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venerdì 18 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 aprile.

Il 18 aprile del 1948 gli italiani furono chiamati a votare per la prima volta dopo l'entrata in vigore della Costituzione della neonata Repubblica Italiana. E tutti, uomini e donne, poterono esprimere il loro voto politico: per le donne era la prima volta dopo il Referendum del 2 giugno. Ai seggi si recarono il 92% degli italiani aventi diritto, quasi 27 milioni di persone, e il responso delle urne parlò chiaro: il 48,5% degli Italiani votò per la Democrazia Cristiana. Ma quali erano le forze in campo e quali i protagonisti?

I tempi dell'alleanza antifascista erano ormai lontani. In mezzo c'era stata la nascita di quella che Churchill già nel 1946 definì "cortina di ferro", la linea di confine che divideva due zone di influenza politica. |

Le aree politiche erano due. Ed erano quelle che qualche anno prima avevano combattuto fianco a fianco la Resistenza contro il nazifascismo: da un lato c'era la Democrazia Cristiana, dall'altra il Fronte democratico popolare, una federazione di partiti di sinistra rappresentata dal Partito comunista e da quello socialista (che alle elezioni raccolse il 31% dei voti).

I volti erano quelli di Alcide De Gasperi (Dc), Palmiro Togliatti (Pci) e Pietro Nenni (Psi). La posta in gioco per il Paese era molto alta. In ballo non c'era infatti solo il governo del Paese, ma anche la sua appartenenza a uno dei due schieramenti politici internazionali, l'Unione Sovietica o l'America.

E le pressioni erano altissime: il 3 aprile dello stesso anno, 15 giorni prima del voto, il Presidente americano Harry Truman aveva lanciato il cosiddetto Piano Marshall, un piano di aiuti di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell'Europa Occidentale. Piano contestato da Palmiro Togliatti che lo liquidò come un ricatto politico.

Gli italiani si recarono così al voto tra slogan urlati, appelli alla democrazia, manifesti elettorali caricaturali e intimidazioni bizzarre come quella ben sintetizzata dallo scrittore Guareschi, autore di Don Camillo che arrivò a dire “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”.

Anche l'attore Eduardo de Filippo venne coinvolto come testimonial in un cinegiornale per esortare al voto agli italiani. "Votare per chi si vuole ma votate" diceva.

 Il timore del prevalere del fronte comunista spinse inoltre la Chiesa a mobilitarsi in prima persona creando comitati civici per il voto alla Democrazia Cristiana. Alle urne si recò così, come in un pellegrinaggio, chiunque era in buone condizioni, ma, come racconta un video dell'Archivio Luce, anche chi in buone condizioni non lo era affatto: portato a braccio, in barella o in carrozzella.

Il risultato fu clamoroso: la Democrazia Cristiana si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi. Il che significava che l'Italia rinunciava ufficialmente a entrare nell'orbita dell'Unione Sovietica comunista.

Alcide De Gasperi dal 1948 in poi divenne così un punto di riferimento imprescindibile per l'elettorato anticomunista che fu così destinato a rimanere all'opposizione. La Democrazia cristiana finì quindi per essere il principale partito italiano per quasi 50 anni, fino al suo scioglimento nel 1994.

martedì 12 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 dicembre.
Il 12 dicembre del 2000 la Corte Suprema degli Stati Uniti decide di non concedere il riconteggio dei voti in Florida, consentendo di fatto a Bush Junior di vincere la competizione alla Casa Bianca contro il democratico Al Gore, nelle più controverse elezioni di questo millennio.
George W. Bush è diventato il 43mo presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto ad Al Gore ottenuti in Florida nelle elezioni del 2000 (con il candidato dei Verdi, Ralph Nader, che raccolse oltre 97 mila preferenze). Ciò consentì a Bush di guadagnare i 25 grandi elettori che allora assegnava lo Stato. Ma passarono 36 giorni di ricorsi e controricorsi legali prima che la Corte suprema degli Stati Uniti, con il risicato margine di 5 voti a favore e 4 contro, ordinò di bloccare il riconteggio manuale in tutte le contee della Florida assegnando così la Casa Bianca al candidato repubblicano.
La decisione di Gore, che non trovò sostegno in tutto il Partito democratico, di non proseguire la lotta legale, permise a Bush di aggiudicarsi la Florida con un vantaggio dello 0,00009% e diventare il quarto in tutta la storia degli Stati Uniti a essere proclamato presidente avendo ricevuto in assoluto meno voti dell’avversario. Gore globalmente ebbe infatti 539.947 voti in più di Bush, ma il meccanismo dei grandi elettori assegnò a Bush 271 voti e a Gore 267 (poi una sua grande elettrice del Distretto di Columbia, al momento dell’elezione effettiva del presidente, votò scheda bianca per protestare contro il fatto che la città di Washington non è ancora diventata il 51mo Stato degli Usa).
In alcune contee della Florida il voto fu molto contestato a causa della cattiva qualità delle schede elettorali. Per assegnare una preferenza si doveva bucare un pezzetto di carta grande la metà di un coriandolo accanto al nome del candidato prescelto. In molti casi il pezzetto di carta non si staccava del tutto dalla scheda, comportando la sua classificazione come «scheda bianca». Oppure molti elettori non capirono cosa dovevano fare e segnarono una croce con una penna accanto al candidato, comportando l’annullamento della scheda. Non solo, ma i punti che dovevano essere perforati erano disposti in modo tale da generare confusione tra i candidati. Molti voti andarono persi, specie quelli ricevuti per posta dall’estero. Quasi 180 mila voti non vennero accettati per errori formali. Inoltre migliaia di persone, in buona parte neri-americani di tendenza democratica, non poterono votare perché iscritti erroneamente nelle liste delle persone che avevano perso il diritto al voto. Il governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del presidente e il segretario di Stato della Florida, Katherine Harris (che nel 2000 è anche il capo della campagna elettorale di George W. Bush in Florida) fecero di tutto per impedire il riconteggio.
Molti elettori (stimati poi in 15 mila) non si recarono alle urne perché gli organi d’informazione annunciarono alle 20,48 (orario della costa est) la vittoria di Gore in Florida. Non solo, ma dissero che erano stati chiusi i seggi in tutto lo Stato. In realtà alcune contee della parte più occidentale della Florida ricadono sotto il fuso orario degli Stati Uniti centrali: quindi i seggi erano in quel momento ancora aperti. La maggior parte di quegli elettori vota tradizionalmente per il candidato repubblicano: si stima che l’annuncio della vittoria di Gore e la chiusura (falsa) dei seggi costò a Bush un margine di almeno 5 mila voti in più.

giovedì 15 marzo 2012

#Esteri #Cina #diritti umani


Marco Del Corona alle 16:36 del 14/03/2012

Chi si concentra sul bicchiere mezzo pieno, guarda alle modifiche al codice di procedura penale approvate oggi a Pechino come a misure che impongono garanzie e vincoli alla polizia: in pratica vengono attenuati i rischi di arbitrii nel caso di fermo. Chi vede invece il bicchiere rimasto mezzo vuoto, non può non notare che rimane la possibilità di detenere dei sospetti in località segrete fino a sei mesi. Fermi ai limiti della legalità - accusano critici e gruppi per i diritti umani - che continuano a pendere minacciosi su chi esprima opinioni eterodosse.
I SI' E I 160 NO Le nuove norme sono state approvate durante la seduta finale della sessione annuale dell'Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese. A favore 2.639 deputati, 160 no e neanche una sessantina di astenuti. Le detenzioni extragiudiziali, spesso associate all'uso della violenza fisica se non della tortura, sono state impiegate finora soprattutto nei confronti di dissidenti o spiriti critici come l'avvocato Chen Guangcheng o come l'artista Ai Weiwei. C'è ora l'obbligo di avvertire le famiglie entro 24 ore, sempre che siano reperbili, ma non sembra chiaro l'obbligo di rivelare la località della detenzione. Altre aggiunte, dai maggiori poteri concessi agli avvocati alla tutela dei disabili, sono state invece apprezzate anche da gruppi come Human Rights Watch altrimenti severi (al pari di Amnesty International) su ulteriori passaggi della legge.
RIFORME POLITICHE Le nuove norme sulla detenzione hanno preceduto l'ultima conferenza stampa da primo ministro da parte di Wen Jiabao. Che, dopo aver esercitato una modestia e un profilo bassissimo ("spero che la Storia si dimentichi di me", anche se "io mi assumo le mie responsabilità, criticare chi comanda è naturale") pur rivendicando i successi del suo esecutivo, ha parlato di riforme politiche.
ELEZIONI Termini generici, come è tipico di Wen. Il premier ha messo in relazione le riforme economiche a quelle politiche, che sole possono dare profondità e tenuta al sistema produttivo cinese. Incalzato da una domanda del corrispondente del Washington Post che gli chiedeva, in un anno in cui russi francesi e americani scelgono il loro presidente,quando i cinesi potranno scegliere i loro leader, Wen ha risposto che "se il popolo può amministrare un villaggio, allora può governare anche una comune e un distretto", però tutto deve avvenire tenendo conto delle "particolari condizioni della Cina". Piuttosto, Wen ha citato come termine negativo la Rivoluzione Culturale, il decennio di estremismo che fu scatenato da Mao Zedong nel 1966 ed esauritosi alla sua morte.
TRAGEDIE "Senza riformare con successo la struttura politica" del Paese possono ripetersi "tragedie storiche come la Rivoluzione Culturale". Il passaggio è stato interpretato come uno schiaffo all'ala di "sinistra" del Partito comunista e in particolare a Bo Xilai, carismatico segretario a Chongqing dalle vivaci ambizioni. Se le fortune di Bo, dopo la rimozione del suo ex capo della polizia ora "investigato" e gli eventi connessi, stanno davvero tramontando è ancora presto per tentare di intuirlo. Ma il congresso del Pcc che si terrà in autunno scioglierà tutti i dubbi. 

Dalla rassegna stampa del 15.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

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