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martedì 8 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compromesso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall'invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all'annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all'esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all'indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all'aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all'attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.


sabato 30 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
    « Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».


venerdì 24 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.

Il 24 ottobre 1922 a Napoli si tenne un raduno di camice nere, una sorta di prova generale per l'imminente Marcia su Roma.

Quando si parla comunemente di marcia su Roma si intende quella particolare spedizione militare avvenuta negli ultimi giorni dell’ottobre del 1922 con la quale i fascisti mossero verso la capitale. In realtà, l’espressione marcia su Roma può riguardare un avvenimento molto più ampio, di preparazione alla fase finale che si concluse il 28 ottobre.

Le vicende dell’ottobre 1922 ci sono note solo nei loro tratti principali, ma appena si cerca di approfondire emerge una complessità molto ampia di cui si possono notare due problemi centrali: il ruolo giocato dalla Corona e quello del Governo. Questa situazione fu molto complessa tanto che ancora oggi le stesse istituzioni, i giornali, i partiti non conoscono le proporzioni, i caratteri, le finalità complessive del movimento.

In quel periodo si era definitivamente manifestata, a partire dai primi mesi del 1922 la crisi dello Stato liberale, infatti i due Governi che si succedettero nel 1922, il Governo guidato da Ivanoe Bonomi e quelli guidati da Luigi Facta erano Governi estremamente deboli che si basavano su una maggioranza eterogenea composta dal Partito Liberale Italiano, Partito Popolare Italiano, Partito Democratico Sociale Italiano, Partito Socialista Riformista Italiano e Partito Agrario.

Il succedersi dei fatti è abbastanza conosciuto; Mussolini prepara la marcia su Roma, il Governo risponde con un mezzo non raro nella storia dell’Italia liberale, proclamando lo stato di assedio che consente l’impiego dell’esercito. Il re inizialmente accetta la scelta del Governo, ma il 28 ottobre, quando si tratta di passare ai fatti, si rimangia la parola e si rifiuta di avviare l’azione repressiva da parte dell’esercito del Governo. Il Presidente del Consiglio presenta le dimissioni, seguendo la consuetudine che fa capire come ancora nel 1920 la fiducia del sovrano sul Governo fosse ancora importante, il re accetta immediatamente. Questa è in estrema sintesi quello che è successo in quei giorni, ma gli svolgimenti e le implicazioni disegnano un quadro più complesso fin dall’organizzazione della marcia su Roma.

Per tutto il 1922 c’erano state già quelle che da molti storici sono considerate delle prove generali delle anticipazioni della marcia su Roma con l’occupazione di Bolzano, Trento, Bologna e altri centri minori che rinforzavano il ruolo politico militare del fascismo nel Paese. Il 26 settembre 1922 Mussolini si recò a Cremona tra l’entusiasmo delle camicie nere; dopo il consueto discorso introduttivo di Farinacci, parlò  il leader del fascismo: “È dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziato una marcia che non può fermarsi fino a quando non abbiamo raggiunto la meta suprema: Roma”. Il 24 ottobre ci furono ulteriori prove generali con il grande concentramento di Napoli, il piano ormai consolidato era quello di conquistare prima la periferia come era stato su scala minore, ma questa volta l’obbiettivo era la capitale. Lo squadrismo voleva quindi forzare la mano a quella parte politica liberal-moderata monarchica, sostenuta dalla Confindustria che guardava con simpatia al fascismo, ma che avrebbe concesso in un Governo di centro-destra solo qualche ministero al fascismo. Divisa l’Italia in dodici territori, Mussolini e i quadrunviri lasciarono la grande manifestazione di Napoli, tutti avevano dei compiti precisi che dovevano svolgere in poco tempo tra il 25 e il 27 ottobre; inoltre il piano insurrezionale era stabilito in cinque tempi come ha  scritto  lo storico  Renzo De Felice:

1-Occupazione degli uffici pubblici delle principali città del Regno;

2-Concentramento delle camicie nere a Santa Marinella, Perugia, Tivoli, Monterotondo, Volturno;

3- Ultimatum al Governo di Facta per la cessione generale dei poteri dello stato;

4-Entrata a Roma e presa di possesso ad ogni costo dei ministeri. In caso di sconfitta le milizie fasciste avrebbero dovuto ripiegare verso l’Italia centrale, protette dalle riserve ammassate nell’Umbria;

5- Costituzione di un Governo fascista in una città dell’Italia centrale. Radunata rapida delle camicie nere della Vallata Padana e ripresa dell’azione su Roma fino alla vittoria ed al possesso.

Nel doloroso caso di un investimento bellico, la colonna Bottai (Tivoli e Valmontone) accerchierà il quartiere di S. Lorenzo entrando dalla Porta Tiburtina e da Porta Maggiore.  La colonna Igliori con Fara (Monterotondo) premerà da porta Salaria e da Porta Pia e la colonna Perrone (Santa Marinella) da Trastevere.

A partire dal 26 ottobre le squadre occuparono molte città dell’Italia settentrionale e centrale prendendo il possesso dei centri strategici come  le prefetture per poi muovere verso Roma. Le autorità dello Stato nelle diverse città non avevano disposizioni precise su come contrastare queste iniziative ed erano troppo abituate a lasciar correre:  gran parte cedettero pacificamente o vennero sopraffatte. L’azione vera e propria iniziò nella notte tra il 27 e il 28 ottobre. Alcuni dei comandanti di zona diedero le disposizioni attraverso delle apposite staffette ai comandanti locali e altri le diedero  in treno. L’ordine di mobilitazione comandava che questa avvenisse tra il 27-28 di notte, l’orario dipendeva dalla distanza dei vari luoghi dal capoluogo di provincia. Gli squadristi dovevano avere la tessera, dei viveri a secco per tre giorni ed essere  in assetto da guerra.

Il comportamento del re e del Governo in questa situazione mutò rapidamente; infatti se all’inizio sembrò a favore della proclamazione dello stato d’assedio e dette l’impressione di sollecitare Facta, in giro di breve tempo, come sostiene Renzo de Felice, rifiutò la firma del decreto. Questo cambiamento non è da ricercare in una preventiva intesa con Mussolini e si può escludere che i fascisti nella notte tra il 27 e il 28 ottobre abbiano fatto pressioni sul Re. La motivazione reale di questo cambiamento secondo Renzo de Felice bisogna ricercarla negli ambienti vicini a lui e sui quali riponeva fiducia tanto da influenzarlo, dato che il re era solo parzialmente a favore di Mussolini: inizialmente la sua idea era di non firmare lo stato d’assedio e di dare il governo a Salandra; è quindi ipotizzabile che avesse accettato solo metà della proposta suggeritagli.

Si arrivò quindi alla marcia su Roma con il Sovrano e il Governo senza una linea comune e questo creò solo confusione.

venerdì 25 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 luglio.

Il 25 luglio 1943 Mussolini si dimette e viene arrestato. E' la caduta del fascismo.

«La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni»… così l’annunciatore Arista del Giornale Radio, alle 22,45 del 25 luglio 1943 annunciava alla nazione che Sua Maestà il Re Imperatore aveva accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, e di aver nominato in sua vece il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Sulla scorta della memorialistica e della diaristica sull’argomento abbiamo ricostruito quanto avvenne in quel 25 luglio in un’afosa giornata della sciroccosa estate romana, particolarmente «calda» perché il giorno precedente, dopo quattro anni, si era riunito il Gran Consiglio del Fascismo alle ore 17,00 nella sala del Mappamondo di Palazzo Venezia; Gran Consiglio che si era concluso con l’approvazione, dopo dieci ore di discussione, dell’ordine del giorno di Dino Grandi con cui era stato chiesto che il Capo del Governo (Mussolini) restituisse al Re «… l’effettivo comando delle Forze Armate e quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono …». In chiare lettere le dimissioni di Mussolini.

Pur non esistendo un verbale della storica seduta, attraverso le versioni date successivamente dai presenti e dallo stesso Mussolini nel suo volume “Storia di un anno -II tempo del bastone e della carota”, risulta che votarono «Sì» i seguenti 19 alti gerarchi: Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti, Ciano, De Bono, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi, Rossoni; mentre Biggini, Buffarini Guidi, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza e Tringali votarono contro. Si astenne il solo Suardo; Farinacci invece, l’uomo dei tedeschi, presentò e votò un suo personale ordine del giorno.

Paolo Monelli, il primo a dedicare un libro, “Roma 1943”, sull’argomento scrisse: «… a votazione conclusa Mussolini chiede: “Chi porterà questo ordine del giorno al Re?…”. “…Tu lo porterai…” risponde Grandi. “…Mi pare che basti…” dice Mussolini e prosegue: “…Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta…”.

All’invito di Sforza di chiudere la seduta con il rituale «Saluto al Duce!» il protocollare «A noi!» di risposta risuona molto fiacco e distratto, alcuni gerarchi erano già usciti dalla sala.

Parallelamente all’azione promossa da Dino Grandi (avvocato bolognese, all’epoca Ministro Guardasigilli), nel corso di quel fatidico 1943 si era mosso nella stessa direzione anche il Re; infatti in una sua lettera al duca Acquarone, Ministro della Real Casa, si legge: «…Fin dal gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fine al regime fascista e di revocare il Capo del Governo Mussolini. L’attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le persone che vennero a parlarmi del malcontento del Paese. Lei è stato al corrente delle mie decisioni e delle mie personali direttive, e Lei sa che soltanto queste dal gennaio del 1943 portarono al 25 luglio successivo».

Ma torniamo a quelle prime fatidiche ore del 25 luglio che videro rientrare Mussolini a Villa Torlonia, atteso dalla moglie Rachele che così ricorda: «…L’aspettavo in piedi e gli sono corsa incontro in giardino. Era con Scorza. Non so come mi sia uscita di bocca la frase “…Li hai fatti almeno arrestare tutti?”. Benito ha risposto a voce bassa: “Lo farò”. Erano le cinque quando ci siamo salutati e ci siamo augurati un buon riposo».

Giova a questo punto rammentare che Dino Grandi, immediatamente uscito da Palazzo Venezia, si era incontrato con il duca di Acquarone e messolo al corrente del voto del Gran Consiglio, lo aveva invitato a rendere partecipe il Re delle notizie e di aver deciso di anticipare di 24 ore l’arresto di Mussolini, già stabilito per il giorno 26.

Seguiamo pertanto il duca Acquarone che, dopo aver riferito al sovrano sulle decisioni adottate di comune accordo con il generale Ambrosio, Capo di S.M. Generale e il suo ufficiale Addetto, il generale Giuseppe Castellano, aveva dato il via alle complesse operazioni relative all’arresto di Mussolini. D’intesa pertanto con il generale Angelo Cerica, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, da poco succeduto al generale Hazon, perito nel corso del bombardamento del 19 luglio su Roma, aveva convocato il Comandante del gruppo interno dei Carabinieri e ordinato al Ten. Col. Giovanni Frignani che venisse sospesa la libera uscita ai componenti le tre Legioni di stanza nella città e che la truppa, schierata in armi nei cortili delle rispettive caserme, attendesse di venire passata in rassegna.

II generale Cerica quindi ordinò ai capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa, alla presenza dello stesso Frignani e del Commissario di P.S. Marzano: «Vi affido un compito per cui faccio appello al giuramento di fedeltà al Re, da voi prestato nel giorno della vostra nomina ad ufficiale. Fra qualche ora, d’ordine di Sua Maestà il Re, voi dovete arrestare Mussolini che, messo in minoranza nella seduta di questa notte del Gran Consiglio, sarà sostituito nelle funzioni di Capo del Governo dal Maresciallo Badoglio».

«Va bene» risposero i due capitani e rimasero in attesa di ulteriori disposizioni. Le modalità di esecuzione prevedevano per il trasporto del Duce l’uso di un’ambulanza con i vetri smerigliati (messa a disposizione dall’autoparco del Ministero degli Interni) e la scorta di cinquanta carabinieri a bordo di un autocarro con i teloni abbassati; fu convocato anche il Questore Giuseppe Morazzini, incaricato della sicurezza della residenza reale, con il preciso compito di agevolare l’ingresso degli automezzi all’interno di Villa Ada.

Nel rapporto si legge che sull’ambulanza, oltre al conducente, un agente di P.S., si trovavano altri tre agenti in abito civile armati di mitra, tutte persone di fiducia del Commissario Marzano e, in previsione di una colluttazione, vi avevano preso posto anche tre sottufficiali dei carabinieri particolarmente prestanti (i vicebrigadieri Domenico Bertuzzi, Romeo Cianfriglia e Sante Zanon). Non dimentichiamo che l’arresto avrebbe dovuto eseguirsi a qualunque costo (catturarlo vivo o morto, era stato l’ordine tassativo del Ten. Col. Frignani).

I due automezzi quindi procedettero alla volta di Villa Ada e, preceduti dalla macchina del questore Morazzini, entrarono nel grande parco e si fermarono sul lato orientale della Villa Savoia ove si fermò l’ambulanza mentre l’autocarro proseguì fino al lato settentrionale della villa, sul retro.

Ma torniamo ora a Mussolini che nel pomeriggio riceve a Villa Torlonia, la sua residenza, ben tre telefonate che con diversi pretesti gli ricordano l’appuntamento con il Re a Villa Savoia per le 17,00. Alle 16,50 infatti l’auto del Duce, guidata da Ercole Boratto, il suo autista personale, e con a bordo il segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, oltrepassa il cancello di Villa Ada, lasciando le tre vetture del seguito e la guardia presidenziale su Via Salaria; si addentra nel viale alberato che conduce a Villa Savoia ove lo attende il Re che ha appena avuto un’animata discussione con Acquarone e con la Regina, fermamente indignata perché l’arresto di Mussolini è stato predisposto avvenga in casa sua, contravvenendo alle regole dell’ospitalità.

Ma cosa si sono detti il sovrano e Mussolini all’interno della Villa? Sulla scorta del diario del solo testimone auricolare, il generale Paolo Puntoni, primo aiutante di campo di Vittorio Emanuele III (soltanto il 5 luglio era stato messo al corrente dell’azione per deporre il Duce) e ai ricordi dello stesso Mussolini, pubblicati sul Corriere della Sera del 1944 e poi raccolti nel volume “Storia di un anno”, abbiamo ricostruito parte di quel colloquio e le vicende relative al suo arresto.

«Appena raggiunto Sua Maestà all’interno della Villa – è Puntoni che scrive – il Re mi dice che ha deciso di invitare categoricamente il Duce ad andarsene e che lo sostituirà con Badoglio: “Farò un Ministero di militari e di funzionari”, soggiunge Vittorio Emanuele III, e continua: “Io riprenderò il comando delle Forze Armate e Ambrosio resterà al suo posto di Capo di Stato Maggiore Generale. Per quanto riguarda Mussolini ho autorizzato che alla fine dell’udienza, fuori di Villa Savoia, sia fermato e portato in una caserma per evitare da un lato che possa mettersi in contatto con elementi estremisti del partito e provocare disordini e, dall’altro, che antifascisti scalmanati attentino alla sua persona…”. Fatti altri passi aggiunge: “Siccome non so come il Duce potrà reagire, la prego di rimanere accanto alla porta del salotto dove noi ci ritireremo a discutere. In caso di necessità intervenga…”».

Dopo una pausa il Re riprende: «Aspettavo da giorni l’occasione buona, ormai non avevo più dubbi sull’avversione della massa per il Duce e per il fascismo; per di più ho buoni motivi per ritenere la guerra irrimediabilmente perduta. Fino all’ultimo, data la sua qualità di generale in servizio attivo – rivolgendosi direttamente a Puntoni – ho voluto che lei rimanesse fuori di tutto. Mussolini è Ministro della guerra e lei dipende dal Ministro. Ogni sua partecipazione diretta o indiretta a quest’affare poteva considerarsi un vero e proprio complotto. Questo non lo avrei mai permesso».

Ma ormai Mussolini, accompagnato dal segretario, che è stato fatto accomodare in un altro salottino privato, è sopraggiunto e Puntoni prende posto secondo i desideri del sovrano. Il Re entra nel salotto, seguito dal Duce, che ricorda di averlo notato «in uno stato di anormale agitazione e con i tratti del volto sconvolti» dice: «…Caro Duce, le cose non vanno più. L’Italia è in tocchi. L’Esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono più fare la guerra per conto di Mussolini. II voto del Gran Consiglio è tremendo. Diciannove voti per l’ordine del giorno Grandi: fra essi quattro Collari dell’Annunziata. Voi non vi illudete certamente sullo stato d’animo degli italiani nei vostri riguardi. In questo momento voi siete l’uomo più odiato d’Italia. Voi non potete contare più su di un solo amico. Uno solo vi è rimasto, io. Per questo vi dico che non dovete avere preoccupazioni per la vostra incolumità personale, che farò proteggere. Ho pensato che l’uomo della situazione è, in questo momento, il Maresciallo Badoglio. Egli comincerà col formare un ministero di funzionari, per l’amministrazione e per continuare la guerra. Fra sei mesi vedremo. Tutta Roma è già a conoscenza dell’ordine del giorno del Gran Consiglio e tutti attendono un cambiamento…».

«Io vi voglio bene – prosegue il Re al Duce – …e ve l’ho dimostrato più volte difendendovi contro ogni attacco, ma questa volta devo pregarvi di lasciare il vostro posto e di lasciarmi libero di affidare ad altri il governo…».

Prosegue Puntoni nel suo diario: «…Passano alcuni attimi di silenzio poi si sente come un bisbiglio… la sua voce interrotta di tanto in tanto da brevi repliche del sovrano che insiste sulla sua decisione e sul suo rincrescimento. Mussolini interviene a scatti, poi le sue parole sono sopraffatte da quelle del Re che accenna al torto fattogli quando, senza neppure salvare la forma, Mussolini aveva voluto assumere il comando delle Forze Armate. Mi arriva netta questa frase: “E mi hanno assicurato che quei due straccioni di Farinacci e Buffarini, che avevate vicini quando non si sapeva se avrei firmato o no il decreto dissero: lo firmerà, altrimenti lo prenderemo a calci nel sedere!”. Mussolini ascolta senza fiatare, ma il sovrano ormai non gli dà tregua. Sembra che tutti e due parlino come se temessero di essere ascoltati, perché del loro colloquio mi giunge poco o nulla».

A questo punto il Re prosegue: «le condizioni interne della Germania sono gravissime. Io devo intervenire per salvare il Paese da inutili stragi e per cercare di ottenere dal nemico un trattamento meno disumano». Il Duce sussurra in maniera stanca qualche parola e domanda: «Ed io, ora, cosa debbo fare?». Replica il Re ad alta voce: «…Rispondo io con la mia testa, della vostra sicurezza personale, statene certo…» e prosegue accompagnandolo alla porta «…mi dispiace, mi dispiace, ma la soluzione non poteva essere diversa…». Mussolini racconterà poi: «…Nel salutarlo mi parve ancora più piccolo, quasi un nano, ma mi strinse la mano con grande calore…».

AI rumore delle sedie Puntoni si allontana dall’uscio e Mussolini, accompagnato dal segretario, si avvia verso l’uscita e, sceso dalle scale, viene affrontato dal capitano Vigneri mentre l’altro capitano, Aversa, si porta alle sue spalle.

Vigneri saluta militarmente e sull’attenti esclama: «Duce, in nome di Sua Maestà il Re, vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze della folla».

«Non ce n’è bisogno» replica con tono stanco e implorante.

«Duce, io ho un ordine da eseguire», è la ferma risposta dell’ufficiale. «Allora seguitemi» dice Mussolini, e si avvicina alla sua macchina ferma, senza autista, a ridosso di una siepe. Ma il capitano Vigneri, spostandosi a sua volta, gli si para innanzi: «No, Duce, deve venire con la mia macchina!». Mussolini, ammutolito e rassegnato, si avvia quindi verso l’ambulanza ed ha un attimo di esitazione prima di salire a bordo, ma viene sollecitato da Vigneri che, presolo per il gomito, lo aiuta a salire, seguito da De Cesare.

Quando Mussolini protesta perché a bordo dell’ambulanza vengono fatti entrare oltre ai tre agenti di PS anche i tre sottufficiali dell’Arma, Vigneri allarga le braccia per fargli capire che non c’è niente da fare e sollecita gli uomini ordinando «Su, ragazzi, fate presto».

Con un caldo soffocante l’ambulanza con dieci persone a bordo si avvia lungo i viali inghiaiati del parco ed esce da un cancello secondario. Mussolini, pallidissimo, non dice una parola; ogni tanto si porta l’indice alla radice del naso, ma tiene gli occhi bassi.

L’autoambulanza giunge così nel cortile della caserma Podgora. Gli uomini scendono, per ultimo Mussolini, con al suo fianco Vigneri che alla sua richiesta «È una caserma dei carabinieri questa?…» risponde «Sì, Duce» e lo accompagna al Circolo Ufficiali.

Dopo una breve sosta, scortato dagli stessi uomini, a bordo della medesima ambulanza verrà poi condotto nella caserma della Legione Allievi Carabinieri di Via Legnano e lungo il tragitto avrà occasione di lamentarsi per l’eccessiva velocità commentando: «Se portate così i feriti non so come giungeranno vivi!».

La lunga giornata calda andò quindi incontro alla sera e mentre molti italiani già dormivano altri ebbero occasione di udire il giornale-radio delle 22,45 che annunciava: «Sua Maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini…».

Le strade e le piazze furono immediatamente invase dalla folla esultante. Per tutta una notte, come scrisse Monelli, i canti, le grida, i clamori sembrarono «il grido di un muto che riprende la parola dopo vent’anni».

II colonnello Tabellini che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano riferì: «Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi… In sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato».

Rimase nella caserma di Via Legnano ben poco perché quello «scomodo» prigioniero venne inviato, verso le 22 del 27 luglio, a Gaeta, ove venne imbarcato sulla torpediniera Persefone alla volta di Ventotene e delle altre isole del Tirreno.

giovedì 5 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 giugno.

Il 5 giugno 1945 viene fucilato a Roma il criminale fascista Pietro Koch.

Pietro Koch nasce a Benevento il 18 agosto 1918.

Nella primavera del 1943 fu chiamato alle armi nel 2º reggimento Granatieri, ma dopo lo sbandamento nazionale si spostò a Firenze e si iscrisse al Partito Fascista Repubblicano ed entrò nel “Reparto Speciale di Sicurezza” di Mario Carità.

Si mise subito in evidenza con la cattura del colonnello Marino, già aiutante del generale di corpo d’armata Mario Caracciolo di Feroleto, l’ex comandante della V Armata che aveva tentato la difesa di Firenze. Caracciolo, uno dei pochi generali che si erano opposti ai tedeschi, si era rifugiato a Roma presso il convento vaticano di San Sebastiano, sotto tutela di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Il capitano delle SS di via Tasso, autorizzò Koch a violare il territorio Vaticano, così la sua banda, attraverso uno stratagemma e l’appoggio esterno delle SS, riuscì ad arrestare il generale.

Le SS, dopo averlo schedato lo lasciarono a Koch che lo trasferì a Firenze presso la sede della cosiddetta Banda Carità.

Il risultato di questa azione gli permise di avere le autorizzazioni dal capo della Polizia della RSI di Salò, Tullio Tamburini, per costituirsi un suo reparto speciale. Una volta costituita la squadra speciale, che prese la denominazione ufficiale di “Reparto Speciale di Polizia Repubblicana”, si aggregarono anche diversi elementi della Banda Carità fino ad arrivare a circa una settantina di unità tra i quali anche dei sacerdoti. La formazione ottenne alcuni rapidi e clamorosi successi con irruzioni e perquisizioni nelle sedi della Chiesa. La sede del reparto si attestò nella palazzina di via Principe Amedeo 2, presso la pensione Oltremare, a Roma.

Tra gennaio e maggio 1944 la banda decimò le file degli antifascisti di Roma, tra i quali ben 23 esponenti del Partito d’Azione, che subì la pressione maggiore, di cui 21 furono fucilati alle Fosse Ardeatine

Quando, nel giugno del 1944, Roma fu liberata dagli Alleati Koch si unì al convoglio di Eugen Dollmann diretto a nord mentre la sua banda fuggì a Milano. Il Reparto Speciale, inquadrato nelle SS italiane, si insediò presso Villa Fossati (tra le vie Paolo Uccello e Masaccio), che in città sarà nominata come “Villa Triste”, attrezzandola con filo spinato, riflettori e sirene. Alcuni locali furono adibiti a stanze di tortura. Quasi tutti i componenti di Roma raggiunsero Milano, solamente alcuni furono arrestati e condannati a morte durante la loro fuga, come il questore Pietro Caruso. A Milano si inserirono anche nuovi elementi, come l’attore Osvaldo Valenti (l’uomo di collegamento fra Koch e il principe Borghese della Xª MAS), il conte-industriale Guido Stampa e altre donne (Lina Zini e Camilla Giorgiatti). (Dalla deposizione testimoniale di Luchino Visconti agli atti del processo Koch)

Koch, attraverso numerosi arresti e interrogatori brutali, ottenne in breve tempo il nome di Franco Calamandrei, Luigi Pintor, Lisa Giua Foa e nel 1944 la banda arrestò anche Luchino Visconti. Tutti loro sono stati ferocemente torturati, tranne Lisa Giua perché incinta. I metodi di tortura e le tecniche d’interrogatorio della banda divennero tristemente famosi e, vista la generalità di testimonianze concordi, quasi codificati:« Quando venni arrestato il Koch diede ordine che venissi fucilato nella notte. Per otto giorni, rinchiuso nel cosiddetto “buco” della pensione Jaccarino, attesi che la sentenza, continuamente confermata dall’aguzzino, fosse eseguita. Una sera Caruso  venne in visita alla pensione e Koch, per divertirsi un poco, gli mostrò due patrioti che avevano appena finito di subire la tortura. Successivamente venni trasferito a quello che nel gergo della Jaccarino veniva definito “l’ammasso”: uno stanzone fetido, con un po’ di paglia in terra. ».

(Dalla deposizione testimoniale di Luchino Visconti agli atti del processo Koch)

L'interrogatorio avveniva nella stanza di rappresentanza di Koch alla presenza di numerosi poliziotti; se un arrestato non parlava, cioè non rivelava chi fosse e quale fosse la propria attività politica, le percosse erano immediate con: lo schiaffo scientifico, la capriola (lancio della vittima contro il muro), la corsa (un percorso da denudato dalla doccia alle celle tra due file di poliziotti che colpivano). Perché la violenza mantenesse vigore e forza gli agenti si davano il cambio; le percosse avvenivano con fruste di cuoio, con nervi di bue, con i caricatori (carichi delle cartucce); l’isolamento avveniva nel cosiddetto buco, cioè in locali angusti e soffocanti; la sospensione dei torturati: venivano legati con corde e issati in modo che il corpo non toccasse terra e lasciati così per ore; la doccia bollente: le vittime venivano denudate e spinte con manici di scopa sotto un getto d’acqua bollente; qualche testimonianza ha riferito anche dell’uso del manico di scopa come variante per violenze e abusi sessuali; la messinscena dell’esecuzione per terrorizzare le vittime: una vera esecuzione fermata all’ultimo momento. 

Tra gli indagati fascisti del Reparto speciale ci furono sia fascisti intransigenti come Roberto Farinacci, che fascisti moderati come il direttore de La Stampa Concetto Pettinato. Furono svolte dagli uomini di Koch anche indagini interne nei confronti dei membri della "Muti" che esercitavano una certa rivalità nei confronti della squadra speciale. Il gruppo dirigente fascista si sentì minacciato dall'autonomia di Koch e riuscì così ad avere l'avallo di Mussolini per smantellare la banda con un'azione di forza, condotta il 25 settembre 1944 proprio da parte della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, al comando del Questore Alberto Bettini. Secondo alcune fonti il reparto era implicato anche in un traffico di cocaina. Villa Fossati fu circondata, circa cinquanta componenti della banda vennero arrestati e fu sequestrato tutto il bottino accumulato nei mesi di attività. Il 17 dicembre 1944 Koch fu arrestato e rinchiuso al carcere di San Vittore a Milano. Successivamente, nonostante le proteste di Kappler, il Reparto fu smantellato. 

Con l’aiuto dei tedeschi, Koch riuscì ad evadere il 25 aprile 1945 e da Milano si spostò a Firenze, allo scopo di ricongiungersi con Tamara Cerri, che, dopo l’arresto a Villa Fossati, era stata liberata e aveva raggiunto la sua famiglia a Firenze, per essere nuovamente catturata dagli alleati. Avuta notizia dell’arresto, il 1º giugno si presentò alla questura del capoluogo toscano dichiarando: “Se avete arrestato Tamara Cerri perché vi dica dov’è Koch, potete liberarla. Koch sono io, arrestatemi”. Subito tradotto a Roma, fu processato dopo una rapida istruttoria di due giorni, con procedura d’urgenza.

Il processo si aprì il 4 giugno nell’aula magna della Sapienza, l’interrogatorio dell’imputato e le deposizioni dei testimoni dell’accusa (l’ex-questore Morazzini e il commissario di polizia Marittoli) e a discarico (Luchino Visconti, la cui deposizione finì invece per prodursi in un ulteriore capo d’accusa) occuparono due ore; la requisitoria del PM e l’arringa difensiva di Federico Comandini, nominato avvocato d’ufficio quale Presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, presero circa mezz’ora. Alle 11:55 l’imputato fu condotto in camera di sicurezza e alle 12:17 rientrò in aula, dando la corte lettura del dispositivo della sentenza. Condannato alla pena capitale, fu giustiziato presso il Forte Bravetta alle ore 14:21 del 5 giugno 1945. 

La sua esecuzione fu filmata da Luchino Visconti.


sabato 19 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 aprile.

Il 19 aprile 1937, in Italia e nelle colonie diventava legge il Regio Decreto Legislativo numero 880, la prima legge “di tutela della razza” promulgata dal regime fascista, riferito in particolar modo a tutti gli italiani che vivevano nelle allora colonie italiane in Africa, Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Le leggi razziali erano diventate realtà.

Cosa si intende per “leggi razziali”? Sono tutte quelle leggi basate sul principio di discriminazione razziale: discriminare degli esseri umani solo perché di etnie diverse dalla nostra, fondamentalmente, e farlo anche a livello legale e istituzionale. Per chi non è di corta memoria storica, sicuramente questa definizione fa venire in mente le leggi razziali fasciste, promulgate dal regime di Benito Mussolini in Italia dal 1938, e da molti storici considerati il vero e proprio prologo della Seconda Guerra Mondiale.

Quello che molti ignorano, però, è che le leggi razziali contro gli ebrei non furono le prime promulgate nel nostro paese: no, il triste primato di prima legge razziale lo detiene proprio il Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, denominato Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi. Con questo decreto lo stato italiano vietava definitivamente il matrimonio misto e la pratica del madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Il decreto 880 non rappresentò nient’altro che l’apice della campagna razzista del regime nei confronti degli abitanti delle colonie.

Fu un apice tanto orrendo quanto predetto, perché la retorica del regime da anni aveva speso fiumi di parole nell’esaltare la “superiore purezza delle razza italiana”, esasperatamente messa a confronto con tutte le altre razze ritenute inferiori. L’atteggiamento del regime fascista nei confronti dei matrimoni misti – e soprattutto dei figli nati da questi matrimoni – si basava fondamentalmente su due elementi: l’assoluta necessità di una «politica demografica» che salvaguardasse la razza bianca da una parte, e il problema della denatalità dall’altra, secondo Mussolini una delle piaghe principali del paese. In un’escalation di misure sempre più restrittive e razziste nei confronti non solo dei figli di matrimoni misti, ma anche contro le popolazioni locali, si arrivò al decreto 880: gli italiani che si “macchiavano” della colpa di concubinaggio con una donna africana o, peggio ancora, di matrimonio rischiavano da 1 a 5 anni di reclusione, in quanto commettevano due delitti, uno biologico e uno morale. Il primo consisteva nell’accusa di «inquinare la razza», mentre per quello morale la colpa era di «elevare» l’indigena al proprio livello, perdendo così il prestigio che derivava dall’appartenenza alla «razza superiore».

Fu questo il decreto che aprì le porte alle leggi razziali prevalentemente contro gli ebrei, promulgate per la prima volta nel 1938: le stesse motivazioni pseudo scientifiche che vennero date per il decreto 880/37 vennero riutilizzate per motivare le leggi razziali emanate dal regime negli anni successivi.

Quella delle leggi razziali, e della segregazione che ne consegue, diretta conseguenza,  è una storia nota e tristemente diffusa in tutto il mondo e nella storia: da quella, secolare, nei confronti degli Ebrei, costretti a riunirsi nei ghetti, a quella dei neri; dall‘apartheid in Sudafrica (durato formalmente fino al 1994) a quello negli Stati Uniti, abolito con le grandi rivolte per i diritti civili di fine anni Sessanta a forza di I have a dream e a ritmo di We shall overcome.

Eppure sarebbe un errore considerare queste leggi come un qualcosa del passato, perché queste in alcuni paesi sono ancora una realtà contemporanea e viva: basta guardare a paesi come Malesia, India, Mauritania o Yemen.

E anche adesso,  nella democratica e moderna Europa si stanno affermando in diversi paesi partiti xenofobi che in maniera più o meno manifesta propugnano la non contaminazione con gli immigrati, i profughi, i disperati. In Ungheria, oltre al muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia, si applica la detenzione sistematica di tutti i profughi che arrivano nel Paese, collocandoli in container lungo la frontiera con Croazia e Serbia. Al coro si uniscono anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, in nome della difesa dell’omogeneità culturale e religiosa della regione, riconquistata solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A questo si sommano anche vari tentativi di revisionismo storico e rilettura di fatti conclamati, con Marine Le Pen che nega la collaborazione del Regime di Vichy nello sterminio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi in diversi paesi del nord Europa di partiti che fanno dell’omogeneità culturale e etnica il loro grido di battaglia.

Ecco, è questo il monito e l’attenzione che dobbiamo porre verso fatti che ci appaiono lontani: lo scoprire che il demone dell’intolleranza e dell’odio e i germi del suprematismo razziale sono ancora vivi e vegeti: il nostro impegno deve essere quello di prosciugare l’acqua di coltura nella quale questi germi di intolleranza rischiano di moltiplicarsi, e crescere.

venerdì 11 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 aprile.

L'11 aprile 1987 Primo Levi muore, cadendo dalle scale della propria abitazione.

Primo Levi, scrittore e testimone delle deportazioni naziste, nonchè sopravvissuto ai lager hitleriani, nasce il 31 luglio 1919 a Torino.

Di origini ebraiche, ha descritto in alcuni suoi libri le pratiche e le tradizioni tipiche del suo popolo e ha rievocato alcuni episodi che vedono al centro la sua famiglia. Nel 1921 nasce la sorella Anna Maria, cui resterà legatissimo per tutta la vita. Cagionevole di salute, fragile e sensibile, la sua infanzia è contrassegnata da una certa solitudine a cui mancano i tipici giochi condotti dai coetanei.

Nel 1934 Primo Levi si iscrive al Ginnasio - Liceo D'Azeglio di Torino, istituto noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo come Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Zino Zini, Norberto Bobbio e molti altri. Si dimostra un eccellente studente, uno dei migliori, grazie alla sua mente lucida ed estremamente razionale. A questo si aggiunga, come poi dimostreranno i suoi libri, una fantasia fervida e una grande capacità immaginativa, tutte doti che gli permettono di brillare sia nella materie scientifiche che letterarie.

In prima Liceo, fra l'altro, ha per qualche mese come professore d'italiano nientemeno che Cesare Pavese.

E' comunque già evidente in Levi la predilezione per la chimica e la biologia, le materie del suo futuro professionale. Dopo il Liceo si iscrive alla Facoltà di Scienze alla locale Università (dove stringerà amicizie che dureranno tutta la vita); si laurea con lode nel 1941.

Un piccolo particolare macchia però quell'attestato, esso infatti riporta la dicitura "Primo Levi, di razza ebraica". Levi al proposito commenta: "[...]le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti per intenderci); rimaneva da vederne quello sciocco".

Nel 1942, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano. La guerra impazza in tutta Europa ma non solo: i nazisti hanno anche occupato il suolo italico. Inevitabile la reazione della popolazione italiana. Lo stesso Levi ne è coinvolto. Nel 1943 si rifugia sulle montagne sopra Aosta, unendosi ad altri partigiani, venendo però quasi subito catturato dalla milizia fascista. Un anno dopo si ritrova internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz.

Questa orribile esperienza è raccontata con dovizia di particolari, ma anche con un grandissimo senso di umanità e di altezza morale, nonché di piena dignità, nel romanzo-testimonianza, "Se questo è un uomo", pubblicato nel 1947, imperituro documento delle violenze naziste, scritto da un uomo di limpida e cristallina personalità.

In un'intervista concessa poco dopo la pubblicazione (e spesso integrata al romanzo), Primo Levi afferma di essere disposto a perdonare i suoi aguzzini e di non provare rancore nei confronti dei nazisti. Ciò che gli importa, dice, è solo rendere una testimonianza diretta, allo scopo di fornire un contributo personale affinché si eviti il ripetersi di tali e tanti orrori.

Viene liberato il 27 gennaio 1945 in occasione dell'arrivo dei Russi al campo di Buna-Monowitz, anche se il suo rimpatrio avverrà solo nell'ottobre successivo.

Nel 1963 Levi pubblica il suo secondo libro "La tregua", cronache del ritorno a casa dopo la liberazione (il seguito del capolavoro "Se questo è un uomo"), per il quale gli viene assegnato il premio Campiello. Altre opere da lui composte sono: una raccolta di racconti dal titolo "Storie naturali", con il quale gli viene conferito il Premio Bagutta; una seconda raccolta di racconti, "Vizio di forma", una nuova raccolta "Il sistema periodico", con cui gli viene assegnato il Premio Prato per la Resistenza; una raccolta di poesie "L'osteria di Brema" e altri libri come "La chiave a stella", "La ricerca delle radici", "Antologia personale" e "Se non ora quando", con il quale vince per la seconda volta il Premio Campiello.

Infine scrive nel 1986 un altro testo assai ispirato dall'emblematico titolo "I Sommersi e i Salvati".

Primo Levi muore, probabilmente suicida, l'11 aprile 1987, forse lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal quel sottile senso di colpa che talvolta, assurdamente, si ingenera negli ebrei scampati all'Olocausto: di essere cioè "colpevoli" di essere sopravvissuti.

Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo israelitico del cimitero monumentale di Torino.

venerdì 28 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.

Il 28 febbraio 1912 nasce a Roma Clara Petacci.

Clara Petacci, detta Claretta, nasce a Roma il 28 febbraio 1912. Appassionata di pittura e con velleità cinematografiche, pare fosse innamorata del Duce fin da giovanissima.

Il 24 aprile 1932 la speranza di Claretta viene esaudita. L'incontro con Benito Mussolini avviene alla rotonda di Ostia: Claretta ha vent'anni, è nel pieno della sua giovinezza e della sua bellezza; il Duce ne ha quarantotto.

Nonostante tutto Claretta sposa il fidanzato, il tenente dell'aeronautica Riccardo Federici, da cui si separerà nel 1936. Dopo la sua separazione inizierà la relazione intima con il Duce.

Claretta lo aspetta ogni giorno pazientemente nella stanza dei loro incontri e anche se gelosissima sopporta tutte le umiliazioni, che nonostante le volesse bene, Mussolini le infligge. Claretta non chiederà mai a Mussolini di lasciare la moglie per lei. Accettava quello che il suo uomo poteva darle, fino alla fine, fino a voler morire vicino a lui, per dimostrargli fino in fondo la sua dedizione e per compensarlo, a suo modo di vedere, di tutti gli abbandoni subiti nella fase finale del suo potere.

Travolta dagli eventi della Seconda guerra mondiale, alla caduta del regime, Clara Petacci viene arrestata il 25 luglio 1943 per essere poi liberata il giorno 8 settembre, quando viene annunciata la firma dell'armistizio di Cassibile. Tutta la famiglia abbandona Roma e si trasferisce nel nord Italia controllato dalle forze tedesche, dove poi sorge la Repubblica di Salò.

Clara si trasferisce in una villa a Gardone, non lontano dalla residenza di Mussolini. Il 25 aprile, sia Clara sia Marcello si allontanano da Milano assieme alla lunga colonna di gerarchi fascisti in fuga verso Como. Il 27 aprile 1945, durante l'estremo tentativo di Mussolini di sottrarsi alla cattura, Clara viene bloccata a Dongo.

Il giorno seguente, il 28 aprile, dopo il trasferimento a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, Benito Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati, sebbene su Clara non pendesse alcuna condanna. La versione ufficiale della morte di Mussolini è stata tuttavia contestata ed esistono diverse versioni sull'andamento dei fatti. Il giorno dopo (29 aprile) i corpi vengono esposti in piazzale Loreto a Milano (assieme a quelli delle persone fucilate a Dongo il giorno prima e Starace, che venne giustiziato in Piazzale Loreto poco prima), appesi per i piedi alla pensilina del distributore di carburante, dopo essere stati oltraggiati dalla folla. Il luogo viene scelto per vendicare simbolicamente la strage di quindici partigiani e antifascisti avvenuta il 10 agosto 1944, messi a morte per rappresaglia in quello stesso luogo.

Non appena il cadavere della Petacci fu appeso alla pensilina, don Pollarolo, cappellano dei partigiani, dietro pressione di Anna Mastrolonardo e altre donne presenti tra la folla, chiese alla sarta Rosa Fascì una spilla da balia per fissare la gonna indossata dal corpo di Clara. Tale soluzione si rivelò però inefficace e così intervennero i pompieri, sopraggiunti con gli idranti a sedare l'ira della folla, a provvedere a mantenere ferma la gonna con una corda.

Attorno alle ore 15, i corpi giunsero all'Obitorio Civico di via Giuseppe Ponzio.

Al calar della notte del giorno dopo, il 30 aprile, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), la salma di Claretta Petacci venne sepolta (così come Mussolini e altri) in una fossa del Campo 16 del Cimitero Maggiore di Milano, lasciata anonima per evitare ulteriori oltraggi; dopo 2 giorni, di notte, per creare ulteriore difficoltà alla sua individuazione, sempre per ordine del CLN, la salma di Claretta venne esumata e traslata in una fossa del Campo 10, il campo perpetuo destinato ai caduti della RSI, sotto il nome fittizio di Rita Colfosco. Qui rimase fino a marzo 1956 quando, con autorizzazione del ministro dell'interno Fernando Tambroni, la salma di Claretta Petacci venne esumata, trasportata a Roma e tumulata nella tomba di famiglia al Cimitero Comunale Monumentale Campo Verano, il giorno 16.

In seguito alla morte dei discendenti diretti tra gli anni 1960 e 1970, e il trasferimento dei rimanenti negli Stati Uniti, la tomba è stata nel 2015 dichiarata "manufatto in stato di abbandono" dall'amministrazione cimiteriale. Un'associazione ha proposto il recupero del manufatto, mentre l'ex sindaco di Sant'Abbondio Alberto Botta ha proposto di traslare la salma a Mezzegra, luogo della morte della donna. Successivamente la tomba è stata restaurata nell'autunno del 2017, dopo una raccolta fondi da parte di un'associazione.

domenica 19 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.

Il 19 gennaio 1939 viene abolito il Parlamento Italiano, sostituito con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Con la legge del 19 gennaio 1939, che istituiva la Camera dei fasci e delle corporazioni il regime totalitario proseguiva la costruzione dello Stato fascista, dopo aver soppresso la Camera dei deputati, per cancellare quel che ancora sopravviveva della rappresentanza parlamentare eletta dai cittadini. 

La Camera dei deputati fu abolita per volontà del duce, al culmine di un processo di revisione costituzionale, iniziato fin dal 1925, che nei successivi quattordici anni aveva attuato, gradualmente ma costantemente, una radicale trasformazione dell'ordinamento dello Stato monarchico, abolendo il regime parlamentare, che aveva governato il regno d'Italia fin dalla sua costituzione il 17 marzo 1861, sulla base dello Statuto del regno di Sardegna concesso da Carlo Alberto nel 1848.

Secondo lo Statuto, il potere legislativo era « collettivamente esercitato dal Re e da due Camere»: il Senato, «composto da membri nominati a vita dal Re, in numero non limitato, aventi l'età di quarant'anni compiuti», scelti fra diverse categorie definite dallo Statuto, e la Camera elettiva, «composta di Deputati scelti dai Collegi Elettorali conformemente alla Legge» fra i sudditi del re che avevano compiuto i trent'anni, godevano dei diritti civili e politici, e degli altri requisiti previsti dalla legge. I deputati, eletti per cinque anni, rappresentavano «la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti» e non erano soggetti a «nessun mandato imperativo» da parte degli elettori. Lo Statuto stabiliva inoltre, che nessun deputato poteva essere arrestato durante l'esercizio del suo mandato, «fuori del caso di flagrante delitto», né poteva essere «tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera».

Con l’abolizione della Camera dei deputati il regime fascista annientò definitivamente dallo Stato italiano il principio della sovranità popolare, così come aveva proclamato fin dal suo avvento al potere. Infatti, pur lasciando nominalmente esistere la Camera dei deputati, il fascismo aveva iniziato a demolire la rappresentanza eletta col voto popolare fin dal novembre 1926, quando su iniziativa del segretario del partito fascista, diventato ormai partito unico, furono dichiarati decaduti tutti i deputati dei partiti antifascisti. Due anni dopo, alla vigilia della elezione della nuova Camera, il 17 maggio 1928, una riforma della rappresentanza politica aveva istituito il collegio unico nominale, assegnando al Gran Consiglio, l'organo supremo del partito fascista, la prerogativa di scegliere i candidati alla Camera, proponendo agli elettori una lista che essi potevano soltanto approvare o respingere in blocco.

La votazione del 1929 produsse una Camera esclusivamente fascista. Fu in seguito alla riforma della rappresentanza politica, che il Gran Consiglio divenne supremo organo costituzionale dello Stato monarchico, con competenze costituzionali decisive, come la facoltà di tenere aggiornata la lista di eventuali successori alla carica di capo del governo, cioè di eventuali successori di Mussolini in tale carica, e che in realtà non fu mai approntata, e soprattutto la prerogativa di intervenire nella successione al trono, che menomava gravemente il potere del re.

La sopravvivenza della formula plebiscitaria, adottata anche per l'elezione dei deputati nel 1934, non era affatto una residua parvenza di riconoscimento della sovranità popolare, che il fascismo al potere aveva sempre brutalmente e pubblicamente negato. Una maggioranza di voti contrari nelle elezioni plebiscitarie, non avrebbe comportato alcuna crisi per il regime totalitario, che si compiaceva di ostentare il consenso popolare, ma fondava esclusivamente sulla forza la sua esistenza. Mussolini lo aveva detto chiaro e netto alla vigilia del plebiscito del 1929: «Ho appena bisogno di ricordare tuttavia, che una rivoluzione può farsi consacrare da un plebiscito, giammai rovesciare».

L'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni risolveva definitivamente il problema della rappresentanza popolare, abolendola. La nuova Camera infatti non era elettiva né prevedeva alcuna approvazione plebiscitaria popolare. I suoi membri, denominati consiglieri nazionali, erano i componenti del Consiglio nazionale del partito fascista e i componenti del Consiglio nazionale delle corporazioni, e assumevano la qualità di consiglieri nazionali «con decreto del DUCE del Fascismo, Capo del Governo».

I consiglieri nazionali godevano delle prerogative precedentemente riconosciute ai deputati dallo Statuto, ma il limite minimo di età era stabilito a venticinque anni. I consiglieri nazionali decadevano dalla carica nel momento stesso in cui decadevano dalla funzione esercitata nel Consiglio nazionale del partito fascista e in quello delle corporazioni. Della nuova Camera erano componenti di diritto il duce e i membri del Gran Consiglio del fascismo, creato da Mussolini alla fine del 1922 come organo supremo del partito fascista, e diventato dal 1928 organo costituzionale supremo del regime fascista. Unico compito della Camera dei fasci e delle corporazioni era collaborare con il governo per la formazione delle leggi, Lo stesso compito era assegnato al Senato, divenuto ormai un'assemblea dominata da senatori fascisti, mentre la esigua minoranza di senatori rimasti antifascisti o era ridotta al silenzio o disertava le sedute.

Nel presentare al duce la relazione sull'attività svolta alla Camera dei fasci e delle corpo dal 23 marzo 1939 al 23 marzo 1941, il presidente della medesima, Dino Grandi affermava: «Lo Stato totalitario non è più un semplice postulato teorico, per superare le contraddizioni della democrazia parlamentare. Una coerenza intrinseca, quasi elementare, ne è caratteristica fondamentale. Esso pone il Governo al centro del sistema e rende attuabili forme di operosa e armonica collaborazione, particolarmente apprezzabili e innovative nei riguardi delle Assemblee politiche. E appunto la felice e costruttiva esperienza della nostra Assemblea porta nuova luce sull'istituto legislativo, mediante il quale non solo si esplica una sostanziale attività pubblica, ma la profonda trasformazione operata dal Fascismo nella struttura sociale del Paese viene a mano a mano acquisita allo ordinamento giuridico».

La Camera dei fasci e della corporazioni fu abolita il 2 agosto 1943 dopo il crollo del regime fascista travolto dalla catastrofe militare. Il ripristino della sovranità popolare attraverso la Camera dei deputati e l'istituzione di un Senato elettivo nell'Italia repubblicana, fu la definitiva vittoria della democrazia sul fascismo.

venerdì 15 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1943, come rappresaglia per l'uccisione del commissario fascista Igino Ghisellini, vengono fucilati 11 antifascisci, nel cosiddetto eccidio del castello estense.
La mattina del 14 novembre 1943 Igino Ghisellini, reggente della federazione del fascio di Ferrara, atteso in città dai suoi collaboratori per recarsi a Verona al primo congresso del partito fascista repubblicano, non si presentò all'appuntamento. I fascisti si recarono immediatamente a Casumaro, dalla moglie del federale, e a Cento, dal fratello, dove appresero che egli la sera precedente non si era visto, ma questo non aveva destato nessuna apprensione dal momento che entrambi non lo attendevano.
I giovani appartenenti al P.F.R, che in quei primi tre mesi di tentativo di restaurazione fascista avevano collaborato con Ghisellini, tra i quali Carlo Govoni, convinto assertore, in seguito, della tesi, che lo condusse a morire a Dachau, secondo la quale il reggente estense era stato ucciso da fascisti corrotti che il federale aveva deciso di denunciare a Verona e Carlo Tortonesi, futuro capo della polizia speciale dei Tupin che portò il terrore a Ferrara e nella provincia nei mesi successivi, si recarono dal capo della provincia Berti per informarlo della scomparsa.
La salma di Ghisellini venne ritrovata verso le dieci del mattino del 14 novembre, riversa in un fossato a poca distanza da Castel D'Argile, in provincia di Bologna, ma a breve distanza dal territorio ferrarese. Dai documenti raccolti in quasi quindici anni di ricerche presso l'Archivio Centrale dello Stato e l'Archivio di stato della città estense fu immediatamente evidente che quello del federale di Ferrara si presentava agli occhi degli studiosi come un vero e proprio giallo.
Il cadavere venne ritrovato supino, con la testa poggiata sulla spalla sinistra; era senza scarpe (infatti gli erano stati rubati sia gli stivali sia la rivoltella) e risultava essere stato colpito da cinque colpi di arma da fuoco, di cui quattro alla regione temporale destra ed uno ala mandibolare sinistra. Il corpo venne immediatamente esaminato dal dottor Rubini, medico condotto del luogo, il quale constatò il già elevato grado di rigidità cadaverica, che faceva risalire quasi con certezza la morte a diverse ore prima del ritrovamento. Il referto medico conferiva spessore e credibilità alla deposizione resa al Vice Brigadiere Francesco la Porta, comandante della stazione dei Carabinieri del paese, da Alfredo Corticelli, abitante nella zona del rinvenimento del cadavere il quale, dopo averne denunciato la presenza nel fossato, raccontò all'inquirente che la sera precedente, verso le 22 e 30, mentre rincasava, aveva notato un'automobile FIAT 1100 targata 7260 FE, che la mattina seguente era stata ritrovata a pochi metri dal corpo.
A condizionare il dibattito sulla morte di Ghisellini, che per decenni si sarebbe sviluppato tra storici, ricercatori e pubblicisti, il reperimento, sulla strada che da Cento conduce a Ferrara, a cinquecento metri dal chilometro 30, sul lato sinistro, di frammenti di vetro che, in seguito, gli inquirenti avrebbero appurato appartenere alla macchina del federale, accanto ai quali era presente una grossa macchia di sangue coagulato. Fatto questo che aveva fatto dedurre che, con tutta probabilità, Ghisellini, si fosse fermato per far salire qualcuno, presumibilmente un uomo in divisa, che li, poi, lo aveva freddato. Non appena a Ferrara giunse la notizia del rinvenimento del cadavere il clima all'interno della federazione del P.F.R. si fece incandescente. Ciro Randi e Alessandro Benea, furono incaricati di partire per Verona per informare il segretario del partito Alessandro Pavolini, già messo a conoscenza della scomparsa del federale, della morte di Ghisellini.
Pavolini comunicò la notizia all'assemblea che l'accolse con un prevedibile scoppio di grida e di incitazioni alla vendetta contro gli antifascisti, già individuati come gli autori dell'omicidio del federale estense.
Egli ordinò che i lavori continuassero, mentre le squadre d'azione di Padova e di Verona e con loro Enrico Vezzalini, futuro capo della provincia estense, avrebbero dovuto recarsi nella città estense per attuare una rappresaglia esemplare. In quella giornata e sino ad alta notte, giunsero a Ferrara alcune delle personalità che, insieme a Vezzalini, che era stato uno dei giudici al processo di Verona dove si era decisa la condanna a morte di Ciano e degli altri gerarchi che avevano tradito Mussolini, meglio seppero interpretare l'anima violenta e vendicatrice della R.S.I. nel tragico biennio 1943-1945: il console Giovan Battista Riggio e il bolognese Franz Pagliani. Per tutta la giornata gli uomini arrivati dall'esterno si consultarono con i fascisti ferraresi per mettere in atto una rappresaglia, secondo le direttive del potere centrale, cosi cruenta da diventare esemplare e da non poter essere dimenticata. Riggio, Pagliani e Vezzalini si scontrarono con forza con il prefetto Berti, in seguito sostituito a Ferrara dallo stesso Vezzalini, che tentava di limitare la portare della strage che si stava organizzando. Secondo numerose testimonianze fu proprio Vezzalini, dopo tante discussioni, ad elaborare l'elenco degli uomini da uccidere, basandosi anche, si diceva, sulle carte che Ghisellini avrebbe dovuto portare con sé a Verona per denunciare i fascisti corrotti.
Sei degli undici civili che la mattina del 15 novembre 1943 vennero tragicamente trucidati di fronte al muretto del castello estense e sulle mura cittadine, Emilio Arlotti, Mario e Vittore Hanau, Arturo Torboli, Gerolamo Savonuzzi e Mario Zanatta vennero prelevati direttamente dalle proprie abitazioni, mentre l'operaio Cinzio Belletti, colpito a morte in via Previati, probabilmente, pagò con la vita la sfortuna di aver assistito casualmente a quanto in quella terribile notte stava accadendo. Gli altri, vennero prelevati dalle carceri, dove erano stati ristretti tra il sette e l'otto ottobre precedente, in seguito all'arresto, richiesto dai fascisti locali appena ritornati al potere. Il direttore del carcere dottor Gusmano, in assenza di un ordine scritto, cercò in tutti i modi di opporsi e per questo venne condotto presso la federazione del P.F.R. dove, dopo essere stato più volte minacciato di morte, lo convinsero alla consegna di Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Pasquale Colagrande ed Alberto Vita Finzi.
Si trattò di una strage che colpi profondamente l'animo dei cittadini ferraresi, al punto tale che due dei maggiori artisti contemporanei della città estense, lo scrittore Giorgio Bassani e il regista Florestano Vancini, vollero fermare per sempre quei drammatici frangenti in due opere che restarono tra le più importanti di tutta la loro produzione. Non è difficile comprendere lo sgomento causato negli abitanti di Ferrara dalla vista dei corpi ammassati di fronte al muretto del Castello, lasciati esposti alle offese ed alla malvagità e volgarità delle camicie nere e rimossi solo dopo il pietoso intervento dell'Arcivescovo di Ferrara Monsignor Ruggero Bovelli. Come ricorda uno dei maggiori storici italiani, Claudio Pavone, si trattò del primo eccidio di civili compiuto in Italia dai fascisti e proprio a quell'episodio può essere ricondotto l'inizio della guerra che oppose i fascisti, alleati ai tedeschi, agli italiani che lottavano per la libertà. Per questo motivo, nei decenni successivi il dopoguerra ed ancora oggi, l'attribuzione dell'omicidio di Ghisellini ai fascisti o ai partigiani che si andavano organizzando ha rivestito e riveste un'importanza tanto rilevante.
Alla luce delle ricerche appare impossibile stabilire con certezza chi abbia ucciso il reggente della federazione estense, anche se gli archivi continuano a fornire materiale che rispetto al passato, sembra avvalorare con sempre maggiore forza la presenza, all'interno del P.F.R. estense, sin dai primi mesi della sua fondazione, di scontri pesantissimi che culminarono proprio nell'uccisione dello scomodo gerarca. Sin dai primi anni '90 è noto agli storici, e suffragato da ampia documentazione, il fatto che Ghisellini, con i giovani che lo avevano attorniato nei tre mesi della sua presenza a Ferrara, avevano individuato i numerosi fascisti che, durante il periodo badogliano, avevano lavorato per prepararsi a quando, dopo la fine della guerra, il fascismo sarebbe stato superato. Tra i nomi, e i documenti e gli studi lo provano ampliamente, erano presenti esponenti di spicco delle gerarchie fasciste ferraresi pre 25 luglio: Giulio Divisi, Olao Giaggioli e persino il prefetto Giovanni Dolfin, rimasto in carica durante i '45 giorni" ad occuparsi delle epurazioni dei suoi stessi ex compagni di partito e, quindi, nuovamente approvato al fascismo e alla R.S.I. e in settembre trasferito a Salò quale segretario particolare di Mussolini.
Che all'interno della federazione estense numerosi fossero quelli convinti che Ghisellini era stato ucciso a causa di una faida interna é testimoniato da molteplici documenti nei quali si trova notizia delle denunce che costrinsero le autorità di polizia, ma anche la dirigenza del P.F.R., a mettere in piedi indagini per raccogliere testimonianze sul clima e sui fatti di quei giorni. I dubbi, negli anni, furono avvalorati, inoltre, dal ritrovamento presso l'Archivio Centrale dello Stato di un telegramma in data 24 gennaio 1944 con il quale Benito Mussolini, in tono perentorio, sollecitava Vezzalini a portare avanti le indagini, rilevando che, dopo diverse settimane, non si era ancora ottenuto nessun risultato. Era evidente che lo stesso capo del governo, con grande probabilità sollecitato dalla famiglia del gerarca, che vedeva quanto stava accadendo a Ferrara, dubitasse con forza di quanto si stava facendo in loco per arrivare a determinare gli esecutori e i mandanti dell'assassinio.
La documentazione raccolta nell'ultimo decennio fornisce più di una possibile spiegazione del motivo per cui non si giunse mai ad individuare con certezza i mandanti e gli esecutori dell'omicidio del federale. Lo storico, infatti, non può non restare colpito dai documenti che evidenziano come da una parte la rappresaglia fascista colpi con forza l'ambiente antifascista borghese cittadino, mentre le indagini sia delle autorità di Polizia sia dello stesso P.F.R. andarono tutte nella direzione di cercare gli autori all'interno dello stesso fascismo, cosa che, è evidente, non poteva essere certo pubblicizzata. Un dato di fatto è che la moglie di Ghisellini, Alfonsina Trentini, affermò immediatamente e con risolutezza che a causa del clima politico e dei precedenti avvertimenti era impossibile che il marito avesse accolto in auto uno sconosciuto. Allo stesso modo il milite Edgardo Baresi, che aveva il compito di accompagnare il federale che in quei giorni aveva la macchina in riparazione, raccontò agli inquirenti che Ghisellini era un uomo chiuso e riservato, ma che in quei tragitti, proprio a causa della difficile e confusa situazione che stava vivendo il fascismo, gli aveva dispensato consigli e raccomandazioni circa il modo nel quale avrebbe dovuto comportarsi, evidenziando che si doveva essere molto attenti perché si era circondati da nemici potenti.
Era stato ancora il federale a specificare che era assolutamente necessario vigilare perché, soprattutto di notte, nessuno si avvicinasse alla federazione, diffidando di chiunque indossasse una divisa sia italiana sia tedesca, visto che dopo l'8 settembre era molto più semplice procurarsele. Il federale, che aveva consigliato a Baiesi di cambiare tragitto ogni volta che lo accompagnava, quindi, era ben conscio della situazione che stava vivendo e appare certo che mai quella notte si sarebbe fermato all'alt di un militare. I documenti più recenti, inoltre, ci hanno permesso di ricostruire perché, proprio quella sera, Ghisellini fosse solo.
Secondo la testimonianza del milite Baiesi, infatti, quella sera, poco prima dell'ora di cena, egli era stato invitato in federazione dove aveva trovato lo stesso reggente, Benea e Borellini e proprio quest'ultimo gli aveva consegnato due biglietti da recapitare urgentemente a Calura e a Ghilardoni, rispettivamente a Cassana e a San Bartolomeo. Questi particolari rendono assolutamente impossibile credere alle versioni che volevano che il federale fosse stato ucciso dai partigiani in divisa fascista, dopo essere stato fermato mentre percorreva la strada verso Cento, dove, per altro, è stato stabilito non era atteso. Data la situazione descritta e la ormai accertata circospezione della vittima, ben più complessa ed articolata avrebbe dovuto essere, per avere successo, un'azione condotta dai partigiani. Anche volendo tralasciare il non ancora elevato, sia a Ferrara sia a Bologna, livello di organizzazione dei partigiani, risulta difficile giustificare il fatto che gli antifascisti fossero a conoscenza che proprio quella sera il reggente si sarebbe mosso da solo, se non ipotizzando il non certo impossibile contatto tra questi ultimi e qualcuno che, all'interno del fascismo, avesse interesse all'eliminazione di Ghisellini.
Che gli stessi fascisti dubitassero dell'accaduto, oltre che dalla tragica vicenda di Carlo Govoni, il giovane che fu mandato a morire a Dachau perché non si stancò mai di denunciare i fascisti che secondo lui erano responsabili dell'omicidio di Ghisellini, appare evidente anche dalle indagini interne al partito che fecero emergere grossi dubbi proprio sulla figura di Cesare Borellini, l'uomo che aveva dato a Baiesi i biglietti da consegnare a Calura e Ghilardoni e a causa dei quali il federale era rimasto senza scorta. Borellini la sera del delitto era stato accompagnato a casa da Alessandro Benea, perché aveva detto di essere febbricitante: in realtà, proprio in quei frangenti, secondo alcune deposizioni di compagni di partito, la moglie lo aveva cercato in federazione. Dove fosse non si seppe anche se, alcuni testimoni concordavano nel dire che, il giorno successivo, sul suo volto erano evidenti i segni di un graffio. Di grande interesse, a proposito, il fatto che Borellini, Ghilardoni e Calura, dopo i tragici fatti del novembre 1943, scomparirono dalla scena politica della R.S.I..
Ancora oggi non è possibile stabilire con certezza chi abbia ucciso Ghisellini, ma la mole crescente di documenti permettono ormai di descrivere con grande precisione la situazione esistente all'interno del fascismo repubblicano nei primi mesi della R.S.I. dove gli scontri e le contrapposizioni erano all'ordine del giorno.
Quello che è evidente è che si trattò di un episodio fondamentale per comprendere le linee strategiche e politiche della R.S.I. su tutto il territorio che ne fu interessato. Infatti, dopo la terribile strage di civili, venne coniato il motto 'Ferrarizzare l'Italia" che dimostrava come i fascisti tornati al potere non si facessero certo scrupolo, pur senza avere nessuna sicurezza sugli esecutori dell'omicidio ed anzi ben sapendo che esisteva la possibilità di pesanti coinvolgimenti di esponenti del P.F.R., ad addossare all'antifascismo le responsabilità dell'accaduto, uccidendo, al solo scopo di creare terrore e asservimento, persone che avevano quale unico torto quello di essere contrari al fascismo ed alla dittatura.

domenica 6 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la "dichiarazione sulla razza".
Ottantasei anni fa l'approvazione dei primi decreti che privarono gli appartenenti all'ebraismo dei diritti più elementari che gli altri connazionali continuavano ad avere. Dal divieto di studiare nelle scuole pubbliche a quello di sposarsi con italiani "ariani". Una decisione che il capo del governo rivendicò: "Chi dice che stiamo imitando qualcun altro, è un deficiente". Un piccolo ripasso al tempo della politica che parla di "razza bianca" e "adesione" alle leggi di Norimberga.
La neve di Auschwitz, gli spettri lungo il filo spinato, il fumo dal camino, le fosse comuni, gli sguardi persi nel vuoto, gli esperimenti sui bambini, gli eroi, i carri-bestiame, i tedeschi cattivi, il suono dei violini, lo strazio dei figli e delle madri, gli stivali dei nazisti, i diari e le lettere, le porte abbattute casa per casa. L’orrore dell’Olocausto è stato raccontato mille volte, con tutti i linguaggi e in tutte le lingue, e mille ne serviranno ancora e poi ancora mille. Resta, dopo lo shock di una narrazione cominciata troppo tardi, quello che fatica ancora ad essere raccontato, forse perché fatica ad essere accettato. Qualcuno la chiama la “memoria addomesticata”. L’infamia dello sterminio di massa degli ebrei, teorizzato da Adolf Hitler, ebbe infatti nei fascisti italiani i suoi collaboratori fattivi. L’orrore ebbe un’onda lunga che iniziò con le leggi razziali, volute da Benito Mussolini, Duce del fascismo, controfirmate dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e combattute da pochissime, isolate, voci.
Quello delle leggi razziali fu un virus che infettò ulteriormente e definitivamente giorno dopo giorno uno Stato già da tempo deprivato di tutte le libertà. Fu l’ultima iniezione: le norme, molte solo amministrative, ebbero un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini italiani, che non poterono più lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, delle proprie famiglie e delle proprie comunità.
Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne.
Dall’approvazione dei primi di una lunga serie di decreti-legge razziali sono ricorsi nel 2018 gli ottant’anni: il primo è del 5 settembre e ordina l’esclusione dalle scuole degli ebrei. Il re la firma nella sua villa nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Da quella passeggiata sono passati, oggi, ottantasei anni: eppure ancora pochi. Ancora alla fine del 2017 Simone Di Stefano, dirigente di CasaPound, spiegava che l’alleanza di Mussolini con Hitler era comprensibile perché “ancora non si sapeva dell’Olocausto“. All’inizio del 2018 il candidato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – poi eletto – parlava di “difesa della razza bianca“. Negli stessi giorni il candidato presidente della Regione Lazio Sergio Pirozzi metteva sulla stessa bilancia le opere pubbliche (in cui il Duce “ha fatto grandi cose”) e le leggi razziali, “tra le cose brutte”. “Per quello che riguarda infrastrutture, politiche sociali, una visione del Paese, il Duce secondo me ha fatto grandi cose – disse Pirozzi – Ma l’aver aderito alle sciagurate leggi razziali e aver fatto entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler è stata una cosa sciagurata“. Nel 2005 era stata la volta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler“. Il ministro delle infrastrutture e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è solito usare, parafrasati, i motti del Duce. Come “Molti nemici, molto onore”, ribadito il 29 luglio 2018, il giorno in cui Mussolini nacque nel 1883 a Dovia, frazione di Predappio. “Guardi – aveva detto Salvini mesi prima a una radio – Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni, è un’evidenza. Poi evidentemente le leggi razziali e le persecuzioni sono quanto di più folle in assoluto nella storia dell’universo. Però dirlo mi sembra negare l’evidenza… Che le paludi siano state bonificate in quel periodo si può dire?”.
La bonifica delle paludi e l’Inps di nuovo al fianco delle espulsioni di massa, dei rastrellamenti dei ghetti, delle bastonate, delle deportazioni. Eppure le leggi razziali non furono un incidente né un caso. Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali non furono una sciagura, non sono state una disgrazia, ma una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fino dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la Difesa della Razza, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. E’ lì che viene pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, la prima era stata sul Giornale d’Italia. È firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi. “Il Duce – scrive sul suo diario Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini – mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”.
Nei primi due decreti che Mussolini firmò vietava l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordinava ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia.
Il manifesto dice tra l’altro che “le razze umane esistono”, che ne esistono di “grandi” e di “piccole”, che il concetto di razza è “puramente biologico”, che “è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” (si nega in sostanza una qualche immigrazione), che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Parole che in qualche caso risuonano con altri obiettivi e altre maschere in diverse piazze italiane di oggi.
Mussolini firma i primi due decreti-legge il 5 e il 7 settembre 1938: vieta l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordina ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia. Dieci giorni dopo si affaccia su una piazza di Trieste per rivendicare quelle leggi e quelle che verranno. “Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale – sottolinea ad un certo punto – Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approva la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali sono circa 180. Uno degli ultimi obbliga al lavoro coatto gli ebrei. Nei primi anni, le norme italiane sono più vessatorie di quelle vigenti in Germania. Gli studenti ebrei in Italia per esempio sono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania.
Prima del genocidio, dunque, molto prima, Mussolini e lo Stato fascista decidono di separare una parte di cittadini appartenenti a una cosiddetta “razza”, privandoli dei loro diritti più elementari. Intorno, poche e deboli sono le voci contrarie. Anzi, molti i delatori. E le cattedre lasciate vuote dai professori ebrei sono prontamente occupate da non ebrei. Chi cerca di fare qualcosa per impedire le vessazioni, anche senza eroismo ma con ragionevolezza, viene denunciato per “pietismo“. “Due fascisti”, racconta il Corriere della Sera del 6 dicembre 1938, sono puniti per “pietismo filogiudaico” ed espulsi dal partito perché, “affetti da inguaribile spirito borghese, si abbandonavano ad incomposte manifestazioni pietistiche nei confronti di un giudeo”. Si chiamano Italo Locatelli e Mario Castelli: sono estromessi perché hanno partecipato a una colletta per un regalo (un orologio) al direttore della loro industria, rimosso dall’incarico perché ebreo. Sette giorni prima l’editore Angelo Fortunato Formiggini, considerato “profeta” della Treccani, all’inizio estimatore di Mussolini dall’inizio, si era buttato di sotto dalla Ghirlandina di Modena: aveva le tasche piene di soldi perché non si dicesse che fosse per crisi economiche. Al segretario del Pnf, Achille Starace, non interessò troppo: “È morto proprio come un ebreo – commentò – Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
E’ da quelle settimane del 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944 che gli ebrei non possono più essere cittadini uguali agli altri.
Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista. Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali. Non possono studiare nelle scuole pubbliche. Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura. Non possono lavorare come insegnante privato. Non possono entrare nelle biblioteche. Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”. Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere la cittadinanza italiana né mantenerla se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. Non possono avere la licenza per il taxi. Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione. Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare. Non possono essere proprietari o gestori di aziende. Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati. Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori. Non possono, in alcuni casi, neanche mantenere la patria potestà sui propri figli.
I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, non possono essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei sono vietate.
Gli ebrei non possono assumere domestici “di razza ariana”. Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Le strade, le scuole e gli istituti non possono avere nomi ebraici e per questo vengono cancellati. Non possono comparire sugli elenchi telefonici e per questo sono cancellati. Non possono pubblicare necrologi.
Nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri non ci possono essere opere scritte da autori ebrei. Gli ebrei non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra e per questo vengono licenziati. Nelle mostre non possono essere esposte opere di pittori e scultori ebrei. Gli ebrei non possono fare i fotografi. Non possono fare i tipografi. Non possono vendere oggetti d’arte. Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi, non possono lavorare come commerciante ambulante, non possono gestire agenzie d’affari, non possono gestire agenzie di brevetti. Non possono vendere gioielli. Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari. Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio. Non possono vendere libri. Non possono vendere penne, matite, quaderni. Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere. Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio. Non possono gestire agenzie di viaggio. Non possono lavorare come guida turistica, non possono lavorare come interprete. Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché il Coni li espulse da tutte le federazioni.
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso, come la Versilia, alcune località di montagna, ma anche Ostia, il mare di Roma. In pratica non possono andare in spiaggia.
Non possono vendere alcolici, non possono esportare frutta e verdura, non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti. Non possono raccogliere rottami di metallo. Non possono raccogliere lana da materassi, non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio. Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi. Non possono avere concessioni per le riserve di caccia. Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie. Non possono esplicare attività doganali. Non possono tenere cavalli. Non possono nemmeno allevare piccioni.

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