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lunedì 1 settembre 2014

#Italy e i suoi #Borghi #Castiglione del Lago - Umbria



 imm. da aligre-cappuccino.fr

 Il nome deriva dalla fortezza medievale eretta verso la metà del Duecento e chiamata “Castello del Leone” per la sua forma pentagonale ispirata alla costellazione del Leone.


Palazzo ducale imm. da  http://media-cdn.tripadvisor.com

 Si possono vedere pitture rinascimentali e camminamenti di ronda con vista sul Trasimeno.
Di grande rilevanza storico-artistica. è l’imponente complesso monumentale di Palazzo della Corgna, ampliato fra Cinque e Seicento da Galeazzo Alessi sul preesistente nucleo del Palazzetto Baglioni, con la probabile supervisione del Vignola.
Il Palazzo racchiude uno dei maggiori cicli pittorici del tardo manierismo umbro-toscano.
Una superficie di oltre 1200 mq. è stata dipinta per celebrare le gesta del condottiero Ascanio della Corgna con temi cari al XVI secolo: valorose imprese di eroi romani e scene ispirate alla mitologia greca.


affreschi a palazzo ducale -  imm. da  media-cdn.tripadvisor.com palazzo-della-corgna

 Oggi la maggior parte degli affreschi di Niccolò Circignani, detto il Pomarancio, che ornano le sale del Palazzo, sono restituiti al loro antico splendore grazie a un attento lavoro di recupero e restauro.

Il Palazzo Ducale è collegato alla Rocca medievale da un camminamento che si snoda lungo le mura e che fu coperto nel 1617, durante il marchesato dei Della Corgna.
La Rocca del Leone è una fortezza medievale dalla singolare forma a cinque punte che ricorda la costellazione del Leone.
Edificata per volontà di Federico II a partire dal 1247, costituisce uno dei migliori esempi dell’architettura militare del Medioevo umbro.
La sua collocazione su uno sperone calcareo che domina il Trasimeno si è rivelata di grande importanza strategica durante le numerose guerre per il dominio del territorio combattute dalle signorie toscane e perugine.
Da vedere nel borgo, all’estremo opposto del Palazzo Ducale, anche la Chiesa di S. Maria Maddalena, costruita nel 1836 su progetto dell’architetto Giovanni Caproni.
Al suo interno sono conservate una “Madonna del Latte” di scuola senese del ‘300, una tavola che raffigura la Madonna con il Bambino, attribuita ad un allievo del Perugino e recentemente restaurata, e affreschi di Mariano Piervittori dipinti dopo il 1850.
Di epoca barocca (prima metà del ‘600) è invece la Chiesa di S. Domenico: edificata per volontà del duca Fulvio Alessandro, offre al visitatore uno splendido soffitto a cassettoni e numerosi dipinti del XVII secolo.

 Prodotti:
La fagiolina del lago trova intorno al Trasimeno il suo terreno ideale. è un fagiolo di minuscole dimensioni con una buccia così sottile che quasi non si vede, di sapore delicato e facilmente digeribile.
La coltivazione della fagiolina è stata recuperata grazie a un gruppo di agricoltori riuniti in un consorzio e oggi  è presidio Slow Food.

imm. da visiteinfattoria.it/ fagiolina.png
 Specialità culinarie:

 Il pesce d’acqua dolce è padrone nella cucina locale, in particolare la “regina in porchetta”, cioè una carpa di grandi dimensioni cotta al forno, insaporita con finocchio, aglio, pepe e sale e servita con l’ottimo vino rosso dei Colli del Trasimeno.
Tra i primi, i “pici co’ la nana”, una pasta fatta in casa con acqua e farina e condita con sugo di anatra e parmigiano

tratto da  borghitalia.it

giovedì 28 agosto 2014

#Italy e i suoi #Borghi #Castel #Arquato - Piacenza

  astell’Arquato è
 imm. da comune.castellarquato.pc.it
uno dei borghi meglio conservati dell’Appennino
 
  Il toponimo deriverebbe da Caio Torquato, il patrizio romano che secondo tradizione fondò qui il primo castrum o, più probabilmente, da castrum quadratum, che nei documenti tardomedievali indica la pianta a forma quadrangolare del castrum. 


 imm. da castellarquato.com/img/piazza.

  Castell’Arquato è un borgo d’arte di rara bellezza pervaso di atmosfere d’altri tempi.
Ha basse case a schiera color mattone e vicoli stretti in acciottolato che portano alla cima del colle, dove si apre l’ampia piazza monumentale che sembra incredibile trovare in un posto così, in questa Val d’Arda che sfuma da un lato verso la via Emilia e la Padania, dall’altro verso i colli di Vernasca (e l’Appennino) con il borgo-gioiello di Vigoleno.
La parte monumentale è ricchissima. La Rocca Viscontea, voluta dal comune di Piacenza ed eretta da Luchino Visconti tra 1342 e 1349, è una delle più notevoli fabbriche militari del Nord Italia.
Presenta una pianta a L con la cinta minore di mura che dà sulla piazza. Oltre ai muri esterni oggi restano le quattro torri difensive, di cui solo quella orientale è integra.
Su tutto il complesso domina la mole del dongione, che vale la salita per lo splendido panorama e il museo medievale che vi è allestito.

 imm. da comune.castellarquato.pc.it/foto/collegiata

Nella piazza si resta affascinati anche dal gruppo absidale della Collegiata, una delle chiese più antiche del territorio, già esistente nel 756 con funzione di pieve battesimale, ricostruita dopo il terremoto del 1117 e consacrata nel 1122.
Il fonte battesimale in pietra è databile VII-VIII sec., mentre il bel portale strombato, l’architrave e la lunetta scolpita sono del XII sec.
Sul lato sinistro della chiesa scorre il portico tre-quattrocentesco detto “del Paradiso” perché ospita le tombe di personaggi illustri.
La parte più affascinante è comunque il gioco volumetrico delle quattro absidi contrapposto al tetto a capanna della chiesa e al campanile quadrato.

Il 1292 è l’anno di costruzione del Palazzo del Podestà, sul lato nord della piazza monumentale.
L’anima più antica è data dal mastio rettangolare, al quale dal Quattrocento sono stati aggiunti corpi successivi, come la Loggetta dei Notari.
Dà armonia alla mole della facciata la scalinata esterna, munita di parapetto nel XV sec.
Particolare è la torre pentagonale, presente già nel progetto originale. Questa commistione e stratificazione di stili non toglie nulla al fascino della costruzione.
Da vedere, inoltre, nel quartiere di Monteguzzo il Torrione Farnese, eretto intorno al 1530 e rimasto incompiuto, pare, per la morte del duca Bosio II Sforza.
Costruito interamente in laterizio, faceva parte del sistema difensivo del borgo con funzioni militari, anche se nel complesso ha una certa grazia che lo rende attraente e misterioso, per via dei passaggi segreti di cui si favoleggia.
Passaggi segreti che dovevano condurre in aperta campagna o al Palazzo del Duca, nome che prende nel Seicento il Palazzo di giustizia edificato nel 1292.
 È dello stesso periodo la Fontana del Duca, ancora in funzione e fino al secolo scorso usata come lavatoio pubblico.
Di epoca cinquecentesca è l’Ospedale di Santo Spirito, che attualmente ospita il Museo Geologico.
Della robusta cinta muraria innalzata nel 1342 dal duca Azzo Visconti oggi restano solo due delle quattro primitive porte d’accesso, una molto rimaneggiata nel XVII sec., l’altra – la Porta di Sasso – originaria dell’epoca viscontea.

 imm. da matrioskadventures.com/castell-arquatto-borgo-medieval

Ora non resta che perdersi nella trama dei vicoli e delle stradine che rendono così piacevole passeggiare per Castell’Arquato.
Finito questo vagabondaggio, è d’obbligo recarsi nella frazione di Vigolo Marchese per ammirare lo splendido complesso romanico con la chiesa e il battistero di San Giovanni, fatti costruire nel 1008 dal marchese Oberto d’Orta, signore della Val Nure.
Le forme aggettanti del battistero a pianta circolare, il colore dorato dei laterizi e delle pietre nella quiete della campagna, sono pura poesia visiva.


 imm. da castellarquato.com/vini/casuardi/vini1

  La cultura della vite ha radici antichissime a Castell’Arquato, sede di un’enoteca comunale e di numerose cantine. Il Monterosso Valdarda Doc Colli Piacentini prende il nome da una collina accanto al borgo, si produce solo nelle valli circostanti ed è, perciò, il vino locale per definizione.
Giallo paglierino, profumo delicato, secco, abboccato oppure amabile; ideale con salumi e risotti.
Gli altri grandi vini Doc del territorio sono l’Ortrugo, la Malvasia, il Sauvignon e, tra i rossi, il Gutturnio e la Bonarda. Nella frazione di Vigolo Marchese nasce una sorta di crostata al cioccolato, la cui ricetta è segreta. 

  Gli anolini in brodo (anvein in dialetto): mentre nel resto del Piacentino si fanno con un ripieno di stracotto, qui il ripieno è di grana padano amalgamato con pane grattato e odori.
Il brodo è rigorosamente di gallina, manzo e vitello.
Il patrimonio gastronomico locale non può, prescindere dai salumi:  tre quelli che hanno ricevuto la Dop, ossia la coppa, la pancetta e il salame piacentino.  


 tratto da borghitalia.it

lunedì 19 agosto 2013

#Italy e isuoi #Borghi: Castellabate - Campania

http://www.sdamy.com/images/Castellabate1.jpg
 Il nome

Il nome di Castrum Abbatis - Castello dell’Abate - è legato alla costruzione del castello, iniziata dall’abate Costabile Gentilcore nel 1123


https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Porto_greco-romano_di_castellabate.JPG

 La storia

 1123, il 10 ottobre inizia la costruzione del castello su iniziativa di Costabile Gentilcore, quarto abate della Badia di Cava dei Tirreni; il borgo si sviluppa intorno ad esso. In precedenza queste terre avevano visto la presenza di longobardi e normanni, nonché quella dei monaci basiliani profughi dell’oriente. I longobardi, devoti di San Michele Arcangelo dopo la conversione al cristianesimo, diedero nome al colle su cui poi sarebbe sorto il castello. Sotto i normanni, furono i monaci benedettini di Cava dei Tirreni a bonificare le terre, tanto da meritarsi il privilegio di costruire una fortezza per difendere la popolazione dai saraceni, che partivano dall’attuale Agropoli, dove si erano insediati, per le loro scorribande.
• 1138, il Beato Simeone, quinto abate della Badia di Cava dei Tirreni, completata la fortezza dopo la morte, nel 1124, di Costabile Gentilcore, e costruito il porto per sviluppare i commerci, dona ai sudditi un diploma di privilegi larghissimi: concede loro le case e le terre e riduce le tasse. Grazie al castello che diventa sicuro rifugio per gli abitanti della zona e allo sviluppo dei traffici e dei commerci, Castellabate diventa nel tempo la più ricca baronia del Cilento.
• 1835, l’antico palazzo baronale è venduto a un privato: termina così, dopo settecento anni, la presenza dei benedettini al castello.
• 1848, zona di attività carbonara, dal Cilento e anche da Castellabate partono i moti risorgimentali del 1848.

http://www.iovene.it/images/castellabate/images/Castellabate-29_JPG.jpg

Da vedere

Il centro storico di Castellabate, compreso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è riconosciuto dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità” nell’ambito del programma Man and Biosphere. Partiamo da questo dato - che riconosce il profondo valore di questo “Paesaggio culturale” ricco di memorie e di beni artistici e naturali - per andare alla scoperta del borgo, il quale conserva ancora la struttura urbana medievale. Stradine, vicoletti, archi, brevi gradinate, palazzi, slarghi e case intercomunicanti dove domina la pietra grigia, si rincorrono senza soluzione di continuità, ora volgendo le spalle alla luce intensa ora spalancandosi sul verde del pendio che digrada verso il mare splendente, macchiato solo dai banchi delle posidonie, in uno degli angoli più suggestivi della costa del Cilento.


http://www.cilentonotizie.it/public/images/centro-storico-castellabate-notte_01.jpg

 Il castello voluto da San Costabile non fu solo luogo di culto ma anche centro economico e sociale di rilievo, dal momento che proprio da un’ intuizione dell’abate partì una riforma fondiaria portata a compimento dal Beato Simeone. Questi affidò ai contadini la terra chiedendo in cambio solo l’impegno alla bonifica e alla coltivazione. Ben presto il territorio paludoso e malarico tornò all’antica vocazione marinara dei commerci e della pesca. Proprietari terrieri e piccoli armatori trovarono, così, i mezzi per arricchire Castellabate di palazzi, chiese, ville e giardini.
Alle due estremità del borgo, Villa Principe di Belmonte e Villa Matarazzo nella frazione costiera di Santa Maria, preannunciano il fascino che poi si svela nella ragnatela di strette stradine che conducono alla piazza rettangolare, da cui si gode il panorama della vallata che scende al mare lucente di Licosa. La piazza ha un contorno di antiche case che rende vago e leggero questo medioevo di mare, il quale trova compiuta espressione nel Castello, posto in cima a un percorso in lieve salita. A posare la prima pietra fu l’abate Costabile il 10 ottobre 1123. La fortezza, che aveva lo scopo di proteggere la popolazione e i traffici marittimi dalle incursioni dei Saraceni, appare ancora solida e imponente. Le mura, con le quattro torri angolari rotonde poste a presidio dei punti cardinali, racchiudevano all’interno abitazioni, magazzini, forni e cisterne. Dalla fortezza si raggiunge in breve la Basilica di Santa Maria de Giulia, la cui facciata cinquecentesca è affiancata da una torre campanaria modulata su quattro piani. L’interno, suddiviso in tre navate, custodisce un dipinto di autore anonimo trecentesco raffigurante San Michele Arcangelo vittorioso su Satana, e un Polittico con la Vergine in trono con Bambino, San Pietro e San Giovanni Evangelista, opera di Pavanino da Palermo (1472). Un altro luogo di culto, proprio di fronte alla Basilica, è la piccola Chiesa del Rosario della seconda metà del Cinquecento. L’interno si presenta a una sola navata coperta da una volta a cassettoni ottagonali e conserva un altare settecentesco in marmo policromo.   
Da vedere anche la bella costruzione ad archi nel porticciolo di Santa Maria, chiamato “Porto delle gatte”.

S. Maria di Castellabate - il porticciolo- imm. da http://www.panoramio.com/photo/4623415
 
 
 Prodotto: Olio, fichi e vini

 
Piatto: I fusilli con ragù di castrato
 
 
fonte web: http://www.borghitalia.it/

mercoledì 14 agosto 2013

#Italy e i suoi Borghi: Montalbano Elicona - Sicilia

http://tradizionisicilia.it

Il nome

  Il toponimo Montalbano secondo alcuni studiosi deriva dal latino mons albus, con riferimento ai monti imbiancati di neve; secondo altri dall’arabo al-bana, con il significato di “luogo eccellente”. Studi più recenti ne fanno derivare il nome da Sesto Nonio Albano, latifondista romano, cittadino della vicina Tindari, che sarebbe l’eroe eponimo della città. Il nome del fiume Elicona è di chiaro etimo greco (elikon = tortuoso) e compare presumibilmente nel IV sec. a.C.



http://sicilia.indettaglio.it/ita/comuni/me/montalbanoelicona/images/portale.jpg

 la storia 

 X sec. d.C., si hanno le prime notizie del borgo che, conquistato dai bizantini, assume l’aspetto di una rocca fortificata; nell’843 Messina cade sotto il dominio arabo e con essa, probabilmente, Montalbano.
XI-XII sec., all’epoca della conquista normanna (1061) risale l’arrivo di una colonia “lombarda”, proveniente in realtà dal Monferrato, che ha lasciato traccia nel lessico e nella fonetica del dialetto di Montalbano; verso la metà del XII secolo si ha la prima notizia ufficiale di Montalbano nel celebre Libro di Re Ruggero del geografo arabo al-Idrisi che definisce il luogo “una rocca assai aspra a salirvi e scendervi ma ricca di ogni bene”; con i normanni la rocca di Montalbano si arricchisce di torri e diventa possedimento demaniale, sotto il diretto controllo della corona, rimanendo tale anche sotto gli svevi.
XIII-XIV sec., nel 1211 l’imperatore Federico II di Svevia concede la rocca in dote alla sua prima moglie Costanza d’Aragona; ma per essersi ribellato all’imperatore, come le altre colonie lombarde della Sicilia, nel 1233 il borgo è distrutto e gli abitanti sono deportati in parte ad Augusta e in parte a Palermo ed Agrigento; tuttavia, Federico II, consapevole dell’importanza strategica di Montalbano, ricostruisce il castello inserendolo in un piano generale di consolidamento delle fortezze siciliane; con re Manfredi nel 1262 Montalbano è elevata al rango di contea e affidata a Bonifacio Anglona, zio dello stesso re; gli angioini nel 1270 continuano l’opera di consolidamento del castello, ma il periodo d’oro di Montalbano coincide con l’arrivo di Federico II d’Aragona che vi stabilisce la sua residenza, (1302-1308) fortificando il castello e circondando di nuove mura il borgo.
XVII sec., nel 1623, sotto Giacomo Bonanno, la baronia è elevata a ducato, il quale è retto dai Bonanno fino al 1805, quando Montalbano passa in mano alla Compagnia di Gesù fino all’unità d’Italia.

http://castelli.qviaggi.it/images/stories/jreviews/561_castellodimontalbanoelicona_

Da vedere

L’elemento storico architettonico più significativo di Montalbano Elicona è il Castello che domina un tessuto urbano medioevale irregolare e tortuoso, che si snoda su e giù per i vicoli adattandosi alla conformazione del promontorio roccioso. Le piccole case costruite in pietra arenaria sono colme di storia autentica. Edificato su preesistenze bizantine e arabe, il Castello è costituito in alto da un fortilizio normanno-svevo e in basso dal palatium fortificato svevo-aragonese. La parte superiore, una fortezza rettangolare, è chiusa all’estremità da due torri, una a pianta quadrata e l’altra, tipicamente sveva, a pianta pentagonale, con funzione di maschio. Al periodo svevo risale la muratura perimetrale merlata che rappresenta la configurazione difensiva “a saettiere” più importante e meglio conservata della Sicilia. Della fase angioina ci rimane la data del 1270 incisa nel rivestimento idraulico della cisterna grande.


http://2.115.212.60/montalbanoelicona/la_citt%C3%A0/galleria_fotografica/La_Torre_del_Castello_di_Federico_II.jpg?detail=278
 Al re Federico II d’Aragona si deve invece la ricostruzione dell’edificio e la sua trasformazione da fortezza in regiae aedes, residenza reale per i soggiorni estivi (1302-08). Il sovrano fece aprire diciotto grandi finestre sui muri perimetrali al di sopra delle feritoie sveve e un numero considerevole di portali e porte. Grazie alla ristrutturazione operata dal re aragonese il castello di Montalbano è una delle opere più unitarie e armoniose del medioevo siciliano. L’elemento più straordinario dell’intero castello è la cappella reale di epoca bizantina, che custodirebbe secondo alcuni studiosi le spoglie di Arnaldo da Villanova, una delle figure più importanti del suo tempo, medico, alchimista e riformatore religioso in odore di eresia, morto nel 1310 e del quale sono attestate numerose presenze a Montalbano insieme al re Federico. Dopo oltre un secolo di declino, negli anni ’80 lavori di restauro hanno restituito il Castello alla sua antica bellezza, ma con un imperdonabile errore: i merli, originariamente a coda di rondine, sono diventati rettangolari, qualificando così come guelfo un edificio che, essendo svevo aragonese, non potrebbe essere più ghibellino! Il Castello è oggi di proprietà comunale e viene utilizzato per mostre e convegni. Il luogo di culto più prossimo al castello è la Chiesa di Santa Caterina, la cui facciata mostra un bel portale in stile romanico. Eretta intorno al 1300, conserva all’interno una pregevole statua marmorea della santa poggiata su un prezioso basamento a bassorilievo, attribuita alla scuola del Gagini. La Chiesa Madre, edificata nel medioevo, fu rifondata e ampliata nel 1654, anno in cui furono aggiunte le due navate laterali e venne eretto il campanile. La chiesa custodisce una scultura di San Nicola e un delizioso ciborio, entrambi in marmo e attribuiti alla scuola del Gagini, un crocifisso ligneo quattrocentesco, un’Ultima Cena attribuita alla scuola di Guido Reni e preziosi arredi sacri. Oltre alla miriade di sculture in pietra, a Montalbano spiccano sulla via Mastropaolo i due magnifici portali barocchi di Casa Messina-Ballarino, scolpito nel ’600 da Irardi da Napoli, e di Casa Mastropaolo, opera settecentesca di un mastro scalpellino locale. Interessante anche la Fontana del Gattuso, detta ’u roggiu. Da vedere infine la Chiesa dello Spirito Santo, risalente al ’300, situata vicino a Porta Giovan Guerino, e il Santuario di Maria Santissima della Provvidenza, con la statua lignea della Madonna che, ricoperta dei gioielli donati per voto dai fedeli, viene caricata sulla vara per essere portata in processione il 24 agosto. Dal Belvedere Portello si abbracciano con lo sguardo le vette dei Nebrodi, il capo Milazzo e le isole Eolie.


Il Prodotto

Sono innanzitutto ottimi i prodotti della pastorizia: la ricotta, fresca, salata e “infornata”, i formaggi e le provole, queste ultime – autentico capolavoro dell’arte casearia - presentate anche sotto forma di figure animali (i cavalluzzi di tumma). Gli insaccati sfidano i formaggi in bontà. E così pure i dolci a base di nocciole, di lavorazione artigianale, che arricchiscono i pranzi e le cene. Unici in tutta l’isola sono i biscotti a ciminu, cioè con i semi di anice, dal gusto forte e particolare, legati alle festività pasquali. Deliziosi anche i legumi - fagioli, fave, ceci - e l’olio extravergine di oliva

Il piatto

La tradizione gastronomica di Montalbano è tutta legata all’antico mondo contadino e pastorale. Si tratta pertanto di una cucina fatta di ingredienti semplici e nello stesso tempo genuini, ricchi di sapori e profumi, come la pasta e fagioli, le fave a maccu e i maccheroni. Piatti comuni che diventano speciali grazie all’aggiunta di alcuni ingredienti come il finocchio selvatico e a scurcilla, la cotica di maiale, nella pasta e fagioli, oppure u sutta e suvra (lardo e carne) e ricotta al forno grattugiata nei maccheroni al sugo di maiale. Particolare è la lavorazione dei maccheroni, per la quale si utilizza un sottilissimo ma resistente bastoncino di giunco. Per i secondi piatti si prediligono, in genere, gli arrosti di carni ovine e caprine.


fonte web:http://www.borghitalia.it/

martedì 13 agosto 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Cefalu - Sicilia

http://www.fotografieitalia.it/foto/1823/Cefalu
 Il nome

Kephaloidion è nome greco che significa "testa" nel senso di "capo", oppure di "estremità" o "punta", nel qual caso s´intende il promontorio, la rocca.
I Romani la chiamarono Coephaledium, mentre per gli Arabi era Gafludi, città fortificata e ricca di acque.

http://www.blogsicilia.eu/blog/wp-content/uploads/2009/10/Cefalu


  La storia 

 V sec. a.C., la cinta muraria megalitica (fine V sec. a.C.) e il cosiddetto tempio di Diana, edificio megalitico sulla rocca, conservano il ricordo della storia più antica della città. Le origini mitologiche e leggendarie rivelano l´importanza del luogo, un centro indigeno divenuto florido grazie ai contatti con i popoli che gestivano i commerci in Sicilia.
• 396 a.C., Cartagine, con il generale Imilcone, si allea con Cefalù. Fonti greche del IV sec. a.C. (Diodoro Siculo) parlano già di Kephaloidion.
• 307 a.C., la città è conquistata dai Siracusani.
• 254 a.C., Cefalù cade sotto la dominazione romana. Diventa città decumana e segue le sorti di Roma fino alla caduta dell´Impero Romano d´Occidente, quando ne diventano padroni, in successione, i Vandali, i Goti e i Bizantini.
• 858 d.C., gli Arabi conquistano Cefalù, da loro chiamata Gafludi.
• 1063, i Normanni prendono possesso della città con il Gran Conte Ruggero, aiutato nella lotta contro gli Arabi da Rodulfo Rufo di Cefalù.
• 1131, è fondata per volontà del re normanno Ruggero II la cattedrale di Cefalù.
• 1267, la cattedrale viene rinnovata dopo un periodo di decadimento.
• 1839, Cefalù ha 81 bastimenti ed è la quinta più importante tra le marinerie di Sicilia, a riprova che il mare è da sempre la principale fonte di vita dei suoi abitanti.


http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/01/2d/5b/1b/cefalu-il-duomo-xii-sec.

  Da vedere

La cattedrale è l´asse su cui ancora ruota l´intera città storica, inserita in un contesto ambientale di grande fascino, tra il vasto orizzonte marino e il tozzo monte cui è addossata.
La Rocca che sovrasta la città, già nota ai Fenici come "promontorio di Ercole", è una roccia calcarea alta 270 m, dalla cui sommità si gode uno splendido panorama. In cima ha un edificio megalitico, noto come Tempio di Diana, forse legato a un culto dell´acqua, come proverebbe la vicina cisterna risalente al IX sec. a.C.
Della stessa epoca (fine V sec. a.C.) del tempio, che tanto ha affascinato i viaggiatori europei, è la cinta muraria megalitica, di cui restano solide vestigia lungo la scogliera della Giudecca (Postierla) e presso l´antica Porta Terra (oggi Piazza Garibaldi).


 
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7d/Cattedrale_di_Cefalu

Ma torniamo alla Cattedrale.
Rimane un mistero il motivo per cui Ruggero II volle edificare una chiesa così imponente, destinata a diventare anche il suo mausoleo, in questa piccola città anziché a Palermo, la capitale del suo regno. Sta di fatto che il re normanno eresse qui il suo capolavoro: tanto grande da uscire quasi dal campo visivo, severo nel blocco compatto delle due torri, ma prezioso per il caldo colore dorato delle cortine murarie e lo sfavillio dei mosaici all´interno.
La cosa straordinaria è che il tempio normanno, condizionato da prescrizioni liturgiche bizantine, fu realizzato da architetti e maestranze islamiche, presenti ancora in Sicilia nell´ambito di quel linguaggio culturale che legava l´isola alle regioni del Maghreb. Insomma, una meravigliosa sintesi di tre culture, stimolata dal fatto che il re voleva una chiesa che fosse anche fortezza e monumento funerario. Alla radice della progettazione ci fu dunque l´architettura maghrebina dei palazzi-fortezza ziriti e hammaditi, la stessa cultura che permise a Ruggero di costruire i capolavori di Palermo.
L´interno della cattedrale è dominato dal solenne ritmo del colonnato e dall´immagine incombente del Cristo Pantocratore (che qui dicono sia più bello di quello di Monreale) nel catino dell´abside, tutto a mosaici su fondo oro, con scritte in greco e latino, di pregevolissima fattura bizantina (1148).
La croce lignea che si scorge, sospesa, nell´abside centrale, è attribuita a Guglielmo da Pesaro (sec. XV). Pregevoli anche il fonte battesimale romanico e il chiostro annesso alla cattedrale, decorato da colonne binate con capitelli scolpiti.

Lasciamo questa imperiale fragranza, questo fuoco di vecchie icone, per andare alla scoperta delle altre bellezze della Cefalù medievale.
Come il Palazzo Maria in Piazza Duomo e l´Osterio Magno in Corso Ruggero. Quest´ultimo edificio, risalente al XIII sec., fu probabilmente costruito su una struttura preesistente, identificata, secondo una falsa tradizione, con la residenza di re Ruggero. Di proprietà dei conti Ventimiglia, conserva due belle bifore duecentesche e una trifora trecentesca ed è oggi adibito a spazio espositivo.
Da non perdere, inoltre, il Lavatoio medievale, cui si accede attraverso un´elegante scalinata di pietra lavica. Interamente scavato nella roccia e usato fino a non molto tempo fa, è la foce del fiume Cefalino - citato già da Boccaccio - che nasce dalle montagne a 1000 m d´altitudine e giunge a Cefalù attraverso un percorso sotterraneo di 12 km.

Il barocco, altra epoca d´oro per la Sicilia, è rappresentato a Cefalù dai prospetti del Monte della Pietà (1716) e della bella Chiesa del Purgatorio (1668) ma anche da portali, mensole e altri dettagli architettonici che vivacizzano angoli, vie e piccole piazze del centro storico, il cui impianto rimane comunque medievale. Nella Chiesa del Purgatorio degna di nota è la cripta rettangolare con cadaveri completamente essiccati.
Interessanti sono anche il Seminario vescovile (1638) che si affaccia su Piazza Duomo e il manieristico portale bugnato del cinquecentesco Palazzo Piraino.

Non si può lasciare Cefalù senza una visita al Museo Mandralisca, anche solo per vedere - tra le tante collezioni - lo straordinario Ritratto d´ignoto (1465-70) di Antonello da Messina.

Esauriti i capolavori, è bello infine passeggiare senza meta tra i vicoli, tra i tanti angoli medievali caratterizzati da piccoli archi che collegano un edificio all´altro.
Attraverso Porta Pescara, concluso il giro, si arriva alla marina. Il vecchio porto, soprattutto la sera, è una di quelle visioni da cui non si vorrebbe più staccare gli occhi.

http://www.agendaonline.it/photo/italia/sicilia/Cefalu
 Il prodotto

La collina colma di ulivi a strapiombo sull´acqua, contrade fertili ricche di vigneti e frutteti, e un promontorio che guarda spiagge, faraglioni e piccoli golfi lungo una costa segnata da pini secolari.
E´ all´interno di uno scenario così incantevole che va cercato il "prodotto" di Cefalù. L´attenzione va posta anche sulla cerimonia quotidiana della pesca in mare aperto.
Le tipologie di pesca più diffuse sono quella "a sciabica" (per il novellame di sarde) e "a tre maglie" (per il pesce azzurro).


 Il piatto

Cefalù ha il profumo del mare, e dal mare trae origine gran parte dei piatti tipici.
Ma la regina della cucina cefaludese è a base di carne: la pasta ´a taianu (pasta al tegame) è una golosa e poetica miscellanea di sapori e profumi, e piatto forte della Festa del SS. Salvatore.
La pasta è condita con ragù, carne e melanzane fritte.



http://appuntiinagrodolce.blogspot.it/2013/03/pasta-taianu.
 fonte web: http://www.borghitalia.it/

lunedì 20 maggio 2013

#Italy e i suoi #Borghi - Chianale - Piemonte

imm. http://www.discoveryalps.it/images/foto/valli_occitane/panoramica3C.jpg/_full.jpg
Il nome

Chianale nel Comune di Pontechianale (Provincia di Cuneo)

A 1800 metri d’altitudine, al confine con la Francia, in fondo alla Val Varaita di cultura occitana, si trova questo villaggio dal cuore d’ardesia, con i suoi tetti di lose, le sue pietre, i suoi legni, le vecchie travi. Les montagnards sont là. La posizione è magnifica, al riparo delle valanghe. A Chianale si respira tutto il profumo delle Alpi, quando l’aria di neve spazza via i pensieri sotto un cielo color dell’acciaio; quando il silenzio scende sulle case intorpidite che sembrano stringersi tra loro come a tenersi caldo. I larici riposano come carezze nella neve e l’allegria scaccia la solitudine vicino al fuoco amico del camino. La cultura provenzale, orgogliosamente esibita dai pochi abitanti rimasti, riporta al tempo dei trovatori, che forse nella bella stagione componevano versi e musica nell’Alevé, il bosco di pini cembri più grande d’Europa, sulle pendici del Monviso. Attraversato dallo Chemin Royal che portava in Francia, il villaggio fu solo sfiorato dalle guerre di religione, dato che il tempio calvinista e la chiesa cristiana stavano senza problemi l’uno di fronte all’altra.


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 La storia
 X sec. , alla fine del primo millennio l´Alta Valle Varaita (abitata sin dalla preistoria)subisce le incursioni e le razzie dei Saraceni, la cui cacciata è rimasta nella tradizione popolare con le feste della "Baìo" di Sampeyre e la "Beò" di Bellino.
1125, la Val Varaita è assegnata ai marchesi di Saluzzo.
1210, la Contessa Alasia cede tutta la zonaal Delfinato Francese.
1363-1713, la "Castellata" ossia l´Alta Varaita con i paesi di Chianale, Pontechianale, Casteldelfino e Bellino, per quasi quattro secoli è territorio del Delfino di Francia e gode di un´atonomia unica per quei tempi: la Rèpublique des Escartouns. Con il Trattato di Utrecht la zona è ceduta ai Savoia e il confine tra i due Stati è posto in cima al collo dell´Agnello, a 2748 m. di quota.
1891, il villaggio de La Cianal conta ben 449 abitanti, a fronte delle poche decine di oggi.
La comunità detiene il triste primato dello spopolamento in tutta la Val Varaita.


imm. http://rete.comuni-italiani.it
 Da vedere
L'Alta Val Varaita si chiude a Pontechianale (1610) con il suo lago circondato da boschi e pinete. Poi si sale ancora e si arriva al villaggio in pietra di Chianale, quasi 1800 m. , la cui struttura è centrata sull´asse dell´antico Chemin Royal, la strada del sale che portava in Francia. Proseguendo da Chianale, infatti, attraverso una spettacolare arrampicata sino a 2748 m., che l´automobile può affrontare solo d´estate, si raggiunge il colle dell´Agnello da dove si scende nella regione del Queyras.
Il borgo di Chianale è diviso dal torrente Varaita in due nuclei collegati tra loro da un ponte in pietra, vero cuore del borgo. Il ponte si trova in corrispondenza di una piccola piazzetta con fontana su cui si affaccia l´antica Chiesa Sant´Antonio.
Sorta nel XIV secolo, è stata la Parrocchiale di Chianale dal 1459 fino a tutto il Seicento. semplice e armoniosa, con il campanile a vela biforato e un portichetto d´ingresso, presenta un meraviglioso portale romanico a triplice ghiera. L´interno è ad aula con volta a botte. Gli archi trasversali sono retti da mensole scolpite con espressivi mascheroni e tètes coupèes che rimandano all´arcaico substrato celtico.
Sullo Chemin Royal, asse centrale del borgo, l´edificio al numero civico 17, Casa Martinet, è ciò che resta del Tempio Calvinista. Chianale fù, per buona parte del 600 fino alla vigilia della revoca dell´Editto di Nantes, l´unico centro della Valle in cui fosse consentita la libertà di culto. Si noti sulla facciata la bifora con le armi di Francia e Delfinato.
Al di la del Varaita si leva, invece, la più recente Parrocchiale di San Lorenzo, costruita tra Sei e Settecento, che conserva all´interno un´altare Barocco di tradizione Briansonese del 1726 appoggiato a quattro massicce colonne tortili di pino cembro e frutto di uno splendido lavoro di intaglio.
Il patrimonio architettonico delle valli Alpine è stato spesso declassato a cultura povera.







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Non è difficile, al contrario, osservare anche in Alta Val Varaita piccoli capolavori di architettura contadine sparsi qui e là, nelle borgate e nelle zone più impervie: ad esempio, case con un´articolazione di piani e un gioco di aperture estremamente originali, esatte nelle proporzioni e disposte funzionalmente in modo da fronteggiare i rigori del clima.
Da ammirare, in fine, a Chianale i bellissimi tetti in lose delle abitazioni, che visti dall´alto rendono compatto e suggestivo il borgo.

 Il prodotto
 Un tempo la valle era nota, e La Cianal in particolare per il miele e l´artigianato del legno.
Oggi si continuano a produrre ottimi formaggi d´alpeggio.

 Il piatto
 -Les ravioles: gnocchi di patate locali impastate con formaggio e condite con burro fuso;
-Polenta concia;
-Cruzetin: gnocchetti aciduli di farina di segale.

fonte web:  http://www.borghitalia.it/

lunedì 6 maggio 2013

#ltaly e i suoi #Borghi: Bosa - Sardegna

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Il nome

  Il nome fenicio era Bs’n, che significa semplicemente “il popolo di Bosa”, dunque un nome etnico collettivo, riportato in un’epigrafe del IX-VIII sec. a. C.

La Storia

IX-VIII sec. a. C. , la fondazione fenicia di Bosa è testimoniata da un’epigrafe rinvenuta nell’area in cui sarebbe poi sorta la Bosa Vetus romana, sulla riva sinistra del fiume Temo.
VIII-IX sec. d. C. , l’antico municipium romano, dopo essere stato capoluogo della “curadorìa” della Planargia, viene abbandonato a causa delle scorrerie dei predoni saraceni.
1122, il giudice di Torres concede il feudo di Bosa ai marchesi Malaspina, signori della Lunigiana, che edificano il castello dotandolo di una prima cinta muraria con quattro alte torri.
1300 ca. , la cinta muraria viene ampliata a seguito della minaccia costituita dagli Aragonesi, che contendono Bosa ai giudici d’Arborea; nel 1308 Bosa è ceduta dai Malaspina ai Catalani e nel 1328 entra a far parte dei territori degli Alborea.
1330, con la conquista catalano-aragonese Bosa è concessa in feudo al catalano Pietro Ortiz. La città poi torna agli Arborea con Mariano IV e rimane alla casata sarda finché, dopo la sconfitta dell’ultimo giudice d’Arborea nel 1409, è riconquistata dai catalano-aragonesi, dai quali viene infeudata all’ammiraglio aragonese Giovanni de Villamarì nel 1468.
1559, alla morte dell’ultima erede dei Villamarì, la baronia di Bosa torna alla Corona di Spagna con uno statuto giuridico di autonomia.
1807-21, sotto il governo sardo-piemontese, la comunità di Bosa è capoluogo di provincia.
1836, dopo la soppressione dei feudi, si sviluppa l’attività di concia delle pelli nel quartiere Sas Conzas e vengono rinnovati e abbelliti i palazzi del corso.
1877, inaugurazione dell’acquedotto.


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Il borgo medievale di Sa Costa

  Le palme del lungofiume mosse dal vento, la linea di casette basse delle Concerie, i viottoli in sasso di fiume del quartiere medievale; e oltre, il verde nelle sue sfumature, il mare azzurro e, se si è fortunati, il volo del grifone intorno al Castello dei Malaspina. Questa è Bosa: luogo dal fascino strano, incerto tra fiume e mare, dai colori indefinibili, dai sentimenti forti ma introflessi, come di chi si sente ben radicato nella propria cultura.

Nata fenicia, quando le navi dei cartaginesi solcavano il Mediterraneo, Bosa si trova sulla costa nord-occidentale della Sardegna, capoluogo della Planargia, regione a vocazione agricola. La città romana sorgeva lungo il corso del fiume, nei pressi (anzi, un po’ più a monte) dell’attuale Basilica di San Pietro extra muros, ormai in aperta campagna, edificata in forme romaniche nel 1062, con bellissima facciata del XIII secolo. Dopo l’abbandono causato dalle scorribande dei pirati saraceni, il nuovo insediamento – quello odierno - ha origine dal Castello dei Malaspina, fortezza militare costruita nel 1112, al cui interno si trova la chiesetta di Regnos Altos con interessanti affreschi di ambiente italo-provenzale del XIV secolo. Intorno al colle dominato dal castello si è sviluppato il borgo medievale, corrispondente al quartiere Sa Costa, caratterizzato da un intreccio di vicoli che seguono le curve del colle, raccordati da scalinate in trachite, e su cui si affacciano case nell’apparente disordine dell’architettura spontanea, in cui si mescolano abitazioni povere e edifici di pregio, in un amalgama urbano che è tra i più originali della Sardegna. Vi abita gente paziente, dedita ad un artigianato del ricamo e della filigrana in oro, che necessita di gesti antichi: di quando le donne intrecciando fili scongiuravano ritualmente i pericoli affrontati dagli uomini in mare. Guardando frontiere e arrembaggi, questa comunità è cresciuta accumulando tesori: palazzi, chiese e opere d’arte e i profumi della Malvasia ricavata dai vigneti assolati, quasi nascosta nelle cantine nella parte bassa di Sa Costa, dove oggi si può degustare.

Il salotto buono del borgo è Sa Piatta, ossia il corso Vittorio Emanuele dove, vicino al Ponte Vecchio, si trova la Cattedrale dell’Immacolata risalente al XV secolo ma ricostruita ai primi dell’Ottocento, con decorazioni pittoriche di Emilio Scherer (che ha eseguito le decorazioni anche della Chiesa di Santa Croce). Uscendo, si incontrano la Chiesa del Rosario, sormontata da un orologio bifacciale del 1875 e con la parte inferiore della facciata in trachite rossa, e la piazzetta con la fontana in marmo, circondata dagli archi del seicentesco Palazzo Delitala e dal settecentesco Palazzo Don Carlo. Da vedere anche la Chiesa del Carmine con annesso Convento (oggi sede del Comune) edificata nel 1779 in stile barocchetto piemontese perché qui – è bene ricordarlo – dal 1720 dominavano i Savoia. Nella penombra dell’interno risplendono i preziosi marmi policromi dell’altare maggiore (1791) e della cappella della Madonna di Mondovì.

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 Dirigendosi verso il mare, sulla sponda opposta del fiume, di fronte al borgo medievale di Sa Costa, si affaccia il quartiere conciario di Sas Conzas, il complesso architettonico della Bosa ottocentesca. Oggi le Concerie sono monumento nazionale in quanto splendido esempio di archeologia industriale. Arrivati a Bosa Marina, sono da vedere la Chiesa di Stella Maris (Santa Maria del Mare), completata nel 1689 fondendo elementi gotico-catalani e forme rinascimentali, e la grande Torre Aragonese dell’Isola Rossa, che sorveglia l’ampia spiaggia ed è un esempio di architettura militare del Cinquecento.

Tante sono, alla fine della nostra passeggiata, le immagini di Bosa che ci portiamo via: il lungofiume languido al tramonto, la veduta di Sas Conzas dal ponte pedonale e quella dell’Immacolata dal Ponte Vecchio, i misteriosi affreschi di Regnos Altos, la facciata di San Pietro in trachite rossa, le cupole della Stella Maris, i volti della gente stagliati sui fondali delle case di Sa Costa, i dipinti di Melis, il colore ocra della trachite che disperde il buio delle notti aragonesi.

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Il prodotto del borgo

  Le vigne della celebre e ambrata Malvasia fanno da corona a un centro storico dove si vede ancora qualche donna anziana intenta a lavorare al telaio il filet di Bosa, ricamando al telaio antichi disegni. Altra tradizionale attività è la lavorazione della filigrana in oro.


 fonte web: http://www.borghitalia.it

sabato 27 aprile 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Stilo - Calabria


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Il nome

  Deriva dal greco Stylos, "colonna", in latino Stilum.
Così forse era anticamente chiamato il monte Consolino ai cui piedi si è sviluppato il borgo.

La Storia

• 389 a.C., la distruzione della città magno-greca di Kaulon (Caulonia) da parte del tiranno di Siracusa Dionisio I sembra legata alle origini di Stilo. Rinata e tornata potente grazie all'alleanza con Roma nel 270 a.C., Caulonia viene di nuovo distrutta dai cartaginesi di Annibale. Comincia il trasferimento degli abitanti verso un altro luogo più protetto, accentuato nel periodo delle invasioni longobarde. Si popola così l'area sulle pendici del monte Consolino, in posizione più facilmente difendibile.

• VII sec., con l'arrivo in massa dei Bizantini comincia la fortuna di Stilo, il suo periodo d'oro, testimoniato dalla costruzione della Cattolica. Nel X sec. Stilo è il centro bizantino più importante della Calabria meridionale. Memorabile la sua resistenza ai Normanni e la fedeltà agli Angioini, che ne fanno uno dei castelli più importanti della regione.

• 1599, il filosofo Tommaso Campanella organizza una sollevazione contro gli Spagnoli. A Stilo come in tutta la Calabria la popolazione è oppressa e vive di stenti, nel più completo abbandono politico e isolamento culturale.

• XVIII-XIX sec., la presenza del ferro e del rame favorisce lo sviluppo delle industrie siderurgiche; il vasto complesso borbonico della Ferdinandea diventa sede, agli inizi dell'800, delle Reali Ferriere.

• 1783, un rovinoso terremoto danneggia gran parte del borgo.


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Echi d'Oriente tra il mare Ionio e la montagna


Baluardo della Calabria bizantina, Stilo ha una storia lunga e misteriosa, iniziata al tempo delle colonie greche nell'Italia meridionale e resa ancor più affascinante dall'insediamento sul suo territorio di numerose "laure" del monachesimo orientale, la cui principale testimonianza è la Cattolica.

Si tratta di un tempietto del sec. IX che ricalca il tipo classico della chiesa bizantina su pianta quadrata e croce greca, con tre absidi rivolte a oriente e cinque cupolette.

Qui i monaci basiliani, che in Calabria avevano trovato rifugio dalle persecuzioni, perseguivano il loro ideale di povertà e distacco dal mondo. Ciò che colpisce, all'interno, è soprattutto la luce, quasi folgorante nella parte superiore e tenue nella parte bassa, così da favorire il raccoglimento.

L'ambiente, con le quattro colonne provenienti forse dalle rovine di Kaulon, emana dolcezza e serenità. Gli affreschi, scoperti dall'archeologo Paolo Orsi nel 1927, sono gli unici esempi di pittura normanna intorno al Mille in Calabria.

Confuso con le rocce e la vegetazione, il piccolo cubo della Cattolica sembra sospeso con la selvetta delle sue cupole tra cielo e terra.

Se la Cattolica di Stilo può considerarsi l'esempio perfetto di tempio bizantino in Italia, un altro ricordo lasciato dai monaci in questa Terra Santa del basilianesimo è la piccola chiesa di S. Nicola da Tolentino, in condizioni precarie, con una dolce cupola a "trullo" e la caratteristica disposizioni degli "embrici" (tegole) che la ricoprono.

Da qui lo sguardo sconfina verso gli infiniti orizzonti del mare e le colline digradanti della vallata dello Stilaro. Nella chiesa rinascimentale (1450 ca.) di S. Francesco, con facciata rifatta agli inizi del '700 e spalleggiata da una possente torre-campanile, si ammirano alcuni affreschi attribuiti al pittore stilese Francesco Cozza.

Il piccolo convento della chiesa di S. Domenico, costruita intorno al '600 dai Domenicani, ospitò il frate Tommaso Campanella nei suoi anni giovanili. Pure barocca e internamente decorata a stucchi, con una bella facciata affiancata da due campanili, è la chiesa di S. Giovanni Theresti, eretta nel 1625 e dedicata nel 1662 dai monaci basiliani al loro santo, di cui si conservano le reliquie.

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La visita alle chiese di Stilo si conclude con il Duomo, trecentesco ma variamente rimaneggiato. Fu una delle più antiche sedi vescovili della Calabria e presenta almeno tre capolavori: il maestoso portale gotico ogivale, incorniciato da tante colonnine; la scultura in pietra alla destra dello stesso portale, raffigurante due uccelli affrontati e stilizzati di fattura normanna o, secondo altri, di mano bizantina; la tela secentesca Il Paradiso del Battistello, pittore napoletano allievo di Caravaggio.








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 I resti del Castello Normanno, costruito in cima al monte Consolino da Ruggero II, sono raggiungibili a piedi attraverso un sentiero panoramico che parte dalla Cattolica. Da vedere infine le sculture arabo-moresche della Fontana dei delfini.

Il prodotto del borgo

Le saporite olive "cumbité", i profumatissimi pomodori secchi, il piccante e candido pecorino, gli insaccati di maiale ("soppressate" o "capicolli").

Il piatto del borgo

La pasta fatta in casa, filata con il "ferro" secondo l'uso antico e condita con sughi dai sapori forti, ad es. con ragù alla carne di capra o con una salsa di melanzane ripiene.

 finte web: http://www.borghitalia.it/html/borgo_it

giovedì 11 aprile 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Sperlonga - Lazio

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Il nome


Deriva dalle grotte naturali (speluncae) che si aprono sul mare, la più famosa delle quali è la spelonca di Tiberio.

 

La Storia

Età romana, Plinio ricorda il "luogo della spelonca"; "si aprono qui - aggiunge Strabone - caverne grandissime e contenenti grandi e ricche abitazioni". Le incavature naturali che avevano attratto la nobiltà romana e da queste trasformate in lussuose ville (come quella di Tiberio), saranno abbandonate verso il X sec., quando le scorrerie dei pirati costringeranno la popolazione a mettersi al riparo sullo sperone di S. Magno.

X sec. d.C., la continuità del nome è documentata in un codice in cui si parla del castrum Speloncae. Il castello era circondato da mura ed aveva, come molti luoghi costieri, una chiesetta dedicata a S. Pietro, che era pescatore. A partire dal IX sec. e per tutto il Medioevo Sperlonga è un villaggio di pescatori che vive sotto il costante terrore delle aggressioni saracene.

1135, è menzionata nel Codex Caietanus la chiesa Sanctae Mariae de Spelonche.

1379, si rifugia a Sperlonga l'antipapa Clemente VII, in fuga da Agnani dopo la disfatta delle sue milizie.

1534, il pirata saraceno Khair al-Din Barbarossa conquista e devasta il borgo.

1622, Sperlonga cade di nuovo in mano ai Turchi.

 


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Intonaci bianchi di calce per abbagliare i corsari

  Sperlonga è un borgo marinaro a metà strada tra Napoli e Roma, arroccato in cima a uno sperone roccioso, con gli intonaci bianchi di calce, con archi, scalette e viuzze che si aprono e si nascondono, s'inerpicano e ridiscendono fino a scivolare al mare.

La sua struttura urbanistica è tipicamente medievale: partendo da un primo nucleo centrale, le case si sono avvolte intorno al promontorio divenendo tutt'uno con la roccia, e abbracciate le une alle altre in funzione difensiva.

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Il borgo è sorto così, sullo sperone di S. Magno, nella più pura e spontanea architettura mediterranea, con vicoli stretti e lunghe scalinate per rendere più disagevoli le incursioni dei predoni del mare.

Nell'XI sec. Sperlonga era un castello chiuso da una cinta muraria, nella quale si aprivano due porte che oggi sono le testimonianze superstiti dell'epoca medievale: la Portella (o Porta Carrese) e Porta Marina, la principale via d'accesso al paese, entrambe con lo stemma dell'aquila della famiglia Caetani.

 

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Le torri di avvistamento rimaste sono tre: Torre Truglia, edificata su uno scoglio all'estrema punta del promontorio di Sperlonga nel 1532, sulle fondamenta di un'analoga costruzione romana, ricostruita nel 1611, di nuovo distrutta nel 1623 e rifiorita nel secolo successivo; Torre Capovento, contemporanea della precedente, su uno sperone del monte Bazzano; Torre del Nibbio, che era inclusa nel castello baronale e risale al 1500.

Dopo la devastazione del 1534 dovette passare quasi un secolo perché la vita tornasse a Sperlonga, che fu ricostruita nell'attuale forma a testuggine ed arricchita di chiese e palazzi signorili.

Tra le emergenze architettoniche, sono da ricordare l'antichissima chiesa di S. Maria di Spelonca, costruita nei primi anni del XII sec. con campanile e pianta latina con matronei, la chiesa di S. Rocco, edificata nel XV sec., Palazzo Sabella, il più antico e importante del borgo, temporanea residenza nel 1379 dell'antipapa Clemente VII e con facciata rifatta nel '500.


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 L'antro di Tiberio, infine, è una grotta ricavata in una villa romana che si dice appartenesse all'imperatore. La residenza si sviluppava per oltre 300 m. di lunghezza lungo la spiaggia di levante e comprendeva, in epoca augustea, un impianto termale e una piscina circolare collegata a vasche destinate all'itticoltura.

Internamente l'antro era decorato con marmi e mosaici in tessere di vetro e arredato con i gruppi marmorei ispirati alle imprese di Ulisse conservati al Museo Archeologico.

 

Il prodotto del borgo

L'orticoltura dà sedano bianco a coste, pomodoro rosso a grappolo, ciliegino e San Marzano, rucola e basilico.

 

Il piatto del borgo

La gastronomia si innesta sulla tradizione di piatti che si rifanno a una cucina povera come le zuppe: di sarde, di pesce alla sperlongana, di fagioli, marinata.

Apprezzabili anche i bambolotti con ragù di seppie e la cucina marinara in genere.

 

fonte web: http://www.borghitalia.it/html/borghi_centro_it.php

domenica 7 aprile 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Borgio Verezzi - Liguria

http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=132&codice=elenco&page=1

Il nome

  Borgio deriva dal latino burgus, centro abitato, mentre Verezzi si fa risalire a Veletiis, ablativo plurale di probabile origine preromana, il cui etimo si perde nella notte dei tempi. Nelle più antiche cronache il borgo è indicato come Veretium o Viretum”. 
 
 
http://www.panoramio.com/photo/20591139?tag=Borgio%20Verezzi
La Storia 

800 ca., ai monaci benedettini che s’insediano nel nuovo centro conventuale vicino a Borgio (Burgum Albingaunum) è affidata la chiesa di San Pietro; ad essi si attribuisce la straordinaria strutturazione del territorio collinare a terrazzamenti sostenuti da muri di pietre a spacco senza legante; negli stessi anni Borgio e Verezzi (Viretum) soffrono le invasioni saracene.
1385, dopo esser stati possedimenti dei Vescovi di Albenga e dei marchesi Del Carretto di Finale, i due centri sono ceduti alla Repubblica di Genova dal Papa Urbano VI. Pietra Ligure in quell’anno diventa una podesteria e Verezzi è citata come “villa” del borgo di Pietra: quella di villa è una definizione amministrativa che distingue i villaggi di carattere rurale da quelli mercantili come i “borghi”, che quasi sempre sono fortificati.
1805, durante l’occupazione napoleonica il territorio viene diviso in Dipartimenti, e Verezzi entra a far parte di quello di Montenotte con capoluogo Savona comandato dal prefetto Chabrol.
1815, la Liguria è incorporata al Piemonte nel Regno di Sardegna; fino a quasi la metà del secolo Verezzi versa in una grave situazione economica con un tenore di vita inferiore a quello di fine Settecento; la principale fonte di sostentamento è l’attività delle cave, che richiede attrezzi costruiti da scalpellini, fabbri, falegnami, seguita dal lavoro nei frantoi; molti verezzini nella seconda metà del secolo emigrano in America.
1885, Verezzi esce dall’isolamento grazie alla realizzazione della prima carrozzabile Borgio – Verezzi, che permette di raggiungere le borgate Roccaro e Piazza con i carri, e quindi, sul finire del secolo, con le prime automobili.
1933, Borgio e Verezzi sono uniti, su ordine del governo centrale, in un unico Comune con il nome di Borgio Verezzi; nel corso della seconda guerra mondiale, Verezzi viene bombardata gravemente l’11 agosto 1944.
Anni ’60, mentre Borgio e la collina vengono aggrediti dall’edilizia e dal cemento, Verezzi rimane sostanzialmente indenne; solo nel 1967, con decreto ministeriale l’intero territorio comunale di Borgio Verezzi è dichiarato “di notevole interesse pubblico” e posto sotto la tutela della Sovrintendenza ai beni culturali; nello stesso anno nasce il Festival Teatrale di Borgio Verezzi che si svolge ogni anno nei mesi di luglio e agosto, ormai annoverato tra i più importanti festival di prosa a livello nazionale.
Anni ‘70, l’abbandono delle coltivazioni di buona parte dell’area prossima a Verezzi (vite, albicocco, ulivo) porta i giovani a trasferirsi a valle e il paese a spopolarsi; negli ultimi anni c’è un’inversione di tendenza: grazie alla valorizzazione turistica del territorio e allo sviluppo delle attività commerciali, le abitazioni verezzine tornano ad essere abitate e restaurate, e sono anzi molto ambite da residenti e turisti. 
 
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 Nel borgo saraceno il più bel palcoscenico d’Italia
 
Arroccato sulla collina dell’Orera, il borgo “saraceno” si presenta come un armonioso insieme di quattro diverse borgate (Poggio, Piazza, Roccaro, Crosa), caratterizzate da costruzioni in pietra rosa incastonate in un panorama di roccia e di mare, e collegate da stretti carruggi, mulattiere e stradine - le crêuze - un tempo destinate ai muli e ai carri. Le case addossate l’una all’altra in un armonico disordine di volumi e di masse, sembrano una sola abitazione variamente articolata, che sorge dalla roccia come sua naturale prosecuzione. Questa architettura mediterranea è di chiara influenza arabo-islamica, anche se forse rimane una leggenda la fondazione di Verezzi da parte di pirati saraceni che, innamoratisi di questi luoghi, avrebbero abbandonato le loro scorrerie per ritirarsi a vivere sulla terraferma.

 
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Le quattro borgate si distinguono soprattutto per i loro tetti, a terrazza o a volta poco marcata. La struttura urbanistica è certamente medievale e nella pietra rimane ancora oggi il segno di una fatica vecchia di secoli, che si ritrova nei terrazzamenti - le “fasce” - per sfruttare la terra con colture a uliveto, a vigna e orti. Di pietra sono i muri delle case, i gradini davanti agli ingressi, i pittoreschi archi di collegamento tra abitazioni prospicienti, gli archivolti e i porticati ricavati a galleria sotto le case. Di pietra sono i pluviali dei tetti e le caratteristiche lunette che sorreggono i pergolati, di pietra sono le scale consunte da secoli di transito, di pietra, infine, la pavimentazione delle mulattiere. E’ qui – sulle crêuza de mä (sentieri di mare) cantate da Fabrizio De Andrè – che si svela l’anima più vera della Liguria sopravvissuta alle speculazioni edilizie. E’ bello oggi passeggiare tra le borgate di Verezzi percorrendo le varie crêuze di collegamento. A Roccaro c’è da vedere la cappella settecentesca della Madonna Immacolata con altare e decorazioni di tipo barocco, unico edificio verezzino ad avere la copertura in ardesia. L’abitato di Poggio si sviluppa intorno alla torre secondo due linee ortogonali fra loro, e quello di Crosa è il più antico e il più interessante: sembra scolpito direttamente nella pietra e vi troviamo un sistema di grotte scavate nella collina e già abitate nel Paleolitico, nonché gli edifici religiosi di maggior rilievo. Sopra la borgata, nei pressi del Mulino Fenicio, su di uno sperone di roccia visibile da ogni parte di Verezzi si erge la Croce dei Santi alta 3,50 metri, in pietra di Verezzi. Collocata nel 1664 da alcuni frati Cappuccini di ritorno dalla Terra Santa, è oggi meta di pellegrinaggi religiosi legati alle apparizioni mariane.

Ma è la borgata Piazza la più nota. Perché qui, in questa meravigliosa finestra sul mare che è Piazza Sant’Agostino, con la sua chiesetta del XVII secolo (restaurata dopo le ferite della guerra), è nato il Festival Teatrale di Borgio Verezzi. Ancora oggi, dal lontano 1967, nelle notti d’estate la piazzetta rappresenta lo splendido scenario naturale in cui si muovono gli attori, sotto il cielo stellato ritagliato dai tetti delle antiche costruzioni e, come quarta parete, alle spalle degli spettatori, il blu scuro del mare con le sue mille luci. 
 
 
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  Il prodotto del borgo
  Oltre al cappero, la cui coltura è in progressivo sviluppo, gli agricoltori verezzini coltivano la vite, producendo vini locali quali la Lumassina, il Nostralino Veretium e il più raro Barbarossa. Gli uliveti, anche se ridotti rispetto al passato, producono del buon olio extra-vergine.

Il piatto del borgo

Il piatto locale per eccellenza sono le lumache alla verezzina, ossia in umido, preparate con una lunga procedura che garantisce il massimo sapore. Alla lumaca è dedicata ogni anno la tradizionale sagra del 13 e 14 agosto.
  

fonte web: http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=132&codice=elenco&page=1

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