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domenica 14 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.

Il 14 dicembre del 1955 l’Italia ha aderito alla Carta delle Nazioni Unite, divenendo membro dell’Organizzazione. 

Ha avuto inizio allora una lunga storia di collaborazione, sostegno e impulso alle attività dell’ONU, che è la logica conseguenza dell’approccio multilateralista che caratterizza la politica estera italiana.

Settanta anni dopo, l’Italia partecipa alle attività delle Nazioni Unite con impegno sempre crescente, contribuendo al perseguimento degli obiettivi della Carta, dal mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, alla promozione e difesa dei diritti umani, allo sviluppo sostenibile.

In questi sette decenni l’Italia ha contribuito con determinazione all’elaborazione delle Risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza che hanno dato vita a grandi innovazioni sul piano delle norme internazionali. Le campagne in favore della moratoria della pena capitale, quelle per promuovere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne e delle bambine (anche attraverso la lotta a pratiche quali le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati), le battaglie contro ogni forma di discriminazione religiosa e in favore della libertà di opinione, sono alcuni dei temi che vedono il nostro Paese in prima fila. 

Grazie anche alla costante opera di mediazione svolta dall’Italia, è stato possibile, con il trascorrere degli anni, attenuare le differenze di posizione tra Paesi, avvicinando le rispettive visioni e consentendo quindi di ampliare il consenso su molti argomenti. 

L’Italia ha altresì condiviso direttamente le responsabilità che derivano dalla sicurezza collettiva, ricoprendo per sette volte il ruolo di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, e partecipando a circa 30 operazioni di pace delle Nazioni Unite. 

Il nostro Paese, che è l'ottavo contributore finanziario delle missioni di pace, detiene  il primato, tra i Paesi occidentali, di fornitore di truppe. In particolare, l’Italia partecipa alla missione UNIFIL, schierata nel Libano del Sud. 

In occasione del sessantesimo Anniversario, il nostro Paese ha presentato  la propria candidatura al Consiglio di Sicurezza ed è stato eletto come membro non permanente del Consiglio per il 2017. In continuità con la sua storia e il suo impegno, l'Italia ha fornito un contributo significativo in questa delicata congiuntura internazionale.  

Dal 1955 ad oggi il mondo ha compiuto progressi straordinari, ma a 70 anni da quella data ed a 80 anni di attività delle Nazioni Unite, occorre guardare al futuro. L’Italia, infatti, appoggia il progetto di riforma dell’Organizzazione promosso dal Segretario Generale Antonio Guterres, incentrato sulla revisione delle operazioni di pace, sulla riorganizzazione delle strutture dedicate al  peacebuilding, sulla riforma del management e del sistema di sviluppo delle Nazioni Unite. Tutto questo in omaggio alla filosofia che valorizza l’efficacia d'un approccio preventivo e multisettoriale alle crisi. L’Italia è altresì impegnata nell’attuazione della nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che rappresenta un piano ambizioso per eliminare la povertà e promuovere la prosperità economica, lo sviluppo sociale e la protezione dell’ambiente su scala globale. Il nostro contributo alla crescita sostenibile è, inoltre, al centro dell’attività delle tre agenzie del Polo agro-alimentare delle Nazioni Unite di Roma (FAO, IFAD e PAM) ed ha trovato concreta attuazione con l’EXPO2015 (Milano, 1 maggio-31 ottobre 2015), un evento dedicato alla sicurezza alimentare e alla nutrizione con cui l’Italia si è fatta portatrice di una visione che si fonda sul passaggio dal concetto di "assistenza" a quello di una "cooperazione fra pari", basata sulla condivisione delle risorse, delle capacità e delle esperienze di sviluppo.” 


sabato 13 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 dicembre.

Il 13 dicembre 1996 Kofi Annan viene eletto Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Kofi Annan nasce a Kumasi, in Ghana, il giorno 8 aprile 1938. Studia presso l'Università della Scienza e Tecnologia del proprio paese e completa gli studi universitari in economia al Macalester College di St. Paul, nel Minnesota, Stati Uniti. Dal 1961 al 1962 intraprende gli studi post-universitari in economia presso l'Institut universitaire des hautes études internationales a Ginevra. In qualità di Sloan Fellow al Massachusetts Institute of Technology (dal 1971 al 1972) riceve un Master in Gestione Aziendale.

Sposato con Nane Annan, avvocato ed artista svedese da cui ha avuto tre figli, parla correntemente l'inglese, il francese e diverse lingue africane.

Entra nel sistema delle Nazioni Unite nel 1962 in qualità di funzionario amministrativo e di budget presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. Da quel momento ricopre diversi incarichi presso la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'Africa, ad Addis Abeba; la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF II) in Ismailia; l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati a Ginevra; e la sede delle Nazioni Unite a New York, in qualità di Sotto Segretario Generale nell'Ufficio di gestione delle Risorse Umane e di Coordinatore per la Sicurezza nel sistema delle Nazioni Unite (1987-1990) e come Sotto Segretario Generale per la Pianificazione Programmata, il Budget, la Finanza ed il Controllo (1990-1992).

Prima di essere nominato Segretario Generale, ha ricoperto l'incarico di Sotto Segretario Generale per le operazioni di mantenimento della pace (marzo 1992-febbraio 1993) e, poi, di Segretario Generale Aggiunto (marzo 1993-dicembre 1996). Il suo servizio come Segretario Generale Aggiunto è coinciso con una crescita senza precedenti delle dimensioni e dei compiti delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, con uno spiegamento complessivo, che ha raggiunto la sua vetta massima nel 1995, di quasi 70.000 militari e personale civile proveniente da 77 Paesi.

Dal novembre 1995 al marzo 1996, in seguito agli accordi di pace di Dayton che hanno segnato la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina, ricopre la carica di Rappresentante Speciale del Segretario Generale nella ex Jugoslavia, supervisionando la transizione in Bosnia-Erzegovina dalla Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) alla Forza Multinazionale di Attuazione (IFOR) guidata dall'Organizzazione del Patto Atlantico (NATO).

In qualità di Segretario Generale, la prima importante iniziativa di Kofi Annan è stata il suo programma di riforma, "Rinnovare le Nazioni Unite".

Nel 1990, in seguito all'invasione irachena del Kuwait, viene inviato dal Segretario Generale, in missione speciale, per agevolare il rimpatrio di oltre 900 persone appartenenti allo staff internazionale ed il rilascio dei cittadini occidentali in Iraq. Conseguentemente guida il primo team delle Nazioni Unite incaricato di negoziare con l'Iraq la vendita del "petrolio in cambio di cibo", al fine di finanziare l'acquisto di aiuti umanitari.

Kofi Annan ha utilizzato i suoi buoni uffici in diverse e delicate situazioni politiche, tra cui si include: il tentativo nel 1998 di ottenere dall'Iraq il rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza; una missione nel 1998 per aiutare a promuovere la transizione della Nigeria verso un governo civile; un accordo nel 1999 per risolvere una situazione di stallo tra la Libia ed il Consiglio di Sicurezza per l'attentato di Lockerbie del 1988; un'azione diplomatica nel 1999 al fine di forgiare una risposta internazionale alla violenza in Timor Est; attestare il ritiro nel settembre del 2000 delle truppe israeliane dal Libano; ed ulteriori sforzi dopo la recrudescenza della violenza, nel settembre del 2000, per incoraggiare Israeliani e Palestinesi a risolvere i loro contrasti con negoziazioni, fondate sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza e sul principio della "terra per pace".

Nell'aprile 2000 ha pubblicato il Rapporto del Millennio, intitolato "Noi i popoli: il ruolo delle Nazioni Unite nel 21o secolo", esortando gli Stati Membri a impegnarsi in un piano di azione per fronteggiare la povertà e l'ineguaglianza, migliorare l'istruzione, ridurre l'HIV/AIDS, salvaguardare l'ambiente e proteggere i popoli dai conflitti cruenti e dalla violenza. Il rapporto costituisce la base della Dichiarazione del Millennio adottata dai Capi di Stato e di Governo in occasione del Vertice del Millennio, tenutosi nel settembre del 2000, presso la sede delle Nazioni Unite a New York.

Il 10 dicembre 2001, il Segretario Generale e le Nazioni Unite hanno ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Kofi Annan è stato il settimo Segretario Generale delle Nazioni Unite. Come primo Segretario Generale ad essere eletto tra le fila dello staff delle Nazioni Unite, ha assunto l'incarico il 1 gennaio 1997. Il 29 giugno 2001, è stato rieletto per acclamazione dall'Assemblea Generale, su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza, ad un secondo mandato, dal 1 gennaio 2002 al 31 dicembre 2006.

Il Consiglio di Sicurezza ONU ha designato come suo successore il sudcoreano Ban Ki-Moon.

Kofi Annan si è spento in Svizzera, a Berna, il 18 agosto 2018 all'età di 80 anni.

giovedì 20 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 20 novembre.

Il 20 novembre 1959 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la prima stesura della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo.

La dichiarazione dei diritti del fanciullo, conosciuta anche come dichiarazione Universale dei diritti del fanciullo è un documento ufficiale, la cui ultima revisione risale al 1989 e approvata dalle Nazioni Unite, nel quale si descrive quali sono i diritti che sempre devono essere riconosciuti ai bambini. Questo testo, non ha alcun valore legale per gli stati membri delle nazioni Unite, tuttavia è un impegno morale che ogni Stato ha assunto. La dichiarazione si articola in 10 principi, tanto attuali quanto ancora poco applicati. Purtroppo, nel mondo, ancora oggi a troppi bambini questi diritti sono negati. Il nostro auspicio è che con il tempo ogni Stato, governo e Nazione possa impegnare sempre più risorse affinché possa essere riconosciuto ogni diritto ad ogni singolo bambino.

La dichiarazione afferma quanto segue:

Principio primo: il fanciullo deve godere di tutti i diritti enunciati nella presente Dichiarazione. Questi diritti devono essere riconosciuti a tutti i fanciulli senza alcuna eccezione, senza distinzione e discriminazione fondata sulla razza, il colore, il sesso, la lingua la religione od opinioni politiche o di altro genere, l’origine nazionale o sociale, le condizioni economiche, la nascita, od ogni altra condizione sia che si riferisca al fanciullo stesso o alla sua famiglia.

Principio secondo: il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità. Nell’adozione delle leggi rivolte a tal fine la considerazione determinante deve essere del fanciullo.

Principio terzo: il fanciullo ha diritto, sin dalla nascita, a un nome e una nazionalità.

Principio quarto: il fanciullo deve beneficiare della sicurezza sociale. Deve poter crescere e svilupparsi in modo sano. A tal fine devono essere assicurate, a lui e alla madre le cure mediche e le protezioni sociali adeguate, specialmente nel periodo precedente e seguente alla nascita. Il fanciullo ha diritto ad una alimentazione, ad un alloggio, a svaghi e a cure mediche adeguate.

Principio quinto: il fanciullo che si trova in una situazione di minoranza fisica, mentale o sociale ha diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali di cui esso abbisogna per il suo stato o la sua condizione.

Principio sesto: il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. La società e i poteri pubblici hanno il dovere di aver cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza. È desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figliuoli.

Principio settimo: il fanciullo ha diritto a una educazione, che, almeno a livello elementare deve essere gratuita e obbligatoria. Egli ha diritto a godere di un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società. Il superiore interesse del fanciullo deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione e del suo orientamento; tale responsabilità incombe in primo luogo sui propri genitori. Ogni fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi; la società e i poteri pubblici devono fare ogni sforzo per favorire la realizzazione di tale diritto.

Principio ottavo: in tutte le circostanze, il fanciullo deve essere fra i primi a ricevere protezione e soccorso.

Principio nono: il fanciullo deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento. Egli non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta. Il fanciullo non deve essere inserito nell’attività produttiva prima di aver raggiunto un’età minima adatta. In nessun caso deve essere costretto o autorizzato ad assumere un’occupazione o un impiego che nuocciano alla sua salute o che ostacolino il suo sviluppo fisico, mentale, o morale.

Principio decimo: il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione. Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili.

mercoledì 11 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 1964 Ernesto "Che" Guevara tiene un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite.
Ernesto Che Guevara, in qualità di Ministro dell’Industria della Repubblica di Cuba, si recò in visita a New York nel dicembre 1964 per tenere un intervento in rappresentanza dell’isola rivoluzionaria e socialista in occasione della sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Rileggendo le cronache di quei giorni di dicembre del 1964 emerge come New York attese la visita del rivoluzionario argentino in tuta mimetica, con grande apprensione e con grande dispiegamento di forze dell’ordine e misure di sicurezza.
Vi furono momenti di tensione, alcuni anche di valenza simbolica, che sono stati poi attribuiti in gran parte da esuli cubani legati al precedente regime, ma sui quali tutt’oggi non tutti i dubbi sono stati fugati. Uno dei più significativi fu quello del colpo di bazooka sparato in direzione del Palazzo di Vetro, proprio nello stesso momento in cui il Che stava pronunciando il suo discorso. Le cronache del tempo riferiscono di un colpo che dal quartiere di Queens, proprio sulla riva opposta a quella di Manhattan dove si trova il Palazzo delle Nazioni Unite, causò una sorta di effetto “geyser” sulle acque dell’East River, e che sicuramente venne avvertito anche dai rappresentanti dei diversi paesi seduti in quel momento nella sala dell’Assemblea Generale ascoltando le parole di Ernesto Che Guevara.
Di quel viaggio a New York del Che, oltre al celebre discorso che ricorderemo più sotto, rimangono altri importanti momenti, che rappresentano oggi un’importante eredità dell’uomo e del rivoluzionario, e soprattutto di grandi attualità anche se analizzati a posteriori dalla prospettiva di un mondo che nel frattempo ha attraversato altri 50 e più anni di capitalismo sempre più selvaggio e aggressivo.
Una bella e significativa testimonianza è l’intervista del 16 dicembre 1964, presso la sede della missione cubana all’ONU, nei pressi di Central Park, tra Che Guevara ed un gruppo di giornalisti e attivisti statunitensi di sinistra. Di questa intervista sono oggi disponibili online i tracciati audio originali, conservati dal giornalista statunitense Chris Couch, che ne è il narratore. Un’intervista condotta in un’atmosfera molto rilassata e informale, quasi una conversazione tra amici da cui traspare un bel clima di empatia tra i presenti. Alcuni passaggi dell’intervista sono molto significativi: ad esempio l’ammissione del Che degli errori strategico-tattici commessi nell’attribuire troppa importanza alla guerriglia nei centri urbani, azioni spettacolari, le definisce il Che, ma molto dispendiose in termini di vite umane e poco efficaci. Interessante quando, con una punta di amarezza, constata che la guerriglia in Venezuela sta compiendo gli stessi errori compiuti da loro cubani. Altra interessante considerazione del Che riguarda il potenziale rivoluzionario che è sì esistente in tutta l’America Latina, ma va considerato che poi i veri rivoluzionari devono essere soprattutto capaci di analizzare il singolo contesto, poiché dall’analisi corretta deriva una strategia ed una tattica vittoriosa.
Cita il caso di Porto Rico dove, trattandosi di una colonia USA, e subendo una dominazione che non è soltanto economica ma politica e soprattutto culturale e mediatica, la rivoluzione-modello cubano avrebbe maggiori difficoltà ad affermarsi. Lo stesso principio vale per la situazione delle popolazioni afroamericane e ispanoamericane oppresse negli USA. Qui il Che, dimostrando grande intelligenza, con molta modestia ammette di non conoscere a fondo la situazione per potersi pronunciare, ma esprime dubbi sulla reale efficacia della tattica della rivolta non-violenta (in quegli anni è portata avanti da Martin Luther King, ndr). Altro passaggio significativo di quell’intervista è il richiamo all’internazionalismo proletario per affermare che il sostegno tra i paesi del campo socialista è una necessità storica, e non va a beneficio del solo popolo cubano ma dell’umanità intera.
Vi è un altro passaggio molto significativo di quei giorni, che è emerso soltanto in epoca successiva, e che ebbe come protagonista il Che Guevara e la giornalista Lisa Howard, una star del giornalismo americano e reporter del canale televisivo ABC, famosa per le sue interviste a grandi personaggi della politica internazionale e che peraltro aveva già intervistato il Che, quello stesso anno, a L’Avana, per la trasmissione “Face the Nation”, che diede al Che un grande impatto mediatico di massa negli USA. Lisa Howard si era già attivata dai tempi della presidenza Kennedy per dei tentativi di ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli USA. L’ultimo di questi tentativi, prima della tragica fine della Howard, suicida nell’estate successiva, avvenne proprio in quei giorni della presenza di Ernesto Che Guevara a New York. In occasione di un ricevimento organizzato dalla Howard nel suo appartamento, il Che incontrò segretamente l’allora senatore democratico del Minnesota, Eugene McCarthy (nulla a che vedere con il McCarthy protagonista negli anni ‘50 della caccia alle streghe contro i comunisti, ndr). L’incontro pare ebbe un esito fallimentare, pur avendo creato allarme alla Casa Bianca, stando all’unico resoconto esistente dell’incontro, un memorandum segreto oggi custodito nella libreria presidenziale Lyndon B. Johnson di Austin in Texas, e rivelato in pubblico soltanto nel 1999, da Peter Kornbluh, allora Direttore del Cuba Documentation Project dell’Archivio di Sicurezza Nazionale (NSA) in un articolo apparso sul “Cigar Aficionado Magazine”.
In quegli anni l’amministrazione Johnson, diversamente dall’ultima fase dell’amministrazione Kennedy, aveva deciso di adottare una linea di netta chiusura ad ogni riavvicinamento diplomatico con Cuba, con il timore di non attirarsi addosso accuse di comunismo in vista delle imminenti elezioni presidenziali.
Ma il momento centrale e di maggiore rilevanza storica di quel viaggio si ebbe l’11 dicembre 1964, il giorno del discorso del Che all’ONU, uno dei momenti di massima visibilità del leader rivoluzionario cubano di origini argentine, che ha sicuramente contribuito alla formazione del suo mito, e può considerarsi un documento storico di grande importanza. Esso infatti rappresenta una sorta di compendio di quel particolare contesto storico, nel quale allo schema del bipolarismo tra il campo occidentale capitalista e quello orientale socialista, emerso dalla fine della seconda guerra mondiale, distante poco più di un decennio, si stava ormai sovrapponendo il confronto tra Occidente e Terzo Mondo, un confronto che prese forma, per una breve ma intensa stagione di politica internazionale, nel cosiddetto blocco dei paesi non allineati.
Che Guevara, nel suo discorso, tocca tutti i temi fondamentali della politica internazionale di quegli anni e definisce anche il ruolo di Cuba in quel contesto. Significativo il suo saluto di apertura ai tre nuovi paesi membri, che avevano conquistato l’indipendenza nel corso di quell’anno, Zambia, Malawi e Malta, auspicando che essi decidano di prendere parte al movimento dei non-allineati. Un movimento, sottolinea il Che, al quale Cuba, pur riconoscendosi come paese fondato sui principii del marxismo-leninismo, è orgogliosa di appartenere e nel quale intende esercitare un ruolo attivo e di guida, riconoscendo la necessità storica di dover fronteggiare il blocco dell’imperialismo, del colonialismo e del neo-colonialismo.
Interessante il passaggio dedicato al tema della coesistenza pacifica tra i blocchi e le nazioni, di grande attualità nella politica internazionale di quegli anni. Qui Che Guevara introduce un concetto molto importante, richiamandosi apertamente al marxismo che ispira la politica di Cuba: la ricerca di una coesistenza pacifica non può prescindere dal riconoscere il ruolo dell’imperialismo, ed in particolare dell’imperialismo degli USA, che, opprimendo i popoli soprattutto dei paesi più poveri, che abbiano raggiunto l’indipendenza politica o che siano ancora sotto il giogo colonialista, intende imporre a questi popoli i propri prevalenti interessi politici ed economici. Il Che cita le aggressioni degli USA in Vietnam e nel Sud Est Asiatico, nonché a Panama, e l’aggressione della Turchia, appoggiata dalla NATO, a Cipro. Rivendica il diritto dei popoli a lottare per l’autodeterminazione, perché coesistenza pacifica non può significare accettazione passiva di uno stato di oppressione e sfruttamento.
Altro passaggio fondamentale di quel discorso è quello sulla corsa agli armamenti e sul disarmo nucleare, un tema che in quegli anni era diventato centrale nel dibattito di politica internazionale, e all’ONU in particolare, e questa centralità era anche stato effetto della crisi dei missili a Cuba dell’anno precedente. Il Che spiega che il disarmo e la pace sono il desiderio di tutti i popoli, ma respinge la pretesa strumentale di negare il diritto dei popoli che si sono resi indipendenti all’autodifesa dalle aggressioni imperialiste. Il Che conferma che Cuba è disponibile a partecipare attivamente ad un processo di negoziato multilaterale, ma se il disarmo diventa uno strumento in mano alle potenze imperialiste per esercitare un’ingerenza nel diritto all’autodifesa di altri paesi indipendenti, allora - sottolinea il Che - non ci sono le condizioni di un autentico approccio multilaterale. Il Che inoltre ricorda che le aggressioni ai popoli possono avvenire anche con le armi convenzionali, senza la necessità del ricorso ad armi nucleari, ricordando la presenza militare USA a Guantanamo.
Nel rievocare la vicenda della crisi dei missili traspare anche una sottile ed implicita vena polemica nei confronti dell’URSS, che aveva unilateralmente ritirato i missili dopo aver raggiunto l’accordo con gli USA senza coinvolgere direttamente il governo di Cuba. Il difficile rapporto con l’URSS che caratterizzava la politica estera cubana di quegli anni emerge inoltre chiaramente anche dal continuo richiamo, nel discorso del Che, al ruolo decisivo che deve giocare il blocco dei paesi non allineati, sebbene questo deve poi trovare un’intesa con il blocco dei paesi socialisti.
Altro elemento che potremmo interpretare come presa di distanza dall’Unione Sovietica, è il forte riferimento al diritto della Repubblica Popolare Cinese ad ottenere il riconoscimento internazionale e l’ingresso nell’ONU, per occupare il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza, cosa che poi avvenne diversi anni dopo, nel 1971, a seguito del riavvicinamento, puramente tattico, tra USA e Cina in occasione del viaggio di Nixon a Pechino. Dal problema delle due Cine, a quello delle due Germanie, con la rivendicazione del diritto della Germania Est a sedere al tavolo dei negoziati per la risoluzione del problema dei confini.
La parte conclusiva del suo discorso è dedicata all’America Latina, un continente che per il Che rappresenta una vera e propria patria che unisce tutte le nazioni. Qui è ancora più forte e decisa la denuncia dell’imperialismo statunitense, della politica continua di ingerenza nelle vicende politiche interne di quei paesi, nell’utilizzo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come uno strumento di politica estera (la definisce “il Ministero delle Colonie degli Stati Uniti”). Un interventismo, quello degli USA, sempre ipocritamente motivato con la volontà di portare in quei paesi libertà e democrazia: “Costoro che uccidono i propri cittadini e li discriminano a causa del coloro della pelle; costoro che lasciano in libertà gli assassini dei neri, proteggendoli, e punendo invece la popolazione nera per la loro legittima rivendicazione di diritti da uomini liberi, come possono costoro autodefinirsi guardiani della libertà?”. Sono parole, quelle del Che, che, a distanza di oltre 50 anni, rimangono, purtroppo, di un’attualità sconcertante.
Molto toccante infine la conclusione con la citazione della Seconda Dichiarazione de L’Avana sull’America Latina. Il filmato d’epoca in bianco e nero, con il corpulento Ernesto Che Guevara, in mimetica e scarponi, che lascia lo scranno e risale, con andamento un po’ dimesso, la platea dell’assemblea accolto da uno scrosciante applauso, rimane, a nostro avviso, un’immagine emblematica della storia del Novecento.
Per il Che quel viaggio a New York sarebbe stata una parentesi un po’ atipica della sua vita di rivoluzionario permanente, le immagini fanno trasparire un certo disagio a muoversi in quegli ambienti ovattati della diplomazia internazionale ed in quella sofisticata atmosfera urbana della “Grande Mela” che viveva forse i suoi anni di massimo splendore. Pochi mesi dopo si sarebbe rimesso in cammino per le strade del mondo alla ricerca della liberazione di altri popoli oppressi, ma purtroppo la storia gloriosa della rivoluzione cubana per lui non si ripeterà e meno di tre anni dopo troverà la morte in quella sua patria latino-americana, per mano di suoi stessi fratelli scelsero la strada più comoda di asservirsi all’imperialismo americano. Quel grido “Patria o Muerte!”, pronunciato dinnanzi a quell’Assemblea Generale al termine del suo discorso, fu veramente profetico e nelle memorie di comunisti e rivoluzionari di tutto il mondo l’immagine del guerrigliero caduto nella lotta offuscherà quella dell’orgoglioso rivoluzionario in veste di rappresentante diplomatico che prende parte, per una sola volta, al consesso dei grandi e dei potenti della Terra, pur non appartenendovi.

lunedì 18 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 2007 l'Assemblea Generale dell'ONU approva, con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, la moratoria universale della pena di morte.
'L'approvazione, a maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di morte è stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui diplomazia, abilmente diretta dal ministero degli Esteri, ha svolto un'azione intelligente ed efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto fermo in una battaglia di civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto meno ad abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a farlo. Ha dunque solo un alto valore simbolico, è solo uno strumento di pressione morale? No. Essa produce anche importanti effetti pratici, il cui significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica ai numerosi Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire la pena di morte, ma sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni movimenti politico-religiosi, che si accaniscono a voler punire l'assassinio (ma anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi possono ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo, a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi, che cominciano ad aver dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno essere indotti dalla risoluzione ONU a ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro ogni arbitrio. Ad esempio la Cina ha limitato il numero di crimini per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema, sottraendola dunque alle corti locali, ogni decisione finale in materia. Su questa strada la Cina, che pure ha votato contro la risoluzione e continua ad essere lo Stato con il più alto numero di esecuzioni, potrà fare altri passi avanti, spinta dalla pressione dell'ONU.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. Adesso la questione della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine del giorno di ogni Assemblea Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque, una questione che finora era tabù in seno ai massimi organi dell'ONU, diviene finalmente oggetto "normale" di dibattito politico-diplomatico. Si ha finalmente una presa di coscienza collettiva della necessità di ingerirsi in un recesso finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto della risoluzione è che i vari organi dell'ONU sono automaticamente autorizzati a "lavorare" ed operare su questo tema. E già si sa che l'Alto Commissario per i Diritti Umani intende istituire una "task force", anche per assistere i paesi che vogliono gradualmente introdurre serie limitazioni alla comminazione della pena capitale.
Un altro effetto è non meno importante: ogni anno il Segretario Generale dell'ONU deve presentare all'Assemblea Generale un rapporto sull'attuazione della risoluzione approvata: per elaborare questo rapporto, egli deve ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente celato quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, devono fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma un autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa informazione sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il fatto stesso di dover dar conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno, non può non costituire, per quei paesi, un incentivo psicologico e politico notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il risultato dell'abile strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente evitato ogni trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro diplomatico e l'umiliazione politica degli avversari. Favorendo invece toni concilianti, isolando i "pasdaran" e intensificando il dialogo con i moderati, essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i sostenitori della pena capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena arcaica, per trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si è visto in occasione del voto: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le manovre procedurali che avevano messo in atto un mese prima, in Commissione e - tranne Barbados, Nigeria e Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la risoluzione.
La risoluzione non è dunque un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma un punto di partenza, l'inizio di un processo politico-diplomatico da favorire con pazienza e tenacia per arrivare tra dieci o venti anni alla scomparsa definitiva del boia.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza come l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi. E' uno spazio che si colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico, ma piuttosto in quello della difesa di valori universali, e della promozione tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore politico - per ora soprattutto potenziale - a livello planetario.

domenica 24 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre si festeggia la giornata mondiale dell'Onu, dovuta alla ratifica del suo statuto avvenuto il 24 ottobre 1945.
L’ONU è la più importante ed estesa organizzazione intergovernativa che conta 192 Stati membri su un totale di 201 complessivi. Le Nazioni Unite hanno come fine il conseguimento della cooperazione internazionale in materia di sviluppo economico, progresso socioculturale, diritti umani e sicurezza internazionale. Hanno come fine il mantenimento della pace mondiale anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e violazioni ad essa rivolte. La sede centrale delle Nazioni Unite si trova a New York e l’attuale Segretario Generale è Ban Ki-Moon .
L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce grazie alla carta di San Francisco, il 25 Aprile del 1945 per cooperare per una vita migliore in tutto il mondo e per la pace, all’indomani della seconda guerra mondiale.
Nel 1941 si tenne a Londra un incontro tra i leader dei paesi colpiti dalle mire espansionistiche della Germania nazista e i rappresentanti britannici e dei paesi del Commonwealth. I partecipanti firmarono una Dichiarazione interalleata nella quale si impegnarono a “lavorare insieme, con gli altri popoli liberi, sia in tempo di guerra che di pace” . Questa, può essere considerata la prima tappa verso la costituzione delle Nazioni Unite.
Sempre nel 1941, Franklin Delano Roosevelt ed il Primo Ministro britannico, Winston Churchill firmarono la Carta Atlantica. Nel 1942 i rappresentanti di 26 nazioni in guerra contro l’Asse proclamarono la loro adesione a quanto stabilito nella Carta Atlantica (Dichiarazione delle Nazioni Unite); più tardi si aggregheranno altri 21 paesi. In questa occasione si ebbe il primo utilizzo ufficiale del termine “Nazioni Unite” suggerito da Roosevelt.
Il 30 ottobre 1943, nella Conferenza di Mosca, Regno Unito, Cina, Unione Sovietica e Stati Uniti firmarono la Declaration of the Four Nations on General Security nella quale si prevedeva la creazione di un’organizzazione internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza.
Prima di tale conferenza, nel 1944, i rappresentanti di Unione Sovietica, Regno Unito, Stati Uniti e Cina stilarono il primo progetto delle Nazioni Unite e si accordano sugli scopi, la struttura e il funzionamento dell’Onu. Poi, durante la Conferenza di Yalta tenutasi dal 4 all’11 febbraio 1945, si ribadì la volontà di istituire un’organizzazione internazionale per la salvaguardia della pace e della sicurezza e a questo scopo vennero stabilite le date della Conferenza di San Francisco (25 aprile 1945).
I rapppresentanti di 50 nazioni si riunirono per una conferenza dal titolo ufficiale Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale nella quale vennero elaborati i 111 articoli della Carta che fu adottata all’unanimità il 25 giugno 1945. Il giorno seguente la firmarono i 51 paesi firmatari. L’Onu è ufficialmente fondato il 24 ottobre 1945 dopo la ratifica dello Statuto da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Taiwan, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e gli Stati Uniti e dalla maggioranza degli altri 46 firmatari.
I Membri dell'ONU sono degli Stati Sovrani. Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale e non legiferano. Esse, tuttavia, forniscono i mezzi per aiutare a risolvere i conflitti internazionali e formulano politiche appropriate su questioni di interesse comune. Alle Nazioni Unite tutti gli Stati Membri — grandi e piccoli, ricchi e poveri, con differenti visioni politiche e diversi sistemi sociali — fanno sentire la propria voce e votano in questo processo.
L'ONU ha sei organi principali. Cinque di questi — l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria e il Segretariato — si trovano presso il Quartier Generale di New York. Il sesto, la Corte Internazionale di Giustizia, ha sede all’Aia, in Olanda.
Tutti gli Stati Membri dell’ONU sono rappresentati nell’Assemblea Generale, una specie di parlamento delle nazioni che si riunisce regolarmente in sessioni speciali per esaminare i problemi mondiali più pressanti. Ogni Stato Membro dispone di un voto. Le decisioni sugli "argomenti importanti", quali raccomandazioni sulle questioni relative alla pace e alla sicurezza internazionali, l’ammissione di nuovi membri, il bilancio dell’organizzazione, vengono prese con una maggioranza di due terzi. Altri argomenti richiedono invece una maggioranza semplice. Negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo particolare per giungere alle decisioni per consenso, piuttosto che mediante un voto formale. L’Assemblea non può costringere uno Stato ad agire in un determinato modo, ma le sue raccomandazioni costituiscono una importante indicazione di quella che è l’opinione mondiale e rappresentano l’autorità morale della comunità delle nazioni.
Lo Statuto delle Nazioni Unite affida al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Il Consiglio può essere convocato in qualunque momento, ogni qual volta la pace venga minacciata. Tutti gli Stati Membri sono tenuti a rispettare le decisioni del Consiglio secondo lo Statuto dell’ONU.
Il Consiglio di Sicurezza ha istituito circa 60 operazioni di pace. Qui, alcuni membri della forza presente a Cipro aiutano a caricare i rifornimenti umanitari per le vittime del devastante tsunami del 2004 nell’Asia del Sud.
Esso è composto da 15 membri. Cinque di essi — Cina, Francia, Federazione Russa, Gran Bretagna e Stati Uniti — sono membri permanenti. Gli altri 10 vengono eletti dall'Assemblea con un mandato biennale. Negli ultimi anni, peraltro, gli Stati Membri hanno discusso la possibilità di modificare la composizione del Consiglio così da riflettere meglio le mutate realtà politiche ed economiche.
Le decisioni del Consiglio richiedono una maggioranza di almeno nove voti. Ad eccezione delle votazioni relative alle questioni procedurali, nessuna decisione può essere presa nel caso in cui un voto negativo, o veto, venga espresso da un membro permanente.
Quando all'attenzione del Consiglio viene sottoposta una questione che minacci la pace internazionale, in prima battuta si cerca il modo per risolvere pacificamente la controversia. In questi casi il Consiglio può avviare una mediazione o illustrare delle ipotesi per giungere a un accordo. Nel caso di combattimenti il Consiglio cerca invece di ottenere un cessate il fuoco. Esso può inviare delle missioni per il mantenimento della pace per far rispettare la tregua e tenere separate le opposte fazioni.
Nel tentativo di dare maggiore forza alle proprie decisioni, il Consiglio di Sicurezza può imporre sanzioni economiche ed ordinare un embargo sugli armamenti. In rare occasioni, peraltro il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato gli Stati Membri a impiegare "tutti i mezzi necessari", comprese azioni militari collettive, per garantire che le sue decisioni venissero rispettate.
Il Consiglio, infine, formula delle raccomandazioni all'Assemblea Generale in merito alla candidatura al ruolo di Segretario Generale e circa l'ammissione all'ONU di nuovi membri.
La Corte Internazionale di Giustizia — conosciuta anche come la Corte Mondiale — è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. Composta da 15 giudici eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza, che votano in maniera separata e simultanea. La Corte delibera sulle controversie fra Stati, basandosi sulla partecipazione volontaria degli Stati interessati. Nel caso in cui uno Stato accetti di partecipare ad un procedimento, esso è tenuto a conformarsi alla decisione della Corte. La Corte fornisce inoltre pareri e consulenze alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate.
Il Segretariato svolge il lavoro di macchina e amministrativo delle Nazioni Unite, seguendo le direttive dell’Assemblea Generale, del Consiglio di Sicurezza e degli altri organi. È guidato dal Segretario Generale, che si occupa della guida amministrativa generale.
Il Segretariato consiste di dipartimenti e uffici con uno staff complessivo di circa 7.500 persone nel bilancio ordinario, proveniente da circa 170 Paesi. Le sedi operative comprendono il Quartier Generale di New York e gli uffici di Ginevra, Vienna, Nairobi e di altre località.
Il Fondo Monetario Internazionale, il Gruppo Banca Mondiale e altre tredici organizzazioni indipendenti conosciute come "agenzie specializzate" sono collegate all’ONU mediante accordi di collaborazione. Queste agenzie, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile, sono organismi autonomi creati da accordi intergovernativi. Essi hanno delle responsabilità internazionali a largo raggio nel campo economico, sociale, culturale, educativo, sanitario e nei settori collegati. Alcuni di essi, come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Postale Universale, sono stati istituiti prima dell’ONU stessa.
Esiste inoltre una pluralità di uffici, programmi e fondi dell’ONU — come l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) — che lavorano per migliorare le condizioni economiche e sociali delle persone di tutto il mondo. Questi organismi riferiscono all’Assemblea Generale o al Consiglio Economico e Sociale.
Tutte queste organizzazioni hanno propri organismi direttivi, bilanci e segretariati. Con le Nazioni Unite sono conosciuti come la famiglia ONU, o il sistema delle Nazioni Unite. Tutti assieme offrono assistenza tecnica e altre forme di aiuto pratico virtualmente in tutte le aree economiche e sociali.

lunedì 12 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre del 1960, durante il 902esimo incontro della 15esima assemblea generale delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista sovietico, Nikita Krushev, per protesta nei confronti del delegato filippino, Lorenzo Sumulong, che nel suo intervento propose  di estendere gli scopi della dichiarazione sulla concessione di indipendenza ai paesi e popoli coloniali "anche ai popoli dell'est europeo, privati del libero esercizio dei loro diritti sociali e politici e inghiottiti dall'Unione Sovietica", si tolse una scarpa e la battè violentemente sul banco della sua postazione, un atto che resterà negli annali della storia.
Tuttavia l'episodio è controverso: secondo Benjamin Welles del New York Times, Krushev si tolse la scarpa destra, si alzò in piedi e la brandì in direzione del delegato filippino all’altro lato della sala, poi la picchiò sul banco.
Murrey Marder del Washington Post racconta che Krusciov apostrofò Sumulong chiamandolo “kohlui” (creatura servile) e lacchè dell’imperialismo. “Quale genere d’indipendenza c’è nelle Filippine” disse il premier russo “Dio solo sa. Tu devi guardare nella lente d’ingrandimento per vedere quella indipendenza”. Frederick Boland, irlandese e presidente della seduta, seccato ammonì Sumulong di continuare l’intervento. Il giornalista riporta il fatto che ad un certo punto della seduta Krusciov si tolse la scarpa e la agitò in direzione di Boland senza però precisare il momento esatto in cui avvenne.
Secondo Welles il leader sovietico si tolse nuovamente la scarpa durante l’intervento di Francis Wilcox, assistente del Segretario di Stato americano.
L’intervento dell’americano fu interrotto dalle proteste e Marder riferisce che il presidente Boland sbatté il martelletto con tale veemenza, per riportare l’ordine, che la testa di esso si ruppe e volò oltre le sue spalle accompagnato dagli applausi e dalle risate provenienti dalle file comuniste.
James Feron, del New York Times, intervistato in proposito nel 1997, affermò che Krushev sbatté il pugno sul tavolo, poi si tolse la scarpa, un mocassino, la agitò per poi riporla sul tavolo, in ogni caso non se ne servì per picchiare sul banco. Alla domanda perché il suo giornale invece scrisse che sbatté la scarpa, rispose che tale fu la versione dell’Associated Press.
Sharon Ghamari-Tabrizi, in suo libro del 2005, scrisse che dopo pochi minuti che Sumulong ebbe ripreso il discorso Krusciov tirò fuori una scarpa, balzò in piedi e la brandì, quindi la sbatté sul banco. Poco dopo iniziò a percuotere il tavolo con entrambi i pugni seguito dal resto della delegazione sovietica.
Il generale del KGB Nikolai Zacharov racconta che Kruscev, dopo essersi consultato con Gromyko, si alzò in piedi e sollevò la mano per chiedere un punto d’ordine al presidente che però lo ignorò. Allora egli si tolse la scarpa e iniziò a batterla ritmicamente sul tavolo come un metronomo, soltanto allora il presidente lo invitò a parlare.
John Loengard, della rivista Life, scrisse a Taubman, autore di un paio di libri su Krushev, di aver visto il segretario russo togliersi la scarpa destra di vitello marrone e metterla sul tavolo senza sbatterla. Tutti erano pronti a fotografare la scarpa sbattuta sul tavolo ma ciò non accadde.
Sono interessanti le spiegazioni del perché quella scarpa finì sul tavolo.
Qualcuno sostiene che fu un atto premeditato, la scarpa sbattuta non era una di quelle indossate dal premier sovietico ma essa fu portata apposta per quello scopo.
La nipote Nina Khrushchev, nel 2000, raccontò la storia come la conoscevano in famiglia. Al nonno cadde l’orologio sbattendo il pugno sul tavolo, nel raccoglierlo trovò la scarpa, che si era tolto perché stretta, e la prese.
Un commesso ONU raccontò che, nel tornare al suo posto, il premier sovietico perse la scarpa per un’urto fortuito con un giornalista, il commesso recuperò la scarpa e gliela passò avvolta in un fazzoletto. Quindi, secondo lui, non se la tolse, comunque la sbatté sul tavolo.
Viktor Sukhodrev, il suo interprete, raccontò che lo sbattere del pugno sul tavolo provocò l’arrestarsi dell’orologio. Irritato dal fatto che un lacchè capitalista aveva provocato la rottura del suo orologio Khrushchev si tolse la scarpa ed inizio a sbatterla sul tavolo.
Secondo alcuni testimoni i banchi stretti e la pancia del premier sovietico gli avrebbero impedito di rimettersi la scarpa.
Per chiudere, l’abitudine di sbattere i pugni sul banco per evidenziare il disaccordo con le parole dell’oratore di turno era in voga nei paesi dell’est. Krushev lo fece il 26 settembre con il Segretario Generale dell’Onu, con McMillan il 29 settembre ed il 12 ottobre con Sumulong e Wilcox.


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