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sabato 8 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.

L'8 febbraio 1848 Carlo Alberto, sull'onda della protesta popolare, promette lo Statuto Albertino, che verrà pubblicato il 4 marzo successivo.

Lo Statuto Albertino, chiamato anche Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848 fu proclamato dal re dei Savoia Carlo Alberto. Lo Statuto, redatto in francese, può essere anche definito come la costituzione del Regno di Sardegna. Questo importante documento è rimasto in vigore dal marzo 1848 al biennio 1944-1946, nel momento in cui l'Italia con un referendum sceglie la forma di governo repubblicana, abbandonando la forma governativa monarchica.

Lo statuto Albertino è il primo documento simile a una costituzione in Italia, che decretò a partire dal 1848 i vari diritti e doveri del popolo.

Venne redatto da una commissione nominata dal re ed entrò in vigore nel 1848.

Lo Statuto Albertino si ispirava alle costituzioni francesi e per questo motivo fu scritto in lingua francese.

Questo documento è una carta costituzionale flessibile perché può essere facilmente modificato con una legge ordinaria.

Le principali caratteristiche dello Statuto Albertino sono:

- è una carta costituzionale concessa dal re;

- è una costituzione breve perché stabilisce i principi dell'organizzazione costituzionale e le norme in materia di diritti e doveri dei cittadini;

- sancisce come forma di governo la monarchia;

- stabilisce che la carica del capo di Stato (il sovrano) è “ereditaria secondo la legge salica”;

- assegna il potere esecutivo al re;

- assegna il potere giudiziario al re;

- assegna il potere legislativo al re;

- concede il diritto di voto solo ad una ristretta cerchia di individui (cittadini di sesso maschile, dotati di una certa cultura e di un determinato patrimonio);

- si impegna a garantire l’uguaglianza formale dei sudditi;

- prevede come bandiera nazionale un vessillo con coccarda azzurra;

- garantisce la libertà di stampa, ma con alcune limitazioni;

Le prime Costituzioni in Italia risalgono alla fine del 1700 e s’ispirarono ai principi delle Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza).

Con il tramonto dell’Impero Napoleonico ebbe inizio anche in Italia la Restaurazione che riportò in vita il potere assoluto dei sovrani.

Contro di questo insorsero i patrioti del Risorgimento che portarono i sovrani a concedere la costituzione.

Al termine del periodo rivoluzionario il solo stato italiano in cui la Costituzione rimase in vita fu il Piemonte dove Carlo Alberto nel 1848 aveva concesso lo Statuto Albertino.

Nel 1861 lo Statuto Albertino fu esteso a tutta l’Italia come un dono che il re faceva ai suoi sudditi.

Lo Statuto Albertino era flessibile e di tipo monarchico: il re comandava l’esercito; era a capo del governo; nominava i ministri; creava con il parlamento le leggi; i giudici amministravano la giustizia in suo nome.

Durante il fascismo Mussolini cambiò alcune leggi dello statuto e instaurò in Italia la dittatura che mantenne fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Quando nel 1945 avvenne la liberazione dell’Italia da parte degli Alleati, i partiti antifascisti formarono un governo provvisorio presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi.

Il 2 giugno 1946 tutti i cittadini italiani furono chiamati ad eleggere con suffragio universale (votano tutti i maggiorenni e anche le donne per la prima volta), l’Assemblea Costituente cioè un gruppo di persone che avrebbe dovuto scrivere una nuova Costituzione in sostituzione dello Statuto Albertino e con referendum scegliere tra Monarchia e Repubblica. L’Assemblea Costituente elesse Enrico De Nicola capo provvisorio della Repubblica italiana appena nata.

La nuova Costituzione scritta in due anni entrò in vigore il primo gennaio 1948.

Tornando allo Statuto Albertino, lo Stato liberale si affermò dunque anche in Italia. Nel 1848 l'Europa venne travolta da rivolte e tumulti che ebbero ripercussioni anche sul territorio italiano, che all'epoca non era ancora stato riunificato. Sulla scia di questi moti popolari, il 4 marzo 1848, il Re Carlo Alberto di Savoia concesse agli abitanti del Regno di Sardegna uno «Statuto»: lo Statuto Albertino.

Nello statuto il Re concedeva:

- Diritti di libertà e di proprietà.

- L'istituzione di una camera in cui la borghesia potesse eleggere i propri rappresentanti.

In merito alla garanzia dei diritti dei singoli, lo statuto si ispirava alla Dichiarazione dei diritti emanata all'inizio della rivoluzione francese.

I diritti di natura economica erano quelli che più interessavano la borghesia, esprimevano l'esigenza che lo stato si astenesse dall'intervenire nell'economia e che quindi lasciasse fare i privati.

Lo statuto Albertino si ispirava al principio della separazione dei poteri di Montesquieu, quindi attribuiva:

-Il potere esecutivo al Re.

-Il potere legislativo al Re, al senato (eletto dal Re) e alla camera dei deputati (eletta dal popolo a suffragio maschile ristretto).

-Il potere giudiziario ai giudici.

I requisiti necessari per votare la camera dei deputati erano:

- Requisito culturale, quindi potevano votare solo gli uomini in grado di saper leggere e scrivere.

- Requisito censitario, ovvero legato al censo, quindi consisteva nel pagare una certa imposta sul reddito.

Detto ciò si può ben intuire che il diritto di voto era concesso solo alle classi più benestanti.

Il suffragio universale maschile sarà concesso nel 1912 con Giolitti.

Il suffragio universale sarà concesso solo nel 1946, per la scelta tra Monarchia e Repubblica.

Era quindi una Costituzione concessa dall'alto, senza alcuna consultazione democratica. Lo stesso termine di "Statuto" fu preferito a "Costituzione", per ribadire il fatto che era il re a limitare i propri poteri, anche se in qualche modo vi era costretto dalle pressioni popolari. Era inoltre flessibile, ossia modificabile con legge ordinaria, e relativamente breve, ossia sintetica e piuttosto generica nel regolare i rapporti fra Stato e cittadini e nel definire l'ordinamento dello Stato.

I diritti dei cittadini erano proclamati in nove articoli dello Statuto (dal 24 al 32); erano riconosciute le libertà fondamentali, ossia la libertà di stampa e di opinione, di riunione, l'inviolabilità del domicilio, la proprietà privata, il diritto di uguaglianza. Si trattava, però, di un riconoscimento formale, in uno Stato che, fondandosi sul suffragio ristretto, riconosceva il diritto di voto al 2% della popolazione. L'ampiezza dei diritti poteva inoltre essere limitata per legge o per ragioni di polizia e pubblica sicurezza. Per quanto riguarda la libertà religiosa, lo Statuto riconosceva la religione cattolica come religione di Stato, dichiarando di "tollerare" le altre religioni. Anche se con dei limiti, la "tolleranza" proclamata dallo Statuto permise il riconoscimento dei diritti civili e politici alle minoranze religiose, come gli ebrei e i valdesi.

Lo Statuto albertino pose le basi per uno Stato liberale e monarchico, prevedendo la separazione dei poteri, ma attribuendoli tutti al re, che li esercitava congiuntamente con gli altri organi costituzionali:

• il potere legislativo era esercitato dal re e dal Parlamento, formato dalla Camera dei deputati, eletta a suffragio ristretto su base censitaria, e dal Senato del Regno, composto da membri nominati a vita dal sovrano: un sistema bicamerale, quindi, in cui il re manteneva il diritto di veto sulle leggi approvate dalle Camere. L'unico forte potere di controllo che lo Statuto riservava al Parlamento era l'obbligo di sottoporre qualsiasi normativa in materia tributaria alla preventiva approvazione della Camera dei deputati;

• il potere esecutivo spettava esclusivamente al re, che poteva nominare e revocare i ministri secondo il proprio volere;

• il potere giurisdizionale competeva alla Magistratura, formata da funzionari nominati dal re, che amministravano la giustizia in suo nome.

giovedì 30 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1848 ebbe luogo la Battaglia di Goito.
Il 27 maggio Radetzky uscì da Verona diretto verso Mantova. Per raggiungere il capoluogo virgiliano fece un giro largo, marciando a sud, in modo da aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunto a Mantova la sera del 28 maggio Radetzky si accampò a San Giorgio. Il 29 fece avanzare 20mila uomini (19 battaglioni, 2 squadroni e 52 cannoni) verso Curtatone e Montanara, località presidiate dal contingente toscano formato da 6 mila uomini e munito di soli 3 cannoni. I Toscani offrirono una strenua e inaspettata resistenza (166 morti, 510 feriti e 1.186 prigionieri), che costò agli Austriaci ben 1.000 fra morti e feriti e, soprattutto, diede il tempo all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito.
Dopo Curtatone e Montanara, l'esercito austriaco rallentò la marcia e si fece prudente. Nella circostanza Radetzky commise due fondamentali errori: inviò 12.000 uomini del II Corpo in una lunghissima e inutile manovra aggirante, sulla direttrice Rodigo-Ceresara, sottraendoli in tal modo alle forze in campo; procedette con ritardo tale da giungere a Goito solo alle tre del pomeriggio del 30 maggio.
Il ritardo aveva, infatti, permesso a Carlo Alberto di prepararsi alla manovra aggirante preparata dal Radetzky, concentrando su Goito 23mila uomini.
La difesa di Goito era un imperativo per i sardo-piemontesi, tenuto conto che un eventuale arretramento avrebbe compromesso il transito sul Mincio, tagliando fuori l’intera metà dell’esercito sulla sinistra del fiume ovvero tutte le posizioni conquistate nell’ultimo mese.
Lo schieramento era stato completato a mezzogiorno, e da Goito andava alla frazione di Cerlongo, in direzione di Brescia, con alle spalle il nodo viario di Volta, circa 7 km più indietro.
Il tardivo riconoscimento della necessità di mantenere quella posizione strategica aveva tuttavia permesso di raccogliere solo una parte delle truppe potenzialmente a disposizione. Bava mise insieme 21 battaglioni, 23 squadroni e 56 cannoni. Ovvero poco più di 23mila uomini, tutti del 1° corpo, e della divisione di riserva. Mancava all’appello la brigata Regina, 2 dei 5 battaglioni della brigata Cuneo, 3 dei 5 battaglioni della brigata Acqui, che non fecero in tempo a raggiungere il campo di battaglia. Mancava, inoltre, l’intero 2° corpo del di Sonnaz, schierato all’assedio di Peschiera ed alla protezione del fronte settentrionale. Si trattava, insomma, di poco più della metà dell’esercito che Carlo Alberto aveva portato alla campagna.
Le truppe vennero fatte marciare da nord verso Goito, man mano che le esplorazioni confermavano l’assenza di avanguardie austriache, attardate, come si è visto, a Curtatone.
Giunta in loco, venne divisa in 5 gruppi principali:
•    all’estrema destra 2 dei 3 reggimenti di cavalleria, insieme a molti bersaglieri, ad evitare eventuali tentativi di aggiramento
•    a destra, su Cerlongo, stava la brigata Cuneo (solo 3 dei 5 battaglioni)
•   a sinistra, sino a Goito, stava la brigata Casale, sostenuta dalla brigata Acqui (solo 2 dei 5 battaglioni) un piccolo battaglione napoletano
•    all'estrema sinistra, Goito era occupata da 2 battaglioni, fortificata e protetta da numerosa artiglieria, e veniva ad appoggiarsi al fiume.
•    in seconda linea, sulle alture dette ‘dei Somenzari’, la brigata Aosta, la brigata Guardie e una forte riserva d'artiglieria
Si trattava di tutto ciò che il Bava era riuscito a richiamare. Ma non sarebbe stato sufficiente se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l’intero esercito che si era trascinato da Verona, aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova: in totale fuori Mantova aveva a disposizione 37 battaglioni, 27 squadroni ed 88 cannoni: sino a 44mila uomini contro 23mila. Si trattava, insomma, di circa i 2/3 dell’esercito del feldmaresciallo, contro poco più della metà dell’esercito di Carlo Alberto.
Ma quando l’esercito austriaco si presentò di fronte al Bava ed a Carlo Alberto era composto solo dal I Corpo del Wratislaw, rinforzato di alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29mila uomini.
Il resto, 12mila uomini, affidati al d'Aspre, si erano incamminati sulla lunga strada per Rodigo - Ceresara, mirando ad aggirare le linee sarde sulla direttrice Ceresara – Guidizzolo. Manovra che non avrebbe mai raggiunto l’obiettivo. Il 30 maggio Carlo Alberto, dal suo punto di osservazione sulla collina detta ‘dei Somenzari’, vide arrivare le truppe del Wratislaw che marciavano lungo la direttrice Sacca-Goito.
Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si arrestarono, vennero raggiunte dalla retrovia d’artiglieria e cavalleria ed impiegarono molto tempo per schierarsi sul terreno intricato di colline e coltivazioni. L’assalto iniziò molto tardi, verso le 15.00, contro la sinistra del Bava, appoggiata su Goito. Venne annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria, ben risposto dai 14 pezzi dei difensori. Il Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi e prendere il nemico di fianco. In tal modo l'attacco austriaco venne cinque volte ripetuto e cinque volte respinto.
Poco dopo cominciò anche l’assalto delle brigate Wohlgemuth e Strassoldo alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della brigata Cuneo presero a ripiegare. Gli Austriaci giunsero ad impadronirsi delle prime case di Cerlongo.
A quel punto l'artiglieria sarda, dalle retrovie, venne posta in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento, arrestando l’avanzata austriaca. La brigata Aosta, posta in seconda linea, fu mandata a tappare la falla, e recuperò terreno. Intervenne anche l’Aosta Cavalleria ed il Nizza Cavalleria, all’inizio della battaglia schierate sul centrale poggio ‘dei Somenzari’, accanto ai Carabinieri a cavallo.
L’azione consentì di interrompere il tentativo di aggiramento del Radetzky, e porne le avanguardie sulla difensiva.
Venne, quindi, l’ora del contrattacco. Vittorio Emanuele, erede al trono e Duca di Savoia, condusse la brigata Guardie (l’ultima riserva) verso il fronte: quella marcia intercettò la fuga della brigata Cuneo, che venne arrestata e riorganizzata. Riannodate le fila le 2 brigate, verso le 18,00, contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo: le fecero indietreggiare per poi caricarlo alla baionetta, gettarlo nello scompiglio e costringerlo ad un precipitoso dietro-front. Vittorio Emanuele guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo lievemente ferito. Nel combattimento si erano distinti anche i bersaglieri delle compagnie del Lions, Cart e De Biller.Verso le 18.30, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky ordinò la ritirata, riconoscendo la sconfitta: nessuna notizia dal d’Aspre (attardato lungo la strada tra Ceresara e Solarolo), la destra sfondata, il tentativo di aggiramento della linea Goito-Cerlongo definitivamente fallito. Il Maresciallo aveva perso la battaglia, poiché aveva commesso un grave errore di condotta strategica: pur disponendo di forze sovrabbondanti, ne aveva impiegato una parte rilevante in una fallimentare, quanto ridondante, diversione.
Carlo Alberto aveva vinto la terza battaglia, su tre combattute. Bava aveva confermato il successo di Santa Lucia, come il Sonnaz aveva vinto a Pastrengo. I Toscani a Curtatone avevano dimostrato grande ardimento e resistenza.
La battaglia di Goito del 30 maggio ebbe conseguenza strategica assai rilevante: Carlo Alberto aveva interrotto la grande manovra del Radetzky e la liberazione di Peschiera dall’assedio era avvenuta.
Non solo il grosso dell’esercito non era riuscito a risalire il Mincio, ma, pure, una colonna di soccorso (colma di vettovaglie) scesa da Rivoli Veronese e forte di ben 6mila uomini era stata bloccata dai Sardi a Calmasino. Il fatto che tale combattimento sia avvenuto il 29, in coincidenza con gli scontri di Curtatone, testimonia sia della fretta del Radetzky, sia di una certa disarticolazione dei comandi.
Quel giorno stesso, prima ancora che si cominciasse a sparare a Goito, la guarnigione di Peschiera si arrese. Si consegnarono 1.600 uomini, 150 cannoni e una gran quantità di polvere e di proiettili. Ciò che portava il saldo generale della ‘grande manovra’ decisamente all’attivo di Carlo Alberto.
Infatti sul campo di Goito, mentre cominciava la ritirata austriaca, un corriere inviato dal Duca di Genova recò la notizia della resa di Peschiera, e per tutto il campo i soldati presero a gridare: ‘Viva il re d'Italia’.

giovedì 23 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 Marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: è l'inizio della prima guerra di indipendenza.
La prima Guerra d'Indipendenza italiana scoppiò in seguito alle sollevazioni di Venezia e Milano. Nelle due città del Lombardo-Veneto, il popolo insorse in corrispondenza dei moti contro il governo scoppiati a Vienna e che costarono il licenziamento di Metternich. A Venezia la sollevazione (17 marzo) portò alla liberazione dal carcere di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che istituirono un governo democratico. A Milano si ebbero le 5 giornate (18-23 marzo) che culminarono nella cacciata degli austriaci comandati dal maresciallo Radetzky: essi si rifugiarono nel quadrilatero compreso tra le fortezze di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera. A questo punto decise di intervenire Carlo Alberto, spinto a ciò da manifestazioni popolari, dal desiderio di non vedere trionfare i repubblicani e dalla convinzione che fosse giunta l'ora di istituire quel Regno dell'Alta Italia, obiettivo tradizionale della dinastia sabauda.
Il 23 marzo entrò in guerra, le sue truppe entrarono in una Milano già liberatasi da sola il 26. Intanto, più per la pressione dell'opinione pubblica che per intima convinzione, i sovrani di Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa schierarono i propri eserciti al fianco dei Piemontesi. Un'ondata di entusiasmo patriottico percorse la penisola, ma l'atteggiamento di Carlo Alberto, che intese assurgere a leader della coalizione, e il timore di una poderosa reazione austriaca fecero sciogliere l'alleanza come neve al sole. Così, visti gli irrilevanti successi militari di Pastrengo e Goito, e la minaccia di scisma religioso da parte asburgica, il papa si ritirò dal conflitto (29 aprile 1848), seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II alle prese con una grave rivolta interna. Per quanto reali fossero i pretesti, non c'è dubbio che la vera ragione per cui la coalizione si disgregò fu nell'intenzione dei sovrani italiani di ostacolare i sogni egemonici di Carlo Alberto. Intanto la guerra proseguiva.
Volontari toscani rallentarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara (29 maggio), mentre l'esercito piemontese si impose a Goito ed espugnò la fortezza di Peschiera (30 maggio). I Ducati e Milano (29 maggio), nonché Venezia (4 giugno), furono annessi al Piemonte.
Poco dopo, però, gli Austriaci di Radetzky, ottenuti rinforzi, reagirono ed a Custoza sconfissero duramente le forze sabaude (23-25 luglio). Il 9 agosto fu siglato l'armistizio. Per l'opposizione austriaca a ogni concessione durante le trattative di pace e per il timore che nelle città di Roma e Firenze, dove nell'autunno 1848 si erano insediati governi democratici cacciando i sovrani (a Roma sorse una Repubblica capeggiata da un triumvirato il cui membro più influente era Mazzini), i repubblicani avessero il sopravvento, nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua.
Il 23 marzo i Sabaudi furono sconfitti a Novara; la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II (1849-'78). Il giorno dopo fu firmato l'Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci, ma, almeno, il re riuscì a salvare lo Statuto Albertino.
Il fallimento bellico suscitò un'insurrezione a Brescia; a Roma (dove il governo dal febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e Venezia la resistenza agli austriaci fu strenua. Roma si arrese il 4 luglio sotto i colpi francesi e napoletani, Venezia — stremata dall'assedio austriaco — il 23 agosto seguente. In Toscana il governo retto da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli era caduto per contrasti interni. Pio IX e Leopoldo II tornarono sui rispettivi troni.
La Prima Guerra d'Indipendenza si concluse con la sconfitta definitiva dei piemontesi a Custoza e l'armistizio di Salasco.
Anche nel resto d'Italia tutti i moti vennero soffocati, ma furono comunque un primo importante passo verso l'Unità d'Italia.

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