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sabato 22 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.

Il 22 Febbraio 1980 durante le Olimpiadi Invernali di Lake Placid la nazionale statunitense di Hockey sul ghiaccio si rese protagonista di un’impresa che è tra le più amate della storia dello sport a stelle strisce. Tanto impensabile da essere ribattezzata “il Miracolo sul Ghiaccio”. Ve la raccontiamo.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.

Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia : «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

Terminata la carriera sul ghiaccio dopo la vittoria olimpica a soli 25 anni, Mike Eruzione intraprese quella di commentatore televisivo per la ABC e la NBC. Insieme a tutta la nazionale americana di hockey del 1980, è stato l'ultimo tedoforo dei giochi invernali di Salt Lake City 2002.

venerdì 3 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.

Il 3 gennaio 1958 il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 1, brucia al suo rientro in atmosfera.

Il 4 ottobre 1957 il lanciatore Semërka R-7 si alza da Baikonur e porta in orbita il primo oggetto artificiale: inizia ufficialmente la Corsa allo Spazio, e un'avventura che oggi mostra nuovi territori da esplorare.

Il primo uomo sulla Luna, nel 1969, è mito, ma il viaggio che l'ha portato lassù inizia alle 19:28 del 4 ottobre 1957, da una rampa di lancio del cosmodromo di Baikonur, quando un vettore Semërka R-7 su cui campeggiano la stella rossa e la scritta CCCP (per noi URSS) si alza con successo, attraversa i primi strati dell'atmosfera e, stadio dopo stadio, deposita in orbita terrestre bassa il primo satellite costruito dall'uomo: lo Sputnik 1.

 Ci sono diverse repliche in scala 1:1 di quel satellite sovietico in molti musei del mondo: a vederlo oggi si fatica a capire la portata dell'impresa, lo stupore del mondo, l'entusiasmo e... lo smacco, per gli americani (Usa e Urss erano i due "blocchi politico-militari" che si contendevano il mondo, ed erano in piena Guerra Fredda), che nel '57 erano molto indietro nel loro programma spaziale, rispetto ai russi.

Lo Sputnik 1 era una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro (un pallone da pallacanestro misura circa 24 centimetri di diametro), tirata a lucido per riflettere i raggi solari, 83 kg di peso e 4 appendici lunghe 2,5 metri a fare da antenne di servizio all'unico strumento di bordo: un termometro.

 Dall'orbita, i dati erano trasmessi a Terra grazie a due trasmittenti (che per precauzione trasmettevano su lunghezze d'onda differenti) alimentate da una serie di batterie zinco-argento.

L'impresa, tecnologicamente epica, doveva mostrare al mondo la superiorità sovietica nel campo dell'astronautica e aveva obiettivi pratici e semplici: raccogliere dati sulle temperature lungo la traiettoria e in orbita.

 L'orbita, definita bassa, era molto eccentrica: da 200 a 900 km circa (la Stazione spaziale internazionale ha un'orbita molto più regolare, attorno ai 400 km circa di altezza), che lo Sputnik percorreva in una media di 90-100 minuti.

 Il 3 gennaio 1958, a 92 giorni dal lancio, compiute 1.440 orbite attorno alla Terra, lo Sputnik 1 rientrava e bruciava in atmosfera, come previsto. Un successo completo, e non l'unico: il 3 novembre 1957 l'Urss mandava nello Spazio il primo mammifero (la cagnolina Laika), il 12 aprile 1961 il primo uomo, Jurij Gagarin, il 16 giugno 1963 la prima donna, Valentina Tereškova.

Un successo costruito anche grazie agli scienziati tedeschi della Germania sconfitta, quelli che avevano scelto la Russia anziché l'America (o erano stati costretti a sceglierla), coordinati dal fondatore del programma spaziale sovietico, Sergei Korolyov.

 Korolyov aveva un mandato molto preciso: costruire un missile intercontinentale (di quelli che si sarebbero poi chiamati ICBM, missili balistici intercontinentali) capace di "consegnare" una testata nucleare in qualunque parte del mondo. Preso nell'ingranaggio dei militari, Korolyov (che aveva sperimentato anche l'inferno della Siberia), sognava lo Spazio - tolto il gulag, era un'esperienza simile a quella di Wernher von Braun, tedesco, rifugiato negli Usa e "padre" del programma missilistico e poi astronautico degli americani.

 Dopo diversi tentativi e fallimenti Korolyov riuscì ad effettuare un lancio con un successo parziale e pressato dalle notizie di un possibile imminente lancio americano di un satellite riuscì in soli due mesi a mettere in piedi la missione dello Sputnik-1, il primo mattone di quel viaggio che ci vede oggi parlare dei misteri di Saturno e dei coloni su Marte.

venerdì 27 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 dicembre.
Il 27 dicembre 1979, con la sostituzione del Presidente Amin assassinato, l'Unione Sovietica prende pieno possesso dell'Afganistan.
Con l'invasione dell'Afganistan inizia una lunga guerra, che in dieci anni provoca oltre un milione di morti e quasi sei milioni di profughi. Il 27 aprile 1978, un colpo di Stato abbatte il governo di Mohammed Daoud Khan, che da cinque anni si oppone all’influenza nella politica afghana della confinante Unione Sovietica. Il colpo di Stato porta al potere Noor Mohammed Taraki, leader di un partito di ispirazione marxista e uomo sostenuto da Mosca. La sua politica, laica e socialista, incontra l’opposizione dell’ala più intransigente degli islamici afghani, che organizzano la resistenza armata dei mujaheddin, “i combattenti per la fede”. Gli USA, che da decenni si contendono con l’URSS il controllo della politica mondiale, finanziano i mujaheddin in funzione anti-sovietica. Il 14 settembre 1979 il presidente Taraki viene rovesciato: il suo posto è preso dal primo ministro Hafizullah Amin, che apre al dialogo con i mujaheddin e con gli USA. Per non perdere il controllo dell’Afghanistan, il leader sovietico Leonid Breznev decide di invadere il Paese. È il 24 dicembre 1979. Nell’arco di tre giorni, l’Armata Rossa sovietica conquista Kabul, la capitale afghana. Gli USA reagiscono promuovendo un embargo contro l’URSS, e decidendo di boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980. La resistenza afghana è sostenuta da armi e denaro statunitensi, e combattuta anche da volontari islamici provenienti dai paesi arabi. Presto si trasforma in jihad, una guerra santa contro i sovietici considerati nemici dell’Islam.
I mujaheddin costringono i nemici a combattere sulle impervie montagne afghane, dove l’Armata Rossa non può sfruttare la propria superiorità tecnologica. Tra i guerriglieri emergono figure che diventeranno leggendarie nel Paese, come quella di Ahmad Massud, chiamato il Leone del Panshir. I sovietici subiscono pesanti sconfitte e, nonostante gli iniziali successi, non riescono a prendere il controllo dell’intero Paese. La difficile gestione della guerra si somma ai gravi problemi interni dell’Unione Sovietica, che negli anni ’80 è vicina al collasso economico e politico. Di fronte ai continui successi dei mujaheddin, il 20 luglio 1987 l’Unione Sovietica annuncia il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Il 15 febbraio 1989 il ritiro dell’Armata Rossa è completato. L’Afghanistan esce dal conflitto in ginocchio: dopo un’aspra guerra civile, il potere sarà preso dai talebani, fondamentalisti religiosi che governeranno secondo la legge islamica. La dura sconfitta politica e militare acuisce la crisi dell’URSS: gli USA si avviano a diventare l’unica superpotenza sullo scenario mondiale.

lunedì 27 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 maggio.
Il 27 maggio 1972 tra USA e URSS viene siglato l'accordo SALT 1.
Una delle iniziative più rilevanti assunte da Usa e Urss nel quadro della Guerra Fredda è certamente costituita dagli accordi Salt, sigla che sta per Strategic Arms Limitation Talks. Si tratta, in poche parole, di trattati per porre un limite agli armamenti strategici. Infatti bisogna considerare che nello scontro indiretto tra le due superpotenze rivestiva un’importanza fondamentale la supremazia nel campo delle tecnologie spaziali e anche in quelle a scopo bellico. Nel corso degli anni Usa e Urss ingrossarono a dismisura i loro arsenali, dando vita ad una vera e propria corsa agli armamenti. Quest’ultima venne in una certa misura frenata in quelle fasi della Guerra Fredda caratterizzate da un clima di distensione: è il caso di quanto accaduto dalla metà degli anni Sessanta quando (dopo anni di rapporti tesissimi e crisi come quella di Berlino o quella missilistica a Cuba) le relazioni tra le due superpotenze iniziarono un periodo di relativa tranquillità. In questo quadro ebbe un’importanza fondamentale la dottrina della ‘risposta flessibile’ del segretario alla Difesa Robert McNamara, che prevedeva in sostanza la risposta alle azioni nemiche con mezzi proporzionati alla minaccia. McNamara ricoprì l’incarico di segretario alla Difesa durante le presidenze di John Kennedy e di Lyndon Johnson e fu proprio quest’ultimo a proporre all’Urss, nel 1967, il primo trattato Salt. Le due parti si accordarono non per una riduzione degli armamenti ma per non aumentarne la quantità. Il 27 maggio del 1972 il presidente degli Usa Richard Nixon (che nel frattempo era subentrato a Johnson) e il leader dell’Urss Leonid Breznev firmarono il Salt I, che congelava il numero degli Icbm (missili intercontinentali) e degli Abm (missili antimissile) già in possesso dei due Paesi. Alla firma dei primi accordi Salt seguì una seconda serie di accordi, i Salt II, che però inciamparono in maggiori difficoltà. Gli incontri tra le due parti, iniziati nel 1972, si arenarono negli anni seguenti per poi riprendere. Il Salt II venne firmato da Breznev e dall’allora presidente americano Carter nel giugno del 1979 ma poi lo stesso capo della Casa Bianca propose al Senato di rimandare a tempi indefiniti la ratifica in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel decennio successivo Usa e Urss avviarono altri negoziati sulla limitazione degli armamenti, che portarono nei primi anni Novanta agli accordi Start.

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