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sabato 8 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 agosto Bologna ricorda la battaglia della Montagnola, avvenuta l'8 agosto 1848.
Successe proprio un '48. Quel '48. La più genuina sollevazione popolare che Bologna ricordi, l'emblema del Risorgimento sotto le due torri. Quell'Otto agosto di 172 anni fa alla Montagnola, la città prese la storia sulle proprie spalle trascinandola avanti coi fucili e le baionette. E fu il popolo a farsene motore in un vuoto di potere che aveva liquefatto ogni autorità.
Il dominio del Papa svanito nelle sembianze pavide del cardinal legato Luigi Amat in fuga verso Porretta, la Guardia civica tentennante in una città in ebollizione, finanzieri, carabinieri e altre forze disorientate. E sullo sfondo, come un nembo, l'aquila degli Asburgo pronta a calare sulla città dopo aver inghiottito Carlo Alberto e il suo esercito. Ma Bologna, già in fortissima fibrillazione risorgimentale, si ribella.
In realtà l'otto agosto rivoluzionario comincia nelle osterie in un crescendo di scaramucce che aumentano la tensione fino alla deflagrazione della battaglia. A essa parteciparono una parte minima della nobiltà liberale e una fetta rilevante della borghesia, ma l'ossatura della rivolta era rappresentata dalla "bassa gente" fra la quale ribolliva da tempo il rancore verso il potere tout court, in particolare quello straniero come in parte era considerato quello della Roma papalina. Di questa giornata sono rimaste tre memorabili testimonianze. La prima è rappresentata dalle Cronachette bolognesi di Pompeo Bertolazzi, commerciante di spirito liberale che, quando le campane a distesa chiamano alle armi, indossa il berretto della Guardia civica e armato scende in strada arrivando alla Montagnola. Lì si combatte tra morti e feriti e il Bertolazzi confessa di aver "provato un gusto e una voluttà indicibile" nello sparare agli austriaci. Ma un colpo lo colpisce ferendolo e nel retrocedere per cercare aiuto, incappa in un gruppo di facchini che vorrebbero il suo fucile.
L'episodio narrato nelle Cronachette è emblematico di come si mischiassero nel tumulto autentiche passioni risorgimentali e un generico ribellismo. Bertolazzi confesserà che nella sua breve guerra, fu quello dei facchini "il maggior pericolo". Del resto è proprio una nobildonna come Carolina Piepoli a confessare che "fu del popolo il merito della vittoria" contrapposto a una certa vile neghittosità del nobilato e di parte della borghesia. Fu lei a mischiarsi coi facchini nella costruzione delle barricate a porta Santo Stefano e a medicare i feriti. Compito a cui si dedicò anche uno strano popolano che sarà annoverato fra i meritevoli della medaglia commemorativa di quella battaglia. Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, è un esempio di eroismo pacifista dentro la più efferata disumanità della guerra. In una lingua ibrida tra l'italiano sgangherato e la veracità del dialetto bolognese, ha lasciato la sua testimonianza della giornata al Marchese Gioacchino Piepoli che l'ha salvata trascrivendola come un resoconto stenografico. La formidabile giornata comincia all'osteria quando al caffè Dei Grigioni, un paio di austriaci, arrogantemente, chiedono due caffè e tre colori.
All'insulto, i popolani prendono a botte gli ufficiali: benzina sul fuoco in una città già in subbuglio. Si accendono baruffe e più tardi cominciano a fischiare i proiettili. Il Paioli finisce nella sarabanda della Montagnola e vede cadere i feriti a uno a uno. D'istinto si mette a fare il barelliere consegnandoli al rudimentale pronto soccorso delle retrovie. Ma in questo trambusto s'innesca un conflitto a fucilate con un austriaco che ha la peggio. Ferito a un braccio, viene fatto prigioniero dal Paioli. A questo punto, mentre tutti intorno i popolani gridavano di ammazzarlo, avviene il miracolo. Al matto di bastoni spunta l'aureola. Nell'anima più semplice della sanguinosa rivolta, sopravvive una fiamma d'umanità. Paioli spinge l'austriaco, ormai preda della folla, contro il portone della chiesa della Pioggia dov'erano arrivati nel frattempo e si pone lui davanti col suo fucile e la baionetta innestata a difendere il nemico. Al '48 non poteva mancare anche uno spiraglio di pietà.
Fu una vittoria breve, gli austriaci in poco tempo tornarono e fucilarono i capi della rivolta, tra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. A ricordo di quell'evento la piazza del mercato dove furono più forti gli scontri fu ribattezzata piazza dell'8 agosto, e vi fu eretto un monumento commemorativo, detto "il popolano", opera di Pasquale Rizzoli nel 1903, ancora oggi visibile davanti all'ingresso del parco della Montagnola.
sabato 25 luglio 2026
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 luglio del 1365 le cronache bolognesi ricordano uno dei più forti terremoti avvenuti nella storia della città.
Le fonti coeve all’evento sismico, ricordano che la scossa avvenne il 25 luglio del 1365, senza specificarne gli effetti. La fonte cronologicamente più vicina che riporta informazioni sui danni, è la cinquecentesca cronaca del Ghirardacci, dove l’unica data che precede le notizie relative al terremoto è il 7 aprile del 1365. Tuttavia, tra questo preciso riferimento cronologico e l’indicazione dell’ora e degli effetti della scossa, sono riportate altre notizie relative alla città di Treviso. Considerato lo scarto di alcuni mesi riguardo l’accadimento della scossa e l’ambiguità della fonte riguardo alla data, è ragionevole riferire la descrizione degli effetti fornita dal Ghirardacci alla scossa del 25 luglio.
Ghirardacci, ripreso poi da cronisti dei secoli successivi, ricorda che crollarono e furono danneggiati molti edifici pubblici e privati; in particolare specifica che crollarono ("rovinarono") tre case della famiglia Lambertini, e morirono quattro persone di questa famiglia; crollò la beccaria di Rolandino Gurini. La torre dei Confortati in via dei Bagnaroli, attuale via San Benedetto XIV, fu così gravemente danneggiata fino alle fondazioni, che le autorità civili bolognesi decisero di abbassarla per evitare che crollasse sulle vicine case della famiglia dei Sabbadini; la chiesa di San Michele dei Leprosetti, nell’attuale piazza S.Michele, necessitò di restauri; crollò la parte posteriore della chiesa di S.Maria del Carrobbio, non più esistente e situata nella piazza del Carrobbio, attuale piazza della Mercanzia; molti edifici in zona Saragozza e Lame furono danneggiati.
"Il Tremuoto nell'anno 1365. così orribile sentir si fece,che tutte le Castella del Bolognese furono in ispavento e dolore. A questo oggetto Ajmerico indisse per tutta la Diocesi fervide preci, le quali durarono finche cessarono le scosse del Tremuoto, e le innondazioni pure dei fiumi usciti in alta maniera dai loro letti." (Monteforti, Storia della Città di Cento composta nel 1765- tomo I carte 83v-84r)
domenica 5 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 luglio 1810 veniva inaugurato a Bologna il teatro "Arena del Sole".
L'Arena del Sole, luogo dato agli spettacoli diurni, secondo l'iscrizione che ne sovrasta l'ingresso, fu costruita per iniziativa di Pietro Bonini, commerciante di pellame, come teatro all'aperto in muratura. Sorgeva nell'area del cinquecentesco convento delle monache Domenicane di S. Maria Maddalena, abbandonato in seguito alla soppressione delle corporazioni religiose durante l'occupazione napoleonica di Bologna. Ancora oggi permangono alcune parti originarie dell'antico convento, quali il chiostro, utilizzato durante l'estate per iniziative spettacolari. La sua architettura era di ispirazione neoclassica, antagonista a quella barocca ritenuta classista, in applicazione dell'ideologia giacobina che assegnava al teatro un ruolo cruciale nell'educazione culturale e politica del popolo.
Per tutto l'Ottocento e per la prima parte del Novecento l'Arena fu meta ambita dalle grandi compagnie durante il periodo che da Pasqua arrivava alla fine di settembre. Per citare solo alcuni tra i grandi interpreti che ne hanno calcato il palcoscenico: Tommaso Salvini, Eleonora Duse, Giovanni Emanuel, Irma Gramatica,Ermete Zacconi, Ermete Novelli, Ruggero Ruggeri, Dina Galli, Virginia Marini, Lyda Borelli, Ettore Petrolini, Maria Melato, Paola Borboni, Marta Abba, Renzo Ricci. A partire dal 1916 il teatro si dotò di coperture smontabili, via via sempre più perfezionate, che permisero lo svolgimento di una programmazione invernale, anche cinematografica. La proiezione di film si intensificò negli anni 30, avvisaglia di quella drastica trasformazione del teatro in cinema nel 1949. Nel 1984 il Comune di Bologna acquista l'immobile. Il teatro ospita provvisoriamente due stagioni teatrali, 1984/85 e 1985/86, sotto la direzione artistica di Yuri Lyubimov, e poi, dal 1986, grazie all'impegno del Comune stesso e della Regione Emilia Romagna, ha inizio la radicale ristrutturazione che lo ha portato nel 1995 a rinascere a nuova vita sotto la direzione di Nuova Scena-Teatro Stabile di Bologna: da quella Nuova Scena ha prodotto circa 70 allestimenti e ospitato circa 1000 spettacoli per un totale di oltre 1 milione 500 mila spettatori.
martedì 21 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 21 aprile 1945, prima tra le grandi città del nord, Bologna viene liberata dai tedeschi nell'offensiva delle truppe alleate.
Già la mattina precedente, il 20 aprile, il battaglione “Goito” muove all’attacco di Poggio Scanno ed il plotone arditi che lo precede per “pulire” la strada raggiunge l’obiettivo e lo conquista, ma nidi di mitragliatrici nascoste seminano la morte fra il reparto. Gli altri reparti del Gruppo, divisi in diverse colonne per superare più facilmente gli ostacoli opposti dal terreno, respingono ed aggirano gli elementi ritardatari nemici. Il numero dei prigionieri e l’entità del bottino di guerra aumenta continuamente e tutte le colonne procedono cercando di raggiungere ad ogni costo il nemico. Il IX e il Goito si ritrovano a Botteghino di Zocca. Il battaglione “L’Aquila” raggiunge, lungo la valle dell’Idice, Fornace del Gobbo, catturando prigionieri, armi e materiali; scavalca poi le alture tra le due valli, passa in valle Zena per sostenere il IX ed il “Goito. Il battaglione “Piemonte”, autotrasportato, raggiunge S. Benedetto del Querceto. Anche il 68° reggimento attacca, superando vasti campi minati e proteggendo la destra del Corpo d'armata. Alla sera giungono le congratulazioni del Generale Keyes per la conquista di monte Armato e Poggio Scanno; nonché gli ordini per il giorno 21, nel quale il Gruppo “Legnano” deve conquistare monte Calvo, tenere il contatto con la 34° divisione e col X Corpo d’Armata, tagliare la strada ad oriente di Bologna, attaccare da est le difese della città e presidiarla nella parte corrispondente al suo settore d’azione. Per avanzare più rapidamente, i reparti vengono autorizzati a portare soltanto armi e munizioni. Le truppe marciano e combattono senza posa da 48 ore e sono esauste; ma la certezza della vittoria mette le ali ai piedi dei soldati. I Bersaglieri del “Goito” e gli arditi del IX reparto muovono all'alba, raggiungendo monte Calvo alle ore 7, superano il Savena senza incontrare resistenza ed alle ore 9,30 entrano, finalmente, a Bologna, dove la popolazione li accoglie con commoventi manifestazioni di giubilo e di riconoscenza. Gruppi partigiani hanno intanto già preso possesso dei principali edifici pubblici (Prefettura, Questura, Comune, Carcere, Caserme) e controllano le strade del centro.
Come era successo a Montecassino, ai polacchi viene chiesto di regolare per primi e per l’ennesima volta i conti col nemico. Durante un incontro tra il generale Anders e il generale Clark, nuovo comandante delle armate alleate in Italia, si discute della possibilità che siano i soldati polacchi a liberare Bologna. Sul via libera del generale americano influisce la volontà di risarcire un corpo di spedizione che ha pagato duramente la sua partecipazione alla campagna d'Italia e che vede il suo paese in gran parte occupato dall'esercito sovietico. A loro insaputa però i tedeschi di Von Sengen rinunciano ad asserragliarsi a Bologna. Nella notte tra il 20 e il 21 aprile l'esercito tedesco abbandona le linee alla periferia della città e inizia una rapida ritirata verso il Po. Le truppe e gli automezzi tedeschi transitano da porta Mazzini, ma evitano di entrare nel centro storico, minacciato dalle bande partigiane. Assieme ai soldati tedeschi fuggono dalla città molti dei collaboratori fascisti.
Quando sfilano i Bersaglieri del Goito i polacchi sono già in città da tre ore e molti hanno già regolato il conto coi pochi tedeschi trovati. Il II Corpo polacco entra per primo a Bologna alle 6 del mattino, accolto con entusiasmo dalla popolazione. La bandiera polacca viene issata sul balcone del Palazzo municipale e poi sulla Torre degli Asinelli.
Nella tarda mattinata dal balcone di palazzo d'Accursio si affacciano il presidente del CLN regionale Antonio Zoccoli, il prefetto Gianguido Borghese e il nuovo sindaco designato Giuseppe Dozza. L'ex podestà fascista Mario Agnoli, intervenuto per passare le consegne alla nuova amministrazione, viene lasciato libero di allontanarsi dal palazzo comunale sotto la protezione di padre Casati e verrà ospitato per qualche tempo nel convento domenicano.
giovedì 19 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La sera del 19 marzo del 2002 un commando di Brigate Rosse uccide il professor Marco Biagi, giuslavorista, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni (compreso il titolare del dicastero in quel momento, Roberto Maroni), amico di Prodi e di Treu, padre del Libro Bianco sul Lavoro del Governo Berlusconi ma anche tra gli autori del Patto sul Lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D'Antona). L'omicidio viene compiuto a Bologna, con la stessa arma del delitto D'Antona, e nei giorni successivi è rivendicato dalle Br prima con una telefonata al Resto del Carlino e poi con un farneticante documento inviato a un'agenzia on line di Caserta.
Biagi, arrivato in stazione in treno da Modena, dove insegnava Diritto del lavoro, prende la sua bicicletta per far ritorno a casa, in via Valdonica 14. Davanti al portone, alle 20,10 - secondo quanto riferiranno succesivamente alcuni testimoni dell'omicidio - lo attendono almeno tre persone: una è a viso scoperto, due indossano caschi integrali e fuggiranno poi a bordo di un motorino. A colpire, sarà la mano di un solo killer: sei colpi di arma da fuoco, sparati con una pistola semiautomatica - così stabilirà l'autopsia - di cui uno mortale all'altezza del collo. Mentre Biagi cade a terra gravemente ferito - colpito al torace, al capo e a un braccio - l'assassino viene visto avvicinarsi alla vittima per il colpo di grazia.
Il 28 giugno del 2002, il quotidiano la Repubblica pubblica cinque lettere o e-mail dell'economista. Dentro c'è tutta la disperazione di un uomo che si sente abbandonato proprio dalle persone per le quali lavorava.
Il Ministero dell'Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, solo pochi mesi prima dell'attentato, aveva privato Marco Biagi della scorta, da lui richiesta proprio per timore di attentati da parte di componenti appartenenti all'estremismo di sinistra.
Una volta tolta, Biagi, tramite lettere scritte a diverse personalità politiche, ne fece nuovamente richiesta visto anche il perdurare delle minacce ricevute, ma questa non gli fu accordata. I brigatisti stessi ammisero che avevano deciso di colpire proprio Biagi in quanto poco protetto.
Il 30 giugno 2002, il Corriere della Sera (e il Sole 24 Ore), pubblica una chiacchierata tra l'allora Ministro dell'Interno, Claudio Scajola, ed alcuni giornalisti che seguono il ministro in visita ufficiale a Cipro.
« A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull'articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro Bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C'è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza. »
A causa delle polemiche suscitate da queste affermazioni, il 3 luglio 2002, Scajola rassegnò le sue dimissioni, al suo posto venne nominato Giuseppe Pisanu.
Il barbaro assassinio di Marco Biagi si iscrive in una storia lunga che segue alla sconfitta dei movimenti terroristici nel nostro paese e annovera tra le sue vittime innocenti Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona.
Un anno dopo l'omicidio, nel registro degli indagati della Procura di Bologna viene iscritto il nome della brigatista Nadia Desdemona Lioce, accusata di attentato per finalità terroristiche o di eversione. La svolta nell'inchiesta arriva dopo una sparatoria sul treno Roma-Firenze. Il 3 marzo 2003 due terroristi delle Br ricercati anche per l'assassinio di D'Antona vengono fermati dalla polizia. Nella sparatoria, uno di loro, Mario Galesi, 37 anni, muore, insieme all'agente Emanuele Petri. L'altra brigatista, Nadia Desdemona Lioce, 43 anni, viene arrestata. Si sospetta che sia coinvolta nell'omicidio di Biagi. Anche Galesi, per gli inquirenti bolognesi, avrebbe fatto parte del gruppo che organizzò e mise in atto l'agguato a Marco Biagi: un supertestimone, che all'epoca tracciò un identikit preciso del terrorista, lo avrebbe riconosciuto come l'uomo che si aggirava in zona alcuni giorni prima l'omicidio del professore, col fare tipico di chi è intento a fare un sopralluogo. Ancora da ricostruire con precisione il ruolo della Lioce, anch'essa riconosciuta a Bologna da alcuni testimoni in seguito alle foto diffuse dopo l'arresto. Uno di questi sarebbe ritenuto particolarmente attendibile dagli investigatori. Anche la donna potrebbe aver partecipato ai sopralluoghi, o essere stata presente sul posto la sera dell'agguato, a coprire le spalle ai killer, mentre viene escluso che fosse in città dopo il fatto.
Nel processo di primo grado, il 1º giugno 2005, la Corte d'Assise di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condanna a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove BR: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini.
Il 6 dicembre 2006, la Corte d'assise d'appello, conferma in secondo grado l'ergastolo per Diana Blefari Melazzi, Roberto Morandi, Nadia Desdemona Lioce e Marco Mezzasalma, riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Simone Boccaccini, riconoscendogli le attenuanti generiche.
Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l'8 dicembre 2007, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione di Bologna, conferma il verdetto emesso in secondo grado rendendo definitive le condanne ai brigatisti responsabili, tranne che per Nadia Desdemona Lioce, che non aveva presentato ricorso in cassazione, e per Diana Blefari Melazzi, per la quale decise di annullare la sentenza ritenendo necessario un esame delle condizioni psichiche della donna, richiesto dai suoi difensori. Le venne così diagnosticata una patologia da disturbo post traumatico da stress per il fatto di essere stata sottoposta al carcere duro del 41 bis e per lo stress della condanna in primo grado all'ergastolo. Da li in poi, la Melazzi, cominciò un lento declino depressivo che a poco a poco la fece rintanare in un universo fatto di solitudine e di rifiuto della vita ai limiti dell'autismo, con comportamenti che gli psichiatri definirono paranoici, fatti di lunghi silenzi interrotti solo da attacchi di panico che le facevano apparire ovunque complotti per il cibo avvelenato (rifiutò il cibo addirittura per 28 giorni) o per la convinzione di dover essere uccisa da Massimo D'Alema.
Ma i magistrati che dovevano giudicarla la dichiararono "in grado di stare in giudizio e di rapportarsi al processo" ammettendo "l'indubbio stato di sofferenza della Blefari" ma giudicando che quella sofferenza "derivava dallo stato di consapevolezza del processo" e che i suoi "atteggiamenti apparentemente paranoici, come il rifiuto del cibo, erano una reazione coerente al suo modo di porsi e conseguenza di un forte impatto dell'ideologia Br sulla sua personalità."
Nel nuovo dibattimento di secondo grado che seguì, il 27 ottobre 2009, venne quindi condannata all'ergastolo in via definitiva dalla Prima sezione penale della Cassazione di Bologna.
La sera del 31 ottobre, poco dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell'ergastolo, la Blefari tagliò e annodò le lenzuola del suo letto facendone un cappio con cui si impiccò nella sua cella di Rebibbia.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nel carcere di massima sicurezza Le Costarelle di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.
mercoledì 11 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La mattina dell'11 marzo 1977 a Bologna, in seguito a un contrasto sorto nell'Istituto di Anatomia fra alcuni militanti del movimento e il servizio d'ordine di Comunione e Liberazione, i giovani del gruppo cattolico si barricano all'interno di un'aula, invocando l'intervento delle forze di polizia. Appena giunti sul posto, i carabinieri si scagliano contro gli studenti di sinistra intenti a lanciare slogan. La carica fa subito salire la tensione. Nel corso degli scontri successivi, che interessano tutta la zona universitaria, Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, viene raggiunto da un proiettile mentre sta correndo, insieme ai suoi compagni, per cercare riparo. Muore sull'ambulanza, durante il trasporto in ospedale. Alcuni testimoni riferiranno di aver visto un uomo, poi identificato nel carabiniere ausiliario Massimo Tramontani, esplodere vari colpi, in rapida successione, poggiando il braccio su un'auto per prendere meglio la mira. Lo sparatore, arrestato agli inizi di settembre e scarcerato dopo circa un mese e mezzo, sarà in seguito prosciolto per aver fatto uso legittimo delle armi.
Quando si diffonde la notizia dell'assassinio, migliaia di persone affluiscono all'Università. Dopo che il corteo, partito nel pomeriggio, viene disperso da violente cariche, una parte dei manifestanti occupa alcuni binari della stazione ferroviaria, scontrandosi con la polizia, mentre altri si dirigono verso il centro della città e sfogano la propria rabbia anche infrangendo le vetrine dei negozi. Le iniziative di protesta dei giorni successivi sono duramente represse. Numerosi i fermi e gli arresti. Finiscono in carcere, tra gli altri, i redattori di Radio Alice, emittente dell'area dell'Autonomia Operaia chiusa dalla polizia armi alla mano. I fatti di Bologna caricano di tensione l'imponente corteo nazionale contro la repressione che si svolge il 12 marzo a Roma. Bottiglie molotov vengono lanciate contro sedi della DC, comandi di carabinieri e polizia, banche, ambasciate. Gli scontri nelle strade sono violenti, e in alcuni casi si svolgono a colpi di arma da fuoco.
Ai compagni, ai familiari e agli amici di Lorusso si impedisce intanto di svolgere il funerale in città e di allestire la camera ardente nel centro storico, mentre il contatto ricercato dai militanti del movimento con i Consigli di Fabbrica e la Camera del Lavoro è reso difficile dalla posizione intransigente assunta dalle organizzazioni della sinistra storica. La frattura con il PCI raggiunge il suo apice nella manifestazione contro la violenza, organizzata per il 16 marzo a Bologna dai sindacati confederali, con la partecipazione, tra gli altri, della DC, partito che il movimento aveva indicato quale principale responsabile dell'assassinio. In quell'occasione al fratello di Francesco fu vietato l'intervento dal palco.
Una lapide commemorativa è stata posta in corrispondenza del luogo ove lo studente cadde colpito a morte, in via Mascarella 37 a Bologna. Il testo della lapide recita:
« I compagni di Francesco Lorusso qui assassinato dalla ferocia armata di regime l'11 marzo 1977 sanno che la sua idea di uguaglianza di libertà di amore sopravviverà ad ogni crimine.
Francesco è vivo e lotta insieme a noi. »
Oltre trent'anni dopo la morte di Francesco Lorusso, il 18 marzo 2007 il fratello Giovanni ha incontrato ed abbracciato Massimo Tramontani. L'incontro è avvenuto in seguito al ritrovamento da parte di Giovanni Lorusso di una lettera indirizzata al padre, ex generale in pensione deceduto nell'agosto 2006, scritta da Tramontani, nella quale chiedeva un incontro.
Quasi coetanei, quasi colleghi di lavoro, entrambi sposati, entrambi con figli che hanno più o meno l´ultima età che ebbe Francesco, entrambi impegnati in due diversi itinerari spirituali: due vite parallele e speculari. «È il momento che ho immaginato per anni», cerca le parole Massimo. Ce n´è una, di parole, che galleggia nell´aria, che attende di essere convocata. Quella parola è "perdono", ma entrambi si accorgono, quasi sorpresi, di non averne bisogno. «Il perdono è solo di Dio», dice Giovanni, «e poi se io ora dicessi ‘ti perdono´, vorrebbe dire che finora ti ho pensato colpevole. Invece non è così. Quel giorno è stata sconvolta la vita di Francesco, ma anche la tua. Non sei stato tu il vero colpevole». Tramontani annuisce, comprende bene il senso di queste parole. C´è un senso storico, perché Tramontani ricorda certo di avere sparato, ma non ha mai avuto la certezza che in quel fumo fitto sia stato proprio lui a colpire, o se fu invece qualcun altro che quel giorno vicino a lui forse sparò, chi può dirlo, nessuno può dirlo, Tramontani stesso dice di non saperlo, comunque nessun giudice fu messo in grado di deciderlo, per quel regalo avvelenato del proscioglimento per «uso legittimo delle armi». Ma non è di questo che si parla quel giorno nel silenzio del convento. In realtà quando Lorusso dice «non sei il vero colpevole» non pensa alle verità giudiziarie, pensa soprattutto alle dure morali della storia, alle responsabilità di chi aveva il potere di assumersele. Pensa a chi allora mise due ragazzi contro, due che non si conoscevano e non si odiavano, e lasciò, oppure volle, oppure mise in conto che uno ammazzasse l´altro; e ci fu anche chi, dopo, dannò la memoria di Francesco per salvare la propria. Giovanni ci pensa ancora qualche istante, e conclude: «Il nostro è un incontro fra due vittime».
martedì 24 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 febbraio 1530 Carlo V fu incoronato a Bologna come Imperatore del Sacro Romano Impero, una cerimonia simbolica, dato che di fatto era da tempo monarca incontrastato di buona parte dell'Europa.
Fin dalle prime luci del mattino, un allegro scampanio aveva destato la città.
Un avvenimento glorioso stava per compiersi: nella Basilica di San Petronio, papa clemente VII avrebbe incoronato Carlo V imperatore. Ben presto una gran folla riempì la Piazza Maggiore. Le finestre, i balconi e persino i tetti delle case erano stracarichi di gente.
Un colossale ponte di legno, coperto di stoffe preziose, scendeva dolcemente da una finestra del Palazzo Comunale fin verso il centro della piazza; poi, fatta un’ ampia curva, entrava nella Basilica dalla porta maggiore. Alle otto del mattino, il corteo papale scende per il ponte. Sfilano le autorità bolognesi, con ricchi vestiti e mantelli. Seguono quaranta arcivescovi e vescovi, tutti i cardinali e un gran numero di canonici e sacerdoti. Infine, sotto il baldacchino, avanza lentamente il Sommo Pontefice con la tiara in capo e i preziosi abiti pontificali, portati in sedia dorata dei valletti.
Subito dopo scende il corteo dell’Imperatore. Davanti sono i paggi, i cavalieri, i duchi e i baroni. Seguono i quattro Grandi Principi dell’Impero: uno reca lo scettro, l’altro il globo, il terzo la spada e l’ultimo la corona. Finalmente, ecco, l’Imperatore, con un prezioso mantello e la corona ferrea in capo. Il giovane Carlo avanza fiero, accompagnato dai più alti ufficiali dei suoi eserciti.
Era appena passato l’Imperatore, quando un forte strepito provocò un attimo di terrore. Il tavolato del ponte, forse male inchiodato si ruppe sotto il peso della grande moltitudine. Nella disgrazia molte persone perdettero la vita, ma il momento era tanto solenne che la cerimonia non venne interrotta. I morti e i feriti furono subito portati via e il ponte accomodato alla meglio.
Nella Basilica, tra canti sacri e profumo d’incenso, Carlo V indossati gli abiti per la cerimonia, raggiunse il Pontefice sull’altare maggiore. Durante la Messa solenne, il Papa fece inginocchiare davanti a sé il Sovrano e gli consegnò prima la spada, poi lo scettro e il globo, e da ultimo gli pose sul capo la corona imperiale. Allora squillarono le trombe e rullarono i tamburi, mentre sulle piazze tuonavano le artiglierie, annunciando ai lontani il glorioso avvenimento.
Compiuta la cerimonia, il Papa e l’Imperatore uscirono dalla Basilica per una grande cavalcata attraverso le vie della città, ornate di bandiere e archi trionfali. Lo sfarzoso corteo era preceduto dal Gran Cerimoniere, che gettava al popolo monete d’oro e d’argento, che furono appositamente coniate dalla zecca bolognese per questo evento. Il valore di queste monete è oggi altissimo, sia per l'eccezionalità del conio (monete emesse dedicate a un re straniero), sia per l'esiguo numero di pezzi esistenti. Alcune di queste monete sono visibili nella collezione Palagi presso il museo civico bolognese, ma la maggior parte di esse appartiene a collezioni private. Per dare un'idea del valore, si pensi che nel 75 a Basilea un mezzo ducato d'oro fu battuto a 12 milioni di lire (di allora!), e un reale d'argento a 2 milioni.
domenica 8 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 febbraio 1807 nacque a San Pietro in Casale (BO) Luigi Calori.
Laureato a Bologna nel 1829, si dedicò agli studi anatomici sotto la guida di Antonio Alessandrini e di Francesco Mondini. Nel 1830 divenne Prodissettore e nel 1831 venne nominato Dissettore Principale Stabile nel laboratorio di Anatomia umana dell’Università di Bologna. Nel 1835 ottenne l’incarico dell’insegnamento di Anatomia pittorica presso l’Accademia di Belle Arti che mantenne per un decennio. Nel 1844 gli fu assegnata la cattedra di Anatomia succedendo al maestro Francesco Mondini che resse per ben 52 anni, fino al giorno della sua morte. Molte le cariche accademiche e scientifiche ricoperte in questa lunghissima carriera: Presidente della Facoltà medica negli anni 1869-1872 e 1882-1885; Magnifico Rettore dell’Università negli anni 1876 e 1877; socio onorario dell’Accademia delle Scienze dal 1836 e Presidente della Società Medica Chirurgica nel 1856 e nel 1888. L’opera scientifica del Calori è stata poderosa, con argomenti di ricerca i più disparati e rivolti ad ogni settore della morfologia classica: dall’anatomia normale a quella patologica ed in specie alla teratologia; dall’anatomia comparata all’antropologia. L’attività didattica di Luigi Calori è documentata, oltre che da un chiaro atlante di anatomia sistematica, dall’enorme quantità di preparazioni di morfologia normale, patologica e comparata. Nel vasto nuovo capitolo della teratologia Calori può essere considerato l’iniziatore di una nuova scuola che avrà come massimo esponente l’allievo Cesare Taruffi. In questa materia egli seppe dare un apporto innovativo per l'epoca decidendo che il caso clinico da lui studiato diventasse immediatamente reperto storico e venisse inserito nelle bacheche del suo Museo. Per questo, avvalendosi del ceroplasta Cesare Bettini, faceva plasmare in cera un modello che riproducesse il caso, poi eseguiva un’accurata dissezione e faceva riprodurre in disegno dallo stesso Bettini i più interessanti aspetti anatomici. Calori ha lasciato numerosissimi, preziosi, preparati e modelli che riempiono i musei universitari di anatomia normale, patologica e comparata. Una sua raccolta di teschi (più di duemila), datati dal medioevo all’età contemporanea, è conservata nelle teche del corridoio d’ingresso degli Istituti di Anatomia, in via Irnerio 48 a Bologna.
Umberto I di Savoia lo nominò commendatore dell’ordine Mauriziano, in occasione della cerimonia promossa dall’Accademia delle Scienze per onorare i suoi cinquanta anni di insegnamento. Era insignito inoltre delle onorificenze di: Cavaliere e Commendatore della Corona d'Italia, Cavaliere della Guadalupa del Messico, Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia.
Nel 1885, quando l'anatomico era ancora in vita, gli fu dedicata la Piazza Maggiore del paese natio, che da allora divenne Piazza Calori.
Morì a Bologna nel 1896.
martedì 28 ottobre 2025
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Buongiorno, oggi è il 28 ottobre.
Il 28 ottobre 1891 nacque a Genova Giacomo Lercaro.
Compì studi biblici, patristici e liturgici al Seminario arcivescovile, dove insegnò dopo l' ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1914 e gli anni del conflitto mondiale, durante i quali fu Cappellano militare.
Prevosto della parrocchia di Maria Immacolata dal 1937, durante il periodo dell'occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale, si prodigò a favore dei perseguitati, tanto che dovette rifugiarsi, sotto uno pseudonimo, in una casa religiosa: qui scrisse "I metodi dell' orazione mentale", un volume tradotto in diverse lingue. Nel dopoguerra fondò nella sua città un istituto di teologia per laici.
Nel dicembre del 1946 fu nominato Prelato domestico di Sua Santità e nel Concistoro del 10 marzo 1947 preconizzato da papa Pio XII Arcivescovo di Ravenna. Il motto che scelse "Mater mea, fiducia mea" rispecchia il riferimento costante del suo episcopato (ravennate prima, bolognese poi): l' intensa devozione a Maria. Dopo l'alluvione del Polesine nel 1951, accolse nella sua casa alcuni ragazzi senza tetto che lo seguirono anche a Bologna; fu questo il primo germe dell' Opera "Madonna della fiducia" per i giovani studenti italiani ed esteri.
Il 19 aprile 1952 papa Pacelli lo trasferì alla sede metropolitana di Bologna e il 12 gennaio 1953 fu creato e pubblicato cardinale. Egli individuò come fulcro della vita cristiana la Santa Messa e da qui scaturì anche il suo lavoro episcopale che, oltre alle iniziative spiccatamente religiose come la missione mariana del 1954, la missione triennale sulla Messa 1962-65, la visita pastorale e i piccoli sinodi, ne annoverò moltissime altre di generi diversissimi: il Villaggio per i giovani sposi, la Consulta per l' apostolato dei laici, il Centro studi per l' architettura sacra, il Centro di documentazione per le scienze religiose, le opere sociali e assistenziali per gli operai, il carnevale dei bambini. Furono 34 le parrocchie di periferia da lui volute per rispondere all'ampliamento urbano. Fu anche un indiscusso protagonista del Concilio Vaticano II, prima come animatore e moderatore della Commissione liturgica, poi come Moderatore del Concilio e Presidente del "Consilium ad exsequendam constitutionem liturgicam".
Il 5 maggio 1956 inaugurò, insieme a Padre Pio da Pietrelcina l'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza" e nell'aprile del 1957 prese parte ai festeggiamenti in onore della patrona di Castrocaro, la Beata Vergine dei Fiori.
Cittadino onorario di Bologna dal 1966, consegnò il Vangelo agli amministratori della città. Il 12 febbraio 1968 lasciò la cattedra di San Petronio senza però abbandonare la scena ecclesiastica: infatti, fu Legato di Paolo VI al Congresso Eucaristico Internazionale di Bogotà e, fino al 1973, svolse un'intensa opera evangelizzatrice in Italia ed all'estero. Costretto al riposo dal 1974 a causa delle precarie condizioni di salute, si è spento a Bologna il 18 ottobre 1976.
mercoledì 12 marzo 2025
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Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Alle 23,15 del 12 marzo 1977 a Bologna la polizia sfonda la porta di Radio Alice che, grazie alla presa diretta con le telefonate dei compagni che vi partecipano, ha assicurato una straordinaria copertura degli scontri degli ultimi due giorni. L’irruzione, armi in pugno e giubbetti antiproiettile, come se fosse un covo brigatista, si conclude con la devastazione delle strutture e l’arresto dei 5 ragazzi presenti, che sono selvaggiamente picchiati nei locali della Mobile. L’ultima voce di radio Alice è: “Sono entrati, siamo con le mani alzate”.
Nella notte tra il 13 e il 14 marzo scatta invece il blitz militare voluto da Cossiga, ministro degli Interni. Ecco la ricostruzione del Resto del Carlino in uno speciale del 2010:
"SBUCARONO insieme, da una strada e dall’altra, in uno stridore di cingoli, i fari in ispezione, le sagome tozze, gigantesche e massicce come mostri della notte. «I carrarmati», urlò qualcuno, e la voce si spinse lungo i portici, qua e là, nelle vie della zona universitaria e tutt’intorno. «I carrarmati dei carabinieri», puntualizzò da chissà dove un anonimo solista, in una Bologna sconvolta dal sangue e dalla rabbia. Era il buio tra il 13 e il 14 marzo 1977, le vie del centro, con le vetrine frantumate, le auto ruote all’aria e i cassonetti strategicamente utilizzati come grandi scudi metallici, mostravano i segni di tre giorni di battaglia, e le scritte sui muri ribadivano flash di odio e promesse di vendetta."
Veniva da lontano, l’ordine di affidare ai blindati dell’Arma il compito di spegnere la rivolta degli studenti dell’Autonomia, impegnati in una durissima guerriglia urbana prima contro Comunione e Liberazione, poi in una serie di scontri con le forze dell’ordine, culminati con la morte dello studente Francesco Lorusso. In quel caotico succedersi di focolai di violenza si era inserito l’ultimo, drammatico episodio: l’assalto a un’armeria di via de’ Castagnoli con l’inquietante grisbì di 90 fucili e di un adeguato corredo di pistole. A cosa sarebbero dovute servire quelle armi?
Fu allora che Francesco Cossiga, ministro dell’Interno, decise per le maniere forti. Il ‘Carlino’ uscì per primo con la notizia dell’entrata in azione dell’esercito. Era stato lo stesso ministro, a volerlo, per scoraggiare i rivoltosi. «Direttore, faccio intervenire i blindati dell’Arma: se crede, pubblichi la notizia», disse al telefono al direttore Franco Di Bella. E allora Roberto Canditi, il collega che aveva già raccontato le cronache degli scontri dovette cambiare l’inizio dell’articolo. «I carri armati all’Università», sparava il titolone. A mezzanotte le prime copie erano già nelle edicole.
Ed eccoli, alle quattro, nel buio della notte, i mostri d’acciaio tra libri, facoltà e biblioteche. Ma fu un’avanzata quasi nel deserto, perché buona parte degli studenti, spaventati, avevano preferito mettersi al sicuro. Così andò in scena lo spettacolare clou di una brutta striscia di sangue cominciata la mattina dell’11 con un ‘innesco’ banale: un’assemblea di Comunione e Liberazione in un’aula universitaria, contestata da alcuni della sinistra extraparlamentare, in arrivo da ‘Medicina’. Il servizio d’ordine di Cl respinse l’attacco, qualcuno avvertì le forze dell’ordine e il fuocherello della rabbia divenne incendio.
SCONTRI, fughe, cariche, molotov e lacrimogeni, slogan e fuggi fuggi. C’erano polvere, fumo e rabbia, nell’aria, quando una molotov incendiò il telone dell’autocarro di testa di una colonna dei carabinieri. E nel chiarore di quel falò il giovane autista Massimo Tramontani, stese il braccio armato sul supporto di un mezzo in sosta e fece fuoco. E lì, tra spari a più mani, molotov, spranghe, urla, slogan, cariche e agguati, lo studente Francesco Lorusso cadde senza vita, in via Mascarella. Il sangue ricaricò la rabbia e diede il via a cortei, ad altre cariche e a nuove occupazioni. In quel clima scese la sera, e in quel clima, su disposizione di Cossiga, i cingolati chiesero strada qualche notte dopo. E nella luce del nuovo giorno, nelle rabbiose scritte sui muri, la C di Cossiga, divenne una K.
mercoledì 29 gennaio 2025
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Buongiorno, oggi è il 29 gennaio.
Il 29 gennaio 1944 il Teatro Anatomico dell'Archiginnasio di Bologna viene quasi completamente distrutto durante un bombardamento della città.
La sala, chiamata Teatro per la caratteristica forma ad anfiteatro, fu progettata nel 1637 per le lezioni anatomiche dall'architetto bolognese Antonio Paolucci detto il Levanti, scolaro dei Carracci.
Venne costruita in legno d'abete e decorata con due ordini di statue raffiguranti in basso dodici celebri medici (Ippocrate, Galeno, Fabrizio Bartoletti, Girolamo Sbaraglia, Marcello Malpighi, Carlo Fracassati, Mondino de' Liuzzi, Bartolomeo da Varignana, Pietro d'Argelata, Costanzo Varolio, Giulio Cesare Aranzio, Gaspare Tagliacozzi) e in alto venti dei più famosi anatomisti dello Studio bolognese.
Il soffitto a cassettoni, realizzato nel 1645 da Antonio Levanti, è decorato con figure simboliche rappresentanti quattordici costellazioni e al centro Apollo, nume protettore della medicina.
La cattedra del lettore, che sovrasta quella del dimostratore, è fiancheggiata da due statue dette "Spellati", scolpite nel 1734 su disegno di Ercole Lelli, famoso ceroplasta dell'Istituto delle Scienze. Sopra al baldacchino una figura femminile seduta, allegoria dell'Anatomia, riceve come omaggio da un putto alato non un fiore, ma un femore.
La sala anatomica ha subito gravissimi danni nel bombardamento che il 29 gennaio 1944 distrusse quest'ala dell'edificio ed è stata ricostruita nell'immediato dopoguerra riutilizzando le sculture lignee originali, fortunatamente recuperate dalle rovine.
La scelta del tema astrologico per il soffitto a cassettoni risale alla tradizione di consultare gli astri prima di procedere alle operazioni o di somministrare farmaci, secondo una concezione della medicina che risente dell'influsso esercitato in tutt'Europa dalla scienza diffusa dagli Arabi fin dai tempi della conquista della Spagna. L'astrologia veniva associata alla medicina, ed ogni parte del corpo era posta sotto la tutela di un segno zodiacale, del resto l'Astrologia continuò ad essere materia di studio anche all'università bolognese fine a tutto il secolo XVII. La decorazione del soffitto riflette un certo modo di concepire l'uomo e la sua vita biologica in rapporto con la natura e il cosmo.
Recentemente i problemi conservativi del legno d'abete che riveste la sala hanno indotto l'Amministrazione Comunale di Bologna a programmare un intervento di restauro per la salvaguardia della struttura delle pareti e del soffitto, esteso a tutte le decorazioni e le statue, minacciate dallo scorrere inesorabile del tempo e dall'inquinamento ambientale. Alla pulitura dei legni è seguito un esame del loro stato di conservazione per procedere poi a trattamenti preventivi contro l'attacco di parassiti, disinfestazione e trattamento con sostanze antitarlo, idrorepellenti e ignifughe.
L'intervento, costato 68.000 euro, è stato finanziato in gran parte grazie ai proventi del Gioco del Lotto: il restauro del Teatro Anatomico è risultato vincitore nell'anno 2003 del concorso "Lotto per l'arte" indetto da Lottomatica, che aveva messo al primo posto questo monumento fra i tre indicati per le iniziative a favore dell'arte nella regione Emilia Romagna. Il Comune di Bologna ha potuto così ricevere un contributo di 50.000 euro.
I lavori hanno avuto una durata di sei mesi, rispettando i tempi programmati per restituire il più presto possibile alla città e ai suoi numerosissimi visitatori, dall'Italia e dall'estero, un gioiello storico ed artistico.
È ora in previsione il restauro delle gradinate, che sarà fatto dall'Associazione di volontariato "Laboratorio bolognese restauro legno".
lunedì 23 dicembre 2024
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Il 23 dicembre 1796 viene proclamata la Repubblica Cispadana.
Fu proclamata a Reggio Emilia dal congresso formato dai rappresentanti dei territori occupati dalle truppe francesi di Bologna e Ferrara, Modena e Reggio. Il congresso venne organizzato, non ufficialmente, da Napoleone, il cui esercito aveva attraversato l’Italia del nord all’inizio dell’anno e aveva necessità di stabilizzare la situazione in Italia e di riunire nuove truppe per una nuova offensiva contro l’Austria. La neonata repubblica sorella della Francia rivoluzionaria invitò gli altri popoli italiani ad unirsi ad essa e venne formata una guardia civica, composta da cacciatori e artiglieri. La Repubblica Cispadana ebbe però vita breve: dopo circa sei mesi, il 9 luglio 1797, si fuse con la Repubblica Transpadana, formando la Repubblica Cisalpina.
Non va dimenticato che i colori della bandiera italiana furono scelti proprio dal congresso della Repubblica Cispadana. La bandiera approvata in quell’occasione era un tricolore orizzontale, con strisce rosse, bianche e verdi, e con un emblema, al centro, composto da una faretra che si erge su trofei di guerra, con dentro quattro frecce che simboleggiavano le quattro province originali, all’interno di una corona di alloro.
Alla fine della primavera del 1796 Napoleone, ormai dominatore di gran parte dell’Italia settentrionale dopo le vittorie sui piemontesi e sugli austriaci, impose la sua autorità anche sui ducati di Parma e di Modena e invase lo Stato Pontificio, obbligando Pio VI ad un oneroso armistizio e alla rinuncia della sua sovranità sulle Legazioni di Bologna e di Ferrara. I francesi entrarono in Bologna il 19 giugno 1796 e, sbandierando con messaggi e proclami le nuove idee democratiche sancite dalla Costituzione dell’anno III, suscitarono i primi fermenti e le prime speranze di un migliore avvenire in una popolazione ormai abituata da secoli ad un immobilismo che, pur nel variare delle situazioni contingenti, aveva lasciato sostanzialmente inalterata la struttura socio-politica della città ed intatto il fortissimo divario economico tra il ceto abbiente e le masse popolari. Tuttavia Bologna nel suo complesso non era ancora preparata né disposta ad accogliere grosse novità; e come si era limitata a commuoversi per l’infelice sorte di Zamboni e De Rolandis, rimanendo indifferente al loro messaggio politico, così si limitò ad osservare con composta curiosità l’arrivo dei nuovi venuti. La rivoluzione francese, infatti, appariva alla massa dei bolognesi come qualcosa di molto lontano e incomprensibile, che comunque non sembrava avere alcun rapporto con il proprio sistema di vita, scandito al ritmo regolare e tranquillo delle tradizionali feste religiose, come gli «addobbi» o l’annuale discesa in città della Madonna di San Luca, e delle tradizionali divagazioni culinarie, collegate alla comparsa stagionale dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento.
Napoleone, giunto a Bologna il 20 giugno, si preoccupa subito di dare una sistemazione politica alla sua azione militare. Se in teoria si porta al seguito l’idea rivoluzionaria dell’egalité e se i suoi soldati sono entrati in Bologna al canto della Marsigliese, in pratica egli non vuole affatto dare l’avvio ad alcuna rivoluzione sociale; anzi, al contrario, mira a procurarsi l’appoggio dei ceti dirigenti. La sua politica, del resto, è perfettamente in linea con quella del Direttorio, esponente della nuova borghesia francese, preoccupata di consolidare il suo potere e di evitare ogni pericoloso ritorno all’estremismo giacobino, e perciò ben disposta ad accettare, fuori di Francia, la collaborazione e l’appoggio dei «moderati» di ogni stampo e di ogni ceto, fossero pur anche conti e marchesi. Napoleone, inoltre, ha fretta di dare un assetto politico ai territori occupati e di trovare in essi una base economica di appoggio per poter portare a termine la guerra contro gli austriaci. Evidentemente bene informato, agisce in modo deciso e coerente per la realizzazione del suo fine: ingiunge al cardinale Ippolito Vincenzi, legato di Bologna, di partire immediatamente per Roma, minacciando la vendetta repubblicana per la morte di Zamboni e De Rolandis; riceve nella sala Farnese del palazzo comunale i senatori bolognesi, li tratta con deferenza e di fronte a loro, stupiti e lusingati, esalta l’antica libertà di Bologna repubblicana, da secoli soffocata dall’autorità pontificia; dichiara solennemente di voler restituire al glorioso Senato cittadino il potere legislativo e governativo, purché sia giurata fedeltà alla Repubblica Francese e sia sottoscritto l’impegno di esercitare il potere in suo nome e alle sue dipendenze. Ma se toglie alla Chiesa l’autorità politica, dell’ autorità religiosa e morale della Chiesa intende servirsi per mantenere l’ordine sociale e in tal senso chiede l’intervento e l’appoggio della massima autorità religiosa bolognese, l’arcivescovo Gioannetti.
I bolognesi accettano con favore la nuova situazione: la nobiltà senatoriale, che aveva visto nel piano economico del cardinale Boncompagni una grave insidia ai suoi privilegi, spera di riacquistare, appoggiandosi ai francesi, la sua antica autonomia e di conservare intatto il suo predominio economico, e si adatta perciò ai nuovi formalismi democratici e ai necessari sacrifici economici pur di salvare la sostanza del suo potere; la classe media, nel proclamato superamento delle barriere di casta che prima le precludevano l’ingresso al Senato, intravede la concreta possibilità di una partecipazione politica attiva e di una conseguente crescita economica; la classe popolare, nell’esaltazione degli ideali democratici e nelle nuove mode – distruzione di stemmi gentilizi, abolizione dei titoli nobiliari, delle parrucche e del codino, passaggio dalla condizione di sudditi alla condizione di «cittadini» – avverte sia pur confusamente l’inizio di una nuova epoca, che trova il suo simbolo nell’albero della libertà innalzato in piazza Maggiore, un alto fusto decorato di festoni tricolori, dei fasci consolari e del berretto frigio dei rivoluzionari. Illustri giuristi dello Studio bolognese preparano intanto la nuova Costituzione, in cui sono fusi con apprezzabile equilibrio i principi della Costituzione francese dell’anno III con gli istituti dell’antica libertà comunale, così che il motto Libertas dello stemma di Bologna, senza perdere il suo tradizionale significato, sembra assumere una più ampia ed aggiornata dimensione.
La nuova Costituzione della Repubblica di Bologna, votata nella chiesa di San Petronio il 4 dicembre 1796 dai rappresentanti della città e del territorio, fu approvata con 454 voti favorevoli su 484 votanti. Nei giorni precedenti il testo posto ai voti era stato pubblicato e discusso dalla cittadinanza; è perciò da considerarsi, sia per il suo contenuto sia per la procedura seguita per la sua approvazione, la prima costituzione democratica della storia dell’Italia moderna.
Dopo un Te Deum di ringraziamento, le campane di San Petronio annunciarono ai bolognesi l’avvenuta approvazione della Costituzione, e in Piazza ci fu grande festa attorno all’albero della libertà. Il «Monitore di Bologna» esaltò orgogliosamente la «rigenerazione» della città, avvenuta nella concordia, senza lotte e senza spargimento di sangue; ma l’avvenimento fu visto più come un ritorno alle antiche glorie municipali che come l’inizio di una nuova era storica.
La Costituzione del 4 dicembre ebbe brevissima vita giuridica e nessuna applicazione pratica. La durata della appena nata, o rinata, Repubblica bolognese non poteva che essere effimera, legata come era alle mutevoli esigenze politico-militari del turbinoso Bonaparte, che già due mesi prima aveva fatto riunire in un convegno i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, in vista della creazione di una confederazione delle quattro città cispadane. Un nuovo congresso, riunitosi a Reggio alla fine di dicembre, diede vita alla Repubblica Cispadana, dichiarata «una e indivisibile», con capitale Bologna. L’assemblea di Reggio continuò i suoi lavori per preparare la nuova Costituzione e nella seduta del 7 febbraio 1797 approvò, su proposta del ferrarese Compagnoni, l’emblema e la bandiera della nuova Repubblica, cioè quel tricolore bianco, rosso e verde che divenne in seguito la bandiera delle lotte risorgimentali e dell’Italia unita. Al vertice dello Stato furono previsti un Direttorio di tre membri e due Consigli legislativi. Le elezioni avvennero nell’aprile del 1797 e videro una larga partecipazione degli elettori iscritti, con una percentuale che superò 1’80%; il Senato di Bologna, con un proclama in data 26 aprile 1797, firmato dal suo ultimo gonfaloniere, Gerolamo Legnani, annunciò la convocazione dei nuovi eletti e rassegnò il suo mandato. Tale atto, anche se l’effettivo trapasso dei poteri richiese ancora qualche settimana, può essere considerato la conclusione della secolare storia del Senato bolognese, avvenuta pochi mesi dopo quello che era sembrato il rilancio del suo prestigio e poco meno di tre secoli dopo la sua istituzione, risalente ai tempi di papa Giulio II.
Anche la Repubblica Cispadana ebbe vita non meno effimera della Repubblica di Bologna: nel maggio furono staccati dalla Cispadana e aggregati alla Lombardia i territori di Modena e Reggio; in compenso a Bologna e a Ferrara fu unito il territorio della ex Legazione di Forlì, al cui possesso la Chiesa era stata costretta a rinunziare con il trattato di Tolentino (19 febbraio 1797); il 9 luglio nacque la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano; il 27 luglio, infine, ebbe termine la Repubblica Cispadana e i suoi territori – Bologna, Ferrara e la Romagna – furono annessi alla Cisalpina.
martedì 12 novembre 2024
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Il 12 novembre 1989 Occhetto pronunciò il discorso che diede inizio a quella che fu chiamata "la svolta della Bolognina".
Il 12 novembre del 1989 era domenica. Dalle 11 del mattino un gruppo di partigiani si era riunito in una sala comunale in via Tibaldi 17 a Bologna per le celebrazioni del quarantacinquesimo anniversario della battaglia di Porta Lame, un episodio della Resistenza italiana combattuto in alcuni quartieri di Bologna, tra cui Lame, Bolognina e Corticella, poi inglobati nel quartiere Navile.
Achille Occhetto partecipò a sorpresa all’incontro. In sala erano presenti solo due cronisti, il primo dell’Unità, l’altro dell’Ansa. Occhetto chiese la parola e parlò per circa sette minuti per quello che doveva essere un discorso commemorativo, di circostanza. Occhetto disse che era tempo di «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i reduci e gli disse: voi avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Disse anche le parole poi diventate più celebri: era necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». Al cronista che gli chiese se le sue parole lasciassero presagire che il PCI avrebbe potuto anche cambiare nome, lui rispose: «Lasciano presagire tutto».
La “svolta”, secondo il racconto più diffuso, fu annunciata da Occhetto senza consultare il partito e questo fatto gli verrà rimproverato. Il giorno dopo l’annuncio la prima pagina dell’Unità (il direttore a quel tempo era Massimo D’Alema) titolava «Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier». Al centro si trovava l’articolo sulla “svolta della Bolognina” intitolato: “Occhetto ai veterani della Resistenza: «Dobbiamo inventare strade nuove»”.
Della “svolta” si discusse ufficialmente il 13 novembre in segreteria del PCI e per altri due giorni in Direzione. Il tutto venne però rinviato al Comitato Centrale, che si aprì il 20 dello stesso mese. In quei giorni iniziarono comunque a delinearsi le diverse posizioni all’interno del PCI: da una parte quella che potremmo definire “la destra” del partito, fedele a Occhetto, e dall’altra parte “la sinistra” che assunse un iniziale atteggiamento di prudenza. Almeno fino al rientro da Madrid di Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, che dichiarò: «Non sono d’accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale». Tra i militanti, nel frattempo, la svolta era stata accolta con rabbia, proteste e in modo piuttosto drammatico. Palombella Rossa, film del 1989 di Nanni Moretti, raccontò a modo suo quella fase.
Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma in via delle Botteghe Oscure. I suoi 300 membri discussero della svolta per cinque giorni (venendo accolti da 200 militanti in protesta). Nella sua relazione introduttiva Occhetto affermò di «condividere il tormento» dei compagni, ma chiese: «Fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?». Da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri partiti di sinistra (la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. Occhetto chiuse avvertendo però che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da quel momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche chiamato come il “dibattito sulla Cosa”. Nanni Moretti ci girò un documentario, intitolato appunto La Cosa, raccontando le discussioni – senza alcun commento – all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano proprio nei giorni successivi alla proposta di Occhetto.
Il Comitato Centrale si concluse il 24 novembre con il voto di 326 membri su 374: i sì furono 219, i no 73 e gli astenuti 34. Il Comitato Centrale assunse la proposta del segretario «di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma allo stesso tempo accettò la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi. Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo del 1990. Le mozioni discusse furono tre: quella del segretario Achille Occhetto; quella firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; quella proposta da Armando Cossutta, simile alla seconda. Vinse la mozione di Occhetto con il 67 per cento delle preferenze: Achille Occhetto venne riconfermato segretario e pianse.
L’ultimo congresso del PCI si aprì il 31 gennaio del 1991 a Rimini (nel frattempo, alle elezioni regionali del 6 maggio del 1990 il PCI ottenne solo il 23,4 per cento a fronte del 33,4 per cento della Dc. Anche le iscrizioni furono in calo). «Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare»: così iniziò l’ultimo discorso di Achille Occhetto come segretario del PCI. «Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia». La relazione di Occhetto durò due ore, fu appoggiata, tra gli altri, da Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino. E vinse di nuovo: il 3 febbraio di quell’anno nacque il Partito Democratico della Sinistra. Il simbolo era una quercia; falce e martello comparivano in piccolo alla base del tronco della quercia. Occhetto divenne il primo segretario del PDS e Stefano Rodotà venne eletto come primo presidente.
Contrari si riconfermarono Armando Cossutta, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti (fu il cosiddetto “Fronte dei no”). Un gruppo di delegati di questa opposizione decise di non aderire al nuovo partito e di dare vita a una nuova formazione politica che mantenesse nel nome la parola “comunista”: il 15 dicembre del 1991 nacque Rifondazione Comunista.
giovedì 3 ottobre 2024
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Il 3 ottobre 1954 viene consacrata la Basilica di San Petronio a Bologna, dopo più di 500 anni dalla sua costruzione.
La Basilica di San Petronio, dedicata al patrono cittadino (ottavo vescovo di Bologna dal 431 al 450), è la più grande e importante chiesa bolognese (m 132 di lunghezza, 66 di larghezza totale, 47 di altezza). La costruzione fu iniziata nel 1390 sotto la direzione di Antonio di Vincenzo. Nel 1514 Arduino degli Arriguzzi propone un nuovo modello a croce latina che avrebbe superato in grandezza la chiesa di San Pietro a Roma. Secondo la leggenda Pio IV bloccò la realizzazione di questo sogno megalomane, sollecitando i lavori per la costruzione dell'Archiginnasio. Anche la facciata rimase incompiuta. La copertura della navata maggiore e la chiusura dell'abside furono ultimate solo nel 1663 su progetto di Girolamo Rainaldi e direzione di Francesco Martini. Le navate minori vennero chiuse da muri rettilinei. Celebre fu la Cappella musicale petroniana il cui il simbolo più prestigioso è un organo tuttora funzionante, costruito attorno al 1470 da Lorenzo da Prato: il più vecchio al mondo ancora in uso. Un altro organo più recente (1596) è di Baldassarre Malamini e anche questo è funzionante nonostante i quattrocento anni di vita. Il 4 ottobre 1814 viene riaperta la cappella del SS. Sacramento, fatta restaurare da Antonio Malvezzi Campeggi su progetto di Angelo Venturoli. Nel 1894 fu aperto il Museo di San Petronio su progetto di T. Azzolini. Infine, tra le cappelle 1 - 2, 9 - 10, 13 - 14 , 21 - 22, si trovano le quattro croci di pietra che, secondo la leggenda, furono poste da San Petronio agli angoli del perimetro della città, definito nei secoli successivi il cerchio delle mura di selenite.
Giacomo Ranuzzi iniziò il rivestimento marmoreo della facciata, che non venne mai completato, nel 1538 su disegno di Domenico da Varignana. La parte terminata è decorata con opere degli scultori Jacopo della Quercia, Amico Aspertini e Alfonso Lombardi. Il portale centrale, iniziato nel 1425, è un capolavoro di Jacopo della Quercia. Sui pilastri sono rappresentate scene dell'Antico Testamento, sull'archivolto 18 profeti, sull'architrave storie del Nuovo Testamento e sul timpano la "Madonna con Bambino" e "Sant'Ambrogio e San Petronio". Il centro dell'arco del timpano è opera di Amico Aspertini. Degne di nota nelle due porte laterali sono la "Resurrezione" di Alfonso Lombardi sulla porta di sinistra e la "Deposizione" di Amico Aspertini sulla porta di destra.
La Cappella di S. Giacomo, già Rossi e Baciocchi: sull'altare la splendida "Madonna in Trono" di Lorenzo Costa (1492); allo stesso autore sono attribuiti i disegni della vetrata policroma. Il monumento funebre di destra conserva le spoglie del principe Felice e di sua moglie Elisa Bonaparte realizzato da Lorenzo Bartolini e Cincinnato Baruzzi.
La Cappella di S. Rocco o Cappella Malvezzi Ranuzzi: sull'altare si trova il "San Rocco" del Parmigianino (1527). Le vetrate furono disegnate da Achille Casanova (1926).
La Meridiana di San Petronio fu ideata e costruita da Gian Domenico Cassini, docente nello studio di Bologna, intorno al 1656 dopo che, nei lavori di allungamento della chiesa, era andata distrutta quella di Egnazio Danti. Per i calcoli il Cassini utilizzò una strumentazione che è ora visibile nel Museo. La meridiana di San Petronio è la più lunga del mondo (lunga m 67,72, foro di luce a m 27 dal suolo, distanza fra i solstizi m 56); la sua lunghezza corrisponde alla seicentomillesima parte del meridiano terrestre. Venne ristrutturata ne 1775 dall'astronomo Eustachio Manfredi, il quale sostituì la linea di ferro con una di ottone.
venerdì 2 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 agosto 1980 esplode una bomba nella stazione di Bologna, causando 85 morti.
Il 2 agosto 1980 è un caldo sabato di esodo estivo. Le code in autostrada sarebbero, come da copione, l'argomento del giorno per quotidiani e telegiornali. Alle ore 10:25, invece, un'esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza la routine del rito delle vacanze, e l'Italia torna nell'incubo del terrorismo: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinosa nella storia italiana. L'ora della tragedia rimarrà impressa, come ricordo indelebile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione.
Alle 10:25 un boato squarcia l'ala sinistra dell'edificio: la sala d'aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere. Rimane colpito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Nel ristorante-bar self service perdono la vita sei lavoratrici. La polvere ricopre totalmente i passeggeri. Comincia un'opera interminabile per i tantissimi soccorritori, si forma una catena spontanea di aiuti. Inizia anche la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, appena tre anni, poi Luca Mauri di sei, Sonia Burri di sette, e via via fino a Maria Idria Avati, di 80 anni, e Antonio Montanari, di 86. Interviene anche l'esercito, mentre il silenzio irreale nel centro città è squarciato dalle sirene di ambulanze, vigili del fuoco, forze dell'ordine.
Un bus Atc della linea 37 diventa simbolo di quel 2 agosto perché si trasforma in un improvvisato carro funebre che fa la spola con l'obitorio di via Irnerio, a poca distanza, per trasportare le salme. Le ambulanze servono invece per i feriti che vengono smistati in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri. L'autobus 37 è sempre più protagonista delle commemorazioni: nel 2017 è stato riportato in piazza Medaglie d'Oro, e nel 2018 prende parte al corteo dall'incrocio con via Irnerio fino alla stazione.
In stazione dopo l'esplosione arriva il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt'intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre all'obitorio si continua a tentare di dare un nome alle salme. Un'identità a cui si risale a volte solo grazie a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull'Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti. Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma nel punto dell'esplosione non ci sono caldaie. La fuga di gas viene presto scartata per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale.
Quasi 40 anni dopo, la memoria della strage è tenuta viva dalla cittadinanza, e dalle Associazioni dei familiari delle vittime, che chiedono di conoscere tutta la verità sulla strage, soprattutto sui suoi mandanti. Alla fine di un lunga serie di processi, sono definitive dal 1995 le condanne all'ergastolo, come esecutori della strage, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, dei Nar, gruppo terroristico di estrema destra attivo tra fine anni '70 e primi '80. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni anche per un altro ex Nar, Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca. Sempre la Cassazione, nel novembre 1995, ha confermato le condanne per Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10) e degli ex ufficiali del Sismi Pietro Musumeci (8 e 5 mesi) e Giuseppe Belmonte (7 e 11 mesi) per i depistaggi alle indagini.
A quasi 38 anni dai fatti, ha poi preso il via alla fine del 2017 un nuovo processo sull'attentato. Gilberto Cavallini, 65 anni, ex Nar, ergastolano in semilibertà, è imputato davanti alla Corte di Assise per rispondere di concorso nella strage. L'accusa è di aver aiutato e supportato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: Cavallini li avrebbe alloggiati in Veneto, fornendo documenti falsi e poi anche la vettura per il viaggio da Padova a Bologna. A questa imputazione la Procura bolognese è arrivata sulla base di una rilettura aggiornata degli atti e su impulso degli esposti dell'Associazione dei familiari delle vittime che da tempo chiede alla magistratura di approfondire tanti aspetti della strage rimasti oscuri.
Il livello superiore, cioè quello dei mandanti, è infatti sempre rimasto avvolto nel mistero e la Procura ordinaria, dopo anni di indagine, aveva chiesto l’archiviazione. Il fascicolo è sempre rimasto contro ignoti. La Procura generale però, nell'ottobre 2017, ha avocato a sé il fascicolo e ora, pur nella difficoltà di svolgere accertamenti a oltre 40 anni dai fatti, sta conducendo l'inchiesta. All'indagine lavorano carabinieri del Ros, Digos e Guardia di Finanza. A opporsi all'archiviazione era stata l'associazione dei familiari delle vittime dell'attentato, fin da subito molto critica con la scelta dei pm, che ha accolto positivamente la notizia dell'avocazione: "È la conferma della validità delle motivazioni che abbiamo esposto contro la richiesta di archiviazione". L'11 febbraio 2020 la Procura Generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage contro i presunti mandanti e finanziatori, notificando quattro avvisi di conclusione indagine: Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi, oltre agli ex NAR già condannati. Gilberto Cavallini viene condannato all'ergastolo per concorso in strade.
lunedì 6 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 marzo 1860 muore a Torino Palagio Pelagi.
Pelagio Palagi nacque a Bologna nel 1775, dove visse fino all'età di trent'anni. Giovanissimo, fu "adottato" ed educato, soprattutto in materia artistica, dal conte Carlo Filippo Aldrovandi. Studiò pittura e frequentò l'Accademia Clementina fra il 1798 e il 1799.
Tra il 1802 e il 1804 realizzò alcuni importanti monumenti funerari della Certosa, mostrando gusto scenografico e fondendo la tradizione prospettica bolognese con citazioni neoclassiche dall'antico. Dal 1806 al 1815 si stabilì a Roma, dove conobbe i più famosi pittori e scultori del tempo, come Francesco Hayez e Antonio Canova e aderì al movimento neoclassico. Lavorò all'esecuzione delle decorazioni di palazzo Torlonia in piazza Venezia e nel cantiere napoleonico del Quirinale. Nel 1815 si trasferì a Milano, dove, frequentando l'ambiente dell'Accademia di Brera, ritrovò Hayez che lo introdusse al nuovo gusto romantico.
Nel 1832 fu chiamato a Torino da Carlo Alberto di Savoia come artista di corte: qui dipinse e progettò mobili e arredi per le residenze sabaude e partecipò alla ristrutturazione e decorazione del castello di Pollenzo e della residenza di Racconigi; sua è anche la sontuosa sala da ballo del palazzo reale di Torino.
La passione per l'antico lo portò a formare una ricca collezione di antichità egizie, greche, etrusche, romane e oggetti d'arte medievale e moderna, un medagliere, una raccolta di incisione e di disegni suoi e di altri artisti che, insieme alla biblioteca e all'archivio personale, destinò per lascito testamentario al Comune di Bologna.
La Biblioteca dell'Archiginnasio conserva il fondo speciale Pelagio Palagi, costituito dal suo archivio personale di scritti e documenti vari, da un amplissimo carteggio, nonché da studi di numismatica, mentre disegni di studio e di progetto sono collocati fra le raccolte del Gabinetto dei disegni e delle stampe. I reperti archeologici, provenienti dalla sua collezione, costituiscono uno dei nuclei principali del Museo Civico.
sabato 4 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 marzo 1943 nasce a Bologna Lucio Dalla.
Lucio comincia a suonare sin da giovane. A quattordici anni passa dalla fisarmonica al clarino. Trasferitosi a Roma, entra a far parte d'un complesso, la Second Roman New Orleans Jazz Band. Nel 1960 si esibisce con il gruppo musicale i "Flipper". La svolta avviene nel 1963 quando al Cantagiro, Gino Paoli si offre come produttore. Nel 1964 approda alla scuderia discografica Rca. Incide "Lei" e "Ma questa sera", ma senza successo.
Lucio Dalla debutta nel 1966 al Festival di Sanremo con "Paff...Bum", in coppia con i "Yardbirds" di Jeff Beck. Nel 1967 è la spalla di Jimi Hendrix nel concerto al Piper di Milano. Esce il suo primo album "1999" (1966). Seguono "Terra di Gaibola" (1970, con "Occhi di ragazza" di Gianni Morandi) e nel 1971 "Storie di casa mia", contenente canzoni quali "Il gigante e la bambina", "Itaca", "La casa in riva al mare".
Dal 1974 al 1977 collabora con il poeta bolognese Roberto Roversi, orientando la sua produzione verso contenuti civili. Insieme creano tre album significativi: "Il giorno aveva cinque teste", "Anidride solforosa" e "Automobili".
Nel 1977, sciolto il sodalizio con Roversi, diventa paroliere di se stesso. Scrive "Com'è profondo il mare", a cui fa seguito nel 1978 "Lucio Dalla". Il disco contiene classici quali "Anna e Marco" e "L'anno che verrà".
Gli anni Ottanta per l'artista bolognese rappresentano un decennio ricco di consensi popolari e record di vendite. Fondamentali gli anni 1979 e 1981. Si esibisce dal vivo con il collega Francesco De Gregori nel tour Banana Republic (da cui l'omonimo "live"). Seguono nel 1980 "Dalla", con le stupende "La sera dei miracoli", "Cara" e "Futura". Incide nel 1981 "Lucio Dalla (Q Disc)", "1983" nel 1983 e "Viaggi organizzati" nel 1984.
Nel 1985 esce l'album "Bugie" e nel 1986 "Dallamericaruso". In questo disco è inclusa la canzone "Caruso", riconosciuta dalla critica come il capolavoro di Dalla. Vende oltre otto milioni di copie, viene incisa in trenta versioni, tra cui la versione di Luciano Pavarotti. Il brano circola per i paesi di tutto il mondo.
Nel 1988 si forma un'altra accoppiata vincente: Lucio Dalla e Gianni Morandi. Scrivono un album insieme, "Dalla/Morandi", a cui segue una trionfale tournée nei più affascinanti luoghi d'arte d'Italia mai raggiunti prima d'ora dalla musica leggera.
Nel 1990 in televisione, presenta il suo nuovo brano "Attenti al lupo" e il seguente album "Cambio". Il disco totalizza quasi 1.400.000 copie vendute. Seguono un prolungato Tour, documentato nel live "Amen" e, nel 1994, l'album "Henna". Il 1996 segna l'ennesimo successo discografico con l'album "Canzoni", che supera la cifra di 1.300.000 copie vendute.
Nelle estati del 1998 e 1999 è in concerto, accompagnato dall'Orchestra di Musica Sinfonica di 76 elementi, diretti dal Maestro Beppe D'Onghia. Reinterpreta i suoi brani più famosi, riarrangiati in chiave sinfonica.
Il 9 settembre 1999 pubblica "Ciao", dopo esattamente trentatré anni di distanza dal suo primo album che si intitolava 1999. L'album contiene undici brani, prodotti ed arrangiati da Mauro Malavasi. La title-track "Ciao" diventa il brano radiofonico dell'estate 1999. L'album conquista il doppio disco di platino.
Il 12 ottobre 2001 esce "Luna Matana", interamente scritto e realizzato alle Isole Tremiti. Numerosi i camei: Carmen Consoli, Gianluca Grignani e Ron. L'album contiene undici nuove canzoni tra cui il singolo di lancio Siciliano.
Oltre ad essere autore e interprete di canzoni indimenticabili, Dalla è anche un talent scout. A Bologna ha sede la sua etichetta discografica Pressing S.r.l., che ha lanciato gli Stadio, Ron, Luca Carboni, Samuele Bersani e ha permesso la rinascita artistica di Gianni Morandi. Di questa attività fa parte anche il suo lavoro di compositore di musica per film. E' autore di colonne sonore per i film di Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Carlo Verdone, Giacomo Campiotti e Michele Placido. Ha anche aperto la galleria d'arte No Code, in Via dei Coltelli a Bologna.
Sconfina nella musica classica in "Pierino e il lupo" di Prokofiev nel 1997. Collabora con il poeta Roberto Roversi. Creano insieme un album di 6 canzoni inedite, non in commercio ma regalato all'Università di Bologna, diventando immediatamente oggetto di collezionismo e di culto.
E' autore di programmi televisivi di successo: Te vojo bene assaie, Capodanno, RaiUno - Taxi, Rai Tre - S.Patrignano. Non ultimo il programma con Sabrina Ferilli, "La Bella e la Bestia" (2002).
Nel 2008 Lucio Dalla mette in scena "L'opera del Mendicante" di John Gay, interpretata dalla cantante e attrice Angela Baraldi e Peppe Servillo degli Avion Travel. A luglio dello stesso anno presenta l'inno ufficiale della squadra olimpica italiana, intitolato "Un uomo solo può vincere il mondo", composto per i Giochi Olimpici di Pechino.
Il 10 ottobre 2009 viene trasmesso dalle radio il singolo "Puoi sentirmi?", che anticipa l'uscita dell'album "Angoli nel cielo". Il 2010 si apre con la notizia di un concerto insieme di Dalla con Francesco De Gregori, a trent'anni da "Banana Republic".
A distanza di quarant'anni dalla sua ultima partecipazione, nel febbraio del 2012 torna al Festival di Sanremo, accompagnando il giovane cantautore Pierdavide Carone con il brano "Nanì", del quale Dalla è co-autore. Pochi giorni più tardi, mentre si trova in tour in a Montreux (Svizzera), il giorno 1 marzo 2012 Lucio Dalla muore improvvisamente, a causa di un infarto. Avrebbe compiuto 69 anni tre giorni dopo.
Il giorno seguente il feretro viene trasferito dall'obitorio di Losanna alla residenza bolognese dell'artista in via D'Azeglio e sabato 3 marzo viene allestita la camera ardente nel cortile d'onore di Palazzo d'Accursio sede del municipio di Bologna. La città proclama il lutto cittadino come anche il Comune delle Isole Tremiti, residenza estiva del cantautore. Il funerale si tiene nella basilica di San Petronio il 4 marzo, giorno in cui Dalla avrebbe compiuto 69 anni, presenti oltre 50.000 persone. Dopo il rito funebre, trasmesso in diretta televisiva, le spoglie del cantante vengono sepolte nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna nel campo 1971. Il 23 ottobre 2013, la salma di Lucio Dalla viene cremata e inumata in una nuova zona (sempre alla Certosa), dove riposano, tra l'altro, il poeta Giosuè Carducci e il pittore Giorgio Morandi. L'opera funeraria è stata realizzata dall'artista Antonello Paladino.
Immediato, nel mondo della musica e dello spettacolo, il ricordo del cantante e amico scomparso: da Paolo Conte a Francesco Guccini, da Antonello Venditti a Francesco De Gregori (il quale ha fatto sapere di non voler rilasciare alcuna dichiarazione, chiudendosi nel proprio dolore). Seguono Franco Battiato, Ivano Fossati, Mogol, Eros Ramazzotti, Renato Zero, Claudio Baglioni, Adriano Celentano, Pino Daniele, Eugenio Finardi, Jovanotti, Vasco Rossi e Luciano Ligabue, solo per citarne alcuni. Non va dimenticata la speciale "lezione" tenuta da Roberto Vecchioni, al programma televisivo Che tempo che fa dove ha recitato e spiegato, non senza commozione, il testo de L'anno che verrà, e ancora Red Canzian, che nella sua autobiografia dedicherà una sentita e commossa lettera a Dalla. Non mancano personalità del teatro, del cinema e della cultura come Dario Fo, i fratelli Taviani, Eugenio Scalfari, Dacia Maraini e Michele Serra. Non potevano mancare, infine, Gaetano Curreri, Luca Carboni e Samuele Bersani e naturalmente gli amici di sempre: Ron e Gianni Morandi.
mercoledì 1 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il primo marzo 1963 Mariele Ventre fonda il Piccolo Coro dell'Antoniano.
Ricordate il torero Camomillo e i 44 gatti “in fila per sei con il resto di due”? Sono passati alla storia. Certamente, la piccola storia di chi per nulla al mondo si sarebbe perso una puntata dello Zecchino d’Oro. Sempre che, ovviamente, potesse trovare il televisore, o per meglio dire il vicino di casa o l’amico compiacente, più “fortunato” perché già in possesso della magica scatola, dalla quale, come per incanto, fluivano i pulcini ballerini, le automobili del nonno Asdrubale e i moscerini incantati dai valzer.
Mariele Ventre (più esattamente Maria Rachele, come l’avevano chiamata i genitori al battesimo) sta all’Antoniano di Bologna come il cacio sui maccheroni. Nasce il 16 luglio 1939 da genitori di origini lucane, che insieme al latte le trasmettono l’amore per la musica (che è la grande passione di papà), grazie alla quale, a 4-5 anni appena, diventa un’habitué delle rassegne operistiche bolognesi che, per antonomasia, sarebbero “roba da grandi”. Con il convento S.Antonio di Bologna è amore a prima vista, fin dall’infanzia: lì impara a pregare e lì fa la catechista, senza neppure immaginare che tra quelle stesse mura sarebbe sbocciata la sua “vocazione”. Infatti, dopo il diploma di maestra elementare nel 1957 e in pianoforte nel 1961, rinuncia ad un promettente futuro da concertista semplicemente perché la sua strada si incrocia con quella dello Zecchino d’Oro.
Nata a Milano due anni prima grazie a Cino Tortorella, la fortunata rassegna canora ideata dai frati si trasferisce a Bologna proprio nel 1961 e subito gli organizzatori pensano a lei per preparare i piccoli solisti. E lei, che non sa mai dire di no, si butta a capofitto nell’impresa e la collaborazione, da occasionale si trasforma in una scelta di vita. Mariele capisce al volo che far parte di un coro è un’esperienza d’arte e di vita e così due anni dopo fonda il Piccolo Coro. Scontato che debba chiamarsi “dell’Antoniano”, perché a quel convento è legato a doppio filo, anche oggi che è stato ribattezzato con il suo nome. Ne sarà la direttrice e l’anima per più di trent’anni, inventandosi una vera e propria scuola, con almeno dieci ore di lezione di canto alla settimana e un programma di concerti che ha portato i suoi bambini a viaggiare in tutto il mondo. Per lei il canto è, insieme, un gioco e un impegno. Prende sul serio i bambini, senza inutili lusinghe e soprattutto senza provocare in loro rivalità e competizioni da adulti, sempre profondamente convinta che il canto corale ha una marcia in più: obbliga ad ascoltare l’altro, a non prevaricare, ti impedisce di essere egoista, perché tutte le voci alla fine devono fondersi in un’unica armonia. Non è una “consacrata nel mondo”, ma una semplice laica che vive con pienezza e con gioia la propria fede, mettendo le sue qualità a servizio degli altri.
Non sbaglia chi afferma che Mariele, anche senza i voti religiosi, è “più francescana degli stessi francescani” e non è certo un complimento da poco per una musicista che cerca la “perfetta letizia” nel canto, nella musica ed a stretto contatto con i bambini. Con il suo piglio dolce e autorevole, il rigore, la tenacia, si impone come un’impareggiabile educatrice, che sa educare al sacrificio e sa infondere la capacità di apprezzare le piccole cose della vita. Il suo sorriso magnetico, la gestualità inconfondibile e un repertorio di oltre 1.400 brani nel catalogo delle incisioni, riescono così a rivoluzionare il modo di concepire il canto corale per l’infanzia. Fino all’ultimo: già profondamente segnata da un cancro al seno che da anni la sta martoriando, riesce ancora a dirigere la trentottesima edizione dello Zecchino d’Oro, spegnendosi una ventina di giorni dopo, il 16 dicembre 1995. In questi quasi 30 anni le hanno edificato monumenti, intitolato parchi e piazze, scuole e strade, da Sassari a Sestri levante; nel suo nome si svolgono a Bologna le Marieliadi (cioè le olimpiadi del canto corale) e una rassegna di canto e pattinaggio. Nel 2013 la diocesi di Bologna ha avviato il processo che potrebbe portare Mariele dall’Antoniano alla gloria degli altari.
martedì 21 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 21 febbraio 1905 si apre il processo per il famoso Delitto Murri.
Il processo più famoso del novecento: il caso Murri, che si svolse a Torino nel 1905, per il misterioso omicidio avvenuto a Bologna nel 1902 del conte Francesco Bonmartini.
Protagonisti del macabro fatto, esponenti del bel mondo bolognese: ad assassinare il conte è stato il cognato, l’avvocato Tullio Murri, figlio del più autorevole medico del momento e rappresentante di spicco dei socialisti.
La mandante del delitto, forse, è stata la moglie di Francesco, Linda Murri, che ha un amante e probabilmente relazioni incestuose con il fratello.
Da fatto di cronaca a delitto celebre: sesso, sangue e mistero.
Questi i motivi per i quali un dramma familiare, e quindi privato, era invece diventato un fatto di cronaca capace di eccitare la curiosità popolare fino ad assumere caratteristiche di vero e proprio “fenomeno morboso”, superando i confini nazionali ed essere paragonato al caso Dreyfus.
Come scrive Renzo Renzi nel suo libro “Il processo Murri”: “Il processo fu un grande fatto spettacolare: un autentico “théatre verité” si potrebbe dire, fondato sopra una storia vera, col suo delitto conclusivo, dove il pubblico cercò di capire la società in cui viveva, scorgendone il volto dietro certe facciate, con una immediatezza che andava decisamente al passo con le ricostruzioni di una tragedia greca o elisabettiana”.
Le indagini e il processo furono minuziosamente seguiti dalla stampa, con giornali che triplicarono le tirature, come il cattolicissimo l’Avvenire d’Italia, protagonista di una vera e propria crociata contro i Murri, colpevoli, prima ancora di essere giudicati, di rappresentare la borghesia progressista, laica, positivista e socialista dell’epoca.
Fango anche sull’austera figura del Prof. Augusto Murri, scienziato di fama internazionale, il più autorevole clinico dell’epoca, titolare della cattedra di Clinica Medica all’Università di Bologna, padre dei due protagonisti del delitto: il giudice istruttore Stanzani tentò di accusarlo di complicità, nonostante la sua completa estraneità all’omicidio fosse evidente, cercando di volgere le indagini alla dimostrazione dell’esistenza di un complotto di famiglia.
Il giudice Stanzani era un cattolico osservante, uno che faceva la comunione tutte le mattine: Augusto Murri si era battuto per togliere l’insegnamento della religione dalle scuole.
Le vite private dei protagonisti della vicenda (personaggi noti, esponenti di spicco del bel mondo bolognese), furono sezionate dai giornali di stampo clericale e date in pasto all’opinione pubblica, generando una battaglia con la stampa socialista che denunciava la falsità delle affermazioni, pubblicate al solo scopo di colpire i Murri per ragioni politiche.
Rivelazioni sensazionali poi smentite in sordina, lettere anonime, colpi di scena, fascicoli giudiziari pubblicati dai giornali ancora prima di essere esaminati dalle autorità (cosa che provocò la meraviglia della stampa inglese), la battaglia politica, contribuirono a creare un clima infuocato che influenzò non poco lo svolgimento delle indagini e che provocarono la decisione di spostare la sede del processo da Bologna a Torino, per legittima suspicione.
L’opinione pubblica provò una grande eccitazione in questa vicenda, che fu quasi la mise en scene di un romanzo romantico e decadente al tempo stesso, ricco di tutti gli elementi necessari a catturare l’attenzione del pubblico, ad appassionarlo alle vicende della protagonista, vittima di un matrimonio disgraziato, che ritrova il suo primo amore di bambina e consuma il suo peccato di donna nella garçonniere di fianco all’uscio di casa, lasciandosi coinvolgere dall’amante in festini a base di ostriche e champagne mentre, tra veleni e pugnali, complotti, messaggi in codice e false identità, il romanzo si trasforma in tragedia mettendo in scena l’atto conclusivo: il delitto, il sangue.
Attraverso l’inchiesta l’opinione pubblica poté penetrare nella vita privata della Contessa Teodolinda Murri Bonmartini e di spiare le sue abitudini fino a toglierle la maschera di madre e moglie modello svelandone il volto nascosto: sotto l’apparenza della signora gentile, colta e raffinata forse si nascondeva una donna corrotta, avida soltanto di piaceri proibiti, capace di spingersi oltre fino ad avere rapporti incestuosi con il fratello mentre intratteneva torbide relazioni con l’amante di lui e così fredda e capace da riuscire ad indurlo ad insanguinarsi le mani per liberarla da un marito ormai divenuto ingombrante. Mistero
Le indagini, orientate più al coinvolgimento di tutti i Murri che a fare vera luce sul delitto, e il processo, che si svolse in un clima acceso, con le cariche della cavalleria a disperdere i tafferugli che si creavano fuori del tribunale tra innocentisti e colpevolisti, non riuscirono, tuttavia, a dipanare l’intricata matassa e a fare luce sul movente, né sul vero esecutore (o gli esecutori), del delitto, malgrado Tullio Murri se ne assumesse la completa responsabilità a gola spiegata.
Ad alimentare l’aura di mistero che ha sempre avvolto il fatto, arrivarono presto a circolare le voci della completa innocenza di Tullio Murri, sacrificato dalla famiglia in favore della sorella.
La tesi dell’innocenza di Tullio iniziò a diffondersi subito dopo il processo, sostenuta da diversi giornalisti e incoraggiata dalla notizia che il Murri stava completando un memoriale, “Fuor del pelago”, dove imputava la responsabilità dell’omicidio ad un terzo complice: il “biondino”, un facchino della stazione scomparso subito dopo l’omicidio e visto da alcuni testimoni in sua compagnia durante la fuga dopo il delitto.
Il memoriale con le prove della sua estraneità all’assassinio del Bonmartini rimarrà, tuttavia, inedito.
Sarà la figlia Gianna Rosa Murri a renderlo noto, in parte, su un opuscolo stampato a proprie spese nella metà degli anni ’70 (prontamente smentita da Roiss ne’ “L’innocenza di Tullio Murri”), mentre pubblicherà, nel 2003, un libro dal titolo emblematico: “La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri”.
Contrariamente alle aspettative generate dal titolo, neanche questo libro riesce a sciogliere i dubbi: infatti, altro non è che un racconto liberatorio, dove le prove non vengono prodotte e documentate, ma soltanto raccontate.
Ancora non trovano risposta le domande che, da oltre cento anni, aspettano la rivelazione: chi fu ad uccidere, e per quale motivo, il conte Francesco Bonmartini nel suo appartamento di Via Mazzini, a Bologna, la notte del 28 agosto 1902?
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settembre
(11)

















