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sabato 18 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.
domenica 5 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 aprile 2001 il sommergibile italiano "Enrico Toti", terminate le operazioni di restauro ad Augusta, inizia il suo lento e travagliato viaggio alla volta del Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia "Leonardo da Vinci" di Milano.
A causa della sconfitta nella seconda guerra mondiale all'Italia era stata vietata la costruzione di sottomarini secondo le clausole del trattato di pace. Decadute le clausole la componente sommergibilistica italiana ricominciò ad addestrarsi con i vecchi battelli statunitensi in attesa del proprio progetto: l'Enrico Toti è stato il primo sottomarino costruito in Italia dal dopoguerra.
Il sottomarino venne costruito a Monfalcone dalla Italcantieri, che ne iniziò la fabbricazione l'11 aprile 1965. Venne varato il 12 marzo 1967 e consegnato alla Marina Militare il 22 gennaio 1968.
Il sottomarino è stato progettato con caratteristiche antisottomarino (da cui la sigla NATO SSK- Submarine Submarine Killer) ed essendone il capostipite diede il nome alla classe, completata in circa due anni dai sottomarini Dandolo, Mocenigo e Bagnolini.
Il 30 giugno 1999, l'unità militare terminato il servizio attivo venne donata al museo della scienza e della tecnologia di Milano, dove è conservata dal 14 agosto 2005.
Il 5 aprile 2001 il Toti viene trainato dalla base navale di Augusta, in Sicilia, fino a Taranto.
Dopo 85 ore di navigazione, il 20 aprile raggiunge Chioggia.
Il 4 maggio il sommergibile comincia la sua navigazione sul Po, trainato da due imbarcazioni fluviali: la Ferrara I e la Cremona.
Il trasferimento via fiume dalla foce del Po a Cremona è realizzato dall’Associazione Guardiacostiera Ausiliaria e dall’Azienda Regionale per i porti di Cremona e Mantova. A Cremona vi giunge il 6 maggio, e qui viene ormeggiato.
Successivamente viene istituita una commissione tecnica dal Comune di Milano volta a ad analizzare le ipotesi per il trasporto del sommergibile a Milano. Il Politecnico viene incaricato di verificare la fattibilità del trasferimento.
Da Gennaio a maggio del 2002 i tecnici dell'azienda tranviaria, di quella energetica e di quella Metropolitana studiano un percorso per giungere al Museo, che non intralci la vita della città e richieda il minor costo possibile.
Per ben tre anni vengono affrontati e risolti i problemi evidenziati lungo il percorso.
Finalmente, l'8 agosto 2005 alle 20,45 il Toti si mette in viaggio via terra: esso è trasportato su di un convoglio costituito da 2 motori da 700 cavalli, 240 ruote e più di 7 metri di altezza.
Durante la notte il sommergibile ha attraversato la campagna cremonese passando per paesi e campi di granoturco, sfiorato dalle fronde degli alberi e salutato dalle migliaia di persone che lo attendevano lungo la strada.
Il passaggio del Toti ha trasformato in momenti di festa le attese agli incroci o lungo le strade dei paesi attraversati.
Non era facile resistere alla tentazione, nonostante l’ora tarda e il clima rigido, di vedere come la perizia dei trasportatori avrebbe risolto l’imbocco di un cavalcavia o la svolta a gomito in una stretta strada di campagna.
Per ben due volte si è invertita la marcia, a Pizzighettone e a Cappella Cantone, manovrando i due carrelli motorizzati sui cui si ergeva monolitico il Toti.
L’arrivo a Corte Madama (Castelleone) è avvenuto alle 2.45. In totale 6 ore per coprire 30 km.
Due notti dopo (il viaggio è sempre stato effettuato di notte per ridurre al minimo i disagi per la circolazione) si presenta uno dei momenti più suggestivi del viaggio: l’attraversamento di una rotonda a Crema, quando, per scavalcare lo spartitraffico, è stato allestito uno scivolo provvisorio con assi di legno.
Le ruote dei carrelli possono infatti sopportare un dislivello massimo di 30 cm tra un asse e l’altro, e in molte situazioni, come accadrà nel centro di Milano, si deve intervenire con soluzioni ad hoc.
La notte successiva il convoglio affronterà il primo dei punti critici del percorso. La sfida tecnologica più grande del trasporto è portare sopra il delicato suolo milanese le 458 tonnellate del convoglio. Per vincerla sono state concepite soluzioni innovative, progettate su misura.
La sera del 12 agosto la pioggia comincia a cadere intensamente proprio mentre il convoglio accende i fari, alle 21.05.
La folla però non accenna a diminuire.
Ombrelli in controluce, passanti zuppi ma felici: vedere il sommergibile passare ormai è una malattia. Tutti rimangono al loro posto.
Gianni e Franco, autista e tecnico addetti al trasporto del sommergibile, sono stupefatti. È la prima volta che la partecipazione dei passanti al loro lavoro si fa tangibile.
La passione anima il loro operato, sono tecnici specializzati di lunga esperienza, ma affermano che questa è l’impresa più interessante della loro carriera.
Al terzo giorno ormai ci si conosce un po’ tutti e l’avventura è diventata collettiva. Poliziotti, ingegneri, museali, autisti, tecnici, militari e ammiratori o semplici passanti si trovano tutti insieme all’unico bar aperto per un caffè notturno; poi, via, tutti a prendere di nuovo il proprio posto nella storia.
È stata la notte delle soluzioni tecniche innovative.
Il convoglio ha affrontato il primo dei punti critici del percorso, in via Rogoredo: un attraversamento del Redefossi, corso d'acqua sotterraneo. Il canale fa parte della rete di collettori lunga 1407 km che scorre sotto Milano.
L'operazione ha fatto uso di speciali ponti mobili modulari, progettati ad hoc dall'ingegnere Maurizio Acito per il Comune di Milano.
I militari del Genio Pontieri si sono occupati del posizionamento.
L’abilità della squadra si è dimostrata sul campo, nel condurre un’operazione mai tentata prima, sotto i riflettori, creando all’impronta una metodologia da applicare nelle fasi seguenti, in tempi record nonostante gli imprevisti.
Il viaggio da Settala a Milano si è concluso dopo 9 ore e 5 minuti alla 6.10 del 13 agosto.
La periferia è diventata improvvisamente il centro, un'attrazione irresistibile per le decine di migliaia di persone che lungo tutto il giorno si sono recate in pellegrinaggio in via Toffetti, dove la città si sfilaccia, tra depositi dell'ortomercato e scambi ferroviari.
Il sommergibile è lì, parcheggiato davanti al palazzo dell'INPS, ma non sta andando in pensione. Si sta preparando al gran finale, la sfilata per Milano che lo consegnerà alla sua nuova vita museale.
Il Toti aspetta gli ultimi interventi per preparare il percorso più difficile, quello urbano, che prevede la rimozione o lo spostamento temporanei di marciapiedi, aiuole, pali di illuminazione, semafori, linee aeree di tram, filobus e treni.
La partenza è prevista per le 22.
L'ingresso del Toti al Museo la notte tra il 14 e il 15 agosto è stato trionfale, un avvenimento storico per Milano e una grande festa popolare. Il gigantesco convoglio che attraversava le vie cittadine ha poco a poco trasfigurato i contorni del paesaggio urbano, regalando a 150.000 persone l'occasione per una socialità diversa.
In quella occasione si è potuta vedere una Milano inconsueta, vissuta di notte e non di giorno, a lenti passi anziché nel traffico frenetico, tutti insieme per strada invece che costretti nelle proprie case o in ufficio.
Il sommergibile, diventato ormai definitivamente oggetto del Museo, ha svolto il suo primo compito in questa veste: creare meraviglia, attenzione per la nostra storia, prospettive diverse per il proprio orizzonte quotidiano.
La stessa cosa devono aver pensato le migliaia di visitatori che hanno deciso di trascorrere un Ferragosto diverso, venendo ad ammirarlo.
martedì 1 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1931 viene ufficialmente inaugurata la Stazione Centrale di Milano.
Le vicende che portarono al progetto ed alla realizzazione della Stazione Centrale di Milano furono piuttosto lunghe e complesse, quanto questo edificio imponente e variegato, nel quale la monumentalità si doveva e si deve tutt’oggi coniugare con la funzione a cui esso è destinato.
La decisione di costruire la stazione scaturì dalla necessità tecnica di un complesso riordino delle ferrovie milanesi, ma l’importanza simbolica dell’opera non sfuggì a chi ne aveva progettato la funzione, così che fin dagli inizi fu chiaro lo sforzo di trovare, tramite un concorso pubblico, una soluzione anche esteticamente degna dell’opera stessa.
Nel dicembre del 1906 fu pertanto lanciato il primo “Concorso per la facciata della nuova stazione viaggiatori”. Al programma del concorso erano allegati dei dettagliati progetti dimensionali e funzionali della nuova stazione, predisposti dai tecnici delle FF.SS., che già definivano gli spazi per gli arrivi e le partenze, l’atrio centrale della biglietteria, ecc., ed anche la presenza di un grande albergo: questi piani non lasciavano quindi ai concorrenti molti spazi, salvo per la parte architettonica/decorativa.
Dopo sette mesi si riunì la commissione designata a giudicare i progetti, presieduta dall’architetto milanese Camillo Boito, preside della locale Accademia di Belle Arti; la commissione scartò ben dieci dei diciassette progetti presentati perché “non soddisfano alle condizioni del programma… o non rispondono nel loro insieme alle esigenze dell’arte applicata allo speciale soggetto”, e non aggiudicò né il primo né il secondo premio, pur segnalandone due progetti come i più meritevoli.
Passarono più di quattro anni prima che fosse bandito, nel settembre del 1911, un nuovo concorso, e nel frattempo il progetto di base delle FF.SS. fu rivisto in diverse parti (fu per esempio eliminato l’albergo incluso nella stazione), anche se rimase una forte definizione degli spazi e delle dimensioni. Questa volta al bando partecipò anche il Comune di Milano, che col suo contributo elevò notevolmente il livello dei premi destinati ai vincitori.
I progetti presentati al secondo concorso furono ben quarantatré, ed a giudicarli fu una commissione ancora presieduta da Boito; anche questa volta ne furono selezionati sette, dai quali estrarre i quattro da premiare. Alla fine degli esami la commissione fu unanime nell’assegnare il primo premio al progetto intitolato “In motu vita” di Ulisse Stacchini, ed il secondo al progetto “Per non dormire” di Boni e Redaelli. L’anno dopo (agosto 1912) il consiglio di amministrazione delle FF.SS. fece suo definitivamente il progetto di Stacchini, ma già da subito i timori che il tumultuoso sviluppo in atto per il traffico ferroviario portasse alla costruzione di un manufatto insufficiente fecero scattare una serie di richieste di varianti ed adeguamenti. Stacchini presentò una prima variante ai vertici delle ferrovie nel marzo del 1913; in essa era degno di particolare nota il fatto che veniva eliminata la galleria anteriore per i tram, inizialmente prevista, e che la facciata, nel primo progetto essenzialmente a sviluppo orizzontale, acquistava ora anche degli elementi verticali. La variante ottenne, come previsto, anche l’approvazione del Consiglio Comunale di Milano, ma nel passaggio alla successiva fase di valutazione dei costi di costruzione e dei compensi per il progettista, cominciarono a manifestarsi pesanti divergenze di opinione fra Stacchini e la direzione delle FF.SS, tanto che nel febbraio del 1914 essa deliberò di abbandonare il progetto di variante, e di troncare ogni rapporto con il progettista, dando però nel contempo il via all’esecuzione del fabbricato interno dei servizi tecnici della stazione, con l’intenzione che essa potesse così entrare in funzione nel 1917. Per quanto riguardava la parte architettonica, le FF.SS. sostenevano che: “si potrà provvedere studiando con maggior agio e d’accordo col Comune la forma e la decorazione del fabbricato esterno… occorrendo mediante un nuovo concorso”. Ma il Comune non era propenso a questa soluzione riduttiva; dopo una serie di batti e ribatti e nuove trattative, svolte sia a Milano che a Roma, si arrivò ad una convenzione definitiva con l’architetto, ed alla redazione di un terzo progetto (inizi del 1915).
Pochi mesi dopo, l’entrata in guerra dell’Italia provvide a bloccare l’inizio di concreti lavori di costruzione, dando per altro tempo a Stacchini di perfezionare il progetto ed i disegni, e di presentare nell’agosto del 1917 un grande modello in gesso (scala 1:50) dell’intera facciata.
Finita la guerra, superato un lungo periodo di crisi del paese e delle Ferrovie dello Stato, si arrivò nell'agosto del 1924 all’approvazione del progetto definitivo, non prima di aver tardivamente inserito una ulteriore, importante variante, cioè la realizzazione delle grandi coperture a tettoia che oggi caratterizzano la stazione, al posto delle pensiline che fino a quel momento erano state previste.
I lavori poterono finalmente riprendere nel dicembre del 1924, con la perentoria volontà di concluderli nel giro di cinque anni, per dimostrare, dopo tanto tempo perduto, “…ciò che possono le virtù del nostro popolo e dei nostri governanti… uniti in uno sforzo tecnico-finanziario senza precedenti, degno della tradizione di Roma”.
La costruzione della Stazione Centrale iniziò dagli edifici laterali, prima l’ala ovest e poco dopo l’ala est. Nel 1926, quando partirono gli scavi delle fondamenta dell’edificio centrale, le ali erano a buon punto e ben percepibili nella loro struttura.
I materiali di scavo delle fondamenta servirono in parte a formare il rilevato su cui sarebbero stati posati i binari, contenuto da due grandi muraglioni che erano già stati costruiti da diversi anni. La struttura portante dell’edificio, che sarà poi ricoperta da un imponente apparato decorativo, era tutta in cemento armato, come si percepisce nelle fotografie del cantiere, ma anche l’acciaio fu abbondantemente utilizzato, per le coperture delle gallerie e fu l’elemento dominante, assieme al vetro, nella costruzione delle tettoie di protezione dei binari.
La prima centina reticolare di questa enorme struttura, la più grande d’Italia, progettata dall’ingegnere delle ferrovie Alberto Fava, fu montata nel febbraio del 1929. Le pesanti strutture in acciaio, realizzate tutte per chiodatura a caldo, furono costruite dalle Officine di Savigliano, vennero messe abbastanza facilmente in opera con gru e paranchi, anche grazie alle cerniere di cui erano dotate, al culmine ed alla base.
Oltre al più appariscente complesso degli edifici furono ovviamente costruiti tutti gli impianti primari (binari, scambi, cabine di controllo, ecc) e secondari (ascensori, montacarichi, impianti termici, ecc.) che costituivano il cuore tecnologico della stazione. A metà maggio del 1931 iniziò il trasferimento dei servizi dalla vecchia alla nuova centrale, e l’imponente edificio fu inaugurato ufficialmente il 1° luglio del 1931.
L’opera “di una vita” di Ulisse Stacchini era finalmente terminata.
All’esterno è ricca di statue, ognuna delle quali nasconde una propria simbologia: dalle aquile che rappresentano la conquista di Trento e Trieste, ai cavalli alati dei bassorilievi raffiguranti lavoro, agricoltura, scienza e commercio fino ai quattro mascheroni di Mercurio, simboli del progresso delle ferrovie.
I diversi restauri avvenuti negli anni hanno portato alla luce luoghi come il Padiglione Reale, formato dalla Sala Reale e la Sala delle Armi, concepito in origine per accogliere i Savoia, e che oggi è visitabile e affittabile per eventi, e il Binario 21, tristemente noto per essere il luogo di partenza di centinaia di deportati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il cuore pulsante delle stazioni sono i numeri: delle partenze dei treni, degli arrivi, dei binari. Questi ultimi nella stazione Centrale di Milano sono 24 e, in totale l’area dei binari occupa circa 66mila metri quadrati. Sormontata da arcate di vetro e ferro, la struttura raggiunge i 72 metri di altezza, mentre il Salone della Biglietteria arriva a 42 metri. Per i materiali interni invece, pochi sanno che i marmi di cui pare rivestita altro non sono se non un’illusione ottica data da altri materiali come la scagliola, gesso, selenite, acqua e colore.
La Cattedrale del Movimento, come venne definita dallo stesso architetto, prende ispirazione della Union Station di Washington ed è forse il più importante e conosciuto esempio italiano di architettura che unisce eclettismo, liberty e razionalismo fascista.
mercoledì 7 maggio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 maggio.
Il 7 maggio 1898 si inaspriscono i moti di Milano in seguito agli aumenti di prezzo del pane. L'escalation della violenza troverà il culmine il giorno dopo.
L’8 maggio infatti, i soldati del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono contro le donne, gli uomini, i vecchi e i bambini che avevano preso parte ai moti di Milano del 1898, una sollevazione popolare contro l’aumento del costo del grano – e quindi del pane – decisa dal Regno d’Italia. La strage di Bava Beccaris è considerata uno dei momenti peggiori della storia italiana ed ebbe già all’epoca una risonanza tale da motivare nel 1900 l’assassinio a Monza di re Umberto I, ucciso con tre colpi di pistola dall’anarchico Gaetano Bresci.
Milano, alla fine dell’Ottocento, aveva circa mezzo milione di abitanti ed era la seconda città più popolata del Regno d’Italia, dopo Napoli. Era considerata la capitale finanziaria della nazione, la città in cui cominciavano a essere sperimentati nuovi modelli di industrializzazione e a prendere forza nuovi movimenti di massa per l’emancipazione del ceto popolare. La situazione nazionale era problematica: la diffusione dell’analfabetismo, i bassi salari e l’alto tasso di disoccupazione avevano preparato il terreno al malcontento, che esplose quando a causa degli scarsi raccolti il costo del grano aumentò da 35 a 60 centesimi di lira al chilo.
Dopo un primo tentativo di organizzare la protesta in modo pacifico, il malessere popolare confluì spontaneamente, senza organizzazione e per contagio in varie città: prima in Romagna e Puglia e poi anche altrove. Il 2 maggio a Firenze fu dichiarato lo stato d’assedio e due giorni dopo lo stesso accadde a Napoli. Sempre il 2 maggio il ministero dell’Interno autorizzò i prefetti locali ad affidare, se ve ne fosse stato bisogno, poteri speciali di intervento alle autorità militari territorialmente competenti. A Milano questa autorità era il generale Fiorenzo Bava Beccaris, capo del Terzo Corpo d’Armata.
I moti – che furono chiamati poi moti del pane, rivolta dello stomaco, quattro giornate di Milano o massacro di Bava Beccaris – iniziarono il 6 maggio del 1898 fra gli operai della Pirelli che accusavano il governo di essere responsabile della carestia che colpiva il popolo. Tra loro si infiltrarono alcuni agenti che durante la pausa pranzo approfittarono della distribuzione di alcuni volantini di protesta per arrestare operai e sindacalisti. Molti di loro vennero rimessi in libertà solo dopo l’intervento del deputato socialista Filippo Turati, ma la tensione era ormai salita: altri lavoratori scesero in strada in solidarietà con gli operai della Pirelli e assaltarono la caserma di via Napo Torriani. Ci furono scontri, sassaiole e spari sulla folla da parte dei soldati: due manifestanti morirono subito e quell’episodio fu la causa di ciò che avvenne nei giorni successivi.
Il giorno dopo era un sabato. Venne proclamato uno sciopero generale che ottenne un’adesione di massa: c’erano gli operai degli stabilimenti della periferia, quelli delle attività presenti in città, c’erano le tabacchine, i macchinisti dei tram, molti giovani e attivisti anarchici, repubblicani e socialisti. I manifestanti costruirono barricate in diverse zone della città – a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi – e Bava Beccaris ottenne il mandato di ristabilire l’ordine. Il governo decretò lo stato di assedio e Bava Beccaris, che aveva disposto il suo quartier generale in Piazza del Duomo, richiamò in città anche altri reparti dell’esercito.
La sua idea era far muovere le truppe a raggiera nella città, in modo da rendere più efficiente il loro intervento e riguadagnare presto il controllo di Milano. Il gran numero di manifestanti – si parla di decine di migliaia di persone – e la presenza delle barricate complicarono però i piani di Bava Beccaris e iniziarono lunghi confronti tra i manifestanti e i soldati. Le cose non miglioravano e Bava Beccaris ordinò infine di sparare contro la folla che si era radunata intorno alle barricate nella zona di Porta Ticinese, per disperderla. Le cariche e gli spari continuarono anche il giorno successivo, quando l’esercito usò un cannone per fare breccia nel muro di un convento dove si sospettava fossero nascosti dei rivoltosi. In tutto in quei giorni morirono più di 80 persone e centinaia furono ferite. Ci furono migliaia di arresti e la repressione – che continuò per alcuni giorni, anche dopo che tutte le barricate erano state abbattute – portò alla chiusura temporanea di molti giornali considerati pericolosi o sovversivi.
Per come aveva gestito la situazione, Bava Beccaris fu insignito con la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, ottenne un telegramma di congratulazioni da parte del re e diventò senatore. Per le grandi masse di lavoratori, Bava Beccaris diventò invece noto come “il macellaio di Milano”. «Alle grida strazianti e dolenti/Di una folla che pan domandava/Il feroce monarchico Bava/Gli affamati col piombo sfamò», dice un canto di protesta composto pochi anni dopo i moti. Due anni dopo l’anarchico italiano Gaetano Bresci sparò contro re Umberto I: disse di averlo fatto per vendicare i morti di Milano.
venerdì 17 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Alle 2 di notte del 17 gennaio 1985, a causa della forte nevicata del giorno prima, crolla il tetto del Palasport di Milano.
Il teatro dello sport milanese sorgeva nei pressi dello stadio Giuseppe Meazza ed era stato inaugurato nel 1976. Era diventato la casa dell’attuale Olimpia Milano allora chiamata Simac. Anche l’atletica ed alcuni concerti bagnarono la versatilità di questa immensa struttura. Il "Palasport di San Siro" poteva ospitare ben 18000 persone, si trattava di una delle strutture sportive più grandi al mondo.
Purtroppo la pesante nevicata del 1985 fece cedere il tetto del tempio milanese dello sport. Dan Peterson, storico condottiero sulla panchina dell’Olimpia Milano, ribattezzò il giorno del crollo come “Black Thursday”. "Il Palazzone" è stato in seguito demolito e, nonostante le tante promesse, Milano rimane ancora oggi priva di una maxi struttura di quella portata. Le conseguenze principali sono state pagate dalla squadra milanese di pallacanestro che ha dovuto emigrare al Forum di Assago per avere un impianto da almeno diecimila posti.
Il Palazzone era però tutta un' altra cosa. La sua posizione strategica consentiva di raccogliere sempre quattro/cinquemila tifosi da San Siro creando una cornice di pubblico incredibile: quando giocavi contro Milano dovevi combattere anche contro questa imponente bolgia umana. L' entusiasmo ed il calore generati da questa immenso stadio sono ormai soltanto un vecchio ricordo archiviato da tempo.
sabato 7 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 7 dicembre la liturgia Cristiana celebra Sant'Ambrogio.
Il nome latino di Sant'Ambrogio è Aurelius Ambrosius (Aurelio Ambrogio). La nascita di Ambrogio, una delle figure più importanti della Cristianità, si colloca presumibilmente intorno al 330 d.C. a Treviri, da una famiglia di origine romana. La leggenda racconta che, mentre era ancora in fasce, questo uomo straordinario (che in seguito fu ordinato Santo dalla Chiesa Cattolica) venne attorniato da uno sciame di api senza riportare alcuna conseguenza. Il padre, che esercitava la carica illustre di Pretorio dell'Impero romano, considerò tale episodio come un segno premonitore di ciò che attendeva Ambrogio nel futuro.
Quando il padre morì, Ambrogio ritornò a vivere a Roma con la famiglia, e qui si mise a studiare la Retorica. Cominciò ad esercitare la carriera di Avvocato della Prefettura italiana, africana e Illirica. Nel 370 fu chiamato a ricoprire la carica di Governatore nelle province di Emilia e Liguria, stabilendosi a Milano. Ma l'avvenimento più importante nella vita di Ambrogio fu senz'altro la nomina come Vescovo di Milano, sulla quale, nonostante varie vicissitudini, Ariani e Cattolici si trovarono d'accordo.
La nomina avvenne nel 374: subito dopo, forse spaventato dall'incarico troppo prestigioso o inaspettato, Ambrogio fuggì da Milano. Poi decise di accettare, pensando che quello era ciò che Dio voleva da lui.
Quindi si spogliò di ogni bene terreno e offrì tutto ciò che aveva alla Chiesa. Dopo aver ricevuto il Battesimo e aver preso gli Ordini (Ambrogio era catecumeno!), fu consacrato Vescovo il 7 dicembre 374: a fargli da guida fu scelto il prete Simpliciano.
La spiccata personalità, le conoscenze bibliche e l'atteggiamento sempre aperto e disponibile di Ambrogio conquistarono anche l'imperatore Graziano, che lo scelse come consigliere. Proprio grazie all'intervento di Ambrogio, durante gli anni in cui governò Graziano, la religione cattolica riuscì ad imporsi come unica fede pubblica ammessa nell'impero. A questo proposito, fu l'imperatore Teodosio I ad ufficializzare la religione cattolica come fede di Stato con l'editto di Tessalonica. Di fatto Ambrogio si dimostrò sempre un tenace avversario del Paganesimo e dell'Arianesimo.
Sant'Ambrogio, patrono di Milano (insieme a San Carlo Borromeo e San Galdino) , è considerato uno dei Dottori della Chiesa Cattolica. Uomo di cultura ma al tempo stesso capace di guidare le masse, Sant'Ambrogio è stato sempre protagonista di racconti e leggende popolari.
Oltre all'episodio dello sciame di api citato all'inizio, ve ne sono altri che testimoniano la grandezza di questo uomo e il suo straordinario carisma. Si narra ad esempio che un giorno, camminando per le vie di Milano, Ambrogio incontrò un fabbro che aveva difficoltà a piegare il morso di un cavallo. Pare che Ambrogio riconobbe in quel morso un chiodo che venne utilizzato per crocifiggere Gesù Cristo. Un chiodo della crocifissione si trova oggi sull'altare maggiore del Duomo di Milano.
Altra leggenda su Sant'Ambrogio racconta della lotta tra Ambrogio e il demonio, che avvenne presso una colonna romana. Il diavolo conficcò le corna nel marmo durante la colluttazione, poi spaventato fuggì via. Pare che da quei fori della colonna (che si trova nella piazza antistante la Basilica di Sant'Ambrogio a Milano) fuoriesca un caratteristico odore di zolfo e che mettendo l'orecchio sul buco si odano gli stridori dell'inferno.
C'è un altro racconto leggendario che vede come protagonista Sant'Ambrogio: esso è la battaglia di Parabiago, che si combatté il 21 febbraio 1339, e che vide lo scontro tra le truppe milanesi guidate da Luchino Visconti e quelle della Compagnia di San Giorgio, condotte invece dal pretendente Signore di Milano, Lodrisio Visconti. Le sorti della celebre battaglia, in cui ebbe la meglio la compagnia guidata da Luchino con il nipote Azzone, pare siano state decretate proprio da un'apparizione di Sant'Ambrogio, che comparve in sella ad un cavallo con la spada sguainata e mise paura alle truppe di Lodrisio.
Sant'Ambrogio morì a Milano il 4 aprile dell'anno 397. Il sul culto è molto seguito non solo a Milano e dintorni (è patrono di Vigevano), ma anche perché ha lasciato di sé un imponente patrimonio letterario e religioso: opere liturgiche, trattati ascetico-morali, commentari sulle Sacre Scritture. Sant'Ambrogio viene ricordato e venerato il 7 dicembre, data in cui avvenne la sua ordinazione come Vescovo di Milano. E' considerato il protettore degli apicoltori.
Una delle forme più riuscite di pastorale e liturgia si deve proprio a lui, che ha gettato le basi della cultura religiosa cristiana che si è sviluppata in seguito nel Medioevo. In particolare, Sant'Ambrogio diffuse e promosse il canto corale: gli inni autentici ambrosiani sono quattro, e vengono utilizzati soprattutto durante la celebrazione della liturgia festiva oppure durante le preghiere.
giovedì 19 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 19 settembre 1926 viene inaugurato lo stadio di San Siro, in un derby meneghino che vide vincere i nerazzurri sul Milan per 6 a 3.
Il più importante impianto sportivo di Milano è noto a tutti i milanesi come Stadio di San Siro. Questo nome deriva da una antica chiesetta, poi incorporata in una successiva villa padronale, che si trovava non distante all’abitato della frazione di Lampugnano ed ai margini dell’antico comune di Trenno, comune che fu accorpato all’interno del Comune di Milano con decorrenza dal 1 gennaio 1924 nell’ambito dell’ allargamento del comune principale col territorio di una serie di comuni minori limitrofi nell’ambito del progetto mussoliniano della Grande Milano.
Anche se per i milanesi il nome del loro stadio è e resta San Siro, oggi il suo nome ufficiale è Stadio Giuseppe Meazza, per ricordare forse la più grande figura di sportivo milanese purosangue di sempre, che giocò gran parte della sua carriera nell’allora Ambrosiana (il nome imposto dal regime all’Internazionale), ma anche due stagioni nel Milano (nome italianizzato del Milan) ed una nella Juventus, ed il cui nome è legato ai successi mondiali della nazionale di Vittorio Pozzo negli anni ’30 del XX secolo. A questo grande atleta è stato dedicato il 3 marzo 1980 lo stadio in cui egli giocò nei derby di casa rossonera e nelle due stagioni in cui giocò con il Milan.
La costruzione fu realizzata in un tempo oggi incredibilmente rapido per un opera pubblica: solo 13 mesi e mezzo fra la posa della prima pietra (1 agosto 1925) e l’inaugurazione, che ebbe luogo il 19 settembre 1926 con l’incontro fra le due squadre più importanti del calcio meneghino: quel derby amichevole si concluse con un rotondo 6-3 dell’Inter sul Milan. In poco più di un anno, fu eretto un impianto capace di ospitare ben 35.000 spettatori. Dall’origine e fino quasi alla fine degli anni ’40 del XX secolo lo stadio di San Siro fu utilizzato esclusivamente per le partite casalinghe del F.C. Milan (poi, dal 1936 A.S. Milan, dal 1939 A.C. Milano ed infine A.C. Milan dopo la Liberazione). L’Inter (rectius Internazionale, poi Ambrosiana, poi Ambrosiana-Inter ed infine ancora Internazionale) in quel periodo giocava all’Arena Civica di Milano al Parco Sempione, opera dell’architetto neoclassico Luigi Canonica, un complesso monumentale adattato ad impianto sportivo polifunzionale inaugurato il 18 agosto 1807 (dal 2002 l’Arena Civica è stata intitolata a Gianni Brera) in pieno centro di Milano, idoneo ad ospitare incontri di calcio e attività di atletica.
La struttura del primo San Siro era simile a quella tipica degli stadi inglesi, e fu realizzata su progetto dell’ ingegner Alberto Cugini, con quattro tribune indipendenti in cemento armato (di cui una coperta con pensilina in ferro ed eternit) per 35000-40000 spettatori.
Costruzione abbastanza modesta, ma destinata, come ben si sa, a trasformarsi e a crescere continuamente su se stessa, l’impianto era caratterizzato dal profilo spezzato delle tribune a diversa altezza corrispondenti alla tipologia cosiddetta “a segmento”, prima cioè delle parti di raccordo che configuravano l’immagine canonica della cavea racchiusa fra le linee tese ed ininterrotte degli spalti e che ne determinavano la peculiare forma compatta, autonoma e comprensibile ad un’unica occhiata.
Era questo, del resto – scriveva Giuseppe De Finetti – il dato più caratterizzante e ricco di possibilità espressive nell’architettura dello stadio, mentre San Siro rappresentava piuttosto la risposta a programmi semplificati e prudenti, non consapevoli delle potenzialità di attrazione di uno sport in rapidissima ascesa.
E’ d’altronde significativo che, nello stesso impianto, le necessità del calcio si incrociassero con quelle degli adiacenti ippodromi, adibendo gli spazi ricavati sotto gli spalti non solo a spogliatoi, docce, uffici direttivi, sala per gli arbitri e così via, ma anche a scuderie per cavalli, fienili, magazzini di foraggio, in rapporto diretto e quasi a sussidio di quelle attività che per prime avevano segnato il destino sportivo della zona.
Campo da football attento ai bisogni dell’ippica, San Siro venne ufficialmente inaugurato il 19 settembre 1926; nel 1927 ospitò la prima partita internazionale mentre nel 1934 fu teatro della semifinale dei Campionati del Mondo tra Italia ed Austria (col risultato di 1-0), raggiungendo la capienza massima di 40000 persone e confermandosi quindi come lo spazio cittadino di maggior richiamo popolare dello spettacolo sportivo.
Bisogna tuttavia sottolineare come negli stessi anni la casistica dell’architettura dello sport in Italia si fosse decisamente arricchita ed avesse sollecitato un’attenta riflessione progettuale testimoniata dal crescere di articoli a carattere generale e specialistico e dal maggiore spazio che il tema andava acquisendo sui manuali di architettura italiani e stranieri, da realizzazioni decisamente innovative (si pensi solo allo Stadio Berta di Firenze di Pierluigi Nervi). Tutto questo in contemporanea con la progressiva importanza acquisita dalle attività sportive non solo come occasione di spettacolo e di evasione, ma anche di “ortopedia” sociale, di rigenerazione fisica e morale e costruzione del consenso.
Sebbene San Siro, destinato a decine di migliaia di spettatori “non praticanti”, rientrasse meno di altre attrezzature nella mistica sportiva del regime, l’indubbio successo di pubblico, la rinomanza delle squadre ambrosiane e le previsioni urbanistiche per la zona fecero si che nel 1935 esso venisse acquistato dal Comune di Milano entrando a far parte della gamma di impianti sportivi ad interesse civico.
L’afflusso di pubblico al limite della tollerabilità, in occasione della già citata semifinale fra Italia ed Austria, aveva tuttavia segnalato come San Siro abbisognasse di lavori per aumentarne la capienza. Al 10 settembre 1937 risale la delibera comunale per l’approvazione dell’ampliamento progettato dall’ingegner Giuseppe Bertera e dall’architetto Perlasca dell’Ufficio Tecnico Comunale; essi prevedevano sostanzialmente la sopraelevazione delle tribune di testa fino al livello delle tribune principali e la costruzione di quattro nuove tribune curve di raccordo fino a raggiungere la capienza di 60000-65000 persone.
Risistemato il parterre, costruiti ex novo i servizi per gli atleti, aumentati e razionalizzati gli accessi, il cantiere del nuovo stadio iniziava nel 1938 in periodo autarchico, tra le difficoltà dell’approvvigionamento di materiali, ma riusciva a concludersi l’anno seguente per l’appuntamento con la partita inaugurale con l’Inghilterra, terminata con un’onorevole pareggio: 2-2.
Fin dall’origine, San Siro fu uno stadio concepito e realizzato esclusivamente per il gioco del calcio: infatti è del tutto privo di altri spazi aggiuntivi o ausiliari – tipo pista di atletica o zone destinate ai lanci – predisposti per ospitare altri sport olimpici, e non è possibile utilizzarlo per altri sport di squadra all’aperto tipo il rugby o il baseball. Il pubblico può arrivare praticamente a ridosso del campo di gioco – originariamente non era nemmeno prevista una solida struttura che suddividesse fisicamente gli spettatori dal terreno di gara ma un semplice cordone divisorio facilmente valicabile – e questa carenza di spazio fra le tribune ed il campo renderà sempre impossibile ogni ipotesi di ristrutturazione rivolta ad un utilizzo polisportivo.
Ciò fu un tema forte in ogni successiva discussione riguardante le ristrutturazioni e l’ampliamento dell’impianto, in quanto si porrà sempre forte l’alternativa fra ristrutturazione in ampliamento oppure costruzione ex novo di uno stadio dotato di strutture idonee agli sport atletici. Inoltre, pur avendo al suo interno strutture all’avanguardia per il confort, l’assistenza sanitaria e la preparazione dei calciatori, lo stadio fu concepito come privo di una palestra interna idonea ad ospitare eventi sportivi, azzerando ogni possibilità di utilizzo polisportivo del complesso.
Finita la guerra, e con la ripresa dell’attività sportiva, si assistette ad un’esplosione dell’interesse per il calcio. In particolare, grazie all’attività di Umberto Trabattoni il Milan, dopo decenni di mediocrità, ritornò ad essere una squadra di vertice. Giovandosi dell’opera dirigenziale di Trabattoni e del suo staff, che si appoggiava per la parte relativa alla conduzione tecnica sul genero del presidente Antonio Busini, il Milan tornò nel 1951 a vincere il Campionato Italiano, alloro che gli sfuggiva dal lontano 1907.
Con il ridestarsi dell’interesse del calcio cittadino, che si giovava sulla presenza di due squadre ai vertici nazionali e che trovava il suo apice nel derby – la sfida stracittadina per eccellenza fra Inter e Milan – ormai tornato sia per l’andata che per il ritorno a San Siro, tornò a proporsi il problema della ridotta capienza dello stadio.
Il problema cominciò ad essere dibattuto dalle Amministrazioni Comunali a partire dal 1948, e la discussione si trascinò fino al 1953, dibattendosi fra le tre ipotesi di ampliamento dello Stadio San Siro, di quello della centralissima e monumentale Arena Civica e quella della costruzione di un nuovo stadio in cui fosse possibile prevedere un’impiantistica idonea alla disputa anche di discipline atletiche in vista di una possibile candidatura olimpica di Milano. L’ipotesi della costruzione di un nuovo stadio, a sua volta, presentava le ulteriori alternative della costruzione di un nuovo stadio a breve distanza dallo stadio esistente e quella di una locazione in zona completamente diversa.
L’ipotesi dell’ampliamento di San Siro fu caldeggiata principalmente dalle amministrazioni in carica, mentre le opposizioni di sinistra propendevano per un impianto totalmente nuovo. Diversa fu la posizione delle società calcistiche del Milan e dell’Inter, che avevano in Consiglio Comunale il citato direttore sportivo del Milan Antonio Busini, che si fece portavoce nel corso del dibattito del loro orientamento favorevole ad una ristrutturazione radicale dell’antica, monumentale ma centralissima Arena Civica.
Alla fine, in ottemperanza del mandato ricevuto dal Consiglio Comunale, la Giunta, con deliberazione del 17 aprile 1953, provvide all’acquisto del progetto Calzolari-Ronca, Società Anonima Fondiaria Imprese Edili, per la cifra complessiva di 750.000.000 di lire pagabili in rate bimestrali dilazionate nel periodo di otto anni ed in relazione allo stato di avanzamento dei lavori. A conseguenza di tutto ciò, nel 1954-1955 un secondo ampliamento operò una trasformazione radicale, con l’innalzamento di un secondo anello di tribune sovrastante le tribune originarie.
Il progetto di ampliamento – studiato appunto dall’architetto Armando Ronca e dall’ingegner Ferruccio Calzolari per conto della Società Anonima Fondiaria Imprese Edili – sfruttava le strutture preesistenti che sostenevano un sistema di gradinate a sbalzo e una serie di rampe di accesso esterno.
In pratica, intorno al corpo dello stadio preesistente fu aggiunta una struttura elicoidale portante esterna al vecchio impianto, su cui vennero costruite a sbalzo le nuove gradinate che andavano così ad essere sovrapposte alle tribune esistenti, che venivano parzialmente coperte dalla balconata della tribuna sovrastante.
La nuova balconata andò a costituire il settore “Popolari”, il cui accesso aveva un prezzo inferiore del sottostante settore “Distinti” e della “Tribuna centrale numerata” che, contrariamente agli altri due settori il cui tagliando dava diritto al solo accesso e non ad uno specifico posto, aveva comodi posti riservati e dava la possibilità agli spettatori disposti a spendere di più di arrivare anche all’ultimo momento senza essere relegati agli ultimi posti disponibili, normalmente quelli con la peggiore visibilità sul campo, corrispondenti alle curve.
Furono inoltre previste una Tribuna d’Onore ed una adeguata Tribuna Stampa.
Così facendo, la parte nuova dello stadio venne a costituire una sorta di scatola-sarcofago che racchiuse la parte più vecchia, che però mantenne per intero la propria autonoma struttura e funzionalità.
Le rampe elicoidali di accesso alle nuove tribune rinnovarono così totalmente l’immagine architettonica dell’impianto, la cui capienza salì di nuovo a 100.000 spettatori; successivi provvedimenti ridussero la capienza massima a 80.000 spettatori circa, ma tale dato comprende anche i posti in piedi: in realtà si può calcolare il numero dei posti a sedere in circa 60.000.
Nel frattempo furono curati maggiormente i collegamenti con i mezzi pubblici, vero collo di bottiglia dell’impianto in quanto servito da una sola linea tranviaria, cui si pose rimedio creando nell’area antistante, insieme ad un grande parcheggio per le auto, un’area per il concentramento e l’attesa delle vetture tranviarie che, al termine della partita, avrebbero consentito un rapido sgombero dei tifosi. Un ulteriore aiuto ai collegamenti con i mezzi pubblici venne poi dalla Metropolitana Milanese, inaugurata il 1 novembre 1964, che con la sua fermata di Piazzale Lotto (che serviva e serve più direttamente anche gli altri impianti sportivi del Lido e del Palalido), consentiva ai tifosi di accedere allo stadio percorrendo a piedi Viale Caprilli che, come d’altra parte tutta la zona, nelle giornate di gara veniva chiuso al traffico veicolare.
Il primo impianto d’illuminazione dello Stadio San Siro è datato 1957, e fu il primo di questo genere in Italia a consentire di giocare partite anche in ore serali e notturne.
Su tale argomento c’è da dire che, mentre l’Internazionale non mostrò un particolare interesse alla possibilità di godere di un impianto di illuminazione, fu il Milan che si assunse l’onere di finanziare la costruzione dell’impianto anticipando la spesa di complessive lire 33.217.550 presso la ditta Buini & Grandi di Bologna installatrice e realizzatrice dell’impianto; tale somma fu progressivamente rimborsata all’AC Milan per il tramite dell’esenzione del pagamento dei diritti dovuti al Comune per le partite notturne fino ad avvenuta compensazione, mentre all’Internazionale per le partite notturne fu richiesto un sovrapprezzo pari al 3% dell’incasso. L’impianto di illuminazione fu inaugurato il 28 agosto 1957 nell’amichevole di lusso tra Milan (Campione d’Italia in carica) e Fiorentina (Campione d’Italia l’anno precedente), finita 4-0 per i padroni di casa. Nel 1967 venne invece montato il primo tabellone elettronico per la segnalazione di tempi e punteggio.
Nel 1986 il primo anello è stato interamente numerato con seggiolini colorati: rossi in tribuna centrale, arancio sul rettilineo opposto, verdi sotto la curva nord, blu sotto quella abitualmente occupata dagli ultrà milanisti (lato sud). In occasione della Coppa del Mondo del 1990, tenutosi in Italia e che comportò una ventata di lavori di ammodernamento degli stadi italiani, il Comune di Milano decise di dare inizio ad un ulteriore profondo rinnovamento dello stadio “Meazza”, dopo aver accantonato l’idea della costruzione di un nuovo impianto per motivi di costi e dei tempi ristretti a disposizione.
Il primo pensiero si rivolse alla progettazione di una soluzione avveniristica e architettonicamente sbalorditiva: la costruzione del terzo anello e della copertura di tutti i posti a sedere. Il progetto firmato dall’Architetto Giancarlo Ragazzi, dall’Architetto Enrico Hoffer e dall’Ingegnere Leo Finzi prevedeva sostegni autonomi, su cui appoggiare il nuovo anello, disposti attorno allo stadio esistente. Vengono così realizzate allo scopo, undici torri cilindriche in cemento armato che danno accesso alle gradinate, quattro di queste fungono da sostegno anche alle travi reticolari di copertura.
Ancora una volta il nuovo stadio venne concepito come una scatola sovrapposta alla struttura precedente. Una sorta di matrioska contenente, l’uno dentro l’altro, i due stadi precedenti, caratteristica pressoché unica nel panorama degli impianti sportivi mondiali e curioso esempio di riuso dell’esistente. Attualmente si vede chiaramente la vecchia struttura portante il secondo anello sottostante alla struttura ad undici pilastri che sorregge il terzo anello. La struttura del primo stadio (quello realizzato nel 1938-39), altrettanto, è tuttora visibile guardando verso l’interno dalla struttura elicoidale di accesso al secondo anello.
Per garantire il massimo del comfort agli spettatori tutti i seggiolini che vengono installati sono ergonomici, numerati e suddivisi cromaticamente in quattro settori. Gli 85.700 posti a sedere che ne risultano sono tutti coperti da lastre in policarbonato che garantiscono un maggior comfort agli spettatori. Venne realizzato un nuovo impianto di illuminazione ed un sistema di riscaldamento del manto erboso per tenere controllata costantemente la temperatura del terreno impedendo la formazione di ghiaccio. Tuttavia la tenuta del manto erboso, minato da un microclima risultato assolutamente non adatto al corretto attecchimento ed alla crescita dell’erba, sarà uno dei punti deboli dell’impianto nella sua ultima versione in quanto il campo sarà soggetto a fenomeni di rapida usura, e quindi risulterà molto spesso sconnesso rendendo necessarie continue rizollature del terreno.
L’8 giugno 1990, lo Stadio Meazza ospitò la partita di apertura dei Campionati del Mondo con Argentina-Camerun. Da allora, la “Scala del calcio” milanese ha ospitato e ospita, ogni domenica, le passioni di migliaia di tifosi. Nell’estate 2008, in seguito ai lavori di riqualificazione dello stadio per l’adeguamento della struttura agli standard Uefa, la capienza dello stadio è passata a 80.065 posti.
Attualmente lo stadio è costituito da 3 anelli. Ogni anello è diviso in 4 zone di diverso colore (colore dei seggiolini): arancione e rosso per i rettilinei, verde e blu per le curve. Unica eccezione è il terzo anello (quello più alto) nel quale manca il rettilineo arancione. La capienza dei 3 anelli è la seguente: 1° anello 28.124 posti, 2° anello 32.412posti, 3° anello 19.529 posti per un totale di 80.065 posti.
venerdì 13 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 settembre 1867 viene inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
Una delle prime tappe di ogni viaggio a Milano è la Galleria Vittorio Emanuele II, considerato il salotto della città, un elegante punto d’incontro a due passi dal Duomo.
La storia di questo luogo comincia nel 1859, nel momento in cui le truppe franco-piemontesi liberarono Milano dal controllo austriaco.
La città conta 196.000 abitanti all’interno della cerchia dei Bastioni e 47.000 al di fuori.
I suoi ritmi di crescita si fanno ogni giorno più frenetici: aumentano i lavori e migliorano gli stili di vita.
Alla vigilia dell’Unità d’Italia, Milano stava risorgendo sia dal punto di vista economico che culturale.
Eppure, Piazza Duomo, uno dei simboli della città, non sembrava pronta a questa rinascita, con il suo impianto irregolare e lo spazio davanti alla cattedrale occupato da costruzioni medievali.
Il 5 dicembre 1859, il re, Vittorio Emanuele II, diede il via a una lotteria i cui ricavi avrebbero dovuto finanziare la modernizzazione della Piazza. I soldi raccolti non furono abbastanza, ma la lotteria attirò l’attenzione di stampa e cittadini: qualcosa, quindi, doveva cambiare.
Fallito il tentativo della lotteria, il municipio di Milano organizzò tre concorsi per raccogliere le idee e premiare la migliore.
Fu il progetto di Giuseppe Mengoni, lodato per concretezza ed eleganza, a spiccare fra gli altri e a vincere il terzo concorso nel 1863. Due anni dopo, il re posò la prima pietra al centro di quello che sarebbe diventato l’ottagono della Galleria: un masso di granito, chiuso da una lastra di marmo di Carrara, con, al suo interno, dei disegni della Galleria, l’atto della cerimonia e alcune monete d’oro.
Circa 1000 erano le persone coinvolte nel progetto, fra muratori, fabbri e vetrai, tutti supervisionati da Mengoni. I lavori durarono relativamente poco e, nel giro di due anni, la Galleria fu completata. Solo l’arco d’ingresso fu finito più avanti, nel dicembre del 1867. Il giorno prima dell’inaugurazione dell'arco, il 30 dicembre, avevano già cominciato a circolare i primi commenti sulla Galleria: alcuni erano entusiasti, altri diffidenti.
Quel giorno, sulle impalcature, c’era ancora Mengoni, intento a finire gli ultimi ritocchi. Il suo corpo fu trovato ai piedi delle impalcature: c’è chi disse che era stato un malore e chi, invece, che non avesse retto le critiche.
Nella Galleria Vittorio Emanuele II, in breve tempo, cominciò a riecheggiare il ticchettio delle scarpe eleganti. In Galleria si esibivano le proprie pellicce, si girava, anche a rischio di cadere, tre volte sui testicoli del toro (raffigurato sul pavimento a mosaico; secondo una superstizione questo gesto porta fortuna), ci si fermava al Biffi a bere un caffè.
Nonostante il consolidamento, negli anni, di altre strade altrettanto eleganti, la Galleria rimase un punto nevralgico dell’alta borghesia milanese. Forse dovette il suo successo alla sua posizione centrale o forse al fatto che al Savini servivano il miglior risotto allo zafferano della città, applaudito anche da Grace Kelly.
Poco importa. I calici di spumante erano alzati verso i soffitti vetrati e smisero di brindare alla Madonnina solo in due occasioni: dopo i bombardamenti del ’43, durante la ricostruzione, e negli anni di Piombo.
Nel 1968, il ticchettio delle scarpe eleganti cessò definitivamente, sovrastato dal passo veloce e unito degli studenti milanesi. La Galleria di Mengoni si trasformò, da frivolo luogo d’incontro borghese, a luogo di scontro politico: perfetta passerella fra due Piazze, fu attraversata da manifestazioni, comizi, dibattiti.
Oggi si continua a passeggiare, a girare tre volte, cadendo, sui testicoli del toro e a prendere un caffè, allo Zucca, o un aperitivo, al Campari. È rimasta un luogo d’incontro per guide e turisti, e di scontro, fra selfie stick e piccioni.
A maggio 2015 è riuscita a rinnovarsi nuovamente: il 20 ha, infatti, aperto l’attesissima passeggiata sui suoi tetti.
Una nuova passerella di 250 metri, alla quale si accede da Via Pellico. Viene da chiedersi se Mengoni avrebbe apprezzato e se, su questa passerella sopraelevata, avranno la meglio tacchi o striscioni.
sabato 17 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 agosto 1840 si inaugura la linea ferroviaria Milano-Monza.
Era venuta prima la Borbonica Napoli – Portici, inaugurata 10 mesi prima, ma quella milanese fu la prima linea di treni di progettazione italiana.
Le linee ferroviarie, avevano innescato una rivoluzione inimmaginabile. Un paese come gli Stati Uniti basandosi sulla ferrovia stava diventando una potenza planetaria (il mito della nuova frontiera) .
Ferrovia voleva dire innanzitutto industrie collegate, metallurgiche e ingegneristiche. Voleva poi dire spostamento veloce di lavoratori, di merci, di mercati, di culture.
La Ferrovia era insomma il braccio armato della rivoluzione industriale. Progresso tecnologico che il nord d’Italia abbracciò convinto partendo proprio da quella Ferrovia Milano Monza che sostituì l’idea nata qualche mese prima di una linea Milano Como.
Il progetto “Milanese” della Ferrovia Milano Monza fu del costruttore Giulio Sarti e venne approvato da Vienna nel 1839.
Dopo appena un anno, la ferrovia a binario unico veniva inaugurata, e divenne da subito operativa.
La stazione milanese della Ferrovia Milano Monza, venne messa fuori comune, cioè fuori dalle mura, ed è una costruzione attualmente ancora visibile nei pressi di Porta Nuova.
Quella di Monza, nei pressi del centro cittadino è ancora l’attuale. All’interno venne successivamente realizzata la saletta reale.
Sebbene i primi progetti prevedessero l’installazione di una stazione nei pressi di Porta Tenaglia, su commissione dell’imperatore Ferdinando I d’Austria si preferì collocare l’edificio appena fuori Porta Nuova, per evitare di indebolire l’apparato difensivo murario attorno al capoluogo milanese. Posto in collocazione strategica, lungo l’asse commerciale per la Brianza, il tragitto ferroviario avveniva tramite un unico binario che si sviluppava in linea retta fino a Monza per un lunghezza di circa 13 chilometri.
Progettata dell’ingegnere milanese Giulio Sarti, l’infrastruttura ferroviaria comprendeva un grande edificio in muratura adibito a stazione di testa, ancora oggi ben visibile all’interno del tessuto urbanistico milanese. L’edificio dell’ex stazione, a pianta rettangolare, ha un’altezza di tre piani e presenta nella sua struttura interna un ampio locale a piano terra e una serie di piccole stanze allora utilizzate per funzioni amministrative. Di ispirazione neoclassica, la facciata è divisa verticalmente in tre settori, caratterizzati rispettivamente da bugnato liscio nel livello inferiore e da lesene con capitelli di ordine ionico nella parte centrale e mediana, coronata a sua volta sulla sommità da un grande timpano triangolare.
Perse le sue funzioni originarie in seguito al progressivo sviluppo del sistema ferroviario cittadino, l’ex stazione Milano-Monza ha subito un recente restauro e ospita attualmente attività alberghiere e ristoranti.
Il primo viaggio durò 19 minuti, alla media di 40 all’ora, una velocità inaudita per un trasporto che allora era basato o sul cammino, o sulle carrozze.
Da quel giorno, in breve la rete ferroviaria di Milano crebbe, contemporaneamente alla nascita del trasporto urbano pubblico con la realizzazione dei primi omnibus a cavalli, annunciando una città in cui le nuova classi avevano il diritto di spostarsi comodamente, emulando i nobili nei diritti e nelle prospettive culturali.
Insomma, quella era una Milano e un nord in grado di recepire da subito le opportunità date dall’innovazione tecnologica e industriale. Una Milano in grado di realizzare l’impensabile in tempi stretti e sorprendenti. Una Milano pronta a spostarsi in maniera nuova nel futuro.
giovedì 25 aprile 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle sette di sera del 25 aprile 1969, a uffici ormai chiusi, un'esplosione scuote le vie attorno alla Fiera Campionaria di Milano: un ordigno, fatto brillare nello stand della Fiat, provoca una ventina di feriti ma per fortuna nessun morto.
Le indagini, affidate al giovane vice dirigente dell'Ufficio politico Luigi Calabresi, si dirigono verso il mondo anarchico anche se l'episodio in sé non sembra destare più di tanto allarme. Le paure del Paese in quel periodo sono rivolte verso l'Alto Adige, dove terroristi sudtirolesi martellano il territorio con attentati a tralicci e caserme dei carabinieri. Invece sarà l'inizio di una delle stagioni più buie per l'Italia, gli «anni di piombo», punteggiati da agguati e attentati con centinaia di morti e migliaia di feriti. Con Milano spesso epicentro del dramma a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno.
Non era la prima volta del resto che la Fiera entrava nel mirino degli attentatori, e sempre nel mese di aprile. Alle 9.45 di giovedì 12 infatti un bomba «accolse» re Vittorio Emanuele III che, appena arrivato in stazione, si stava recando a inaugurare la Campionaria del 1928. Il bilancio fu terribile, sedici persone morte sul colpo, altre quattro nei giorni successivi. Benito Mussolini da Roma telegrafò alle autorità di polizia: «Trovate subito i responsabili». Nei giorni successivi verranno arrestati centinaia di sospetti senza mai arrivare a individuare i colpevoli: anche quella prima strage, non avrà mai colpevoli.
Un salto di 40 anni ci porta ora alla fine degli anni Sessanta, con il Paese scosso da un ondata di contestazioni operaie e studentesche. Fabbriche e università vengono occupate a ritmo quasi quotidiano, scioperi e manifestazioni si susseguono e spesso terminano in duri scontri con le forze dell'ordine. Proprio all'inizio del 1969 si registrano i primi morti. Il 27 febbraio la visita del presidente degli Usa Richard Nixon scatena violenti incidenti che portarono alla morte di uno studente di 24 anni. Il 9 aprile altri disordini a Battipaglia durante uno sciopero, la polizia apre il fuoco uccidendo due persone e ferendone 200.
Pochi giorni ancora e il 25 aprile un gran botto scuote lo stand Fiat all'interno della Fiera, provocando 19 feriti. Luigi Calabresi, non ancora trentenne, venne incaricato di scovare i colpevoli. Lui indirizza subito le sue attenzioni verso i circoli anarchici, nonostante la data del 25 aprile lasci pensare ad altre ipotesi, e viene subito accusato di svolgere indagini a senso unico. Arrivato da poco in città, era stato infatti aggregato all'Ufficio politico, come allora si chiamava la Digos, incaricato in particolare di seguire gli ambienti estremisti di sinistra.
L'indagine di Calabresi porta all'arresto di quindici persone della sinistra extraparlamentare, rimaste in carcere per sette mesi prima di venire scarcerate per mancanza di indizi. I veri colpevoli saranno individuati, e condannati, qualche anno dopo: i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura che poi entreranno nelle indagini per la strage di piazza Fontana.
Ma siamo ancora ben lontano dal precipitare degli eventi dei mesi successivi. Tra l'8 e il 9 agosto otto bombe scoppiano su altrettanti treni, altre due vengono trovate inesplose. Anche in questo caso solo feriti ma nessun morto e per questo sembra che gli attentatori puntino non alla strage ma a spaventare il Paese. Ben diversa invece è la situazione in Alto Adige, dove gli attentati dinamitardi hanno già causato una ventina di morti. Ma con l'arrivo dell'autunno caldo la situazione precipita bruscamente. Il 27 ottobre a Pisa durante violenti scontri tra manifestanti di sinistra muore Cesare Pardini, studente di Legge di 22 anni. Il 19 ottobre i manifestanti dell'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco colpiscono a morte l'agente Antonio Annaruma, anche lui 22enne.
Infine arriviamo al 12 dicembre. A Roma scoppiano bombe alla Banca nazionale del lavoro, all'Altare della Patria e in piazza Venezia, provocando 18 feriti. Un ordigno viene trovato a Milano all'interno della Banca commerciale di piazza della Scala e fatta brillare dagli artificieri. Ma soprattutto alle 16.37 c'è quel tremendo boato che scuote piazza Fontana e uccide 17 persone. È l'inizio di una stagione buia che si concluderà solo agli inizi degli anni Ottanta dopo aver provocato quasi 400 morti e oltre duemila feriti. Il bilancio di una guerra, quella che l'Italia aveva dichiarato a se stessa.
giovedì 3 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 3 agosto 1778 viene inaugurato il Teatro alla Scala di Milano.
La storia della Scala di Milano inizia nel 1776 quando un incendio distrusse il Regio Ducal Teatro, ospitato nel cortile di Palazzo Reale. Un decreto dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria affidò a Giuseppe Piermarini l’incarico di costruirne uno nuovo. Il luogo prescelto fu quello della Chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita per fare posto al teatro. Il Piermarini, per il suo progetto, si ispirò alla Reggia di Caserta. Il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala fu inaugurato il 3 agosto 1778 con la prima assoluta de L’Europa Riconosciuta di Salieri.
La costruzione del teatro fu finanziata da un gruppo di famiglie milanesi che continuavano a sostenerlo e ne detenevano la proprietà attraverso le quote dei palchi. A quel tempo il teatro era usato non solo come luogo di spettacolo, ma anche per gestire la propria vita sociale. I proprietari dei palchi vi ospitavano invitati, mangiavano e, nel ridotto, giocavano d’azzardo. Tutto questo mentre sul palco si svolgevano gli spettacoli. Il che lascia capire con quale attenzione venissero seguiti!
Le prime stagioni del Teatro alla Scala di Milano, fino agli anni Venti dell’800, videro rappresentate le opere dei migliori compositori dell’epoca. Nel 1839 iniziò la stagione di Verdi, che però dal 1845, per vent’anni, non presenterà più opere al Teatro alla Scala a causa dei suoi contrasti con gli impresari che non venivano incontro alle sue richieste.
Nel 1898 la Scala di Milano divenne una Società Anonima presieduta da Guido Visconti di Modrone. La direzione artistica fu affidata ad Arturo Toscanini, che portò Wagner, Berlioz ma anche compositori contemporanei come Mascagni e Boito.
Nel 1920, grazie alla rinuncia del diritto di proprietà sia da parte dei palchettisti che del Comune, venne fondato l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e fu costituita l’Orchestra del Teatro alla Scala, formata da musicisti selezionati con criteri rigorosissimi e assunti a tempo indeterminato. Alla direzione musicale tornò ancora Toscanini. Nel 1929 il governo fascista si assunse il potere di nomina del Presidente dell’Ente. Per questa ragione, e per essere stato schiaffeggiato dopo il rifiuto a suonare Giovinezza, Toscanini rinunciò nuovamente all’incarico e si trasferì a New York.
Nell’agosto del 1943 la Scala fu demolita in buona parte da un bombardamento. La ricostruzione fu avviata subito e terminò nell’immediato dopoguerra, nel 1946. L’inaugurazione della nuova sala fu affidata a Toscanini, che fu accolto trionfalmente, e il “Concerto della Ricostruzione” rimase nella storia di Milano. Gli anni ’50 vanno ricordati per il pubblico diviso tra i partigiani della Callas e della Tebaldi e per il debutto di Herbert Von Karajan.
Nel 1967 il Teatro alla Scala di Milano diventa, per volere dello stato italiano, Ente Lirico Autonomo, con un sovrintendente nominato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Nel 1986 arriva Riccardo Muti che promuoverà riscoperte di autori come Cherubini e Willibald, con regie di ricerca e di rinnovamento.
Nel 1996 una legge dello Stato italiano ha trasformato l’Ente Autonomo nella Fondazione Teatro alla Scala, una fondazione di diritto privato senza scopo di lucro. Tra il 2002 e il 2004 il Teatro è stato profondamente ristrutturato con un progetto innovativo dell’architetto Mario Botta. Per l’inaugurazione Riccardo Muti ha voluto riportare sul palcoscenico L’Europa Riconosciuta di Antonio Salieri, che aveva inaugurato il Teatro nel 1776. Attualmente la sovrintendenza è affidata a Dominique Meyer e la direzione musicale a Riccardo Chailly.
mercoledì 12 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 12 aprile 1928 si Inaugura la IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.
La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi.
«Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili».
Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.
In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Quella mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».
Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.
Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.
Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno».
In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
Il giorno dopo le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).
«Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora la sera prima si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini.
Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, il ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo».
Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.
Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti. Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte il 27 ottobre 1932.
Va detto che la versione ufficiale sposta al giorno 13 l’incidente alla caserma della milizia avvenuto il giorno precedente, stesso giorno della strage.
Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini.
Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo.
Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo. Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: il giorno dopo partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo».
Il giorno 15 Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire».
Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche.
Nel pomeriggio del 21 aprile muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti.
Il 26 aprile l’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale.
Il 3 maggio in Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.
Il 25 maggio il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.
Il 23 gennaio dell'anno successivo i comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.
Il 30 ottobre 1930 in diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 3 novembre 1930 il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre passato a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.
Il 12 dicembre 1930 una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.
Il 9 marzo 1932 Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive: «1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui. 2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928. 3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» .
Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).
Il 25 febbraio 1935 Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.
Il 20 novembre 1940 muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica. Il 14 aprile 1943 Sinise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.
Il 24 giugno 1943 il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.
Lunedì 26 luglio 1943 al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile e il giorno successivo il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 28 luglio 1943, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli riceve l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace il giorno 30.
Giovedì 19 agosto 1943, in un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.
L'8 settembre 1943, dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.
Il 12 aprile 1978, in occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana».
Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità. La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia».
mercoledì 27 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 27 luglio 1452 nasce a Vigevano Ludovico il Moro.
Ludovico il Moro (il cui vero nome è Ludovico Maria Sforza) nasce il 27 luglio 1452 a Vigevano, quarto figlio maschio di Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. Quando suo padre muore, nel 1466, il suo fratello maggiore Galeazzo Maria, primogenito, viene nominato duca. Morto anche Galeazzo Maria, assassinato, il suo posto viene preso nel 1476 da Gian Galeazzo Maria Sforza, suo figlio, che però ha solo sette anni. Così Ludovico, aiutato da Sforza Maria, un altro suo fratello, prova a opporsi alla reggenza della madre di Gian Galeazzo Maria, Bona di Savoia, che ha affidato il ducato a Cicco Simonetta, suo consigliere di fiducia.
Ludovico e Sforza Maria tentano di batterlo con le armi, ma con risultati nefasti: egli è costretto all'esilio in Toscana, mentre suo fratello muore avvelenato a Varese Ligure. Ludovico, comunque, si riconcilia con Bona dopo poco tempo, e fa condannare a morte Simonetta: dopo aver costretto Bona ad abbandonare Milano e a stabilirsi nel castello di Abbiate (località conosciuta oggi con il nome di Abbiategrasso), prende la reggenza in vece del nipote: a questo episodio si fa risalire la fama di doppiogiochista di Ludovico (la leggenda vuole che Simonetta avesse annunciato a Bona che quando lui avesse perso la testa, lei avrebbe perso lo stato).
Ludovico acquisisce sempre più potere a Milano, grazie alle sue abilità diplomatiche che gli permettono di agire in maniera accorta tra tradimenti e alleanze, traendo beneficio dalle rivalità in corso tra gli stati italiani. Mantiene l'alleanza con Lorenzo il Magnifico, che comanda a Firenze, anche perché teme che la confinante Venezia possa espandersi; inoltre, intrattiene buoni rapporti con papa Alessandro VI Borgia e con Ferdinando I, il re di Napoli: proprio la nipote di quest'ultimo, Isabella d'Aragona, viene fatta sposare con Gian Galeazzo Maria Sforza.
Ludovico, mentre suo fratello Ascanio viene creato cardinale, appoggia Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì e sua nipote, al fine di limitare la presenza in Romagna di Venezia. Diventato padre di Massimiliano e Francesco, nati dal matrimonio, avvenuto nel 1491, con la figlia del duca di Ferrara Ercole I d'Este, Beatrice d'Este, Ludovico consolida il proprio potere a Milano, chiamando a corte poeti, musicisti, pittori e artisti come Bramante e Leonardo da Vinci. Proprio Leonardo ritrae Cecilia Gallerani, amante di Ludovico, nel celebre "Ritratto di dama con l'ermellino" (attualmente conservato a Cracovia) e Lucrezia Crivelli, molto probabilmente un'altra sua amante, nella "Belle Ferronnière" (attualmente esposto al Louvre).
Durante il suo ducato a Milano, durato dal 1480 al 1499, Ludovico (che dal 1479 era anche duca di Bari) avvalla la realizzazione di numerose opere di ingegneria militare e civile, quali fortificazioni e canali, e favorisce la coltivazione del gelso, che in breve tempo si trasforma in un elemento essenziale dell'economia locale in quanto connesso alla creazione di tessuti di seta.
Ludovico, quindi, si fregia del titolo di duca anche se in realtà, a livello formale, esso spetterebbe a Gian Galeazzo, nel frattempo trasferitosi a Pavia dove ha creato una sua corte: accade, però, che la moglie di questi, Isabella, pretenda che il re di Napoli, suo nonno, intervenga per ridare al marito l'effettivo controllo del ducato. Esso, quindi, viene perso da Ludovico, mentre la sorella di Gian Galeazzo, Bianca Maria Sforza, sposa Massimiliano. Usurpato del titolo, il Moro riceve l'11 settembre del 1494 Carlo VIII ad Asti: pochi giorni dopo, alla morte di Gian Galeazzo, egli si trova all'apice del suo potere, ma deve ben presto fare i conti con la potenza francese. Carlo, infatti, giunto a Napoli la conquista.
Ludovico ribalta le alleanze fin lì consolidate, e cerca la collaborazione di Venezia per rispedire Carlo Oltralpe: ci riesce tramite la Battaglia di Fornovo del 1495, durante la quale vengono impiegati cannoni realizzati con il bronzo che in origine sarebbe dovuto servire per una statua equestre di Leonardo da Vinci.
Poco dopo, Ludovico spedisce alcune truppe a sostegno di Pisa, in quel momento in lotta con Firenze, che non aveva partecipato alla lega anti-francese, allo scopo di impadronirsi della città. Dopo la morte nel 1497 di Lucrezia Crivelli a causa delle complicazioni conseguenti a un parto, Ludovico ritira le truppe da Pisa (nel frattempo Carlo VIII era morto, e il suo posto era stato presto da Luigi XII di Francia, pretendente al ducato milanese in quanto nipote di Valentina Visconti), avendo ormai smarrito la speranza di dominare la città toscana.
Ripudiata l'alleanza con Venezia, aiuta Firenze a riprendersi Pisa, sperando in un aiuto da parte della Repubblica fiorentina contro Luigi XII. Questa, però, si rivela una mossa sbagliata, visto che la scomparsa dell'alleato veneziano non viene compensata dalla collaborazione con Firenze. E così, quando il re di Francia giunge in Italia dopo essersi assicurato la protezione di Venezia (intenzionata a vendicarsi del voltagabbana Ludovico), ha gioco facile nel conquistare Milano, complice la rivolta di un popolo stremato dalle tasse imposte da Ludovico.
Dopo l'occupazione delle truppe francesi del settembre del 1499, Ludovico trova rifugio presso Massimiliano I d'Asburgo, a Innsbruck; poco dopo, tenta di tornare a Milano, ma le truppe svizzere, pur essendo sue alleate, non accettano di entrare in battaglia. Mentre Milano perde la propria indipendenza (dando inizio a un dominio straniero che durerà più di tre secoli e mezzo), Ludovico viene catturato dai francesi a Novara il 10 aprile: verrà tenuto prigioniero fino al 27 maggio 1508, giorno in cui morirà a 55 anni di età, lasciando i figli legittimi Ercole Massimiliano, conte di Pavia e duca di Milano, e Francesco, principe di Rossano, conte di Pavia e duca di Milano.
Per quel che riguarda il soprannome "Moro", sono differenti le interpretazioni relative alla sua origine: c'è chi parla di capelli neri e carnagione scura, chi lo riferisce al gelso (in latino "morus" e in lombardo "moron"), chi parla di Mauro come secondo nome, e chi lo fa risalire allo stemma della famiglia, che ritrae un moro impegnato a spazzolare la veste di una donna.
venerdì 1 luglio 2022
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Il primo luglio 1457 iniziano i lavori di costruzione del Naviglio della Martesana.
Il Naviglio, ideato sotto il duca Filippo Maria Visconti fu costruito grazie a Francesco Sforza e al suo consulente idraulico, l´ingegner Berola da Nosate tra il 1457 e il 1460 per la prima parte e collegato definitivamente con la cerchia interna della città di Milano sul finire del secolo. Fu infatti ideato con il proposito di fornire acque alla Bassa e forza motrice per le macine, i torchi d´olio, i filatoi e le cartiere e di permettere il collegamento navigabile con la Valle dell´Adda e la Bergamasca; la sua realizzazione seguiva quella del Naviglio Grande: da qui il termine di "Naviglio Piccolo".
Il dislivello tra l´inizio del percorso e Milano era di 18 metri, ripartiti sul fondo, ad eccezione di circa due metri superati dall´unica conca, quella di Cassina de Pomm, che era un albergo o osteria, che costituiscono tuttora un manufatto e un luogo suggestivo, insieme ai sabbioni cioè le zone dove stazionavano i barconi che trasportavano sabbia e ghiaia, che scaricavano vicino a dei silos cilindrici e che d´estate diventavano luoghi di villeggiatura. Altra località suggestiva era "El canton Frecc" che vorrebbe dire " luogo ombroso e fresco" dove le donne si inginocchiavano a filo d´acqua per lavare i panni. Lungo il corso del naviglio correva una strada detta Alzaia nella quale i cavalli o i buoi ma anche gli uomini trainavano con le funi le barche contro corrente.
Prima che venisse interrato il Naviglio finiva nel laghetto di san Marco (che era il porto a est corrispondente alla darsena per il Naviglio grande), che si diramava da un lato lungo via Pontaccio per morire nel fossato del Castello Sforzesco (da ciò la denominazione di naviglio morto); e dall´altro lato attraverso il "Tombum di San Marc" s´immetteva nella fossa interna alla città per raggiungere la darsena di Porta ticinese a sud-ovest. Nella fossa interna 6 conche regolavano il livello dell´acqua.
Il territorio attraversato dal corso del Naviglio è contrassegnato da quei segni di una civiltà fatta di acque e di terre che includono al proprio interno nuclei urbani di antica formazione, case coloniche rivierasche, case nobili, opere idrauliche, opifici idraulici, fabbriche, edifici di culto, ponti di attraversamento, manufatti idraulici, rogge, segni che condividono con il canale una civiltà più che secolare.
Nel suo percorso incontra il torrente Molgora che gli passa sotto per tomba, indi il fiume Lambro ed il torrente Seveso che sboccano nel medesimo a bocca aperta. L´ambiente circostante è caratterizzato da una folta e ricca vegetazione nelle zone dove il canale fiancheggia il Fiume Adda, da un paesaggio agrario di interessante ricchezza connotativa dovuta all´estensione dei campi, al sistema irriguo ed alla presenza di cascine storiche, dalla prevalenza di aree urbanizzate, dove però sono ancora riconoscibili testimonianze storiche residue, mano a mano che ci si avvicina alla città di Milano.
Il Naviglio Martesana, essendo un canale artificiale, ha caratteristiche idrobiologiche diverse da quelle del fiume di origine. La consistenza del fondale è influenzata sia dalla corrente, che non è regolare lungo tutto il corso ma è pari a 25 m³/s a Trezzo e 1 m³/s a Milano, sia dalle periodiche operazioni di messa in asciutta e pulizia del fondale che avvengono due volte all'anno, in marzo e in settembre. Il fondale è di tipo ciottoloso all'inizio del corso, ma la granulometria diminuisce con il decrescere della corrente e il conseguente maggior deposito di detrito.
La popolazione ittica del Naviglio è abbondante, naturalmente simile a quella dell'Adda e tenuta sotto stretto controllo; durante le operazioni di messa in asciutta la pesca è proibita e il pesce, che si affolla nelle concavità, viene recuperato dal personale dell'Ufficio Pesca della Provincia di Milano che provvede a liberarlo nel corso d'acqua più vicino e idoneo alla sua sopravvivenza. Vengono compilati verbali sulle specie e il peso del pesce recuperato e nei due mesi successivi alla messa in asciutta il personale procede a ripopolare il naviglio con lo stesso quantitativo di pesce.
Abbondanti sono anche gli esemplari di tartaruga d'acqua dolce del genere Trachemys non originaria dell'habitat, a causa continuo rilascio di esemplari allevati domesticamente.
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