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venerdì 26 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
Potenza delle parole, potenza della comunicazione.
venerdì 19 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 dicembre.
La sera del 19 dicembre 2016, poco dopo le 20, un tir Scania da 38 tonnellate ha travolto le persone che stavano visitando il mercatino natalizio di Breitscheidplatz, una piazza nella zona ovest di Berlino. Secondo la ricostruzione degli eventi, l’autista del camion ha investito i passanti di proposito, per ucciderli.
L’attacco è avvenuto nel quartiere di Charlottenburg, una zona frequentata da molti turisti. L’attentatore ha scelto un orario in cui sapeva che ci sarebbero state molte persone al mercatino. La dinamica ricorda quindi quella dell’attacco sul lungomare di Nizza del 14 luglio 2016.
L’attentato ha causato 12 morti e 56 feriti. Sette morti sono di nazionalità tedesca, gli altri di varie nazionalità europee. Tra le vittime c’è un’italiana di 31 anni, Fabrizia Di Lorenzo, la cui morte è stata confermata il 22 dicembre dal ministero degli esteri. La giovane lavorava per la 4 flow di Berlino, un’impresa di logistica. Quella sera era uscita per comperare i regali da portare a Sulmona, sua città natale, per le vicine festività.
Un polacco di 37 anni, Łukasz Urban, è stato trovato morto dentro il camion con ferite da taglio e da arma da fuoco. Urban era l’autista del tir, immatricolato in Polonia, e si trovava nella capitale tedesca per fare una consegna. Secondo gli inquirenti il veicolo è stato sequestrato e Urban ha cercato fino all’ultimo di fermare l’attentatore.
Poche ore dopo l’attentato, la polizia ha arrestato un uomo a due chilometri dalla strage, un richiedente asilo pachistano di 23 anni, che però è stato rilasciato poco dopo perché non c’erano prove del suo coinvolgimento.
In seguito gli inquirenti hanno identificato un altro sospettato, risultato in fuga e per il quale fu emesso un mandato di cattura in tutt’Europa. Si chiamava Anis Amri, 24 anni, nato in Tunisia e definito “armato e pericoloso”. La sua carta d’identità e le sue impronte digitali sono state trovate dentro il camion. La polizia ha diffuso il suo identikit e ha promesso centomila euro a chi avesse fornito informazioni utili ad arrestarlo.
Intorno alle 3:00 del mattino del 23 dicembre, Amri, appena giunto in Italia con un treno da Chambéry (Francia) - via Torino - alla stazione di Sesto San Giovanni è stato intercettato da una pattuglia della Polizia di Stato presso piazza Primo Maggio a seguito di un controllo di routine. Non appena i poliziotti gli hanno chiesto i documenti, il tunisino ha estratto dallo zaino una pistola calibro 22 (in seguito ritenuta la stessa arma usata a Berlino), sparando alla spalla di uno degli agenti. L'altro poliziotto inseguì il giovane sparando due colpi nella sua direzione: uno solo lo raggiunse, al costato. Nonostante l'intervento dei sanitari, il giovane attentatore spirò steso sull'asfalto. Dalle impronte digitali e dai tratti somatici, il giovane venne poi successivamente identificato senza ombra di dubbio in Anis Amri.
Si è poi scoperto che Amri poco prima dell'una di notte era passato davanti alla stazione Centrale di Milano, per recarsi in piazza Argentina; da lì, dopo aver chiesto informazioni a un giovane salvadoregno su come raggiungere Roma e Napoli, aveva preso l'autobus notturno sostitutivo della Linea M1 della metropolitana milanese, diretto a Sesto San Giovanni. Dalla Centrale di Milano era uscito, essendovi giunto, sempre in nottata, in treno da Torino, a sua volta raggiunta in treno in serata da Bardonecchia.
Si stima che nel suo percorso totale Amri abbia usato almeno quattordici nomi falsi e tre diverse nazionalità
Da gennaio era sotto osservazione da parte delle autorità perché potenzialmente capace di “gravi atti di violenza contro lo stato”. Anche le sue comunicazioni erano sotto controllo.
Nel 2011, secondo fonti investigative italiane, Anis Amri ha scontato quattro anni di carcere nel carcere Ucciardone di Palermo per aver appiccato un incendio in una scuola. Dopo aver scontato la condanna avrebbe dovuto essere espulso, ma la Tunisia non ha collaborato fornendo il riconoscimento ufficiale, e ad Anis Amri è stato semplicemente intimato di lasciare l’Italia.
Sarebbe arrivato in Germania nel giugno 2015, soggiornando prima nella Renania Settentrionale-Vestfalia e in seguito a Berlino. Anis Amri, secondo i giornali tedeschi, figurava in una lista delle 550 persone considerate pericolose dalle forze dell’ordine ed era sospettato di preparare un attentato. Citando una fonte vicina all’inchiesta, la Süddeutsche Zeitung ha scritto: “Ci sono molte persone pericolose nel paese, ma di pericolose come lui ce ne sono pochissime”.
A giugno Anis Amri aveva fatto richiesta d’asilo in Germania, ma la richiesta era stata respinta perché non aveva i documenti necessari. Amri, secondo la stampa tedesca, aveva legami con Ahmad Abdelaziz A., noto come Abu Walaa, un predicatore arrestato a novembre del 2016 per aver incitato i suoi seguaci ad andare in Siria per combattere a fianco del gruppo Stato islamico.
domenica 9 novembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 novembre.
Il 9 novembre 1989 viene abbattuto il Muro di Berlino.
«Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Queste le proverbiali "ultime parole famose" pronunciate da Walter Ulbricht, Presidente del consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), durante una conferenza stampa del 15 giugno 1961. Eppure, appena due mesi dopo, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, il regime comunista iniziò la costruzione di una barriera che per i successivi 28 anni avrebbe separato fisicamente e ideologicamente la città di Berlino. Così come già da tempo la lunga linea di confine nota come "cortina di ferro" separava i paesi sotto influenza sovietica da quelli dell'orbita occidentale.
Nonostante la divisione del territorio tedesco in due Stati (Germania Est e Germania Ovest, con capitali Berlino e Bonn) risalisse al 1949, il Muro fu costruito solo 12 anni dopo. La ragione principale fu quella di bloccare l'esodo di cittadini da Berlino verso i territori occidentali (la città, divisa in quattro settori di occupazione, ricadeva nella Germania Est). Tale fenomeno aveva già visto coinvolti oltre due milioni e mezzo di individui, soprattutto giovani con livello di istruzione medio-alto, intellettuali e lavoratori specializzati, tutti in cerca di condizioni di vita più favorevoli. Una vera fuga di cervelli e di manodopera oltremodo deleteria per la parte orientale, privata gradualmente della sua futura classe dirigente, formata oltretutto a proprie spese. È dunque per tamponare tale emorragia che si decise di "bloccare" i cittadini della zona Est.
Fu sufficiente una sola notte per dividere la città, e così, la mattina del 13 agosto 1961 i berlinesi si svegliarono con centinaia di strade sbarrate e molte linee del trasporto pubblico interrotte. All'inizio fu solo una recinzione di filo spinato, ma nell'arco di pochi mesi il progetto si concretizzò in una vera cortina di cemento lunga 155 chilometri e alta in media oltre tre metri. Non si trattava peraltro di un muro che tagliava la città in due, ma di un sistema divisorio che accerchiava solo Berlino Ovest, facendone di fatto un'enclave della Germania Est.
Oltre al Muro propriamente detto, erano presenti altri recinti fortificati, tratti di filo spinato, fossati, campi minati, bunker e centinaia di torri di guardia. Il tutto, intervallato da posti di blocco come il famigerato "Checkpoint Charlie" (che rimarrà formalmente in esercizio fino al 30 giugno 1990). La Germania Est legittimò la neonata barriera definendola un "muro di protezione antifascista" (Antifaschistischer Schutzwall), ma dall'altra parte della barricata passò alla storia come "muro della vergogna", termine coniato dall'allora sindaco di Berlino Ovest, Willy Brandt.
Nel 1962, nel territorio della Germania orientale, fu eretto un secondo muro parallelo al primo, creando in tal modo un'area denominata "striscia della morte": i vopos, ossia le guardie di frontiera, avevano infatti il permesso di sparare a vista a chiunque tentasse di oltrepassare il confine. Si stima che furono circa 100.000 coloro che tentarono nell'impresa (spesso con metodi rocamboleschi e assai ingegnosi), e almeno 138 di loro vennero uccisi.
Ma le "vittime del muro di Berlino" furono in realtà molte di più: tra il 1961 e il 1988 morirono complessivamente più di 600 persone, perché oltre ai caduti per mano dei soldati di frontiera si verificarono diversi casi di suicidio e innumerevoli incidenti mortali. Molti, per esempio, morirono annegati nel tentativo di oltrepassare i fiumi Spree e Havel, entrambi a cavallo del confine tra Est e Ovest.
La prima tappa della riunificazione andò in scena nell'agosto 1989, quando l'Ungheria eliminò le restrizioni alla frontiera con l'Austria, creando così la prima "breccia" nella cortina di ferro. Dalla metà di settembre dello stesso anno, migliaia di tedeschi orientali tentarono quindi di raggiungere l'Ovest attraverso l'Ungheria, ma vennero respinti. Di lì in poi fu un crescendo di dimostrazioni e proteste che costrinse il governo della Germania Est, nella persona di Egon Krenz, ad allentare i controlli di frontiera.
Tali disposizioni sarebbero dovute entrare in vigore a partire dal 10 novembre 1989, ma ci fu un clamoroso malinteso: alla conferenza stampa internazionale del 9 novembre 1989, il portavoce del governo di Berlino Est, Gunter Schabowski, evidentemente malinformato, annunciò in diretta che a tutti i berlinesi sarebbe stato permesso di attraversare il confine "immediatamente".
Fu allora che la popolazione si riversò contro il muro. Fu una massa impossibile da arginare. Le frontiere furono così aperte e la città si ritrovò finalmente unita. Nell'arco delle settimane successive, migliaia di berlinesi demolirono quel muro che li aveva tenuti in ostaggio per quasi trent'anni, abbattendo di fatto l'ultimo simbolo della Guerra Fredda e anticipando di un anno la riunificazione della Germania (suggellata il 3 ottobre 1990).
lunedì 17 giugno 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 giugno 1953 scoppiano moti operai nella Germania dell’Est.
Avvennero tra il giugno e luglio del 1953 quando uno sciopero dei manovali edili si trasformò in una rivolta contro il governo della DDR. I tumulti a Berlino, il 17 giugno, vennero repressi con la forza dal Gruppo di forze sovietiche in Germania.
Nel maggio 1953 il Politburo del Partito di Unità Socialista di Germania (SED) innalzò le quote di lavoro dell’industria tedesca orientale del 10 percento. Il 16 giugno, una sessantina di operai edili di Berlino Est iniziarono a scioperare quando i loro superiori annunciarono un taglio di stipendio in caso di mancato raggiungimento delle quote. La loro dimostrazione il giorno seguente fu la scintilla che causò lo scoppio delle proteste in tutta la Germania Est. Lo sciopero portò al blocco del lavoro e a proteste in praticamente tutti i centri industriali e le grandi città del Paese.
Le domande iniziali dei dimostranti, come il ripristino delle precedenti (e inferiori) quote di lavoro, si tramutarono in richieste politiche. I lavoratori chiesero le dimissioni del governo della Germania Est. Il governo, per contro, si rivolse all’Unione Sovietica, che schiacciò la rivolta con la forza militare. Ci furono complessivamente quasi 5000 arresti. Ancora oggi non è chiaro quante persone morirono durante le sollevazioni e per le condanne a morte che seguirono. Il numero ufficiale delle vittime è 51. Dopo l’analisi dei documenti resi accessibili a partire dal 1990, il numero di vittime sembrerebbe essere di almeno 125.
Malgrado l’intervento delle truppe sovietiche, l’ondata di scioperi e proteste non venne riportata facilmente sotto controllo. In più di 500 città e villaggi ci furono dimostrazioni anche dopo il 17 giugno, e il momento più alto delle proteste si ebbe a metà luglio.
In memoria dei moti nella Germania Est, la Germania Ovest dichiarò il 17 giugno come festa nazionale (fino al 1990, quando venne sostituito dal 3 ottobre, data della formale riunificazione), e la Charlottenburger Chaussee che attraversava Berlino Ovest venne ribattezzata Straße des 17. Juni.
giovedì 2 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 maggio 1945 le truppe sovietiche entrano a Berlino.
Il 2 maggio del 1945 a Berlino cessò il fuoco. Finiva così il Terzo Reich, che dal 1933 guidava la Germania e che trascinò l'Europa in una spirale di morte. Il suo capo, Adolf Hitler, si era suicidato nel suo bunker pochi giorni prima, il 30 aprile.
Durante le settimane precedenti i Sovietici avanzarono rapidamente da Est, in una corsa per battere gli alleati Americani. L'avanzata fu così frenetica che molte vittime tra i soldati dell'Armata Rossa furono sacrificate pur di arrivare primi nella gara per il cuore del Reich. Lo storico inglese Anthony Beevor ha recentemente studiato le carte contenute negli archivi dell'ex Unione Sovietica e ha aggiunto un ulteriore significato all'impeto sovietico degli ultimi giorni della guerra. Stalin era al corrente del programma atomico di Washington ed era a conoscenza del fatto che gli Americani avevano avuto informazioni sul programma nucleare di Mosca, l'operazione "Borodino". A Berlino, presso il Kaiser Wilhelm Institut, erano conservate tre tonnellate di ossido di Uranio, introvabili nell'URSS del 1945 e molto appetibili per Stalin.
Nell'aprile del 1945, inoltre, gli Americani avevano passato il fiume Oder e procedevano spediti verso Berlino. Questo indusse Stalin a ordinare ai generali Zukhov e Konev di stringere i tempi e la morsa sulla capitale tedesca. Il 15 aprile 1945 l'Armata Rossa aprì uno dei più potenti attacchi d'artiglieria della storia contro le ultime difese del Reich. Al fronte si trovavano oltre 2,5 milioni di soldati sovietici, 6000 carri armati e oltre 40.000 bocche di fuoco. A difendere l'ultimo lembo del Terzo Reich erano rimasti circa 300.000 tedeschi, decisi a combattere perché consapevoli della furia dei russi, che avevano avuto, a causa dell'aggressione nazista, oltre 23 milioni di morti.
L'Armata Russa attaccò in massa, con un impeto animalesco. Furono addirittura sacrificati i mezzi corazzati, i famosi T-34, usati come arieti contro le fortificazioni della Wehrmacht. Una delle battaglie più sanguinose prima della caduta di Berlino fu quella che si consumò ad Halbe, una zona boscosa a sud-est della capitale. Qui la 9a Armata tedesca comandata dal generale Busse fu circondata e schiacciata dalla furia sovietica. Ma gli uomini di Konev ebbero gravi perdite per la natura difficile del terreno e per l'angustia dei passaggi nella foresta germanica. In poche ore la battaglia costò la vita ad oltre 50.000 persone, civili e militari.
A Berlino i difensori estremi della Germania hitleriana erano circa 90.000 di cui molti anziani e ragazzi della Gioventù hitleriana. Lo sfondamento era imminente. Tra gli ultimi a combattere per il führer vi erano 700 francesi inquadrati nella "Divisione Charlemagne" delle Waffen-SS. Il Reichstag cade il 2 maggio 1945. L'orda di oltre un milione di soldati dell'Armata Rossa invade Berlino, e la rabbia si trasforma in violenza. Molti gli episodi di stupro e gli assassinii dovuti alle grandi quantità d'alcool trovate nella capitale dai soldati sovietici. Berlino, ridotta a un ammasso di macerie ancora fumanti è una città fantasma, dentro cui vagano disperati i civili tedeschi affamati, feriti, disperati. Ai sovietici l'assalto finale a Berlino era costato oltre 70.000 vite.
domenica 6 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 agosto 1791 viene aperta al traffico la porta di Brandeburgo, a Berlino.
La Porta di Brandeburgo è il simbolo di Berlino. È stata al centro di vittorie, sconfitte e sconvolgimenti politici, dalle guerre napoleoniche attraverso le guerre mondiali, il nazismo, la guerra fredda fino alla riunificazione della Germania.
Alla fine del '700, quando la Prussia, con la sua capitale Berlino, era al culmine del suo potere la porta di Brandeburgo si presentava come un piccolo posto di controllo che non faceva assolutamente capire che si stava entrando in una delle metropoli dei grandi poteri europei.
L'architetto Langhans, incaricato dal re della Prussia a costruire una nuova porta più grande e più rappresentativa era ispirato dalle idee dell'illuminismo: prese come modello i templi dell'acropoli di Atene . La nuova porta non doveva chiudere la città, ma tenerla aperta e far entrare lo spirito democratico dell'antica Grecia. La nuova porta fu inaugurata solennemente nel 1794, pochi anni dopo la rivoluzione francese.
Pochi anni dopo, nel 1806, Napoleone conquistò l'Europa e anche la Prussia dovette cedere al suo potere. Napoleone e i soldati francesi entrarono a Berlino attraversando la Porta di Brandeburgo. Napoleone sapeva come rendere le sue vittorie ancora più gloriose: tolse la quadriga (che rappresenta la dea della vittoria con quattro cavalli) dalla cima della Porta di Brandeburgo e la portò come trofeo a Parigi.
La sconfitta sul campo di battaglia era dura, ma ancora sopportabile. Ma togliere alla capitale della Prussia la quadriga, il suo simbolo, fu percepita dalla popolazione di Berlino come una umiliazione ancora più forte. Così, la gioia fu enorme quando, nel 1806, dopo la sconfitta di Napoleone, la quadriga fu riportata da Parigi a Berlino e rimessa nel suo posto.
Da quel momento, la Porta di Brandeburgo, divenne un luogo carico di simbolismo e di ideologie. Dopo l'unione della Germania nel 1871, fu l'imperialismo tedesco ad impossessarsi del luogo: lo fece diventare il posto preferito per innumerevoli parate militari. Solo l'imperatore e la sua famiglia avevano invece il permesso di attraversare il passaggio centrale della porta.
Dopo la vittoria nella battaglia di Sedan, nella prima guerra mondiale, l'imperatore fece appendere uno striscione alla Porta di Brandeburgo: "Welch eine Wendung durch Gottes Führung" (Che svolta, grazie alla guida di Dio). Un trionfo prematuro: alla fine la Germania fu sconfitta, l'imperatore costretto a dimettersi e la Germania divenne una repubblica.
Dopo il breve intermezzo democratico della Repubblica di Weimar (1919-1933) Hitler arrivò al potere e cominciò subito a trasformare la Germania in un paese capace di affrontare la sua folle guerra che doveva portare la "razza ariana" alla guida del mondo.
Un altro striscione appeso alla Porta di Brandeburgo, questa volta dai seguaci di Hitler, doveva esprimere la cieca fiducia del popolo tedesco in Hitler: "Führer befiehl, wir folgen!" (Ordina, Führer, noi seguiamo!). Una fiducia che doveva costare, solo ai tedeschi, 6,3 milioni di morti. A tutto il mondo invece più di 55 milioni di morti e 35 milioni di feriti.
La Porta di Brandeburgo nel 1945, alla fine della guerra, quando la Germania firma la capitolazione incondizionata, si affaccia su una Berlino ridotta a un campo di macerie. Tre anni di continui bombardamenti hanno totalmente distrutto le città tedesche fino a trasformarle in paesaggi lunari.
La tragedia della Germania alla fine della guerra era terribile. Ma le atrocità degli altri certamente non attenuano la responsabilità della Germania. Tutto questo era soltanto un riflesso di quello che il nazismo aveva fatto ai popoli dell'Europa, era soltanto l'ultimo atto di una guerra che Hitler aveva fortemente voluto, che aveva, fin dall'inizio della sua carriera politica, preparato ideologicamente e materialmente, di una guerra che nessun altro in Europa aveva voluto o cercato.
Appena finita la guerra che gli alleati avevano combattuto insieme contro la Germania scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta. E al centro della Guerra fredda c'era Berlino, la città divisa in due.
Negli anni '50 il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, quasi la metà di loro erano giovani con meno di 25 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un pericolo serio per la Germania dell'est.
Così, nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziarono a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che attraversava tutta la città, che divideva le famiglie in due, e tagliava la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università.
i tedeschi dell'est eliminarono la Croce Prussiana e voltarono la quadriga verso Ovest, a sottolineare la vittoria del comunismo sull'occidente. Solo dopo la caduta del Muro la croce venne ripristinata e la quadriga di nuovo orientato verso il "Mitte". Negli anni della guerra fredda, la Porta perse la sua funzione di simbolo di apertura per ritrovarsi nella Terra di Nessuno tra Est e Ovest, a metà strada tra libertà e dittatura.
Nel 1989 gli stati dell'Europa dell'est cominciarono a liberarsi dagli opprimente regimi pseudo-socialisti. Prima c'erano le riforme interne nell'Unione Sovietica, volute da Gorbaciov che incoraggiavano anche l'opposizione nella DDR. Poi la decisione, sempre di Gorbaciov, di lasciare che ogni paese dell'est trovasse da solo il proprio destino diede un'ulteriore spinta a tutti quelli che chiedevano la libertà.
L'anno 1989 fu un anno drammatico: i cambiamenti democratici, le piccole rivoluzioni nell'economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell'Unione Sovietica riempivano ogni giorno i giornali in tutta l'Europa, una notizia sensazionale dall'Europa dell'est seguiva l'altra.
Nell'ottobre del 1989 anche gli eventi nella DDR precipitarono: sotto la pressione delle manifestazioni di massa e del flusso sempre crescente di persone che lasciavano il paese attraverso l'Ungheria, che aveva aperto le frontiere verso l'ovest, molte amministrazioni comunali della DDR si sciolsero e furono sostituite da organi ai quali parteciparono per la prima volta anche gruppi di opposizione. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Ma il muro c'era ancora e i soldati che lo sorvegliavano in quella notte non sapevano cosa fare. Migliaia di persone stavano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, aveva dato l'ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 40 anni.
Immagini indimenticabili: migliaia di persone scavalcarono il muro che poco prima era ancora un confine insuperabile dove si sparava a chiunque si avvicinava. Era stato un confine che spaccava in due non solo Berlino ma tutta l'Europa. Pochi giorni dopo si cominciò a rimuovere l'odiato muro.
La Porta di Brandeburgo oggi è un monumento alla ritrovata unità della Germania, ma anche un monumento alla pace in Europa.
domenica 27 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 27 febbraio 1943 a Berlino inizia la "Protesta della Rosenstrasse".
La Rosenstrasse è una viuzza sparente, schiacciata tra i palazzoni che danno sulla Karl Liebknecht Strasse, poco più di una scorciatoia per raggiungere Hackesher Markt da Alex. C’è una atmosfera da “cortile sul retro”, uno di quegli spazi di servizio dove non ti senti realmente autorizzato a stare e quindi ci passi in fretta, quasi per non farti vedere. E di conseguenza non ti guardi intorno. Quasi ci si dimentica che esista questa “via delle rose”. E se qualcuno vuole cercare a Berlino luoghi dove si respiri forte il puzzo della rimozione collettiva Rosenstrasse ne è un esempio eccellente. Perché, certo, ai tempi la conformazione della città era ben diversa, i palazzoni anni ’60 non c’erano, né svettava la Torre alla Tv che ruba tutti gli sguardi, né le lusinghe delle boutique che aspettano in fondo alla via, ma qui, proprio su questa via, nel febbraio e nel marzo 1943 si svolse l’unica protesta pubblica contro la deportazione degli ebrei. Qui, nel 1943, si trovava l’ufficio amministrativo della comunità ebraica di Berlino, e qui il 27 febbraio 1943 le SS rinchiusero un gruppo di uomini catturati sul posto di lavoro durante la cosiddetta “Fabrik Aktion”: i Nazisti avevano fino ad allora tollerato la presenza di ebrei condannati ai lavori forzati nelle fabbriche di armamenti tedeschi, ma già nel settembre 1942 Hitler aveva ordinato la loro eliminazione, li avrebbero sostituiti altri prigionieri di guerra, razzialmente puri. Il 27 febbraio di 74 anni fa le SS portarono a termine quello che secondo loro sarebbe stato l’ultimo definitivo carico di carne umana per i forni di Auschwitz. A Berlino però un gruppo di ebrei venne separato dagli altri e rinchiuso a Rosenstrasse. Erano ebrei imparentati con “ariani”. Ora, ci sono molte pagine di eminenti storiografi che raccontano per bene come gli ordini di Eichmann e compagni fossero eccezionalmente “clementi” nei confronti di queste persone e che nessun nazista li avrebbe portati ai treni. Ma lasciamo da parte questa storiografia ex-post e pensiamo alle persone che quel mattino del 27 febbraio ricevono la notizia che i loro mariti, padri, figli (qualche figlia, qualche madre) erano stati catturati sul posto di lavoro e portati a Rosenstrasse. Degli ordini “clementi” di Eichmann non sanno niente. Sanno senz’altro che chi va a Est col treno non torna più. Sanno benissimo che chi osa alzare la testa contro il partito quella testa la perderà (la decapitazione era una delle pene più scontate per i dissidenti politici). Hanno paura, non serve uno storiografo per dirlo. Ma sono anche innamorate. Sono le mogli, le madri, le figlie di quei prigionieri. Sono anni che resistono al loro fianco subendo ogni sorta di ingiuria, violenze fisiche e verbali, perché loro, ariane, condividono il tetto con un sub-umano. Hanno sempre saputo che potevano perderlo. Ma ora, quando la possibilità diventa concretezza, cosa fare? Chissà quante volte ci hanno pensato, di giorno e di notte, in quei due anni, vissuti sempre come se ogni giorno fosse l’ultimo, l’ultimo non prima della morte, ma prima della deportazione, del campo, del gas. Della morte amministrata burocraticamente ed efficientemente dallo Stato sovrano.
A una a una, come “galline spaventate” (dice una delle testimoni) cominciano a comparire sulla Rosenstrasse: non si conoscono affatto, ma si prendono subito a braccetto e cominciano a camminare insieme avanti e indietro, fissando quelle finestre buie, quella porta chiusa. A volte una urla “ridatemi mio marito”, “ridatemi mio figlio”. Ma soprattutto aspettano in silenzio, e sono sempre di più. Donne (e qualche uomo) di ogni estrazione sociale, baronesse ed operaie, intellettuali ed analfabete. Alla fine erano circa 6000. Non sollevano striscioni, non espongono cartelli. La loro è non è una resistenza politica, ma una resistenza del cuore. Non si sentono eroine, men che meno coraggiose: si sentono mogli e madri e figlie normali che sono venute semplicemente a riprendersi la loro famiglia. Sono terrorizzate dalle SS. Ma ancora di più dall’idea di tornare a casa da sole.
Dopo due settimane il portone di Rosenstrasse si apre e gli uomini che vi erano rinchiusi vengono liberati (25 per errore erano già stati mandati ad Auschwitz, ma in virtù del loro status particolare erano stati tenuti separati dagli altri ebrei e poi rimandati sani e salvi a Berlino, purtroppo la precisione tedesca funzionava benissimo anche al lager).
Nessuno saprà mai se a salvarli fu la banalità del bene. Se fu il coraggio di quelle donne tedesche che sfidavano la macchina omicida del partito. Gli storiografi dicono che quegli uomini, essendo sposati o parenti di donne ariane sarebbero stati comunque risparmiati ed erano trattenuti a Rosenstrasse solo per scegliere fra loro nuove figure amministrative che avrebbero sostituito quelle che stavano andando a morire ai campi. Sarà certo vero. Vero è anche però che le donne che camminavano in silenzio, a braccetto, nella Rosenstrasse non vennero né fermate né arrestate. Il partito, che stava subendo le conseguenze delle sconfitte militari, era sempre più debole, ma proprio per questo aggressivo, come un cane rabbioso. Per qualche giorno può sottovalutare la protesta di quelle “femmine” (sappiamo che per i Nazisti le donne erano poco più che macchine – sforna – soldati), ma nel tempo la loro resistenza – silenziosa e non violenta – si fa intollerabile. Goebbels nei suoi diari la liquida con la parola “spiacevole”. La soluzione più semplice, per evitare uno “spiacevole” contagio, è senz’altro liberare i mariti, i padri, i figli. Eppure rimane il sospetto che il bruto non lo si sconfigge con le botte e con le urla (che sono le sue armi naturali) ma con il silenzio e la gentilezza del cuore. Se non altro le donne di Rosenstrasse hanno dimostrato che il partito non aveva ancora lavato il cervello di tutti i tedeschi.
Eppure la loro resistenza è stata per molto tempo sottaciuta, relegata a uno degli episodi minori della storia della seconda guerra mondiale. Forse perché gli ebrei che vennero salvati erano solo pochi privilegiati e ben più tragica fu la sorte di chi non aveva parenti ariani dietro cui proteggersi. Forse perché, come suggerisce arguto Gad Beck, testimone diretto di quegli eventi, “nessuno si è occupato di quella vicenda perché la stessa possibilità di una protesta avrebbe finito per privare i tedeschi della loro pace interiore”. Forse non era vero che protestare non era possibile. Forse era solo pericoloso, scomodo, “non – preferibile”.
Oggi a ricordare gli eventi di quei giorni rimangono un pilastro rosa – del tutto simile a quelli per le affissioni teatrali/cinematografiche/pubblicitarie – che segna il luogo fisico dove si trovava l’edificio utilizzato come prigione temporanea dalle SS. E una scultura, un po’ lugubre a dire il vero, che Honecker fece collocare in un parchetto da lì poco distante. La scultrice, Ingeborg Hunziger, ci presenta il “Blocco delle Donne” con toni marziali, volti guerreschi, corpi massicci, perché, ancora una volta, non è semplice ammettere che delle “galline spaventate” riuscirono a strappare una piccola vittoria contro il Reich. Dietro però una incisione: “la forza della disobbedienza civile, il vigore dell’amore sconfigge la violenza della dittatura”.
sabato 14 agosto 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 agosto 1956 muore a Berlino Est Bertold Brecht.
Figura emblematica del teatro moderno, Brecht ha segnato la sua epoca come autore drammatico, teorico della messa in scena, poeta, narratore, militante politico, cineasta. Lo sviluppo dello stile epico, legato al suo nome, l’utilizzo dell’”effetto di straniamento” che impedisce allo spettatore di identificarsi nell’attore, la teoria della “drammaturgia non aristotelica” ha contribuito a trasformare la sua opera in un modello teorico che oscura spesso la ricchezza della sua lingua e della sua creazione poetica. Quest'opera costituisce una delle eredità più prestigiose del teatro tedesco: vi sono poche messe in scena attuali che non portino la traccia della sua influenza.
Nato in seno a una famiglia borghese, figlio di un fabbricante di carta, Brecht intende, a partire dal 1917, a studi di lettere quindi di medicina all’università di Monaco. Chiamato alle armi come infermiere nel 1918, sarà il trauma della guerra ad ispirargli La leggenda del soldato morto.
Inizialmente poco interessato alla politica, diventa per un breve periodo membro di un consiglio di fabbrica (soviet) di operai e di soldati ed assiste al crollo della Repubblica dei soviet della Baviera. Nauseato dall’atteggiamento della borghesia tedesca, partecipa a una vita di bohème a Monaco e frequenta Karl Valentino, il “pagliaccio metafisico”, la cui influenza è sensibile nella sua pièce La cerimonia nuziale dei piccolo-borghese. Pur riprendendo i suoi studi a Monaco nel 1919, scrive canzoni e ballate, sotto l’influsso di Rimbaud e Franz Wedekind, più tardi riunite nella raccolta di poesia intitolata Libro di devozioni domestiche (1927).
Poeta anarchico ed asociale che sfotte i valori borghesi, l’eroe della sua prima pièce, Baal, cominciata nel 1918, si ispira al giovane Brecht stesso. A partire dal 1921, si trasferisce a Berlino, cornice della sua seconda pièce, Tamburi nella notte (1922), che descrive il ritorno di un soldato prigioniero di guerra al momento della insurrezione spartachista: di fronte al mondo dei profittatori, non trova tuttavia il coraggio di saltare il fosso e abbracciare la rivoluzione. Brecht lavora come drammaturgo al teatro Kammerspiel di Monaco (1923), quindi al Deutsches Theater di Max Reinhardt (1924), a Berlino.
Nella giungla della città (1923) prosegue la sua visione critica della società moderna e del suo egoismo. Con Uomo per uomo si afferma la sua concezione del teatro epico, ispirata alle esperienze di Erwin Piscator.
L’opera di Brecht, che solleva fin da questi anni polemiche ardenti, raggiunge la celebrità soltanto nel 1928 con l’uscita de L’opera da tre soldi. Questo successo si basa tanto su alcuni malintesi - le intenzioni critiche dell’autore passano inosservate – quanto sulla inaspettata bellezza della musica di Kurt Weill. In alcuni mesi, la compagnia di Mackie Surineur fa il giro del mondo, portando gloria e fortuna al suo autore. Brecht rinnega la pellicola che G.W. Pabst trae dalla pièce, ed il processo che perde contro la società cinematografica segnerà il suo rapporto con il cinema “capitalista”. Ascesa e rovina della città di Mahagonny, spettacolo in scena nel 1930, conosce un successo mediocre. I nazisti manifestano contro la musica “degenerata” e “giudeo-negroide” di Kurt Weill.
La crisi della Republica di Weimar radicalizza le idee estetiche e politiche di Brecht che, sotto l’influenza del filosofo Karl Korsch e dell’economista Fritz Sternberg, si inizia al marxismo. D’ora in poi, concepisce il teatro come un mezzo non soltanto per rappresentare, ma trasformare il mondo. Studia il materialismo dialettico e cerca di introdurlo nelle sue opere teatrali. Come il suo amico il musicista comunista Hanns Eisler, rifiuta di separare l’arte dalla politica: le sue “pièce didattiche” mettono in scena situazioni che rivelano le conseguenze nocive di alcune pratiche politiche. Ispirandosi a volte al teatro cinese e al nô giapponese, le sue opere - in particolare La decisione (1930) - suscitano riserve anche nelle file dei comunisti.
In seguito alla situazione politica, Brecht incontra sempre più ostacoli per fare recitare le sue pièce: Santa Giovanna dei Macelli, satira delle ingiustizie sociali e del capitalismo, conosce soltanto una versione radiofonica parziale nel 1932. L’anno precedente, realizza con S. Dudow Kühle Wampe Ventri gelati, una pellicola bloccata dalla censura, che traccia un ritratto tragicamente realistico della miseria degli operai berlinesi. Lancia allo stesso tempo un appello alla creazione di un fronte d’azione antifascista. L’ultima pièce di Brecht data in Germania, prima del 1933, è l’adattamento del romanzo di Gorki La madre (1932). Odiato dai nazisti, deve lasciare la Germania fin dall’arrivo di Hitler al potere.
Brecht va in esilio a Praga, Vienna, Zurigo e Parigi, quindi si stabilisce in Danimarca. Scrive poesie, di cui molte evocano la situazione politica e l’esilio. Ma, temendo l’avanzata degli eserciti hitleriani, si rifugia in Svezia nel 1938, quindi l’anno seguente in Finlandia. Nel 1941, guadagna gli Stati Uniti e si stabilisce in California.
Questi anni d’esilio sono molto produttivi, anche se le opere non possono essere recitate né pubblicate. Completa Teste rotonde e teste aguzze (1936), satira delle teorie razziali naziste. La guerra civile di Spagna gli ispira Lo schioppo della madre Carrar (Die Gewehre der Frau Carrar) (1937), le atrocità del nazionalsocialismo Terrore e miseria del Terzo Reich (1938). È in Finlandia che scrive alcune delle sue pièce più importanti: Vita di Galileo, La resistibile Ascesa di Arturo Ui, La buon’anima di Sezuan, Il signor Puntila e il suo servo Matti, Madre Courage e i suoi figli ed “un romanzo-cronaca”: Gli affari del sig. Giulio Cesare. In America, lavora a Schweyk nella seconda guerra mondiale. “Straniero in paradiso”, è un tentativo fallito di scalata alle sceneggiature destinate a Hollywood. Il suo Diario di lavoro e le sue poesie esprimono il disagio che gli ispirano l’America e la sua cultura. Il progetto di una pellicola antifascista, concepito con Fritz Lang, Anche i boia muoiono, dedicato alla resistenza ceca che assassinò il capo delle SS R. Heydrich, determina un litigio tra i due, seguito da divergenze politiche ed estetiche. Nel frattempo, i suoi legami con il musicista comunista Hanns Eisler sono all’origine della sua comparizione, nel 1947, dinanzi alla commissione delle attività anti-americane del senatore McCarthy. Brecht lascia gli Stati Uniti e, dopo un soggiorno a Herrliberg, vicino di Zurigo, sceglie di stabilirsi nell’ottobre 1948 nel settore orientale di Berlino.
Nella capitale della futura repubblica democratica tedesca, in cui spera di assistere alla nascita della “nuova Germania”, Brecht vuole contribuire alla creazione di una cultura socialista. Nonostante le critiche serrate ricevute e che dichiarano le sue pièce estranee ai dogmi del realismo socialista - critiche che il drammaturgo rifiuta con veemenza -, i Berliner Ensemble, la troupe creata con la moglie, l’attrice Helene Weigel-, guadagna grandi successi con Madre Courage ed Il cerchio di gesso del Caucaso. Nel 1953, Brecht esprime in una lettera la sua solidarietà al regime di Walter Ulbricht che reprime il sollevamento operaio di Berlino Est; nel 1955, riceve il premio Stalin. Brecht muore nel 1956, mentre lavorava ad una messa in scena del Galileo. Come aveva desiderato, riposa, nel Dorotheenfriedhof, di fronte alla tomba di Hegel.
L’evoluzione dello stile di Brecht è strettamente legata alla crisi del teatro della sua epoca ed al contesto politico della Germania tra le due guerre. I suoi scritti teorici esplicando, tratto tratto, la rivoluzione che vuole imprimere alla drammaturgia, illuminano di luce teorico-estetica le sue pièce, le cui prime - Baal, Tamburi nella notte, Nella giungla delle città - criticano il teatro espressionista e la sensibilità patetica che regnava allora. Così Brecht sfida l’idealismo del drammaturgo Ernst Toller, la sua fede ingenua nella capacità dell’uomo di trasformarsi al semplice contatto di ideali astratti. Più giovane degli espressionisti, Brecht non condivide le loro illusioni ed oppone al loro misticismo un nichilismo disincantato, che culmina nel Libro di devozioni domestiche. Allo stesso tempo, respinge il naturalismo ed il suo culto dei fatti e milita per un teatro che aiuti a comprendere e trasformare i meccanismi della società. Nè espressionismo, né naturalismo dunque, ma una terza opzione: la concezione epica del teatro.
Debitore delle messe in scena di Piscator, che introduce nei suoi spettacoli carte geografiche, statistiche, diapositive e spezzoni di pellicole, Brecht mette in opera la sua concezione dell’”effetto di straniamento”, (Verfremdung Effekt o V-Effekt ) attraverso un doppio movimento: avvicina lo spettatore al soggetto rappresentato trasponendo un’azione storica nell’ambito quotidiano e familiare (la conquista del potere dei nazisti, nella Resistibile ascesa di Arturo Ui, è così assimilata alle macchinazioni di una gang di periferia); in un secondo tempo, Brecht allontana l’azione, per renderla sconosciuta e suscitare la riflessione, utilizzando una scenografia schematica e indicando agli attori una recitazione che non si identifichi coi loro personaggi, ma conservi su di essi uno sguardo critico. In questa messa in scena di un teatro, non più drammatico, ma “epico”, Brecht utilizza tutti gli artifici che devono permettere di dare una rappresentazione come una “scena di strada”. Si ispira anche al teatro cinese. Al momento dell’incontro con la troupe dell’Opera di Pechino a Mosca, nel 1935, e con l’attore Mei Lan Fang, è colpito dall’impiego così particolare dello spazio, degli oggetti, della composizione, della recitazione degli attori che mirano a suggerire e non a rappresentare concretamente l’azione. Brecht si preoccupa anche di trovare l’ingenuità popolare dei teatrini delle fiere, che ammirava in gioventù a Augusta, e agli almanacchi della librerie ambulanti.
Procede dall’idea che la rappresentazione del destino collettivo è sempre più importante della psicologia individuale dei personaggi, che non può essere separata dall’universo dove vivono. Con Uomo per uomo, o Galy Gay, lavoratore pacifico, trasformato in macchina da uccidere, si afferma la convinzione di Brecht: l’eroe è malleabile, sono le condizioni sociali che lo strutturano. Brecht raffina la sua teoria del teatro epico nell’Opera da tre soldi e Grandezza e decadenza della città di Mahagonny. Utilizza le melodie di Kurt Weill con le loro dissonanze prese in prestito alla musica d’avanguardia o dal jazz, rompe i clichés dell’opera classica, trasposta in un mondo di mendicanti, di ladri e di prostitute. Gioca ammirevolmente con le rotture, le scosse, sfida ad ogni momento la coscienza, il senso critico dello spettatore quando quest’ultimo vorrebbe optare per il sogno. L’intrigo classico è sovvertito e reso a volte poco comprensibile (Nella giungla delle città).
Sotto la pressione degli eventi politici, Brecht non cesserà di accentuare la funzione didattica e impegnata del teatro epico. È il caso di Santa Giovanna dei macelli, ma soprattutto delle pièce didattiche (Il volo sopra l’oceano, l’importanza di essere d’accordo, Quello che dice sì, quello che dice no). Veri esercizi dialettici, queste pièce cercano di osservare, attraverso comportamenti, l’interazione tra l’individuale ed il collettivo in situazioni date. L’astrazione relativa di questo tipo di rappresentazioni non cerca in nessun modo di sedurre lo spettatore ma vuole costringerlo ad interrogarsi. Così le pièce antifasciste scritte in esilio (Teste rotonde e teste a punta, Lo schioppo della madre Carrar, Terrore e miseria del III Reich) cercano di agire sulla coscienza politica dello spettatore, iscrivendo in una prospettiva storica ogni gesto di barbarie.
Nelle pièce più famose – L’anima buona di Sezuan, La vita di Galileo, Il signor Puntila ed il suo servo Matti, La resistible Ascesa di Arturo Ui, Madre Courage e soprattutto Il cerchio di gesso del Caucaso -, lo stile epico, ancora più elaborato, non fa appello a semplici metodi di stranimaneto, ma ricorre all’articolazione sottile della storia ed insuffla una poesia sconosciuta nella fabula e dei personaggi allegorici.
Brecht è d’altronde un vero poeta, affascinato fin dalla giovinezza dal “sapore” o “colore” delle parole; ed è pertanto nelle sue raccolte poetiche, come le Elegie di Buckow, che traspare, oltre alla sua ironia, il suo immenso bisogno di solidarietà con gli uomini e con il mondo.
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