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martedì 8 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compromesso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall'invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all'annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all'esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all'indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all'aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all'attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.
lunedì 13 ottobre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1990 ha fine la guerra civile in Libano.
La guerra civile del Libano è stato un brutale conflitto di faglia, inteso come terreno di scontro di opposte culture, orientamenti religiosi, etnie, rivendicazioni politiche e/o ideologiche. Le sue origini risalgono alla caduta dell’Impero Ottomano, che nel bene e nel male aveva mantenuto sotto il suo imperio una certa stabilità in tutta la regione per circa quattro secoli, e l’avvento della Francia come nuova superpotenza regionale.
Grazie al mandato della Società delle Nazioni – ma soprattutto agli accordi segreti di Sykes-Picot tra i governi di Londra e Parigi, che ne avevano preparato il terreno, in contrasto con le promesse britanniche fatte agli alleati arabi – la Francia aveva ottenuto sia il Libano che la Siria come sue zone di influenza. Per mantenere il proprio predominio i transalpini si allearono con la classe dirigente locale di fede cristiano-maronita, che affiancò in ruoli importanti di governo locale.
I cristiani, nelle tre correnti principali di maroniti, greco-ortodossi e greco-uniati (ovvero di rito bizantino ma cattolici fedeli al Pontefice di Roma) risultavano essere la maggioranza relativa della popolazione, e al loro interno vantavano l’élite più ricca e influente nel paese, mettendo in ombra i drusi e i mussulmani sciiti e sunniti. Per tale affinità religiosa i francesi privilegiarono le comunità cristiane, facendone il baluardo del loro potere. Allo stesso tempo queste ultime videro Parigi come un punto di riferimento sociale e culturale, creando un rapporto privilegiato che sopravvisse anche oltre l’indipendenza.
Nel 1943, a causa della caduta della Francia in mano tedesca e all’occupazione britannica della regione, il leader cristiano-maronita Bishara al-Khuri – che divenne il primo presidente – negoziò con tutte le forze politiche e religiose libanesi in vista di una pacifica via verso una stabile indipendenza. Dal suo impegno vide la luce il cosiddetto “Patto Nazionale”, che resse tra alti e bassi fino allo scoppio definitivo della guerra civile nel 1975.
Il nocciolo di questo accordo era molto semplice: dividere equamente le posizioni di potere tra le varie componenti nazionali. In pratica secondo il suo disegno, accettato in forma di gentlemen’s agreement e quindi non messo nero su bianco in una Costituzione, ci sarebbe stato sempre un Presidente della Repubblica cristiano-maronita, un Primo Ministro sunnita, un Presidente dell’Assemblea Nazionale sciita e un Vice-Presidente greco-ortodosso. Ogni incarico di governo sarebbe stato ripartito secondo uno schema di delicati equilibri di pesi e contrappesi, in modo da non avvantaggiare in modo eccessivo un’etnia o religione rispetto alle altre.
A corollario di tutto questo, le classi dirigenti cristiane accettarono formalmente l’identificazione del paese nel mondo arabo, affievolendo il legame profondo con i francesi. Al contempo i musulmani dovettero lasciar perdere l’orientamento filo-arabo e soprattutto l’idea di una futura integrazione – leggasi, visti gli accadimenti futuri, annessione – alla vicina e ambiziosa Siria.
I problemi giunsero pochi anni dopo. Nel 1948, infatti, il Libano partecipò alla coalizione pan-araba unitasi contro Israele, uscendone sconfitto. In virtù degli accordi presi con i suoi alleati, il piccolo paese accettò di ospitare nel suo territorio ben 150.000 profughi palestinesi, che diedero un primo scossone al delicato equilibrio etnico-religioso dello Stato.
A questo si unì il nascente nazionalismo arabo filo-comunista di Gamal Abd el-Nasser, nuovo leader carismatico dell’Egitto, che nella seconda metà degli anni ’50 entrò in rotta di collisione con Gran Bretagna, Francia e Israele per il Canale di Suez. Il Libano, guidato dal maronita Camille Chamoun, decise di non sostenere le pretese panarabe del presidente egiziano, creando una spaccatura con le frange più giovani e dinamiche dei musulmani libanesi, che vedevano in Nasser un capo della riscossa nazionale contro l’Occidente e Israele.
La tensione giunse al calor bianco nel febbraio del 1958, quando Egitto e Siria si unirono nell’effimera Repubblica Araba Unita, o RAU. Ovviamente le forze islamiche nel paese dei Cedri volevano unirsi a questo nuovo gigante politico, ma furono osteggiate da Chamoun e dai cristiani.
Questo fatto portò, durante lo stesso anno, ad un assaggio di quello che scoppierà un decennio e mezzo dopo. L’opposizione politica al presidente si compattò intorno al primo ministro Rashid Karame, che unì sotto di sé filo-nasseriani, comunisti e socialisti, che iniziarono una serie di scioperi e proteste, che ben presto degenerarono in attentati, omicidi e la formazione delle prime milizie armate etnico-religiose che diventeranno tristemente famose durante la guerra civile.
Chamoun, in ottemperanza al Patto di Baghdad, un accordo stretto dei paesi mediorientali con gli Stati Uniti per prevenire un’espansione comunista in quello scacchiere, chiese un intervento militare americano per ristabilire l’ordine. Eisenhower, all’epoca presidente, non voleva in principio impegnarsi, ma la caduta del regime filo-occidentale dell’Iraq e il suo riallineamento in chiave filo-nasseriana fecero temere alla leadership statunitense un possibile collasso anche di Giordania e Libano, perciò venne autorizzato l’invio di 20.000 tra soldati e marines e della Sesta Flotta del Mediterraneo.
La potenza e il prestigio USA erano al loro apice e in brevissimo tempo, usando una buona miscela di intimidazione e diplomazia, la crisi fu sventata e la spirale di violenze disinnescata prima di una sua piena esplosione. Il generale Fu’ad Shihab, che si era impegnato affinché l’esercito libanese rimanesse neutrale durante i mesi delicati di interregno, fu apprezzato da tutte le parti ed eletto quindi presidente del paese, ristabilendo il “Patto Nazionale” del 1943 fino alla fine degli anni ’60.
Tra il 1967 e il 1973 la situazione si aggravò in maniera irreversibile a causa delle sconfitte arabe della Guerra dei Sei Giorni e dello Yom Kippur, ma soprattutto in seguito alla violenta cacciata dei palestinesi – con il loro braccio armato dell’OLP – da parte del sovrano di Giordania Ḥusayn bin Ṭalāl, che temendo un loro prossimo colpo di Stato agì in maniera preventiva durante il celebre Aylūl Al-Aswad o “Settembre Nero” del 1970.
A causa di questi tragici avvenimenti, la popolazione palestinese in Libano superò le oltre 300.000 persone, tra cui migliaia di miliziani e terroristi dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questi soffiarono sul fuoco dell’insofferenza musulmana e drusa nel piccolo paese, che si sentiva non adeguatamente rappresentata – oltre che molto più povera – nel governo e nell’economia, rispetto alla supremazia dei cristiani in generale e dei maroniti in particolare.
Tutti gli elementi del conflitto di faglia erano ora pronti, bastava una scintilla. Questa venne innescata dai palestinesi, che il 13 aprile del 1975 aprirono il fuoco con dei mitra contro un gruppo di cristiani che assistevano alla consacrazione di una chiesa a Beirut, nel quartiere ʿAyn al-Rummāna, uccidendo quattro persone e ferendone il doppio. Poche ore dopo membri delle milizie maronite attaccarono un gruppo di guerriglieri palestinesi che si stavano muovendo nell’area con le medesime intenzioni, annientandoli dopo un violento scontro a fuoco.
Il conflitto interno, una delle peggiori tragedie che possono travolgere una Nazione, perdurò per quindici anni, sostenuto e incancrenito da interventi di attori esterni. I capofila delle due fazioni antagoniste erano il partito falangista cristiano-maronita di Pierre Gemayel da un lato e il Partito Socialista Progressista dall’altro, sotto la cui ala si riunivano palestinesi, sunniti, sciiti e drusi libanesi.
Questi si resero protagonisti di massacri indiscriminati nei campi profughi palestinesi, nei quartieri o nei villaggi musulmani o cristiani. Beirut, un tempo considerata il cuore della Svizzera del Medio Oriente, un centro di benessere, ricchezza, tolleranza e cultura in una regione difficile, diventò un campo di battaglia per cecchini, autobombe e miliziani armati di kalašnikov.
Lo schema era sempre lo stesso. Una fazione compiva una strage – ad esempio a Qarantina, il 18 gennaio 1976, dove le milizie cristiane uccisero più di 1.000 persone tra curdi, siriani e palestinesi – e pochi giorni dopo scattava una sanguinosa risposta – come a Damur, villaggio cristiano attaccato dall’OLP, con oltre 500 morti e tutti i restanti abitanti scappati.
Nel 1978 la Siria, intervenuta due anni prima con l’assenso della Lega Araba come forza di dissuasione tra le parti in lotta, manifestava sempre più l’intenzione di annettere il paese come parte del progetto della “Grande Siria”. Questo fatto scatenò le ostilità dei cristiano-maroniti verso le “forze di pace” siriane, oltre che un primo intervento di Israele, che invase la parte meridionale del paese per creare una fascia di sicurezza.
Nel 1982, per risolvere una volta per tutte la questione palestinese in Libano, Tel Aviv decise un intervento massiccio in Libano, che verrà ribattezzato “Prima Guerra Israeliano-Libanese”. L’OLP e i suoi alleati musulmani e drusi vennero messi alle corde dalle superiori forze israeliane nonostante la loro fiera resistenza. Alla fine, con un “cessate il fuoco” imposto dagli Stati Uniti i combattenti palestinesi, assieme ad Arafat e tutto il suo entourage, dovettero abbandonare Beirut e il Libano.
Sembrava la vittoria definitiva per i cristiano-maroniti, ma al contrario i musulmani libanesi, messi all’angolo, reagirono con violenza. Il quartier generale falangista fu attaccato con un attentato terroristico dove persero la vita ben 25 alti dirigenti tra cui Bashir Gemayel, da poco eletto presidente del Libano.
Animati da un bruciante desiderio di vendetta, i falangisti cristiani compirono l’atto che è forse la memoria più tragica di tutto il conflitto, ovvero l’assalto ai campi profughi di Sabra e Shatila. Per due giorni, dal 16 al 18 settembre del 1982, le milizie cristiane di Elie Hobeika, un superstite a sua volta del massacro di Damur di sei anni prima, inflissero lo stesso destino ai profughi palestinesi ivi stanziati. Le cifre discordano a seconda delle fonti, ma vanno da un minimo di 500 ad un massimo di 4.000.
Lo shock internazionale per il precipitare della situazione portò alla formazione di una missione militare di peacekeeping ONU con americani, francesi e italiani per prevenire ulteriori massacri – su quello di Sabra e Shatila si è discusso per anni e anni, con numerosi processi intentati ai responsabili tra cui anche Ariel Sharon, responsabile delle truppe israeliane che all’epoca assediavano Beirut, che aveva lasciato campo libero alle milizie falangiste in quei terribili due giorni di sangue e vendetta.
I leader libanesi musulmani non si accontentarono di queste misure, ma accettarono invece il sostegno dell’Iran di Khomeini, che inviò centinaia di pāsdārān – le guardie della rivoluzione – che addestrarono la comunità sciita locale alla guerra, portando alla nascita il “Partito di Dio”, conosciuto ancora oggi con il nome di Ḥizbu ‘llāh o Hezbollah.
Questi ultimi divennero una vera spina nel fianco per Israele, sostituendo in tutto e per tutto – e forse anche di più – i guerriglieri e i terroristi palestinesi. A chiarire il fatto che ogni occidentale non era ben visto, questi ultimi organizzarono un attentato dinamitardo il 23 ottobre del 1983 dove persero la vita circa 300 militari americani e francesi.
Con una serie sempre più risoluta e violenta di attentati e rapimenti gli hezbollah costrinsero la missione internazionale a levare le tende, spingendo poi tutta la loro attenzione a meridione, con attacchi che andarono ben oltre l’area di sicurezza controllata da Israele nel sud del Libano, colpendo fino in Galilea.
Questo fatto spinse Tel Aviv ad abbandonare quasi del tutto l’occupazione militare della zona, limitandola ad un piccolo contingente che rimase fino al 2000.
L’operato di hezbollah, sostenuto da Iran e Siria, riequilibrò le sorti del conflitto in favore dei musulmani. Questo fatto, unito ad una sempre maggior consapevolezza della rovina del paese, portò i leader cristiani a cercare un accordo. Il presidente Amin Gemayel, alla conclusione del suo mandato nel settembre 1988 decise di affidare il potere al generale Michel Aoun, che sciolse formalmente tutte le milizie, attaccando con l’esercito non solo quelle musulmane, ma anche quelle cristiane che rifiutarono di consegnare le armi e tornare a casa.
A questo punto, visto il disimpegno di Israele, Aoun richiese lo stesso da parte della Siria, che stazionava ad est con le proprie truppe. Ottenuto un rifiuto, cercò di scatenare una “guerra di liberazione” contro di loro, ma venne rovinosamente sconfitto dalle superiori forze siriane.
Questa vittoria portò questi ultimi a diventare gli arbitri supremi della politica del piccolo paese, sostenuti dagli hezbollah e dagli altri partiti islamici. Alla fine i deputati libanesi della vecchia classe dirigente – non si svolgevano più regolari elezioni fin dal 1975 – si riunirono in Arabia Saudita e firmarono un accordo di “Intesa Nazionale” nell’ottobre del 1989.
Quest’ultimo pose le basi per la conclusione – per esaurimento – della guerra civile. Gli Accordi di Ta’if stabilirono un nuovo equilibrio tra le culture religiose e le istituzioni politiche dello Stato – ad esempio stabilendo che i deputati del parlamento dovessero essere equamente divisi tra cristiani e musulmani – e diedero una giustificazione artificiosa alla sostanziale occupazione militare siriana, che venne definita “fraterna” e in ultimo accettata giocoforza anche dalla comunità internazionale.
I conti che si fecero il 13 ottobre del 1990, data che segnò ufficialmente la fine della guerra civile, furono devastanti. Il paese, un tempo pacifico, moderno e prospero, era annichilito. Più di 150.000 morti e decine di migliaia di emigrati che diedero vita alla cosiddetta “Diaspora Libanese”. Questi ultimi erano il meglio delle classi dirigenti, degli uomini di cultura, scienza ed economia, che emigrarono negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna, in Francia e in generale nei paesi occidentali. La loro fuga impoverì ulteriormente il paese, che perse i suoi uomini e donne migliori, che non furono presenti per ricostruirlo.
In più la leadership politica nazionale rimase debole, condizionata da Israele a sud e dalla Siria est. I primi abbandonarono del tutto le aree da loro occupate solo nel 2000 e i secondi nel 2005, in seguito alle manifestazioni di piazza che passeranno alla storia come Thawrat al-arz o Rivoluzione del Cedro.
Furono gli ultimi strascichi della triste sequenza di eventi scatenatasi con i primi colpi di arma da fuoco esplosi nell’aprile di trent’anni prima. E ancora, visti gli accadimenti più recenti, questa ferita non è ancora del tutto sanata.
mercoledì 15 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 marzo del 2011 migliaia di persone scesero in piazza ad Aleppo e Damasco, le due città più grandi della Siria, per protestare contro il regime del presidente Bashar al-Assad. Fu una delle prime manifestazioni di dissenso di massa della storia recente del paese. Nei giorni successivi, il regime reagì con arresti, uccisioni, sparizioni e torture, ma senza riuscire a fermare l’opposizione. In poche settimane le proteste si allargarono a tutta la Siria. A maggio Assad fu costretto a schierare l’esercito nelle strade. Poche settimane dopo, con le prime diserzioni dalle forze armate e la nascita dei primi gruppi ribelli, cominciò la guerra civile siriana che, con un interesse via via calante da parte dei media internazionali, dura ancora oggi. In un paese di 22 milioni di abitanti, questi anni di guerra sono costati più di 160 mila morti, 3 milioni di profughi nei paesi vicini e almeno altri 5 milioni di profughi interni, cioè persone costrette ad abbandonare le loro case.
Nelle cronologie ufficiali, le proteste del 15 marzo sono ricordate come la data di inizio della guerra civile, anche se in realtà furono una risposta a un fatto accaduto una decina di giorni prima. Tutto era cominciato il 6 marzo del 2011 a Daraa, una città a maggioranza sunnita nel sud del paese, vicino alla Giordania: un gruppo di ragazzi dai 13 ai 16 anni scrisse alcuni graffiti sul muro di una scuola. “Il popolo vuole rovesciare il regime”, aveva scritto uno di loro.
A Daraa, in quei giorni, la situazione era piuttosto difficile. Oltre alla povertà e alla disoccupazione, che erano endemiche in tutto il paese, la città era piena di profughi arrivati dal nord del paese a causa della siccità a cui il governo non aveva saputo provvedere. Proprio in quelle settimane, nonostante la censura del regime, a Daraa, come nel resto del paese, arrivavano dal resto del mondo arabo le notizie di folle che, scese in piazza, erano riuscite a rovesciare il governo tunisino e quello egiziano.
C’era ovviamente della politica, in quelle scritte, ma – come ha raccontato al New York Times uno di quei ragazzi – c’era anche noia e un senso adolescenziale di ribellione all’autorità. Uno dei ragazzi aveva scritto: “È il tuo turno, dottore”. Un messaggio diretto, indirizzato proprio ad Assad, laureato in oftalmologia. Il giorno dopo la scuola era piena di poliziotti e agenti dei servizi di sicurezza. Uno a uno, una dozzina di ragazzi vennero arrestati e la polizia andò a prelevarli direttamente in casa.
Gli ufficiali promisero che i ragazzi sarebbero stati detenuti soltanto per poche ore. I giorni però passavano e i ragazzi non venivano liberati. I genitori si recarono dalle autorità di Daraa, chiedendo la liberazione dei loro figli. Vennero scacciati e un ufficiale disse loro, secondo quanto riporta CNN: «Dimenticatevi dei vostri figli. Se volete davvero dei figli, dovreste cominciare a pensare di farne degli altri. Se non sapete come fare, possiamo farvelo vedere noi».
La notizia degli arresti dei ragazzi di Daraa intanto si era diffusa, nonostante i tentativi di censura del regime. Il 16 marzo alcuni prigionieri politici cominciarono uno sciopero della fame nelle carceri siriane. Intanto le notizie si moltiplicavano: i ragazzi erano stati picchiati, torturati, forse uccisi. I ragazzi di Daraa non erano i soli: in tutta la Siria, migliaia di famiglie non sapevano nulla dei loro cari arrestati e fatti sparire dal regime. Con le notizie dei successi ottenuti dai manifestanti negli altri paesi arabi, alcuni attivisti siriani cominciarono ad organizzarsi. Come ha spiegato Neil Sammonds, uno dei responsabili di Amnesty International per la Siria: «Arriva il punto in cui l’insulto non è più sopportabile. Il popolo smette di inginocchiarsi e risponde».
Da cinquant’anni la Siria era governata dalla famiglia Assad tramite un costante stato di emergenza e l’uso massiccio della censura, dello spionaggio e dell’intimidazione del suo stesso popolo. Nei primi mesi della primavera araba la rete televisiva Al Jazeera definì la Siria “il regno del silenzio”, perché a, differenza dei suoi vicini, dall’interno dei suoi confini non sembrava alzarsi nessuna voce di protesta o di dissenso.
Non che mancassero le ragioni per dissentire dal regime. Oltre ad avere uno dei governi più repressivi e corrotti del Medio Oriente, la Siria – a differenza di Egitto e Tunisia – non ha una popolazione religiosamente ed etnicamente omogenea. Accanto alla maggioranza sunnita ci sono grosse minoranza di cristiani, di curdi e di alawiti, una setta islamica in qualche misura vicina agli sciiti e di cui fanno parte la famiglia Assad e gran parte dell’élite economica e militare del paese.
Queste tensioni emersero con particolare forza nel corso degli anni Settanta e culminarono nel 1982, quando le forze dei Fratelli Musulmani siriani occuparono la città di Hama, nella parte orientale del paese. L’esercito di Hafez al-Assad, il padre dell’attuale dittatore, bombardò la città per 27 giorni. Dopo l’occupazione della città ci furono esecuzioni di massa di tutti i sospetti simpatizzanti dei Fratelli Musulmani. Per essere sicuri di non farsi sfuggire nessun ribelle, i militari riempirono di benzina e incendiarono i tunnel sotto la città medioevale. Si calcola che l’assedio e le esecuzioni dopo l’occupazione abbiano causato la morte di almeno 10 mila persone – 40 mila secondo altre stime.
Negli anni successivi ci furono altre piccole insurrezioni, soprattutto tra i curdi che abitavano nel nord del paese. Per il resto il “regno del silenzio” rimase fedele al suo nome e pochissime voci di dissenso ne oltrepassarono i confini. Ancora il 4 marzo del 2011 BBC si chiedeva come mai in Siria non fosse avvenuta una rivoluzione di tipo egiziano. Le cose sarebbero cambiate molto presto.
Il 15 marzo, per la prima volta da molti anni, migliaia di persone in tutta la Siria scesero in piazza per protestare contro il regime. Migliaia di persone manifestarono a Damasco, ad Aleppo e nella stessa Daraa. In molte piazze le manifestazioni furono silenziose, con la gente che camminava tenendo in alto le foto dei parenti scomparsi. Altre manifestazioni furono più dure: la folla cantava slogan contro il regime e ci furono scontri violenti con i sostenitori di Assad e con la polizia. Il regime rispose con durezza e decine di persone vennero arrestate.
Mentre il governo aumentava la durezza delle sue misure repressive, le proteste crescevano di pari passo. Il 18 marzo, dopo la preghiera del venerdì, i manifestanti erano diventati migliaia e i cortei si erano diffusi in quasi tutte le città del paese. Le forze di sicurezza risposero caricando i manifestanti, usando lacrimogeni ed idranti. Almeno sei persone vennero uccise soltanto quel giorno. Dopo una settimana di tregua, il 25 marzo – di nuovo un venerdì, il giorno in cui si tengono solitamente le manifestazioni nei paesi musulmani – le proteste ricominciarono. Secondo alcuni testimoni, soltanto a Daraa più di 100 mila persone marciarono in un’enorme dimostrazione contro il governo. Almeno venti di loro vennero uccisi dalle forze di sicurezza.
Il governo di Assad reagì alle proteste con estrema durezza. Nel corso del mese di aprile l’esercito venne schierato contro i dimostranti e venne autorizzato l’utilizzo di armi da fuoco e carrarmati per disperdere i manifestanti. Nel contempo il governo fece anche alcune timide concessioni, promettendo ad esempio di revocare lo stato di emergenza in vigore da cinquant’anni. Ma, come ha raccontato il padre di uno dei ragazzi di Daraa: «La gente era diventata oramai incontrollabile».
Con la fine di aprile e l’inizio di maggio la repressione era ormai divenuta feroce e più di mille persone erano state uccise dall’esercito durante le dimostrazioni. Ma la violenza del regime aveva anche iniziato a causare una reazione. Soprattutto nel nord del paese, i manifestanti cominciarono ad assaltare le caserme delle forze di sicurezza e a impossessarsi delle loro armi. Costretti a sparare sulla folla, alcuni soldati siriani cominciarono a disertare e a unirsi ai manifestanti. Il 29 luglio, quattro mesi dopo le prime proteste, un gruppo di ufficiali disertori proclamò la nascita dell’Esercito Libero Siriano (la Free Syrian Army, FSA). Le manifestazioni contro il regime si erano trasformate in una guerra civile.
Dopo sette anni di guerra civile nessuna delle due parti è anche solo lontanamente arrivata vicina alla vittoria. Il regime ha ottenuto alcune importanti vittorie, anche grazie agli aiuti dei suoi alleati: l’Iran e, soprattutto, il movimento Hezbollah, che dal Libano ha inviato truppe addestrate e rifornimenti che sono stati molto utili per ottenere vittorie nel sud del paese. L’opposizione, invece, si è divisa. La parte più moderata, la cui forza principale è proprio l’Esercito Libero Siriano, gode di un certo appoggio internazionale (è stata invitata alle conferenze di pace organizzate a Ginevra) e di rifornimenti che arrivano probabilmente da paesi arabi come Arabia Saudita e Qatar.
Ma i moderati, oltre al governo, devono combattere anche contro i gruppi di ribelli islamici più estremisti e in particolare contro l’ISIS (una sigla che sta per “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”). L’ISIS, negli ultimi anni, è diventata una delle formazioni militarmente più forti all’interno dell’opposizione. Alcuni segnali fanno ipotizzare che in certe aree si sia stabilita una tregua di fatto tra regime e ribelli islamici, in modo da permettere di concentrare le forze di entrambi contro i ribelli più moderati.
Gli sforzi della comunità internazionale per cercare di risolvere o mitigare il conflitto hanno ottenuto pochi risultati. Due conferenze di pace a Ginevra tra regime e ribelli moderati sono fallite senza ottenere quasi nessun risultato. Le spedizioni di soccorso internazionale alle città assediate dal regime, come Homs, non hanno avuto molto più successo. Gli sforzi per distruggere l’arsenale di armi chimiche del regime di Assad (che secondo gli ispettori internazionali è stato utilizzato almeno una volta contro i ribelli) proseguono ma ancora non è stata attuata la completa distruzione dell’arsenale chimico.
Di fronte a tutto questo, non stupisce che la guerra stia diventando sempre più violenta.
Viene organizzata una coalizione che raggruppa 11 paesi occidentali, inclusa l'Italia che però offre solo supporto logistico, aiuti umanitari ai profughi e armamento leggero alle milizie curde irachene.
Il 10 settembre 2014 il presidente americano Barak Obama apre alla possibilità di attaccare l'ISIS in Siria, affermando in una conferenza stampa: "Daremo la caccia ai terroristi ovunque si trovino. Significa che non esiterò a comandare operazioni anche in Siria".
Il 22 settembre si verificano i primi bombardamenti sul territorio siriano. Il governo viene informato con la mediazione dell'Iran, ma non viene consultato per coordinare gli attacchi o chiedere l'autorizzazione. Tuttavia viene rilasciata una dichiarazione che afferma: "la Siria appoggia ogni iniziativa internazionale nella lotta contro gli jihadisti". La coalizione guidata dagli Stati Uniti comprende 5 nazioni arabe: Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Tra i primi obiettivi vi sono tutti i principali centri urbani controllati dall'ISIS, tra cui Raqqa e, inaspettatamente, anche postazioni del Fronte al-Nusra; in particolare viene attaccato il quartier generale del "Gruppo Khorasan.
sabato 28 gennaio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 28 gennaio 1918 ebbe inizio la guerra civile finlandese.
Sotto la pressione delle poderose armate germaniche, l’allora piccolo Granducato di Finlandia, parte integrante del morente Impero russo, proclamò la sua indipendenza. Era il 6 dicembre 1917. Lo zar Nicola II era stato collocato agli arresti da pochi mesi e Kerenskij era succeduto al principe L’vov in qualità di Capo del Governo provvisorio russo. Tale cambiamento, dovuto più che altro alla caduta dello zar, collante dell’unione personale con il Granducato, aveva spinto la giovane dieta scandinava a dichiarare unilateralmente l’indipendenza dalla Russia. Il Granducato, a differenza degli altri territori amministrati dai Romanov, non era retto da un sistema autocratico, bensì da una monarchia costituzionale, la quale, nel 1903, fu affiancata da un moderno parlamento – la Eduskunta – che consentiva anche, per la prima volta in Europa, il suffragio universale (esteso anche alle donne) per l’elezione diretta dei membri della Camera Bassa. Un vero e proprio laboratorio progressista posto ai confini occidentali del vasto impero zarista.
Ma se da un lato la volontà di scindersi dalla Russia era univoca e riscontrava una vasto appoggio, dall’altro le elezioni politiche dell´ottobre 1917 avevano consegnato al paese un risultato ambiguo: la vittoria, almeno numerica, del Partito Socialdemocratico finlandese (a trazione bolscevica) che, ovviamente, fu estromesso ed isolato dalle leve del potere. La parallela sollevazione bolscevica contro il governo provvisorio di Russia creò poi i presupposti per un successivo scontro tra forze democratiche, liberali e conservatrici contro i “Rossi”, sfociato nella guerra civile finlandese che sarà il preludio, in piccola scala, di ciò che accadde in Russia pochi mesi più avanti. Le armate comuniste di Finlandia, foraggiate e direttamente appoggiate dai bolscevichi, riuscirono a cingere d’assedio Helsinki fino a costringere lo stesso governo di unità nazionale e anti-bolscevico a rifugiarsi nella città di Vaasa, situata poco più a nord sul Golfo di Botnia. La guerra interna si andava così a sommare al problema istituzionale, molto dibattuto nella Finlandia dell’epoca: monarchia o repubblica. A partire dal 15 gennaio 1918, il nuovo capo del governo provvisorio finlandese, Pehr Evind Svinhufvud, di concerto con l’abilissimo ex-ufficiale di cavalleria zarista e futuro eroe nazionale, Carl Gustav Mannerheim, organizzò il nuovo esercito, composto quasi unicamente dai membri della milizia della Guardia Bianca anti-bolscevica.
Contrariamente alla Guardia Rossa – la milizia che aveva preso Helsinki e aveva proclamato la Repubblica Socialista dei Lavoratori di Finlandia – , parte degli effettivi dei controrivoluzionari “bianchi” godeva di un’ottima preparazione militare e di efficienti armamenti . Gli Jager finlandesi, una piccola fetta di volontari, addestrati nelle fila dell’esercito imperiale tedesco, erano partiti nel 1914 per combattere contro l’oppressore russo sul Fronte Orientale. Oltre a ciò, il nuovo esercito di Finlandia poteva contare su contingenti zaristi in rotta dopo la Rivoluzione, alcune migliaia di volontari svedesi e dall’appoggio diretto dell’esercito del Kaiser. Quest’ultimo fu l’elemento decisivo che, il 16 maggio 1918, condusse rapidamente i Bianchi alla vittoria e costrinse la fiaccata Russia bolscevica a riconoscere ufficialmente l’indipendenza finlandese.
Con la fine delle ostilità e le truppe tedesche presenti sul territorio finlandese – praticamente padroni dell’Est Europa dopo la capitolazione russa – il presidente provvisorio Svinhufvud propose al parlamento di dare continuità all´istituto monarchico, precedentemente vigente nel Granducato. Opzione questa molto gradita ai tedeschi che, non paghi, alzarono la posta in gioco “consigliando” al presidente finlandese, divenuto in quei giorni reggente, di proporre in parlamento uno dei vari principi tedeschi legati con la famiglia imperiale. La scelta cadde su Federico Carlo di Assia-Kassel, cognato del Kaiser, al quale rapidamente venne offerta la corona il 9 ottobre dello stesso anno.
Il tentativo di germanizzare la Finlandia – de facto divenuta un protettorato tedesco – fu solo il primo passo per una serie di stati, pur di breve durata, filo-tedeschi (come il Ducato Unito dei Paesi Baltici, la Repubblica ucraina o il Regno di Polonia) nati dalle ceneri dei possedimenti occidentali dell’Impero russo, sui quali i tedeschi avevano avuto mano libera dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk nel marzo del 1918. Il sistema egemonico istituito dalla Germania nell’Est Europa ebbe però vita breve: la firma dell’Armistizio di Compiègne sopraggiunta l’11 novembre 1918 e la fine della monarchia in Germania fecero cadere uno dopo l’altro tutti gli avamposti germanici in oriente. Nessuno degli Alleati avrebbe tollerato la presenza di un principe tedesco sul trono finlandese o di qualsiasi altro stato sorto sotto i colpi di obice tedeschi. Il 14 dicembre 1918, concordata l’abdicazione “a distanza” – Federico Carlo non prese mai effettivamente possesso del trono – con il parlamento, il novello re formalizzò la rinuncia al trono di Finlandia. I poteri di capo dello stato passarono così al generale Mannerheim che, nel 1919, proclamò la Repubblica di Finlandia.
La breve parentesi monarchica (indipendente) volgeva così al termine, anche se, bisogna ricordarlo, qualcuno, nei tumultuosi giorni che seguirono la proclamazione della giovane repubblica scandinava, tentò addirittura di convincere il barone Mannerheim a prendersi la corona e divenire re. Il barone declinò, salvo poi subire una tremenda débâcle alle elezioni presidenziali del luglio del 1919 e ritirarsi, temporaneamente, a vita privata. Almeno fino alla nuova minaccia sovietica.
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