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mercoledì 9 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 settembre 1973 a Belgrado, durante i campionati del mondo di nuoto, Novella Calligaris a soli 19 anni vince l'oro e registra il nuovo record del mondo sugli 800 m stile libero.
Piccola e minuta, un fisico che non si direbbe adatto al nuoto veloce, Novella già 13enne cominciò a vincere titoli italiani in molte discipline del nuoto, non avendo sostanzialmente alcun rivale. Alla fine della carriera i titoli italiani furono 76, con primato italiano in tutte le distanze nello stile libero dai 100 ai 1500 metri, nonchè nei 200 m farfalla, nei 200 e 400 m misti e nella staffetta 4 x 100 libero e mista.
Nel 69 a 15 anni il primo record europeo; poi nel 72 alle olimpiadi di Monaco, vince le prime medaglie olimpiche in assoluto nel nuoto dell'Italia, argento nei 400 m stile libero e bronzo negli 800, in entrambe con record europeo.
Mark Spitz, il dominatore di quella olimpiade con 7 ori olimpici (record battuto solo da Michael Phelps con 8 a Pechino 2008), ebbe a dire: "Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione dell'Olimpiade è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris…"
L'anno dopo, ai primi campionati di nuoto del mondo, la Calligaris vince e segna il record del mondo in 8:52,97; è stata la sola italiana a vincere medaglie nei campionati mondiali di nuoto fino al 94, e la sola a vincere medaglie olimpiche fino all'argento di Atene di Federica Pellegrini. Nel 1986 è stata inserita nella international swimming hall of fame.
Oggi le nuotatrici, gradevolmente statuarie, sembrano però tutte Brigitte Nielsen, la moglie di Ivan Drago in Rocky IV, ma c’è stato un momento di gloria internazionale che poggiò invece sulle spallucce - si fa per dire - della campionessa Novella Calligaris, una piccola fanciulla padovana di appena un metro e sessantatré, sotto i cinquanta chilogrammi di peso. Un magico fuscello atletico. Le questioni sportive in quegli anni (è nata nel 1954) erano ben diverse da oggi; uno poteva iniziare a tredici anni a vincere, come nel suo caso, incassare in carriera un record del mondo e ben ventuno record continentali, e poi ritirarsi prima di aver compiuto i vent'anni. Una parabola compressa, gloriosa sì, ma in un certo senso tronca, se la si vede con l’ottica del presente, quando a quell'età, a diciannove anni, una nuotatrice avrebbe ancora tutti i denti da latte per battersi ancora a lungo in corsia, ed essere una Novella promessa. E comunque le bastarono quei pochi anni per scrivere il suo nome nella storia del nuoto, essendo stata la prima fra i nuotatori italiani, uomini e donne, a vincere una medaglia olimpica e a stabilire un primato mondiale negli ottocento metri stile libero. Una donna da primato, che a quanto raccontano le cronache del tempo, non piaceva ai giornalisti, per via di un carattere appuntito e poco disponibile con la carta stampata, nota per risposte secche e brucianti, che le valsero per due volte un premio, il “Premio Limone”, ossia una specie di riconoscimento giocoso assegnato al personaggio più scostante. Come la metti la metti, la Calligaris prende premi, anche quelli all'acido sapore d’agrume, ma tant'è. E tant'è che oggi è lei a fare le domande, perché è diventata giornalista sportiva, e commenta, e domanda e vede le gare e forse ricorda quegli anni dei record come un fondo di memoria dalla quale prendere le misure con l’attualità d’uno sport che ha ampi margini di miglioramento, e che cambia in molti aspetti, dalla muscolatura, agli allenamenti, all'alimentazione, ai costumi, per dire. E allora lei diventa non solo una cronista, una competente, ma un esempio. Un esempio di libertà collegato ad anni che esaltarono il valore della libertà come rottura dal pregresso stato di coercizione sociale.
Ecco, una donna di stile, di stile libero.
sabato 5 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle 4.30 circa del 5 settembre 1972, durante le olimpiadi estive di Monaco, un commando composto da 8 terroristi palestinesi faceva irruzione nel villaggio olimpico nella zona riservata agli atleti israeliani.
Durante l'irruzione due componenti della delegazione israeliana furono uccisi subito (Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana e Yossef Romano, 31 anni, pesista e padre di 3 figli) ed altri 9 furono presi in ostaggio.
Ne seguì un lungo negoziato in cui i terroristi chiedevano la liberazione di 234 prigionieri palestinesi, dando ultimatum che via via venivano spostati nel tempo. Inizialmente le gare non furono sospese, ma nel pomeriggio l'attenzione del mondo era ormai spostata verso quella palazzina del villaggio olimpico, dove negoziatori tedeschi incredibilmente approssimativi non riuscivano a venire a capo della situazione. Addirittura un tentativo di irruzione dovette essere abortito a causa del fatto che le televisioni riprendevano l'azione, televisioni che anche i terroristi guardavano dall'interno della palazzina.
Dopo lunghe trattative nel pomeriggio fu deciso che i terroristi e gli ostaggi sarebbero stati trasferiti in un aeroporto in elicottero, per poi dirigersi al Cairo e continuare da lì i negoziati. Fu solo in occasione del trasferimento che le autorità tedesche si accorsero che i terroristi erano 8 e non 5, capendo così che il loro piano per sopraffarli nell'aereo per Cairo non poteva essere messo in pratica a causa del fatto che i finti membri dell'equipaggio del volo non erano sufficienti.
Altre assurde improvvisazioni riguardarono il fatto che uno dei mezzi d'assalto che doveva portare le truppe per l'azione di recupero degli ostaggi si stava recando all'aeroporto sbagliato, e quando gli fu comunicato l'errore, inchiodò di colpo causando un tamponamento a catena in autostrada.
Una volta atterrati all'aeroporto i due elicotteri che trasportavano ostaggi e terroristi, questi si accorsero immediatamente che si trattava di una trappola, e cominciò un violento scontro a fuoco di circa un'ora. Vistosi perduti, i terroristi spararono raffiche di mitra agli ostaggi e lanciarono una bomba a mano in uno degli elicotteri, facendolo esplodere.
Alla fine del conflitto, poco dopo la mezzanotte del 6 settembre, tutti gli ostaggi e 4 terroristi erano morti. Le olimpiadi non si fermarono, fu solo organizzata una cerimonia di commemorazione allo stadio olimpico alla presenza di oltre 3000 atleti e 80000 spettatori.
martedì 25 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La diciassettesima Olimpiade si svolse a Roma dal 25 agosto all’11 settembre 1960. Fu un’Olimpiade straordinaria, il più grande evento dell’era moderna, caratterizzata dal record dei concorrenti (5346) e dalla partecipazione di grandi e straordinari atleti, rimasti nella memoria collettiva: come non ricordare l’etiope Abebe Bikila, il vincitore della maratona che correva a piedi nudi, o Cassius Clay, allora diciottenne, vincitore del titolo dei pesi medio–massimi, che diventerà il più grande pugile della storia? Fu un evento rivoluzionario che coinvolse tutto il mondo, sia per le nuove tecniche di organizzazione e di comunicazione di massa che vennero sperimentate per la prima volta, sia per la diffusione di idee nuove e per la presenza di popoli con modi di vivere diversi che in quei giorni vissero insieme in un clima di fratellanza.
Essa fu considerata un’Olimpiade moderna, perché cambiò non solo la mentalità delle persone, ma soprattutto mutò la concezione dei giochi: da espressione dello sport “puro“, in cui gli atleti gareggiavano per il solo piacere di misurarsi con gli altri, si passò ad un tipo di sport in cui gli atleti erano dei professionisti, legati agli sponsor, agli ingaggi, alla pubblicità.
La visione dello sport alla De Coubertin era superata da nuove problematiche legate alle contrattazioni economiche, all'ansia di prestazione, all'incubo delle classifiche.
Iniziava ad emergere anche il problema del “doping “, con la morte del ciclista danese Knud Jensen, ufficialmente stroncato da un colpo di sole.
Anche durante le Olimpiadi di Roma la Guerra fredda si manifestò con la rivalità tra le squadre sovietiche e statunitensi, come era successo già ad Helsinki nel 1952 e a Melbourne nel 1956, ma in maniera più accentuata, con la propaganda, la continua sfida per la conquista del primato e la netta separazione degli atleti, che non comunicavano tra di loro.
Le Olimpiadi di Roma rappresentarono un evento straordinario per gli Italiani: furono le prime Olimpiadi in mondovisione e in Italia, per l’occasione, ci fu una massiccia diffusione degli apparecchi televisivi, allora in bianco e nero. E quello fu considerato come un miracolo del dopoguerra; l’inizio dello sviluppo economico degli anni ’60 fu anche l’inizio della comunicazione di massa e della formazione di una nuova mentalità collettiva moderna, proiettata verso il futuro, avente come capisaldi l’ottimismo, il pragmatismo e l’aspirazione al benessere.
Roma subì un cambiamento radicale, sia nella struttura urbana, sia nelle infrastrutture costruite per l’evento. Già nel 1954, con la nascita del Comitato Costruzioni Olimpiche, si iniziò a lavorare in città: fu inaugurata la metropolitana, che, iniziata nel 1938, era stata interrotta più volte a causa della guerra; fu creato il quartiere dell’Eur, concepito come un quartiere moderno, fulcro economico della città. In questa zona furono costruite ex novo alcune infrastrutture, come il Palazzo dello Sport, il Velodromo, la Piscina delle Rose e i campi del Tre Fontane.
Il Comitato Olimpico assegnò all'Istituto Luce il film ufficiale, che documentò tutti i momenti più significativi dell’evento.
La fiamma olimpica, da Olimpia, fu portata dalla motonave Amerigo Vespucci sino a Siracusa e da lì i tedofori, a staffetta, percorsero tutta l’Italia meridionale, sino a Roma.
Tra gli Italiani vi furono atleti che lasciarono una grande impronta nella storia dello sport e nel cuore di tutti: i pugili Francesco Musso, Francesco De Piccoli e Nino Benvenuti, vincitori della medaglia d’oro; Livio Berruti, che correva con gli occhiali scuri , vincitore dei 200 metri e doppio record mondiale; Raimondo D’Inzeo, medaglia d’oro per l’ippica; il ciclista Sante Gaiardoni, con due medaglie d’oro.
venerdì 24 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 luglio 1908 si correva la maratona delle Olimpiadi di Londra.
Il 24 luglio, penultimo giorno dei Giochi Olimpici, era un venerdì caldo ed afoso, indubbiamente il clima era poco propizio per una corsa di maratona. Adunati nel piazzale antistante il castello di Windsor, 55 atleti attendevano il segnale di partenza per gareggiare su un percorso di 26 miglia e 385 yards (km. 42,195), fino al traguardo posto allo stadio di Sheperd's Bush. Dorando Pietri, maglietta bianca e calzoncini scarlatti, con il numero 19 sul petto, doveva essere il grande e sfortunato protagonista della memorabile gara. Alle 14:33 il "via!”. Gli inglesi Jack, Lord e Price presero la testa alternandosi al comando dalla gara fino al 14°miglio poi scomparvero dalla competizione. A quel punto passò in testa il sudafricano Hefferon mentre uno dei favoriti, l'atleta Longboat, si ritirava. Pietri, dopo essersi mantenuto fra il terzo ed il quarto posto, al 18° miglio iniziò la sua offensiva passando al secondo posto. L'ultima segnalazione da Wimbledon dava primo Hefferon con circa 800 yards di vantaggio su Dorando Pietri, che aveva superato e poi distaccato di circa 100 yards l'americano Hayes. Le 26 miglia (km. 41,841 ) furono compiute dall'italiano in 2 ore 45 minuti; alle ore 17,18, preceduto dallo sventolio di bandiere, dal sottopassaggio che immetteva nella pista apparve, irriconoscibile, il nostro campione. Dorando avanzava con azione scomposta, barcollava ed inconsciamente muoveva le gambe che piegate e doloranti stentavano a sostenerlo, solo il miraggio della vittoria lo faceva avanzare. Il nostro campione all'ingresso dello stadio cadde, si rialzò, proseguì per poi ricadere ancora quattro volte, a pochi metri dal traguardo cadde per la quinta volta e qui un megafonista generoso lo sostenne e gli fece tagliare il traguardo.
Per percorrere gli ultimi 325 metri, che poi Dorando definì la sua "via crucis", aveva impiegato 9 minuti e 46 secondi. Oltre il traguardo svenne, una barella lo raccolse, mentre la folla temette che il cuore del generoso atleta avesse ceduto per l'immane fatica ripetendo dopo 24 secoli il sacrificio di Fidippide. Tutti lo ritennero il vincitore morale, "Dorando era l'atleta che aveva vinto la gara senza ottenere la vittoria". Lo statunitense Hayes, giunto secondo dopo aver superato Hefferon, presentò reclamo contro l'italiano che fu squalificato per l'aiuto ricevuto, aiuto non richiesto e non voluto. L'episodio procurò materia per i giornali e per lunghe critiche e discussioni. La regina Alexandra d'Inghilterra, che aveva assistito all'epilogo della gara, saputo della squalifica di Pietri comunicò che il giorno seguente avrebbe premiato personalmente lo sfortunato atleta con una coppa. La coppa d'argento dorato, conservata presso la sede della Società "La Patria" di Carpi, che conteneva la bandiera inglese, e non sterline come qualcuno andava dicendo, sul piedistallo portava inciso: To Pietri Dorando - In Remembrance of the Marathon Pace From Windsor to the Stadium - July. 24. 1908 - Queen Alexandra .
Il racconto della sfortunata impresa di Pietri avrebbe immediatamente fatto il giro del mondo, consegnando alla storia dello sport questo episodio unico e drammatico. Dorando Pietri divenne una celebrità, in Italia e all'estero, famoso per non avere vinto. Le sue gesta colpirono la fantasia del compositore Irving Berlin, che gli dedicò una canzone intitolata "Dorando". La mancata vittoria olimpica sarebbe divenuta la chiave del successo dell'italiano: Pietri ricevette presto un lauto ingaggio per una serie di gare-esibizione negli Stati Uniti. Il 25 novembre 1908, al Madison Square Garden di New York, andò in scena la rivincita tra Pietri e Hayes. Gli spettatori accorsi furono ventimila, mentre altre diecimila persone rimasero fuori a causa dell'esaurimento dei posti.
I due atleti si sfidarono in pista sulla distanza della maratona, e dopo aver corso testa a testa per quasi tutta la gara, alla fine Pietri riuscì a vincere staccando Hayes negli ultimi 500 metri, per l'immensa gioia degli immigrati di origine italiana presenti. Anche la seconda sfida, disputata il 15 marzo 1909, venne vinta dall'italiano.
Durante la trasferta in America Pietri partecipò a 22 gare, con distanze variabili dalle 10 miglia alla maratona, vincendone 17.
Rientrato in Italia nel maggio 1909 proseguì l'attività agonistica per altri due anni. La sua ultima maratona fu quella di Buenos Aires, corsa il 24 maggio 1910, dove Pietri chiuse con il suo primato personale, 2h 38'48"2.
La gara d'addio in Italia si svolse il 3 settembre 1911 a Parma: una 15 chilometri, vinta agevolmente. Corse la sua ultima gara all'estero il 15 ottobre dello stesso anno (il giorno prima del suo 26° compleanno), a Göteborg (Svezia), concludendo con l'ennesima vittoria.
In tre anni di professionismo e 46 gare alle spalle, Dorando Pietri ha guadagnato oltre 200.000 lire solo con i premi, che assieme alla diaria settimanale di 1250 lire, costituivano una cifra enorme per l'epoca. Pietri investì i suoi guadagni in un'attività alberghiera assieme al fratello: come imprenditore tuttavia non avrà gli stessi risultati ottenuti nello sport. Dopo il fallimento dell'hotel si trasferì a Sanremo dove aprì un'autorimessa.
Morì all'età di 56 anni, il giorno 7 febbraio 1942, a causa di un attacco cardiaco.
domenica 18 gennaio 2026
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 18 gennaio 1983, a 30 anni dalla sua morte, il Comitato Internazionale Olimpico restituì ai suoi familiari le medaglie olimpiche di Jim Thorpe, definito da alcuni il più grande atleta del ventesimo secolo.
James Francis Thorpe nacque presumibilmente (non c'è certezza) il 28 maggio 1887 in un monolocale di Prague, Oklahoma. Gli diedero i natali Hiram Thorpe, un contadino, e Mary James, una nativa americana della tribù Pottawatomie, discendente dell'ultimo grande capo dei Sauk Falco Nero. Jim nacque in un parto gemellare, ma suo fratello Charlie morì a nove anni. Il suo nome indiano era "Wa-Tho-Huk", traducibile come "percorso luminoso", un nome che divenne un destino per Thorpe.
Nel 1904 Thorpe iniziò la scuola in Pennsylvania, alla Scuola Indiana Industriale Carlisle, che gli diede l'opportunità di avvicinarsi allo sport. Cominciò giocando a football e a fare atletica leggera, fino a giungere in prima squadra nel 1910.
A 24 anni Thorpe partecipò con il team olimpico americano alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912, dove trionfò nel Pentathlon e nel Decathlon stabilendò record che furono battuti solo decadi più tardi. Fu lo stesso re Gustavo V di Svezia a voler medagliare Jim, dicendogli appunto le parole che gli restarono accanto per il resto della vita: "voi siete il più grande atleta del mondo"; Thorpe, rispose semplicemente "Grazie maestà".
Le medaglie olimpiche di Thorpe gli furono revocate nel 1913 quando il comitato olimpico seppe che aveva giocato due stagioni semiprofessionistiche a baseball. Thorpe si difese dicendo che aveva giocato per il piacere del gioco e non per il danaro, ma il comitato, irremovibile, decise che la sua attività nel baseball gli aveva consentito una preparazione atletica che gli altri atleti dilettanti non avevano potuto avere. Il suo nome fu tolto dal libro dei record e le medaglie ritirate.
In seguito Thorpe cominciò nel 1915 a giocare a baseball per i New York Giants, e dal 1917 per i Cincinnati Reds, terminando la sua carriera nel 19 per i Boston Braves.
Negli stessi anni in cui giocava professionalmente a Baseball, non disdegnò anche il football professionistico, giocando per gli Ohio Bulldogs e i Cleveland Indiana fino al 1921. Successivamente si mise ad allenare e a tentare di creare una associazione di football professionistico, quella che molti anni più tardi si evolse nella attuale NFL.
Il vulcanico Jim non si limitò a questo: lavorò come comparsa nei film, si occupò dei parchi pubblici di Chicago, e si battè per i diritti dei nativi americani.
Thorpe morì il 28 marzo 1953 per un attacco di cuore. Il New York Times gli dedicò tutta la prima pagina nel suo ricordo, asserendo che Thorpe "fu un fantastico atleta. Aveva la forza, la velocità e la coordinazione dei migliori giocatori, unite a una incredibile resistenza. La perdita delle medaglie di Stoccolma a causa di cavilli ha oscurato buona parte della sua carriera e avrebbe dovuto essere corretta molto tempo fa. La sua memoria dovrebbe essere mantenuta per ciò che merita, il più grande e completo atleta del nostro tempo".
Nel 1983, oltre alla restituzione delle medaglie, il suo nome fu nuovamente inserito negli annali olimpici.
martedì 26 agosto 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 agosto.
Il 26 agosto 1972 si aprirono a Monaco di Baviera i Giochi della XX Olimpiade.
Come la prima, quella del ’36 a Berlino, anche la seconda Olimpiade tedesca della storia fu funestata dalla politica: ma se i Giochi di Hitler colpirono solo dal punto di vista propagandistico, andò molto peggio a Monaco di Baviera. Gli sforzi degli organizzatori, che miravano a dare del paese un’immagine di un luogo democratico e pacifico, furono azzerati dal sanguinoso blitz dei terroristi palestinesi di Settembre Nero, che rapirono e quindi uccisero 11 atleti della squadra israeliana e un poliziotto tedesco, in quello che verrà ricordato come il Massacro di Monaco.
Nonostante lo sgomento di tutto il mondo, i Giochi furono sospesi per un solo giorno, quello dei funerali, e in qualche modo lo spettacolo continuò. A Monaco erano convenuti un numero record di nazioni (122) e atleti (7129) e non mancarono certo i risultati sorprendenti. Nell’atletica, il sovietico Valerij Borzov inflisse agli americani una clamorosa doppia sconfitta nei 100m e 200m (terzo un giovane Mennea), e l’onta si ripeté nel basket, con la prima, storica sconfitta della nazionale USA per mano dell’URSS (51-50) al termine di una delle più contestate finali olimpiche della storia. E poi ancora l’affermazione di Teofilo Stevenson, straordinario peso massimo cubano, che a Monaco vinse il primo di tre ori consecutivi.
Tuttavia, i Giochi del 1972 saranno sempre indissolubilmente legati alla gigantesca figura di Mark Spitz, 22enne californiano già due volte campione olimpico in Messico. In Baviera, Spitz superò qualunque altro atleta di qualunque disciplina, aggiudicandosi 7 medaglie d’oro all’interno della stessa edizione. Spaccone e narciso, il californiano si ritirò immediatamente dopo le Olimpiadi perché, parole sue, “non si può migliorare la perfezione”. Ci riuscì Michael Phelps, ma solo 36 anni più tardi.
martedì 22 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Secondo alcuni storici il 22 luglio 776 a.C. iniziarono le prime Olimpiadi greche.
Le Olimpiadi antiche furono istituite nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Esse, come ci ricorda il poeta lirico Pindaro, vissuto in Grecia tra il 500 e il 400 a.C., sono le manifestazioni più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici” (Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei): “Come l'acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l'oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi”.
Vengono tramandate diverse versioni sulla loro origine, sia sul piano storico, sia su quello mitologico.
Relativamente a quello storico, la fonte principale da cui attingere documentazione è Pausania il periegeta, geografo con interessi artistici e antiquari vissuto nella seconda metà del 2° sec d.C., che afferma che i Giochi sono nati in seguito ad un atto politico, ossia all’accordo tra il re dell’Elide, Ifito, e il re di Sparta, Licurgo, per rendere la città di Olimpia un territorio neutrale, sacro e inviolabile; le Olimpiadi sarebbero state il simbolo della tregua politico-militare tra i due re. Tale notizia è riportata anche dallo storico Plutarco, che trova conferma del patto tra i re nell’iscrizione incisa su di un disco bronzeo custodito nel tempio di Hera, nel recinto sacro dell’Altis.
Per quanto riguarda la mitologia, invece, numerose sono le versioni tramandate sull’origine dei Giochi da Pindaro e Pausania. Il poeta, nella prima delle 14 Odi olimpiche, narra il mito di Enomao, re di Pisa d'Elide, che era rappresentato sul frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia. Il sovrano, dal momento che un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per mano del futuro genero, era determinato a impedire le nozze della figlia Ippodamia; confidando nella superiorità dei cavalli divini che gli erano stati regalati da Fetonte, a ogni pretendente proponeva una corsa di carri da Pisa a Corinto, con il patto che se lo avesse sconfitto avrebbe sposato Ippodamia, in caso contrario sarebbe stato ucciso. Dopo la morte di tredici aspiranti si presentò Pelope, figlio del re frigio Tantalo, alla guida di un carro condotto da cavalli alati, che gli erano stati donati da Poseidone. Scorgendo, però, le teste dei pretendenti sconfitti appese alle porte del palazzo di Enomao, Pelope perse la fiducia nelle proprie possibilità e per essere sicuro di aggiudicarsi la corsa pensò di avvalersi dell'aiuto di Mirtilo, figlio di Ermes e auriga del carro di Enomao, promettendo che gli avrebbe permesso di passare una notte con Ippodamia se lo avesse messo in condizione di vincere la corsa; Mirtilo accettò l'offerta e tolse i perni degli assali del carro di Enomao, sostituendoli con pezzi di cera. Durante la corsa, le ruote si staccarono, il carro si rovesciò ed Enomao morì. Pelope, quindi, vinse la sfida ma, non avendo intenzione di mantenere la promessa fatta a Mirtilo, lo gettò in mare. Mentre moriva, Mirtilo lo maledisse e Pelope, per sfuggire all'anatema, tentò di conciliarsi i favori di Zeus organizzando in suo onore i primi Giochi di Olimpia. Un'altra versione del mito narra che Pelope, dopo aver vinto la sfida con Enomao, sposò Ippodamia e divenne sovrano di Pisa, estendendo il suo dominio su tutta la penisola, cui diede il nome di Peloponneso; alla sua morte fu sepolto nella valle dell'Alfeo, nella località in cui poi sorse la città sacra di Olimpia e, in seguito, in suo onore si sarebbero svolti i primi Giochi Olimpici, con la partecipazione delle tribù della regione. Una terza tradizione attribuisce la fondazione dei Giochi a Eracle, che li avrebbe istituiti per rendere grazie agli dei dopo aver ucciso Augia, re dell'Elide, che gli aveva commissionato la pulitura delle stalle e si era poi rifiutato di pagargli il compenso pattuito; in quella occasione, fu consegnato ai vincitori un ramo d'ulivo, premio che nel simbolismo olimpico sarebbe diventato l'emblema della vittoria.
Le Olimpiadi, per circa quattro secoli furono disputate solo in contesto greco; la partecipazione si allargò solo in seguito, quando cominciò a farsi sentire l’influenza macedone e i Macedoni stessi furono ammessi alle gare, acquistando così il diritto di essere Greci a tutti gli effetti. Il contesto si ampliò ancor più quando i Romani conquistarono la Grecia, ma in contemporanea iniziò anche il processo di decadenza dei Giochi. Eventi salienti furono il tentativo da parte di Silla di spostare le gare a Roma e l’episodio in cui Nerone ritardò addirittura le Olimpiadi di 2 anni per permettere la propria partecipazione: egli conseguì 6 vittorie, in chiave di atleta, ma anche di artista: corsa di carri, quadriga con puledri, concorso per araldi, tragedi, citaredi, tiro a dieci cavalli (67 d.C.). Al popolo conquistatore non piaceva l’agonismo greco: anche Roma ospitava delle gare, i ludi maximi, a cui partecipavano prevalentemente schiavi e persone appartenenti ai ceti più modesti, ma essi avevano come fine divertire gli spettatori e non la vittoria. Inoltre, i Romani criticavano l’atletismo per la sua collocazione esagerata nella scala dei valori sociali; gli atleti, infatti venivano considerati “µόνος καὶ πρώτος”, “πρώτος ἂνθροπος”, godevano di grande fama, vantaggi materiali e privilegi, come statue, il diritto di sedere vicino al re, esenzione dalle tasse, cariche. In questo periodo, per di più, si diffuse sempre maggiormente il professionismo degli atleti: essi venivano, infatti, seguiti da allenatori (“γυμνασταί”) che si basavano su metodi di allenamento scientifici, e si alimentavano in modo sempre più conforme al loro sforzo fisico (aumentò in maniera consistente, per esempio, il consumo di carne). Si verificarono i primi casi di corruzione dovuti alla sete di denaro e di vittoria. Con la diffusione del cristianesimo, poi, le Olimpiadi subirono il loro ultimo colpo: infatti, vennero sempre più aspramente criticate le feste e i riti pagani, in quanto considerati immorali, violenti, ridicoli, assurdi, e le Olimpiadi vennero considerate tali; la loro fine ufficiale risale all’anno 393 d.C., con l’editto antipagano di Costantinopoli emanato da Teodosio I su influenza del Vescovo di Milano Ambrogio.
Le Olimpiadi venivano organizzate ogni quattro anni tra i mesi di Apollonio e Partenio, in estate, in modo che il terzo giorno, quello centrale, desse con il secondo o terzo plenilunio dopo il solstizio d’estate. Alcuni mesi prima, degli ambasciatori, chiamati “σπονδόφοροι”, annunciavano in tutta la Grecia l’inizio delle feste, mentre un mese prima gli atleti dovevano trovarsi a Elide: a questo punto essi potevano ancora rinunciare alla partecipazione. Da questo momento gli atleti venivano tenuti sotto una stretta sorveglianza, anche per quanto concerne l’alimentazione: la loro dieta prevedeva, infatti, un consumo di pane, fichi, formaggio e carne. In seguito giungevano ad Olimpia anche i famigliari degli atleti e i loro allenatori, oltre alle rappresentanze ufficiali delle πόλειϛ, che si accampavano in tende. Gli atleti godevano, invece, del privilegio di poter alloggiare nel “Λεονιδάιον”, un edificio, costruito negli anni 330- 350 a.C., quasi quadrato (80 metri x 74), costituito da una corte centrale circondata da un peristilio di quarantaquattro colonne doriche su tutti e quattro i lati; il lato ovest era il più grande rispetto agli altri e ospitava le camere più vaste, forse addirittura disposte su due piani; all’esterno dell’edificio correva un colonnato continuo di centotrentotto colonne ioniche. A Olimpia convergevano poi anche oratori, letterati, musici e politici. Altre figure importanti erano gli “θεόκολοι”, che organizzavano riti religiosi e sacrifici, gestivano i templi ed erano i soli autorizzati a risiedere nel santuario olimpico, gli araldi, ossia gli annunciatori ufficiali, e i giudici; avevano questa funzione sia i cosiddetti ellanodici sia il Gran Consiglio, la “βουλή.” I primi indossavano tuniche di porpora e corone di foglie d’ulivo, sedevano in una tribuna riservata ed erano divisi in tre collegi; essi conoscevano perfettamente le regole olimpiche, dal momento che erano sottoposti al un lungo e faticoso tirocinio, e avevano il compito di verificare l’idoneità degli atleti e di far rispettare le norme che disciplinavamo lo svolgimento dei Giochi Olimpici; sono ricordati per la loro incorruttibilità, ad eccezione dell’episodio di Nerone. Il secondo, invece, era formato da membri che risiedevano a Olimpia, eletti per un quadriennio; custodiva le regole delle competizioni e aveva competenze amministrative; era, inoltre, una giuria di appello contro le decisioni dei giudici. Le sanzioni principali consistevano nell’espulsione dai giochi, in sanzioni pecuniarie e in pene corporali.
Per quanto riguarda il programma delle gare, durante le prime tredici Olimpiadi gli atleti si cimentarono in un’unica gara, lo stadion, e quindi la manifestazione durava un solo giorno; successivamente, in seguito all’inserimento di altre gare, la durata delle Olimpiadi crebbe a cinque/sei giorni. Il tutto iniziava con un corteo da Elide verso Olimpia di due giorni. Il terzo giorno il corteo entrava ad Olimpia e, presso il recinto dell’Altis e la statua di Zeus, celebrava sacrifici e pregava; si teneva poi il giuramento degli atleti, l’ὠρκός: essi dichiaravano di avere i prerequisiti per l’ammissione alle gare e di essersi allenati per 10 mesi, nel rispetto delle regole; seguiva a ciò l’ecatombe, ossia un sacrificio di cento buoi. In seguito, venivano sorteggiati gli atleti per la composizione dei turni eliminatori. Si disputavano poi le gare: lo stadion, gara di corsa veloce di lunghezza corrispondente a quella dello stadio (a Olimpia 192,27 metri), il diaulos (1200 piedi, 400 metri circa di lunghezza), il dolichos (da 7 a 24 stadi, da 1500 a 5000 m circa), la lotta, il pentathlon (corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta), il pugilato, gli agoni ippici, il pancrazio (una combinazione di lotta e pugilato senza esclusione di colpi, l’oplitodromia, ossia la corsa con le armi. Ruolo fondamentale svolgeva anche la corsa con il carro, che si svolgeva su una pista nettamente più lunga di uno stadion e prevedeva più giri di essa attorno a delle mete. Venivano in seguito premiati i vincitori con una corona di ulivo e ghirlanda, gli atleti facevano il giro dello stadio e veniva, infine, eletto l’atleta eponimo, che dava cioè il nome all’Olimpiade. La manifestazione si concludeva con sontuosi banchetti, in seguito ai quali iniziava il viaggio di ritorno per tutti coloro che erano convenuti ad Olimpia.
Senza dubbio, i protagonisti della manifestazione erano gli atleti. Essi appartenevano all’elite sociale: erano, infatti, tutti aristocratici, dal momento che necessitavano di molto tempo libero e dovevano pagarsi degli allenatori privati; tuttavia, ci furono casi in cui dei benefattori contribuirono al pagamento di maestri e istruttori per chi non fosse di estrazione sociale elevata. L’etica dell’atleta era fondata sulla fatica (“πόνος”), sul coraggio (“ἀνδρεία”) e sulla resistenza (“καρτερία”); era, dunque, necessario che gli atleti avessero un complesso di qualità fisiche e morali. L’atleta mirava unicamente alla vittoria e al successo individuale; solo in questo modo era possibile che si eternasse la sua fama (“κλέος”); egli, infatti, era considerato “baciato dalla buona sorte” (“ὂλβιος”): questo epiteto aveva anche valenza religiosa. Gli atleti, inoltre, erano considerati degli eroi e grazie a loro la comunità poteva festeggiare il trionfo della vita sulla morte. Essi, insomma, impersonavano il concetto greco del “καλός κʹἀγαθός”, letteralmente “bello e buono”, che metteva in diretta relazione la sfera etica e quella estetica della persona. Come ci ricorda Pindaro, (Olimpica I, 95- 101), infatti, “è là, ad Olimpia, che si affrontano i corridori più veloci, là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia. È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni: è la gloria, bene supremo per gli uomini”. Scrive ancora il poeta (Olimpica VIII, Ode 69, 86-87) che il secondo classificato avrebbe patito come tutti gli altri un “odioso ritorno a casa e una fama non gloriosa” e i non vincitori “lungo i vicoli, scansando i nemici, sono mortificati e colpiti dalla sfortuna”. Per partecipare alle gare, bisognava avere determinati prerequisiti, ossia essere di pura discendenza greca, di condizione libera e figli di Greci liberi, iscritti alle liste civiche e immuni da condanne penali; obbligatorio era poi un periodo preparatorio di un mese nel ginnasio di Elis. Gli atleti gareggiavano in un primo tempo con un gonnellino succinto stretto da una cintura, in seguito nudi; i vincitori ricevevano in premio una corona di olivo selvaggio composta di rami del santuario di Zeus; non erano previsti vantaggi economici, ma numerosi premi onorifici, tra cui il privilegio di iscrivere il proprio nome nella lista dei vincitori, di erigere una propria statua, di sfilare su di un carro da parata attraverso la propria città nel momento del rientro in patria, di erigere il proprio ritratto in luoghi pubblici, in banchetti sacri e in ginnasi o palestre, di essere mantenuti a spese dello stato, di avere posti riservati a teatro. Il loro ricordo dei più famosi atleti è stato tramandato ai posteri anche grazie all’epinicio, un genere letterario nato nel VI secolo, dedicato esclusivamente ai vincitori sportivi; questa forma di poesia corale celebrativa veniva declamata durante i festeggiamenti in occasione del ritorno in patria o, più raramente, sul terreno di gara. Non esaltava solo gli atleti, ma anche la loro stirpe e la loro patria: l’evento sportivo veniva descritto solo brevemente e il vincitore era elevato in una sfera sovrumana di racconti mitologici. Infine, bisogna sottolineare che gli atleti erano esclusivamente uomini; alle donne, infatti, non era permesso né assistere né partecipare ai giochi, eccetto come proprietarie di cavalli nelle corse con i carri. Sono solo tre i casi di vittorie femminili in quest’ultimo caso a noi noti.
Numerose sono le raffigurazioni di atleti nell’arte antica; le due più celebri sono il Discobolo di Milone e il Diadumeno di Policleto. Il Discobolo risale al 450 a.C. ed è una statua raffigurante un atleta impegnato nel lancio del disco, nel momento di massima tensione che precede l’azione. L’atleta tiene, infatti, alzato il braccio con cui sta per lanciare; il peso del corpo allenato poggia tutto sulla gamba destra piegata, con il piede ben saldato a terra, mentre la gamba sinistra, più arretrata, asseconda il movimento. Il tronco compie una potente torsione a destra, le armoniose braccia sono distese a formare un arco che dalla mano sinistra, poggiata sul ginocchio destro, passa per le spalle, terminando nel disco sollevato in alto dalla mano destra; il capo dai capelli corti e ricciuti è rivolto verso il braccio che lancia. Tutto ciò forma una costruzione geometrica, che raffigura un semicerchio e un doppio triangolo; il volto esprime, invece, misurata e tenue concentrazione, determinazione e intelligenza; è stato però fortemente criticato da Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia”. Pecca della statua è la concezione esclusivamente frontale: guardato di profilo, il corpo risulta eccessivamente schiacciato su un unico piano; novità sul piano scultoreo è, invece, il mutamento della concezione di equilibrio, dal momento che non vengono più eliminate le forze e le tensioni, ma vengono controllate attraverso un equilibrio di forze uguali e contrarie. Il Diadumeno è, invece, una statua del 430/425 a.C. e raffigura un atleta che si stringe una benda, la tenia, intorno alle chiome dopo la vittoria di una gara; peculiari sono la geometrizzazione della figura, la sua accurata ponderazione e la struttura chiastica. Le braccia allargate tengono i due capi del nastro e nel volto vi è ricercata riflessività; il baricentro della figura, inoltre, cade al centro delle gambe e il dinamismo trattenuto annulla ogni impressione di staticità. La statua non è più un oggetto frontale, ma un volume che si articola e si muove in tutto il suo spazio tridimensionale.
Le Olimpiadi rivestivano una grandissima importanza nel mondo antico. Esse avevano un ruolo fondamentale al punto che il calendario greco prese le mosse dalla data delle prime Olimpiadi (776 a.C.); fu lo storico Timeo da Tauromenio, nelle Όλιμπιονίκαι a fissare per primo su base scientifica una precisa cronologia per la storia, introducendo l’uso di datare gli eventi storici e letterari in base alle Olimpiadi nelle quali si erano verificati; questo metodo di datazione fu recepito da molti altri, per esempio da Eratostene di Cirene, terzo bibliotecario della biblioteca di Alessandria, che compilò anche un elenco di vincitori nelle gare olimpiche (Όλιμπιονίκαι), e da Polibio. Con il termine Olimpiade, infatti, letteralmente, si intende il periodo di quattro anni che intercorre tra un’edizione e l’altra dei Giochi.
sabato 22 febbraio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 Febbraio 1980 durante le Olimpiadi Invernali di Lake Placid la nazionale statunitense di Hockey sul ghiaccio si rese protagonista di un’impresa che è tra le più amate della storia dello sport a stelle strisce. Tanto impensabile da essere ribattezzata “il Miracolo sul Ghiaccio”. Ve la raccontiamo.
All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.
Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.
Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.
«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte. Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.
La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.
Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.
Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.
Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.
Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.
Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.
«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.
Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.
Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.
Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.
Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.
Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.
Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.
Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.
I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.
Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!
Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia : «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!
Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema.
Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.
Terminata la carriera sul ghiaccio dopo la vittoria olimpica a soli 25 anni, Mike Eruzione intraprese quella di commentatore televisivo per la ABC e la NBC. Insieme a tutta la nazionale americana di hockey del 1980, è stato l'ultimo tedoforo dei giochi invernali di Salt Lake City 2002.
lunedì 10 febbraio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 2006 si inaugurano i Giochi Olimpici Invernali di Torino.
Venerdì 10 febbraio 2006. Erano passate da poco le 20, quando, con un colpo di maglio, Yuri Chechi dava inizio alla Cerimonia d’apertura della XX edizione dei Giochi Olimpici invernali. Un momento che presto sarebbe entrato nella storia. Torino e il Piemonte si trovarono improvvisamente al centro del mondo, con un successo in termini promozionali e d’immagine che proseguì ben oltre le settimane di gare, rafforzato dai risultati delle Paralimpiadi.
Eppure la candidatura per organizzare l’Olimpiade era partita quasi per scommessa, sull’entusiasmo dei Mondiali di sci alpino 1997 di Sestriere. Tra i fautori di un progetto che all’inizio era stato considerato quasi un azzardo, il generale dei Carabinieri Franco Romano. L’idea venne incoraggiata dall’avvocato Giovanni Agnelli e il dossier olimpico prese forma fino alla vittoria finale, ottenuta durante l’assemblea plenaria del Comitato olimpico internazionale tenutasi il 19 giugno 1999 a Seul, quando il presidente Samaranch pronunciò le parole “The winner is Torino”.
Ottenere l’organizzazione dei Giochi a scapito della favorita svizzera Sion fu un successo anche della nostra diplomazia sportiva, oltre che di un dossier accattivante per i suoi contenuti innovativi e per il coinvolgimento di una metropoli e della sua corona di montagne: Torino e dieci sedi alpine di gara o di allenamento nelle valli Susa e Chisone.
Sul piano sportivo, le emozioni per l’Italia non sono state poche: le imprese di Armin Zoeggeler nello slittino, di Enrico Fabris nei 1500 metri e della squadra azzurra nell’inseguimento a squadre del pattinaggio di velocità e dei fondisti, la medaglia nella staffetta 4x10 km e l’inebriante trionfo di Giorgio Di Centa nella 50 km. Come sono indimenticabili le cerimonie di apertura e chiusura nello Stadio Olimpico di Torino: spettacoli di musiche, colori e scenografie, una bambina che canta l’inno di Mameli, l’esibizione di grandi artisti.
A Sergio Chiamparino, allora sindaco di Torino, brillano gli occhi quando si ricorda quel periodo: “Avverto ancora l’emozione di aver vissuto un’esperienza straordinaria, iniziata con il ritiro della bandiera a cinque cerchi a Salt Lake City e culminata con la sua consegna agli organizzatori di Vancouver 2010. Mi rimangono la soddisfazione e l’orgoglio per aver contribuito a realizzare un evento che ha comportato un salto di qualità nella percezione a livello internazionale di Torino e del Piemonte e che ha lasciato alla città e al territorio una cospicua eredità”.
“I vari palazzetti del capoluogo - puntualizza Chiamparino - sono stati da subito impiegati per grandi eventi, concerti, convention e manifestazioni sportive. Il villaggio olimpico è per metà adibito ad abitazione ed è sede dell’Arpa, l’altra metà dovrà essere ristrutturata e la sua vicinanza con il grattacielo della Regione e il nuovo Parco della Salute e della Scienza ne farà una collocazione ambita. Forzando l’indebitamento della Città al limite consentito si sono potuti effettuare importanti investimenti a livello culturale e costruire la linea 1 della metropolitana, che si attendeva da decenni e che senza le Olimpiadi forse non sarebbe mai stata realizzata. Mi rendo conto che la gestione degli impianti montani ha comportato invece alcuni problemi”.
Ma il presidente non dimentica quella che definisce “l’eredità immateriale: è sotto gli occhi di tutti che il turismo a Torino e in Piemonte è cresciuto proprio grazie al nuovo posizionamento internazionale dovuto alle Olimpiadi, che hanno consentito di far conoscere ed apprezzare le eccellenze storiche, culturali e paesaggistiche di tutto il territorio”.
Giovanni Malagò, attuale presidente del Coni, ritiene che i Giochi del 2006 “sono passati alla storia come un’Olimpiade riuscita, con un livello organizzativo eccellente che ci ha dato credito anche negli anni successivi e che oggi rappresenta uno dei pilastri per dimostrare che noi italiani siamo capaci di fare le cose fatte bene. Sono state Olimpiadi con tantissime luci e poche ombre, con risultati finanziari molto positivi e investimenti che oggi rimangono sul territorio e che sono oggettivamente un pilastro della vita non solo sportiva ma anche sociale ed economica della città”.
Evelina Christillin, oggi presidente di Enit e del Museo Egizio ed allora presidente esecutivo del comitato promotore di Torino 2006, la sensazione più intensa la provò a Seul: “Avevamo portato a casa un risultato che sembrava impossibile, battendo la grande favorita Sion. Eravamo una ventina a lavorare in quel comitato, ci avevamo messo l’anima per un anno e mezzo, ma sembrava talmente difficile spuntarla e pochi al di fuori di noi ci credevano davvero. Ma ce l’abbiamo fatta e sono stati Giochi apprezzati in tutto il mondo, preparati in sette anni molti intensi, che hanno evitato di fare sprofondare Torino nel declino ed hanno restituito orgoglio e senso di appartenenza ai suoi cittadini.
Prima delle Olimpiadi invernali pochi in Asia o in America sapevano davvero dov’erano Torino ed il Piemonte, ora la città e la regione sono diventate una meta turistica. Ed un altro bellissimo lascito olimpico sono stati i volontari: è stata costruita una rete sociale straordinaria che è ancora in buona parte attiva per tante manifestazioni”. Un altro motivo di orgoglio è il fatto che “il comitato organizzatore di Pechino 2022 si rivolga proprio a noi per avere indicazioni sull’allestimento dei loro Giochi: vuol dire che Torino 2006 è una best practice riconosciuta”.
Stefania Belmondo, pluricampionessa dello sci di fondo con all’attivo 10 medaglie olimpiche e 13 mondiali, ha un altro trofeo di cui va fiera: aver portato la fiaccola nell’ultimo tratto della cerimonia di apertura. “Essere l’ultima tedofora ed accendere il tripode di un’Olimpiade nella mia regione – racconta - è stata un’emozione incredibile. Era una possibilità e lo sapevo, naturalmente, ma non ero affatto certa che sarebbe toccato proprio a me. C’era la concorrenza di Alberto Tomba e di altri atleti. Perciò è stata grandissima l’emozione quando mi è stata comunicata dai responsabili la decisione”.
Belmondo ricorda poi la concentrazione degli ultimi metri una volta arrivata vicino al braciere olimpico, nonostante tutti i chilometri percorsi sulle piste da sci. “Portare una fiaccola non è un’impresa così difficile, ma con tutta quella gente a guardarti l’emozione diventa enorme, specie se ti trovi nella tua terra. Per Torino e il Piemonte le Olimpiadi sono state una vetrina eccezionale, un susseguirsi di eventi bellissimi che di sicuro hanno lasciato un segno”.
Per lo svolgimento dei Giochi vennero realizzati o ristrutturati diversi impianti: a Torino l’Oval per il pattinaggio di velocità, il Palavela per il pattinaggio artistico, il Palasport per l’hockey su ghiaccio e lo Stadio Olimpico per le cerimonie di apertura e chiusura, a Pinerolo lo Stadio del ghiaccio per il curling, a Cesana le piste per bob, slittino e skeleton, a Bardonecchia quella per lo snowboard, a Pragelato la pista per lo sci di fondo e salto con gli sci, mentre Sestriere e Sansicario ospitarono lo sci alpino. Ad essi si affiancarono i villaggi olimpici di Torino, Bardonecchia, Pragelato e Sestriere. Vennero realizzate anche diverse “opere connesse”, infrastrutture necessarie allo svolgimento dei Giochi pensate per qualificare l’offerta turistico-sportiva dei comprensori sciistici, come le seggiovie di Cesana, Claviere, Prali e Chiomonte, il centro sportivo di Giaveno, il parco urbano di Pinerolo.
Dopo le gare le maggiori criticità si registrarono in montagna, a causa dei costi di gestione elevati e dello scarso utilizzo di alcune strutture, come la pista di bob, il cui impianto di refrigerazione è stato svuotato e messo in sicurezza nell’autunno 2012, ed i trampolini per il salto con gli sci.
Proprio per amministrare il patrimonio mobiliare ed immobiliare delle Olimpiadi, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, ora Città metropolitana, e Coni costituirono la Fondazione 20 marzo 2006 (la data è quella successiva alla fine delle Paralimpiadi), nota anche come Torino 2006 Olympic Park - TOP, nella quale furono poi inseriti anche i Comuni olimpici e che è attualmente presieduta da Francesco Avato della Regione Piemonte.
Il 5 ottobre dello stesso anno venne costituita la società Parcolimpico srl, attualmente partecipata per il 90% da Set Up e per il 10% dalla Fondazione, alla quale è stata affidata la gestione dei siti olimpici mediante l’organizzazione di attività ed eventi di natura sportiva, culturale e sociale. Un esempio su tutti, i numerosi concerti di grandi artisti internazionali che si sono succeduti a Torino in questi anni.
Con l’entrata in vigore della legge n.65/2012 alla Fondazione è stato affidato il compito di utilizzare le risorse rimaste per la manutenzione straordinaria e la riqualificazione degli impianti, con particolare riguardo all’efficientamento energetico. L’esecuzione dei lavori viene invece demandata a Scr Piemonte, la società di committenza della Regione.
Il primo stralcio, ammontante a 33 milioni di euro, ha consentito di avviare il rinnovo degli impianti energetici dei Palaghiaccio di Torino, Pinerolo e Torre Pellice, dove il ricorso alle energie rinnovabili permetterà di dimezzare i costi di gestione, la costruzione di una centralina idroelettrica a Prali per favorire l’innevamento artificiale, la riqualificazione degli stadi del freestyle e del biathlon, la messa in sicurezza delle piste di Chiomonte, il ripristino della pista Orsiera a Sestriere, la sostituzione di numerosi generatori di neve con materiale di nuova generazione che ne aumentano del 30% il rendimento.
Gli stanziamenti della legge hanno generato anche importanti investimenti dei gestori privati, come gli 11 milioni della Sestrieres spa per la riqualificazione del comprensorio della Via Lattea ed i 4 milioni della Colomion spa per il miglioramento del comprensorio di Bardonecchia. Con gli 8 milioni di disponibilità finanziaria del 2015 sono stati decisi ulteriori interventi a Bardonecchia, nella Via Lattea ed a Torino. La Fondazione ha inoltre deliberato l’avvio di uno studio di fattibilità per la riqualificazione della pista da bob di Cesana e del trampolino e della pista di fondo di Pragelato.
Per estendere la ricaduta economica e di immagine dei Giochi a tutto il territorio venne elaborato il Programma regionale delle infrastrutture sportive e turistiche Piemonte 2006, con lo scopo di realizzare interventi capaci di promuovere e strutturare turisticamente e sportivamente anche le aree non olimpiche, con particolare attenzione ai comprensori sciistici. Oltre 100 le opere finanziate: il lungo elenco comprende, tra gli altri, l’impianto polivalente di Novara, la piscina scoperta di Arona, l’approvvigionamento idrico di Orta San Giulio e Pella, seggiovie e nuovi impianti a Limone Piemonte, Entracque, Frabosa Soprana e Sottana e nelle valli del Canavese, la ristrutturazione dell’ex Enofila ad Asti, la sistemazione della viabilità intorno al Colle don Bosco, la riqualificazione del sistema escursionistico biellese e dl piazzale di accesso al Santuario di Oropa, la messa in sicurezza delle strade che portano alla stazione sciistica di Bielmonte, la riqualificazione del comprensorio Domobianca con impianti di risalita, postazioni per l’innevamento artificiale e interventi sulle piste, il recupero del monastero di Santa Chiara a Vercelli e dell’abbazia di Lucedio a Trino.
mercoledì 2 ottobre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 ottobre 1968, a Città del Messico, avvenne il massacro di Tlatelolco.
Nella piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco, migliaia di studenti e lavoratori messicani si danno appuntamento per manifestare pacificamente contro il Governo di Gustavo Diaz Ordaz, a capo di un partito che di rivoluzionario ha solo il nome. Mancano appena dieci giorni all’inizio della 19esima edizione dei Giochi Olimpici. Ma è dall’estate che il Paese è attraversato dalle tensioni che del resto caratterizzano l’intero anno, dalla protesta studentesca all’offensiva in Vietnam, dagli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy ai carri armati russi che soffocano nel sangue la Primavera di Praga. Il 22 luglio 1968, nella capitale messicana, una banale rissa tra istituti studenteschi viene sedata con la forza dai granaderos, i carabinieri messicani. È la scintilla che, nell’anno olimpico, fa scattare il corto circuito tra le due anime del Paese, come spiega Marco Bellingeri, docente di storia dell’America latina all’università di Torino e direttore del centro di cultura italiana a Città del messico.
Eddy Ottoz allora era un ragazzo di 24 anni. Quarto ai Giochi di Tokio nei 110 ostacoli, in Messico era pronto per puntare a una medaglia olimpica. Giovane attento, spirito libero, Ottoz aveva avuto occasione per conoscere da vicino le tensioni della società messicana, avendo più volte visitato il Paese negli anni precedenti, proprio in vista di quelle Olimpiadi, particolarmente attese per il clima politico, l’altitudine che avrebbe condizionato molti risultati, la diretta tv che per la prima volta avrebbe portato i Giochi nelle case di tutto il mondo.
Quel 2 ottobre 1968 sono oltre 10mila i giovani che accorrono in Piazza delle Tre Culture per partecipare alla manifestazione antigovernativa. Il segnale della repressione arriva alle 17.30, dal cielo. Le vie di fuga della piazza vengono chiuse: all’improvviso, dai tetti del ministero degli Esteri e dagli elicotteri partono raffiche di mitra sulla folla: sono 62 interminabili minuti di fuoco. Tra i feriti anche l’inviata dell’Europeo Oriana Fallaci che rilascia al Tg Uno una drammatica testimonianza dal suo letto d’ospedale il giorno dopo.
Il bilancio della carneficina è di oltre 300 vittime, 1200 feriti, 1800 arrestati, 25mila colpi sparati. il silenzio di Ottoz, tra i primi ad accorrere sul luogo della tragedia, è più eloquente di qualsiasi parola.
Molto si è scritto e detto su quello che rimane uno degli episodi più tragici della storia dell’olimpismo. Le trame sottostanti a quella strage sembrano ora più chiare ed evidenti, e solo di recente il Messico è riuscito a fare i conti con quel passato scomodo e tragico.
Il sangue sparso a piazza delle Tre Culture non fermò, però, le Olimpiadi messicane.
mercoledì 4 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 settembre 1972 Mark Spitz vince la sua settima medaglia d'oro alle Olimpiadi di Monaco, record rimasto imbattuto fino al 2008.
La leggenda di Mark Spitz nasce e finisce alle Olimpiadi del 1972 a Monaco di Baviera. Fu lui a salvare l'edizione dei giochi, funestata dall'attentato terroristico nel villaggio olimpico per mano di dissidenti palestinesi, che uccisero due membri della squadra di Israele e ne tennero in ostaggio altri nove. Mark Spitz, ebreo-americano, prima dei giochi bavaresi, era considerato un buon nuotatore, capace di andare a medaglia… Nessuno certo pensava che potesse diventare in tre settimane lo sportivo più famoso della storia olimpica.
Mark Spitz nasce a Modesto, California, il 10 febbraio 1950. Con la famiglia si trasferisce per quattro anni alle isole Hawaii dove inizia a nuotare sotto gli insegnamenti del padre. All'età di sei anni Mark ritorna negli USA, a Sacramento, dove continua a coltivare la passione per il nuoto. Il padre Arnold è il suo più importante motivatore: sin dalla tenera età ripeteva al figlio la famosa frase: "Nuotare non è tutto, vincere lo è".
Mark inizia a far sul serio a nove anni, quando si iscrive alla Arden Hills Swim Club, dove conosce il suo primo coach, Sherm Chavoor.
Il nuoto è una vera ossessione per il padre che vuole a tutti i costi che Mark diventi il numero uno; in quest'ottica Arnold decide di trasferire la famiglia a Santa Clara, sempre in California, per permettere a Mark di entrare nella prestigiosa Santa Clara Swim Club.
I risultati arrivano in fretta: tutti i record juniores sono suoi. Nel 1967 vince ben 5 ori ai giochi Pan-Americani.
Le olimpiadi di Città del Messico del 1968 dovevano essere la definitiva consacrazione. Alla vigilia dei giochi Mark Spitz dichiarerà che avrebbe vinto 6 medaglie d'oro, cancellando dalla memoria collettiva il record di 4 ori ottenuto da Don Schollander ai giochi di Tokyo del 1964; era così sicuro delle sue potenzialità che considerava un secondo posto un vero affronto alla sua classe. Le cose non vanno come previsto: Mark nelle gare individuali raccoglie solo un argento e un bronzo, vincendo due ori solo nelle staffette USA.
La delusione di Città del Messico è per Mark Spitz un trauma; decide di superare questo momento con duri e frenetici allenamenti. Si iscrive alla Indiana University, il suo coach è Don Counsilmann, il suo obiettivo è uno solo: riscattarsi ai giochi di Monaco 1972. Alla vigilia dei giochi, dopo aver conseguito la laurea, si mostra più cauto ed estremamente concentrato. Il suo tuffo nella leggenda inizia con la gara dei 200 metri farfalla, seguita dal successo nei 200 metri stile libero. Non fallisce nella sua gara preferita, i 100 metri farfalla.
L'ostacolo maggiore sono i 100 metri stile libero; Spitz considera questa prova il suo punto debole, ma l'entusiasmo derivato dai 3 ori già conquistati, lo fa volare con il tempo record di 51'22''. Anni dopo dichiarerà : "Sono convinto di essere riuscito a compiere una grande impresa perché dopo i primi tre ori, nella testa dei miei avversari vi era un'unica preoccupazione e un un'unica domanda: «Chi di noi arriverà secondo?»".
Le staffette USA erano da sempre considerate le più forti e anche in questa occasione non tradiscono. La perfezione dei 7 ori giunge grazie ai successi nella 4x100 e 4x200 stile libero e nei 4x100 misti. Spitz diviene una leggenda, un mito vivente, alcuni cominciano a dubitare persino della sua provenienza terrestre. Sponsor, fotografi, addirittura i produttori di Hollywood lo tempestano di attenzioni e di contratti. La tragedia dell'attentato palestinese, a poche ore dalla conquista del suo settimo oro, oltre all'intero mondo sportivo, sconvolge però Mark. Lui, ebreo, alloggiava vicino alla delegazione israeliana bersaglio dei terroristi. Prima della conclusione dei giochi, sconvolto, lascia Monaco, nonostante le insistenze degli organizzatori e dei media.
Fu l'ultima volta che si vide Mark Spitz in vasca; si ritirò dopo le imprese di Monaco, giustificando questa sua scelta con la celeberrima frase: "Che cosa potrei fare di più? Mi sento come un fabbricante di automobili che ha costruito una macchina perfetta".
Lasciato il nuoto, per qualche tempo divenne uomo-immagine di numerosi sponsor e fece qualche comparsa nelle produzioni Hollywoodiane.
La leggenda di Spitz durò una sola olimpiade; molti fecero speculazioni su quei successi improvvisi e sul suo seguente ritiro. Infastidito dalle voci Mark decise l'azzardo di prepararsi per i giochi olimpici di Barcellona 1992. A 42 anni suonati provò a partecipare ai Trials ma non raggiunse il tempo limite per la qualificazione.
Quel record di 7 ori in una sola edizione dei giochi è rimasto un muro, un vero e proprio limite dello sport, fino alle Olimpiadi di Pechino del 2008, quando il giovane statunitense Michael Phelps riuscì a superare la leggenda, mettendosi al collo 8 medaglie del metallo più prezioso.
mercoledì 10 aprile 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 1896 Spyridon Louis vince la medaglia d'oro nella prima maratona delle Olimpiadi moderne.
Nato il 12 gennaio 1872 a Maroussi, un piccolo villaggio nei dintorni di Atene (Grecia), Spiridon Louis è l'atleta che la storia dello sport mondiale ricorda per essere stato il vincitore della maratona della prima Olimpiade dell'era moderna. Ultimo di cinque figli di una modesta famiglia contadina, non si hanno notizie certe sulla sua professione: secondo alcuni Spiridon è un pastore, da altre fonti viene invece descritto come portatore d'acqua.
In base a ciò che riporta il podista lombardo Carlo Airoldi, giunto nel 1896 ad Atene per partecipare ai Giochi olimpici ma non ammesso in quanto considerato atleta professionista, Spiridon è un soldato dell'esercito greco che, dopo aver abbandonato le armi, aiuta suo padre nel caricare acqua minerale acquistata ad Atene.
Per svolgere tale lavoro, Louis Spiridon è solito percorrere una media di circa trenta chilometri al giorno, quindi pur non essendo un atleta di professione, di certo non gli manca l'allenamento.
Il 25 marzo 1896 arriva diciassettesimo alla gara di qualificazione per la maratona delle Olimpiadi, ma solo i primi sedici atleti vengono ammessi. Il sindaco di Atene, che è colonnello e conosce bene Spiridon per le sue ottime doti di militare, convince la giuria a farlo partecipare alla competizione olimpica. Il 10 aprile 1896 l'atleta greco Spiridon Louis entra nella storia dell'atletica e in quella dello sport vincendo la maratona della I Olimpiade dell'era moderna.
La gara viene disputata dalla piana di Maratona, lo storico luogo in cui avvenne la battaglia tra Ateniesi e Persiani fino al centro della città: in tutto sono circa quaranta chilometri, e Spiridon li percorre 2 h 58' 25''. Nella storica gara il favorito è il connazionale Harilaos Vassilakos, che però arriva secondo. La maratona ha una valenza storica per i Greci, in quanto rievoca la corsa di Filippide dalla città di Maratona fino ad Atene per portare l'annuncio della vittoria sulla Persia. Essere arrivato primo alla Olimpiade rende Louis Spiridon famoso e popolare in tutta la Grecia.
E' da ricordare come la distanza della maratona moderna di 42,195 Km venne ufficializzata solo nel 1921.
Gli abitanti del piccolo villaggio natio, Maroussi, fanno a gara per offrire a Spiridon Louis pranzi gratis ogni giorno e caffè per tutta la vita in trattoria, doni in natura, ecc. L'atleta accetta soltanto in regalo un carretto ed un cavallo per proseguire la sua attività di caricatore di acqua, che lo aiuta a fare meno fatica. Anche successivamente Spiridon conduce una vita alquanto modesta, e dopo la morte della moglie, nel 1927, cade in miseria per una serie di sfortunate circostanze.
Nel 1926 viene accusato di falsificazione di documenti militari e viene rinchiuso in prigione, dove vi resta per un anno. I giornali infangano la reputazione dell'atleta, che invece viene dichiarato innocente. Il Ministero dell'Interno gli fa così ottenere una pensione per i servizi resi alla nazione.
Nel 1936 Spiridon Louis viene invitato come tedoforo della fiamma olimpica a Berlino, e qui offre una corona di lauro di Olimpia ad Hitler. Questa è l'ultima volta che Spiridon compare pubblicamente: quattro anni dopo, il 26 marzo 1940, muore nella sua città natale all'età di 68 anni.
In suo onore è stato costruito lo Stadio Olimpico a Maroussi. Nel 2012 il trofeo da Spiridon conquistato nella Maratona olimpionica è stato messo all'asta dal nipote, che si trovava in difficoltà economiche a causa della profonda crisi che ha colpito pesantemente la Grecia.
La medaglia, ed altri cimeli, è stata acquistata dal Marathon Run Museum di Maratona, ed è ora esposta a ricordare lo storico evento.
martedì 17 ottobre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 ottobre 1968, a Città del Messico, sul podio della gara dei 200 metri piani, Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno in un guanto nero in quella che divenne un'immagine storica.
Loro sono quelli che col pugno chiuso contro il cielo svegliarono il mondo dai gradini di un podio olimpico. 17 ottobre 1968, i giochi di Città del Messico, un pomeriggio caldo e nuvoloso. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri, sollevano il pugno guantato di nero e portano il Black Power dentro il recinto sacro dello sport. Ascoltano l'inno senza scarpe, calzini neri, testa bassa. Alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi. Con quel gesto entrarono nella storia, nella memoria e nei poster di una generazione. Icone di un'epoca di grandi cambiamenti che due atleti infiammarono pacificamente nel momento più alto della loro carriera, pagando quell'atto di coraggio civile con l'isolamento e l'ostracismo per tutta la vita.
Tommie Smith era nato a Clarksville, in Texas, il giorno dello sbarco in Normandia. Cresciuto riempiendo ceste in una piantagione di cotone, si era iscritto all'università vendendo macchine e studiando la Costituzione e i discorsi di Thomas Jefferson. Correva veloce in pista, lo chiamavano Tommie Jet e lo paragonavano a Jesse Owens, il campione afro-americano che nel '36 aveva tolto il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino nonostante la pelle scura. Lui però non voleva essere come il grande Jesse, cittadino emerito quando vinceva e negro il resto dell'anno. Quando tagliò il traguardo davanti a tutti in Messico, Tommie Smith aveva 24 anni e decise di dedicare la sua medaglia d'oro ai fratelli e alle sorelle che venivano linciati, umiliati, esclusi nella terra delle pari opportunità.
John Carlos invece era nato a Harlem, il ghetto nero di New York dove lavorava nel negozio di scarpe del padre e apriva le portiere dei taxi davanti ai locali jazz che rilanciavano le note di Duke Ellington. Grazie alle sue doti atletiche, aveva vinto una borsa di studio al college e si era poi trasferito in California dove si allenavano i velocisti più forti del paese. Lì, alla San Josè State University, aveva conosciuto Tommie Smith e insieme avevano aderito al Progetto olimpico per i diritti umani, una petizione degli atleti afro-americani contro le discriminazioni razziali promossa da Harry Edwards, sociologo e attivista con un passato da lanciatore del disco, il 'Professor Protesta' di uno dei tanti campus in fermento contro la guerra del Vietnam che la tv portava nelle case americane nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando conquistò la medaglia di bronzo a Città del Messico, John Carlos aveva 23 anni e pensò che la giustizia sociale fosse più importante di un pezzo di metallo.
Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, era toccato a Robert Kennedy. Il sogno americano listato a lutto. Gli atleti riuniti attorno al Progetto olimpico per i diritti umani avevano discusso tra loro la possibilità di boicottare l'appuntamento dei giochi: non volevano essere i cavalli da corsa dei bianchi, chiedevano allenatori neri da aggregare alla squadra americana, contestavano la riammissione del Sud Africa razzista nella famiglia dei cinque cerchi. Nella primavera del '67 Muhammad Ali aveva rifiutato l'arruolamento nell'esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi. Kareem Abdul Jabbar, che all'epoca era ancora un cestista universitario chiamato Lew Alcindor, rinunciò a un posto nella nazionale olimpica ma alla fine la proposta di boicottaggio non passò. Si decise per un gesto simbolico e rispettoso che richiamasse l'attenzione su una giusta causa e ognuno fu lasciato libero di decidere come comportarsi.
L'apertura dell'Olimpiade messicana fu preceduta di pochi giorni dalla strage degli studenti a piazza delle Tre Culture, un corteo represso nel sangue davanti ad atleti e giornalisti internazionali. Smith e Carlos non furono gli unici a sentire il vento del cambiamento soffiare alle loro spalle. Dopo di loro, i quattrocentisti Usa Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio col basco nero in testa, salutando col pugno chiuso. Con un volo infinito, Bob Beamon riscrisse il libro dei record nel salto in lungo e andò a ritirare la medaglia d'oro con i calzettoni neri tirati su per protesta. La ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska vinse quattro ori e due argenti e quando fu suonato l'inno sovietico dell'avversaria Natalia Kuchinskaya abbassò la testa in silenzio contro i carri armati che avevano invaso il suo paese un mese prima. A cambiare la storia dell'olimpismo e l'iconografia del '68 fu però il podio nero dei 200 metri sul quale, accanto a Smith e Carlos, salì anche un terzo uomo. Bianco. L'australiano Peter Norman, che a 26 anni finì secondo e capì anche di esser finito nel bel mezzo della Storia. Negli spogliatoi dopo la gara, sfinito e sudato, si avvicinò ai due rivali che confabulavano tra loro con un paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith. Fu informato da Carlos di quello che si apprestavano a fare e chiese se per caso avessero una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman era membro dell'Esercito della salvezza, un'organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e a Melbourne dove era nato e cresciuto aveva visto con i propri occhi la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu lui a suggerire agli altri due di dividersi i guanti, uno per uno. E si appuntò la loro spilla sul petto, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione. "Quel giorno diventammo fratelli", disse 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti. A Smith e Carlos andò molto peggio.
Il pugno destro di Smith era la forza dell'America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l'esecuzione dell'inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi si resero conto sul momento di quello che stava succedendo. La reazione del Comitato olimpico internazionale fu immediata. I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Bisognava dimostrare che quel gesto li aveva distrutti affinché nessun altro ci riprovasse più. L'esercito cacciò Smith per 'attività anti-americane': volevano punirlo, lo salvarono dal Vietnam. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano, si ridusse a fare il buttafuori nei locali.
Quaranta anni dopo Tommie Smith è un professore di sociologia che insegna ginnastica in un piccolo college a Santa Monica. Non si è mai pentito e i suoi studenti sono soliti chiedergli 'coach ma se sei così famoso, perché stai qui con noi?'. John Carlos fa l'allenatore di atletica in un liceo di Palm Springs, si occupa di servizi sociali, è un cristiano rinato. Dopo decenni di oblio, c'è sempre qualcuno che li cerca per un'intervista sul loro indimenticabile '68. Norman invece non c'è più, se n'è andato nel 2006 per un attacco di cuore e a reggere la bara a Melbourne c'erano Tommie e John. Gli sprinter che fecero la rivoluzione con un pugno, senza far male a nessuno. Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato. Ma nemmeno, più, così innocente.
domenica 5 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 marzo 1993 il velocista canadese Ben Johnson, dopo essere stato trovato positivo per la seconda volta ai controlli antidoping, viene squalificato a vita dalle competizioni ufficiali.
Il doping ha probabilmente la stessa età dello sport. E' nato nel momento in cui l'uomo ha desiderato confrontare le proprie abilità col suo simile o con gli animali (riproponendo gli scenari delle battaglie e della caccia in eventi e manifestazioni a scopo ludico) e, per farlo, ha iniziato a prepararsi al confronto aiutandosi con qualsiasi sistema.
Il doping, più o meno subdolamente, si è insinuato come pratica sleale e pericolosa per il raggiungimento del risultato sportivo e, quindi, per il conseguimento di riconoscimenti e onori nel modo più facile e rapido possibile. L'obiettivo era vincere. Non solo nelle gare il cui esito era segnato dalla vita o morte dei partecipanti, ma anche per arrivare al primo premio. Denaro, proprietà dello Stato devolute, esenzione dal servizio di leva costituirono la posta più ambita già per i giovani atleti dell'antica Grecia che parteciparono alle prime Olimpiadi.
La storia racconta che i gladiatori, prima di scendere nell'arena dell'anfiteatro Flavio, erano soliti assumere una bevanda preparata con una miscela composta dal sudore dei "colleghi" risultati vincitori negli incontri del giorno precedente e dalla sabbia del "campo di gioco" che aveva accolto il sangue dei vinti.
Al di là di preparazioni puramente simboliche e con significati pseudo-magici, presso i Romani e presso numerosi altri popoli dell'antichità erano diffuse pratiche "dopanti" dotate anche di un certo significato farmacologico. Si ha notizia di preparati a base di frutta fermentata a elevato contenuto alcolico (per conferire all'atleta euforia e ridurre la paura dello scontro), di alimenti preparati con interiora e testicoli di toro (dotati di vago significato anabolizzante), di estratti di passiflora e tiglio (ad effetto ansiolitico) e di altre improbabili misture dotate di più o meno blanda efficacia farmacologica.
La prima morte documentata di un atleta a causa dell'uso sconsiderato di sostanze dopanti risale al 1896 quando il ciclista Arthur Linton, durante la corsa Bordeaux-Parigi, fu colpito da una crisi cardiaca in seguito ad overdose di stimolanti.
Nei primi decenni del 1900 fu molto in uso, soprattutto tra i ciclisti, la pratica di preparare e consumare - anche nel corso della gara stessa - le cosiddette "bombe": veri e propri miscugli composti da associazioni di stimolanti naturali o artificiali diluiti nella borraccia con vino o acqua.
Nel 1967 la morte dell'atleta Tommy Simpson, avvenuta al traguardo della tappa del Mont Ventoux del Tour de France, scosse l'opinione pubblica. Il ciclista aveva assunto una dose consistente di amfetamine e morì a causa di un collasso cardiocircolatorio poco dopo aver completato la sua prova.
Il Comitato internazionale olimpico (fondato nel 1894 dal Barone Pierre de Coubertin) decise in tale occasione di dedicarsi con maggiore attenzione a un fenomeno così pericoloso, e dilagante, istituendo i controlli antidoping e preoccupandosi di stilare un elenco di sostanze vietate agli atleti nel contesto delle competizioni sportive di qualsiasi livello e disciplina. Da allora tale lista è stata completata, aggiornata e revisionata.
Dalla morte di Simpson a oggi la storia del doping ha conosciuto molti altri momenti bui. Tra i più drammatici c'è il periodo della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, nel corso degli anni '80. All'epoca lo scontro e la sete di supremazia tra le due superpotenze passò anche attraverso la bramosia di mostrare al mondo la paternità della gioventù sportiva più sana e forte possibile. Per gli atleti russi e americani furono impiegati i prodotti più pericolosi. Furono sperimentate nuove sostanze dopanti per intervenire anche sulla regolazione dello sviluppo fisico e sessuale dell'individuo, secondo un'etica distorta dalla mente criminale di ricercatori privi di ogni scrupolo.
Il fenomeno del doping è purtroppo pericolosamente diffuso. Esistono i controlli (talvolta molto difficili, specie in ambito amatoriale), una disciplina e sanzioni in ambito agonistico, ma è altrettanto importante che tutti i giovani, gli sportivi occasionali e gli amatori conoscano i gravi rischi per la salute che la pratica del doping comporta.
Oggi i fattori che favoriscono la diffusione del doping sono: la spinta insana a ottenere sempre e comunque risultati, i benefici economici e la notorietà; ma anche gli sponsor che pagano molto bene i campioni dello sport (ma solo finché il campione vince) o l'aumento dei carichi di allenamento altrimenti insostenibili. Particolarmente inquietante è il fatto che il mondo della criminalità organizzata si è ormai impossessato del traffico delle sostanze dopanti, che seguono gli stessi canali degli stupefacenti.
L'uso di sostanze dopanti non è una prerogativa dell'atleta professionista, anzi è spesso ben più frequente tra atleti che non praticano attività sportiva per professione.
Talvolta la ricerca di una sostanza che migliori la prestazione è frutto dell'ignoranza sui rischi per la propria salute e sulla scarsa capacità di riconoscere i propri limiti. Voler apparire un campione a tutti i costi senza la voglia o il tempo di allenarsi in modo adeguato spinge stoltamente qualcuno a cercare aiuto nel doping.
La prevenzione e la conoscenza di tale fenomeno, soprattutto tra i giovani, deve essere promossa a più livelli, oltre che in ambito familiare, nel contesto scolastico, nelle società sportive di appartenenza e da parte degli esperti del Servizio sanitario nazionale.
giovedì 4 agosto 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 agosto 1978, durante il meeting di Brescia, Sara Simeoni ottiene il record del mondo di salto in alto femminile, saltando l'asticella ferma a 2 metri e 01 centimetri.
Sara Simeoni, classe 1953, è tra le più grandi atlete nella storia dello Sport Italiano. Si potrebbero usare tanti aggettivi, giustamente iperbolici, per descrivere una donna davvero speciale. Ma la descrizione la lasciamo ai numeri di una carriera eccezionale.
Le cifre di questa analisi si traducono in titoli e record, centimetri e medaglie. Sono 30 i centimetri che vanno dal primo Record Italiano di 1,71 nel 1970 a Padova (a 17 anni e quindi ancora Juniores), all’ultimo di 2,01 nel 1978 a Praga.
67 presenze in Nazionale, Sara Simeoni è stata soprattutto una formidabile agonista.
Nel 1972 partecipa alla sua prima Olimpiade; a Monaco arriva sesta e qui si migliora per due volte: 1,82 e 1,85. Ricordiamo che in questa finale la vincitrice è addirittura una sedicenne: la tedesca occidentale Ulrike Meyfarth che vinse, eguagliando l’allora Record Mondiale (1,92) dell’austriaca Gusenbauer, a poche ore dal terribile attacco terroristico del 5 settembre che insanguinò le Olimpiadi bavaresi.
Due anni dopo a Roma si svolgono i Campionati Europei; a vincere è una nuova grandissima fuoriclasse: la tedesca orientale Rosemarie Witschas (non ancora Ackermann) che batte il Record Mondiale con 1,95 in una gara dove il pubblico dell’Olimpico si dimostra molto indisciplinato. La Simeoni è terza ancora con un nuovo Record Italiano (1,89) vincendo così la sua prima importante medaglia internazionale.
Olimpiadi di Montreal 1976. Arriva la prima medaglia olimpica (argento) per Sara e sempre con il Record Italiano (1,91) a soli due centimetri dall’oro della Ackermann.
Nel 1977 la Ackermann entra nella leggenda. Nel giro di un mese e mezzo porta il proprio Record Mondiale da 1,96 a 2,00 metri! Un’altra storica barriera nell’Atletica è caduta.
Ma il bello (per Sara) viene nel 1978. La Simeoni si migliora il 18 giugno a Formia (1,95), poi ancora a Kouvola l’11 luglio (1,97) e il 4 agosto, a Brescia, va prima a 1,98 e poi ….. la Storia ! 2,01 Record Mondiale!!!
Ventisette giorni dopo si disputa la finale dei Campionati Europei di Praga.
Una gara che ha fatto la storia del Salto in Alto femminile. Un lunghissimo e memorabile duello fra due irripetibili Campionesse. Il grande equilibrio sembra spezzarsi quando Sara supera 1,97 alla seconda prova. Invece la situazione si capovolge all’1,99. Qui l’italiana valica l’asticella alla prima prova, mentre per Rosemarie ne sono necessarie due. Alla misura successiva la Simeoni, al secondo tentativo, si ripete nuovamente e supera 2,01! Ed è proprio l’avversaria che va subito a congratularsi con lei. La Ackermann è sfortunata nel suo ultimo tentativo con l’asticella che vibra a lungo e poi cade. Due atlete straordinarie.
Ma in questa serata avviene anche il definitivo sorpasso fra i due stili. La Ackermann rimane nella storia come insuperata primatista mondiale dello stile “ventrale”. La Simeoni come migliore interprete dello stile “Fosbury”. Dieci anni prima, alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, lo statunitense Dick Fosbury sorprese tutti vincendo l’oro saltando “a gambero”.
E alla terza partecipazione olimpica – Mosca 1980 – arriva finalmente la medaglia d’oro. E’ una gara dominata dall’atleta veneta che vince con 1,97.
Nel 1982 ad Atene, durante i Campionati Europei, riappare la Meyfarth. Ed è un ritorno clamoroso. Toglie alla Simeoni il Record Mondiale (2,02) nella gara dove, comunque, Sara si aggiudica il bronzo con la stessa misura (1,97) della sovietica Bykova a cui va l’argento. L’ultimo splendido risultato la Simeoni lo ottiene nella sua quarta Olimpiade: Los Angeles 1984. Sara ritorna a volare (2,00) vincendo l’argento, ancora alle spalle della Meyfarth (2,02). Questo è l’ultimo acuto di una atleta e di una donna meravigliosa dotata di una classe cristallina, riconosciuta ed apprezzata da tutti, anche lontana dalle pedane.
Sedici anni di carriera vissuti sempre ad un livello altissimo.
Due Primati Mondiali (ed Europei), 23 Record Italiani all’aperto e 21 Indoor.
Non dobbiamo dimenticare anche i quattro Campionati Europei Indoor vinti negli anni 1977-1978-1980-1981.
Due Universiadi (1977-1981) e due Giochi del Mediterraneo (1975-1979).
In Italia: 14 titoli nell’Alto e 1 nel Pentathlon. Ancora 10 titoli Indoor.
L’ultimo dato statistico è quello che fa più impressione e che da la misura della grandezza della nostra Campionessa: ha disputato 307 gare vincendone 235 con la percentuale del 76,6%.
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