Cerca nel web

domenica 19 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1968 fu teatro di una rivolta operaia senza precedenti a Valdagno, alla fabbrica tessile della Marzotto.
Per quel giorno le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero generale dei tessili di Valdagno, era l’ennesimo sciopero contro la ristrutturazione messa in atto dall'azienda che comportava tagli occupazionali ed aumenti dei ritmi di lavoro, ma la massiccia presenza di polizia e carabinieri schierati a difesa della “libertà di andare al lavoro” fece aumentare la tensione sociale fino a dar luogo nel pomeriggio a violentissimi scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Gli scontri durarono fino a notte fonda, ed in quelle ore la rabbia operaia si scagliò contro i simboli del dominio dei Marzotto sulla città. Ma fu un gesto, in particolare, a colpire l’immaginario collettivo: l’abbattimento da parte dei dimostranti della statua del fondatore della dinastia industriale Gaetano Marzotto Senior.
L’episodio ebbe larga risonanza sulla stampa nazionale ed inaugurò una lunghissima stagione di lotte operaie che in Italia durerà all'incirca un decennio ed avrà il suo momento più alto nell'autunno 1969, passato alle cronache come “l’Autunno caldo”.
Valdagno aveva rappresentato sino ad allora l’ultimo esempio di città sociale, di comunità strettamente legata e dipendente dall'industria dei Marzotto; per questo la statua a terra assunse una forte valenza simbolica. Calpestando l’immagine del padre-padrone la classe operaia valdagnese rompeva una secolare subordinazione; il vento della rivoluzione che stava scuotendo le università di tutto il mondo e che nel mese successivo avrebbe investito la Francia intera, aveva toccato anche la classe operaia più mansueta d’Italia.
Il venerdì lo sciopero doveva iniziare alle sette – un’ora dopo l’inizio del primo turno – ed attivisti operai, commissari interni e dirigenti sindacali si presentarono di buonora davanti ai cancelli per organizzare i picchetti, ma trovarono schierato un consistente numero di carabinieri. Già durante l’ultimo sciopero del 10 aprile essi erano intervenuti, ma quel mattino la loro presenza venne rafforzata dall'arrivo verso le 7:30 degli agenti di P.S., giusto in tempo per garantire l’ingresso degli impiegati alle 8. Nell'area antistante l’ingresso si andavano concentrando gli operai diurni, quelli del turno di notte e quelli del primo turno, molti dei quali erano donne, che uscivano dopo un’ora di lavoro.
Gli scioperanti cercarono di fermarsi sulla scalinata e in portineria in modo tale da ostruire il passaggio, ma i carabinieri decisero di farli sgomberare per garantire un corridoio di accesso alla fabbrica. L’operazione non avvenne però senza tensioni, i modi brutali e senza troppi riguardi per uomini o donne impiegati dai militi provocarono le reazioni dei manifestanti. Volarono così i primi calci e pugni. La situazione rimase sotto controllo, ma l’ambiente si stava surriscaldando.
Nel corso della mattinata arrivò un reparto della Celere, ma anche nel fronte opposto cresceva il numero dei manifestanti. Alcuni studenti universitari avevano volantinato davanti alle scuole superiori di Valdagno incitando gli studenti a solidarizzare con gli operai in lotta, ed un corteo di circa 300 studenti raggiunse i cancelli della fabbrica.
Le scaramucce fra scioperanti e forze di polizia continuavano tanto che – ad un certo punto – il vicequestore ordinò la carica che obbligò i dimostranti a ripiegare, ma non riuscì a disperderli. La tensione poi diminuì, però la gente non se ne tornava a casa, anzi agli operai tessili si andavano aggiungendo altri lavoratori, semplici cittadini e curiosi. Non c’era da meravigliarsi che accadesse, visto che mai prima di allora s’era vista tanta polizia schierata, né tanti operai decisi ad affrontarla.
Manifestanti e forze dell’ordine rimasero schierati uno di fronte all'altro per l’intera giornata e momenti di tensione si alternarono ad altri di relativa quiete, finché nel tardo pomeriggio accadde un fatto che fece precipitare la situazione. In uno dei tanti scontri, i carabinieri catturarono due manifestanti e li trascinarono all'interno della portineria. I sindacalisti presenti intervennero per ottenere il loro immediato rilascio, ma le forze di polizia chiedevano in cambio lo scioglimento della manifestazione. Quando i negoziatori uscirono dalla portineria, annunciarono il rilascio dei due fermati, ma avvertirono anche che la manifestazione doveva considerarsi conclusa invitando i dimostranti a tornare a casa e «che da quel momento ognuno si sarebbe assunta la responsabilità di ulteriori incidenti».
La richiesta venne accolta con urla e fischi e partirono le prime pietre che infransero i vetri dello stabilimento, una di queste colpì un agente. La reazione non si fece attendere, il vicequestore indossò la fascia tricolore ed ordinò la carica.
Gli agenti cominciarono a sparare bombe lacrimogene ed i manifestanti risposero intensificando la sassaiola. Per procurarsi le pietre vennero divelte anche le spallette in travertino del ponte pedonale detto “del tessitore” e il muretto di cinta della stazione. Carabinieri e polizia furono costretti ad asserragliarsi all'interno dello stabilimento, tentarono più volte delle sortite, ma ogni volta la sassaiola riprendeva. Gli scontri avevano galvanizzato i manifestanti, oramai la rabbia era incontenibile e si riversò contro le proprietà dei Marzotto. Mentre le forze dell’ordine ingaggiavano scontri nell'area antistante la fabbrica, dimostranti devastarono l’atrio dell’Hotel Pasubio Jolly. Sorte analoga toccò al Magazzino della Lana i cui manichini vennero gettati nelle acque dell’Agno. Le ville di alcuni dirigenti dell’azienda.e quella di Paolo Marzotto furono prese d’assalto e la staccionata in legno di quest’ultima venne incendiata.
Pare che ci fosse stato anche un tentativo – sventato dai militi – di assaltare la locale caserma dei carabinieri. L’accensione di diversi falò portò all'intervento dei vigili del fuoco, vennero allertate anche le unità di Arzignano e Vicenza che furono bloccate dai manifestanti.
Tuttavia l’atto che suscitò più scalpore fu l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto Sr, fondatore della dinastia. Il monumento si trovava in Piazza Dante, poco lontano dall'ingresso dello stabilimento, dove era stato eretto nel 1955. Alcuni manifestanti lo presero d’assalto, incitati dalla gente che gremiva la piazza.
Quanto durarono gli scontri? È difficile stabilire con esattezza la durata della rivolta né è possibile una precisa ricostruzione della dinamica degli eventi. Troppo diverse sono le cronologie fornite nelle ricostruzioni e nemmeno le testimonianze dirette aiutano a far chiarezza. I diversi resoconti divergono – a volte in maniera considerevole – sugli orari degli avvenimenti tanto da evocare la «sospensione del tempo storico nella rivolta».
In ogni caso, in simili frangenti, è la confusione a dominare, inevitabilmente.
A dettare una svolta a quanto stava succedendo fu l’arrivo dei rinforzi di polizia – un altro reparto Celere ed uno di “baschi blu” – che avvenne fra le 22:00 e le 23:30. Le forze dell’ordine – ora numerosissime – contrattaccarono disperdendo i manifestanti con lacrimogeni e, sembra, anche con altre bombe, pattugliando le strade, setacciando cantine e pianerottoli dei palazzi e fermando chiunque capitasse a tiro. La maggior parte dei fermi – a quanto pare – si concentrò in queste ultime ore della giornata.
Il bilancio degli scontri fu pesante: decine di fermati, di cui quarantadue arrestati e trasferiti al carcere di Padova e cinque denunciati a piede libero; le forze dell’ordine contarono cinquantotto fra feriti e contusi, mentre fra i dimostranti il numero dei feriti rimase imprecisato, perché solo pochi (i più gravi) si presentarono in ospedale, la maggior parte dei contusi evitò le cure pubbliche per non essere denunciati, ma stando alle testimonianze furono numerosi.

sabato 18 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.

venerdì 17 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1907 ad Ellis Island si raggiunge il picco massimo mai registrato di ispezioni giornaliere ai pretendenti all'immigrazione negli Stati Uniti: 1.004.746 persone ispezionate.
Ellis Island è una piccola isola nella baia di New York, dal nome di Samuel Ellis, suo proprietario.
Qui il primo gennaio 1892 fu creato il primo nucleo del centro di raccolta ed ispezione di coloro che volevano emigrare negli Stati Uniti dall'Europa . Tra il 1892 e il 1954, quando il centro fu chiuso, tranasitarono oltre 12 milioni di persone, pari a circa il 70% dell'intero flusso migratorio verso gli USA in quel periodo di tempo. Oggi oltre cento milioni di americani (il 40% dell'intera popolazione ) possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti a un uomo, una donna o un bambino passato nella grande Sala di Registrazione a Ellis Island.
Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. Queste ispezioni erano molto più superficiali tanto da spingere alcuni emigranti, che temevano di non superare le visite più rigorose di Ellis Island, a pagare il più caro biglietto di seconda classe.
I passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione, che era più dura. Il traghetto storico Ellis Island veniva usato dal Servizio Immigrazione per trasportare gli immigrati che arrivavano e il personale del centro di immigrazione. Questi traghetti, noleggiati dalle compagnie di navigazione, erano di solito sovraffollati e, per le loro condizioni, potevano tenere a malapena il mare. Ma chi doveva passare per Ellis Island veniva tenuto su queste imbarcazioni senza acqua né cibo per ore.
Gelidi d'inverno e bollenti d'estate, nonché totalmente privi di servizi igienici, è stato calcolato che oltre il 30 per cento dei bambini arrivati a New York sofferenti di una qualche malattia negli anni a cavallo tra Otto e Novecento moriva a causa dell'esposizione al freddo subita durante il pur breve viaggio attraverso la baia.
Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena con del gesso coloro per i quali occorreva un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute; (per esempio: pg per donna incinta; k per ernia; x per problemi mentali) e quindi veniva ricoverato nell'ospedale dell'isola o in quelli di Manhattan e di Brooklyn.
Agli immigrati veniva assegnata una Inspection Card con un numero e c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli.
I "marchiati" venivano esclusi dal flusso principale ed inviati in un'altra stanza per un esame più approfondito. In questi casi spesso venivano a separarsi dei nuclei familiari. La natura "industriale" del processo e le difficoltà linguistiche facevano si che non fossero date spiegazioni.
Secondo le registrazioni ufficiali tuttavia solo il due per cento veniva rifiutato, e molti di questi si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa.
Dal 1917, modifiche alle norme d'ingresso limitarono i flussi immigratori. Venne introdotto il test dell'alfabetismo e dal 1924 vennero approvate le quote d'ingresso: 17.000 dall'Irlanda, 7.500 dal Regno Unito, 7.400 dall'Italia e 2.700 dalla Russia. La Depressione del 1929 ridusse ulteriormente il numero degli immigrati, dai 241.700 del 1930 ai 97.000 del 1931 e 35.000 nel 1932. Contemporaneamente Ellis Island diventò anche un centro di detenzione per i rimpatri forzati: dissidenti politici, anarchici, senza mezzi e senza lavoro vennero obbligati a tornare al loro paese d'origine. Gli espulsi a forza dagli Stati Uniti furono 62.000 nel 1931, 103.000 l'anno successivo e 127.000 nel 1933.
Nel '54, dopo aver accolto milioni di persone Ellis Island ha chiuso i battenti. Da allora ha custodito i microfilm dei "manifest" delle liste passeggeri e gli archivi dei servizi dell'immigrazione. Proprio come un fedele custode per la storia degli antenati di quella parte d'America discendente dagli europei approdati negli States da fine Ottocento in poi.
Gli edifici, poi, furono abbandonati fino alla metà degli anni Ottanta, quando l’edificio principale a quattro torrette venne completamente ristrutturato e riaperto nel 1990 come Museo dell’Immigrazione. E’ un museo che ricrea con forza espressiva l’atmosfera del luogo con film e mostre fotografiche che celebrano l’America come nazione di immigrati.

giovedì 16 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1889, in un quartiere povero di Londra, nasce Charles Spencer Chaplin.
Fu all'età di cinque anni, che Chaplin ebbe coscienza, per la prima volta, del suo potere sul pubblico. La mamma Hannah, un'attrice di teatro, preferiva portarlo con sè quando doveva recitare, piuttosto che lasciarlo a casa da solo.
A quell'epoca, la donna lavorava nel teatro di Aldershot a Londra, un locale di dubbia reputazione, frequentato da soldati rumorosi e rissosi. Purtroppo Hannah soffriva di laringite e una sera, mentre stava cantando, improvvisamente la voce scomparve. I militari cominciarono a lagnarsi e a tirare oggetti sul palcoscenico, urlando alla donna di andarsene. Hannah, confusa e in preda ad una crisi nervosa, fuggì in lacrime: quella fu l'ultima volta in cui calcò le scene. Il direttore del teatro però, non si perse d'animo. Prese il piccolo Charlie per mano e lo accompagnò sul palcoscenico. E il bambino, fra lo sbigottito e l'eccitato, incominciò a cantare una canzone popolare. Il pubblico andò in visibilio e ricoprì il giovanissimo artista con una pioggia di monetine. Charlie, al termine del pezzo, si interruppe e avvisò con naturalezza che, prima di proseguire, avrebbe raccolto tutti quanti quei soldi e così fece. Fra le risa della gente. In questo modo cominciò la carriera artistica di Charlie Chaplin. In un teatro sperduto di Londra. L'infanzia di Charles però, non fu facile.
Hannah, dopo aver abbandonato il teatro, cercava di tirare avanti facendo dei lavoretti con una macchina da cucire presa a nolo, ma mantenere da sola i suoi due figli Charles e Sydney non era facile (i padri dei due bambini l'avevano entrambi lasciata). Come se non bastasse, Hannah soffriva di squilibrio mentale (probabilmente ereditario) e i ricoveri nelle cliniche psichiatriche divennero sempre più frequenti. Finché‚ fu definitivamente internata. Charlie e il fratello, perciò, vissero per parecchio tempo in orfanotrofio, dove sperimentarono l'abbandono e la solitudine. Più tardi, quando Chaplin divenne ricco e famoso, alcuni lo descrissero come un uomo triste e disperato.
C'è chi arrivò a dire che solo durante la sua povera infanzia era veramente stato felice. Charlie reagì a questi commenti nella sua autobiografia: "L'atteggiamento di chi vuol rendere la miseria attraente per gli altri è piuttosto antipatico. Devo ancora conoscerlo un povero che abbia nostalgia della povertà…, o che vi veda la libertà. Io non trovo nessuna costrizione nella ricchezza: al contrario, vi trovo molta libertà…... Non ho trovato la miseria nè attraente né edificante. Non mi ha insegnato altro che a falsare i valori, a sopravvalutare le virtù e le grazie dei ricchi e dei cosiddetti ceti abbienti."
Fin dai primissimi anni di vita, Charlie sentì di essere nato per la recitazione. Nella sua autobiografia scrisse "Avevo fatto lo strillone, il tipografo, il fabbricante di giocattoli, il soffiatore di vetro, l'usciere..., ma durante queste digressioni professionali... non avevo mai perso di vista il mio vero scopo, che era di diventare attore". Charlie cercò insomma sempre di mantenere viva quella sicurezza, quella fiducia in sè stesso che gli avrebbe poi permesso di farsi strada. La madre, che lui adorava, ebbe un peso significativo nella sua formazione artistica: Charlie ripeteva che aveva fatto sentire lui e Sydney non come "il solito prodotto della miseria, ma esseri dotati di una loro personalità… e unici nel genere". Ricordava che spesso Hannah si sedeva con i suoi bambini vicino alla finestra, esprimendo commenti sulla gente che passava: osservando le pose, i movimenti, l'espressione del viso, capiva i problemi, le gioie, le difficoltà… di ognuno. Da lei, Charlie imparò ad osservare chi gli stava intorno: e fu proprio questa capacità di osservazione, questa sensibilità, che gli permise, nei suoi film, di raggiungere il cuore di tutti.
Con il riso e con il pianto, due reazioni apparentemente contrastanti ma in realtà molto vicine. Chaplin si meravigliava di fronte alla gioia e alle lacrime che sapeva suscitare in chi guardava i suoi film. Il segreto, trovò, stava nel sentimento, unito alla ragione e alla fiducia in sé stesso: "Non credo che si possa insegnare a recitare. Ho visto persone intelligenti fallire miseramente e individui piuttosto ottusi recitare benissimo. Ma per recitare occorre essenzialmente del sentimento" Quando poi intelletto e sentimento sono perfettamente equilibrati, allora abbiamo l'attore superlativo. La caratteristica essenziale del grande attore è che egli si piace mentre recita... Dev'esserci un fervido amore per se stessi e un'enorme fiducia nelle proprie capacità".
Nel 1898, a nemmeno dieci anni di età, Charlie entrò in una vera compagnia, dedita al music hall: "The Eight Lancashire Lads" di William Jackson, formata tutta da ragazzini molto giovani. Il suo esordio fu nello stesso anno, a Manchester, nello spettacolo "Babes in the Wood" che andò in tournèe. Il music hall era una palestra davvero unica: nulla era lasciato all'improvvisazione, tutto doveva essere dosato e studiato. Gli attori, posti di fronte ad un pubblico burbero e esigente, dovevano riuscire a tenere gli spettatori con il fiato sospeso. E Charles ce la faceva benissimo. Intanto la sua carriera proseguiva a passi da gigante. A quattordici anni, prese il coraggio a due mani e si presento nella nota agenzia teatrale Blackmore di Londra, riuscendo ad ottenere una parte nella commedia "Sherlock Holmes".
Nel 1908 venne scritturato da Fred Karno, il maggior impresario di sketch dell'epoca, che dava già da lavorare al fratello Sydney. Nel 1913, mentre stava recitando negli Stati Uniti, a Filadelfia, con una compagnia di Karno, la Keystone di Mack Sennett gli propose un contratto alla cifra sbalorditiva di 150 dollari la settimana. Chaplin accettò e venne così a contatto con un metodo di lavoro molto diverso da quello a cui era abituato: la Keystone arrivava a produrre anche due film alla settimana. La lavorazione era frenetica. Non c'era tempo per ripetere. Bisognava fare bene tutto al primo colpo. Gli attori dovevano perciò essere dei bravissimi improvvisatori. Anche se poi, negli anni a venire, Chaplin avrebbe puntato sul perfezionismo, facendo e rifacendo una miriade di volte le stesse scene, questi anni con Sennett furono per lui molto istruttivi.
E' alla Keystone che viene indissolubilmente legato il successo di Charlie Chaplin. Qui infatti, nel 1914, nacque la maschera di Charlot, in un modo del tutto fortuito: "Non sapevo a quale truccatura ricorrere... Mentre puntavo verso il guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone e la bombetta. Volevo che fosse tutto in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione. Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m'incamminai verso l'enorme pedana di legno, esso era già venuto al mondo. Invenzioni comiche e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennett, assunsi l'identità del nuovo personaggio e cominciai a passeggiare su e giù, impettito, dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui... Il mio era un personaggio originale e poco familiare agli americani; poco familiare persino a me. Ma, una volta nei suoi panni, io m'immedesimavo in esso, per me era una realtà e un essere vivente. Anzi, m'infiammava di idee folli di tutti i generi, che non avrei mai avuto se non mi fossi messo il costume e la sua truccatura".
Il costume, che piacque subito a Sennett, venne inaugurato con due film, entrambi del 1914: "La strana avventura di Mabel" e "Charlot si distingue". Charlot è un vagabondo, non necessariamente buono, però simpatico, che in diverse situazioni si trova a scontrarsi con le ferree leggi morali e civili della società. Così accade in "Luci della città", quando la fioraia che ormai ha riacquistato la vista, si mette a ridere di fronte al vagabondo, per poi rimanere sbigottita nel momento del riconoscimento. Così accade in "Tempi moderni", dove viene aspramente criticata la subordinazione dell'uomo alla macchina. Temi scottanti, molto sentiti, sempre filtrati attraverso l'umorismo, in particolare la gag, una trovata comica improvvisa che sbalordisce il pubblico.
Umorismo e sentimento, dimensione romantica e patetica, comicità e tragicità si trovano a convivere in Charlot. Chaplin fu un artista davvero poliedrico, e pretendeva di occuparsi dei film a cui partecipava sotto tutti gli aspetti. Ovviamente però, i registi della Keystone non accettavano i suoi consigli e cominciarono le incomprensioni e i malumori. Alla fine, Chaplin ottenne quello che voleva: dal giugno del 1914 sarebbe stato regista di tutti i suoi film ad eccezione di "Il romanzo di Tillie" (1914), diretto da Sennett stesso. Come regista, Chaplin si dimostrò abile e tecnicamente molto versatile, arrivando a sperimentare il montaggio e il primo piano.
Nel dicembre 1914, la Keystone si rifiutò di rinnovare il contratto all'attore londinese, che pretendeva una paga di mille dollari la settimana. Ma, veloce, arrivò la proposta della Essanay, che gliene offrì addirittura 1250. Numerosissimi i film di questi anni, fra cui "Charlot principiante" (1915), "Charlot ladro" (1916), "La signorina Charlot" (1915).
Chaplin nel 1915 a mò di burla, partecipò a un concorso come sosia di se stesso, all'insaputa della giuria, ma non vinse la competizione, non arrivando neanche alla fase finale.
Frattanto cominciò a circondarsi di alcuni compagni di lavoro fedelissimi, che l'avrebbero poi seguito per molti anni, fra cui la brava attrice Edna Purviance. Nel 1916 passò ad un'altra casa, la Mutual Film Corporation, da dove uscirono, fra gli altri, "Charlot caporeparto" (1916), "Charlot macchinista" (1916), "Charlot pattinatore" (1916), "Charlot ubriaco" (1916). Nel 1917 firmò un contratto con la First National Exhibitors Circuit, dove realizzò "Charlot soldato" (1918) e "Il monello" (1921). La casa avrebbe curato la distribuzione, ma Charlie sarebbe stato produttore di sè stesso.
Nel 1919 fondò con gli amici Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Wark Griffith la United Artists, una casa di distribuzione indipendente per le proprie pellicole e per quelle di chi avrebbe voluto associarsi. Insieme, questi attori desideravano combattere il sistema hollywoodiano di distribuzione che mirava al monopolio. Dalla United Artists uscirono "La donna di Parigi" (1923), "La febbre dell'oro" (1925) e "Il circo" (1928). Chaplin non ripose alcuna fiducia, almeno all'inizio, nel cinema sonoro. Lo considerava una trovata strampalata che avrebbe avuto i giorni contati. "All'inizio", dice Chaplin nella sua autobiografia, "nessuno sapeva dosare il sonoro: il cavaliere errante dentro la sua armatura sferragliava come un'acciaieria, una semplice cenetta in famiglia sembrava l'ora di punta in una trattoria economica e chi versava l'acqua in un bicchiere faceva un rumore da sfondare i timpani". Chaplin incarnava per il pubblico, ma anche per sè stesso, il cinema muto. Il suo vagabondo aveva senso solo zitto.
"Certuni mi dissero che il vagabondo poteva anche acquistare la parola. La cosa era inconcepibile, perché la prima parola che avesse pronunciato, lo avrebbe trasformato in un'altra persona... Avevo pensato alle possibili voci da dare al vagabondo; se era il caso di farlo parlare a monosillabi o di limitare i suoi discorsi a un borbottio. Ma non servì a nulla. Se mi fossi messo a parlare, sarei diventato un comico come tutti gli altri". Hollywood però stava subendo delle trasformazioni, che neanche Chaplin poteva arrestare. "Quasi tutti i divi del muto erano scomparsi dalla circolazione: eravamo rimasti in pochi. Ora che il sonoro aveva preso piede, il fascino e la spensieratezza di Hollywood erano definitivamente tramontati. I tecnici del suono stavano rinnovando gli studi e costruendo complicate apparecchiature".
I produttori cominciarono a chiedere a Chaplin film sonori, ma lui, non sentendosela ancora, produsse altri due film muti: "Luci della città" (1931) e "Tempi moderni" (1936). Insistere, però, sarebbe stato assurdo. "Più nessuno, a Hollywood, girava film muti, e io ero l'unico rimasto. Fino a quel momento la fortuna mi aveva assistito, ma continuare con la sensazione che l'arte della pantomima stesse passando di moda, non era una prospettiva incoraggiante". Fu allora che nacque il suo primo film sonoro, "Il grande dittatore", in pieno nazismo: era il 1940. Chaplin, ritrovandosi dei baffetti molto simili a quelli di Hitler (come in molti, all'epoca, gli fecero notare), ne fece in questo film la parodia. Roosevelt stesso era spaventato: temeva che il film avrebbe potuto nuocere ai rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo.
E le accuse fioccarono numerose. Ad essere preso di mira era soprattutto il discorso conclusivo del film. Frasi come: "l'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo" venivano tacciate di filocomunismo. Anche nei film precedenti, del resto, c'erano temi che potevano essere facilmente fraintesi. In "Charlot apprendista" (1915), Charlot era un operaio che si trovava a scontrarsi con un padrone tiranno. E lo stesso succedeva in "Tempi moderni" (1936). Da lì, a vedere tracce di comunismo, in molti ci misero poco. Chaplin si difese sempre da queste accuse: "Io non sono comunista, sono un essere umano, e credo di conoscere le reazioni degli esseri umani. I comunisti non sono diversi dagli altri, se perdono un braccio o una gamba soffrono come noi, e muoiono come noi. E la madre comunista è come qualsiasi altra madre. Quando riceve la tragica notizia che i suoi figli non ritorneranno piange come le altre madri. Non devo essere comunista per saperlo. Mi basta essere un essere umano". Purtroppo però, in mezzo a tanti ammiratori, Chaplin aveva anche molti nemici, a cui non piaceva quello straniero che aveva scalato Hollywood, senza mai chiedere la cittadinanza americana. Nel 1942 arrivò la famosa goccia che fece traboccare il vaso: in quell'anno, a San Francisco, si tenne un comizio per appoggiare l'Unione Sovietica in guerra. A Chaplin venne chiesto, all'ultimo momento, di sostituire un oratore. E lui accettò.
Quando gli fu data la parola, esordì con: "Compagni...". Inutile dire che fu la persecuzione: gli agenti dell'FBI cominciarono a tenerlo d'occhio. Trovarono un'alleata anche in Joan Barry, un'attrice con cui Chaplin aveva avuto una relazione. La donna, incinta, accusò Chaplin di essere il padre di suo figlio. Le analisi del sangue dimostrarono che questo non era vero, ma i tribunali di allora non riconoscevano la validità di certe analisi. Si sollevò un vero e proprio vespaio, e Chaplin fu costretto a versare una cospicua somma al figlio della Barry. Altre reazioni suscitò poi, nel 1947, "Monsieur Verdoux". Nella parte finale del film, il sacerdote dice al protagonista colpevole di molteplici omicidi: "Possa il Signore avere pietà dell'anima tua" e Verdoux replica: "Perché no? In fin dei conti, gli appartiene". I conservatori americani, fra cui i reduci cattolici, si scatenarono, accusando Chaplin di essere irrispettoso e irriverente nei confronti della morale e della religione. Venne prodotto poi anche "Luci della ribalta" (1953). Chaplin, probabilmente sfinito dalle innumerevoli polemiche americane, volle che la prima mondiale fosse all'Odeon Theatre di Londra e con tutta la sua famiglia ritornò con un transatlantico nella sua città natale.
Dopo due giorni di navigazione, la radio comunicò che il ministro di Giustizia americano aveva annullato il visto di ritorno del regista: Chaplin non sarebbe più potuto ritornare negli Stati Uniti. Alcuni dicono che, probabilmente, se si fosse presentato, nessuno l'avrebbe potuto mandar via. Ma l'attore-regista non se la sentì di mendicare ospitalità. A Londra, "Luci della ribalta" fu accolto molto bene. Chaplin avrebbe voluto continuare a vivere nella capitale inglese, ma si sarebbe dovuto scontrare con una legge fiscale esageratamente oppressiva. Decise quindi di trasferirsi a Corsier-sur-Vivey, nel cantone ginevrino della Svizzera.
E' strano pensare che la fama e il successo possano accompagnarsi alla solitudine. Ma, anche nel caso di Chaplin, fu così. Spesso, in America, si ritrovò solo, a passeggiare per le vie principali: "Come disse Amleto: 'Ora sono solo... Che mi succede?' Eccomi all'apice della carriera: tutto in ghingheri e senza un posto dove andare. Come si fa a conoscere gente, gente interessante? Mi venne una crisi di malinconia. Si direbbe che, di fronte all'improvviso successo o nelle avversità, le nostre reazioni siano le stesse: ci sentiamo smarriti e in preda allo sgomento". Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, suo più grande amico fu Douglas Fairbanks, sposato per molti anni con Mary Pickford (la famosa fidanzatina d'America). Con loro fondò la United Artists, la casa di produzione di molti dei suoi film. Così Chaplin descrive la nostalgia che ebbe di Douglas quando questi morì. "Ho sempre sentito molto la mancanza di Doug: del calore del suo entusiasmo e della sua allegria; ho sentito la mancanza della sua voce cordiale al telefono in una squallida e solitaria mattinata domenicale: 'Charlie, vieni a pranzo?... Poi si va a fare il bagno... Poi a cena... Poi a vedere un film?'. Sì, ho sentito la mancanza della sua profonda amicizia". Di donne che gli ronzavano attorno, Chaplin ne ebbe molte: per la maggior parte, però, erano belle attricette desiderose di fare carriera.
Certo l'attore non era insensibile al fascino femminile, ma questo non costituì mai il fulcro dei suoi pensieri: "Come per chiunque altro, la mia vita sessuale ha avuto un andamento ciclico. A volte fu molto attiva, a volte una delusione. Ma non fu mai al centro dei miei interessi. Avevo interessi artistici che mi assorbivano completamente... Era solo tra un film e l'altro, quando non avevo nulla da fare, che offrivo il fianco. Come disse H. G. Wells. 'Quando, nel corso della giornata, ti accorgi di avere scritto al mattino le tue cartelle, sbrigato la corrispondenza nel pomeriggio, e non hai altro da fare, viene il momento in cui ti annoi: ecco l'ora del sesso' ". Diversi critici hanno voluto studiare i film di Charlot sotto l'aspetto del sesso e vi hanno riscontrato una latente sessuofobia: il vagabondo vivrebbe con le sue partners dei rapporti sempre asessuati, astratti, favolistici. Da qui, a divagazioni psicanalitiche sull'infanzia dell'attore e sul rapporto con la madre, il passo é stato breve. Anche da queste accuse si difese Chaplin: "A differenza di Freud, io non credo che il sesso sia l'elemento più importante nella complessità del comportamento. E' più facile che incidano sulla psicologia il freddo, la fame e la vergogna della miseria".
Accuse e difese a parte, a Chaplin le donne non mancarono di certo. Si innamorò per la prima volta a diciannove anni: lei era una sconosciuta ballerina, tale Hetty Kelly, minore tre anni di lui. Fu un amore platonico, durato solo qualche giorno. Alcuni sovraccaricarono di importanza questo flirt: il regista Richard Attenborough, nel suo film "Chaplin", fa impersonare alla stessa attrice il ruolo di Hetty e di Oona, l'ultima moglie, amatissima da Chaplin; Chaplin avrebbe ritrovato, in Oona, il fascino e la semplicità della giovane ballerina londinese. In realtà, nella sua autobiografia, Charlie sdrammatizza molto il ruolo di Hetty, riportandolo ad una visione dell'amore tipicamente adolescenziale: "L'idea che mi ero fatto dell'amore, derivava da un manifesto teatrale nel centro del quale spiccava una fanciulla ritta su una scogliera col vento tra i capelli che guardava il mare con aria inspirata. Era il mio ideale. Mi vedevo nell'atto di giocare con lei a golf - uno sport che detesto - o di passeggiare all'alba sulle dune coperte di rugiada, col cuore palpitante di dolci sentimenti". Chaplin chiese a Hetty di sposarlo ma lei rifiutò. Pare per intervento della madre, che avrebbe preferito per la figlia un partito migliore (quanto si era sbagliata!).
Malgrado Chaplin avesse sull'amore e sul sesso idee lontane dalla banalità e dal conformismo, nella sua vita di mogli ce ne sarebbero state ben quattro. La prima fu Mildred Harris, una bella attrice sedicenne: il matrimonio, però, durò solo qualche mese. Nel 1924 fu la volta di un'altra attrice, Lita Grey, che gli diede due figli: Charles Spencer e Sydney Earle. Ma anche con lei l'idillio finì ben presto. Il terzo matrimonio arrivò nel 1933, con l'attrice Paulette Levy, più nota come Paulette Goddard, allora poco più che ventenne ma già divorziata dal miliardario Paul Getty. Ma neppure lei era la donna giusta. La stabilità affettiva arrivò solo nel 1943: all'età di cinquantaquattro anni, Chaplin sposò Oona O'Neill, figlia del famoso scrittore Eugene, allora appena diciottenne. I due rimasero legati fino alla morte, in un amore, come racconta Chaplin, sereno, fedele e fortissimo. Oona, che aveva incontrato Chaplin per un provino, subito dopo le nozze decise che non avrebbe mai più fatto l'attrice. "La notizia mi riempì di gioia, perché finalmente avevo una moglie e non una ragazza che volesse far carriera". I due ebbero otto figli.
Nel 1972, riconciliatosi con l'opinione pubblica statunitense, ritornò negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar alla carriera (il primo lo aveva vinto già nel 29), assegnatogli per "aver fatto delle immagini in movimento una forma d'arte del Ventesimo secolo". In tale occasione fu protagonista della più lunga ovazione nella storia dell'Academy Awards. L'anno successivo vinse il Premio Oscar alla migliore colonna sonora per il film Luci della ribalta.
Il 4 marzo 1975, dopo molti anni di esilio volontario dal suo Paese d'origine, Chaplin fu nominato Cavaliere di Sua Maestà dalla regina Elisabetta II d'Inghilterra. L'onorificenza era già stata proposta nel 1956, ma - in piena guerra fredda - non era stata concessa per il veto imposto dal Foreign Office britannico sempre a causa delle presunte simpatie comuniste di Chaplin.
Charles Chaplin morì a Corsier-sur-Vevey (Vaud), in Svizzera, la notte di Natale del 1977 e lì fu sepolto. Tre mesi dopo la sua morte, il 1º marzo 1978, il suo corpo fu trafugato in un tentativo di estorsione ai danni dei suoi familiari. Il piano tuttavia fallì: i malviventi chiesero 600.000 franchi svizzeri ma la moglie di Chaplin, Oona O'Neil, difesa dall'avvocato di famiglia Jean-Felix Paschoud, disse che si rifiutava di trattare con dei ladri di cadaveri, forse le ritornò in mente il comportamento inflessibile di suo marito in situazioni del genere. I ladri, a quanto pare, avevano trafugato il corpo per il semplice fatto che serviva loro del denaro per costruirsi un garage. Furono catturati e la salma venne localizzata e recuperata nei pressi del lago di Ginevra.

mercoledì 15 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 2010 muore a Roma, all'età di 87 anni, Raimondo Vianello.
Nato a Roma il 7 maggio del 1922, figlio di ammiraglio, cresciuto a Spalato, aderisce alla Repubblica di Salò, e per questo viene rinchiuso nel campo di prigionia di Coltano (dove c'erano, tra gli altri, anche Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno). Finita la guerra, non sembra appassionarsi molto alle possibilità legate alla sua laurea in giurisprudenza. E coltiva già un umorismo di tipo britannico, sottile e sornione. L'inizio della carriera nello showbiz è però abbastanza casuale: alto, biondo, allampanato, viene scelto per interpretare un soldato nella rivista Cantachiaro di Garinei e Giovannini. Un debutto in sordina, il suo, ma all'insegna di un marchio di grande qualità nell'ambito dell'intrattenimento, la premiata ditta G&G. E' il 1950, lui ha 28 anni.
Da allora, praticamente, non si ferma più. Perché, subito dopo la sua prima volta sul palcoscenico, comincia a lavorare con partner blasonati: Carlo Dapporto, Macario, Gino Bramieri. E soprattutto Ugo Tognazzi, con cui comincia a fare coppia fissa, artisticamente parlando. E' il primo dei due incontri decisivi, nella sua carriera. Ma il secondo, avvenuto nel 1959, è cruciale anche per la sua vita privata: conosce infatti Sandra Mondaini, la sposa, e comincia un sodalizio sentimentale e professionale che durerà una vita.
Nel 1954 Vianello è il mattatore, insieme a Tognazzi, del divertentissimo show Un, due, tre. I loro sketch, spesso irriverenti nei confronti dei potenti, fanno discutere, oltre che ridere. E quando, nel '59, arriva sul piccolo schermo la parodia del presidente Gronchi che scivola a una serata col collega francese De Gaulle, la censura non perde tempo, e il programma viene sospeso.
Negli anni Sessanta, però, le apparizioni televisive riprendono. Accanto alla moglie, che è attrice come lui; e che come lui è dotata di una verve comica che ne fa una partner perfetta. Ed ecco formata la premiata ditta Raimondo & Sandra, che tutti conoscono a amano. Sono loro due le star di Studio Uno, a metà del decennio; e poi, nei primi Settanta, di Sai che ti dico?, Tante scuse, e più avanti (nel '77) Noi...no.
Pochi anni, e il fenomeno delle tv private, riunite in un network nazionale dall'imprenditore-costruttore Silvio Berlusconi, esplode. E dopo Mike Bongiorno, è Vianello uno dei primi divi a trasferirsi in casa del Biscione: lo ricordiamo, ad esempio, come conduttore del programma Il gioco dei Nove. E soprattutto nelle sit-com Casa Vianello e Cascina Vianello, che sulle reti Fininvest poi diventate Mediaset è un appuntamento fisso. Ma le reti berlusconiane  utilizzano il suo talento, la sua capacità di sdrammatizzare gli animi più accesi, anche nelle trasmissioni sportive, come Pressing.
La Rai, però, lo richiama quando è già un signore ben oltre la soglia del settant'anni. Nel 1998, infatti, conduce il Festival di Sanremo: elegante come sempre, distaccato quanto basta. Un personaggio inattuale, forse, in una tv che stava cambiando pelle, con l'avvento imminente dei reality e dei talent show. Ma il suo umorismo rimarrà per sempre un classico della comicità made in Italy, senza volgarità e senza esagerazioni.
E al di là della televisione, Vianello va ricordato anche per le sue non frequentissime interpretazioni su grande schermo. Due delle quali accanto a un genio della risata come Totò: una, da semi-esordiente, in Totò Sceicco; un'altra, da star della tv ormai affermata, in Totò Diabolicus (1962). Ed è un peccato che i registi di cinema non abbiano sfruttato di più le sue potenzialità.
I funerali di Raimondo Vianello si sono svolti nella chiesa di Dio Padre a Segrate (Milano).  A causa dell'eruzione del vulcano Eyjafjöll in Islanda, che per diversi giorni ha impedito qualunque volo aereo nei cieli dell'Europa, molte personalità del mondo dello spettacolo e autorità non hanno potuto prendere parte alle esequie. La salma è stata tumulata nella tomba di famiglia al cimitero del Verano.
La moglie Sandra, già malata da tempo, morì pochi mesi più tardi e, diversamente da quanto tutti si aspettavano, è stata sepolta (seguendo le sue volontà testamentarie) nel cimitero di Lambrate accanto alla mamma Giuseppina, e non al Verano insieme al compagno di una vita.

martedì 14 aprile 2026

#AlmanaccoQquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
La sera del 14 aprile 1975 Carlo Saronio scompare.
È un ingegnere, ha 26 anni e, malgrado l’appartenenza a una facoltosa famiglia della borghesia milanese, nutre simpatie neanche tanto celate alle stesse forze dell’ordine per la sinistra extraparlamentare e in particolare per alcuni personaggi che provengono dalle disciolte fila di Potere Operaio. L’ultima volta che la madre, Anna Boselli, lo vede è a cena conclusa: intorno alle 22, Carlo prende le chiavi della sua auto, una Lancia Fulvia con cui va in giro da un po’, e come accade spesso in quel periodo lascia l’appartamento di corso Venezia per raggiungere un gruppo di amici che lo aspetta dalle parti di piazza Aspromonte.
Nella notte nessuno si accorge che Carlo Saronio non è rientrato e chi avesse gettato un’occhiata sul ciglio della strada si sarebbe accorto che l’automobile dell’ingegnere era al suo posto. Alle 9 del mattino successivo tuttavia giunge a casa Saronio una telefonata. E non è la prima: altre due l’hanno preceduta tra le 8 e le 8 e mezza. All’apparecchio c’è sempre uno sconosciuto che non si qualifica e si limita a chiedere con insistenza di parlare con la signora Boselli, ma il filtro dei domestici regge e l’anonimo telefonista decide di chiamare un altro numero: è quello degli uffici dell’azienda di famiglia, che si trovano nello stesso edificio, e parla direttamente con l’amministratore dei Saronio, il ragionier Armando Damaschi.
“L’ingegnere è stato rapito. Richiamerò tra poco per il riscatto”. Poi riattacca.
La lapidaria telefonata ha uno scopo preciso: dare il tempo alla famiglia e ai suoi collaboratori di verificare l’assenza di Carlo. Vuoi mai che sia uno scherzo di cattivo gusto? Ma il giovane in camera sua non c’è. Per di più – a quel punto chi si affaccia se ne deve accorgere per forza – la Fulvia è sotto casa, chiusa a chiave, come se non fosse stata toccata o come se il giovane professionista avesse avuto il tempo, una volta lasciati gli amici, di riportarla sotto casa e parcheggiarla senza alcun disturbo. Ma ciò che è realmente accaduto nelle ore immediatamente precedenti è un mistero: di certo c’è solo che lui non si trova.
Tempo mezz’ora e il telefono squilla di nuovo. È ancora lo sconosciuto di poco prima che parla con Damaschi e che gli comunica in tono perentorio che per la liberazione dell’ostaggio la famiglia dovrà scucire cinque miliardi di lire in due rate. Cinque i giorni concessi per il versamento della prima tranche di due miliardi e mezzo: la data fissata è il 18 aprile e quel giorno gli emissari dei Saronio dovranno seguire le informazioni che verranno loro comunicate in seguito per raggiungere il luogo del pagamento.
Nel corso di quelle prime ore i sequestratori giocano con il terrore della famiglia: chiamano di frequente, a volte facendo una telefonata dopo l’altra, poi interrompono le comunicazioni per qualche ora, lasciano che i parenti si macerino nell’angoscia e poi tirano all’improvviso la corda, minacciano ritorsioni nel caso le loro disposizioni non vengano seguite alla lettera. Aggiungono ansia all’ansia per piegare qualsiasi rifiuto alla trattativa. In una telefonata che infatti arriva alle 17 di quello stesso 15 aprile, si decide di dare un’iniziale conferma del fatto che nessuno sta scherzando, la prima prova che a chiamare sono davvero i rapitori di Carlo: all’altro capo c’è sempre la stessa voce, caratteristica, con un forte accento meridionale, che dice dove si trovano le chiavi dell’auto che l’ingegnere aveva con sé quando è stato portato via.
Poi basta, non si dilunga in altri dettagli, e che i familiari aspettino, seguiranno ulteriori contatti. Fin da subito vengono avvertite le autorità e i telefoni di casa e degli uffici sono messi sotto controllo. Però ci si rende conto che le trattative saranno tutt’altro che rapide. Innanzitutto la prima data del pagamento, il 18 aprile annunciato inizialmente, salta: da un lato, infatti, i congiunti dell’ingegnere non vogliono sentir parlare di “rate”. Il loro scopo infatti è quello di pagare tutto in un’unica soluzione, ma la cifra è ragguardevole e metterla insieme è affare che richiede tempo. Dall’altra però chiedono una prova che Carlo sia ancora vivo, ma i sequestratori nicchiano, eludono la questione, la rimandano o minacciano e solo a undici giorni da quella prima telefonata, il 26 aprile, dopo pressanti richieste in questo senso, sembrano finalmente accogliere quella che ormai ha assunto i toni di una supplica: va bene, avranno quanto chiedono.
Per ottenerlo che vadano al cinema Italia e raggiungano la toilette. Dentro la cassetta dello scarico dell’acqua, troveranno l’orologio da polso dell’ingegnere. Ma è troppo poco, non basta per fugare o anche solo per rendere meno attanagliante l’angoscia della madre. E poi perché non fanno come in altri casi di sequestro di persona? Perché non inviano una fotografia che ritrae l’ostaggio insieme a un giornale recente? Perché non spediscono uno scritto dell’ingegnere successivo al rapimento?
No, quell’orologio non è neanche vagamente sufficiente. I familiari insistono, producano qualcosa di più convincente altrimenti niente riscatto. E allora la banda di rapitori, nel giro di poche ore, fa recapitare alcune informazioni poco note a proposito di Carlo: la prima riguarda una fotografia scattata tempo addietro in America Latina in cui Saronio viene ritratto accanto a due bambini indios: è talmente affezionato a quell’immagine e al ricordo del viaggio che l’ha appesa in camera sua, sopra il letto; la seconda invece è la descrizione di una cagnolina che la famiglia Saronio teneva nella sua villa di Bogliasco, in provincia di Genova. Nessuno scritto però accompagna questa comunicazione, le informazioni vengono trasmesse sempre al telefono ed è vero che non sono notizie di dominio pubblico, ma è altrettanto vero che anche l’entourage delle vittima conosceva quei dettagli.
Di più però i rapitori non possono fare, Carlo si rifiuta di collaborare. Dunque che la famiglia si accontenti: non è proprio la prova che chiedeva, ma ci va vicino. A quel punto i nervi hanno già ceduto e a questo punto si deve tentare il tutto per tutto per far tornare Carlo a casa. Tanto basta quindi per concordare la cifra definitiva: 470 milioni di lire, meno del dieci per cento della richiesta iniziale, da versare in un’unica soluzione.
Le trattative intanto si sono trascinate per giorni e ormai si è arrivati al primo maggio, sono trascorse oltre due settimane dal rapimento, ed è tempo di chiudere. Così nel corso dei tre giorni successivi si prendono accordi sulle modalità di consegna: il 4 maggio il ragionier Damaschi e l’avvocato Alessandro Tonolli, altro collaboratore di famiglia, devono salire a bordo della Fulvia di Carlo portando con loro due valigie in cui sono custoditi i soldi. A quel punto inizia un percorso, una specie di caccia al tesoro, in cui si arriva nel primo punto indicato dai rapitori, si raccoglie un messaggio, un dettaglio concordato di volta in volta, un qualsiasi elemento che suggerisca in quale direzione procedere. La prima tappa di questa caccia viene raggiunta alle quattro del mattino quando i due professionisti approdano all’Hotel Cavalieri di Milano.
Qui attendono una telefonata che giunge puntuale nel giro di poco e che ordina loro di inforcare la tangenziale est del capoluogo lombardo, arrivare al chilometro 8 e di cercare il messaggio successivo sotto un cartello stradale. Lì trovano un’ulteriore indicazione che dice loro di uscire a Cernusco sul Naviglio, parcheggiare l’auto nei pressi di una cava lì vicino e di allontanarsi per mezz’ora: al loro ritorno, se tutto sarà andato secondo i piani, non ci saranno più le borse con i quattrini. Ma quando la coppia di emissari torna indietro si accorge che non è accaduto nulla, che questo appuntamento è andato a vuoto: i rapitori non si sono infatti presentati a ritirare il riscatto perché – diranno poco dopo sempre al telefono – avevano avuto l’impressione che un’auto in borghese della polizia fosse in zona. Avevano ragione.
Nel contatto che segue l’incontro alla cava di Cernusco, i rapitori non sono affatto teneri, fanno notare con violenza alla famiglia che la foglia l’hanno mangiata e aggiungono si pentiranno dello scherzo che hanno tentato di tirare loro perché mica sono scemi, l’hanno vista bene quell’Alfa Romeo Giulia che stazionava in zona. Sbirri, non poteva essere altrimenti, e chi vuoi che fosse a quell’ora in un posto tanto isolato? Dunque – accusano ancora i malviventi – non solo i Saronio hanno denunciato la scomparsa contravvenendo a quanto esplicitamente vietato, ma stanno collaborando con le forze dell’ordine. A questo segue un nuovo stillicidio di comunicazioni durante le quali però vengono via via lasciate da parte le minacce e riprendono le trattative.
Si stabilisce così che la data successiva per la consegna del denaro sarà il 9 maggio. Questa volta si chiede che gli emissari della famiglia si muovano separatamente per confondere eventuali pedinamenti da parte delle forze dell’ordine: Damaschi prenderà di nuovo la Fulvia mentre il cognato di Carlo, Ernesto Masolo, a bordo della propria autovettura, dovrà puntare verso Nova Milanese, entrare nel bar Corona e attendere nuove istruzioni. Qui giunge puntuale una telefonata per lui e l’uomo viene indirizzato verso una località di campagna dove troverà un messaggio scritto. Nel foglietto gli si dirà di imboccare l’autostrada dei Fiori Milano-Genova in direzione del capoluogo ligure e di fermarsi nei pressi di un ponte, all’altezza del chilometro 148,400. Qui incontrerà tre individui armati a volto coperto che prenderanno in consegna le valigie con il denaro.
Non una parola e nessun altro scherzo altrimenti a pagare sarà Carlo. Questa volta tutto va liscio: il denaro viene consegnato, Ernesto Masolo riprende la strada di casa con 470 milioni di meno, ma con la speranza che il cognato ricompaia presto. Per tutti inizia la fase dell’attesa più lacerante, ma anche la più vivida: la liberazione di Carlo. Tuttavia il giovane non ricompare quel giorno. Forse accadrà il giorno successivo o forse occorre attenderne qualcuno: l’avranno magari portato lontano e deve ritornare in zona prima di essere rilasciato. Illusione, desiderio, fiducia si alternano in quelle prime ore, ma con il trascorrere del tempo si trasformano in chimere, fantasie fino ad assumere i connotati del miraggio, di un’illusione che svanisce via via che trascorrono le ore.
E non ci sarà nulla che arresterà questo processo, che conterrà un timore che si fa tracimante: Carlo Saronio scomparirà per sempre e con lui, fin dalle ore successive al pagamento del riscatto, anche i rapitori svaniscono nel nulla: non ci sarà più alcuna comunicazione, nessuna telefonata, neanche un messaggio scritto fatto ritrovare chissà dove.
Il 16 maggio a Bellinzona tre persone, Carlo Fioroni, Maria Cristina Cazzaniga e Franco Prampolini, vengono fermati con 67 milioni in contanti, portati in Svizzera all'interno di una bombola di metano di una Fiat 124.
Carlo Fioroni venne fermato mentre effettuava operazioni di cambio: del denaro in suo possesso, 63 banconote vennero identificate con quelle usate per il pagamento del riscatto, i cui numeri erano stati registrati.
Il 19 maggio il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano emise un ordine di cattura, e il 6 giugno venne chiesta l'estradizione per i tre prigionieri, accusati di concorso nel reato di sequestro a scopo di rapina ed estorsione.
Poco dopo la prima richiesta, l'ambasciata italiana emendò l'ordine d'arresto di Fioroni, aggiungendo i reati di banda armata e associazione sovversiva.
I tre prigionieri si opposero all'estradizione: il Dipartimento federale di giustizia e polizia svizzero acconsentì a concedere l'estradizione per i reati legati al sequestro, ma rifiutò le imputazioni relative alle attività terroristiche. Infine, i tre prigionieri vennero estradati.
Tradotto in carcere e condannato, dopo alcuni anni Fioroni decise di collaborare con le autorità. Nel 1979 denunciò in un memoriale i nomi dei propri complici. Nel memoriale, che causò l'arresto di un centinaio di persone, veniva accusato dell'omicidio il discusso filosofo comunista Toni Negri. Negri fu poi scagionato dall'accusa.
Il corpo di Saronio fu ritrovato grazie alla collaborazione di Carlo Casirati, uno dei delinquenti comuni che parteciparono al rapimento. Coi soldi del riscatto fuggì a Caracas dove venne rintracciato dalla polizia italiana.
Casirati aveva tentato di ricattare la famiglia Saronio per ottenere altri 200 milioni in cambio dell'indicazione del luogo di sepoltura del cadavere.
Arrestato ed estradato in Italia, fornì l'ubicazione della sepoltura e per questo ottenne i benefici di leggi con una pena detentiva ridotta da 27 a quasi 10 anni in sede di appello, a causa della sua collaborazione.
Anche Fioroni godette dei benefici della legge Cossiga sui terroristi che collaborano, ed uscì dal carcere il 4 febbraio 1982. Ottenne un passaporto e si trasferì all'estero.
La Cazzaniga e Prampolini, condannati solo per reati minori in primo grado, non ricorsero in appello e godettero successivamente di una amnistia.
Il cadavere di Saronio fu ritrovato solo nel 1979.

lunedì 13 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1970, due giorni dopo il lancio, il controllo missione a terra chiese all'equipaggio dell'Apollo 13 di rimescolare i serbatori di idrogeno e ossigeno, per evitare la stratificazione del loro contenuto. Uno dei cavi che alimentava le ventole di mescolamento aveva il rivestimento in Teflon danneggiato e questo provocò un corto circuito e il successivo incendio del cavo stesso. Le fiamme aumentarono la pressione interna al serbatoio rapidamente oltre il limite di rottura (1000 psi o 7 MPa). L’esplosione venne chiaramente avvertita dall’equipaggio e fece scattare l’allarme generale (Master Alarm). È a questo punto che venne pronunciata la storica frase: fu Swigert a pronunciarla inizialmente, in una forma leggermente diversa (“…Houston, we’ve had a problem …”) da quella comunemente nota ed attribuita a Lovell (“Houston, we have a problem.”).
La causa del problema sul momento era ignota e l’equipaggio pensava si trattasse di un meteorite che aveva centrato il modulo lunare (LM). Nell’esplosione era rimasto danneggiato anche il serbatoio #1 del’ossigeno e le tubature relative. Il contenuto venne disperso nelle ore successive fino ad esaurimento delle intere scorte del modulo di servizio (SM). Senza serbatoi dell’ossigeno non era possibile alimentare le celle a combustibile, che fornivano elettricità ed acqua al CM: fu necessario spegnere completamente il modulo di crociera (CM), per non consumare le batterie in dotazione necessarie per il rientro, ed utilizzare il LM come “scialuppa di salvataggio”. Una eventualità presa in considerazione durante una esercitazione ma considerata poco probabile. Chiaramente se fossero stati sulla via del ritorno (senza più il LM), l’incidente sarebbe stato mortale.
Il danno al SM rese impossibile effettuare l’allunaggio in sicurezza. Il Mission Control decise di optare per l’annullamento della missione e per un volo circumlunare, in modo da utilizzare la gravità lunare per riportare la capsula sulla Terra. Apollo 13 inizialmente si trovava su una Free Return Trajectory, ovvero una rotta che avrebbe riportato la capsula sulla Terra senza bisogno di utilizzare i motori, ma aveva modificato la propria orbita per poter raggiungere i piani di Fra Mauro. Per riportarsi sulla Free Return Trajectory fu necessaria una accensione del motore: per il motore del CM sarebbe stata una brevissima accensione, ma si decise di non rischiarlo poiché le sue condizioni non erano note. Venne usato, con molta difficoltà, il motore dello stadio di discesa del LM. L’accensione venne effettuata circa un’ora dopo l’incidente. L’altitudine di Apollo 13 al pericintio (detto anche perilunio o periselenio il punto più vicino alla superficie lunare di un’orbita) fu di circa 100 Km, la più alta di tutte le missioni lunari. È un record di altitudine che dura ancora oggi.
Il motore del LM venne acceso ancora due ore dopo il pericintio per accelerare il rientro (venne chiamata in gergo tecnico la PC+2 Burn). Un’ulteriore accensione fu richiesta più avanti nel corso del viaggio per una correzione minore (per aggiustare l’angolo di rientro in atmosfera). Le scorte di ossigeno, energia e acqua del LM sarebbero dovute bastare per supportare 2 persone per 2 giorni e non 3 persone per 4 giorni; questo portò ad un drastico razionamento. L’ossigeno era il problema minore: il LM ne aveva una abbondante scorta per poter ripressurizzare l’abitacolo dopo le missioni in superficie. Ma al contrario del CM, che si alimentava tramite le celle a combustibile, il LM utilizzava solo batterie all’argento-zinco e questo rese l’energia l’elemento critico: i sistemi del LM vennero spenti al minor livello possibile per mantenere il supporto vitale e le comunicazioni fino al rientro.
Un altro punto critico fu l’utilizzo delle cartucce di idrossido di litio per la rimozione dell’anidride carbonica dall’aria. Quelle disponibile all’interno del LM erano insufficienti per supportare il viaggio di ritorno (e alcune erano stivate fuori portata nel modulo di discesa). Il CM ne aveva invece una discreta scorta ma di forma incompatibile con quelli del LM (cubica nel CM, cilindrica nel LM). I controllori a terra dovettero inventarsi un sistema per utilizzare i filtri del CM; venne creata una ‘scatola’ in cui veniva inserito uno dei filtri del CM e che veniva poi collegato al sistema di aerazione tramite uno dei tubi delle tute per le missioni extra veicolari. Gli astronauti chiamarono l’accrocchio la ‘mailbox’, la cassetta delle lettere.
La temperatura all’interno della capsula scese considerevolmente. L’acqua condensava all’interno del CM e questo fu motivo di preoccupazione ulteriore per possibili danni all’impianto elettrico al momento della riattivazione. Grazie alle innumerevoli migliorie applicate dopo l’incendio di Apollo 1 non si verificarono problemi.
Avvicinandosi alla Terra, l’equipaggio separò il Service Module ed ebbe la possibilità di osservare e fotografare l’entità dei danni per successive analisi. Il pannello che ricopriva uno dei settori del SM mancava completamente ed erano visibili le celle a combustibile e i serbatoi di idrogeno ed ossigeno danneggiati.
Dopo aver riattivato il CM Odissey, il LM Aquarius venne separato (Lovell lo salutò con un ‘farewell Aquarius’, ‘addio Aquarius’). Il rientro avvenne senza problemi (si ebbe solo un periodo di blackout delle comunicazione particolarmente prolungato) e il CM ammarò alle coordinate 21°38′24″S 165°21′42″W, a sud-est delle isole Samoa Americane, a 6.5 Km dalla nave di recupero, la USS Iwo Jima. L’equipaggio era stremato ma in buone condizioni: il solo Haise ebbe bisogno di cure per aver sviluppato una infezione alle vie urinarie.
L’equipaggio e il team dei controllori di volo vennero premiati con la Presidential Medal of Freedom per il loro comportamento durante la missione.
Dopo questa missione, ci fu una lunga indagine sulle cause dell'incidente, e la navicella Apollo venne modificata per evitare lo stesso problema in seguito. Sebbene ancora oggi qualcuno parli di "misteriosa" esplosione, l'inchiesta (diretta da Edgar Cortright) ricostruì chiaramente la catena di eventi (nessuno dei quali, preso singolarmente, era grave) che portarono all'incidente. Tutto ciò è riportato anche nel citato libro di Lovell e Kluger. Dai registri di manutenzione risultava che il serbatoio di ossigeno n. 2 durante alcuni lavori eseguiti due anni prima aveva subito un leggero urto che, apparentemente non aveva provocato danni. Due settimane prima del lancio venne effettuata la prova generale di conto alla rovescia durante la quale vennero compiute tutte le operazioni (compreso il riempimento dei serbatoi) che poi sarebbero state ripetute prima del vero lancio. A prova conclusa i serbatoi dovevano essere svuotati; in particolare l'ossigeno liquido veniva spinto fuori dal serbatoio da ossigeno gassoso pompato attraverso un apposito tubo che serviva quell'unica volta a quel solo scopo.
Dopo un po' ci si accorse che il serbatoio n. 2 non si svuotava; evidentemente il tubo di drenaggio si era danneggiato nell'urto di due anni prima. Considerando che comunque quell'inconveniente non avrebbe influito sul funzionamento in volo e che una sostituzione del serbatoio avrebbe provocato un ritardo leggero ma sufficiente a far perdere la "finestra" di lancio venne decisa una procedura alternativa: far uscire l' ossigeno (tenuto normalmente a temperature inferiori a 200° sotto lo zero) riscaldandolo oltre la sua temperatura di ebollizione accendendo le resistenze interne al serbatoio. Lo stesso Lovell, cui come comandante spettava la decisione finale, autorizzò la procedura. L'impianto elettrico del modulo di servizio funzionava normalmente con la tensione a 28 volt fornita dalle celle a combustibile ma durante i collaudi (e durante questa operazione imprevista) veniva alimentato con una tensione di 65 volt fornita dalla torre di lancio; la cosa era resa possibile grazie ad una modifica di progetto intervenuta nel 1965, incredibilmente non erano stati adeguati i termostati. Quando la temperatura raggiunse i +26° il termostato scattò e si bruciò per il sovravoltaggio per cui le resistenze non si spensero e fecero raggiungere una temperatura, presumibilmente, di oltre 500° sufficiente a rovinare il rivestimento di teflon dei fili elettrici e creando la possibilità (effettivamente verificatasi) che azionando il sistema di rimescolamento scoccasse una scintilla.

domenica 12 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1633 aveva inizio in Roma il processo per eresia nei confronti di Galileo Galilei, per aver scritto il "dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo".
L'opera, scritta tra il 24 e il 32, vuole essere una discussione, che si svolge in quattro giornate, tra alcuni personaggi intenti a decidere quale sia il "massimo sistema del mondo" che spiega correttamente la realtà, tra quello tolemaico e quello copernicano.
Il Dialogo si svolge in quattro giornate: nella prima, vengono criticate le vecchie tesi della fisica aristotelica, non fondate o insufficientemente fondate sull'osservazione e sulla verifica sperimentale e prive di un rigoroso supporto matematico: certamente, l'intelletto umano non può lontanamente eguagliare la somma infinita delle conoscenze divine, ma le pur poche conoscenze umane di matematica e di geometria eguagliano la conoscenza divina in quanto raggiungono la «certezza obiettiva».
Nella seconda e terza giornata si confutano le obiezioni contro il moto di rotazione e di rivoluzione terrestre: «qui è forza esclamar un'altra volta ed esaltare l'ammirabil perspicuità del Copernico ed insieme compiagner la sua disavventura, poiché egli non vive nel nostro tempo quando, per tor via l'apparente assurdità del movimento in conserva della Terra e della Luna, vediamo Giove, quasi un'altra Terra, non in conserva di una Luna, ma accompagnato da quattro Lune, andar intorno al Sole in 12 anni».
Nella quarta giornata si espone l'argomento delle maree, quale prova del moto terrestre: prova erronea, tanto più che nel Dialogo viene criticata la giusta intuizione di Keplero e di altri astronomi che fosse l'attrazione lunare la causa del fenomeno delle maree.
Il processo iniziò il 12 aprile, con il primo interrogatorio di Galileo, al quale il commissario inquisitore, il domenicano Vincenzo Maculano, gli contestò di aver ricevuto, il 26 febbraio 1616, un «precetto» con il quale il cardinale Bellarmino gli avrebbe intimato di abbandonare la teoria copernicana, di non sostenerla in nessun modo e di non insegnarla.
Quel precetto, se mai fu effettivamente mostrato a Galileo nel febbraio del 1616 e se non si tratti persino di un falso costruito ad arte, non reca alcuna firma, né del Bellarmino, né dei testimoni, né di Galileo stesso, il quale negò di averne preso conoscenza, ma di aver soltanto ricevuto a voce dal Bellarmino la notifica della Congregazione secondo la quale l'opinione del moto della Terra «esser ripugnante alle Scritture Sacre e solo ammettersi ex suppositione» ed «ex suppositione si poteva pigliar e servirsen». Nel maggio successivo aveva ricevuto la nota lettera del Bellarmino nella quale «si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere». Nella lettera non si menziona esplicitamente il divieto di insegnare la dottrina copernicana, pur nei limiti di una semplice ipotesi scientifica e, forte di questa indiretta autorizzazione, oltre che di quella esplicita, ma solo verbale, ricevuta in febbraio, egli aveva scritto il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi, non a caso ottenendo dall'autorità ecclesiastica il prescritto imprimatur.
L'inquisitore però incalzò, chiedendogli se vi fossero stati testimoni presenti al momento della notifica del «precetto» e Galileo, rispondendo di non ricordare, commise l'errore di menzionare la parola precetto, sostenendo di «non aver in modo alcuno contravenuto a quel precetto». L'inquisitore, verbalizzando, diede per avvenuta l'intimazione del presunto precetto e gli chiese se ricordava in che modo e da chi gli fosse stato intimato e Galileo: «mi raccordo che il precetto fu ch'io non potessi tenere né difendere, e può esser che vi fusse ancora né insegnare».
Per l'inquisitore si trattava ora di stabilire che Galileo, pubblicando il Dialogo, aveva aggirato l'ordine di non trattare l'ipotesi copernicana, ingannando i censori ecclesiastici: alla domanda se avesse mostrato il precetto al Maestro del Sacro Palazzo prima di ottenere l' imprimatur, Galileo non solo ammise di non avere detto «cosa alcuna del sodetto precetto» dal momento che, arrivò a sostenere, «nel detto libro io mostro il contrario di detta opinione del Copernico, e che le ragioni di esso Copernico sono invalide e non concludenti».
Con questa evidente menzogna, si concluse il primo interrogatorio: Galileo fu trattenuto, «pur sotto strettissima sorveglianza», in tre stanze del palazzo dell'Inquisizione, «con ampia e libera facoltà di passeggiare».
Galileo, nuovamente interrogato il 30 aprile, dichiarò di aver riletto in quei giorni il suo Dialogo «quasi come scrittura nova e di altro autore», ammettendo che un lettore che non conoscesse intimamente l'autore avrebbe avuto l'impressione che egli avesse voluto avvalorare la teoria copernicana. Scusandosi con l'inquisitore per «un errore tanto alieno dalla mia intentione», si offrì di «ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutargli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
La piena sottomissione e la cattiva salute dello scienziato gli fecero ottenere il permesso di lasciare il palazzo dell’Inquisizione e di tornare nell’ambasciata fiorentina. Nel costituto del successivo 10 maggio spiegò che la lettera del Bellarmino – dove non era prescritto il divieto di insegnare la dottrina copernicana – gli aveva fatto dimenticare il precetto dove invece quel divieto era intimato, e giustificò i «mancamenti» del suo Dialogo come dovuti unicamente alla «vana ambizione e compiacimento di comparire arguto oltre al comune de’ popolari scrittori, inavertentemente scorsomi dalla penna», dichiarandosi nuovamente pronto a correggere il suo libro.
Per concludere il processo, l’Inquisizione doveva verificare la sincerità dell’affermazione di Galileo di «non tenere la dannata opinione»: a questo scopo, il 16 giugno la Congregazione stabilì che «Galileo fosse interrogato sulla sua intenzione, anche comminandogli la tortura e se l’avesse sostenuta, previa abiura de vehementi di fronte alla Congregazione, fosse condannato al carcere ad arbitrio della Santa Congregazione, con l’ingiunzione di non trattare più, né per scritto né verbalmente, sulla mobilità della Terra e sull’immobilità del Sole».
Il 21 giugno Galileo fu interrogato per l'ultima volta: alla domanda se tenesse ancora, o avesse tenuto in passato, e per quanto tempo, la teoria della centralità del Sole, Galilei rispose che un tempo aveva ritenuto le opinioni di Tolomeo e di Copernico entrambe «disputabili, perché o l'una o l'altra poteva esser vera in natura», ma dopo la proibizione del 1616, sostenne di tenere, da allora e tuttora, «per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo». Richiesto di spiegare perché mai avesse allora difeso l'opinione di Copernico nel suo Dialogo, Galileo rispose di aver voluto soltanto spiegare le ragioni delle due opinioni, convinto che nessuna avesse forza dimostrativa, così che «per procedere con sicurezza si dovessere ricorrere alla determinazione di più sublimi dottrine». All'insistenza dell'inquisitore di dire la verità, altrimenti si sarebbe agito «contro di lui con gli opportuni rimedi di diritto e di fatto», Galileo negò di aver mai sostenuto l'opinione di Copernico: «del resto, son qua nelle loro mani; faccino quello gli piace». All'esplicita minaccia di ricorrere alla tortura, Galileo rispose soltanto: «Io son qua per far l'obedienza, e non ho tenuta questa opinione dopo la determinazione fatta, come ho detto». Il verbale del costituto conclude che, «non potendosi avere niente altro in esecuzione del decreto, avuta la sua sottoscrizione, fu rimandato al suo luogo».
Il giorno dopo, 22 giugno, nella sala capitolare del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente e inginocchiato Galileo, fu emessa la sentenza dai cardinali Gaspare Borgia, Felice Centini, Guido Bentivoglio, Desiderio Scaglia, Antonio e Francesco Barberini, Laudivio Zacchia, Berlinghiero Gessi, Fabrizio Verospi e Marzio Ginetti, «inquisitori generali contro l'eretica pravità», nella quale si riassumeva la lunga vicenda del contrasto fra Galileo e la dottrina della Chiesa, iniziata dal 1615 con lo scritto Delle macchie solari e con la lettera al Castelli, alle quali i «qualificatori teologi» avevano opposto:
« che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;
che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimenti proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in fide »
Nella sentenza si dava poi la versione dell'ammonimento ricevuto nel febbraio 1616: dopo essere stato dal Bellarmino «benignamente avvisato e ammonito, ti fu dal Padre Commissario del Santo Offizio di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione, e che per l'avvenire tu non la potessi tenere, né difendere, né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto: e avendo tu promesso d'obedire, fosti licenziato».
Ricordato che egli scrisse poi il suo Dialogo «senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu avevi precetto di non tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo tale dottrina», nella sentenza si sottolinea che il libro insegna la dottrina copernicana; quanto alle personali convinzioni di Galileo, nel processo fu ritenuto «necessario venir contro di te al rigoroso esame, nel quale [...] rispondesti cattolicamente». Essendosi reso pertanto «veementemente sospetto d'eresia», Galileo era incorso nelle censure e pene previste «contro simili delinquenti».
Imposta l'abiura «con cuor sincero e fede non finta» e proibito il Dialogo, Galilei venne condannato al «carcere formale ad arbitrio nostro» e alla «pena salutare» della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l'Inquisizione di «moderare, mutare o levar in tutto o parte» le pene e le penitenze.
Il rigore letterale fu mitigato nei fatti: la prigionia consistette nel soggiorno coatto per cinque mesi presso la residenza romana del Granduca di Toscana, Francesco Niccolini, a Trinità dei Monti e di qui, nella casa dell'arcivescovo Ascanio Piccolomini a Siena, su richiesta di questi. Quanto ai salmi penitenziali, Galileo incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste.
Dopo il processo del 1633 Galileo scrisse e pubblicò in Olanda nel 1638 il suo più grande trattato scientifico "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali" grazie al quale si considera il padre della scienza moderna.
Nel corso dei secoli che seguirono la Chiesa modificò la propria posizione nei confronti di Galilei: nel 1734 il Sant'Uffizio concesse l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze; Benedetto XIV nel 1757 tolse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. La definitiva autorizzazione all'insegnamento del moto della Terra e dell'immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822. Nel 1968 papa Paolo VI fece avviare la revisione del processo.
in anni più recenti così si è espresso Giovanni Paolo II:
« Come la maggior parte dei suoi avversari, Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un’esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore. [...] Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura. Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi. »

sabato 11 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2002 a Caracas, in Venezuela, fu organizzato un corteo di centomila persone che avrebbe dovuto dirigersi verso la sede della PDVSA (Petroleos de Venezuela S.A.). La compagnia petrolifera statale, controllata o quanto meno fortemente influenzata dalle politiche statunitensi, da alcuni mesi aveva cessato la produzione di petrolio per costringere il presidente venezuelano Hugo Chavez a dimettersi ed indire nuove elezioni. La manifestazione fu deviata da una sapiente arringa del capo della confederazione dei lavoratori Carlos Ortega verso il palazzo di Miraflores, sede della Presidenza per cacciare «quel traditore di Chávez», dando alla marcia, fino a quel momento pacifica, ben altro scopo. La marcia, alle 12,30, riprese con in testa i sindaci scortati dalle loro polizie armate e motorizzate, ma senza che da quel momento si avesse più traccia di Ortega e dei suoi colleghi, scomparsi nel nulla.
Già dalla notte attorno a Miraflores erano radunati migliaia di sostenitori di Chávez, in sentore di ciò che poteva accadere. Il corteo non arrivò a contatto con i simpatizzanti di Chávez perché dei cecchini appostati nei palazzi circostanti cominciarono a sparare dapprima sui sostenitori di Chávez, poi sulle prime file del corteo.
La gente segnalò alcuni cecchini sul terrazzo di un palazzo nei pressi di Miraflores, la Guardia Nazionale entrò nel palazzo e arrestò cinque persone armate di fucili di precisione, con documenti falsi, qualcuno di origine colombiana. Imprigionati, furono successivamente liberati dagli insorti e di essi si persero le tracce. La polizia metropolitana cominciò a sparare sulla gente che si trovava sul famoso ponte Laguno e che prese a scappare tentando di mettersi al riparo nei palazzi circostanti.
Le televisioni private solidali ai golpisti sostennero l'idea di scontro provocati dai sostenitori di Chávez (e questa versione, in un primo tempo, fu ripresa anche dai media internazionali), ma le innumerevoli riprese effettuate nella zona dimostrarono che gli scontri a fuoco non erano tra i componenti delle due marce, ma era la polizia metropolitana a sparare contro i sostenitori di Chávez. I primi caduti si ebbero verso le 15,00.
I militari si erano riuniti in Fuerte Tiuna, presidio militare di Caracas, assieme a una schiera di sostenitori e a una nutrita rappresentanza di militari USA. I militari insorti minacciavano Chávez, ancora a Miraflores, intimandogli di arrendersi, pena il bombardamento del palazzo (come avvenne con Juan Domingo Peron e Salvador Allende, anch'essi minacciati da forze filo-statunitensi). Il Generale Rosendo faceva parte del complotto, ma fino all'ultimo ingannò Chávez, che lo credette un fedele alleato.
In un ultimo tentativo di evitare il peggio, Chávez cercò di attuare il "Plan Avila", un piano di emergenza (attuato anche per la visita di papa Giovanni Paolo II) che, grazie alla presenza di mezzi blindati attorno al palazzo, avrebbe permesso la difesa delle istituzioni. Invece, proprio Rosendo fece arrivare con ritardo l'ordine di applicare il Plan Avila. I blindati, poi, usciti da Fuerte Tiuna, furono fatti subito rientrare da un contrordine lanciato dai cospiratori. Nel frattempo da Maracay, Raúl Isaías Baduel era pronto ad inviare mezzi e uomini a Caracas e così mezzi blindati da Maracaibo.
Il 12 Aprile venne resa pubblica la decisione di Hugo Chavez di consegnarsi alle forze golpiste, guidate da Pedro Carmona Estanga. La decisione venne presa per evitare una guerra civile e il giorno stesso Estanga si proclamò presidente della Repubblica Venezuelana. Il golpe venne portato avanti da una serie di personaggi (tra cui Carlos Ortega e Carlos Andres Peres) legati alle televisioni private ed appunto alla PDVSA, da Chavez nazionalizzata, in netta contrapposizione alle politiche governative di matrice socialista.
Il golpe, voluto fortemente dalla dirigenza industriale venezuelana e dalla chiesa (fu il vescovo di Caracas l’uomo incaricato di cercare di convincere Chavez a firmare la rinuncia al governo) aveva l’intento di formare un governo filo statunitense, bloccando così il processo di nazionalizzazione e, soprattutto i rapporti con alcuni paesi del resto del Sud America (Cuba in primis). Gli Stati Uniti riconobbero da subito il Governo di Estanga, seguiti altrettanto celermente dalla Spagna. Da ricordare è senza dubbio la posizione che assunse il quotidiano El Pais, che definì legittimo il golpe, al contrario di molti altri media occidentali che dopo la fase iniziale lo condannarono. Dopo due giorni di scontri e saccheggi, che causarono più di 200 morti, nei quali si manifestò la rabbia popolare contro il colpo di stato, il 14 Aprile Chavez ritornò a Miraflores, riacquistando a tutti gli effetti il potere.
Con il rientro di Chávez, e il suo ritorno al potere, gli scontri e i saccheggi cessarono. Il golpe fallì, dunque, grazie al vastissimo appoggio popolare e all'esiguità del gruppo dei militari golpisti, formato soprattutto da alti ufficiali, mentre il grosso delle forze armate venezuelane, guidate dal generale dell'esercito Raúl Isaías Baduel era rimasto fedele a Chávez e alla nuova costituzione.

venerdì 10 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 1912 il transatlantico Titanic lasciava il porto di Southampton per dirigersi allo scalo irlandese di Queenstown, raggiunto il giorno successivo.
La storia del Titanic iniziò nel 1907, quando fu decisa la realizzazione di tre grandi e lussuose navi gemelle, l’Olympic, il Titanic e il Gigantic (a quest’ultimo, dopo la catastrofe del Titanic, venne cambiato il nome in Britannic). I lavori di costruzione iniziarono verso la fine del 1908 nel più grande cantiere navale di Belfast, Harland & Wolff. In circa due anni, nel maggio 1911, il Titanic fu varato e dopo dieci mesi completato: un tempo di costruzione record per l’epoca.
Il Titanic lasciò l’Europa alla volta di New York l'11 aprile 1912 e affondò solo pochi giorni dopo, il 14 aprile, dopo aver urtato un iceberg.
Oggi la dinamica dell’affondamento appare chiara anche se non sono mancate ipotesi di ogni genere, comprese quelle più fantasiose. La nave "più sicura del mondo", in realtà, non aveva sufficienti scialuppe di salvataggio, non aveva adeguati compartimenti stagni e il personale non era addestrato per gestire l’emergenza. Mancava, perfino, un sistema di altoparlanti interni e segnalazioni d’allarme per avvisare i passeggeri in caso di pericolo. Oggi sembra inaudito, ma all’epoca, era sufficiente che una nave avesse scialuppe di salvataggio solo per un terzo dei passeggeri. Nel Titanic, inoltre, molte scialuppe non furono inserite perché “avrebbero rovinato l’aspetto” della nave, visto che i costruttori e gli armatori erano convinti che non sarebbero mai servite.
Il Titanic, infatti, era considerato uno dei risultati eccellenti del positivismo tecnico di matrice ottocentesca: era esageratamente grande, lussuoso, c’erano saloni arredati imitando antiche dimore patrizie, colonne dorate, pannelli in legno pregiato e inserti di madreperla. Non mancava una piscina coperta, la palestra, il bagno turco, saloni di svago, bar, salotti... ovviamente solo per i passeggeri di prima classe.
Con a bordo molti emigranti irlandesi nella terza classe fiduciosi di cominciare una nuova vita in America, il Titanic salpò da Queenstown, Co. Cork, l'11 aprile 1912, quasi senza aver fatto complete “prove in mare” per la fretta che avevano gli armatori di battere la concorrenza. Il comandante Edward John Smith, infatti, aveva dato ordine di spingere le macchine al massimo nel tentativo di attraversare l’Atlantico in tempi record.
Per un paio di giorni la navigazione fu regolare e, per l’epoca, molto veloce.
Domenica 14 aprile 1912, la stazione radio di bordo ricevette numerose segnalazioni che riferivano la presenza di iceberg vaganti lungo la rotta, assai frequentata da navi passeggeri e da trasporto.
In serata la navigazione procedeva regolare, il mare era tranquillo, mancava la luna ma la visibilità era ottima, il cielo era limpido e stellato. Alle ore 23,40 le vedette, che per la fretta di partire non erano dotate di adeguati cannocchiali, avvistarono a occhio nudo un enorme iceberg dritto di prora e lanciarono l’allarme. William Murdoch, ufficiale di guardia, ordinò l’indietro tutta e una virata ma la nave era troppo veloce - circa 22 nodi - e l’ostacolo era a poco meno di cinquecento metri di distanza. Il proposito, allora, fu quello di passare a sinistra dell’iceberg, sfiorandolo con il fianco destro; invece, si ottenne un tragico risultato: il Titanic cozzò contro la massa di ghiaccio che ne squarciò il fianco per una novantina di metri su una lunghezza complessiva di circa 270 metri.
Il Titanic aveva 16 compartimenti stagni e sarebbe stato in grado di navigare con quattro compartimenti allagati, ma l’iceberg squarciò la carena interessando sei compartimenti, fatto non previsto dai progettisti.
Alle ore 00,15 del 15 aprile 1912, venne lanciato l’SOS (recente innovazione per l’epoca) ricevuto da molte navi, la più vicina delle quali, il Carphatia, era a quattro ore di navigazione.
A questo punto iniziò la raccapricciante agonia della nave: il Titanic iniziò ad imbarcare acqua nei compartimenti di prua inclinandosi in avanti e sollevando la poppa. La nave si inclinò sempre di più e la tremenda pressione esercitata fece sì che, dopo essersi spente le luci, lo scafo si spezzasse in due tronconi: la parte di prua, più pesante, affondò subito e poco dopo toccò alla parte di poppa, che prima tornò al suo posto, poi si innalzò verticalmente per inabissarsi, infine, nelle buie acque. Le persone che affondarono con la nave e quelle che furono trascinate dal suo risucchio si suppone siano morte quasi subito, mentre le altre che, indossando i giubbotti di salvataggio, riuscivano a restare a galla morirono di ipotermia dato che la temperatura dell'acqua si aggirava tra gli 0° e i 2° C.
Il Carpathia arrivò sul luogo del disastro alle 4,00 e trovò una tragica calma piatta, le scialuppe con i 705 superstiti e il mare disseminato di corpi che galleggiavano. Le vittime furono 1518.

giovedì 9 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1975 Federico Fellini riceveva il suo quarto premio Oscar al miglior film straniero, Amarcord.
Amarcord è un capolavoro assoluto nel senso che come “La strada” e “la dolce vita” è entrato nel sentire comune della gente travalicando gli steccati culturali che dividono i popoli diventando universale (ottoemezzo è più per specialisti) Non ha importanza se la cultura da dove nasce questa storia è radicata in un particolare contesto geografico; in questo caso riguarda la Romagna e la caratteristica ironia fatalista e gioiosa della gente di questa regione, ma il linguaggio con cui Fellini racconta la storia è quello onirico e popolare, cioè un linguaggio appunto universale e quindi condiviso.
La vicenda, ambientata dall'inizio della primavera del 1932 all'inizio della primavera del 1933 in una Rimini onirica ricostruita a Cinecittà, come la ricordava Fellini in sogno, narra la vita nell'antico borgo (o e' borg, come a Rimini conoscono il quartiere di San Giuliano) e dei suoi più o meno particolari abitanti: le feste paesane, le adunate del "Sabato fascista", la scuola, i signori di città, i negozianti, il suonatore cieco, la donna procace ma un po' attempata alla ricerca di un marito, il venditore ambulante, il matto, l'avvocato, quella che va con tutti, la tabaccaia dalle forme giunoniche, i professori di liceo, i fascisti, gli antifascisti e il magico conte di Lovignano, ma soprattutto i giovani del paese; adolescenti presi da una prepotente "esplosione sessuale". Tra questi è messo in particolare risalto il personaggio di Titta Biondi (pseudonimo per Luigi "Titta" Benzi, amico d'infanzia di Fellini) e tutta la sua famiglia: il padre, la madre, il nonno, il fratello e gli zii, di cui uno matto, chiuso in un manicomio. Attraverso le vicende della sua adolescenza, il giovane inizierà un percorso che lo porterà, piano piano, alla maturità.
Il ritorno di Fellini in Romagna si celebra dunque attraverso i piccoli accadimenti di una Rimini in pieno trionfalismo fascista tutt'altro che esaltato. Il ventaglio di una vita si apre nella coralità di un'opera degna del miglior Fellini, non a caso premiato con l'Oscar. Grazie alla collaborazione dello scrittore Tonino Guerra, davanti agli occhi dello spettatore sfila una ricchezza tale di volti e luoghi, divertimenti e finezze, malinconie e suggestioni, da far apprezzare il film a tutto il mondo. Attraverso i toni della commedia venata di malinconia, Amarcord distilla generosamente umori e sensazioni. Tutto ciò è riconoscibile nel film ma, come sottolinea Mario Del Vecchio, è la sostanza poetica che salta agli occhi. I protagonisti di Amarcord, e soprattutto le figure di contorno, non solo sono caricature di altrettante persone colte in un particolare momento storico; piuttosto, sono tipi universali, che vanno oltre la dimensione temporale per diventare immortali come, appunto, la poesia.
Nel film recita in un breve cameo, anche il cantante del gruppo Banco del Mutuo Soccorso, Francesco Di Giacomo. In una particolare scena si nota un carabiniere interpretato da Ciccio Ingrassia (che nel film recita il ruolo di Teo). Il Principe Umberto, sedotto dalla Gradisca, era l'efebico caratterista Marcello Di Falco poi Marcella Di Folco, nota attivista del movimento transessuale italiano, deceduta a Bentivoglio, in provincia di Bologna, nel 2010.
Il ruolo della Gradisca era stato inizialmente affidato ad Edwige Fenech, ma poco prima di firmare il contratto Fellini cambiò idea, perché secondo lui Edwige, nonostante la ben nota procacità, era "troppo magra". L'attrice non riusciva a prendere chili, e quindi Fellini scelse Magali Noël, che aveva una fisicità più prorompente, ed era di 16 anni più grande.
Nella scena del lancio di palle di neve, compare tra i bambini il futuro cantante Eros Ramazzotti. Gli amici ed Oliva, il fratello di Titta, sono interpretati infatti da comparse prese tra i ragazzi del quartiere Cinecittà.

mercoledì 8 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1915 nasce a Bologna Irma Bandiera, di famiglia benestante.
Donna bellissima, durante la resistenza si unì alla settima brigata Gap di Bologna, diventando l'unità di collegamento. Il suo compito era quello di portare messaggi tra i vari gruppi di partigiani. Un lavoro duro, quello delle staffette dell'epoca. Chilometri e chilometri tra sentieri impervi di montagna per fornire informazioni essenziali.
Nell'agosto del 44 fu catturata dai nazifascisti mentre tornava a casa dopo aver consegnato delle armi alla base di Castelmaggiore. Aveva con sè documenti importanti, che parlavano di offensive partigiane.
Fu torturata per un'intera settimana, nel tentativo di farle sputare i nomi dei suoi compagni. Lei seppe resistere e non disse mai nulla. Il 14 agosto fu portata al Meloncello, vicino alla casa dei suoi genitori. Le dissero che se non parlava non li avrebbe rivisti mai più. Lei ancora si rifiutò, nonostante altre torture. Alla fine la fucilarono lì, in strada, e lasciarono il suo corpo esposto per un giorno intero, come monito per gli altri.
Insignita della medaglia d'oro al valor militare, a lei sono state dedicate vie in molte città dell'Emilia Romagna. A Bologna, via Irma Bandiera parte dal luogo in cui fu trucidata, e vi è stata eretta una lapide che la ricorda con queste parole: "il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell'Italia. Solo l'immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono nel luogo del tuo sacrificio a perenne ricordo posero".

Cerca nel blog

Archivio blog