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giovedì 11 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer muore, a sessantadue anni, dopo essere stato colpito da un ictus durante un comizio a Padova il giorno 7. I suoi funerali, a piazza S. Giovanni, a Roma, sono un immenso corteo commosso, fatto di fedelissimi, di alleati, ma anche di avversari politici e di gente comune, che in lui ha avuto modo di apprezzare il rigore morale e la passione per il suo lavoro.
Compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale; il lessico berlingueriano dà la misura di quanto profondamente l’azione e il pensiero del leader comunista siano stati intrecciati con la storia italiana di quegli anni e, soprattutto, con quella della sinistra. Enrico Berlinguer è stato un uomo molto popolare; molti, e non solo tra i suoi, ne apprezzarono il carattere schivo e coraggioso e l’onestà intellettuale e molti, ancora oggi, rimpiangono il suo volto come quello di un’Italia che forse è finita con lui. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo pianse “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” e che ne riportò la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale, riteneva che “se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera”.
Nei giorni che seguirono la morte di Berlinguer molti, e non solo i suoi compagni, sottolinearono le sue qualità umane, salutando in lui “un uomo vero”, come fece Giorgio Bocca o “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, come scrisse Indro Montanelli.
Berlinguer, il leader; Enrico Berlinguer, l’uomo. Ed ecco che due immagini vengono alla mente. La prima risale al 1976; il segretario del PCI, a Mosca, sul palco del congresso del PCUS davanti a cinquemila delegati, prende la parola per parlare del valore della democrazia, del pluralismo, condannando l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. La seconda è l’immagine straziante di Berlinguer, affaticato, sul palco di Piazza della Frutta di Padova, durante il comizio di chiusura delle elezioni europee, il 7 giugno del 1984; gli manca il respiro, sussurra, le forze gli vengono meno, eppure continua a parlare. "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...", pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Alla fine perde conoscenza; non è la stanchezza, ma un ictus che, quattro giorni dopo, ne causerà la morte. Tra queste due date si consumano le fasi più significative della parabola di un uomo che ha impresso un proprio peculiarissimo segno nel corso della storia del nostro paese.
La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
Così diceva Berlinguer nel 1980; non è che una delle tante riflessioni che testimoniano la sua lungimiranza e l’attualità del suo pensiero.
Nel 1983 Giovanni Minoli lo intervista per Mixer; ne emerge un ritratto che rende merito ad entrambe questi aspetti della sua personalità. L’uomo timido, pieno di pudore, che si dispiace di essere definito un uomo triste, semplicemente “perché non è vero”, l’uomo che dà grande importanza alla famiglia, ai figli, per quanto non si pente di aver sacrificato alla politica molta parte del suo tempo, né spera di doversene pentire mai. Ma anche il leader sicuro delle proprie scelte, “fedele agli ideali della sua gioventù”, che ribadisce lo strappo con Mosca e considera il potere “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare i propri ideali”. Alla domanda su cosa gli dispiace del potere, Berlinguer sembra non avere dubbi, non evoca le distorsioni del potere e il suo implicito rischio di generare corruzione, e risponde soltanto: “Mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi”.

mercoledì 10 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1918 venne compiuta la cosiddetta "Impresa di Premuda", con la quale la marina militare italiana pose fine ai piani espansionistici dell'Impero Austro-Ungarico sul mare Adriatico: questo successo, rilevante sul piano strategico e nondimeno su quello del morale, sancì la supremazia italiana e fu l'ultimo capitolo di una guerra sul mare parallela a quella combattuta lungo la frontiera Nord-Orientale della penisola.
E' per questo motivo che la marina militare italiana celebra ogni anno la propria festa il 10 giugno.
 I piccoli ma micidiali, avanzatissimi motoscafi MAS concepiti e costruiti in Italia, affidati al comandante Luigi Rizzo e ai suoi uomini audaci ed esperti quel giorno riuscirono ad affondare nelle acque della Dalmazia la corazzata imperiale Santo Stefano (Szent Istvàn), che sarebbe dovuta intervenire nell'attacco su larga scala contro il blocco del Canale di Otranto.
La porta dell'Impero Asburgico sul mare è la città di Trieste, base di una flotta che si costituisce durante il XIX secolo con lo scopo di presidiare le roccaforti lungo le coste della Dalmazia. Nei primi anni del '900, al fine di contrastare il consolidamento del giovane Regno d'Italia deciso ad una completa riunificazione, si provvede ad una necessaria modernizzazione della Marina Imperiale attraverso un programma che, avviato tardivamente, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale risulta ancora in via di attuazione.
L'Impero può comunque contare sulla nuova base di Pola, su circa 400 unità, di cui numerosi sommergibili, e soprattutto le quattro grandi corazzate della classe "Viribus Unitis" recentemente varate. Mentre la SMS Viribus Unitis, la Tegetthoff e la Prinz Eugen sono state costruite negli Stabilimenti Tecnici Triestini, la Szent Istvàn è frutto del compromesso (Ausgleich) con il quale è concessa nel 1867 una maggiore autonomia alla componente ungherese dell'Impero: viene costruita nei cantieri navali ungheresi di Fiume, e prende il nome del santo patrono dei magiari, entra però in servizio a conflitto già iniziato, il 17 novembre 1915.
Le corazzate Tegetthoff e Prinz Eugen si sono rese protagoniste del cannoneggiamento della costa di Ancona nello stesso giorno in cui il regno d'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, ma ben presto l'Adriatico si rivela poco adatto alle navi di grande stazza e più congeniale, viceversa, ai più economici sottomarini. Anche i tedeschi inviano nell'Adriatico mezzi subacquei in grande quantità, allo scopo di forzare il blocco che le flotte dell'Intesa hanno imposto sul canale di Otranto.
L'attività delle navi maggiori della flotta imperiale è circoscritta ad incursioni sporadiche, e salvo rare esercitazioni anche la Szent Istvàn è per la maggior parte del tempo ferma in rada nella base di Pola.
In seguito alla sconfitta subita nel 1866 sul mare di Lissa, durante le guerre risorgimentali, la Marina del Regno d'Italia conosce un'importante evoluzione che porta allo sviluppo di mezzi all'avanguardia, come le corazzate Enrico Dandolo, Caio Duilio, Italia e Lepanto che diventano modelli di eccellenza, la pietra di paragone di una flotta moderna anche per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
La Regia Marina introduce per la prima volta al mondo l'aeroplano all'impiego bellico, durante la campagna di Libia del 1911-12 contro l'Impero Ottomano, e alla vigilia del Primo Conflitto Mondiale concepisce navigli leggeri e veloci, in grado di sfruttare la disposizione geografica dell'Italia e i bassi fondali (inadatti ai grandi scafi) per incursioni-lampo tra le linee nemiche. Nascono così nei cantieri di Venezia i le Motobarche Armate SVAN o più semplicemente MAS, inizialmente definiti come "Motobarche Anti Sommergibili", ma presto ribattezzati "Motoscafi Armati Siluranti" in ragione della loro versatilità e del potenziale offensivo apportato dai siluri, o torpedini, l'arma sviluppata proprio dagli austriaci a Fiume cinquant'anni prima.
Al pari delle moderne corazzate progettate dall'ingegnere Brin, anche i MAS disegnati da Attilio Bisio sono gioielli della tecnica, dislocati in circa 10 tonnellate e capaci di raggiungere i 24 nodi, che si rivelano, partendo dalle basi di Venezia, Grado ed Ancona, particolarmente appropriati ad azioni di forzamento dei porti austriaci nell'alto Adriatico e non solo allo sminamento o al pattugliamento contro mezzi sottomarini.
Tale convinzione, condivisa dal Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Thaon di Revel, è confermata come fondata da una fortunata serie di incursioni e in particolare quando, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917, nell'anno di guerra più difficile per l'Italia, viene affondata a Trieste la corazzata nemica Wien, ad opera dei MAS 9 e 13 comandati dal Capitano Luigi Rizzo.
Due mesi dopo, tra il 10 e l'11 febbraio del 1918, lo stesso Rizzo, già decorato con la Medaglia d'Oro, insieme a Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano viola le maglie del sistema difensivo austriaco fino a penetrare in un porto nemico per quella che sarà ricordata come la "Beffa di Buccari".
Nella notte del 4 aprile, un commando di 60 marinai austriaci guidati dal tenente Weith sbarca sulla costa adriatica nei pressi di Falconara Marittima per catturare i motoscafi di Rizzo ormeggiati ad Ancona: le spie vengono scoperte, seppure in extremis, e l'evento rivela quanto preoccupato interesse abbiano destato presso gli austriaci le azioni condotte dai MAS.
Grazie anche al sostegno della flotta alleata britannica, francese ed americana, durante la prima metà del 1918 la Regia Marina perfeziona il blocco del canale di Otranto con la realizzazione di un colossale sbarramento fisico fatto di reti e mine, per impedire l'accesso anche ai sottomarini nemici. Nel tentativo di forzare il blocco, divenuto un'autentica muraglia, dopo numerosi tentativi senza successo il comando della flotta austro-ungarica agli ordini dell'Ammiraglio Horthy mette a punto un'offensiva combinata su larga scala che dovrebbe, senza grandi rischi, aprire la via al Mediterraneo assicurando un significativo guadagno strategico e un importante effetto sul morale delle truppe.
La Marina Imperiale intende sostenere dal mare, con un'azione in grande stile, un'imminente offensiva di terra (la cosiddetta "Battaglia del Solstizio") che potrebbe decidere le sorti della guerra.
Nella notte dell'8 giugno 1918, salpa da Pola un primo squadrone guidato dalle navi maggiori Viribus Unitis e Prinz Eugen, diretto verso Sud in attesa di essere raggiunto dalle altre corazzate. Il giorno successivo, anche la Szent Istvàn e la sua gemella Tegetthoff lasciano il porto di Pola scortate da una numerosa formazione di torpediniere, anche se con qualche ritardo; a bordo della Tegetthoff è ospitata una squadra di fotografi e cineoperatori attrezzati in modo da ritrarre la grande vittoria prevista con l'attacco dell'11 giugno.
Negli stessi momenti si appostano in agguato i MAS 21 e 15 guidati da Giuseppe Aonzo e Armando Gori al comando di Luigi Rizzo, partiti da Ancona alle ore 17, scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere, con il compito di perlustrare la costa dalmata e procedere allo smantellamento di eventuali campi minati.
Dopo oltre quattro ore di navigazione senza incontrare ostilità, i MAS riprendono la rotta del ritorno ed improvvisamente, alle ore 3 del mattino al largo dell'isola di Premuda, avvistano i fumi di quella che ha tutta l'aria di essere una grande formazione di navi austriache.
Anziché limitarsi a registrare la situazione e rientrare con cautela alla base, i MAS si lanciano, coperti dalle prime luci dell'alba alle loro spalle, all'attacco della squadra nemica: si avvicinano da Est alle corazzate, il bersaglio più importante e pericoloso, a grande velocità; riescono a sganciare a meno di 300m di distanza 4 siluri che colpiscono la Tegetthoff e in maniera più grave la Szent Istvàn. Impegnati in manovre evasive, per sfuggire al fuoco austriaco durante una concitata fase di inseguimento e fare così ritorno incolumi alla base, gli equipaggi dei MAS non hanno la possibilità di accertarsi del risultato conseguito, ma con il passare delle ore la speranza diviene certezza: alle ore 6 del 10 giugno, la Santo Stefano è affondata.
A bordo della Tegetthoff si assiste all'inesorabile sorte della corazzata gemella, e le uniche scene ad essere riprese non testimoniano una grande vittoria, ma sono quelle di una triste sconfitta. Le vittime sono 89, grazie all'abilità del Comandante Seitz e dell'ufficiale macchinista Franz Dueller è tratta in salvo gran parte degli oltre 1000 uomini dell'equipaggio, ma le ambizioni austriache sull'Adriatico subiscono una ferita irreparabile.
Le navi che avrebbero dovuto attaccare il canale di Otranto sono richiamate nelle rispettive basi, e per tutto il resto della guerra non entreranno più in mare aperto: la Marina italiana ha ottenuto il controllo del mare Adriatico e la nuova situazione strategica, oltre a costituire un colpo durissimo al morale austriaco, accresce il prestigio della Regia Marina anche presso gli alleati.
L'impresa di Premuda, più che un fortunato episodio dettato dalle circostanze e dall'audacia individuale, è il risultato di un paziente e metodico insistere per anni in attese snervanti in preparazione agli agguati.
L'Ammiraglio Thaon di Revel emette il comunicato ufficiale:
All'alba del 10 corrente, presso le isole dalmate, due nostre piccole siluranti, al comando del capitano di corvetta Rizzo Luigi da Milazzo, attaccavano una divisione navale austro-ungarica costituita da due grandi corazzate tipo "Viribus Unitis" protette da dieci cacciatorpediniere. Le nostre unità, audacemente oltrepassata la linea dei cacciatorpediniere, colpivano con due siluri la nave capolinea e con uno la seguente; rincorse dai cacciatorpediniere ne danneggiavano gravemente uno e rientravano incolumi alla loro base.
Tutto il paese ha ben ragione di festeggiare.
Luigi Rizzo e i suoi uomini ricevono le congratulazioni delle istituzioni e il riconoscimento della popolazione, tanto da guadagnare a Rizzo, in seguito promosso Comandante e poi Ammiraglio, una eccezionale seconda Medaglia d'Oro al Valore Militare. Al termine della guerra, Luigi Rizzo tenta con esiti alterni di imprimere la propria visione moderata agli eventi di tensione che scaturiscono dalla questione di Fiume, fino ad incrinare i rapporti con il commilitone D'Annunzio, ma negli anni '20 abbandona la propria carriera militare operativa per dedicarsi alla gestione, anche sindacale, del traffico marittimo.
Il MAS 15 di Luigi Rizzo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere presso il Vittoriano a Roma, mentre le ancore delle corazzate Tegetthoff e Viribus Unitis sono esposte all'entrata del Palazzo della Marina a Roma, a Venezia, a Brindisi.
Il relitto della Santo Stefano riposa a 66 metri di profondità, è stato meta di numerose spedizioni subacquee ed è divenuto oggi un'importante attrazione turistica.
La data del 10 giugno è assunta ufficialmente come giorno di festa della Marina (prima celebrata il 4 dicembre) soltanto nel 1939 e, dopo una sospensione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è stata reintrodotta nel 1950 (nuovamente nel giorno di Santa Barbara) ed infine ripristinata nel 1964 all'anniversario dell'azione di Premuda. La tradizionale manifestazione, in ricordo di un'impresa senza precedenti condotta da uomini di straordinario coraggio, rivive ogni anno alla presenza delle massime istituzioni e nel 2008 ha avuto luogo, in occasione del novantesimo anniversario, sullo sfondo monumentale dell'Arsenale di Venezia.

martedì 9 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 68 muore a Roma l'Imperatore Nerone.
L'imperatore romano Nerone (in latino: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus) nasce ad Anzio il 15 dicembre dell'anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il padre appartiene a una famiglia considerata di nobiltà plebea, mentre la madre è figlia dell'acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola che di Nerone è pertanto zio materno.
Nato con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, Nerone viene ricordato come quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia.
Nell'anno 39 la madre Agrippina Minore si scopre essere coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola: viene per questo mandata in esilio nell'isola di Pandataria. L'anno seguente, il marito Gneo muore e il patrimonio viene requisito da Caligola stesso.
Due anni dopo Caligola viene assassinato, Agrippina Minore può così fare ritorno a Roma per occuparsi del figlio. Lucio viene affidato a due liberti greci (Aniceto e Berillo) per poi proseguire gli studi con due sapienti dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali sviluppa un pensiero filoellenista.
Nel 49 Agrippina Minore sposa l'imperatore Claudio ed ottiene la revoca dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio.
Nerone sale al potere nell'anno 55, a soli diciassette anni. Britannico, figlio legittimo dell'imperatore Claudio, sarebbe stato fatto uccidere per volere di Sesto Afranio Burro, forse con il coinvolgimento di Seneca.
Il primo scandalo del regno di Nerone coincide con il suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio; Nerone più tardi divorzia da lei perchè si innamora di Poppea. Quest'ultima, descritta come una donna di rara bellezza, prima del matrimonio con l'imperatore sarebbe stata coinvolta in una storia d'amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso. Nel 59 Poppea viene sospettata di avere organizzato l'omicidio di Agrippina, mentre Otone viene spedito lontano, promosso governatore in Lusitania (l'odierno Portogallo).
Dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania, Nerone sposa Poppea nell'anno 62.
Nello stesso periodo introduce una serie di leggi sul tradimento che provocano l'esecuzione di numerose condanne capitali.
Nel 63 nasce Claudia Augusta, figlia di Nerone e Poppea, ma muore ancora in fasce.
L'anno seguente (64) è l'anno dello scoppio del grande incendio di Roma: quando accade il tragico fatto l'imperatore si trova ad Anzio, ma raggiunge immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio. Nerone mette sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, già malvisti dalla popolazione, quali autori del disastro; alcuni di loro vengono arrestati e messi a morte.
Dopo la morte Nerone sarà accusato di aver provocato egli stesso l'incendio. Nonostante la ricostruzione dei fatti sia incerta e molti aspetti della vicenda siano ancora controversi, gli storici concordano sul valutare come superata e poco attendibile l'immagine iconografica dell'imperatore che suona la lira mentre Roma brucia.
Nerone apre addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione, attirandosi l'odio dei patrizi e facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamare le vittime. In occasione dei lavori di ricostruzione di Roma, Nerone detta nuove e lungimiranti regole edilizie, che tracciano un nuovo impianto urbanistico sul quale è tutt'ora fondata la città. In seguito all'incendio fa recuperare una vasta area distrutta, facendo realizzare il faraonico complesso edilizio noto come Domus Aurea, la sua residenza personale, che giunge a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 80 ettari.
Nel 65 viene scoperta la congiura pisoniana (così chiamata da Caio Calpurnio Pisone); i cospiratori, tra cui anche Seneca, vengono costretti al suicidio. Secondo la tradizione cristiana in questo periodo Nerone ordina inoltre la decapitazione di San Paolo e, più tardi, la crocifissione di San Pietro.
Nel 66 muore la moglie Poppea: secondo le fonti sarebbe stata uccisa da un calcio al ventre dello stesso Nerone durante una lite, mentre era in attesa del suo secondogenito. L'anno successivo l'imperatore viaggia fra le isole della Grecia, a bordo di una lussuosa galea sulla quale divertiva gli ospiti con prestazioni artistiche. Nerone decide di rendere la libertà alle città elleniche, rendendo più difficili i rapporti con le altre province dell'impero.
A Roma intanto, Ninfidio Sabino andava procurandosi il consenso di pretoriani e senatori. Il contrasto di Nerone con il senato si era acuito già dagli anni 59-60 in seguito alla riforma monetaria che l'imperatore aveva introdotto: secondo la riforma veniva privilegiato il denarius (la moneta d'argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all'aureus (la moneta dei ceti più agiati).
Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellano all'imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Il Senato lo depone e lo dichiara nemico pubblico: Nerone si suicida il 9 giugno dell'anno 68, probabilmente aiutato dal liberto Epafrodito.
La sua salma viene sepolta in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense, collocata nel Sepolcro dei Domizi, sotto l'attuale basilica di Santa Maria del Popolo.
L'immagine di Nerone è stata tramandata dagli storici cristiani quale autore della prima persecuzione contro i cristiani, nonché responsabile del martirio di moltissimi cristiani e dei vertici della Chiesa Romana, cioè San Pietro e San Paolo. In realtà Nerone non emise alcun provvedimento nei confronti dei cristiani in quanto tali, limitandosi a condannare i soli giudicati colpevoli di aver provocato l'incendio di Roma. A riprova di questo va ricordato che lo stesso San Paolo si era appellato al giudizio di Nerone per avere giustizia, finendo assolto delle colpe imputategli. Ancora San Paolo, nella sua Epistola ai Romani, raccomanda l'obbedienza a Nerone. Le persecuzioni contro i cristiani ebbero invece inizio nel II secolo con la prima persecuzione ordinata da Marco Aurelio, quando la presenza dei cristiani cominciò a rappresentare un serio pericolo per le istituzioni di Roma.

lunedì 8 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 1916 nasceva a Salò Luigi Comencini.
Oltre per la sua vasta e qualitativa produzione cinematografica Comencini viene ricordato per essere uno dei promotori, insieme ad Alberto Lattuada e Mario Ferrari, della Cineteca Italiana, primo archivio cinematografico del nostro paese.
Messa da parte la laurea in architettura, nel dopoguerra Luigi Comencini si dedica al mondo giornalistico e diviene critico cinematografico; lavora per "L'Avanti!", poi passa al settimanale "Il Tempo".
All'età di trent'anni, nel 1946, debutta alla regia con il documentario "Bambini in città"; due anni dopo firma, con "Probito rubare", il suo primo lungometraggio. L'inizio della carrierea di Comencini è caratterizzato dalla volontà di realizzare film che parlano di ragazzi: proprio da "Proibito rubare" (1948, con Adolfo Celi), sulla difficile vita dei giovani napoletani, fino a "La finestra sul Luna Park" (1956) in cui si racconta il tentativo di un padre emigrante di recuperare il rapporto con il figlio, rimasto lontano per molto tempo.
Dopo "L'imperatore di Capri" (1949, con Totò), il grande successo arriva con il dittico di "Pane, amore e fantasia" (1953) e "Pane, amore e gelosia" (1954), entrambi con Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; sono gli anni in cui il cinema si dedica a quel neorealismo rosa che destinerà notevole fortuna in Italia. E Comencini entra con questi lavori tra gli esempi più significativi e apprezzati della corrente.
Nei primi anni '60 Comencini è tra i protagonisti nella genesi della commedia all'italiana: il suo lavoro più importante del periodo è forse "Tutti a casa" (1960, con Alberto Sordi e Eduardo De Filippo), pungente rievocazione del comportamento degli italiani subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Altri lavori sono "A cavallo della tigre" (1961, con Nino Manfredi e Gian Maria Volontè), film carcerario dal forte impatto narrativo, "Il commissario" (1962, con Alberto Sordi), un noir con elementi rosa precursore rispetto ai tempi e "La ragazza di Bube" (1963, con Claudia Cardinale). Firma anche un capitolo, il quinto, della saga di Don Camillo: "Il Compagno Don Camillo" (1965, con Gino Cervi e Fernandel).
In seguito torna sul tema dei ragazzi; rappresentare l'universo dei bambini sembra essere il suo obiettivo più caro: realizza così "Incompreso: vita col figlio" (1964), riduzione dell'omonimo romanzo di Florence Montgomery; nel 1971 gira per la televisione italiana "Le avventure di Pinocchio", con un grande Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che interpretano il gatto e la volpe, e Gina Lollobrigida nei panni della Fata turchina. Poi nel 1984, sempre per la televisione, realizza "Cuore" (con Johnny Dorelli, Giuliana De Sio ed Eduardo De Filippo). Queste ultime opere, tratte rispettivamente dai romanzi di Carlo Collodi e Edmondo De Amicis, saranno destinate a rimanere nella memoria di generazioni di spettatori. Nello splendido "Voltati, Eugenio" (1980), il regista indaga nei rapporti fra diverse generazioni, mantenendo sì un certo dovuto rigore, ma senza mancare della serena ironia di cui è capace.
Degli anni '70 sono inoltre da ricordare lavori quali "Lo scopone scientifico" (1972, con Bette Davis, Silvana Mangano e Alberto Sordi), "La donna della domenica" (1975, con Jacqueline Bisset e Marcello Mastroianni), un giallo satirico, "Il gatto" (1977), "L'ingorgo, una storia impossibile" (1978), "Cercasi Gesù" (1981).
Le pellicole successive - "La Storia" (1986, tratto dal romanzo di Elsa Morante), "La Boheme" (1987), "Un ragazzo di Calabria (1987), "Buon Natale, buon anno (1989, con Virna Lisi), "Marcellino pane e vino" (1991, con Ida Di Benedetto) - sono forse non troppo convincenti; con il passare del tempo e a causa di problemi di salute, Luigi Comencini abbandona l'attività.
Poi le figlie, Francesca e Cristina, intraprendono la professione di regista, e in qualche modo la continuità artistica del padre viene garantita. Francesca Comencini ha avuto modo di dichiarare: "È come se io e mia sorella Cristina ci fossimo divise la sua eredità in termini di temi e linguaggi. Lui amava molto i personaggi fragili, i personaggi schiacciati dalla società, quelli più deboli come i bambini, del resto. E li seguiva e li accompagnava con grande commozione e partecipazione perché era sempre dalla parte degli antieroi.".
Sempre nelle parole di Francesca è possibile ritrovare una buona sintesi del significato sociale del lavoro del padre: "Quello che mi ha fatto sempre ammirare il lavoro di mio padre è stata la sua chiarezza e attenzione per il pubblico. Il suo impegno alla divulgazione e all'educazione. Per questo non ha mai snobbato i temi popolari e tantomeno la televisione, come invece hanno fatto molti autori. E per questo credo che abbia avuto il grande merito, insieme ad altri, di aver formato non solo degli spettatori ma anche dei cittadini".
Luigi Comencini si è spento a Roma il 6 aprile 2007.

domenica 7 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 giugno.
Il 7 giugno 1654 Luigi XIV viene ufficialmente incoronato, all'età di 15 anni, re di Francia. In verità aveva già il titolo di Re dall'età di 5 anni, sebbene governasse di fatto la madre Anna D'Austria. E non presiedette al governo del suo paese nemmeno dopo l'incoronazione, bensì solo 7 anni più tardi, alla morte del capo ministro, il cardinale Mazarino.
La sua nascita (Château-Neuf di Saint-Germain-en-Laye) apparve miracolosa, avvenendo dopo 23 anni di matrimonio sterile tra i suoi genitori, Luigi XIII e Anna d'Austria. Di questa regale devozione è traccia nel nome Louis Dieudonné, giacchè nella sua nascita si vide una grazia del cielo dovuta al voto di consacrazione della Francia alla Vergine Maria fatto da Luigi XIII e celebrata nell'agosto 1638. E non rimase figlio unico, Louis Dieudonné, giacchè due anni più tardi avvenne la nascita di Filippo, duca d'Angiò e poi duca di Orléans, detto Monsieur.
 Luigi, che è noto anche come il Re Sole (in Francese: Le Roi Soleil) e come "Luigi il Grande" (Louis le Grand), governò sulla Francia per oltre settant'anni, più di qualsiasi altro monarca francese e di tutti i principali monarchi europei.
Sposò l'infanta di Spagna Maria Teresa d'Austria (1638-1683), figlia di Filippo IV Asburgo e di Elisabetta di Francia (Elisabetta di Borbone, figlia di Enrico IV). Ne ebbe 5 figli, che morirono tutti prima di lui.
Luigi XIV ebbe molte amanti, alcune delle quali esercitarono un grande ascendente sugli intrighi politici, ma anche sulla cultura del loro tempo, tra cui Madame de Montespan e Madame de Maintenon (che sposò in segreto dopo la morte della regina, nel 1684). A Versailles fece allestire scale segrete per raggiungere più facilmente le sue amiche. Queste relazioni irritavano fortemente il partito dei devoti e moralisti di corte, tra cui il precettore del Gran Delfino, Bossuet e, comprensibilmente, Madame de Maintenon.
I problemi legati alla successione e il cattivo stato di salute intristirono gli anni finali del regno del Re Sole.
Dopo il Gran Delfino morirono di vaiolo anche suo figlio, Luigi duca di Borgogna, e il primo figlio ed erede di questi. Rimaneva, unico principe del sangue erede legittimo di Luigi XIV, il figlio minore del duca di Borgogna, Luigi duca d'Angiò.
Degli altri due figli del Gran Delfino uno, re di Spagna con il nome di Filippo V, dovette rinunciare alla successione al trono di Francia in forza del trattato di Utrecht; l'altro morì anch'egli prima di Luigi XIV.
Il re decise allora di estendere il diritto di successione a due dei sette figli avuti dalla Montespan, Luigi Augusto di Borbone duca del Maine (1670-1736), e Luigi Alessandro di Borbone conte di Tolosa (1678-1737).
Luigi XIV morì il 1 settembre 1715 di cancrena, dopo 72 anni e 100 giorni di regno. Gli successe il pronipote Luigi duca d'Angiò, con il nome di Luigi XV e sotto la reggenza, fino alla maggiore età (nel 1723, a 13 anni), del duca Filippo di Orléans, nipote e genero del defunto Re Sole.
Durante il suo regno la Francia fu la dominatrice e il modello culturale dell'intera Europa (si pensi solo al "modello Versailles" di regge e ville di tutta Europa, dalla Svezia alla Reggia di Caserta, fino alla Meknès rifondata da Moulay Ismail e alla tarda imitazione di Herrenchiemsee, voluta da Ludwig II di Baviera), e il francese s'impose come lingua dell'aristocrazia e della diplomazia fino a tutto il XVIII secolo.
Si deve al Re Sole la trasformazione della monarchia francese in monarchia assoluta, ma in funzione di una precisa strategia volta a ridurre il potere della nobiltà, sempre pronta ad interferire con i suoi intrighi nelle scelte politiche della corona.
La frase che gli viene spesso attribuita, "L'état, c'est moi!" ("Lo Stato sono io!"), è molto probabilmente apocrifa, giacché il suo regno fu contrassegnato da grandi progressi nel diritto pubblico, proprio nella distinzione tra la persona fisica del re e lo Stato, mentre più veritiera appare l'altra frase celebre attribuitagli sul letto di morte: «Je m'en vais, mais l'État demeurera toujours.» (Io me ne vado, ma lo Stato resterà sempre).
Luigi si impegnò, piuttosto, a indebolire la nobiltà di spada costringendone i membri a servire (assai dispendiosamente) alla sua corte e a trasferire al contempo l'esercizio effettivo del potere da una parte ad una amministrazione assai centralizzata, e dall'altra alla nobiltà di censo, che essendo un suo prodotto sarebbe stata certamente fedele e non competitiva nei riguardi della monarchia.
Allo stesso modo procedette nei riguardi della Chiesa di Roma, che considerava (non a torto) promotrice e sostenitrice di non minori intrighi: la chiesa cattolica francese fu fortemente sostenuta, ma nella sua versione gallicana, facendo approvare nel 1682 dall'assemblea dei vescovi francesi, i quattro principi secondo cui Il Papa non aveva autorità sul potere temporale e il Re non era soggetto alla Chiesa in materia di cose civili; il Concilio Generale aveva autorità sul Papa; le antiche libertà della Chiesa francese erano inviolabili; il giudizio del Papa non era inconfutabile.
Nel 1685 poi, appena morto Colbert che li proteggeva, Luigi pensò bene di liberarsi dei protestanti revocando l'Editto di Nantes (revoca motivata con il pretesto che in Francia non esistevano più protestanti!), il che però provocò un esodo di categorie fortemente produttive verso l'Olanda e l'Inghilterra, che ebbe risultati disastrosi sull'economia francese sia direttamente, sia sul piano della concorrenza internazionale.
Questa scelta strategica di fortissimo accentramento trovò la propria manifestazione architettonica nella costruzione della nuova reggia a Versailles (che aveva l'ulteriore vantaggio di liberare la corte dall'assedio, sempre un po' allarmante, della sovraffollata, turbolenta e pochissimo igienica Parigi dell'epoca), e l'architetto istituzionale in Jean-Baptiste Colbert, creatore del sistema amministrativo che fece della Francia assolutista il primo paese moderno d'Europa.
Un esempio assai significativo di questo mix tra assolutismo politico ed intelligenza amministrativa fu il "Code noir", raccolta delle ordinanze relative agli schiavi neri d'America in seguito all'acquisto della Martinica nel 1674 e pubblicato dopo la morte di Colbert, nel 1685, che fece da modello fino all'800 ad altri analoghi regolamenti coloniali.
Sicuramente severo e pregiudizialmente intento a cristianizzare gli schiavi vietando loro qualsiasi altro culto, il Codice tendeva tuttavia a metterli al riparo dagli eccessi dei loro proprietari, riconosceva il loro diritto a possedere beni, seppur con dei limiti, a subire pene corporali non superiori o diverse da quelle che venivano inflitte ai francesi liberi. In particolare, le schiave messe incinte dai loro padroni avevano diritto ad essere liberate e ad essere legalmente sposate.
Abbastanza disinteressato alle conquiste coloniali, Luigi condusse invece varie guerre a carattere dinastico: la Guerra di Devoluzione, la Guerra Olandese, la Guerra della Grande Alleanza e la Guerra di successione spagnola. Alla fine, sul trono di Spagna era salito suo nipote Filippo V, ma il trattato di Utrecht segnava l'ascesa sulla scena europea di due nuove potenze, l'Inghilterra e l'Austria.
Luigi XIV fu il vero inventore della categoria della grandeur francese e perciò rimane assai amato dai francesi.
D'altra parte, la grandeur ha alti costi, di guerre e di pace. Questi costi portarono lo stato alla bancarotta, e all'applicazione di pesanti imposte sul mondo contadino e sulla provincia. Secondo lo storico Alexis de Tocqueville, la trasformazione dei nobili in cortigiani, insieme alla crescita di una borghesia che poteva sì pensare ed esprimersi, ma non aveva accesso al potere politico, furono alla radice dell'instabilità politica, sociale ed economica che sfociarono nella Rivoluzione francese.

sabato 6 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 giugno.
Il 6 giugno 1944 ebbe luogo il cosiddetto "D-Day", cioè lo sbarco delle forze alleate in Normandia, che segnò l'inizio della fine della seconda guerra mondiale in Europa.
Lo sbarco in Normandia fu una delle operazioni più importanti della storia militare sia per la sua complessità strategica e sia per la quantità di uomini e mezzi impiegati. Certamente  fu la più grande invasione anfibia che un esercito abbia mai realizzato, tenendo conto che il suo scopo era aprire un secondo fronte in Europa durante la più grande e tragica guerra mondiale. L’impiego quindi dei mezzi fu senza dubbio imponente. Lo sbarco in Normandia avvenne il 6 giugno 1944, all’alba, e si concentrò in Normandia, nel nord della Francia con lo scopo di aprire un varco fino a Parigi e di far avanzare l’esercito alleato da ovest per liberare l’Europa e giungere insieme all’Armata Rossa, che proveniva da est, fino a Berlino distruggendo definitivamente il Terzo Reich.
Il progetto dell’invasione ebbe una lunga gestazione. La prima richiesta, fra gli Alleati, di esaminare un piano, affinché si aprisse un secondo fronte in Europa, fu formulata dagli americani e in particolare dal generale George Marshall ma trovò la resistenza di Winston Churchill che preferiva proseguire con una strategia militare suddivisa su più punti di attacco soprattutto nel Nord Africa e in Italia, visione questa contrastata da Stalin che si trovava in una condizioni di seria difficoltà nel settore orientale e chiedeva insistentemente l’apertura di un altro fronte. Le discussioni proseguirono per diversi mesi ed arrivarono ad un punto di vista comune e concreto agli inizi del 1943, quando sir Frederick Morgan, generale di corpo d’armata britannico, poté presentare un piano dettagliato dell’invasione che era stato sviluppato sulla scelta della Normandia come luogo di sbarco. Il piano venne approvato da Roosevelt e Churchill nel luglio del 1943 e l’operazione venne chiamata “Overlord”.
L’obbiettivo era quello di liberare la Francia togliendo Parigi, simbolo della più clamorosa sconfitta della Seconda Guerra Mondiale, ai tedeschi. Bisognava quindi partire dal nord della Francia scegliendo un punto in cui i venti non fossero di impaccio alle operazioni militari, era necessario che ci fosse un aeroporto nelle vicinanze e che i tedeschi non la considerassero la prima opzione per uno sbarco alleato. In effetti la Normandia aveva  questi vantaggi.
Inoltre era uno dei punti meno protetti dall’esercito tedesco perché considerato meno probabile per un attacco e quindi favorevole ai progetti degli Alleati. Tuttavia un’operazione di quelle dimensioni, unica nella storia moderna, doveva avere un diversivo perché potesse funzionare. Ne furono decisi due: il Pas de Calais perché era più vicino alle coste inglesi e forniva un accesso diretto alla Germania e la Norvegia, facendo ipotizzare ai tedeschi che l’operazione sarebbe partita dal nord dell’Inghilterra.
Per rendere credibile i diversivi furono create strutture ed equipaggiamenti militari con strutture fittizie per confondere i ricognitori dell’aviazione tedesca che fotografarono carri armati di gomma, aerei di legno ed edifici scenografici. Gli stessi servizi segreti di Hitler vennero ingannati dal controspionaggio alleato che coordinò con molta perizia le informazioni, facendo credere, con falsi piani d’attacco, che i punti scelti per lo sbarco erano quelli falsi.
Dopo aver determinato il luogo vennero scelti i comandanti generali dell’operazione:  Bertram Ramsay per le operazioni navali, Dwight David “Ike” Eisenhower a capo del comando supremo delle forze alleate, Sir Bernard Law Montgomery a capo delle operazioni terrestri di invasione.
Le forze militari impiegate furono imponenti: 160.000 uomini, 130 navi da guerra, 12.700 aerei, 4.000 mezzi anfibi per il trasporto della fanteria e dei mezzi pesanti. Per quanto riguarda la logistica, oltre all’organizzazione del trasporto e alla coincidenza nei tempi dei bombardamenti di apertura del fronte e di copertura dello sbarco, si aggiunse anche una fitta serie di attacchi aerei alle ferrovie francesi per indebolire il trasporto di rinforzi alle difese tedesche. Dal punto di vista meteorologico, invece, si scelse un periodo di mezza marea per permettere agli anfibi di valutare gli ostacoli frapposti fra la spiaggia e la battigia e permettere alle truppe di avanzare senza dover percorrere un tratto di spiaggia troppo lungo.
Il giorno più favorevole, considerando l’influenza della luna sulle maree e le condizioni del tempo, fu individuato nel 6 giugno: denominato D-Day. Ma come era organizzato il nemico? Cosa avevano previsto i tedeschi in caso di attacco? Come si è detto lo Stato Maggiore tedesco non si aspettava un attacco massiccio in Normandia, benché sospettasse che uno dei punti di sfondamento di un secondo fronte dovesse essere sulla linea del Vallo Atlantico, pertanto le difese approntate non erano della stessa forza in tutta la linea difensiva. Ma al di là delle differenze la sostanza della difesa era stata cambiata nel 1943 dall’intervento di Erwin Rommel, il leggendario comandante dell’Afrika Korps che aveva dominato la guerra nel Nord Africa, e che aveva avuto l’incarico da Hitler di organizzare e comandare la difesa della Francia del Nord.
Rommel eseguì con estrema cura il suo incarico e sviluppò una difesa articolata soprattutto sulle spiagge, facendo costruire diverse fortificazioni unite fra loro da una catena di bunker, filo spinato, case mimetiche, percorsi di mine, postazioni di mitragliatrici e pali di acciaio incrociati. Inoltre prevedendo quello che poi sarebbe avvenuto e cioè che le vie di comunicazioni sarebbero state distrutte dai bombardamenti dell’aviazione Alleata chiese che fosse operata una dislocazione logistica delle truppe corazzate. Questa richiesta fu respinta e dopo una riunione dello Stato Maggiore, Hitler decise che tre divisioni fossero gestite direttamente da Rommel mentre altre tre fossero disposte a circa 150 km dalle spiagge.
Quarantacinque minuti prima dello sbarco le navi cominciarono a cannoneggiare le linee difensive tedesche. Poi avvenne lo sbarco che non fu simultaneo ma seguì il corso delle maree iniziando alle 6,30 sulla spiaggia Utah e proseguendo a ondate continuò fino alle 7,20 sulla spiaggia Sword.
Lo sbarco poi proseguì per altre tre ore con un mare mosso che non permetteva un movimento lineare delle Landing Ship, le barche da trasporto con fondo piatto che contenevano truppe e mezzi. L’approdo più facile avvenne sulla spiaggia Utah dove per un errore di calcolo la fanteria composta da 23.000 unità sbarcò in una posizione diversa da quella prevista e ricevette un contrattacco tedesco più smorzato. Le perdite alleate furono 197 mentre le difese tedesche furono completamente sbaragliate.
Sulla spiaggia di Omaha invece capitava l’opposto, dopo un difficile sbarco che vide la perdita di battelli e corazzati a causa delle condizioni del tempo gli Alleati trovarono un fuoco di sbarramento praticamente impenetrabile che produsse notevoli perdite nella fanteria, la quale continuò ad avanzare anche grazie ad un ulteriore serie di bombardamenti di appoggio delle navi e ai rinforzi che continuavano a sbarcare. Nel pomeriggio la I divisione di fanteria statunitense riuscì a distruggere 43 fortini e a snidare 85 postazioni di mitragliatrici proseguendo verso l’interno ma le sue perdite furono ingenti 3.000 uomini e quasi 60 carri armati distrutti da bombe anticarro da 88 mm volute da Rommel e rivelatesi efficacissime nel fermare i tank.
Negli altre tre punti dello sbarco – le spiagge Sword, Juno e Gold – l’avanzata delle fanterie britanniche e canadesi ottenne rapidamente successi insperati. A Sword le truppe britanniche, dopo aver passato la spiaggia, dovettero scontrarsi con i tank di Rommel che ritardarono la loro avanzata verso Caen. Strategia azzeccata da parte della volpe del deserto (nome storicamente attribuito a Rommel per le sue vittorie nel Nord Africa) perché impedì una conquista immediata della città da parte degli Alleati. Sulla spiaggia Juno i canadesi riuscirono, con determinazione e coraggio, a prendere  la spiaggia e a raggiungere Courseulles-sur-Mer  penetrando in profondità nella costa. Anche sulla spiaggia Gold, malgrado le resistenze tedesche, gli inglesi riuscirono a penetrare oltre alla costa per 10 km, fino quasi a Bayeux. Complessivamente inglesi e canadesi dimostrarono un coraggio e una determinazione inaspettate ottenendo migliori risultati e in minor tempo rispetto agli americani.
La resistenza tedesca non fu all’altezza della situazione, in parte perché Hitler fino al pomeriggio inoltrato non diede a Rommel i rinforzi che quest’ultimo chiedeva temendo che fosse ancora possibile un attacco al Pas de Calais. Tuttavia la forza di sfondamento americana e la quantità enorme di rinforzi e approvvigionamenti che continuavano ad arrivare era difficile da contrastare.
La spiaggia di Omaha, dove furono maggiori le perdite alleate, fu il punto più debole dello sbarco e più volte preoccupò i generali americani sullo stato dell’invasione in quella specifica e strategica zona di attacco. Nei giorni seguenti la notizia dello sbarco, che non aveva raggiunto subito gli obiettivi preposti, fu diffusa come una vittoria fondamentale nell’economia della guerra galvanizzando le resistenze partigiane e costruendo quella speranza che sarebbe stata fondamentale per gli eventi bellici successivi.

venerdì 5 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1963 il segretario di Stato alla Guerra di Gran Bretagna, John Profumo, si dimette dal suo incarico a seguito di quello che in seguito verrà chiamato lo "scandalo Profumo".
Tutto iniziò quando circolarono le voci di una relazione tra John Profumo e la diciannovenne ex ballerina di night club, Christine Keeler. Il ministro, già sposato, per giustificare le sospette vicinanze con la ragazza aveva detto di averla incontrata - negando però qualsiasi rapporto intimo - perché amica di Stephen Ward, fascinoso osteopata , ritrattista e playboy. Lo stesso Ward confessò al Daily che Profumo, passeggiando, s'imbatté in una donna sexy dai capelli rossi.
Christine ne aveva fatta di strada da quando viveva in un vagone ferroviario abbandonato in un campo vicino il Tamigi. Fotomodella poi call-girl, fu una squillo con la faccina da ragazza perbene disposta a vendersi a clienti procurategli dal dottor Ward, che pare fosse ricattato dai servizi segreti russi, che gli imponevano d’organizzare orge e incontri con personaggi famosi per scoprire i segreti dei vip. Il suo appartamento fu la base per questo traffico di donne pronte a far sesso con chiunque “altolocato” andasse a trovarlo. Do ut des, cortesie sessuali in cambio di favori per vivere in mezzo a mille agi e privilegi.
 John Profumo aveva all’epoca 46 anni, e non immaginava nemmeno lontanamente di condividerne le gioie del letto con l’addetto navale militare dell’ambasciata sovietica a Londra, Eugenij Ivanov. Le cronache di allora dipingono il russo come un amante di liquori, sigari, belle donne e poker, tanto sostenitore della vita occidentale che il controspionaggio inglese, MI5, nutriva forti dubbi sul suo essere informatore del Kgb. Solo dopo averne accertato il reale ruolo, il servizio segreto britannico allertò il ministro e gli intimò di abbandonare questa storia pericolosa.
La relazione durò solo poche settimane. Il 9 agosto 1961 Profumo scrisse alla Keeler avvertendola che non avrebbe più potuto vederla. Tra lettere di addio e improvvisi ripensamenti, la storia terminò definitivamente nel dicembre dello stesso anno. Il 1962 è l’anno in cui scoppia lo scandalo Profumo, la spy-love story rimbalzata su tutti i giornali del mondo. L’incontro con un giornalista a caccia di scoop fece precipitare la situazione del ministro. La Keeler gli confida che l’osteopata la spingeva ad avere, dal suo amante Profumo, informazioni riservate sul dislocamento di testate atomiche in Germania per trasmetterle poi al capitano Ivanov.
Lo scandalo fu la fine della carriera politica di Profumo, e contribuì inoltre alla sconfitta dei conservatori alle elezioni del 1964 , dopo 13 anni di potere incontrastato. Ward fu arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione: furono trovate prove sommarie su Ward ma l'uomo fu comunque accusato di essere un simpatizzante comunista e ammiratore dell'Urss, procacciatore di giovani donne per amici influenti. Ward fu abbandonato dagli amici e fu trovato morto per una overdose da farmaci. Era la mattina dell'ultimo giorno del processo all'Old Bailey, sede della Central Criminal Court. 11 giurati lo stavano condannando per due capi d'imputazione e lo consideravano innocente per altri tre, ma Ward non conobbe mai il verdetto.
Alle dimissioni di Profumo seguirono quelle del primo ministro Macmillan. Ivanov fu richiamato a Mosca, dove fu abbandonato dalla moglie e si diede all'alcool. Profumo invece si dedicò ad attività di beneficenza nell'East London fino alla sua morte, nel 2006. Christine Keeler fu condannata a nove mesi di prigione per falsa testimonianza, in seguito passò da un matrimonio all'altro, per poi finire a vivere da sola in una casa popolare sotto falso nome.  Christine è mancata il 4 dicembre 2017, a 78 anni.

giovedì 4 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1942 ebbe inizio nel pacifico la Battaglia delle Midway, che rappresentò un punto di svolta nella guerra nel Pacifico, respingendo per la prima volta l'avanzata giapponese.
Quella che fu una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale, al momento non sembrò che una battuta d'arresto temporanea delle vittorie nipponiche. La disparità tra i due contendenti sembrava talmente forte che il successo dei Giapponesi veniva dato per scontato; la loro sconfitta, quindi, risollevò il morale degli Americani, che ridimensionarono la potenza degli avversari. L’atollo delle Midway, costituito da 2 isole principali che racchiudono una laguna e da alcuni isolotti più piccoli, si trova a metà strada circa fra Pearl Harbor e il Giappone; costituiva, quindi, una base strategica per le forze americane che tentavano di arrestare l'avanzata giapponese attraverso il Pacifico centrale ed era considerato dal comandante in capo della flotta giapponese come un luogo ideale in cui impegnare in battaglia le portaerei delle Marina statunitense scampate al disastro di Pearl Harbor. L’ammiraglio Isoruku Yamamoto era, inoltre, convinto che il perimetro difensivo costituito dalle basi insulari conquistate dopo l'attacco a Pearl Harbor avesse bisogno dell'aggiunta delle Midway per meglio consolidarsi e che, una volta conquistato, l'atollo sarebbe servito come ottimo trampolino di lancio per gli attacchi a Pearl Harbor, base principale della flotta statunitense.
La sorpresa costituiva la base del successo del piano di Yamamoto ed egli ordinò un'incursione diversiva contro le Isole Aleutine, il 3 giugno 1942, per attirare la flotta americana del Pacifico verso nord, lasciando campo libero ai Giapponesi per la conquista delle Midway. Non appena i velivoli nipponici fossero stati in grado di decollare dalle piste dell'atollo, sarebbe stato possibile lanciare pesanti attacchi aerei contro le navi americane, mentre le unità di superficie e i sommergibili avrebbero completato l'opera.
Per realizzare il piano, la flotta giapponese venne divisa in un certo numero di reparti d'impiego: una forza di attacco alle Aleutine, composta da 2 portaerei leggere, che avrebbe coperto una forza da sbarco destinata a occupare le isole Adak, Attu e Kiska; 2 nuclei principali, uno formato da 4 grandi portaerei, 2 navi da battaglia e unità di scorta, al comando del viceammiraglio Nagumo, l'altro da 7 navi da battaglia e 1 portaerei leggera comandato da Yamamoto in persona, come sostegno arretrato a 260 miglia; una forza per l'occupazione delle Midway, composta da 2 navi da battaglia, 1 portaerei, 6 incrociatori pesanti e un contingente da sbarco di 5000 uomini, agli ordini dell'ammiraglio Kondo; un gruppo di dragamine. Era previsto, inoltre, uno schieramento avanzato di sommergibili che avrebbero intercettato i rinforzi americani diretti alle Midway e provenienti dalle Aleutine o dalle Hawaii. Gli equipaggi e i loro comandanti avevano il morale alle stelle: avevano inflitto una tremenda sconfitta alla flotta americana a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, avevano poi affondato la nave da battaglia "Prince of Wales" e l'incrociatore da battaglia "Repulse", entrambi britannici, nel golfo del Siam e scacciato sia gli Inglesi sia gli Olandesi dalle Indie Orientali. Inoltre, la flotta giapponese era superiore nelle prestazioni dei velivoli imbarcati e disponeva di alcune fra le più potenti navi da guerra del mondo.
Contro questa armata di 162 unità - che comprendeva 8 portaerei, 11 navi da battaglia, 22 incrociatori, 65 cacciatorpediniere e 21 sommergibili - la Marina statunitense poteva schierare soltanto 3 porterei, 8 incrociatori e 15 cacciatorpediniere. Le portaerei erano le unità fondamentali, con i loro gruppi di volo comprendenti i bombardieri in picchiata "SBD-3 Dauntless", gli aerosiluranti "TBD-1 Devastator" e i caccia "F4F-4 Wildcat"; ma soltanto la "Enterprise" e la "Hornet" erano in piena efficienza; la "Yorktown", infatti, gravemente danneggiata l'8 maggio nella battaglia del Mar dei Coralli, era stata riparata a Pearl Harbor in 3 giorni. Neppure le Midway si presentavano ben difese, disponendo solo di 54 aerei del Corpo dei Marines (la metà dei quali antiquati), 38 della Marina (32 idroricognitori "Catalina" e 6 aerosiluranti "Avenger") e 23 dell'Aviazione (fra cui 17 bombardieri "B-17"). L'atollo era dotato anche di 2 radar di avvistamento che avrebbero avuto un ruolo assai importante nella scoperta tempestiva degli attacchi aerei giapponesi. Gli Statunitensi potevano, però, avvalersi di un servizio informazioni efficientissimo: già dal 10 maggio i crittografi avevano allertato il comandante in capo della flotta, ammiraglio Chester Nimitz, in merito al probabile obiettivo dell'attacco di Yamamoto e il 30 maggio l'ultima delle 3 portaerei aveva lasciato Pearl Harbor per il Pacifico centrale, senza essere avvistata dalla linea di sorveglianza dei sommergibili giapponesi.
Alle 3.00 del 3 giugno la forza del Viceammiraglio Hosogaya sferrò l'attacco sulle Aleutine, ma l’Ammiraglio Frank Fletcher, comandante delle portaerei americane, non si lasciò distogliere dal suo compito principale di proteggere le Midway, neanche quando alle 8:43, un Catalina segnalò di avere avvistato un gruppo di 11 navi nemiche. Al tramonto le 3 portaerei statunitensi si portarono a circa 170 miglia a nord delle Midway. Alle 5.34 del mattino successivo uno dei Catalina di base alle Midway fece il primo avvistamento delle portaerei giapponesi e Fletcher ordinò all'ammiraglio Spruance di fare rotta a sud con Enterprise e Hornet e di attaccare le navi nemiche; la Yorktown, per il momento sarebbe rimasta in posizione di attesa per recuperare i suoi velivoli da ricognizione e per raccogliere altre informazioni sul dispositivo avversario. Nel frattempo, il primo attacco di Nagumo aveva provocato danni alle difese delle Midway, ma circa un terzo dei suoi 108 aerei era stato abbattuto. Egli aveva dato disposizioni di preparare 93 aerei armati di siluri da utilizzare nel caso di un attacco alle navi di superficie, ma resosi conto che le difese dell’atollo erano ancora attive, ordinò un nuovo attacco terrestre per eliminare la tenace resistenza. Ciò significava riportare gli aerei negli hangar per armarli con bombe al posto dei siluri e, al tempo stesso liberare i ponti per il ritorno della prima ondata; la complicata procedura avrebbe richiesto circa un'ora, ma dopo soltanto 15 minuti, alle 7.28, Nagumo ricevette l'inquietante notizia che un gruppo di 10 navi era stato avvistato a nord-est. Gli aerei da ricognizione avevano scoperto in precedenza questa forza nemica e Nagumo, sconcertato dal fatto di trovarsi la flotta nemica alle spalle, ordinò al ricognitore di fornire informazioni più specifiche; dispose, altresì, che gli aerei pronti per l'attacco fossero riarmati con i siluri. Il ricognitore, alle 8.09, precisò che si trattava di 5 incrociatori e di 5 cacciatorpediniere, ma mancò di notare il preoccupante particolare che le navi scortavano una portaerei: lo fece soltanto 20 minuti dopo.
Gli attacchi aerei dalle Midway contro le navi giapponesi, condotti senza la protezione dei caccia, erano comunque stati respinti con facilità e quasi la metà dei velivoli era andata distrutta; Nagumo riteneva, quindi, di poter effettuare una seconda ondata di bombardamenti per demolire le piste di atterraggio e di decollo delle isole e di dedicarsi successivamente a neutralizzare la portaerei appena avvistata.
Spruance, dal canto suo, aveva deciso invece di far decollare immediatamente i velivoli dalle unità statunitensi, sperando di colpire i Giapponesi mentre facevano rientrare la loro prima ondata.
Il primo attacco americano si risolse in un disastro: i 45 bombardieri e caccia della Hornet non colpirono il bersaglio e tutti i 15 aerosiluranti vennero abbattuti; i velivoli della Enterprise subirono forti perdite (soltanto 4 dei 14 aerosiluranti fecero ritorno) e ugual sorte toccò a quelli decollati dalla Yorktown (10 aerei perduti), mentre le portaerei giapponesi erano ancora indenni. Ma poco dopo, alle 10.20 circa. i 37 bombardieri in picchiata lanciati dalla Enterprise riuscirono a colpire le portaerei Akagi e Kaga, che presero fuoco e, a sera, dovettero essere abbandonate. Poi fu la volta della Soryu, che venne centrata da 3 bombe da 500 kg, sganciate dai bombardieri in picchiata della Yorktown, e bruciò per quasi 2 ore prima che il sommergibile Nautilus l'affondasse con 3 siluri. La Hiryu, invece, aveva ancora la linea di volo intatta e con essa Nagumo decise di affrontare le portaerei americane, a corto di velivoli; avuta conferma dai ricognitori della posizione della Yorktown, fece decollare 40 aerei dalla Hiryu in 2 ondate successive, una alle 11.00 e l'altra alle 13.31, per attaccarla. Alle 12.00 circa il radar della portaerei americana scoprì la prima alla distanza di sole 40 miglia e, malgrado il contrasto accanito dei caccia intercettori, 3 bombe colpirono la nave: una danneggiò le caldaie, la seconda innescò un incendio (domato con l'allagamento) e la terza esplose sul ponte di volo. L’unità era gravemente danneggiata, ma le squadre di soccorso estinsero gli incendi e riportarono la velocità a 18 nodi. Arrivò, però, la seconda ondata che mise a segno 2 siluri; la Yorktown rimase a galla, ma tutti i velivoli in grado di decollare furono trasferiti sulla Enterprise. Il 6 giugno, dopo una lotta sovrumana condotta dalle squadre di soccorso del cacciatorpediniere Hammann, la Yorktown fu avvistata dal sommergibile nemico l’I-168. Un siluro affondò l'Hammann, che era accostato alla portaerei, e altri 2 squarciarono la fiancata della Yorktown, che affondò alle 5.00 del mattino seguente, mentre l'l-168 riuscì a sfuggire alle bombe di profondità lanciate dai cacciatorpediniere americani di scorta.
La buona sorte stava, però, abbandonando la Hiryu. Prima dell'attacco della Yorktown, infatti, l'ammiraglio Fletcher aveva dato disposizioni per la sua ricerca e uno dei veivoli riuscì a trovare e a segnalare la posizione dell'ultima portaerei giapponese superstite. Alle 15.30 fu lanciata un'ondata di 24 bombardieri in picchiata che, dopo un'ora e mezza, la colpirono, mettendo a segno 4 bombe che, data la scarsa protezione della nave, provocarono esplosioni di carburante e di bombe a bordo. Alle 2.30 del mattino successivo la Hiryu venne abbandonata e alle 9.00 affondò. Yamamoto ricevette con calma le tremende notizie, anche se tolse a Nagumo il comando per aver mosso obiezioni a un piano disperato di unirsi alla forza per l'occupazione Midway e a quella della zona nord. Pareri più equilibrati prevalsero quando fu chiaro che vi erano ancora in azione 2 portaerei americane e che le 12 portaerei leggere di Hosogaya si trovavano troppo lontane influenzare l'esito finale. Dal canto suo, Spruance aveva valutato l'ipotesi di un combattimento notturno, ma poiché le forze giapponesi avrebbero avuto un vantaggio in quanto meglio addestrate e armate, ordinò alle portaerei di allontanarsi rapidamente dalla zona della battaglia.
La Marina imperiale giapponese perse 4 portaerei, un incrociatore pesante, 258 velivoli e 2500 uomini alle Midway, a fronte di una sola portaerei, 1 cacciatorpediniere, e 147 velivoli e 307 uomini da parte della Marina statunitense. Nel 1943 i Giapponesi riuscirono a sostituire le portaerei perdute e anche gli equipaggi di volo, molto addestrati, ma dopo la sconfitta alle Midway non presero più l'iniziativa strategica: il colpo inferto alla loro fiducia in se stessi è dimostrato dal fatto che la notizia del disastro fu censurata in Giappone fino al 1945. Sul piano tattico la battaglia delle Midway segnò il passaggio dalla guerra condotta con forze miste (portaerei e altre unità di superficie) a quella basata soltanto sulle portaerei, nella quale i velivoli imbarcati diventarono le armi principali della flotta; ma lo scontro rappresentò, anche, la vittoria del servizio informazioni. Altri comandanti avevano ricevuto notizie riservate prima della battaglia, senza essere capaci di sfruttare tale vantaggio; Nimitz, invece, fece uso delle intercettazioni in modo brillante per impiegare le sue deboli forze con la massima efficacia.
Nel 1976 fu realizzato un famoso film sulla battaglia, intitolato appunto Midway, con un cast stellare: Henry Fonda, Robert Mitchum,  Glenn Ford, Cliff Robertson, Toshiro Mifune, James Coburn, Robert Wagner, Charlton Heston, Tom Selleck, Erik Estrada.

mercoledì 3 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1937 Edoardo VIII,  Duca di Windsor sposa Wallis Simpson in Francia, americana non di sangue reale.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso: il principe ereditario, futuro Edoardo VIII,  si innamora perdutamente della sua amante americana Wallis Simpson, divorziata per ben due volte, borghese e sospettata di combutta con i nazisti. Edoardo ha fama di dongiovanni ma questa relazione sembra subito più importante delle altre: presenta Wally alla madre, incurante dell’ira e dell’opposizione del padre, re Giorgio V.  Incoronato re alla morte di quest’ultimo nel  gennaio del 1936, Edoardo annuncia la volontà di sposare Wallis sebbene una simile unione appaia sconveniente per più di una ragione. Il nuovo re cerca di dominare coloro che si oppongono ma non è nelle condizioni di imporre alla corte, ai nobili e ai sudditi inglesi una regina sgradita e dalla fama poco lusinghiera come aveva fatto, a suo tempo, l’antenato Enrico VIII. Alla fine, nel dicembre dello stesso anno, è costretto ad abdicare in favore del fratello, padre dell’attuale regina Elisabetta.
Wallis è una donna non bella ma in possesso delle arti segrete della seduzione e dell’ars amatoria.  Secondo alcuni dossier scottanti, commissionati a Scotland Yard dal preoccupatissimo Giorgio V, Wally in Cina avrebbe frequentato delle prostitute per carpirne i segreti amatori. Grazie ad essi, può conquistare e irretire il suo re, a dispetto della fama di donna facile e di arrampicatrice sociale.  Si dice, tuttavia, che anche dopo il matrimonio Wally abbia continuato ad avere una vita sentimentale disinvolta e ad ingrossare la lista dei suoi amanti in cui erano inclusi, tra gli altri, Joachim von Ribbentrop, ambasciatore di Hitler e futuro ministro degli Esteri tedesco, e Galeazzo Ciano.
Le dicerie sulla duchessa si moltiplicano e la coppia, persa la corona, si aliena definitivamente anche la simpatia degli inglesi a causa di uno stile di vita lussuoso e sperperatore, condotto proprio mentre l’Inghilterra soffre per la guerra. Non giova loro, inoltre, il fondato sospetto di nutrire sentimenti filonazisti.
Dicerie, dissero loro a propria discolpa. Ma, sfortunatamente, non consente di  liquidarle come tali né l’incontro con Adolf Hitler che ricevette la coppia con grandi onori a  Berchstesgaden nel 1937, né alcuni avvenimenti successivi.
Poco dopo lo scoppio della guerra, nel 1940, i duchi di Windsor risiedono a  Lisbona, vicino all'ambasciata tedesca e progettano una crociera sullo yacht di proprietà di  Axel Wenner-Gren, amico di Hermann Göring, uomo di primissimo piano della Germania nazista.
Secondo un documento della Pvde, la polizia segreta portoghese, in quegli anni Edoardo e Wallis complottano con i nazisti nella speranza che l'Inghilterra perda la guerra e che loro possano salire sul trono grazie all’appoggio di Hitler.  Quest’ultimo, infatti, considera Edoardo il più adatto a guidare la Gran Bretagna dopo la vittoria tedesca, data la cordialità dei reciproci rapporti e le tendenze di estrema destra del duca. Non è un caso che il governo inglese, insospettito e preoccupato, mandi Edoardo alle Bahamas nominandolo governatore lì, lontano dall’Europa e dagli intrighi, fino alla fine della guerra. In seguito, il duca avrebbe ammesso di aver avuto delle ammirazioni per i tedeschi pur negando ogni coinvolgimento a favore del nazismo.   Eppure, gli americani avevano ritenuto che ci fosse davvero motivo di diffidare, soprattutto di Wallis, quando, nel corso di una  loro visita in   Florida nell'aprile del   1941, Franklin D. Roosevelt   ordinò una sorveglianza segreta per il duca e per la duchessa. Il timore era che Wally potesse usare la sua posizione per passare informazioni all’ex amante Ribbentrop. Sono notizie che emergono da un rapporto dell’Fbi pubblicato qualche tempo fa sul giornale inglese Guardian. Accuse rispetto alle quali altre, tra cui quella abbastanza fantasiosa circa la presunta androginia di Wallis, impallidiscono e che gettano una luce sinistra sull’intera faccenda.
La coppia tornò in Francia al termine del secondo conflitto mondiale e trascorse il resto della propria vita lontano da occhi indiscreti dal momento che il duca non occupò mai alcun altro ruolo ufficiale dopo la fine del suo mandato come governatore delle Bahamas. Il comune di Parigi provvide una casa al numero 4 di rue du Champ d'Entraînement, sul lato di Neuilly-sur-Seine presso il Bois de Boulogne. Il governo francese lo esentò dal pagamento delle tasse, e la coppia fu addirittura in grado di acquistare beni provenienti direttamente dall'Inghilterra attraverso un commissario militare apposito posto presso l'ambasciata britannica in Francia. Nel 1951 il duca pubblicò le proprie memorie dal titolo A King's Story, nel quale egli non mancava di esprimere il proprio disappunto per la politica progressista dell'Inghilterra. Nove anni più tardi pubblicò una nuova opera, A Family Album, incentrato sul costume della famiglia reale che aveva visto cambiare durante la sua vita, dai tempi della regina Vittoria sino al proprio stile personale.
Il duca e la duchessa ripresero così il loro ruolo di celebrità nazionali nella società dei caffè parigini degli anni '50 e '60 del Novecento. La coppia organizzava ricevimenti e feste nelle loro case di Parigi e New York, incontrando personalità e artisti del tempo.
Il solo Edoardo tornò in patria nel 52 per presenziare ai funerali del fratello Re Giorgio VI; nel giugno del 1953, invece, il duca e la duchessa di Windsor preferirono guardare la cerimonia d'incoronazione di Elisabetta II in televisione da Parigi, adducendo la scusa che era sconveniente per un ex sovrano partecipare all'incoronazione di un altro sovrano. Il duca fu comunque opinionista su questo fatto per il Sunday Express e per il Women's Home Companion, cogliendo l'occasione per scrivere anche un nuovo libro, The Crown and the People, 1902–1953.
Nel 1955 la coppia si recò in visita al presidente americano Dwight D. Eisenhower venendo ospitata alla Casa Bianca. La coppia apparve poi per un'intervista allo show televisivo di Edward R. Murrow Person to Person nel 1956, e nuovamente nel 1970 per un'intervista di 50 minuti. Sempre nel 1970 la coppia venne invitata come ospite d'onore per una festa alla Casa Bianca dal presidente Richard Nixon.
Nel 1965 il duca e la duchessa fecero ritorno a Londra dove si recarono in visita alla regina Elisabetta II, alla principessa Marina, duchessa di Kent ed alla principessa Mary, contessa di Harewood, partecipando solo una settimana dopo al funerale di quest'ultima. Nel 1967 la coppia si unì alla famiglia per festeggiare il centenario della nascita della regina Mary. L'ultima cerimonia reale a cui il duca prese parte fu il funerale della principessa Marina nel 1968. Egli rifiutò l'invito della regina Elisabetta a partecipare alla cerimonia d'investitura del 1969 di Carlo a principe di Galles.
Negli anni '60 la salute del duca andava deteriorandosi. Nel dicembre del 1964 venne operato da Michael DeBakey a Houston per un aneurisma dell'aorta addominale e nel febbraio del 1965 per un distacco della retina del suo occhio sinistro, venendo operato da Sir Stewart Duke-Elder. Alla fine del 1971 al duca venne diagnosticato un cancro alla gola e venne sottoposto a trattamenti di cobaltoterapia. La regina Elisabetta II visitò la coppia nel 1972 durante una sua visita ufficiale in Francia.
Il 28 maggio 1972 il duca morì nella sua casa di Parigi, all'età di 77 anni. Il suo corpo tornò nel Regno Unito dove venne deposto nella St. George's Chapel nel Castello di Windsor. I funerali vennero tenuti nella cappella il 5 giugno di quell'anno alla presenza della regina e di tutta la famiglia reale, oltre che della duchessa di Windsor, per poi venire sepolto nella Royal Burial Ground, dietro il Mausoleo Reale della Regina Vittoria e del Principe Alberto presso Frogmore. La duchessa di Windsor risiedette a Buckingham Palace durante il periodo delle cerimonie funebri.
 In seguito alla morte di Edoardo la duchessa di Windsor si ritirò a vita privata nella sua villa nel Bois de Boulogne, dove spirò nel 1986.
Venne sepolta a Windsor, nella cappella Reale accanto al marito, col titolo di Wallis, duchessa di Windsor.


martedì 2 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando  i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.


lunedì 1 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 1857 viene pubblicata per la prima volta la raccolta di poesie di Baudelaire "I fiori del male".
Charles Baudelaire è ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti. Nasce il 9 aprile 1821, a Parigi. Da vero bohémien che si rispetti, Baudelaire conduce una vita dissoluta, contraendo debiti, dedicandosi all'alcool, alla droga (i cosiddetti «paradis artificiels», i paradisi artificiali, sui quali scriverà un libro) e ai vari piaceri della vita. È grazie a lui se in Europa si è diffusa l'opera di Edgar Allan Poe (di cui Baudelaire era ammiratore), dal momento che ne tradusse diversi testi. Muore il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Ci lascia, tra le altre opere - tutte di gran rilievo, "Les Fleurs du Mal", i Fiori del Male (che inizialmente dovevano intitolarsi "Les lesbiennes", le lesbiche), pubblicati in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861; quest'ultima è l'edizione che noi ancora oggi leggiamo e assaporiamo. La raccolta è stata oggetto di censura, sorte toccata anche a "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
L'opera - contenente 126 componimenti - è divisa in 6 sezioni: "Spleen e ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Nella concezione che Baudelaire si era fatto, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo, senza aver seguito l'"itinerario" prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, un percorso nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione ("Spleen et idéal") è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen (sentimento misto di noia, tedio, dolore, disagio). È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione. Nella sezione seguente ("Tableaux parisiens") il Poeta tenta di scappare da questa doppia realtà uscendo dalla dimensione personale, rivolgendosi all'Altro, alle persone, alla gente. Ecco quindi che compare la città, i sobborghi, le persone. Si dedica poi ai "paradisi artificiali" («Le Vin»), alla vita dissoluta («Fleurs du mal») fino ad arrivare alla blasfemia e alla più violenta rivolta («Révolte»). Nell'ultima sezione («La Mort») il Poeta giunge alla conclusione: per uscire dallo spleen si rivolge alla Morte, capitano del vascello sul quale imbarcarsi per partire verso l'Ignoto e scoprire del nuovo.
I "Fiori del Male" sono un'opera nuova, porterà alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo; introduce le «corrispondenze», concezione secondo la quale il mondo è una ragnatela fitta di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di corrispondenze.
Molti sono i componimenti importanti, dei quali citeremo solo i più noti. «Benedizione» ci presenta la figura del poeta - visto come una disgrazia dalla propria famiglia - intrappolato in un mondo ostile, dal quale fuggire; «L'Albatro» ci mostra il disagio del poeta nella società, il suo essere goffo e mira di scherno; «Corrispondenze», presenta la concezione citata sopra, fondamento della poetica baudelairiana; «Bellezza», dove una figura misteriosa, imponente e immortale - la Bellezza appunto - regna, despota, sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla; «Rimorso postumo», con i suoi toni foschi, cimiteriali, putridi; «Spleen» (componimento numero 78), quarta di quattro poesie con lo stesso titolo, con i suoi toni piovosi, l'atmosfera soffocante e disperata, la nera Disperazione imperante; «Le Litanie di Satana», vera ode al Principe delle Tenebre, un capolavoro di blasfemia; e infine «Il viaggio», dove prende forma il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Inconnu (l'Ignoto).
Una nota va fatta riguardo al titolo. Esso, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Ciò indica una duplice valenza: è sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente. Baudelaire scriverà infatti: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
Quest'opera è dunque la base sulla quale verrà costruita la poesia moderna, la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. E  ancora adesso riesce, con il suo arcano potere, a influenzare in qualche modo il destino degli uomini.

domenica 31 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 maggio.
Il 31 maggio 1278 a.C., o più correttamente il quinto giorno del secondo mese di Shemu (la stagione della siccità), il figlio del faraone Sethi I salì al trono con il nome di Ramses (o Ramsete) II.
Ramsete II è considerato il più grande e potente faraone della storia egizia. Salito al trono ventenne, Ramsete regnò per più di 60 anni. È ricordato come un grande comandante militare, ma anche per i grandi programmi di costruzioni pubbliche. Inoltre fondò una nuova capitale, la città di Pi-Ramses. Alcuni storici ritengono che il faraone antagonista di Mosè sia proprio lui.
Dal momento che l'Egitto era appena uscito da un periodo di declino, il padre di Ramsete, Sethi I, aveva dovuto passare molto tempo a sedare rivolte nelle province in Asia. Gli Ittiti, originari dell'Asia Minore, stavano estendendo il loro potere verso sud, e le due grandi civiltà si disputavano da tempo il controllo della Siria e della Palestina. Il giovane Ramsete accompagnò suo padre in alcune di queste campagne e all'età di 10 anni ricevette il grado di capitano. È quasi certo che il significato di questa cerimonia fosse solo simbolico, ma dimostra che certamente il ragazzo aveva cominciato l'addestramento militare da giovanissimo. In seguito alla morte del padre Ramsete salì al trono. Aveva poco più di 20 anni.
Quattro anni dopo condusse un'armata a nord per riconquistare le province ribelli che suo padre non era stato in grado di riconquistare. La campagna apparentemente fu un successo; l'esercito avanzò sino a Beirut.
L'anno successivo Ramsete attaccò la roccaforte ittita di Kadesh. La battaglia di Kadesh è una delle pochissime di quell'epoca di cui ci siano giunti resoconti. Ritenendo che la cittadella fosse stata abbandonata, Ramsete si avvicinò senza troppa cautela e cadde nell'agguato di un grande contingente di carri nascosti dietro le fortificazioni. Per quanto alla fine sia riuscito a ottenere una vittoria risicata, l'esercito ne risultò così indebolito che dovette ritirarsi in Egitto, lasciando il forte in mano ittita. Ramsete continuò a combattere gli Ittiti per altri 12 anni e riportò anche qualche vittoria tattica, ma non fu in grado di mantenere il controllo delle terre disputate.
Oltre alla guerra contro gli Ittiti, Ramsete organizzò campagne contro la Nubia e la Libia, estendendo il suo dominio verso ovest e sud. Ma queste furono imprese meno importanti, perché questi nemici non minacciavano in alcun modo la sopravvivenza dell'Egitto.
Dopo 21 anni di regno Ramsete arrivò finalmente alla conclusione che era inutile continuare a combattere, così acconsentì a firmare la pace con gli Ittiti. Questo è il più antico trattato di pace a noi pervenuto. È interessante notare che ne sono state redatte due versioni: quella egizia afferma che furono gli Ittiti a chiedere la pace, in quella ittita invece si dice che la prima mossa verso la conclusione delle ostilità provenne dagli Egizi.
Sembra che questo trattato sia riuscito a stabilizzare con successo i confini tra le due grandi potenze, perché durante il regno di Ramsete non ci furono altri scontri tra Egizi e Ittiti.
All'inizio del suo regno Ramsete spostò la capitale da Tebe verso nord, in una cittadina sul delta del Nilo che ribattezzò "Pi-Ramses". La nuova posizione era più vicina alle sue terre natali, ma soprattutto alle irrequiete province settentrionali e al pericoloso confine con il regno ittita. In pochi anni il villaggio, prima tranquillo e sonnolento, fu trasformato in un importante centro di governo e di produzione di armi. La città fu impreziosita da un grande palazzo e diversi templi, oltre che da numerose statue e altri abbellimenti.
Pi-Ramses fu abbandonata molto tempo dopo il regno di Ramsete. Per molti secoli la sua locazione precisa andò perduta, ma di recente gli archeologi hanno scoperto delle rovine che potrebbero appartenere all'antica capitale.
Durante il suo regno Ramsete diede il via alla costruzione di molti lavori pubblici in tutto l'Egitto. Molti erano templi e monumenti, ma non mancarono i depositi, gli edifici governativi, gli acquedotti e così via. Ramsete comprese l'importanza della propaganda e per questo coprì l'Egitto di statue e bassorilievi che lo rappresentavano, spesso modificando i ritratti di faraoni precedenti affinché portassero il suo nome e le sue fattezze (e ordinando agli scultori di incidere la sua immagine in profondità, in modo che i successori non potessero fare lo stesso con lui).
Molti storici ritengono che Pi-Ramses sia la "Raamses" menzionata nel Vecchio Testamento, una delle città d'oro costruite dagli Israeliti durante la cattività in Egitto. Alcuni ritengono che Ramsete sia proprio il faraone citato nell'Esodo, il monarca che Mosè dovette affrontare per ottenere la liberazione del suo popolo. Questo aspetto, comunque, è ancora oggetto di dibattito (in particolar modo dal momento che Ramsete II visse a lungo e non morì certamente annegato nel Mar Rosso).
Ramsete morì all'età di 90 anni. Fu seppellito in una tomba nella Valle dei Re, ma in seguito fu trasferito in una località segreta. Il suo corpo fu scoperto alla fine del XIX secolo e oggi è in esposizione al Museo egizio del Cairo. È difficile immaginare se il faraone si sentirebbe oltraggiato da un simile affronto o lusingato da tanta pubblicità.
Ramsete II regnò per circa 66 anni, il secondo regno più lungo della storia egizia. Rafforzò i confini del suo impero e stipulò un trattato di pace di grande successo con i suoi più acerrimi nemici, gli Ittiti. È chiaro che ebbe a cuore il benessere del suo popolo, dato che spese gran parte dei suoi tesori per finanziare enormi opere pubbliche. Oggi gli egiziani lo considerano il più grande faraone della storia, un'opinione che è difficile criticare.

sabato 30 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
    « Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».


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