Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1796 viene proclamata la Repubblica Cispadana.
Fu proclamata a Reggio Emilia dal congresso formato dai rappresentanti dei territori occupati dalle truppe francesi di Bologna e Ferrara, Modena e Reggio. Il congresso venne organizzato, non ufficialmente, da Napoleone, il cui esercito aveva attraversato l’Italia del nord all’inizio dell’anno e aveva necessità di stabilizzare la situazione in Italia e di riunire nuove truppe per una nuova offensiva contro l’Austria. La neonata repubblica sorella della Francia rivoluzionaria invitò gli altri popoli italiani ad unirsi ad essa e venne formata una guardia civica, composta da cacciatori e artiglieri. La Repubblica Cispadana ebbe però vita breve: dopo circa sei mesi, il 9 luglio 1797, si fuse con la Repubblica Transpadana, formando la Repubblica Cisalpina.
Non va dimenticato che i colori della bandiera italiana furono scelti proprio dal congresso della Repubblica Cispadana. La bandiera approvata in quell’occasione era un tricolore orizzontale, con strisce rosse, bianche e verdi, e con un emblema, al centro, composto da una faretra che si erge su trofei di guerra, con dentro quattro frecce che simboleggiavano le quattro province originali, all’interno di una corona di alloro.
Alla fine della primavera del 1796 Napoleone, ormai dominatore di gran parte dell’Italia settentrionale dopo le vittorie sui piemontesi e sugli austriaci, impose la sua autorità anche sui ducati di Parma e di Modena e invase lo Stato Pontificio, obbligando Pio VI ad un oneroso armistizio e alla rinuncia della sua sovranità sulle Legazioni di Bologna e di Ferrara. I francesi entrarono in Bologna il 19 giugno 1796 e, sbandierando con messaggi e proclami le nuove idee democratiche sancite dalla Costituzione dell’anno III, suscitarono i primi fermenti e le prime speranze di un migliore avvenire in una popolazione ormai abituata da secoli ad un immobilismo che, pur nel variare delle situazioni contingenti, aveva lasciato sostanzialmente inalterata la struttura socio-politica della città ed intatto il fortissimo divario economico tra il ceto abbiente e le masse popolari. Tuttavia Bologna nel suo complesso non era ancora preparata né disposta ad accogliere grosse novità; e come si era limitata a commuoversi per l’infelice sorte di Zamboni e De Rolandis, rimanendo indifferente al loro messaggio politico, così si limitò ad osservare con composta curiosità l’arrivo dei nuovi venuti. La rivoluzione francese, infatti, appariva alla massa dei bolognesi come qualcosa di molto lontano e incomprensibile, che comunque non sembrava avere alcun rapporto con il proprio sistema di vita, scandito al ritmo regolare e tranquillo delle tradizionali feste religiose, come gli «addobbi» o l’annuale discesa in città della Madonna di San Luca, e delle tradizionali divagazioni culinarie, collegate alla comparsa stagionale dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento.
Napoleone, giunto a Bologna il 20 giugno, si preoccupa subito di dare una sistemazione politica alla sua azione militare. Se in teoria si porta al seguito l’idea rivoluzionaria dell’egalité e se i suoi soldati sono entrati in Bologna al canto della Marsigliese, in pratica egli non vuole affatto dare l’avvio ad alcuna rivoluzione sociale; anzi, al contrario, mira a procurarsi l’appoggio dei ceti dirigenti. La sua politica, del resto, è perfettamente in linea con quella del Direttorio, esponente della nuova borghesia francese, preoccupata di consolidare il suo potere e di evitare ogni pericoloso ritorno all’estremismo giacobino, e perciò ben disposta ad accettare, fuori di Francia, la collaborazione e l’appoggio dei «moderati» di ogni stampo e di ogni ceto, fossero pur anche conti e marchesi. Napoleone, inoltre, ha fretta di dare un assetto politico ai territori occupati e di trovare in essi una base economica di appoggio per poter portare a termine la guerra contro gli austriaci. Evidentemente bene informato, agisce in modo deciso e coerente per la realizzazione del suo fine: ingiunge al cardinale Ippolito Vincenzi, legato di Bologna, di partire immediatamente per Roma, minacciando la vendetta repubblicana per la morte di Zamboni e De Rolandis; riceve nella sala Farnese del palazzo comunale i senatori bolognesi, li tratta con deferenza e di fronte a loro, stupiti e lusingati, esalta l’antica libertà di Bologna repubblicana, da secoli soffocata dall’autorità pontificia; dichiara solennemente di voler restituire al glorioso Senato cittadino il potere legislativo e governativo, purché sia giurata fedeltà alla Repubblica Francese e sia sottoscritto l’impegno di esercitare il potere in suo nome e alle sue dipendenze. Ma se toglie alla Chiesa l’autorità politica, dell’ autorità religiosa e morale della Chiesa intende servirsi per mantenere l’ordine sociale e in tal senso chiede l’intervento e l’appoggio della massima autorità religiosa bolognese, l’arcivescovo Gioannetti.
I bolognesi accettano con favore la nuova situazione: la nobiltà senatoriale, che aveva visto nel piano economico del cardinale Boncompagni una grave insidia ai suoi privilegi, spera di riacquistare, appoggiandosi ai francesi, la sua antica autonomia e di conservare intatto il suo predominio economico, e si adatta perciò ai nuovi formalismi democratici e ai necessari sacrifici economici pur di salvare la sostanza del suo potere; la classe media, nel proclamato superamento delle barriere di casta che prima le precludevano l’ingresso al Senato, intravede la concreta possibilità di una partecipazione politica attiva e di una conseguente crescita economica; la classe popolare, nell’esaltazione degli ideali democratici e nelle nuove mode – distruzione di stemmi gentilizi, abolizione dei titoli nobiliari, delle parrucche e del codino, passaggio dalla condizione di sudditi alla condizione di «cittadini» – avverte sia pur confusamente l’inizio di una nuova epoca, che trova il suo simbolo nell’albero della libertà innalzato in piazza Maggiore, un alto fusto decorato di festoni tricolori, dei fasci consolari e del berretto frigio dei rivoluzionari. Illustri giuristi dello Studio bolognese preparano intanto la nuova Costituzione, in cui sono fusi con apprezzabile equilibrio i principi della Costituzione francese dell’anno III con gli istituti dell’antica libertà comunale, così che il motto Libertas dello stemma di Bologna, senza perdere il suo tradizionale significato, sembra assumere una più ampia ed aggiornata dimensione.
La nuova Costituzione della Repubblica di Bologna, votata nella chiesa di San Petronio il 4 dicembre 1796 dai rappresentanti della città e del territorio, fu approvata con 454 voti favorevoli su 484 votanti. Nei giorni precedenti il testo posto ai voti era stato pubblicato e discusso dalla cittadinanza; è perciò da considerarsi, sia per il suo contenuto sia per la procedura seguita per la sua approvazione, la prima costituzione democratica della storia dell’Italia moderna.
Dopo un Te Deum di ringraziamento, le campane di San Petronio annunciarono ai bolognesi l’avvenuta approvazione della Costituzione, e in Piazza ci fu grande festa attorno all’albero della libertà. Il «Monitore di Bologna» esaltò orgogliosamente la «rigenerazione» della città, avvenuta nella concordia, senza lotte e senza spargimento di sangue; ma l’avvenimento fu visto più come un ritorno alle antiche glorie municipali che come l’inizio di una nuova era storica.
La Costituzione del 4 dicembre ebbe brevissima vita giuridica e nessuna applicazione pratica. La durata della appena nata, o rinata, Repubblica bolognese non poteva che essere effimera, legata come era alle mutevoli esigenze politico-militari del turbinoso Bonaparte, che già due mesi prima aveva fatto riunire in un convegno i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, in vista della creazione di una confederazione delle quattro città cispadane. Un nuovo congresso, riunitosi a Reggio alla fine di dicembre, diede vita alla Repubblica Cispadana, dichiarata «una e indivisibile», con capitale Bologna. L’assemblea di Reggio continuò i suoi lavori per preparare la nuova Costituzione e nella seduta del 7 febbraio 1797 approvò, su proposta del ferrarese Compagnoni, l’emblema e la bandiera della nuova Repubblica, cioè quel tricolore bianco, rosso e verde che divenne in seguito la bandiera delle lotte risorgimentali e dell’Italia unita. Al vertice dello Stato furono previsti un Direttorio di tre membri e due Consigli legislativi. Le elezioni avvennero nell’aprile del 1797 e videro una larga partecipazione degli elettori iscritti, con una percentuale che superò 1’80%; il Senato di Bologna, con un proclama in data 26 aprile 1797, firmato dal suo ultimo gonfaloniere, Gerolamo Legnani, annunciò la convocazione dei nuovi eletti e rassegnò il suo mandato. Tale atto, anche se l’effettivo trapasso dei poteri richiese ancora qualche settimana, può essere considerato la conclusione della secolare storia del Senato bolognese, avvenuta pochi mesi dopo quello che era sembrato il rilancio del suo prestigio e poco meno di tre secoli dopo la sua istituzione, risalente ai tempi di papa Giulio II.
Anche la Repubblica Cispadana ebbe vita non meno effimera della Repubblica di Bologna: nel maggio furono staccati dalla Cispadana e aggregati alla Lombardia i territori di Modena e Reggio; in compenso a Bologna e a Ferrara fu unito il territorio della ex Legazione di Forlì, al cui possesso la Chiesa era stata costretta a rinunziare con il trattato di Tolentino (19 febbraio 1797); il 9 luglio nacque la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano; il 27 luglio, infine, ebbe termine la Repubblica Cispadana e i suoi territori – Bologna, Ferrara e la Romagna – furono annessi alla Cisalpina.
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lunedì 23 dicembre 2024
domenica 7 luglio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1960 ebbe luogo la cosiddetta "Strage di Reggio Emilia".
La strage di Reggio Emilia è un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI furono uccisi dalle forze dell’ordine.
Nota anche con il termine di “fatti di Reggio Emilia”, la strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia , in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, governo monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI, e l’avallo della scelta di Genova (città “partigiana”, già medaglia d’oro della resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” ed alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione, proclamò lo sciopero cittadino. La prefettura proibì gli assembramenti e le stesse auto del sindacato invitarono con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare durante la manifestazione. L’unico spazio consentito, la Sala Verdi che aveva una capienza di 600 posti, era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.
Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli del bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare.
Sul selciato della piazza caddero:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.
I fatti furono cantati in una celebre canzone di Fausto Amodei, dal titolo Per i morti di Reggio Emilia, ripresa anche dal gruppo degli Stormy Six nel loro album “Guarda giù dalla pianura” e, più recentemente, alla base del romanzo di Paolo Nori del 2006 Noi la farem vendetta.
I caduti non ebbero pace nemmeno dopo la morte. Dapprima si vietò di depositare fiori sul luogo ove uno di essi era caduto (il selciato antistante la chiesa di San Francesco), perché si trattava di proprietà privata! In seguito le autorità fecero la guerra al cippo marmoreo emettendo ordinanze su ordinanze per imporne la rimozione.
Le ordinanze tuttavia non bastarono e nessuno ebbe il coraggio di rimuoverlo. Solo nottetempo, non identificati, infransero la primitiva lapide ricordo. Fu subito sostituita con una grossa pietra di granito, con incisi i nomi dei caduti, che rimase al suo posto fino al 7 luglio 1972, data in cui, a cura del Comitato Provinciale Antifascista, venne scoperta la Stele (opera dello scultore concittadino Giacomo Fontanesi) che rimarrà a perenne ricordo dei martiri nella piazza che la Città ha dedicato loro.
Il 7 luglio 1960 ebbe luogo la cosiddetta "Strage di Reggio Emilia".
La strage di Reggio Emilia è un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI furono uccisi dalle forze dell’ordine.
Nota anche con il termine di “fatti di Reggio Emilia”, la strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia , in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, governo monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI, e l’avallo della scelta di Genova (città “partigiana”, già medaglia d’oro della resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” ed alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione, proclamò lo sciopero cittadino. La prefettura proibì gli assembramenti e le stesse auto del sindacato invitarono con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare durante la manifestazione. L’unico spazio consentito, la Sala Verdi che aveva una capienza di 600 posti, era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.
Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli del bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare.
Sul selciato della piazza caddero:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.
I fatti furono cantati in una celebre canzone di Fausto Amodei, dal titolo Per i morti di Reggio Emilia, ripresa anche dal gruppo degli Stormy Six nel loro album “Guarda giù dalla pianura” e, più recentemente, alla base del romanzo di Paolo Nori del 2006 Noi la farem vendetta.
I caduti non ebbero pace nemmeno dopo la morte. Dapprima si vietò di depositare fiori sul luogo ove uno di essi era caduto (il selciato antistante la chiesa di San Francesco), perché si trattava di proprietà privata! In seguito le autorità fecero la guerra al cippo marmoreo emettendo ordinanze su ordinanze per imporne la rimozione.
Le ordinanze tuttavia non bastarono e nessuno ebbe il coraggio di rimuoverlo. Solo nottetempo, non identificati, infransero la primitiva lapide ricordo. Fu subito sostituita con una grossa pietra di granito, con incisi i nomi dei caduti, che rimase al suo posto fino al 7 luglio 1972, data in cui, a cura del Comitato Provinciale Antifascista, venne scoperta la Stele (opera dello scultore concittadino Giacomo Fontanesi) che rimarrà a perenne ricordo dei martiri nella piazza che la Città ha dedicato loro.
lunedì 6 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1610 nasce a Modena, primo della sua casata, Francesco I d'Este.
Figlio di Alfonso III e di Isabella di Savoia, pronipote per linea femminile di Filippo II di Spagna, Francesco I fu personalità di rilievo internazionale e il periodo del suo governo, 1629 -1658, vide l'inserimento di Modena nel grande circuito delle corti e delle capitali europee.
Dopo aver compiuto il noviziato delle armi andando alla guerra di Fiandra, che, nel corso del 1628, lo aveva portato a girare a lungo per l'Europa, percorrendo la Francia, i Paesi Bassi e la Germania, ad appena diciannove anni, nel luglio del 1629, a seguito della abdicazione del padre Alfonso IV d'Este, ritiratosi in convento, Francesco I divenne duca di Modena e Reggio. Ereditava una situazione delicatissima, in un quadro politico generale drammatico in tutta Europa, essendo in pieno svolgimento la guerra dei Trent'anni, le cui propaggini italiane arrivavano a lambire i confini dello Stato estense. Nello scontro in atto tra Francia e Spagna, a Francesco, come agli altri principi italiani, restava l'opzione più difficile da gestire: cercare di sopravvivere stretto da due grandi potenze e la loro influenza in Italia, schierandosi di volta in volta con la più vicina, ma non precludendosi un ambiguo gioco con la controparte. Tattica minima e non priva di rischi che Francesco attuò, forte dell'alta coscienza di sé e del proprio casato. Nei primi dieci anni di governo gravitare entro l'orbita di Madrid fu quasi una necessità per il duca estense, che tuttavia cercò di far pesare opportunamente i propri segnalati favori o anche solo la sua neutralità. Nel 1638 si recò personalmente alla corte di Madrid. Ne ricavò grandi soddisfazioni personali: il titolo regale, quello di ammiraglio dell'Atlantico con relativo appannaggio, svariate pensioni e incarichi militari per i suoi famigliari. Nel 1641 fu uno dei protagonisti della guerra di Castro, che opponeva il Duca di Parma al Papa, non esitando ad entrare in una lega con Firenze e Venezia e ad esporsi militarmente muovendo contro il Papa, nell'idea di acquistare benemerenze internazionali da far pesare in vista di un possibile rientro nel possesso dei territori ferraresi. Ma la pace di Ferrara, nel 1644, si concluse con nulla di più di una generica buona disposizione da parte di Spagna ed Impero a riesaminare la questione. La novità grossa fu però costituita dalla Francia, insinuatesi abilmente nelle cose italiane e divenuta garante degli accordi. Data da allora l'operazione di avvicinamento diplomatico alla Francia, che sarà lunga, mercanteggiata , non priva di esitazioni e doppi giochi sino alla fine. Nel 1647 Parigi e Modena stipularono un'alleanza militare anti-spagnola. In virtù di essa Francesco si poneva al comando di un'armata forte di ottomila fanti e quattromila cavalieri, per metà francesi, e muoveva guerra al più importante dominio spagnolo in Italia, lo Stato di Milano. Ma la campagna franco-modenese del 1647-48, partita a stagione troppo inoltrata, dopo un avvio spedito si arenò nelle piogge autunnali. Dopo le paci di Westfalia , che segnarono la fine della guerra dei trent'anni, ma non la fine del conflitto tra Francia e Spagna, in Italia ripresero le ostilità e Francesco dovette inevitabilmente barcamenarsi tra le due potenze. Nel 1649, riavvicinatosi alla Spagna, ottenne il passaggio agli Estensi del Principato di Correggio, ma nel 1651, proponendo una lega tra gli Stati italiani, chiese nuovi favori alla corte di Madrid, ottenendone un duro rifiuto: la Spagna trovava certo stupefacente che colui che aveva osato muovere un attacco ai domini italiani della corona inoltrasse ancora delle richieste. Frattanto, parallela alla politica ufficiale, si dipanava quella matrimoniale. Francesco, rimasto vedovo nel 1646 di Maria Farnese e poi della cognata Vittoria Farnese, sposata nel 1648 e morta di parto l'anno seguente, aveva dal 1653 intavolato trattative con i Barberini, i nemici di sempre. Soppesando le opportunità offertagli da Chiesa, Spagna e Francia, aveva infatti convenuto di appoggiarsi al Papa e nel 1654 sposava Lucrezia Barberini, pronipote di papa Urbano VIII, imparentandosi con una delle famiglie più importanti nei conclavi papali e riuscendo nel contempo ad ottenere una forte dote in contanti. L'anno successivo arrivava a Modena Laura Martinozzi, nipote del cardinal Mazzarino e sposa del primogenito ed erede del ducato Alfonso d'Este. Ad accoglierla mancava il duca, impegnato in una nuova campagna militare che lo vedeva operare, ormai passato decisamente dalla parte francese, tra Lombardia e Piemonte, e le truppe francesi che scortavano la sposa furono immediatamente dirottate a rafforzare l'offensiva. Nel 1656 Francesco I fu in visita ufficiale a Parigi, con un seguito sfarzoso e costosi doni per gli ospiti. Di lì a poco venne nominato da Luigi XIV generalissimo delle truppe francesi in Italia. Nell'estate del 1658, varcato il Ticino, pose l'assedio a Trino e Mortara e da lì organizzò scorrerie sino a Milano, ma, contratta la malaria, morì a Santhià, presso Vercelli, il 14 ottobre, a 48 anni appena compiuti.
Parallelamente a questa intensa attività politico, diplomatica e militare, Francesco I svolse un'altrettanta intensa attività di committente d'arte, a partire dalla ristrutturazione edilizia di Modena, con l'obiettivo di farne una vera città capitale, degna residenza di una grande casata principesca, di altissimo lignaggio europeo, quale considerava la casa d'Este. In quest'ottica si collocò la realizzazione del nuovo palazzo ducale, in cui inglobare il vecchio castello trasformandolo in una dimora regale. Nel 1631 venne incaricato l'architetto Rainaldi, l'anno successivo arrivò da Roma l'architetto Luigi Bartolomeo Avanzino, nominato architetto ducale, a cui nel 1634 venne affidato anche l'incarico di trasformare il castello di Sassuolo in una sfarzosa residenza estiva. Sempre nell'ottica di dare a Modena una dimensione ducale nel 1635 diede inizio alla costruzione della Cittadella, fortezza che andava a completare la cinta muraria. Altrettanto rilevante l'interesse di Francesco verso le arti figurative. Anzitutto in Palazzo Ducale vennero predisposte quattro camere da parata, susseguenti l'una all'altra in cui sistemare il patrimonio artistico portato da Ferrara e poi dare spazio alle nuove committenze artistiche. Ma fu dopo il viaggio in Spagna del 1638 che la Galleria, di cui Francesco è a buon diritto considerato il fondatore, assunse respiro internazionale. Risale a quel viaggio il ritratto del duca ad opera del Velasquez, ma soprattutto, introdotto con l'occasione madrilena in un mercato d'arte internazionale, da quel momento Francesco moltiplicò le disposizioni ai suoi agenti per acquisti dei più diversi generi artistici, dagli arazzi ai vasi, agli argenti e , naturalmente, ai quadri. Grazie all'opera di costoro, documentata da carteggi fittissimi, e al gusto e interesse di Francesco, che per questa passione prodigò somme ingenti inferiori solo a quelle impiegate nelle campagne militari, la Galleria Estense ebbe giustamente la fama di essere, per tutto il secolo, la più importante in Italia.
Il 6 settembre 1610 nasce a Modena, primo della sua casata, Francesco I d'Este.
Figlio di Alfonso III e di Isabella di Savoia, pronipote per linea femminile di Filippo II di Spagna, Francesco I fu personalità di rilievo internazionale e il periodo del suo governo, 1629 -1658, vide l'inserimento di Modena nel grande circuito delle corti e delle capitali europee.
Dopo aver compiuto il noviziato delle armi andando alla guerra di Fiandra, che, nel corso del 1628, lo aveva portato a girare a lungo per l'Europa, percorrendo la Francia, i Paesi Bassi e la Germania, ad appena diciannove anni, nel luglio del 1629, a seguito della abdicazione del padre Alfonso IV d'Este, ritiratosi in convento, Francesco I divenne duca di Modena e Reggio. Ereditava una situazione delicatissima, in un quadro politico generale drammatico in tutta Europa, essendo in pieno svolgimento la guerra dei Trent'anni, le cui propaggini italiane arrivavano a lambire i confini dello Stato estense. Nello scontro in atto tra Francia e Spagna, a Francesco, come agli altri principi italiani, restava l'opzione più difficile da gestire: cercare di sopravvivere stretto da due grandi potenze e la loro influenza in Italia, schierandosi di volta in volta con la più vicina, ma non precludendosi un ambiguo gioco con la controparte. Tattica minima e non priva di rischi che Francesco attuò, forte dell'alta coscienza di sé e del proprio casato. Nei primi dieci anni di governo gravitare entro l'orbita di Madrid fu quasi una necessità per il duca estense, che tuttavia cercò di far pesare opportunamente i propri segnalati favori o anche solo la sua neutralità. Nel 1638 si recò personalmente alla corte di Madrid. Ne ricavò grandi soddisfazioni personali: il titolo regale, quello di ammiraglio dell'Atlantico con relativo appannaggio, svariate pensioni e incarichi militari per i suoi famigliari. Nel 1641 fu uno dei protagonisti della guerra di Castro, che opponeva il Duca di Parma al Papa, non esitando ad entrare in una lega con Firenze e Venezia e ad esporsi militarmente muovendo contro il Papa, nell'idea di acquistare benemerenze internazionali da far pesare in vista di un possibile rientro nel possesso dei territori ferraresi. Ma la pace di Ferrara, nel 1644, si concluse con nulla di più di una generica buona disposizione da parte di Spagna ed Impero a riesaminare la questione. La novità grossa fu però costituita dalla Francia, insinuatesi abilmente nelle cose italiane e divenuta garante degli accordi. Data da allora l'operazione di avvicinamento diplomatico alla Francia, che sarà lunga, mercanteggiata , non priva di esitazioni e doppi giochi sino alla fine. Nel 1647 Parigi e Modena stipularono un'alleanza militare anti-spagnola. In virtù di essa Francesco si poneva al comando di un'armata forte di ottomila fanti e quattromila cavalieri, per metà francesi, e muoveva guerra al più importante dominio spagnolo in Italia, lo Stato di Milano. Ma la campagna franco-modenese del 1647-48, partita a stagione troppo inoltrata, dopo un avvio spedito si arenò nelle piogge autunnali. Dopo le paci di Westfalia , che segnarono la fine della guerra dei trent'anni, ma non la fine del conflitto tra Francia e Spagna, in Italia ripresero le ostilità e Francesco dovette inevitabilmente barcamenarsi tra le due potenze. Nel 1649, riavvicinatosi alla Spagna, ottenne il passaggio agli Estensi del Principato di Correggio, ma nel 1651, proponendo una lega tra gli Stati italiani, chiese nuovi favori alla corte di Madrid, ottenendone un duro rifiuto: la Spagna trovava certo stupefacente che colui che aveva osato muovere un attacco ai domini italiani della corona inoltrasse ancora delle richieste. Frattanto, parallela alla politica ufficiale, si dipanava quella matrimoniale. Francesco, rimasto vedovo nel 1646 di Maria Farnese e poi della cognata Vittoria Farnese, sposata nel 1648 e morta di parto l'anno seguente, aveva dal 1653 intavolato trattative con i Barberini, i nemici di sempre. Soppesando le opportunità offertagli da Chiesa, Spagna e Francia, aveva infatti convenuto di appoggiarsi al Papa e nel 1654 sposava Lucrezia Barberini, pronipote di papa Urbano VIII, imparentandosi con una delle famiglie più importanti nei conclavi papali e riuscendo nel contempo ad ottenere una forte dote in contanti. L'anno successivo arrivava a Modena Laura Martinozzi, nipote del cardinal Mazzarino e sposa del primogenito ed erede del ducato Alfonso d'Este. Ad accoglierla mancava il duca, impegnato in una nuova campagna militare che lo vedeva operare, ormai passato decisamente dalla parte francese, tra Lombardia e Piemonte, e le truppe francesi che scortavano la sposa furono immediatamente dirottate a rafforzare l'offensiva. Nel 1656 Francesco I fu in visita ufficiale a Parigi, con un seguito sfarzoso e costosi doni per gli ospiti. Di lì a poco venne nominato da Luigi XIV generalissimo delle truppe francesi in Italia. Nell'estate del 1658, varcato il Ticino, pose l'assedio a Trino e Mortara e da lì organizzò scorrerie sino a Milano, ma, contratta la malaria, morì a Santhià, presso Vercelli, il 14 ottobre, a 48 anni appena compiuti.
Parallelamente a questa intensa attività politico, diplomatica e militare, Francesco I svolse un'altrettanta intensa attività di committente d'arte, a partire dalla ristrutturazione edilizia di Modena, con l'obiettivo di farne una vera città capitale, degna residenza di una grande casata principesca, di altissimo lignaggio europeo, quale considerava la casa d'Este. In quest'ottica si collocò la realizzazione del nuovo palazzo ducale, in cui inglobare il vecchio castello trasformandolo in una dimora regale. Nel 1631 venne incaricato l'architetto Rainaldi, l'anno successivo arrivò da Roma l'architetto Luigi Bartolomeo Avanzino, nominato architetto ducale, a cui nel 1634 venne affidato anche l'incarico di trasformare il castello di Sassuolo in una sfarzosa residenza estiva. Sempre nell'ottica di dare a Modena una dimensione ducale nel 1635 diede inizio alla costruzione della Cittadella, fortezza che andava a completare la cinta muraria. Altrettanto rilevante l'interesse di Francesco verso le arti figurative. Anzitutto in Palazzo Ducale vennero predisposte quattro camere da parata, susseguenti l'una all'altra in cui sistemare il patrimonio artistico portato da Ferrara e poi dare spazio alle nuove committenze artistiche. Ma fu dopo il viaggio in Spagna del 1638 che la Galleria, di cui Francesco è a buon diritto considerato il fondatore, assunse respiro internazionale. Risale a quel viaggio il ritratto del duca ad opera del Velasquez, ma soprattutto, introdotto con l'occasione madrilena in un mercato d'arte internazionale, da quel momento Francesco moltiplicò le disposizioni ai suoi agenti per acquisti dei più diversi generi artistici, dagli arazzi ai vasi, agli argenti e , naturalmente, ai quadri. Grazie all'opera di costoro, documentata da carteggi fittissimi, e al gusto e interesse di Francesco, che per questa passione prodigò somme ingenti inferiori solo a quelle impiegate nelle campagne militari, la Galleria Estense ebbe giustamente la fama di essere, per tutto il secolo, la più importante in Italia.
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