra a Panama dove diventa capo dei servizi segreti, favorendo il golpe del generale Torrijo. Al vertice della carriera militare, nel 1983, viene nominato capo delle forze armate e nel 1984 depone il presidente della Repubblica Riccardo de la Espriella, sostituendolo con Nicolas Ardito Barletta.
Nel 1987 Manuel Noriega viene accusato dal colonnello Diaz Herrera di traffico di cocaina, brogli elettorali, riciclaggio di denaro sporco e dell'omicidio del guerrigliero Hugo Spatafora.
In concomitanza con le prime sollevazioni popolari, gli Stati Uniti applicano le sanzioni economiche e la Corte Federale della Florida apre un'inchiesta per chiarire il ruolo di Noriega nel narcotraffico internazionale.
Nel 1988 viene destituito da capo delle forze armate dal presidente panamense Arturo Delvalle, Noriega a sua volta destituisce Delvalle nominando al suo posto Manuel Solis Palma.
A marzo dello stesso anno un golpe mirato a rovesciare Noriega va a vuoto, intanto le sanzioni USA si inaspriscono, arrivando a sospendere la quota d'affitto del canale di Panama.
Il 7 maggio 1989 Noriega annulla le elezioni presidenziali e nomina presidente provvisorio Francisco Rodriquez. Il 3 ottobre 1989 un secondo golpe fallisce e il 20 dicembre le truppe americane invadono Panama. Noriega si rifugia nella nunziatura apostolica della capitale e chiede asilo politico: il 3 gennaio 1990 si consegna alle autorità.
Estradato negli Stati Uniti subisce un processo con dieci capi d'accusa, tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, truffa aggravata e associazione a delinquere. Il 13 luglio 1992 viene condannato a 40 di carcere.
Trovato colpevole di omicidio in contumacia nel 1995, nel 1999 il governo panamense cerca di ottenere l'estradizione di Noriega perché affronti i capi di accusa a Panama.
Alla fine di agosto 2007, pochi giorni prima della scarcerazione, respingendo la richiesta degli avvocati di Noriega per permettergli il ritorno a Panama, il giudice americano William Turnoff concede il via libera all'estradizione in Francia dell'ex dittatore: Noriega deve infatti scontare un'ulteriore condanna del tribunale francese.
Noriega è rientrato a Panama dalla Francia, dove si trovava detenuto, l'11 dicembre 2011.
Nel 2012 gli fu diagnosticato un tumore al cervello. Nel 2017 l'operazione chirurgica per rimuovere il tumore fallì e Manuel Noriega morì il 29 maggio.

venerdì 15 marzo 2013

In principio ci sono i peggiori; Claudio #Fava, La #notte in cui Victor non cantò, #golpe, #Cile, #citazione


In principio

Ce l'hanno spiegato fin da quando abbiamo cominciato a mettere in riga le aste.

In principio ci sono i peggiori. Sunto di ogni male, lievito di ogni violenza. Sui loro peccati si avvita la storia e si misura il passato. Si chiamino Giuda o Pinochet, sono sempre un dolore necessario. Il profilo oscuro della vita. Finché accade che ne incroci qualcuno sul tuo cammino. Lo insegui, annusi le sue parole, ascolti le sue bugie. Alla fine ti accorgi che il male è materia assai più complessa, senza molte evidenze, senza equazioni risolte in punta di catechismo. E che, tutto sommato, persino i tiranni sono personaggi incompiuti, votati alla crudeltà ma grotteschi fino alla bestemmia.

Così, ho pensato che in un tempo dedicato a eroi, poeti e santi, per una volta valeva la pena raccontare loro, i cattivi ragazzi, gli aguzzini, gli ultimi della storia. Quelli che hanno masticato il loro tempo senza fingere mai buoni sentimenti. Li tiene insieme, in questo libro, una geografia. Che è l'America Latina, ossia la terra più prossima a quella Sicilia alla quale ogni nostra fantasia finisce disciplinatamente per tornare.

Li unisce anche una presunzione di scrittura. Che non intende spiegare (chi furono, cosa fecero, quali colpe commisero), ma semplicemente raccontare: un incontro, un odore, il ribrezzo di un pensiero, il suono metallico di certe parole, una guapperia... Un libro di suoni smarriti, di verbi lasciati a metà. Anche questo, in fondo, fa parte del mestiere del male: mai dire, mai rivelare. Piuttosto, suggerire. Lasciando credere che ogni cosa accaduta, ogni misfatto, ogni inutile ferocia siano solo brevi fatalità, un soffio umido di scirocco sulla superficie della storia.

Questo libro è dedicato alla notte in cui Victor Jara non cantò. La notte in cui gli mozzarono le mani, nella solitudine di baionette e di cemento dello stadio di Santiago. La notte in cui gli tolsero la vita per farne dono al generale Pinochet.
Da quel sangue sono trascorsi venticinque anni, un tempo largo e lento che vale sempre la pena riepilogare. Se una virtù tiene insieme le storie raccolte in queste pagine, è anzitutto quel nostro vecchio esercizio chiamato memoria.


Santiago del Cile, estate 1973 

E adesso ci si mette anche Isabel. Dura come un mulo, Isabelita. Dice che non vuole andare via. Ha letto la morte negli occhi di suo padre quando l'ha visto affacciato a una finestra del palazzo, con il mitra puntato contro il cielo e l'elmetto di ferro in testa. Come un vecchio che gioca alla guerra, come uno che ha già perduto. Tocca ad Arturo sottrarre Isabel dalle braccia del presidente Allende, trascinarla verso la porta, consegnarla a mani più robuste delle sue. Bisogna fare presto. Cinque minuti, ha detto Pinochet, il tempo di far uscire le donne. Poi ricominceranno a sparare.

Tocca ad Arturo la contabilità di questa sconfitta. Armare gli uomini rimasti, dividere i pochi fucili, assegnare a ciascuno lo stipite di una finestra e un pezzo di cielo spiegando che la morte arriverà da lassù, dal ventre dei caccia, dal grilletto di un aviatore, e dunque meglio tenere gli occhi dentro quella striscia d'azzurro, un azzurro vasto come il cielo, pulito come il cielo, peccato per questo settembre così tiepido, avrebbe saputo riscaldare il petto, avrebbe addolcito le passioni, peccato che ci si sia messo di mezzo quel prurito di generali, peccato d'ingenuità aver creduto ai loro giuramenti, aver prestato ascolto alla loro fedeltà. E adesso tocca a lui, Arturo Jiron, raccogliere le ultime paure di quei ragazzi che hanno scelto di restare accanto al presidente, tocca a lui indicare a ogni moschetto il suo quadrato di cielo.

Mestiere ingrato, quello di ministro della Repubblica nel Cile di Allende. Ti capita di dover decifrare gli eventi anche per gli altri, che fingono una speranza, che credono in una rivincita. Eppure basta solo affacciarsi dal palazzo e raccogliere in uno sguardo la piazza chiusa dai carri armati per capire che stavolta non sarà solo uno sfoggio di muscoli, un guizzo di adrenalina come quel giorno in cui fecero marciare l'esercito sotto la Moneda fino al tramonto. Adesso la piazza è diversa, un recinto di acciaio, un silenzio che macina il cuore, che lacera gli occhi. È diversa anche l'attesa che pesa su quel perimetro di uomini, sui fucili puntati in cerca di un ordine, sui cuori offuscati, le dita ripiegate sull'acciaio del grilletto, una disciplina di gesti e di odio come se non ci fosse più tempo per dire, per correggere i rancori, come se nell'epilogo che sta per precipitare ci fosse l'onesto sollievo di tutti, soldati, miliziani, governanti, comunisti, colonnelli, figli, amici, generali, tutti uniti nell'ansia di farla finita, di cercare la morte, di dare la morte e amen, per sempre amen, nei secoli amen, tanto la storia ci dirà, ingoierà anche la nostra morte, digerirà la nostra agonia senza un brivido di febbre, ci penserà la storia, signor presidente, tenderà questi pensieri di fiele come un elastico, si accanirà su ogni parola, la torcerà fino a spremerle ogni verità, la storia non perdona, signor presidente, la storia non dimentica.

(Claudio Fava, “La notte in cui Victor non cantò”, ed. Baldini & Castoldi, 1999, citazione tratta da http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/098/cafelib.htm )


(immagine da http://bellissima893.blogspot.it/2012/08/11-de-septiembre-de-1973-chile.html , immagini del golpe militare in Cile, 1973)








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