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mercoledì 2 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 settembre del 31 avanti Cristo al largo di Azio nella penisola dell'Epiro (odierna Grecia del nord), la flotta di Ottaviano annientava quella di Marco Antonio e Cleopatra, mettendo così fine al secondo triumvirato e dando il via a una nuova fase della storia di Roma, quella dell'Impero.
Marco Antonio nel 34, conquistata l'Armenia, celebrò ad Alessandria il trionfo insieme a Cleopatra, la sua amante, nominando lei ed il figlio avuto da Cesare reggenti di Cipro e delle terre orientali.
Il senato non vide affatto di buon occhio la cosa, e diete mandato ad Ottaviano per muovere guerra all'Egitto e riconquistare le terre perdute. Ottaviano mosse la flotta verso Patrasso, quartier generale di Antonio, che però era forte di una flotta più nutrita, grazie anche al contributo di navi di Cleopatra. Tuttavia le navi di Roma erano più veloci e meglio manovrabili.
All'inizio di Marzo del 31 a.C., anzichè attaccare direttamente Antonio, Marco Vepsanio Agrippa (l'ammiraglio di Ottaviano), si diresse a sud verso la guarnigione di Metone, che non si aspettava un attacco, conquistandola facilmente. In questo modo veniva tagliata la rotta per mare degli approvvigionamenti di Antonio, il quale fu costretto a far fronte a parecchie defezioni nel suo esercito, e in un ultima istanza a distruggere 50 delle sue navi, le peggiori, per evitare che cadessero in mano nemica non avendo più sufficienti uomini per governarle.
Il 2 settembre iniziò la battaglia di Azio, con le due flotte a fronteggiarsi nei pressi della costa formando due semicerchi. L'empasse fu interrotta da Agrippa, spostando velocemente verso il largo la sua flotta. L'ammiraglio nemico cadde nel tranello, e decise di inseguire le navi. Così facendo aumentò la distanza tra di esse e lasciò un buco nella parte centrale del semicerchio. Le navi di Agrippa sfruttarono un'invenzione di quest'ultimo, il rampino, per abbordare i vascelli nemici e combattervi a bordo. Cleopatra, che con le sue navi poteva andare in aiuto di quelle di Antonio, decise invece di sfruttare il buco e allontanarsi insieme ai suoi dalla battaglia. Antonio, vedendo la cosa, abbandonò anch'egli la battaglia al suo destino per inseguire Cleopatra (Velleio Patercolo ebbe a scrivere "i soldati si comportarono come il più valoroso dei comandanti, e il comandante come il più vile dei soldati"). A questo punto la battaglia era ormai compromessa: le forze di Ottaviano diventarono preponderanti e in poco tempo bruciarono e affondarono 40 navi uccidendo 5000 soldati.
Nell'agosto successivo Ottaviano invase l'Egitto, Antonio si suicidò.
Giunto ad Alessandria, Cleopatra tentò di sedurre Ottaviano come fece con Cesare e Antonio, ma questa volta non vi riuscì. Vistasi perduta, si tolse la vita secondo la leggenda con il famoso aspide.
martedì 9 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 giugno 68 muore a Roma l'Imperatore Nerone.
L'imperatore romano Nerone (in latino: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus) nasce ad Anzio il 15 dicembre dell'anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il padre appartiene a una famiglia considerata di nobiltà plebea, mentre la madre è figlia dell'acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola che di Nerone è pertanto zio materno.
Nato con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, Nerone viene ricordato come quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia.
Nell'anno 39 la madre Agrippina Minore si scopre essere coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola: viene per questo mandata in esilio nell'isola di Pandataria. L'anno seguente, il marito Gneo muore e il patrimonio viene requisito da Caligola stesso.
Due anni dopo Caligola viene assassinato, Agrippina Minore può così fare ritorno a Roma per occuparsi del figlio. Lucio viene affidato a due liberti greci (Aniceto e Berillo) per poi proseguire gli studi con due sapienti dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali sviluppa un pensiero filoellenista.
Nel 49 Agrippina Minore sposa l'imperatore Claudio ed ottiene la revoca dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio.
Nerone sale al potere nell'anno 55, a soli diciassette anni. Britannico, figlio legittimo dell'imperatore Claudio, sarebbe stato fatto uccidere per volere di Sesto Afranio Burro, forse con il coinvolgimento di Seneca.
Il primo scandalo del regno di Nerone coincide con il suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio; Nerone più tardi divorzia da lei perchè si innamora di Poppea. Quest'ultima, descritta come una donna di rara bellezza, prima del matrimonio con l'imperatore sarebbe stata coinvolta in una storia d'amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso. Nel 59 Poppea viene sospettata di avere organizzato l'omicidio di Agrippina, mentre Otone viene spedito lontano, promosso governatore in Lusitania (l'odierno Portogallo).
Dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania, Nerone sposa Poppea nell'anno 62.
Nello stesso periodo introduce una serie di leggi sul tradimento che provocano l'esecuzione di numerose condanne capitali.
Nel 63 nasce Claudia Augusta, figlia di Nerone e Poppea, ma muore ancora in fasce.
L'anno seguente (64) è l'anno dello scoppio del grande incendio di Roma: quando accade il tragico fatto l'imperatore si trova ad Anzio, ma raggiunge immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio. Nerone mette sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, già malvisti dalla popolazione, quali autori del disastro; alcuni di loro vengono arrestati e messi a morte.
Dopo la morte Nerone sarà accusato di aver provocato egli stesso l'incendio. Nonostante la ricostruzione dei fatti sia incerta e molti aspetti della vicenda siano ancora controversi, gli storici concordano sul valutare come superata e poco attendibile l'immagine iconografica dell'imperatore che suona la lira mentre Roma brucia.
Nerone apre addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione, attirandosi l'odio dei patrizi e facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamare le vittime. In occasione dei lavori di ricostruzione di Roma, Nerone detta nuove e lungimiranti regole edilizie, che tracciano un nuovo impianto urbanistico sul quale è tutt'ora fondata la città. In seguito all'incendio fa recuperare una vasta area distrutta, facendo realizzare il faraonico complesso edilizio noto come Domus Aurea, la sua residenza personale, che giunge a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 80 ettari.
Nel 65 viene scoperta la congiura pisoniana (così chiamata da Caio Calpurnio Pisone); i cospiratori, tra cui anche Seneca, vengono costretti al suicidio. Secondo la tradizione cristiana in questo periodo Nerone ordina inoltre la decapitazione di San Paolo e, più tardi, la crocifissione di San Pietro.
Nel 66 muore la moglie Poppea: secondo le fonti sarebbe stata uccisa da un calcio al ventre dello stesso Nerone durante una lite, mentre era in attesa del suo secondogenito. L'anno successivo l'imperatore viaggia fra le isole della Grecia, a bordo di una lussuosa galea sulla quale divertiva gli ospiti con prestazioni artistiche. Nerone decide di rendere la libertà alle città elleniche, rendendo più difficili i rapporti con le altre province dell'impero.
A Roma intanto, Ninfidio Sabino andava procurandosi il consenso di pretoriani e senatori. Il contrasto di Nerone con il senato si era acuito già dagli anni 59-60 in seguito alla riforma monetaria che l'imperatore aveva introdotto: secondo la riforma veniva privilegiato il denarius (la moneta d'argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all'aureus (la moneta dei ceti più agiati).
Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellano all'imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Il Senato lo depone e lo dichiara nemico pubblico: Nerone si suicida il 9 giugno dell'anno 68, probabilmente aiutato dal liberto Epafrodito.
La sua salma viene sepolta in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense, collocata nel Sepolcro dei Domizi, sotto l'attuale basilica di Santa Maria del Popolo.
L'immagine di Nerone è stata tramandata dagli storici cristiani quale autore della prima persecuzione contro i cristiani, nonché responsabile del martirio di moltissimi cristiani e dei vertici della Chiesa Romana, cioè San Pietro e San Paolo. In realtà Nerone non emise alcun provvedimento nei confronti dei cristiani in quanto tali, limitandosi a condannare i soli giudicati colpevoli di aver provocato l'incendio di Roma. A riprova di questo va ricordato che lo stesso San Paolo si era appellato al giudizio di Nerone per avere giustizia, finendo assolto delle colpe imputategli. Ancora San Paolo, nella sua Epistola ai Romani, raccomanda l'obbedienza a Nerone. Le persecuzioni contro i cristiani ebbero invece inizio nel II secolo con la prima persecuzione ordinata da Marco Aurelio, quando la presenza dei cristiani cominciò a rappresentare un serio pericolo per le istituzioni di Roma.
martedì 2 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.
giovedì 19 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), si svolse una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sorpresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in Italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in Italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto Danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il Danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di Gallia, Britannia e Spagna (cosa strana perché avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perché avrebbe senz'altro avuto problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).
mercoledì 4 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.
giovedì 25 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre 274 d. C. l'Imperatore Aureliano introduce la festività del Dies Natalis Solis Invicti.
Nel Rinascimento si formò l'idea che il cristianesimo sia stato pesantemente influenzato dal mitraismo e dal culto del Sol Invictus, o addirittura che trovi in loro la sua radice vera.
Esistono fonti che ci permettano di comprendere l'influenza del culto solare nei confronti del cristianesimo?
Papa Leone I (V secolo) scriveva: «È così stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa s’inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che è ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza d’ossequio a questo culto degli dei.»
Il Sol Invictus, per esteso Deus Sol Invictus, era un appellativo religioso usato per diverse divinità nel tardo impero romano, tra cui Helios, El-Gabal e Mitra, che finirono per essere assimilate in un monoteismo solare.
Il culto del Sol Invictus ebbe origine in Oriente, dove le celebrazioni del rito della nascita del Sole prevedevano che i celebranti, ritiratisi in appositi santuari, uscissero a mezzanotte annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante. Questi riti si celebravano in Egitto e Siria.
L’usanza sparì con la diffusione della nuova religione?
Cosma da Gerusalemme testimonia che ancora nel VII secolo s’effettuavano tali cerimonie nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre.
Possiamo affermare che ancora nel 600 le celebrazioni della vergine che partorisce il Sole si effettuavano in paesi dell’Oriente.
Una domanda sorge spontanea: quando il Dio Sole Invitto entrò nelle celebrazioni dei romani?
Il culto acquisì importanza nella città di Roma grazie all’imperatore Eliogabalo che tentò d’imporre il culto d’Elagabalus Sol Invictus, il Dio Bolide della propria città natale, Emesa in Siria. L’imperatore fece costruire un tempio dedicato al nuovo Dio sul Palatino. La morte violenta dell’imperatore, nel 222, comportò la cessazione delle celebrazioni. Tale avvenimento ricorda gli accadimenti dell’Antico Egitto dove il faraone Akhenaton cercò d’imporre il monoteismo, tramite la sostituzione dei culti precedenti con quello relativo al Dio Aton. Alla morte del faraone, il dio e la rivoluzione religiosa d’Akhenaton furono coperti da damnatio memoriae. Una piccola differenza esiste: le celebrazioni continuarono fuori delle mura di Roma, ma all’interno dei confini dell’impero.
Nel 272, Aureliano riuscì a sconfiggere la Regina Zenobia del Regno di Palmira grazie all’intervento, provvidenziale, delle truppe della città stato d’Emesa. L’imperatore ammise d’aver avuto la visione del dio Sole d’Emesa che interveniva in aiuto delle truppe. L’imperatore fece ritorno a Roma con le truppe ed i sacerdoti del Dio Sol Invictus, ufficializzando così il culto solare d’Emesa. Edificò un tempio sul Quirnale e creò un nuovo corpo di sacerdoti, i pontifices solis invicti.
Possiamo pensare che Aureliano cercò di unificare, sotto le sembianze del Sol Invictus, varie divinità presenti nell’impero?
Si ricordi che Giove e Apollo erano identificati con il sole.
Tertulliano asserì che molti romani pensavano che i cristiani adorassero il Sole.
Aureliano fece del Dio Sole la principale divinità dell’impero romano. Risale proprio al periodo dell’imperatore la nascita della festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, in altre parole il giorno di nascita del Sole Invitto.
La data che fu scelta s’innestava con la festa più antica ed importante dell’impero, i Saturnali.
Quale data fu scelta?
Il 25 dicembre come data per la celebrazione del Sole Invitto è riportata solo nel Cronografo del 354.
Nel regno di Licinio la celebrazione del Sol Invictus si svolse il 19 dicembre.
La celebrazione avvenne in date diverse dal 19 o dal 25 dicembre: vi sono esempi che avvenisse dal 19 al 22 d’ottobre.
Le celebrazioni legate al Dio Sole come s’intersecano con la nuova religione?
Legami tra il Sole e la figura del Messia compaiono in una profezia biblica di Malachia: « la mia giustizia sorgerà come un Sole e i suoi raggi porteranno la guarigione...il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi.»
Le associazioni tra il Sole e il Messia appaiono anche nei manoscritti del Mar Morto: « La sua parola è come parola del cielo; il suo insegnamento è secondo la volontà di Dio. Il suo eterno Sole splenderà e il suo fuoco sarà fulgido in tutti i confini della terra; sulla tenebra splenderà. Allora la tenebra sparirà dalla terra, l'oscurità dalla terraferma. »
La prima testimonianza del Natale cristiano, successiva al Cronografo del 354, risale al 380, grazie ai sermoni di Gregorio di Nissa.
La festa del Natale di Cristo non è riportata negli antichi calendari delle feste cristiane: gli adepti della nuova religione prediligevano altre festività quali la Pasqua, l’Epifania e il concepimento.
Il 380 lo possiamo definire uno spartiacque: la religione del Sol Invictus restò in uso sino all’editto di Tessalonica del 27 febbraio, con cui Teodosio stabiliva che l’unica religione di Stato era il Cristianesimo di Nicea.
Le religioni imposte per legge con gran difficoltà attecchiscono immediatamente.
Il culto del Sole continuò ad attraversare i secoli.
Verso la fine del XII secolo, un vescovo siriano ammette: «Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la "vera" Natività doveva essere proclamata in quel giorno.»
Jacob bar-Salibi, vescovo siriano, permette di comprendere come alla fine del XII secolo ancora si ricordava la sovrapposizione del culto solare con il cristianesimo delle origini.
giovedì 30 ottobre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Il 30 ottobre 130 d.C. muore Antinoo, il giovane amante dell'imperatore Adriano.
Siamo nel II secolo d.C. e i protagonisti della nostra storia sono il celebre imperatore Adriano e l’affascinante giovane Antinoo. Sembra che i due si siano incontrati durante un viaggio di Adriano in Oriente più o meno intorno al 123 d.C. (Antinoo aveva 13 anni e Adriano 47) e che da quel momento non si siano più separati. Antinoo infatti seguì l’imperatore in tutti i suoi spostamenti, entrando a far parte del suo personale seguito.
Una vicinanza che fece subito pensare ad un amore non certo platonico: Adriano stimava il ragazzo per la sua bellezza ed intelligenza, Antinoo ammirava invece l’imperatore come un saggio. Si è molto discusso sul loro rapporto e molti hanno ipotizzato che potesse trattarsi della pederastia greca, quando cioè un uomo maturo intratteneva una relazione sentimentale con un fanciullo, assumendone un ruolo fondamentale ed attivo nella sua educazione e istruzione, istituzione questa non estranea alla cultura romana.
Tra loro vi era un rapporto profondo, di puro affetto e stima, di reciproco rispetto e forte complicità. E come tutte le storie più romantiche, non vi fu un lieto fine. Antinoo infatti nel 130 d.C. , mentre accompagnava l’imperatore in Egitto, morì in circostanze misteriose. C’è chi ritiene che il giovane sia caduto in acqua, chi parla di suicidio, chi di omicidio per gelosia e chi addirittura di morte per un sacrificio umano. Ciò che è certo è l’immenso dolore che Adriano provò per la prematura scomparsa del suo più fidato e amato compagno.
Fu così che decise di divinizzarlo, istituendo nel suo giorno natale una apposita festa che lo celebrasse e ne ordinò il culto in tutto l’impero, assimilandolo di volta volta a differenti divinità come per esempio Hermes, Dionisio, Osiride, Silvano, Aristeo e molti altri ancora.
Adriano volle inoltre fondare in suo onore una nuova città che chiamò Antinopoli, posta sulla riva est del Nilo, dove verosimilmente il suo amato era venuto a mancare. L’immagine del giovane iniziò ad essere riprodotta sulle monete e Adriano ordinò la costruzione di un numero impressionante di statue, busti e rilievi del giovane da posizionare in tutte le città dell’impero.
Ma dove trovò eterno riposo il nostro Antinoo? Sembra che Adriano abbia fatto costruire all’interno della propria villa di Tivoli un imponente monumento funerario detto appunto Antinoeion, un edificio identificato nel 2005 con la tomba-tempio progettata per onorare la memoria del ragazzo.
Un amore eterno quindi che ha attraversato il corso dei secoli, affascinando di volta in volta scrittori, poeti ed artisti che proprio Antinoo hanno considerato come l’immagine che più incarna l’idea assoluta di eterna bellezza.
domenica 14 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 81 d.C. Domiziano diventa imperatore alla morte del fratello Tito.
Domiziano, imperatore di Roma dal 14 settembre dell’81 d.C alla sua morte, il 18 settembre del 96 d.C. Salì al potere alla morte di suo fratello Tito, succeduto al padre Flavio Vespasiano – primo imperatore della dinastia Flavia (69-96 d.C.).
Fu in politica estera che Domiziano ottenne i suoi migliori risultati, in particolare tra il Reno e il Danubio, dove riuscì a creare una “zona cuscinetto” contro le sempre insistenti pressioni delle popolazioni barbariche. Qui il terreno venne suddiviso in appezzamenti assegnati ai soldati, in modo che questi fossero maggiormente motivati alla difesa del confine (questi appezzamenti si chiamavano agri decumates perché i soldati che li ottenevano dovevano pagare una decima, cioè una parte del raccolto). Lungo il confine, il limes, dal Reno al Danubio, fu poi edificata una linea fortificata. Grazie all’opera dell’abile generale Agricola venne infine consolidato il dominio romano in Britannia.
In politica interna, invece, Domiziano si dimostrò assai diverso dal fratello Tito, soprannominato “delizia del genere umano”.
Domiziano aveva infatti un carattere chiuso, autoritario e diffidente. Amava farsi chiamare dominus et deus («signore e dio»); governò con pugno di ferro, attraverso una ristretta cerchia di collaboratori lasciando il Senato il più possibile ai margini. Domiziano si rese estremamente impopolare per le sue tendenze autocratiche, che spezzarono quell’illusione, creata da Augusto, che l’imperatore fosse solo un primus inter pares, cioè il primo fra uguali.
Quale censore a vita espulse dal Senato a più riprese gli elementi a lui sfavorevoli, determinando una forte situazione di attrito. Ai tentativi di congiura scoperti rispose sempre con fermezza, emettendo numerose condanne a morte che colpirono anche personaggi in vista dell’aristocrazia.
Ciò non fece che accelerare i tentativi del Senato di sopprimerlo e il 18 settembre del 96 Domiziano fu assassinato da un liberto che aveva accesso alla sua corte. In quello stesso giorno il Senato acclamò Marco Cocceio Nerva imperatore.
Con la morte di Domiziano si concluse, ingloriosamente, la dinastia Flavia.
La storiografia senatoria lo ricordò soltanto come un crudele tiranno, degno di essere paragonato a Nerone.
A causa della damnatio memoriae si sono conservati solo pochi suoi ritratti; fra i più belli è il busto dei Musei Capitolini, a Roma.
lunedì 1 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo settembre.
Il primo settembre 100 d. C. Gaius Caecilius Secundus (noto oggi come Plinio il Giovane) – nato a Como nel 61 o 62 e adottato formalmente, per via testamentaria, da Gaio Plinio Secondo – pronuncia in Senato, alla presenza dell’imperatore, l’orazione di ringraziamento per l’assunzione della carica di console. Era una pratica consolidata, probabilmente, fin dall’età repubblicana: gratiarum actio solevano chiamarla i Romani. L’atto di ringraziamento dei consoli, appunto, all’entrata in carica: rivolto precedentemente agli dei, durante l’impero esso si trasforma in un vero e proprio omaggio all’imperatore.
L’idea preziosa di Plinio il Giovane è quella di riprendere in mano l’orazione, un po’ di tempo dopo, rielaborarla, limarla e ampliarla in vista di una pubblicazione.
Nasce così il Panegirico nei confronti dell’imperatore Traiano, che mantiene inalterato uno straordinario interesse sia storico che letterario: da una parte, infatti, è l’unico esempio rimasto dell’oratoria latina nei due secoli successivi alla morte di Cicerone; dall’altra è una fonte sui primi anni del principato di Traiano (anche se in questo caso, è giusto e bene ricordarlo, non possiamo giurare sulla completa attendibilità di un’opera che vuole essere soprattutto encomio e lode).
Il tema centrale del discorso, successivamente divenuto opera scritta, è il rapporto tra imperatore e senatori. È questo ciò che sembra stare particolarmente a cuore al neo-console, che esalta il principato di un sovrano illuminato che, prima di tutto, rispetta l’istituzione Senato e le tradizioni senatorie. E questo non può che essere garanzia di quel valore repubblicano sempre rimpianto a Roma dopo l’instaurazione dell’Impero: la libertas. Plinio esalta la generosità e l’affabilità dell’imperatore, e si compiace del ritrovato clima di “benessere libertino” che si respira a Roma. Oltre a tessere le lodi del regnante, l’autore dell’orazione lo esorta a perseverare in uno stile di vita virtuoso:
Persta, Caesar, in ista ratione propositi: “Persevera, Cesare, in questo tuo metodo di vita”.
È stato notato che era la prima volta che in un panegirico l’oggetto dell’elogio venisse invitato, persuaso più che lodato.
Leitmotiv dell’opera è poi il confronto tra il regno di Traiano e di Domiziano, suo predecessore, tiranno crudele e inviso al popolo. Costante è il richiamo al precedente imperatore, accusato di aver troncato il rapporto con i senatori e di aver fondato il regno della paura e del pericolo.
Per colpire uditorio e lettori, Plinio si affida soprattutto alla figura retorica dell’antitesi (celebre è il passo Non hai vinto per celebrare il trionfo, ma lo celebri perché hai vinto) all’interno di una struttura generale che per alcuni critici rappresenta un esempio di oratoria “asiana”, mentre altri mettono in luce una sostanziale coerenza con l’insegnamento del grande Quintiliano.
giovedì 27 febbraio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.
Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.
Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.
Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.
Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.
Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.
Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.
Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.
D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.
Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.
L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.
Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.
Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.
Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.
Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di Stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.
La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo.
Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.
La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.
Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.
Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).
Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.
Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.
Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.
Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.
sabato 1 giugno 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il primo giugno 193 d.C. il Senato Romano condanna a morte l'imperatore Didio Giuliano.
Marco Didio Salvio Giuliano è stato un imperatore romano per un ridottissimo periodo, dal 28 marzo al primo giugno del 193, circa solo due mesi.
Didio era di ragguardevole famiglia della Gallia Cisalpina, e divenne un ricchissimo senatore, figlio di Quinto Petronio Didio Severo. Divenne imperatore comprando l'impero dai pretoriani che lo vendevano all'asta al miglior offerente. Venne riconosciuto dal Senato, visto che era uno di loro e dai pretoriani che gli avevano venduto l'impero, ma non dalle legioni, che desideravano i loro generali al comando.
Didio Giuliano da giovanissimo arrivò a Roma, accolto in casa di Domitia Lucilla, la madre di Marco Aurelio, parente di sua madre Aemilia Clara. Grazie a tale parentela ebbe una carriera rapida e di gran successo, divenendo questore a ventiquattro anni, uno meno dell'età minima, fu poi edile e pretore nel 162, prefetto della Gallia Belgica nel 170, durante il regno di Marco Aurelio.
Sotto Commodo fu prefetto dell'Annona, console e governatore della Bitinia, e poi dell'Africa. Quindi fu legatus, una specie di generale, della XXII Primigenia a Mogontiacum.
Questa legione, dedicata alla Dea Fortuna Primigenia, fu creata dall'imperatore Caligola nel 39, ed era ancora presente a Moguntiacum (Magonza) per la difesa del confine retico.
Successivamente fu nominato governatore della Gallia Belgica, della Dalmazia, della Germania Inferiore e infine prefetto dell'annona.
Nel 192 fu acclamato imperatore Pertinace, grazie all'appoggio delle coorti pretorie, ma dopo soli tre mesi fu assassinato dagli stessi pretoriani che decisero di mettere all'asta il trono al migliore offerente.
I pretendenti erano Sulpiciano e Giuliano. Alla fine il vincitore fu Giuliano, sia perché offrì di colpo un aumento notevole di 5000 sesterzi, promettendone 25000 (otto anni di paga) per ciascun pretoriano, sia perché insinuò che Sulpiciano, suocero di Pertinace, avrebbe poi messo a morte gli assassini dell'imperatore appena morto.
Dunque Giuliano divenne imperatore; lo stesso giorno fu riconosciuto anche dal Senato, che nominò augustae la moglie Manlia Scantilla e la figlia Didia Clara.
Giuliano non fece mettere a morte Sulpiciano; ma, malgrado il suo buon governo, i generali degli eserciti fedeli a Pertinace non lo riconobbero. Iniziò così la guerra civile tra quattro fazioni. Giuliano venne assassinato dalla popolazione inferocita all'arrivo di Settimio Severo, il quale sconfisse poi i rivali Nigro in Oriente e Albino in Occidente.
Dopo la morte del marito, che venne decapitato, fu Manlia a seppellirlo, al V miglio della Via Labicana. Il nuovo imperatore Settimio non fece nulla contro la vedova, e ovviamente nemmeno alla figlia, a cui il senato ritirò i titoli di Augusta, che decise di ritirarsi a vita privata per cui di lei non si hanno altre notizie.
Per la breve durata del regno del marito, appena 66 giorni, sono pochi i busti di Scantilla, ma uno in ottime condizioni fu ritrovato nel 1872 nel sito di Villa Palombara, a Piazza Vittorio, dove si stava procedendo alle sistemazioni del quartiere Esquilino di Roma.
sabato 27 gennaio 2024
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Il 27 gennaio 98 d.C. Marco Ulpio Traiano diventa Imperatore.
Marco Ulpio Traiano nacque in Spagna, nella Betica, nella città di Italica nel 53 d.C. Di famiglia senatoria (il padre fu console in Siria e in Asia e governatore della Betica) Traiano fu per dieci anni nell'esercito, facendovi una reale esperienza delle armi e del comando. Percorse poi i gradi della carriera civile senatoria: fu pretore in Spagna, comandò una legione in Germania, dove partecipò alla repressione della ribellione di Antonio Saturnino, fu console ordinario (91) e, quando Domiziano fu ucciso (96), era governatore della Germania superiore.
Nerva, che aveva bisogno del sostegno d'un uomo forte e onesto e che godesse prestigio presso l'elemento militare, lo adottò nell’ottobre del 97. Morto Nerva (98), Traiano gli succedette, divenendo imperatore a assumendo l'impero a soli 45 anni. Non venne subito a Roma, ma si trattenne a sistemare il problema del confine renano: sistemato durevolmente il confine del Reno, passò a quello del Danubio, preoccupandosi specialmente della sistemazione della Dacia. Rientrò a Roma solo nel 99 d.C.
Attivissimo e intelligente nell'amministrazione come nelle armi, amato dal popolo e dalla classe militare, Traiano riuscì durante il suo regno a mobilitare intorno a sé anche i migliori elementi senatorî ed equestri. L'imperatore si preoccupò di alleviare alcune imposte e di arricchire il fisco vendendo largamente beni che i precedenti imperatori avevano accumulato e immobilizzato nel proprio patrimonio mediante acquisti, confische, doni, legati testamentarî.
La sicurezza e la facilità degli scambî commerciali nei confini dell'Impero aumentarono notevolmente; si creò un'atmosfera di grande e non fittizia sicurezza finanziaria. Un provvedimento notevole fu l'istituzione degli alimenta, ossia la costituzione di una rendita destinata a fornire in Italia i mezzi di sussistenza a fanciulli e fanciulle povere, organizzata in modo tale da rappresentare al tempo stesso una forma di prestito agrario a basso interesse, con cui agevolare il rifiorimento dell'agricoltura italica. Sistemate le faccende interne, Traiano ritenne necessario risolvere definitivamente alcune gravi questioni di confine, in primo luogo quella del Danubio, da tempo minacciato dal potente regno di Dacia, col suo re Decebalo. Negli anni 101-102 e 105-106 ebbero così luogo, sotto la sua personale direzione, le guerre daciche.
Le operazioni militari della spedizione sono riprodotte con meticolosa precisione nei bassorilievi che si avvolgono a spirale intorno alla colonna eretta nel foro che porta il nome dell'imperatore, a Roma (colonna Traiana).
Le famose terme di Traiano sorgevano sul colle Esquilino , fatte costruire sopra l'ala principale della neroniana Domus Aurea e inaugurate nel 109 d.C. Sebbene al giorno d'oggi non rimanga molto delle terme, la loro planimetria può essere ricostruita almeno approssimativamente. E da quel che è rimasto si comprende che la costruzione per grandiosità doveva superare qualunque cosa mai veduta in precedenza; in altre parole, si trattò delle prima terme cittadine di grandi dimensioni e che in tempi successivi furono imitate 11 volte.
Gli impianti termali che formavano il nucleo del complesso di Traiano avevano dimensioni triple di quelle delle vicine terme di Tito. Al centro v'era un enorme salone sormontato da cupola, e nel recinto circostante erano ospitate tutte le molteplici attività di un centro sociale. L'opera imponente e progettata con criteri utilitaristici del tutto moderni, era il frutto del genio di Apollodoro di Damasco, un architetto che seppe servirsi con maestria della tecnica del calcestruzzo, affidandosi ad essa per la realizzazione di aeree volte, di archi e di absidi.
Apollodoro fu anche il progettista del foro di Traiano, l'ultimo, il più complesso e il più sontuoso dei fori che i vari imperatori fecero costruire intorno all'originario foro romano. Esso aveva forma press'a poco rettangolare (metri 164 x metri 108), che venne ricavata tagliando e asportando tutta la parte più bassa del colle Quirinale. V'erano biblioteche in lingua latina e greca, che però, come la maggior parte del complesso, non sono più visibili; mentre sta ancora in piedi la colonna eretta per celebrare la conquista della Dacia.
In prossimità sorgeva la sala colonnata e absidata della Basilica Ulpia. E la grande piazza delimitata da colonne, terminante a nord e a sud con ampliamenti semicircolari (exedrae), ospitava la statua equestre dell'imperatore.
La parete curva a nord formava la facciata dei Mercati Traianei, che si estendevano al di là della stessa, ma più in alto. Questo elaborato complesso sviluppava con abilità la formula familiare del mercato cittadino rispondendo alle esigenze maggiormente varie e più impegnative della metropoli dell'impero. Realizzato con 3 livelli di terrazze sul pendio collinare reso artificialmente ripido, l'intero complesso ospitava più di 150 negozi e uffici.
Il materiale impiegato per l'intera costruzione fu il calcestruzzo rivestito di durevoli mattoni cotti al forno, che da allora in poi furono spesso utilizzati, senza il parametro esterno del marmo o pietra, anche a scopo puramente decorativo. Il punto centrale del complesso era la sala del mercato, costruita da uno spazio rettangolare coperto con volta a crociera, lunga 25 metri e larga circa 9.
Traiano fece anche costruire ex novo, nell'arco di 12 anni (100-112 d.C.), sempre dall'architetto greco-nabateo Apollodoro di Damasco, il celeberrimo porto di Traiano esagonale nella zona di Fiumicino (i cui resti sono ancor oggi imponenti) che collegava Roma con le regioni occidentali dell'Impero e che fu collegato con un nuovo canale al Tevere in modo da facilitare il trasferimento delle derrate a Roma.
Tra i problemi di politica interna, egli doveva affrontare quello dei cristiani, verso i quali fu intransigente, cercando però di rispettare i principî di giustizia del diritto romano. Altro grave problema era quello dei rapporti col regno dei Parti, e Traiano colse l'occasione del contrasto scoppiato a proposito della successione al regno di Armenia, per iniziare, più che sessantenne, la nuova guerra. Traiano compì vittoriosamente grandi operazioni militari, annettendo l'Armenia, giungendo in Mesopotamia, e scendendo con la flotta il Tigri, fino a Babilonia e al Golfo Persico. Ma una violenta sollevazione dei Giudei, il riapparire di forze nemiche qua e là nelle regioni conquistate, la ribellione di città occupate, e altri improvvisi rovesci, lo costrinsero a rinunciare al disegno della conquista totale e a incoronare egli stesso un nuovo re dei Parti. Ammalatosi in Siria, Traiano affidò l'esercito al parente Publio Elio Adriano, e si avviò per tornare a Roma, ma a Selinunte di Cilicia improvvisamente morì.
sabato 13 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 gennaio 27 a.C. Augusto divide i territori romani in province (governate da Augusto stesso) e province proconsolari.
La dominazione romana non si rivelò oppressiva: i conquistatori si preoccuparono in primo luogo di mantenere il controllo territoriale, con l'obbiettivo di integrare le popolazioni sottomesse in un sistema stabile e duraturo. Roma, in cambio della fedeltà, garantiva sicurezza e protezione dagli attacchi esterni. Le aristocrazie locali sacrificavano volentieri la possibilità di avere una politica estera autonoma in cambio del vantaggio derivante dal mantenimento dei proprio privilegi.
Esisteva il territorio romano vero e proprio, i cui cittadini erano cittadini romani a tutti gli effetti e godevano di pieni diritti: esso era costituito dalla zona di Roma, dai territori limitrofi e dalle colonie. Il territorio romano era in continua espansione. Esistevano le colonie di diritto romano, i cui abitanti godevano dei pieni diritti e avevano tutti i doveri dei cittadini romani. Erano titolari sia dei diritti civili che di quelli politici. La guida di queste colonie era affidata a due magistrati, i duoviri, subordinati ai quali vi erano gli edili e i questori. Vi erano poi le colonie di diritto latino, i cui cittadini pur non potendo usufruire della piena cittadinanza romana, godevano di importanti diritti: potevano essere difesi da tribunali romani, potevano sposarsi con cittadini romani, ottenendo la cittadinanza per i figli. La loro struttura passò con il tempo da quella di Stati indipendenti, ad una sempre più simile a quelle delle colonie romane.
I centri urbani già esistenti sul territorio italico furono denominati municipi e poterono conservare istituzioni e leggi proprie. Nel periodo più antico esistevano anche municipi ai quali la cittadinanza era concessa con riserva: in essi infatti la popolazione non godeva del diritto di voto proprio di tutti i cittadini romani. Anche le loro istituzioni con il tempo si uniformarono con quelle romane. Le città federate erano stati autonomi legati a Roma da trattati di alleanza che ne rendevano di fatto impossibile una politica estera indipendente da quella di Roma e che dovevano fornire reparti ausiliari in caso di conflitto. Tutte le comunità erano tenute a dare il loro contributo militare a Roma, tranne le colonie che sorgevano in località di presidio militare, le quali dovevano provvedere alla difesa territoriale in luogo.
Il sistema romano tenne conto della qualità dei rapporti che nel corso degli anni si erano andati configurando, diversi da realtà a realtà. Roma mantenne i sistemi burocratici preesistenti, tutte le volte che essi si dimostravano efficienti per evitare rivolte e sedizioni. Ogni nuovo territorio conquistato diveniva una provincia romana, cui veniva preposto con funzioni di governatore un pretore o un console. Divenne poi prassi consolidata che i magistrati uscenti, che avevano ricoperto tali cariche in Roma, venissero assegnati a una provincia con il titolo di propretori o proconsoli. I poteri dei propretori e dei proconsoli erano molto ampi e comprendevano anche l'amministrazione della giustizia. Un governatore rimaneva al potere per un anno, però si cominciò a diffondere la possibilità della reiterazione delle cariche. Essi erano coadiuvati da un questore, il quale si occupava della parte finanziaria, e da legati, collaboratori che svolgevano funzioni di controllo sull'operato dei governatori.
Le popolazioni provinciali erano tenute a pagare regolari tributi ai conquistatori, essi andavano dalla decima sui prodotti a diverse forme di tasse fondiarie, inoltre si affermò l'uso di applicare un'imposta sulle persone fisiche, spesso si pagavano tasse sul pascolo del bestiame o anche dazi doganali. Esenti dal pagamento dei tributi erano gli stati federati e quelli liberi e immuni, cui Roma aveva accordato maggiore autonomia gestionale. Tutte le province erano tenute a fornire truppe ausiliarie solo in casi straordinari di particolare emergenza, su ordine del governatore.
sabato 19 agosto 2023
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Il 19 agosto 14 d.C. muore Augusto, il primo imperatore di Roma.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto nasce a Roma nel 63 a.C., il padre è Gaio Ottavio e la madre è Azia, la figlia di Giulia, sorella minore di Giulio Cesare. Nel 45 a.C. Cesare lo adotta, poiché egli non ha discendenti maschi. Mentre si trova ad Apollonia, in Grecia, per motivi di studio in attesa di partire per la spedizione contro i Parti, Cesare Ottaviano riceve la notizia della morte di Giulio Cesare avvenuta il 15 marzo del 44 a.C. Torna a Roma per vendicare l'uccisione di Cesare e per raccogliere l'eredità da lui lasciata. All'età di diciannove anni Ottaviano dimostra grande caparbietà e coraggio, riuscendo a tenere testa ai suoi due acerrimi nemici, Marco Antonio e il Senato romano.
Il dissidio tra Ottaviano e Marco Antonio è da subito evidente, poiché quest'ultimo si rifiuta di consegnare subito nelle mani del primo l'eredità di Cesare. Il conflitto più aspro si ha a Modena, in cui Ottaviano appoggiato dai veterani di Cesare e dal Senato ottiene la vittoria contro Marco Antonio.
Nel 43 a.C., accortosi che il Senato appoggia fermamente la forma di governo oligarchica e per cercare di trovare una tregua con Marco Antonio, Ottaviano, in veste di Console, si mette d'accordo con quest'ultimo e Lepido per creare con loro il Triumvirato. Negli anni del Triumvirato i tre ordinano di uccidere i loro nemici, confiscano beni, distribuiscono terre ai veterani di Cesare e arruolano forze militari da impiegare nella battaglia contro i sostenitori di Bruto e Cassio, che si sono rifugiati in Grecia. I tre uomini si spartiscono i territori romani. Nel 42 a.C. le forze armate di Cesare Ottaviano e di Marco Antonio riportano una grande vittoria contro gli uomini di Bruto e Cesare a Filippi.
Nonostante un secondo accordo tra i triumviri e le spartizioni territoriali effettuate, lo scontro tra Marco Antonio e Ottaviano si riaccende, sfociando nella battaglia di Azio del 31 a.C., conclusasi nel 29 a.C. con la vittoria di Ottaviano che nel 27 a.C. riceve l'appellativo di Augusto. Egli ha il compito di riorganizzare l'Impero romano dal punto di vista politico, economico, militare e religioso. Rispettoso delle antiche Istituzioni romane, si appresta a dirigere in modo esemplare l'Impero romano. Egli inoltre alla carica di Console romano accumula anche quelle di princeps Senati e di Imperator, Prenome che può trasmettere agli eredi.
Augusto si rende conto che è arrivato il momento di porre fine alla forma di governo repubblicana, poiché il territorio dell'Impero è molto vasto. Egli, infatti, si rende conto che è giunto il momento di portare avanti nell'Impero una riforma costituzionale; è per questo motivo che nel 27 a.C. sanziona la fine dell'emergenza militare. Cesare Ottaviano Augusto porta avanti all'interno dell'Impero tutta una serie di importanti riforme tra cui la riforma costituzionale, il riordinamento delle Forze Armate, diminuendo il numero delle Legioni da cinquanta a ventotto e infine a diciotto, da l'ordine di realizzare numerose opere pubbliche per abbellire la Capitale imperiale, Roma. Inoltre a livello amministrativo crea nuove Colonie, Provincie e Prefetture, con l'obiettivo di romanizzarle.
Augusto ha nelle sue mani tutto il potere economico del Principato, ma cerca di assicurarsi del fatto che le risorse siano distribuite equamente, in modo tale da avere l'appoggio di tutte le popolazioni assoggettate. Nelle Provincie fa costruire strade, porti commerciali, nuove attrezzature portuali. Nel 23-15 a.C. riordina anche il sistema monetario. Il suo principato, conosciuto per i suoi caratteri pacifici, in realtà è stato funestato da numerose minacce e conflitti come ad esempio quello che interessa la parte nord-ovest della Penisola Iberica dal 29 a.C. al 19 a.C., la quale poi entra a fare parte dell'Impero. Dopo innumerevoli scontri militari anche il confine danubiano e quello renano vengono inglobati definitivamente nei domini imperiali.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto muore il 19 agosto del 14 d.C., lasciando nelle mani di Tiberio un grande Impero.
domenica 6 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 novembre 15 d.C. nasce Giulia Agrippina, detta Agrippina minore, madre di Nerone.
Su un sesterzo dei primi anni dell’Impero di Caligola c’è lei, Agrippina Minore. Un profilo non troppo caratterizzante, nessun segno di grande riconoscibilità ma solo una folta capigliatura raccolta in tanti ricci cadenti sulle spalle.
Ci viene raffigurata come una semplice ragazza mentre la sua discendenza era invece assolutamente fuori dal comune.
Infatti, non solo era pronipote di Ottaviano Augusto, ormai divinizzato dalla leggenda come mito per l’intero popolo di Roma e delle province annesse, ma suo padre, Germanico, era considerato da tutti un predestinato al trono, soprattutto dopo le vittorie sul campo di guerra in Germania. Era proprio Germanico ad incarnare, dopo Ottaviano, tutte quelle qualità fisiche e morali rare, indispensabili, secondo l’ideale del popolo, per essere un grande imperatore e che, nell’immaginario collettivo, tanto lo avvicinavano alla figura dello stesso Augusto.
Ma Augusto scelse un altro nome come suo legittimo successore. I suoi molti tentativi di trovare un suo degno discendente di sangue giulio-claudio erano falliti in seguito alle morti dei papabili pretendenti, (in particolare, non avendo avuto figli maschi, rivolgendo la sua attenzione verso i figli e il secondo marito della figlia Giulia).
Tiberio fu quel nome (14 d.C.). Era in realtà solo il figlio di primo letto della sua terza moglie, ma con il suo divorzio dalla consorte, impostogli da Augusto, e lo sposalizio con Giulia (11 d.C.), rimasta vedova, entrò a far parte a tutti gli effetti nel diritto di successione. Ma che in realtà all’epoca la successione dinastica non fosse consentita per legge ben pochi lo sanno. Per ovviare a questo impedimento Augusto, non solo affidò due consolati nelle mani di Tiberio, ma, nel 13 d. C., gli consegnò anche un “imperium”, che consentiva al giovane di avere poteri in ambito militare e civile pari all’imperatore.
Alla sua morte quindi nessuno contestò il consolidato ruolo di Tiberio.
Ma Tiberio tutto si sentiva tranne che discendente di Ottaviano. Una volta sul trono la figura del valoroso e incorruttibile Germanico iniziava a creargli oppositori; l’invio di quest’ultimo in Siria con il proconsole Pisone e i forti contrasti assolutamente prevedibili tra i due, fornirono il movente ideale per una congiura. L’avvelenamento di Germanico del 19 d.C., attribuito a Pisone, condannato dal Senato e in seguito suicida, è da ricondurre, secondo la leggenda popolare, a Tiberio stesso, invidioso della sua fama e del suo indiscusso prestigio a Roma.
Agrippina si ritrovò quindi giovane donna, senza padre, con due fratelli, dei cinque che aveva, morti in seguito uno all’esilio forzato e l’altro alla prigionia, e con la madre, Agrippina Maggiore, confinata a Ventotene dove si spense distrutta dal dolore per le perdite subite.
L’odio per Tiberio si accrebbe a dismisura, fino a diventare veramente immenso, quando la costrinse a contrarre matrimonio con un uomo molto più vecchio di lei che detestava. Dall’unione nacque, nel 37 d.C., un figlio, Lucio Nerone, che ella dovette crescere da sola perché rimasta vedova dopo pochi anni dalla sua nascita.
Quando, ormai in fin di vita, Tiberio nominò entrambi i due fratelli di Agrippina, Druso e Caligola, come possibili successori, il Senato si impose nella scelta unica del maggiore, Caligola, che divenne imperatore nel 37 d.C.
Si pensò, a quel punto, che la vita imperiale sarebbe tornata alla normalità augustea: alla serenità, ma anche alla lealtà politica di Ottaviano offuscata nei ricordi dal dispotismo autoritario di Tiberio e dal suo rigore amministrativo. In realtà, dopo non molto, Caligola impazzì, precipitando in un vortice di psicosi e manie di persecuzione. Agrippina, insieme alla sorella Livilla, fu accusata dal fratello, senza prove né allora, né tanto meno oggi, di congiura contro di lui e venne messa nuovamente all’esilio nel 38 d.C. Alla morte di Caligola per assassinio da parte di oppositori politici, suo zio Claudio divenne imperatore (41 d.C.).
Fu allora che il ruolo di Agrippina, tradita anche dal fratello, divenne così importante a corte, da farla entrare di prepotenza negl’intrighi di palazzo. Quando Claudio ordinò che rientrasse dall’esilio, Agrippina e la sorella Livilla entrarono a palazzo. Le leggende insinuano come Livilla, avvenente ed educata, fosse entrata non solo nelle grazie dell’imperatore, sposato con la dissoluta Messalina, ma anche in quelle del filosofo Seneca, e che fosse stata scoperta, con un abile inganno, dall’imperatrice. Esiliata nuovamente Livilla, Agrippina era rimasta l’unica discendente non solo di Germanico, ma anche di Augusto.
Quando Claudio mise a morte Messalina nel 48 d.c. per i suoi promiscui costumi, Agrippina sembrò la scelta migliore come consorte. Tra intrighi e amici influenti, come il liberto Pallante, amico dell’imperatore, era ormai da considerare la donna più influente dell’Impero. Nonostante gli fosse nipote, Claudio la prese in sposa, emanando una legge che deponeva ufficialmente il divieto di legge e di costume, che impediva unioni simili, al limite dell’incestuoso.
Nel 49 d. C. quello che era sempre stato secondo lei il suo destino, era oramai compiuto. Il sangue legittimo della dinastia giulio-claudia aveva vinto.
Bisognava però poter assicurare il proprio futuro dopo Claudio, e il futuro aveva il nome di Nerone, suo figlio.
Con un artificioso matrimonio tra Nerone (allora appena sedicenne) e Ottavia, figlia di Claudio e Messalina, convinse l’imperatore a legittimare al trono non il figlio Britannico, avuto da Messalina, ma lo stesso Nerone.
Concessa questa investitura, il destino di Claudio era scritto. Agrippina attese che Claudio, vecchio e logoro, morisse di morte naturale, ma quando si accorse che l’attesa si sarebbe protratta a lungo, diede, per così dire, una mano al destino. Quei funghi trifolati, cucinati da lei stessa, sono rimasti nella leggenda come il mezzo usato per avvelenarlo, anche se di questo non ci sono vere prove.
Di certo rimane quell’anno, il 54 d.C.., in cui, Claudio muore avvelenato e inizia l’era neroniana.
Di Nerone si sono scritte pagine su pagine, ha alimentato miti di follia incendiaria, ha fatto sognare il popolo romano con la sua dimora storica, la Domus Aurea, che si innalzava imperiosa nel centro di Roma, ha fatto parlare di sé e delle sue abitudini sessuali, come su nessuno prima di lui; è stato centro di attenzioni per gli storici di età romana per secoli, insomma un protagonista assoluto.
Molti, fra coloro che hanno cercato di scevrare la vita dell’imperatore Nerone da ingombranti leggende popolari, hanno incontrato sulla loro strada conoscitiva lei, la madre, Agrippina.
Quale fu in realtà il suo ruolo nella gestione imperiale, cosa rappresentò in realtà per il figlio, quella donna onnipresente, astuta e drasticamente privata dalla vita di ogni scrupolo morale?
Tacito nei suoi Annales crea due ritratti impareggiabili di madre e figlio.
Nell’Annale XII, completamente dedicato alla fine dell’Impero di Claudio e all’ ascesa di Nerone, Agrippina è rappresentata come una donna pieno di rancore verso la figura simbolo dell’imperatore, dedita a raggiri sessuali nei confronti di Claudio, e assolutamente inebriata dal potere che il figlio era destinato ad avere nelle proprie mani. La scelta del suo educatore faceva intendere quanto Agrippina confidasse nelle qualità autoritarie di Nerone.
Sì perché nella sua vita, un burattinaio importante gestiva la sua formazione da imperatore, Lucio Anneo Seneca, richiamato dall’esilio in Corsica dalla stessa Agrippina perché curasse l’educazione e la crescita morale del figlio. Sotto la sua influenza Seneca desiderava dare una nuovo impronta alla figura del princeps, non più visto come imperatore per il popolo, di cui era responsabile e di cui doveva farsi baluardo, ma diviene unico detentore di un potere assolutamente inviato dagli Dei. Eliminava quindi l’obbligo dell’imperatore di rendere partecipe il popolo, a volte anche giustificarsi ai suoi occhi, delle scelte da lui intraprese. Certo, il princeps deve sempre farsi simbolo di clemenza e virtù, ma in una visione autocratica del potere. La Res Publica era nelle sue uniche mani.
Mentre il figlio studiava da possibile despota, la madre detenne per lui il potere per quasi cinque anni. Nerone era troppo concentrato nei suoi studi, nella sua grande ammirazione per l’Oriente e negli adulteri per capire quanto il ruolo della madre lo oscurasse. Lui, rappresentato da Tacito, come un essere volubile, capriccioso, libidinoso e in preda ad una cieca pazzia, ebbe con la madre un legame assillante.
Il loro rapporto ebbe sempre dell’oscuro e forse anche dello scabroso agli occhi del popolo. Il sussurro di incesto era sempre lì, dietro l’angolo, insinuato nelle conversazioni del popolino e della servitù imperiale. Lei ancora bella e libertina, lui così debole di carattere, assoggettato al volere della madre e del suo maestro.
Il tentativo di divorzio da Ottavia (che avverrà solo nel 61 d.C.) e l’inizio prima di una relazione con la liberta Atte e poi con la seducente Poppea, coincise con il declino del ruolo della madre, predominante fino ad allora nella vita di Nerone. Il figlio cominciava a sentirsi oppresso così tanto da cominciare a vedere di cattivo occhio lo strapotere a corte di Agrippina.
La figura di Poppea ha dato quegli argomenti necessari a Tacito per poter giustificare l’inizio dell’insana follia dell’imperatore.
Non solo, infatti, per lo storico, era una donna dissoluta, ma anche arida, priva di possibilità di provare sentimenti di amore per amanti o mariti che siano, un’arrampicatrice sociale bella e colta.
Il raggiro che mise in atto nei confronti di Nerone era impostato principalmente sullo screditare la figura della madre, che non solo impediva al figlio, secondo la donna, un matrimonio felice, ma anche degni discendenti. Umiliava costantemente il principe con insinuazioni di poco carattere nel non imporre la sua autorità alla madre e nel non voler vedere le angherie che la madre imponeva al popolo.
Agrippina iniziò a essere vista da Nerone l’ostacolo da abbattere tra lui e l’esercizio del suo potere immenso.
Siamo nel 19 marzo del 59 d.c. Con un inganno Agrippina fu invitata alla celebrazioni Quinquatri sull’isola di Baia , presiedute proprio dall’Imperatore. Ci racconta Tacito nel libro XIV degli Annales, come Nerone l’abbracciò e la omaggiò appena giunta a riva, come la invitò a cena per subdoli secondi fini. Con la notte, infatti, il delitto sarebbe stato meno visibile. Il piano fu, per così dire, inconsueto per una congiura. L’avvelenamento, che era stata la prima idea di Nerone, era fin troppo banale e prevedibile per una donna astuta e sospettosa come Agrippina, che, a suo tempo, era stata lei stessa avvelenatrice. In realtà la soluzione del piano, fu la progettazione di una barca che, costruita con materiali scadenti e in un modo artificioso, avrebbe dovuto sfasciarsi da sola e affondare. Un tragico destino quindi, da imputare solamente al volere degli Dei…Onori e meriti sarebbero stati certamente fatti alla sua figura e magari anche un tempio in sua memoria.
Questo, nei piani del figlio, attendeva Agrippina.
Al momento del ritorno a casa, e, quindi, dello scattare della trappola, qualcosa non funzionò. E mentre la madre si sentiva sollevata al pensiero di aver riconquistato il favore del figlio, così prodigo verso di lei durante tutta la festa, il soffitto della nave crollò, lasciando però Agrippina incolume. I servi venduti alla congiura, allora, cercarono di far affondare la nave inclinandola da una parte con dei movimenti di remi, gli altri, che ne erano all’oscuro, tentarono di impedirlo facendo peso dall’altra parte. Questo consentì alla donna di trovare il tempo utile per tuffarsi in una acqua stranamente placida e sopraggiungere alla riva non molto distante. Salva, mandò dunque un liberto ad avvertire il figlio di quanto avvenuto.
La morte si compì ormai all’alba, quando le guardie, mandate da Nerone, impazzito per l’insuccesso “dell’incidente”, circondarono la villa, sfondando la porta e colpendo la donna a morte con una mazza. La frase pronunciata da Agrippina: “Colpisci al ventre che lo ha generato” rimane l’ultima testimonianza della piena consapevolezza del proprio destino e del proprio carnefice.
Nel suo ritratto e nella sua vita, piena di nubi, le leggende si mischiano senza rimedio alla storia, senza dare la possibilità ai posteri di capire chi fu in realtà questa imperatrice piena di contraddizioni. Era veramente quella che le testimonianze ci lasciano, una donna spinta esclusivamente da desiderio di rivalsa personale e da avidità, oppure era solo una donna complessa, fortemente immersa nello spirito del ruolo che ricopriva e nei costumi dei suoi tempi?
Era come la gente la dipingeva, una mantide religiosa che si serviva degli uomini fino al compimento dei suoi progetti, oppure erano proprie le sue debolezze di ragazzina e la sua spiccata intelligenza ad essere a servizio di inganni e delitti?
Non sappiamo dare una risposta certa. Quello che però possiamo intravedere di lei, oltre a quella folta chioma di capelli, sono quelle contraddizioni a cui prima si accennava, contraddizioni di una donna, che, per volere altrui, non ha potuto essere figlia e sorella fino in fondo, né tanto meno moglie felice, e che, nel figlio insano e, in realtà, mediocre quanto influenzabile, ha riversato aspettative di riscatto e intimità, fortemente desiderate, ma mai assaporate.
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