Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Incidenti spaziali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incidenti spaziali. Mostra tutti i post

venerdì 24 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta russo, entrò nella storia nel non invidiabile ruolo di primo essere umano deceduto in una missione spaziale.
Erano anni di grande fermento per lo spazio: Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il primato del dominio dei cieli, che significava naturalmente anche il dominio militare dello spazio stesso. I russi avevano per primi mandato esseri viventi in orbita, e per primi un uomo; per primi una donna, per primi più di un pilota, per primi avevano effettuato la passeggiata nello spazio.
Tuttavia i loro primati da alcuni anni non procedevano, e gli Stati Uniti stavano colmando il divario con il programma Gemini, rappresentato da navicelle equipaggiate e dotate di razzi per il cambiamento di traettoria e il randev-vous nello spazio, effettuati nel 65.
La Russia tentò di dare un nuovo impulso alla sua lotta per il dominio del cielo accelerando lo sviluppo del programma Soyuz.
In particolare, si tentava di lanciare un razzo in orbita, e successivamente un secondo razzo per agganciarli tra loro e permettere il passaggio dei cosmonauti da una navicella all'altra.
Il 23 aprile fu lanciato il Soyuz 1 con a bordo Komarov, mentre il giorno successivo sarebbe stato lanciato il Soyuz 2 con altri 3 cosmonauti.
Tuttavia Soyuz 1 ebbe fin da subito notevoli problemi, a cominciare dai pannelli solari per l'approvigionamento di energia che non si aprirono correttamente impedendo una sufficiente erogazione di energia elettrica per il corretto funzionamento della navicella. Anche l'inclinazione in cui si era venuta a trovare impediva di catturare correttamente i raggi del sole. Pertanto fu deciso di abortire il lancio della Soyuz 2 e di procedere al rientro anticipato della navetta di Komarov.
Una prima accensione dei motori fallì, e solo alla diciottesima orbita Komarov riuscì ad iniziare la procedura del rientro. Giunto a circa 7 km di altitudine, avrebbero dovuto aprirsi i paracadute per rallentare la discesa, ma ciò non avvenne e la Soyuz 1 si disintegrò nell'impatto al suolo, e con essa il suo pilota. Nei controlli successivi fu chiara l'evidente imperfezione di costruzione (dovuta alla fretta) del sistema di paracadute, e fu chiaro che se Soyuz 2 fosse stata lanciata, i 3 cosmonauti al suo interno avrebbero avuto la stessa sorte di Komarov.
Fu solo nel 69 che la missione di randev-vous e passaggio di astronauti da una navicella all'altra fu possibile, con Soyuz 4 e 5.
Komarov venne successivamente decorato per due volte con il titolo onorario di Eroe dell'Unione Sovietica e dell'Ordine di Lenin, e le sue ceneri riposano presso il muro del Cremlino: è questo il più alto onore per un cittadino sovietico.
A lui è stato dedicato l'asteroide 1836 Komarov, scoperto nel 1971.

lunedì 13 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1970, due giorni dopo il lancio, il controllo missione a terra chiese all'equipaggio dell'Apollo 13 di rimescolare i serbatori di idrogeno e ossigeno, per evitare la stratificazione del loro contenuto. Uno dei cavi che alimentava le ventole di mescolamento aveva il rivestimento in Teflon danneggiato e questo provocò un corto circuito e il successivo incendio del cavo stesso. Le fiamme aumentarono la pressione interna al serbatoio rapidamente oltre il limite di rottura (1000 psi o 7 MPa). L’esplosione venne chiaramente avvertita dall’equipaggio e fece scattare l’allarme generale (Master Alarm). È a questo punto che venne pronunciata la storica frase: fu Swigert a pronunciarla inizialmente, in una forma leggermente diversa (“…Houston, we’ve had a problem …”) da quella comunemente nota ed attribuita a Lovell (“Houston, we have a problem.”).
La causa del problema sul momento era ignota e l’equipaggio pensava si trattasse di un meteorite che aveva centrato il modulo lunare (LM). Nell’esplosione era rimasto danneggiato anche il serbatoio #1 del’ossigeno e le tubature relative. Il contenuto venne disperso nelle ore successive fino ad esaurimento delle intere scorte del modulo di servizio (SM). Senza serbatoi dell’ossigeno non era possibile alimentare le celle a combustibile, che fornivano elettricità ed acqua al CM: fu necessario spegnere completamente il modulo di crociera (CM), per non consumare le batterie in dotazione necessarie per il rientro, ed utilizzare il LM come “scialuppa di salvataggio”. Una eventualità presa in considerazione durante una esercitazione ma considerata poco probabile. Chiaramente se fossero stati sulla via del ritorno (senza più il LM), l’incidente sarebbe stato mortale.
Il danno al SM rese impossibile effettuare l’allunaggio in sicurezza. Il Mission Control decise di optare per l’annullamento della missione e per un volo circumlunare, in modo da utilizzare la gravità lunare per riportare la capsula sulla Terra. Apollo 13 inizialmente si trovava su una Free Return Trajectory, ovvero una rotta che avrebbe riportato la capsula sulla Terra senza bisogno di utilizzare i motori, ma aveva modificato la propria orbita per poter raggiungere i piani di Fra Mauro. Per riportarsi sulla Free Return Trajectory fu necessaria una accensione del motore: per il motore del CM sarebbe stata una brevissima accensione, ma si decise di non rischiarlo poiché le sue condizioni non erano note. Venne usato, con molta difficoltà, il motore dello stadio di discesa del LM. L’accensione venne effettuata circa un’ora dopo l’incidente. L’altitudine di Apollo 13 al pericintio (detto anche perilunio o periselenio il punto più vicino alla superficie lunare di un’orbita) fu di circa 100 Km, la più alta di tutte le missioni lunari. È un record di altitudine che dura ancora oggi.
Il motore del LM venne acceso ancora due ore dopo il pericintio per accelerare il rientro (venne chiamata in gergo tecnico la PC+2 Burn). Un’ulteriore accensione fu richiesta più avanti nel corso del viaggio per una correzione minore (per aggiustare l’angolo di rientro in atmosfera). Le scorte di ossigeno, energia e acqua del LM sarebbero dovute bastare per supportare 2 persone per 2 giorni e non 3 persone per 4 giorni; questo portò ad un drastico razionamento. L’ossigeno era il problema minore: il LM ne aveva una abbondante scorta per poter ripressurizzare l’abitacolo dopo le missioni in superficie. Ma al contrario del CM, che si alimentava tramite le celle a combustibile, il LM utilizzava solo batterie all’argento-zinco e questo rese l’energia l’elemento critico: i sistemi del LM vennero spenti al minor livello possibile per mantenere il supporto vitale e le comunicazioni fino al rientro.
Un altro punto critico fu l’utilizzo delle cartucce di idrossido di litio per la rimozione dell’anidride carbonica dall’aria. Quelle disponibile all’interno del LM erano insufficienti per supportare il viaggio di ritorno (e alcune erano stivate fuori portata nel modulo di discesa). Il CM ne aveva invece una discreta scorta ma di forma incompatibile con quelli del LM (cubica nel CM, cilindrica nel LM). I controllori a terra dovettero inventarsi un sistema per utilizzare i filtri del CM; venne creata una ‘scatola’ in cui veniva inserito uno dei filtri del CM e che veniva poi collegato al sistema di aerazione tramite uno dei tubi delle tute per le missioni extra veicolari. Gli astronauti chiamarono l’accrocchio la ‘mailbox’, la cassetta delle lettere.
La temperatura all’interno della capsula scese considerevolmente. L’acqua condensava all’interno del CM e questo fu motivo di preoccupazione ulteriore per possibili danni all’impianto elettrico al momento della riattivazione. Grazie alle innumerevoli migliorie applicate dopo l’incendio di Apollo 1 non si verificarono problemi.
Avvicinandosi alla Terra, l’equipaggio separò il Service Module ed ebbe la possibilità di osservare e fotografare l’entità dei danni per successive analisi. Il pannello che ricopriva uno dei settori del SM mancava completamente ed erano visibili le celle a combustibile e i serbatoi di idrogeno ed ossigeno danneggiati.
Dopo aver riattivato il CM Odissey, il LM Aquarius venne separato (Lovell lo salutò con un ‘farewell Aquarius’, ‘addio Aquarius’). Il rientro avvenne senza problemi (si ebbe solo un periodo di blackout delle comunicazione particolarmente prolungato) e il CM ammarò alle coordinate 21°38′24″S 165°21′42″W, a sud-est delle isole Samoa Americane, a 6.5 Km dalla nave di recupero, la USS Iwo Jima. L’equipaggio era stremato ma in buone condizioni: il solo Haise ebbe bisogno di cure per aver sviluppato una infezione alle vie urinarie.
L’equipaggio e il team dei controllori di volo vennero premiati con la Presidential Medal of Freedom per il loro comportamento durante la missione.
Dopo questa missione, ci fu una lunga indagine sulle cause dell'incidente, e la navicella Apollo venne modificata per evitare lo stesso problema in seguito. Sebbene ancora oggi qualcuno parli di "misteriosa" esplosione, l'inchiesta (diretta da Edgar Cortright) ricostruì chiaramente la catena di eventi (nessuno dei quali, preso singolarmente, era grave) che portarono all'incidente. Tutto ciò è riportato anche nel citato libro di Lovell e Kluger. Dai registri di manutenzione risultava che il serbatoio di ossigeno n. 2 durante alcuni lavori eseguiti due anni prima aveva subito un leggero urto che, apparentemente non aveva provocato danni. Due settimane prima del lancio venne effettuata la prova generale di conto alla rovescia durante la quale vennero compiute tutte le operazioni (compreso il riempimento dei serbatoi) che poi sarebbero state ripetute prima del vero lancio. A prova conclusa i serbatoi dovevano essere svuotati; in particolare l'ossigeno liquido veniva spinto fuori dal serbatoio da ossigeno gassoso pompato attraverso un apposito tubo che serviva quell'unica volta a quel solo scopo.
Dopo un po' ci si accorse che il serbatoio n. 2 non si svuotava; evidentemente il tubo di drenaggio si era danneggiato nell'urto di due anni prima. Considerando che comunque quell'inconveniente non avrebbe influito sul funzionamento in volo e che una sostituzione del serbatoio avrebbe provocato un ritardo leggero ma sufficiente a far perdere la "finestra" di lancio venne decisa una procedura alternativa: far uscire l' ossigeno (tenuto normalmente a temperature inferiori a 200° sotto lo zero) riscaldandolo oltre la sua temperatura di ebollizione accendendo le resistenze interne al serbatoio. Lo stesso Lovell, cui come comandante spettava la decisione finale, autorizzò la procedura. L'impianto elettrico del modulo di servizio funzionava normalmente con la tensione a 28 volt fornita dalle celle a combustibile ma durante i collaudi (e durante questa operazione imprevista) veniva alimentato con una tensione di 65 volt fornita dalla torre di lancio; la cosa era resa possibile grazie ad una modifica di progetto intervenuta nel 1965, incredibilmente non erano stati adeguati i termostati. Quando la temperatura raggiunse i +26° il termostato scattò e si bruciò per il sovravoltaggio per cui le resistenze non si spensero e fecero raggiungere una temperatura, presumibilmente, di oltre 500° sufficiente a rovinare il rivestimento di teflon dei fili elettrici e creando la possibilità (effettivamente verificatasi) che azionando il sistema di rimescolamento scoccasse una scintilla.

domenica 1 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 1 febbraio.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.

martedì 3 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1957 l'Unione Sovietica lanciava in orbita lo Sputnik 2, al cui interno per la priva volta vi era un essere vivente, una cagnetta comunemente nota col nome di Laika, sebbene il suo vero nome fosse Kudrjavka.
Erano gli anni della guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica lanciavano la sfida allo spazio con l'ovvio scopo di essere in grado di attaccare il nemico dallo spazio ed avere un vantaggio strategico enorme. Con questo lancio l'URSS dimostrava di essere molto più avanti in questa speciale corsa. Lo Sputnik 2 era dotato di un piccolo ambiente vitale pressurizzato dove la cagnetta, che era stata lungamente addestrata per resistere in spazi angusti e sotto una forte pressione, avrebbe potuto sopravvivere al lancio.
Il programma prevedeva che il satellite restasse in orbita alcuni mesi e poi precipitasse nell'atmosfera, quindi la sorte di Laika era segnata fin dalla partenza; inoltre le batterie che alimentavano il sistema vitale potevano resistere non più di alcuni giorni. Per questo motivo uno dei bocconi con cui sarebbe stata alimentata la cagnolina era stato avvelenato, onde evitare un'agonia per asfissia dell'animale.
Laika era collegata a una serie di sensori che avrebbero consentito di monitorare i suoi segni vitali per consentire uno studio della risposta di un essere vivente alle sollecitazioni della vita nello spazio; in realtà un guasto al sistema di areazione la uccise dopo poche ore e il suo sacrificio fu quindi quasi inutile.
Nel 1997, a 40 anni dal lancio, l'istituto aerospaziale di Mosca aggiunse ai nomi dei cosmonauti morti per la conquista dello spazio, anche quello di Laika, con una targa apposita in suo onore.

Cerca nel blog

Archivio blog