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domenica 29 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 29 marzo 1951 i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, di New York, venivano arrestati con la accusa di spionaggio e alto tradimento.
Tra metà degli anni ’40 e la metà del decennio successivo l’America fu invasa in modo maniacale da un’ondata di paura per il comunismo.
La fobia dei “rossi” assunse toni surreali grazie all’attività del senatore del Wisconsin Joseph Raymond Mc Carthy, da cui il nome “maccartismo” dato al periodo: bastava un solo sospetto di simpatia nei confronti dei russi o del comunismo per ritrovarsi in galera, sospettati dei peggiori reati.
Come accadde a Julius ed Ethel Rosenberg, due newyorkesi di origine ebrea entrambi con più o meno dichiarate attenzioni verso l’Unione Sovietica, soprattutto lui. Il loro attivismo politico, Julius era un militare sergente dell’esercito, li portò a frequentare persone che avevano contatti con URSS e che in vario modo cercavano di passare informazioni proprio a quello che era diventato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma Julius era una persona semplice senza alcun accesso ad informazioni importanti e senza neanche le conoscenze tecniche necessarie e la moglie Ethel meno di lui.
Pur con tutto questo il 6 marzo del 1951 furono mandati sotto processo con l’accusa di spionaggio per aver passato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire una bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale.
L’accusa non riuscì a provare la qualità e la quantità di informazioni che i Rosenberg erano sospettati di aver passato al nemico. Ethel fu considerata, anche dai testimoni dell’accusa, al massimo come la dattilografa del marito.
Poi la difesa sollevò un’eccezione giuridica: se la pena di morte per spionaggio era prevista solo in tempo di guerra perché chiederla per i Rosenberg nel 1951? Perché i fatti risalivano al tempo della Guerra rispose l’accusa. Ma durante la stessa Guerra, ribattè la difesa, Stati Uniti ed Unione Sovietica erano alleati, disse la difesa e quindi come si può considerare l’ipotesi di spionaggio con un alleato?
Non ci fu niente da fare. Il 5 aprile del 1951 i Rosenberg furono condannati a morte :” Io considero il vostro crimine peggiore dell’assassinio… Nel commettere un assassinio, il delinquente uccide soltanto la sua vittima… Ma nel vostro caso ritengo che il fatto di mettere nelle mani dei russi il segreto della bomba atomica tanti anni prima del termine stabilito dai nostri migliori scienziati come necessario perché i russi potessero perfezionarla, abbia causato, almeno secondo la mia opinione, l’aggressione comunista in Corea, col risultato che i morti furono più di 50.000, e chissà quanti altri milioni di innocenti dovranno pagare il prezzo del vostro tradimento…Non è in mio potere perdonarvi… solo Dio può avere misericordia per quello che avete fatto” furono le parole conclusive del giudice federale Irving Robert Kaufman.
La sentenza, tramite sedia elettrica fu eseguita il 19 giugno di due anni più tardi nel carcere di Sing-Sing a New York.
martedì 25 novembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 novembre.
Il 25 novembre 1947 i "10 di hollywood" vengono messi nella lista nera degli Studios.
La storia dei 10 di Hollywood è una storia che abbiamo troppo spesso dimenticato ed in questo modo abbiamo dimenticato il coraggio di 10 uomini amanti della libertà.
Questa storia ha inizio negli Stati Uniti d’America, a quei tempi considerati come la Patria della libertà, un paese che negli anni bui del nazi-fascismo era diventata la seconda Patria di molti registi della scuola tedesca di cinematografia in fuga da Hitler.
Questa storia si svolge più precisamente nel mondo di Hollywood, un mondo che negli anni caldi dell’alleanza fra USA ed URSS ( 1942-1944) era stato “incaricato” di produrre film spiccatamente filo-sovietici come “Mission to Moscow” diretto da Curtiz ,in cui il regista dipinge un’immagine positiva di Stalin , e “Fuoco ad Oriente”, in cui viene elogiato il sistema dei Kolchoz ucraini e la resistenza sovietica al nazismo.
Questa storia inizia nel 1947 anno in cui l’HUAC, la commissione per le attività antiamericane istituita nel 1938, comincia la sua guerra nei confronti di tutti coloro che, nel mondo del cinema, si sono distinti per un impegno politico e sociale ed ad un’adesione al partito comunista statunitense.
Questa storia ha 10 eroi, 10 persone vicine, in un modo o nell’altro, al partito comunista statunitense, 10 uomini di cinema che, appellandosi alla libertà di poter esprimere le proprie idee politiche, si rifiutarono di rispondere agli interrogatori dell’HUAC concernenti la loro vicinanza politica con il partito comunista.
Questa storia è stata una tragedia per questi amanti della libertà che si ritrovarono per anni esclusi dal mondo della cinematografia, controllati dalla polizia e dai servizi segreti ed additati come nemici della nazione dai media; questi 10 eroi non furono le uniche vittime dell’isteria anticomunista perché altre decine e decine di persone furono inserite in apposite liste di proscrizione ed ostracizzate dal mondo del cinema: come dimenticarsi di una delle più grandi star del cinema mondiale, Charlie Chaplin, il quale fu allontanato dalla cinematografia statunitense nel ’52?
Molti attori e registi per non fare una brutta fine decisero di trasformarsi in delatori e di accusare i propri colleghi di simpatie marxiste.
Questa storia va inserita nel periodo definito del “maccartismo”, periodo caratterizzato da una spietata caccia ai comunisti che arrivò all’obbligo, da parte dei dipendenti statali, di prestare un “giuramento anticomunista” per poter continuare a lavorare; questo giuramento fu esteso anche ad alcune università, come l’università californiana, dove i docenti si trovarono nella stessa situazione in cui si erano trovati i colleghi italiani durante gli anni del fascismo.
A causa di questa politica, resa sistematica da McCarthy, negli anni ’50 diecimila lavoratori furono licenziati per sospetto comunismo, scienziati democratici e pacifisti del calibro di Tolman e di Einstein furono messi sotto stretta sorveglianza ed i professori poco inclini ai giuramenti politici furono allontanati dalle università e dalle scuola di tutti i gradi e livelli.
sabato 25 giugno 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 giugno 1950 ha inizio la guerra di Corea.
Quel giorno cinque divisioni dell’esercito nord-coreano invadono il confine del Sud, grazie all’ausilio dell’allora Unione Sovietica, indiscutibilmente coinvolta a livello di forniture militari e mezzi attrezzati. Gli uomini impiegati sono circa ottantamila. È l’antefatto, ma è anche e soprattutto l’inizio della cosiddetta Guerra di Corea, nota anche come “guerra del 38° parallelo”.
Gli Stati Uniti, fino a quel momento indecisi se intervenire o meno (nonostante le continue tensioni, per giunta strascichi diretti della stessa Seconda Guerra Mondiale), si decidono per l’intervento, avendo avuto piena certezza del coinvolgimento da parte del rivale sovietico. Inoltre, a dire dello stesso Generale Ridgway, un indebolimento di un paese “amico”, come appunto la Corea del Sud, nell’area asiatica, avrebbe spostato l’asse dell’URSS e dei paesi ad esso legati troppo avanti: “Non è una questione di territori – disse appunto in un celebre discorso il Generale Ridgway – né di difendere o meno i nostri alleati: si tratta di sapere se la civiltà occidentale, che Dio ha permesso nascesse nei nostri amati paesi, sarà in grado di sfidare e di sconfiggere il comunismo”.
La Guerra Fredda in pratica, ammantata della consueta retorica di stato, era di fatto cominciata, con l’unica caratteristica, assolutamente non trascurabile, di doversi combattere in altri paesi del mondo, più o meno direttamente. Inoltre, nei circa tre anni di durata del conflitto (1950-1953), l’intera popolazione mondiale rimase letteralmente con il fiato sospeso, temendo lo scoppio di un nuovo conflitto su larga scala per giunta, memore dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, aggravato dall’uso delle bombe nucleari, già sperimentate a Hiroshima e Nagasaki.
Una guerra annunciata? L’intera nazione coreana, alla fine del conflitto mondiale, si ritrovò riunificata, anche a causa dell’indebolimento improvviso e destrutturante nel quale si ritrovò il Giappone. Ex protettorato nipponico, la Corea venne dichiarata libera ma, nei fatti, restava soggetta a due zone di influenza, l’una americana (Sud) e l’altra sovietica (Nord). Truppe d’occupazione, come in altri territori del mondo (si pensi alla Germania), permanevano in entrambe le aree di influenza.
Nell’estate del 1947 poi, le Coree divennero due stati separati, esattamente lungo la linea del 38° parallelo, il quale appunto divenne talmente famoso da dare il proprio nome all’intero conflitto.
La partita era aperta e metteva di fronte l’Occidente democratico, totalmente di marca americana, e l’Oriente comunista, ad appannaggio dell’Unione Sovietica. Il 15 agosto dello stesso anno, veniva eletto il presidente della nuova Repubblica di Corea (nel Sud). Si trattava di Syngman Rhee, il quale non mancò di dare la propria influenza attraverso un tipo di politica piuttosto torbido e, soprattutto, orientato verso un nazionalismo sfrenato. Non fu da meno Kim Il Sung, presidente della nascente Repubblica Popolare Democratica di Corea, in data 9 settembre, con capitale Pyongyang.
Tra il 1949 ed il 1950 dunque, le tensioni tra i due paesi giunsero al culmine, anche perché entrambi i rappresentanti proponevano la riunificazione delle due coree come principale proclama politico. Dopo alcuni episodi minori lungo il confine, il confronto divenne presto infuocato, con gli eserciti dell’URSS e degli Stati Uniti pronti a rientrare nel paese che avevano abbandonato solo all’inizio del 1949.
Il conflitto: l’esercito sud-coreano, mal addestrato e poco equipaggiato, in queste prime battute della guerra venne rapidamente sconfitto. Seoul, in breve tempo, fu preda dei nord-coreani. Unicamente la zona limitrofa al porto di Pusan, restava in mano all’esercito sud-coreano.
La risposta arrivò per mezzo dell’Onu, fresco di fondazione, dunque regolata e, almeno nelle intenzioni, sulla carta, istituzionalizzata a tutti gli effetti (per quanto orfana del voto russo, in protesta nei confronti della risoluzione). Su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti, affiancati da altri diciassette paesi, intervennero militarmente nel tentativo di liberare il paese occupato e, alla fine, rovesciare il governo in Nord Corea.
Al termine delle ostilità, il numero delle vittime fu stimato intorno ai quasi tre milioni, tra morti, feriti e dispersi, tra i quali non pochi civili.
Quasi tutti americani, i primi soldati del fronte occidentale sbarcarono in Corea, tutti sotto la guida del generale Douglas MacArthur. Di lì a poco, questi diventerà famoso anche tra i civili e gli elettori americani, tanto da dare un nome ad una vera e propria corrente di pensiero politica, per giunta in voga durante tutti gli anni cinquanta negli Stati Uniti d’America: il “maccartismo” (in sintesi: opposizione completa a qualsiasi forma di apertura a “sinistra”).
L’esercito alleato, per così dire, giunto in agosto nel sud della penisola, cominciò le prime grandi manovre nel mese di settembre, muovendo verso Inchön, direttamente dietro le linee dei nord-coreani. Nel giro di poco dunque, gli americani ributtarono fuori gli invasori, tagliandogli i rifornimenti e risalendo velocemente lungo il confine.
Ma la cosa non finì lì. MacArthur, forte del successo ottenuto in patria dopo il suo intervento, decise di spingersi oltre il ripristino della pace nel Sud della penisola. La decisione sarà determinante e portò ad un allungamento delle ostilità a dir poco drammatico: gli americani mossero verso nord, invadendo l’altra Corea e così superando il 38° parallelo. L’invasione, pertanto, fu autorizzata dall’Assemblea generale dell’ONU il 7 ottobre del 1950.
In autunno, le truppe di MacArthur si erano spinte, per volontà del generale e contro le disposizioni dello stesso governo statunitense, fino a pochi chilometri dal confine cinese. Quanto bastò per mandare in guerra oltre centomila uomini, guidati dal Timoniere Mao ed equipaggiati a far fronte all’invasione occidentale. In breve tempo, il Nord ribaltò la situazione e si ritrovò da invaso a paese invasore.
Il Presidente Usa, Harry Truman, sollevò dall’incarico MacArthur, che aveva preso in considerazione più volte (e minacciato) il ricorso alla bomba atomica, ed affidò le operazioni, a partire dal 1951, al comandante Matthew Bunker Ridgway. La Cina infatti, forte della propria influenza in tutta l’area asiatica, sembrava intenzionata ad inviare altri uomini a sostegno della Corea del Sud: non restava altro da fare che avviare le trattative di pace. Intanto, gli eserciti si ritrovarono in fase di stallo, bloccati sull’ormai famigerata linea del 38° parallelo.
Due anni dopo l’inizio delle trattative, il 27 luglio del 1953, a Panmunjeom, si giunse ad un accordo, per definire una volta per tutte la situazione nelle due Coree. Come in altri conflitti della storia non solo europea, ma universale, la soluzione ideale fu individuata in quella precedente allo stesso conflitto, ossia nella separazione dei due stati sancita sul 38° parallelo.
Un anno di guerra vera e propria, due anni di paralisi e quasi tre milioni di vittime, soprattutto civili, per giungere ad una situazione che non proclamava alcun vincitore. Questo, in realtà, l’esito dello scontro.
Il teatro degli avvenimenti di guerra, a dire di molti storici, altro non fu che il preludio al futuro duello armato che, sempre URSS e Stati Uniti, condussero in un altro territorio non molto lontano: il Vietnam. Un massacro che sarà ancora più cruento ed inutile del precedente.
martedì 9 febbraio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 febbraio 1950 il senatore Joseph McCarthy tenne un famoso discorso al Club delle Donne Repubblicane di Wheeling, in West Virginia.
Cosa disse McCarthy in quell'occasione è ancora materia di dispute, in quanto mancano resoconti affidabili del suo discorso.
Generalmente si concorda che mostrò un pezzo di carta, su cui, a quanto disse, era riportata una lista di noti comunisti che lavoravano al Dipartimento di Stato. Si ritiene abbia detto "Ho qui una lista di 205 persone, che sono note al Segretario di Stato per essere membri del Partito comunista e che, nonostante questo, ancora lavorano al Dipartimento, formandone la politica".
Se McCarthy abbia veramente detto che la lista era composta da 205 nomi o solo da 57 è tuttora controverso. In un successivo telegramma al presidente Harry Truman e quando riportò il discorso nei Registri del Congresso, McCarthy quantificò i nomi in 57.
Questo fatto viene indicato come l'inizio del "maccartismo" in USA, cioè quel periodo che va dal 50 al 56 nel quale venne fatta una vera e propria caccia al comunista, spesso utilizzando metodi di indagine poco ortodossi e privi di reali prove.
Joseph McCarthy diresse la "commissione per attività anti-americane" dal 1950 al 1954. Braccio destro di McCarthy fu l'avvocato ventisettenne Robert Kennedy, fratello del futuro presidente degli Stati Uniti. Sin dall'inizio della sua carriera politica, McCarthy, infatti, cercò l'appoggio della famiglia Kennedy.
Anche se appartenenti a schieramenti opposti (i Kennedy erano democratici), sia il senatore del Wisconsin che la famosa famiglia presidenziale erano cattolici e anticomunisti. Del resto, lo stesso John F. Kennedy difese l'operato dell'amico fino alla morte di quest'ultimo nel 1957. Quando lo storico Arthur Meier Schlesinger, Jr chiese a John F. Kennedy perché aveva sempre difeso McCarthy, quest'ultimo dichiarò: "Diamine, metà dei miei elettori in Massachusetts considerano McCarthy un eroe" ("Hell, half my voters in Massachusetts look on McCarthy as a hero").
Ancor prima di McCarthy la Commissione per attività anti-americane prese di mira soprattutto Hollywood, dove lavoravano molti artisti europei costretti a emigrare negli States dopo l'avvento del nazismo. Tra i membri della Commissione mosse i primi passi un altro futuro presidente statunitense, il deputato della California, Richard Nixon.
Una delle più famose celebrità accusate di attività anti-americane fu l'attore e regista britannico Charlie Chaplin, al quale fu cancellato il visto di rientro, quando quest'ultimo lasciò gli USA per un soggiorno in Europa nel 1952. Ma la caccia ai comunisti di Hollywood era cominciata diversi anni prima. Già nell'ottobre 1947, Walt Disney aveva testimoniato davanti al HUAC, denunciando molti autori e registi hollywoodiani.
Ma il vero terremoto arrivò quando il famoso regista Elia Kazan, vincitore di tre premi Oscar, accusato di partecipare ad attività eversive, fece i nomi dei colleghi che come lui, anche se per un breve periodo, avevano simpatizzato per il Partito Comunista Americano (Communist Party of the United States of America, CPUSA). In quegli anni molti degli attori interrogati cominciarono a collaborare, come Gary Cooper e Ronald Reagan (anche quest'ultimo futuro presidente USA).
Mentre altri, capeggiati da Humphry Bogart, organizzarono sit in e proteste a Washington. Il commediografo e poeta tedesco Bertold Brecht, rifugiatosi negli States dopo l'avvento del nazismo, fu accusato dalla HUAC di condurre attività anti-americane. Disgustato dalla condotta della Commissione, Brecht decise di ritornare a Berlino Est per criticare il socialismo dal suo interno. Anche l'autore e scrittore Arthur Miller, marito di Marylin Monroe, finì sotto inchiesta, ma in loro aiuto giunse la famiglia Kennedy.
In quegli anni, molti produttori, sceneggiatori, attori e registi furono allontanati dall'industria cinematografica soltanto per essersi rifiutati di collaborare con la Commissione, appellandosi al Primo e al Quinto Emendamento della Costituzione (che difendono il diritto di culto, parola e stampa). Particolare clamore suscitò all'epoca il cosiddetto gruppo degli Hollywood Ten, ai quali appartenevano il regista Edward Dmytryk (futuro collaborazionista) e 9 sceneggiatori, imprigionati proprio per essersi rifiutati di collaborare con la Commissione.
In risposta alla caccia alle streghe della Commissione per attività anti-americane, Hollywood produsse una lunga serie di film anti-comunisti. Tra i più famosi va ricordato Viva Zapata!, diretto da Elia Kazan, ispirato alla biografia del rivoluzionario messicano Emiliano Zapata, simbolo di incorruttibile anarchia visionaria in contrasto con la burocrazia sovietica. Altri film anti-comunisti furono The Red Menace (1949), I Married a Communist (1950), I Was a Communist for the FBI (1951), Walk East on Beacon (1952), My Son John (1952), Big Jim McClain (1952), in cui un gruppo di comunisti hawaiani venivano messi ko a suon di pugni da un giovane John Wayne.
Negli ultimi anni Hollywood ha rispolverato, in chiave critica, il maccartismo. Il film di George Clooney, Good Night and Good Luck (2006), racconta della battaglia di Ed Murrow, giornalista che nel 1953 dagli studi della CBS si schierò contro McCarthy, mettendo in onda una serie di documentari intitolati See It Now.
Nel primo documentario andato in onda, furono riportati i discorsi del senatore, mentre nel secondo Ed Murrow riportò le testimonianze di molte vittime innocenti della HUAC. La popolarità di McCarthy cominciò a diminuire, così come l'appoggio della sua parte politica. Dopo una serie di accuse piovute soprattutto dal partito Repubblicano (addirittura il senatore del Vermont, Ralph E. Flanders, paragonò McCarthy a Hitler), l'attività del presidente della Commissione fu "censurata". Il 2 dicembre 1954, il Senato degli Stati Uniti, condannò McCarthy con 64 voti favorevoli contro 22 ad interrompere ogni attività all'interno della HUAC. Quel giorno John Kennedy non era presente alle votazioni per sostenere un intervento alla schiena.
Difficile calcolare le vittime del maccartismo. Le persone imprigionate dovrebbero essere centinaia, ma decine di migliaia persero il lavoro, semplicemente per essere state citate in giudizio dalla HUAC. In quegli anni, del resto, bastava anche solo essere sospettati di omosessualità per finire nelle "grinfie" del maccartismo. Per quanto riguarda la lista nera di Hollywood, si stima che più di 300 tra attori e registi furono allontanati dall'industria cinematografica e addirittura dagli stessi Stati Uniti. Inoltre, liste di sospetti comunisti erano presenti in quasi tutti gli ambiti lavorativi, nell'università e nelle amministrazioni statali, dove il controllo rasentava l'isterismo collettivo.
McCarthy morì il 2 maggio 1957 all'ospedale navale di Bethesda all'età di 48 anni. Ufficialmente la causa di morte fu per un'emorragia interna causata da ipertensione.
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