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venerdì 4 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 settembre.
Il 4 settembre 1904 a Buggerru, in Sardegna, i militari sparano sulla folla di minatori in protesta, uccidendone alcuni. Da questo fatto scaturì il primo sciopero generale in Italia.
Buggerru era un grosso borgo minerario i cui abitanti giunsero nei periodi floridi sino a novemila. Era il quinto centro dell'isola, quando Cagliari contava poco più di cinquantamila abitanti. Ogni cosa apparteneva alla società proprietaria della miniera, la "Societé anonime des mines de Malfidano". Suoi i pozzi, le laverie, le officine, i magazzini, sue le case, il suolo, sul quale a nessuno era consentito costruire neppure la più povera delle baracche, piantare un albero o raccogliere legna per il focolare, suoi l'ospedale, le scuole, la chiesa, il cimitero.
Il plenipotenziario della società mineraria era il direttore, che in quei primi anni del secolo era un greco di Costantinopoli, l'ingegnere Achille Georgiades, la cui autorità prevaleva in larga misura su quella degli stessi depositari dei poteri istituzionali.
La residenza era una piccola reggia. Il direttore fu forse il primo in Sardegna a possedere un'automobile, massiccia e vistosa quanto era necessario. I salari andavano da un massimo di due lire e settantacinque centesimi al giorno per gli armatori che lavoravano nelle gallerie, agli ottanta centesimi per le cernitici.
Ma la società aveva tutto in paese, compresi i negozi dove c'erano i generi alimentari, vi imponeva i prezzi, per cui quello che i minatori guadagnavano lo dovevano restituire se volevano vivere. Un sistema più vicino alla servitù della gleba che ai giorni nostri. Spaventose le condizioni umane di lavoro: non vi erano contratti di garanzia, pesantissimi i turni di lavoro, di almeno otto ore; non vi era un giorno di riposo settimanale.
Tutto accadde all'improvviso, ma evidentemente il fuoco covava sotto la cenere, e quella che un tempo si chiamava coscienza di classe doveva essere ben presente, se lo sciopero per i diritti di una parte dei minatori coinvolse alla fine tutto il paese.
Il direttore, il 2 settembre, dispose l'entrata in vigore dell'orario invernale, che riduceva di un'ora, dalle undici all'una invece che dalle undici alle due del pomeriggio, la pausa del lavoro concessa a coloro che lavoravano fuori dalla miniera, nelle ore centrali della giornata. A settembre però c'era ancora caldo, e la riduzione di un'ora di riposo sembrava impossibile. All'una di quel giorno nessuno si presentò al lavoro.
I pozzi, le laverie, le officine, i magazzini, restarono deserti. I lavoratori, in una massa che si andava ingrossando via via, si diressero verso l'abitato e la direzione della miniera e lì si riunirono. Il direttore trattò con la commissione operaia, ma in realtà cercò di prendere tempo in attesa dell'arrivo da Cagliari, come promesso dal viceprefetto, di un battaglione dell'esercito. Gli aiuti invocati giunsero, infine, nel pomeriggio della domenica 4 settembre. Erano costituiti da due compagnie del 42° reggimento di fanteria. Partirono le prime sassate, mentre i soldati disposti a presidio della falegnameria spianavano i fucili. Fu il segnale della sparatoria, che fu breve e intensa. Sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni e Salvatore Montixi di 49, erano morti, un terzo, Giustino Pittau, morì dopo quindici giorni in ospedale. Un quarto minatore dell'Oristanese morì dopo venti giorni, ma non si riuscì mai a collegare quella morte alla sparatoria.
L'impatto nel paese, non solo in Sardegna, fu immediato. La Camera del lavoro di Milano indette proprio a seguito dei fatti di Buggerru il primo
sciopero generale d'Italia. E da quello sciopero nacque poi l'idea della prima centrale sindacale. Un momento storico fondamentale per il mondo del lavoro italiano.


giovedì 20 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.

Il 20 febbraio 1844 viene eseguito per la prima volta l'inno che divenne in seguito l'inno nazionale italiano, prima di quello di Mameli.

Nel febbraio del 1844 Carlo Alberto, sovrano del Regno di Sardegna, decide di lasciare momentaneamente la capitale Torino per far visita all'isola. Per celebrare l'occasione, il musicista sassarese Giovanni Gonnella dà vita a S'hymnu sardu nationale (L'inno sardo nazionale) una composizione in onore del Re. Come scrive il docente di storia della musica Gian Nicola Spanu, l'inno è da considerarsi come "una composizione dove i sardi dichiarano la loro fedeltà al Re". Le parole dell'inno sono scritte in Sardo Logudorese a opera di Vittorio Angius, erudito sardo deputato al parlamento di Torino e autore, tra l'altro, della monumentale opera del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. In principio inno ufficiale del regno di Sardegna, in seguito S'Hymnu accompagnerà la Marcia Reale come inno del Regno d'Italia dal 1861 al 1946, anno della nascita della repubblica.

Non stupisce che Angius, ex sacerdote e fervente liberale, invocasse il nome di Dio per proteggere il suo sovrano. Il "Conservet deu su Re" (Dio protegga, salvi, il Re) ricorda il "God save the Queen/King" inglese. Re Carlo Alberto, contento dell'omaggio concessogli dai sardi, nel 1848 decise di fare della composizione di Gonnella e Angius, l'inno ufficiale del Regno di Sardegna. Nel 1848 il regno sabaudo è in guerra contro l'Austria e S'Himnu accompagna i bersaglieri e le truppe regie durante le battaglie risorgimentali. Dal punto di vista musicale il ritornello a fanfara è convenzionale e militaresco, mentre è interessante è la terza sezione dell'inno, definita "Tipo della Nazione" che rappresenta la prima trascrizione di una melodia sarda, forse unu Dillu (un Ballo).

Il 1848 non è solo l'anno della prima guerra d'indipendenza ma anche quello della "fusione perfetta (della Sardegna) con gli stati di teraferma". La fusione ha una valenza giuridica. Prima dei Savoia, l'isola era in mano alla Spagna e i suoi rapporti con le monarchie aragonese e spagnola erano regolati da consuetudini. La legislazione dell'isola traeva spunto dall'antico codice medievale della Carta de Logu di Eleonora d'Arborea che - come scrive la storica Luisa Maria Plaisant - offriva valide garanzie al corpo sociale di vivere nel rispetto delle leggi e delle norme che la legislazione stessa e gli organi di governo riconoscevano come tali. In pieno clima risorgimentale i sardi scrissero l'inno dello stato sabaudo e rinunciarono alle loro autonomie, segno dell'adesione dell'élite sarda ai progetti di casa Savoia. Con la fusione - che cancella de iure et de facto le antiche autonomie - forse i maggiorenti dell'isola speravano di poter trarre beneficio dalle riforme liberali della monarchia sabauda e di trarre benefici dalla politica di Carlo Alberto.

Con l'unità d'Italia del 1861 S'hymnu affianca la Marcia Reale e a Giovinezza nel ruolo di inno ufficiale del Regno d'Italia e manterrà questo ruolo fino al 1946. Con la nascita della repubblica dopo la seconda guerra mondiale è sostituito dal Canto degli Italiani - erroneamente conosciuto come inno di Mameli. Curiosità: nel 1946 il Canto degli Italiani di Mameli è divenuto inno d'Italia solo in maniera provvisoria e manterrà questo status fino a una modifica costituzionale.

S'hymnu venne eseguito per la prima volta il 20 febbraio del 1844 al teatro civico di Cagliari in onore di Carlo Alberto. Nel 1937 fu eseguito nella Cappella Sistina, quando Papa Pio XI consegnò l'onorificenza della Rosa d'oro alla Regina Elena di Savoia. La melodia riecheggia negli anni '90 al Quirinale, in onore al Presidente Francesco Cossiga, per le sue origini sarde. L'ultima esecuzione ufficiale risale al 2001, durante i funerali di Maria José di Savoia ultima regina italiana, su desiderio espresso prima di morire.

Al giorno d'oggi, S'Hymnu sardu nationale rappresenta per i sardi un motivo d'orgoglio. Ma non per tutti. Buona parte di coloro che sono vicini alle correnti autonomiste e indipendentiste considerano l'inno come mero atto di omaggio e di sottomissione al monarca sabaudo. Cantare la sottomissione a un Re nel quale alcuni sardi non si riconoscevano e che non era e non è - per alcuni - considerato sovrano dell'isola non è ritenuto motivo di vanto.

domenica 28 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 aprile.
Il 28 aprile 1794 si ebbe una insurrezione popolare in Sardegna contro il vicere Balbiano, passata alla storia con il nome dei "Vespri sardi".
La rivolta popolare passata alla storia col nome di “Vespri Sardi” costituisce una reminiscenza della Storia affiorata solo negli tempi, dopo decenni di oblio; eppure ne costituisce una delle pagine più affascinanti e singolari, d’un unicità suadente e romantica, come spesso se ne incontrano aggirandosi nel caleidoscopio della Storia locale.
Tutto iniziò nel 1793, quando la popolazione sarda, sottoposta al dominio piemontese, si oppose all’invasione delle forze francesi sbarcate a Carloforte, e riuscì ad arrestarne la pressione in direzione di Cagliari.
Una manifestazione di fedeltà di questo genere avrebbe meritato immediato riconoscimento: almeno, si sosteneva da più parti in Sardegna, la convocazione delle corti generali, la conferma del corpus legislativo, la concessione agli isolani d’una parte degli impieghi civili e militari, oltre ad una maggiore autonomia rispetto alle decisioni della classe dirigente occupante e ad un ministero distinto, a Torino, per gli affari dell’isola.
Invece il governo piemontese la liquidò in fretta, snobbando le aspirazioni dei sardi e porgendogli le briciole: 24 doti da 60 scudi da distribuire tra le zitelle povere, 4 posti gratuiti per il Collegio dei Nobili di Cagliari, 2 posti nel Collegio dei Nobili di Torino, 1000 scudi l’anno per l’Ospedale civile di Cagliari, l’amnistia per tutti i crimini commessi prima della guerra. 
Gli animi, precocemente censurato l’entusiasmo della vittoria, volsero allora le precedenti ebollizioni contro l’ingratitudine dei piemontesi e dei loro soddisfatti compatrioti di stanza in Sardegna, che avevano beneficiato d’ogni sorta di favoritismo. Il rancore popolare si concentrò in particolare intorno alla figura del Viceré Vincenzo Balbiano, reo d’aver consigliato al re Vittorio Amedeo III di rifiutare le richieste dei sardi, oltre ad aver tentato di corrompere i membri della delegazione sarda inviata per presentargliele.
La scintilla scoppiò a Cagliari nella notte tra il 28 ed il 29 aprile, quando un drappello di miliziani piemontesi, giunti a Stempace da Castello, tentò di arrestare l'avvocato Vincenzo Cabras, con l'accusa di sedizione contro lo stato, bloccando anche Bernardo Pintor, scambiato per il fratello Efisio: a loro si era rivolto nei mesi precedenti Girolamo Pitzolo, avvocato e patriota sardo, protagonista della difesa di Cagliari dell’anno precedente e poi membro della sopracitata delegazione a Torino, per incitare una rivolta contro gli occupanti.
Alla notizia del fatto si coagulò d’un colpo una forza popolare consistente, richiamata anche dalle campane che suonavano a distesa, che in breve cominciò a fluire verso Castello e quivi disarmò le guardie poste a difesa della porta di Sant’Agostino; poco dopo, altri rivoltosi assaltarono le porte della Torre dell'Elefante e della Torre del Leone, intenzionati ad arrestare il Viceré. Lo scovarono infine nel palazzo arcivescovile, dove si era rifugiato insieme alle massime autorità piemontesi.
Il 7 maggio, lo stesso Balbiano – insieme a 514 soldati e funzionari piemontesi – furono imbarcati sulle navi, e rispediti in Piemonte; nei giorni seguenti, le città di Alghero e Sassari seguirono l’esempio dell’odierno capoluogo.
Molti anni dopo, Antonio Gramsci avrebbe ancora citato lo slogan “a mare i continentali!”, seppur riferito alle esplosioni congiunturali di furore anti-istituzionale che continuavano a caratterizzare la storia d’un popolo con ambizioni di “Nazione etnica”; in quel confuso 1794, invece, le moderate aspirazioni delle varie componenti della popolazione sarda si ritrovarono per le mani la possibilità d’elaborare la forma istituzionale d’un nuovo stato sardo; e da questo sforzo, cui erano impreparate, quelle stesse aspirazioni risultarono ancora una volta frustrate, acuendo le difficoltà d’una “colonia” indesiderata, merce di scambio tra spagnoli e francesi prima, e “ostaggio” dei Savoia poi.
I nobili, in gran maggioranza, avversarono infatti la struttura repubblicana proposta da Giovanni Maria Angioj, e la stasi che ne conseguì si risolse solo negli anni seguenti: a poco a poco si ricompose quindi la frattura con la corte piemontese.
Presto sarebbe approdato un nuovo Viceré.
Con la legge regionale n. 44 del 14/9/1993, ad ogni modo, il 28 aprile – “Sa Die de sa Sardigna” – è stata dichiarata la giornata del popolo sardo; in occasione della ricorrenza, la Regione Autonoma della Sardegna organizza manifestazioni ed iniziative culturali, ed a tal fine la Giunta regionale approva annualmente, sentita la competente Commissione consiliare, uno specifico programma mirante a sviluppare la conoscenza della storia e dei valori dell'autonomia, in particolare tra le nuove generazioni.

mercoledì 26 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 1868 si ebbe in Sardegna la rivolta detta "de Su Connottu" come reazione all'editto delle chiudende e alla legge sugli espropri abitativi.
Il cosiddetto editto delle chiudende, più precisamente “Regio editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona, e sopra i tabacchi, nel Regno di Sardegna“, fu un provvedimento legislativo emanato il 6 ottobre 1820 dal re di Sardegna vittorio emanuele I e pubblicato nel 1823.
Con questo atto si autorizzava la recinzione dei terreni che per antica tradizione erano fino ad allora considerati di proprietà collettiva, introducendo di fatto la proprietà privata. L’editto mirava a favorire la modernizzazione e lo sviluppo dell’agricoltura locale, che versava in gravi condizioni di arretratezza, e nel suo passaggio più cruciale conteneva “l’autorizzazione a qualunque proprietario a liberamente chiudere di siepe, o di muro, vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana o d’abbeveratoio.” Egual licenza era concessa ai comuni, per i terreni di loro proprietà, ed in tutti terreni chiusi in applicazione dell’editto era “libera qualunque coltivazione, compresa quella del tabacco”.
In Sardegna la riforma agraria del governo sabaudo, sollecitata da diversi studi economici svolti in precedenza, non tenne conto della diversità dei vari territori e soprattutto del fatto che nell’isola vigeva ancora il sistema feudale, che si innestava nel sistema tradizionale degli ademprivi (per ademprivio si intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo.), rendendo la situazione giuridica dei terreni altamente complessa. L’uso degli ademprivi, inoltre, prevedeva la rotazione degli impieghi della terra, che un anno era destinata a pascolo e l’anno successivo a seminagione secondo determinazioni comunitarie locali.
Delle chiudende si parlava già da tempo, poiché la recinzione dei propri terreni da parte dei proprietari privati era, sia pur moderatamente [Non tutti i terreni di proprietari privati erano recintati, ma avrebbero dovuto esserlo, e da questa condizione nasce proprio il nome della “chiudenda”, che indica quella terra “che dovrà essere chiusa”.], sempre esistita.
Nel 1806 cominciava a rilevare la frequenza di abbattimenti di recinzioni da parte dei pastori per entrare abusivamente con il bestiame in terre private, tanto che si emanarono apposite norme per la repressione del fenomeno. La spinta all’agricoltura si corredava di varie norme d’agevolazione, comprese una che concedeva, come racconta Pietro Martini, “nobiltà gratuita a coloro che piantassero quattromila ulivi“, una che concedeva titolo a richiedere fidecommessi a chi disponesse di 400 piante d’ulivo, e soprattutto una che dava a tutti la facoltà di “chiudere i terreni aperti per formarvi degli uliveti“, che prevedeva sanzioni per chi non impiantasse ulivi nelle terre chiuse (esproprio e riassegnazione ad aspiranti ulivicoltori) e che introduceva la pena di morte per i capi di eventuali complotti di diroccatori di chiudende.
Ma se da un lato l’operato del governo puntava a risanare l’agricoltura ristrutturando la rete dei “monti granatici e d’abbondanza” (l’ammasso cui conferire le produzioni agricole frumentarie), dall’altro era costretta a creare nel 1807 i “monti di riscatto”, monti di pegno resisi indispensabili dopo che l’usura aveva raggiunto livelli preoccupanti per l’ordine sociale. La pastorizia, nelle sue millenarie tradizioni, era debole e disturbante nell’ottica economica piemontese: se già il Gemelli aveva sottolineato come l’istituto dell’alternanza nell’uso delle terre recasse gravi danni da mancato guadagno e da freno contro gli investimenti, altri studiosi consideravano una “piaga” il modo di allevamento semi-brado caratteristico dell’isola.
L’editto infranse il tradizionale principio “ubi feuda, ibi demania” (dove ci sono beni feudali, là ci sono i demani) che faceva parte del diritto intermedio già da diverso tempo. Fu accolto subito con criticità da alcuni conoscitori dell’Isola, in particolare dall’Angius, che nel 1822 scriveva che “i pastori cominciarono a maledire irreligiosamente l’editto delle chiudende e a cercare di reprimere l’ambizione di alcuni chiudenti […]. Queste doglianze furono dall’Ufficio economico della provincia trovate giuste; non pertanto la invocata legge restò inerte“.
Gli effetti dell’editto furono di diverse nature. Lo stesso ex viceré di Sardegna, marchese di Yenne, scrisse due relazioni, la prima il 22 settembre 1832, la seconda il successivo 6 ottobre, che ne contengono una cronaca sufficientemente istruttiva: “È veramente eccessivo l’abuso che fecesi delle chiudende da alcuni proprietari. Siffatto abuso è quasi generale. Si chiusero a muro ed a siepe dei boschi ghiandiferi, si chiusero al piano e ai monti i pascoli migliori per «obbligare i pastori a pagarne un altissimo fitto» e si incorporarono perfino le pubbliche fonti e gli abbeveratoi per meglio dettare ai medesimi la legge“. Rincarando la dose, aggiunse che l’editto «giovò soltanto nella sua esecuzione ai ricchi e potenti».
La reazione pratica infatti era stata la corsa alle chiusure da parte di chi aveva la possibilità di farlo, e fra questi non erano i molti che non vennero a conoscenza del provvedimento se non a chiusure ormai completate. Corsa, come riferito dallo Yenne, caratterizzata dalla diffusione degli abusi da parte di coloro che «non ebbero ribrezzo di cingere immense estensioni di terreni […] al solo oggetto di far pagare a caro prezzo ai pastori e ai contadini la facoltà di seminarvi ed il diritto di far pascolare i loro armenti». Conseguenza della corsa a chiudere, cui si riferiscono i versi attribuiti al Murenu, fu un diffuso malcontento popolare, che ben presto sfociò in violenza e disordini. Sempre dalla relazione del viceré si apprende (per aver egli assunto le “più accurate informazioni”) che gli incidenti cominciarono a Gavoi, con l’abbattimento di tre “chiusi” e con «discussioni fra li demolitori e danneggiati»; seguitarono poi alla vicina Mamoiada e poi a Nuoro, Fonni, Bitti ed altri paesi, «portando in tutti codesti luoghi devastamenti, incendi e rovine, e segnatamente in Benetutti, il di cui aspetto mette orrore al passeggiero». Da queste azioni delittuose contro i beni, si passò presto a quelle contro le persone e si ebbero anche omicidi. Secondo lo Yenne da un lato vi era l’avidità di alcuni proprietari, che chiusero anche pubbliche strade e beni comunali, mentre dall’altro vi era una «irragionevole bramosia de’ silvestri pastori di un’illimitata libertà di pascolare i loro armenti in cui ripongono unicamente ogni loro idea di proprietà“». A margine vi era anche, sempre secondo la relazione, l’avarizia di alcuni ecclesiastici che non si ristettero dall’andare predicando presso il popolino che le chiudende erano un sistema odioso, forse per paura di veder calare, con la crescita dell’agricoltura, le loro decime sulla pastorizia.
In alcune aree dell’isola (Logudoro e Campidano) l’editto fu accolto in parte positivamente, soprattutto per il fatto che gli agricoltori erano in gran numero e finalmente potevano proteggere le loro coltivazioni; il rilancio dell’agricoltura portava a valorizzare vecchi istituti spagnoleschi come la roadia, la quale anch’essa, secondo le politiche della riforma, giovava a questi scopi. Ma il malcontento era generale. L’effetto negativo fu risentito in modo particolare nella zona delle Barbagie in quanto la privatizzazione dei terreni, che erano la risorsa primaria del territorio, mise in enorme difficoltà l’attività della pastorizia, la principale dell’area, dato che i pastori si trovarono improvvisamente in pratica privati dei loro pascoli.
Ben presto molti dei diseredati andarono ad ingrossare le file dei fuorilegge, dando al fenomeno del banditismo una virulenza ancora mai conosciuta. Nel 1827 furono emanate altre norme che confermavano la sostanza dell’editto, negando titolo ad azione risarcitoria a quei proprietari che non avessero chiuso bene i loro “tancati” (Il tancato è l’appezzamento di terreno chiuso a muro a secco; dal sardo tanca, a sua volta dal verbo tancare, chiudere.) ed avessero patito danno perché vi fosse penetrato del bestiame; a coloro che non chiudevano bene erano anzi comminate ammende. L’editto fu riformato nel 1830 e nel 1831, ma il livello del malcontento rimase sopra i livelli di guardia. Gli incidenti crebbero in tal misura che nel 1832 si dovette istituire una commissione militare che fece repressione arrestando ed impiccando senza regolare processo (nel 1833 si emanarono norme per vietare la ricostruzione delle chiudende e ordinare che quelle abusive fossero abbattute); a questa seguì una commissione mista, composta di militari e civili, e ve ne fu anche una terza, che impiegò l’esercito e che era guidata da un giudice dell’Audiencia, ma quest’ultima operò in favore dei proprietari.
A seguito dell’editto del 31 maggio 1836, con il quale cessava la “baronale giurisdizione”, finalmente dal 1837 iniziò il riscatto dei feudi, “riacquistati” dal re, che si concluse nel 1846, riscatto che fu pagato attingendo alle tasse dei sardi. Tra il 1847 ed il 1848 si attuò la perfetta unione della Sardegna agli stati di terraferma, ma i problemi aperti dall’editto del 1820 non erano stati ancora risolti. In ogni caso era sempre “monitorata” la situazione delle chiudende, tanto che nel 1850 l’Angius, nella sua analisi dell’Isola, riservava per ciascuno dei comuni osservati un’apposita sezione in cui osservava quanto le chiudende fossero praticate.
L’editto delle chiudende fu idealmente seguito nel 1865 da una legge con la quale si aboliva l’istituto degli ademprivi e si imponeva una tassazione particolarmente onerosa sulle abitazioni; la tassazione aveva sì dei correttivi e prevedeva delle agevolazioni, ma queste erano in massima parte inapplicabili nella strutturazione urbanistica sarda, costituita di piccoli villaggi, perché prevista per quelle abitazioni completamente isolate. Si ebbe in Sardegna un esproprio ogni 14 abitanti, mentre la media nazionale era di uno ogni 27.000. Questo provvedimento, insieme all’editto delle chiudende, è la causa dei disordini sfociati infine a Nuoro nel 1868 con la rivolta nota come “Su Connottu“. i rivoltosi, guidati da Paskedda Zau, chiedevano il ritorno a ciò che avevano sempre conosciuto, ossia il ripristino dell'antico sistema di gestione dei terreni. Nei giorni della rivolta fu assalito il comune e furono bruciati i documenti di compravendita delle terre comunali ex ademprivili. Giorgio Asproni, uno dei politici più in vista di quel territorio e deputato in Parlamento, era favorevole alla vendita dei terreni comunali, e nel contempo assegnava al clero un ruolo di responsabilità nella rivolta; tuttavia, a seguito di questi gravi fatti, sollecitò (insieme con altri deputati sardi) il governo italiano ad avviare una indagine sulle condizioni sociali ed economiche della Sardegna.
Nel novembre dello stesso anno fu istituita la Commissione Parlamentare di indagine, presieduta dal Agostino Depretis. La Commissione si recò nell'isola nel 1869, e furono vani i tentativi di Francesco Cocco Ortu e del marchese di Laconi Ignazio Aymerich di spiegare ai commissari i problemi economici dell'isola. L'unico che si impegnò seriamente fu Quintino Sella che produsse un'eccellente relazione sull'industria mineraria isolana. L'operato della commissione tuttavia non produsse alcun atto concreto.

mercoledì 25 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 novembre.
Il 25 novembre 2004 l'allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi, con il consenso dell'allora guardasigilli Roberto Castelli, concede la grazia a Graziano Mesina, detto Grazianeddu, il più famoso bandito della Sardegna.
Quando finisce per la prima volta in carcere, Graziano Mesina ha appena compiuto 18 anni. Una sera di maggio del 1960, per festeggiare un gruppo di ragazzi di Orgosolo che partivano per la visita di leva, gli amici, per strada, sparano con le pistole contro i lampioni. C'è anche Graziano, che viene arrestato per porto abusivo d'armi e danneggiamenti.
«Mi chiusero in camera di sicurezza. C'era una porta massiccia con uno spioncino che ogni tanto si apriva. Un bugliolo di legno. Una branda. La mattina chiesi di uscire per i bisogni fisiologici e mi accompagnarono al bagno. Con i miei scarponi da pastore tirai tre pedate alla porta. "Sta' calmo", mi disse, bonario, il carabiniere, e si allontanò fischiettando. Quella porta non voleva cedere. Era stata rimessa a posto da poco e resisteva. Mi accorsi che sotto la branda c'erano delle stecche di ferro. Ne usai una come un piede di porco. Ricavai una fessura, l'allargai. Il muro crollò. Uscii dal portone. In casa raccolsi pane e formaggio in una bisaccia. "Me la filo", dissi a mia madre»
Era la prima delle sue nove evasioni. I guai veri cominciano pochi mesi dopo. Il 4 luglio del 1960 viene sequestrato Pietrino Crasta, un commerciante di Berchidda, piccolo paese della Gallura. Il 12 luglio una lettera anonima segnala alla questura di Nuoro che in un posto vicino a Orgosolo, Lenardeddu, c'è la prigione con l'ostaggio. Quando carabinieri e polizia arrivano, di Crasta trovano solamente il cadavere. In prigione, accusati del rapimento, finiscono tre dei fratelli Mesina: Giovanni, Pietro e Nicola, insieme ad alcuni vicini di pascolo. Graziano viene scarcerato nel gennaio del 1961, ma la sera dell'antivigilia di Natale, convinto dell’innocenza dei fratelli, entra in un bar di Orgosolo e ferisce a colpi di pistola il pastore che ha accusato la sua famiglia del sequestro e dell'assassinio di Pietrino Crasta. Torna in cella dunque con l'accusa di tentato omicidio e viene rinchiuso nel carcere di Badu `e Carros, dal quale riesce ancora una volta a scappare. E' la sera del 6 settembre 1962.
Mesina fugge e raggiunge il Supramonte di Orgosolo. Intorno all’omicidio di Crasta ad Orgosolo si era accesa una vera e propria faida: regolamento di conti legato alla gestione del sequestro e ad accuse di collaborazionismo con i carabinieri e con la polizia. Massacrato dalle fucilate, cade, nell'ottobre del 1962, anche uno dei fratelli di Graziano, Giovanni.
Mesina entra in un bar alla ricerca dei colpevoli, e spara con un mitra. Alcuni avventori sorprendono Mesina alle spalle e lo stordiscono con un colpo di bottiglia. Graziano torna in galera, viene condannato a ventisei anni. L'omicidio e l'arresto vanno sulle prime pagine dei giornali sardi e finiscono anche nelle cronache dei quotidiani nazionali. E' l'inizio di una storia che porterà Mesina a diventare una sorta di icona del banditismo sardo, la personificazione del balente, impasto di protervia e di coraggio, di crudeltà e di lealtà, di calcolo egoistico e di altruismo che non attende compensi. La Sardegna di quegli anni è una terra povera. L'attività prevalente è la pastorizia. Una pastorizia transumante, perno economico di un ordine sociale che affonda le sue radici nella storia millenaria delle zone interne dell'isola. Ma la Sardegna è anche terra che continua ad essere sfruttata e che non comprende lo stato di diritto positivo che gli viene imposto. Mesina è un balente, uno che alle leggi di uno stato che non riconosce non si piega, uno che alla prigione non si rassegna, uno che la ribellione trasformerà in capo indiscusso dell'Anonima sequestri.
Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina interviene in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del piccolo ismaelita rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio. Le circostanze della liberazione non sono mai state del tutto chiarite. Alla versione della polizia e del governo, che ha sempre negato che fosse stato pagato un riscatto, si contrappone quella di Mesina ribadita in alcune interviste, secondo cui la polizia pagò circa un miliardo di lire per il rilascio dell'ostaggio, aiutando la famiglia del bambino a soddisfare le richieste dei rapitori.
Dopo la grazia Mesina lascia il carcere di Voghera ma rimane agli arresti domiciliari per 11 anni, senza mai ottenere permessi (neanche in occasione della morte della madre), per fare ritorno da uomo libero nella sua Orgosolo.
Complessivamente Mesina ha trascorso 40 anni in carcere, quasi 5 da latitante e 11 agli arresti domiciliari.
Dopo la liberazione, Mesina, tornato nella natia Orgosolo, ha intrapreso la carriera di guida turistica, accompagnando i turisti nell'esplorazione delle zone più impervie della zona, spesso teatro delle sue latitanze e delle rocambolesche fughe. Come per esempio sul Supramonte. Insieme ad altri due soci, nel 2007 ha aperto un'agenzia di viaggi a Ponte San Nicolò, in provincia di Padova.
Il 6 luglio 2015 i carabinieri del nucleo investigativo di Nuoro hanno notificato all'ex primula rossa del Supramonte un avviso di conclusa indagine per un omicidio di 41 anni fa.
Stando alle prime indiscrezioni si tratta del delitto di Santino Gungui, classe 1937, ucciso a Mamoiada a colpi di fucile calibro 16 nella notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1974.
Gli inquirenti (l'inchiesta è coordinata dalla Procura di Nuoro) sarebbero riusciti a far luce su questo vecchio episodio grazie alle intercettazioni che due anni prima hanno portato in carcere Mesina con l'accusa di associazione per delinquere, traffico di stupefacenti e un'altra lunga serie di reati.
Nel 1974 Grazianeddu era in carcere ma - stando a quanto emerso - avrebbe commissionato il delitto di Santino Gungui per punirlo del fatto che si fosse tenuto dei soldi che avrebbe invece dovuto consegnare a suoi uomini di fiducia.
E di questo, prima del suo ultimo arresto, l'ex bandito di Orgosolo si sarebbe vantato con i complici nel traffico di droga senza sapere di essere intercettato.
Il 12 dicembre 2016 viene condannato a 30 anni di reclusione dal tribunale di Cagliari, che dispone altresì la revoca del provvedimento di grazia. Il 7 giugno 2019 viene tuttavia scarcerato per decorrenza dei termini. La Cassazione rigetta il ricorso del legale, ma il 2 luglio 2020, i carabinieri recatisi presso l'abitazione dell'uomo per notificare il verdetto e ricondurlo in carcere, non trovano nessuno. Mesina, a 78 anni, è nuovamente latitante.

martedì 30 settembre 2014

#Italy #CascateLequarci - Ulassai - Sardegna


 cascate lequarci

Le cascate di Lequarci si trovano presso località Santa Barbara, nel comune diUlassai in Sardegna. Le acque del rio Lequarci, provenienti dall'altopiano di Baulassa, scendono con diversi rivoli da una falesia calcarea ad anfiteatro compiendo un salto di circa 50 metri (da 700 a 650 m s.l.m) per una larghezza di circa 70 metri, dopodiché scorrono impetuosamente per un ulteriore dislivello di 75 metri prima di riversarsi in piccoli laghi. Si congiungono in località "s'isca e Perdu Tolu" con le acque di un'altra cascata imponente di Ulassai: la Cascata di Lecorci  

lunedì 6 maggio 2013

#ltaly e i suoi #Borghi: Bosa - Sardegna

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Il nome

  Il nome fenicio era Bs’n, che significa semplicemente “il popolo di Bosa”, dunque un nome etnico collettivo, riportato in un’epigrafe del IX-VIII sec. a. C.

La Storia

IX-VIII sec. a. C. , la fondazione fenicia di Bosa è testimoniata da un’epigrafe rinvenuta nell’area in cui sarebbe poi sorta la Bosa Vetus romana, sulla riva sinistra del fiume Temo.
VIII-IX sec. d. C. , l’antico municipium romano, dopo essere stato capoluogo della “curadorìa” della Planargia, viene abbandonato a causa delle scorrerie dei predoni saraceni.
1122, il giudice di Torres concede il feudo di Bosa ai marchesi Malaspina, signori della Lunigiana, che edificano il castello dotandolo di una prima cinta muraria con quattro alte torri.
1300 ca. , la cinta muraria viene ampliata a seguito della minaccia costituita dagli Aragonesi, che contendono Bosa ai giudici d’Arborea; nel 1308 Bosa è ceduta dai Malaspina ai Catalani e nel 1328 entra a far parte dei territori degli Alborea.
1330, con la conquista catalano-aragonese Bosa è concessa in feudo al catalano Pietro Ortiz. La città poi torna agli Arborea con Mariano IV e rimane alla casata sarda finché, dopo la sconfitta dell’ultimo giudice d’Arborea nel 1409, è riconquistata dai catalano-aragonesi, dai quali viene infeudata all’ammiraglio aragonese Giovanni de Villamarì nel 1468.
1559, alla morte dell’ultima erede dei Villamarì, la baronia di Bosa torna alla Corona di Spagna con uno statuto giuridico di autonomia.
1807-21, sotto il governo sardo-piemontese, la comunità di Bosa è capoluogo di provincia.
1836, dopo la soppressione dei feudi, si sviluppa l’attività di concia delle pelli nel quartiere Sas Conzas e vengono rinnovati e abbelliti i palazzi del corso.
1877, inaugurazione dell’acquedotto.


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Il borgo medievale di Sa Costa

  Le palme del lungofiume mosse dal vento, la linea di casette basse delle Concerie, i viottoli in sasso di fiume del quartiere medievale; e oltre, il verde nelle sue sfumature, il mare azzurro e, se si è fortunati, il volo del grifone intorno al Castello dei Malaspina. Questa è Bosa: luogo dal fascino strano, incerto tra fiume e mare, dai colori indefinibili, dai sentimenti forti ma introflessi, come di chi si sente ben radicato nella propria cultura.

Nata fenicia, quando le navi dei cartaginesi solcavano il Mediterraneo, Bosa si trova sulla costa nord-occidentale della Sardegna, capoluogo della Planargia, regione a vocazione agricola. La città romana sorgeva lungo il corso del fiume, nei pressi (anzi, un po’ più a monte) dell’attuale Basilica di San Pietro extra muros, ormai in aperta campagna, edificata in forme romaniche nel 1062, con bellissima facciata del XIII secolo. Dopo l’abbandono causato dalle scorribande dei pirati saraceni, il nuovo insediamento – quello odierno - ha origine dal Castello dei Malaspina, fortezza militare costruita nel 1112, al cui interno si trova la chiesetta di Regnos Altos con interessanti affreschi di ambiente italo-provenzale del XIV secolo. Intorno al colle dominato dal castello si è sviluppato il borgo medievale, corrispondente al quartiere Sa Costa, caratterizzato da un intreccio di vicoli che seguono le curve del colle, raccordati da scalinate in trachite, e su cui si affacciano case nell’apparente disordine dell’architettura spontanea, in cui si mescolano abitazioni povere e edifici di pregio, in un amalgama urbano che è tra i più originali della Sardegna. Vi abita gente paziente, dedita ad un artigianato del ricamo e della filigrana in oro, che necessita di gesti antichi: di quando le donne intrecciando fili scongiuravano ritualmente i pericoli affrontati dagli uomini in mare. Guardando frontiere e arrembaggi, questa comunità è cresciuta accumulando tesori: palazzi, chiese e opere d’arte e i profumi della Malvasia ricavata dai vigneti assolati, quasi nascosta nelle cantine nella parte bassa di Sa Costa, dove oggi si può degustare.

Il salotto buono del borgo è Sa Piatta, ossia il corso Vittorio Emanuele dove, vicino al Ponte Vecchio, si trova la Cattedrale dell’Immacolata risalente al XV secolo ma ricostruita ai primi dell’Ottocento, con decorazioni pittoriche di Emilio Scherer (che ha eseguito le decorazioni anche della Chiesa di Santa Croce). Uscendo, si incontrano la Chiesa del Rosario, sormontata da un orologio bifacciale del 1875 e con la parte inferiore della facciata in trachite rossa, e la piazzetta con la fontana in marmo, circondata dagli archi del seicentesco Palazzo Delitala e dal settecentesco Palazzo Don Carlo. Da vedere anche la Chiesa del Carmine con annesso Convento (oggi sede del Comune) edificata nel 1779 in stile barocchetto piemontese perché qui – è bene ricordarlo – dal 1720 dominavano i Savoia. Nella penombra dell’interno risplendono i preziosi marmi policromi dell’altare maggiore (1791) e della cappella della Madonna di Mondovì.

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 Dirigendosi verso il mare, sulla sponda opposta del fiume, di fronte al borgo medievale di Sa Costa, si affaccia il quartiere conciario di Sas Conzas, il complesso architettonico della Bosa ottocentesca. Oggi le Concerie sono monumento nazionale in quanto splendido esempio di archeologia industriale. Arrivati a Bosa Marina, sono da vedere la Chiesa di Stella Maris (Santa Maria del Mare), completata nel 1689 fondendo elementi gotico-catalani e forme rinascimentali, e la grande Torre Aragonese dell’Isola Rossa, che sorveglia l’ampia spiaggia ed è un esempio di architettura militare del Cinquecento.

Tante sono, alla fine della nostra passeggiata, le immagini di Bosa che ci portiamo via: il lungofiume languido al tramonto, la veduta di Sas Conzas dal ponte pedonale e quella dell’Immacolata dal Ponte Vecchio, i misteriosi affreschi di Regnos Altos, la facciata di San Pietro in trachite rossa, le cupole della Stella Maris, i volti della gente stagliati sui fondali delle case di Sa Costa, i dipinti di Melis, il colore ocra della trachite che disperde il buio delle notti aragonesi.

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Il prodotto del borgo

  Le vigne della celebre e ambrata Malvasia fanno da corona a un centro storico dove si vede ancora qualche donna anziana intenta a lavorare al telaio il filet di Bosa, ricamando al telaio antichi disegni. Altra tradizionale attività è la lavorazione della filigrana in oro.


 fonte web: http://www.borghitalia.it

venerdì 8 marzo 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Castelsardo - Sardegna

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Il nome

Ad ogni dominazione il borgo ha cambiato nome.
Fondato nel 1102 dalla famiglia ligure dei Doria col nome di Castel Genovese, fu chiamato Castell'Aragonese nel 1448 dagli Spagnoli che, dopo averlo conquistato, gli concessero il privilegio di diventare "città regia".
Fu infine ribattezzato Castelsardo nel 1769 dai governanti sabaudi.

La Storia

• 1102, la fortezza è fondata con il nome di Castel Genovese dalla famiglia genovese dei Doria, al tempo della lunga contesa tra i genovesi e i pisani.
• 1357, Brancaleone Doria diviene signore della città e sposa Eleonora d'Arborea, che diventerà famosa per il codice delle leggi detto "Carta de Logu". L'ultimo signore dei Doria è Nicolò, figlio di Brancaleone, al quale si devono gli "Ordinamenti del porto", di cui si trova traccia nelle tradizioni locali.
• 1448, la rocca cade nelle mani degli aragonesi, dopo un assedio durato dieci anni. La fortezza cambia nome e diventa Castell'Aragonese, in omaggio ai nuovi conquistatori, e ottiene, assieme ad altre sei città della Sardegna, il titolo di "città regia".
• 1527, il capitano di ventura Renzo Ursino di Ceri e l'ammiraglio Andrea Doria cercano di riconquistare la rocca, ma gli abitanti riescono a respingere gli attacchi, aiutati anche dalle fortissime e improvvise raffiche di maestrale che mettono fuori uso la flotta. Castell'Aragonese resiste e così gli assedianti ripiegano su Sassari, che viene messa a ferro e fuoco. Di quel'epica battaglia si conserva ancora oggi una palla di cannone incastonata nelle alte mura che circondano la Chiesa di Santa Maria.
• 1554, insieme alla peste si ripresentano gli assalitori: restaurata, la fortezza consente alla popolazione di respingere nel 1561 gli attacchi delle navi ottomane. Gli assalti dei turchi si susseguono negli anni successivi e culminano nel feroce scontro del 1576. Con il restauro del 1625, le fortificazioni assumono la struttura che si è conservata fino ai nostri giorni.
• 1708, al dominio aragonese subentra quello austriaco.
• 1717, i castellanesi si arrendono alle truppe del cardinale Alberini e cadono nuovamente sotto la dominazione spagnola:
• 1720, ha inizio il periodo sabaudo e la ripresa economica, con la costruzione di scuole, di un ufficio postale e della strada che collega la città a Sassari, il capoluogo di provincia.
• 1769, Carlo Emanuele III, acconsentendo ad una proposta presentata dal consiglio comunale, ribattezza la città con il nome di Castelsardo.

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Il retablo del maestro catalano e il rito gotico del "Lunissanti"

Arroccato su un grande prmontorio affacciato sul mare, Castelsardo con il suo quartiere della Cittadella, o Casteddu - vale a dire il labirinto di stradine contorte dell'antico borgo - offre una visione di gran fascino.
Infatti, da qualsiasi prospettiva lo si guardi - escludendo dalla visuale il quartiere moderno di Pianedda e l'insediamento sul litorale delle Marine - il promontorio di Castelsardo regala vedute da cartolina, in particolare dal Castello, che oggi ospita il Museo dell'Intreccio Mediterraneo ed è sede di convegni e di eventi culturali.


http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castelsardo_Street_in_Castell.jpg

  Con i suoi innumerevoli scalini e il dedalo di stradine su cui si affacciano le tipiche abitazioni sviluppate in verticale, gli slarghi in pietra e le piazzette, il centro storico conserva l'impianto risalente alla sua fondazione avvenuta nel 1102, oltre 900 anni fa.
Tra i monumenti più importanti spicca la Cattedrale di S. Antonio Abate, patrono della città, visibile dal mare anche da diverse miglia, grazie al suo campanile in maioliche colorate.
La chiesa¸ sorta nel 1503, conserva uno dei più preziosi retabli della Sardegna, realizzato dal "Maestro di Castelsardo". L'opera, anteriore al 1492, è composta di quattro elementi di polittico dipinti combinando tempera e olio su tavola con fondo d'oro e rivela l'abilità dell'artista di padroneggiare il linguaggio figurativo fiammingo, che dà moltissima importanza alla luce. Non solo: l'artista è riuscito a adattare le nuove esigenze spaziali del rinascimento italiano all'impalcatura gotica che il retablo impone. All'interno della chiesa si ammirano anche arredi di gran pregio, quali gli altari settecenteschi scolpiti nel legno di ginepro.

Poco oltre, circondata da alte mura che fanno da quinta alla piazzetta antistante, si trova la Chiesa di S. Maria, sede della Confraternita di S. Croce, dalla quale prendono avvio le antichissime sacre rappresentazioni della Settimana Santa. La chiesa custodisce alcuni notevoli tesori, come la Pieddai, una statua di legno policromo raffigurante la Madonna, e soprattutto il crocefisso ligneo del "Cristo Nero", il più antico dellaSardegna, realizzato dai benedettini nel Trecento e portato in processione nella famosa festa del Lunissanti.

Gli insediamenti nel territorio di Castelsardo risalgono, però, a molto prima del medioevo, addirittura al neolitico, come testimoniano i numerosi nuraghi eretti nell'area circostante e le Domus de Janas.
Una di queste, la "Roccia dell'Elefante", così chiamata per il particolare aspetto che nel tempo le hanno dato gli agenti atmosferici, risale all'età del Rame.

http://www.sardegnaturismo.it/sites/default/files/Castelsardo,%20Roccia%20dell%27elefante.jpg?u=%2Fit%2Fpunto-di-interesse%2Fcastelsardo
Si trova sulla strada per Sedini ed ha di fronte il nuraghe Paddaggiu, appartenente all'ultima fase dell'età nuragica e ancora ben conservato. Un'altra testimonianza di questo evo profondo è il nuraghe Ispighia, situato nell'omonima località in posizione strategica sopra la vallata del fiume Frigianu.

Dalla parte occidentale il promontorio di Castelsardo, allungandosi sul mare verso l'isola dell'Asinara, chiude l'imboccatura del porto di Frigiano, offrendo ai naviganti un sicuro riparo, mentre nella parte opposta degrada sul mare. E' qui che gli antichi romani hanno realizzato uno dei loro approdi, Cala Austina, ancora oggi una bellissima baia.


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    ll prodotto del borgo

Sedute sulle scalette dei vicoli dell'antico borgo, è possibile vedere le donne intrecciare cestini in palma nana, seguendo una tradizione tramandata di madre in figlia che risale, pare, all'epoca dei benedettini, ovvero al XIV secolo.
I pescatori più anziani invece costruiscono con il giunco le nasse, una sorta di cestini conici utilizzati per la pesca dell'aragosta.

Il piatto del borgo

Gli spaghetti con i ricci oppure con l'aragosta, e in generale tutti i piatti a base di pesce.
Il periodo migliore per gustare i ricci è quello invernale, da gennaio a marzo, mentre per le aragoste è preferibile attendere l'estate, poiché nel periodo più freddo occorre rispettare il fermo biologico.


fonte web: http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=195&codice=elenco&page=1

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