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giovedì 10 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 10 settembre 1898 a Ginevra, moriva per mano di un anarchico Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota ai più come principessa Sissi.
Nata il 24 dicembre 1837 a Monaco di Baviera, dal duca Massimiliano Giuseppe di Baviera e dalla duchessa Ludovica, la sua infanzia fu trascorsa con una educazione borghese e non rigidamente legata ai precetti della nobiltà e dell'etichetta.
Quando nel 1853 fu organizzato l'incontro tra il figlio della arciduchessa Sofia, Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, ed Elena, prima figlia della duchessa Ludovica (sorella di Sofia), fu chiaro a tutti che l'imperatore si era invaghito della figlia minore, Elisabetta.
Si decise dunque di organizzare il matrimonio tra di loro, non appena ottenuta la dispensa papale (gli sposi erano cugini di primo grado).
I primi tempi a corte furono traumatici per l'imperatrice, che dovette in poco tempo colmare le sue lacune di educazione, imparando l'italiano, il francese, la storia d'Austria e soprattutto tutti i rigidi cerimoniali a cui lei non era abituata. il 5 marzo 1855 nacque la prima figlia Sofia, e un anno più tardi la seconda, Gisella.
Elisabetta volle portare i figli con sè nei viaggi di stato che il marito periodicamente compiva, accorgendosi per la prima volta che fuori da Vienna il popolo non era poi così favorevole all'imperatore come le facevano credere; al contrario, molto interesse era suscitato dalla presenza di Sissi, di cui tutti volevano ammirare la famosa bellezza.
Secondo le cronache, Elisabetta era alta 1 metro e 72 e pesava 50 kg, aveva capelli castani folti e lunghissimi, che sciolti le arrivavano alle caviglie. Quasi tre ore occorrevano quotidianamente per vestirsi, poiché gli abiti le venivano quasi sempre cuciti addosso per far risaltare al massimo la snellezza del corpo; la sola allacciatura del busto - per ottenere il suo famoso vitino da vespa - richiedeva spesso un'ora di sforzi. Il lavaggio dei capelli era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac ed uova e richiedeva un'intera giornata, durante la quale l'Imperatrice non tollerava di essere disturbata. Altre tre ore erano dedicate all'acconciatura dei capelli, che venivano intrecciati da Fanny Angerer, ex parrucchiera del Burgtheater di Vienna, di cui all'imperatrice erano piaciute le fantasiose acconciature delle attrici. Elisabetta era impegnata per il resto della giornata con la scherma, l'equitazione e la ginnastica (a tal scopo, aveva fatto allestire in tutti i palazzi in cui soggiornava delle palestre attrezzate con pesi, sbarra e anelli). Costringeva inoltre la propria dama di corte a seguirla durante interminabili e forsennate passeggiate quotidiane. Per preservare la giovinezza della pelle Elisabetta faceva uso di maschere notturne (a base di carne di vitello cruda o di fragole) e ricorreva a bagni caldi nell'olio d'oliva; per conservare la snellezza, oltre a rispettare il rigoroso regime alimentare, dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati e beveva misture di albume d'uovo e sale. Mascherava la propria anoressia con l'ossessione per un'alimentazione sana.
Durante un viaggio di Stato in Ungheria la prima figlia Sofia si ammalò e morì; Sissi si dava la colpa avendola voluta con sè per il viaggio, e non volle più curarsi personalmente dell'educazione della figlia Gisella, affidandola a Sofia (la nonna).
Nel 1858 nacque Rodolfo, finalmente un maschio, erede dell'impero. Nel 1860 i tumulti che scuotevano l'Europa portarono Francesco Giuseppe sempre più lontano da corte, ed Elisabetta si ammalò. Le sue continue e robuste diete dimagranti, la forte attività fisica a cui si sottoponeva per mantenere il fisico tonico e bello, la indebolirono a tal punto che le fu consigliato di svernare in un paese caldo, a Madeira, dove abbandonò quasi completamente la vita di corte.
Nel 1889 il figlio Rodolfo morì suicida con l'amante, la baronessa Maria Vetsera; Sissi ne fu ulteriormente colpita nell'animo. Nel 1898, a Ginevra, mentre stava per imbarcarsi su un battello, l'anarchico italiano Luigi Lucheni la colpì con una stilettata al cuore. Il busto di Elisabetta era talmente stretto che lei non provò alcun dolore e continuò a camminare come se nulla fosse successo per altri 20 minuti, prima di abbattersi al suolo per l'emorragia interna.
Oggi riposa insieme al marito e al figlio nella cripta dei Cappuccini, a Vienna.
lunedì 24 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 agosto 1981 Mark David Chapman veniva condannato all'ergastolo dallo stato di New York per l'omicidio di John Lennon.
26 anni, guardia giurata dal passato burrascoso, con episodi di tossicodipendenza e scarsa lucidità mentale, Chapman era furioso con Lennon perchè il suo idolo aveva rinnegato il passato dei Beatles e professava addirittura un mondo in cui venisse abolita la religione o la proprietà privata. Era deciso a fargliela pagare.
L'8 dicembre 1980 Chapman intercettò Lennon all'uscita dalla sua residenza e si fece fare una dedica sulla copertina del suo ultimo album. Da notare che un fotografo nei pressi, Paul Goresh, immortalò la scena; dunque abbiamo una foto di Lennon col suo assassino (quella qui riprodotta). Chapman rimase davanti alla casa di Lennon, e quando due ore dopo lui tornò, gli urlo "Ehi Lennon, stai per entrare nella storia" sparandogli 5 colpi di pistola nel petto. Poi si mise a leggere "Il giovane Holden", romanzo che fin dall'adolescenza aveva ispirato il suo modo di essere. Quando giunsero sul posto i poliziotti gli chiesero "ma lo sai cosa hai fatto?" e lui rispose "si, ho ucciso John Lennon".
Chapman si trova da 47 anni in carcere, attualmente nella prigione di Wende, nello stato di New York. Nel 2014 ha ammesso di essere stato «un idiota» e s'è detto dispiaciuto, davanti alla commissione che doveva decidere se concedergli la libertà condizionata, «di aver causato tanto dolore».
Alla commissione, l'uomo ha detto che John Lennon «era un uomo di grande talento» e «molte, molte persone lo amavano e ancora lo amano», aggiungendo che, in prigione ancora riceve molte lettere di persone che gli raccontano del dolore che la morte dell'ex Beatles ha causato loro.
Nel progetto di ucciderlo, ha spiegato Chapman «ho visto una via d'uscita, un modo facile per superare la mia depressione», salvo poi accorgersi di aver preso una «decisione terribile», pur sapendo ciò che stava facendo: «Mi dispiace di essere stato così idiota e di aver scelto la parte sbagliata della gloria».
Ma al 65enne non è bastato il dietrofront: per l'ottava volta la sua richiesta è stata bocciata (è dal 2000 che ci prova) e lui è così rimasto in carcere dove sta scontando una condanna all'ergastolo. Il 27 agosto 2022 la sua richiesta per la libertà condizionata è stata bocciata per la dodicesima volta.
venerdì 12 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 12 giugno 1994 vennero uccisi Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson e il suo amante Ronald Goodman. Della loro morte venne accusato l'ex marito, l'ex giocatore di football e attore cinematografico Oriental James Simpson, noto soprattutto per la trilogia della "pallottola spuntata", catturato dopo uno spettacolare inseguimento sulle autostrade della California ripreso dalla maggior parte dei network televisivi americani.
“Ricordo di aver pensato subito: “Mio Dio, devo stare attento a non finire in questo lago di vernice rossa”… Poi capii che era invece sangue umano. C’erano 2 cadaveri, una donna e un uomo. La donna aveva la testa quasi recisa dal collo. L’uomo era pieno di ferite di coltello. Ne contai almeno 10, ma poi scoprimmo che erano 17. Non avevo mai visto un massacro simile”. Così il detective della polizia di L. A., Fuhrman, descrisse la scena del crimine come gli si presentò la notte del 12 giugno 1994, quando le autorità accorsero alla telefonata allarmata di un residente della zona che aveva notato una sagoma stesa a terra sul viale d’ingresso di una delle abitazioni vicine.
Le vittime – La donna era Nicole Brown, 35 anni, ex moglie del campione di football, attore e star TV, Orenthal James Simpson. L’uomo si chiamava Ronald Lyle Goldman, 25 anni, cameriere e presunto amante della donna, entrambi uccisi nella casa di lei. Il sangue era ovunque ma l’arma del delitto, presumibilmente una lama di 13 cm, sembrava introvabile. L’assassino, tuttavia, aveva lasciato parecchi indizi a partire da un guanto sporco di sangue, rinvenuto accanto ai cadaveri. Inoltre, alcune analisi rivelarono anche la presenza di tracce ematiche di una terza persona. Dunque – conclusero gli inquirenti – chiunque avesse ucciso la coppia aveva incautamente scordato il guanto e forse, nella concitazione dell’aggressione, si era ferito perdendo sangue. Un elemento determinante per stabilire il DNA del killer. I primi sospetti caddero subito sull’ex campione Simpson già accusato dalla moglie, tempo prima, di maltrattamenti.
I rapporti tra i 2 ex coniugi erano molto tesi. Queste le parole di Nicole a proposito della vita con Simpson, in una lettera che la donna scrisse al consorte poco prima della separazione: “Sono rimasta incinta 2 volte, e ogni volta mi hai lanciato occhiate di disgusto per i chili che avevo preso. Dicevi che ti facevo schifo… Dopo aver dato alla luce Justin, mi hai picchiato così violentemente che ho dovuto mentire al medico […]. Non c’è stato un solo giorno della nostra vita insieme in cui tu non mi abbia fatto rimpiangere di averti sposato”.
Le accuse nei confronti di Simpson divvennero prove di reato quando la polizia – ottenuto a poche ore dal rinvenimento dei corpi il permesso di perquisire la casa dello sportivo – trovò il secondo guanto della scena del crimine, anch’esso intriso di sangue. E questo fu solo l’inizio di una lunga serie di indizi a carico.
La notte dell’omicidio, il giocatore di football era a Chicago all’O’Hare Plaza Hotel e tornò nella sua casa di L.A. solo il mattino dopo, atteso da una folla di cronisti interessati ad un commento della star sulla vicenda e sui sospetti intorno alla sua persona. I giornalisti volevano lo scoop e questo non tardò ad arrivare: mentre Simpson era impegnato a spiegare la propria estraneità ai fatti, le telecamere inquadrarono il suo braccio bendato. O.J. era ferito. A queste evidenze si unirono la testimonianza di un negoziante che sostenne di aver venduto, qualche giorno prima, a Simpson uno Stiletto tedesco e quella dell’autista del campione, Allan Park, il quale diede indicazioni molto precise sugli spostamenti del datore di lavoro la sera del 12 giugno. Il dipendente raccontò che alle 22.30 avrebbe dovuto recarsi a casa Simpson al fine di accompagnare l’uomo all’aeroporto in tempo per il volo verso Chicago delle 23.30. L’autista era arrivato puntuale a casa di O. J. ma nessuno aveva risposto al suono del campanello. Il dipendente aveva atteso circa 25 minuti fuori dalla porta e durante l’attesa aveva notato la sagoma di un uomo che correva dietro la casa del campione. Gli era parso che si trattasse di un uomo di colore ma il buio gli aveva impedito di distinguere la figura. Un fatto certo fu che dopo aver visto la sagoma, Park provò nuovamente a suonare alla porta ottendo, questa volta, risposta. Simpson si giustificò sostenendo che si era appisolato e non aveva sentito i ripetuti richiami dell’autista, dopodichè i 2 erano partiti in direzione aeroporto.
Quando gli agenti giunsero alla villa di O. J. per arrestarlo, il campione era già fuggito. Dopo aver sequestrato l’amico Al Cowlings sotto la minaccia di un’arma da fuoco, i 2 si erano lanciati in una corsa senza meta a bordo di un Branco Ford. La fuga si concluse ore dopo con il fermo di Simpson per omicidio, resistenza a pubblico ufficiale, sequestro di persona e tentata fuga.
Al processo l’accusa sostenne che Simpson, colto da un raptus incontrollabile di gelosia, avesse massacrato la moglie e il di lei amico trovandoli a casa insieme. Inoltre, il test del DNA aveva confermato che la terza persona presente sul luogo del delitto era l’imputato. Tutto sembrava incolpare il giocatore, tuttavia, l’opinione pubblica era divisa sulla vicenda e il processo assunse presto i toni di una questione razziale. L’America nera vedeva nel caso Simpson l’ennesima ingiustizia perpetrata ai danni della gente di colore con un’imputazione priva di vero movente. L’America bianca, invece, viveva la questione con imbarazzo: se le stesse prove avessero riguardato qualsiasi altro individuo e non un Simpson mito del football la condanna sarebbe stata certa ed immediata.
Poi arrivò la svolta. Mentre l’agente Fuhrman veniva accusato dalla difesa di razzismo e di inquinamento della prove, Simpson venne invitato dall’accusa ad indossare i guanti dell’assassino per accertarsi che fossero della taglia giusta. Gli indumenti erano troppo piccoli. Il 3 ottobre del 1995 Simpson fu prosciolto con formula piena. Dieci anni dopo, uno dei legali del campione, Lee Bailey, dichiarò pubblicamente che Simpson, al tempo del processo, aveva fallito il test della macchina della verità e che i risultati erano stati nascosti per non aggravare la sua posizione. Simpson non si scompose: “[…] Io sono sereno in ogni caso. Se anche i cadaveri uscissero dalle tombe e mi accusassero di essere l’assassino, non si può essere processati 2 volte per lo stesso crimine. Sono stato assolto […]. Questa è la verità e l’America e il mondo devono accettarla”.
Successivamente, O.J. Simpson stava scontando una pena di 33 anni per rapina a mano armata e sequestro di persona; dopo i primi 9 anni presso il penitenziario di Lovelock, nel Nevada, dal 2017 è stato posto in libertà vigilata. La condanna è stata comminata poiché fu ritenuto colpevole di aver rubato in una stanza d'albergo a Las Vegas, il 16 settembre 2007, dei cimeli che a suo dire gli erano stati sottratti tempo prima. E' deceduto il 10 aprile 2024 a causa di un cancro alla prostata, all'età di 76 anni.
Un investigatore privato, William Dear, ha pubblicato un libro nel quale sostiene che O.J. sia davvero innocente.
Secondo l'investigatore privato, il vero colpevole sarebbe Simpson junior, all'epoca dei fatti 24enne, proprietario del fodero di cuoio in cui è custodita l'arma. A incastrarlo anche il diario segreto e alcune email sospette inviate ai compagni di college. Ma è soprattutto una foto - in possesso di Dear - in cui James indossa un berretto rinvenuto poi sulla scena del delitto.
Un omicidio compiuto per i problemi psichici del figlio di O.J. (disordini di rabbia a intermittenza), tanto che il crimine non sarebbe stato premeditato.
O.J. ha deciso di non commentare le rivelazioni contenute nel libro dell'investigatore; al momento, la magistratura americana non ha riaperto il caso e in sede penale il duplice omicidio resta ancora senza un colpevole.
lunedì 27 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 27 aprile 1986 muore a Lamezia Terme, all'età di 35 anni, Graziella Franchini, più conosciuta come "Lolita", cantante degli anni 60 e 70.
Graziella Franchini nasce nel 1950 in provincia di Verona, ha solo sedici anni quando viene notata dal maestro e talent scout Franco Chiaravalle ad una festa parrocchiale in provincia di Milano, mentre si esibisce in un piccolo palco su brani di artisti famosi. L’uomo rimane fortemente impressionato dall’incredibile potenza vocale della giovane, in forte contrasto con il suo fisico: minuto, grazioso, con un visetto regolare solcato sul mento da una deliziosa fossetta e dagli occhi di un verde mare incredibile; unisce il tutto un sorriso accattivante velatamente sexy. E’ come una folgorazione.
Presi accordi al termine dell’esibizione la presenta a Mara Del Rio, una famosa cantante degli anni 50, ora discografica che dopo un provino la mette immediatamente sotto contratto. In omaggio al suo aspetto sbarazzino e forse in simbiosi con una moda imperante all’epoca le assegna il nome d’arte di Lolita dal famoso e controverso romanzo di Nabokov.
Lolita incide il suo primo 45 giri dal titolo "Matusalemme", un brano in stile Ye-ye senza grandi pretese, ma dove ha modo di evidenziare le sue non comuni doti vocali.
Con questo partecipa al Festival di Pesaro e si classifica prima assoluta sbaragliando tutti gli avversari.
Nel 1967 partecipa al più importante Festival di Zurigo con un brano costruito appositamente per lei, "La mia vita non avrà domani", un titolo che come vedremo più avanti si rivelerà beffardamente profetico.
Il brano e l’interpretazione perfetta le assegnano anche in questo caso il primo posto assoluto, scatenando aspre polemiche poiché in quel festival partecipano tutti i migliori e collaudati cantanti del momento.
A smentire tutti arriveranno subito dopo i dati delle classifiche di vendita dei dischi dove Lolita compare immediatamente.
Ovviamente questo successo le aprirà le porte della televisione, con caroselli e partecipazione a varie trasmissioni musicali dove è sempre accolta con favore di pubblico.
Nel 1968 partecipa al Festival di Lugano con un remake di "Come le rose", uno splendido pezzo degli anni venti dove alla sua voce si unisce un'efficacissimo arrangiamento moderno. Lolita anche in questo contesto si aggiudica il primo posto. La sua carriera è ora tutta in ascesa ed è un asso pigliatutto.
Il 1969, è un anno magico per Lolita: partecipa all'edizione forse più bella e combattuta di "Un disco per l'estate". Cinquantasei sono i cantanti in gara con altrettante canzoni tutte di qualità medio alta. Dopo una lunga e combattuta selezione radiofonica, ventiquattro approderanno a Saint Vincent e solamente dodici avranno accesso alla serata finale ripresa dalla RAI.
Lolita rientra a buon diritto tra queste, presenta un brano dal titolo "L'ultimo ballo d'estate" che sarà il suo più grosso successo discografico in termini di vendite e gradimento. Si presenta sul palco del casinò delle feste in forma smagliante, con una vertiginosa minigonna che mette ancor più in evidenza il suo fisico perfetto; il viso incorniciato dai capelli biondissimi e corti ed un trucco marcato fanno il resto. Interpreta il suo brano, che è tipicamente estivo in modo esemplare muovendosi con grazia ed eleganza conquistando le simpatie di tutto il pubblico presente in sala e dei telespettatori. Non si aggiudicherà il primo posto ma il successo è assicurato.
Poco dopo partecipa al Festival di Napoli in coppia con Peppino di Capri dove presenta addirittura due brani, anche questi accolti in modo favorevole.
Oramai sembrerebbe giunto il momento del successo definitivo per lei ed invece inspiegabilmente la sua carriera subisce una brusca frenata. Forse incomprensioni con la sua casa discografica (che nel frattempo ha lasciato) la portano ad un periodo di stallo in cui sembra aver smarrito la creatività.
Concorre al Disco per l'estate del 1970 con "Circolo chiuso" ed al successivo del 1971 con "io sto soffrendo", brani dignitosi che però aggiungono poco al suo curriculum canoro.
Nel 1973 ritorna alla sua vecchia casa discografica che le prepara un rilancio in grande stile coronando il suo desiderio di sempre: partecipare al festival di Sanremo.
Lolita, che oramai ha lasciato i panni della ragazzina beat ed è diventata una giovane donna nel pieno della sua bellezza, ha affinato la sua vocalità, diventata più morbida e sensuale. Quella che si presenta sul palco dell’Ariston è una nuova Lolita, ancora più solare e radiosa.
Presenta un brano bellissimo, melodico e raffinato dal titolo “Innamorata io” che esegue in maniera impeccabile e riscontra un’ottima accoglienza dal pubblico in sala.
All'epoca il regolamento sanremese prevedeva la doppia esecuzione dello stesso brano; a Lolita viene abbinato nientemeno che Claudio Villa, il reuccio che gode sempre di immensa fama. Una strategia discografica importante per rafforzare Lolita, che si rivelerà fallimentare. Villa dello stesso brano ne fa una versione nel suo stile, roboante e farraginosa; le sue doti canore sono indiscusse però in questo caso i due sono lontani milioni di anni luce come stile interpretativo.
Il verdetto sarà impietoso: eliminati entrambi. Per Lolita, che riponeva grandi speranze su questo rientro, sarà un enorme dispiacere, un dolore aggravato anche dal fatto che pure la sua vita sentimentale in questo particolare momento sta sgretolandosi.
E' l'ultima apparizione di Lolita in televisione e in grandi palcoscenici.
Continua con serate in locali e balere, scomparendo completamente dalla ribalta.
L' omicidio di Lolita fu scoperto il 27 aprile del 1986, in una villetta del complesso turistico "La Marinella" a Lamezia Terme. Il corpo della cantante fu trovato dai carabinieri. La cantante era stata massacrata a colpi di coltello e con il collo di una bottiglia alla testa e al pube. Per l' accusa la soluzione di quel giallo fu subito chiara: Teresa Tropea, trent'anni, e la madre Caterina Pagliuso, sessantaquattro, avevano ucciso la cantante perché questa aveva stretto una relazione sentimentale con l'ex fidanzato della ragazza, Michele Roperto, un giovane ginecologo dell'ospedale di Lamezia, separato dalla moglie e da diversi anni fidanzato con Teresa. Insomma la cantante che veniva dal nord aveva rubato il fidanzato e messo in pericolo un matrimonio più che probabile. Per questo andava punita. Nella sentenza di rinvio a giudizio il giudice istruttore di Lamezia, Salvatore Murone, aveva delineato la causale e le modalità del delitto in ogni suo aspetto. Nell'ottobre del 1985 Teresa Tropea, una bella ragazza dai lunghi capelli castani, occhi chiari, iscritta alla facoltà di medicina dell'università di Messina viene a conoscenza, questo il quadro dell'accusa, della relazione che Roperto ha instaurato forse fin dall'agosto di quell'anno con Lolita. Graziella Franchini da alcuni mesi si era trasferita da Milano in Calabria. Aveva abitato per un po' di tempo in un albergo, poi in una villetta del complesso turistico, case a schiera immerse nel verde, affacciate sul mar Tirreno. Fra Lolita e Michele Roperto le cose sembrano andare per il meglio ma di mezzo c'è Teresa. Anche in dibattimento il medico ha confermato che più volte Teresa cercò di far interrompere la relazione con Lolita e il venerdì santo del 1986 (un mese prima dell' omicidio) si verifica un episodio che ha poi rappresentato il punto centrale dell' accusa. Teresa e la madre si recano, infatti, nella villetta della Marinella e, presente Roperto, picchiano Lolita, colpendola anche con la leva di un cambio d'automobile. Dopo quell'espisodio, Roperto decide di troncare il fidanzamento con Teresa. Il 27 aprile, poi, Lolita viene uccisa.
Dopo due anni di dibattimento, che aveva suscitato l'attenzione morbosa dell'opinione pubblica, le due donne vengono assolte per insufficienza di prove.
A tutt'oggi l'omicida di Graziella Franchini non ha un nome.
lunedì 20 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 20 aprile 1998 ha inizio il processo per l'uccisione di Marta Russo.
Tra le 11:35 e le 11:40 del 9 maggio 1997 Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno della facoltà di Giurisprudenza, viene colpita alla testa da un proiettile e si accascia al suolo accanto all'amica Iolanda Ricci che le cammina a fianco. Il suo ferimento avviene nella città universitaria di Roma, nei pressi di un’aiuola che si trova fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate.
Appare subito chiaro agli investigatori che la ragazza non era l'obiettivo di chi ha sparato: si pensa che il colpo sia partito dai bagni a piano terra della facoltà di Statistica. Impossibile stabilire il calibro del proiettile, frantumato nell'impatto. Tutte le piste sono aperte.
Dopo cinque giorni di agonia Marta Russo muore. I suoi organi vengono espiantati e donati.
Le analisi della polizia scientifica scoprono “tracce significative” di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Le indagini vengono estese ai dipendenti di questa facoltà. Si apprende che le persone indagate per omicidio sono più di 40; si tratta di docenti, assistenti e amministrativi che lavorano all'Istituto di Filosofia del diritto.
L'esame del puntamento laser conferma che il colpo è partito dall'aula 6. Questa conclusione balistica verrà contestata ed in seguito risulterà fortemente dubbia.
Il professor Bruno Romano, direttore dell'Istituto di Filosofia del diritto della facoltà di Giurisprudenza, viene posto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento nei confronti dell'omicida. Secondo l'accusa, Romano avrebbe fatto pressioni sui testimoni perché non rivelassero chi era presente il 9 maggio nell'aula 6; si apprende che la testimonianza chiave è stata resa agli inquirenti da Maria Chiara Lipari, assistente di Bruno Romano. La donna subito dopo il ferimento a morte di Marta Russo, aveva riferito al prof. Romano di avere visto un gruppo di persone nell'aula 6 dell'istituto, tra cui un assistente. Il prof. Romano avrebbe detto alla Lipari: “Andare cauti con le dichiarazioni agli inquirenti e non rovinate il buon nome dell'istituto”.
Il 14 giugno, a un mese esatto dalla morte di Marta, sono arrestati gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, oltre all’usciere Francesco Liparota. Questi, arrestato per concorso in omicidio, ritratta completamente la versione dei fatti fornita al Gip, Gugliemo Muntoni, e al pm Carlo Lasperanza. Non è vero, avrebbe detto Liparota, che la mattina del 9 maggio alle 11,42 mi trovavo nella stanza n.6 dell' istituto di Filosofia del diritto, non è vero che ho visto Giovanni Scattone sparare e poi riporre la pistola nella cartella di Salvatore Ferraro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro negano tutto: la loro parola contro quella dei testimoni.
Dopo una settimana di arresti domiciliari, il direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, il professor Bruno Romano, è di nuovo un libero cittadino ed insieme a lui il direttore della biblioteca Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli. Anche se la pistola (e il bossolo) non è stata trovata, gli investigatori sono convinti che ormai le indagini sono nella fase conclusiva. Affermano di avere in mano tutti gli elementi per provare che il 9 maggio nell’aula sei, sotto gli occhi della segretaria Gabriella Alletto, dell'usciere Francesco Liparota e dell'assistente Salvatore Ferraro, l'altro assistente, Giovanni Scattone, ha impugnato un’arma e ha sparato.
Dalle carte dell’inchieste emerge che Gabriella Alletto fino al 14 giugno ha sempre negato di essere entrata nella stanza n. 6 dell'’Istituto di Filosofia del Diritto. Comparsa per otto volte davanti a magistrati e investigatori, la segretaria dell'’Istituto aveva sempre detto di non essere mai entrata nella stanza da dove sarebbe partito il proiettile che uccise Marta Russo. Emerge anche che fino al 14 giugno gli inquirenti avevano insistito sulle modalità attraverso le quali era stata assunta all’Università. In particolare il 27 maggio, in questura, l’Alletto affermava di aver ottenuto il lavoro “per chiamata nominativa” in virtù dell’interessamento di una persona “che non ha niente a che vedere con questa storia”. Sui motivi della sua assunzione, la Alletto, il 29 maggio successivo cambiava versione e dichiarava di essere stata assunta per un’invalidità “pari al 35% alla schiena riconosciuta dalla commissione di prima istanza di Atripalda (Avellino)”.
La procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere da zero gli accertamenti. Il proiettile sparato risulta compatibile con ben nove tipi di arma, compresa una carabina. Per quanto riguarda le tracce di sparo, i periti hanno rilevato sul davanzale della finestra dell’aula n. 6: una particella contenente Antimonio più Bario e una contenente Piombo e Antimonio, appartenenti alla classe residui dello sparo. In una breve nota, i periti affermano che “la particella contenente Antimonio e Bario è ritenuta in letteratura univocamente caratteristica dei residui dello sparo”.
Errori “di rilevazione merceologica”, valutazioni errate o “assurde”, “macroscopiche negligenze compiute dagli operatori”: la difesa di Ferraro e Scattone contrattacca con una perizia balistica fortemente critica nei confronti dei rilievi della Polizia scientifica. I tecnici della polizia giudiziaria avrebbero commesso “un errore grossolano” nel valutare il diametro del proiettile che ha colpito Marta Russo, che, in base alle dimensioni delle impronte di rigatura riferite dagli stessi tecnici, sarebbe di 5.13 mm. e non di 5.5 mm. Questo comporterebbe, di conseguenza, un'errata individuazione delle caratteristiche generali dell'arma che ha sparato. Per la difesa anche l'ipotesi che si tratti di un proiettile “hollow point”, ossia a punta cava (indicata come “verosimile” dall'accusa) non regge.
Nel frattempo i giudici del Tribunale del Riesame stabiliscono che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro devono restare in carcere in quanto l'omicidio di Marta Russo è "uno scellerato ed irragionevole gioco criminale". E ancora: “Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida é l’assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima”. Nell’ordinanza i giudici fanno riferimento anche all’”assoluta attendibilità” dei tre testi chiave, Maria Chiara Lipari, Gabriella Alletto e Francesco Liparota.
Il 19 luglio salta fuori un video dell’interrogatorio di Gabriella Alletto nell’ufficio del pubblico ministero Carlo Lasperanza. Si riferisce a quando la teste negava di essere stata all’interno dell’aula 6 al momento dello sparo. In quel frangente Lasperanza aveva convocato sia la Alletto sia il cognato, il vice ispettore di Ps, Luigi Di Mauro. Nel video si vede il magistrato uscire dalla stanza con una scusa, lasciando soli i due. La donna, anche di fronte alle sollecitazioni del cognato, dice di non essere entrata nella stanza al momento del delitto. Nei giorni successivi la donna però modificò il suo atteggiamento, accusando Scattone e Ferraro del delitto.
Il 31 luglio 1997, al termine di un incidente probatorio le dichiarazioni di Gabriella Alletto acquisiscono valore di prova e saranno acquisite agli atti del dibattimento. La Alletto conferma tutto: “Scattone era nell'aula 6 e aveva una pistola in mano”. Ma alleggerisce la posizione di Ferraro: “Era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto”.
Sono nove le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla procura di Roma a conclusione dell’inchiesta. Omicidio volontario e porto illegale di armi sono i reati contestati a Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota. Il reato di favoreggiamento riguarda il direttore dell’Istituto di filosofia del diritto Bruno Romano, il direttore della biblioteca Maurizio Basciu, la segretaria Maria Urilli, Gabriella Alletto (che e' anche la supertestimone dell’inchiesta) e l’amica di Ferraro, Marianna Marcucci. Il rinvio a giudizio è chiesto anche per il bibliotecario della facoltà di Lettere Rino Zingale, al quale la procura contesta i reati di falso, abuso e violazione sulla legge sulle armi.
Dal processo che procede senza sorprese arriva la notizia che una perizia ordinata dalla corte d’Assise sostiene che sono quattro i punti della zona in cui cadde Marta Russo compatibili con la traiettoria del proiettile che uccise la studentessa. Dei quattro punti, tre sono finestre sulla facciata dove si trova quella dell'Aula 6, mentre la quarta si troverebbe nell'edificio di Fisiologia. La perizia aggiunge anche che non ci sono “elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”. Le indagini chimiche, condotte dal professor Carlo Torre, rilevano che “tra tutti i prelievi eseguiti su indumenti e borse degli imputati è stata rinvenuta solo una particella classificabile come esclusiva dello sparo ed essa è stata individuata su di una superficie esposta a facili inquinamenti”.
“La particella prodotta da uno sparo è sferica, quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 sono tutto meno che tonde”. E' questa una delle tante ragioni, esposte in aula dai tecnici nominati dalla corte d’Assise, autori della perizia che ha messo in crisi l’accusa, per cui secondo gli esperti d'ufficio non si può indicare con certezza l'aula 6 come il luogo dove maturò l'omicidio di Marta Russo.
Il professor Carlo Torre spiega che particelle della stessa natura di quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 (cioè, binarie) sono state trovate “diffuse sugli edifici circostanti”. Inoltre, il professore sostiene che “solo le particelle ternarie sono giudicate affidabili, dunque esclusive dello sparo”. Nessun elemento di certezza sull'aula 6 proviene dalla perizia balistica esposta in aula dal professor Paolo Romanini. Il perito spiega che “se il killer avesse sparato dalle finestre 1, 3, 4 e 6 si sarebbe dovuto sporgere”. Inoltre, in questo caso il bossolo sarebbe stato in ogni caso espulso all’esterno.
Il professore precisa che se l'omicida avesse sparato dalle finestre 7 e 8 (il bagno degli uomini e i locali in ristrutturazione, entrambi al piano terra) poteva rimanere all'interno senza sporgersi, il rumore del colpo sarebbe stato attutito dai locali e la distanza dalla vittima sarebbe stata congrua.
Ciononostante i pubblici ministeri chiedono la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario, a 18 anni di reclusione. Chiesta l’assoluzione per tutti gli altri imputati ad eccezione di Francesco Liparota per il quale la procura chiede una condanna a cinque anni e nove mesi. Per la superteste, Gabriella Alletto, viene chiesto un solo mese di reclusione per favoreggiamento.
Il 1° giugno 1999 la Corte d’Assise condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo. 4 anni a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due vengono immediatamente scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti tutti gli altri imputati.
Evidente la sconfitta della procura di Roma che per i due principali imputati aveva chiesto una condanna a 18 anni per omicidio volontario. Per Liparota erano stati chiesti 5 anni e 9 mesi (assolto). Per il prof. Romano addirittura 4 anni (assolto).
Nel processo d'appello il procuratore generale Luciano Infelisi (era sostituto procuratore ai tempi del caso Moro) chiede 22 anni per Scattone e 16 per Ferraro. Quattro anni per Liparota, accusato di favoreggiamento.
Il 6 dicembre 2000 il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni ed il sostituto Carlo Lasperanza, grandi accusatori di Ferraro e Scattone, vengono prosciolti dal gip di Perugia Giancarlo Massei dall'accusa di avere commesso i reati di abuso di ufficio e violenza privata nell'interrogatorio di Gabriella Alletto, testimone chiave dell’inchiesta. Secondo la procura di Perugia i due magistrati romani avevano sottoposto la testimone ad una “pressione psicologica” che esulava “da un legittimo contesto investigativo”. Quando basta guardare il video di quell'interrogatorio per convincersene.
Il 7 febbraio 2001 la Prima corte d’Appello condanna Giovanni Scattone ad otto anni di reclusione per omicidio colposo e due milioni di euro di multa. Salvatore Ferraro a sei anni e a una multa di due milioni di euro; Francesco Liparota a quattro anni di reclusione per il reato di favoreggiamento personale. Inoltre Ferraro e Scattone dovranno rifondere le spese sostenute in questo processo dalle parti civili: 20 milioni all'Università La Sapienza; circa 61 milioni al padre; circa 71 milioni alla madre e circa 67 milioni alla sorella di Marta Russo.
Al processo in Cassazione il procuratore generale Vincenzo Geraci considera “contraddittoria e illogica” e “non sostenuta da alcuna motivazione” la sentenza di secondo grado e chiede l’annullamento della stessa con rinvio ad altra corte d’Appello.
Il 6 dicembre 2001 la corte di Cassazione gli dà ragione. Il processo è da rifare.
Il 15 ottobre 2002 comincia il secondo processo d’Appello per l’omicidio di Marta Russo davanti ai giudici della seconda Corte presieduta da Enzo Trivellese. Il procuratore generale Antonio Marini insiste e ribadisce la richiesta di condanna a 22 anni per Scattone e Ferraro già avanzata nel primo processo d’Appello del suo collega Luciano Infelisi.
La seconda Corte d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a sei anni di reclusione per omicidio colposo, Salvatore Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Francesco Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento.
Il 15 dicembre 2003 la V sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione; Ferraro a 4 anni e 2 mesi; assolve Liparota. Eliminata la interdizione dai pubblici uffici. Lo stesso giorno Scattone viene arrestato e condotto in carcere. Con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la pena.
Il 2 aprile 2004, dopo 28 mesi di reclusione tra carcere preventivo e detenzione, torna in libertà Giovanni Scattone. Il Tribunale di Sorveglianza lo ammette all'affidamento in prova ai servizi sociali, attività che gli consentirà di scontare in libertà il residuo di pena.
Nel 2011, scontata la pena e non più interdetto dai pubblici uffici, Giovanni Scattone va a insegnare storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma - dove aveva studiato a suo tempo Marta Russo - generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti, che non tutti condividevano l'interdizione dall'insegnamento. Dopo un periodo di polemiche accese, il supplente decide di abbandonare l'incarico. Oggi lavora come traduttore e ghost writer, e ha scritto due libri di divulgazione filosofica.
La salma di Marta riposa a Roma nel cimitero del Verano.
domenica 17 agosto 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1915 Leo Frank viene linciato dalla folla indignata perché gli era stata revocata la pena di morte per l'omicidio della tredicenne Mary Phagan.
A distanza di più di un secolo, il cold case di Mary Phagan sembra non essere stato ancora definitivamente risolto. Il 26 aprile 1913, la piccola Mary, una tredicenne bianca di Marietta, che lavorava nella National Pencil Factory di Atlanta – una fabbrica di cui l’ebreo del Nord, Leo M. Frank, era sovrintendente e in piccola parte anche proprietario – fu trovata stuprata e strangolata in un locale dell’edificio. L’omicidio risaliva al giorno precedente e, prima ancora che le accuse si indirizzassero verso Frank, le autorità di Atlanta avevano arrestato sei persone, tra cui Jim Conley e Newt Lee, i custodi neri della fabbrica. Le indagini, però, ben presto presero un’altra piega, anche perché vi fu una grande mobilitazione di massa: la folla indignata premeva perché il caso venisse risolto alla svelta e i giornali locali puntavano il dito contro i mali del lavoro minorile e contro la lussuria e la perversione, l’avidità e lo sfruttamento dei capitalisti ebrei del Nord.
Se la violenza razzista negli Stati del Sud era all’ordine del giorno, l’urbanizzazione e l’industrializzazione del paese mostravano i nuovi volti della povertà e dello sfruttamento. La famiglia di Mary era una delle tante famiglie di agricoltori in affitto, trasferitisi in città nella speranza di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, così come tanti altri contadini bianchi del Sud avevano fatto. La loro situazione non era migliore di quella di molti neri: la povertà e lo sfruttamento erano simili; ciò che cambiava era solo il colore della pelle. Ma al pregiudizio razzista contro i neri si era aggiunto da tempo anche un altro antico pregiudizio, quello contro gli ebrei del Nord, identificati tout court con il capitalismo rampante, con il mondo della finanza e degli affari, con lo sfruttamento che ormai colpiva anche il mondo “wasp”.
Mary Phagan, una ragazzina bianca povera, che montava le gommine sulle matite con le mani e veniva pagata 12 centesimi all’ora, divenne, dopo la sua morte, il simbolo dell’infanzia sfruttata, della donna bianca violata e, soprattutto, dell’avidità del capitalismo nordista, in particolare di quello gestito dagli ebrei. Molte cose stavano cambiando negli Stati Uniti: il contesto internazionale era diventato più aggressivo; la società stava viaggiando ormai al ritmo implacabile dell’industrializzazione; le ondate migratorie portavano oltreatlantico grandi masse di diseredati e di perseguitati soprattutto dall’Europa dell’Est e del Sud in cerca di riscatto; il sogno americano veniva ridefinito sull’onda del progressismo, ma anche dei tumultuosi scioperi nelle fabbriche, ricacciati indietro dagli uomini di Pinkerton, o dei gruppetti esaltati degli anarco-comunisti che speravano di realizzare proprio in America la rivoluzione colpendo i simboli viventi dello sfruttamento, mentre l’ondata populista percorreva tutte le classi sociali e lo yellow journalism incendiava le piazze di sensazionalismo. La violenza era aumentata in maniera esponenziale nel Sud degli Stati Uniti e il nuovo capro espiatorio erano diventati gli uomini d’affari, dietro i quali venivano individuati gli ebrei, secondo lo stereotipo più diffuso e antico. Ben presto, la miscela incendiaria alimentata dalle piazze – unitamente al bisogno del procuratore di risolvere il caso e di assicurarsi una possibilità più concreta di far carriera – si concentrò su Leo Frank, l’ultimo ad averla vista viva, che fu accusato dell’omicidio e incolpato proprio da Jim Conley.
Louis Marshall, presidente dell’American Jewish Committee, descrisse il caso quasi come un “secondo affare Dreyfus” e, di fronte alla folla che urlava “Crack the Jew’s neck!” e “Lynch him!”, la comunità ebraica decise di difendere pubblicamente il proprio rappresentante con interventi sulla stampa locale e con una raccolta di fondi per organizzarne la difesa, anche perché da molto tempo gli ebrei di Atlanta erano perfettamente integrati nella società. La prima cosa che emerse fu la debolezza della linea difensiva di Frank: questi, sulla base della “prova” considerata quasi inoppugnabile, vale a dire il fatto che fosse apparso “nervoso” quando la polizia lo aveva interrogato dopo aver trovato dei capelli della ragazza nel bagno di fronte al suo ufficio – divenne il principale indagato, ma la sua difesa non seppe contrastare i racconti fatti da alcuni testimoni che mettevano in dubbio la sua serietà con le donne, e soprattutto non contestò con la necessaria determinazione le dichiarazioni giurate sorprendenti rilasciate proprio da Conley, arrestato nei giorni precedenti proprio mentre stava rimuovendo sotto l’acqua delle macchie presumibilmente di sangue o di ruggine da una camicia blu da lavoro. Conley dichiarò, tra l’altro, che Frank gli aveva confessato l’omicidio, avvenuto dopo che la ragazza aveva rifiutato le sue avances, che lo aveva aiutato a spostare il suo corpo e che aveva scritto un biglietto da lui dettato (le famose “note” dell’omicidio). Tutto il processo avvenne durante un’estate caldissima, con l’aula piena di gente che inveiva contro Frank, mentre, dalle finestre spalancate, entravano le urla della folla che chiedeva il linciaggio dell’ebreo e minacciava gli stessi giurati se non avessero condannato a morte il “dannato sheeny”. Dopo che Frank venne condannato alla pena capitale, Marshall personalmente seguì per due volte la richiesta di revisione del processo e poi presentò l’appello alla Corte Suprema, ma senza successo, se non con la conseguenza negativa di avvalorare ancor di più nella folla l’idea che il denaro ebraico stesse cercando di modificare la sentenza, anche attraverso una incessante campagna di stampa. Dopo un’estesa raccolta di firme, di appelli e di petizioni, che portò il caso alla ribalta nazionale, John M. Slaton, governatore della Georgia, nell’estate del 1915, un giorno prima dell’impiccagione di Frank, commutò la sentenza di morte in ergastolo, dichiarandosi convinto della sua innocenza e del fatto che essa sarebbe stata provata in breve termine, cosa che lo trattenne dal concedergli un perdono totale. Ma il giorno successivo, Frank venne rapito dalla prigione in cui era rinchiuso da un gruppo di 28 facinorosi definitisi come i “Cavalieri di Mary Phagan” (molti di loro erano persone molto influenti, come venne dimostrato in seguito proprio da una parente della ragazza assassinata), condotto a Marietta, la città natale di Mary, e linciato. Il nuovo governatore si impegnò ad individuare i colpevoli del sequestro, ma senza riuscirci. Dopo il linciaggio di Frank, circa metà dei tremila ebrei della Georgia lasciarono lo Stato. Nel 1986, il Georgia State Board of Pardons and Paroles concesse a Leo Frank il perdono, ma senza mai assolverlo dall’accusa di omicidio. Dal 2013, anno del centenario della morte di Mary Phagan, sono comparsi molti siti web per dimostrare che Leo Frank era effettivamente colpevole, ma l’Anti-Defamation League (nata proprio nel 1913 sull’onda del “caso Frank”) ha chiarito qualche anno fa, con un comunicato stampa, che si tratta di “siti ingannevoli”, creati da “antisemiti dichiarati per promuovere i temi propagandistici dell’antisemitismo”.
martedì 11 giugno 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'11 giugno 1903 il re di Serbia Alessandro I e sua moglie Draga vengono uccisi da un gruppo di cospiratori.
La Serbia, elevatasi a Regno nel 1882, era lo stato più importante e meglio organizzato della penisola balcanica. Sorto in corrispondenza alle guerre di indipendenza tenutesi contro il Grande Malato d’Europa, ovvero l’Impero Ottomano, impero che, durante le rivolte slave dei primi due decenni dell´Ottocento, si vide costretto a cedere grandi autonomie ai principati slavi di Serbia prima e al Montenegro poi.
La Serbia visse in qualità di principato autonomo nei territori della Sublime Porta per 73 anni, quando, successivamente alla Guerra Russo-Ottomana del 1878, venne riconosciuta ufficialmente dalle Potenze europee durante il Congresso di Berlino. Tale scelta venne fatta anche per ridimensionare le pretese russe, sempre in cerca di uno sbocco nei Balcani, ed una delle maggiori potenze europee che spinse per l’indipendenza del Principato di Serbia fu l´Impero Austro-Ungarico che, nella persona di Gyula Andrássy, costrinse gli altri stati a riconoscere l´indipendenza del nuovo stato balcanico.
Successivamente, nel 1882, il principe Milan IV Obrenović si proclamò Re di Serbia, dando poi inizio ad una politica austricante. La prima mossa del sovrano, sostenuta dalle forze liberali e conservatrici filo-austriache, furono la serie di accordi commerciali con Vienna e la costruzione di una ferrovia che collegasse Belgrado con la capitale asburgica. Nell’opposizione alla monarchia di Obrenovic si sviluppò, invece, una corrente filo-russa, nella persona di Nikola Pašić, leader del partito radicale serbo, che professava una Belgrado vicina all’Impero dello Zar.
Con il passare del tempo – e dei tributi richiesti dal nuovo stato -il regno di Milan cadde in disgrazia. Il malcontento popolare vedeva oramai l’apparentamento austro-serbo come una vessazione. Come se non fossero sufficienti le già disperate situazioni socio-economiche, si aggiunse a queste la pesante sconfitta serba contro i principati di Rumelia e Bulgaria nella guerra del 1885-86. Al termine del conflitto solo l’intervento diretto di Vienna negli affari Serbi riuscì a salvare la situazione, mostrando ancor di più quanto la Serbia fosse dipendente dagli Asburgo.
La svolta alla durissima fase venne data dalla concessione di una nuova carta costituzionale, nel 1888. Più liberale nella forma, si occupava anche di regolamentare la successione al trono, permettendo al Re Milan di assicurare la corona ai suoi discendenti e, nel contempo, di aprire una nuova era per la Serbia: l´abdicazione in favore dell’allora tredicenne Alessandro che venne posto sotto l’autorità di un Consiglio di Reggenza, presieduto dal fedele liberale Jovan Ristić.
Con l’allontanamento di colui che aveva fortemente sostenuto l’apparentamento con Vienna, fu più facile, per i detrattori dell’ex-re prendere il sopravvento e il 1 novembre 1893, Re Alessandro I, non ancora maggiorenne decise di sbarazzarsi del peso del Consiglio di Reggenza e di assumere direttamente le redini del paese. Il primo atto del neo-sovrano fu la sfiducia al gabinetto conservatore-liberale e la decisione di consegnare il governo al Partito Radicale, aprendo così un primo spiraglio all’influenza Russa sul paese che lo caratterizzerà poi negli anni a venire. Bisogna, però, ricordare che la politica estera di re Alessandro fu incentrata nella neutralità dello stato serbo e nel mantenimento di buoni rapporti sia con Vienna che con Pietroburgo.
Emblematica, in tal senso, la fermezza mantenuta da Alessandro durante il conflitto per il controllo dell’isola di Creta tra Ottomani e Greci del 1897. Durante la guerra, che ebbe una grande eco internazionale, la Serbia decise di assumere una posizione neutrale. La neutralità di Alessandro, nonostante la guerra fosse portata contro uno dei due “nemici” storici della Russia, Costantinopoli, è simbolo della volontà di mantenere buoni rapporti con la vicina Austria-Ungheria. Volontà che spinse il governo dello Zar e del vicino principato del Montenegro – sotto chiara influenza russa – a raffreddare i rapporti con lo stato serbo.
Una prima riconciliazione con la Russia ebbe luogo nel 1900, quando Alessandro, con una decisione drasticamente impopolare, decise di ammogliarsi con la nobildonna vedova Draga Mašin. Tale scelta gli mise contro una grande fetta del paese che non desiderava tale imparentamento. Draga Mašin aveva quindici anni in più di Alessandro, era vedova di un ingegnere civile ceco ed aveva la fama di seduttrice e di donna sterile: per questo era giudicato inopportuno che il sovrano la prendesse in moglie. Ciò scatenò molte proteste nel paese e fuori di questo e l’unica personalità che riconobbe tali nozze fu lo Zar di Russia, Nicola II che spinse per un riavvicinamento e una rappacificazione intorno alla figura del sovrano serbo. Lo zar di Russia consentì a fare da testimone alle nozze, che furono celebrate il 4 agosto 1900. Questo matrimonio indignò il corpo degli ufficiali, e invano il re obiettò di aver portato sul trono “la prima regina serba dopo Còssovo”.
La risposta di Alessandro allo Zar non si fece attendere e, nel 1901, così come fece il padre per ricambiare il riconoscimento asburgico dello stato serbo nell’alveo delle potenze occidentali, saldò una solida alleanza con l’impero russo per assicurarsi protezione ed una politica sicura. Sempre nello stesso anno il sovrano promulgò una nuova costituzione, più liberale di quella del padre Milan, che completo la sua politica di conciliazione con la popolazione ed i partiti presenti nel Parlamento serbo. Nella nuova costituzione veniva concepito per la prima volta un assetto bicamerale, con l’affiancamento di un senato alla già esistente Assemblea Nazionale e concedendo ampia libertà di stampa. Ma queste due nuove concessioni – Senato e Libertà di stampa – si rivelarono un grande passo falso per il sovrano, poiché, tramite l’ampia libertà di stampa concessa, i giornali non fecero altro che parlare male della dinastia regnante e soprattutto del suo apparentamento con una “sgualdrina e sterile”; la nuova camera, invece, godendo di ampia autonomia, si costituì come un contraltare del sovrano, ostacolando molte delle sue politiche.
Già a partire dalla fine del 1901, un gruppo di sette ufficiali, risoluti e nazionalisti, aveva concepito l’idea di sopprimere la famiglia reale per metter fine alla lotta fra dinastia e nazione. Il problema degli ufficiali non era tanto il mal digerito matrimonio con Draga, ma il fatto concreto che, data la sterilità della moglie, il re non poteva avere eredi diretti. Le cose peggiorarono quando si sparse la voce che, per istigazione di Draga, egli pensasse di cercarsi un erede tra i Lunjevica, membri della famiglia di Draga; una cosa queste che mandò su tutte le furie parecchi ufficiali che cominciarono seriamente a ponderare un modo per togliere di mezzo la “pericolosa” famiglia reale. L’idea dei futuri congiurati era chiara: spazzare via l’impopolare dinastia degli Obrenović per far spazio all’altra dinastia rivale, i Karagjorgjević che segnerà poi le sorti della Serbia prima e del Regno di Jugoslavia poi fino all’occupazione tedesca del 1941.
La difficile situazione in cui il regno balcanico era finito di nuovo vide i due “soli” della Serbia, ovvero Austria-Ungheria e Impero russo, assolutamente indifferenti alle sorti di Alessandro che, divenuto una figura impopolarissima in patria, perse molto credito anche in ambito internazionale. Alla sua vasta impopolarità si sommò, poi, l’inquietudine e i progetti degli ufficiali della bassa Serbia, che anelavano di redimere i fratelli della Macedonia e della Bosnia, e che mal tolleravano la politica austrofila e puramente dinastica di Alessandro. La figura di spicco degli ufficiali ribelli ed intransigenti fu il capitano Dragutin Dimitrijević, futuro fondatore della spietata setta della Crna Ruka, a noi nota come Mano Nera. Prendendo spunto dai movimenti carbonari dell’Italia del XIX secolo, mirava a costituire un grande e forte stato slavo nei Balcani, avente nella Serbia – che i membri paragonavano al Regno di Sardegna – il motore principale per l’unificazione dello stato jugoslavo.
Una serie di ulteriori passi falsi dell’impopolare sovrano, come quello di decretare decaduti tutti i senatori ostili, sostituendoli con persone a lui fedeli, nonché la sospensione della costituzione (1903), non fecero altro che peggiorare la sua situazione e renderlo sempre più debole e solo. Egli tentò invano di costituire un nuovo esecutivo e di cambiare, ancora una volta, la linea dinastica, proponendo una iniziativa di legge in parlamento che avrebbe decretato, in caso non avesse avuto figli legittimi, il principe Mirko del Montenegro, secondogenito del principe Nicola I, legittimo erede al trono di Serbia.
Tale ulteriore smacco fu, per i congiurati, il tuono dietro il fulmine. Tra la notte del 10 e 11 giugno del 1903 la congiura militare, guidata da Dimitrijević, decise di porre per sempre fine alla odiata dinastia e alle sue politiche troppo dinastiche e poco nazionaliste. I congiurati circondarono il Palazzo Reale di Belgrado e vi fecero irruzione, catturando i due sovrani e massacrandoli seduta stante. Dopo la loro morte, i loro cadaveri vennero più volte mutilati ed infine gettati dalle finestre del palazzo.
A compimento di ciò, forti del potere acquisito, i congiurati decisero di affidare il trono alla dinastia avversaria dei Karagjorgjević, già principi di Serbia in passato, nella figura di Pietro I.
Con questa mossa i militari nazionalisti misero le mani sulle leve del potere serbo, mantenendo legami strettissimi e di dipendenza sia con il governo che con la monarchia, segnando così il brusco cambio di rotta della Serbia nel panorama delle relazioni internazionali, allontanandola sempre di più da Vienna e spingendola verso Pietroburgo. Iniziava così il conto alla rovescia verso la fatidica data che avrebbe per sempre infranto quel mondo: il 28 di giugno del 1914.
mercoledì 15 novembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, primo ministro del papa Pio IX, viene assassinato sulle scale della Cancelleria, poco tempo prima della fuga del Papa verso Gaeta. Un delitto ancora avvolto nel mistero.
Chi decretò la sua condanna a morte e soprattutto quali responsabilità particolari aveva? Pellegrino Rossi non fu ministro della Giustizia, ma, nella sostanza, primo ministro del Papa: e soprattutto non fu reazionario. Chi vuole maggiori informazioni sulla sua persona e sulle circostanze del suo assassinio nel palazzo della Cancelleria, il 25 novembre 1848, potrà leggere un libro di Giulio Andreotti apparso presso Rizzoli nel 1974 («Ore 13: il ministro deve morire»). Consigliato anche agli studiosi di Andreotti. Scopriranno che il vecchio uomo politico democristiano, molto noto anche per le sue frequentazioni vaticane, non sembrava avere grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX. Nella storia italiana dell' Ottocento Pellegrino Rossi è un outsider, un personaggio molto interessante e difficilmente classificabile. Nacque a Carrara nel 1787, fece i suoi studi a Bologna e fu partigiano di Gioacchino Murat quando questi, dopo la caduta di Napoleone, cercò di riconquistare il trono di Napoli. Costretto a lasciare l' Italia dopo il fallimento dell'impresa, trovò asilo a Ginevra dove divenne cittadino svizzero, fece una brillante carriera accademica, fu eletto al Consiglio rappresentativo del cantone e venne incaricato di progettare una nuova Costituzione federale.
Propose un «Patto» che avrebbe modificato i rapporti di forza fra cantoni e governo centrale. Ma i cantoni reagirono polemicamente e Rossi preferì andarsene a Parigi dove divenne professore di economia politica al Collège de France e di diritto costituzionale alla Sorbona. Le sue idee piacquero al maggiore statista liberale della Francia di allora, François Guizot, e Rossi, in poco più di dieci anni, ebbe la cittadinanza francese, fu incaricato di una missione speciale presso il Vaticano, divenne conte, pari di Francia e finalmente, dal 1845, ambasciatore del suo nuovo Paese presso la Santa Sede.
Era a Roma dunque quando il Conclave elesse un nuovo Papa nella persona di Pio IX. Ed era a Roma quando la rivoluzione francese del marzo 1848 detronizzò Luigi Filippo, costrinse Guizot a fuggire in Inghilterra e instaurò la repubblica. Rossi perdette il posto, naturalmente, ma rimase a Roma, dove sapeva di poter contare sulla simpatia di un Papa a cui aveva dato molti buoni consigli nel periodo in cui Pio IX sembrò essere la guida morale di un grande Risorgimento nazionale. Fu così che nell'estate del 1848, dopo avere concesso ai suoi sudditi una Costituzione, Papa Mastai dette a Pellegrino Rossi la cittadinanza dei suoi Stati e lo chiamò a dirigere il governo. Non credo esista un altro uomo politico, nella storia dell' Ottocento, che abbia avuto tre cittadinanze e importanti incarichi politici in tre diversi Paesi.
Divenuto il Primo ministro di Pio IX, si buttò nel lavoro con grande entusiasmo. Voleva abolire i privilegi feudali, sopprimere le esenzioni fiscali, separare il potere secolare da quello ecclesiastico. E credette di potere realizzare questi obiettivi grazie al sostegno del Papa. Ma le sue riforme erano intollerabilmente liberali per la Curia, pericolosamente egualitarie per i conservatori, insufficientemente democratiche per i patrioti: troppi nemici per un uomo che Pio IX, a giudicare dal libro di Andreotti, stava gradualmente abbandonando. L' epilogo della breve carriera romana di Pellegrino Rossi cadde nel giorno in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso nel palazzo della Cancelleria di fronte ai membri, da poco eletti, del nuovo parlamento. Molti, fra cui lo stesso Papa, lo avevano esortato nelle ore precedenti a essere prudente. Erano suggerimenti amichevoli, ma anche forme di intimidazione. Rossi non volle dare retta a nessuno e mantenne l'impegno. Ma quando uscì dalla carrozza nel cortile della Cancelleria e una folla di dimostranti si strinse intorno alla sua persona, un uomo lo toccò alla gamba con un bastone. Era un segnale. Non appena Rossi si voltò di scatto, il pugnale di un assassino gli troncò la vena giugulare.
Vi fu un processo, parecchi anni dopo. I giudici esaminarono un certo numero di imputati, ritennero di avere individuato i membri del complotto e il materiale esecutore dell' assassinio. Ma non seppero o non vollero scoprire chi, dietro le quinte, avesse desiderato e progettato la morte di Pellegrino Rossi. Sembra del resto che Pio IX, quando gli fu data la notizia della morte, abbia detto: «Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti».
lunedì 10 luglio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 10 luglio 1991 viene messo in atto il cosiddetto "delitto dell'Olgiata".
E’ la storia di un mistero durato 20 anni. La storia di un delitto attorno al quale si sono fatte le ipotesi più suggestive e disparate. Risoltosi grazie ad una prova scientifica.
E’ il 10 luglio 1991. La giornata è appena cominciata quando, nella sua camera da letto, in una villa dell’Olgiata - una zona esclusiva a nord di Roma - viene trovato senza vita, il volto coperto da un lenzuolo, il corpo di Alberica Filo della Torre, nobildonna, sposata ad un costruttore della capitale, Pietro Mattei. La contessa è stata strangolata, ma prima è stata tramortita con un corpo contundente, si ipotizzerà fin da subito uno zoccolo. Dalla stanza manca solo qualche gioiello, ma il grosso dei preziosi non è stato neppure cercato dall’assassino.
Sulle ipotesi gli inquirenti si dividono: la polizia si concentra inizialmente sul movente più ovvio, il delitto passionale: la contessa avrebbe ricevuto nella sua camera un uomo, un misterioso amante, sarebbe scoppiata una lite e un tremendo colpo alla testa avrebbe ucciso Alberica. Il colpo inferto al capo ed il successivo strangolamento sono infatti compatibili con un raptus omicida. Per i carabinieri, invece, l'assassino doveva essere qualcuno che la vittima conosceva e di cui si fidava, qualcuno in grado di entrare nella villa e muoversi pressoché indisturbato. Saranno questi ultimi, 20 anni dopo, ad avere ragione. Ma al momento qualcosa non torna. La villa dell’Olgiata, a quell’ora del mattino - tra le 8.45 e le 9.10 - era piena di gente: due domestici, i due piccoli figli della contessa, una baby sitter, quattro operai al lavoro, anche perché fervevano i preparativi di una festa che si sarebbe svolta la sera stessa.
Col marito della vittima che si trovava già in ufficio durante il delitto, i primi sospetti si incentrano su Roberto Jacono, figlio dell’insegnante di inglese dei bambini di casa Mattei, un giovane con alcuni problemi psichici che viene inquisito per alcune macchie di sangue rinvenute sui suoi pantaloni: sarà l'esame del Dna a scagionarlo. Dopo Jacono i sospetti si spostano su di un cameriere filippino licenziato poco tempo prima, Manuel Winston. Ma anche lui - oggi possiamo dire incredibilmente - viene scagionato con la prova del Dna. Winston è lo stesso che a 20 anni di distanza verrà fermato il 30 marzo 2011 e che, due giorni dopo confesserà l’omicidio della contessa. Ad incastrarlo, questa volta, un esame più sofisticato del suo Dna trovato sul lenzuolo con il quale l’assassino aveva coperto il volto della vittima. Resta il movente del delitto, stando alla confessione di Manuel Winston, quanto mai futile: Manuel, allora 21enne, da poco in Italia, era stato licenziato dalla contessa perché beveva troppo e continuava a chiedere anticipi sullo stipendio senza mai restituirli. Quella mattina - ha raccontato - passando dal garage senza farsi vedere era entrato nella stanza della contessa per un chiarimento. Uccise in preda ad un raptus. “La colpii con uno zoccolo - ha detto ai magistrati - Poi non ricordo più nulla”. Ma molti particolari ancora non tornano.
Alla fine, 20 anni dopo, i magistrati della procura di Roma sono riusciti a risolvere il rebus. Lo hanno fatto grazie ad una prova scientifica, la prova del Dna che oggi può giovarsi di nuove tecniche, ma soprattutto grazie alla tenacia di un legale, l'avv. Giuseppe Marazzita, che ha assistito il marito della contessa, Pietro Mattei e che per ben tre volte si è opposto alla decisione della procura stessa di archiviare il caso.
Ma per 20 anni i magistrati romani si sono lanciati su piste che - se paragonate al vero movente dell'omicidio - hanno dell'incredibile, tanto che anche l'omicidio della contessa sembrava destinato a restare perituro emblema della pochezza investigativa degli inquirenti della capitale, più propensi ad assecondare i clamori e le pruderie della stampa che a puntare l'obiettivo là, dove andava puntato.
Per più di due anni, quella sull'assassinio della contessa, sarà un'indagine alla cieca per un delitto senza piste. Poi, due anni dopo, il primo errore. Quello di voler a tutti i costi allineare il delitto dell'Olgiata alla tendenza giudiziaria dell'epoca: le inchieste sulle tangenti, l'epopea di mani pulite, i misfatti di tangentopoli.
Ma andiamo con ordine. L'ipotesi d'inchiesta che inizialmente cattura l'attenzione della magistratura romana - ma che è destinata a durare lo spazio di un mattino - è quella del delitto passionale (come nel caso di via Poma). Sarà perché la contessa viene trovata, discinta e massacrata, nella sua stanza da letto. Sarà perché per ucciderla è stato usato un corpo contundente, forse uno zoccolo, che l'ha tramortita prima dello strangolamento, mezzi tipici di un raptus omicida. Sarà perché l'ambiente in cui il delitto è maturato è quello che colpisce un pubblico ancora abituato a coniugare ricchezza e perversione, sfarzo lussuoso e torbide passioni, ville con piscina e improbabili triangoli amorosi.
Gli unici che sembrano vederci chiaro in quella calda mattinata di luglio sono invece i carabinieri: per loro chi ha ucciso Alberica - per gli amici Abelarda, per quel suo fare austero ed aristocratico - è stato qualcuno che la vittima conosceva bene, di cui la contessa si fidava. Qualcuno che poteva entrare nella villa noncurante del suo affollamento: quella mattina, tra le 8.45 e le 9.10, quando la contessa viene uccisa dopo aver fatto colazione con i suoi due bambini ed essere tornata in camera da letto, in casa ci sono anche due domestiche filippine; c'è Melanie, la baby sitter inglese dei piccoli; ci sono quattro operai che stanno preparando in giardino la festa per il decimo anniversario di matrimonio della coppia, in programma la sera stessa del delitto.
Improbabile un amante, stabiliscono gli ufficiali dell'Arma, più possibile qualcuno con cui la contessa era solita discutere di cose private, affari probabilmente.
Bingo? Per nulla al mondo. Gli stessi carabinieri non sanno o non vogliono mettere a fuoco quanto da loro stessi subito intuito: teorizzano un omicidio per rapina. Sono spariti alcuni gioielli della contessa, poca roba, due orecchini, una collana, mentre l'orologio d'oro è ancor al polso della vittima e gli altri preziosi non sono stati neppure cercati dall'assassino. Il fatto strano è che sul luogo del delitto le impronte siano pochissime. L'inchiesta è sulla pista giusta. Finiscono nel mirino dei carabinieri colui che 20 anni dopo confesserà di essere il vero assassino e un vicino di casa con problemi psichici. In verità gli investigatori puntano più su quest'ultimo, più facilmente mostrificabile. Si chiama Roberto Jacono, è il figlio dell'insegnante privata di Manfredi e Domitilla, i figli della contessa, assiduo frequentatore di centri di igiene mentale che sulla graticola rimarrà per mesi. Su di lui la stampa si scatena: tossicomane, malato di mente, capace di improvvisi scoppi di violenza per il basso dosaggio di litio che ha nel sangue, carattere instabile, probabile amante della contessa, o forse no, aveva una relazione con la baby sitter. E via dicendo. Incredibilmente è la prova del Dna a scagionare entrambi. L'inchiesta subisce così la prima deviazione. Viene data eccessiva valenza al contesto in cui il delitto è avvenuto: nobiltà decaduta, ma non del tutto, con amicizie importanti e che con un matrimonio con il prototipo del generone romano - Pietro Mattei, pingue costruttore edile, con soldi che troppo spesso vanno e in pochi casi vengono - che cerca di rinverdire i fasti del passato, scegliendo di vivere in un'oasi per neo ricchi, come il quartiere residenziale dell'Olgiata.
Due anni di silenzio, fino all'ottobre del 1993 quando uno scandalo che per i magistrati è da prendere con le molle - perché di mezzo c'è il nome del presidente della Repubblica in carica - torna ad impegnare allo spasimo gli inquirenti romani: sono le ruberie del SISDE, i servizi segreti civili. Nell'affanno che percorre le stanze di piazzale Clodio, qualcuno ricorda solo allora che nel giorno della morte della contessa, tra le stanze della villa dell'Olgiata, si muoveva con molta disinvoltura uno strano personaggio che nulla aveva a che fare con l'inchiesta: appunto un funzionario del SISDE, quel Michele Finocchi, latitante, che verrà incriminato per aver costituito conti privati, usando i fondi riservati dell'intelligence.
L'inchiesta dell'Olgiata viene scongelata. Che ci faceva uno spione al capezzale della contessa? Sono un amico di famiglia, si giustifica lo 007. Ma è vero che Finocchi arrivò nella villa prima del magistrato e addirittura dei carabinieri?
La stampa italiana ci ricasca: Finocchi e Alberica erano amanti. Possibile, ma irrilevante. La novità sta da tutt'altra parte. Ad esempio nei conti miliardari che la contessa ed il marito avevano in Svizzera, soldi che i Mattei - visto il patrimonio di lei e le attività edilizie non proprio floride di lui - non potevano possedere, sentenzia Martellino. Il magistrato vola a Zurigo e di conti ne scopre addirittura sei. Finalmente il magistrato romano ha imboccato la pista giusta? Macché. Anzi è proprio da questo momento che le acque - se possibile - finiscono con l'intorbidirsi ancora di più. Salta fuori, ma non c'è alcun riscontro, che la contessa voleva divorziare da Pietro Mattei e che lui aveva un'amante la quale, stufa di lui, ora lo accusa. Anzi fa di più: spedisce al pubblico ministero milanese Antonio Di Pietro, alle prese con il processo Cusani e la maxi-tangente ENIMONT, il vestito che Mattei indossava nel pomeriggio in cui avvenne il delitto. Un giardiniere dell'Olgiata, nel frattempo, ha giurato: "Mattei quel giorno uscì dalla villa con un vestito e vi rientrò con un altro".
Di Pietro spedisce il vestito di Mattei a Martellino che lo affida all'ormai abituale prova del DNA. Risultato: zero via zero.
Mentre spuntano depistaggi e imbrogli messi in atto da uno strano tedesco amico di poliziotti (lo stesso che compare nell'inchiesta sul delitto di via Poma) oltre ad un giro di usurai vicini a Pietro Mattei, a Martellino - ora reso più sicuro dall'arrivo a palazzo di giustizia del nuovo procuratore aggiunto, Italo Ormanni - non restano che le rogatorie finanziarie internazionali. Che diventano però un complicato intrico di conti intestati alla contessa e al marito, con passaggi di miliardi dalla Svizzera al Lussemburgo, dietro cui si intravede l'ombra del SISDE, mentre spunta anche una pista cinese che porta il magistrato fino ad Hong Kong. E qui le indagini si fermano.
Ultimo personaggio ad entrare nell'inchiesta è un cinese, Franklin Yung, imprenditore, amico di famiglia, in rapporti di lavoro con il marito della contessa. Qualcosa non torna nel suo alibi. Ci sono dubbi che, però, tali restano.
Qualche ostinato (quanto ottuso) giornalista identifica in lui un nuovo amante da affibbiare alla contessa.
L'inchiesta in questa direzione prosegue fino al 1996. Poi il buio più assoluto.
E la sensazione che anche il delitto dell'Olgiata sia condannato ad aggiungersi all'infinito elenco dei casi di omicidio avvenuti a Roma e mai risolti. Fino al colpo di scena. 20 anni dopo. Con un cameriere filippino che, tra le lacrime, confessa il suo futile omicidio di una contessa.
Manuel Winston viene condannato a 16 anni di reclusione. Pena confermata anche in secondo grado.
L'ex maggiordomo, grazie alla buona condotta e ad alcuni sconti di pena, è stato scarcerato il 10 ottobre 2021.
mercoledì 19 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 19 aprile 1971 Charles Manson viene condannato all'ergastolo per l'omicidio di Sharon Tate.
Nelle prime ore del 9 agosto 1969, a Los Angeles, una promettente attrice statunitense fu uccisa insieme ad altre quattro persone nella sua abitazione, una villa nel nord di Beverly Hills, da uomini armati che erano riusciti a entrare in casa sua. Per la violenza, imprevedibilità e atrocità di quel massacro, e a causa della popolarità delle persone coinvolte nella vicenda, quello che accadde quella notte divenne in poche ore – negli Stati Uniti e nel mondo – una delle storie più brutte e note degli ultimi cinquant’anni. L’attrice uccisa era Sharon Tate, aveva 26 anni ed era all’ottavo mese di gravidanza. Suo marito era il noto regista polacco Roman Polanski. Gli assassini erano i seguaci di una setta guidata da Charles Manson, mandante degli omicidi, e il cui gruppo ottenne la sua massima notorietà proprio in seguito ai tragici fatti di quella notte.
Sharon Tate aveva interpretato alcuni ruoli in diverse serie televisive, e aveva recitato in alcuni film: quelli relativamente più famosi erano stati fino a quel momento Cerimonia per un delitto, nel 1966, e Per favore non mordermi sul collo e La valle della bambole, l’anno successivo. Di lei i media avevano preso a occuparsi sempre più spesso in seguito al suo matrimonio del 1967 con il regista Roman Polanski, che aveva conosciuto proprio durante le riprese di Per favore non mordermi sul collo, di cui Polanski era regista e attore.
Il 9 agosto Sharon Tate si trovava in casa con Jay Sebring, un suo amico e noto parrucchiere di Hollywood, e due amici di Polanski, Wojciech Frykowski e Abigail Folger (lui un aspirante scrittore, lei la sua fidanzata). Polanski era per motivi di lavoro a Londra.
Charles Manson era un 32enne originario di Cincinnati, nell’Ohio, che aveva già trascorso alcuni anni in carcere per reati come furto d’auto e sfruttamento della prostituzione. Da un paio di anni si era trasferito in California, dove aveva attirato intorno a sé alcuni giovani ragazzi e ragazze affascinati dal suo carisma, dalle sue canzoni – suonava la chitarra – e dalle sue conoscenze in materia di esoterismo. Ne era nato un gruppo chiamato la “Famiglia”, che aveva già compiuto furti e altri reati minori. Quel gruppo sotto l’influenza di Manson progettò nella prima settimana di agosto del 1969 una serie di omicidi a Los Angeles.
Manson ordinò a quattro membri del gruppo – Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian – di compiere i primi omicidi in una villa che si trovava a 10050 Cielo Drive, nella zona nord di Beverly Hills. La villa apparteneva a Terry Melcher, un produttore discografico che Manson aveva conosciuto alcuni mesi prima, e che aveva rifiutato di aiutarlo a ottenere un contratto. In seguito si disse che Manson ordinò ai quattro membri del gruppo di uccidere “il più cruentemente possibile” chiunque avessero trovato in casa.
Watson, Atkins, Krenwinkel e Kasabian – armati di coltelli e di una pistola revolver calibro 22 – arrivarono alla villa intorno alla mezzanotte tra l’8 e il 9 agosto. Watson tagliò i cavi della rete telefonica all’esterno della proprietà e poi scavalcò la recinzione del parco intorno alla villa insieme ad altri due membri del gruppo. Intanto una terza persona – Linda Kasabian – era rimasta fuori di guardia. Il primo a essere ucciso fu un ragazzo di 18 anni, Steven Parent, un venditore porta a porta che stava percorrendo il vialetto dopo aver mostrato alcuni prodotti al custode della villa e suo amico, William Garretson. Watson sparò quattro colpi di pistola contro Parent, uccidendolo.
Stando alle ricostruzioni e alle confessioni fatte nel corso del processo per gli omicidi, i residenti della villa stavano dormendo nel momento dell’irruzione dei membri del gruppo. Dopo aver rimosso il vetro di una finestra, Watson fece entrare gli altri due. Tutte le quattro persone che si trovavano in casa furono portate in soggiorno: Tate e Sebring furono legati insieme per il collo, e Sebring fu il primo a essere ucciso: Watson gli sparò e poi lo accoltellò diverse volte.
Frykowski era stato legato per i polsi, e Susan Atkins era stata incaricata di sorvegliarlo. Tra i due ci fu uno scontro, prima che Watson intervenisse sparando a Frykowski e uccidendo anche lui. Folger, fidanzata di Frykowski, fu uccisa con diverse coltellate inferte anche da Patricia Krenwinkel. L’ultima a essere uccisa fu Tate, accoltellata 16 volte. Prima di andarsene, Atkins scrisse sulla porta di ingresso la parola “pig” (maiale) con un asciugamano sporco di sangue. Gli abiti degli assassini e le armi furono ritrovate poco lontano dalla zona.
I corpi di Tate e gli altri furono ritrovati dalla governante della villa intorno alle 8 del mattino del 9 agosto. La notte seguente, il gruppo di Manson, accompagnato dallo stesso Manson, uccise altre due persone – Leno LaBianca e sua moglie Rosemary – in una casa nel quartiere di Los Feliz, a Los Angeles. Stavolta scrissero sul frigorifero di casa dei LaBianca la scritta “Healter Skelter”, un riferimento a una canzone dei Beatles su cui Manson si era fissato da tempo, dicendo ai suoi che conteneva un messaggio in codice rivolto al gruppo.
Inizialmente i due delitti non furono collegati dalla polizia di Los Angeles, ma proprio i messaggi con il sangue lasciati dal gruppo Manson nelle abitazioni servirono a indirizzare le indagini. Intanto, a ottobre, Manson e altri due membri del gruppo erano stati arrestati per alcuni furti d’auto, e proprio in quel periodo le indagini presero una svolta decisiva grazie alle rivelazioni ai suoi compagni di cella di uno dei membri arrestati, Susan Atkins.
L’1 dicembre la polizia di Los Angeles annunciò l’arresto di Tex Watson, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian in relazione agli omicidi in casa di Sharon Tate, e sette giorni più tardi anche Manson – già in carcere per altri reati – fu accusato insieme al suo gruppo di omicidio di primo grado per il caso Tate-LaBianca, e poi per altri omicidi avvenuti in quel mese di agosto. Tutti i membri del gruppo accusati di omicidio per il caso Tate-LaBianca furono condannati a morte nel marzo 1971, ma la pena fu commutata in ergastolo dopo che nel 1972 la Corte Suprema dello stato della California abolì la legge sulla pena di morte.
Il 25 maggio 2007, presso il carcere di Corcoran, l'undicesima udienza richiesta da Manson per ottenere la libertà vigilata è stata respinta. L'uomo, 72 anni a quel tempo (di cui quarantadue trascorsi in carcere), non era presente all'udienza, ma dichiarò alla stampa per il tramite del proprio avvocato che nel 2012 avrebbe presentato puntualmente la sua dodicesima domanda di rilascio. Anche quest'ultima richiesta di scarcerazione anticipata è stata rifiutata nell'aprile 2012 dalle autorità della California. E' deceduto in carcere il 19 novembre 2017.
Susan Atkins, affetta da cancro al cervello, nel settembre 2009 ha chiesto la grazia al dipartimento di correzione e riabilitazione della California, ma le è stata rifiutata. La Atkins è deceduta il 24 settembre 2009 all'età di 61 anni (di cui 40 trascorsi in carcere) nel penitenziario di Chowchilla.
Charles Watson sta scontando il suo ergastolo nel Mule Creek State Prison in Ione, California. La libertà vigilata gli è stata rifiutata 18 volte. Potrà chiederla nuovamente nel novembre 2026.
Patricia Krenwinkel sta scontando la sua pena al California Institution for Women in Chino, California. La sua richiesta di libertà vigilata le è stata rifiutata 14 volte, potrà chiederla nuovamente quest'anno. Attualmente è la detenuta con più anni passati in carcere della California.
Linda Kasabian, la cui testimonianza al processo rappresentò la chiave per la condanna degli altri, ottenne l'immunità.
venerdì 14 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La sera del 14 aprile 1865, il venerdì santo, Abramo Lincoln, il 16° presidente degli Stati Uniti d'America, venne assassinato.
Quella sera si era recato al Ford's Theatre, Washington, con la moglie per assistere alla rappresentazione dell'opera "Our American Cousin"; la guardia del corpo non era con la coppia presidenziale proprio per volontà del presidente Lincoln.
L'assassino del presidente si chiamava John Wilkes Booth, era un attore e aveva partecipato a numerose rappresentazioni nel Ford's Theatre, conosceva perciò a memoria i copioni delle varie opere e in un momento in cui il pubblico scoppiò a ridere per una battuta, Booth entrò nel palco sopraelevato dove era seduto Abramo Lincoln e lo uccise con un colpo dalla sua pistola calibro 44.
Ucciso il presidente, Booth si lanciò dalla galleria sul palco del teatro e urlò al pubblico presente le celebri parole: "Sic semper tyrannis" (Così sempre per i tiranni), le stesse parole che secondo la tradizione pronunciò Bruto nel momento dell'assassinio di Giulio Cesare.
John Booth a quel punto scappò a cavallo nel Maryland, accompagnato dal complice David Herold, e il giorno successivo all'attentato (il 15 aprile) si fermò nella casa del dottore Samuel Mudd per farsi curare la gamba ferita durante l'assassinio.
Secondo la versione ufficiale John Booth, l'assassino di Lincoln, venne ucciso il 26 aprile da alcuni soldati nordisti nei pressi del fienile di proprietà di Richard Garrett. Ma ci sono altre teorie che affermano che in realtà il corpo dell'uomo ucciso quel giorno non appartenga a Booth ma a un suo complice e che i soldati non abbiano identificato correttamente il corpo bramosi della ricca taglia che vigeva sulla sua testa.
Il corpo di Lincoln fu riportato in Illinois in treno, con un grandioso corteo funebre che attraversò diversi stati. L'intera nazione pianse l'uomo che molti consideravano il salvatore degli Stati Uniti, nonché protettore e difensore di ciò che Lincoln stesso chiamava "il governo della gente, dalla gente e per la gente". Alcuni critici sostengono che in realtà erano i Confederati a difendere il loro diritto all'auto-governo, diritto che Lincoln aveva soppresso, e che l'unità degli Stati era stata preservata a discapito della sua natura volontaria.
Lincoln venne seppellito all'"Oak Ridge Cemetery" di Springfield, dove nel 1874 fu terminata la costruzione di una tomba in granito alta 54 metri, sormontata da diverse statue di bronzo. Vi sono sepolti anche sua moglie e tre dei suoi quattro figli (Robert è sepolto nel Cimitero nazionale di Arlington). Negli anni successivi alla sua morte vennero compiuti dei tentativi di rubare la salma di Lincoln allo scopo di ottenere un riscatto. Attorno al 1900 Robert Todd Lincoln decise che per prevenire il furto del corpo era necessario costruire una cripta permanente per il padre. La bara di Lincoln fu racchiusa da spesse pareti di cemento, circondate da una gabbia, e sepolta sotto una lastra di pietra. Il 26 settembre 1901 il corpo di Lincoln venne riesumato così da poter essere nuovamente sepolto nella nuova cripta, presso il Lincoln Memorial a Washington, dove riposa a tutt'oggi. I presenti (23 persone compreso Robert Lincoln) - temendo che il corpo potesse essere stato trafugato negli anni intercorsi - decisero comunque di aprire la bara per controllare: quando l'aprirono, furono meravigliati dallo stato di conservazione del corpo, che era stato imbalsamato. Era infatti perfettamente riconoscibile, a più di trent'anni dalla morte.
Sul suo petto vennero rinvenuti i resti della bandiera americana (piccoli brandelli rossi, bianchi e blu) con la quale era stato seppellito, e che si era ormai sgretolata. Tutte e 23 le persone che videro i resti di Lincoln sono scomparse da tempo: l'ultima di queste fu Fleetwood Lindley, che morì il 1º febbraio 1963. Tre giorni prima di morire, Lindley venne intervistato. Disse: «Sì, la sua faccia era bianca come il gesso. I suoi vestiti umidi. Mi venne permesso di reggere una delle strisce di pelle quando calammo il feretro per versare il cemento. Non fui spaventato al momento, ma dormii con Lincoln per i sei mesi successivi».
domenica 4 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 dicembre 1563 viene uccisa a Carini la baronessa Laura Lanza.
A 450 anni dall’accadimento, è stato riaperto a sorpresa uno dei gialli più antichi della storia siciliana. Quello di Laura Lanza, più nota come la Baronessa di Carini, e del suo amante Ludovico Vernagallo.
Furono trovati morti nel Castello di Carini, in Provincia di Palermo, il 4 dicembre 1563. L'ex sindaco di Carini (Palermo), Gaetano La Fata, decise di affidare ad un team di criminologi di chiara fama della International Crime Analysis Association la riapertura dell’inchiesta per provare a risolvere il mistero del duplice delitto.
Consultando i documenti e gli atti di decesso della Baronessa e di Ludovico Vernagallo, conservati nell’archivio della chiesa madre di Carini, risulta che effettivamente per i due si trattò di morte violenta. La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti porta a credere che l’autore del duplice omicidio sia stato il barone Vincenzo II La Grua Talamanca e non il padre di Laura, anche se don Cesare Lanza di Trabia nella sua deposizione, resa alla Corona di Spagna, se ne accollò la responsabilità.
Laura, terza figlia del barone Cesare Lanza di Trabia, nasce il 7 Ottobre 1529 nell’omonimo paese da cui il suo casato prende il nome. Viene descritta di carattere mite e di natura fondamentalmente buona, al contrario del padre irascibile, astuto, presuntuoso, superbo, avido di ricchezza e di denaro.
Il dramma dell’intera vicenda consiste in un matrimonio sbagliato, in un’unione non voluta dal cuore della baronessina ma dal suo burbero padre che sacrifica sull’altare degli interessi la vita, il candore, l’amore e la sensibilità della giovane figlia. La ragazza viene educata alle arti così come conviene al suo rango nobiliare, frequenta maestri di musica, di canto, di solfeggio, di ballo, che sono tra i migliori della città di Palermo. Durante le lezioni conosce due compagni di studio, Vincenzo II La Grua e Ludovico Vernagallo, che muteranno sicuramente il corso della sua vita. Laura s’innamora, subito, di Ludovico sconoscendo che Don Cesare ha già deciso di concedere la sua mano all’erede del potente e ricco casato dei La Grua Talamanca.
Il tutto avviene all’insaputa dei tre giovani che pur della vicenda sono i protagonisti. La baronessina è informata della disposizione paterna nel corso di un colloquio con la madre. A nulla serve implorare, protestare, riversare calde lacrime; Laura è costretta ad accettare la volontà del padre. L’unico sconfitto resta l’amore che viene relegato ad un ruolo di superflua importanza.
La domenica 21 Dicembre del 1543, nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo si celebrano le nozze tra Laura Lanza e Vincenzo II La Grua.
Narrano le cronache dell’epoca che gli invitati sono più di duemila, a riprova del gran credito che circonda la famiglia La Grua Talamanca, che imparentandosi con i Lanza compie un ulteriore salto di qualità. I festeggiamenti in onore della coppia durano circa un mese e, come consuetudine vuole, un giorno di festa viene riservato al popolo che ha così modo di riempirsi lo stomaco e di portarsi dietro ogni ben di Dio. In questa circostanza, i popolani imparano ad amare la baronessa di Carini che fa di tutto, con il suo sorriso malinconico, che lascia trasparire un intimo dramma, per accattivarsi la stima e l’amore delle persone più semplici ed umili.
Il marito, alle cure per la giovanissima moglie, preferisce quelle per i suoi latifondi lasciandola sola nelle grandi sale del castello. Laura ben presto, cerca conforto nell’amore di Ludovico, finché la loro relazione, durata quattordici anni, finisce tragicamente.
In una fredda notte dei primi di Dicembre del 1563, mentre la Baronessa sta trascorrendo un’altra notte di tenerezza con Ludovico Vernagallo, suo unico e solo grande amore, il frate di un convento attiguo al castello, certo Antonio del Bosco, avvisa il padre della presenza dell’amante a letto con la figlia.
Questi, punto nel suo aristocratico onore e deciso a lavare nel sangue l’infamia arrecata al nome della famiglia, con un gruppo di cavalieri circonda il castello di Carini e blocca tutte le uscite per evitare una qualsiasi fuga degli amanti. Trovata Laura fra le braccia di Ludovico, don Cesare Lanza li uccide a pugnalate a sangue freddo. A nulla valgono le disperate grida di pietà della figlia, l’onore della famiglia viene prima di tutto. La Baronessa si contorce negli spasimi della morte, scivola lungo il muro della stanza e l’impronta della sua mano insanguinata rimane indelebile su di esso.
Per evitare che la notizia si sparga per il paese, nessun funerale viene celebrato per i due infelici amanti. È redatto solo l’atto di morte
“A dì 4 Dicembro vije Indictionis 1563. Fu morta la spettabile Signora Donna Laura La Grua. Sepelliosi a la matrj ecclesia... Eodem. Fu morto Ludovico Vernagallo”
nel registro
“Mortuor ab anno 1555, ad 1575”, sul retro della pagina 138, che si conserva nell’archivio della Chiesa Madre di Carini. La dizione “fu morta” e le croci segnate accanto al nome stanno ad indicare la morte violenta.
La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti di decesso, in cui è utilizzata la forma quasi impersonale, ci porta ad una conclusione:
non è il padre, che non ha il coraggio, consapevole di essere stato la causa di tanto male, a commettere l’assassinio, così come raccontano le leggende ed il poemetto di autore ignoto del 1500. Esecutore materiale è, invece, il barone Vincenzo II La Grua Talamanca spinto, più che dall’onore, dalla clericale corte di Spagna che non vede positivamente le relazioni adulterine.
Di fronte al suo assassino Laura, dunque, non pronuncia: “Signuri patri chi vinistivu a fari”, ma più precisamente:
“Signuri maritu chi vinistivu a fari”. Ed il marito biecamente risponde:
“Signora muggheri vinni a ‘mazzarivi” . Così la colpisce reiteratamente al petto e alle spalle, quindi, prima di allontanarsi, ordina ai suoi accoliti di mettere a tacere l’accaduto e, se necessario, di dire che il barone ha ucciso la figlia insieme all’amante e di murare la porta della stanza.
Infine, aggiunge: “Et Nova sint Omnia” . Tali parole – riferite in una anonima cronaca del tempo –, soffuse di mistero e di tragica realtà, tradiscono lo stato d’animo del barone La Grua ed esprimono l’esigenza di dimenticare un delitto commesso e non punito.
È importante rilevare che dal settimo anno di matrimonio in poi, Laura dà alla luce ben sette figli, Eleonora, Maria, Lucrezia, Cesare, Ottavio, Tiberio e Giuseppe che muore ancora in fasce. Secondo le indiscrezioni circolanti sembrerebbe che il padre di queste creature sia proprio il Ludovico Vernagallo.
A riprova di ciò, Vincenzo II La Grua, dopo quattro mesi dalla morte di Laura, disereda i suoi figli e il 28 Aprile 1564 si risposa con Ninfa Ruiz, da cui non avrà nessuna prole così come da un terzo matrimonio con Donna Paola Sabia, avvenuto l’11 Marzo 1566, con la quale rinnova i “capitoli” già stipulati con la Ruiz e cioè: “i figli, ritenuti adulterini, rimangono pur sempre rejetti e pesantemente obliati”.
Le possenti mura del castello di Carini, da quasi cinquecento anni, racchiudono e custodiscono nelle loro sale il terribile segreto di una storia d’amore alla quale con la violenza si è posto un tragico fine. Da quel giorno, in molti giurano di aver sentito, nelle fredde notti invernali, per le ampie sale del castello, un leggero fruscio di vesti femminili e delle grida soffocate. È lo spirito irrequieto della Baronessina, morta col desiderio di confessarsi e mettersi in grazia di Dio, che torna in quei luoghi nell’atteggiamento di implorare il tributo della nostra clemenza e della nostra pietà.
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