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domenica 7 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 7 giugno 1654 Luigi XIV viene ufficialmente incoronato, all'età di 15 anni, re di Francia. In verità aveva già il titolo di Re dall'età di 5 anni, sebbene governasse di fatto la madre Anna D'Austria. E non presiedette al governo del suo paese nemmeno dopo l'incoronazione, bensì solo 7 anni più tardi, alla morte del capo ministro, il cardinale Mazarino.
La sua nascita (Château-Neuf di Saint-Germain-en-Laye) apparve miracolosa, avvenendo dopo 23 anni di matrimonio sterile tra i suoi genitori, Luigi XIII e Anna d'Austria. Di questa regale devozione è traccia nel nome Louis Dieudonné, giacchè nella sua nascita si vide una grazia del cielo dovuta al voto di consacrazione della Francia alla Vergine Maria fatto da Luigi XIII e celebrata nell'agosto 1638. E non rimase figlio unico, Louis Dieudonné, giacchè due anni più tardi avvenne la nascita di Filippo, duca d'Angiò e poi duca di Orléans, detto Monsieur.
Luigi, che è noto anche come il Re Sole (in Francese: Le Roi Soleil) e come "Luigi il Grande" (Louis le Grand), governò sulla Francia per oltre settant'anni, più di qualsiasi altro monarca francese e di tutti i principali monarchi europei.
Sposò l'infanta di Spagna Maria Teresa d'Austria (1638-1683), figlia di Filippo IV Asburgo e di Elisabetta di Francia (Elisabetta di Borbone, figlia di Enrico IV). Ne ebbe 5 figli, che morirono tutti prima di lui.
Luigi XIV ebbe molte amanti, alcune delle quali esercitarono un grande ascendente sugli intrighi politici, ma anche sulla cultura del loro tempo, tra cui Madame de Montespan e Madame de Maintenon (che sposò in segreto dopo la morte della regina, nel 1684). A Versailles fece allestire scale segrete per raggiungere più facilmente le sue amiche. Queste relazioni irritavano fortemente il partito dei devoti e moralisti di corte, tra cui il precettore del Gran Delfino, Bossuet e, comprensibilmente, Madame de Maintenon.
I problemi legati alla successione e il cattivo stato di salute intristirono gli anni finali del regno del Re Sole.
Dopo il Gran Delfino morirono di vaiolo anche suo figlio, Luigi duca di Borgogna, e il primo figlio ed erede di questi. Rimaneva, unico principe del sangue erede legittimo di Luigi XIV, il figlio minore del duca di Borgogna, Luigi duca d'Angiò.
Degli altri due figli del Gran Delfino uno, re di Spagna con il nome di Filippo V, dovette rinunciare alla successione al trono di Francia in forza del trattato di Utrecht; l'altro morì anch'egli prima di Luigi XIV.
Il re decise allora di estendere il diritto di successione a due dei sette figli avuti dalla Montespan, Luigi Augusto di Borbone duca del Maine (1670-1736), e Luigi Alessandro di Borbone conte di Tolosa (1678-1737).
Luigi XIV morì il 1 settembre 1715 di cancrena, dopo 72 anni e 100 giorni di regno. Gli successe il pronipote Luigi duca d'Angiò, con il nome di Luigi XV e sotto la reggenza, fino alla maggiore età (nel 1723, a 13 anni), del duca Filippo di Orléans, nipote e genero del defunto Re Sole.
Durante il suo regno la Francia fu la dominatrice e il modello culturale dell'intera Europa (si pensi solo al "modello Versailles" di regge e ville di tutta Europa, dalla Svezia alla Reggia di Caserta, fino alla Meknès rifondata da Moulay Ismail e alla tarda imitazione di Herrenchiemsee, voluta da Ludwig II di Baviera), e il francese s'impose come lingua dell'aristocrazia e della diplomazia fino a tutto il XVIII secolo.
Si deve al Re Sole la trasformazione della monarchia francese in monarchia assoluta, ma in funzione di una precisa strategia volta a ridurre il potere della nobiltà, sempre pronta ad interferire con i suoi intrighi nelle scelte politiche della corona.
La frase che gli viene spesso attribuita, "L'état, c'est moi!" ("Lo Stato sono io!"), è molto probabilmente apocrifa, giacché il suo regno fu contrassegnato da grandi progressi nel diritto pubblico, proprio nella distinzione tra la persona fisica del re e lo Stato, mentre più veritiera appare l'altra frase celebre attribuitagli sul letto di morte: «Je m'en vais, mais l'État demeurera toujours.» (Io me ne vado, ma lo Stato resterà sempre).
Luigi si impegnò, piuttosto, a indebolire la nobiltà di spada costringendone i membri a servire (assai dispendiosamente) alla sua corte e a trasferire al contempo l'esercizio effettivo del potere da una parte ad una amministrazione assai centralizzata, e dall'altra alla nobiltà di censo, che essendo un suo prodotto sarebbe stata certamente fedele e non competitiva nei riguardi della monarchia.
Allo stesso modo procedette nei riguardi della Chiesa di Roma, che considerava (non a torto) promotrice e sostenitrice di non minori intrighi: la chiesa cattolica francese fu fortemente sostenuta, ma nella sua versione gallicana, facendo approvare nel 1682 dall'assemblea dei vescovi francesi, i quattro principi secondo cui Il Papa non aveva autorità sul potere temporale e il Re non era soggetto alla Chiesa in materia di cose civili; il Concilio Generale aveva autorità sul Papa; le antiche libertà della Chiesa francese erano inviolabili; il giudizio del Papa non era inconfutabile.
Nel 1685 poi, appena morto Colbert che li proteggeva, Luigi pensò bene di liberarsi dei protestanti revocando l'Editto di Nantes (revoca motivata con il pretesto che in Francia non esistevano più protestanti!), il che però provocò un esodo di categorie fortemente produttive verso l'Olanda e l'Inghilterra, che ebbe risultati disastrosi sull'economia francese sia direttamente, sia sul piano della concorrenza internazionale.
Questa scelta strategica di fortissimo accentramento trovò la propria manifestazione architettonica nella costruzione della nuova reggia a Versailles (che aveva l'ulteriore vantaggio di liberare la corte dall'assedio, sempre un po' allarmante, della sovraffollata, turbolenta e pochissimo igienica Parigi dell'epoca), e l'architetto istituzionale in Jean-Baptiste Colbert, creatore del sistema amministrativo che fece della Francia assolutista il primo paese moderno d'Europa.
Un esempio assai significativo di questo mix tra assolutismo politico ed intelligenza amministrativa fu il "Code noir", raccolta delle ordinanze relative agli schiavi neri d'America in seguito all'acquisto della Martinica nel 1674 e pubblicato dopo la morte di Colbert, nel 1685, che fece da modello fino all'800 ad altri analoghi regolamenti coloniali.
Sicuramente severo e pregiudizialmente intento a cristianizzare gli schiavi vietando loro qualsiasi altro culto, il Codice tendeva tuttavia a metterli al riparo dagli eccessi dei loro proprietari, riconosceva il loro diritto a possedere beni, seppur con dei limiti, a subire pene corporali non superiori o diverse da quelle che venivano inflitte ai francesi liberi. In particolare, le schiave messe incinte dai loro padroni avevano diritto ad essere liberate e ad essere legalmente sposate.
Abbastanza disinteressato alle conquiste coloniali, Luigi condusse invece varie guerre a carattere dinastico: la Guerra di Devoluzione, la Guerra Olandese, la Guerra della Grande Alleanza e la Guerra di successione spagnola. Alla fine, sul trono di Spagna era salito suo nipote Filippo V, ma il trattato di Utrecht segnava l'ascesa sulla scena europea di due nuove potenze, l'Inghilterra e l'Austria.
Luigi XIV fu il vero inventore della categoria della grandeur francese e perciò rimane assai amato dai francesi.
D'altra parte, la grandeur ha alti costi, di guerre e di pace. Questi costi portarono lo stato alla bancarotta, e all'applicazione di pesanti imposte sul mondo contadino e sulla provincia. Secondo lo storico Alexis de Tocqueville, la trasformazione dei nobili in cortigiani, insieme alla crescita di una borghesia che poteva sì pensare ed esprimersi, ma non aveva accesso al potere politico, furono alla radice dell'instabilità politica, sociale ed economica che sfociarono nella Rivoluzione francese.
sabato 16 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 16 maggio 1920 Papa Benedetto XV canonizza Giovanna d'Arco, che da allora diviene la santa più amata in terra di Francia.
Giovanna d'Arco era la figlia minore in una famiglia di contadini in un villaggio della Lorenadi, Domrémy e nacque il 6 Gennaio 1412.
In quegli anni la Francia si trovava nel pieno della Guerra dei Cent'anni, divisa in due, il nord con Parigi occupato dagli Inglesi e dai Borgognoni ed a sud sotto il controllo del re Carlo VI e dai suoi sostenitori, gli Armagnacchi.
Nel 1422 muoiono entrambe i contendenti: Enrico V di Inghilterra e Carlo VI di Francia.
Gli inglesi approfittano della guerra civile fra i Borgognoni ed Almagnacchi per proclamare Enrico VI, allora ancora bambino, re di Inghilterra e di Francia.
Il figlio di Carlo VI, il legittimo erede al trono francese, Carlo VII, si rifiuta di abdicare, ma non può farsi incoronare re, secondo il rito ufficiale, perché per tradizione il rito si deve tenere nella Cattedrale di Reims, allora sotto il dominio inglese.
Giovanna d'Arco, come i suoi conterranei del tempo, viene cresciuta con un'educazione severamente religiosa ed a tredici anni rivela una certa propensione mistica.
Giovanna prega e si confessa più volte al giorno e confida ai familiari di udire spesso voci di santi: l'Arcangelo Michele , Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia, che la esortano a pratiche religiose.
Nel 1428, mentre la guerra si trascina con le sue atrocità, Giovanna d'Arco confida che le "voci" le ordinano di salvare la Francia, liberando prima di tutto Orlèans, che in quel momento si trova sotto assedio inglese, ed aiutare il Delfino Carlo VII, a conquistare il trono.
Subito viene presa per matta, ma pur essendo una ragazzina di sedici anni che non sa andare a cavallo e non conosce niente di strategie di guerra, non sa leggere e scrivere, sorprende i notabili francesi con la predizione, azzeccata, di una sconfitta delle truppe francesi e riesce a ottenere udienza dal Delfino.
Giovanna d'Arco, che rivela una capacità dialettica sorprendente, chiede al Delfino di Francia il comando dell'esercito per liberare Orlèans.
Con le sue parole ispirate, Giovanna, dopo aver convinto il Delfino, rincuora anche le truppe francesi, sfiduciate e stanche, convincendole che la vittoria è possibile, che Orlèans li sta aspettando.
L'8 maggio del 1429 indossa abiti maschili, impugna le armi e combatte nelle trincee al fianco dei suoi uomini, conducendo l'esercito a liberare Orlèans, da qui il titolo "Pulzella d'Orlèans".
Forte di questa vittoria l'esercito francese ritrova vigore e voglia di combattere, con estrema fiducia nella loro Pulzella, incalza gli inglesi e, di vittoria in vittoria, libera buona parte del paese.
Giovanna d'Arco, che sul campo di battaglia indossa un'armatura bianca e porta un proprio bianco vessillo, il 17 Luglio 1429 accompagna il Delfino a Rouen, nella cui cattedrale viene incoronato come Carlo VII Re di Francia.
A questo punto, ormai leggendaria per l'esercito e per il popolo, Giovanna diventa ingombrante per i nobili e per il Re stesso; molte città che si erano sottomesse agli Inglesi ed ai Borgognoni, spontaneamente giurarono fedeltà al legittimo Re Francese che si ritiene soddisfatto e che non vorrebbe continuare nella guerra.
Parte delle truppe francesi all'Ordine di vari Generali stanno cercando di riconquistare Parigi, operazione che dura parecchi mesi e dà vita a molte battaglie .
Durante una di queste battaglie, nel settembre del 1429, la Pulzella d'Orlèans viene ferita ed il suo esercito sconfitto. Portata in salvo dai suoi uomini le viene tolto il comando dell'esercito.
Ma Giovanna non rinuncia a partecipare alla guerra, raccoglie intorno a sé un piccolo manipolo di uomini mal armati e, contro il parere dei Generali del Re e della Corte, ritorna sul campo di battaglia a Compiègne dove, nel marzo del 1430, ha luogo uno scontro durante la quale viene fatta prigioniera dai Borgognoni, un gruppo di mercenari francesi che sostengono gli inglesi;
I Borgognoni vendono Giovanna D'Arco agli inglesi che decidono di sottoporla ad un processo per eresia.
Carlo VII pienamente soddisfatto della corona e dei risultati conseguiti, non vuole più continuare la guerra e non muove un dito per liberarla, approfittando della situazione per eliminare una persona che è diventata sempre più scomoda perché determinata a combattere fino a quando le "voci" non le ordineranno di fermarsi.
Sottoposta a processo come strega davanti a un tribunale presieduto da Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais e da quaranta tra inglesi e francesi anglofili, Giovanna si trova sola, senza difensori.
Dopo quattordici mesi di umilianti interrogatori la pulzella d'Orleans è accusata di eresia, per aver creduto di poter comunicare direttamente con Dio, senza la mediazione della Chiesa Cattolica e di atti illeciti, per aver indossato abiti maschili.
Poco prima della conclusione del processo, i giudici propongono a Giovanna d'Arco di rinunciare a quella che considera la sua missione e di giurare di non indossare mai più armi o abiti maschili, pena la morte sul rogo. Giovanna accetta e viene condannata alla prigione a vita.
All'ultimo momento, però, la pulzella si rifiuta, lei francese, di sottomettersi al giudizio di una corte inglese, la quale immediatamente la giudica un'eretica impenitente.
Condannata a morte, viene bruciata sul rogo nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen il 30 maggio del 1431: aveva solo diciannove anni.
Nel 1437 si concluse la conquista di Parigi e negli anni seguenti gli inglesi persero via via il loro potere sulla Francia.
Nel 1453 la Guerra dei Cent'anni era praticamente finita e nel 1456 la Chiesa Cattolica volle riesaminare gli atti del processo contro Giovanna D'Arco riconoscendo la sua innocenza.
La personalità poliedrica di Giovanna d’Arco ha dato luogo, nei secoli, alle più diverse interpretazioni del personaggio, spesso contrastanti, alcune fondate su elementi storici, altre su dicerie e leggende che circolavano in Francia e in Inghilterra già durante la sua vita. Il culmine dell’emozione popolare fu raggiunto dapprima nella vittoriosa, rapida ed imprevista liberazione di Orléans dall’assedio, poi dalla morte sul rogo a Rouen. Nel tempo intercorso tra la morte della Pulzella e la sua riabilitazione, nel 1456, molti la considerarono come una persona fuori dell’ordinario o, comunque, ammantata di mistero. Fra questi è da annoverare lo stesso Carlo VII, se realmente le due "imprese segrete", iniziate nell’aprile del 1430, di cui incaricò il cugino, il Bastardo d’Orléans, riguardavano il salvataggio di Giovanna. Il carisma della ragazza, tuttavia, fu avvertito inizialmente dalla stessa folla che presenziò all’esecuzione.
Nel XVI secolo la memoria storica iniziò a lasciare sempre più spazio per una caratterizzazione semplicistica di Giovanna, aderente allo stereotipo dell’eroina prode, valorosa, salvatrice della patria. Sempre più un simbolo, sempre meno una persona. Si perdevano le sfaccettature del suo carattere così come tramandatoci dai processi, quello di condanna quanto quello di riabilitazione, Giovanna essendo di volta in volta collerica (così come durante il primo incontro col Bastardo d’Orléans, sulle rive della Loira), pressante (quando insiste senza tregua, a Loches, perché il Delfino si diriga immediatamente a Reims), esperta in arte militare (quando organizza l’assedio alla città di Troyes), coraggiosa (quando continua a combattere, a Orléans, nonostante una freccia le si sia conficcata profondamente nelle carni), stanca e malinconica (quando a Crépy-en-Valois esprime il desiderio di ritornare dai suoi genitori ed abbandonare le armi), umile (quando abbraccia il Delfino alle ginocchia), allegra e pronta al riso (quando scherza con i soldati), ironica (quando a Poitiers, al frate che, con forte accento limosino, le domanda quale lingua parlino le voci che dice di sentire, risponde: «Migliore della vostra!»), sarcastica (quando, ai giudici che, a Rouen, le domandano se l’Arcangelo Michele le appaia nudo, replica: «Credete che Nostro Signore non abbia di che vestirlo?»). In questo modo, entrando a far parte dell’iconografia, Giovanna divenne una figura allegorica, priva di spessore, invocata ora come protettrice dell’unità nazionale, ora come bandiera dei Cattolici in lotta con la Riforma protestante. D'oltremanica giungevano invece, alimentate dal ricordo e dal rancore della guerra, immagini denigratorie di Giovanna, spesso sgualdrina e, a volte, strega, anche queste stereotipate quanto quelle che la elogiavano. Alla fine del XVI secolo William Shakespeare avrebbe raffigurato con questi tratti la Pulzella.
Sotto Napoleone Bonaparte Giovanna divenne il simbolo non solo del patriottismo ma anche del nazionalismo francese; una combattente non per la libertà né per una giusta causa ma, semplicemente, per la Francia, sempre e comunque. Durante il Romanticismo, Giovanna ritornò in auge insieme al Medio Evo; patriota o fanciulla ispirata, tutti vollero appropriarsi della sua figura, repubblicani e monarchici, laici ed ecclesiastici. Alla metà del secolo, Jules Quicherat pubblicò in cinque volumi i testi dei processi e una mole notevole di materiale che, lentamente, restituirono spessore storico alla sua figura.
Al principio del XX secolo, durante il processo di beatificazione di Giovanna, iniziato nel 1897 e conclusosi il 18 aprile 1909, la fama di Giovanna si era nuovamente diffusa fra tutti gli strati della popolazione, sia per l'iniziativa della Chiesa, sia per la minuziosa opera di ricostruzione storica di Jules Quicherat, ormai ampiamente conosciuta. Tuttavia, ancora una volta, i movimenti che agitavano la società (e la politica) si appropriarono in qualche modo della sua figura prediligendone un singolo aspetto e tralasciandone l'«inesauribile» profondità. Da un lato, Giovanna era divenuta l'emblema dei Cattolici, dall'altro, la sinistra laica ne celebrava l'immagine della ragazza del popolo abbandonata dal potere e dal re al rogo della Chiesa; gli antisemiti vedevano in lei una «fanciulla celtica». Nel frattempo, l'ascesa al potere politico, in Francia, di un leader del calibro di Émile Combes, fortemente anticlericale, determinò la completa separazione fra Stato e Chiesa ma, anche, lo scioglimento di oltre cento congregazioni religiose, incluse quelle a carattere caritatevole ed assistenziale, nonché l'espropriazione di alcuni beni, come le biblioteche ecclesiastiche. La divisione politica e religiosa del Paese si sarebbe risolta, di necessità, solo durante la Prima guerra mondiale. Giovanna divenne, allora, il simbolo stesso della resistenza contro l'invasore; circolavano immagini della Beata Giovanna d'Arco che inneggiavano alla lotta in nome dell'unità nazionale della Francia e, quando l'offensiva tedesca fu arrestata nella Prima battaglia della Marna, tra i caduti vi fu, emblematicamente, uno scrittore come Charles Péguy, che aveva legato a doppio filo la sua opera con la vita - e la morte - di Giovanna d'Arco.
Nel 1920 il Papa la dichiara Santa, la Chiesa Cattolica la festeggia, come martire, il 30 Maggio e la Francia la considera la sua eroina.
lunedì 5 gennaio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1895 l'ufficiale francese Alfred Dreyfus veniva degradato e condannato all'ergastolo per presunto spionaggio a favore della Germania.
Nel 1894 Alfred Dreyfus (Mulhouse 1859 - Parigi 1935), ufficiale di origine ebraica impiegato presso il ministero della Guerra, fu accusato di aver rivelato segreti relativi alla difesa all'addetto militare tedesco a Parigi. Arrestato in ottobre, dopo un giudizio sommario Dreyfus fu degradato e condannato alla deportazione a vita nell'isola del Diavolo (Caienna). L'opinione pubblica francese, travolta da un'ondata di antisemitismo, dimenticò il caso finché, nel 1896, il comandante G. Picquart, nuovo responsabile dell'ufficio informazioni del ministero, riaprì le indagini, persuaso della colpevolezza di un altro ufficiale francese, Esterhazy. Questi però, nonostante la debolezza delle prove a carico di Dreyfus, venne scagionato dal consiglio di guerra (1898), mentre il governo Méline subiva passivamente le laceranti polemiche che dividevano i francesi in due correnti d'opinione: i dreyfusards (intellettuali, socialisti, radicali e repubblicani antimilitaristi) e gli antidreyfusards (la destra nazionalista, antisemita e clericale). In seguito al trasferimento punitivo di Picquart in Tunisia E. Zola pubblicò sull'"Aurore" un articolo divenuto poi famoso, dal titolo J'accuse, a difesa di Dreyfus. Querelato, fu condannato a un anno di carcere e a 3000 franchi di ammenda. Poco dopo il colonnello Henry, autore di alcuni documenti falsi aggiunti al fascicolo di Dreyfus, fu scoperto e si suicidò. Giunta al governo la nuova coalizione di difesa repubblicana, presieduta dal radicalsocialista Waldeck-Rousseau, nel 1899 si tenne la revisione del processo, ma il consiglio di guerra confermò la colpevolezza di Dreyfus per l'insolita accusa di "tradimento con attenuanti", condannandolo a 10 anni di carcere. Immediatamente graziato dal presidente Loubet, l'ufficiale fu reintegrato nel suo grado solo nel 1906. L'affaire non fu un semplice caso di errore giudiziario. Esso contribuì a palesare con nettezza, nella Francia della Terza repubblica, due raggruppamenti di forze, a destra e a sinistra. Declinava così quella posizione repubblicana, centrista e laica, che aveva consolidato le istituzioni dalla fine degli anni settanta, ma che aveva dissolto nella gestione del potere e in un patriottismo dalle sfumature nazionalistiche l'iniziale spinta democratica e progressiva.
venerdì 26 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 dicembre.
Il 26 dicembre 1945 vengono creati il Franco CFA e il Franco CFP.
Il Franco CFA è una moneta istituita nel 1945, che ha una storia particolare, a partire dal significato stesso di quell’acronimo. Infatti, in origine CFA era l’accostamento delle iniziali di “Colonie Francesi d’Africa” e identificava appunto la moneta, diversa da quella della madrepatria, ma sempre assoggettata al controllo della Banca Centrale di Parigi, adottata nelle colonie africane dell’impero francese, che si affiancava anche al Franco CFP, la moneta analoga utilizzata nelle Colonie Francesi del Pacifico. Tutte queste monete aderivano agli accordi di Bretton Woods, ratificati dalla Francia il 26 dicembre 1945. Successivamente, con la disgregazione degli imperi coloniali europei e la progressiva conquista dell’indipendenza da parte di tutti i paesi africani che ne facevano parte, l’acronimo CFA è passato a significare prima Comunità Francese d’Africa e infine Comunità Finanziaria Africana.
Al giorno d’oggi, si hanno due diversi franchi CFA, associati a due diverse aree del continente africano, costituite in totale da 14 paesi, nei quali sono adottati come moneta ufficiale. Si tratta dell’UEMOA, l’Unione Economica e Monetaria Ovest Africana, costituita da: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. L’altra area è invece rappresentata dalla CEMAC, la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, che è costituita da: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo. I suddetti paesi appartenevano tutti all’impero coloniale francese, ad eccezione della Guinea Equatoriale, ex-colonia spagnola e della Guinea Bissau, ex- colonia portoghese. Nella prima area indicata viene adottato il Franco della Comunità Finanziaria dell’Africa, mentre nella seconda viene adottato il Franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa centrale. Le due monete non sono intercambiabili e sono emesse e controllate da due autorità monetarie diverse: nell’UEMOA la banca centrale di riferimento è la BCEAO (Banque centrale des États de l’Afrique de l’Ouest), mentre nella CEMAC l’autorità monetaria è la BEAC (Banque des États de l’Afrique centrale).
L’adesione alle aree di adozione del Franco CFA è volontaria e non vincolante. Per questo motivo molti paesi ne sono usciti o vi sono entrati nel corso degli anni. Il caso più particolare è rappresentato dal Mali, che nel 1962 uscì, iniziando ad emettere una propria moneta autonoma denominata franco maliano, ma che poi nel 1984 è rientrato all’interno dell’area monetaria comune. Le altre ex colonie che inizialmente adottavano il Franco CFA perché facenti parte dell’impero francese, ma che poi hanno iniziato a emettere una moneta propria sono la Guinea (nel 1960), la Mauritania (nel 1973) e il Madagascar (nel 1973), che sono passate rispettivamente ad emettere il Franco guineano, il Franco malgascio e l’Ouguiya mauritana. Il fenomeno opposto è quello che ha caratterizzato la Guinea Equatoriale e la Guinea-Bissau, che non facevano parte dell’impero coloniale francese e quindi per questo motivo non adottavano come moneta il Franco CFA, ma che rispettivamente nel 1985 e nel 1997 sono entrate a far parte delle due diverse aree monetarie comuni.
L’accordo che lega le due monete africane e le rispettive banche centrali di riferimento con la moneta francese e la sua autorità monetaria è rimasto negli anni sempre lo stesso. Il rapporto di cambio tra il franco francese e il franco CFA era fisso e la convertibilità delle divise valutarie era garantita dalla Banca di Francia. A seguito dell’adozione dell’euro, il 1° gennaio 1999 è stato fissato il nuovo rapporto di cambio con la moneta unica europea, in base al quale 1 euro equivale a 656 franchi CFA. Rimangono comunque l’autorità bancaria e il Tesoro di Parigi a svolgere il ruolo di garante della convertibilità della moneta africana, mentre la Banca Centrale Europea ne resta completamente al di fuori. Senza dubbio quello appena descritto rappresenta un unicum nell’area euro. Inoltre, è stato costituito un fondo di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi che adottano il Franco CFA e, a garanzia del cambio monetario, almeno il 65% delle posizioni di tale fondo sono depositate presso il Tesoro francese. Risulta evidente come l’importanza del ruolo di garanzia svolto e il conseguente forte potere contrattuale permettano alle autorità di Parigi di partecipare, direttamente o indirettamente, alla definizione della politica monetaria dell’area CFA.
Oltre agli aspetti monetari e politici, l’adozione del franco CFA comporta conseguenze economiche e sociali non irrilevanti. Tra i più grandi sostenitori della ex moneta coloniale vi sono le élite dei paesi africani, che infatti sono notevolmente avvantaggiate dall’adozione di una moneta a cambio fisso, perché permette loro di spendere le grandi quantità di denaro di cui sono in possesso (spesso frutto di corruzione o di traffici illeciti) acquistando agevolmente i beni di lusso prodotti in Europa. A trarre grandi benefici dal franco CFA sono anche le multinazionali francesi, che possono investire a condizioni molto vantaggiose in quei paesi africani che l’adottano, poiché sono protette dal rischio di forti svalutazioni monetarie. Dall’altro lato, i soggetti economici più svantaggiati da questo sistema sono i produttori africani che vorrebbero esportare i loro prodotti in Europa, poiché il cambio fisso rende loro molto costoso l’approvvigionamento delle merci e agevola gli esportatori francesi, che a causa di questo gap non devono temere la concorrenza africana.
giovedì 4 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 dicembre.
Il 4 dicembre 1642 il cardinale Mazzarino diventa il Segretario di Stato dell'Impero di Francia.
Giulio Mazzarino nacque a Pescina (L’Aquila) nel 1602.
Dopo gli studi presso il collegio romano dei Gesuiti, frequentò le università di Alcalá e di Madrid. Tornato in Italia, passò al servizio dei Colonna col grado di capitano (1623-1626).
Addottoratosi in utroque iure passò, durante la seconda guerra del Monferrato (1627-1631), al servizio del cardinale Antonio Barberini, legato del papa Urbano VIII, facendosi notare per la sua abilità di fine diplomatico nelle trattative tra Asburgo, Francia e duca di Savoia, concludendo la tregua di Casale e la pace di Cherasco (1631) che mise fine alle ostilità tra Francia e Savoia.
Durante queste trattative Mazzarino ebbe l’occasione di incontrare più volte il cardinale Richelieu, di cui divenne uno stretto collaboratore. Fu legato papale in Avignone (1633) e poi nunzio straordinario a Parigi. Ottenuta la cittadinanza francese (1639), passò ufficialmente al servizio di Richelieu, che lo fece nominare cardinale (1641) e lo raccomandò al re Luigi XIII come proprio successore.
Dalla morte di Richelieu, Mazzarino fu primo ministro e ascoltato consigliere di Luigi XIII, che tuttavia morì pochi mesi dopo. La reggente Anna D’Austria, non appena il Parlamento di Parigi annullò la disposizione testamentaria del marito che la poneva sotto tutela di un consiglio di reggenza, nominò suo ministro proprio il Mazzarino, al quale si disse fosse segretamente sposata, diceria già smentita da S. Vincenzo de Paoli.
Nonostante Richelieu avesse lasciato precise indicazioni di comportamento politico e gli strumenti per realizzarli, le difficoltà del Mazzarino furono notevoli. La Francia si trovò impegnata, fino al 1648, nell’ultima fase della guerra dei trent’anni e fino al 1659 nel conflitto con la sola Spagna (durante il quale Mazzarino dovette far fronte anche al tradimento del Principe di Condé passato agli spagnoli). Col trattato di Vestfalia Mazzarino ottenne il riconoscimento della annessione dei vescovati di Metz, Toul e Verdun, il possesso di gran parte dell’Alsazia e la definitiva frammentazione di una Germania devastata aperta all’influenza politica e culturale francese. Con la pace dei Pirenei ottenne invece il ridimensionamento della potenza della Spagna, privata della Cerdagne, del Rossiglione, dell’Artois e di altre piazzeforti. Grazie al matrimonio fortemente voluto da Mazzarino tra Luigi XIV e l’infante Maria Teresa, la Spagna veniva poi costretta a muoversi nell’orbita politica francese.
Sul piano interno dovette affrontare la grave crisi della Fronda (dapprima – 1648 – la cosiddetta Fronda Parlamentare, successivamente – 1650-1652 – la Fronda Principesca) che lo costrinse due volte all’esilio ma che lo vide comunque trionfare sugli oppositori grazie a un abile e accurato dosaggio dell’uso della forza e di quello delle trattative, giungendo appunto fino all’apparente cedimento e alla fuga.
Dal 1653 al 1661 l’unico serio elemento di disturbo nella politica interna fu il giansenismo. Finché la polemica tra gesuiti e giansenisti si mantenne sul piano strettamente religioso, Mazzarino si astenne dall’intervenire in modo deciso, ma dopo la pubblicazione delle anonime “Lettere Provinciali”, non appena le critiche dei giansenisti si appuntarono sull’assetto politico e sociale vigente, la reazione del cardinale divenne dura: fece condannare dalla Sorbona le Cinque Tesi, fece chiudere manu militari il convento di Port-Royal e compilare un formulario di condanna del giansenismo la cui sottoscrizione fu imposta a tutti gli ecclesiastici del regno.
Alla sua morte, avvenuta a Vincennes (Parigi) nel 1661, Mazzarino, tanto odiato e disprezzato dalla maggior parte dei francesi, lasciava al suo paese di adozione, oltre alla sua splendida biblioteca personale (divenuta poi sede della Biblioteca nazionale), la pace all’interno e all’esterno e un sovrano da lui personalmente e accuratamente formato all’arte del governo e circondato da abili collaboratori. Lasciava peraltro anche una situazione finanziaria non certo brillante, determinata, oltre che dalle spese belliche, anche dalla eccessiva disinvoltura sua e dei suoi collaboratori nella gestione del pubblico denaro.
Le sue spoglie riposano nella cappella del Collège des Quatre-Nations, a Parigi.
martedì 2 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1852 Napoleone III diventa imperatore dei francesi.
Carlo Luigi Napoleone nasce a Parigi il 20 aprile 1808, anno nefasto per lo zio Napoleone I in quanto segna l'inizio, con la campagna di Spagna, dello sgretolamento dell'impero.
Terzogenito di Luigi Bonaparte, re d'Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, ancora bambino viene portato in Svizzera dalla madre in conseguenza della caduta dell'impero. Qui frequenta ambienti vicini alla Rivoluzione francese e ne assimila le idee.
Nel 1830 è a Roma dove aderisce alla carboneria antipontificia, ma un'efficace repressione lo costringe alla fuga; si sposta in Romagna, dove replica l'esperienza carbonara ed è nuovamente obbligato a partire; nel 1831 ripara in Francia, ma anche da qui è costretto ad allontanarsi perché Luigi Filippo, "il re borghese" ed antibonapartista non tollera i suoi espliciti programmi di ascesa al trono (aspirazione peraltro legittimata dalla morte di suo fratello maggiore); nel 1836 viene mandato in esilio negli Stati Uniti, ma l'anno successivo rientra in Europa e riprende i suoi piani di conquista del potere.
Nel 1840 viene arrestato e condannato al carcere a vita, ma nel 1846 riesce ad evadere. Si trova quindi in libertà quando scoppia la rivoluzione del febbraio 1848, ed egli può, dall'Inghilterra dove si era rifugiato, precipitarsi nuovamente in Francia. Grazie al nuovo regime repubblicano, può candidarsi ed essere eletto nell'Assemblea Costituente che, nel dicembre dello stesso anno, lo elegge Presidente della Repubblica Francese.
Fra le prime iniziative intraprese, nel nuovo ruolo, vi è quella della restaurazione pontificia a Roma, dove era stata proclamata la Repubblica, a guida del triumvirato Mazzini, Armellini e Saffi: l'intervento francese consente al papa Pio IX di rientrare a Roma, il 12 aprile 1850, ed a Napoleone III di assicurarsi per circa vent'anni una notevole influenza sulla politica romana.
Trascorsi appena tre anni dall'insediamento, ricalcando le orme dello zio, nel 1851 dichiara decaduta l'Assemblea e, sostenuto dal clero, dalla borghesia e dalle forze armate, si avvia alla proclamazione dell'impero assumendo il 2 dicembre 1852 il nome di Napoleone III. Del grande avo, che egli considera un mito, replica lo stile di governo: limitazioni alla libertà di stampa e stato di polizia. Quanto alla politica estera, ne coltiva le stesse mire imperialistiche. L'anno successivo sposa Eugenia Maria di Montijo.
Nel 1856, con Gran Bretagna e Piemonte, prende parte alla spedizione in Crimea - tesa a contrastare le mire espansionistiche della Russia verso la Turchia - che si conclude con la pace di Parigi, nel 1858. Nello stesso anno, coinvolto da Cavour, sottoscrive con lo stesso i patti di Plombieres, in virtù dei quali prende parte alla seconda guerra d'indipendenza contro l'Austria: nei reali intendimenti di Napoleone III vi è quello di riprendere potere in Italia, ma la piega che ad un certo punto rischia di assumere il conflitto, con la sua estensione ad altre potenze europee, lo induce a promuovere un armistizio con l'Austria che ponga fine alla guerra. L'accordo viene stipulato a Villafranca, l'11 luglio del 1859.
Nel 1861, in seguito ad una posizione ostile assunta dal Messico nei confronti di Francia, Spagna ed Inghilterra, si determina, dietro sua iniziativa, un'alleanza fra le tre potenze che invadono con successo lo Stato d'oltreoceano e vi insediano un sovrano amico (soprattutto della Francia): Massimiliano d'Asburgo, con il titolo di imperatore del Messico. Ma l'intervento degli Stati Uniti e l'esplicita richiesta alla Francia di ritiro delle truppe - richiesta prontamente accolta - determina la caduta di Massimiliano ed un epilogo drammatico dell'intera vicenda.
Intanto in Europa va crescendo l'influenza diplomatica e la potenza militare della Prussia: un dissidio sorto intorno al trono di Spagna è causa - o pretesto - per un nuovo conflitto. Napoleone III, con un'opposizione interna sempre più vasta ed agguerrita, ed un calo notevole del suo prestigio all'estero, dichiara guerra alla Prussia, sancendo in questo modo il proprio definitivo declino.
Sconfitto più volte, imprigionato dopo una disastrosa disfatta a Sedan, nella battaglia del 2 settembre 1870, viene incarcerato nel castello di Wilhelmshohe. Da qui, dopo la proclamazione della nuova Repubblica e la dichiarazione di decadenza della dinastia napoleonica, Napoleone III è lasciato partire per l'Inghilterra, a Chislehurst, dove muore il 9 gennaio 1873, all'età di 65 anni.
In origine fu sepolto a Chislehurst, presso la chiesa cattolica di Santa Maria; tuttavia, dopo che suo figlio, ufficiale dell'esercito del Regno Unito, morì nel 1879 combattendo contro gli Zulu in Sud Africa, Eugenia decise di costruire un monastero e una cappella per le spoglie del marito e del figlio: così, nel 1888, Napoleone e il figlio furono definitivamente traslati nella cripta imperiale nell'Abbazia di San Michele a Farnborough, nella contea dello Hampshire nel Regno Unito.
Tra una guerra e l'altra è riuscito a dare, probabilmente, il meglio di sé in una produzione letteraria di un certo interesse: la sua opera più importante è una "Vita di Giulio Cesare". Fra i tanti avversari politici ne annovera uno del calibro di Victor Hugo che gli dedica la definizione, rimasta celebre, di "Napoleon le petit".
sabato 18 ottobre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
La notte del 18 ottobre 1534, i protestanti francesi pubblicarono proclami contro la Messa in varie parti del paese e persino sulla porta della stanza di Francesco I ad Amboise.
Fu la prima manifestazione di ostilità tra protestanti e cattolici in Francia. Venticinque anni dopo, condusse alle guerre di religione…
Nata in Germania circa quindici anni prima, la Riforma luterana era entrata lentamente in Francia. Nel 1522, un monaco francese scomunicato si sposò a Wittenberg, la "Roma" della nuova religione. Altri chierici seguirono le sue orme e formarono la nuova dottrina che tornarono a insegnare in Francia.
Contro questi eretici, i teologi della Sorbona e del Parlamento adottarono una vecchia ricetta, usata anche contro la stregoneria: la pira.
Il primo a pagare il prezzo, l'8 agosto 1523, di fronte a Notre-Dame de Paris, fu un ex monaco di Livry-en-Aulnois (ora Livry-Gargan), Jean Vallière. A Meaux, a est di Parigi, Jean Leclerc, un ex cardatore di lana, fu torturato e ucciso il 29 luglio 1525. Ma la maggior parte dei processi per eresia ebbero un esito meno tragico.
La notte del 10 giugno 1528, la mutilazione di una statua della Vergine (i protestanti sfidarono il culto rivolto alla madre di Cristo) commosse i parigini e il re. Francesco I stesso condusse una processione di espiazione. Il passare degli anni ammorbidì gli animi, ma inaspettatamente il "caso dei manifesti", che minava l'istituzione ecclesiastica e, di conseguenza, la monarchia per diritto divino, riportò a una recrudescenza dei malumori.
Questi manifesti furono scritti da Antoine Marcourt, un pastore di Neuchàtel, Svizzera, un seguace di Ewingli, e stampati nella stessa città.
Su di essi era scritto: "Veri articoli sugli orribili, grandi e insopportabili abusi della Messa papista, inventati direttamente contro la Santa Cena di Nostro Signore, l'unico mediatore e salvatore Gesù Cristo".
I manifesti insultavano la religione cattolica, il suo clero e i suoi riti in termini così offensivi che anche i protestanti li disapprovarono. Così denunciavano la Messa: "Non dobbiamo ripetere il sacrificio di Cristo" e il dogma dell'Eucaristia che afferma la presenza reale del corpo di Cristo nell'ospite consacrato: "Non può essere che un uomo di venti o trent'anni sia nascosto in un pezzo di pasta".
Non è il re stesso "re per grazia di Dio", l'unico laico autorizzato alla comunione con pane e vino, al momento dell'incoronazione? L'idea che tutti i seguaci di Lutero si permettano la comunione contribuì ad accrescere la sua rabbia.
Per rappresaglia, il re giurò di reprimere i "mali della fede". Emise un bando che prometteva 200 scudi a chiunque avesse denunciato gli autori dei manifesti: gli arresti si moltiplicarono.
Il 13 novembre fu bruciato un primo eretico. Il 13 gennaio 1535, il Parlamento di Parigi creò una commissione speciale, la "camera ardente" per rintracciare libri sediziosi. Un editto reale vietò la stampa e chiuse le librerie. Fu il primo atto di censura dall'invenzione della macchina da stampa.
Infine, il 21 gennaio 1535, un giorno di solenne espiazione terminò con la morte sul rogo di sei nuovi eretici protestanti. La sera stessa, il re dichiarò davanti a un'assemblea di notabili: "Se il mio braccio fosse stato infettato da tale marciume, lo avrei separato dal mio corpo".
Il giurista Jean Calvin, padre del Calvinismo, che viveva a Nérac, sotto la protezione della sorella del re, Margherita di Navarra, si vide improvvisamente in pericolo. Preferì rifugiarsi a Basilea, dove pubblicò L'Istituzione della Religione Cristiana nel tentativo di convincere il re dei meriti della Riforma.
A quel punto, la rabbia del re svanì, specialmente sotto l'influenza di sua sorella, che era vicina ai circoli protestanti. Il 29 luglio 1535, mentre rafforzava la sua alleanza con i principi protestanti di Germania contro il suo rivale Carlo V, pubblicò l'editto di Coucy, che emise un'amnistia generale.
Un nuovo colpo di scena si ebbe con un editto pubblicato a Fontainebleau nel 1541, che ordinò agli inquisitori di riprendere la caccia agli eretici. Nel 1546, il parroco di Meaux, fratello del martire Jean Leclerc, fu arrestato e condotto al rogo insieme ad altri tredici fedeli.
Tra il 15 e il 20 aprile 1545, Francesco I acconsentì al massacro di 3000 Valdesi che vivevano nel sud della Francia. Circa 20 villaggi furono devastati, su ordine del parlamento di Aix. 600 sopravvissuti vennero inviati nelle galere.
Questa azione offuscò gli ultimi anni del re, che morì due anni dopo con, si dice, un forte rammarico per questa decisione.
La scomparsa di Francesco I fu seguita da una breve tregua, ma l'intolleranza religiosa riacquistò il sopravvento dopo la morte del suo successore Enrico II e portò alle guerre di religione.
mercoledì 30 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1672 viene alla luce in Francia il cosiddetto scandalo dell'"affare dei veleni".
L’affare dei veleni non viene trattato a scuola (non sia mai che venga raccontato qualcosa di interessante, si rischia poi che gli studenti si sveglino e facciano domande), ma si tratta nientemeno che del caso di cronaca nera più sconvolgente dell’epoca del Re Sole, un’indagine che insozzò indelebilmente l’immagine scintillante della corte di Francia agli occhi dell’Europa.
Tutto iniziò nel 1672 con l’arresto della marchesa di Brinvilliers, una fragile e garbatissima signora di 46 anni, a seguito del ritrovamento di alcune carte compromettenti.
Tempo prima, il padre e i due fratelli della marchesa erano deceduti in circostanze misteriose, nonché sospettosamente simili. Tutti e tre erano lentamente deperiti in una lunga agonia che non aveva lasciato scampo. Nessuno poteva sospettare dell’affranta marchesa, perseguitata da una sorte tanto crudele.
Nella realtà, Madame de Brinvilliers aveva avvelenato il padre e i fratelli con la complicità del suo amante, grande appassionato di alchimia.
Purtroppo, la dolce metà della marchesa era perita improvvisamente in un brutto incidente (forse un esperimento andato male). Durante una perquisizione dell’abitazione, la polizia era entrata in possesso di alcune carte firmate dalla marchesa in persona.
Tali carte dimostravano essenzialmente due cose: il primo era la colpevolezza di Madame de Brinvilliers, il secondo che la medesima non era decisamente un genio del crimine. Marchesa, marchesa… Non si può mettere su carta sempre tutto, specialmente quando si avvelenano familiari con una certa frequenza!
Questa leggerezza le costerà cara: il suo complice si era premurato di conservare ogni ricordo materiale dei traffici di madame de Brinvilliers (ricette, lettere, ricevute…) cosicché, se un domani avesse mai voluto ricattarla, tutto sarebbe stato bell’e pronto. Cosa non si fa per amore...
Come se non bastasse, nelle lettere che la marchesa aveva indirizzato al suo complice, ella pianificava anche l’avvelenamento della sorella e della cognata, così da diventare lei sola l’erede dei beni di famiglia (ah, la banalità del male!).
Consapevole di non avere scampo, la marchesa fuggì a gambe levate riuscendo a nascondersi in un convento, luogo inaccessibile agli agenti del re. Un brillante ufficiale di polizia si finse allora prete e, col tempo, riuscì a guadagnarsi la fiducia della latitante avvelenatrice, fino a prometterle la fuga e attirarla così all’esterno del convento…
Tortura, decapitazione e rogo segnarono la fine di questa dama-assassina, ma non quella delle indagini: il re pretendeva di arrestare il sordido commercio di veleni della capitale ed eliminarne i vertici.
Nicolas Gabriel de la Reynie, capo della polizia che ispirò il personaggio di Fabien Marchal nella serie televisiva Versailles, era venuto a conoscenza che traffici di sostanze illecite si concentravano nel quartiere poco raccomandabile di Saint-Denis (oggi corrisponde alla parte compresa tra il boulevard de la Bonne Nouvelle e la porta Saint-Denis) e lo aveva fatto battere al tappeto dai suoi agenti.
Venditori di veleni, streghe, indovini e altra marmaglia da messa nera venne rastrellata e ammassata nelle prigioni. L’ordine del re era chiaro: bisognava estirpare il problema alla radice!
Gli interrogatori e le indagini portarono alla luce nuovi crimini, commerci sordidi e diversi colpevoli, ma le rivelazioni che maggiormente attirarono l’attenzione di Reynie furono quelle della maga La Voisin, una fattucchiera molto nota del quartiere.
Preoccupato dai nomi illustri che ripetutamente saltavano fuori nel corso delle indagini, il capo della polizia ritenne opportuno avvertire persino il ministro della guerra, il celebre marchese de Louvois.
Uno scandalo ripugnante e senza precedenti stava prendendo forma. L’aspetto più preoccupante della vicenda, per Reynie, non era tanto il ricorso disinvolto al veleno, quanto piuttosto il livello sociale delle persone coinvolte, la crème de la crème della Francia!
Il re, informato dal fido ministro de Louvois, ordinò di arrivare in fondo alla faccenda e le indagini si fecero serrate, con ben 319 arresti e 35 condanne a morte.
La contessa Olimpia Mancini, amante “rottamata” del Re Sole, venne accusata d’aver tentato in passato di vendicarsi della rivale Louise de la Vallière tramite l’impiego del veleno. Se il piano della contessa era quello di riconquistare in questo modo il re, le andò male perché venne bandita dal regno.
Sua sorella Maria Anna Mancini, duchessa di Bouillon, venne accusata di voler avvelenare il marito per poter sposare il proprio amante (che era suo nipote, ma tanto c’è un limite alla sensibilità allo scandalo, oltre il quale nessuno fa più caso a nulla).
Al processo la duchessa si fece una bella risata presentandosi al braccio del marito da un lato, dell’amante dall’altro. Venne totalmente assolta.
Nel frattempo, il marchese de Louvois e Reynie avevano fatto una malaugurata scoperta: durante gli interrogatori era venuto fuori troppo spesso il nome di Madame de Montespan, la potente favorita del re, nonché madre di sette dei suoi figli!
Secondo le testimonianze raccolte, per mantenere viva la passione del re la Montespan aveva fatto ricorso a messe nere, malocchio, filtri d’amore, veleno e altre “amenità”. Si accennò addirittura al sacrificio di neonati!
Difficile distinguere il crimine dalla calunnia in questo caso, in quanto alla Montespan certo non mancavano i nemici. Tuttavia, poiché il re fece improvvisamente chiudere il caso e poi sequestrare e bruciare le carte che la riguardavano, risulta difficile credere che fosse del tutto estranea alla faccenda. Quello fu l’inizio della di lei “rottamazione”, nonché di una profonda crisi morale del re.
Chi non si fece scappare questo prezioso spunto letterario? Alexandre Dumas che, con il successo de I tre Moschettieri, aveva dimostrato che per scrivere delle buone storie non occorre per forza inventarle da zero. Suo il libello "L'avvelenatrice", pubblicato nel 1840.
sabato 21 giugno 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1321 un editto emesso a Poitiers dal re Filippo V di Francia e Navarra ordinava la reclusione e l’eccidio dei lebbrosi che erano stati giudicati colpevoli di complotto. Le cronache riportano infatti che i malati – sotto tortura – avevano confessato di essersi alleati con gli ebrei per contaminare acque, fontane e pozzi.
La voce della cospirazione si era diffusa più in fretta di qualunque contagio e la popolazione, inorridita, era intervenuta prima ancora dell’editto reale, intrappolando nelle case i lebbrosi e dando loro fuoco. In seguito i colpevoli sarebbero stati giudicati con maggiore sangue freddo e reclusi in ghetti, in modo che la separazione dalla società civile potesse impedire loro di causare del male agli innocenti. Due editti di poco posteriori, emanati il 16 e il 18 agosto, permisero la continuazione dei processi, mentre l’anno seguente il successore di Filippo V, Carlo IV detto il Bello, confermò il programma di reclusione dei lebbrosi.
La paura della cospirazione si diffuse costeggiando i Pirenei, viaggiando di pari passo con pestilenze e carestie. Risaliva il cammino di Santiago di Compostela confondendosi tra i miti dei Paesi Baschi e il folklore popolare. Vent’anni dopo, alla corte del re Carlo II di Navarra, il poeta e compositore francese Guillame de Machaut narrava eventi simili nel suo poema in stile cortese Le jugement dou Roy de Navarre; nell’esordio descriveva un succedersi di avvenimenti catastrofici preceduti da segni nel cielo culminati con un gran numero di morti. La responsabilità ricadde questa volta sugli ebrei e sui loro complici. Il racconto del poeta s’ispirava probabilmente alla grande peste nera che sconvolse la Francia nel 1349; esso rifletteva anche il clima di isteria collettiva dell’epoca e rappresentava lo stereotipo persecutorio teso ad accusare di cospirazione, a seconda dell’occasione, ebrei, lebbrosi ed eretici (successivamente le streghe) per poter legittimare la violenza nei loro confronti: il verosimile si fonde con l’immaginifico teso a ricreare eventi irreali – o ispirati a fatti reali, come pestilenze e carestie – e a incolpare di tali sciagure le categorie considerate «maledette». Come ha osservato l’antropologo René Girard, il massacro degli ebrei è ugualmente reale, giustificato agli occhi della folla omicida dalle voci di avvelenamento che circolano un po’ dappertutto. È il terrore universale della malattia che dà a queste dicerie il credito sufficiente per scatenare simili massacri.
Le comunità medioevali temevano talmente la peste che il suo solo nome le terrorizzava; evitavano il più a lungo possibile di pronunciarlo e perfino di prendere le misure che urgevano, a rischio di aggravare le conseguenze delle epidemie. La loro impotenza era tale che riconoscere la verità non significava far fronte alla situazione, ma piuttosto abbandonarsi ai suoi effetti disgregativi, rinunciare a ogni parvenza di vita normale. Tutta la popolazione si associava volentieri a questo tipo di accecamento. Una simile volontà disperata di negare l’evidenza favoriva la caccia ai «capri espiatori».
Nonostante l’assurdità delle accuse, nelle cronache redatte dai persecutori possiamo rinvenire elementi storicamente validi per ricostruire il clima di violenza e gli stereotipi letterari tesi a incolpare e perseguitare alcune races maudites, «razze maledette».
«La presenza di dati immaginari non ci porta a considerare immaginario il testo nel suo insieme. Al contrario. Le accuse incredibili non sminuiscono ma rafforzano la credibilità degli altri dati», conclude Girard.
Questi gruppi di persone «altre» rispetto al comune corpus sociale assumono le fattezze di «razze demoniache», assumendo su di sé la proiezione delle paure e delle fantasie della comunità: attraverso una complessa genealogia, costoro diventano i discendenti del Maligno o di antiche divinità che sopravvivono nelle tradizioni e nel folklore locali. Guardati con sospetto in quanto «diversi», vengono accusati di tramare contro la gente «normale»; su di loro aleggiano le paure della comunità che, in concomitanza con epidemie e carestie, si consolidano esorcizzando la paura della morte e sfogando la violenza che rischierebbe altrimenti di mettere in pericolo l’intero gruppo.
Su di essi agisce quel sistema «vittimario» messo in evidenza da Girard, che fa di loro il perfetto «capro espiatorio»; come spiega ancora l’antropologo francese, esso agisce soltanto sui rapporti umani sconvolti dalla crisi, ma darà l’impressione di agire ugualmente sulle cause esterne, le pestilenze, le siccità e altre calamità oggettive. Al di là di una certa soglia di credenza, l’effetto del capro espiatorio inverte totalmente i rapporti tra i persecutori e la loro vittima ed è proprio questa inversione a produrre il sacro, gli antenati fondatori e le divinità. Essa fa della vittima, in realtà passiva, l’unica causa agente e onnipotente di fronte a un gruppo che si ritiene completamente manipolato.
Le categorie perseguitate assumono di volta in volta connotati simili, venendo descritti dalle cronache popolari in modo analogo: sono appestati, pericolosi, maledetti, cattivi, storpi, nauseabondi ecc. Tra di esse vi sono anche coloro che la gente all’epoca di Guillaume de Machaut chiamava «Cagots» (o «Chrestians») e che erano costretti ad abitare in condizioni abominevoli in ghetti poco fuori i villaggi o in caverne scavate lungo i pendii. Le prime notizie certe su questo gruppo di reietti risalgono al XIV secolo, anche se la loro presenza nel sud-ovest della Francia era già nota da almeno un paio di secoli.
La loro provenienza rimane tutt’ora ignota da un lato si tendeva a isolarli e a trattarli come degli «intoccabili», al pari di ebrei, lebbrosi, eretici (albigesi in particolare), saraceni e prostitute, rendendoli oggetto di forte disprezzo e intolleranza. Dall’altra erano gli stessi Cagots a voler far perdere le proprie tracce, arrivando persino, durante i moti della Rivoluzione Francese, a distruggere i documenti che parlavano di loro e della loro misteriosa origine. Nei secoli si alterneranno le dicerie sulle loro origini, facendone i discendenti degli ebrei, dei lebbrosi, dei catari, di Caino, delle Lamie, persino del Diavolo. I Cagots sarebbero stati colpiti da forme di persecuzione analoghe a quelle che toccavano agli ebrei: sarebbero stati accusati di tramare contro la gente «sana», di essere crudeli o addirittura maledetti e di ogni possibile oscenità.
Per poterli identificare, avrebbero portato cucito sulle vesti un segno di riconoscimento: una zampa d’oca o d’anatra, di colore rosso. L’Occidente cristiano, a seconda del paese e del periodo, muta così la rappresentazione esteriore dello stigma (forma o colore), lasciando però immutata la volontà di rendere riconoscibile, attraverso l’abbigliamento, la condizione sociale degli individui. Il bisogno di regolamentare la diversità si pose con particolare evidenza a partire dal XII secolo, quando le differenze tra le classi si fecero più marcate: l’abito rivelava con immediatezza l’appartenenza ad uno status; attraverso l’abito si leggeva facilmente la funzione e la dignità di chi lo indossava, nonché la condizione di marginalità delle minoranze e dei reietti. L’imposizione a questi ultimi di un segno o di un abbigliamento particolare doveva fungere, come per le altre fasce sociali, da codice di distinzione: la marginalità cosi codificata e resa riconoscibile, veniva accettata e, in qualche misura, tutelata.
Ciononostante, il codice di distinzione a cui alludeva il segno sugli abiti non sempre difendeva chi lo portava dal disprezzo e da brutali atti di persecuzione, facilitandone semmai, attraverso l’identificazione, l’esclusione e la violenza. Il Concilio lateranense nel 1215 aveva già prescritto che gli ebrei portassero sulle vesti il simbolo di una ruota di colore giallo, rosso o verde; i lebbrosi dovevano indossare abiti speciali: una cappa grigia o (più raramente) nera, un berretto e un cappuccio scarlatti, talvolta la bàttola (cliquette) di legno. Questi segni di riconoscimento erano stati estesi anche ai Cagots, o «lebbrosi bianchi» (in Bretagna assimilati agli ebrei) che soltanto la mancanza dei lobi delle orecchie e il fiato puzzolente distingueva, nella coscienza comune, dai sani: il concilio di Nogaret (1290) decretò che portassero un distintivo rosso sul petto o su una spalla.
Ogni categoria di queste races maudites doveva portare su di sé ben chiaro e intelligibile uno stigma, un segno d’infamia che potesse essere facilmente visto e riconosciuto. Agli ebrei era stata assegnata la ruota: essa poteva rappresentare secondo una prima interpretazione una moneta, con evidente allusione all’attaccamento degli ebrei al profitto, o ai trenta denari ricevuti da Giuda come ricompensa per aver venduto Cristo. La seconda ipotesi scaturisce dalla evidente somiglianza del segno d’infamia con la forma dell’ostia: dal momento che gli ebrei non avevano voluto convertirsi alla vera fede, con un perverso meccanismo punitivo, essi venivano obbligati ad ostentare sugli abiti il simbolo della fede (l’ostia) che avevano rifiutato.
La paura del contagio genera da sempre forme di violenza e isolamento. Come ricorda Carlo Ginzburg, è altrettanto antica la connessione tra ebrei e lebbrosi, a cui si aggiungeranno i Cagots che verranno in alcuni documenti confusi con i lebbrosi.
Fin dal primo secolo dopo Cristo lo storico ebreo Flavio Giuseppe polemizzava nel suo scritto apologetico Contro Apione con l’egiziano Manetone, il quale aveva sostenuto che tra gli antenati degli ebrei c’era anche un gruppo di lebbrosi cacciati dall’Egitto. Nel racconto perduto del cosiddetto Manetone, apparentemente intricato e contraddittorio, erano senza dubbio confluite tradizioni antiebraiche, forse di provenienza egiziana.
I Cagots erano sottoposti a decine di prescrizioni, derisi e ghettizzati, oggetto a ogni genere di violenza, ma invece di essere ignorati o banditi, paradossalmente veniva loro impedito di fuggire o andare in esilio. Venivano tenuti vicino, ma non troppo; lontani, ma non abbastanza da ricrearsi una vita altrove: il Male veniva così circoscritto e «internato» per essere espulso attraverso dinamiche violente solo all’apice delle persecuzioni.
Il problema che subentra nell’identificazione del capro espiatorio consiste infatti nell’individuare la giusta vittima sostitutiva da uccidere o espellere dalla comunità per purificarla; ciò avviene ovviamente nei momenti di crisi, come una pestilenza o una carestia. La scelta della vittima è un’operazione delicata e pericolosa poiché, scegliendo un dato individuo, si può scatenare la collera e la vendetta dei suoi parenti. Si tratta allora di sceglierne una che sia sufficientemente interna alla comunità perché il meccanismo sostitutivo possa funzionare, ma che sia anche abbastanza esterna per non essere protetta da altri. In questo senso, essa deve essere il simile-diverso: stranieri, bambini, persone con un’anomalia o infermità fisica che li rende parte della comunità ma al contempo «diversi».
Le vittime, cioè, vengono scelte «non in base ai crimini che vengono loro attribuiti, ma in base ai loro segni vittimari e a tutto ciò che suggerisce la loro colpevole affinità con la crisi. I segni vittimari si spiegano in quanto nella mitologia classica il «fisico» e il «morale» sono inseparabili:
La deformità fisica deve corrispondere a un aspetto reale di qualche vittima, a una infermità reale, la claudicazione di Edipo o di Vulcano non è, all’origine, necessariamente meno reale di quella della strega medievale.
Le piaghe dei lebbrosi mostrano così sul loro fisico il «segno » del peccato di cui si sono macchiati; lo stesso dicasi per i Cagots che vengono descritti affetti da numerose deformità e spesso anche da una forma di lebbra. Se non manifestano le piaghe della malattia, poco importa: essi saranno affetti da una forma di lebbra «invisibile». I Cagots, in quanto «razza maledetta» per eccellenza, rappresentano così lo stereotipo perfetto della persecuzione e del capro espiatorio secondo quanto teorizzato da Girard: fungono cioè da valvola di sfogo per la violenza che ribolle in ogni comunità, persino nel cristianissimo Occidente. Come nota giustamente Alessandra Violi, la maledizione che grava su di loro «ha acquisito per secoli uno statuto di verità indiziaria nei discorsi giuridici, religiosi e politici europei, coinvolgendo le istituzioni – la Legge, lo Stato, la Chiesa – nella produzione del consenso contro la razza maledetta», nonostante si sia persa con il passare del tempo l’origine di tale leggenda.
Su di loro pesa una colpa indefinita che sfuma in leggende dai contorni irreali, a volte persino bizzarri. I miti si fondono e confondono con le descrizioni delle loro presunte deformità fisiche. Il popolo ne è terrorizzato, mentre i potenti li guardano con sospetto, a volte persino con ambiguo rispetto, come se fossero consapevoli che su di loro aleggia una maledizione ambivalente che ne fa, come i fabbri nelle culture tradizionali, delle creature potenti quanto pericolose.
Rappresentano i «Figli della Colpa», su cui grava una maledizione ontologica, legata alla loro stessa esistenza; per questo verranno anche riconosciuti come creature mezzosangue, frutto della progenie di creature semidivine di cui la mitologia basca serba ancora il ricordo. Lungi dall’essere dei semplici «paria», i Cagots emergono così dalle cronache medievali come gli eredi di un antico sapere, iniziati a un culto segreto legato alle grotte che erano costretti ad abitare. Quelle stesse grotte che serbavano il ricordo di miti ancestrali e che nel corso dei secoli avrebbero assistito alla rinascita di racconti legati a un Dio Cornuto o spodestato che, costretto a rifugiarsi nelle viscere della terra, sarebbe presto riemerso per riconquistare il proprio regno.
mercoledì 17 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 gennaio 1562 l'editto di Saint Germain concede alcuni diritti agli ugonotti di Francia.
Fu soprattutto in Francia dove si giocò una partita senza esclusione di colpi tra calvinisti e cattolicesimo. Benché l'inizio della diffusione della Riforma in Francia avesse prevalentemente un indirizzo luterano, in seguito fu il calvinismo a prendere il sopravvento finché, intorno al 1560, i regnanti francesi incominciarono a preoccuparsi della diffusione del nuovo credo: alla fine del 1561 vi erano più di 670 chiese calviniste in Francia. I protestanti francesi, oramai un quarto della popolazione, si denominavano ugonotti (dal tedesco eidgenosse = confederato) e avevano posto le basi per un vero e proprio partito ugonotto, che, raccogliendo le richieste borghesi, faceva opposizione alla politica del re.
Già nel 1534 l'affissione di manifesti (placards) protestanti contro la Messa, posti perfino sulla porta della stanza da letto del re Francesco I (1515-1547), aveva provocato una violenta campagna anti-protestante. In quel periodo la reazione cattolica aveva portato sul rogo diversi protestanti, tra cui il noto uomo d'affari Étienne de la Forge, e lo stesso Calvino, di passaggio nella capitale francese in quel momento, riuscì, un po' avventurosamente, a scappare dalla Francia per recarsi nel gennaio 1535 a Basilea. Nel 1559 morì il re Enrico II (1547-1559), persecutore degli ugonotti, e nel 1561 la vedova Caterina de Medici cercò di organizzare una riunione, senza risultato utile, a Poissy tra i teologi cattolici e quelli protestanti, cui partecipò il noto teologo di Ginevra Théodore de Béze.
Nonostante i protestanti fossero finalmente riusciti ad ottenere un primo riconoscimento dei loro diritti nell'Editto di Saint-Germain del 1562, proprio da quell'anno scoppiò una guerra civile senza quartiere tra le fazioni ugonotte, guidate da Luigi di Navarra, principe di Condé (catturato e ucciso nel 1569), e i cattolici, guidati dai Duchi di Guisa. Il pretesto fu uno scontro tra le opposte fazioni il 1 marzo 1562 a Vassy, nella Champagne, dove la scorta armata dei Guisa attaccò un gruppo di protestanti riuniti per una funzione religiosa, uccidendone 48. Dopo otto anni di dura lotta, contraddistinta da atrocità da una parte e dall'altra, nel 1570 i cattolici giunsero ad una fragile pace a Saint-Germain con i protestanti guidati dall'ammiraglio Gaspard de Coligny (1519-1572), calvinista dal 1560, il cui prestigio e influenza a corte era tale da convincere la Francia ad aiutare gli olandesi nella loro lotta per la libertà contro gli spagnoli.
I cattolici tentarono diverse volte di eliminare Coligny, ma l'occasione d'oro per Caterina e i Guisa per organizzare un regolamento di conti con gli ugonotti si presentò in coincidenza del matrimonio tra Margherita di Valois, sorella del re Carlo IX (1560-1574), ed il protestante Enrico di Borbone e Navarra (il fratello del principe di Condé). Tutta la nobiltà protestante venne a Parigi per le nozze, cadendo nell'atroce trappola, che scattò nella notte del 23 agosto 1572 (la notte di San Bartolomeo), dove i cattolici scatenarono una vera e propria caccia all'uomo, uccidendo de Coligny, massacrando più di tremila protestanti a Parigi, tra cui l'umanista Pierre de la Ramée (Petrus Ramus), autore di riferimento per il Puritanesimo inglese, e quasi trentamila (secondo alcuni autori, anche oltre quarantamila) ugonotti in tutta la Francia. La guerra civile riprese, più violenta che mai, e durò fino al 1576.
Il nuovo re Enrico III (1574-1589), pressato da più parti per favorire ora i cattolici ora i protestanti, alla morte prematura nel 1584 dell'erede al trono, il fratello Duca d'Angiò, nominò suo successore il cognato protestante Enrico di Borbone, ma i cattolici, organizzati dai Guisa nella Santa Unione, o Lega, obbligarono il re a fuggire da Parigi nel maggio 1588 e lo forzarono a nominare un nuovo erede nel cardinale di Borbone. Il re si vendicò dell'umiliazione, facendo assassinare i due fratelli Duchi di Guisa nel dicembre 1588, ma fu, a sua volta, ucciso dal pugnale di un fanatico domenicano, Jacques Clément, nell'agosto 1589.
Gli successe allora proprio Enrico di Borbone, con il titolo di Enrico IV (1589-1610), ma la lega cattolica non lo riconobbe come sovrano, facendo incoronare il cardinale Carlo di Borbone con il titolo di Carlo X (1523-1590, re: 1589-1590). Enrico IV, abile politico e militare, riuscì comunque a riunificare la Francia in pochi anni. Resisteva solo la città di Parigi, roccaforte cattolica: per poter entrare nella capitale e farsi incoronare, Enrico dovette abiurare dalla propria fede riformatrice nel 1593 per convertirsi al cattolicesimo. Fu in quell'occasione che avrebbe pronunciato (ma la cosa non è storicamente accertata) la famosa frase "Parigi vale bene una messa!".
Tuttavia nell'Editto di Nantes del 1598, il re proclamò una tolleranza abbastanza ampia per i suoi ex compagni di fede, che potevano ricoprire cariche pubbliche, aprire scuole, avere un esercito e delle roccaforti di difesa e perfino godere di un contributo statale per il mantenimento dei pastori. L'editto rimase valido fino al 1685, anno in cui il re Luigi XIV (1654-1715) lo abolì, scatenando una campagna repressiva contro gli ugonotti talmente crudele che lo stesso Papa Innocenzo XI (1676-1689) criticò i metodi addottati.
domenica 13 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 agosto 1624 Re Luigi XIII nomina il Cardinale Richelieu primo ministro di Francia.
Il padre François du Plessis, signore di Richelieu, discendente da una famiglia nobile ma decaduta, è un valoroso ufficiale dell'esercito francese che, dopo aver servito fedelmente Enrico III, prima, ed Enrico IV, subito dopo, viene investito di importanti funzioni di alta magistratura (Gran prevòt). Padre di cinque figli, avuti dalla moglie Susanna de La Porte, morendo prematuramente lascia alla vedova l'onere di crescere i ragazzi, tutti in tenera età. Non avrà quindi modo di assistere alla grande riabilitazione di cui il nome della sua famiglia potrà godere grazie al suo terzogenito, Armand-Jean, che da bambino povero ed orfano di padre (ha soltanto cinque anni quando perde il genitore), saprà trasformarsi in una figura di così grande spessore da incutere rispetto e soggezione nelle diplomazie di mezza Europa.
Armand-Jean, nato a Parigi il 9 settembre 1585, grazie ai meriti paterni può studiare nel collegio di Navarra e, subito dopo, intraprendere la vita militare, ma un fatto nuovo interviene a mutarne le prospettive di vita e di carriera: suo fratello Alphonse, che ha preso i voti per divenire vescovo di Lucon - in funzione di un antico privilegio della famiglia - si ammala gravemente al punto da non poter più occuparsi di nulla. Per non perdere quel beneficio Armand deve precipitosamente spogliarsi della divisa e, con qualche forzatura ad opera del Papa e del sovrano, va a sostituire il fratello vestendo gli abiti religiosi.
Ad appena 21 anni, dunque, viene ordinato vescovo e, nonostante la giovane età, riesce a distinguersi per il rigore che impone subito al clero della sua diocesi. Si impegna inoltre nel dare nuovo impulso alle missioni ed avvia una proficua campagna di conversione degli ugonotti, com'erano detti i protestanti calvinisti francesi.
Otto anni dopo, nel 1614, con la nomina a delegato agli Stati generali riesce a farsi apprezzare per le doti diplomatiche intervenendo a stemperare i tesissimi rapporti fra nobiltà e clero ed entrando così nelle grazie di Maria de' Medici, vedova di Enrico IV e reggente per conto del figlio Luigi XIII, e del suo braccio destro Concini. Grazie ad essi nel 1616 Richelieu è nominato segretario di Stato per la guerra e gli affari esteri. Ma la regina madre ed il suo fiduciario sono molto invisi alla nobiltà ed allo stesso Luigi XIII che, impossessatosi del potere nel 1617, fa assassinare l'uomo ed allontanare la donna da Parigi.
Richelieu la segue a Blois e le rimane vicino riuscendo, nel 1620, a farla riconciliare con il re, suo figlio. Rientrati a Parigi, Maria lo segnala caldamente al sovrano il quale gli fa ottenere, nel 1622, la nomina di cardinale e, due anni dopo, lo chiama a far parte del suo consiglio come primo ministro: da questo momento il suo prestigio sarà un crescendo continuo, fino a divenire arbitro della politica francese.
Deciso a restituire alla Francia un ruolo egemone in Europa attraverso il ridimensionamento degli Asburgo, comprende che è necessario innanzitutto consolidare il potere interno, eliminando quindi ogni resistenza all'assolutismo monarchico. E nel 1628 riesce ad avere ragione sugli ugonotti con la vittoria di La Rochelle, loro capitale, ed a neutralizzare le cospirazioni di Gastone d'Orleans, fratello del re, e di sua moglie Anna d'Austria; in questa opera di repressione il Cardinale Richelieu non esita a far decapitare alcuni nobili ribelli e costringe la stessa regina madre, ormai in aperto dissenso con le politiche del cardinale, a fuggire dalla Francia.
Sbaragliati i nemici interni, nel 1629 si pone personalmente a capo dell'esercito ed interviene nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato, ponendo sul trono ducale un francese, Nevers, e dando in tal modo un primo smacco al Sacro Romano impero, oltre che alla Spagna. Nel 1635 entra nella "guerra dei Trent'anni" trasformandola da conflitto religioso fra cattolici e protestanti in guerra per l'egemonia europea tra l'impero asburgico e la Francia. Tredici anni dopo, nel 1648, le ostilità cesseranno con la Pace di Vestfalia: l'impero degli Asburgo ne uscirà demolito, trasformato in vari Stati indipendenti, ed il successo pieno dei piani di Richelieu, deceduto già da alcuni anni, sarà palesemente sancito.
Il genio, ma anche il fermo cinismo di Richelieu nel perseguire le supreme ragioni dell'assolutismo, lo rendono negli ultimi anni fra gli uomini più temuti ed odiati tanto in Francia quanto all'estero.
Il Cardinale Richelieu mupre all'età di 57 anni a Parigi, il 4 dicembre 1642.
Oggi riposa in una tomba monumentale scolpita da Francois Girardon nella Cappella della Sorbona, a Parigi.
Fondatore dell'Accademia di Francia, mecenate, lungimirante statista, poco prima del suo decesso, si raccomanda al re perché scelga come suo successore il cardinale Mazarino, al quale ha già impartito tutta una serie di direttive grazie alle quali il nuovo re Luigi XIV potrà regnare su una Francia rinnovata, militarmente ed economicamente salda, e con un ruolo politico internazionale di tutto prestigio guadagnandosi l'appellativo di "Re Sole".
domenica 4 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La leggenda vuole che il 4 giugno 1070 il formaggio Roquefort nasca in una caverna nei pressi dell'omonima città francese.
Il Roquefort è un formaggio di pecora che, analogamente al gorgonzola, rientra nel gruppo degli erborinati (blue cheese).
E' di origine francese, più precisamente della regione Midi-Pyrénées, ma oggi la sua zona di produzione sta cambiando; in base a quanto proposto nella modifica del disciplinare, è verosimile che tale zona corrisponderà alla parte meridionale dell'Aveyron, comprensiva delle zone circostanti (a sud del Massiccio Centrale).
Fin dal 1925 il Roquefort ha goduto "dell'Appellation d'Origine" (tutela giuridica) e, nel 1996, gli è stato assegnato il marchio di "Protected Designation Origin" (PDO, analogo al nostro DOP).
La storia del Roquefort è strettamente correlata ad una leggenda popolare; si dice che un pastore, dimenticando il suo formaggio bianco assieme al pane in una grotta, al suo ritorno li trovò entrambi ammuffiti (il pane aveva contaminato il formaggio). In realtà, è piuttosto difficile comprendere in che modo possa essere nato il Roquefort poiché, grazie al rilevamento di alcuni reperti archeologici, è stato stabilito che le relative produzioni casearie iniziarono 3.500 anni prima della nascita di Cristo.
Il Roquefort è un formaggio ricavato ESCLUSIVAMENTE per stagionatura del prodotto bianco nelle grotte di Roquefort-sur-Soulzon (Aveyron). Viene prodotto SOLO a partire da latte crudo di pecore razza Lacaune, alimentate per mezzo del pascolo, dei foraggi e dei cereali (provenienti almeno al 75% dalla zona di origine). Al latte vengono poi inoculate le spore del microorganismo "Penicillium Roqueforti", una muffa impiegata anche nella caseificazione del camembert, del brie e del gorgonzola.
La produzione del Roquefort richiede molte fasi, descritte con estrema precisione nell'apposito disciplinare; queste sono: introduzione del caglio nel latte, inoculazione delle spore di Penicillium Roqueforti, taglio della cagliata, drenaggio/scolatura, salatura a secco e "needling" (micro foratura multipla, effettuata a mano o in maniera automatizzata); quest'ultimo passaggio è essenziale per conferire le apposite venature dall'esterno fino al cuore della forma (un processo simile viene applicato anche sul gorgonzola).
Il formaggio viene poi messo a stagionare per almeno 90 giorni (fino a 9 mesi) in grotte site nel villaggio di Roquefort-sur-Soulzon (zona delimitata dal disciplinare); tali caverne sono caratterizzate da umidità e temperatura costanti, da pareti calcaree e da una ventilazione naturale fornita dalla penetrazione del vento nelle "Fleurines" (fessure nelle pareti comunicanti con l'esterno).
In sintesi, le caratteristiche uniche del Roquefort derivano essenzialmente da 4 fattori inimitabili:
utilizzo di latte di pecora Lacaune
inoculazione della muffa Penicillium Roqueforti
e soprattutto:
processo di needling
stagionatura (3-9 mesi) in grotte calcaree caratterizzate da fleurines.
Il Roquefort è un prodotto caseario fortemente aromatico e con un gusto caratteristico. Si presenta con venature bluastre e/o verdognole, simili a quelle del nostro gorgonzola; d'altro canto, rispetto a quest'ultimo, il Roquefort giovane è SEMPRE di consistenza più solida, uniforme, elastica e meno friabile; tale caratteristica tende a scemare nel prodotto stagionato.
Ovviamente, la differenza sostanziale tra Roquefort e gorgonzola consiste nella materia prima di origine, ovvero il latte; mentre il formaggio francese è un prodotto di pecora, quello italiano deriva dal latte vaccino. Tra l'altro, contrariamente a quanto si possa immaginare, il gorgonzola (pur essendo a base vaccina) ha un gusto e un aroma MOLTO più intensi e pungenti rispetto al Roquefort; ciò nonostante, l'apporto energetico, lipidico e di sodio risultano maggiori nel formaggio francese rispetto al prodotto caseario italiano.
Il Roquefort è un formaggio che si presta notevolmente sia alla degustazione, sia alla strutturazione di ricette complesse. Nel primo caso è idoneo soprattutto come pietanza o come dessert, mentre nella seconda ipotesi entusiasma la formulazione di sughi per i primi piatti e fondute. Non mancano le applicazioni in varie farciture come, ad esempio, la "CheeseCake al Roquefort con marmellata di pere (o pere sciroppate) e noci Pecan".
Il Roquefort è un formaggio energetico, lipidico, ricco di acidi grassi saturi e colesterolo; per queste ragioni non si presta né all'alimentazione del soggetto in sovrappeso, né a quella dell'ipercolesterolemico.
Le proteine del Roquefort sono contenute in buone quantità, hanno un alto valore biologico e dovrebbero vantare una prevalenza degli amminoacidi: acido glutammico, prolina e leucina. L'amminoacido limitante è verosimilmente il triptofano (informazioni ricavate dall'analisi delle proteine del latte dei formaggi analoghi).
Essendo ricco di sodio, il Roquefort NON si presta all'alimentazione contro l'ipertensione; d'altro canto, contenendo una buona porzione di calcio, può rappresentare una pietanza da consumare anche due volte alla settimana (soprattutto in età di accrescimento scheletrico).
Nel Roquefort si notano buoni livelli di Riboflavina (vit. B2) e vit. A (retinolo).
mercoledì 22 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 marzo 1831 viene creata la legione straniera francese.
Al museè de l’Armee di Parigi, sulla spianata degli Invalides, tra spade, archibugi e cannoni, l’inconfondibile divisa è ancora tra le più ammirate. Il simbolo di un soldato entrato di diritto nella storia dei costumi e dell’iconografia, persino del cinema. Il tipico copricapo bianco, il « kepi », la camicia di tela kaki (la stessa che fu adottata dall’esercito britannico di Sua Maestà nel 1935), i pantaloncini corti – il ‘Bombay Bloomer’ memore delle esperienze coloniali inglesi in India – la fondina e le cinture di cuoio, la borraccia di due litri ed il fucile MAS, di fabbricazione francese. Un’uniforme entrata nel mito. È stata immortalata in decine di documentari d’epoca o in film come « March or Die» (con Gene Hackman, Catherine Deneuve e Max Von Sydow) o « Il Legionario » (con Jean-Claude Van Damme) e addirittura cantata dalla ‘môme’ Edith Piaf e da Serge Gainsbourg. Nella Legione straniera hanno servito personalità come il nipote di Garibaldi, il re di Serbia, il ministro dell’istruzione fascista Bottai o scrittori come Arthur Koestler e Curzio Malaparte. Ancora oggi, dopo quasi 200 anni, sono i legionari a chiudere la tradizionale parata militare del 14 luglio. Sfilando orgogliosi sugli Champs Elysèes di Parigi, sotto lo sguardo vigile e rassicurante del Presidente della Repubblica.
Creata nel 1831 dal re di Francia Luigi Filippo per accogliere stranieri che volevano servire la Francia senza creare reggimenti in funzione delle diverse nazionalità, la Legione Straniera si è nel tempo consolidata all’interno dell’esercito francese come corpo d’élite per i teatri di guerra e le operazioni più difficili. Nella storia di questo reggimento militare centinaia di reclute, facendo prova di coraggio, hanno spesso valicato, anche illegalmente, frontiere fuggendo da persecuzioni, guerre civili, processi pur di oltrepassare la soglia di Aubagne, la Maison Mère sede del Comando Centrale dove nel 2013, nel 150esimo anniversario della battaglia di Camerone in Messico (in cui un pugno di legionari tennero testa per 10 giorni a 800 ribelli), è stato anche inaugurato un Museo della Legione in un vasto edificio che s’estende su 1.200 metri quadrati. Dal Messico all’Indocina, passando per il Ruanda e l’Afghanistan, la Legione Straniera ha operato, nei suoi oltre 190 anni di storia, nei teatri di guerra più disparati. La Legione Straniera era in Marocco, Siria e Libano durante la Prima Guerra Mondiale, in Norvegia nel 1940, in Indocina nel 1945, in tutta l’Africa del Nord negli anni ’50, in Madagascar, Guyana francese e Djibouti negli anni ’60 fino all’Afghanistan, il Ciad, il Libano, la Costa d’Avorio ed il Mali di oggi.
Ma l’origine del fascino che sempre ha esercitato la Legione Straniera, oltre al képi bianco, il forte spirito di cameratismo di stampo internazionale e gli esotici scenari di guerra, è radicata nel mito su cui si fonda la Legione stessa. Siamo nel 1831, la conquista dell’Algeria è ai suoi inizi. La Legione viene creata appositamente per fornire sostegno militare alle truppe francesi. La prima Legione si forma a partire da soldati professionisti disoccupati dopo le varie guerre imperiali francesi ma anche da rivoluzionari provenienti da tutta Europa che avevano trovato rifugio in Francia, dissidenti che lasciavano clandestinamente il proprio paese per motivi politici, economici o giuridici. Per facilitare il reclutamento la Legione Straniera autorizzava le nuove reclute ad arruolarsi su semplice dichiarazione d’identità. Questa disposizione, che all’inizio era stata adottata per semplificare le procedure, permise in realtà alle reclute che fuggivano da guerre, persecuzioni, processi, di nascondere la propria vera identità e cominciare una nuova vita nella legione dietro il motto «Legio Patria Nostra» (La Legione la nostra Patria ndr) e, dopo 3 anni di servizio, anche poter, in via teorica, ottenere la naturalizzazione francese. È questa «seconda chance» che la Legione offriva a coloro che ne accettavano le regole a costituire parte del mito su cui si fonda ancora oggi la storia della Legione. In cambio dell’anonimato e di una nuova identità, la Legione chiedeva sacrificio, una vita di solitudine lontano da casa e famiglia e una quotidianità fatta di dura disciplina militare. Ad oggi più di 35.000 stranieri sono caduti servendo la “patria” che costituiva in sé la Legione. Tra questi tanti, tantissimi italiani.
Dal 1831 ad oggi si calcola che oltre 60.000 italiani hanno servito nei ranghi della Legione. Dopo i vicini tedeschi, il gruppo di stranieri più corposo in tutta la storia della Legione sono stati dunque gli italiani (tale da provocare, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la formazione, all’interno della Legione, di una Legione Garibaldina composta esclusivamente da repubblicani, mazziniani e sindacalisti italiani). Ma cosa spingeva gli italiani, agli inizi del ‘900, ad arruolarsi per un esercito di un paese straniero? «La prima motivazione che spingeva gli italiani immigrati in Francia negli anni della Prima Guerra Mondiale – spiega Stéphanie Preziosi, professore associato presso l’Istituto di Storia Economica e Sociale della Facoltà di Scienze Politiche di Losanna e specialista della questione del reclutamento collegato all’immigrazione italiana – è quella di sfuggire alle conseguenze disastrose di una partecipazione dell’Italia dal lato sbagliato della guerra, cosa che avrebbe provocato l’arresto, la cattura. Un’altra motivazione è ottenere facilmente la nazionalità francese, vitale per coloro che erano in fuga dall’Italia per motivazioni politiche. L’altra è la povertà estrema. Zone depresse come il Friuli, l’Emilia Romagna, le Marche già dagli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento funsero da basi a partire dalle quali migliaia di migranti approdarono in Francia, spesso con le loro famiglie, per installarsi e cominciare una nuova vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per lottare contro i sentimenti anti-italiani che si manifestavano nella popolazione francese e dimostrare l’attaccamento al loro paese d’adozione, molti italiani scelsero dunque di arruolarsi».
Ed oggi? La Legione Straniera ha perso quell’aura che aveva un tempo - basti pensare che dall’epoca gloriosa questo corpo scelto di soldati di tutte le nazionalità è passato da 40.000 effettivi a poco più 7.700 effettivi - ma resta un corpo d’élite che attira sempre candidati di tutto il mondo. I criteri di selezioni sono estremamente rigidi anche se in via teorica non servono particolari caratteristiche per entrare a far parte della Legione Straniera: forma fisica e psicologica idonea e un’età tra i 17 e i 40 anni non compiuti. La prima ‘ferma’ dura 5 anni, con possibilità di reingaggio. «La parte fisica non è importante – racconta un ex legionario italiano il cui nome di battaglia è Vittorio Augenti – certo devi dimostrare che ce la metti tutta ma in fondo il fisico te lo forgiano loro. È la parte psichica ad essere più difficile. Nei colloqui psicoattitudinali non ti mollano finché non sei realmente sincero sul perché hai deciso di arruolarti. Scavano fino a sincerarsi che non sei un bandito che cerca di scappare da qualcosa. Oggi non c’è più spazio per i dannati. Non più. Vogliono essere sicuri che sarai un buon soldato. In fondo la Legione è uno dei migliori eserciti al mondo».
L’arruolamento avviene in uno dei due centri di preselezione (a Parigi/Fontenay sous Bois o Aubagne) e consiste in un colloquio con uno specialista per testare le reali motivazioni e in una visita medica. Superata la preselezione, l’aspirante legionario viene inviato al Comando Centrale di Aubagne, dove nei dieci giorni che seguono svolge test psicoattitudinali e visite mediche più approfondite. In questa fase le prove fisiche sono la corsa cadenzata, le trazioni alla sbarra, la salita alla fune di 5 metri, le flessioni addominali ed il test “Luc lèger” (per determinare la velocità aerobica del candidato). Se supera questi test il legionario può finalmente firmare il contratto di arruolamento e iniziare il suo percorso di formazione, che dura quindici settimane, prima di integrare uno dei reggimenti della Legione Straniera. «Io ho fatto il corso a Djibuti – ci racconta Vittorio Augenti - poi in Burkina Faso e dopo mi hanno spedito nella base aerea militare di Bagram, in Afghanistan. Quello che ho vissuto in Legione mi è rimasto dentro. Spirito di corpo, una certa fratellanza e soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia».
mercoledì 21 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 21 dicembre 1958 Charles De Gaulle viene eletto primo presidente della neonata Quinta Repubblica Francese.
Nel settembre del 1958 l’esito del referendum popolare con cui fu approvata la nuova Costituzione della Quinta Repubblica si tradusse in un generale e unanime voto di fiducia a favore di De Gaulle. La Costituzione conferiva il potere esecutivo a un presidente eletto con suffragio indiretto, che nominava i ministri e aveva il potere di sciogliere il Parlamento e di governare per decreto in caso di emergenza. Il potere dell’Assemblea nazionale di rovesciare il governo veniva fortemente ristretto. Nel 1962 un emendamento proposto da De Gaulle istituì l’elezione popolare diretta del presidente, il cui potere crebbe ulteriormente.
Il problema più urgente che De Gaulle si trovò ad affrontare fu la questione algerina, impossibile da risolvere militarmente. Nel 1960 egli aprì i negoziati di pace con i ribelli algerini, che perseguì – nonostante nuove rivolte di ufficiali dell’esercito, il suo tentato assassinio e la violenza terroristica – fino a giungere agli accordi di Evian e alla proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria.
La ferma volontà di De Gaulle di accrescere il prestigio internazionale della Francia e di riaffermarne l’indipendenza in politica estera lo condusse nel 1959 a ordinare la chiusura delle basi missilistiche statunitensi in Francia e a ritirare la flotta del Mediterraneo (e in seguito tutte le forze francesi) dal comando dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Per ridurre la dipendenza dalla protezione nucleare americana sviluppò una forza nucleare francese. Posto fine al secolare contrasto con la Germania, si riavvicinò poi all’URSS, riprese le relazioni diplomatiche con i paesi arabi e riconobbe la Cina popolare (1964).
Dal punto di vista economico gli anni della sua presidenza furono un’epoca d’oro per la Francia.
Tra il 1959 e il 1970 l’indice della produzione industriale raddoppiò quasi e il prodotto nazionale lordo crebbe a una media del 5,8% annuo tra il 1960 e il 1975, un tasso superato solo da quello del Giappone. Il potere d’acquisto continuò a salire e il popolo francese raggiunse un benessere senza precedenti.
Tuttavia, verso la metà degli anni Sessanta, si manifestarono segni di un malessere acuto. La spinta inflazionistica crebbe e tornò la disoccupazione, soprattutto tra i laureati, il cui numero era fortemente aumentato in seguito alla democratizzazione dell’istruzione superiore degli anni Cinquanta. Nel maggio del 1968 scoppiò la rivolta; lo sciopero iniziato dagli studenti di Parigi, che per protesta contro la brutalità della polizia avevano occupato gli edifici dell’università, fu imitato da studenti e lavoratori in tutto il paese, ed entro la terza settimana di maggio il paese fu paralizzato da uno sciopero generale. De Gaulle sciolse l’Assemblea nazionale e indisse nuove elezioni, che diedero al suo partito una maggioranza assoluta. Nella primavera del 1969, in seguito all’esito negativo di un referendum in merito a due riforme costituzionali, De Gaulle diede le dimissioni, si ritirò definitivamente dalla vita politica e morì l’anno seguente.
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