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sabato 5 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle 4.30 circa del 5 settembre 1972, durante le olimpiadi estive di Monaco, un commando composto da 8 terroristi palestinesi faceva irruzione nel villaggio olimpico nella zona riservata agli atleti israeliani.
Durante l'irruzione due componenti della delegazione israeliana furono uccisi subito (Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana e Yossef Romano, 31 anni, pesista e padre di 3 figli) ed altri 9 furono presi in ostaggio.
Ne seguì un lungo negoziato in cui i terroristi chiedevano la liberazione di 234 prigionieri palestinesi, dando ultimatum che via via venivano spostati nel tempo. Inizialmente le gare non furono sospese, ma nel pomeriggio l'attenzione del mondo era ormai spostata verso quella palazzina del villaggio olimpico, dove negoziatori tedeschi incredibilmente approssimativi non riuscivano a venire a capo della situazione. Addirittura un tentativo di irruzione dovette essere abortito a causa del fatto che le televisioni riprendevano l'azione, televisioni che anche i terroristi guardavano dall'interno della palazzina.
Dopo lunghe trattative nel pomeriggio fu deciso che i terroristi e gli ostaggi sarebbero stati trasferiti in un aeroporto in elicottero, per poi dirigersi al Cairo e continuare da lì i negoziati. Fu solo in occasione del trasferimento che le autorità tedesche si accorsero che i terroristi erano 8 e non 5, capendo così che il loro piano per sopraffarli nell'aereo per Cairo non poteva essere messo in pratica a causa del fatto che i finti membri dell'equipaggio del volo non erano sufficienti.
Altre assurde improvvisazioni riguardarono il fatto che uno dei mezzi d'assalto che doveva portare le truppe per l'azione di recupero degli ostaggi si stava recando all'aeroporto sbagliato, e quando gli fu comunicato l'errore, inchiodò di colpo causando un tamponamento a catena in autostrada.
Una volta atterrati all'aeroporto i due elicotteri che trasportavano ostaggi e terroristi, questi si accorsero immediatamente che si trattava di una trappola, e cominciò un violento scontro a fuoco di circa un'ora. Vistosi perduti, i terroristi spararono raffiche di mitra agli ostaggi e lanciarono una bomba a mano in uno degli elicotteri, facendolo esplodere.
Alla fine del conflitto, poco dopo la mezzanotte del 6 settembre, tutti gli ostaggi e 4 terroristi erano morti. Le olimpiadi non si fermarono, fu solo organizzata una cerimonia di commemorazione allo stadio olimpico alla presenza di oltre 3000 atleti e 80000 spettatori.
giovedì 6 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 agosto 2001 George W. Bush riceve un documento riservato da parte della Cia dal titolo "Bin Laden è deciso a compiere un attacco negli Stati Uniti". Il documento fu ignorato ed accantonato.
George Walker Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti d'America, nasce il 6 luglio 1946 a New Haven, nel Connecticut. La sua è una famiglia dalle solide tradizioni politiche, basti considerare il fatto che il padre, George Bush senior, è stato anch'egli presidente degli Stati Uniti dal 1988 al 1992, mentre la madre, Barbara Bush, ha un fratello minore ex governatore della Florida.
Se il percorso politico di Bush junior si è sviluppato sulla scia degli esempi familiari, in questo confermando la sua immagine di persona integrata e fedele alle tradizioni (al contrario di altri "ribelli"), tradizioni che si rifanno alla morale protestante di stampo metodista, anche la carriera scolastica ricalca fedelmente le orme dell'impostazione paterna, essendosi laureato nel 1968 all'università di Yale, stesso ateneo del padre. In seguito, proseguendo gli studi, ha conseguito un master in business administration all'università di Harvard. Tuttavia all'interno di questo edificante quadretto, grazie allo scavo di giornalisti intraprendenti, alcune ombre hanno fatto capolino nella biografia del giovane Bush, "macchiata" da qualche ragazzata episodica a cui non è estraneo, secondo alcuni giornali americani, anche l'uso di alcune blande sostanze stupefacenti.
Il suo approccio alla dimensione politica è comunque estremamente pragmatico e tende anzi a guardare con occhio critico il mondo politico proprio dall'interno. E' nota l'avversione di Bush verso tutto ciò che è eccessivamente intellettualistico, a cominciare dalle analisi troppo sofisticate che si leggono nei saggi dedicati all'argomento. Così com'è nota, parallelamente, la sua avversione per la categoria dei politici in genere. Egli si avvale, per corroborare questo tipo di atteggiamento, delle sue esperienze professionali avulse dal settore strettamente politico, accreditandosi agli occhi dell'elettorato come un professionista che si presta alla politica per servire il suo Paese. Ecco allora i richiami al lungo periodo in cui ha lavorato nella società petrolifera "Spectrum Corporation" nel Midland e, fino al 1986, nell'industria energetica Harken Energy Corporation. Oppure, al suo staff piace sottolineare che è stato pilota della Guardia Nazionale Aerea del Texas. Infine, la sua immagine si è costruita a partire da un modello che corrisponde in tutto e per tutto alla dimensione media dell'elettorato americano, a partire dalla grande passione per il baseball (nel 1989 ha addirittura acquistato, con un gruppo di soci, la squadra di baseball dei Texas Rangers).
La carriera politica comincia nel 1978 quando si candida nel partito Repubblicano per farsi eleggere alla Camera dei rappresentanti del Texas, cosa che gli riesce. Nel 1988, ormai pratico di quel mondo che tanto detesta, cura come consigliere la campagna elettorale per le presidenziali del padre.
Nel 2000 si candida alle elezioni presidenziali, contro il democratico Al Gore. Si tratta di una delle campagne in assoluto più sofferte della storia americana, non solo per l'esiguo scarto di voti fra i due, ma anche per alcune deficienze del sistema elettorale che in alcuni paesi costringono a una nuova verifica delle schede, con conseguente strascico di polemiche e sospetti di brogli (si scatenò una polemica sul meccanismo di punzonatura e di perforazione delle schede, un metodo "tecnologico" di recente introdotto). Si presenta così una situazione inedita, con ricorsi da una parte e dall'altra ai vari gradi di giudizio e con il rischio di una delegittimazione della carica presidenziale.
Ad ogni modo, benché inizialmente Al Gore sembrasse favorito (seppur di pochissimo, come si è detto), i voti sanciscono, dopo più di un mese di polemiche e di conteggi, la vittoria di strettissima misura di Bush jr.
Nel gennaio 2001 il neo presidente si insedia alla Casa Bianca. Il programma prevede una massiccia riduzione delle tasse (particolarmente sui redditi più alti), una riforma della scuola che attribuisce maggiori poteri e fondi agli Stati federali, una politica di contrasto contro l'aborto, un decentramento dei controlli anti-inquinamento e l'ampliamento di ricerche petrolifere in Alaska.
Sul piano internazionale è favorevole alla ripresa del piano per lo "scudo stellare", a un ripensamento dei rapporti con la Russia, al disimpegno nei Balcani. Nei mesi successivi le linee di Bush trovano applicazione in alcuni importanti momenti istituzionali: la richiesta (contrastata dall'UE e dal Giappone) di ridiscutere il protocollo di Kyoto sull'ambiente e l'opposizione, in sede ONU, alla regolamentazione della vendita delle armi leggere.
Ancora sul versante estero, dichiara subito linea dura con la Cina e con l'Iraq, oltre all'incentivazione delle spese militari. Saggiamente però pensa subito a rassicurare le mamme americane sull'utilizzo dei loro figlioli in missioni di guerra, memore delle ferite psicologiche riportate in esperienze precedenti (guerra del Vietnam "in primis"). In sostanza, promette l'utilizzo di truppe solo nei casi in cui sia in gioco l'interesse nazionale.
Durante il discorso nella sede della camera dei rappresentati del Texas, Bush dice di voler creare: "un'America che sia istruita, così che ogni bambino abbia le chiavi per poter realizzare quel sogno; e un'America che sia unita nelle nostre diversità e nei nostri valori condivisi che sono più grandi della razza o dell'appartenenza di parte. L'America - dice ancora - deve incoraggiare la stabilità da una posizione di forza, mettendo la sicurezza nazionale al primo posto e impegnandosi a sviluppare il sistema di difesa missilistico".
George Bush jr si è inoltre trovato ad affrontare una delle crisi più gravi a cui sia andato incontro il suo Paese, ossia gli squilibri derivanti dagli attacchi terroristici e dalla loro lotta.
George W. Bush viene poi rieletto alle elezioni del novembre 2004 battendo il candidato democratico John Kerry con oltre 59 milioni di voti, con la maggioranza per i repubblicani sia alla Camera che al Senato: meglio di ogni presidente che l'ha preceduto.
Dopo l'11 settembre, la guerra in Iraq, l'intervento militare in Afghanistan, il suo mandato termina nel novembre 2008, in piena crisi economica mondiale.
Il suo successore sarà il democratico Barack Obama.
Nel novembre del 2010 pubblica un libro biografico dove inserisce le sua memorie presidenziali, dal titolo "Decision Points".
giovedì 28 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 28 maggio del 1974 scoppia una bomba a Brescia, in piazza della Loggia. L’ordigno era stato nascosto dentro un cestino dei rifiuti, poco distante da una manifestazione antifascista indetta dai sindacati. L’esplosione uccide otto persone e ne ferisce centodue.
Non si può giudicare efficacemente la strage di Brescia senza tenere conto del paese in cui eravamo. Erano sì gli anni della strategia della tensione, certo. Ma era forse anche qualcosa in più: persino nei casini di quegli anni, il 1974 non è come il 1973 o il 1975. “Fu un terribile anno per la nostra Repubblica”, scrive Corrado Stajano sul Corriere. La fase dei governi di centrosinistra era in corso di esaurimento: di lì a pochissimo tempo sarebbero iniziati i governi di solidarietà nazionale e il progressivo coinvolgimento del PCI nelle maggioranze parlamentari. Erano quindi anni di grande instabilità politica. Il 12 maggio, due settimane prima della strage, gli italiani avevano bocciato il referendum abrogativo della legge sul divorzio. Il 4 agosto ci sarà la strage sul treno Italicus, in provincia di Bologna: dodici morti. Sempre quell’estate verrà alla luce il tentato golpe della “Rosa dei venti”, e gli stati maggiori di alcuni corpi d’armata saranno trasferiti proprio nel timore che potessero parteciparvi. Poi l’altro tentativo di golpe, quello di Edgardo Sogno.
Dicevamo però del 28 maggio. “La bomba del 28 maggio”, scrive Benedetta Tobagi su Repubblica, “colpì al cuore una manifestazione antifascista indetta per protestare contro una serie di attentati di marca fascista, culminati nella morte del giovanissimo terrorista di destra Silvio Ferrari, ucciso dall’esplosivo che lui stesso stava trasportando in motorino nel centro di Brescia, a Piazza del Mercato”.
Si aprono le indagini e, come spesso accade in questi casi, inizialmente vanno molto rapide. Nel 1979 alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana vengono condannati perché considerati responsabili dell’attentato. Vanno in carcere, in attesa della condanna d’appello, ed è in carcere che uno di questi, Ermanno Buzzi, viene ucciso da altri due detenuti vicini all’estrema destra. Lo uccidono male: lo strangolano con i lacci delle scarpe, gli schiacciano gli occhi. Ermanno Buzzi era la figura chiave dell’intero processo, e muore non appena viene trasferito nel carcere speciale di Novara, alla vigilia del processo di appello. Che comincia nel 1981 e un anno dopo assolve gli imputati. Un anno dopo ancora, nel 1983, la Cassazione annulla le assoluzioni. Si fa un nuovo processo di appello, quindi, e gli imputati vengono nuovamente assolti. E stavolta la Cassazione conferma le assoluzioni. Siamo nel 1985.
Un anno prima era stato aperto un nuovo filone delle indagini, a causa delle rivelazioni di alcuni pentiti. Stavolta il principale imputato è Cesare Ferri, estremista di destra del gruppo di Ordine Nuovo e accusato anche dalla testimonianza di un prete che dice di averlo visto nei paraggi di piazza della Loggia il 28 maggio. Poi l’inchiesta si allarga e coinvolge tutta Ordine Nuovo, la stessa organizzazione neofascista che sarà ritenuta responsabile della strage di piazza Fontana, a Milano. Insieme a Ordine Nuovo è coinvolto anche il cosiddetto gruppo della Fenice, altra organizzazione eversiva. Vanno a processo Cesare Ferri e il suo amico Alessandro Stepanoff, che gli aveva fornito un alibi. Saranno entrambi assolti, prima con formula dubitativa e poi, nel 1989, con formula piena in appello e in Cassazione.
Le inchieste e le condanne sono complicate perché praticamente si basano solo su parole, testimonianze. Che possono essere contraddittorie, che possono essere ritrattate, che possono sparire. Di prove fattuali ce ne sono pochissime, e non per caso. Per fare l’esempio più clamoroso: due ore dopo la strage qualcuno -- qualcuno che non si riesce a scoprire chi -- impartisce ai pompieri l’ordine di ripulire con le autopompe il luogo dell’esplosione, cancellando tutto. Impronte, oggetti, reperti: tutto. Spariscono dall’ospedale anche i reperti prelevati dai corpi dei morti e dei feriti, che avrebbero potuto dire molto sulla fattura dell’ordigno. Poi c’è il ruolo di Maurizio Tramonte, giovane militante del Movimento Sociale Italiano e di Ordine Nuovo che faceva da informatore per i servizi segreti (lo chiamavano “fonte Tritone”). Le sue rivelazioni e le sue informazioni passate ai servizi segreti saranno fondamentali per l’apertura del terzo processo, anche se finirà lui stesso accusato di aver partecipato alla strage. Il giudice istruttore dirà che questi elementi sono l’ulteriore ”riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.
Nel 2008 si apre un terzo processo. Il primo grado si è concluso con l’assoluzione per tutti gli imputati: questo vuol dire che comunque non è ancora finita, e ci sarà il ricorso in appello. Gli imputati stavolta sono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. Di Maurizio Tramonte abbiamo detto: insieme a Maggi e Zorzi facevano parte di Ordine Nuovo, di cui Rauti era il fondatore. Delfino è un ex generale dei carabinieri, responsabile del nucleo investigativo ai tempi della strage. Giovanni Maifredi all’epoca della strage era un collaboratore dell’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani. I procuratori avevano chiesto l’ergastolo per tutti gli imputati, con l’accusa di concorso in strage, eccetto che per Pino Rauti, per il quale era stata chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove. Sono stati assolti tutti con formula dubitativa, una volta si diceva “insufficienza di prove”. L’impianto accusatorio salta anche perché quattro anni prima uno dei tre pentiti su cui si basava l’indagine, Carlo Digilio, muore a causa di un ictus. E perché l’altro, il Maurizio Tramonte di cui sopra, si rimangia tutto. Nelle veline che lui girava ai servizi segreti si parlava del coinvolgimento di Ordine Nuovo e dei militanti di estrema destra del Veneto, nella strage di Brescia. Il terzo pentito, Maurizio Siciliano, dirà cose molto contraddittorie.
Uno degli imputati, Delfo Zorzi, non vive più in Italia proprio dal 1974, poco dopo la strage di Brescia. Vive in Giappone, fa l’imprenditore, nel 1989 ha ottenuto la cittadinanza e ha cambiato nome. Oggi si chiama Hagen Roi e in ragione della sua cittadinanza giapponese non è estradabile. Durante i processi il suo avvocato è stato Gaetano Pecorella, giurista, deputato, consigliere e noto alleato di Silvio Berlusconi. Nel 2002 Gaetano Pecorella è accusato dalla procura di Brescia di aver pagato Maurizio Siciliano per ottenere una sua ritrattazione. A un certo punto, nel 2005, durante un’indagine che non ha niente a che fare con la strage di Brescia ma riguarda invece la compravendita dei diritti televisivi di Fininvest, i pm di Milano trovano tracce del pagamento di una piccola somma, eseguito da una società riconducibile a Fininvest e diretto a Martino Siciliano. Alla fine, però, i pm non riusciranno a provare l’esistenza di un tentativo di corruzione da parte di Pecorella, che nel 2009 sarà prosciolto dall’accusa.
Il 14 aprile 2012 la Corte d'Appello conferma l'assoluzione per tutti gli imputati, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali.
Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino. Viene così istruito un nuovo processo d'appello contro Tramonti e Maggi.
Il 22 luglio 2015 Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi vengono condannati, in appello, all'ergastolo.
Il 20 giugno 2017 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna all'ergastolo inflitta a Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Dopo la condanna Tramonte ha cercato rifugio in Portogallo, ma è stato estradato in Italia.
Carlo Maria Maggi, dopo la condanna definitiva, è rimasto agli arresti domiciliari a causa di una neuropatia congenita che lo ha costretto su una sedia a rotelle per decenni, è deceduto a Venezia il 26 dicembre 2018.
giovedì 19 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La sera del 19 marzo del 2002 un commando di Brigate Rosse uccide il professor Marco Biagi, giuslavorista, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni (compreso il titolare del dicastero in quel momento, Roberto Maroni), amico di Prodi e di Treu, padre del Libro Bianco sul Lavoro del Governo Berlusconi ma anche tra gli autori del Patto sul Lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D'Antona). L'omicidio viene compiuto a Bologna, con la stessa arma del delitto D'Antona, e nei giorni successivi è rivendicato dalle Br prima con una telefonata al Resto del Carlino e poi con un farneticante documento inviato a un'agenzia on line di Caserta.
Biagi, arrivato in stazione in treno da Modena, dove insegnava Diritto del lavoro, prende la sua bicicletta per far ritorno a casa, in via Valdonica 14. Davanti al portone, alle 20,10 - secondo quanto riferiranno succesivamente alcuni testimoni dell'omicidio - lo attendono almeno tre persone: una è a viso scoperto, due indossano caschi integrali e fuggiranno poi a bordo di un motorino. A colpire, sarà la mano di un solo killer: sei colpi di arma da fuoco, sparati con una pistola semiautomatica - così stabilirà l'autopsia - di cui uno mortale all'altezza del collo. Mentre Biagi cade a terra gravemente ferito - colpito al torace, al capo e a un braccio - l'assassino viene visto avvicinarsi alla vittima per il colpo di grazia.
Il 28 giugno del 2002, il quotidiano la Repubblica pubblica cinque lettere o e-mail dell'economista. Dentro c'è tutta la disperazione di un uomo che si sente abbandonato proprio dalle persone per le quali lavorava.
Il Ministero dell'Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, solo pochi mesi prima dell'attentato, aveva privato Marco Biagi della scorta, da lui richiesta proprio per timore di attentati da parte di componenti appartenenti all'estremismo di sinistra.
Una volta tolta, Biagi, tramite lettere scritte a diverse personalità politiche, ne fece nuovamente richiesta visto anche il perdurare delle minacce ricevute, ma questa non gli fu accordata. I brigatisti stessi ammisero che avevano deciso di colpire proprio Biagi in quanto poco protetto.
Il 30 giugno 2002, il Corriere della Sera (e il Sole 24 Ore), pubblica una chiacchierata tra l'allora Ministro dell'Interno, Claudio Scajola, ed alcuni giornalisti che seguono il ministro in visita ufficiale a Cipro.
« A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull'articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro Bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C'è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza. »
A causa delle polemiche suscitate da queste affermazioni, il 3 luglio 2002, Scajola rassegnò le sue dimissioni, al suo posto venne nominato Giuseppe Pisanu.
Il barbaro assassinio di Marco Biagi si iscrive in una storia lunga che segue alla sconfitta dei movimenti terroristici nel nostro paese e annovera tra le sue vittime innocenti Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona.
Un anno dopo l'omicidio, nel registro degli indagati della Procura di Bologna viene iscritto il nome della brigatista Nadia Desdemona Lioce, accusata di attentato per finalità terroristiche o di eversione. La svolta nell'inchiesta arriva dopo una sparatoria sul treno Roma-Firenze. Il 3 marzo 2003 due terroristi delle Br ricercati anche per l'assassinio di D'Antona vengono fermati dalla polizia. Nella sparatoria, uno di loro, Mario Galesi, 37 anni, muore, insieme all'agente Emanuele Petri. L'altra brigatista, Nadia Desdemona Lioce, 43 anni, viene arrestata. Si sospetta che sia coinvolta nell'omicidio di Biagi. Anche Galesi, per gli inquirenti bolognesi, avrebbe fatto parte del gruppo che organizzò e mise in atto l'agguato a Marco Biagi: un supertestimone, che all'epoca tracciò un identikit preciso del terrorista, lo avrebbe riconosciuto come l'uomo che si aggirava in zona alcuni giorni prima l'omicidio del professore, col fare tipico di chi è intento a fare un sopralluogo. Ancora da ricostruire con precisione il ruolo della Lioce, anch'essa riconosciuta a Bologna da alcuni testimoni in seguito alle foto diffuse dopo l'arresto. Uno di questi sarebbe ritenuto particolarmente attendibile dagli investigatori. Anche la donna potrebbe aver partecipato ai sopralluoghi, o essere stata presente sul posto la sera dell'agguato, a coprire le spalle ai killer, mentre viene escluso che fosse in città dopo il fatto.
Nel processo di primo grado, il 1º giugno 2005, la Corte d'Assise di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condanna a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove BR: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini.
Il 6 dicembre 2006, la Corte d'assise d'appello, conferma in secondo grado l'ergastolo per Diana Blefari Melazzi, Roberto Morandi, Nadia Desdemona Lioce e Marco Mezzasalma, riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Simone Boccaccini, riconoscendogli le attenuanti generiche.
Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l'8 dicembre 2007, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione di Bologna, conferma il verdetto emesso in secondo grado rendendo definitive le condanne ai brigatisti responsabili, tranne che per Nadia Desdemona Lioce, che non aveva presentato ricorso in cassazione, e per Diana Blefari Melazzi, per la quale decise di annullare la sentenza ritenendo necessario un esame delle condizioni psichiche della donna, richiesto dai suoi difensori. Le venne così diagnosticata una patologia da disturbo post traumatico da stress per il fatto di essere stata sottoposta al carcere duro del 41 bis e per lo stress della condanna in primo grado all'ergastolo. Da li in poi, la Melazzi, cominciò un lento declino depressivo che a poco a poco la fece rintanare in un universo fatto di solitudine e di rifiuto della vita ai limiti dell'autismo, con comportamenti che gli psichiatri definirono paranoici, fatti di lunghi silenzi interrotti solo da attacchi di panico che le facevano apparire ovunque complotti per il cibo avvelenato (rifiutò il cibo addirittura per 28 giorni) o per la convinzione di dover essere uccisa da Massimo D'Alema.
Ma i magistrati che dovevano giudicarla la dichiararono "in grado di stare in giudizio e di rapportarsi al processo" ammettendo "l'indubbio stato di sofferenza della Blefari" ma giudicando che quella sofferenza "derivava dallo stato di consapevolezza del processo" e che i suoi "atteggiamenti apparentemente paranoici, come il rifiuto del cibo, erano una reazione coerente al suo modo di porsi e conseguenza di un forte impatto dell'ideologia Br sulla sua personalità."
Nel nuovo dibattimento di secondo grado che seguì, il 27 ottobre 2009, venne quindi condannata all'ergastolo in via definitiva dalla Prima sezione penale della Cassazione di Bologna.
La sera del 31 ottobre, poco dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell'ergastolo, la Blefari tagliò e annodò le lenzuola del suo letto facendone un cappio con cui si impiccò nella sua cella di Rebibbia.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nel carcere di massima sicurezza Le Costarelle di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.
lunedì 16 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Giovedì 16 marzo 1978, alle 9.02 del mattino, in via Fani all'incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater la disposizione del commando era la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c'è Mario Moretti. A controllare l'incrocio c'è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull'Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch'essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c'è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l'Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell'agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c'è un'altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c'è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero.
Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un'altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della "compagna Marzia" nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.
Altre zone d'ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l'ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.
Il 15 ottobre del 1993 un pentito della 'Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: " che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.
Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l'immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato. Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.
Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma. Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questo brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.
Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ "antelope Cobbler" (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.
Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.
Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).
Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l'interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti", i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato, il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell'ultimo comunicato annunciano la conclusione della "battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato" e la promessa che: "Le risultanze dell'interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini". Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.
I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.
Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data - che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.
Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.
Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.
All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell’unità nazionale.
Aldo Moro fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.
Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata.
Per quanto riguarda i processi ai terroristi dei quali è stata accertata la partecipazione al rapimento e all'uccisione della scorta e di Aldo Moro, queste sono le conclusioni:
Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006, è tornata definitivamente in libertà nel 2011. E' deceduta a Roma il 4 marzo 2024 all'età di 75 anni. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è stata messa in libertà condizionale dal 2002. E' deceduta a Roma il 6 novembre 2025 a seguito di una lunga malattia. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, infine scarcerato definitivamente nel 2010. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è stato messo in libertà condizionale dal 1997. E' deceduto a Bari il 28 luglio 2025. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà; attualmente risiede nel carcere di Verziano in un appartamento dove deve restare ogni sera dalle 22 alle 7 del giorno successivo. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 Marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati e Seghetti sono ancora in carcere.
sabato 14 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 marzo 1972 a Segrate muore Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell'omonima casa editrice e rivoluzionario comunista.
Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione mentre, alcuni sostengono, stava preparando un'azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Altri sostengono che sia stata opera della CIA in accordo con i servizi italiani. La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu smentita dall'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (Gruppi d'Azione Partigiana, una delle prime organizzazioni armate della sinistra da lui fondate, e confluita poi nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato. Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Secondo una testimonianza di primissima mano, su quel furgone ci sarebbero dovuti essere trecento milioni di Lire che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.
Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia, (MI). Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.
Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli, era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato, era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e membro della struttura Hyperion di Parigi, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le Br.
Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro il console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese, Roberto Quintanilla. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara.
L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1 Aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli (Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara Storia di Monika Ertl, 2011 trad da "Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl", 2009).
Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.
In anni recenti il settimanale Sette del Corriere della Sera, ha riportato alla luce un documento poco noto che oggi grazie agli atti scannerizzati dal tribunale di Milano sul tragico evento del ’72 è consultabile.
Si tratta della relazione di consulenza medico-legale” redatta da due luminari dell’epoca, il professor Gilberto Marrubini e il professor Antonio Fornari (lo stesso che poi dimostrò che il suicidio di Roberto Calvi sotto il ponte londinese era invece un omicidio).
Il documento mai pubblicato prima di allora contesta l’impostazione dei periti d’ufficio e parla di successione cronologica delle ferite del cadavere di Giangiacomo Feltrinelli. I due periti rilevano tra l’altro tracce di legacci sui polsi di Feltrinelli. Tra le lesioni non riferibili all’esplosione ce n’è una in sede di encefalo corrispondente al lobo temporale destro. Insomma una cavità orbitale “conciata” come da pugno o percossa. Un’altra ferita inquietante è l’area fratturativa di tipo percolare riscontrata in corrispondenza della rocca petrosa destra, sulla testa. Una lesione riferibile solo a un trauma contusivo di tipo meccanico.
L’articolo ricorda poi che le indagini furono eseguite da un capitano dei carabinieri fatto giungere dal Veneto, Pietro Rossi, risultato poi di collegamento col servizio segreto Sid e legato alla struttura andreottiana dell’Anello.
Il magistrato incaricato Antonio Bevere fu poi estromesso dal procuratore capo Enrico De Peppo, uomo di destra. Bevere era considerato di sinistra. A capo dei carabinieri c’era il generale Palumbo della divisione Pastrengo, affiliato alla P2 come si scoprì poi dagli elenchi di Villa Wanda a Castiglion Fibocchi.
Fa impressione questo depistaggio che è stato organizzato intorno alla morte di Feltrinelli, presentata all’epoca come la conclusione tragica di un’attività da dinamitardo e terrorista.
I giornalisti che allora tentarono come Camilla Cederna di scavare in questo “omicidio” furono processati per diffusione di notizie false e tendenziose.
martedì 7 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 gennaio. Il 7 gennaio 2015 ha luogo la strage al giornale satirico "Charlie Hebdo".
Due terroristi, "nel nome di Allah", hanno aperto il fuoco e ucciso dodici persone facendo irruzione nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a qualche centinaio di metri dalla Bastiglia. I killer Said e Cherif, due fratelli jihadisti franco-algerini di 32 e 34 anni, erano tornati in Francia dalla Siria. Con loro un complice, Amid, di appena 18 anni.
La Francia è sconvolta, il presidente Francois Hollande - subito accorso sul posto - è apparso sotto shock. Ha definito le vittime "i nostri eroi", caduti per l'idea che si erano fatti della Francia, "la libertà". Sono caduti sotto i colpi del commando di terroristi Charb, il direttore, e i popolarissimi disegnatori satirici Wolinski, Cabu e Tignous. Li hanno cercati, uno per uno, in particolare Charb, autore di un'ultima vignetta tragicamente profetica, in cui scherzava su possibili attacchi terroristici imminenti in Francia. I testimoni parlano invece di un periodo di difese stranamente un po' allentate al giornale, da anni nel mirino del fanatismo per le sue provocazioni contro gli estremismi religiosi di ogni tipo. "Allah Akbar", hanno gridato i terroristi uscendo, filmati dall'alto in un video che - a partire da Le Monde - i media francesi si sono impegnati a non diffondere o a pubblicare depurato delle scene più crude.
"Abbiamo vendicato il profeta", "abbiamo ucciso Charlie Hebdo, siamo di Al Qaida": queste le altre urla deliranti dei terroristi, i quali durante alcuni interminabili minuti hanno compiuto una mattanza scientifica, chiedendo ai giornalisti il loro nome prima di giustiziarli. Sotto i colpi, sono caduti anche l'economista Bernard Maris, che aveva una rubrica su Charlie Hebdo, con lo pseudonimo di Oncle Bernard, un addetto alla portineria, un poliziotto accorso in bicicletta dal commissariato vicino e un altro che era di guardia all'interno della redazione. I killer sono fuggiti su un'auto, poi l'hanno dovuta abbandonare dopo uno scontro con un veicolo guidato da una donna, hanno minacciato un altro automobilista e si sono allontanati con la sua auto. E proprio nell'auto gli agenti hanno trovato le loro carte d'identità. Nella banlieue nord di Parigi si è subito scatenata una caccia all'uomo senza precedenti.
Si concludono con altro sangue i tre giorni più lunghi per la Francia, cominciati con la strage in redazione a Charlie Hebdo e finiti con un doppio, simultaneo assalto dei reparti speciali francesi. Morti i tre terroristi, che hanno inneggiato ad al Qaida e all'Isis, morto un loro probabile fiancheggiatore. Morte anche quattro persone, ostaggio in un supermercato di prodotti kosher. "Usciremo da questa prova ancora più forti", ha detto il presidente Francois Hollande in tv, provando a risollevare i francesi atterriti da un incubo interminabile. Ma poi ha subito aggiunto che "per la Francia le minacce non sono finite".
Il terribile attacco ai vignettisti di Charlie Hebdo, poi il crudele assassinio di una giovane poliziotta, infine la fuga dei tre terroristi braccati come animali, i due fratelli integralisti Cherif e Said Kouachi e l'ultrà islamico di origine maliana Amedy Coulibaly. Nella fuga i due Kouachi avevano tentato di rubare un'auto, si sono scontrati con la polizia e, infine, si sono asserragliati in una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy. Contemporaneamente, si stringeva il cerchio attorno a Coulibaly, del quale non si era saputo più nulla dopo l'assassinio della giovane agente: fermati i genitori, un mandato veniva spiccato nei confronti suoi e della sua compagna, Hayat Boumeddiene.
I fratelli Kouachi non si erano resi conto di avere con loro un ostaggio. Dopo ore, sentendosi perduti e privi di potere di scambio con la polizia che li assediava, sono usciti dallo stabilimento sparando contro la polizia, alle 16.57. Seguendo gli ordini impartiti direttamente dal presidente Hollande, i reparti speciali hanno risposto al fuoco e hanno "neutralizzato" la minaccia. I due fratelli, che avevano fatto sapere di voler morire "da martiri", sono stati uccisi nello scontro a fuoco. Nel primo pomeriggio, intanto, era riemerso Coulibaly, di cui non si avevano notizie da ore. Era braccato, ha saputo dei suoi genitori fermati, ha sentito che era arrivato alla fine ed è passato al gesto estremo: kalashnikov in pugno, è entrato in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendendo in ostaggio una decina di persone, fra cui donne e bambini, e gridando ai primi poliziotti arrivati: "sapete chi sono, sapete chi sono!".
Le ricostruzioni dicono che abbia ucciso subito quattro degli ostaggi, minacciando poi un massacro se fossero stati toccati i fratelli Kouachi. Ha avuto la calma e la concentrazione di telefonare alla redazione di BFMTV per mettere in chiaro che la sua azione era coordinata con i fratelli terroristi, che avrebbero dovuto occuparsi "loro di Charlie Hebdo, io dei poliziotti". Dopo essersi detto appartenente allo Stato islamico, si è preparato alla fine cominciando a pregare (i redattori di BFMTV hanno ascoltato le sue preghiere dal cellulare rimasto staccato). Anche a Vincennes, per ordine di Hollande, le teste di cuoio sono passate all'azione, esattamente tre minuti dopo Dammartin-en-Goele: fuoco e granate lacrimogene sul supermercato, irruzione ed esplosioni, poi il silenzio. Lentamente sono usciti i superstiti, mentre i soccorritori si dedicavano ai feriti. Cinque i morti accertati: Coulibaly e quattro ostaggi. Alcuni riferiscono però che tra le quattro vittime ci potrebbe essere un possibile complice del killer.
martedì 17 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 dicembre 1973 ebbe luogo la "strage di Fiumicino".
Il 17 dicembre 1973 un gruppo di cinque terroristi palestinesi – appartenenti all’organizzazione Settembre Nero – attaccò l’aeroporto di Fiumicino, prendendo ostaggi e lanciando bombe contro un aereo della Pan Am. Morirono 32 persone e i terroristi riuscirono a fuggire. Fu la più grave strage terroristica avvenuta in Europa fino a quella di Bologna del 1980. All’epoca il governo fu criticato per la sua politica “filo-araba” e ci fu chi insinuò complicità tra i servizi segreti italiani e i terroristi. Oggi quella strage è stata quasi dimenticata.
Intorno a mezzogiorno e mezzo del 17 dicembre 1973 cinque terroristi palestinesi (ma forse erano di più, il numero non è mai stato accertato con sicurezza) scesero all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino da un aereo appena arrivato da Madrid. All’epoca i controlli di sicurezza agli aeroporti erano praticamente inesistenti: nei bagagli a mano i terroristi avevano mitra e bombe a mano.
Quando arrivarono alla barriera del controllo passaporti, i cinque tirarono fuori le armi e presero in ostaggio sei agenti di polizia. Il gruppo si divise: quelli con gli ostaggi si diressero verso il gate 14, mentre altri cominciarono a sparare contro delle vetrate per poter uscire direttamente sulla pista.
Alle 13.10 il volo Pan Am 110 si preparava al decollo, in ritardo di circa 25 minuti. Il capitano Andrew Erbeck e gli altri membri dell’equipaggio nella cabina di pilotaggio videro nel terminal la gente che scappava e che cercava riparo mentre i terroristi sparavano per aprirsi una strada. Erbeck avvertì i passeggeri che stava succedendo qualcosa nel terminal e ordinò che tutti si sdraiassero in terra.
Uno dei due gruppi di terroristi stava raggiungendo l’aereo proprio in quell’istante. Alcuni di loro salirono sulla scala mobile che era ancora poggiata alla fiancata dell’aereo e lanciarono all’interno tra le due e le cinque granate al fosforo, un materiale incendiario che procura ustioni particolarmente gravi e genera fiamme molto difficili da spegnere. L’onda d’urto stordì numerosi passeggeri, mentre le fiamme si propagarono rapidamente al carburante nei serbatoi. Luigi Peco, 84 anni, fu uno dei sopravvissuti alla strage, e ha raccontato così quel momento al giornalista David Chinello:
«Quando ero disteso nel corridoio dell’aereo ho pensato: qui fra poco salta tutto. E mi sono infilato, sempre strisciando, tra la fila di sedili più larga e mi sono fermato proteggendomi i timpani come sapevo. Subito vi fu il terzo scoppio, molto forte, di una bomba dirompente il cui cono di schegge aprì uno squarcio sul tetto dell’aereo che fece da tiraggio al fumo dell’incendio. Così lo scoppio non mi ruppe il timpano e non persi i sensi, come capitò probabilmente ai passeggeri intorno a me»
Dopo le esplosioni, alcuni assistenti di volo riuscirono ad aprire un’uscita di emergenza sul lato dell’aereo. Il capitano Erbeck riuscì a salvarsi insieme a gran parte dei passeggeri, ma 30 persone morirono soffocate o per le ustioni causate dal fosforo. Quattro erano italiani.
Mentre il primo gruppo attaccava il Pan Am 110, il secondo, insieme a sei ostaggi italiani, raggiunse l’altro aereo che si trovava in quella parte della pista: un Boeing 737 della Lufthansa. Sotto l’aereo si trovarono davanti ad un agente della Guardia di Finanza, Antonio Zara, 20 anni. I terroristi gli immobilizzarono le braccia e dopo avergli detto di allontanarsi gli spararono alla schiena.
Dopo aver preso altri due ostaggi dal personale di terra dell’aeroporto ed essersi riuniti con il primo gruppo, i terroristi salirono a bordo dell’aereo Lufthansa e obbligarono l’equipaggio a decollare. Alle 13.32, 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, l’aereo partì diretto ad Atene.
L’aereo atterrò ad Atene poche ore dopo e i terroristi iniziarono a trattare con il governo greco. Chiedevano la liberazione di due membri di Settembre Nero arrestati l’estate precedente dopo un attacco al terminal dell’aeroporto di Atene. Il governo greco si rifiutò di trattare e i terroristi minacciarono di far schiantare l’aereo sul centro della città. Non mantennero la promessa, ma uccisero uno degli ostaggi italiani e scaricarono il suo cadavere sulla pista insieme agli altri ostaggi feriti.
Dopo 16 ore di sosta ad Atene l’aereo ripartì. L’aeroporto di Beirut, la destinazione originale del volo, negò l’accesso e occupò la pista con mezzi militari per impedire all’aereo di atterrare. Cipro fece lo stesso. I terroristi furono costretti ad atterrare a Damasco, l’unico aeroporto che li accolse, per rifornirsi di carburante. Dopo circa tre ore l’aereo ripartì di nuovo.
Il problema però restava: nessun paese era disposto ad accogliere l’aereo. Alla fine i terroristi si diressero verso il Kuwait. L’accesso gli fu di nuovo vietato, ma il capitano riuscì a far atterrare l’aereo su una pista secondaria. Dopo un’ora di trattativa, il governo del Kuwait annunciò che i terroristi avevano accettato il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della libertà.
Ai terroristi fu permesso di tenere le loro armi. Scesero dall’aereo facendo con le dita il segno di “V per vittoria”. In tutto l’attacco di Fiumicino era costato la vita a 32 persone, tra cui sei cittadini italiani. Dopo alcuni giorni i terroristi vennero trasferiti dal Kuwait all’Egitto. Il governo egiziano di Anwar Sadat, dopo aver rinunciato a processarli, li consegnò all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Da allora di loro non si è più saputo nulla.
Il 18 dicembre, mentre il sequestro non si era ancora concluso, il governo guidato da Mariano Rumor andò in Parlamento a riferire sulla strage. Durante la seduta il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani fu duramente contestato dai deputati del MSI e del Partito Liberale. Il governo venne accusato di aver adottato una politica “filo-araba” – sia la corrente di Andreotti che parte del PSI, alleato della DC, avevano orientamento filo-palestinese – di aver sottoscritto un patto segreto con le organizzazioni terroristiche palestinesi.
Secondo le accuse in passato il governo italiano si era impegnato a lasciare libera circolazione ai terroristi e alle loro armi in tutto il paese e a fare pressioni sulla magistratura affinché liberasse i terroristi arrestati nel paese. In cambio, Settembre Nero aveva promesso di non fare attacchi in Italia. Si è parlato per decenni di questa politica: alcuni anni fa Bassam Abu Sharif, considerato il ministro degli esteri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina negli Anni Settanta e Ottanta, disse al Corriere della Sera che in quegli anni i governi italiani permettevano ai terroristi palestinesi di agire liberamente in Italia, in cambio di un impegno a non colpire obiettivi italiani. Abu Sharif lo definì “l’accordo Moro”. Francesco Cossiga, illustre esponente della DC dell’epoca ed ex presidente della Repubblica, disse allora di avere «sempre saputo – benché non sulla base di documenti o informazioni ufficiali, sempre tenuti celati nei miei confronti – dell’esistenza di un accordo sulla base della formula “tu non mi colpisci, io non ti colpisco” tra lo Stato italiano ed organizzazione come l’OLP ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina».
Alcuni ipotizzarono allora che l’attacco a Fiumicino fosse stato una sorta di “errore”, oppure un ripiego dopo che il piano per colpire un obiettivo fuori dal paese era fallito all’ultimo momento. Diversi giornali, come il settimanale Epoca, sostennero questa tesi: in quei giorni molti ricordarono episodi dei mesi precedenti in cui presunti terroristi palestinesi trovati in possesso di armi e bombe erano stati liberati, secondo alcuni, in seguito proprio a pressione del governo (in alcune ricostruzioni questi terroristi erano stati trasportati in paesi come la Libia con l’aiuto dei servizi segreti italiani). Il governo smentì ogni ipotesi di accordo con i terroristi. Di questi episodi si parla in un articolo del Tempo, uno dei pochi che ha ricordato la strage.
Fino alla strage della stazione di Bologna nell’agosto del 1980, quello di Fiumicino fu il più grave attacco terroristico nella storia d’Europa. Con il passare degli anni, però, la strage è scomparsa dai titoli dei giornali e raramente è stata commemorata in maniera ufficiale. Durante l’intervista, Peco ha ricordato che dopo aver fatto una deposizione ai carabinieri sull’accaduto, non fu più sentito da nessun magistrato né da alcuna commissione di inchiesta.
I motivi di questa apparente rimozione sono diversi, probabilmente. Il fatto che la gran parte delle vittime fossero straniere, per esempio, insieme al fatto che non si sia costituita un’associazione di familiari delle vittime. Inoltre, per quanto ancora non si conosca la verità sulle trattative tra lo stato italiano e le organizzazioni terroristiche palestinesi, la strage rimase a lungo un episodio molto imbarazzante per il governo.
Infine la strage di Fiumicino del 1973 fu oscurata, almeno nella memoria collettiva, da un’altra strage, avvenuta sempre a Fiumicino il 27 dicembre del 1985, quando un gruppo di terroristi palestinesi attaccò il terminal della compagnia aerea israeliana El Al uccidendo venti persone e ferendone altre cento.
venerdì 2 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 agosto 1980 esplode una bomba nella stazione di Bologna, causando 85 morti.
Il 2 agosto 1980 è un caldo sabato di esodo estivo. Le code in autostrada sarebbero, come da copione, l'argomento del giorno per quotidiani e telegiornali. Alle ore 10:25, invece, un'esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza la routine del rito delle vacanze, e l'Italia torna nell'incubo del terrorismo: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinosa nella storia italiana. L'ora della tragedia rimarrà impressa, come ricordo indelebile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione.
Alle 10:25 un boato squarcia l'ala sinistra dell'edificio: la sala d'aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere. Rimane colpito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Nel ristorante-bar self service perdono la vita sei lavoratrici. La polvere ricopre totalmente i passeggeri. Comincia un'opera interminabile per i tantissimi soccorritori, si forma una catena spontanea di aiuti. Inizia anche la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, appena tre anni, poi Luca Mauri di sei, Sonia Burri di sette, e via via fino a Maria Idria Avati, di 80 anni, e Antonio Montanari, di 86. Interviene anche l'esercito, mentre il silenzio irreale nel centro città è squarciato dalle sirene di ambulanze, vigili del fuoco, forze dell'ordine.
Un bus Atc della linea 37 diventa simbolo di quel 2 agosto perché si trasforma in un improvvisato carro funebre che fa la spola con l'obitorio di via Irnerio, a poca distanza, per trasportare le salme. Le ambulanze servono invece per i feriti che vengono smistati in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri. L'autobus 37 è sempre più protagonista delle commemorazioni: nel 2017 è stato riportato in piazza Medaglie d'Oro, e nel 2018 prende parte al corteo dall'incrocio con via Irnerio fino alla stazione.
In stazione dopo l'esplosione arriva il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt'intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre all'obitorio si continua a tentare di dare un nome alle salme. Un'identità a cui si risale a volte solo grazie a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull'Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti. Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma nel punto dell'esplosione non ci sono caldaie. La fuga di gas viene presto scartata per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale.
Quasi 40 anni dopo, la memoria della strage è tenuta viva dalla cittadinanza, e dalle Associazioni dei familiari delle vittime, che chiedono di conoscere tutta la verità sulla strage, soprattutto sui suoi mandanti. Alla fine di un lunga serie di processi, sono definitive dal 1995 le condanne all'ergastolo, come esecutori della strage, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, dei Nar, gruppo terroristico di estrema destra attivo tra fine anni '70 e primi '80. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni anche per un altro ex Nar, Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca. Sempre la Cassazione, nel novembre 1995, ha confermato le condanne per Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10) e degli ex ufficiali del Sismi Pietro Musumeci (8 e 5 mesi) e Giuseppe Belmonte (7 e 11 mesi) per i depistaggi alle indagini.
A quasi 38 anni dai fatti, ha poi preso il via alla fine del 2017 un nuovo processo sull'attentato. Gilberto Cavallini, 65 anni, ex Nar, ergastolano in semilibertà, è imputato davanti alla Corte di Assise per rispondere di concorso nella strage. L'accusa è di aver aiutato e supportato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: Cavallini li avrebbe alloggiati in Veneto, fornendo documenti falsi e poi anche la vettura per il viaggio da Padova a Bologna. A questa imputazione la Procura bolognese è arrivata sulla base di una rilettura aggiornata degli atti e su impulso degli esposti dell'Associazione dei familiari delle vittime che da tempo chiede alla magistratura di approfondire tanti aspetti della strage rimasti oscuri.
Il livello superiore, cioè quello dei mandanti, è infatti sempre rimasto avvolto nel mistero e la Procura ordinaria, dopo anni di indagine, aveva chiesto l’archiviazione. Il fascicolo è sempre rimasto contro ignoti. La Procura generale però, nell'ottobre 2017, ha avocato a sé il fascicolo e ora, pur nella difficoltà di svolgere accertamenti a oltre 40 anni dai fatti, sta conducendo l'inchiesta. All'indagine lavorano carabinieri del Ros, Digos e Guardia di Finanza. A opporsi all'archiviazione era stata l'associazione dei familiari delle vittime dell'attentato, fin da subito molto critica con la scelta dei pm, che ha accolto positivamente la notizia dell'avocazione: "È la conferma della validità delle motivazioni che abbiamo esposto contro la richiesta di archiviazione". L'11 febbraio 2020 la Procura Generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage contro i presunti mandanti e finanziatori, notificando quattro avvisi di conclusione indagine: Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi, oltre agli ex NAR già condannati. Gilberto Cavallini viene condannato all'ergastolo per concorso in strade.
martedì 23 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 23 gennaio 1994 la Mafia organizzò un attentato allo Stadio Olimpico, che fortunatamente non ebbe luogo per un difetto del detonatore.
Volevano una strage. Quella definitiva, quella ultima dove affermarsi in un braccio di ferro con lo Stato che non accennava ad affondare definitivamente. Anzi: reagiva, urlava, scovava, cercava ordine in un'entropia di decenni. Cosa Nostra era però sicura quel giorno: il 23 gennaio del 1994, l'autobomba presso lo stadio Olimpico, avrebbe fatto il suo dovere.
Quella domenica d'inverno si giocava Roma-Udinese e la mafia non voleva colpire tanto il tifoso ma i Carabinieri in servizio, tanti quel pomeriggio, farne una carneficina per colpire in senso letterale ma anche simbolico, chi si era impegnato e continuava ad impegnarsi per e con lo Stato.
L'attentato all'Olimpico non funzionò: il telecomando ebbe un problema e l'autobomba, che avrebbe dovuto azionarsi qualche minuto dopo la fine della partita, non esplose.
Ci sono voluti molti anni per ricostruire il mancato attentato allo stadio di Roma e il quadro finale, i pezzi mancanti della tragedia più che sfiorata, si sono ricomposti solo qualche anno fa nell'ambito del processo a Dell'Utri, accusato per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza furono raccolti tutti i dettagli della pianificazione della strage. "L'attentato si doveva compiere a Roma – confessò Spatuzza in un'aula di Milano – perché con quello gli volevamo dare il colpo di grazia. La base logistica, diciamo, era Torvaianica. Stabilite le coordinate, quella domenica fu fatto tutto affinché l'attentato si portasse a compimento. Grazie a Dio il telecomando non funzionò, la cosa era mostruosa perché a quel punto divergeva dalla direttiva di fare una strage di almeno cento e passa Carabinieri". Solo che col dispositivo che tardava a funzionare cominciarono ad uscire anche molti tifosi che diluivano il passaggio e il numero degli uomini dell'Arma. A quel punto fu dato ordine a Spatuzza e soci di rinunciare all'esplosione. "La procedura utilizzata per l'attentato a Via D'Amelio – aggiunge Spatuzza – era stata riproposta anche per quello all'Olimpico. Il sabato rubammo un paio di targhe. Il furto fu datato 22 gennaio e quindi la domenica era il 24". Qui il pentito fa un errore "formale", perché il 24 gennaio del 1994 non era una domenica ma un lunedì. È evidente che Spatuzza si riferisse al giorno precedente. In aggiunta confessò inoltre che colpire il quotidiano, il rito dello stadio alla domenica non era la priorità di Cosa Nostra che voleva in realtà punire i Carabinieri: una gara di Serie A ne offriva una concentrazione notevole per una "pena esemplare".
In viale dei Gladiatori doveva esplodere una Lancia Thema con 120 chili di tritolo, quando però il funzionamento dell'autobomba è andato a vuoto, il veicolo fu fatto sparire e l'esplosivo ritrovato nascosto sotto terra, nel 1994 a Capena, località in provincia di Roma, dove un altro pentito Antonio Scarano, l'uomo di Cosa Nostra attivo nella Capitale e nel Centro Italia, aveva affittato casa.
Nel 2002 fu fatta una ricostruzione diversa dell'episodio, dal procuratore antimafia Piero Luigi Vigna: il giorno dell'attentato era stato individuato nel 31 ottobre del 1993, quando all'Olimpico si giocò Lazio-Udinese. Successivamente le dichiarazioni di Spatuzza hanno rettificato i dettagli dell'episodio come si evince da questa sentenza.
La strage dell'Olimpico rientrava in un elenco nero di tutta una serie di attentati mafiosi, organizzati tra l'aprile del 1993 e l'aprile del 1994, dove furono colpite le maggiori città italiane: da via dei Georgofili a Firenze fino a via Palestro a Milano; da San Giovanni in Laterano alla chiesa del Velabro a Roma. Col fenomeno del pentitismo, la mafia ha abbandonato lo strumento delle stragi per quello degli agguati, in un regolamento interno di conti.
domenica 7 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Due terroristi, "nel nome di Allah", hanno aperto il fuoco e ucciso dodici persone facendo irruzione nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a qualche centinaio di metri dalla Bastiglia. I killer Said e Cherif, due fratelli jihadisti franco-algerini di 32 e 34 anni, erano tornati in Francia dalla Siria. Con loro un complice, Amid, di appena 18 anni.
La Francia è sconvolta, il presidente Francois Hollande - subito accorso sul posto - è apparso sotto shock. Ha definito le vittime "i nostri eroi", caduti per l'idea che si erano fatti della Francia, "la libertà". Sono caduti sotto i colpi del commando di terroristi Charb, il direttore, e i popolarissimi disegnatori satirici Wolinski, Cabu e Tignous. Li hanno cercati, uno per uno, in particolare Charb, autore di un'ultima vignetta tragicamente profetica, in cui scherzava su possibili attacchi terroristici imminenti in Francia. I testimoni parlano invece di un periodo di difese stranamente un po' allentate al giornale, da anni nel mirino del fanatismo per le sue provocazioni contro gli estremismi religiosi di ogni tipo. "Allah Akbar", hanno gridato i terroristi uscendo, filmati dall'alto in un video che - a partire da Le Monde - i media francesi si sono impegnati a non diffondere o a pubblicare depurato delle scene più crude.
"Abbiamo vendicato il profeta", "abbiamo ucciso Charlie Hebdo, siamo di Al Qaida": queste le altre urla deliranti dei terroristi, i quali durante alcuni interminabili minuti hanno compiuto una mattanza scientifica, chiedendo ai giornalisti il loro nome prima di giustiziarli. Sotto i colpi, sono caduti anche l'economista Bernard Maris, che aveva una rubrica su Charlie Hebdo, con lo pseudonimo di Oncle Bernard, un addetto alla portineria, un poliziotto accorso in bicicletta dal commissariato vicino e un altro che era di guardia all'interno della redazione. I killer sono fuggiti su un'auto, poi l'hanno dovuta abbandonare dopo uno scontro con un veicolo guidato da una donna, hanno minacciato un altro automobilista e si sono allontanati con la sua auto. E proprio nell'auto gli agenti hanno trovato le loro carte d'identità. Nella banlieue nord di Parigi si è subito scatenata una caccia all'uomo senza precedenti.
Si concludono con altro sangue i tre giorni più lunghi per la Francia, cominciati con la strage in redazione a Charlie Hebdo e finiti con un doppio, simultaneo assalto dei reparti speciali francesi. Morti i tre terroristi, che hanno inneggiato ad al Qaida e all'Isis, morto un loro probabile fiancheggiatore. Morte anche quattro persone, ostaggio in un supermercato di prodotti kosher. "Usciremo da questa prova ancora più forti", ha detto il presidente Francois Hollande in tv, provando a risollevare i francesi atterriti da un incubo interminabile. Ma poi ha subito aggiunto che "per la Francia le minacce non sono finite".
Il terribile attacco ai vignettisti di Charlie Hebdo, poi il crudele assassinio di una giovane poliziotta, infine la fuga dei tre terroristi braccati come animali, i due fratelli integralisti Cherif e Said Kouachi e l'ultrà islamico di origine maliana Amedy Coulibaly. Nella fuga i due Kouachi avevano tentato di rubare un'auto, si sono scontrati con la polizia e, infine, si sono asserragliati in una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy. Contemporaneamente, si stringeva il cerchio attorno a Coulibaly, del quale non si era saputo più nulla dopo l'assassinio della giovane agente: fermati i genitori, un mandato veniva spiccato nei confronti suoi e della sua compagna, Hayat Boumeddiene.
I fratelli Kouachi non si erano resi conto di avere con loro un ostaggio. Dopo ore, sentendosi perduti e privi di potere di scambio con la polizia che li assediava, sono usciti dallo stabilimento sparando contro la polizia, alle 16.57. Seguendo gli ordini impartiti direttamente dal presidente Hollande, i reparti speciali hanno risposto al fuoco e hanno "neutralizzato" la minaccia. I due fratelli, che avevano fatto sapere di voler morire "da martiri", sono stati uccisi nello scontro a fuoco. Nel primo pomeriggio, intanto, era riemerso Coulibaly, di cui non si avevano notizie da ore. Era braccato, ha saputo dei suoi genitori fermati, ha sentito che era arrivato alla fine ed è passato al gesto estremo: kalashnikov in pugno, è entrato in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendendo in ostaggio una decina di persone, fra cui donne e bambini, e gridando ai primi poliziotti arrivati: "sapete chi sono, sapete chi sono!".
Le ricostruzioni dicono che abbia ucciso subito quattro degli ostaggi, minacciando poi un massacro se fossero stati toccati i fratelli Kouachi. Ha avuto la calma e la concentrazione di telefonare alla redazione di BFMTV per mettere in chiaro che la sua azione era coordinata con i fratelli terroristi, che avrebbero dovuto occuparsi "loro di Charlie Hebdo, io dei poliziotti". Dopo essersi detto appartenente allo Stato islamico, si è preparato alla fine cominciando a pregare (i redattori di BFMTV hanno ascoltato le sue preghiere dal cellulare rimasto staccato). Anche a Vincennes, per ordine di Hollande, le teste di cuoio sono passate all'azione, esattamente tre minuti dopo Dammartin-en-Goele: fuoco e granate lacrimogene sul supermercato, irruzione ed esplosioni, poi il silenzio. Lentamente sono usciti i superstiti, mentre i soccorritori si dedicavano ai feriti. Cinque i morti accertati: Coulibaly e quattro ostaggi. Alcuni riferiscono però che tra le quattro vittime ci potrebbe essere un possibile complice del killer.
giovedì 21 dicembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 21 dicembre 1988 in Scozia ha luogo la strage di Lockerbie.
Il 21 dicembre del 1988, alle 19.03, il volo Pan Am 103 partito da Londra e diretto a New York esplose in volo a causa di una bomba contenuta in una valigia. Morirono tutte le 259 persone che si trovavano a bordo dell’aereo. Altre undici morirono quando i rottami dell’aereo si schiantarono sulla cittadina di Lockerbie, in Scozia.
Fu il più grave attentato terroristico avvenuto in Europa in tempi recenti. Abdelbaset al-Megrahi, un ex agente dei servizi segreti libici, fu l’unico ad essere condannato per la strage. Megrahi venne estradato dalla Libia nel 1999, dopo lunghissime trattative e sanzioni internazionali. Negli anni successivi affiorarono molti dubbi sulle prove e sulle testimonianze che portarono alla condanna di Megrahi, che è morto di cancro in Libia nel 2012, dopo essere stato liberato per motivi di salute nel 2009. Tutt’oggi in molti, tra cui numerosi parenti delle vittime dell’attentato, non credono alla spiegazione ufficiale.
Alle ore 19.02 e 50 secondi, una bomba contenuta in un mangianastri Toshiba esplose a bordo del volo Pan Am 103. Il mangianastri si trovava all’interno di una valigia Samsonite marrone, in mezzo a molti vestiti. L’esplosivo plastico Semtex creò un buco nella fusoliera del diametro di circa mezzo metro, proprio sotto la “P” del logo Pan Am.
A causa della differenza di pressione tra l’esterno e l’interno, l’aereo si disintegrò in volo. Otto secondi dopo l’esplosione, i radar mostrarono che i frammenti dell’aereo erano sparsi in cielo nel raggio di circa due chilometri. Il muso dell’aereo fu uno dei primi pezzi a staccarsi, mentre la forza della pressione allargava il buco causato dall’esplosione. In circa tre secondi l’intera parte frontale dell’aereo venne strappata via.
Altri pezzi si staccarono dall’aereo mentre precipitava. Le prime ad arrivare al suolo furono le parti collegate alle ali: entrambe precipitarono sulla cittadina di Lockerbie alla velocità di circa 800 chilometri all’ora. Le 91 tonnellate di carburante che contenevano si incendiarono ed esplosero, distruggendo diverse abitazioni e creando un cratere largo 47 metri. L’impatto fece registrare ai sismografi un evento sismico di magnitudo 1.6 sulla scala Richter.
La maggior parte delle persone morirono nell’impatto su Lockerbie. Altri vennero sbalzati fuori dai sedili e precipitarono per nove chilometri. I loro resti, così come i rottami dell’aereo, vennero ritrovati in un’area di circa 2 chilometri quadrati. In tutto morirono 270 persone, tra cui 189 cittadini americani e 43 britannici.
Già il 22 dicembre diverse organizzazioni rivendicarono l’attentato, telefonando a giornali e agenzie di stampa negli Stati Uniti e in Europa. Gran parte delle dichiarazioni furono ritenute inaffidabili, come quella che chiamava in causa il Mossad, il servizio segreto israeliano, quella di un’organizzazione terroristica libanese e quella della Ulster Defence League, un’organizzazione contraria all’indipendenza dell’Irlanda del Nord. La CIA ne giudicò soltanto una più credibile delle altre: quella che attribuiva la responsabilità dell’esplosione ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, l’organizzazione militare iraniana meglio nota con il nome di pasdaran.
Le indagini, però, portarono ad una pista diversa. C’erano sostanzialmente tre elementi principali che nei mesi e negli anni successivi all’attentato permisero agli investigatori di individuare un colpevole. Il primo era un frammento di vestito bruciacchiato contenuto nella valigia che trasportava la bomba.
Su questo frammento, lungo alcuni centimetri, gli investigatori trovarono le parole “Yorkie”. Da questo nome risalirono alla Yorkie Clothing, un’azienda che produceva vestiti in Irlanda e a Malta. Seguendo questa pista gli investigatori arrivarono fino al negozio maltese di un grossista, Tony Gauci. Gauci confermò che un uomo, pochi giorni prima dell’attentato, aveva comprato una serie di vestiti con l’aria di uno a cui non importava molto quel che sceglieva. Gauci disse anche di aver visto più volte l’uomo sull’isola.
Il secondo elemento fu un frammento del timer della bomba. Dopo averlo analizzato, gli investigatori riuscirono a risalire a un fabbricante di componenti elettronici svizzero, Meister & Bollier. Uno dei titolari, Edwin Bollier, raccontò che nel 1985 aveva venduto alcuni di quei timer all’esercito libico e che aveva anche assistito a una dimostrazione del loro funzionamento nel deserto del Sahara. Bollier disse che nei suoi viaggi in Libia aveva conosciuto in particolare due uomini. Il primo era Abdelbaset al-Megrahi, un ufficiale dell’intelligence libica che usava come copertura l’incarico di direttore della sicurezza delle linee aeree libiche. Secondo Bollier, Megrahi aveva un amico e compagno di affari di nome Lamin Khalifah Fhimah, direttore delle linee aeree libiche a Malta.
Il terzo elemento fu la strada percorsa dalla valigia che conteneva la bomba. Secondo gli investigatori, la valigia era stata caricata all’aeroporto di Malta e quindi, tramite il sistema di trasporto valigie senza passeggero, era stata spedita a Francoforte e quindi sul Pan Am 103. In quello stesso giorno, secondo gli investigatori, Megrahi era arrivato a Malta con un volo da Tripoli. Quando infine Gauci riconobbe una foto di Megrahi e disse che era lui il misterioso cliente che aveva comprato i vestiti nel suo negozio poco prima del disastro, la polizia scozzese chiese l’arresto di Megrahi e Fhimah.
La Libia si rifiutò per quasi dieci anni di consegnare Megrahi e Fhimah. Ci furono lunghissimi negoziati, sanzioni internazionali e altre pressioni in seguito alle quali, nel 1999, la Libia accettò di estradare i due uomini. Il processo cominciò nel maggio del 2000 a Camp Zeist, nei Paesi Bassi, e venne portato avanti da un tribunale scozzese. Nel gennaio del 2001 Megrahi venne condannato all’ergastolo, mentre Fhimah venne prosciolto.
La corte stessa scrisse che le prove a sostegno dell’accusa erano “circostanziali”, ma che comunque non c’era alcun dubbio che Megrahi fosse colpevole. In realtà, già pochi mesi dopo la conclusione del processo, cominciarono ad emergere una serie di dettagli che fecero traballare le basi dell’accusa e portarono Hans Köchler, osservatore dell’ONU al processo, a definirlo “uno spettacolare errore giudiziario”.
Emerse ad esempio che Gauci aveva più volte sbagliato a identificare Megrahi e a collocare il giorno esatto in cui secondo lui era avvenuto l’acquisto di vestiti. Anche l’affidabilità di Bollier come testimone venne messa in dubbio. Nel 2007, uno dei suoi impiegati ammise di aver mentito nel corso del processo e di aver fornito agli investigatori del caso Lockerbie un tipo di timer particolare, diverso da quello trovato sul luogo del disastro, e che avrebbe aiutato l’accusa a condannare Megrahi.
Tutti questi elementi spinsero nel 2008 Megrahi a chiedere per la seconda volta una revisione del processo (la prima era stata respinta nel 2002). Pochi mesi dopo, però, Megrahi rinunciò alla possibilità di fare appello in cambio della liberazione per motivi umanitari. Era infatti malato di tumore e in fase terminale. Venne liberato nell’agosto del 2009 e ritornò in Libia, dove venne accolto come un eroe.
Nel 2003 il colonnello Muhammar Gheddafi riconobbe la “responsabilità” della strage di Lockerbie, ma negò il coinvolgimento diretto del suo governo. Contemporaneamente, accettò di pagare 2,7 miliardi di dollari in compensazione alle famiglie delle vittime (altri soldi andarono in quegli anni ai parenti dei morti in un altro attentato, quello al volo UTA 772, che li usarono per un particolarissimo memoriale nel deserto). In molti ritennero la mossa di Gheddafi soltanto un modo per interrompere l’isolamento diplomatico internazionale che da anni colpiva il suo paese. Molte famiglie delle vittime rifiutarono il risarcimento, dichiarando che la Libia non era responsabile dell’attacco e che Megrahi era stato incastrato. Le famiglie delle vittime che non credono alla pista libica hanno creato un sito molto ricco di informazioni.
Sull’attentato di Lockerbie, negli anni, si sono diffuse moltissime teorie della cospirazione. Alcuni accusano i servizi segreti israeliani, altri la CIA o i servizi segreti britannici. C’è un’altra ipotesi, però, che ha sempre il successo maggiore, anche se non sono mai state trovate le prove per supportarla: la pista iraniana. Secondo questa ricostruzione, il Pan Am 103 venne distrutto come rappresaglia per l’abbattimento di un volo di linea iraniano da parte di una nave da guerra americana nel Golfo Persico, durante la guerra tra Iran e Iraq. Ad eseguire materialmente l’attentato sarebbero stati terroristi palestinesi e agenti dei servizi segreti libici pagati dall’Iran. Per quanto questa teoria non sia mai stata provata, il coinvolgimento degli iraniani e dei palestinesi nell’attentato è rimasto a lungo nei titoli di giornale che si sono occupati della vicenda.
Nei primi mesi del 2011, in Libia, scoppiò una guerra civile che portò in poco tempo alla caduta e alla morte di Gheddafi. Durante i combattimenti, diverse importanti personalità abbandonarono il regime. Tra questi ci fu anche Mustafa Abdul Jalil, ministro della giustizia, che dichiarò di avere le prove che lo stesso Gheddafi aveva ordinato a Megrahi di compiere l’attentato. Saif Gheddafi, uno dei figli del colonnello, ha dichiarato in più occasioni che la Libia non aveva responsabilità nell’attacco e che accettò di pagare risarcimenti alle famiglie delle vittime soltanto per ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Megrahi si è sempre dichiarato innocente. È morto a Tripoli il 20 maggio del 2012.
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