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mercoledì 19 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 1960 Francis Gary Powers viene condannato a dieci anni di prigione per spionaggio da parte dell'Unione Sovietica.
Il capitano Gary Powers lavorava per la CIA, effettuando missioni di spionaggio a bordo del suo aereo spia U-2. Il Lockheed U-2 poteva volare fino a a 70.000 piedi (fuori dalla portata della maggior parte delle armi sovietiche); il suo compito era quello di volare sopra obiettivi militari e fotografarli per la U.S. Intelligence.
La popolazione americana non era a conoscenza di queste missioni di spionaggio fino all'incidente di Powers, ma i russi ne erano al corrente da anni, quando finalmente riuscirono ad abbattere, il primo maggio 1960, la "Dragon Lady", questo il nome dell'aereo di Powers. Powers venne condannato a 10 anni di prigione e lavori forzati, ma dopo 21 mesi fu scambiato, insieme a un altro prigioniero americano, per il colonnello del KGB Vilyam Fisher, noto anche come Rudolf Abel, catturato a New York nel 1957.
Il ruolo di Powers nella Guerra Fredda finì lì.
Il contenuto dell'aereo fu recuperato dai sovietici nel luogo dell'impatto. Un pacchetto di sigarette Kent, una pistola calibro 22, soldi, una pillola di veleno per il suicidio in caso di disastro. Molti all'epoca sostenevano che Powers avrebbe dovuto distruggere la fotocamera dell'aereo e prendere la pillola prima di venire catturato dai sovietici.
In effetti il pilota tentò senza successo di attivare il sistema di autodistruzione del velivolo prima di paracadutarsi. La Commissione del Senato sui Servizi Armati concluse che Powers non tradì il suo paese né agì in modo non professionale durante la sua cattura.
Lo scambio di spie che lo riportò a casa sembrò una scena studiata a Hollywood: Powers camminava lungo un ponte che collega Berlino Est e Berlino Ovest, e Abel camminava in direzione opposta, sotto gli occhi vigili delle truppe armate di entrambi i fronti.
Dopo il 1963 divenne collaudatore di aerei per la Lockheed, scrisse un libro sul suo incidente, in seguito divenne pilota di elicotteri per la rubrica sul traffico di una radio di Los Angeles; fu proprio su quell'elicottero che trovò la morte nel 1977 per la caduta del suo mezzo.
23 anni dopo la sua morte, il primo maggio 2000, al quarantesimo anniversario della caduta dell'U-2, Powers fu insignito degli onori militari. Fu consegnata alla famiglia la Medaglia di Prigioniero di Guerra, la "Distinguished Flying Cross" e la Medaglia del Servizio per la Difesa Nazionale.
Una diceria, mai confermata da Bono, dice che il gruppo U2 prende il nome dall'aereo di Powers, poichè Bono è nato pochi giorni dopo la sua cattura.
Nel 2015 Steven Spielberg ha girato un film sulla sua storia, chiamato "Il ponte delle Spie", con protagonista Tom Hanks.


giovedì 13 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1961, per arginare le continue fughe dalla parte orientale della città, iniziava la costruzione del muro di Berlino.
Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo delle divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica, fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.
Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.
La Germania era occupata dai vincitori della guerra e divisa in quattro zone. L'Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la "sua" parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l'immagine dei russi come "liberatori dal nazismo".
Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l'avamposto contro l'Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi "Care" con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale reale era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall'inizio gli americani cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l'intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.
Già pochi mesi dopo la fine della guerra la divisione della Germania era diventata praticamente inevitabile, anche se dovevano passare ancora 4 anni fino alla definitiva separazione nel 1949. In realtà, tranne la maggioranza dei tedeschi stessi, nessuno voleva veramente una Germania unita, nonostante le parole contrarie di tutti gli alleati.
In fondo, la divisione accontentò un po' tutti, a parte naturalmente i tedeschi, e creò meno problemi nella gestione della Germania vinta. La Germania era diventata oggetto della Guerra Fredda e non aveva ancora né la forza, né la reale possibilità di sottrarsi al dominio e alla concorrenza delle 2 superpotenze USA e URSS.
La "DDR" (Deutsche Demokratische Republik" - Repubblica Democartica Tedesca) all'est stava sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e la "BRD" ("Bundesrepublik Deutschland" - Repubblica Federale della Germania) all'ovest, sotto l'influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni 50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto "Wirtschaftswunder" (miracolo economico). Aiutata all'inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.
La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata all'inizio per le pesanti richieste economiche fatte dall'Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti paragonabili a quelli che riceveva la parte occidentale. Inoltre la rigida struttura di pianificazione nazionale dell'economia non favorì lo stesso sviluppo come nella parte occidentale del paese. Più i due paesi si stabilivano al livello politico, più si facevano sentire le differenze per quanto riguarda lo standard di vita.
In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni '50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell'est ed era un'ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.
Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Bloccato quasi completamente il dissanguamento economico dello stato, negli anni 60 e 70 la DDR visse anch'essa un boom economico. Tra gli stati dell'est diventò la nazione economicamente più forte e i tedeschi, sia all'est che all'ovest, cominciarono a rassegnarsi alla divisione. Di riunificazione si parlava sempre meno e solo durante le commemorazioni e le feste nazionali.
Quello che infine, per la grande sorpresa di tutti e nel giro di pochissimo tempo portò alla riunificazione furono due fattori: l'arrivo di Gorbaciov come leader dell'Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell'est e specialmente della DDR. Con la "Perestroika", cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la "Glasnost", che doveva portare alla trasparenza politica. Decisivo per gli eventi che portarono infine alla caduta del muro fu invece la decisione di Gorbaciov di lasciare libertà agli altri paesi del Patto di Varsavia promettendo di non intromettersi più nei loro affari interni.
I dirigenti della DDR videro questo processo prima con un certo imbarazzo e poi con crescente resistenza. In Polonia e in Ungheria, dove la crisi economica e le spinte per una riforma sono più forti, la politica di Gorbaciov trovò invece più amici anche tra i governanti. Più arrivavano dall'URSS e dagli altri stati dell'est notizie di riforme economiche e democratiche, e più la popolazione della DDR chiedeva di fare lo stesso nel loro paese, più i leader della DDR si chiudono a ogni richiesta del genere. Lo stacco tra popolazione e governo diventa un abisso ma la reazione più diffusa tra la gente è ancora la rassegnazione. Alla fine degli anni 80 la DDR è, o almeno sembra, economicamente abbastanza forte, l'apparato statale sembra indistruttibile e così nessuno può prevedere il crollo verticale che nel 1989 sarebbe avvenuto in pochissimi mesi.
Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell'estate del '89 la gente della DDR trovò un'altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!
Cominciò un assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Ma il colpo decisivo all'esistenza della DDR arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre del 1989, aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria) era libera!
Mentre il flusso di persone che arrivò nella Germania dell'ovest attraverso l'Ungheria e l'Austria aumentò di giorno in giorno, anche nella DDR crescevano le proteste e la gente si fece più coraggiosa. Ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate - anche se manifestare apertamente contro il governo era ancora un rischio enorme dato che il regime aveva ancora il pieno controllo della polizia, dell'esercito e dell'intero apparato repressivo.
Ma anche l'ultimo tentativo da parte del governo della DDR di salvare il salvabile, cioè il cambiamento dei vertici del partito comunista e del governo non servì a nulla. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma piuttosto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone si riunivano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l'ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.
Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi politici ed economici completamente diversi. Le leggi, le scuole, le università, tutta l'organizzazione della vita pubblica era diversa. La riunificazione era di colpo diventata possibile, ma nelle prime settimane dopo il 9 novembre dell'89 nessuno sapeva ancora come realizzarla e quando. Tutti, anche i più ottimisti, prevedevano un periodo di alcuni anni, ma ancora gli eventi stravolsero tutti i progetti.
Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c'era, mancava però il benessere e la gente all'est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall'est all'ovest non diminuì, anzi aumentò di colpo e di nuovo si poneva il problema di un dissanguamento dell'est, di nuovo erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo vogliono subito, e non fra dieci anni. "Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov'è il marco" era uno degli slogan più gridati contro quelli che chiedevano pazienza.
Nella DDR cominciò a regnare il caos. Già dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l'unico modo per poter fermare il degrado dell'est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare con l'Unione Sovietica e che anche la Germania Federale non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema internazionale e solo dopo trattative non facili tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Britannia e dopo il "sì" definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera.
Il modo in cui alla fine i due stati vennero unificati era senz'altro dettato più dalla fretta che da considerazioni ragionevoli, ma probabilmente non c'era altra possibilità. Infatti, il 3 ottobre del 1990, i due stati non vengono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto-scioglie e le regioni della DDR vengono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
Nessun politico dell'ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi. Kohl ha comunque avuto il fiuto giusto di scavalcare la valanga che si era messa in movimento senza nessuna guida politica. L'unico uomo politico che, in realtà, ha contribuito in modo decisivo a iniziare e ad accelerare il processo della caduta del muro è stato Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo. I tedeschi lo sanno bene, e ancora oggi, Gorbaciov gode di una straordinaria popolarità in Germania.

venerdì 26 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
Potenza delle parole, potenza della comunicazione.

venerdì 24 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta russo, entrò nella storia nel non invidiabile ruolo di primo essere umano deceduto in una missione spaziale.
Erano anni di grande fermento per lo spazio: Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il primato del dominio dei cieli, che significava naturalmente anche il dominio militare dello spazio stesso. I russi avevano per primi mandato esseri viventi in orbita, e per primi un uomo; per primi una donna, per primi più di un pilota, per primi avevano effettuato la passeggiata nello spazio.
Tuttavia i loro primati da alcuni anni non procedevano, e gli Stati Uniti stavano colmando il divario con il programma Gemini, rappresentato da navicelle equipaggiate e dotate di razzi per il cambiamento di traettoria e il randev-vous nello spazio, effettuati nel 65.
La Russia tentò di dare un nuovo impulso alla sua lotta per il dominio del cielo accelerando lo sviluppo del programma Soyuz.
In particolare, si tentava di lanciare un razzo in orbita, e successivamente un secondo razzo per agganciarli tra loro e permettere il passaggio dei cosmonauti da una navicella all'altra.
Il 23 aprile fu lanciato il Soyuz 1 con a bordo Komarov, mentre il giorno successivo sarebbe stato lanciato il Soyuz 2 con altri 3 cosmonauti.
Tuttavia Soyuz 1 ebbe fin da subito notevoli problemi, a cominciare dai pannelli solari per l'approvigionamento di energia che non si aprirono correttamente impedendo una sufficiente erogazione di energia elettrica per il corretto funzionamento della navicella. Anche l'inclinazione in cui si era venuta a trovare impediva di catturare correttamente i raggi del sole. Pertanto fu deciso di abortire il lancio della Soyuz 2 e di procedere al rientro anticipato della navetta di Komarov.
Una prima accensione dei motori fallì, e solo alla diciottesima orbita Komarov riuscì ad iniziare la procedura del rientro. Giunto a circa 7 km di altitudine, avrebbero dovuto aprirsi i paracadute per rallentare la discesa, ma ciò non avvenne e la Soyuz 1 si disintegrò nell'impatto al suolo, e con essa il suo pilota. Nei controlli successivi fu chiara l'evidente imperfezione di costruzione (dovuta alla fretta) del sistema di paracadute, e fu chiaro che se Soyuz 2 fosse stata lanciata, i 3 cosmonauti al suo interno avrebbero avuto la stessa sorte di Komarov.
Fu solo nel 69 che la missione di randev-vous e passaggio di astronauti da una navicella all'altra fu possibile, con Soyuz 4 e 5.
Komarov venne successivamente decorato per due volte con il titolo onorario di Eroe dell'Unione Sovietica e dell'Ordine di Lenin, e le sue ceneri riposano presso il muro del Cremlino: è questo il più alto onore per un cittadino sovietico.
A lui è stato dedicato l'asteroide 1836 Komarov, scoperto nel 1971.

domenica 29 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1951 i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, di New York, venivano arrestati con la accusa di spionaggio e alto tradimento.
Tra metà degli anni ’40 e la metà del decennio successivo l’America fu invasa in modo maniacale da un’ondata di paura per il comunismo.
La fobia dei “rossi” assunse toni surreali grazie all’attività del senatore del Wisconsin Joseph Raymond Mc Carthy, da cui il nome “maccartismo” dato al periodo: bastava un solo sospetto di simpatia nei confronti dei russi o del comunismo per ritrovarsi in galera, sospettati dei peggiori reati.
Come accadde a Julius ed Ethel Rosenberg, due newyorkesi di origine ebrea entrambi con più o meno dichiarate attenzioni verso l’Unione Sovietica, soprattutto lui. Il loro attivismo politico, Julius era un militare sergente dell’esercito, li portò a frequentare persone che avevano contatti con URSS e che in vario modo cercavano di passare informazioni proprio a quello che era diventato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma Julius era una persona semplice senza alcun accesso ad informazioni importanti e senza neanche le conoscenze tecniche necessarie e la moglie Ethel meno di lui.
Pur con tutto questo il 6 marzo del 1951 furono mandati sotto processo con l’accusa di spionaggio per aver passato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire una bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale.
L’accusa non riuscì a provare la qualità e la quantità di informazioni che i Rosenberg erano sospettati di aver passato al nemico. Ethel fu considerata, anche dai testimoni dell’accusa, al massimo come la dattilografa del marito.
Poi la difesa sollevò un’eccezione giuridica: se la pena di morte per spionaggio era prevista solo in tempo di guerra perché chiederla per i Rosenberg nel 1951? Perché i fatti risalivano al tempo della Guerra rispose l’accusa. Ma durante la stessa Guerra, ribattè la difesa, Stati Uniti ed Unione Sovietica erano alleati, disse la difesa e quindi come si può considerare l’ipotesi di spionaggio con un alleato?
Non ci fu niente da fare. Il 5 aprile del 1951 i Rosenberg furono condannati a morte :” Io considero il vostro crimine peggiore dell’assassinio… Nel commettere un assassinio, il delinquente uccide soltanto la sua vittima… Ma nel vostro caso ritengo che il fatto di mettere nelle mani dei russi il segreto della bomba atomica tanti anni prima del termine stabilito dai nostri migliori scienziati come necessario perché i russi potessero perfezionarla, abbia causato, almeno secondo la mia opinione, l’aggressione comunista in Corea, col risultato che i morti furono più di 50.000, e chissà quanti altri milioni di innocenti dovranno pagare il prezzo del vostro tradimento…Non è in mio potere perdonarvi… solo Dio può avere misericordia per quello che avete fatto” furono le parole conclusive del giudice federale Irving Robert Kaufman.
La sentenza, tramite sedia elettrica fu eseguita il 19 giugno di due anni più tardi nel carcere di Sing-Sing a New York.

sabato 28 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1969 muore a Washington Dwight Eisenhower.
Trentaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America (successore di Harry Truman e predecessore di John Fitzgerald Kennedy, Dwight David Eisenhower nacque a Denison (in Texas), il giorno 14 ottobre 1890.
Cresciuto ad Abilene, in Kansas, Eisenhower fu il terzo di sette figli. Durante il college eccelse negli sport. Stazionò nel Texas come secondo tenente, dove conobbe Mamie Ginevra Doud, che nel 1916 diventò sua moglie. Inizialmente nell'esercito si fece notare sotto il comando dei generali John J. Pershing, Douglas MacArthur e Walter Krueger. Dopo i fatti di Pearl Harbor, il Generale George Marshall chiamò Eisenhower a Washington per un compito relativo ai piani di guerra.
Eisenhower comandò le forze alleate che sbarcarono in Africa del nord nel mese di novembre del 1942; nel D-Day, durante lo sbarco in Normandia del 1944, era comandante supremo delle truppe che invasero la Francia. Terminata la guerra Eisenhower diventò presidente della Columbia University; subito dopo lasciò questo incarico per assumere il comando supremo delle nuove forze NATO riunite nel 1951.
Un anno dopo, un gruppo di repubblicani inviati presso i suoi quartieri vicino Parigi, lo persuasero a scendere in campo per correre alle elezioni presidenziali. "I like Ike" (a me piace Ike) fu lo slogan della sua campagna elettorale, che risultò irresistibile. Dwight Eisenhower vinse con ampio margine rispetto al suo avversario, il democratico Adlai Stevenson.
Divenne Presidente nel 1953 e ricoprì l'incarico fino al 1961. Portando alla presidenza il suo prestigio come Generale comandante delle forze vittoriose in Europa durante la guerra, Eisenhower ottenne una tregua in Corea (1953) e lavorò incessantemente durante i suoi due mandati per allentare le tensioni della guerra fredda.
Nello stesso periodo in conseguenza alla morte di Stalin ci furono profondi mutamenti nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. I nuovi leader sovietici acconsentirono ad un trattato di pace neutralizzando l'Austria. Nel frattempo, sia Russia che Stati Uniti avevano sviluppato i propri programmi sulle bombe all'idrogeno. Con la minaccia di tale forza distruttiva che pendeva sopra il mondo, Eisenhower, incontrò a Parigi i capi dei governi britannici, francesi e russi. La proposta che pose fu quella che Stati Uniti e Russia scambiassero i programmi dei rispettivi stabilimenti militari, fornendo all'avversario servizi per la fotografia aerea all'interno dei propri territori.
A Denver (Colorado), improvvisamente nel mese di settembre del 1955 Dwight Eisenhower fu colpito da un attacco di cuore. Dopo sette settimane lasciò l'ospedale e nel mese di febbraio del 1956 i medici riferirono la sua piena guarigione. A novembre fu eletto per il suo secondo mandato.
La politica interna di Eisenhower segui un medio corso, continuando la maggior parte del "New Deal and Fair Deal" (il New Deal "nuovo patto" era il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt) enfatizzando un budget equilibrato.
Introdusse l'abolizione delle segregazioni razziali nelle scuole; mandò le truppe a Little Rock (Arkansas) per assicurare la conformità agli ordini di una corte federale; ordinò l'abolizione della segregazione razziale delle forze armate.
Eisenhower, alla fine degli anni 1940 fu convinto sostenitore della corsa agli armamenti. Prima che lasciasse l'ufficio invece, nel mese di gennaio del 1961 (per ritirarsi nella sua fattoria a Gettysburg) nel suo discorso di addio alla nazione mise in guardia il mondo dal pericolo rappresentato dagli interessi commerciali dell'industria bellica, che per sopravvivere aveva sempre bisogno di qualche guerra. Quando lasciò il suo ufficio sottolineò che "l'America è oggi la più forte, la più influente e la più produttiva nazione del mondo".
Dwight Eisenhower morì a Washington dopo una lunga malattia, il 28 marzo 1969.

domenica 9 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 9 novembre.

Il 9 novembre 1989 viene abbattuto il Muro di Berlino.

«Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Queste le proverbiali "ultime parole famose" pronunciate da Walter Ulbricht, Presidente del consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), durante una conferenza stampa del 15 giugno 1961. Eppure, appena due mesi dopo, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, il regime comunista iniziò la costruzione di una barriera che per i successivi 28 anni avrebbe separato fisicamente e ideologicamente la città di Berlino. Così come già da tempo la lunga linea di confine nota come "cortina di ferro" separava i paesi sotto influenza sovietica da quelli dell'orbita occidentale.

Nonostante la divisione del territorio tedesco in due Stati (Germania Est e Germania Ovest, con capitali Berlino e Bonn) risalisse al 1949, il Muro fu costruito solo 12 anni dopo. La ragione principale fu quella di bloccare l'esodo di cittadini da Berlino verso i territori occidentali (la città, divisa in quattro settori di occupazione, ricadeva nella Germania Est). Tale fenomeno aveva già visto coinvolti oltre due milioni e mezzo di individui, soprattutto giovani con livello di istruzione medio-alto, intellettuali e lavoratori specializzati, tutti in cerca di condizioni di vita più favorevoli. Una vera fuga di cervelli e di manodopera oltremodo deleteria per la parte orientale, privata gradualmente della sua futura classe dirigente, formata oltretutto a proprie spese. È dunque per tamponare tale emorragia che si decise di "bloccare" i cittadini della zona Est.

Fu sufficiente una sola notte per dividere la città, e così, la mattina del 13 agosto 1961 i berlinesi si svegliarono con centinaia di strade sbarrate e molte linee del trasporto pubblico interrotte. All'inizio fu solo una recinzione di filo spinato, ma nell'arco di pochi mesi il progetto si concretizzò in una vera cortina di cemento lunga 155 chilometri e alta in media oltre tre metri. Non si trattava peraltro di un muro che tagliava la città in due, ma di un sistema divisorio che accerchiava solo Berlino Ovest, facendone di fatto un'enclave della Germania Est.

Oltre al Muro propriamente detto, erano presenti altri recinti fortificati, tratti di filo spinato, fossati, campi minati, bunker e centinaia di torri di guardia. Il tutto, intervallato da posti di blocco come il famigerato "Checkpoint Charlie" (che rimarrà formalmente in esercizio fino al 30 giugno 1990). La Germania Est legittimò la neonata barriera definendola un "muro di protezione antifascista" (Antifaschistischer Schutzwall), ma dall'altra parte della barricata passò alla storia come "muro della vergogna", termine coniato dall'allora sindaco di Berlino Ovest, Willy Brandt.

Nel 1962, nel territorio della Germania orientale, fu eretto un secondo muro parallelo al primo, creando in tal modo un'area denominata "striscia della morte": i vopos, ossia le guardie di frontiera, avevano infatti il permesso di sparare a vista a chiunque tentasse di oltrepassare il confine. Si stima che furono circa 100.000 coloro che tentarono nell'impresa (spesso con metodi rocamboleschi e assai ingegnosi), e almeno 138 di loro vennero uccisi.

Ma le "vittime del muro di Berlino" furono in realtà molte di più: tra il 1961 e il 1988 morirono complessivamente più di 600 persone, perché oltre ai caduti per mano dei soldati di frontiera si verificarono diversi casi di suicidio e innumerevoli incidenti mortali. Molti, per esempio, morirono annegati nel tentativo di oltrepassare i fiumi Spree e Havel, entrambi a cavallo del confine tra Est e Ovest.

La prima tappa della riunificazione andò in scena nell'agosto 1989, quando l'Ungheria eliminò le restrizioni alla frontiera con l'Austria, creando così la prima "breccia" nella cortina di ferro. Dalla metà di settembre dello stesso anno, migliaia di tedeschi orientali tentarono quindi di raggiungere l'Ovest attraverso l'Ungheria, ma vennero respinti. Di lì in poi fu un crescendo di dimostrazioni e proteste che costrinse il governo della Germania Est, nella persona di Egon Krenz, ad allentare i controlli di frontiera.

Tali disposizioni sarebbero dovute entrare in vigore a partire dal 10 novembre 1989, ma ci fu un clamoroso malinteso: alla conferenza stampa internazionale del 9 novembre 1989, il portavoce del governo di Berlino Est, Gunter Schabowski, evidentemente malinformato, annunciò in diretta che a tutti i berlinesi sarebbe stato permesso di attraversare il confine "immediatamente".

Fu allora che la popolazione si riversò contro il muro. Fu una massa impossibile da arginare. Le frontiere furono così aperte e la città si ritrovò finalmente unita. Nell'arco delle settimane successive, migliaia di berlinesi demolirono quel muro che li aveva tenuti in ostaggio per quasi trent'anni, abbattendo di fatto l'ultimo simbolo della Guerra Fredda e anticipando di un anno la riunificazione della Germania (suggellata il 3 ottobre 1990). 

sabato 14 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 giugno.

Il 14 giugno 1942 la marina statunitense inizia la costruzione del Nautilus, il primo sommergibile a propulsione nucleare della storia.

Venne deciso di dargli il nome del sottomarino del Capitano Nemo, protagonista del celebre romanzo di Jules Verne “Ventimila leghe sotto i mari” del 1870. Lo USS Nautilus SSN-571 divenne nel 1954, ben 84 anni dopo l’uscita del libro, il primo sottomarino a propulsione nucleare al mondo. Impostato dalla United States Navy nel giugno 1952, al momento del varo rappresentò un enorme vantaggio per gli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica, che ancora disponeva di battelli convenzionali diesel ed elettrici: solo nel 1957, Mosca fu in grado di mettere in mare il K-3 Leninskij Komsomol, dotato di propulsione nucleare.

Il  fiore all’occhiello della flotta subacquea americana passò alla storia per l’impresa portata a termine il 3 agosto 1958.  Dopo un viaggio in immersione cominciato il 22 luglio 1958, salpando dalla base navale di Pearl Harbor, lo USS Nautilus raggiunse, primo nella storia il Polo Nord, navigando sotto la calotta polare. Agli ordini del Comandante William Anderson, pluridecorato della Seconda Guerra mondiale per aver partecipato a numerose azioni di guerra contro sommergibili e navi nemiche, a compimento dell’impresa polare venne insignito dal Presidente Dwight Eisenhower della Legion of Merit.

Sotto la sua intrepida guida, il Nautilus ha aperto per primo una via sottomarina tra l’emisfero orientale e quello occidentale. Questa impresa segna una tappa importante per ulteriori esplorazioni e per il possibile uso di questa via, da parte di sommergibili da carico azionati da energia nucleare, intesa come una rotta marittima commerciale tra i principali oceani del mondo

A ben vedere, però, la crociera del sottomarino americano volle essere la risposta al lancio dello Sputnik, primo satellite sovietico in orbita: in piena Guerra Fredda, tutti temevano che l’Unione Sovietica fosse in grado di lanciare sul suolo statunitense, così come sui suoi alleati, testate nucleari dallo spazio. Serviva pertanto un deterrente per riequilibrare le forze a favore degli Stati Uniti, sebbene la Nasa avesse testato un proprio satellite, l’Explorer.

"Per gli Stati Uniti e la Marina degli Stati Uniti…Il Polo Nord."

Con queste parole il comandante Anderson salutava il 5 agosto 1958, alle 23.15, il passaggio del Nautilus (SSN- 571), partito con 116 uomini a bordo. Sei navi della United States Navy sono state chiamate USS Nautilus: il primo venne usato nella Guerra del 1812, il secondo del 1847 servì nella Guerra Messicano-Americano. C’erano due Nautilus nella prima Grande Guerra e uno nel secondo conflitto mondiale. Il sesto Nautilus, dopo l’eroica missione al Polo Nord, concluse la sua carriera nella primavera del 1979 quando venne ritirato dal servizio. Nel 1982 venne deciso il recupero dell’unità come ‘pietra miliare’ di interesse storico e l’11 aprile 1986 il sottomarino entrò a far parte dello U.S Navy Submarine Force Museum sul fiume Thames a Groton, in Connecticut.

sabato 22 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.

Il 22 Febbraio 1980 durante le Olimpiadi Invernali di Lake Placid la nazionale statunitense di Hockey sul ghiaccio si rese protagonista di un’impresa che è tra le più amate della storia dello sport a stelle strisce. Tanto impensabile da essere ribattezzata “il Miracolo sul Ghiaccio”. Ve la raccontiamo.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.

Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia : «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

Terminata la carriera sul ghiaccio dopo la vittoria olimpica a soli 25 anni, Mike Eruzione intraprese quella di commentatore televisivo per la ABC e la NBC. Insieme a tutta la nazionale americana di hockey del 1980, è stato l'ultimo tedoforo dei giochi invernali di Salt Lake City 2002.

mercoledì 5 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.

Il 5 febbraio 1949 viene pubblicato in Usa il Rapporto Hoffman nel quale si critica aspramente l'uso che ha fatto l'Italia delle risorse stanziate col "Piano Marshall".

Dopo la Grande Guerra le potenze vincitrici, in particolare la Francia che aveva subito l’aggressione della Germania, furono molto esigenti nell’ansia di essere pienamente risarcite per i danni subiti. La Germania, nel tentativo di stare dietro a questi obblighi, attraversò un periodo tormentatissimo il cui esito fu nel 1933 l’ascesa del nazismo e nel 1939 l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1945, terminata la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti non vollero commettere lo stesso errore commesso dalla Francia alla fine della Grande Guerra, e fecero l’opposto; il Piano Marshall è stato così un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe: “Fu geniale – sottolinea Paolo Mieli, giornalista e storico – perché anziché vendicarsi della Germania e probabilmente costringerla di nuovo in una situazione potenzialmente esplosiva gli Usa crearono nell’Europa il principale interlocutore di mercato e politico”, proprio nel momento in cui l’Unione Sovietica ascendeva come altra grande potenza mondiale. “Fu una delle idee più innovatrici del secolo”.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era infatti un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto, oltre ad essere diviso. Se la parte occidentale fu liberata dall’alleanza anglo-americana, la parte orientale era stata liberata e occupata dall’Unione Sovietica.

Si scontrarono dunque la visione liberal-democratica abbinata al libero mercato e quella del socialismo reale. In questo contesto gli Stati Uniti d’America, usciti dal conflitto in buone condizioni economiche non avendo avuto la guerra “in casa” e, anzi, avendo potuto esaltare la propria industria bellica, lanciarono un grande programma di ricostruzione europea. Ad annunciarlo fu il Segretario di Stato americano George Catlett Marshall in un discorso ad Harvard nel giugno del 1947.

Gli Usa, intervenendo con il loro supporto in Europa, crearono una forte integrazione tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. La proposta americana era in origine estesa anche ai Paesi europei dell’est, un intento che non era visto per nulla di buon occhio dal leader sovietico Stalin. L’URSS non aveva certo le risorse per pareggiare lo sforzo americano ed ebbe paura che il Piano Marshall fosse uno strumento in grado di far arretrare la sua influenza nel Vecchio Continente. L’Unione Sovietica impose così ai suoi “stati satellite” il rifiuto degli aiuti statunitensi (che fu così sostanzialmente osteggiato anche dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il PCI italiano).

“Se dunque da una parte – sottolinea Antonio Carioti, giornalista – il Piano Marshall fu lo strumento per la ripresa economica dell’Europa occidentale e la premessa per il miracolo economico dei suoi principali Paesi, dall’altro approfondì il solco tra i due blocchi destinati a durare mezzo secolo”.

“Oggi alcuni storici sostengono che in qualche modo il Piano Marshall generò una dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti – afferma Mieli – facendo dell’Europa una sorta di continente di serie B rispetto all’America. Non è vero; il Piano Marshall aiutò l’Europa a rimettersi in piedi e se il Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ha avuto un ruolo subalterno nei confronti degli Usa questo è solo perché gli Stati Uniti ebbero un ruolo di gigante in opposizione all’Unione Sovietica, ruolo che la stessa Europa non era in grado di recitare. Allo stesso tempo, non si possono attribuire al Piano Marshall le colpe delle degenerazioni europee della seconda metà del Novecento: il Piano non era cioè pensato come strumento della Guerra Fredda”.

Tuttavia il rapporto Hoffman avanzò critiche durissime circa l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall da parte dell’Italia. In effetti, una parte cospicua delle risorse (circa 15 miliardi di lire in 7 anni) venne stanziata, col celebre “Piano INA-Casa”, promosso da Amintore Fanfani, per la costruzione di case popolari per i lavoratori. L’indirizzo sociale delle risorse non fu gradito agli Stati Uniti, che avrebbero preferito una destinazione tesa all’aumento del potere d’acquisto della popolazione, per favorire l’importazione di prodotti industriali americani. 

venerdì 3 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.

Il 3 gennaio 1958 il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 1, brucia al suo rientro in atmosfera.

Il 4 ottobre 1957 il lanciatore Semërka R-7 si alza da Baikonur e porta in orbita il primo oggetto artificiale: inizia ufficialmente la Corsa allo Spazio, e un'avventura che oggi mostra nuovi territori da esplorare.

Il primo uomo sulla Luna, nel 1969, è mito, ma il viaggio che l'ha portato lassù inizia alle 19:28 del 4 ottobre 1957, da una rampa di lancio del cosmodromo di Baikonur, quando un vettore Semërka R-7 su cui campeggiano la stella rossa e la scritta CCCP (per noi URSS) si alza con successo, attraversa i primi strati dell'atmosfera e, stadio dopo stadio, deposita in orbita terrestre bassa il primo satellite costruito dall'uomo: lo Sputnik 1.

 Ci sono diverse repliche in scala 1:1 di quel satellite sovietico in molti musei del mondo: a vederlo oggi si fatica a capire la portata dell'impresa, lo stupore del mondo, l'entusiasmo e... lo smacco, per gli americani (Usa e Urss erano i due "blocchi politico-militari" che si contendevano il mondo, ed erano in piena Guerra Fredda), che nel '57 erano molto indietro nel loro programma spaziale, rispetto ai russi.

Lo Sputnik 1 era una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro (un pallone da pallacanestro misura circa 24 centimetri di diametro), tirata a lucido per riflettere i raggi solari, 83 kg di peso e 4 appendici lunghe 2,5 metri a fare da antenne di servizio all'unico strumento di bordo: un termometro.

 Dall'orbita, i dati erano trasmessi a Terra grazie a due trasmittenti (che per precauzione trasmettevano su lunghezze d'onda differenti) alimentate da una serie di batterie zinco-argento.

L'impresa, tecnologicamente epica, doveva mostrare al mondo la superiorità sovietica nel campo dell'astronautica e aveva obiettivi pratici e semplici: raccogliere dati sulle temperature lungo la traiettoria e in orbita.

 L'orbita, definita bassa, era molto eccentrica: da 200 a 900 km circa (la Stazione spaziale internazionale ha un'orbita molto più regolare, attorno ai 400 km circa di altezza), che lo Sputnik percorreva in una media di 90-100 minuti.

 Il 3 gennaio 1958, a 92 giorni dal lancio, compiute 1.440 orbite attorno alla Terra, lo Sputnik 1 rientrava e bruciava in atmosfera, come previsto. Un successo completo, e non l'unico: il 3 novembre 1957 l'Urss mandava nello Spazio il primo mammifero (la cagnolina Laika), il 12 aprile 1961 il primo uomo, Jurij Gagarin, il 16 giugno 1963 la prima donna, Valentina Tereškova.

Un successo costruito anche grazie agli scienziati tedeschi della Germania sconfitta, quelli che avevano scelto la Russia anziché l'America (o erano stati costretti a sceglierla), coordinati dal fondatore del programma spaziale sovietico, Sergei Korolyov.

 Korolyov aveva un mandato molto preciso: costruire un missile intercontinentale (di quelli che si sarebbero poi chiamati ICBM, missili balistici intercontinentali) capace di "consegnare" una testata nucleare in qualunque parte del mondo. Preso nell'ingranaggio dei militari, Korolyov (che aveva sperimentato anche l'inferno della Siberia), sognava lo Spazio - tolto il gulag, era un'esperienza simile a quella di Wernher von Braun, tedesco, rifugiato negli Usa e "padre" del programma missilistico e poi astronautico degli americani.

 Dopo diversi tentativi e fallimenti Korolyov riuscì ad effettuare un lancio con un successo parziale e pressato dalle notizie di un possibile imminente lancio americano di un satellite riuscì in soli due mesi a mettere in piedi la missione dello Sputnik-1, il primo mattone di quel viaggio che ci vede oggi parlare dei misteri di Saturno e dei coloni su Marte.

lunedì 27 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 maggio.
Il 27 maggio 1972 tra USA e URSS viene siglato l'accordo SALT 1.
Una delle iniziative più rilevanti assunte da Usa e Urss nel quadro della Guerra Fredda è certamente costituita dagli accordi Salt, sigla che sta per Strategic Arms Limitation Talks. Si tratta, in poche parole, di trattati per porre un limite agli armamenti strategici. Infatti bisogna considerare che nello scontro indiretto tra le due superpotenze rivestiva un’importanza fondamentale la supremazia nel campo delle tecnologie spaziali e anche in quelle a scopo bellico. Nel corso degli anni Usa e Urss ingrossarono a dismisura i loro arsenali, dando vita ad una vera e propria corsa agli armamenti. Quest’ultima venne in una certa misura frenata in quelle fasi della Guerra Fredda caratterizzate da un clima di distensione: è il caso di quanto accaduto dalla metà degli anni Sessanta quando (dopo anni di rapporti tesissimi e crisi come quella di Berlino o quella missilistica a Cuba) le relazioni tra le due superpotenze iniziarono un periodo di relativa tranquillità. In questo quadro ebbe un’importanza fondamentale la dottrina della ‘risposta flessibile’ del segretario alla Difesa Robert McNamara, che prevedeva in sostanza la risposta alle azioni nemiche con mezzi proporzionati alla minaccia. McNamara ricoprì l’incarico di segretario alla Difesa durante le presidenze di John Kennedy e di Lyndon Johnson e fu proprio quest’ultimo a proporre all’Urss, nel 1967, il primo trattato Salt. Le due parti si accordarono non per una riduzione degli armamenti ma per non aumentarne la quantità. Il 27 maggio del 1972 il presidente degli Usa Richard Nixon (che nel frattempo era subentrato a Johnson) e il leader dell’Urss Leonid Breznev firmarono il Salt I, che congelava il numero degli Icbm (missili intercontinentali) e degli Abm (missili antimissile) già in possesso dei due Paesi. Alla firma dei primi accordi Salt seguì una seconda serie di accordi, i Salt II, che però inciamparono in maggiori difficoltà. Gli incontri tra le due parti, iniziati nel 1972, si arenarono negli anni seguenti per poi riprendere. Il Salt II venne firmato da Breznev e dall’allora presidente americano Carter nel giugno del 1979 ma poi lo stesso capo della Casa Bianca propose al Senato di rimandare a tempi indefiniti la ratifica in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel decennio successivo Usa e Urss avviarono altri negoziati sulla limitazione degli armamenti, che portarono nei primi anni Novanta agli accordi Start.

sabato 25 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Il 25 giugno 1950 ha inizio la guerra di Corea.
Quel giorno cinque divisioni dell’esercito nord-coreano invadono il confine del Sud, grazie all’ausilio dell’allora Unione Sovietica, indiscutibilmente coinvolta a livello di forniture militari e mezzi attrezzati. Gli uomini impiegati sono circa ottantamila. È l’antefatto, ma è anche e soprattutto l’inizio della cosiddetta Guerra di Corea, nota anche come “guerra del 38° parallelo”.
Gli Stati Uniti, fino a quel momento indecisi se intervenire o meno (nonostante le continue tensioni, per giunta strascichi diretti della stessa Seconda Guerra Mondiale), si decidono per l’intervento, avendo avuto piena certezza del coinvolgimento da parte del rivale sovietico. Inoltre, a dire dello stesso Generale Ridgway, un indebolimento di un paese “amico”, come appunto la Corea del Sud, nell’area asiatica, avrebbe spostato l’asse dell’URSS e dei paesi ad esso legati troppo avanti: “Non è una questione di territori – disse appunto in un celebre discorso il Generale Ridgway – né di difendere o meno i nostri alleati: si tratta di sapere se la civiltà occidentale, che Dio ha permesso nascesse nei nostri amati paesi, sarà in grado di sfidare e di sconfiggere il comunismo”.
La Guerra Fredda in pratica, ammantata della consueta retorica di stato, era di fatto cominciata, con l’unica caratteristica, assolutamente non trascurabile, di doversi combattere in altri paesi del mondo, più o meno direttamente. Inoltre, nei circa tre anni di durata del conflitto (1950-1953), l’intera popolazione mondiale rimase letteralmente con il fiato sospeso, temendo lo scoppio di un nuovo conflitto su larga scala per giunta, memore dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, aggravato dall’uso delle bombe nucleari, già sperimentate a Hiroshima e Nagasaki.
Una guerra annunciata? L’intera nazione coreana, alla fine del conflitto mondiale, si ritrovò riunificata, anche a causa dell’indebolimento improvviso e destrutturante nel quale si ritrovò il Giappone. Ex protettorato nipponico, la Corea venne dichiarata libera ma, nei fatti, restava soggetta a due zone di influenza, l’una americana (Sud) e l’altra sovietica (Nord). Truppe d’occupazione, come in altri territori del mondo (si pensi alla Germania), permanevano in entrambe le aree di influenza.
Nell’estate del 1947 poi, le Coree divennero due stati separati, esattamente lungo la linea del 38° parallelo, il quale appunto divenne talmente famoso da dare il proprio nome all’intero conflitto.
La partita era aperta e metteva di fronte l’Occidente democratico, totalmente di marca americana, e l’Oriente comunista, ad appannaggio dell’Unione Sovietica. Il 15 agosto dello stesso anno, veniva eletto il presidente della nuova Repubblica di Corea (nel Sud). Si trattava di Syngman Rhee, il quale non mancò di dare la propria influenza attraverso un tipo di politica piuttosto torbido e, soprattutto, orientato verso un nazionalismo sfrenato. Non fu da meno Kim Il Sung, presidente della nascente Repubblica Popolare Democratica di Corea, in data 9 settembre, con capitale Pyongyang.
Tra il 1949 ed il 1950 dunque, le tensioni tra i due paesi giunsero al culmine, anche perché entrambi i rappresentanti proponevano la riunificazione delle due coree come principale proclama politico. Dopo alcuni episodi minori lungo il confine, il confronto divenne presto infuocato, con gli eserciti dell’URSS e degli Stati Uniti pronti a rientrare nel paese che avevano abbandonato solo all’inizio del 1949.
Il conflitto: l’esercito sud-coreano, mal addestrato e poco equipaggiato, in queste prime battute della guerra venne rapidamente sconfitto. Seoul, in breve tempo, fu preda dei nord-coreani. Unicamente la zona limitrofa al porto di Pusan, restava in mano all’esercito sud-coreano.
La risposta arrivò per mezzo dell’Onu, fresco di fondazione, dunque regolata e, almeno nelle intenzioni, sulla carta, istituzionalizzata a tutti gli effetti (per quanto orfana del voto russo, in protesta nei confronti della risoluzione). Su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti, affiancati da altri diciassette paesi, intervennero militarmente nel tentativo di liberare il paese occupato e, alla fine, rovesciare il governo in Nord Corea.
Al termine delle ostilità, il numero delle vittime fu stimato intorno ai quasi tre milioni, tra morti, feriti e dispersi, tra i quali non pochi civili.
Quasi tutti americani, i primi soldati del fronte occidentale sbarcarono in Corea, tutti sotto la guida del generale Douglas MacArthur. Di lì a poco, questi diventerà famoso anche tra i civili e gli elettori americani, tanto da dare un nome ad una vera e propria corrente di pensiero politica, per giunta in voga durante tutti gli anni cinquanta negli Stati Uniti d’America: il “maccartismo” (in sintesi: opposizione completa a qualsiasi forma di apertura a “sinistra”).
L’esercito alleato, per così dire, giunto in agosto nel sud della penisola, cominciò le prime grandi manovre nel mese di settembre, muovendo verso Inchön, direttamente dietro le linee dei nord-coreani. Nel giro di poco dunque, gli americani ributtarono fuori gli invasori, tagliandogli i rifornimenti e risalendo velocemente lungo il confine.
Ma la cosa non finì lì. MacArthur, forte del successo ottenuto in patria dopo il suo intervento, decise di spingersi oltre il ripristino della pace nel Sud della penisola. La decisione sarà determinante e portò ad un allungamento delle ostilità a dir poco drammatico: gli americani mossero verso nord, invadendo l’altra Corea e così superando il 38° parallelo. L’invasione, pertanto, fu autorizzata dall’Assemblea generale dell’ONU il 7 ottobre del 1950.
In autunno, le truppe di MacArthur si erano spinte, per volontà del generale e contro le disposizioni dello stesso governo statunitense, fino a pochi chilometri dal confine cinese. Quanto bastò per mandare in guerra oltre centomila uomini, guidati dal Timoniere Mao ed equipaggiati a far fronte all’invasione occidentale. In breve tempo, il Nord ribaltò la situazione e si ritrovò da invaso a paese invasore.
Il Presidente Usa, Harry Truman, sollevò dall’incarico MacArthur, che aveva preso in considerazione più volte (e minacciato) il ricorso alla bomba atomica, ed affidò le operazioni, a partire dal 1951, al comandante Matthew Bunker Ridgway. La Cina infatti, forte della propria influenza in tutta l’area asiatica, sembrava intenzionata ad inviare altri uomini a sostegno della Corea del Sud: non restava altro da fare che avviare le trattative di pace. Intanto, gli eserciti si ritrovarono in fase di stallo, bloccati sull’ormai famigerata linea del 38° parallelo.
Due anni dopo l’inizio delle trattative, il 27 luglio del 1953, a Panmunjeom, si giunse ad un accordo, per definire una volta per tutte la situazione nelle due Coree. Come in altri conflitti della storia non solo europea, ma universale, la soluzione ideale fu individuata in quella precedente allo stesso conflitto, ossia nella separazione dei due stati sancita sul 38° parallelo.
Un anno di guerra vera e propria, due anni di paralisi e quasi tre milioni di vittime, soprattutto civili, per giungere ad una situazione che non proclamava alcun vincitore. Questo, in realtà, l’esito dello scontro.
Il teatro degli avvenimenti di guerra, a dire di molti storici, altro non fu che il preludio al futuro duello armato che, sempre URSS e Stati Uniti, condussero in un altro territorio non molto lontano: il Vietnam. Un massacro che sarà ancora più cruento ed inutile del precedente.



lunedì 20 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1963 viene istituita la cosiddetta "linea rossa", una linea telefonica che mettesse immediatamente e direttamente in comunicazione il Presidente degli Stati Uniti d'America con il Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, al fine di evitare un disastro planetario durante il periodo della Guerra Fredda.
Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe americane, inglesi, francesi e sovietiche hanno occupato il suolo tedesco, una parte del quale fu ceduto alla Polonia. Fra il 1947 e il 1949 USA, Gran Bretagna e Francia hanno unificato le rispettive zone, mentre nella sua zona l’URSS ha dato il via a misure economiche e politiche miranti alla costituzione di una repubblica tedesca comunista. Nel 1949 si assisteva così alla formazione di due distinte Germanie: ad ovest veniva costituita la Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn, mentre ad est si formava la Repubblica Democratica Tedesca con capitale Berlino. L’aspetto che la Germania andava assumendo rispecchiava una situazione più generale: attorno alle due grandi potenze vincitrici si erano formati due blocchi di stati. Ad Occidente, Francia e Gran Bretagna erano economicamente dipendenti dal colosso USA, che faceva sentire il suo peso su paesi come l’Italia, da esso liberati. Ad Oriente sorgevano regimi comunisti nei paesi liberati dall’Armata Rossa.
Usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Stati Uniti costituivano ormai le due maggiori potenze del mondo. Ma, a causa della diversità dei loro sistemi politici ed economici, non riuscivano a trovare un accordo. La tensione tra i due blocchi tuttavia non si è mai trasformata in un conflitto militare diretto, pur restando forte per circa mezzo secolo.
Il termine “guerra fredda” è stato introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann, per descrivere il sorgere delle tensioni tra due alleati della seconda guerra mondiale. Il termine sintetizza in modo efficace la situazione che si stava delineando: in un pianeta dominato da due potenze, entrambe in lizza per il primato e per l’egemonia mondiale, e radicalmente contrapposte sul piano ideologico, il conflitto sembrava inevitabile. Il mondo dove due contendenti avevano armamenti tali che una guerra avrebbe avuto conseguenze intollerabili anche per il “vincitore”, il conflitto era impraticabile. Si determinò così una situazione di “guerra fredda”: guerra, perché la contrapposizione tra i contendenti sembrava un vero e proprio conflitto e perché all’interno dei paesi coinvolti si delineava una mobilitazione militare, economica e psicologica “di guerra”; Fredda, perché le armi, che continuavano ad essere prodotte e accumulate, non potevano essere usate. Con “guerra fredda” si indica quindi tutto l’assetto mondiale dall’immediato dopoguerra fino alla fine degli anni ottanta. Questo lungo periodo ha avuto 3 fasi:
.- la prima di “guerra fredda” vera e propria, durata dal 1947 ai primi anni sessanta;
- la seconda, detta la fase di “distensione”, negli anni sessanta e nei primi anni settanta;
- la terza, dopo il 1973, che rappresenta una nuova fase di tensione internazionale basata però su strumenti in parte nuovi.
Negli anni della guerra fredda USA ed URSS cercarono di estendere le proprie zone di influenza, sostenendo governi a loro favorevoli in diverse parti del mondo. La fase più critica e potenzialmente pericolosa resta quella compresa fra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Dai primi anni ottanta si è messo in moto fra i due blocchi un graduale processo di distensione e disarmo. Convenzionalmente si indica la fine di questo periodo con la caduta del Muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989. Con la successiva caduta dell'Unione Sovietica nel 1991 la situazione di guerra fredda è stata considerata superata, anche se negli ultimi anni ci sono stati episodi di contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Russia: tra il 2006 e 2007, ad esempio, i rapporti tra i due paesi sono diventati più tesi a causa di questioni riguardanti lo Scudo spaziale e il trattato Nato contro la proliferazione di armi convenzionali in Europa. Oggi, con le tensioni nella gestione della situazione in Siria, e la guerra russo-ucraina, nuovi attriti ricominciano a a minacciare il futuro del pianeta.

venerdì 29 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.
Il 29 ottobre 1956 inizia la cosiddetta "crisi di Suez", quando le truppe israeliane invadono il Sinai e respingono le forze egiziane al di là del canale.
Nel luglio del 1956 Abdel Nasser, salito alla guida dell'Egitto con un colpo di stato, decretò la nazionalizzazione del canale di Suez, vietandone il passaggio alle navi israeliane.
La nazionalizzazione del canale, però, ebbe ripercussioni a livello internazionale ben più gravi: Gran Bretagna e Francia, che dalla fine del diciannovesimo secolo (cioè dalla caduta dell'Impero Ottomano), nonostante l'indipendenza dell'Egitto, avevano un forte controllo sugli scambi commerciali nello stretto, furono costrette a lasciare la regione.
Israele, quindi si rivelò essere un ottimo alleato: tre mesi dopo, infatti, lo stato ebraico invase la Striscia di Gaza e la penisola del Sinai avanzando verso il canale, mentre le nazioni europee iniziarono a bombardare l'Egitto, costringendolo a riaprire lo stretto.
La crisi nel canale di Suez ebbe ripercussioni internazionali ancora più grandi, nel momento in cui si inserì nelle tensioni tra il blocco comunista, che si schierò a favore dell'Egitto, e gli Stati Uniti in un primo momento schierati accanto alle nazioni europee.
Per l'inizio del 1957 tutte le truppe israeliane si erano ritirate dal Sinai. Il timore di un'improvvisa escalation delle operazioni militari, infatti, spinse gli USA a frenare l'avanzata bellica di Regno Unito e Francia.
Intanto, il ministro degli esteri canadese, Lester Pearson (vincitore per il Nobel per la pace, grazie alla sua mediazione nella crisi), ottenne l'invio di una forza militare di interposizione sotto l'egida dell'ONU (la prima dalla sua nascita), con lo scopo di "mantenere i confini in pace mentre si cercava un accordo politico".
Da un punto di vista politico, la crisi di Suez rappresentò un punto nodale nella costruzione di un'asse USA-Israele, facendo degli Stati Uniti il più stretto alleato dello stato ebraico, riducendo in maniera drastica il ruolo delle nazioni europee, che all'epoca del colonialismo avevano esercitato un'enorme influenza nell'area.
In un certo senso, segnò anche la fine simbolica dell'Impero Britannico, anche se in realtà era in declino da decenni, anche prima della seconda guerra mondiale. La crisi segnò anche il trasferimento del potere alle nuove superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica.
L'incidente dimostrò anche la debolezza della NATO circa le consultazioni preliminari con gli alleati prima di usare la forza e la mancanza di pianificazione e cooperazione della NATO al di fuori del teatro europeo. Dal punto di vista del Generale Charles de Gaulle, gli eventi di Suez dimostrarono che in caso di reale bisogno, la Francia non doveva fare affidamento sugli alleati, in particolare gli USA, che potevano perseguire scopi differenti.
La crisi aumentò grandemente la posizione di Nasser all'interno del mondo arabo e aiutò a promuovere il panarabismo. Essa velocizzò il processo di decolonizzazione, in quanto le restanti colonie di Francia e Regno Unito divennero indipendenti negli anni seguenti. In reazione alla guerra, il governo egiziano espulse quasi 25.000 ebrei egiziani confiscandone le proprietà, e ne mandò all'incirca altri 1.000 in prigione o in campi di detenzione. D'altra parte, Suez fu l'ultima occasione nella quale gli USA dimostrarono un significativo scetticismo verso Israele e le sue politiche nei confronti dei vicini arabi, in seguito, particolarmente durante la presidenza di Lyndon B. Johnson, dimostrarono un completo (anche se non incondizionato) appoggio per Israele.


giovedì 14 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1962 un aereo spia americano sorvolando Cuba vide e fotografò un dispiegamento di missili sovietici, del quale fece immediato rapporto.
La crisi dei missili di Cuba ebbe inizio il giorno dopo, il 15 ottobre del 1962 e si concluse il 27 ottobre dello stesso anno con la vittoria strategica degli USA che fu in realtà un abile e tesissimo combattimento diplomatico che portò gli Stati uniti d’America e l’URSS ad un passo dalla Terza Guerra Mondiale.
L’isola di Cuba dalla fine del 1959 era uno stato indipendente con un governo comunista, le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America erano state azzerate a causa dell’esproprio dei beni americani che il governo di Fidel Castro aveva ordinato dopo la fuga del dittatore Batista. Il governo dell’Unione Sovietica, il cui Segretario del Comitato Centrale era  Nikita Sergeevič Chruščëv, stabilì una nuova strategia missilistica: avvicinare i missili con testate nucleari alla costa della California in modo tale da avere una diretta minaccia contro gli americani. I missili, infatti, partendo da Cuba potevano raggiungere Washington in circa 20 minuti e avevano un raggio di azione di gittata media di circa 1.600 km, e questo implicava che molte basi americane, disposte nella parte sud degli USA, potevano essere colpite senza quasi  avere il tempo di organizzare una risposta efficace.
La scelta di posizionare i missili a Cuba, il cui governo aveva scelto anche a causa dell’embargo USA di mettersi sotto l’influenza sovietica, si rivelò fin da subito azzardato sia per la quantità di missili che i governi dell’URSS e di Cuba avevano deciso di posizionare (sembra si raggiunse il numero di 140 testate) sia per la palese provocazione che avrebbe indotto il governo americano ad un intervento immediato.
Probabilmente i sovietici volevano sperimentare la determinazione degli USA  nel perseguire una strategia della tensione e rispondere alla strategia missilistica americana  che l’esercito USA stava sviluppando in quei mesi con l’istallazione di missili Jupiter in Italia e in Turchia che prevedevano una gittata più lunga di quelli russi.
I cubani, invece, avevano un conto aperto con gli americani perché nell’aprile del 1961 avevano subito un attacco di terra da esuli cubani foraggiati, addestrati e sostenuti dalla CIA. Tale attacco, l’invasione della Baia dei Porci, durò tre giorni e finì con la sconfitta degli esuli e la vittoria dell’esercito castrista. Fu un errore dell’amministrazione Kennedy che si era insediata alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961 e che si era presentata con una posizione in politica estera pacifista e orientata verso il dialogo e l’equilibrio strategico.
Fra luglio e agosto decine di navi sovietiche arrivarono a Cuba cariche di materiale militare sufficiente a costruire rampe e missili in numero elevato. Il controspionaggio USA avvertì subito la Casa Bianca del tipo di trasporto ma Kennedy d’accordo con il suo staff decise di mantenere una posizione non interventista. Fra la fine di agosto e gli inizi di settembre gli aerei spie U-2 americani fotografarono in più occasioni la posa in essere delle rampe e l’arrivo sull’isola di Cuba del materiale bellico.
In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.
Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo. A questo punto il mondo si svegliò sull’orlo di una guerra termo nucleare dalle conseguenze indefinibili. Il Presidente degli Stati Uniti decise inoltre di porre sotto quarantena l’isola per evitare altri sbarchi di materiale bellico.
Negli anni seguenti Fidel Castro dichiarò che i missili erano 140 e che chiese al leader sovietico di utilizzarli contro l’America.  Chruščëv per fortuna non ascoltò il suggerimento del leader cubano ma mantenne una linea di dialogo e anche Kennedy non ascoltò il suo Stato maggiore che gli chiedeva di ordinare un’operazione militare per colpire le basi missilistiche cubane distruggendo tutti i missili.
Sulla base del Diritto internazionale vi erano diversi problemi:
il governo cubano non stava svolgendo alcuna azione di minaccia, la sua scelta di installare missili era legittima quanto la presenza dei missili americani puntati verso l’Unione Sovietica collocati in Italia e in Turchia.
La quarantena dell’isola era possibile nell’ambito delle acque internazionali ma diventava un atto di minaccia nei confronti del governo cubano anche se era svolta per proteggere il governo USA. E se la quarantena si fosse trasformata in un blocco navale allora l’azione da parte del governo americano poteva essere considerata un atto di rappresaglia contro Cuba.
Quest’ultima opzione però sembrò a Kennedy l’unica possibilità percorribile, al posto di un attacco militare contro Castro. La quarantena fu ufficializzata con il discorso di Kennedy in televisione il 22 ottobre. Il governo sovietico rispose immediatamente ammettendo la presenza dei missili ma considerandoli solo difensivi ed eccependo che il governo americano aveva diverse basi missilistiche collocate vicino al confine con gli stati satellite della Russia.
Il 25 ottobre ci fu una movimentata assemblea all’ONU in cui l’ambasciatore sovietico venne sbugiardato dall’ambasciatore USA che di fronte alla negazione del collega sulla presenza dei missili ne mostrò le foto. La tensione fra i due governi raggiunse l’apice e a questo punto  Chruščëv propose a Kennedy un compromesso: il 26 ottobre offrì il ritiro dei missili in cambio dell’assicurazione che l’esercito americano non avrebbe invaso Cuba né la CIA avrebbe appoggiato un’invasione organizzata da dissidenti o oppositori.
Il 27 ottobre, dopo l’abbattimento di un aereo U-2 che volava su Cuba, chiese anche lo smantellamento dei missili americani istallati in Turchia. Kennedy accettò ufficialmente la prima proposta e ufficiosamente la seconda. Il giorno dopo i missili iniziarono ad essere smantellati e il 20 novembre l’isola di Cuba venne liberata dalla quarantena.
La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Chruščëv non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.

mercoledì 16 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1961 Rudolf Nureyev chiede asilo politico alla Francia.
Rudolf Hametovic Nureyev, indimenticabile ballerino, è il personaggio che ha rivoluzionato il ruolo maschile nella danza. Nato il 17 marzo 1938 su un treno in una regione del lago di Baikal, durante un viaggio che la madre aveva intrapreso per raggiungere il marito a Vladivostock (che si era ivi trasferito per ragioni di lavoro), comincia a prendere lezioni di danza all'età di undici anni da un'anziana insegnante, la signora Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno dei leggendari "Ballets Russes" di Diaghilev (gli stessi che avevano collaborato con personalità artistiche del calibro di Stravinskij, Ravel, Matisse, ecc.).
Nel 1955 entra a far parte della prestigiosa scuola di ballo del Teatro Kirov di Leningrado e tre anni dopo è ammesso in compagnia. Durante una tournée in Europa, come molti artisti suoi compatrioti, chiese asilo politico alla Francia, per sfuggire all'oppressivo regime sovietico, alle sue imposizioni e gerarchie.
Correva l'anno 1961 e nella storia quella è una data che vuol dire solo una cosa, guerra fredda. La contrapposizione, basata sul precario equilibrio nucleare, fra le due superpotenze allora vigenti, l'Unione Sovietica appunto e gli Stati Uniti d'America.
In quel clima già rovente, quando gli anticomunisti non perdono occasione per denunciare le infami condizioni di vita instaurate nel paese del socialismo reale, si scatena un vero caso internazionale. Il suo nome finisce su tutti i giornali, non sempre per i nobili motivi legati alla danza, ma per quelli più terreni della politica e questo lo porta, volente o nolente, ad essere conosciuto da un più vasto pubblico, non necessariamente interessato all'arte e al ballo.
Comincia così la sua carriera in Occidente con la compagnia del Marchese di Cuevas, con il Balletto Reale Danese di Erik Bruhn e poi con il Royal Ballet di Londra dove fra l'altro instaura un celebre sodalizio con Margot Fonteyn, con la quale forma la mitica coppia destinata ad incantare il pubblico di tutti i teatri del mondo.
Nel corso della sua vita, Nureyev ha interpretato decine di ruoli, sia classici che moderni, sempre con enormi potenzialità tecniche e di immedesimazione. Ciò significa che, al pari dei cantanti lirici che per essere tali a tutti gli effetti non devono limitarsi a saper cantare, il ballerino era anche un grande attore, capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate in musica dai grandi compositori.
Infine, non bisogna dimenticare che crearono per lui tutti i massimi geni della coreografia, fra i quali vanno annoverati Ashton, Roland Petit, Mac Millian, Bejart e Taylor.
Malato da tempo di Aids, il grande ballerino si è spento presso un ospedale parigino il 6 gennaio 1993 dopo l'ultima tormentata relazione con il cantante rock Freddie Mercury.
Il suo corpo, per decisione del ballerino stesso, riposa presso il cimitero russo ortodosso di Nostra Signora dell'Assunzione a Sainte-Geneviève-des-Bois, Francia.

mercoledì 31 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1991 viene chiuso il Patto di Varsavia.
Il Patto di Varsavia o Trattato di Varsavia fu un'alleanza militare tra i paesi del Blocco Sovietico intesa a organizzarsi contro la presunta minaccia da parte dell'Alleanza Atlantica NATO, fondata nel 1949. Il trattato fu elaborato da Khrushchev nel 1955 e sottoscritto a Varsavia il 14 maggio dello stesso anno; i paesi membri erano: Unione Sovietica, Albania, Bulgaria, Romania, Germania Est, Ungheria, Polonia, e Cecoslovacchia. Ovvero tutti i paesi comunisti dell' Europa Orientale ad eccezione della Jugoslavia. I membri dell'alleanza promettevano di difendersi l'un l'altro in caso di aggressione. Il patto giunse a termine il 31 marzo 1991 e fu ufficialmente sciolto durante un incontro tenutosi a Praga il 1 luglio.
Il Patto di Varsavia era dominato dall'Unione Sovietica. Tentativi di abbandonare il patto da parte di altri membri furono schiacciati con la forza, ad esempio durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. L'Ungheria progettò di lasciare il patto e dichiararsi neutrale durante la guerra fredda, ma nell'ottobre 1956, l'Armata Rossa invase la nazione e eliminò la resistenza in due settimane.
Le forze del Patto di Varsavia furono utilizzate occasionalmente, come durante la Primavera di Praga del 1968, quando invasero la Cecoslovacchia per affossare le riforme democratiche che il governo stava implementando. Questo portò alla luce la politica sovietica che governava il patto. La Dottrina Brezhnev, che sentenziava "Quando forze ostili al socialismo cercano di deviare lo sviluppo dei paesi socialisti verso il capitalismo, questo diventa un problema, non solo della nazione interessata, ma un problema comune a tutti gli stati socialisti." Dopo l'invasione della Cecoslovacchia, l'Albania si ritirò formalmente dal patto, anche se aveva cessato di supportarlo fin dal 1962.
Le nazioni appartenenti alla NATO e al Patto di Varsavia non si affrontarono mai in un conflitto armato, ma combatterono la Guerra Fredda per più di 35 anni. Nel dicembre 1988, Mikhail Gorbachev, capo dell'Unione Sovietica, annunciò la cosidetta Dottrina Sinatra che sanciva l'abbandono della Dottrina Brezhnev e la libertà di scelta per le nazioni est-europee. Quando fu chiaro che l'Unione Sovietica non avrebbe usato la forza per controllare le nazioni del Patto di Varsavia, si avviarono una serie di rapidi cambiamenti politici. I nuovi governi dell'Europa orientale non erano più sostenitori del patto e nel gennaio 1991, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia annunciarono il loro ritiro entro il primo di luglio. La Bulgaria seguì in febbraio e fu evidente che il patto era definitivamente morto. L'Unione Sovietica riconobbe il fatto e il patto fu ufficialmente dissolto durante un incontro a Praga l'1 luglio 1991.
Il 12 marzo 1999 gli ex membri del Patto di Warsavia: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia si unirono alla NATO. La Romania è stata invitata a entrare nella NATO nel 2004.

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