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giovedì 3 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
La sera del 3 settembre 1982, a Palermo, un attentato mafioso toglieva la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a sua moglie e all'agente di scorta.
Il generale era stato uno dei più fedeli servitori dello stato, carabiniere figlio di carabiniere, distintosi fin dalla gioventù per la brillantezza dei suoi metodi investigativi e i grandi risultati ottenuti.
Negli anni 70 fu investito dei massimi poteri dal ministro dell'interno Virginio Rognoni per coordinare la lotta al terrorismo delle Brigate Rosse; grazie a lui furono arrestati tra gli altri Renato Curcio e Alberto Francheschini (tra i fondatori e ispiratori delle BR), ed altre operazioni consentirono di dare un colpo mortale al terrorismo di sinistra degli anni 70.
A seguito di questi brillanti risultati, Rognoni nell'82 lo volle a Palermo nella speranza che riuscisse ad ottenere gli stessi anche combattendo la mafia; tuttavia, come ebbe subito a lamentare lo stesso generale, non gli fornì mezzi e uomini adeguati ("mi mandano a fare il prefetto di Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì").
Dalla Chiesa non si perde d'animo e comincia ad ottenere risultati (arresti, confische, collusioni con la politica locale e nazionale) dando evidentemente fastidio ai vertici di Cosa Nostra.
Alle 21.15 del 3 settembre la A112 bianca guidata dalla moglie veniva affiancata da una BMW in via Carini a Palermo, dalla quale furono esplosi diversi colpi di Kalashnikov. Contemporaneamente un motociclista affiancava l'auto che seguiva, con autista e scorta, uccidendo quest'ultima.
Durante i funerali la folla protestò nei confronti dei rappresentanti politici con lancio di monetine e fischi; solo al presidente Pertini fu risparmiata la protesta. La figlia Rita fece rimuovere le corone inviate dalla Regione Siciliana.
Per l'omicidio Dalla Chiesa furono condannati all'ergastolo come esecutori materiali Vincenzo Garatolo e Antonino Madonia; a 14 anni di reclusione Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.
Come mandanti furono condannati all'ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Ganci e Anzelmo sono oggi collaboratori di giustizia (Anzelmo è il grande accusatore della collusione con la mafia di Marcello Dell'Utri).


sabato 29 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 agosto.
Il 29 agosto 1991 alle 7.30 del mattino veniva ucciso da Salvatore Madonia in via Alfieri a Palermo con tre colpi di pistola alla nuca Libero Grassi, reo di non voler pagare il pizzo alla mafia.
Libero Grassi nasce a Catania il 19 Luglio 1924; il suo nome, o piuttosto l’aggettivo, com'egli stesso affermava, gli era stato imposto per tramandare la memoria del sacrificio di Giacomo Matteotti. Il nome segna così il destino di colui che muore per affermare la propria libertà.
Nel 1932 Libero ha otto anni quando la famiglia Grassi si trasferisce a Palermo, perché il capofamiglia è promosso direttore dei negozi  “CROFF”. In quegli anni, nonostante la politica d’avvicinamento della borghesia produttiva alle idee del regime fascista, la famiglia Grassi mostra un atteggiamento “afascista” in pubblico e antifascista in privato. Libero vive con spensieratezza gli anni dell’adolescenza, imparando a comprendere il significato dei principi di democrazia e libertà. E’ durante gli studi liceali, compiuti al “Vittorio Emanuele” che Libero matura una concreta ostilità al fascismo, assumendo e manifestando “pacifici” atteggiamenti antifascisti. Gli ultimi anni di liceo sono turbati dallo scoppio della guerra e nel 1942 la famiglia si trasferisce a Roma presso la nonna materna. Qui Libero s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche. Nel 1943 inizia a frequentare l’università ed il giovane dimostra palese avversione alla politica antisemita, nazista e fascista. Decide allora di entrare in convento e di essere accolto come seminarista, decisione questa presa, non per una vocazione maturata nell’avversità della guerra,  bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti. Liberata Roma dai nazisti, torna alla sua vita in famiglia dove prosegue gli studi iscrivendosi alla facoltà di Giurisprudenza.
Nel 1945 la famiglia si ristabilisce a Palermo e qui Libero continua gli studi di legge. Raggiunta la laurea, il padre vorrebbe che egli prendesse le redini dell’attività commerciale, ma il principale desiderio di Libero è di intraprendere la carriera diplomatica, conoscendo bene il francese e l’inglese.
Nei primi anni 50 decide di andare al nord dove ha l’opportunità di mettere su un’azienda, con il fratello Pippo a Gallarate e l’impresa ha subito successo.
Negli anni vissuti al nord Libero frequenta con assiduità il mondo dell’imprenditoria locale, gode di un discreto reddito e si reca spesso al teatro. A Milano conosce un imprenditore che gli propone un progetto ambizioso: impiantare stabilimenti industriali tessili a Palermo. Libero preferisce rischiare in proprio, piuttosto che accettare un tranquillo posto come funzionario di banca: sorge così la MIMA (Manifattura Maglieria ed Affini), la quale produrrà per tutti gli anni 50 biancheria da donna, arrivando ad occupare circa 250 operai.
Nel 1954 ritrova Pina Maisano, architetto, che aveva conosciuto durante gli anni dell’adolescenza, i due si sposano e prendono casa in Via D’Annunzio, un appartamento al sesto piano con un bellissimo terrazzo….”la terrasse de ma maison, oui, c’ est là que je retournerais au frais de l’ètè” … Nel 56 nasce il primogenito Davide.
Nella seconda metà degli anni 50, Libero fa continui viaggi per l’Italia alla ricerca dei tessuti idonei alla sua produzione. In questo periodo si reca a Roma nella redazione del “Mondo” o dell’Espresso”. Nel frattempo continua a scrivere articoli politici per i giornali locali. Il primo articolo appare nel 1961. L’imprenditore, che oramai partecipa attivamente alla vita politica del PRI, viene nominato dal partito, nella seconda metà degli anni ‘70, suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas.
Tra la fine del 74 e l’inizio del 75, Grassi si getta insieme ad altri amici in una nuova avventura imprenditoriale che però non avrà il successo sperato. L’idea è di realizzare una società dal nome “Solange impiantistica”, il cui scopo è quello di sfruttare l’energia solare per produrre energia elettrica. L’azienda pur essendo formalmente costituita non iniziò mai a lavorare.
Nel ‘79 i vecchi locali della SIGMA vengono venduti dalla proprietà (un’immobiliare milanese) ad un costruttore palermitano. Libero è costretto a lasciare quella sede, per cercarne un'altra. Trova una sede di 2000 metri quadrati in Via Thaon di Revel. Questo trasferimento di sede, segna l’inizio di una serie di difficoltà economiche e sociali per la conduzione dell’azienda di famiglia.
Nella metà degli anni '80 iniziano i problemi con la criminalità organizzata. Grassi riceve una telefonata di minacce alla sua incolumità personale, se non pagherà una certa somma a due emissari che si presenteranno per riscuotere: egli rifiuta di pagare. La prima conseguenza del suo rifiuto è il rapimento di Dick, il cane lasciato a guardia degli stabilimenti della SIGMA, che verrà poi restituito in fin di vita.
Dopo poco tempo, due giovani a volto scoperto tentano di rapinare le paghe dei dipendenti della fabbrica: saranno identificati e arrestati grazie ad alcuni dipendenti di Grassi. Ma in cuor suo Libero sa che è solo l'inizio, poiché la sua azienda, terza leader italiana nel settore della pigiameria, con un fatturato di sette miliardi, non può non suscitare gli appetiti dei malavitosi palermitani.
Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi fa pubblicare al "Giornale di Sicilia" una lettera nella quale motiva razionalmente il suo no all'ennesimo ricatto estorsivo: ”….. Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia…..se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui”.
L'imprenditore rifiuta l'offerta di una scorta personale, ma consegna simbolicamente alle forze di polizia le quattro chiavi dell’azienda, chiedendo così protezione per gli stabilimenti della SIGMA.
Nel frattempo l'imprenditore viene contattato da Sandro Ruotolo, redattore di "Samarcanda", che lo invita a RAI 3 per parlare della sua lotta condotta, purtroppo, nell'indifferenza degli industriali siciliani. La trasmissione dell'11 aprile 1991 è fondamentale nell'iter di contrapposizione al crimine che Grassi sta conducendo, perché rende il suo caso di dominio nazionale, quale emblema civile della lotta alla mafia. A questo punto rendendosi conto del ruolo che sta assumendo, dichiara con forza a Santoro: “Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi”.
Alla fine di maggio una giornalista tedesca, Katharina Burgi, della rivista “Nzz Folio”, viene invitata a Palermo per trarre impressioni e notizie sul fenomeno della mafia. Tra le persone che  incontra vi è Libero Grassi, l’imprenditore divenuto famoso, in Europa e Usa, per aver rifiutato pubblicamente di cedere al ricatto che gli imponeva la mafia. La giornalista rimane colpita dalla forza interiore di Grassi. Egli appare deciso a lottare per la difesa dei propri interessi, con la speranza che il suo esempio sia, per tanti altri siciliani rassegnati dinanzi alla forza della mafia, l’inizio di una ribellione pacifica che sottragga il nome della Sicilia alle accuse di mafiosità.
Libero Grassi viene assassinato il 29 agosto 1991 alle ore 7:30 del mattino. La stampa locale nazionale farà di lui un martire della resistenza al “regime” mafioso.
L’11 settembre il Parlamento Europeo approva una risoluzione, in cui manifesta profonda indignazione per l’assassino dell’imprenditore palermitano ed esprime il proprio commosso cordoglio ai familiari della vittima.
Ma l’unico e vero momento pubblico rilevante è la trasmissione televisiva, del 20 settembre 1991. La serata, voluta da Michele Santoro e Maurizio Costanzo a rete unificate RAI FINIVEST, è interamente dedicata alla memoria di Libero Grassi e di quanti sono caduti nel corso della “lunga battaglia” contro la mafia; il giornale di RAI 3 conduce la prima parte della trasmissione dal teatro “ Biondo” di Palermo, mentre Costanzo la conclude dal teatro “Parioli” di Roma. I due sono consapevoli che stanno facendo vivere qualcosa di indimenticabile, e la Sicilia si riconosce nel segno di “ vittoria” che Davide Grassi ha mostrato portando a spalla il feretro di suo padre. Hanno ucciso l’uomo non la sua idea, che continuerà a vivere nel ricordo di ogni cittadino onesto.
Per il suo omicidio sono stati condannati all'ergastolo con sentenza definitiva diversi boss mafiosi, tra cui Riina e Provenzano.


lunedì 18 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Nitto Santapaola è morto nel carcere di Opera, presso Milano, il 2 marzo 2026, senza mai lasciare il regime del 41bis. In seguito alla cremazione, è stato tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania.

domenica 30 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 30 marzo.

Il 30 marzo 1985 Pippo Calò, il tesoriese di Cosa Nostra, viene arrestato.

Giuseppe Calò, soprannominato Pippo (Palermo, 30 settembre 1931), è un mafioso italiano, legato a Cosa nostra. A lui si fa riferimento come il "cassiere di Cosa nostra" perché era fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell'organizzazione, soprattutto nel riciclaggio di denaro.

Nato e cresciuto a Palermo, ha lavorato come commesso in un negozio di vendita di tessuti ed in seguito lavorò anche come macellaio e barista. All'età di diciotto anni, Calò si segnalò per aver inseguito e ferito a colpi di pistola l'assassino del padre. Per queste sue "qualità", all'età di 23 anni venne affiliato nella cosca mafiosa di Porta Nuova dal suo associato Tommaso Buscetta e iniziò numerose attività in imprese legali come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di una pompa di benzina. Giuseppe Calò ha avuto due figli, da uno di questi è nato il criminale italiano associato a Cosa nostra Leonardo Calò, condannato per riciclaggio, pluriomicidio, occultamento di cadaveri e sequestro di persona. 

Nel 1969 Calò venne scelto come nuovo capo della cosca di Porta Nuova in seguito alla morte di vecchiaia del boss Giuseppe Corvaia. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del boss Luciano Liggio e del suo vice Salvatore Riina: l'omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Liggio e Riina nel territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro del costruttore Luciano Cassina ordinato da Riina. Nel 1974, quando venne ricostruita la "Commissione", Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le cosche di Borgo Vecchio, Palermo centro e Porta Nuova.

All'inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma. Sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, investì in beni immobiliari e operò nel riciclaggio di denaro per conto delle cosche dello schieramento dei Corleonesi, legandosi alla Banda della Magliana, a frange eversive dell'Estrema destra e ad ambienti finanziari, in particolare con i faccendieri Umberto Ortolani, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni; inoltre Calò era in stretti rapporti d'amicizia con l'onorevole Francesco Cosentino. Nel primo periodo a Roma Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell'eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di Ostia-Acilia; dopo l'uccisione di Bontate, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò.

In particolare Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, si avvaleva di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse ad un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un'azione di ricatto dall'estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge.

Calò organizzò il 23 dicembre 1984 l'esplosione di una bomba sul treno Napoli-Milano con 17 morti e 267 feriti (la cosiddetta Strage del Rapido 904 o strage di Natale), per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle rivelazioni date dal pentito Tommaso Buscetta.

Calò fu arrestato il 30 marzo 1985 nel suo appartamento in Viale Tito Livio a Roma, in zona Balduina, mentre era in compagnia del mafioso Antonino Rotolo. L'11 maggio la polizia perquisì un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo in provincia di Rieti, acquistato da Calò attraverso il suo prestanome Guido Cercola: furono trovati alcuni chili di eroina, un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi e diversi tipi di esplosivo.

Calò fu uno tra le centinaia di imputati sottoposti a giudizio durante il Maxiprocesso che iniziò l'anno seguente, nel quale dovette difendersi dalle accuse di associazione mafiosa, riciclaggio di denaro, e della responsabilità della strage del Rapido 904. Al termine del processo, nel 1987, Calò, riconosciuto colpevole, si vide infliggere una pena detentiva di due ergastoli.

Nel 1997 Calò e altri quattro (il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex fidanzata Manuela Kleinszig, l'ex affarista della banda della MaglianaErnesto Diotallevi e Silvano Vittor) coinvolti nell'omicidio di Roberto Calvi furono indagati ed il loro processo, cominciato nell'ottobre 2005, si è concluso nel giugno 2007 con l'assoluzione degli imputati per «insufficienza di prove» da parte della Corte d'Assise. Sul caso rimane invece aperta l'indagine-stralcio presso la procura di Roma sui mandanti dell'omicidio che vede indagate una decina di persone tra cui Licio Gelli, l'ex capo della P2.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò sarebbe uno dei responsabili dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979 a Roma) per via dei suoi legami con la banda della Magliana.«La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera.»(Documento del Senato della Repubblica)Dopo tre gradi di giudizio, nell'ottobre del 2003, la Corte di Cassazione emanò una sentenza di assoluzione "per non avere commesso il fatto" nei confronti di Calò, imputato insieme a Giulio Andreotti, Claudio Vitalone e Gaetano Badalamenti (accusati di essere i mandanti) e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell'omicidio, bollando le testimonianze dei collaboratori di giustizia come non attendibili..Il legame di Calò con la Banda della Magliana è testimoniato anche dai rapporti con Danilo Abbruciati (boss della Banda ucciso a Milano nell'attentato a Roberto Rosone): infatti Calò era il principale fornitore di eroina alla Banda. Lo stesso Abbruciati uccise poi Domenico Balducci, usuraio di Roma, che riciclava denaro sia per conto della Banda, sia per conto di Calò. Si dice che i motivi dell'uccisione siano in un favore fatto da Danilo Abbruciati proprio a Pippo Calò che aveva deciso di chiudere il rapporto con Domenico Balducci.

Nel 1995, nel processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, Calò venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Calò fu condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel 1996 fu nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Salvatore Riina, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri.

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Calò venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi[16]. Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Calò ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Salvatore Riina, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano.

Inoltre nel 2004 viene accusato dal collaboratore Salvatore Cancemi di aver strangolato i due figli del pentito Tommaso Buscetta, scomparsi nel 1982 e mai più ritrovati.

Attualmente si trova in carcere a Bollate.


domenica 12 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 



Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.

Il 12 gennaio 1988 la Mafia uccide l'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco.

Giovanni Falcone in un indimenticabile convegno alle soglie degli anni Novanta affermò: “Gli omicidi Insalaco e Parisi (imprenditore ucciso il 23 febbraio '85, ndr) costituiscono l'eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti”. Parole che diventano pietre davanti al fior fiore delle autorità presenti, ma che hanno ragione d'essere all'indomani dell'eliminazione di Peppuccio Insalaco, il sindaco dei cento giorni nato e cresciuto tra le fila della Democrazia cristiana, scaricato dallo stesso partito quando dimostrò di voler rappresentare un movimento di rinnovamento in casa Dc. E che cinque volte andò dallo stesso Falcone per riempire altrettanti verbali. Tornando col pensiero agli scritti di Insalaco trovati post mortem che fecero tremare Palermo – un articolato dossier su mafia e politica e, poco dopo, il suo diario – si suppone che il sindaco ucciso il 12 gennaio 1988 avesse a disposizione una notevole quantità di materiale di interesse per il giudice Falcone. 

Giuseppe Insalaco, figlio di carabiniere ma pupillo dell'allora ministro degli Interni Francesco Restivo – una volta diventato sindaco decise di fare a modo suo: alla prima occasione – che si presentò con l'anniversario dell'omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo – si presentò sul luogo dell'eccidio con tanto di fascia tricolore. Ed era solo l'inizio. Fece tappezzare la città con manifesti dell'amministrazione comunale, denunciando l'escalation sanguinaria mafiosa, in cui per la prima volta compariva la parola mafia. Poco dopo, il 5 maggio 1984, eccolo a Roma in occasione di una manifestazione contro la mafia e la Camorra. Il suo progetto, appena sedutosi sulla poltrona da primo cittadino, era quello di cambiare le cose tra le fila della Democrazia cristiana. Senza però che quest'ultima, che risentiva fortemente del peso del corleonese Vito Ciancimino e relativi sostenitori, fosse intenzionata a farlo. Così l'ascesa di Peppuccio, raccontata da Saverio Lodato nel suo “Quarant'anni di mafia”, divenne un'inesorabile caduta libera. Quindi denunciò, in un'intervista rilasciata a Saverio Lodato: “Ci sono gruppi economici e affaristici (…) i cui interessi spesso coincidono con quelli della pubblica amministrazione. Per il loro peso e i loro intrecci riescono spesso a condizionare scelte che in situazioni normali dovrebbero essere di competenza della classe politica”. 

Prima di essere ucciso, il sindaco dei cento giorni lasciò in eredità alla sua città una marea di carte, documentazioni e materiale scottante pubblicato da Saverio Lodato per L'Unità e Attilio Bolzoni per La Repubblica, che fece gran scalpore nella Palermo bene. Insalaco accusava duramente, in quel carteggio, noti personaggi come l'eurodeputato Salvo Lima, i finanzieri Nino e Ignazio Salvo, gli “esattori” di Cosa nostra, Bruno Contrada, funzionario del Sisde, lo stesso Vito Ciancimino. Su su fino a Giulio Andreotti. Nel testo di un'intervista a Insalaco mai pubblicato prima della morte quest'ultimo, alla domanda “quali sono gli uomini del potere occulto, chi comanda a Palermo”, rispondeva: “Non c'è un potere occulto. Parlarne è un comodo equivoco; è un potere alla luce del sole esercitato in modo visivo. Un potere che bisognerebbe vedere come viene esercitato, le sue connivenze, le sue colleganze”. Nel diario poi rinvenuto scrisse di Aristide Gunnella, repubblicano e ministro per gli Affari regionali, dei giudici Salvatore Palazzolo e Carmelo Carrara a suo parere coinvolti nelle sue disavventure giudiziarie (Insalaco fu accusato di aver intascato una tangente e poi di violazione della legge sulle armi), quindi indicò in Arturo Cassina, signore degli appalti comunali e cavaliere del Santo Sepolcro, il volto che si celava dietro la “congiura contro di lui”. Descrisse in tempi ancora non sospetti un legame a doppio filo tra la mafia e la politica degli anni '80, capace di inserirsi nel controllo della cosa pubblica. Tirò in ballo personaggi che, anni dopo, avrebbero trovato posto nelle inchieste su quei patti e accordi degli anni '90 che presero il nome di “trattativa Stato-mafia”, consumata pochi anni dopo l'omicidio politico di Insalaco, i cui registi sappiamo chi sono. 

Ma quel memoriale del rampollo della Dc che poi si rivoltò alle sue logiche di potere costituì un ideale tassello che Falcone raccolse per cominciare a parlare pubblicamente di “ibridi connubi”, di “gioco grande”, e di quelle “menti raffinatissime” che il giudice descrisse all'indomani del fallito attentato all'Addaura. 

Insalaco, nelle cui memorie resta una dura denuncia contro quel mondo in cui nacque, salvo esserne poi rimasto vittima, può essere considerato il primo vero Pentito di Stato nel momento in cui si presenta davanti a Falcone e inizia a squarciare il velo che celava il gioco in atto tra mafia, pezzi di Stato, imprenditoria e alta finanza. Forse l'unico che finora può definirsi tale. Certamente, uno di cui ci sarebbe bisogno oggi: qualcuno che descriva con occhio “interno” al mondo delle istituzioni degli scheletri nell'armadio e del marcio ereditato da decenni di convivenza con la mafia.

domenica 5 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.

Il 5 gennaio 1984 la Mafia uccide il giornalista Giuseppe Fava.

Giuseppe Fava, detto Pippo, nasce il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, figlio di Elena e Giuseppe, maestri in una scuola elementare. Trasferitosi a Catania nel 1943, si laurea in Giurisprudenza e diventa giornalista professionista: collabora con diverse testate, sia locali che nazionali, tra cui il "Tempo illustrato di Milano, "Tuttosport", "La Domenica del Corriere" e "Sport Sud".

Nel 1956 viene assunto dall'"Espresso sera": nominato caporedattore, scrive di calcio e cinema, ma anche di cronaca e politica, intervistando boss di Cosa Nostra come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Nel frattempo, comincia a scrivere per il teatro: dopo l'inedito "Vortice" e "La qualcosa" (ideato a quattro mani con Pippo Baudo), nel 1966 crea "Cronaca di un uomo", che si aggiudica il Premio Vallecorsi, mentre quattro anni più tardi "La violenza", dopo aver vinto il Premio IDI, viene portato in tournée in tutta Italia (con debutto al Teatro Stabile di Catania).

Pippo Fava si dedica anche alla saggistica (nel 1967 pubblica per Ites "Processo alla Sicilia") e alla narrativa ("Pagine", sempre con la stessa casa editrice) prima di dare vita, nel 1972, a "Il proboviro. Opera buffa sugli italiani". In seguito, si avvicina al cinema, visto che Florestano Vancini dirige "La violenza: Quinto potere", trasposizione cinematografica del primo dramma di Fava. Mentre Luigi Zampa porta sul grande schermo "Gente di rispetto", il suo primo romanzo, Pippo Fava continua a lasciarsi ispirare dalla sua vena creativa: scrive per Bompiani "Gente di rispetto" e "Prima che vi uccidano", senza rinunciare alla passione per il teatro con "Bello, bellissimo", "Delirio" e "Opera buffa"; quindi lascia l'"Espresso sera" e si trasferisce a Roma, dove per Radiorai conduce la trasmissione radiofonica "Voi e io".

Mentre prosegue le collaborazioni con il Corriere della Sera e Il Tempo, scrive "Sinfonia d'amore", "Foemina ridens" e la sceneggiatura del film di Werner Schroeter "Palermo or Wofsburg", tratto dal suo libro "Passione di Michele": la pellicola conquista l'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1980. Nello stesso anno, il giornalista e scrittore siciliano diventa direttore del "Giornale del Sud": accolto con un certo scetticismo nei primi tempi, progressivamente dà vita a una redazione giovane che comprende, tra gli altri, Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava.

Sotto la sua direzione, il quotidiano cambia rotta, e tra l'altro denuncia gli interessi di Cosa Nostra nel traffico di droga a Catania. L'esperienza al "Giornale del Sud", tuttavia, finisce nel giro di poco tempo: sia per l'avversione di Pippo Fava nei confronti della realizzazione di una base missilistica a Comiso, sia per il sostegno all'arresto del boss Alfio Ferlito, sia per il passaggio del quotidiano a una cordata di imprenditori (Giuseppe Aleppo, Gaetano Graci, Salvatore Costa e Salvatore Lo Turco, quest'ultimo in contatto con il boss Nitto Santapaola) dai profili non molto trasparenti.

Fava, all'inizio degli anni Ottanta, scampa a un attentato messo in pratica con una bomba realizzata con un chilo di tritolo; poco dopo il giornale viene censurato prima della stampa di una prima pagina dedicata alle attività illecite di Ferlito. Pippo, quindi, viene definitivamente licenziato, nonostante l'opposizione dei suoi colleghi (che occupano la redazione per una settimana, ricevendo ben poche attestazioni di solidarietà), e rimane senza lavoro.

Con i suoi collaboratori, dunque, decide di dare vita a una cooperativa, denominata "Radar", che si propone di finanziare un progetto editoriale nuovo: il gruppo pubblica il primo numero di una nuova rivista, intitolata "I Siciliani", nel novembre del 1982, pur non avendo mezzi operativi (due sole rotative Roland usate, comprate con cambiali). La rivista, con cadenza mensile, diventa un punto di riferimento per la lotta alla mafia, e le inchieste che vi vengono pubblicate attirano l'attenzione dei media di tutta Italia: non solo storie di delinquenza ordinaria, ma anche la denuncia delle infiltrazioni mafiose e l'opposizione alle basi missilistiche sull'isola.

Il primo articolo firmato da Pippo Fava si chiama "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", ed è una circostanziata denuncia delle attività illegali di quattro imprenditori catanesi, cavalieri del lavoro: Francesco Finocchiaro, Mario Rendo, Gaetano Graci e Carmelo Costanzo avrebbero legami diretti con il clan di Nitto Santapaola. Proprio due di loro, Graci e Rendo, nel 1983 tentano di comprare il giornale (insieme con Salvo Andò) per cercare di controllarlo: le loro richieste, però, vanno a vuoto. Il 28 dicembre del 1983 Fava rilascia un'intervista a Enzo Biagi per il programma "Filmstory" in onda su Raiuno, in cui rivela la presenza di mafiosi in Parlamento, al governo, nelle banche.

E' quello il suo ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio che va in scena il 5 gennaio 1984: è il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra. Alle nove e mezza di sera, il giornalista si trova in via dello Stadio a Catania, e si sta dirigendo al Teatro Verga per andare a prendere la nipote, impegnata a recitare in "Pensaci, Giacomino!": viene freddato da cinque colpi, proiettili calibro 7,65, che lo colpiscono alla nuca.

In principio la polizia e la stampa parlano di un delitto passionale, evidenziando che la pistola impiegata per l'omicidio non è tra quelle usate di norma negli eccidi mafiosi. Il sindaco Angelo Munzone, invece, sostiene l'ipotesi di motivi economici alla base dell'omicidio: anche per questo motivo evita l'organizzazione di cerimonie pubbliche.

Il funerale di Pippo Fava si tiene nella chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina, alla presenza di poche persone: la bara viene accompagnata soprattutto da operai e giovani, e le uniche autorità presenti sono il questore Agostino Conigliaro (uno dei pochi a credere alla pista del delitto di mafia), il presidente della Regione Sicilia Santi Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano. La rivista "I Siciliani" continuerà a uscire anche dopo la morte del fondatore. Il processo Orsa Maggiore 3, conclusosi nel 1998, individuerà come organizzatori dell'assassinio di Giuseppe Fava, Marcello D'Agata e Francesco Giammauso, come mandante il boss Nitto Santapaola e come esecutori Maurizio Avola e Aldo Ercolano.

 

sabato 25 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1992, a Palermo, si svolgono i funerali di Stato del giudice Giovanni Falcone.
Se potesse, ci entrerebbe tutta Palermo – tutta la Sicilia – in quella chiesa per i funerali di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e dei tre agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo. E i palermitani, i politici non ce li vogliono. Un sussulto che sa di ribellione, fatto di orgoglio e stanchezza, una rabbia che molti si portavano dietro dalla morte del generale Dalla Chiesa e che diventa matura. Il sentimento dei “Vespri” si rinnova, e il nemico ora non è francese, ma “romano”.
Così racconta quelle ore un’Ansa delle 14.22: «Si sono assiepati a migliaia sotto la pioggia, nella porzione di piazza lasciata libera dalla forze dell’ ordine e in un lunghissimo tratto di via Roma. Sono studenti, gente comune, lavoratori in un atmosfera di tensione contenuta e di commozione. Si sono aperti solo pochi varchi per far passare i sindaci che indossavano le fasce tricolori seguiti dai gonfaloni dei loro comuni. La folla ha sottolineato con applausi o con fischi l’arrivo di quelle personalità che hanno preferito entrare nella basilica di San Domenico dalla porta principale.
Gerardo Chiaromonte, presidente della commissione parlamentare antimafia, viene accolto da fischi; riceve applausi invece Leoluca Orlando che preferisce poi confondersi tra la folla e  Marco Pannella che entra per pochi minuti nella Chiesa. ”Buffoni-buffoni”, ”Giustizia-giustizia”, ”Fuori la mafia dallo Stato”, ”Falcone- Falcone”, sono gli slogan più ripetuti. C’è anche chi saltella, come negli stadi, al ritmo di ”Chi non salta è mafioso”. Si è consumata così un’attesa di oltre un’ora e mezza, tutti gli occhi rivolti verso l’ ingresso della basilica in attesa dell’uscita delle bare.
Alle 12.06 esce la prima e dalla piazza di leva un applauso commovente, scrosciante, liberatorio che continua, con brevissime interruzioni, fino alle 12.30 quando si è fatto frenetico all’uscita del feretro del giudice Falcone».
È Rosaria Costa, vedova Schifani, che segna il tempo: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio”; le sue parole, il suo pianto, il suo sconforto, il suo sembrar cedere, il suo resistere sono il simbolo di quel giorno, di quei giorni. Tutti sanno che il peggio dovrà ancora venire. Tutti hanno smesso di accettare senza proferir parola.
Di quel giorno, Manfredi Borsellino dice del padre Paolo: «Lo spettacolo di un apparato istituzionale così fragile, ma allo stesso tempo così distante dal sentimento popolare sembrava averlo annientato».
E l’apparato, a Roma, intanto, al sedicesimo scrutinio sceglie il suo Capo dello Stato. Il nome c’è e non è quello di Andreotti né quello di Forlani: è Oscar Luigi Scalfaro, in quel momento presidente della Camera. Il Palazzo trova la quadra per salvarsi nella conservazione: un democristiano di sinistra, un tassello che il tempo inserirà in un mosaico più complesso. Una scelta non casuale. Dal giorno dopo nulla sarà come prima, ma molti agiranno perché lo rimanga.

martedì 23 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1994 la Mafia organizzò un attentato allo Stadio Olimpico, che fortunatamente non ebbe luogo per un difetto del detonatore.
 Volevano una strage. Quella definitiva, quella ultima dove affermarsi in un braccio di ferro con lo Stato che non accennava ad affondare definitivamente.  Anzi: reagiva, urlava, scovava, cercava ordine in un'entropia di decenni. Cosa Nostra era però sicura quel giorno: il 23 gennaio del 1994, l'autobomba presso lo stadio Olimpico, avrebbe fatto il suo dovere.
Quella domenica d'inverno si giocava Roma-Udinese e la mafia non voleva colpire tanto il tifoso ma i Carabinieri in servizio, tanti quel pomeriggio, farne una carneficina per colpire in senso letterale ma anche simbolico, chi si era impegnato e continuava ad impegnarsi per e con lo Stato.
L'attentato all'Olimpico non funzionò: il telecomando ebbe un problema e l'autobomba, che avrebbe dovuto azionarsi qualche minuto dopo la fine della partita, non esplose.
Ci sono voluti molti anni per ricostruire il mancato attentato allo stadio di Roma e il quadro finale, i pezzi mancanti della tragedia più che sfiorata, si sono ricomposti solo qualche anno fa nell'ambito del processo a Dell'Utri, accusato per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza furono raccolti tutti i dettagli della pianificazione della strage. "L'attentato si doveva compiere a Roma – confessò Spatuzza in un'aula di Milano – perché con quello gli volevamo dare il colpo di grazia. La base logistica, diciamo, era Torvaianica. Stabilite le coordinate, quella domenica fu fatto tutto affinché l'attentato si portasse a compimento. Grazie a Dio il telecomando non funzionò, la cosa era mostruosa perché a quel punto divergeva dalla direttiva di fare una strage di almeno cento e passa Carabinieri". Solo che col dispositivo che tardava a funzionare cominciarono ad uscire anche molti tifosi che diluivano il passaggio e il numero degli uomini dell'Arma. A quel punto fu dato ordine a Spatuzza e soci di rinunciare all'esplosione. "La procedura utilizzata per l'attentato a Via D'Amelio – aggiunge Spatuzza – era stata riproposta anche per quello all'Olimpico. Il sabato rubammo un paio di targhe. Il furto fu datato 22 gennaio e quindi la domenica era il 24". Qui il pentito fa un errore "formale", perché il 24 gennaio del 1994 non era una domenica ma un lunedì. È evidente che Spatuzza si riferisse al giorno precedente. In aggiunta confessò inoltre che colpire il quotidiano, il rito dello stadio alla domenica non era la priorità di Cosa Nostra che voleva in realtà punire i Carabinieri: una gara di Serie A ne offriva una concentrazione notevole per una "pena esemplare".
In viale dei Gladiatori doveva esplodere una Lancia Thema con 120 chili di tritolo, quando però il funzionamento dell'autobomba è andato a vuoto, il veicolo fu fatto sparire e l'esplosivo ritrovato nascosto sotto terra, nel 1994 a Capena, località in provincia di Roma, dove un altro pentito Antonio Scarano, l'uomo di Cosa Nostra attivo nella Capitale e nel Centro Italia, aveva affittato casa.
Nel 2002 fu fatta una ricostruzione diversa dell'episodio, dal procuratore antimafia Piero Luigi Vigna: il giorno dell'attentato era stato individuato nel 31 ottobre del 1993, quando all'Olimpico si giocò Lazio-Udinese. Successivamente le dichiarazioni di Spatuzza hanno rettificato i dettagli dell'episodio come si evince da questa sentenza.
La strage dell'Olimpico rientrava in un elenco nero di tutta una serie di attentati mafiosi, organizzati tra l'aprile del 1993 e l'aprile del 1994, dove furono colpite le maggiori città italiane: da via dei Georgofili a Firenze fino a via Palestro a Milano; da San Giovanni in Laterano alla chiesa del Velabro a Roma. Col fenomeno del pentitismo, la mafia ha abbandonato lo strumento delle stragi per quello degli agguati, in un regolamento interno di conti.

venerdì 5 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1984 la Mafia uccide il giornalista Giuseppe Fava.
Giuseppe Fava, detto Pippo, nasce il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, figlio di Elena e Giuseppe, maestri in una scuola elementare. Trasferitosi a Catania nel 1943, si laurea in Giurisprudenza e diventa giornalista professionista: collabora con diverse testate, sia locali che nazionali, tra cui il "Tempo illustrato di Milano, "Tuttosport", "La Domenica del Corriere" e "Sport Sud".
Nel 1956 viene assunto dall'"Espresso sera": nominato caporedattore, scrive di calcio e cinema, ma anche di cronaca e politica, intervistando boss di Cosa Nostra come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Nel frattempo, comincia a scrivere per il teatro: dopo l'inedito "Vortice" e "La qualcosa" (ideato a quattro mani con Pippo Baudo), nel 1966 crea "Cronaca di un uomo", che si aggiudica il Premio Vallecorsi, mentre quattro anni più tardi "La violenza", dopo aver vinto il Premio IDI, viene portato in tournée in tutta Italia (con debutto al Teatro Stabile di Catania).
Pippo Fava si dedica anche alla saggistica (nel 1967 pubblica per Ites "Processo alla Sicilia") e alla narrativa ("Pagine", sempre con la stessa casa editrice) prima di dare vita, nel 1972, a "Il proboviro. Opera buffa sugli italiani". In seguito, si avvicina al cinema, visto che Florestano Vancini dirige "La violenza: Quinto potere", trasposizione cinematografica del primo dramma di Fava. Mentre Luigi Zampa porta sul grande schermo "Gente di rispetto", il suo primo romanzo, Pippo Fava continua a lasciarsi ispirare dalla sua vena creativa: scrive per Bompiani "Gente di rispetto" e "Prima che vi uccidano", senza rinunciare alla passione per il teatro con "Bello, bellissimo", "Delirio" e "Opera buffa"; quindi lascia l'"Espresso sera" e si trasferisce a Roma, dove per Radiorai conduce la trasmissione radiofonica "Voi e io".
Mentre prosegue le collaborazioni con il Corriere della Sera e Il Tempo, scrive "Sinfonia d'amore", "Foemina ridens" e la sceneggiatura del film di Werner Schroeter "Palermo or Wofsburg", tratto dal suo libro "Passione di Michele": la pellicola conquista l'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1980. Nello stesso anno, il giornalista e scrittore siciliano diventa direttore del "Giornale del Sud": accolto con un certo scetticismo nei primi tempi, progressivamente dà vita a una redazione giovane che comprende, tra gli altri, Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava.
Sotto la sua direzione, il quotidiano cambia rotta, e tra l'altro denuncia gli interessi di Cosa Nostra nel traffico di droga a Catania. L'esperienza al "Giornale del Sud", tuttavia, finisce nel giro di poco tempo: sia per l'avversione di Pippo Fava nei confronti della realizzazione di una base missilistica a Comiso, sia per il sostegno all'arresto del boss Alfio Ferlito, sia per il passaggio del quotidiano a una cordata di imprenditori (Giuseppe Aleppo, Gaetano Graci, Salvatore Costa e Salvatore Lo Turco, quest'ultimo in contatto con il boss Nitto Santapaola) dai profili non molto trasparenti.
Fava, all'inizio degli anni Ottanta, scampa a un attentato messo in pratica con una bomba realizzata con un chilo di tritolo; poco dopo il giornale viene censurato prima della stampa di una prima pagina dedicata alle attività illecite di Ferlito. Pippo, quindi, viene definitivamente licenziato, nonostante l'opposizione dei suoi colleghi (che occupano la redazione per una settimana, ricevendo ben poche attestazioni di solidarietà), e rimane senza lavoro.
Con i suoi collaboratori, dunque, decide di dare vita a una cooperativa, denominata "Radar", che si propone di finanziare un progetto editoriale nuovo: il gruppo pubblica il primo numero di una nuova rivista, intitolata "I Siciliani", nel novembre del 1982, pur non avendo mezzi operativi (due sole rotative Roland usate, comprate con cambiali). La rivista, con cadenza mensile, diventa un punto di riferimento per la lotta alla mafia, e le inchieste che vi vengono pubblicate attirano l'attenzione dei media di tutta Italia: non solo storie di delinquenza ordinaria, ma anche la denuncia delle infiltrazioni mafiose e l'opposizione alle basi missilistiche sull'isola.
Il primo articolo firmato da Pippo Fava si chiama "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", ed è una circostanziata denuncia delle attività illegali di quattro imprenditori catanesi, cavalieri del lavoro: Francesco Finocchiaro, Mario Rendo, Gaetano Graci e Carmelo Costanzo avrebbero legami diretti con il clan di Nitto Santapaola. Proprio due di loro, Graci e Rendo, nel 1983 tentano di comprare il giornale (insieme con Salvo Andò) per cercare di controllarlo: le loro richieste, però, vanno a vuoto. Il 28 dicembre del 1983 Fava rilascia un'intervista a Enzo Biagi per il programma "Filmstory" in onda su Raiuno, in cui rivela la presenza di mafiosi in Parlamento, al governo, nelle banche.
E' quello il suo ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio che va in scena il 5 gennaio 1984: è il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra. Alle nove e mezza di sera, il giornalista si trova in via dello Stadio a Catania, e si sta dirigendo al Teatro Verga per andare a prendere la nipote, impegnata a recitare in "Pensaci, Giacomino!": viene freddato da cinque colpi, proiettili calibro 7,65, che lo colpiscono alla nuca.
In principio la polizia e la stampa parlano di un delitto passionale, evidenziando che la pistola impiegata per l'omicidio non è tra quelle usate di norma negli eccidi mafiosi. Il sindaco Angelo Munzone, invece, sostiene l'ipotesi di motivi economici alla base dell'omicidio: anche per questo motivo evita l'organizzazione di cerimonie pubbliche.
Il funerale di Pippo Fava si tiene nella chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina, alla presenza di poche persone: la bara viene accompagnata soprattutto da operai e giovani, e le uniche autorità presenti sono il questore Agostino Conigliaro (uno dei pochi a credere alla pista del delitto di mafia), il presidente della Regione Sicilia Santi Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano. La rivista "I Siciliani" continuerà a uscire anche dopo la morte del fondatore. Il processo Orsa Maggiore 3, conclusosi nel 1998, individuerà come organizzatori dell'assassinio di Giuseppe Fava, Marcello D'Agata e Francesco Giammauso, come mandante il boss Nitto Santapaola e come esecutori Maurizio Avola e Aldo Ercolano.

sabato 30 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 1968 Frank Sinatra incide "my way", uno dei suoi maggiori successi.
Frank Sinatra nasce a Hoboken, nello stato del New Jersey, il 12 dicembre 1915.
Vive un'infanzia dura e umile: la madre Dolly, di origini liguri (Tasso nel comune di Lumarzo), fa la levatrice e il padre Martin, pugile dilettante di origini siciliane (Palermo), è vigile del fuoco.
Da ragazzino Frank è costretto da esigenze economiche a fare i lavori più umili. Cresciuto per la strada e non sui banchi di scuola, prima fa lo scaricatore di porto e poi l'imbianchino e strillone. A sedici anni, ha una sua band, i Turk.
Frank Sinatra passa alla storia come 'The Voice', per il suo inconfondibile carisma vocale.
Durante la sua carriera incide più di duemiladuecento canzoni per un totale di 166 album, dedicandosi anche, con fortuna, al grande schermo.
Aspetti della sua vita privata si riscontrano proprio nei suoi tanti film di successo.
Famoso latin lover, si sposa quattro volte: la prima a ventiquattro anni, con Nancy Barbato, dal 1939 al 1950, dalla quale ha tre figli: Nancy, Frank Jr. e Christina che, all'epoca della separazione, hanno rispettivamente undici, sette e tre anni.
Poi, dal 1951 al 1957, Sinatra ha un'intensa storia d'amore con Ava Gardner, che riempie le cronache rosa dei giornali del tempo a suon di criticati confetti (per lei lascia la famiglia), di botte e di litigi.
Per soli due anni, dal 1966 al 1968, si unisce in matrimonio con l'attrice Mia Farrow e dal 1976 fino alla sua morte resta a fianco dell'ultima moglie, Barbara Marx.
Ma la stampa continua, anche negli ultimi anni, ad attribuirgli flirt: da Lana Turner a Marilyn Monroe, da Anita Ekberg ad Angie Dickinson.
Da sempre vicino alle cause per i diritti umani, già nei primi anni '50 si schiera a favore dei neri, vicino al suo inseparabile amico Sammy Davies Jr.
Fino all'ultimo non si sottrae dal compiere nobili gesti di beneficenza a favore dei bambini e delle classi disagiate.
La sua stella non conosce ombre.
Solamente tra il 1947 ed i primi anni '50, attraversa una breve crisi professionale dovuta ad un malore che colpisce le sue corde vocali; il momento di appannamento viene superato brillantemente grazie al film di Fred Zinnemann "Da qui all'eternità", con cui conquista l'Oscar come Migliore Attore non Protagonista.
Tra le tante accuse mosse all'interprete più famoso del secolo, come da molti viene considerato, quella di legami con la mafia. Soprattutto con il gangster Sam Giancana, proprietario di un Casinò a Las Vegas.
Ben più sicuri, i nomi dei suoi più cari amici: da Dean Martin a Sammy Davis Jr, a Peter Lawford.
La canzone che forse più lo rappresenta nel mondo è la famosissima "My way", ripresa da moltissimi artisti, e rivisitata in moltissime versioni.
Tra gli ultimi omaggi che l'America tributa a questo grande showman, vi è un regalo speciale per i suoi ottant'anni, nel 1996: per i suoi occhi blu, l'Empire State Building per una notte si illumina d'azzurro tra coppe di champagne e gli inevitabili festeggiamenti, cui The Voice è abituato.
L'omaggio si è ripetuto in occasione della sua morte avvenuta il 14 maggio 1998.
Il funerale fu celebrato il pomeriggio del 20 maggio, nella chiesa cattolica di Beverly Hills, alla presenza di 400 amici. Gregory Peck, Diahann Carroll, Don Rickles, Milton Berle, Debbie Reynolds, Tony Bennett, Joey Bishop, Kirk Douglas, Jack Nicholson, Sophia Loren e molti altri gli resero omaggio un'ultima volta. La bara di Sinatra (scortata in chiesa da una Guardia di Militari, avendo egli ricevuto nel 1997 la prestigiosa Medal of Freedom and the Congressional Gold Medal) venne ornata con una corona di gardenie, mentre per allestire l'intera chiesa furono usati 30.000 fiori. Fu sepolto a fianco dei suoi genitori nel piccolo cimitero di Cathedral City, il Desert Memorial Park, sotto una semplice lapide rettangolare di pietra, sulla quale è inciso "The best is yet to come" (Il meglio deve ancora venire), titolo di uno dei suoi maggiori successi.
In occasione dei suoi tour italiani, Sinatra amava frequentare Genova che sentiva come la città delle sue origini, soprattutto per questioni familiari, ed era tifoso del Genoa. Chiese infatti espressamente di essere sepolto con indosso una cravatta del Genoa.

sabato 16 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1985 a New York vengono uccisi Paul Castellano e Thomas Bilotti. La morte dei due capomafia rende John Gotti capo assoluto della potente famiglia Gambino.
John Gotti nacque a New York City il 27 ottobre del 1940. Fu il capo di una delle cinque famiglie mafiose di New York e attirò su di sé l'attenzione, non solo degli inquirenti, ma anche dei media per la sua capacità di sembrare un personaggio da copertina oltre che un gangster. Fu un uomo elegante e furbo, capace di controllare i suoi affari delinquenziali schivando pericoli e trappole.
La sua carriera criminale iniziò a Brooklyn, il quartiere dove la sua famiglia si trasferì quando lui aveva 12 anni. A Brooklyn, John e sui fratelli, Peter e Richard, entrarono in una gang di quartiere e cominciarono a commettere piccoli furti. Successivamente entrò a fare parte della famiglia Gambino per la quale svolse diversi furti, in particolare all'aeroporto J. F. Kennedy, che all'epoca si chiamava Idlewild. I furti erano soprattutto di camion. La sua attività insospettì l'FBI che cominciò a pedinarlo.
Dopo diversi appostamenti riuscì ad individuare un carico che John Gotti stava rapinando insieme a Ruggiero, che diventerà il suo braccio destro, e arrestò entrambi. Successivamente venne arrestato per un altro furto: un carico di sigarette che gli valse una condanna di tre anni che scontò nel penitenziario federale di Lewisburg. Aveva 28 anni, era sposato con Victoria Di Giorgio, che gli avrebbe dato 5 figli, ed era già un notabile della famiglia Gambino.
Dopo la galera rientrò nell'ambiente criminale e fu promosso capo regime sotto la protezione di Carmine Fatico, affiliato della famiglia Gambino. Questa volta non rigò dritto ed iniziò a sviluppare un giro di spaccio di eroina per proprio conto. Questa decisione lo mise contro i vertici della famiglia Gambino che non gli avevano dato il permesso di entrare nel giro della droga.
Dopo diversi scontri e attentati, John Gotti riuscì ad uccidere il boss Paul Castellano, uno dei capi, e a prendere il suo posto. La sua carriera da questo punto in poi fu inarrestabile. Ma non fu infallibile. Gotti, infatti, tornò più volte in prigione. Scontò le pene tornando sempre a ricoprire il suo ruolo, fino al dicembre del 1990 quando un'intercettazione dell'FBI registrò alcune sue conversazioni, dove ammetteva omicidi e diverse attività criminali di cui era stato l'ispiratore e l'ideatore.
Arrestato, fu poi condannato, anche grazie alla confessioni di Gravano, suo braccio destro, e Philip Leonetti, capo regime di un'altra famiglia criminale di Philadelphia, che testimoniarono come Gotti avesse ordinato diversi omicidi nell' arco della sua carriera. E' il 2 aprile 1992 quando viene condannato per omicidio e gestione del racket: la sentenza di morte fu poi commutata in quella di ergastolo. John Gotti muore all'età di 61 anni il giorno 10 giugno 2002 a causa di complicazioni causate da un cancro alla gola che lo perseguitava da diverso tempo.
A Gotti furono affibbiati i soprannomi di "The Dapper Don" ("il Boss Elegante"), per la sua eleganza nel vestire, e "The Teflon Don", per la facilità con cui riusciva a far scivolare via le accuse a lui attribuite. Il suo personaggio ha ispirato diverse opere in campo cinematografico, musicale e televisivo: la sua figura ha ispirato ad esempio il personaggio di Joey Zasa nel film "Il padrino - Parte III" (di Francis Ford Coppola); nel film "Terapia e pallottole" (1999) ha ispirato il personaggio di Paul Vitti (Robert De Niro); nella celebre serie "I Soprano", il boss Johnny Sack è ispirato a Gotti.

venerdì 15 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1937 nasce a Palermo Don Giuseppe Puglisi.
Don Giuseppe Puglisi nacque nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1937, figlio di un calzolaio e di una sarta, e venne ucciso dalla mafia nella stessa borgata il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno. La causa per il riconoscimento del martirio è stata aperta il 15 settembre 1999 - a sei anni dalla morte - per volontà del cardinale di Palermo, Salvatore De Giorgi.
Don Puglisi avvertì la vocazione sedicenne e grazie ai sacrifici economici della sua umile famiglia entrò nel seminario diocesano di Palermo nel 1953. Venne ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini il 2 luglio 1960.
Nel 1961 fu nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del SS. mo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Qui avvia le prime attività per i giovani del quartiere e sostiene le lotte di un gruppo di abitanti di alloggi popolari che chiedono al Comune i servizi essenziali. Saranno i due "fili rossi" del suo impegno per tutta la vita.
Nel 1963 venne nominato cappellano presso l'istituto per gli orfani "Roosevelt" e vicario presso la parrocchia Maria SS. ma Assunta a Valdesi, una borgata marinara di Palermo. Collaborando con l’Azione cattolica continuò anche in questa nuova zona a seguire in particolare modo i giovani e si interessò delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città.
Seguì con attenzione i lavori del Concilio Vaticano II e ne diffuse subito i documenti tra i fedeli con speciale riguardo al rinnovamento della liturgia, al ruolo dei laici, ai valori dell'ecumenismo e delle chiese locali. Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l'annunzio di Gesù Cristo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana.
Il primo ottobre 1970 viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo - segnato da una sanguinosa faida - dove rimane fino al 31 luglio 1978, riuscendo a riconciliare le famiglie con la forza del perdono. In questi anni segue anche le battaglie sociali di un'altra zona della periferia orientale della città, lo "Scaricatore".
Il 9 agosto 1978 è nominato pro-rettore del seminario minore di Palermo e il 24 novembre dell'anno seguente direttore del Centro diocesano vocazioni. Nel 1983 diventa responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale.
Agli studenti e ai giovani del Centro diocesano vocazioni ha dedicato con passione lunghi anni realizzando, attraverso una serie di "campi scuola", un percorso formativo esemplare dal punto di vista pedagogico e cristiano.
Don Giuseppe Puglisi è stato docente di matematica e poi di religione presso varie scuole. Ha insegnato al liceo classico Vittorio Emanuele II a Palermo dal '78 al '93.
A Palermo e in Sicilia è stato tra gli animatori di numerosi movimenti tra cui: Presenza del Vangelo, Azione cattolica, Fuci, Equipes Notre Dame.
Dal marzo del 1990 svolge il suo ministero sacerdotale anche presso la "Casa Madonna dell'Accoglienza" dell'Opera pia Cardinale Ruffini in favore di giovani donne e ragazze-madri in difficoltà
Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, a Brancaccio, e nel 1992 assume anche l'incarico di direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro "Padre Nostro", che diventa il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere.
La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede. Questa sua attività pastorale  ha costituito il movente dell'omicidio.
Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno, venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa intorno alle 22,45 nella zona est di Palermo, in piazza Anita Garibaldi. Sulla base delle ricostruzioni, don Pino Puglisi era a bordo della sua Fiat Uno di colore bianco e, sceso dall'automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose uno o più colpi alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre 1993. Il 2 giugno 2003 qualcuno murò il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino alla porta.
Il 19 giugno 1997 venne arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di Don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli cominciò a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembrò intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso raccontò le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo".
Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano venne condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, venne condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Furono condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. Sulla sua tomba, nel cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" .
Nel ricordo del suo impegno, innumerevoli sono le scuole, i centri sociali, le strutture sportive, le strada e le piazze a lui intitolate a Palermo e in tutta la Sicilia.
A partire dal 1994 il 15 settembre, anniversario della sua morte, segna l'apertura dell'anno pastorale della diocesi di Palermo. Il 15 settembre 1999 il Cardinale Salvatore De Giorgi ha insediato il Tribunale ecclesiastico diocesano per il riconoscimento del martirio, che ha iniziato ad ascoltare i testimoni. Un archivio di scritti editi ed inediti, registrazioni, testimonianze e articoli si è costituito presso il "Centro ascolto giovani don Giuseppe Puglisi" in via Matteo Bonello a Palermo.
Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un'udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei. Il 15 settembre dello stesso anno, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha reso nota la data della cerimonia di beatificazione di don Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013.
La notizia è stata data al termine della celebrazione eucaristica in occasione del XIX anniversario del martirio; durante la stessa è stata conferita l’ordinazione sacerdotale a quattro nuovi presbiteri della diocesi, ai quali l'arcivescovo ha rivolto l’invito a guardare a padre Puglisi come modello di vita sacerdotale, sottolineando che ricevevano il sacramento dell’ordine sacro proprio nell'anniversario del suo martirio. Nel successivo mese di ottobre, lo stesso prelato ha firmato il decreto che autorizza la traslazione del corpo di don Pino Puglisi dal cimitero monumentale di Sant'Orsola alla cattedrale di Palermo.
La traslazione è avvenuta il 15 aprile 2013, dopo la ricognizione canonica della salma effettuata alla presenza del vescovo ausiliare di Palermo Mons. Carmelo Cuttitta, durante la quale è stata prelevata parte di una costola, poi usata e venerata come reliquia durante il rito di beatificazione. Le spoglie sono state collocate ai piedi dell'altare nella cappella dell'Immacolata Concezione, in un monumento funebre che ricorda una spiga di grano (questo temporaneamente, perché proprio sui terreni di Brancaccio confiscati alla mafia è in costruzione un santuario dove la salma sarà collocata definitivamente). Il significato di tale monumento è tratto dal Vangelo: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv, 12,24). La Chiesa ne ricorda la memoria il 21 ottobre.

mercoledì 9 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso da Cosa Nostra a Campo Calabro. E' l'inizio della stagione delle stragi di mafia.
Lo chiamavano il “giudice solo”, e da solo morì nella sua Calabria, vittima di un agguato mafioso, mentre era in auto, da solo e senza scorta, che riteneva uno status symbol. Antonino Scopelliti era nato a Campo Calabro il 20 gennaio 1935 ed era entrato in magistratura a 24 anni, diventando pubblico ministero prima a Roma e poi a Milano. Con una carriera di prim’ordine, diventò prima procuratore generale della Corte d’Appello e poi numero uno dei sostituti procuratore generale in Cassazione.
La sua attività di magistrato si è incrociata con i grandi misteri d’Italia: fu lui a rappresentare la pubblica accusa durante il primo Processo Moro, poi nel processo per la Strage di Piazza Fontana, per il sequestro dell’Achille Lauro e infine per quello sulla strage del Rapido 904. In questo processo, Scopelliti dimostrò il collegamento tra i gruppi eversivi che portavano avanti la strategia della tensione e la criminalità organizzata, rappresentata dai boss mafiosi Pippo Calò e Guido Cercola. Riuscì a ottenere la condanna, ma la prima sezione della Cassazione, guidata dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale annullò tutto.
Nel 1991, Scopelliti stava preparando il rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dagli avvocati di alcuni dei maggiori boss mafiosi condannati al Maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito dal pool antimafia di Palermo e dai giudici Falcone e Borsellino. Per questo, la ‘ndrangheta e Cosa Nostra prima tentarono di corrompere il giudice offrendogli 5 miliardi di lire, poi al suo rifiuto organizzarono l’attentato, portato a termine da almeno due persone a bordo di una moto, che spararono a Scopelliti con fucili calibro 12.
Ai funerali di Scopelliti, a Campo Calabro, arrivò un uomo baffuto dall'altra parte dello Stretto, un magistrato, si chiamava Giovanni Falcone. Furono emblematiche quelle parole sorde, cupe, nette, lapidarie. Quattro parole quattro pronunciate a fianco della bara del suo collega ed amico ucciso: “il prossimo sono io”. Profetico: il 23 maggio del '92, a Capaci, viene fatto saltare in aria assieme agli uomini della sua scorta. Sono trascorsi appena nove mesi dall'omicidio Scopelliti. Per il “giudice solo” la Calabria fu protagonista di una settimana di lutti e strette di mano, poi il nulla.
Le indagini hanno portato a due processi, il primo contro Riina e il secondo contro Provenzano e altri boss di primo piano, ma in appello le condanne di primo grado sono state annullate. Solo nel 2012 il pentito di ‘ndrangheta Antonino Fiume è tornato a parlare dell’omicidio Scopelliti portando alla riapertura delle indagini, pur non facendo i nomi dei killer.
Nel 2019 il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo riaprì l'inchiesta a seguito di nuove rivelazioni del collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola (che consentì di ritrovare alcune armi che, a suo dire, sarebbero state usate nell'omicidio) e risultarono iscritti nel registro degli indagati esponenti di Cosa Nostra e della 'Ndrangheta come mandanti ed esecutori materiali: i siciliani Matteo Messina Denaro, Marcello D'Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo, lo stesso Avola e i calabresi Santo Araniti, Pasquale Bertuca, Vincenzo Bertuca, Giorgio De Stefano, Gino Molinetti, Antonino Pesce, Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano e Vincenzo Zito

martedì 23 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio del 1992, alle ore 17.58, i sismografi della stazione dell'Istituto Nazionale di Geofisica di Monte Cammarata registrano un sussulto della terra. Non è il terremoto; è l'esplosione di un quintale di tritolo che scava un cratere profondo quasi quattro metri e solleva in aria un intero tratto dell'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, 54 anni, direttore degli Affari Penali al Ministero della Giustizia. Con lui, perdono la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Per uccidere il suo primo, pericoloso e più agguerrito nemico, l'organizzazione mafiosa mette in moto un'organizzazione logistica che coinvolge ben cinque "mandamenti" mafiosi (Corleone, San Lorenzo, San Giuseppe Jato, Porta Nuova, Noce) e che richiede il supporto di numerosi uomini e mezzi.
Gli spostamenti del magistrato vengono seguiti a Roma e a Palermo. I killer sanno anche che Falcone doveva tornare a Palermo con un aereo speciale noleggiato dai "servizi" il giorno prima, senza la moglie; ma il ritorno a Palermo era stato rinviato all'indomani.
Due giorni prima della strage, una comunicazione fra due telefonini viene casualmente intercettata a Catania; i due interlocutori annunciano per venerdì 22 maggio alle ore 15.15 un attentato "al secondo ponte dell'autostrada". L'interpretazione della conversazione viene limitata alla possibilità di un attentato nella sola zona di Catania, dove vengono effettuati controlli: ma non vengono avvertite altre Questure.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prende posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone è in testa al gruppo, segue la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano i sicari che hanno già sistemato l’esplosivo per la strage, della partenza delle automobili.
I particolari sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese è il fatto che nell’aereo di Stato che lo riportava a Palermo avevano avuto un passaggio diversi "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani, reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato ai mafiosi informazioni circa la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.
Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio.
La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale, e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.
Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva. Alle 19.05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione Giovanni Falcone muore a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. La moglie - Francesca Morvillo - morirà anch’essa poche ore dopo.
Volantini recanti una citazione del giudice Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime, ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell’opinione pubblica.
Così muore Giovanni Falcone, mentre ancora a Palermo e in tutto il Paese riecheggiano le polemiche ingenerose e vili, che lo hanno accompagnato a Roma, accusandolo di essersi "arreso", di aver preferito "flirtare" con la politica del Palazzo, piuttosto che continuare nell'impegno antimafia. Muore così il depositario di mille segreti, l'uomo che aveva compreso l'importanza di un salto di qualità nella lotta alla mafia, la necessità di riorganizzare il sistema di lavoro, coordinandolo a livello centrale, da Roma. Muore così il protagonista di una stagione giudiziaria, l'uomo che era riuscito a far parlare Buscetta e Contorno, ch'era riuscito per la prima volta a far luce sull'organizzazione e sulle dinamiche di funzionamento dell'universo mafioso, arrivando a istruire il primo, grande processo di mafia, conclusosi con l'individuazione di precise responsabilità e con pesanti condanne per centinaia di uomini d'onore, che avevano retto anche al vaglio della Cassazione.
Nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti della strage di Capaci e di quella di Via D'Amelio: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.
Nel maggio 2014 ebbe inizio il secondo troncone del processo per la strage di Capaci, denominato "Capaci bis", che aveva come imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello; a novembre il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella all'ergastolo mentre Cosimo D'Amato e il collaboratore Gaspare Spatuzza vennero condannati rispettivamente a trent'anni e a dodici anni di carcere.

martedì 11 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2006 viene arrestato, dopo 43 anni di latitanza, il super boss mafioso Bernardo Provenzano.
Ritenuto uno dei capi di Cosa nostra (la mafia siciliana), succeduto a Totò Riina negli anni '90, Bernardo Provenzano nasce a Corleone il 31 gennaio 1933. Soprannominato Zu Binu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici), è stato arrestato il giorno 11 aprile 2006, dopo una latitanza record durata oltre quarant'anni (era ricercato dal 9 maggio 1963).
Inizialmente Provenzano apparteneva assieme a Riina alla cosca mafiosa del boss corleonese Luciano Liggio; negli anni '60 commette i suoi primi omicidi. Già da questo periodo la sua fama è quella di terribile killer sanguinario.
In questo periodo si è nel corso della prima guerra di mafia palermitana contro i Navarra. Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, sono quattro tra i sicari i più temuti: la mattina del 9 maggio tendono un agguato a tre esponenti del clan Navarra (Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonino Piraino), eliminandoli.
Dopo aver ricevuto una denuncia per la strage, Bernardo Provenzano fa perdere le sue tracce.
Per i quarant'anni che seguiranno di Provenzano rimarranno solo alcune brevi registrazioni vocali (poi scomparse misteriosamente dal tribunale di Agrigento) e una foto segnaletica risalente al 18 settembre 1959 che raffigurava il volto sbarbato di un uomo elegante, con i capelli ordinati e lucidi di brillantina.
Il suo nome torna prepotentemente nelle cronache il 10 dicembre del 1969 quando cinque uomini con la divisa da finanzieri entrano in una palazzina per eliminare Michele Cavataio, detto "Il Cobra". Provenzano è fra questi: uccide tutti sparando all'impazzata.
Approda ai vertici di Cosa nostra all'inizio degli anni '80. Non è d'accordo con Riina per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ma lascia fare. Dopo la risposta dello Stato dell'eliminazione di Leoluca Bagarella (arrestato il 24 giugno 1995), diventa il nuovo capo di Cosanostra; in breve Provenzano cambierà radicalmente il modo d'agire tipico della mafia corleonese. Applica la mediazione, consentendo alla Mafia di rimanere quasi invisibile per oltre un decennio.
Provenzano si considera un ministro investito dall'alto, alla maniera dei vecchi padrini, e come loro si sente come un padre che cresce una famiglia: tipico è riscontrare questa sua tendenza nelle lettere che scrive. In questo sta una differenza fondamentale con il predecessore Riina.
Introduce anche un sistema amministrativo che redistribuisce i proventi alle cosche, organizzandole in organismi spezzati ma ampi, abolendo di fatto la gerarchia tipica della cupola. Suo mezzo di comunicazione sono i cosiddetti "pizzini" (da lui stesso così chiamati), termine siciliano per indicare bigliettini di carta con brevi appunti, nello specifico utilizzati dal boss per comunicare gli ordini.
Provenzano viene segnalato nel 2003 presso una clinica francese vicino Marsiglia, dove si era recato per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata. Probabilmente viene accompagnato da Attilio Manca, urologo italiano poi trovato misteriosamente morto a Viterbo per overdose.
E' la mattina dell'11 aprile 2006 quando Bernardo Provenzano viene catturato in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in un casolare di campagna. Solo due settimane prima del ritrovamento, il suo avvocato Salvatore Traina aveva sostenuto che Provenzano era morto da anni. A tradire il boss pare sia stato l'ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell'arresto, tramite il quale gli investigatori sono risaliti all'abitazione nella quale il boss si rifugiava. Un'altra versione vorrebbe che siano stati seguiti i pacchi di biancheria partiti da casa della moglie verso il casolare.
In precedenza già condannato in contumacia a tre ergastoli (oltre ad altri procedimenti in corso) il giorno successivo all'arresto Provenzano è stato trasferito dal carcere palermitano dell'Ucciardone, al carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione (Terni), sottoposto al regime carcerario del 41bis.
Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.
Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14 bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portatile.
Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica.
Inoltre, sempre lo stesso giorno, è stato dichiarato che il boss di Cosa Nostra verrà trasferito dal Carcere di Novara al Carcere di Parma. Nel carcere di Parma il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un poliziotto penitenziario. Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio Pubblico manda in onda un video che ritrae Bernardo Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di una evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio 2013 la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41 Bis a Bernardo Provenzano per le sue condizioni mediche.
Ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni. I funerali furono vietati per motivi di ordine pubblico dal questore di Palermo. La salma venne quindi cremata nel crematorio del cimitero di Milano. Il 18 luglio le sue ceneri furono sepolte nella tomba di famiglia nel cimitero di Corleone.

giovedì 6 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 aprile.
Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di terremoto di magnitudo 5,9 della scala Richter colpisce L’Aquila e altri 56 comuni abruzzesi. Nel crollo degli edifici muoiono 309 persone. Vengono danneggiati circa 10mila edifici e i danni stimati ammontano a circa 10 miliardi di euro.
Secondo la protezione civile il 9 agosto 2009 le persone senza casa erano 48.818, di cui 19.973 sistemati in 137 tendopoli, 19.149 in alcuni alberghi e 9.696 in case private.
Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Le persone che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670. Sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune.
Allo stato attuale ci sono ancora molti cantieri aperti nel centro storico e nelle zone periferiche. Nei comuni limitrofi all’Aquila interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici. Per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.
In seguito al terremoto del 2009 sono stati aperti diversi processi e numerose inchieste.
    Il 22 ottobre 2012 il tribunale dell’Aquila ha condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo e lesioni sette tecnici e scienziati, membri della Commissione grandi rischi: Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Claudio Eva e Gianmichele Calvi. Tutti gli imputati sono stati condannati a 6 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Gli imputati sono accusati di aver minimizzato il rischio di un terremoto e di essere stati negligenti nel loro lavoro.
Il 10 novembre 2014 la Corte d'Appello dell'Aquila modifica radicalmente la sentenza. Per De Bernardinis viene confermata la condanna per omicidio colposo, riducendo però la pena da 6 a 2 anni, con i benefici della sospensione della pena e della non menzione. Gli altri imputati vengono invece assolti.
Il 13 marzo 2015 la Procura Generale dell'Aquila ha presentato il ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione ottenuta in Corte d'Appello.[230] Il 20 novembre 2015 la Cassazione ha confermato definitivamente la sentenza d'appello.
    Nel crollo della casa dello studente il 6 aprile morirono otto universitari: Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade e Alessio Di Simone. Il 16 febbraio 2013 sono stati condannati a quattro anni di reclusione per omicidio plurimo e lesioni: Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone. Sono tecnici, autori dei lavori di restauro fatti nel 2000 che, secondo l’accusa, avrebbero ulteriormente indebolito il palazzo costruito negli anni sessanta. A due anni e sei mesi è stato condannato Pietro Sebastiani, tecnico dell’azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu).
    I quattro condannati sono stati anche interdetti dai pubblici uffici per 5 anni. Dovranno pagare un risarcimento ai parenti delle vittime. A ciascun genitore dovranno versare 100mila euro e 50mila euro a ogni fratello o sorella. Numerose le parti civili a cui è stato riconosciuto un risarcimento di cinquemila euro.
    Sono invece stati assolti: Luca D’Innocenzo, presidente Adsu, Luca Valente, nel 2009 direttore Adsu, Massimiliano Andreassi e Carlo Giovani, tecnici, autori di interventi minori. Il non luogo a procedere è stato disposto per Giorgio Gaudiano, un funzionario che negli anni ottanta ha acquistato la struttura da un privato per conto dell’università dell’Aquila, e Walter Navarra, che ha svolto lavori di piccola entità sulla struttura.
    Gli altri processi. Delle 189 inchieste aperte, soltanto 18 hanno portato all’apertura di un processo. Alcuni processi sono arrivati alla sentenza di primo grado. Il 10 marzo 2014 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione il costruttore Filippo Impicciatore per il crollo di una palazzina in via D’Annunzio in cui sono morte 13 persone. Al costruttore è stato imputato di aver usato materiali scadenti. Nello stesso processo è stato condannato a tre anni e mezzo anche Fabrizio Cimino, l’ingegnere che si era occupato del restauro dell’edificio nel 2002.
Le inchieste sulla ricostuzione:
    Tangenti per la messa in sicurezza. L’8 gennaio 2014 la polizia dell’Aquila, con la collaborazione di quella di Teramo e di Perugia, ha disposto gli arresti domiciliari per quattro ex assessori e funzionari pubblici locali, indagati insieme ad altre quattro persone. I funzionari sono accusati di millantato credito, corruzione, falsità materiale e ideologica, appropriazione indebita negli appalti legati alla ricostruzione della città dopo il terremoto. Secondo la questura alcune aziende avrebbero pagato tangenti agli amministratori pubblici per 500mila euro per ottenere appalti pubblici sulla messa in sicurezza degli edifici dopo il sisma. È stata anche accertata l’appropriazione indebita di 1 milione e 268mila euro. Secondo l’inchiesta, aperta nel 2012, questi reati sarebbero stati commessi tra il settembre del 2009 e il luglio del 2011. Tra le persone coinvolte anche il vicesindaco Roberto Riga, che ha presentato le dimissioni.
    La procura dell’Aquila sta seguendo diversi filoni d’inchiesta sulla penetrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nei cantieri aperti per la ricostruzione. Sono state aperte circa dieci inchieste. Quattordici ditte sono state escluse dalla ricostruzione dopo dei blitz nei cantieri e la scoperta di legami con la criminalità organizzata.
Il 4 novembre del 2013 l’europarlamentare Søren Bo Søndergaard, membro della Commissione di controllo sul bilancio dell’Unione europea, ha presentato un rapporto in cui ha criticato duramente l’Italia per l’uso dei fondi europei per la ricostruzione dell’Aquila.
L’Unione europea ha stanziato 493,7 milioni di euro per la ricostruzione della città ma, secondo il rapporto, la maggior parte dei soldi è finita in mano alla criminalità organizzata attraverso appalti gonfiati e tangenti.
Søndergaard ha dichiarato che i fondi europei potrebbero essere finiti in mano a organizzazioni criminali “in maniera diretta o indiretta”.
L’Europa ha anche criticato la costruzione degli edifici del progetto Case e Map, per i quali sono stati usati materiali scadenti e potenzialmente pericolosi per la salute delle persone. È stato usato “materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile e alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perché pericolosi e insalubri”, afferma il rapporto.

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