Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compromesso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall'invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all'annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all'esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all'indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all'aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all'attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Mussolini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mussolini. Mostra tutti i post
martedì 8 settembre 2026
sabato 30 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».
lunedì 30 ottobre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Il 30 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma, Mussolini riceve da Vittorio Emanuele III l'incarico di formare un governo. Nasce così il ventennio fascista.
Benito Mussolini nasce il 29 luglio 1883 a Dovia di Predappio, in provincia di Forlì, da Rosa Maltoni, maestra elementare, e Alessandro Mussolini, fabbro ferraio. Dapprima studia nel collegio salesiano di Faenza (1892-'93), poi presso il collegio Carducci di Forlimpopoli, conseguendo anch'egli il diploma di maestro elementare.
Stimolato dal padre, esponente socialista facinoroso e violentemente anticlericale, comincia la sua carriera politica appunto con l'iscrizione al Partito Socialista Italiano (PSI). Poco tempo dopo incappa in una vera avventura. Allo scopo di sottrarsi al servizio militare, infatti, fugge in Svizzera, dove conosce importanti esponenti rivoluzionari, rimanendo fra l'altro affascinato dalle idee di stampo marxista. Rientrato in Italia nel 1904 dopo essere stato espulso dai cantoni per ripetuto ed esasperato attivismo antimilitarista e anticlericale, scampa la pena prevista per la renitenza alla leva grazie ad un errore burocratico, per compiere quindi il servizio militare nel reggimento di bersaglieri di stanza a Verona. Per un breve periodo trova anche il tempo per insegnare presso Tolmezzo ed Oneglia (1908), dove tra l'altro collabora attivamente al periodico socialista "La lima"; dopodiché, torna a Dovia.
L'attività politica però continua incessante. Fra l'altro, viene imprigionato per dodici giorni per aver sostenuto uno sciopero di braccianti. Ricopre quindi la carica di segretario della Camera del Lavoro a Trento (1909) e dirige un altro quotidiano: "L'avventura del lavoratore". Si scontra presto con gli ambienti moderati e cattolici e, dopo sei mesi di frenetica attività propagandistica viene espulso dal giornale tra le vibranti proteste dei socialisti trentini suscitando una vasta eco in tutta la sinistra italiana. Torna a Forlì dove si unisce, senza vincoli matrimoniali né civili né religiosi, con Rachele Guidi, figlia della nuova compagna del padre. Insieme ebbero cinque figli: Edda nel 1910, Vittorio nel 1925, Bruno nel 1918, Romano nel 1927 e Anna Maria nel 1929. Nel 1915 sarebbe stato celebrato il matrimonio civile mentre nel 1925 quello religioso.
Contemporaneamente la dirigenza socialista forlivese gli offre la direzione del settimanale "Lotta di classe" e lo nomina proprio segretario. Al termine del congresso socialista a Milano dell'ottobre 1910, ancora dominato dai riformisti, Mussolini pensa di scuotere la minoranza massimalista, anche a rischio di spaccare il partito, provocando l'uscita dal PSI della federazione socialista forlivese, ma nessun'altro lo segue nell'iniziativa. Quando sopraggiunge la guerra in Libia, Mussolini appare come l'uomo più adatto a impersonare il rinnovamento ideale e politico del partito. Protagonista del congresso emiliano di Reggio Emilia e assunta la direzione del quotidiano "Avanti!" alla fine del 1912, diventa il principale catalizzatore delle insoddisfazioni della società italiana, piegata da crisi economiche e ideali.
Lo scoppio del primo conflitto mondiale trova Mussolini sulla stessa linea del partito e cioè di neutralità. Nel giro di pochi mesi, però, nel futuro Duce matura il convincimento che l'opposizione alla guerra avrebbe finito per trascinare il PSI ad un ruolo sterile e marginale, mentre, secondo il suo parere, sarebbe stato opportuno sfruttare l'occasione per riportare le masse sulla via del rinnovamento rivoluzionario. Si dimette perciò dalla direzione del quotidiano socialista il 20 ottobre 1914, proprio due giorni dopo la pubblicazione di un suo articolo che faceva appunto notare il mutato programma.
Dopo la fuoriuscita dall'Avanti! decide di fondare un suo giornale. Ai primi di novembre fonda quindi "Il Popolo d'Italia", foglio ultranazionalista e radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa. Il popolo, a giudicare dal clamoroso boom di vendite, è con lui.
A seguito di queste prese di posizione, viene espulso anche dal partito (è il 24-25 novembre 1914) e richiamato alle armi (agosto 1915). Dopo essere stato seriamente ferito durante un'esercitazione può ritornare alla guida del suo giornale, dalle colonne del quale rompe gli ultimi legami con la vecchia matrice socialista, prospettando l'attuazione di una società produttivistico-capitalistica capace di soddisfare le esigenze economiche di tutti i ceti.
Le esigenze inespresse che serpeggiano nella società Italiana Mussolini sa raccoglierle sagacemente e un primo tentativo lo effettua con la fondazione, avvenuta a Milano il 23 marzo 1919 con un discorso di Mussolini a Piazza San Sepolcro, dei "Fasci di Combattimento" basata su un mescolamento di idee radicali di sinistra e di acceso nazionalismo. L'iniziativa non riscuote di primo acchito un gran successo. Man mano però che la situazione italiana si va deteriorando e il fascismo si caratterizza come forza organizzata in funzione antisindacale e antisocialista, Mussolini ottiene crescenti adesioni e pareri favorevoli dai settori agrari e industriali e dai ceti medi. La "marcia su Roma" (28 ottobre 1922) apre a Mussolini le porte per formare il nuovo Governo, costituendo un gabinetto di larga coalizione che lascia sperare a molti l'avvento dell'attesa "normalizzazione". Il potere si consolida ulteriormente con la vittoria nelle elezioni del 1924. Successivamente Mussolini attraversa un periodo di grande difficoltà a causa dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), il primo grande omicidio fascista (anche se gli storici contemporanei non lo riconducono direttamente al volere di Mussolini stesso).
La reazione avversaria non si fa attendere. Alla fine del 1925 viene fatto oggetto di numerosi attentati firmati da socialisti (il primo fu quello ad opera di Tito Zaniboni), massoni, anarchici e quant'altri (perfino una solitaria donna irlandese). Sta di fatto che nonostante l'affermazione di un regime chiaramente dittatoriale, Mussolini riesce a conservare e, in alcuni momenti ad accrescere, la sua popolarità sfruttando abilmente alcune iniziative genericamente populistiche come la risoluzione dell'annoso problema della cosiddetta "questione romana", realizzando attraverso i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929, firmati per conto del Vaticano dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato) la conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa.
Un'incessante propaganda comincia così ad esaltare le doti del dittatore, dipinto di volta in volta come "genio" o come "duce supremo", in un'esaltazione della personalità tipica dei regimi totalitari.
Con il passare del tempo, invece, la Storia darà drammaticamente ragione alla Realtà. Gli eventi mostrano un leader incapace di ferme decisioni, di una strategia a lungo termine non legata agli eventi contingenti. In politica estera, con l'obiettivo di rinnovare e fortificare il prestigio della Nazione in un inusuale miscuglio di cauto realismo imperialistico e letterario della romanità, tiene una condotta a lungo incerta e ondivaga.
Dopo l'occupazione delle truppe italiane di Corfù, nel 1923, e la decisa presa di posizione contro l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, Mussolini si getta alla conquista dell'Etiopia: il 3 ottobre 1935 le truppe italiane varcano il confine con l'Abissinia e il 9 maggio 1936 il Duce annuncia la fine della guerra e la nascita dell'Impero italiano d'Etiopia. La conquista da un lato lo fa arrivare al punto più alto della sua fama in Patria ma dall'altro lo rende inviso al Regno Unito, alla Francia e alla Società delle Nazioni, costringendolo ad un progressivo ma fatale avvicinamento alla Germania hitleriana, con la quale firma, nel 1939, il cosiddetto "Patto d'Acciaio", un accordo che lo lega ufficialmente a quell'infame regime.
Il giorno 10 giugno 1940, benché impreparato militarmente, decide di entrare in guerra assumendo il comando supremo delle truppe operanti, nell'illusione di un rapido e facile trionfo. Purtroppo per lui (e per l'Italia!), le sorti si rivelano negative e drammatiche per Mussolini e il fascismo. Dopo l'invasione anglo-americana della Sicilia e uno dei suoi ultimi colloqui con Hitler (19 luglio 1943) viene sconfessato dal Gran Consiglio (24 luglio) e arrestato dal re Vittorio Emanuele III (25 luglio). Trasferito a Ponza, poi alla Maddalena e infine al Campo Imperatore sul Gran Sasso, il 12 settembre viene liberato dai paracadutisti tedeschi e portato prima a Vienna e poi in Germania, dove il 15 proclama la ricostituzione del Partito Repubblicano Fascista.
La liberazione di Mussolini è ordinata da Hitler in persona, che ne affida l'esecuzione all'austriaco Otto Skorzeny, dichiarato successivamente dagli Alleati "l'uomo più pericoloso d'Europa" per le sue capacità e per la sua audacia.
Mussolini attraversa periodi di evidente stanchezza, è ormai "alle dipendenze" di Hitler. Si insedia a Salò, sede della nuova Repubblica Sociale Italiana (RSI). Sempre più isolato e privo di credibilità, quando gli ultimi reparti tedeschi vengono sconfitti, propone ai capi del C.L.N.A.I (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) un passaggio di poteri, che viene respinto. Travestito da militare tedesco, tenta la fuga assieme alla compagna Claretta Petacci, verso la Valtellina. Viene riconosciuto a Dongo dai partigiani, successivamente arrestato e giustiziato il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra (Como).
Il 30 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma, Mussolini riceve da Vittorio Emanuele III l'incarico di formare un governo. Nasce così il ventennio fascista.
Benito Mussolini nasce il 29 luglio 1883 a Dovia di Predappio, in provincia di Forlì, da Rosa Maltoni, maestra elementare, e Alessandro Mussolini, fabbro ferraio. Dapprima studia nel collegio salesiano di Faenza (1892-'93), poi presso il collegio Carducci di Forlimpopoli, conseguendo anch'egli il diploma di maestro elementare.
Stimolato dal padre, esponente socialista facinoroso e violentemente anticlericale, comincia la sua carriera politica appunto con l'iscrizione al Partito Socialista Italiano (PSI). Poco tempo dopo incappa in una vera avventura. Allo scopo di sottrarsi al servizio militare, infatti, fugge in Svizzera, dove conosce importanti esponenti rivoluzionari, rimanendo fra l'altro affascinato dalle idee di stampo marxista. Rientrato in Italia nel 1904 dopo essere stato espulso dai cantoni per ripetuto ed esasperato attivismo antimilitarista e anticlericale, scampa la pena prevista per la renitenza alla leva grazie ad un errore burocratico, per compiere quindi il servizio militare nel reggimento di bersaglieri di stanza a Verona. Per un breve periodo trova anche il tempo per insegnare presso Tolmezzo ed Oneglia (1908), dove tra l'altro collabora attivamente al periodico socialista "La lima"; dopodiché, torna a Dovia.
L'attività politica però continua incessante. Fra l'altro, viene imprigionato per dodici giorni per aver sostenuto uno sciopero di braccianti. Ricopre quindi la carica di segretario della Camera del Lavoro a Trento (1909) e dirige un altro quotidiano: "L'avventura del lavoratore". Si scontra presto con gli ambienti moderati e cattolici e, dopo sei mesi di frenetica attività propagandistica viene espulso dal giornale tra le vibranti proteste dei socialisti trentini suscitando una vasta eco in tutta la sinistra italiana. Torna a Forlì dove si unisce, senza vincoli matrimoniali né civili né religiosi, con Rachele Guidi, figlia della nuova compagna del padre. Insieme ebbero cinque figli: Edda nel 1910, Vittorio nel 1925, Bruno nel 1918, Romano nel 1927 e Anna Maria nel 1929. Nel 1915 sarebbe stato celebrato il matrimonio civile mentre nel 1925 quello religioso.
Contemporaneamente la dirigenza socialista forlivese gli offre la direzione del settimanale "Lotta di classe" e lo nomina proprio segretario. Al termine del congresso socialista a Milano dell'ottobre 1910, ancora dominato dai riformisti, Mussolini pensa di scuotere la minoranza massimalista, anche a rischio di spaccare il partito, provocando l'uscita dal PSI della federazione socialista forlivese, ma nessun'altro lo segue nell'iniziativa. Quando sopraggiunge la guerra in Libia, Mussolini appare come l'uomo più adatto a impersonare il rinnovamento ideale e politico del partito. Protagonista del congresso emiliano di Reggio Emilia e assunta la direzione del quotidiano "Avanti!" alla fine del 1912, diventa il principale catalizzatore delle insoddisfazioni della società italiana, piegata da crisi economiche e ideali.
Lo scoppio del primo conflitto mondiale trova Mussolini sulla stessa linea del partito e cioè di neutralità. Nel giro di pochi mesi, però, nel futuro Duce matura il convincimento che l'opposizione alla guerra avrebbe finito per trascinare il PSI ad un ruolo sterile e marginale, mentre, secondo il suo parere, sarebbe stato opportuno sfruttare l'occasione per riportare le masse sulla via del rinnovamento rivoluzionario. Si dimette perciò dalla direzione del quotidiano socialista il 20 ottobre 1914, proprio due giorni dopo la pubblicazione di un suo articolo che faceva appunto notare il mutato programma.
Dopo la fuoriuscita dall'Avanti! decide di fondare un suo giornale. Ai primi di novembre fonda quindi "Il Popolo d'Italia", foglio ultranazionalista e radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa. Il popolo, a giudicare dal clamoroso boom di vendite, è con lui.
A seguito di queste prese di posizione, viene espulso anche dal partito (è il 24-25 novembre 1914) e richiamato alle armi (agosto 1915). Dopo essere stato seriamente ferito durante un'esercitazione può ritornare alla guida del suo giornale, dalle colonne del quale rompe gli ultimi legami con la vecchia matrice socialista, prospettando l'attuazione di una società produttivistico-capitalistica capace di soddisfare le esigenze economiche di tutti i ceti.
Le esigenze inespresse che serpeggiano nella società Italiana Mussolini sa raccoglierle sagacemente e un primo tentativo lo effettua con la fondazione, avvenuta a Milano il 23 marzo 1919 con un discorso di Mussolini a Piazza San Sepolcro, dei "Fasci di Combattimento" basata su un mescolamento di idee radicali di sinistra e di acceso nazionalismo. L'iniziativa non riscuote di primo acchito un gran successo. Man mano però che la situazione italiana si va deteriorando e il fascismo si caratterizza come forza organizzata in funzione antisindacale e antisocialista, Mussolini ottiene crescenti adesioni e pareri favorevoli dai settori agrari e industriali e dai ceti medi. La "marcia su Roma" (28 ottobre 1922) apre a Mussolini le porte per formare il nuovo Governo, costituendo un gabinetto di larga coalizione che lascia sperare a molti l'avvento dell'attesa "normalizzazione". Il potere si consolida ulteriormente con la vittoria nelle elezioni del 1924. Successivamente Mussolini attraversa un periodo di grande difficoltà a causa dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), il primo grande omicidio fascista (anche se gli storici contemporanei non lo riconducono direttamente al volere di Mussolini stesso).
La reazione avversaria non si fa attendere. Alla fine del 1925 viene fatto oggetto di numerosi attentati firmati da socialisti (il primo fu quello ad opera di Tito Zaniboni), massoni, anarchici e quant'altri (perfino una solitaria donna irlandese). Sta di fatto che nonostante l'affermazione di un regime chiaramente dittatoriale, Mussolini riesce a conservare e, in alcuni momenti ad accrescere, la sua popolarità sfruttando abilmente alcune iniziative genericamente populistiche come la risoluzione dell'annoso problema della cosiddetta "questione romana", realizzando attraverso i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929, firmati per conto del Vaticano dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato) la conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa.
Un'incessante propaganda comincia così ad esaltare le doti del dittatore, dipinto di volta in volta come "genio" o come "duce supremo", in un'esaltazione della personalità tipica dei regimi totalitari.
Con il passare del tempo, invece, la Storia darà drammaticamente ragione alla Realtà. Gli eventi mostrano un leader incapace di ferme decisioni, di una strategia a lungo termine non legata agli eventi contingenti. In politica estera, con l'obiettivo di rinnovare e fortificare il prestigio della Nazione in un inusuale miscuglio di cauto realismo imperialistico e letterario della romanità, tiene una condotta a lungo incerta e ondivaga.
Dopo l'occupazione delle truppe italiane di Corfù, nel 1923, e la decisa presa di posizione contro l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, Mussolini si getta alla conquista dell'Etiopia: il 3 ottobre 1935 le truppe italiane varcano il confine con l'Abissinia e il 9 maggio 1936 il Duce annuncia la fine della guerra e la nascita dell'Impero italiano d'Etiopia. La conquista da un lato lo fa arrivare al punto più alto della sua fama in Patria ma dall'altro lo rende inviso al Regno Unito, alla Francia e alla Società delle Nazioni, costringendolo ad un progressivo ma fatale avvicinamento alla Germania hitleriana, con la quale firma, nel 1939, il cosiddetto "Patto d'Acciaio", un accordo che lo lega ufficialmente a quell'infame regime.
Il giorno 10 giugno 1940, benché impreparato militarmente, decide di entrare in guerra assumendo il comando supremo delle truppe operanti, nell'illusione di un rapido e facile trionfo. Purtroppo per lui (e per l'Italia!), le sorti si rivelano negative e drammatiche per Mussolini e il fascismo. Dopo l'invasione anglo-americana della Sicilia e uno dei suoi ultimi colloqui con Hitler (19 luglio 1943) viene sconfessato dal Gran Consiglio (24 luglio) e arrestato dal re Vittorio Emanuele III (25 luglio). Trasferito a Ponza, poi alla Maddalena e infine al Campo Imperatore sul Gran Sasso, il 12 settembre viene liberato dai paracadutisti tedeschi e portato prima a Vienna e poi in Germania, dove il 15 proclama la ricostituzione del Partito Repubblicano Fascista.
La liberazione di Mussolini è ordinata da Hitler in persona, che ne affida l'esecuzione all'austriaco Otto Skorzeny, dichiarato successivamente dagli Alleati "l'uomo più pericoloso d'Europa" per le sue capacità e per la sua audacia.
Mussolini attraversa periodi di evidente stanchezza, è ormai "alle dipendenze" di Hitler. Si insedia a Salò, sede della nuova Repubblica Sociale Italiana (RSI). Sempre più isolato e privo di credibilità, quando gli ultimi reparti tedeschi vengono sconfitti, propone ai capi del C.L.N.A.I (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) un passaggio di poteri, che viene respinto. Travestito da militare tedesco, tenta la fuga assieme alla compagna Claretta Petacci, verso la Valtellina. Viene riconosciuto a Dongo dai partigiani, successivamente arrestato e giustiziato il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra (Como).
mercoledì 12 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 12 aprile 1928 si Inaugura la IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.
La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi.
«Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili».
Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.
In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Quella mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».
Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.
Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.
Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno».
In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
Il giorno dopo le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).
«Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora la sera prima si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini.
Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, il ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo».
Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.
Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti. Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte il 27 ottobre 1932.
Va detto che la versione ufficiale sposta al giorno 13 l’incidente alla caserma della milizia avvenuto il giorno precedente, stesso giorno della strage.
Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini.
Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo.
Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo. Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: il giorno dopo partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo».
Il giorno 15 Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire».
Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche.
Nel pomeriggio del 21 aprile muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti.
Il 26 aprile l’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale.
Il 3 maggio in Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.
Il 25 maggio il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.
Il 23 gennaio dell'anno successivo i comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.
Il 30 ottobre 1930 in diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 3 novembre 1930 il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre passato a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.
Il 12 dicembre 1930 una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.
Il 9 marzo 1932 Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive: «1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui. 2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928. 3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» .
Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).
Il 25 febbraio 1935 Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.
Il 20 novembre 1940 muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica. Il 14 aprile 1943 Sinise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.
Il 24 giugno 1943 il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.
Lunedì 26 luglio 1943 al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile e il giorno successivo il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 28 luglio 1943, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli riceve l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace il giorno 30.
Giovedì 19 agosto 1943, in un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.
L'8 settembre 1943, dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.
Il 12 aprile 1978, in occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana».
Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità. La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia».
domenica 2 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Su iniziativa di Benito Mussolini, il 2 aprile 1926 viene istituita in Italia l'Opera Nazionale Balilla.
L'Opera Nazionale Balilla (ONB) fu un organo del Partito Nazionale Fascista (PNF) a carattere parascolastico e paramilitare che deve la sua denominazione alla figura di Giovan Battista Perasso, detto "Balilla", un giovane genovese che secondo la tradizione avrebbe dato inizio alla rivolta contro gli occupanti austriaci nel 1746: un'immagine di modello rivoluzionario cara al regime fascista.
Istituita come ente autonomo con la legge n. 2247/26, l'ONB fu affidata alla direzione di Renato Ricci, allora sottosegretario all'Istruzione, al quale Mussolini aveva affidato l'incarico di "riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico".
Rigidamente centralizzata, l'ONB fu sin dalla sua fondazione concepita come strumento di penetrazione del fascismo nelle scuole, attraverso iniziative che avevano lo scopo di allevare i giovani nel clima culturale e spirituale del regime e di creare in loro una salda coscienza fascista.
Nonostante il fondamentale ruolo educativo svolto dalla scuola, infatti, questa non era ritenuta sufficiente a formare l'italiano nuovo voluto dal fascismo. Per questo l'Opera Nazionale Balilla, "finalizzata all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventù", mirava non solo all'educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all'istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica. Scopo dell'ONB era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell'educazione militare, renderli consapevoli della loro italianità e del loro ruolo di "fascisti del domani".
Se inizialmente fu pensata come azione parallela ed esterna alla scuola, in seguito essa iniziò ad organizzare attività di carattere culturale, politico, paramilitare, sportivo e ricreativo, accrescendo il suo ruolo all'interno della scuola. Il regime chiese la collaborazione degli insegnanti per il tesseramento dei ragazzi e il loro inquadramento nell'organizzazione. L'ONB gestiva anche corsi di formazione e orientamento professionale, corsi post-scolastici per adulti, corsi di puericultura e d'economia domestica per le donne, oltre a migliaia di scuole rurali (nel 1937 erano più di seimila).
L'istituzione dell'ONB dunque inquadrava ufficialmente tutti i giovani e le giovani italiani in un'unica organizzazione, dal momento che il regime aveva sciolto per legge nel 1927 tutte le associazioni di carattere non fascista (scout compresi), ad eccezione della Gioventù Italiana Cattolica, che dovette comunque ridurre le proprie attività.
L'educazione maschile aveva carattere prettamente militaresco, mentre il ramo femminile era molto meno considerato: la futura donna fascista era cresciuta affinché diventasse una massaia sobria e attenta, moglie forte e madre prolifica.
Per quanto riguarda la sua struttura, l'Opera Nazionale Balilla, dopo un primo periodo sperimentale, venne stabilmente suddivisa, per età e sesso, in vari corpi: i corpi maschili che comprendevano i Figli della Lupa (6-8 anni), i Balilla (9-10 anni), i Balilla moschettiere (11-13 anni) e gli Avanguardisti (14-18 anni); e i corpi femminili composti dalle Figlie della Lupa (6-8 anni), le Piccole italiane (9-13 anni) e le Giovani Italiane (14-17 anni).
Esterni all'ONB vi erano i movimenti d'età superiore: i Fasci Giovanili di Combattimento e Giovani fasciste (18 a 21 anni) e i Gruppi Universitari Fascisti (GUF – studenti universitari e delle scuole superiori).
Camicia nera, fazzoletto azzurro, pantaloni grigioverde, fascia nera, fez (il tipico copricapo arabo) costituivano la divisa dei Balilla insieme al moschetto, compagno fedele delle esercitazioni (in versione giocattolo per i Figli della Lupa).
A partire dal 1937 l'ONB, insieme ai Fasci Giovanili di Combattimento, confluì nella Gioventù Italiana del Littorio (GIL), passando in questo modo alle dirette dipendenze del partito e richiedendo l'iscrizione obbligatoria a tutti i giovani italiani. Nonostante ciò, le iscrizioni all'Opera Nazionale Balilla non superarono mai il 50% del totale dei giovani.
Su iniziativa di Benito Mussolini, il 2 aprile 1926 viene istituita in Italia l'Opera Nazionale Balilla.
L'Opera Nazionale Balilla (ONB) fu un organo del Partito Nazionale Fascista (PNF) a carattere parascolastico e paramilitare che deve la sua denominazione alla figura di Giovan Battista Perasso, detto "Balilla", un giovane genovese che secondo la tradizione avrebbe dato inizio alla rivolta contro gli occupanti austriaci nel 1746: un'immagine di modello rivoluzionario cara al regime fascista.
Istituita come ente autonomo con la legge n. 2247/26, l'ONB fu affidata alla direzione di Renato Ricci, allora sottosegretario all'Istruzione, al quale Mussolini aveva affidato l'incarico di "riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico".
Rigidamente centralizzata, l'ONB fu sin dalla sua fondazione concepita come strumento di penetrazione del fascismo nelle scuole, attraverso iniziative che avevano lo scopo di allevare i giovani nel clima culturale e spirituale del regime e di creare in loro una salda coscienza fascista.
Nonostante il fondamentale ruolo educativo svolto dalla scuola, infatti, questa non era ritenuta sufficiente a formare l'italiano nuovo voluto dal fascismo. Per questo l'Opera Nazionale Balilla, "finalizzata all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventù", mirava non solo all'educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all'istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica. Scopo dell'ONB era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell'educazione militare, renderli consapevoli della loro italianità e del loro ruolo di "fascisti del domani".
Se inizialmente fu pensata come azione parallela ed esterna alla scuola, in seguito essa iniziò ad organizzare attività di carattere culturale, politico, paramilitare, sportivo e ricreativo, accrescendo il suo ruolo all'interno della scuola. Il regime chiese la collaborazione degli insegnanti per il tesseramento dei ragazzi e il loro inquadramento nell'organizzazione. L'ONB gestiva anche corsi di formazione e orientamento professionale, corsi post-scolastici per adulti, corsi di puericultura e d'economia domestica per le donne, oltre a migliaia di scuole rurali (nel 1937 erano più di seimila).
L'istituzione dell'ONB dunque inquadrava ufficialmente tutti i giovani e le giovani italiani in un'unica organizzazione, dal momento che il regime aveva sciolto per legge nel 1927 tutte le associazioni di carattere non fascista (scout compresi), ad eccezione della Gioventù Italiana Cattolica, che dovette comunque ridurre le proprie attività.
L'educazione maschile aveva carattere prettamente militaresco, mentre il ramo femminile era molto meno considerato: la futura donna fascista era cresciuta affinché diventasse una massaia sobria e attenta, moglie forte e madre prolifica.
Per quanto riguarda la sua struttura, l'Opera Nazionale Balilla, dopo un primo periodo sperimentale, venne stabilmente suddivisa, per età e sesso, in vari corpi: i corpi maschili che comprendevano i Figli della Lupa (6-8 anni), i Balilla (9-10 anni), i Balilla moschettiere (11-13 anni) e gli Avanguardisti (14-18 anni); e i corpi femminili composti dalle Figlie della Lupa (6-8 anni), le Piccole italiane (9-13 anni) e le Giovani Italiane (14-17 anni).
Esterni all'ONB vi erano i movimenti d'età superiore: i Fasci Giovanili di Combattimento e Giovani fasciste (18 a 21 anni) e i Gruppi Universitari Fascisti (GUF – studenti universitari e delle scuole superiori).
Camicia nera, fazzoletto azzurro, pantaloni grigioverde, fascia nera, fez (il tipico copricapo arabo) costituivano la divisa dei Balilla insieme al moschetto, compagno fedele delle esercitazioni (in versione giocattolo per i Figli della Lupa).
A partire dal 1937 l'ONB, insieme ai Fasci Giovanili di Combattimento, confluì nella Gioventù Italiana del Littorio (GIL), passando in questo modo alle dirette dipendenze del partito e richiedendo l'iscrizione obbligatoria a tutti i giovani italiani. Nonostante ciò, le iscrizioni all'Opera Nazionale Balilla non superarono mai il 50% del totale dei giovani.
domenica 12 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 1941 Benito Mussolini incontra, nella villa Regina Margherita a Bordighera, il caudillo Francisco Franco, sperando di convincerlo ad allearsi all'Asse nella guerra contro l'Inghilterra.
Nei mesi immediatamente precedenti l'incontro il 'duce' aveva espresso al re tutta la sua sfiducia sull'utilità del vertice, mentre il ministro degli esteri spagnolo Serrano Suner, conversando ai primi di gennaio con l'ambiasciatore italiano a Madrid Lequio, aveva esplicitamente dichiarato che, allo stato delle cose, la Spagna non sarebbe potuta intervenire nel conflitto in quanto priva assolutamente di mezzi. Fu in questo clima sfiduciato e pessimista che Franco e Serrano Suner partirono da Madrid la sera del 10 febbraio con un convoglio di diciassette automobili, che giunse a Mentone alle 20 del giorno successivo. Durante il tragitto da Mentone a Bordighera, il Caudillo venne festeggiato dalla popolazione, e, una volta giunto nella città delle palme, ricevuto con tutti gli onori da Mussolini presso la Villa Regina Margherita, dove la mattina del 12 febbraio iniziarono i colloqui ufficiali.
Il 'duce', dopo aver informato Franco che Ciano non era potuto essere presente all'incontro in quanto impegnato sul fronte albanese, invitò il Caudillo a recarsi in visita ufficiale a Roma dopo la fine della guerra. Mussolini passò poi ad analizzare dettagliatamente la situazione bellica generale esprimendo la sua personale fiducia nella vittoria finale dell'Asse. Il 'duce' elogiò quindi l'efficienza della macchina militare della Germania e si disse convinto che la Francia non avrebbe costituito un ostacolo per l'avanzata delle forze armate tedesche e italiane. Si disse poi contrario ad ogni ipotesi di pace separata e tentò di giustificare le recenti sconfitte in Africa con il fatto che gli Inglesi avevano potuto beneficiare di una 'sorpresa tattica'. Mussolini fece inoltre presente a Franco la grande importanza strategica di Gibilterra, il cui possesso da parte delle forze dell'Asse avrebbe consentito all'esercito italo-tedesco di passare facilmente in Marocco e di là ribaltare completamente la situazione militare nell'Africa francese. Il 'duce' ricordò poi a Franco che era sua convinzione che, data l'importanza della posta in gioco, solo la Spagna poteva decidere da sola se entrare o meno nel conflitto.
Intervenne quindi nel colloquio il Caudillo che innanzitutto ringraziò Mussolini per l'aiuto fornitogli durante la guerra civile spagnola. Ammise che la Spagna, al momento dello scoppio del conflitto, non era entrata in guerra perché ancora impegnata a risolvere problemi interni. Si disse quindi convinto come la questione più importante da risolvere fosse in quel momento quella del possesso di Gibilterra. La Spagna aveva già appostato diversi cannoni contro la piazzaforte inglese ed era in procinto di intensificare ulteriormente la sua presenza militare nella zona. Franco espresse poi numerose critiche nei confronti di Hitler e del comportamento dei tedeschi verso la Spagna. Disse che il primo problema da risolvere per la Spagna era quello dell'approvvigionamento granario e in genere delle carenze alimentari. Terminato il colloquio mattutino, nel pomeriggio Mussolini e Franco si spostarono a Villa Hanbury, a La Mortola, dove ripresero i colloqui, che si protrassero dalle 18 alle 19.30.
Mussolini chiese nuovamente a Franco se vi fossero le condizioni per un'entrata della Spagna nel conflitto, al che il Caudillo gli rispose che ciò sarebbe dipeso più dalla Germania che dalla Spagna in quanto, tanto prima la Germania sarebbe venuta in aiuto della Spagna, quanto prima quest'ultima avrebbe dato il suo contributo alla causa fascista mondiale. Franco si disse quindi disposto ad entrare in guerra una volta che la Germania avesse esaudito le richieste spagnole. La sera, finito il colloquio, Franco, Serrano Suner e le altre personalità spagnole, parteciparono a un pranzo, offerto loro da Mussolini. Il giorno successivo, dopo il commiato ufficiale a Villa Regina Margherita con Mussolini, Franco, accompagnato dalla sua delegazione, lasciò Bordighera per fare rientro a Madrid.
Tutta la stampa dei paesi alleati dell’Asse diede ampio spazio all’incontro di Bordighera sottolineando con vivo compiacimento la perfetta concordanza della politica italiana e spagnola su tutti i principali problemi europei e su quelli riguardanti i due paesi mediterranei, anche se in verità il vertice fu nei fatti un buco nell'acqua.
Il 12 febbraio 1941 Benito Mussolini incontra, nella villa Regina Margherita a Bordighera, il caudillo Francisco Franco, sperando di convincerlo ad allearsi all'Asse nella guerra contro l'Inghilterra.
Nei mesi immediatamente precedenti l'incontro il 'duce' aveva espresso al re tutta la sua sfiducia sull'utilità del vertice, mentre il ministro degli esteri spagnolo Serrano Suner, conversando ai primi di gennaio con l'ambiasciatore italiano a Madrid Lequio, aveva esplicitamente dichiarato che, allo stato delle cose, la Spagna non sarebbe potuta intervenire nel conflitto in quanto priva assolutamente di mezzi. Fu in questo clima sfiduciato e pessimista che Franco e Serrano Suner partirono da Madrid la sera del 10 febbraio con un convoglio di diciassette automobili, che giunse a Mentone alle 20 del giorno successivo. Durante il tragitto da Mentone a Bordighera, il Caudillo venne festeggiato dalla popolazione, e, una volta giunto nella città delle palme, ricevuto con tutti gli onori da Mussolini presso la Villa Regina Margherita, dove la mattina del 12 febbraio iniziarono i colloqui ufficiali.
Il 'duce', dopo aver informato Franco che Ciano non era potuto essere presente all'incontro in quanto impegnato sul fronte albanese, invitò il Caudillo a recarsi in visita ufficiale a Roma dopo la fine della guerra. Mussolini passò poi ad analizzare dettagliatamente la situazione bellica generale esprimendo la sua personale fiducia nella vittoria finale dell'Asse. Il 'duce' elogiò quindi l'efficienza della macchina militare della Germania e si disse convinto che la Francia non avrebbe costituito un ostacolo per l'avanzata delle forze armate tedesche e italiane. Si disse poi contrario ad ogni ipotesi di pace separata e tentò di giustificare le recenti sconfitte in Africa con il fatto che gli Inglesi avevano potuto beneficiare di una 'sorpresa tattica'. Mussolini fece inoltre presente a Franco la grande importanza strategica di Gibilterra, il cui possesso da parte delle forze dell'Asse avrebbe consentito all'esercito italo-tedesco di passare facilmente in Marocco e di là ribaltare completamente la situazione militare nell'Africa francese. Il 'duce' ricordò poi a Franco che era sua convinzione che, data l'importanza della posta in gioco, solo la Spagna poteva decidere da sola se entrare o meno nel conflitto.
Intervenne quindi nel colloquio il Caudillo che innanzitutto ringraziò Mussolini per l'aiuto fornitogli durante la guerra civile spagnola. Ammise che la Spagna, al momento dello scoppio del conflitto, non era entrata in guerra perché ancora impegnata a risolvere problemi interni. Si disse quindi convinto come la questione più importante da risolvere fosse in quel momento quella del possesso di Gibilterra. La Spagna aveva già appostato diversi cannoni contro la piazzaforte inglese ed era in procinto di intensificare ulteriormente la sua presenza militare nella zona. Franco espresse poi numerose critiche nei confronti di Hitler e del comportamento dei tedeschi verso la Spagna. Disse che il primo problema da risolvere per la Spagna era quello dell'approvvigionamento granario e in genere delle carenze alimentari. Terminato il colloquio mattutino, nel pomeriggio Mussolini e Franco si spostarono a Villa Hanbury, a La Mortola, dove ripresero i colloqui, che si protrassero dalle 18 alle 19.30.
Mussolini chiese nuovamente a Franco se vi fossero le condizioni per un'entrata della Spagna nel conflitto, al che il Caudillo gli rispose che ciò sarebbe dipeso più dalla Germania che dalla Spagna in quanto, tanto prima la Germania sarebbe venuta in aiuto della Spagna, quanto prima quest'ultima avrebbe dato il suo contributo alla causa fascista mondiale. Franco si disse quindi disposto ad entrare in guerra una volta che la Germania avesse esaudito le richieste spagnole. La sera, finito il colloquio, Franco, Serrano Suner e le altre personalità spagnole, parteciparono a un pranzo, offerto loro da Mussolini. Il giorno successivo, dopo il commiato ufficiale a Villa Regina Margherita con Mussolini, Franco, accompagnato dalla sua delegazione, lasciò Bordighera per fare rientro a Madrid.
Tutta la stampa dei paesi alleati dell’Asse diede ampio spazio all’incontro di Bordighera sottolineando con vivo compiacimento la perfetta concordanza della politica italiana e spagnola su tutti i principali problemi europei e su quelli riguardanti i due paesi mediterranei, anche se in verità il vertice fu nei fatti un buco nell'acqua.
mercoledì 16 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 novembre.
Il 16 novembre 1922 Benito Mussolini, dopo la marcia su Roma, fa il suo primo discorso in Parlamento da capo del governo, in quello che è stato definito "il discorso del bivacco".
Quella del fascismo è contemporaneamente la più straordinaria e la più drammatica avventura politica della storia dell'Italia Unita; un'esperienza che, in una situazione di crisi economica e pessimismo sociale, controbilancia, con la violenza e la prevaricazione, il malessere popolare e borghese, facendosi, inoltre, portavoce di un ottuso ed intransigente nazionalismo patriottico e di una maniacale repressione della libertà di pensiero. Esso fu un movimento nato con la volontà di ergersi, come mai prima d'allora era avvenuto, al di sopra dei partiti, al di sopra del Parlamento e al di sopra della legge scritta. La stessa modalità d'ascesa del fascismo fu un'azione violenta e spregiudicata, fatta, prima, a colpi di manganellate e, poi, con una marcia militare su Roma, per la quale il monarca si rifiutò di firmare lo “ stato d'assedio”, quasi a volerne appoggiare gli obiettivi, quasi a voler essere partecipe del potere dispotico ed autoritario che di lì a poco avrebbe invaso il territorio dello stivale. Il tono di Mussolini è prepotentemente antiparlamentare fin dal “ discorso del bivacco” del novembre '22, durante il quale egli si compiace della sua pietas e della sua magnanimità, affermando che, s'avesse voluto farlo, avrebbe facilmente potuto trasformare l'aula “sorda e grigia“ del Parlamento in un accampamento delle squadre d'azione fasciste. Egli vuole salvare l'Italia o vuole ancora, tramite questo minaccioso discorso, accrescere la sua fama di condottiero romano, servendosi del solito populismo? Ma all'onda della crescita dei consensi e della fama internazionale, rafforzandosi ulteriormente in seguito alla grande crisi del '29, il fascismo continua a mietere vittime innocenti, a “spaccare i crani” dei suoi oppositori, a compiacersi di se stesso con una straordinaria propaganda, ad <<apparire>>, in una sola parola, perfetto. Una “apparente perfezione” che, tuttavia, viene meno quando il fiero comandante, non potendo mostrarsi debole agli occhi degli alleati e del popolo, è costretto a combattere, senza armi né speranze, una guerra durissima al fianco del folle dittatore tedesco Adolf Hittler, portando il suo Stato alla rovina e macchiandosi di crimini orribili contro l'umanità intera. Non c'è nessuno scrupolo di coscienza o paura di cadere in pesanti ed esplicite contraddizioni per i fascisti, neppure nell'affermare, il 23 marzo del '29, d'avere intenzione di dare un “compito esclusivamente difensivo” all'esercito e di volere un “disarmo generale”. Se il fascismo è stata una associazione a delinquere, io io sono il capo! Dichiara sprezzante Benito Mussolini, in una storica seduta in Parlamento del '25, assumendosi personalmente “ la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto”, d'un movimento violento e scellerato che armò le mani dei giovani e dei meno giovani, condannandoli a una vita senza senso.
Ecco un estratto del discorso:
"Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza.
[...]
Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione.
Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria.
Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo.
Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto."
[...]
A seguito del discorso, il governo Mussolini il 17 novembre ottenne la fiducia dalla Camera dei deputati con 306 voti favorevoli (tra cui De Gasperi, Giolitti e Gronchi), 116 contrari (socialisti, repubblicani e comunisti) e 7 astenuti. Francesco Saverio Nitti abbandonò l'aula in segno di protesta, non riconoscendo la legittimità del governo fascista.
Il 16 novembre 1922 Benito Mussolini, dopo la marcia su Roma, fa il suo primo discorso in Parlamento da capo del governo, in quello che è stato definito "il discorso del bivacco".
Quella del fascismo è contemporaneamente la più straordinaria e la più drammatica avventura politica della storia dell'Italia Unita; un'esperienza che, in una situazione di crisi economica e pessimismo sociale, controbilancia, con la violenza e la prevaricazione, il malessere popolare e borghese, facendosi, inoltre, portavoce di un ottuso ed intransigente nazionalismo patriottico e di una maniacale repressione della libertà di pensiero. Esso fu un movimento nato con la volontà di ergersi, come mai prima d'allora era avvenuto, al di sopra dei partiti, al di sopra del Parlamento e al di sopra della legge scritta. La stessa modalità d'ascesa del fascismo fu un'azione violenta e spregiudicata, fatta, prima, a colpi di manganellate e, poi, con una marcia militare su Roma, per la quale il monarca si rifiutò di firmare lo “ stato d'assedio”, quasi a volerne appoggiare gli obiettivi, quasi a voler essere partecipe del potere dispotico ed autoritario che di lì a poco avrebbe invaso il territorio dello stivale. Il tono di Mussolini è prepotentemente antiparlamentare fin dal “ discorso del bivacco” del novembre '22, durante il quale egli si compiace della sua pietas e della sua magnanimità, affermando che, s'avesse voluto farlo, avrebbe facilmente potuto trasformare l'aula “sorda e grigia“ del Parlamento in un accampamento delle squadre d'azione fasciste. Egli vuole salvare l'Italia o vuole ancora, tramite questo minaccioso discorso, accrescere la sua fama di condottiero romano, servendosi del solito populismo? Ma all'onda della crescita dei consensi e della fama internazionale, rafforzandosi ulteriormente in seguito alla grande crisi del '29, il fascismo continua a mietere vittime innocenti, a “spaccare i crani” dei suoi oppositori, a compiacersi di se stesso con una straordinaria propaganda, ad <<apparire>>, in una sola parola, perfetto. Una “apparente perfezione” che, tuttavia, viene meno quando il fiero comandante, non potendo mostrarsi debole agli occhi degli alleati e del popolo, è costretto a combattere, senza armi né speranze, una guerra durissima al fianco del folle dittatore tedesco Adolf Hittler, portando il suo Stato alla rovina e macchiandosi di crimini orribili contro l'umanità intera. Non c'è nessuno scrupolo di coscienza o paura di cadere in pesanti ed esplicite contraddizioni per i fascisti, neppure nell'affermare, il 23 marzo del '29, d'avere intenzione di dare un “compito esclusivamente difensivo” all'esercito e di volere un “disarmo generale”. Se il fascismo è stata una associazione a delinquere, io io sono il capo! Dichiara sprezzante Benito Mussolini, in una storica seduta in Parlamento del '25, assumendosi personalmente “ la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto”, d'un movimento violento e scellerato che armò le mani dei giovani e dei meno giovani, condannandoli a una vita senza senso.
Ecco un estratto del discorso:
"Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza.
[...]
Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione.
Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria.
Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo.
Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto."
[...]
A seguito del discorso, il governo Mussolini il 17 novembre ottenne la fiducia dalla Camera dei deputati con 306 voti favorevoli (tra cui De Gasperi, Giolitti e Gronchi), 116 contrari (socialisti, repubblicani e comunisti) e 7 astenuti. Francesco Saverio Nitti abbandonò l'aula in segno di protesta, non riconoscendo la legittimità del governo fascista.
martedì 19 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
La mattina del 19 luglio 1943 più di 521 bombardieri americani attaccarono la città di Roma per la prima volta dall’inizio della Seconda guerra mondiale. I bersagli furono lo scalo ferroviario Littorio, a nord di Roma e l’aeroporto di Ciampino. Vennero sganciate più di mille tonnellate di bombe. Circa tremila civili vennero uccisi e almeno diecimila feriti. Nonostante il bombardamento si fosse svolto in pieno giorno e a una quota relativamente bassa, 3 mila metri, nemmeno un aereo americano venne abbattuto.
Poco dopo il bombardamento il Papa Pio XII, insieme al sostituto Segretario di Stato, Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, raggiunse la basilica di San Lorenzo fuori le mura, che era stata molto danneggiata. Il Papa benedisse le vittime del bombardamento e distribuì del denaro ai superstiti. Nel piazzale del Verano si ammassò una grande folla per accoglierlo. Poche ore prima, il re Vittorio Emanuele III era stato contestato visitando lo stesso quartiere.
Benito Mussolini, duce e dittatore dell’Italia in guerra contro gli americani e i loro alleati, non era a Roma durante il bombardamento. Si trovava a Feltre, in provincia di Belluno, per un colloquio con l’alleato tedesco Adolf Hitler per discutere le misure da prendere per rispondere allo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto poche settimane prima. Secondo i testimoni, quando gli venne riferita la notizia la preoccupazione principale di Mussolini fu assicurarsi che la notizia venisse pubblicata nel bollettino di guerra del 19 luglio, in modo che il mondo sapesse il prima possibile che gli alleati avevano attaccato Roma.
Il bombardamento del 19 luglio fu la prima volta in cui Roma venne bombardata: fino alla sua liberazione, il 4 luglio del 1944, sarebbe successo altre 50 volte. Si trattò di un attacco “di precisione”, come veniva chiamato all’epoca. In altre parole, il bersaglio dell’attacco erano alcuni specifici obiettivi militari – l’aeroporto di Ciampino e gli scali ferroviari di San Lorenzo e Littorio. Per questo fu necessario compiere l’attacco di giorno, in modo che gli aerei potessero identificare i bersagli.
Ma la tecnologia del bombardamento nel 1943 non era molto precisa e il bombardamento di precisione non aveva effetti molto diversi da quello a tappeto – quello che di solito praticavano gli inglesi sulla Germania e che aveva come obiettivo intere città, con lo scopo di piegare il morale della popolazione. Gli aerei americani non avevano missili, ma soltanto bombe a caduta libera e foglietti di carta per provare a calcolare dove sarebbero cadute tenendo conto della velocità del vento e di quella dell’aereo. Circa una bomba su dieci arrivò sugli obiettivi.
Quello su Roma fu un bombardamento massiccio e tragico, ma breve: soltanto due sortite vennero compiute il 19 luglio. Pochi giorni dopo l’attacco di Roma, ad esempio, l’aviazione inglese bombardò Amburgo diverse volte al giorno per un’intera settimana. All’attacco parteciparono circa 3 mila aerei e in tutto vennero sganciate 9 mila tonnellate di bombe. Non fu un bombardamento di precisione, ma un attacco mirato a distruggere la città. Morirono più di 40 mila persone.
Quando nel 1942 gli aerei alleati iniziarono a bombardare l’Italia in maniera sistematica, Mussolini aveva promesso più volte che Roma non sarebbe mai stata bombardata. In molti si erano quindi rifugiati in città per allontanarsi dalle altre aeree attaccate, come Torino, Genova, La Spezia, il passo del Brennero. Anche il Papa si era impegnato per evitare che Roma venisse bombardata e con lo sbarco in Sicilia del 10 luglio sembrava che fosse possibile riuscire a far risparmiare la città. Nell’incontro di Feltre, uno degli obiettivi di Mussolini era proprio cercare una via per sganciarsi dall’alleanza con Hitler, però non riuscì praticamente a parlare e subì in silenzio un lungo monologo di Hitler.
La battaglia per la Sicilia si era rivelato molto più difficile del previsto per gli alleati. Alla fine, dopo i primi giorni di combattimenti e dopo molte pressioni inglesi (aerei italiani avevano bombardato Londra nel 1940), gli americani decisero l’attacco aereo. L’obiettivo erano i nodi ferroviari di Roma che una volta distrutti avrebbero interrotto il flusso di rifornimenti che arrivava alle truppe a difesa della Sicilia.
L’effetto militare del bombardamento è dubbio, mentre ebbe un forte effetto politico. Dopo il bombardamento i principali leader del Partito Fascista, tra molte incertezze, votarono la sfiducia a Mussolini nella celebre riunione del Gran Consiglio del 24 luglio. Il giorno dopo, il Re approfittò per farlo arrestare. Passò poco più di un mese e l’Italia firmò l’armistizio con gli americani e i loro alleati.
sabato 18 dicembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 1932 Benito Mussolini inaugura ufficialmente la neonata città di Littoria, da lui stesso fortemente voluta, con il discorso nel quale vi era il famoso passaggio "E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende".
La città di Littoria, oggi Latina, costituiva, unitamente alle cittadine di Pomezia, Sabaudia, Aprilia, Pontinia, quella fascia che veniva denominata delle città del grano, e che venne realizzata intorno a Roma sotto il fascismo.
Nei fatti Littoria nasce molto prima della sua inaugurazione ufficiale, avvenuta il 18 dicembre 1932 alla presenza del capo dello stato Benito Mussolini.
Sin dal 1928, recuperando studi ed istanze precedenti, era stata varata la legge , redatta da Arrigo Serpieri, per la bonifica integrale dell'agro romano. Fu così possibile recuperare le ingenti risorse finanziarie occorrenti per portare a buon fine l'impresa.
Dopo una prima fase di bonifica idraulica si procedette al primo decreto di esproprio che attribuiva all'opera nazionale combattenti molti ettari di terreno. Sistemati i terreni si provvide all'appoderamento della pianura con la creazione di fabbricati colonici. Con logica gerarchica tali fabbricati gravitavano su piccoli borghi che, a loro volta, facevano capo alle piccole cittadine dell'agro appositamente costruite. Nell'aprile del 1932 fu lo stesso Mussolini a decidere la nascita della cittadina di Littoria. La redazione del piano regolatore generale, e della quasi totalità degli edifici più rappresentativi, fu affidata ad un giovane architetto di quarantaquattro anni, Oriolo Frezzotti, su incarico dell'O.N.C. .
Il nucleo storico della cittadina era costituito dalla piazza del Littorio con il Municipio, l'albergo Littoria ed un cinema oggi distrutto. Successivamente vennero anche edificati il Palazzo delle Poste (originale edificio dovuto all'architetto futurista A. Mazzoni), una chiesa e, nel 1936, il Palazzo di Giustizia e l'ospedale.
L'architetto romano Frezzotti sviluppò, in sostanza, un modello radiocentrico, in cui la nuova cittadina costituiva un polo di servizio per le originarie 512 case coloniche edificate.
Le nuove città dell'agro pontino nascono, fondamentalmente, dalle stesse istanze che portarono, alla fine degli anni quaranta, alla creazione delle new towns inglesi, le quali hanno goduto e godono di maggiore ed ingiustificata fortuna critica.
Entrambi i tentativi, pur nelle diverse realtà e concezioni, nascevano dal tentativo di controllare i forti flussi migratori verso le grandi città. L'esperienza italiana non si limitò al solo intervento nell'agro romano, ma costituì anche una originale risposta urbanistica in parte messa in opera in altre zone del territorio nazionale (si pensi ad esempio al borgo di Fertilia cittadina edificata in prossimità di Alghero in Sardegna).
Negli anni '60 e '70, Latina visse il mito dello sviluppo industriale. Oggi l'Amministrazione Comunale, anche attraverso la stesura di un nuovo P.R.G., sta cercando di recuperare un passato dignitoso e di mettere fine a quel disordine edilizio che ha caratterizzato l'attività costruttiva del dopoguerra.
Il 18 dicembre 1932 Benito Mussolini inaugura ufficialmente la neonata città di Littoria, da lui stesso fortemente voluta, con il discorso nel quale vi era il famoso passaggio "E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende".
La città di Littoria, oggi Latina, costituiva, unitamente alle cittadine di Pomezia, Sabaudia, Aprilia, Pontinia, quella fascia che veniva denominata delle città del grano, e che venne realizzata intorno a Roma sotto il fascismo.
Nei fatti Littoria nasce molto prima della sua inaugurazione ufficiale, avvenuta il 18 dicembre 1932 alla presenza del capo dello stato Benito Mussolini.
Sin dal 1928, recuperando studi ed istanze precedenti, era stata varata la legge , redatta da Arrigo Serpieri, per la bonifica integrale dell'agro romano. Fu così possibile recuperare le ingenti risorse finanziarie occorrenti per portare a buon fine l'impresa.
Dopo una prima fase di bonifica idraulica si procedette al primo decreto di esproprio che attribuiva all'opera nazionale combattenti molti ettari di terreno. Sistemati i terreni si provvide all'appoderamento della pianura con la creazione di fabbricati colonici. Con logica gerarchica tali fabbricati gravitavano su piccoli borghi che, a loro volta, facevano capo alle piccole cittadine dell'agro appositamente costruite. Nell'aprile del 1932 fu lo stesso Mussolini a decidere la nascita della cittadina di Littoria. La redazione del piano regolatore generale, e della quasi totalità degli edifici più rappresentativi, fu affidata ad un giovane architetto di quarantaquattro anni, Oriolo Frezzotti, su incarico dell'O.N.C. .
Il nucleo storico della cittadina era costituito dalla piazza del Littorio con il Municipio, l'albergo Littoria ed un cinema oggi distrutto. Successivamente vennero anche edificati il Palazzo delle Poste (originale edificio dovuto all'architetto futurista A. Mazzoni), una chiesa e, nel 1936, il Palazzo di Giustizia e l'ospedale.
L'architetto romano Frezzotti sviluppò, in sostanza, un modello radiocentrico, in cui la nuova cittadina costituiva un polo di servizio per le originarie 512 case coloniche edificate.
Le nuove città dell'agro pontino nascono, fondamentalmente, dalle stesse istanze che portarono, alla fine degli anni quaranta, alla creazione delle new towns inglesi, le quali hanno goduto e godono di maggiore ed ingiustificata fortuna critica.
Entrambi i tentativi, pur nelle diverse realtà e concezioni, nascevano dal tentativo di controllare i forti flussi migratori verso le grandi città. L'esperienza italiana non si limitò al solo intervento nell'agro romano, ma costituì anche una originale risposta urbanistica in parte messa in opera in altre zone del territorio nazionale (si pensi ad esempio al borgo di Fertilia cittadina edificata in prossimità di Alghero in Sardegna).
Negli anni '60 e '70, Latina visse il mito dello sviluppo industriale. Oggi l'Amministrazione Comunale, anche attraverso la stesura di un nuovo P.R.G., sta cercando di recuperare un passato dignitoso e di mettere fine a quel disordine edilizio che ha caratterizzato l'attività costruttiva del dopoguerra.
lunedì 14 giugno 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1934 Hitler e Mussolini si incontrano per la prima volta.
Fu Venezia lo scenario in cui ebbe luogo, dal 14 al 16 giugno del 34, il primo incontro tra Mussolini e Hitler. Per quest'ultimo fu la prima occasione di effettuare un viaggio all'estero in veste di capo di Stato.
Per espressa volontà di Mussolini furono ostentati sfarzo e lusso e la visita, più volte rimandata dal duce che continuava a considerare il cancelliere un sobillatore, si concluse con un successo personale e politico del capo del Governo italiano.
Davanti ai due argomenti cardine dell'incontro (la questione austriaca e il problema del riarmo della Germania) Mussolini e Hitler rimasero sostanzialmente sulle proprie posizioni.
Oltre a ricostruire la visita di Stato, primo contatto della società italiana con il nazismo e il suo capo, è interessante porre l'attenzione sul ruolo di Venezia in occasione di questo evento.
La visita fu uno spettacolo in cui Mussolini ricoprì il ruolo di primo attore e mise in ombra il suo ospite. La scenografia, e non le questioni strettamente politiche, fu l'interesse principale di Mussolini e, infatti, l'ospite tedesco ne rimase fortemente colpito. La scelta di Venezia, come le tappe dell'incontro, non fu casuale: nella villa Pisani di Stra, dove era stato Napoleone, vi soggiornava ora il "nuovo" imperatore Mussolini che decise di tenere lì il primo dei due colloqui con il cancelliere.
La città lagunare fu un perfetto palcoscenico per mostrare agli occhi di un visitatore esterno la grandezza dell'Italia. Il regime, per mezzo di Venezia, dava di sé un'immagine cosmopolita e poteva presentarsi come una grande potenza culturale. Venezia coniugava in sé il passato e il futuro: accanto all'arte e alla tradizione rinascimentale e barocca si stagliavano l'industria e la modernizzazione, impersonata da figure imprenditoriali e politiche come Volpi, Gaggia, Cini, Giuriati e rappresentata dal nascente Porto Marghera, dalla Mostra del Cinema, dalla Biennale dell'Arte, dal ponte translagunare automobilistico e piazzale Roma, dal ponte all'Accademia e degli Scalzi.
La città era quindi perfetta espressione della politica del regime e ottimo strumento di propaganda delle sue realizzazioni; al contempo era specchio di quel regime che voleva coniugare in ogni campo la tradizione con la modernità, il vecchio con il nuovo.
Il 14 giugno 1934 Hitler e Mussolini si incontrano per la prima volta.
Fu Venezia lo scenario in cui ebbe luogo, dal 14 al 16 giugno del 34, il primo incontro tra Mussolini e Hitler. Per quest'ultimo fu la prima occasione di effettuare un viaggio all'estero in veste di capo di Stato.
Per espressa volontà di Mussolini furono ostentati sfarzo e lusso e la visita, più volte rimandata dal duce che continuava a considerare il cancelliere un sobillatore, si concluse con un successo personale e politico del capo del Governo italiano.
Davanti ai due argomenti cardine dell'incontro (la questione austriaca e il problema del riarmo della Germania) Mussolini e Hitler rimasero sostanzialmente sulle proprie posizioni.
Oltre a ricostruire la visita di Stato, primo contatto della società italiana con il nazismo e il suo capo, è interessante porre l'attenzione sul ruolo di Venezia in occasione di questo evento.
La visita fu uno spettacolo in cui Mussolini ricoprì il ruolo di primo attore e mise in ombra il suo ospite. La scenografia, e non le questioni strettamente politiche, fu l'interesse principale di Mussolini e, infatti, l'ospite tedesco ne rimase fortemente colpito. La scelta di Venezia, come le tappe dell'incontro, non fu casuale: nella villa Pisani di Stra, dove era stato Napoleone, vi soggiornava ora il "nuovo" imperatore Mussolini che decise di tenere lì il primo dei due colloqui con il cancelliere.
La città lagunare fu un perfetto palcoscenico per mostrare agli occhi di un visitatore esterno la grandezza dell'Italia. Il regime, per mezzo di Venezia, dava di sé un'immagine cosmopolita e poteva presentarsi come una grande potenza culturale. Venezia coniugava in sé il passato e il futuro: accanto all'arte e alla tradizione rinascimentale e barocca si stagliavano l'industria e la modernizzazione, impersonata da figure imprenditoriali e politiche come Volpi, Gaggia, Cini, Giuriati e rappresentata dal nascente Porto Marghera, dalla Mostra del Cinema, dalla Biennale dell'Arte, dal ponte translagunare automobilistico e piazzale Roma, dal ponte all'Accademia e degli Scalzi.
La città era quindi perfetta espressione della politica del regime e ottimo strumento di propaganda delle sue realizzazioni; al contempo era specchio di quel regime che voleva coniugare in ogni campo la tradizione con la modernità, il vecchio con il nuovo.
sabato 22 maggio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1937 iniziano i lavori per la costruzione dell'E42, il quartiere di Roma che voleva celebrare il ventennale del fascismo nel 1942.
Le origini del quartiere Eur sono imputabili all'Esposizione Universale. L'idea dell'Esposizione nasce nel 1935, durante il regime fascista, quando il governatore di Roma Giuseppe Bottai espone a Mussolini il suo progetto di una esposizione universale in cui possa essere rappresentata ed esaltata la civiltà italiana. A Mussolini l'idea piacque e decise di programmarla per l'anno 1942, in concomitanza con il ventennale del fascismo.
La prima fase per la preparazione dell'evento fu quella di scegliere un'area da adibire all'Esposizione. Inizialmente furono prese in considerazione tre zone: l'area delle Tre Fontane, la Magliana e Ostia. La Magliana fu quasi subito scartata a causa dell'umidità e delle piene del Tevere; in seguito fu scartata anche Ostia a causa delle spese eccessive per realizzare un settore marino dell'Esposizione. La scelta finale ricadde, dunque, sull'area delle Tre Fontane e venne ufficializzata il 15 dicembre del 1936.
La nuova zona aveva l'obiettivo di costituire un allargamento della città verso il mare, seguendo la direzione della Via Imperiale (oggi Via Cristoforo Colombo) e doveva avere un'impronta fascista. L'imponenza e l'architettura dei palazzi, infatti, si rifa ai fasti dell'antico Impero Romano.
Nel gennaio del 1937 fu istituito un Ente autonomo per progettare la nuova area e l'incarico venne affidato agli architetti Pagano, Piacentini, Piccinato, Rossi e Vietti.
I lavori procedettero molto spediti e già nell'aprile dello stesso anno il progetto era pronto: la zona occupava 400 ettari e prevedeva la costruzione di padiglioni e strutture permanenti. Due aspetti erano estremamente curati: la scenografia e le aree verdi.
Il 26 giugno del 1937 il Commissario generale dell'Ente E42, Vittorio Cini, mostra a Mussolini alcune foto con vedute aeree della zona individuata per l'Esposizione. Nell'area si trovavano alcune baracche di famiglie povere e, per procedere allo sgombero e alla costruzione di nuove abitazioni per accogliere gli sfollati, passarono circa due anni.
Il progetto definitivo fu pronto, quindi, solo nel 1939 ma ormai era scoppiata la guerra, i lavori subirono forti rallentamenti e, nel 1942, anno in cui avrebbe dovuto tenersi L'Esposizione Universale, furono definitivamente interrotti.
Dopo l'istituzione dell'Ente E42 ci si aspettava un rapido sviluppo del progetto e della sua realizzazione, ma in realtà i lavori subirono rallentamenti soprattutto a causa di polemiche e discordie tra gli addetti ai lavori. L'unica cosa su cui concordavano tutti era l'idea di costruire una città autonoma e indipendente che non fosse dedicata esclusivamente all'Esposizione Universale, ma che potesse durare nel tempo.
Nel frattempo l'architetto Piacentini aveva preso il sopravvento sugli altri e si dedicò a delineare quelle che dovevano essere le linee guida del progetto: ampi spazi verdi e imponenti effetti scenografici. L'idea era quella di costruire una città del futuro coniugando modernità e architettura classica dell'Impero Romano, e fu realizzata grazie alla creazione di ampi spazi, all'uso massiccio di marmi, vetri e fontane. L'esempio più indicativo di tutto ciò è oggi visibile nell'area intorno a Piazza Marconi (allora Piazza Imperiale).
Il progetto di Piacentini fu firmato anche dagli altri architetti e fu approvato da Mussolini l'8 aprile del 1937. Nell'occasione venne effettuato un sopralluogo e la piantagione simbolica dei pini.
Alla fine del 1937 l'architetto Piacentini scrisse al vice Presidente dell'E42, Vittorio Cini, e con una lettera del 6 dicembre chiese di diventare capo del Servizio Architettura. La risposta di Cini fu celere e il 13 dicembre Piacentini fu nominato Sovrintendente ai Servizi dell'Architettura. Da quel momento il gruppo si sciolse definitivamente e agli altri quattro architetti vennero assegnati compiti molto marginali.
L'attività dell'Ente E42 comunque procedette spedita, ma le polemiche, soprattutto da parte di riviste specializzate, furono numerose. In questi anni, infatti, furono progettati e iniziati i lavori per alcune delle costruzioni che ancora oggi sono considerati i simboli rappresentativi dell'Eur: il Palazzo della Civiltà Italiana, il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, la Piazza Imperiale con l'Obelisco dedicato a Marconi, la Basilica di SS Pietro e Paolo e il laghetto.
Dopo la fine della guerra la situazione all'Eur era disastrosa: solo pochi palazzi del progetto dell'E42 erano rimasti in piedi e, anche per il fatto che erano riconducibil a un'epoca, quella fascista, che si voleva decisamente dimenticare, si pensò di raderli al suolo. Questa operazione non fu eseguita e i palazzi sono rimasti in piedi ancora oggi.
Nei primi anni si cercò innanzitutto di riqualificare la zona; nel 1951 si decise di cambiare il nome che diventò Eur (sia perché sigla di Esposizione Universale Roma, sia per dare una dimensione europea). Viene nominato quale Commissario Straordinario dell'Ente Virgilio Testa che volle subito riconvertire il quartiere in zona residenziale e amministrativa.
Nel 1952 venne realizzato un piano per costruire nuovi edifici, piano che venne rielaborato nel 1954 in vista dei Giochi Olimpici del 1960.
Nel 1953 venne trasferita la Fiera di Roma da Piazzale Clodio all'Eur, venne allestita la Mostra dell'Agricoltura e, per l'occasione, venne inaugurato il tratto della metropolitana tra la Stazione Ostiense e la Magliana (linea che sarà completata due anni dopo).
Il progetto per la riqualificazione dell'area è stato probabilmente realizzato da Piacentini, aiutato dal suo collaboratore Giorgio Calza Bini. In quegli anni furono costruiti nuovi palazzi dall'aspetto moderno con infissi e vetri scuri (gli esempi più evidenti sono il Palazzo dell'Eni, progettato dagli architetti Bacilugo, Finzi, Nova e Ratti, e il Palazzo della Confindustria. Per i Giochi Olimpici furono realizzate tre opere molto importanti: il Velodromo (progettato da Ligini, Ortensi e Ricci), il Fungo (serbatoio di acqua) e il Palazzo dello Sport (progettato da Nervi e Piacentini).
Al termine dei Giochi Olimpici ci fu una sorta di decadimento di interesse per l'Eur, ma intorno agli anni '80 la situazione cambiò di nuovo e ripresero le attività, ancora oggi in corso, per affermare sempre più l'Eur come centro congressuale e amministrativo.
Il 22 maggio 1937 iniziano i lavori per la costruzione dell'E42, il quartiere di Roma che voleva celebrare il ventennale del fascismo nel 1942.
Le origini del quartiere Eur sono imputabili all'Esposizione Universale. L'idea dell'Esposizione nasce nel 1935, durante il regime fascista, quando il governatore di Roma Giuseppe Bottai espone a Mussolini il suo progetto di una esposizione universale in cui possa essere rappresentata ed esaltata la civiltà italiana. A Mussolini l'idea piacque e decise di programmarla per l'anno 1942, in concomitanza con il ventennale del fascismo.
La prima fase per la preparazione dell'evento fu quella di scegliere un'area da adibire all'Esposizione. Inizialmente furono prese in considerazione tre zone: l'area delle Tre Fontane, la Magliana e Ostia. La Magliana fu quasi subito scartata a causa dell'umidità e delle piene del Tevere; in seguito fu scartata anche Ostia a causa delle spese eccessive per realizzare un settore marino dell'Esposizione. La scelta finale ricadde, dunque, sull'area delle Tre Fontane e venne ufficializzata il 15 dicembre del 1936.
La nuova zona aveva l'obiettivo di costituire un allargamento della città verso il mare, seguendo la direzione della Via Imperiale (oggi Via Cristoforo Colombo) e doveva avere un'impronta fascista. L'imponenza e l'architettura dei palazzi, infatti, si rifa ai fasti dell'antico Impero Romano.
Nel gennaio del 1937 fu istituito un Ente autonomo per progettare la nuova area e l'incarico venne affidato agli architetti Pagano, Piacentini, Piccinato, Rossi e Vietti.
I lavori procedettero molto spediti e già nell'aprile dello stesso anno il progetto era pronto: la zona occupava 400 ettari e prevedeva la costruzione di padiglioni e strutture permanenti. Due aspetti erano estremamente curati: la scenografia e le aree verdi.
Il 26 giugno del 1937 il Commissario generale dell'Ente E42, Vittorio Cini, mostra a Mussolini alcune foto con vedute aeree della zona individuata per l'Esposizione. Nell'area si trovavano alcune baracche di famiglie povere e, per procedere allo sgombero e alla costruzione di nuove abitazioni per accogliere gli sfollati, passarono circa due anni.
Il progetto definitivo fu pronto, quindi, solo nel 1939 ma ormai era scoppiata la guerra, i lavori subirono forti rallentamenti e, nel 1942, anno in cui avrebbe dovuto tenersi L'Esposizione Universale, furono definitivamente interrotti.
Dopo l'istituzione dell'Ente E42 ci si aspettava un rapido sviluppo del progetto e della sua realizzazione, ma in realtà i lavori subirono rallentamenti soprattutto a causa di polemiche e discordie tra gli addetti ai lavori. L'unica cosa su cui concordavano tutti era l'idea di costruire una città autonoma e indipendente che non fosse dedicata esclusivamente all'Esposizione Universale, ma che potesse durare nel tempo.
Nel frattempo l'architetto Piacentini aveva preso il sopravvento sugli altri e si dedicò a delineare quelle che dovevano essere le linee guida del progetto: ampi spazi verdi e imponenti effetti scenografici. L'idea era quella di costruire una città del futuro coniugando modernità e architettura classica dell'Impero Romano, e fu realizzata grazie alla creazione di ampi spazi, all'uso massiccio di marmi, vetri e fontane. L'esempio più indicativo di tutto ciò è oggi visibile nell'area intorno a Piazza Marconi (allora Piazza Imperiale).
Il progetto di Piacentini fu firmato anche dagli altri architetti e fu approvato da Mussolini l'8 aprile del 1937. Nell'occasione venne effettuato un sopralluogo e la piantagione simbolica dei pini.
Alla fine del 1937 l'architetto Piacentini scrisse al vice Presidente dell'E42, Vittorio Cini, e con una lettera del 6 dicembre chiese di diventare capo del Servizio Architettura. La risposta di Cini fu celere e il 13 dicembre Piacentini fu nominato Sovrintendente ai Servizi dell'Architettura. Da quel momento il gruppo si sciolse definitivamente e agli altri quattro architetti vennero assegnati compiti molto marginali.
L'attività dell'Ente E42 comunque procedette spedita, ma le polemiche, soprattutto da parte di riviste specializzate, furono numerose. In questi anni, infatti, furono progettati e iniziati i lavori per alcune delle costruzioni che ancora oggi sono considerati i simboli rappresentativi dell'Eur: il Palazzo della Civiltà Italiana, il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, la Piazza Imperiale con l'Obelisco dedicato a Marconi, la Basilica di SS Pietro e Paolo e il laghetto.
Dopo la fine della guerra la situazione all'Eur era disastrosa: solo pochi palazzi del progetto dell'E42 erano rimasti in piedi e, anche per il fatto che erano riconducibil a un'epoca, quella fascista, che si voleva decisamente dimenticare, si pensò di raderli al suolo. Questa operazione non fu eseguita e i palazzi sono rimasti in piedi ancora oggi.
Nei primi anni si cercò innanzitutto di riqualificare la zona; nel 1951 si decise di cambiare il nome che diventò Eur (sia perché sigla di Esposizione Universale Roma, sia per dare una dimensione europea). Viene nominato quale Commissario Straordinario dell'Ente Virgilio Testa che volle subito riconvertire il quartiere in zona residenziale e amministrativa.
Nel 1952 venne realizzato un piano per costruire nuovi edifici, piano che venne rielaborato nel 1954 in vista dei Giochi Olimpici del 1960.
Nel 1953 venne trasferita la Fiera di Roma da Piazzale Clodio all'Eur, venne allestita la Mostra dell'Agricoltura e, per l'occasione, venne inaugurato il tratto della metropolitana tra la Stazione Ostiense e la Magliana (linea che sarà completata due anni dopo).
Il progetto per la riqualificazione dell'area è stato probabilmente realizzato da Piacentini, aiutato dal suo collaboratore Giorgio Calza Bini. In quegli anni furono costruiti nuovi palazzi dall'aspetto moderno con infissi e vetri scuri (gli esempi più evidenti sono il Palazzo dell'Eni, progettato dagli architetti Bacilugo, Finzi, Nova e Ratti, e il Palazzo della Confindustria. Per i Giochi Olimpici furono realizzate tre opere molto importanti: il Velodromo (progettato da Ligini, Ortensi e Ricci), il Fungo (serbatoio di acqua) e il Palazzo dello Sport (progettato da Nervi e Piacentini).
Al termine dei Giochi Olimpici ci fu una sorta di decadimento di interesse per l'Eur, ma intorno agli anni '80 la situazione cambiò di nuovo e ripresero le attività, ancora oggi in corso, per affermare sempre più l'Eur come centro congressuale e amministrativo.
mercoledì 28 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 28 aprile.
Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati nei pressi di Dongo, dopo che il tentativo di fuga verso la Germania era stato sventato.
Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, dopo aver rifiutato una proposta di resa offertagli dai rappresentanti del C.L.N. con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, la sera del 25 aprile Mussolini lascia Milano e parte in direzione del lago di Como, verso la frontiera con la Svizzera. I motivi di tale scelta, a quanto sembra, furono il tentativo di raggiungere la Valtellina dove già da alcune settimane alcuni gerarchi fascisti prospettavano di costituire un estremo baluardo di resistenza, oppure tentare di entrare nella neutrale Svizzera ed avviare da lì trattative con diplomatici americani. La notte raggiunge la prefettura di Como e si ferma lì fino all'indomani.
Il pomeriggio del 26 aprile riparte, scortato da alcuni gerarchi fascisti, dall'amante Claretta Petacci che l'aveva raggiunto nel frattempo e da un gruppo di nazisti che avevano ricevuto l'ordine da Hitler di scortare verso la Germania il Duce (o sorvegliarlo, onde evitare che tentasse la fuga in Svizzera?). Dopo essersi spostato nel piccolo paese di Grandola ed Uniti, esattamente nella frazione di Cardano, Mussolini alloggia per la notte presso l'Hotel Miramare (cosi indicato sulle cartine militari dell'epoca, identificato localmente come "Hotel Miravalle"). Questo Hotel era sito a pochi metri di distanza dal campo di Golf di Menaggio frequentato da persone vicine agli Angloamericani, in prossimita della stazione ferroviaria di Cardano, linea Menaggio-Porlezza (attualmente non più in uso). La Zona fortificata come ultimo fronte fin già dal 1915 (ancora individuabile dalle costruzioni presenti), è nei pressi della frontiera; era ben conosciuta anche per alcuni studi topografici fatti nel periodo fascista per il possibile sfruttamento minerario, ed inoltre per la vicinanza con il confine. Appare incredibile che Mussolini non abbia tentato di passare il confine in quelle zone, per evitare di essere fermato da qualche posto di blocco (i partigiani della zona era molto presenti sul lago di Como, poco verso quel confine che era zona franca di contrabbando di spalloni, i quali avevano facile accesso alla Svizzera). Ciò che forse lo fermò, è che non sapeva che le truppe Svizzere presenti sin a qualche giorno prima sul confine erano state spostate presso la frontiera di Chiasso, per impedire lo sbando dei militari tedeschi in ritirata.
La mattina del 27 aprile il Duce (non riuscendo o non volendo distaccarsi dai tedeschi), insieme ai gerarchi fascisti con famiglie al seguito, ritorna verso il lungolago a Menaggio e si aggrega ad una colonna di tedeschi in ritirata verso il nord per tentare di passare il confine verso i Grigioni, frontiera più disponibile e meno difesa dagli Svizzeri. Il convoglio prosegue fino a Musso. Lì viene fermato dai partigiani, che iniziarono a trattare coi tedeschi riguardo al permesso di poter proseguire e giungono al seguente accordo: i tedeschi possono proseguire per alcuni chilometri fino al prossimo posto di blocco partigiano, ma i fascisti saranno arrestati subito. Il Duce, su consiglio di un ufficiale tedesco, si traveste con un'uniforme nazista e sale su uno dei camion dei soldati tedeschi. Gli altri gerarchi fascisti vengono quasi tutti arrestati ed il giorno seguente fucilati sul lungolago. Gli autocarri tedeschi (con a bordo il Duce) proseguono, ma giunti al successivo posto di blocco viene fatto un controllo e Mussolini viene riconosciuto da un partigiano, (soprannominato Bill) e immediatamente arrestato. Viene portato via sotto scorta armata e viene piantonato da due giovani partigiani presso una famiglia di antifascisti (casa De Maria) a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, dove nel frattempo viene portata anche Claretta, che aveva espresso il desiderio di poter condividere la prigionia con lui.
Fin qui l'esigua traccia certa. In seguito si innestano invece diverse altre ricostruzioni che non solo sono fra loro in qualche punto contrastanti, ma che nemmeno furono sempre narrate, nel tempo, allo stesso modo.
Da qui prelevati, secondo la versione ufficiale, poi cambiata almeno quattro volte dallo stesso colonnello Valerio (nome di battaglia del partigiano Walter Audisio), poco dopo le ore 16 del 28 aprile Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati a Giulino di Mezzegra. Eseguite le condanne degli altri gerarchi a Dongo, il 29 aprile i cadaveri sono trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto. La folla - memore della strage lì perpetrata dei nazifascisti il 10 agosto del 1944, quando 15 partigiani erano stati fucilati ed esposti al pubblico - subito si accanisce contro i corpi. Per evitare lo scempio, i cadaveri vengono issati a testa in giù e appesi alla pensilina di un distributore di benzina.
Permangono dubbi sui materiali esecutori della condanna a morte, sulle reali motivazioni, sui passaggi di consegne dal luogo della cattura sul camion tedesco fino a piazzale Loreto, sugli eventuali rapporti con inviati di potenze straniere; la quantità di dubbi è tale da inficiare conseguentemente l'attendibilità anche dei riferiti dettagli tecnici e pratici, ad esempio luoghi e persone.
Walter Audisio (conosciuto sia col nome di battaglia di colonnello Valerio che colonnello Giovanbattista Magnoli) era al tempo capo di un raggruppamento delle forze partigiane con funzioni di polizia. La sua figura emerse, direttamente con riferimento a questi fatti, negli anni '60, quando il quotidiano "L'Unità" (organo del PCI, per il quale Audisio fu poi deputato) diede notizia del suo coinvolgimento. Metà della notizia non era in verità nuovissima, essendo il nome del colonnello Valerio già circolato nell'immediato, ciò malgrado non se ne conosceva l'identità e l'Audisio non aveva mai dato modo di parlare di sé, solo essendo noto in qualche ambiente di militanza; tutti "sapevano" che Mussolini era stato fucilato dal colonnello Valerio, ma nessuno avrebbe detto che si trattasse di Audisio. Identificandosi con quel Valerio, Audisio sostenne, non senza qualche contraddizione fra le sue stesse versioni, di essere in pratica il responsabile e l'autore materiale della fucilazione di Mussolini.
Nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, affermò, ricevette dal generale Raffaele Cadorna l'ordine di uccidere Mussolini. Si trattava comunque di un ordine che contraddiceva le clausole dell'armistizio di Cassibile e gli accordi sottoscritti dal CLNAI, secondo i quali Mussolini doveva essere consegnato vivo agli Alleati. Secondo alcuni storici parte delle forze partigiane temevano che una volta consegnato agli alleati sarebbe stato rimesso al potere nell'arco di qualche anno, da qui la decisione di non rispettare gli accordi dell'armistizio e di procedere alla sua condanna a morte. Alle 7 del mattino successivo, un convoglio guidato dal colonnello Valerio partì alla volta di Como, ove si trattenne fino alle 12.15, per poi spostarsi a Dongo, dove arrivò alle 14.10. Qui Valerio e i suoi uomini avrebbero comunicato ai partigiani locali che avevano in custodia Mussolini ed i gerarchi dal pomeriggio avanti, e di voler fucilare i prigionieri.
Di fronte al rifiuto dei partigiani locali di rivelare dove si trovasse Mussolini, che essi volevano portare a Como, Audisio ricorse ad un espediente ed alle 15.15 poté partire con una Fiat 1100 nera verso Giulino di Mezzegra, distante 21 km, più a sud, dove - in frazione Bonzanigo l'ex dittatore era tenuto prigioniero presso una famiglia di Antifascisti (casa De Maria).
Da questo punto la narrazione diviene meno chiara. Audisio fornì ben quattro differenti versioni della sua presentazione a Mussolini. Ciò provocò in seguito polemiche e dubbi sul modo in cui effettivamente si svolsero i fatti.
Molti testimoni affermarono che, usciti di casa, Audisio, i partigiani e Mussolini si recarono alla macchina. Nessuno dei testimoni ha però saputo dire con esattezza quanti fossero i partigiani di scorta e come fossero vestiti i prigionieri. Mussolini e la Petacci, saliti dietro, furono fatti scendere in un angusto vialetto (via XXIV Maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza della zona situata in posizione assai riparata. Quello che lì accadde è ancora oggi poco chiaro, complici le diverse versioni di Valerio così come di Guido e Michele Moretti, gli altri 2 partigiani che si trovavano con lui in quel momento (l'autista dell'auto e l'altro passeggero sul sedile anteriore).
Sempre secondo Valerio, apprestandosi ad eseguire la fucilazione, gli si incepparono il mitra e la pistola. Per sparare a Mussolini usò perciò l'arma di Moretti, il quale però, dopo la morte di Audisio, affermò di essere stato lui a sparare perché le armi di Audisio non funzionavano. Inoltre Guido affermò d'aver sparato il colpo di grazia, che però venne rivendicato anche da un altro partigiano azzanese.
Alle 17 il colonnello Valerio ritornò a Dongo per fucilare gli altri gerarchi, dopo aver lasciato alle 16.20 Guido e Moretti di guardia ai corpi davanti a Villa Belmonte. Alle 17.48, a Dongo, tutti i 16 gerarchi erano morti.
Caricati i loro cadaveri su un camion, Valerio partì per Milano verso le 20, passando a recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Durante il viaggio di ritorno la colonna si imbatté in altri partigiani e in posti di blocco alleati che le diedero qualche problema. Tuttavia alle 3.40 di domenica 29 aprile giunse in Piazzale Loreto.
Ad oggi nessuno sa con esattezza chi diede l'ordine di portare i cadaveri in quel piazzale. Il CLN emise in giornata un messaggio di deplorazione firmato da tutte le sue componenti, inclusa la comunista. Nessuno, tuttavia, si assunse la responsabilità di aver ordinato il trasporto delle salme in quel luogo. Solo Valerio disse più tardi che l'ordine era partito dal comando generale, ma non venne creduto. Audisio decise di scaricare i cadaveri nel lato della piazza in cui il 10 agosto 1944, per rappresaglia, i tedeschi avevano fatto uccidere dai fascisti quindici partigiani. I corpi dei 15 uomini erano stati lì abbandonati in custodia a militi fascisti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.
Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Qualche ora dopo la piazza si riempì, complice un passaparola che aveva in un lampo attraversato tutta Milano. Iniziava così una vicenda che pochi anni fa è stata resa di pubblica notorietà nei suoi dettagli più scabrosi con la pubblicazione di alcuni reperti filmati girati dalle truppe americane di occupazione, che per decenni erano rimasti secretati; ne venivano confermati i resoconti già in precedenza anticipati da altri testimoni (ad esempio Indro Montanelli), ma che non erano stati creduti per la loro crudezza.
Nella piazza si udirono scariche di mitra, le prime file di folla venivano spinte verso i cadaveri calpestandoli, prendendoli a calci. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola per vendicare i propri cinque figli morti. Mentre sui cadaveri venivano gettati ortaggi e persone delle prime file sputavano sui corpi, a Mussolini fu messo in mano un gagliardetto fascista, fu sfilata la cintura e tolto lo stivale destro (presumibilmente i due oggetti furono presi per essere conservati come ricordo del duce) e qualcuno orinò sul cadavere della Petacci.
Al gruppo dei cadaveri venne aggiunto anche il corpo senza vita del gerarca Achille Starace, appena catturato nei dintorni, mentre ignaro di tutto era uscito di casa in tuta da ginnastica per la quotidiana corsa, e fucilato con una raffica di mitra alla schiena. Alle 11, dopo che una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte aveva lavato abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi e ortaggi, gli stessi pompieri ne appesero cinque per i piedi, alla pensilina del distributore di carburante ESSO allo sbocco di Viale Brianza, secondo alcuni per fare in modo che tutti potessero vedere i cadaveri, secondo altri quasi a voler preservare i più odiati dall'oltraggio della folla.
Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati nei pressi di Dongo, dopo che il tentativo di fuga verso la Germania era stato sventato.
Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, dopo aver rifiutato una proposta di resa offertagli dai rappresentanti del C.L.N. con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, la sera del 25 aprile Mussolini lascia Milano e parte in direzione del lago di Como, verso la frontiera con la Svizzera. I motivi di tale scelta, a quanto sembra, furono il tentativo di raggiungere la Valtellina dove già da alcune settimane alcuni gerarchi fascisti prospettavano di costituire un estremo baluardo di resistenza, oppure tentare di entrare nella neutrale Svizzera ed avviare da lì trattative con diplomatici americani. La notte raggiunge la prefettura di Como e si ferma lì fino all'indomani.
Il pomeriggio del 26 aprile riparte, scortato da alcuni gerarchi fascisti, dall'amante Claretta Petacci che l'aveva raggiunto nel frattempo e da un gruppo di nazisti che avevano ricevuto l'ordine da Hitler di scortare verso la Germania il Duce (o sorvegliarlo, onde evitare che tentasse la fuga in Svizzera?). Dopo essersi spostato nel piccolo paese di Grandola ed Uniti, esattamente nella frazione di Cardano, Mussolini alloggia per la notte presso l'Hotel Miramare (cosi indicato sulle cartine militari dell'epoca, identificato localmente come "Hotel Miravalle"). Questo Hotel era sito a pochi metri di distanza dal campo di Golf di Menaggio frequentato da persone vicine agli Angloamericani, in prossimita della stazione ferroviaria di Cardano, linea Menaggio-Porlezza (attualmente non più in uso). La Zona fortificata come ultimo fronte fin già dal 1915 (ancora individuabile dalle costruzioni presenti), è nei pressi della frontiera; era ben conosciuta anche per alcuni studi topografici fatti nel periodo fascista per il possibile sfruttamento minerario, ed inoltre per la vicinanza con il confine. Appare incredibile che Mussolini non abbia tentato di passare il confine in quelle zone, per evitare di essere fermato da qualche posto di blocco (i partigiani della zona era molto presenti sul lago di Como, poco verso quel confine che era zona franca di contrabbando di spalloni, i quali avevano facile accesso alla Svizzera). Ciò che forse lo fermò, è che non sapeva che le truppe Svizzere presenti sin a qualche giorno prima sul confine erano state spostate presso la frontiera di Chiasso, per impedire lo sbando dei militari tedeschi in ritirata.
La mattina del 27 aprile il Duce (non riuscendo o non volendo distaccarsi dai tedeschi), insieme ai gerarchi fascisti con famiglie al seguito, ritorna verso il lungolago a Menaggio e si aggrega ad una colonna di tedeschi in ritirata verso il nord per tentare di passare il confine verso i Grigioni, frontiera più disponibile e meno difesa dagli Svizzeri. Il convoglio prosegue fino a Musso. Lì viene fermato dai partigiani, che iniziarono a trattare coi tedeschi riguardo al permesso di poter proseguire e giungono al seguente accordo: i tedeschi possono proseguire per alcuni chilometri fino al prossimo posto di blocco partigiano, ma i fascisti saranno arrestati subito. Il Duce, su consiglio di un ufficiale tedesco, si traveste con un'uniforme nazista e sale su uno dei camion dei soldati tedeschi. Gli altri gerarchi fascisti vengono quasi tutti arrestati ed il giorno seguente fucilati sul lungolago. Gli autocarri tedeschi (con a bordo il Duce) proseguono, ma giunti al successivo posto di blocco viene fatto un controllo e Mussolini viene riconosciuto da un partigiano, (soprannominato Bill) e immediatamente arrestato. Viene portato via sotto scorta armata e viene piantonato da due giovani partigiani presso una famiglia di antifascisti (casa De Maria) a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, dove nel frattempo viene portata anche Claretta, che aveva espresso il desiderio di poter condividere la prigionia con lui.
Fin qui l'esigua traccia certa. In seguito si innestano invece diverse altre ricostruzioni che non solo sono fra loro in qualche punto contrastanti, ma che nemmeno furono sempre narrate, nel tempo, allo stesso modo.
Da qui prelevati, secondo la versione ufficiale, poi cambiata almeno quattro volte dallo stesso colonnello Valerio (nome di battaglia del partigiano Walter Audisio), poco dopo le ore 16 del 28 aprile Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati a Giulino di Mezzegra. Eseguite le condanne degli altri gerarchi a Dongo, il 29 aprile i cadaveri sono trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto. La folla - memore della strage lì perpetrata dei nazifascisti il 10 agosto del 1944, quando 15 partigiani erano stati fucilati ed esposti al pubblico - subito si accanisce contro i corpi. Per evitare lo scempio, i cadaveri vengono issati a testa in giù e appesi alla pensilina di un distributore di benzina.
Permangono dubbi sui materiali esecutori della condanna a morte, sulle reali motivazioni, sui passaggi di consegne dal luogo della cattura sul camion tedesco fino a piazzale Loreto, sugli eventuali rapporti con inviati di potenze straniere; la quantità di dubbi è tale da inficiare conseguentemente l'attendibilità anche dei riferiti dettagli tecnici e pratici, ad esempio luoghi e persone.
Walter Audisio (conosciuto sia col nome di battaglia di colonnello Valerio che colonnello Giovanbattista Magnoli) era al tempo capo di un raggruppamento delle forze partigiane con funzioni di polizia. La sua figura emerse, direttamente con riferimento a questi fatti, negli anni '60, quando il quotidiano "L'Unità" (organo del PCI, per il quale Audisio fu poi deputato) diede notizia del suo coinvolgimento. Metà della notizia non era in verità nuovissima, essendo il nome del colonnello Valerio già circolato nell'immediato, ciò malgrado non se ne conosceva l'identità e l'Audisio non aveva mai dato modo di parlare di sé, solo essendo noto in qualche ambiente di militanza; tutti "sapevano" che Mussolini era stato fucilato dal colonnello Valerio, ma nessuno avrebbe detto che si trattasse di Audisio. Identificandosi con quel Valerio, Audisio sostenne, non senza qualche contraddizione fra le sue stesse versioni, di essere in pratica il responsabile e l'autore materiale della fucilazione di Mussolini.
Nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, affermò, ricevette dal generale Raffaele Cadorna l'ordine di uccidere Mussolini. Si trattava comunque di un ordine che contraddiceva le clausole dell'armistizio di Cassibile e gli accordi sottoscritti dal CLNAI, secondo i quali Mussolini doveva essere consegnato vivo agli Alleati. Secondo alcuni storici parte delle forze partigiane temevano che una volta consegnato agli alleati sarebbe stato rimesso al potere nell'arco di qualche anno, da qui la decisione di non rispettare gli accordi dell'armistizio e di procedere alla sua condanna a morte. Alle 7 del mattino successivo, un convoglio guidato dal colonnello Valerio partì alla volta di Como, ove si trattenne fino alle 12.15, per poi spostarsi a Dongo, dove arrivò alle 14.10. Qui Valerio e i suoi uomini avrebbero comunicato ai partigiani locali che avevano in custodia Mussolini ed i gerarchi dal pomeriggio avanti, e di voler fucilare i prigionieri.
Di fronte al rifiuto dei partigiani locali di rivelare dove si trovasse Mussolini, che essi volevano portare a Como, Audisio ricorse ad un espediente ed alle 15.15 poté partire con una Fiat 1100 nera verso Giulino di Mezzegra, distante 21 km, più a sud, dove - in frazione Bonzanigo l'ex dittatore era tenuto prigioniero presso una famiglia di Antifascisti (casa De Maria).
Da questo punto la narrazione diviene meno chiara. Audisio fornì ben quattro differenti versioni della sua presentazione a Mussolini. Ciò provocò in seguito polemiche e dubbi sul modo in cui effettivamente si svolsero i fatti.
Molti testimoni affermarono che, usciti di casa, Audisio, i partigiani e Mussolini si recarono alla macchina. Nessuno dei testimoni ha però saputo dire con esattezza quanti fossero i partigiani di scorta e come fossero vestiti i prigionieri. Mussolini e la Petacci, saliti dietro, furono fatti scendere in un angusto vialetto (via XXIV Maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza della zona situata in posizione assai riparata. Quello che lì accadde è ancora oggi poco chiaro, complici le diverse versioni di Valerio così come di Guido e Michele Moretti, gli altri 2 partigiani che si trovavano con lui in quel momento (l'autista dell'auto e l'altro passeggero sul sedile anteriore).
Sempre secondo Valerio, apprestandosi ad eseguire la fucilazione, gli si incepparono il mitra e la pistola. Per sparare a Mussolini usò perciò l'arma di Moretti, il quale però, dopo la morte di Audisio, affermò di essere stato lui a sparare perché le armi di Audisio non funzionavano. Inoltre Guido affermò d'aver sparato il colpo di grazia, che però venne rivendicato anche da un altro partigiano azzanese.
Alle 17 il colonnello Valerio ritornò a Dongo per fucilare gli altri gerarchi, dopo aver lasciato alle 16.20 Guido e Moretti di guardia ai corpi davanti a Villa Belmonte. Alle 17.48, a Dongo, tutti i 16 gerarchi erano morti.
Caricati i loro cadaveri su un camion, Valerio partì per Milano verso le 20, passando a recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Durante il viaggio di ritorno la colonna si imbatté in altri partigiani e in posti di blocco alleati che le diedero qualche problema. Tuttavia alle 3.40 di domenica 29 aprile giunse in Piazzale Loreto.
Ad oggi nessuno sa con esattezza chi diede l'ordine di portare i cadaveri in quel piazzale. Il CLN emise in giornata un messaggio di deplorazione firmato da tutte le sue componenti, inclusa la comunista. Nessuno, tuttavia, si assunse la responsabilità di aver ordinato il trasporto delle salme in quel luogo. Solo Valerio disse più tardi che l'ordine era partito dal comando generale, ma non venne creduto. Audisio decise di scaricare i cadaveri nel lato della piazza in cui il 10 agosto 1944, per rappresaglia, i tedeschi avevano fatto uccidere dai fascisti quindici partigiani. I corpi dei 15 uomini erano stati lì abbandonati in custodia a militi fascisti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.
Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Qualche ora dopo la piazza si riempì, complice un passaparola che aveva in un lampo attraversato tutta Milano. Iniziava così una vicenda che pochi anni fa è stata resa di pubblica notorietà nei suoi dettagli più scabrosi con la pubblicazione di alcuni reperti filmati girati dalle truppe americane di occupazione, che per decenni erano rimasti secretati; ne venivano confermati i resoconti già in precedenza anticipati da altri testimoni (ad esempio Indro Montanelli), ma che non erano stati creduti per la loro crudezza.
Nella piazza si udirono scariche di mitra, le prime file di folla venivano spinte verso i cadaveri calpestandoli, prendendoli a calci. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola per vendicare i propri cinque figli morti. Mentre sui cadaveri venivano gettati ortaggi e persone delle prime file sputavano sui corpi, a Mussolini fu messo in mano un gagliardetto fascista, fu sfilata la cintura e tolto lo stivale destro (presumibilmente i due oggetti furono presi per essere conservati come ricordo del duce) e qualcuno orinò sul cadavere della Petacci.
Al gruppo dei cadaveri venne aggiunto anche il corpo senza vita del gerarca Achille Starace, appena catturato nei dintorni, mentre ignaro di tutto era uscito di casa in tuta da ginnastica per la quotidiana corsa, e fucilato con una raffica di mitra alla schiena. Alle 11, dopo che una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte aveva lavato abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi e ortaggi, gli stessi pompieri ne appesero cinque per i piedi, alla pensilina del distributore di carburante ESSO allo sbocco di Viale Brianza, secondo alcuni per fare in modo che tutti potessero vedere i cadaveri, secondo altri quasi a voler preservare i più odiati dall'oltraggio della folla.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(255)
-
▼
settembre
(11)
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(11)











