Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
La sera del 3 settembre 1982, a Palermo, un attentato mafioso toglieva la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a sua moglie e all'agente di scorta.
Il generale era stato uno dei più fedeli servitori dello stato, carabiniere figlio di carabiniere, distintosi fin dalla gioventù per la brillantezza dei suoi metodi investigativi e i grandi risultati ottenuti.
Negli anni 70 fu investito dei massimi poteri dal ministro dell'interno Virginio Rognoni per coordinare la lotta al terrorismo delle Brigate Rosse; grazie a lui furono arrestati tra gli altri Renato Curcio e Alberto Francheschini (tra i fondatori e ispiratori delle BR), ed altre operazioni consentirono di dare un colpo mortale al terrorismo di sinistra degli anni 70.
A seguito di questi brillanti risultati, Rognoni nell'82 lo volle a Palermo nella speranza che riuscisse ad ottenere gli stessi anche combattendo la mafia; tuttavia, come ebbe subito a lamentare lo stesso generale, non gli fornì mezzi e uomini adeguati ("mi mandano a fare il prefetto di Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì").
Dalla Chiesa non si perde d'animo e comincia ad ottenere risultati (arresti, confische, collusioni con la politica locale e nazionale) dando evidentemente fastidio ai vertici di Cosa Nostra.
Alle 21.15 del 3 settembre la A112 bianca guidata dalla moglie veniva affiancata da una BMW in via Carini a Palermo, dalla quale furono esplosi diversi colpi di Kalashnikov. Contemporaneamente un motociclista affiancava l'auto che seguiva, con autista e scorta, uccidendo quest'ultima.
Durante i funerali la folla protestò nei confronti dei rappresentanti politici con lancio di monetine e fischi; solo al presidente Pertini fu risparmiata la protesta. La figlia Rita fece rimuovere le corone inviate dalla Regione Siciliana.
Per l'omicidio Dalla Chiesa furono condannati all'ergastolo come esecutori materiali Vincenzo Garatolo e Antonino Madonia; a 14 anni di reclusione Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.
Come mandanti furono condannati all'ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Ganci e Anzelmo sono oggi collaboratori di giustizia (Anzelmo è il grande accusatore della collusione con la mafia di Marcello Dell'Utri).
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giovedì 3 settembre 2026
lunedì 18 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Nitto Santapaola è morto nel carcere di Opera, presso Milano, il 2 marzo 2026, senza mai lasciare il regime del 41bis. In seguito alla cremazione, è stato tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania.
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