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lunedì 13 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.

Il 13 ottobre 1990 ha fine la guerra civile in Libano.

La guerra civile del Libano è stato un brutale conflitto di faglia, inteso come terreno di scontro di opposte culture, orientamenti religiosi, etnie, rivendicazioni politiche e/o ideologiche. Le sue origini risalgono alla caduta dell’Impero Ottomano, che nel bene e nel male aveva mantenuto sotto il suo imperio una certa stabilità in tutta la regione per circa quattro secoli, e l’avvento della Francia come nuova superpotenza regionale.

Grazie al mandato della Società delle Nazioni – ma soprattutto agli accordi segreti di Sykes-Picot tra i governi di Londra e Parigi, che ne avevano preparato il terreno, in contrasto con le promesse britanniche fatte agli alleati arabi – la Francia aveva ottenuto sia il Libano che la Siria come sue zone di influenza. Per mantenere il proprio predominio i transalpini si allearono con la classe dirigente locale di fede cristiano-maronita, che affiancò in ruoli importanti di governo locale.

I cristiani, nelle tre correnti principali di maroniti, greco-ortodossi e greco-uniati (ovvero di rito bizantino ma cattolici fedeli al Pontefice di Roma) risultavano essere la maggioranza relativa della popolazione, e al loro interno vantavano l’élite più ricca e influente nel paese, mettendo in ombra i drusi e i mussulmani sciiti e sunniti. Per tale affinità religiosa i francesi privilegiarono le comunità cristiane, facendone il baluardo del loro potere. Allo stesso tempo queste ultime videro Parigi come un punto di riferimento sociale e culturale, creando un rapporto privilegiato che sopravvisse anche oltre l’indipendenza.

Nel 1943, a causa della caduta della Francia in mano tedesca e all’occupazione britannica della regione, il leader cristiano-maronita Bishara al-Khuri – che divenne il primo presidente – negoziò con tutte le forze politiche e religiose libanesi in vista di una pacifica via verso una stabile indipendenza. Dal suo impegno vide la luce il cosiddetto “Patto Nazionale”, che resse tra alti e bassi fino allo scoppio definitivo della guerra civile nel 1975.

Il nocciolo di questo accordo era molto semplice: dividere equamente le posizioni di potere tra le varie componenti nazionali. In pratica secondo il suo disegno, accettato in forma di gentlemen’s agreement e quindi non messo nero su bianco in una Costituzione, ci sarebbe stato sempre un Presidente della Repubblica cristiano-maronita, un Primo Ministro sunnita, un Presidente dell’Assemblea Nazionale sciita e un Vice-Presidente greco-ortodosso. Ogni incarico di governo sarebbe stato ripartito secondo uno schema di delicati equilibri di pesi e contrappesi, in modo da non avvantaggiare in modo eccessivo un’etnia o religione rispetto alle altre.

A corollario di tutto questo, le classi dirigenti cristiane accettarono formalmente l’identificazione del paese nel mondo arabo, affievolendo il legame profondo con i francesi. Al contempo i musulmani dovettero lasciar perdere l’orientamento filo-arabo e soprattutto l’idea di una futura integrazione – leggasi, visti gli accadimenti futuri, annessione – alla vicina e ambiziosa Siria.

I problemi giunsero pochi anni dopo. Nel 1948, infatti, il Libano partecipò alla coalizione pan-araba unitasi contro Israele, uscendone sconfitto. In virtù degli accordi presi con i suoi alleati, il piccolo paese accettò di ospitare nel suo territorio ben 150.000 profughi palestinesi, che diedero un primo scossone al delicato equilibrio etnico-religioso dello Stato.

A questo si unì il nascente nazionalismo arabo filo-comunista di Gamal Abd el-Nasser, nuovo leader carismatico dell’Egitto, che nella seconda metà degli anni ’50 entrò in rotta di collisione con Gran Bretagna, Francia e Israele per il Canale di Suez. Il Libano, guidato dal maronita Camille Chamoun, decise di non sostenere le pretese panarabe del presidente egiziano, creando una spaccatura con le frange più giovani e dinamiche dei musulmani libanesi, che vedevano in Nasser un capo della riscossa nazionale contro l’Occidente e Israele.

La tensione giunse al calor bianco nel febbraio del 1958, quando Egitto e Siria si unirono nell’effimera Repubblica Araba Unita, o RAU. Ovviamente le forze islamiche nel paese dei Cedri volevano unirsi a questo nuovo gigante politico, ma furono osteggiate da Chamoun e dai cristiani.

Questo fatto portò, durante lo stesso anno, ad un assaggio di quello che scoppierà un decennio e mezzo dopo. L’opposizione politica al presidente si compattò intorno al primo ministro Rashid Karame, che unì sotto di sé filo-nasseriani, comunisti e socialisti, che iniziarono una serie di scioperi e proteste, che ben presto degenerarono in attentati, omicidi e la formazione delle prime milizie armate etnico-religiose che diventeranno tristemente famose durante la guerra civile.

Chamoun, in ottemperanza al Patto di Baghdad, un accordo stretto dei paesi mediorientali con gli Stati Uniti per prevenire un’espansione comunista in quello scacchiere, chiese un intervento militare americano per ristabilire l’ordine. Eisenhower, all’epoca presidente, non voleva in principio impegnarsi, ma la caduta del regime filo-occidentale dell’Iraq e il suo riallineamento in chiave filo-nasseriana fecero temere alla leadership statunitense un possibile collasso anche di Giordania e Libano, perciò venne autorizzato l’invio di 20.000 tra soldati e marines e della Sesta Flotta del Mediterraneo.

La potenza e il prestigio USA erano al loro apice e in brevissimo tempo, usando una buona miscela di intimidazione e diplomazia, la crisi fu sventata e la spirale di violenze disinnescata prima di una sua piena esplosione. Il generale Fu’ad Shihab, che si era impegnato affinché l’esercito libanese rimanesse neutrale durante i mesi delicati di interregno, fu apprezzato da tutte le parti ed eletto quindi presidente del paese, ristabilendo il “Patto Nazionale” del 1943 fino alla fine degli anni ’60.

Tra il 1967 e il 1973 la situazione si aggravò in maniera irreversibile a causa delle sconfitte arabe della Guerra dei Sei Giorni e dello Yom Kippur, ma soprattutto in seguito alla violenta cacciata dei palestinesi – con il loro braccio armato dell’OLP – da parte del sovrano di Giordania Ḥusayn bin Ṭalāl, che temendo un loro prossimo colpo di Stato agì in maniera preventiva durante il celebre Aylūl Al-Aswad o “Settembre Nero” del 1970.

A causa di questi tragici avvenimenti, la popolazione palestinese in Libano superò le oltre 300.000 persone, tra cui migliaia di miliziani e terroristi dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questi soffiarono sul fuoco dell’insofferenza musulmana e drusa nel piccolo paese, che si sentiva non adeguatamente rappresentata – oltre che molto più povera – nel governo e nell’economia, rispetto alla supremazia dei cristiani in generale e dei maroniti in particolare.

Tutti gli elementi del conflitto di faglia erano ora pronti, bastava una scintilla. Questa venne innescata dai palestinesi, che il 13 aprile del 1975 aprirono il fuoco con dei mitra contro un gruppo di cristiani che assistevano alla consacrazione di una chiesa a Beirut, nel quartiere ʿAyn al-Rummāna, uccidendo quattro persone e ferendone il doppio. Poche ore dopo membri delle milizie maronite attaccarono un gruppo di guerriglieri palestinesi che si stavano muovendo nell’area con le medesime intenzioni, annientandoli dopo un violento scontro a fuoco.

Il conflitto interno, una delle peggiori tragedie che possono travolgere una Nazione, perdurò per quindici anni, sostenuto e incancrenito da interventi di attori esterni. I capofila delle due fazioni antagoniste erano il partito falangista cristiano-maronita di Pierre Gemayel da un lato e il Partito Socialista Progressista dall’altro, sotto la cui ala si riunivano palestinesi, sunniti, sciiti e drusi libanesi.

Questi si resero protagonisti di massacri indiscriminati nei campi profughi palestinesi, nei quartieri o nei villaggi musulmani o cristiani. Beirut, un tempo considerata il cuore della Svizzera del Medio Oriente, un centro di benessere, ricchezza, tolleranza e cultura in una regione difficile, diventò un campo di battaglia per cecchini, autobombe e miliziani armati di kalašnikov.

Lo schema era sempre lo stesso. Una fazione compiva una strage – ad esempio a Qarantina, il 18 gennaio 1976, dove le milizie cristiane uccisero più di 1.000 persone tra curdi, siriani e palestinesi – e pochi giorni dopo scattava una sanguinosa risposta – come a Damur, villaggio cristiano attaccato dall’OLP, con oltre 500 morti e tutti i restanti abitanti scappati.

Nel 1978 la Siria, intervenuta due anni prima con l’assenso della Lega Araba come forza di dissuasione tra le parti in lotta, manifestava sempre più l’intenzione di annettere il paese come parte del progetto della “Grande Siria”. Questo fatto scatenò le ostilità dei cristiano-maroniti verso le “forze di pace” siriane, oltre che un primo intervento di Israele, che invase la parte meridionale del paese per creare una fascia di sicurezza.

Nel 1982, per risolvere una volta per tutte la questione palestinese in Libano, Tel Aviv decise un intervento massiccio in Libano, che verrà ribattezzato “Prima Guerra Israeliano-Libanese”. L’OLP e i suoi alleati musulmani e drusi vennero messi alle corde dalle superiori forze israeliane nonostante la loro fiera resistenza. Alla fine, con un “cessate il fuoco” imposto dagli Stati Uniti i combattenti palestinesi, assieme ad Arafat e tutto il suo entourage, dovettero abbandonare Beirut e il Libano.

Sembrava la vittoria definitiva per i cristiano-maroniti, ma al contrario i musulmani libanesi, messi all’angolo, reagirono con violenza. Il quartier generale falangista fu attaccato con un attentato terroristico dove persero la vita ben 25 alti dirigenti tra cui Bashir Gemayel, da poco eletto presidente del Libano.

Animati da un bruciante desiderio di vendetta, i falangisti cristiani compirono l’atto che è forse la memoria più tragica di tutto il conflitto, ovvero l’assalto ai campi profughi di Sabra e Shatila. Per due giorni, dal 16 al 18 settembre del 1982, le milizie cristiane di Elie Hobeika, un superstite a sua volta del massacro di Damur di sei anni prima, inflissero lo stesso destino ai profughi palestinesi ivi stanziati. Le cifre discordano a seconda delle fonti, ma vanno da un minimo di 500 ad un massimo di 4.000.

Lo shock internazionale per il precipitare della situazione portò alla formazione di una missione militare di peacekeeping ONU con americani, francesi e italiani per prevenire ulteriori massacri – su quello di Sabra e Shatila si è discusso per anni e anni, con numerosi processi intentati ai responsabili tra cui anche Ariel Sharon, responsabile delle truppe israeliane che all’epoca assediavano Beirut, che aveva lasciato campo libero alle milizie falangiste in quei terribili due giorni di sangue e vendetta.

I leader libanesi musulmani non si accontentarono di queste misure, ma accettarono invece il sostegno dell’Iran di Khomeini, che inviò centinaia di pāsdārān – le guardie della rivoluzione – che addestrarono la comunità sciita locale alla guerra, portando alla nascita il “Partito di Dio”, conosciuto ancora oggi con il nome di Ḥizbu ‘llāh o Hezbollah.

Questi ultimi divennero una vera spina nel fianco per Israele, sostituendo in tutto e per tutto – e forse anche di più – i guerriglieri e i terroristi palestinesi. A chiarire il fatto che ogni occidentale non era ben visto, questi ultimi organizzarono un attentato dinamitardo il 23 ottobre del 1983 dove persero la vita circa 300 militari americani e francesi.

Con una serie sempre più risoluta e violenta di attentati e rapimenti gli hezbollah costrinsero la missione internazionale a levare le tende, spingendo poi tutta la loro attenzione a meridione, con attacchi che andarono ben oltre l’area di sicurezza controllata da Israele nel sud del Libano, colpendo fino in Galilea.

Questo fatto spinse Tel Aviv ad abbandonare quasi del tutto l’occupazione militare della zona, limitandola ad un piccolo contingente che rimase fino al 2000.

L’operato di hezbollah, sostenuto da Iran e Siria, riequilibrò le sorti del conflitto in favore dei musulmani. Questo fatto, unito ad una sempre maggior consapevolezza della rovina del paese, portò i leader cristiani a cercare un accordo. Il presidente Amin Gemayel, alla conclusione del suo mandato nel settembre 1988 decise di affidare il potere al generale Michel Aoun, che sciolse formalmente tutte le milizie, attaccando con l’esercito non solo quelle musulmane, ma anche quelle cristiane che rifiutarono di consegnare le armi e tornare a casa.

A questo punto, visto il disimpegno di Israele, Aoun richiese lo stesso da parte della Siria, che stazionava ad est con le proprie truppe. Ottenuto un rifiuto, cercò di scatenare una “guerra di liberazione” contro di loro, ma venne rovinosamente sconfitto dalle superiori forze siriane.

Questa vittoria portò questi ultimi a diventare gli arbitri supremi della politica del piccolo paese, sostenuti dagli hezbollah e dagli altri partiti islamici. Alla fine i deputati libanesi della vecchia classe dirigente – non si svolgevano più regolari elezioni fin dal 1975 – si riunirono in Arabia Saudita e firmarono un accordo di “Intesa Nazionale” nell’ottobre del 1989.

Quest’ultimo pose le basi per la conclusione – per esaurimento – della guerra civile. Gli Accordi di Ta’if stabilirono un nuovo equilibrio tra le culture religiose e le istituzioni politiche dello Stato – ad esempio stabilendo che i deputati del parlamento dovessero essere equamente divisi tra cristiani e musulmani – e diedero una giustificazione artificiosa alla sostanziale occupazione militare siriana, che venne definita “fraterna” e in ultimo accettata giocoforza anche dalla comunità internazionale.

I conti che si fecero il 13 ottobre del 1990, data che segnò ufficialmente la fine della guerra civile, furono devastanti. Il paese, un tempo pacifico, moderno e prospero, era annichilito. Più di 150.000 morti e decine di migliaia di emigrati che diedero vita alla cosiddetta “Diaspora Libanese”. Questi ultimi erano il meglio delle classi dirigenti, degli uomini di cultura, scienza ed economia, che emigrarono negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna, in Francia e in generale nei paesi occidentali. La loro fuga impoverì ulteriormente il paese, che perse i suoi uomini e donne migliori, che non furono presenti per ricostruirlo.

In più la leadership politica nazionale rimase debole, condizionata da Israele a sud e dalla Siria est. I primi abbandonarono del tutto le aree da loro occupate solo nel 2000 e i secondi nel 2005, in seguito alle manifestazioni di piazza che passeranno alla storia come Thawrat al-arz o Rivoluzione del Cedro.

Furono gli ultimi strascichi della triste sequenza di eventi scatenatasi con i primi colpi di arma da fuoco esplosi nell’aprile di trent’anni prima. E ancora, visti gli accadimenti più recenti, questa ferita non è ancora del tutto sanata.

martedì 14 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 2018, a Gerusalemme, viene inaugurata la nuova ambasciata americana in Israele.
Si avvicinano alla frontiera e lanciano pietre in direzione dei soldati che rispondono sparando. Il ministero della Sanità di Gaza riferisce di 58 morti, otto hanno meno di 16 anni, c'è anche una donna, e di oltre 2.700 feriti, troppi per gli ospedali palestinesi. Tra le vittime anche un bambino ucciso dai gas lacrimogeni. Una strage, nel giorno dell'inaugurazione della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme, che coincide con il settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, la "catastrofe" per i palestinesi.
Il presidente palestinese Abu Mazen proclama uno sciopero per il giorno dopo, tre giorni di lutto per il "massacro" del settimo e si dice pronto a rifiutare qualsiasi mediazione di pace che arrivi dagli americani. La condanna è globale: arriva dall'Onu, dall'Unione Europea, dalla Francia, dal Regno Unito, dal Libano, dal Qatar, dalla Russia.
"La responsabilità di quanto sta accadendo è chiaramente di Hamas che sta intenzionalmente provocando la risposta di Israele", fa sapere un portavoce della Casa Bianca. L'amministrazione Trump difende la scelta di trasferire l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, confermandone il riconoscimento come capitale d'Israele. Benzina sul fuoco. Da quando è stato annunciato lo spostamento, cinque mesi prima, la tensione è aumentata sempre di più e i venerdì della collera palestinese hanno visto morire decine e decine di persone. Inoltre, secondo fonti diplomatiche gli Stati Uniti avrebbero bloccato all'Onu una richiesta di inchiesta indipendente su ciò che è accaduto al confine tra Israele e Gaza.
La situazione è quella riassunta in pochi caratteri dal tweet del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che accusa durissimo: "Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell'ambasciata Usa ed i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l'attenzione".
Alla cerimonia nella sede Usa di Gerusalemme, Donald Trump non c'è. Ci sono la figlia Ivanka, il marito Jared Kushner, il segretario al Tesoro David Mnuchin e una delegazione e un messaggio video del presidente: "La nostra più grande speranza è per la pace". Gli Stati Uniti, aggiunge il capo della Casa Bianca, "mantengono il loro impegno per facilitare un accordo di pace duraturo". E mentre il numero dei morti a Gaza aumenta di ora in ora, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, twitta: "Che giorno fantastico! Grazie @Potus Trump".
Ivanka e Mnuchin, scoprono la targa e danno il benvenuto "ufficialmente e per la prima volta alla missione diplomatica americana a Gerusalemme, capitale di Israele". Israele "ha il diritto di scegliere la sua capitale - ribadisce nel suo discorso il genero-consigliere Kushner che raramente prende la parola in pubblico - quando Trump fa una promessa, la mantiene. Abbiamo mostrato al mondo, ancora una volta, che degli Usa ci si può fidare".
Gli fa eco Netanyahu: "Grazie presidente Trump per avere avuto il coraggio di rispettare la sua promessa!". "È una giornata magnifica" continua il primo ministro israeliano, "riconoscendo che Gerusalemme è la capitale di Israele, Trump ha fatto la storia".
Fuori dalla sede diplomatica e in altre strade di Gerusalemme, va in scena la protesta. In piazza ci sono centinaia di persone, tra le quali profughi palestinesi, residenti nel campo profughi di Ain el Helweh, a Sidone, a sud di Beirut. "Il trasferimento dell'ambasciata statunitense è una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese", dice di fronte ai manifestanti Star Fouad Othman, rappresentante palestinese del Fronte Democratico. "A scuola, ci hanno insegnato che la Palestina è nostra, e che ci ritorneremo", afferma un bambino palestinese ai microfoni del Daily star. Piccole manifestazioni anche nei campi di Chatila e di Burj el Barajneh, a Beirut. "Un insulto al mondo e ai palestinesi", commenta Abu Mazen.
Dopo gli Stati Uniti, altri Paesi hanno in programma di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme. Mercoledì sarà la volta del Guatemala, che inaugurerà la nuova sede alla presenza del presidente Jimmy Morales. Anche il Paraguay ha annunciato che farà lo stesso prima della fine del mese. Stanno inoltre prendendo in considerazione questa opzione la Romania e la Repubblica Ceca. Mentre l'Honduras, che si è allineato con gli Stati Uniti e Israele il 21 dicembre durante il voto sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la decisione dell'amministrazione Trump, da allora non si è più pronunciato sulla sede dell'ambasciata, anche se il Parlamento ha approvato una risoluzione per il trasferimento.
Dalla fine di marzo, le manifestazioni da parte palestinese avevano già provocato più di 40 vittime, tutte palestinesi. Per sette venerdì consecutivi i giovani di Gaza hanno in massa partecipato alle manifestazioni che prendono il nome di "marcia del ritorno", fino a oggi, anniversario della Nakba, la "catastrofe", come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d'Israele nel 1948, quando la protesta è sfociata in un massacro. In giornata ci sono stati anche raid dell'aviazione israeliana contro cinque obiettivi in una struttura militare d'addestramento "dell'organizzazione terrorista Hamas nel nord della Striscia di Gaza". E Israele non ha intenzione di fermarsi: il ministro della Difesa Avigdor Lieberman "ha dato istruzioni di continuare ad agire con determinazione per prevenire qualsiasi attacco alla sovranità di Israele e ai cittadini israeliani", recita una nota diffusa dall'ufficio del ministro. Per Netanyahu, è solo "legittima difesa".
Tutto avviene nonostante la forte opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell'Onu e di gran parte della comunità internazionale, Ue compresa, preoccupati che questo passaggio segni il definitivo naufragio di ogni possibilità di negoziare la pace. Il segretario generale aggiunto della Lega araba con delega per la questione palestinese e i territori occupati, Said Abou Ali, "ha fatto appello a un intervento internazionale urgente per fermare l'orribile massacro perpetrato dalle forze di occupazione israeliane contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza". Un appello arriva anche dall'Alta rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini: "Ci aspettiamo che tutti agiscano con la massima moderazione per evitare ulteriori perdite di vite".
"Ci appelliamo a tutte le parti coinvolte - afferma l'allora ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano - affinché profondano ogni sforzo per evitare ulteriori spargimenti di sangue e auspichiamo una ripresa delle iniziative politico-diplomatiche tese a rilanciare la prospettiva di una soluzione politica, affinché i due popoli possano vivere fianco a fianco, in pace e sicurezza". Da diverse capitali europee arrivano appelli dello stesso tenore e si ribadisce la presa di distanza dalla scelta di Trump.
"Non permetteremo che oggi sia il giorno in cui il mondo musulmano ha perso Gerusalemme. Continueremo a restare con determinazione a fianco del popolo palestinese", dice il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, accusando "sia Israele sia gli Stati Uniti" per "questa tragedia umanitaria". Il suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, parla di "massacro" e "terrorismo di Stato" e richiama per consultazioni gli ambasciatori in Usa e Israele.
Anche Mosca è "preoccupata" e con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov riafferma il proprio "parere negativo per quanto riguarda poi il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme". Il primo ministro libanese, Saad Hariri, paragona l'inaugurazione della sede diplomatica alla 'catastrofe' del 1948, la fuga di 700 mila profughi durante la guerra seguita alla proclamazione dello Stato di Israele. Contro le violenze anche il Qatar, il Kuwait, il Sudafrica che ha anche richiamato in patria il proprio ambasciatore in Israele.
In un tweet Amnesty International denuncia una "ripugnante violazione delle norme internazionali e dei diritti umani". Tra i quasi "2000 feriti, molti sono stati colpiti alla testa e al petto. Oltre 500 sono stati feriti da pallottole. Bisogna porre fine adesso a tutto ciò", afferma l'Ong.

giovedì 8 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 1967, nell'ambito della guerra dei sei giorni, Israele colpisce erroneamente la nave americana USS Liberty provocando 34 morti e 171 feriti, e rischiando una gravissima crisi diplomatica con gli Stati Uniti.
La crisi di Suez nel 1956 aveva provocato un'umiliante sconfitta diplomatica per Francia e Inghilterra. Lo Stato di Israele, pur dovendo ritirarsi dai territori conquistati di Gaza e del Sinai, mantenne il diritto di transito delle navi israeliane sullo stretto di Titan attraverso cui il Golfo di Aqaba comunica con il Mar Rosso. La concessione era una via di approvvigionamento petrolifero fondamentale per Israele attraverso il porto israeliano di Eliat. Lo stretto di Tiran era però un territorio egiziano occupato dallo Stato d'Israele fin dalla prima guerra arabo-israeliana del 1948 e da cui le truppe israeliane non si erano mai ritirate nonostante le richieste delle Nazioni Unite. Lo stesso porto di Eliat rimase sotto il controllo diretto di Israele per tutti gli anni '50 e '60.
Nel 1967 il leader egiziano Nasser proclamò la chiusura del Golfo di Aqaba alle navi israeliane. Nasser osservava come la concessione di quel diritto di transito fosse stata ottenuta a seguito dell'aggressione israeliana del 1956 condannata dalle Nazioni Uniti. Era una richiesta legittima ma anche una chiara provocazione per indurre lo Stato di Israele verso un nuovo conflitto. Nasser sperava nell'unione panaraba che, almeno in parte, si realizzò. Alcuni paesi arabi (Siria, Giordania, Iraq) si mobilitarono dalla parte dell'Egitto.
Il 5 giugno 1967, dopo due settimane dalla decisione di Nasser, le truppe israeliane realizzarono un attacco preventivo bombardando a tappeto gli aeroporti militari egiziani e iniziando l'invasione dei territori giordani, siriani ed egiziani. I paesi arabi dell'Arabia Saudita, Kuwait e Iraq decisero l'embargo petrolifero immediato verso Stati Uniti, Germania Occ. e Gran Bretagna.
In pochi giorni le truppe israeliane conquistarono il Sinai, il fronte Giordano e Gerusalemme. Le Nazioni Unite, su espressa richiesta dell'Unione Sovietica, riuscirono a imporre rapidamente un armistizio tra Israele, Egitto e Giordania ponendo fine alla "guerra dei sei giorni". Israele usciva vincitore indiscusso del conflitto.
L'arma del petrolio non riuscì a scattare per diversi motivi. Da un lato la rapida guerra preventiva di Israele aveva reso impossibile ogni forma di reazione circoscrivendo le conseguenze dell'embargo petrolifero al minimo, dall'altro il mondo arabo si presentò disunito nell'attuare l'embargo stesso. L'Iran dello Scià Palhevi e la Libia del re Idris erano completamente allineate dalla parte delle potenze occidentali e non parteciparono all'embargo petrolifero riducendone fortemente la portata. La stessa Arabia Saudita si mostrò scettica nei confronti del progetto panarabo di Nasser.
L'embargo petrolifero venne tolto dopo solo due mesi senza gravi ripercussioni per le economie occidentali e lo spettro della crisi energetica si allontanò del tutto dall'Europa.
L'esito della guerra, la condizione giuridica dei territori occupati e il relativo problema dei rifugiati influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente.

sabato 5 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1974 le truppe israeliane abbandonano la riva occidentale del Canale di Suez, ultimo e definitivo atto a suggellare la fine del conflitto del Kippur.
La “guerra del Kippur si svolse  tra il 6 e il 25 ottobre 1973 e rappresentò, da parte dell'Egitto, un tentativo di modificare il rapporto di forza politico-militare e psicologico sancito dalla guerra  del giugno 1967, la guerra dei sei giorni, come premessa per una soluzione negoziata.  Forti dell'effetto sorpresa, gli egiziani e i siriani rinforzati da contingenti giordani, iracheni, marocchini  e  palestinesi, penetrarono dapprima  profondamente nelle linee israeliane sul Canale di Suez e sul Golan, ma  furono successivamente costretti a ripiegare da contrattacchi israeliani (appoggiati dall’aviazione USA che sostituì l’aviazione israeliana distrutta). Gli israeliani non esitarono a compiere massacri anche di civili (uccisione di 270 lavoratori civili egiziani nel Sinai da parte delle truppe al comando di Ariel Sharon).
La cessazione del fuoco, ordinata dal Consiglio di sicurezza dell’ ONU trovò gli egiziani sulla riva Est del Canale ma gli israeliani padroni di un area assai più vasta sulla riva occidentale ma quasi circondati da forze nemiche. Sul fronte siriano Israele occupò un’altra porzione del Golan inclusa la posizione strategica del monte Hermon.
Se dal punto di vista psicologico, la buona preparazione degli eserciti arabi pose fine al mito dell’invincibilità israeliana, la guerra non modificò sostanzialmente il precedente stato di cose. L’ONU fallì nel tentativo di organizzare la pace. Gli sforzi unilateralmente avviati dagli Stati Uniti a suon di generose donazioni avrebbero portato nel 1978 l'Egitto alla pace separata di Camp David.
A Begin (ex capo terrorista dell’Irgoun) e a Sadat fu persino assegnato il premio Nobel per la pace. A seguito di questi accordi Israele restituì il Sinai all’Egitto ma contravvenendo agli accordi tenne per sé la piccola ma preziosa striscia di Taba sul mar Rosso. Per il suo accordo con Israele Sadat fu assassinato dagli integralisti islamici pochi anni dopo.
Tra Egitto e Israele vige a tutt’oggi una “pace fredda”. Sia durante la guerra del Libano sia recentemente l’Egitto ha ritirato il suo ambasciatore in Israele.
A tutt’oggi Israele occupa ancora il Golan siriano amministrandolo come una annessione unilaterale non riconosciuta dalle Nazioni Unite. Nella parte siriana del Golan sono ancora visibili le macerie della cittadina di Kuneitra che testimoniano degli indiscriminati bombardamenti di civili da parte dell’aviazione israeliana.
Tra Siria e Israele vige una tregua. La Siria, guidata da Hassad jr., quale condizione per sottoscrivere la pace con Israele, chiede la restituzione del Golan. Israele non vuole accettare questa condizione, ufficialmente per motivi di sicurezza (dal Golan si potrebbe colpire il territorio israeliano, sul monte Hermon ci sono importanti centri di spionaggio elettronico israeliani) ma anche perchè il Golan è una importante fonte di approvvigionamento idrico di cui Israele ha assolutamente bisogno nonchè per l’opposizione dei coloni ebrei (circa 7'000) che sono stati installati sul Golan, che sono dediti alla viticoltura e che hanno preso il posto dei 20'000 civili siriani che hanno dovuto rifugiarsi in territorio siriano e che ora non hanno diritto di recarsi nella parte occupata.

venerdì 29 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.
Il 29 ottobre 1956 inizia la cosiddetta "crisi di Suez", quando le truppe israeliane invadono il Sinai e respingono le forze egiziane al di là del canale.
Nel luglio del 1956 Abdel Nasser, salito alla guida dell'Egitto con un colpo di stato, decretò la nazionalizzazione del canale di Suez, vietandone il passaggio alle navi israeliane.
La nazionalizzazione del canale, però, ebbe ripercussioni a livello internazionale ben più gravi: Gran Bretagna e Francia, che dalla fine del diciannovesimo secolo (cioè dalla caduta dell'Impero Ottomano), nonostante l'indipendenza dell'Egitto, avevano un forte controllo sugli scambi commerciali nello stretto, furono costrette a lasciare la regione.
Israele, quindi si rivelò essere un ottimo alleato: tre mesi dopo, infatti, lo stato ebraico invase la Striscia di Gaza e la penisola del Sinai avanzando verso il canale, mentre le nazioni europee iniziarono a bombardare l'Egitto, costringendolo a riaprire lo stretto.
La crisi nel canale di Suez ebbe ripercussioni internazionali ancora più grandi, nel momento in cui si inserì nelle tensioni tra il blocco comunista, che si schierò a favore dell'Egitto, e gli Stati Uniti in un primo momento schierati accanto alle nazioni europee.
Per l'inizio del 1957 tutte le truppe israeliane si erano ritirate dal Sinai. Il timore di un'improvvisa escalation delle operazioni militari, infatti, spinse gli USA a frenare l'avanzata bellica di Regno Unito e Francia.
Intanto, il ministro degli esteri canadese, Lester Pearson (vincitore per il Nobel per la pace, grazie alla sua mediazione nella crisi), ottenne l'invio di una forza militare di interposizione sotto l'egida dell'ONU (la prima dalla sua nascita), con lo scopo di "mantenere i confini in pace mentre si cercava un accordo politico".
Da un punto di vista politico, la crisi di Suez rappresentò un punto nodale nella costruzione di un'asse USA-Israele, facendo degli Stati Uniti il più stretto alleato dello stato ebraico, riducendo in maniera drastica il ruolo delle nazioni europee, che all'epoca del colonialismo avevano esercitato un'enorme influenza nell'area.
In un certo senso, segnò anche la fine simbolica dell'Impero Britannico, anche se in realtà era in declino da decenni, anche prima della seconda guerra mondiale. La crisi segnò anche il trasferimento del potere alle nuove superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica.
L'incidente dimostrò anche la debolezza della NATO circa le consultazioni preliminari con gli alleati prima di usare la forza e la mancanza di pianificazione e cooperazione della NATO al di fuori del teatro europeo. Dal punto di vista del Generale Charles de Gaulle, gli eventi di Suez dimostrarono che in caso di reale bisogno, la Francia non doveva fare affidamento sugli alleati, in particolare gli USA, che potevano perseguire scopi differenti.
La crisi aumentò grandemente la posizione di Nasser all'interno del mondo arabo e aiutò a promuovere il panarabismo. Essa velocizzò il processo di decolonizzazione, in quanto le restanti colonie di Francia e Regno Unito divennero indipendenti negli anni seguenti. In reazione alla guerra, il governo egiziano espulse quasi 25.000 ebrei egiziani confiscandone le proprietà, e ne mandò all'incirca altri 1.000 in prigione o in campi di detenzione. D'altra parte, Suez fu l'ultima occasione nella quale gli USA dimostrarono un significativo scetticismo verso Israele e le sue politiche nei confronti dei vicini arabi, in seguito, particolarmente durante la presidenza di Lyndon B. Johnson, dimostrarono un completo (anche se non incondizionato) appoggio per Israele.


venerdì 2 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Il 2 aprile 1989 Yasser Arafat viene proclamato presidente della Palestina.
Esiste una disputa sul giorno e sul luogo di nascita di Yasser Arafat, il quale affermava di essere nato il 4 agosto 1929 a Gerusalemme, mentre il certificato di nascita ufficiale afferma che sia nato in Egitto, a Il Cairo, il 24 agosto 1929.
Arafat nasce in una importante famiglia originaria di Gerusalemme, gli Husseini.
Il suo vero e completo nome è Mohammed Abd al-Rahman Abd al-Raouf Arafat ma è stato anche conosciuto con un altro appellativo, quello usato in guerra, ossia Abu Ammar. Il padre era un commerciante di successo, la madre muore quando lui ha solo quattro anni. Trascorre l'infanzia al Cairo, poi a Gerusalemme presso uno zio. Entra da subito nelle fazioni in lotta contro la costituzione dello Stato israeliano. Diciannovenne, prende parte attiva alla lotta palestinese.
Intanto studia ingegneria civile all'università del Cairo dove, nel 1952, si unisce alla Fratellanza musulmana e alla Lega degli studenti palestinesi di cui diviene anche il presidente. Consegue il diploma di laurea nel 1956. Allo scoppio della guerra per il controllo del canale di Suez è sottotenente dell'esercito egiziano.
Ormai facente parte del gruppo di leader del nascente movimento palestinese è un personaggio scomodo, ricercato dalle autorità israeliane. Per evitare l'arresto abbandona l'Egitto per il Kuwait dove nel 1959 fonda, con altri importanti componenti delle fazioni ribelli, "al-Fatah". L'organizzazione riesce a convogliare nelle sue fila centinaia di giovani palestinesi e a creare un movimento consistente ed incisivo.
Dopo la sconfitta nella guerra araba contro Israele nel 1967, al-Fatah converge nell'OLP, "l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina": nel febbraio 1969 Yasser Arafat diventa presidente del Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale della Palestina.
Con il suo carisma e la sua abilità politica Arafat indirizza l'OLP verso la causa palestinese allontanandola dai disegni panarabi. Allo stesso tempo la crescita del suo ruolo politico corrisponde a maggiori responsabilità militari: nel 1973 diventa Comandante in capo dei gruppi armati palestinesi.
Nel luglio 1974 Arafat decide una svolta importante dell'OLP, rivendicando per il popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese; a novembre, in uno storico discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite, Arafat chiede una soluzione pacifica, politica, per la Palestina, ammettendo implicitamente l'esistenza di Israele.
Nel 1983, nel pieno svolgimento della guerra civile libanese, sposta il quartier gnerale dell'OLP da Beirut a Tunisi e, nel novembre di cinque anni più tardi, proclama lo Stato indipendente di Palestina. Chiede inoltre il riconoscimento delle risoluzioni ONU e chiede di aprire un negoziato con Israele.
Nell'aprile 1989 è eletto dal Parlamento palestinese primo Presidente dello Stato che non c'è, lo Stato di Palestina.
E' un periodo rovente, che vede l'esplosione delle sue tensioni sotterranee nella Guerra del Golfo, scatenata nel 1990 dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein, reo di aver proditoriamente invaso il vicino Kuwait.
Arafat stranamente - forse accecato dall'odio nei confronti dell'Occidente e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti - si schiera proprio con Saddam. Una "scelta di campo" che gli costerà cara e di cui lo stesso Arafat avrà di cui pentirsi, soprattutto alla luce degli avvenimenti legati all'attentato alle Torri Gemelle dell'11 Settembre 2001.
La mossa attira su di lui sospetti consistenti di avere le mani in pasta nelle frange terroristiche che pullulano in Medio Oriente. Da qui l'incrinarsi della sua credibilità come controparte sul piano delle trattative con Israele.
Ad ogni modo, piaccia o non piaccia, Arafat è sempre rimasto l'unico interlocutore attendibile, a causa di un fatto molto semplice: è stata l'unica personalità che per anni i palestinesi hanno riconosciuto come loro portavoce (escludendo le solite frange estremiste). Pur essendo accusato da più parti di essere fomentatore del terrorismo e della linea integralista, per altri Arafat è sempre stato invece sinceramente dalla parte della pace.
I negoziati fra Israele e palestinesi condotti da lui, d'altronde, hanno avuto una storia travagliata, mai conclusa.
Un primo tentativo si fece con la conferenza per la pace in Medio Oriente a Madrid, poi con trattative segrete portate avanti dal 1992, fino agli accordi di Oslo del 1993.
Nel dicembre dello stesso anno per Arafat arriva un importante riconoscimento dell'Europa: il leader palestinese è ricevuto come capo di Stato dal Parlamento europeo, al quale chiede che l'Unione diventi parte in causa del processo di pace. Un anno più tardi, nel dicembre 1994, riceve il Nobel per la pace ex aequo con importanti esponenti dello Stato israeliano, Yitzhak Rabin e Shimon Peres. Nel frattempo il leader palestinese si trasferisce a Gaza, dove guida l'Autorità Nazionale Palestinese (Anp).
La sua eventuale successione, all'interno di un quadro che vede le istituzioni dell'Anp assai fragili e poco consolidate, delinea potenzialmente scenari da guerra civile palestinese che rischiano di alimentare ancora di più il terrorismo internazionale.
In questa realtà, gruppi fondamentalisti e fautori del terrorismo più sanguinario come quelli di "Hamas" suppliscono all'assenza di uno Stato con attività di proselitismo, ma anche di assistenza, istruzione islamica e solidarietà fra famiglie.
E' grazie a questa rete di supporto e di guida che Hamas riesce a condizionare i suoi adepti fino a portarli al sacrificio di se stessi nelle famigerate azioni suicide.
Sul piano della sicurezza dunque, sostiene lo stesso Arafat, non è possibile poter controllare tutte le frange di terroristi con un poliziotto ogni cinquanta palestinesi, in questo trovando supporto e consensi anche in parte dell'opinione pubblica israeliana.
Alla fine di ottobre 2004 Arafat viene trasferito urgentemente a Parigi, in terapia intensiva, per curare il male che lo ha colpito. Nei giorni che hanno seguito il suo ricovero sono continuamente susseguite voci e smentite di una sua probabile leucemia, di sue varie perdite di conoscenza e su un coma irreversibile.
La sua morte è stata annunciata dalla tv israeliana nel pomeriggio del 4 novembre, ma subito è nato un giallo perchè il portavoce dell'ospedale dove Arafat era ricoverato smentiva. In serata è stata ufficializzata dai medici la sua morte cerebrale.
Dopo un frenetico susseguirsi di voci sulle sue condizioni nei giorni successivi, Yasser Arafat è morto alle 3:30 del giorno 11 novembre.


sabato 2 giugno 2012

Articolo 1 - Viaggio attraverso la #costituzione dei diversi stati con #Manlio #LoPresti

Trasmissione radiofonica del 1 giugno 2012 con Manlio Lo Presti, Sophie Accademica e Masaniello il Lazzaro

Costituzioni Politiche 1/2


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Costituzioni Organizzative 1/2


Costituzioni Organizzative 2/2

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