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lunedì 23 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
La sera del 23 febbraio 1958 presso l'Avana a Cuba, Il pentacampione di Formula 1 Juan Manuel Fangio fu rapito dai rivoluzionari del movimento 26 luglio il giorno prima del Gran Premio di Cuba.
Il sequesto avvenne in un corridoio dell’hotel Lincoln all’Avana quando un militante del Movimento 26 di Luglio interruppe le chiacchiere del campione con i suoi meccanici. Il rivoluzionario gli disse di seguirlo sino alla strada dove li aspettava un’automobile.
Fangio era stato invitato a partecipare alla gara, che faceva parte delle manifestazioni sportive programmate dal governo cubano per migliorare l’immagine del dittatore Fulgencio Batista che in quei giorni stava affrontando la peggior crisi di tutti i suoi anni di potere.
Il giovane alto che entrò nell’Hotel Lincoln alla ricerca del campione mondiale era molto nervoso, ma non ebbe dubbi nel compiere gli ordini ricevuti.
“Io mi aspettavo che il custode sparasse per tirarmi sul pavimento come nei film d’azione” disse anni dopo Juan Manuel Fangio “ma nessuno sparò!”
Marcello Giambertone, il manager di Fangio, ricordò il coraggio che l’asso del volante dimostrò quando lo sequestrarono.
“Entrò un uomo con la giacca di cuoio e io credo che il meno nervoso di tutti fosse proprio Juan Manuel. Lui ha sempre dimostrato di avere dei nervi d’acciaio e sorrise anche quando gli posero la canna della rivoltella sulla schiena”.
Con quella pistola puntata, senza violenza, ma con fermezza, il campione venne condotto sino all’angolo dove lo fecero entrare in un’automobile. una Plymouth nera.
Fangio si accucciò sul pavimento dell’auto. In quel momento cominciò a convincersi che si trattava davvero di un sequestro poichè all’inizio aveva pensato che fosse la contropartita di uno scherzo fatto a Giambertone.
Dopo un’ora di percorso per la città e un passaggio in un posto di controllo di routine della polizia, dopo aver cambiato due volte automobile, il corridore argentino venne portato alla fine nel luogo dove sarebbe rimasto sino alla fine della gara automobilistica. Non gli bendarono mai gli occhi durante i trasferimenti e così vide anche il numero della casa. In quel luogo c’era molta gente che festeggiava il successo dell’operazione; alcuni chiedevano l’autografo a Fangio che, senza nulla temere, ebbe il coraggio di commentare che non aveva ancora cenato.
Di quella notte Fangio ricorderà anni dopo le mille domande e le scuse che gli presentarono. La padrona di casa si scusò anche perchè non aveva niente “di fine” e la cena fu a base di uova a patate fritte.
Il giorno dopo, domenica mattina, Faustino Pérez gli portò i giornali. Conversarono e Fangio gli chiese di avvisare la sua famiglia. Pérez se ne incaricò personalmente e immediatamente. La gara era programmata dalla televisione ma Fangio non la volle vedere perchè soffriva nell’udire i rumori dei motori standone lontano.
Il campione avrebbe provato amicizia e gratitudine per i suoi rapitori perchè credeva nel destino, per cui quello che accadde nel 1958 sul Malecón, il circuito costiero dell’Avana, lo avrebbe fatto pensare alla sua buona sorte.
La Maserati 450 - S con il quale lui doveva correre era di proprietà di un nordamericano e aveva già corso in Venezuela. Anche se sabato 23 febbraio Fangio aveva marcato il tempo migliore di classificazione, l’automobile aveva alcuni problemi.
Fangio non era ancora stato liberato quando lo informarono che la gara era stata interrotta per un incidente: nel quinto giro due auto erano uscite di strada ed erano morte sei persone e quaranta ferite.
Poche ore dopo il sequestro la notizia occupava i titoli dei principali giornali e delle riviste d’America e d’Europa.
La rivista cubana Bohemia segnalava che a Parigi, Londra, New York, Roma, Città del Messico e Buenos Aires “Hanno dato importanti spazi nelle prime pagine con enormi titoli!”
Le agenzie di stampa speculavano sul sensazionale sequestro del più noto corridore del mondo di Formula Uno.
L’Avana era comunque notizia: il regime politico che imperava, le motivazioni del Movimento 26 Luglio e lo stato di tensione nel quale vivevano i cubani la ponevano sotto la lente di ingrandimento di tutte le altre capitali del mondo.
Mentre il corridore argentino a 46 anni era il pilota che aveva vinto più titoli in Formula Uno ed era seguito da milioni di spettatori, la dittatura cubana doveva ricorrere sempre più alla repressione di fronte all’impossibilità di gestire pacificamente la situazione.
Il Secondo Gran Premio di Cuba era stato organizzato con il proposito di dimostrare che nell’Isola “non stava succedendo niente”, perchè tutta l’attenzione si fissasse sul circuito del Malecón, ma il regime di Batista non aveva considerato la possibilità che l’enorme apparato pubblicitario montato si poteva rivoltare contro.
Le agenzie d’informazione cominciarono a ricevere la sorprendente notizia: “Parla il Movimento 26 Luglio. Abbiamo sequestrato Fangio... la sua persona non corre pericoli... non si allarmino... continueremo a dare informazioni!”
Dopo la gara, a obiettivo compiuto, i membri del gruppo rivoluzionario dovettero affrontare un nuovo problema: come liberare Fangio senza fargli correre rischi.
Il timore proveniva dalla possibilità che gli uomini di Batista ammazzassero il corridore per incolpare e togliere prestigio a Fidel Castro.
Pensavano di lasciarlo in una chiesa, ma il campione domandò che telefonassero all’ambasciatore argentino.
Una donna e due giovani lo portarono dal diplomatico, lasciando una lettera nella quale si leggeva che i rivoluzionari non avevano problemi di sorta verso l’Argentina e che il loro obiettivo era solamente la caduta del regime dittatoriale di Batista. Chiedevano scusa di nuovo.
A 27 ore dal sequestro Fangio, sano e salvo, si trovava con le autorità dell’argentina accreditate all’Avana. Una volta libero sottolineò, parlando con i giornalisti che i sequestratori lo avevano trattato molto bene.
“Sono stato in tre posti diversi e non mi hanno mai bendato gli occhi e in tutte queste case ho avuto a mia disposizione ogni comodità, come in un albergo!” I giornalisti sorrisero quando l’argentino specificò che aveva chiacchierato “magnificamente” con i suoi rapitori.
Il M 26 – 7 aveva raggiunto il suo obiettivo e Fangio vide incrementarsi la sua popolarità. Dall’Avana andò a Miami per riposare alcuni giorni e lì il sindaco gli consegnò le chiavi della città e poi fu invitato a partecipare al programma televisivo più popolare dell’epoca a New York.
Partecipò per dieci minuti al programma di Ed Sullivan assieme a Jack Dempsey, commentando con ironia che aveva vinto cinque campionati del mondo e aveva corso e vinto a Sebring, ma che fu il sequestro a Cuba che lo rese popolare negli Stati Uniti.
Faustino Pérez era stato il capo dell’operazione nel ’58. Era giunto a Cuba con il Granma, lo yacht che trasportava i rivoluzionari esiliati in Messico, per combattere la guerra per la liberazione definitiva dell’Isola. Pérez fu il capo della resistenza cittadina e con la rivoluzione al potere operò in molti settori.
“Quando trionferà la Rivoluzione lei sarà nostro invitato d’onore” aveva detto a Fangio Arnold Rodríguez, uno dei guerriglieri che aveva partecipato al sequestro. Un anno e mezzo dopo Fangio ricevette l’invito, ma il suo ritorno a Cuba avvenne solamente vent’anni dopo.
Fu nel 1981 che ritornò a Cuba come presidente della Mercedes Benz per effettuare la vendita di camion al governo cubano. Lo ricevette l’amico Faustino Pérez e lo ricevette anche Fidel Castro che di nuovo gli chiese scusa per l’azione del 1958.
Attualmente nella hall dell’hotel Lincoln, che si trova in Centro Habana, si può vedere una targa che dice: “Nella notte del 24 – 02 -1958 in questo luogo venne sequestrato da un commando del Movimento 26 Luglio, diretto da Oscar Lucero, il campione del mondo di automobilismo, per ben cinque volte, Juan Manuel Fangio. Fu un duro colpo propagandistico contro la tirannia di Batista e un importante stimolo per le forze della Rivoluzione.”
Poco tempo fa a Monza è stata inaugurata una statua dedicata a Juan Manuel Fangio che in questa città italiana, nota per il suo circuito, vinse nel 1954 una delle prove che gli fecero vincere il secondo titolo di campione del mondo. Uno di quei cinque titoli che nessuno riuscì a vincere sino a quando lui morì di polmonite nel 1995, a 84 anni.
Michael Schumacher e Lewis Hamilton sono i soli ad aver vinto più titoli mondiali (sette entrambi), ma come disse lo stesso campione tedesco, non potranno mai esistere due Juan Manuel Fangio...

martedì 21 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.

Il 21 gennaio 1998 Papa Giovanni Paolo II restituisce la visita di due anni prima al Vaticano e incontra Fidel Castro nel suo viaggio apostolico a Cuba.

Egli, alla cerimonia di benvenuto all’aeroporto di La Havana, pronuncia una frase che fa il giro del mondo: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba».

Nel discorso del Pontefice, la condanna ufficiale all’embargo statunitense giunge forte e chiara: «Il popolo cubano non può vedersi privato dei vincoli con gli altri popoli, che sono necessari per lo sviluppo economico, sociale e culturale, soprattutto quando l’isolamento forzato si ripercuote in modo indiscriminato sulla popolazione, accrescendo le difficoltà dei più deboli, in aspetti fondamentali come l’alimentazione, la sanità e l’educazione [...]». In definitiva, l’embargo è per Giovanni Paolo «eticamente inaccettabile».

Anche Castro, accogliendo il Papa all’aeroporto, calca la mano sull’embargo. Nel suo discorso di benvenuto, ha voluto evidenziare la crudeltà dei conquistatori contro «gli abitanti naturali» che popolavano l’isola; ha ricordato anche il dramma degli africani «crudelmente strappati dalle loro lontane terre», soprattutto grida al mondo la situazione in cui Cuba si trova a vivere: «Oggi, Santità, si cerca nuovamente il genocidio, pretendendo di arrendere per fame, malattia e asfissia economica, politica e militare» Cuba. Il passaggio del discorso più emozionante è, forse, quando Castro dice: «Santità, pensiamo come lei su molte importanti questioni del mondo di oggi e questo ci dà grande soddisfazione; su altre, le nostre opinioni differiscono, ma rendiamo rispettoso omaggio alla convinzione profonda con cui lei difende le sue idee».

Nel viaggio forti sono state le parole contro il regime oppressivo di Castro, ma non sono state risparmiate anche critiche verso il liberalismo. Nell’omelia della celebrazione eucaristica, tenuta in piazza José Martí il 25 gennaio, Giovanni Paolo usa toni severi: «[...] è bene ricordare che uno Stato moderno non può fare dell’ateismo o secolarismo estremo, deve promuovere un clima sociale sereno e una legislazione adeguata» per consentire a tutti di poter usufruire delle ricchezze spirituali, morali e civili della propria nazione. «D’altro canto, in vari luoghi si sviluppa una forma di neoliberalismo capitalista che subordina la persona» condizionando lo sviluppo di quel popolo «alle forze cieche del mercato». Per papa Wojtyla i programmi economici insostenibili, imposti alle Nazioni come condizione per ricevere aiuti, portano «all’arricchimento esagerato di pochi al prezzo dell’impoverimento crescente di molti».

Alla partenza di papa Wojtyla Fidel Castro lo ringrazia pubblicamente “per tutte le parole pronunciate”: «Santità, La ringrazio sommamente per tutto ciò che Lei ha detto, anche per ciò che mi trova in disaccordo». La disponibilità di Castro è stata quasi totale, tant’è vero che la visita a Cuba ha dato occasione al Pontefice di elevare il vescovo Ortega a cardinale, sono stati fondati il movimento degli universitari cattolici, una sezione della commissione Justitia et Pax, l’Unione della stampa cattolica.

Con la partenza da Cuba di Giovanni Paolo II moltissime restrizioni anticattoliche sono soppresse, anche il Natale è ripristinato come festa nazionale.

La visita rimane così impressa nella memoria di tutto il gruppo dirigente cubano che, alla morte di Giovanni Paolo II, sono state stabilite decisioni impensabili. Castro decreta addirittura tre giorni di lutto nazionale per la morte del Papa. Si legge nel comunicato ufficiale: «Con motivo della morte di Sua Santità Giovanni Paolo II, è stato deciso di sospendere nel periodo di lutto ufficiale decretato dal Consiglio di Stato lo svolgimento delle attività festive. Questo include la posposizione, tra l’altro, dei festeggiamenti per l’anniversario dell’Organizzazione dei Pionieri José Martí e dell’Unione dei Giovani Comunisti, oltre alla partita finale della XLIV Serie Nazionale di Baseball». In questa occasione, Giovanni Paolo II è definito dal governo “un amico” di Cuba e Castro partecipa finanche alla messa in suffragio nella cattedrale dell’Avana. Per l’occasione Castro mette da parte la divisa militare, indossando un completo scuro (il “Leader maximo” non prendeva parte a una cerimonia religiosa dal 1959, anno in cui si sposò la sorella). Nel libro delle presenze della nunziatura lascia anche il suo ultimo saluto personale a papa Wojtyla, presentando gli omaggi «all’infaticabile combattente impegnato per l’amicizia tra i popoli, nemico della guerra e amico dei poveri». Un gesto di deferenza e rispetto da parte di Castro al capo della Chiesa di Roma che, dal gennaio del 1998 sino ad appena tre mesi prima della sua morte, ha ripetuto il suo dissenso contro l’embargo economico imposto all’isola dagli Stati Uniti, sostenendo che esso impedisce le condizioni per un reale sviluppo a Cuba. In occasione della morte di papa Wojtyla, il presidente cubano permette, per la seconda volta in due giorni, al cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana e primate della Chiesa cattolica cubana, di inviare un messaggio ai cattolici nell’isola attraverso la televisione di Stato. Mai in precedenza il cardinale Ortega era apparso alla tv pubblica cubana, rigidamente controllata dal regime.

Il ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha poi letto alla televisione un messaggio governativo di “condoglianze, rispetto e solidarietà alla comunità cattolica a Cuba e nel resto del mondo”: «Abbiamo sempre considerato e continuiamo a considerare Giovanni Paolo II come un amico che si preoccupava dei poveri, che ha combattuto il neoliberismo e che ha lottato per la pace […] lo ricorderemo sempre anche per le sue dichiarazioni contro il blocco che soffre il nostro popolo, definito “una misura economica restrittiva imposta dall’estero, ingiusta ed eticamente inaccettabile».

Nel messaggio personale di condoglianze inviato al segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano, così si è espresso il presidente Castro: «Desidero esprimere le più sentite condoglianze del popolo e del governo di Cuba. L’umanità terrà sempre con sé un ricordo commosso dell’instancabile lavoro che Sua Santità Giovanni Paolo II ha sempre compiuto in favore della pace, della giustizia e della solidarietà tra i popoli».

mercoledì 11 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 1964 Ernesto "Che" Guevara tiene un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite.
Ernesto Che Guevara, in qualità di Ministro dell’Industria della Repubblica di Cuba, si recò in visita a New York nel dicembre 1964 per tenere un intervento in rappresentanza dell’isola rivoluzionaria e socialista in occasione della sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Rileggendo le cronache di quei giorni di dicembre del 1964 emerge come New York attese la visita del rivoluzionario argentino in tuta mimetica, con grande apprensione e con grande dispiegamento di forze dell’ordine e misure di sicurezza.
Vi furono momenti di tensione, alcuni anche di valenza simbolica, che sono stati poi attribuiti in gran parte da esuli cubani legati al precedente regime, ma sui quali tutt’oggi non tutti i dubbi sono stati fugati. Uno dei più significativi fu quello del colpo di bazooka sparato in direzione del Palazzo di Vetro, proprio nello stesso momento in cui il Che stava pronunciando il suo discorso. Le cronache del tempo riferiscono di un colpo che dal quartiere di Queens, proprio sulla riva opposta a quella di Manhattan dove si trova il Palazzo delle Nazioni Unite, causò una sorta di effetto “geyser” sulle acque dell’East River, e che sicuramente venne avvertito anche dai rappresentanti dei diversi paesi seduti in quel momento nella sala dell’Assemblea Generale ascoltando le parole di Ernesto Che Guevara.
Di quel viaggio a New York del Che, oltre al celebre discorso che ricorderemo più sotto, rimangono altri importanti momenti, che rappresentano oggi un’importante eredità dell’uomo e del rivoluzionario, e soprattutto di grandi attualità anche se analizzati a posteriori dalla prospettiva di un mondo che nel frattempo ha attraversato altri 50 e più anni di capitalismo sempre più selvaggio e aggressivo.
Una bella e significativa testimonianza è l’intervista del 16 dicembre 1964, presso la sede della missione cubana all’ONU, nei pressi di Central Park, tra Che Guevara ed un gruppo di giornalisti e attivisti statunitensi di sinistra. Di questa intervista sono oggi disponibili online i tracciati audio originali, conservati dal giornalista statunitense Chris Couch, che ne è il narratore. Un’intervista condotta in un’atmosfera molto rilassata e informale, quasi una conversazione tra amici da cui traspare un bel clima di empatia tra i presenti. Alcuni passaggi dell’intervista sono molto significativi: ad esempio l’ammissione del Che degli errori strategico-tattici commessi nell’attribuire troppa importanza alla guerriglia nei centri urbani, azioni spettacolari, le definisce il Che, ma molto dispendiose in termini di vite umane e poco efficaci. Interessante quando, con una punta di amarezza, constata che la guerriglia in Venezuela sta compiendo gli stessi errori compiuti da loro cubani. Altra interessante considerazione del Che riguarda il potenziale rivoluzionario che è sì esistente in tutta l’America Latina, ma va considerato che poi i veri rivoluzionari devono essere soprattutto capaci di analizzare il singolo contesto, poiché dall’analisi corretta deriva una strategia ed una tattica vittoriosa.
Cita il caso di Porto Rico dove, trattandosi di una colonia USA, e subendo una dominazione che non è soltanto economica ma politica e soprattutto culturale e mediatica, la rivoluzione-modello cubano avrebbe maggiori difficoltà ad affermarsi. Lo stesso principio vale per la situazione delle popolazioni afroamericane e ispanoamericane oppresse negli USA. Qui il Che, dimostrando grande intelligenza, con molta modestia ammette di non conoscere a fondo la situazione per potersi pronunciare, ma esprime dubbi sulla reale efficacia della tattica della rivolta non-violenta (in quegli anni è portata avanti da Martin Luther King, ndr). Altro passaggio significativo di quell’intervista è il richiamo all’internazionalismo proletario per affermare che il sostegno tra i paesi del campo socialista è una necessità storica, e non va a beneficio del solo popolo cubano ma dell’umanità intera.
Vi è un altro passaggio molto significativo di quei giorni, che è emerso soltanto in epoca successiva, e che ebbe come protagonista il Che Guevara e la giornalista Lisa Howard, una star del giornalismo americano e reporter del canale televisivo ABC, famosa per le sue interviste a grandi personaggi della politica internazionale e che peraltro aveva già intervistato il Che, quello stesso anno, a L’Avana, per la trasmissione “Face the Nation”, che diede al Che un grande impatto mediatico di massa negli USA. Lisa Howard si era già attivata dai tempi della presidenza Kennedy per dei tentativi di ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli USA. L’ultimo di questi tentativi, prima della tragica fine della Howard, suicida nell’estate successiva, avvenne proprio in quei giorni della presenza di Ernesto Che Guevara a New York. In occasione di un ricevimento organizzato dalla Howard nel suo appartamento, il Che incontrò segretamente l’allora senatore democratico del Minnesota, Eugene McCarthy (nulla a che vedere con il McCarthy protagonista negli anni ‘50 della caccia alle streghe contro i comunisti, ndr). L’incontro pare ebbe un esito fallimentare, pur avendo creato allarme alla Casa Bianca, stando all’unico resoconto esistente dell’incontro, un memorandum segreto oggi custodito nella libreria presidenziale Lyndon B. Johnson di Austin in Texas, e rivelato in pubblico soltanto nel 1999, da Peter Kornbluh, allora Direttore del Cuba Documentation Project dell’Archivio di Sicurezza Nazionale (NSA) in un articolo apparso sul “Cigar Aficionado Magazine”.
In quegli anni l’amministrazione Johnson, diversamente dall’ultima fase dell’amministrazione Kennedy, aveva deciso di adottare una linea di netta chiusura ad ogni riavvicinamento diplomatico con Cuba, con il timore di non attirarsi addosso accuse di comunismo in vista delle imminenti elezioni presidenziali.
Ma il momento centrale e di maggiore rilevanza storica di quel viaggio si ebbe l’11 dicembre 1964, il giorno del discorso del Che all’ONU, uno dei momenti di massima visibilità del leader rivoluzionario cubano di origini argentine, che ha sicuramente contribuito alla formazione del suo mito, e può considerarsi un documento storico di grande importanza. Esso infatti rappresenta una sorta di compendio di quel particolare contesto storico, nel quale allo schema del bipolarismo tra il campo occidentale capitalista e quello orientale socialista, emerso dalla fine della seconda guerra mondiale, distante poco più di un decennio, si stava ormai sovrapponendo il confronto tra Occidente e Terzo Mondo, un confronto che prese forma, per una breve ma intensa stagione di politica internazionale, nel cosiddetto blocco dei paesi non allineati.
Che Guevara, nel suo discorso, tocca tutti i temi fondamentali della politica internazionale di quegli anni e definisce anche il ruolo di Cuba in quel contesto. Significativo il suo saluto di apertura ai tre nuovi paesi membri, che avevano conquistato l’indipendenza nel corso di quell’anno, Zambia, Malawi e Malta, auspicando che essi decidano di prendere parte al movimento dei non-allineati. Un movimento, sottolinea il Che, al quale Cuba, pur riconoscendosi come paese fondato sui principii del marxismo-leninismo, è orgogliosa di appartenere e nel quale intende esercitare un ruolo attivo e di guida, riconoscendo la necessità storica di dover fronteggiare il blocco dell’imperialismo, del colonialismo e del neo-colonialismo.
Interessante il passaggio dedicato al tema della coesistenza pacifica tra i blocchi e le nazioni, di grande attualità nella politica internazionale di quegli anni. Qui Che Guevara introduce un concetto molto importante, richiamandosi apertamente al marxismo che ispira la politica di Cuba: la ricerca di una coesistenza pacifica non può prescindere dal riconoscere il ruolo dell’imperialismo, ed in particolare dell’imperialismo degli USA, che, opprimendo i popoli soprattutto dei paesi più poveri, che abbiano raggiunto l’indipendenza politica o che siano ancora sotto il giogo colonialista, intende imporre a questi popoli i propri prevalenti interessi politici ed economici. Il Che cita le aggressioni degli USA in Vietnam e nel Sud Est Asiatico, nonché a Panama, e l’aggressione della Turchia, appoggiata dalla NATO, a Cipro. Rivendica il diritto dei popoli a lottare per l’autodeterminazione, perché coesistenza pacifica non può significare accettazione passiva di uno stato di oppressione e sfruttamento.
Altro passaggio fondamentale di quel discorso è quello sulla corsa agli armamenti e sul disarmo nucleare, un tema che in quegli anni era diventato centrale nel dibattito di politica internazionale, e all’ONU in particolare, e questa centralità era anche stato effetto della crisi dei missili a Cuba dell’anno precedente. Il Che spiega che il disarmo e la pace sono il desiderio di tutti i popoli, ma respinge la pretesa strumentale di negare il diritto dei popoli che si sono resi indipendenti all’autodifesa dalle aggressioni imperialiste. Il Che conferma che Cuba è disponibile a partecipare attivamente ad un processo di negoziato multilaterale, ma se il disarmo diventa uno strumento in mano alle potenze imperialiste per esercitare un’ingerenza nel diritto all’autodifesa di altri paesi indipendenti, allora - sottolinea il Che - non ci sono le condizioni di un autentico approccio multilaterale. Il Che inoltre ricorda che le aggressioni ai popoli possono avvenire anche con le armi convenzionali, senza la necessità del ricorso ad armi nucleari, ricordando la presenza militare USA a Guantanamo.
Nel rievocare la vicenda della crisi dei missili traspare anche una sottile ed implicita vena polemica nei confronti dell’URSS, che aveva unilateralmente ritirato i missili dopo aver raggiunto l’accordo con gli USA senza coinvolgere direttamente il governo di Cuba. Il difficile rapporto con l’URSS che caratterizzava la politica estera cubana di quegli anni emerge inoltre chiaramente anche dal continuo richiamo, nel discorso del Che, al ruolo decisivo che deve giocare il blocco dei paesi non allineati, sebbene questo deve poi trovare un’intesa con il blocco dei paesi socialisti.
Altro elemento che potremmo interpretare come presa di distanza dall’Unione Sovietica, è il forte riferimento al diritto della Repubblica Popolare Cinese ad ottenere il riconoscimento internazionale e l’ingresso nell’ONU, per occupare il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza, cosa che poi avvenne diversi anni dopo, nel 1971, a seguito del riavvicinamento, puramente tattico, tra USA e Cina in occasione del viaggio di Nixon a Pechino. Dal problema delle due Cine, a quello delle due Germanie, con la rivendicazione del diritto della Germania Est a sedere al tavolo dei negoziati per la risoluzione del problema dei confini.
La parte conclusiva del suo discorso è dedicata all’America Latina, un continente che per il Che rappresenta una vera e propria patria che unisce tutte le nazioni. Qui è ancora più forte e decisa la denuncia dell’imperialismo statunitense, della politica continua di ingerenza nelle vicende politiche interne di quei paesi, nell’utilizzo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come uno strumento di politica estera (la definisce “il Ministero delle Colonie degli Stati Uniti”). Un interventismo, quello degli USA, sempre ipocritamente motivato con la volontà di portare in quei paesi libertà e democrazia: “Costoro che uccidono i propri cittadini e li discriminano a causa del coloro della pelle; costoro che lasciano in libertà gli assassini dei neri, proteggendoli, e punendo invece la popolazione nera per la loro legittima rivendicazione di diritti da uomini liberi, come possono costoro autodefinirsi guardiani della libertà?”. Sono parole, quelle del Che, che, a distanza di oltre 50 anni, rimangono, purtroppo, di un’attualità sconcertante.
Molto toccante infine la conclusione con la citazione della Seconda Dichiarazione de L’Avana sull’America Latina. Il filmato d’epoca in bianco e nero, con il corpulento Ernesto Che Guevara, in mimetica e scarponi, che lascia lo scranno e risale, con andamento un po’ dimesso, la platea dell’assemblea accolto da uno scrosciante applauso, rimane, a nostro avviso, un’immagine emblematica della storia del Novecento.
Per il Che quel viaggio a New York sarebbe stata una parentesi un po’ atipica della sua vita di rivoluzionario permanente, le immagini fanno trasparire un certo disagio a muoversi in quegli ambienti ovattati della diplomazia internazionale ed in quella sofisticata atmosfera urbana della “Grande Mela” che viveva forse i suoi anni di massimo splendore. Pochi mesi dopo si sarebbe rimesso in cammino per le strade del mondo alla ricerca della liberazione di altri popoli oppressi, ma purtroppo la storia gloriosa della rivoluzione cubana per lui non si ripeterà e meno di tre anni dopo troverà la morte in quella sua patria latino-americana, per mano di suoi stessi fratelli scelsero la strada più comoda di asservirsi all’imperialismo americano. Quel grido “Patria o Muerte!”, pronunciato dinnanzi a quell’Assemblea Generale al termine del suo discorso, fu veramente profetico e nelle memorie di comunisti e rivoluzionari di tutto il mondo l’immagine del guerrigliero caduto nella lotta offuscherà quella dell’orgoglioso rivoluzionario in veste di rappresentante diplomatico che prende parte, per una sola volta, al consesso dei grandi e dei potenti della Terra, pur non appartenendovi.

domenica 10 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è 10 marzo.
Il 10 marzo 1952 un colpo di Stato porta al potere a Cuba Fulgencio Batista.
Nel 1933, dopo lo sciopero generale che annunciava la caduta del tiranno Gerardo Machado, l’ambasciatore nordamericano all’Avana, Sommer Welles, si vide obbligato a chiedergli di cedere il potere a una figura neutrale in cui il popolo potesse avere fiducia.
Il 12 agosto Machado fuggì, dopo aver saputo che numerosi nuclei delle forze armate chiedevano a viva voce un cambiamento nel governo  e preparavano una sollevazione generale. Mentre il popolo sfogava la propria vendetta per le strade, venne instaurato un nuovo governo presieduto da Carlos Manuel de Céspedes che durò solamente 23 giorni.
Ufficiali e soldati dell’esercito stavano cospirando nuovamente: era il complotto dei sergenti che voleva difendere gli interessi dei sottufficiali, ma che andò molto più in là. Il governo provvisorio instaurato dopo la fuga di Machado venne annullato. Apparve in scena uno dei promotori della sollevazione. Il sergente dattilografo Fulgencio Batista che in quattro mesi superò tutte le barriere sino a divenire capo di stato maggiore dell’esercito, divenne la mano che ebbe il comando per più di un decennio.
Batista si preparò alla presidenza della Repubblica con le elezioni del 1940, appoggiato da una coalizione di vari partiti politici. Il suo governo era favorevole a imprenditori e ricchi proprietari terrieri che approfittarono della congiuntura della guerra in Europa per arricchirsi ulteriormente. La corruzione e la malversazione dei fondi provocò ondate di indignazione nell’Isola. L’arricchimento senza scrupoli del presidente e la sua relazione con le antiche forze antipopolari  dell’esercito con la sua sottomissione a Washington minarono la sua autorità di fronte alla popolazione.
Batista si presentò nuovamente come candidato nelle elezioni del ’44, ma la sconfitta lo fece andare negli Stati Uniti  dove rimase per quattro anni, abbastanza per raffreddare i commenti negativi sulla sua persona a Cuba.
Nel 1949 creò il suo partito  che si chiamava Partito di Azione Unitaria e poi Azione Progressista, nel quale si riunirono diversi elementi reazionari dell’epoca. L’ambasciatore nordamericano diede il suo beneplacito ma nell’arena politica non aveva un ruolo e nell’elenco dei votanti nel 1951 occupava il penultimo posto… Che fare? Utilizzare il metodo già sperimentato di schiacciare il movimento democratico dei paesi latino - americani cioè il colpo di stato. Che non dipendeva delle elezioni o da una frode elettorale, che poteva ignorare l’ordine della Costituzione.
Il 10 marzo del 1952 Batista e la sua banda si appropriarono con la forza del destino della nazione.  Il popolo si trovò in una situazione senza uscite. Il generale (Batista) utilizzò  un esercito creato, addestrato e preparato dagli Stati Uniti, dalla loro comparsa nella Repubblica neo coloniale.
Lo stesso Batista confessò anni dopo che il colpo di stato era stata una cospirazione ufficiale dell’esercito e dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana.
Di fronte alle frasi demagogiche del dittatore che voleva presentare la cospirazione come un movimento rivoluzionario, il giovane avvocato Fidel Castro, in un documento redatto poche ore dopo il golpe, affermava con enfasi:
“Rivoluzione No, colpo di stato Si, patriota No, liberticida Sì, usurpatori, retrogradi, avventurieri assetati di oro e di potere.
Davanti a questi fatti si impone la lotta rivoluzionaria!” sosteneva Fidel precisando che ; “C’è un altro tiranno, ma ci saranno altri Mella, Trejos, Guiteras! Opprimono la Patria, ma un giorno avremo di nuovo la nostra libertà!”
In effetti Batista annullò la Costituzione e mezzo secolo repubblicano venne cancellato. La bancarotta politica, la crisi della struttura economica e l’acutizzarsi della lotta di classe mettevano più che mai in luce la crisi nazionale.
La popolazione cubana era raddoppiata e questo provocava una forte disoccupazione; il 47% delle terre coltivabili apparteneva alle grandi compagnie nordamericane e i contadini, quelli che coltivavano la terra, non ne possedevano!
Gli operai agricoli erano quasi la metà del proletariato cubano. Vivevano in capanne col tetto di foglie di palma e il pavimento di terra; il 30% non aveva un letto, più del  40% era analfabeta e il 14% era tubercolotico. Secondo uno studio del Gruppo Cattolico Universitario del 1957, circa il 23% della popolazione totale dell’Isola non sapeva leggere e scrivere.
Le fasce più  povere della società vennero dimenticate in estrema miseria.
Il governo di Batista superò tutti i governi precedenti per la sottomissione e nella concessione delle ricchezze dell’Isola ai nordamericani. La sua politica consisteva nell’accentuare le ricchezze per i monopoli a detrimento dei settori nazionali e soprattutto della popolazione povera.
Vennero firmati accordi con gli Stati Uniti che favorivano la crescita dei guadagni di Batista  e vennero rinnovate le concessioni alla Compagnia Cubana dei Telefoni, che ricevette un prestito sottratto al  bilancio nazionale. Il governo consegnò praticamente tutti i minerali fossili dell’Isola alle imprese nordamericane e autorizzò la vendita di benzina nordamericana nell’area nazionale.  Inoltre creò le condizioni per favorire lo sfruttamento del nichel e del cobalto. In questo modo mise in mani straniere anche il terzo settore per importanza dell’esportazione, dopo quello dello zucchero e del tabacco.
I casinò, i postriboli, i clubs e i bar divennero centri di divertimento per  ricchi e mafiosi provenienti dal nord. 
I vincoli di Batista con Cosa Nostra sono ben noti.
Era il 1953 e i giovani levarono le torce nella storica sfilata del 28 gennaio, nel giorno in cui si compivano cent’anni dalla nascita dell’Apostolo José Martí. Parteciparono anche il Fronte Civico delle donne e molti operai con altre organizzazioni. L’ondata delle manifestazioni si estese per tutta l’Isola.
Nelle scuole la lotta contro Batista adottò forme attive. L’Università dell’Avana divenne uno dei focus principali di opposizione. Si organizzavano manifestazioni e in particolare ebbero molta risonanza i simbolici seppellimenti della Costituzione, organizzati nell’aprile del 1952 dalla Federazione Studentesca Universitaria - FEU - contro gli Statuti Costituzionali stabiliti dal Regime. Nello stesso tempo la FEU realizzò in tutto il paese l’adozione di un giuramento simbolico di fedeltà alla Costituzione. Migliaia di cubani sostennero questa iniziativa degli studenti. 
Anche se le proteste studentesche svegliavano nella popolazione la coscienza politica e le speranze di un cambiamento, non potevano però far cadere i pilastri della dittatura.
Il movimento operaio venne diviso. L’esercito disponeva di tutto il potere e contro l’esercito, si sosteneva a Cuba, era impossibile lottare, non esistevano possibilità  di successo.
L’entusiasmo del giovane Fidel Castro per cambiare radicalmente la situazione lo portarono a formare un’organizzazione autonoma il cui fine doveva essere la preparazione di una sollevazione armata.
Fu così che alla metà del 1952, con la direzione di Fidel e di Abel Santamaria iniziò la gestione di un’organizzazione clandestina.
Il 26 luglio del 1953 attaccarono le caserme Moncada di Santiago di Cuba e Carlos  Manuel de Céspedes di Bayamo. Anche se militarmente non fu una vittoria, dimostrarono che in quelle condizioni l’azione armata era il solo metodo di lotta. Così si preparò in Messico, nell’esilio, la spedizione del Granma che condusse al trionfo della Rivoluzione del 1º gennaio del 1959.
Il dittatore e i suoi collaboratori fuggirono nella notte del 31 dicembre del 1958 a Miami, senza pagare mai per quei 20 mila morti uccisi durante la presidenza di Batista e il saccheggio della proprietà pubblica.
Nato povero a Banes, nell’oriente cubano, il 13 gennaio del 1901, Batista è morto immensamente ricco a 72 anni, a Marbella, in Spagna, il 6 agosto del 1973.
 È sepolto nel cimitero Sacramentale di San Isidro, a Madrid.

giovedì 15 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1898 la nave da guerra statunitense USS Maine affonda nel porto dell'Avana, causando la morte di 266 militari. E' il pretesto per l'inizio della guerra ispano americana.
Si definisce guerra ispano-americana la guerra che venne combattuta nell’anno 1898 fra gli Stati Uniti e la Spagna relativamente alla questione cubana.
Cuba era uno degli ultimi possedimenti coloniali della Spagna; sia in territorio cubano che in territorio filippino dal XIX secolo si erano armati gruppi di guerriglieri che lottavano per l’indipendenza dalla madre patria. La Spagna non disponeva però di risorse economiche sufficienti per poter sedare le rappresaglie, così spinse la popolazione a spostarsi verso le aree urbane e lasciare le campagne, là dove cioè  trovavano il loro fulcro i gruppi di guerriglieri. Nel 1895, inoltre, una violenta rivolta indipendentista venne repressa nel sangue dal governatore spagnolo a Cuba Valeriano Wayler; egli inviò in veri e propri campi di concentramento gli insorti e anche parecchi semplici simpatizzanti.
La guerra ispano-americana ebbe inizio quando gli Stati Uniti vennero coinvolti a seguito dell’esplosione della nave Maine, nel cui naufragio morirono ben 266 marinai. La corazzata Maine era stata inviata a Cuba dagli stessi Stati Uniti proprio a seguito delle violente repressioni al fine di proteggere i cittadini americani che vi risiedevano, visti i continui scontri fra spagnoli e cubani. In realtà quello degli scontri fu solo un pretesto per simboleggiare con la loro presenza l’appoggio morale ai cubani. Date le tensioni diplomatiche già esistenti fra i due paesi, l’allora presidente McKinley, su spinta dell’opinione pubblica manovrata dalla cosiddetta yellow press e su spinta del futuro presidente Theodore Roosevelt, venne convinto a muovere guerra alla Spagna, dando così inizio alla guerra ispano-americana.. Visto però l’aumento delle tensioni diplomatiche fra i due paesi, fu la Spagna a dichiarare per prima guerra agli Stati Uniti, il 23 aprile 1898, mentre gli USA lo fecero qualche giorno dopo, il 25 aprile. Nel mese di luglio le truppe americane guidate da Roosevelt sbarcarono su Cuba e contemporaneamente a Porto Rico. Anche la situazione nelle Filippine non era delle migliori. Nel maggio 1898 si ebbe il primo scontro fra flotta spagnola e americana, con la conseguente sconfitta della prima ad opera dell’ammiraglio George Dewey. Nel corso dello stesso anno gli Stati Uniti avevano acquistato le Hawaii.
La guerra ispano-americana venne vinta dagli Stati Uniti. Nell’arco di qualche mese venne firmato un armistizio con il quale la Spagna dovette concedere agli Stati Uniti in primo luogo il riconoscimento dell’indipendenza di Cuba che si configurò pertanto come un protettorato americano, la cessione del Porto Rico che divenne uno stato libero associato agli Stati Uniti e la cessione delle isole Guam e infine l’occupazione da parte degli USA di Manila, nelle Filippine, con gran sorpresa dei filippini insorti che credevano di aver ottenuto la tanto attesa indipendenza. Conseguenza dell’occupazione delle Filippine fu una rivolta contro l’esercito americano ivi stanziato. La guerriglia ebbe fine solo nell’anno 1902 provocando la morte di cinquemila soldati americani e di seicentomila soldati filippini. Soltanto nel 1943 l’allora governatore Aguinaldo, che nel 1901 era fuggito ritirandosi in privato, proclama l’indipendenza filippina dagli Usa, in pieno conflitto mondiale.
In seguito alle numerose perdite determinate dalla guerra ispano americana la Spagna cadde in un profondo periodo di crisi che trent’anni dopo l’avrebbe portata alla guerra civile spagnola.

lunedì 17 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1961, finanziati dalla Cia allo scopo di tentare di rovesciare Castro per poi creare un governo provvisorio, circa 1.500 esuli cubani sbarcarono nella Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci, a sud dell'Avana. Ma l'operazione della cosiddetta Brigata 2056 si rivela un fiasco, perché i barbudos esperti di guerriglia li stavano aspettando in questa baia isolata in mezzo alle paludi, non lontana dal piccolo villaggio di Playa Giron.
Il bilancio dell'operazione fu di quasi un centinaio di morti tra gli anti-castristi, ma le conseguenze diplomatiche furono forse ancora più catastrofiche per gli Usa, spingendo Castro tra le braccia dell'Unione Sovietica, ed offrendo all'Urss un alleato (e basi militari) a poche decine di chilometri da una metropoli come Miami, nel Sud della Florida.
Un anno dopo la crisi della Baia dei Porci, si giunse addirittura ad un passo dalla terza guerra mondiale, con la crisi dei missili installati segretamente dai sovietici a Cuba, secondo alcuni storici come risposta ai missili Usa puntati contro Mosca in Turchia.
Sul sito della biblioteca presidenziale di Kennedy, la spedizione della Baia dei Porci, un piano della Cia messo a punto sotto il presidente Dwight Eisenhower, viene ricostruita in maniera abbastanza dettagliata. Le cose vanno male sin dall'inizio, quando il 15 aprile uno dei due previsti raid aerei di appoggio (con otto obsoleti bombardieri B-26 della Seconda Guerra Mondiale dipinti con i colori cubani) manca quasi tutti gli obiettivi. Non solo, il trucco viene scoperto e Kennedy deve rinunciare al secondo raid.
Due giorni dopo, lo sbarco della Baia è un fallimento totale, anche a causa del maltempo: gli aerei cubani affondano due navi Usa e distruggono circa la metà delle strutture di appoggio aeree. Nelle 24 ore successive sbarcano circa 20mila militari cubani, mentre l'ombrello aereo autorizzato da Kennedy è una nuova catastrofe: i sei anonimi velivoli inviati in appoggio arrivano con un'ora di ritardo (probabilmente ignari del fatto che tra Cuba e Nicaragua, da dove sono decollati, c'è un'ora di fuso), e vengono abbattuti.
In seno alla Brigata 2056 i morti sono oltre un centinaio, i prigionieri circa 1.200. Per ottenerne la liberazione, 20 mesi dopo, gli Usa accettano di fornire a Cuba l'equivalente di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e medicinali.
L'operazione decisa da Eisenhower prevedeva un costo totale di circa 4 milioni di dollari. Nella realtà questo fallimento completo costò 46 milioni, più i 53 di risarcimento.

giovedì 16 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1959 Fidel Castro diventa primo ministro di Cuba.
Nato a Mayarí il 13 agosto 1926 e figlio di un immigrato spagnolo divenuto proprietario terriero, Castro è diventato uno dei simboli della rivoluzione comunista ma anche, agli occhi dei suoi detrattori, un dittatore che non concede libertà di espressione.
Iscrittosi all'università dell'Avana nel 1945, partecipò dapprima alla vita politica dell'ateneo, nelle file dell'ala più ortodossa del Partito del Popolo Cubano.
La militanza studentesca si esprimeva spesso attraverso la lotta per bande, in scontri fra "gruppi di azione" di segno opposto che non di rado degeneravano in sparatorie : fra il 1944 e il 1952, per esempio, si registrarono un centinaio di attentati. Ad ogni modo, Castro nel 1950 si laurea in legge e, dopo il colpo di stato di Fulgencio Batista del 1952, si arruola in un movimento intenzionato a dare l'assalto alla caserma Moncada a Santiago de Cuba. In breve ne diventa il capo e poi, il 26 luglio 1953, organizza il piano. Fallita l'azione, a causa dello scarso coordinamento fra i vari gruppi che componevano il commando, viene imprigionato dal regime. Dei suoi compagni, alcuni caddero combattendo ma la maggior parte fu giustiziata dopo essere stata fatta prigioniera e solo l'intervento di personaggi di spicco, fra cui l'arcivescovo di Santiago, impedì che nei giorni successivi il massacro continuasse.
Al processo, si difese autonomamente, in particolare attraverso un allegato in cui denunciava i mali che affliggevano la società cubana. La sua arringa fu un vero e proprio attacco al potere, che lo trasformò da imputato ad accusatore. Questo documento è poi diventato famoso con il titolo "La storia mi assolverà", anche per il fatto che all'interno vi è in pratica delineato il suo programma politico, lo stesso che avrebbe poi sviluppato (se non superato), nei quarant'anni che lo videro protagonista prima della Rivoluzione poi dell'esercizio del potere.
Ma cosa prevedeva, in concreto, questo programma? Vi si parlava, tra le altre cose, della distribuzione delle terre dei latifondisti dietro indennizzo, la confisca dei beni ottenuti illegalmente dai membri dei passati governi, la nazionalizzazione dell'energia elettrica e dei telefoni, misure per l'industrializzazione, cooperative agricole e dimezzamento dei canoni d'affitto urbani e così via. Insomma, un perfetto programma comunista.
In quel momento, comunque, Castro soffrì la prigione e poi l'esilio (da cui però preparò l'insurrezione armata). Infatti, nel maggio 1955 Batista decise, anche per problemi di immagine presso il governo di Washington, di concedere l'amnistia ai rivoltosi, molti dei quali accompagnarono, meno di sei mesi dopo, Castro nel suo esilio in Messico.
Il 9 luglio di quello stesso anno Fidel Castro incontra di sera Ernesto Guevara, e per tutta la notte discutono sul continente sud americano sfruttato dagli yankee. Il 2 dicembre 1956, torna a Cuba con una forza di 82 uomini, deciso a rovesciare la dittatura, cosa che avvenne dopo una sequenza interminabile di lotte intestine.
L'Esercito Ribelle prese infine il potere nel 1959. Le decisioni iniziali, prese dal nuovo governo di Fidel, furono inizialmente di componente etica: chiusura delle case da gioco e di tolleranza, lotta senza quartiere al traffico di droga, liberalizzazione degli accessi agli alberghi, spiagge, locali sino ad allora riservati a circoli esclusivi. Tutto questo affascinò la maggioranza della popolazione e il nuovo governo ebbe grande consenso.
Nel marzo del 1959 fu imposta una diminuzione dei canoni d'affitto del 30-50% accompagnata da una riduzione del prezzo di medicinali, libri scolastici, tariffe elettriche, telefoniche e dei trasporti urbani. Dopo aver ridotto gli affitti, si varò una riforma che mirava a trasformare gli inquilini in veri e propri proprietari attraverso il pagamento degli alloggi con rate mensili proporzionali al reddito.
Ma le proteste interne iniziarono dopo l'emanazione, nel maggio 1959, della prima riforma agraria, che fissava per le tenute agricole un limite massimo di 402 ettari. La superficie coltivabile veniva assegnata a cooperative oppure distribuita a proprietà individuali di un minimo di 27 ettari. Il governo, per impedire il minifondo, proibiva la vendita delle terre ricevute e il loro frazionamento.
Con la nuova riforma agraria fu istituito l'INRA (Istituto nazionale di riforma agraria).
La riforma agraria suscitò forti reazioni nelle campagne ma anche presso le classi alte e i ceti medi urbani. Le manifestazioni più clamorose di dissenso furono rappresentate dalla fuga, negli Stati Uniti, del comandante delle Forze armate Pedro Diaz Lanz, e dall' arresto di Huber Matos, governatore della provincia di Camarguey, accusato di cospirazione per essersi opposto alla riforma agraria.
Oggi Cuba è impegnata a fronteggiare gli Stati Uniti, in una lotta che la oppone al blocco economico che perdura da più di quattro decenni.
A partire dal mese di dicembre del 2006 si fanno sempre più presenti i problemi di salute. Il 19 febbraio 2008, al potere da quasi 50 anni, Fidel annuncia il suo ritiro dalle cariche presidenziali lasciando tutti i poteri al fratello Raul Castro Ruz. "Non vi dico addio. Spero di combattere come un soldato delle idee", ha dichiarato il lider maximo cubano.
Il 29 marzo 2012, durante la visita a Cuba di Papa Benedetto XVI, Fidel Castro ha avuto un colloquio di circa 30 minuti con il Pontefice, definito da entrambi molto cordiale, nel quale Castro, pur mostrando alcune difficoltà motorie dovute alla malattia ed alla età avanzata, si è dimostrato ancora perfettamente lucido e cosciente.
Fidel Castro è morto nella capitale cubana alle ore 22.29 del 25 novembre 2016; a darne l'annuncio alla televisione di Stato è il fratello Raúl. La causa della morte non venne rivelata. Nel rispetto della volontà del defunto, il corpo è stato cremato nelle ore successive. Durante i nove giorni di lutto nazionale, il corteo funebre ha percorso al contrario il medesimo viaggio di 900 km fatto da Castro e dai rivoluzionari nel gennaio 1959, trasportandone l'urna cineraria dall'Avana a Santiago di Cuba. Le varie tappe del tragitto hanno visto la folla accoglierlo con commozione, ammassata lungo le strade per assistere al corteo.

giovedì 14 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1962 un aereo spia americano sorvolando Cuba vide e fotografò un dispiegamento di missili sovietici, del quale fece immediato rapporto.
La crisi dei missili di Cuba ebbe inizio il giorno dopo, il 15 ottobre del 1962 e si concluse il 27 ottobre dello stesso anno con la vittoria strategica degli USA che fu in realtà un abile e tesissimo combattimento diplomatico che portò gli Stati uniti d’America e l’URSS ad un passo dalla Terza Guerra Mondiale.
L’isola di Cuba dalla fine del 1959 era uno stato indipendente con un governo comunista, le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America erano state azzerate a causa dell’esproprio dei beni americani che il governo di Fidel Castro aveva ordinato dopo la fuga del dittatore Batista. Il governo dell’Unione Sovietica, il cui Segretario del Comitato Centrale era  Nikita Sergeevič Chruščëv, stabilì una nuova strategia missilistica: avvicinare i missili con testate nucleari alla costa della California in modo tale da avere una diretta minaccia contro gli americani. I missili, infatti, partendo da Cuba potevano raggiungere Washington in circa 20 minuti e avevano un raggio di azione di gittata media di circa 1.600 km, e questo implicava che molte basi americane, disposte nella parte sud degli USA, potevano essere colpite senza quasi  avere il tempo di organizzare una risposta efficace.
La scelta di posizionare i missili a Cuba, il cui governo aveva scelto anche a causa dell’embargo USA di mettersi sotto l’influenza sovietica, si rivelò fin da subito azzardato sia per la quantità di missili che i governi dell’URSS e di Cuba avevano deciso di posizionare (sembra si raggiunse il numero di 140 testate) sia per la palese provocazione che avrebbe indotto il governo americano ad un intervento immediato.
Probabilmente i sovietici volevano sperimentare la determinazione degli USA  nel perseguire una strategia della tensione e rispondere alla strategia missilistica americana  che l’esercito USA stava sviluppando in quei mesi con l’istallazione di missili Jupiter in Italia e in Turchia che prevedevano una gittata più lunga di quelli russi.
I cubani, invece, avevano un conto aperto con gli americani perché nell’aprile del 1961 avevano subito un attacco di terra da esuli cubani foraggiati, addestrati e sostenuti dalla CIA. Tale attacco, l’invasione della Baia dei Porci, durò tre giorni e finì con la sconfitta degli esuli e la vittoria dell’esercito castrista. Fu un errore dell’amministrazione Kennedy che si era insediata alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961 e che si era presentata con una posizione in politica estera pacifista e orientata verso il dialogo e l’equilibrio strategico.
Fra luglio e agosto decine di navi sovietiche arrivarono a Cuba cariche di materiale militare sufficiente a costruire rampe e missili in numero elevato. Il controspionaggio USA avvertì subito la Casa Bianca del tipo di trasporto ma Kennedy d’accordo con il suo staff decise di mantenere una posizione non interventista. Fra la fine di agosto e gli inizi di settembre gli aerei spie U-2 americani fotografarono in più occasioni la posa in essere delle rampe e l’arrivo sull’isola di Cuba del materiale bellico.
In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.
Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo. A questo punto il mondo si svegliò sull’orlo di una guerra termo nucleare dalle conseguenze indefinibili. Il Presidente degli Stati Uniti decise inoltre di porre sotto quarantena l’isola per evitare altri sbarchi di materiale bellico.
Negli anni seguenti Fidel Castro dichiarò che i missili erano 140 e che chiese al leader sovietico di utilizzarli contro l’America.  Chruščëv per fortuna non ascoltò il suggerimento del leader cubano ma mantenne una linea di dialogo e anche Kennedy non ascoltò il suo Stato maggiore che gli chiedeva di ordinare un’operazione militare per colpire le basi missilistiche cubane distruggendo tutti i missili.
Sulla base del Diritto internazionale vi erano diversi problemi:
il governo cubano non stava svolgendo alcuna azione di minaccia, la sua scelta di installare missili era legittima quanto la presenza dei missili americani puntati verso l’Unione Sovietica collocati in Italia e in Turchia.
La quarantena dell’isola era possibile nell’ambito delle acque internazionali ma diventava un atto di minaccia nei confronti del governo cubano anche se era svolta per proteggere il governo USA. E se la quarantena si fosse trasformata in un blocco navale allora l’azione da parte del governo americano poteva essere considerata un atto di rappresaglia contro Cuba.
Quest’ultima opzione però sembrò a Kennedy l’unica possibilità percorribile, al posto di un attacco militare contro Castro. La quarantena fu ufficializzata con il discorso di Kennedy in televisione il 22 ottobre. Il governo sovietico rispose immediatamente ammettendo la presenza dei missili ma considerandoli solo difensivi ed eccependo che il governo americano aveva diverse basi missilistiche collocate vicino al confine con gli stati satellite della Russia.
Il 25 ottobre ci fu una movimentata assemblea all’ONU in cui l’ambasciatore sovietico venne sbugiardato dall’ambasciatore USA che di fronte alla negazione del collega sulla presenza dei missili ne mostrò le foto. La tensione fra i due governi raggiunse l’apice e a questo punto  Chruščëv propose a Kennedy un compromesso: il 26 ottobre offrì il ritiro dei missili in cambio dell’assicurazione che l’esercito americano non avrebbe invaso Cuba né la CIA avrebbe appoggiato un’invasione organizzata da dissidenti o oppositori.
Il 27 ottobre, dopo l’abbattimento di un aereo U-2 che volava su Cuba, chiese anche lo smantellamento dei missili americani istallati in Turchia. Kennedy accettò ufficialmente la prima proposta e ufficiosamente la seconda. Il giorno dopo i missili iniziarono ad essere smantellati e il 20 novembre l’isola di Cuba venne liberata dalla quarantena.
La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Chruščëv non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.

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