Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Cavour. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cavour. Mostra tutti i post

lunedì 21 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 luglio.

Il 21 luglio 1858 a Plombières si tenne un riservatissimo incontro tra Cavour e Napoleone III promosso da quest’ultimo. 

"L’imperatore, appena fui introdotto nel suo gabinetto - scriveva Cavour il 24 luglio 1858 a Vittorio Emanuele, facendo una relazione in francese sull’incontro avuto con Napoleone III - abbordò la questione che è la causa del mio viaggio. Cominciò dicendo di essere deciso ad appoggiare con tutte le sue forze la Sardegna in una guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria, che potesse essere giustificata agli occhi della diplomazia e, più ancora, dell’opinione pubblica in Francia ed in Europa. Poiché la ricerca di questa causa presentava la difficoltà principale, ho proposto dapprima di far valere le lagnanze cui dà luogo la poco fedele esecuzione da parte dell’Austria del suo trattato di commercio con noi. A ciò l’imperatore ha risposto che una questione commerciale di mediocre importanza non poteva provocare una grande guerra destinata a mutare la carta dell’Europa. Proposi allora di mettere nuovamente innanzi le ragioni che, al congresso di Parigi, ci avevano deciso a protestare contro la illegittima estensione della potenza austriaca in Italia; vale a dire il trattato del 1847 fra l’Austria e i duchi di Parma e di Modena, l’occupazione protratta della Romagna e delle Legazioni, le nuove fortificazioni innalzate intorno a Piacenza. L’imperatore non gradì questa proposta. Egli osservò che poiché le lagnanze da noi fatte valere nel 1856, non erano state giudicate sufficienti a indurre la Francia e l’Inghilterra a intervenire in nostro favore, non si comprenderebbe come ora esse potrebbero giustificare una chiamata alle armi. D’altra parte, aggiunse l’imperatore, finché le mie truppe sono a Roma, non ho molto il diritto di esigere che l’Austria ritiri le sue da Ancona e Bologna. L’obiezione era giusta. La mia posizione - continua la relazione di Cavour a Vittorio Emanuele - diventava imbarazzante, poiché non avevo più da proporre nulla di ben definito. L’imperatore venne in mio aiuto e ci mettemmo insieme ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare. Dopo aver viaggiato senza successo in tutta la penisola, arrivammo, quasi senza accorgercene, a Massa e Carrara, e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore. [Cavour descrive così il cinico comportamento suo e di Napoleone III]. Dopo aver fatto all’imperatore una descrizione esatta di questo sventurato paese, di cui egli, del resto, aveva già un’idea abbastanza precisa, convenimmo di provocare un appello degli abitanti a Vostra Maestà per chiedere la sua protezione nonché per reclamare l’annessione di questi ducati alla Sardegna. Vostra Maestà non accetterebbe l’offerta, ma, prendendo le parti di queste popolazioni oppresse, rivolgerebbe al duca di Modena, una nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente. Dopo questo, Vostra Maestà farebbe occupare Massa e la guerra comincerebbe. Essendo il duca di Modena la causa della guerra - continua Cavour nella relazione - l’imperatore pensa che essa sarebbe popolare non soltanto in Francia, ma parimenti in Inghilterra e nel resto d’Europa, dato che questo principe, a torto o a ragione, è considerato come il capro espiatorio del dispotismo. D’altra parte, non avendo il duca di Modena riconosciuto alcuno dei sovrani che hanno regnato in Francia dal 1830, l’imperatore ha meno riguardi da usare verso di lui che verso qualsiasi altro principe. Risolta questa prima questione, l’imperatore mi disse: "Prima di andare avanti, bisogna pensare a due gravi difficoltà che incontreremo in Italia: il papa ed il re di Napoli. Io devo usare loro dei riguardi: al primo, per non sollevare contro di me i cattolici francesi; al secondo per conservarci le simpatie della Russia, che mette una sorta di punto di onore nel proteggere il re Ferdinando". Risposi all’imperatore che, quanto al papa, gli era facile conservargli il tranquillo possesso di Roma per mezzo della guarnigione francese ivi stanziata, purché lasciasse insorgere le Romagne; e che, non avendo il papa voluto seguire i consigli datigli dall’imperatore al riguardo, non poteva lagnarsi che queste contrade profittassero della prima occasione favorevole, per liberarsi di un detestabile sistema di governo che la corte di Roma si era ostinata a non riformare. Quanto al re di Napoli, non bisognava occuparsi di lui, a meno che non volesse prendere le parti dell’Austria, salvo a lasciar fare i suoi sudditi se per caso, profittando del momento, volessero sbarazzarsi del suo paterno dominio. Questa risposta soddisfece l’imperatore, e passammo alla grande questione: quale sarebbe lo scopo della guerra? L’imperatore ammise senza difficoltà che bisognava scacciare del tutto gli austriaci dall’Italia, e non lasciare loro neppure un pollice di terreno di qua dall’Isonzo e delle Alpi. Ma dopo, come organizzare l’Italia? Dopo lunghe discussioni, di cui risparmio il resoconto a Vostra Maestà, ci siamo accordati press’a poco sulle basi seguenti, pur riconoscendole suscettibili di essere modificate dagli avvenimenti della guerra. La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante. Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello della Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati. Questa sistemazione mi sembra del tutto accettabile. Vostra Maestà essendo di diritto sovrano della metà più ricca e più forte d’Italia, sarebbe di fatto sovrano di tutta la penisola. Io risposi – continua la relazione di Cavour a proposito della cessione di Nizza e della Savoia - che Vostra Maestà professava il principio di nazionalità, e che di conseguenza comprendeva come la Savoia dovesse essere riunita alla Francia; che Vostra Maestà era dunque pronta a sacrificare la Savoia, sebbene gli costasse eccessivamente rinunciare a un paese che era stato la culla della sua famiglia e ad un popolo che aveva dato ai suoi antenati tante prove di affetto e di devozione. Quanto a Nizza, la questione era differente, poiché i nizzardi, per la loro origine, la loro lingua e le loro abitudini erano più vicini al Piemonte che alla Francia, e di conseguenza la loro annessione all’Impero sarebbe contraria a quel medesimo principio per il trionfo del quale ci si accingeva a prendere le armi. A queste parole l’imperatore si accarezzò più volte i baffi e si accontentò di aggiungere che queste erano per lui questioni del tutto secondarie, di cui ci si sarebbe stato il tempo di occuparsi più tardi. Per costringere l’Austria - continuava Cavour, dopo aver relazionato sulle considerazioni fatte sulla neutralità delle altre grandi potenze - a rinunciare all’Italia, dunque, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non saranno sufficienti; bisognerà necessariamente penetrare nel centro dell’Impero e, con la spada sul cuore, cioè a Vienna stessa, costringerla a firmare la pace sulle basi prima decise. Per raggiungere questo scopo, sono necessarie forze considerevoli. L’imperatore le valuta ad almeno 300 mila uomini, ed io credo che abbia ragione. Con 100 mila uomini si bloccherebbero le piazzeforti del Mincio e dell’Adige e si custodirebbero i passaggi del Tirolo; 200 mila uomini marcerebbero su Vienna attraverso la Carinzia e la Stiria. La Francia fornirebbe 200 mila uomini, la Sardegna e le altre province d’Italia gli altri 100 mila. Il contingente italiano sembrerà forse debole a Vostra Maestà; ma se Ella riflette che si tratta di forze che bisogna far combattere, di forze di linea, riconoscerà che, per avere 100 mila uomini disponibili bisogna averne sotto le armi 150 mila. D’accordo sulla questione militare - il Benso di Cavour chiariva a Vittorio Emanuele il punto più importante dell’incontro - siamo stati egualmente d’accordo sulla questione finanziaria che, Vostra Maestà deve saperlo, è quella che preoccupa specialmente l’imperatore. Egli acconsente tuttavia a fornirci il materiale da guerra di cui potessimo aver bisogno, e a facilitarci a Parigi il negoziato per un prestito".

Da quel momento, gli ingranaggi incominciarono a girare. L'Italia, per dirla con le parole di Cavour, iniziava ad essere fatta.

lunedì 5 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 maggio.

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto alla testa dei Mille.

Il 1859 era stato il grande anno dell’azione dei “moderati”: la Seconda guerra d’indipendenza aveva innescato una serie di cambiamenti che avevano, di fatto, dato origine al Regno del Nord.

Ma quella campagna si era bruscamente interrotta a Villafranca di Verona, e non per volontà di Cavour o di Vittorio Emanuele II. La scelta fu unilateralmente compiuta da un sovrano straniero, Napoleone III. Storia già vista in Italia.

Ora toccava ai democratici tentare la riscossa. Dai tempi della Repubblica romana, il mazzinianesimo politico era in crisi, gravato dai numerosi fallimenti e oscurato dai successi della politica di Cavour e dei Savoia. Restava la carta di Garibaldi. Il nizzardo, tuttavia, mazziniano di vecchia data, tentennava: solo l’esplicito appoggio del Regno di Sardegna lo avrebbe convinto infatti a tentare un’impresa che, agli occhi di molti, era destinata a sicuro fallimento: rovesciare il Regno delle Due Sicilie.

Cavour prendeva tempo, preoccupato di poter irritare l’alleato francese con un colpo di mano. I mazziniani, Rosolino Pilo e Francesco Crispi in testa, organizzarono la sollevazione popolare in Sicilia. Garibaldi, sottoposto a sempre più pressanti richieste, accettò d’intervenire. Cavour, sotto traccia, acconsentì.

Due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, salparono da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860. Garibaldi aveva raccolto un migliaio di volontari, metà dei quali lombardi. Alcune soste, e l’11 maggio i Mille sbarcarono, non senza sfruttare abilmente la “copertura” assicurata da vascelli inglesi, a Marsala. Pochi giorni dopo, i garibaldini, cui si aggiunsero subito alcune centinaia di “picciotti”, incontrarono l’esercito borbonico a Calatafimi. Nonostante la loro inferiorità numerica, la vittoria arrise alle “camicie rosse”. La strada per Palermo era spianata. Garibaldi, già autoproclamatosi “dittatore della Sicilia per conto di Vittorio Emanuele re d’Italia”, entrò nel capoluogo siciliano. L’isola intera, nel volgere di poche settimane, cadde nelle sue mani.

Garibaldi si preparava nel frattempo a sbarcare sul continente. Quando mise piede in Calabria, alla testa di circa 20.000 uomini, si era lasciato alle spalle un governo in cui si distinguevano personalità del calibro di Agostino Depretis e Francesco Crispi ed enormi aspettative di riforma economica e sociale.

La risalita del continente fu più facile del previsto e, dopo essere entrati trionfalmente in una Napoli festosa e ormai abbandonata da Francesco II di Borbone, ritiratosi a Gaeta, i volontari garibaldini, sempre più numerosi, attaccarono l’esercito delle Due Sicilie sul Volturno. Fu l’ultima battaglia dell’impresa dei Mille. E fu, nuovamente, un successo per Garibaldi.

Cavour, intanto, aveva rotto gli indugi. Il Regno del Nord aveva invaso gli Stati pontifici e affrontato l’esercito papale a Castelfidardo. Dopo la vittoria, l’esercito sabaudo andò a sud, verso Garibaldi vittorioso. L’incontro tra il generale e re Vittorio Emanuele II avvenne nei pressi di Teano il 26 ottobre. Di fatto, a partire da quel momento, il Savoia avrebbe potuto fregiarsi del titolo di “re d’Italia”.

Il rapporto tra i due grandi personaggi del Risorgimento aveva in serbo ancora una pagina, l’ennesima, di incomprensione. Il 6 novembre i garibaldini, schierati alla Reggia di Caserta, aspettavano il re, ma questi non si fece vedere. Il 7 novembre Vittorio Emanuele II faceva la sua entrata trionfale a Napoli. Garibaldi decideva, invece, di ritirarsi in esilio volontario a Caprera.

Finiva così l’avventura dei Mille.

lunedì 17 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 17 marzo.

Il 17 marzo 1861 veniva ufficialmente proclamato il Regno d'Italia.

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861».

Queste parole rappresentano il testo della legge n. 4671 del Regno di Sardegna. Pochi giorni dopo quel 17 marzo, lo stesso testo sarebbe diventato la legge n. 1 del Regno d’Italia. Era nato un Regno, era nato uno Stato unitario laddove, appena un paio d’anni prima, ve n’erano addirittura sette.

Il primo dato che emerge dall’analisi del testo è che il numerale che accompagna il nome del sovrano non viene modificato: è sempre Vittorio Emanuele II, non I come avrebbe voluto larga parte dell’opinione pubblica patriottica. Il dato è significativo e tutt’altro che simbolico. “Vittorio Emanuele I” avrebbe sottolineato la specificità e la novità dell’Italia unita. “Vittorio Emanuele II”, invece, significava implicitamente che il nuovo Stato era l’allargamento territoriale del Regno di Sardegna e delle sue istituzioni.

La reazione internazionale alla proclamazione del Regno fu repentina e, in alcuni casi, entusiastica. Il nuovo Stato venne riconosciuto, nel volgere di poche settimane, dai governi svizzero, britannico e statunitense. Questi guardavano infatti con favore alla creazione di uno Stato mediterraneo abbastanza popoloso (oltre 22 milioni di abitanti) che fosse in grado di dare stabilità all’intero continente, attraversato in quegli anni dalla lotta tra Francia e Austria per il controllo dell’Europa meridionale e dalla contrapposizione franco-britannica per il dominio delle rotte mediterranee.

Il Regno d’Italia era stato dunque “generato” da una decisione presa dal Parlamento riunito a Torino, nella sede di Palazzo Carignano. I suoi rappresentanti erano stati eletti pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, e la loro provenienza già aveva attestato la realizzazione, de facto, dell’Unità. Le elezioni si erano infatti tenute in tutte quelle regioni che, attraverso i plebisciti, nel corso dell’anno precedente avevano chiesto l’annessione al Regno sabaudo.

In quel Parlamento una grande maggioranza degli eletti si riconosceva apertamente nelle posizioni politiche di Camillo Benso di Cavour. E, infatti, fu proprio il conte piemontese a ricoprire, per primo, la carica di presidente del consiglio dei ministri del Regno d’Italia. In quell’esecutivo il conte ricopriva anche i dicasteri della Marina e, soprattutto, degli Esteri. Gli altri ministri erano specchio dell’unità appena dichiarata. Alla Giustizia un piemontese (Cassinis), all’Agricoltura un siciliano (Natoli), alla Guerra un emiliano (Fanti), alle Finanze un livornese (Bastogi) e ai Lavori pubblici un fiorentino (Peruzzi), all’Istruzione un napoletano (De Sanctis).

Ma, improvvisamente, ad appena una decina di settimane dalla proclamazione dell’Unità, Cavour, il principale architetto dell’Unità, moriva a soli 51 anni nella sua residenza di famiglia, probabilmente stroncato dalla malaria (a dispetto delle tesi complottiste succedutesi nel tempo). Decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali in piazza San Carlo, a Torino. L’intero  paese aveva perso, forse nel momento di maggior bisogno, uno statista le cui qualità sarebbero state rimpiante da molti.

domenica 8 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1855 nell'ambito della guerra di Crimea la città di Sebastopoli si arrende all'assedio che durava da quasi un anno.
È sui banchi di scuola, studiando il Risorgimento italiano, che per la prima volta abbiamo sentito parlare della Crimea.
Nell'estate 1853 lo zar Nicola I invade i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, posti sotto la sovranità dell'Impero ottomano; pochi mesi dopo la Turchia, sostenuta da Gran Bretagna e Francia, dichiara guerra alla Russia. Gli anglo-francesi cingono d'assedio la fortezza di Sebastopoli in Crimea, principale porto russo sul Mar Nero. Londra e Parigi cercano di coinvolgere nella loro alleanza antirussa anche l'Austria, che però non si schiera. È invece il Piemonte sabaudo ad accettare di intervenire nella guerra. Nel maggio 1855 il primo ministro Cavour manda in Crimea un corpo di spedizione di 15 mila uomini al comando di Alfonso La Marmora (fratello di Alessandro fondatore del corpo dei Bersaglieri, che morì proprio in quella spedizione), che prendono parte alla battaglia del fiume Cernaia (agosto 1855), distinguendosi per coraggio e preparazione militare. In settembre, dopo la caduta di Sebastopoli, il nuovo zar Alessandro II firma l'armistizio. Al Congresso di pace di Parigi, Cavour, grazie alla partecipazione piemontese alla guerra, può quindi sollevare la questione dell'unità e dell'indipendenza italiana. Dai contatti avuti con le cancellerie di Francia e Gran Bretagna, Cavour percepisce che un mutamento in Italia su iniziativa del Piemonte è fattibile, con l'appoggio delle due maggiori potenze occidentali e soprattutto di Napoleone III.
La base navale di Sebastopoli ospita la flotta russa del Mar Nero dai tempi della zarina Caterina II, verso la fine del XVIII secolo. Nel 1954 il leader sovietico Nikita Kruscev (originario di una zona al confine tra Russia e Ucraina) "regalò" la Crimea all'Ucraina, peraltro nell'ambito dell'Urss. Con il crollo dell'Unione Sovietica, Kiev mantenne la Crimea, ma nel 1997 fu stipulato un accordo ventennale che consentiva la presenza della flotta russa. In virtù del trattato, Mosca ha il diritto di dispiegare a Sebastopoli e in Crimea un centinaio di navi e 25 mila militari. La base è stata utilizzata per la guerra del 2008 contro la Georgia. Nel 2010 i parlamenti russo e ucraino hanno ratificato un nuovo accordo che estende di altri 25 anni la permanenza della flotta in cambio di uno sconto del 30% sulle forniture del gas russo, per un valore complessivo di 40 miliardi di dollari. Condizioni radicalmente mutate oggi, dopo la caduta del presidente filorusso ucraino Viktor Ianukovich.

lunedì 27 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Il 27 marzo 1861 Cavour dopo il voto favorevole del Parlamento, pronuncia il discorso sullo spostamento della capitale di Italia da Torino a Roma.
Nel celebre discorso tenuto alla Camera dei deputati il 27 marzo 1861, Cavour espose le ragioni storiche, intellettuali e morali che esigevano che Roma – Roma sola - fosse designata capitale del Regno.
“Roma – sosteneva - è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”.
La questione romana non rappresentava solamente un problema di annessione territoriale: oltre che essere “di vitale importanza” per l’Italia, il destino di Roma riguardava anche i “200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo”: la sua liberazione avrebbe comportato l’abbattimento del secolare potere temporale dei papi e alimentato il nuovo Stato di nuovi orientamenti ideali, ma essa si sarebbe potuta attuare solo con il consenso della Francia e garantendo al pontefice la più ampia indipendenza.
Con il principio di “libera Chiesa in libero Stato”, Cavour delineò i fondamenti su cui si sarebbero basate le future relazioni tra lo Stato e la Chiesa: piena libertà per la Chiesa da qualunque forma di ingerenza dello Stato nelle proprie attività e nella vita spirituale e nel contempo rinuncia a qualsiasi privilegio nel campo civile e politico.
La fede liberale di Cavour si esprimeva nella convinzione che la piena separazione del potere temporale e di quello religioso fossero indispensabili per il progresso civile. “La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade, - osservava - ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso despotismo si stabilì; e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo od un sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale”.
E aggiungeva: “Noi riteniamo che l’indipendenza del pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa, possono tutelarsi mercé la separazione dei due poteri, mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa”.
La separazione dei due poteri, secondo Cavour, avrebbe garantito l’indipendenza della Chiesa in modo più solido che per il passato e avrebbe dato maggiore efficacia alla sua autorità spirituale proprio in quanto la liberava da tutti i vincoli derivanti dall’esercizio del potere temporale.
Quello stesso giorno la Gazzetta ufficiale, già giornale del Regno di Sardegna, ma d'ora in poi del Regno d'Italia, promulga la legge approvata dal Senato e dalla Camera.
La notizia si sparge in tutta Italia grazie a giornali e gazzettini, molti dei quali in forma di manifesto. Così sono salve di cannone, bande e tricolori a Firenze, dove, in particolare, «la campana di Palazzo Vecchio annuncia al mattino l'avvenuta proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia. Subito le vie si adornano di tricolori e di arazzi e la popolazione scende nelle strade. Le salve del cannone del forte di San Giovanni Battista si fanno sentire a mezzogiorno e verso sera. Nel pomeriggio corso di gala con carrozze sfarzose e bande musicali. Poi festa ancora fino a notte fonda, nella città splendidamente illuminata». Ed è anche festa nei piccoli centri. Come Borgo e Mozzano, in Toscana, dove «un bellissimo arco trionfale intessuto a verdura frastagliata da bene imitate camelie bianche e rosse, formando così l'insieme dei nostri colori, sorgeva presso il palazzo municipale, terminando ai lati in due guglie, in cima delle quali sventolava la nostra bandiera». A Roma, invece, alle manifestazioni fanno seguito gli arresti di «uomini e donne d'ogni ceto che affollano la passeggiata tra il Campidoglio e la piazza di San Giovanni in Laterano. Il governo papale interviene con severità: molti cittadini vengono perquisiti, alcuni arrestati, altri fuggono.
Animatissima la manifestazione all'accademia di San Luca, con centinaia di coccarde, programmi, stemmi, tricolori». Gli eventi, com'è noto, portano poi il 20 settembre 1870 alla presa di Roma e alla caduta del regno papale, ma la data fatidica resta quella del 17 marzo, destinata ad essere commemorata fino ad oggi nel susseguirsi degli anniversari, a cominciare dal 1911, ovvero dal 50° anniversario. Che viene esaltato, tra i mesi di marzo ed aprile, con una serie di mostre a Roma, Firenze e Torino. In quest'ultima città si tiene l'Esposizione internazionale dell'Industria e del Lavoro. Nella capitale, il cui sindaco a quel tempo è Ernesto Nathan, vengono organizzate l'Esposizione Etnografica delle Regioni e la Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea, e vengono inaugurati il Vittoriano, il ponte Vittorio Emanuele II e, sul Gianicolo, il Faro degli italiani d'Argentina. A Firenze si tiene da marzo a luglio la "Mostra del ritratto italiano dalla fine del XVI secolo al 1861" e l'Esposizione internazionale di Floricoltura.
Nel 1961 per il 100º anniversario dell'Unità d'Italia, a Torino vengono organizzate tre rassegne: la Mostra Storica dell'Unità d'Italia, la Mostra delle Regioni Italiane e l'Esposizione Internazionale del Lavoro. Ma l'8 novembre 2012 il Senato approva in maniera definitiva l'istituzione della "Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera" a cadenza annuale. Pur rimanendo un giorno lavorativo, il 27 marzo viene considerato "Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera", per ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, «i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica».
Dopo la liberazione di Roma, la legge delle guarentigie, varata nel 1871, fu modellata sul principio della separazione tra Stato e Chiesa, sostenuto con tanta energia da Cavour.

giovedì 24 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1860 venne siglato il Trattato di Torino, con cui veniva ceduta Nizza e la Savoia alla Francia.
In seguito agli accordi di Plombières (luglio 1858), il primo ministro del Regno di Sardegna Cavour promise all’imperatore francese Napoleone III la cessione della Savoia e di Nizza in cambio dell'appoggio francese alla politica di unificazione italiana condotta dalla monarchia sabauda. La proposta venne poi ufficializzata per mezzo del Trattato di Torino del dicembre 1858 (in realtà il trattato fu predatato, giacché la firma avvenne nel gennaio 1859).
Nel giro di pochi mesi, nel corso della Seconda guerra d’indipendenza, le truppe franco-piemontesi inflissero sconfitte all'esercito austriaco a Magenta e Solferino; il successivo armistizio di Villafranca obbligò l'Austria a cedere la Lombardia alla Francia, che la girò al Regno di Sardegna. In compenso, Napoleone III chiese la Savoia e Nizza, come precedentemente promesso.
Il 24 marzo 1860 venne perciò siglato il Trattato di Torino, col quale il Piemonte acconsentiva alla cessione degli antichi territori sabaudi, da confermare mediante plebiscito; nel contempo le truppe piemontesi iniziarono a ritirarsi dalla Savoia e da Nizza.
Il trattato venne reso pubblico il 30 marzo successivo e, il 1º aprile, Vittorio Emanuele II lo proclamò alle popolazioni di Nizza e della Savoia.
Lo svolgimento delle votazioni diede l’esito preparato a tavolino e non ci si poteva aspettare, sotto un’attenta regia già francese, con la collaborazione piemontese e la larvata pressione di truppe oltralpine (ufficialmente di passaggio dalla Savoia e da Nizza per il rientro in Francia), che ne desse uno diverso. Da più parti si sottolineò l’irregolare svolgimento delle votazioni, che diedero un risultato favorevole all’annessione estremamente uniforme. D’altronde la decisione era già stata presa: la democrazia faceva le sue prime prove.



domenica 6 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 giugno.
Il 6 giugno 1861 muore nella sua casa a Torino il Conte di Cavour.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d'un dipartimento dell'impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell'esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.
Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte.
La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segna l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti.
Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.
Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari.
In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto che i progressi economici siano estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese.
L'agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l'industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile; fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento.
Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.
Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria.
Il trattato ufficiale stabiliva che:
la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia; uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria; un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.
Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.
La II guerra d'indipendenza permette l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.
Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto "Italia e Vittorio Emanuele" portano così alla proclamazione del Regno d'Italia, il giorno 17 marzo 1861.
Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.
La tomba di Cavour si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta sotto la cappella di famiglia della chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si affaccia anche la facciata secondaria della Villa Cavour). Lo statista è sepolto per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di Cavour, figlio di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.

Cerca nel blog

Archivio blog