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sabato 8 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 agosto Bologna ricorda la battaglia della Montagnola, avvenuta l'8 agosto 1848.
Successe proprio un '48. Quel '48. La più genuina sollevazione popolare che Bologna ricordi, l'emblema del Risorgimento sotto le due torri. Quell'Otto agosto di 172 anni fa alla Montagnola, la città prese la storia sulle proprie spalle trascinandola avanti coi fucili e le baionette. E fu il popolo a farsene motore in un vuoto di potere che aveva liquefatto ogni autorità.
Il dominio del Papa svanito nelle sembianze pavide del cardinal legato Luigi Amat in fuga verso Porretta, la Guardia civica tentennante in una città in ebollizione, finanzieri, carabinieri e altre forze disorientate. E sullo sfondo, come un nembo, l'aquila degli Asburgo pronta a calare sulla città dopo aver inghiottito Carlo Alberto e il suo esercito. Ma Bologna, già in fortissima fibrillazione risorgimentale, si ribella.
In realtà l'otto agosto rivoluzionario comincia nelle osterie in un crescendo di scaramucce che aumentano la tensione fino alla deflagrazione della battaglia. A essa parteciparono una parte minima della nobiltà liberale e una fetta rilevante della borghesia, ma l'ossatura della rivolta era rappresentata dalla "bassa gente" fra la quale ribolliva da tempo il rancore verso il potere tout court, in particolare quello straniero come in parte era considerato quello della Roma papalina. Di questa giornata sono rimaste tre memorabili testimonianze. La prima è rappresentata dalle Cronachette bolognesi di Pompeo Bertolazzi, commerciante di spirito liberale che, quando le campane a distesa chiamano alle armi, indossa il berretto della Guardia civica e armato scende in strada arrivando alla Montagnola. Lì si combatte tra morti e feriti e il Bertolazzi confessa di aver "provato un gusto e una voluttà indicibile" nello sparare agli austriaci. Ma un colpo lo colpisce ferendolo e nel retrocedere per cercare aiuto, incappa in un gruppo di facchini che vorrebbero il suo fucile.
L'episodio narrato nelle Cronachette è emblematico di come si mischiassero nel tumulto autentiche passioni risorgimentali e un generico ribellismo. Bertolazzi confesserà che nella sua breve guerra, fu quello dei facchini "il maggior pericolo". Del resto è proprio una nobildonna come Carolina Piepoli a confessare che "fu del popolo il merito della vittoria" contrapposto a una certa vile neghittosità del nobilato e di parte della borghesia. Fu lei a mischiarsi coi facchini nella costruzione delle barricate a porta Santo Stefano e a medicare i feriti. Compito a cui si dedicò anche uno strano popolano che sarà annoverato fra i meritevoli della medaglia commemorativa di quella battaglia. Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, è un esempio di eroismo pacifista dentro la più efferata disumanità della guerra. In una lingua ibrida tra l'italiano sgangherato e la veracità del dialetto bolognese, ha lasciato la sua testimonianza della giornata al Marchese Gioacchino Piepoli che l'ha salvata trascrivendola come un resoconto stenografico. La formidabile giornata comincia all'osteria quando al caffè Dei Grigioni, un paio di austriaci, arrogantemente, chiedono due caffè e tre colori.
All'insulto, i popolani prendono a botte gli ufficiali: benzina sul fuoco in una città già in subbuglio. Si accendono baruffe e più tardi cominciano a fischiare i proiettili. Il Paioli finisce nella sarabanda della Montagnola e vede cadere i feriti a uno a uno. D'istinto si mette a fare il barelliere consegnandoli al rudimentale pronto soccorso delle retrovie. Ma in questo trambusto s'innesca un conflitto a fucilate con un austriaco che ha la peggio. Ferito a un braccio, viene fatto prigioniero dal Paioli. A questo punto, mentre tutti intorno i popolani gridavano di ammazzarlo, avviene il miracolo. Al matto di bastoni spunta l'aureola. Nell'anima più semplice della sanguinosa rivolta, sopravvive una fiamma d'umanità. Paioli spinge l'austriaco, ormai preda della folla, contro il portone della chiesa della Pioggia dov'erano arrivati nel frattempo e si pone lui davanti col suo fucile e la baionetta innestata a difendere il nemico. Al '48 non poteva mancare anche uno spiraglio di pietà.
Fu una vittoria breve, gli austriaci in poco tempo tornarono e fucilarono i capi della rivolta, tra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. A ricordo di quell'evento la piazza del mercato dove furono più forti gli scontri fu ribattezzata piazza dell'8 agosto, e vi fu eretto un monumento commemorativo, detto "il popolano", opera di Pasquale Rizzoli nel 1903, ancora oggi visibile davanti all'ingresso del parco della Montagnola.
lunedì 16 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 16 febbraio 1907 muore a Bologna Giosuè Carducci.
Giosue Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in Toscana. Il padre è un medico dal carattere impetuoso, costretto a cambiare più volte residenza soprattutto a causa delle sue idee politiche liberali., la mamma è una donna di grande equilibrio e dignità.
L'infanzia di Carducci si svolge principalmente in Maremma, nella campagna di Bolgheri. Da subito, Giosue manifesta una spiccata propensione per gli studi, in questo incoraggiato dal padre. Nel 1855 si laurea in Lettere e Filosofia alla Normale di Pisa. Nel 1857 lo colpisce il primo significativo lutto familiare: il fratello Dante, che conduceva una vita oziosa, si suicida; nel 1858 gli muore il padre; nel 1859 sposa Elvira Menicucci, conosciuta quando Giosue era ancora quattordicenne.
Nel 1860, in seguito alla rinuncia di Giovanni Prati, ottiene la cattedra di Italiano all'Università di Bologna. Insegna con impegno e brillantezza.
Nel 1870 lo colpiscono altri due lutti: muore l'amata madre e il figlioletto Dante, di tre anni, cui il poeta dedica la lirica Pianto antico.
Nel 1871 imbastisce una tempestosa relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, non nascondendo l'infatuazione nemmeno ai familiari. Il 1876 lo vede deputato di fresca nomina.
In seguito conoscerà l'amicizia di Annie Vivanti, una giovane poetessa, che gli rallegrerà e vivacizzerà la vita.
Gabriele D’Annunzio, studente di liceo, gli scrive una lettera nella quale riconosce una scintilla nuova nella poetica del Maestro:
«Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne mille volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili… Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova… anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne…»
Nel 1885 una paralisi gli colpisce l'emisoma destro. Soffre anche di vertigini e di esaurimento nervoso. Soggiorna per diverse estati, a scopo terapeutico, in numerose località alpine. Eletto senatore nel 1890, si impegna per migliorare l'istruzione del popolo. Nel 1898 viene colpito da un secondo attacco di paralisi. Lascia a malincuore l'insegnamento. Nel 1906 ottiene il premio Nobel per la letteratura. Muore il 16 febbraio 1907 in seguito alla complicanza broncopolmonare di un'influenza, curato dall'allora famosissimo clinico Augusto Murri e circondato dall'affetto dei familiari.
Con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Prati, Aleardi) avversato anche dagli Scapigliati.
In particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria.
Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.
Un altro grande tema dell'arte carducciano è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa.
La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in "Dinanzi alle terme di Caracalla" o gli ideali del libero Comune medievale in "Comune rustico". In "Nell'annuale della fondazione di Roma" mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro"). Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani ("Per la morte di Napoleone Eugenio; "Miramar"). Nelle "Rime Nuove" egli contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia ("Traversando la Maremma toscana"), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso ("Nostalgia"), ora luminosa e piena di forza e serenità ("Santa Maria degli Angeli").
domenica 23 novembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 novembre.
Il 23 novembre 1925 due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, vengono ghigliottinati a Roma presso la Porta del Popolo.
L'alone di mistero che circonda le attività della carboneria affonda le sue radici nella vaghezza stessa delle sue origini. Secondo alcuni studiosi rimontano addirittura all'XI secolo. Lo storico Giuseppe Ricciardi ha scritto che "credesi fondatore di essa un Teobaldo, detto poi Santo [...]. Nacque in Francia Teobaldo nel 1017 nella città di Provins.
Fattosi prete in Italia, si ritrasse, indi a poco, in Svezia, provincia germanica, ove dicesi nata la setta, alla quale, morto Teobaldo, non vennero meno le forze". Ma con quali intenti e propositi non è mai stato ben chiarito. Altri studiosi hanno indagato le origini straniere della setta, trovandole di volta in volta in Germania, in Svizzera, in Spagna e in Polonia.
Ma forse la genesi più attendibile è quella francese. Notizie certe risalgono alla seconda metà del XVIII secolo, epoca in cui si ha notizia dell'esistenza di una setta dei bons cousins charbonniers (buoni cugini carbonari) che dissimulava i propri programmi politici entro associazioni di carattere mutualistico professionale (compagnonnage). Il carbonarismo prese vita da una costola della massoneria di Besançon e della Franca Contea nel periodo precedente la Rivoluzione francese. Numerosi furono infatti i massoni di questa regione che avevano sposato i valori e i principi modernizzatori del Secolo dei Lumi. Del resto, la massoneria è stata la generatrice di tutte le sette fiorite nei secoli XVIII e XIX. I massoni credevano in Dio, "Grande Architetto Dell'Universo", ma negavano i dogmi della Trinità e dell'Incarnazione ed avversano il cattolicesimo e il clero.
Volevano favorire il progresso, in ciò condividendo le idee dell'Illuminismo e i concetti di libertà e uguaglianza degli uomini, ma in un certo senso si piegarono al dispotismo napoleonico. Negli ultimi anni di vita dell'impero Napoleonico numerose logge si sciolsero e quelle che rimasero non ebbero più seria importanza politica. Molti affiliati, che non approvarono l'atteggiamento elitario e i loro intenti puramente teoretici, si erano però già divisi dalla massoneria fondando nuove sette. Alcuni adepti diedero vita a cellule segrete destinate a tradurre nella pratica i valori dell'illuminismo.
Queste cellule assumeranno nomi diversi, i Carbonari, i Filadelfi, gli Adelfi, il Palladio, la Società della Rigenerazione Europea. Spesso guidate da militari, seguiranno una linea politica costituzionalista, repubblicana e rivoluzionaria, in opposizione ai principi monarchici di diritto divino. Il programma prevedeva l'opposizione ad ogni forma di assolutismo, la lotta per l'indipendenza, la libertà dei popoli oppressi, l'affermazione di governi costituzionali e di ispirazione democratica e repubblicana.
Quando Napoleone Bonaparte fece il colpo di stato del 18 Brumaio, alcune organizzazioni segrete entrarono nell'opposizione repubblicana e antibonapartista, senza tuttavia cessare di far parte dell'amministrazione dello Stato francese.
Fu così che i bons cousins charbonniers del XVIII secolo francese si trasformarono in un attivisti repubblicani in seno ad un paese, la Francia napoleonica, in cui gli ideali della Rivoluzione francese sembravano essere stati traditi dal Consolato prima e dall'Impero poi.
Fin qui le origini. Ma come abbiamo visto sopra, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX la carboneria era solo una delle tante società segrete diffuse in Europa. Come poi sia invece riuscita a trasformarsi, nei primi tre decenni dell'Ottocento, in uno dei primi strumenti del Risorgimento italiano è questione che merita un approfondimento a sé.
La carboneria fu portata in Italia dai soldati francesi (e per altre vie penetrò anche in Germania e Spagna), diffondendosi negli anni che vanno dal 1806 al 1812 soprattutto nell'Italia meridionale, a partire dal Napoletano, dall'Abruzzo e dalla Calabria. In seguito prese piede anche in Puglia e nel Salento, in Terra d'Otranto. Negli anni successivi fu presente un po' in tutta la penisola, collegandosi con altre società simili o assorbendole.
Ma anche sulle precise origine della carboneria italiana permangono dubbi e interpretazioni diverse. A partire dall'effettivo luogo di nascita.
C'è chi sostiene infatti che abbia avuto i natali nei monti Abruzzesi, altri sostengono invece sia sorta in Calabria.
Secondo alcuni autori nacque nel napoletano portata tra il 1809 e il 1810 da alcuni Filadelfi francesi, venuti nel Regno di Napoli come funzionari o ufficiali dell'esercito, ed incontratisi con gli oppositori del regime in nome dei princìpi giacobini. È probabile che fra i Filadelfi vi fosse Joseph Briot, ex seguace di Gracco Babeuf, il rivoluzionario della Congiura degli Eguali, amico di Buonarroti (tant'è che secondo alcuni Babeuf sarebbe il vero padre della carboneria). Una volta organizzatisi, i carbonari napoletani strinsero relazioni con gli inglesi - che in tutta Europa appoggiavano qualsiasi setta manifestasse la benché minima contrarietà verso Napoleone - per ricevere aiuti economici nella lotta contro il dominio di Murat e della Francia. Il primo tentativo insurrezionale di stampo carbonaro, favorito anche dai Borboni, prese infatti piede nel 1813 nel napoletano, a Cosenza. Il tentativo fu subito circoscritto dalle truppe di Murat, che saccheggiarono la cittadina di Altilia (Cosenza), considerata il centro operativo della setta.
Secondo lo storico e patriota Carlo Botta, che visse in prima persona gli avvenimenti del primo Risorgimento, nella carboneria "entravano principalmente uomini del volgo", sarti, commercianti, contadini e operai. Ma al suo interno si potevano trovare anche ampia rappresentanza della borghesia cittadina e fondiaria, esponenti delle professioni liberali una quota consistente di nobili vicini alle idee riformatrici e anche alcuni membri del basso clero.
La struttura della carboneria era regolata dall'alto e il comportamento degli affiliati era ispirato alla massima segretezza. E per soddisfare fino in fondo le esigenze di riservatezza, si faceva ricorso a nomi ed espressioni tipici di uno dei più antichi mestieri del popolo, diffuso, e non è un caso, proprio nell'Italia centromeridionale: il carbonaro, cioè colui che trasforma la legna in carbone, un mestiere che si praticava nei boschi e che comportava continui spostamenti.
L'organizzazione era diretta dal centro, cioè dalla cosiddetta "grande vendita", di cui faceva parte un ristretto numero di membri. Da qui gli ordini venivano trasmessi alle "vendite locali", composte da una ventina di affiliati, i cosiddetti "cugini". I "cugini" entravano nella carboneria con il grado più basso, quello di "apprendisti". Dopo un periodo di prova, entravano a far parte del grado superiore, diventando "maestri" e poi "gran maestri".
Nella carboneria, così come in gran parte delle logge e delle sette segrete, vigeva una sorta di gradualismo: i principi di massima erano noti, ma le finalità pratiche venivano rivelate progressivamente, mano a mano che gli adepti venivano ritenuti degni di essere iniziati ai segreti.
Non a caso, nel grado più basso di affiliazione venivano genericamente professati principi umanitari, vagamente democratici e di stampo religioso e moraleggiante. Diventando "maestri" si accedeva invece a dibattiti intorno ad argomenti politici: il sistema costituzionale, l'indipendenza nazionale, le libertà individuali ecc. Ma era solo con il grado di "gran maestro" che si accedeva finalmente al ristretto club dei rivoluzionari di professione: la lotta per la repubblica, per l'uguaglianza sociale e la spartizione dei grandi latifondi.
Minimo comune denominatore era la conquista di una costituzione. Ma poi esistevano notevoli differenza tra la carboneria dell'Italia settentrionale, quella dell'Italia centrale e quella del Mezzogiorno. Del resto, nei primi decenni dell'Ottocento la coscienza nazionale era ancora acerba: chi aspirava all'indipendenza dell'Italia, chi a quella della propria regione, chi voleva la monarchia costituzionale e chi la repubblica. Per i carbonari del Lombardo-Veneto, ad esempio, era fondamentale la questione dell'indipendenza dal dominio austriaco.
Per i carbonari sudditi dello Stato Pontificio, invece, non c'era un dominio straniero da abbattere, ma un governo ecclesiastico da sostituire con un'autorità laica (anche se, occorre aggiungere, quando l'obiettivo si spostava verso la meta finale dell'unità del Paese, l'opposizione carbonara allo Stato Pontificio diventava tutt'uno con l'opposizione al papato e gli aspetti dottrinari del suo potere). Nel Regno delle Due Sicilie i "cugini" chiedevano la fine dell'assolutismo borbonico, ma nell'isola molti aspiravano a uno stato separato e autonomo.
Differenze sul piano ideologico esistevano poi in merito alla religione. A differenza della massoneria la carboneria non era atea, sosteneva anzi di trarre ispirazione dall'esempio di Gesù Cristo. Tuttavia la realtà delle cose era decisamente più articolata.
"I carbonari mostrano una fede sincera nella religione di Gesù quale si trova nell'Evangelo, e liberata di tutti gli elementi estranei che i teologi vi hanno introdotto in diciotto secoli. Essi sono a una volta riformatori politici e religiosi". Così recitava il credo carbonaro. Ma è evidente come in questa dichiarazione ci fosse in realtà un invito a tornare ai principi cristiani delle origini (fede, umiltà e povertà) contro il magistero papale e il suo dominio temporale. Un ritorno, se vogliamo, alle eresie medievali, intese come recupero di una purezza di fede priva di intermediazioni di sorta. Una critica all'autorità dogmatica del Papa, quindi, ma non il proposito di creare un'alternativa al cristianesimo.
Non deve quindi stupire più di tanto se Papa Pio VII nel 1821, in una lettera apostolica, condannò aspramente la "società volgarmente detta de' Carbonari, la cui mira principale è dare ad ognuno una gran licenza di formarsi la Religione a capriccio, a seconda delle proprie opinioni…; di profanare e lordare la passione di Gesù Cristo con certe nefaste loro cerimonie; di spezzare i sacramenti della Chiesa che vogliono sostituirne de' nuovi da loro scelleratamente inventati e, di rovesciare questa Sede Apostolica, contro la quale essi hanno un odio particolarissimo e, non fan che macchinare quanto vi è di più pestifero e di pernicioso… Nostri predecessori… condannarono e proibirono la Società de' Liberi Muratori, ossia Francs-Maçons, delle quali la Società deve stimarsi un rampollo o per certo un'imitazione questa Società de' Carbonari". E per i carbonari, e contro chiunque nutrisse simpatia verso di loro, era pronta la scomunica.
Concludeva infatti Pio VII: "abbiamo stabilito e determinato di condannare e proibire la predetta Società de' Carbonari o, comunque, altro nome si chiami, i di lei ceti, uomini, congreghe, logge, combriccole… comandiamo a tutti i fedeli cristiani che niuno ardisca intraprendere, formare o propagandare la predetta Società de' Carbonari, fomentarla, ricettarla, occultarla o, nelle case o edifici o, altrove, non ardisca a farsi ascrivere o aggregarsi a lei, intervenire o essere presente alle di lei unioni, darle consiglio, aiuto o favore in palese o, in segreto, sotto pena di scomunica, ipso facto… comandiamo oltre a ciò a tutti sotto pena di scomunica, che siano tenuti a denunciare a' Vescovi tutti coloro che sapranno aver dato il nome a questa Società, o di essersi imbrattati in alcuni di quei delitti, de' quali si è fatta menzione".
Da una serie di lettere carbonare saltate fuori dagli archivi pontifici sembra però che alcuni timori del Papa non fossero del tutto infondati. Nell'epistolario di due carbonari si legge infatti che l'obiettivo dell'unità d'Italia era in realtà uno specchietto per le allodole. "L'indipendenza e l'unità d'Italia - scriveva un carbonaro a un altro affiliato - sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti […] Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l'annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell'idea cristiana", nel nome di una rigenerazione universale. Del resto, che tra i carbonari esistessero posizioni le più disparate lo abbiamo già visto sopra, a proposito dei vaghi obiettivi politico immediati. Allo stesso modo, quindi, possono aver convissuto al suo interno generiche spinte per un rinnovamento religioso nel solco di una tradizione cattolica originaria, così come spinte più marcatamente anticlericali, se non addirittura - come si evince dalla lettera tra i due carbonari - ostilmente atee o di ispirazione neopagane.
Ma quale fu il ruolo effettivo della carboneria nella prima stagione risorgimentale, quella cioè immediatamente successiva alla fine del dominio napoleonico?
Fu proprio tra il 1814 il 1815 che la setta iniziò a diffondersi in molte regioni, sovrapponendosi o integrandosi ad altri associazioni cospirative, come la Guelfia nel Lazio e nelle Marche (territori allora compresi nello Stato Pontificio), i Federati in Piemonte e in Lombardia.
E fu nelle Marche, a Macerata, che nel giugno del 1817 si ebbe il secondo tentativo carbonaro insurrezionale, dopo quello del 1813 contro Murat. Ne risultò un fallimento totale, cui seguì una dura repressione.
Il carbonarismo diede il meglio di sé nel meridione, dove si fece interprete del malcontento della popolazione verso l'assolutismo borbonico. Dalle prime manifestazioni di intolleranza verso i governanti ritornati sul trono con la restaurazione, si passò a vere e proprie insurrezioni e ammutinamenti dentro gli eserciti. Nel luglio 1820, a Nola, due ufficiali carbonari appartenenti a un reggimento della cavalleria reale borbonica, Michele Morelli e Giuseppe Silvati si ammutinarono marciando su Avellino.
A loro si unirono anche i carbonari salernitani. Ferdinando I di Borbone, mandò l'esercito a reprimere la rivolta, ma nelle stesse file dell'esercito avvennero molte defezioni che andarono così a rafforzare i rivoltosi. Si aggiunse anche il generale Guglielmo Pepe, che con il suo esercito appoggiò gli ammutinati di Salerno, mettendosi poi a capo della rivolta. Pepe chiese al sovrano la concessione della Costituzione di Spagna, che fu inizialmente accordata ma subito dopo rinnegata. Anche in questo caso il risultato ultimo fu una dura repressione, culminata in una serie di arresti e nella condanna a morte per tutti i militari che avevano preso parte alla rivoluzione.
La diaspora dei carbonari sfuggiti alla repressione contribuì a diffondere il sentimento dell'unità nazionale, a costruire una primitiva idea di Risorgimento, anche se pur sempre a livello di élites e non di popolo. L'eco della rivolta raggiunse rapidamente il Lombardo-Veneto, i ducati di Modena, di Parma, la Romagna, il Piemonte, creando così nuovi legami tra le varie società segrete. In Piemonte la rivolta di Guglielmo Pepe trovò una rielaborazione nell'insurrezione del marzo 1821 ad Alessandria, dove i dragoni del re, comandati da Isidoro Palma, occuparono la cittadella proclamando la Costituzione di Spagna. Ma le ambiguità e le reticenze della corte sabauda, temporaneamente retta da Carlo Alberto, e la successiva repressione di Carlo Felice stroncarono anche questa iniziativa.
Ma quanti erano di fatto i carbonari in Italia? Alcuni autori hanno avanzato una cifra attorno ai seicentomila affiliati nel periodo di maggior sviluppo, cioè tra il 1819 e il 1821. Ma il dato è in sé scarsamente verificabile, anche perché con il termine "carbonaro" allora si era soliti indicare tutti gli scontenti della situazione politica-amministrativa dell'Italia: anti-austriaci, liberali sabaudi, anti-papisti, anti-borbonici, rivoluzionari moderati ed estremisti. C'era, oltre alla borghesia, anche un certo numero di preti "progressisti" ostili alla Santa Alleanza.
Quel che è certo, però, è che, nonostante i numeri, quando la parola passò ai tribunali per i cospiratori non ci fu via d'uscita. Sulle gazzette dell'epoca i carbonari venivano descritti come assassini capaci di ogni nefandezza. Sui fogli cattolici, gli affiliati delle sette segrete venivano paragonati a Satana. Nel Lombardo-Veneto fu ordinato ai parroci di leggere in chiesa un invito ai fedeli a denunciare eventuali sospetti: come premio un sacco di sale per le informazioni, 500 corone per la cattura di un ribelle vivo o morto. A Rovigo, la polizia austriaca aveva già fatto una serie di arresti nel 1818, cui erano seguite diverse condanne ed esecuzioni. A Milano i provvedimenti contro i "sobillatori" portarono all'arresto di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, entrambi vicini al cenacolo carbonaro che si riuniva attorno al Conciliatore di Confalonieri. A Modena, nel settembre del 1823 Francesco IV fece giustiziare nove cospiratori.
Intanto Pio VII aveva comminato la scomunica nei confronti della carboneria, rivestendo così il reato politico di insurrezione anche di un aspetto religioso. Il suo successore, Leone XII, infierì duramente sui carbonari. In Romagna tra il 1824 e il 1826, quindi anche a Roma, dove nel 1825 furono giustiziati due affiliati, Targhini e Montanari.
Un'inattesa ripresa delle cospirazioni carbonare si ebbe nel giugno 1828 nel Regno delle Due Sicilie. Nel Cilento e nel salernitano scoppiarono nuove rivolte. Nella cittadina di Bosco è un ecclesiastico, Antonio De Luca, a mettersi alla guida dell'insurrezione, chiedendo la proclamazione della Costituzione rivoluzionaria francese del 1791. Nello stesso tempo scoppiano rivolte appoggiati da soldati ammutinati nella zona di Palinuro. Ma ancora una volta gli insorti vennero sconfitti dalle truppe fedeli al Re, che rasero al suolo alcuni paesi ritenuti epicentro dell'attività carbonara. I vertici insurrezionali furono tutti arrestati e fucilati.
Il canto del cigno della carboneria si può fissare idealmente nelle insurrezioni del 1831 nello Stato Pontificio e nei ducati di Modena e Parma, nate sulla scia della rivoluzione parigina del 1830. Ma ormai era evidente che l'improvvisazione, l'ambito ristretto a pochi iniziati in cui si muoveva l'organizzazione, così come la mancanza di un vertice capace di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari e organici, costituivano limiti insormontabili. Fu così che la carboneria andò incontro a una rapida disgregazione. Visse ancora per qualche tempo in Francia, dove si rese responsabile di una rivolta a Lione, nel 1834. Ma in Italia, quasi due decenni di insurrezioni fallimentari richiedevano una svolta.
"Chi pensava allora all'Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari", così Massimo D'Azeglio, esponente moderato del primo risorgimento, in polemica con i democratici e i rivoluzionari. A partire dal 1831 i singoli affiliati confluirono quindi verso altre strutture, guidate però da esponenti borghesi non improvvisati (Confalonieri, Mazzini) e portatori di ideali costituzionali moderati.
Lo storico E. J. Hobsbawm ha scorto nei movimenti carbonari nel meridione d'Italia, una manifestazione di primitiva rivolta sociale del popolo diseredato, che così acquisì una sua coscienza storica. Carboneria quindi come strumento di democratizzazione ed emancipazione, pur tra le mille contraddizioni che abbiamo cercato di esporre sopra. Ma carboneria anche come idealismo democratico punteggiato di aspirazioni umanitarie e socialistico-rivoluzionarie. O, ancora, come confuso laboratorio costituzionale oscillante tra la monarchia costituzionale e le aspirazioni repubblicane. Tutte antinomie la cui soluzione non poteva trovarsi in un'unica organizzazione misteriosa e dai rituali segreti. Un'organizzazione che però è passata alla storia come il brodo primordiale, il big-bang dal quale si sarebbe poi sviluppato il Risorgimento con tutte le sue inevase contraddizioni.
martedì 24 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 settembre 1863 la Brigata Estense viene sciolta a Cartigliano.
Brigata Estense era la denominazione assunta dall’esercito del Ducato di Modena che seguì nell’esilio il duca Francesco V d’Este dall’11 giugno 1859, data della definitiva partenza da Modena, al 24 settembre 1863, data dello scioglimento a Cartigliano nel Veneto. Composta inizialmente da circa 3.600 uomini, contava al momento dello scioglimento su 2.722 effettivi.
Sin dalla caduta del Regno italico, il restaurato signore del Ducato di Modena, Francesco IV aveva provveduto ad armare un piccolo esercito, cui non mancarono neppure le cure del successore Francesco V, sul trono dal 1846.
La piccola armata era strettamente legata e dipendente dal corpo di occupazione austriaco nel Lombardo-Veneto, ma da essa poterono emergere alcuni eminenti soldati, fra i quali basterà citare Manfredo Fanti, che ebbe un ruolo importante nella nascita dell’esercito italiano.
L’armata acquisì un forte spirito di corpo ed una solida fedeltà alla casa austro-estense. Tanto che Francesco IV poté portarla con sé in occasione della sua fuga a Mantova del 1831, trascinandosi dietro Ciro Menotti in catene. Il figlio Francesco V poté fare lo stesso nel 1848 eppoi, nel 1849 dopo la battaglia di Novara, condurre la brigata al seguito del d’Aspre all’occupazione del Granducato di Toscana.
Francesco V dovette compiere la terza, ed ultima, fuga da Modena, l’11 giugno 1859, sette giorni dopo Magenta, mentre l’esercito austriaco abbandonava la Lombardia per portarsi sotto le fortezze del Quadrilatero. Il duca si rifugiò, come precedentemente, a Mantova, in attesa degli eventi. Con l’armistizio di Villafranca Francesco V avrebbe potuto rientrare nei propri domini, ma le popolazioni rifiutarono di accettare la consegna e presero ad organizzare tre nuove divisioni, sotto la guida di ufficiali del Regno di Sardegna, con l’efficiente direzione del Fanti.
L’esercito di Francesco V, tuttavia, non si sciolse, e venne ribattezzato Brigata Estense, forte di circa 3600 uomini.
Nei quasi quattro anni di permanenza nella parte del Lombardo-Veneto ancora facente parte dell’Impero austriaco, la Brigata Estense giunse a contare fino a 5.000 effettivi per il sopraggiungere di volontari desiderosi di arruolarsi; giovani dell’ex-Ducato di Modena che preferivano oltrepassare il Po, per porsi al servizio del Duca, piuttosto che rispondere alle chiamate alle armi del neonato Regno d’Italia, ma anche sbandati o appartenenti a famiglie legate alla dinastia da vincoli economici.
Nell’anno 1860 si profilò per questo piccolo esercito la possibilità di essere impiegato al servizio di Pio IX: lo stesso Imperatore Francesco Giuseppe avrebbe caldeggiato questa eventualità rendendo disponibile la flotta austriaca per il trasporto delle truppe in Adriatico. Nello stesso anno però gli eventi precipitarono con la spedizione di Garibaldi, l’occupazione del regno borbonico, l’intervento del Regno di Sardegna con il dispiegamento della flotta di fronte ad Ancona e la discesa dell’esercito nello Stato Pontificio. Il progetto del duca non ebbe attuazione e fu definitivamente accantonato.
Il duca, nella cerimonia di scioglimento avvenuta in Cartigliano (Vicenza) il 24 settembre 1863, decorò i suoi soldati con la cosiddetta medaglia dell’emigrazione coniata in bronzo e raffigurante da un lato la sua effigie e dall’altro l’iscrizione: FIDELITATI ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS – MDCCCLXIII.
Nel pomeriggio della stessa giornata in Bassano, il generale Agostino Saccozzi comandante della brigata, molti ufficiali ed un reparto composto da granatieri del 1º e 2º Battaglione di linea si recarono nella casa dove alloggiavano Francesco V e la Duchessa Adelgonda per consegnare nelle mani del Sovrano le bandiere che come disse avrebbe conservato sempre con sé senza perdere la speranza di poterle dispiegare nuovamente un giorno fra i suoi fedeli soldati. Questo fu l’ultimo atto ufficiale dell’esercito del Ducato di Modena.
Ecco la testimonianza di Domenico Panizzi, soldato della brigata: “Le truppe sfilarono al cospetto dei Sovrani commossi da quella scena straziante (…) Fu vinto d’improvviso il ritegno della militare disciplina ed i soldati, rotte le file, si affollarono intorno alla carrozza della regal Duchessa ed appresso al cavallo dell’armato Sovrano, gridando Evviva ed Addio!”.
Nei giorni seguenti si svolsero le incombenze burocratiche relative al trasferimento presso il reparto di destinazione dei militari integrati nell’Armata Imperiale ed al rimpatrio dei congedati, la vendita dei cavalli e di altro materiale e la consegna delle armi negli arsenali austriaci come previsto dagli accordi.
All’atto dello scioglimento, dei 2.722 effettivi ancora arruolati, ben 1.111 (156 ufficiali e 955 militari di truppa) chiesero ed ottennero di entrare a far parte dell’Imperial Regia Armata. Il 5 ottobre 1863 il Tenente Maresciallo Luigi Pokorny li accolse con queste parole: “Quali soldati d’onore avete dato al mondo un raro esempio di forza d’animo, fedeltà ed attaccamento all’Augusto vostro Sovrano. Il destino altrimenti dispose di quanto una tanta fedeltà, eternamente duratura nelle pagine della storia, avrebbe meritato. (…) Dall’Austria i guerrieri di tante nazioni salutandovi, vi chiamano i benvenuti. Io in loro nome vi stringo la mano, e vi consegno la vostra nuova bandiera, pur essa vessillo della legittimità e della religione, ed in cui pure risplende il glorioso stemma estense”.
Le bandiere erano due: la prima in dotazione al I Battaglione di Linea donata da S.A.R. la duchessa Maria Beatrice nell’anno 1820, la seconda in dotazione al II Battaglione di Linea donata da S.A.R. la duchessa Adelgonda nell’anno 1849.
lunedì 9 settembre 2024
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Il 9 settembre 1804 nasce a Bologna Pietro Pietramellara.
Pietro Pietramellara nasce da Lorenzo e Carlotta Teodora Sampieri Scappi, famiglia patrizia di antiche origini transalpine. Il cognome Pietramellara deriva dalla località di Pietramelara, nel Casertano.
Terminati gli studi liceali nel collegio militare di Venezia, Pietramellara si laureò in Giurisprudenza all'Università di Bologna all'età di 23 anni. Tuttavia, le tradizioni famigliari lo avviarono verso la carriera militare e, grazie alla conoscenza della famiglia con casa Savoia, nel 1829 riuscì ad entrare nell'esercito di Carlo Alberto dove in poco tempo venne promosso come tenente. Questa carriera lo introdusse anche in quella politica; nel 1833 aderì al progetto mazziniano e contribuì all'azione di proselitismo della Giovine Italia, guidando i granatieri ad occupare il forte di Genova.
Dopo il fallimento di tale progetto, sfuggì alla pena capitale ma fu condannato nel carcere di Finestrelle e vi rimase per due anni.
Grazie all'intervento della madre, Pietramellara poté scontare la pena nella città natale dove nel 1835, precluso alla carriera militare, s'interessò all'esercizio dell'avvocatura. Nel 1843 Pietramellara, riavvicinatosi alla politica, entrò nel comitato bolognese, che aveva l'obiettivo di far scoppiare l'insurrezione e partecipò al tentativo di far sollevare Imola guidato da Ignazio Ribotti. Fuggito poi in Corsica, apprese di esser stato condannato a morte in contumacia così si stabilì a Châteauroux e successivamente a Parigi, dove prima insegnò italiano e poi lavorò come impiegato nelle ferrovie.
L'elezione di Pio IX (1846), conosciuto come papa liberale, permise a Pietramellara il ritorno in patria l'anno seguente. A Bologna contribuì all'organizzazione della guardia civica cittadina. In quegli anni rincontrò Giovanni Durando, conosciuto durante la sua esperienza nell'esercito sardo, il quale lo incaricò di formare un battaglione di fucilieri, arruolando giovani volontari disoccupati. Pietramellara, disobbedendo al Papa, partecipò con il suo battaglione alla prima Guerra d'Indipendenza e partecipò alla difesa di Vicenza, fino alla caduta della città il 10 giugno 1848. Il 16 agosto il battaglione rientrò a Bologna per poi dirigersi verso Cento, dove venne riorganizzato e rinominato VI battaglione bersaglieri.
Nel 1849, durante la difesa di Repubblica Romana, Pietramellara fu fatto prigioniero dai francesi del generale Oudinot stando a guardia di Civitavecchia, ma fu restituito alla sua patria successivamente al combattimento del 30 aprile, in cambio dei francesi fatti prigionieri sul campo di battaglia romano. Il 3 giugno, Oudinot attaccò Roma ma il suo esercito fu ostacolato dal battaglione di Pietramellara. Due giorni dopo, quest'ultimo venne colpito alla spalla presso Villa Savorelli e morì il 5 luglio quando le truppe francesi vinsero la resistenza e riuscirono ad occupare Roma. Il suo funerale fu interrotto dall'entrata dei francesi nella chiesa di San Vincenzo e Anastasio, e uno di questi tolse dalla salma la coccarda tricolore appuntatavi sul petto.
E' ricordato nella tomba di famiglia collocata nella Sala delle Tombe della Certosa di Bologna.
domenica 26 maggio 2024
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Il 26 maggio 1831 viene giustiziato a Modena il patriota Ciro Menotti.
Ciro Menotti nasce a Carpi (Modena) il 22 gennaio 1798. In giovane età diventa uno dei membri della carboneria italiana. Si oppone alla dominazione austriaca in Italia, appoggiando subito l'idea di un'Italia unita. Il suo obiettivo è quello di liberare il ducato di Modena dalla dominazione asburgica. In giovinezza segue in prima linea gli eventi che interessano la Francia dominata dal sovrano Luigi Filippo d'Orléans, instaurando anche dei legami con i circoli liberali francesi dell'epoca.
Ha degli ottimi rapporti con esuli democratici italiani come Vittoria dei Gherardini e Cristina Trivulzio Belgioioso. In questi anni il piccolo ducato di Modena è governato dal duca Francesco IV d'Asburgo-Este, arciduca dell'Impero d'Austria. Questi ha nella città di Modena una corte molto sfarzosa, ma vorrebbe avere dei territori molto più vasti da governare. Francesco IV quindi ha un atteggiamento ambivalente, poiché da un lato finge di appoggiare in maniera lusinghiera i moti risorgimentali che i carbonari stanno preparando, ma dall'altro cerca di sfruttarli a suo vantaggio.
Presto sarà molto interessato alla successione al trono della famiglia Savoia, poiché è sposato con la figlia del re Vittorio Emanuele I, Maria Beatrice di Savoia. In realtà l'arciduca non trae beneficio dalla successione al trono, non avendo chance nel succedere al trono di Sardegna.
Ciro Menotti e i suoi compagni cercano di convincere l'arciduca d'Austria ad appoggiare la cospirazione che avrebbero voluto portare avanti. Inizialmente Francesco IV è molto dubbioso sul da farsi, infatti, sembra che delle trattative sono in corso con l'avvocato Enrico Misley, che appoggia gli ideali di matrice liberale e che è un assiduo frequentatore della corte dell'arciduca.
In un primo momento quindi l'arciduca sembra sostenere la cospirazione che viene organizzata da Menotti e dai suoi compagni. Nel gennaio del 1831 il giovane patriota italiano organizza la sollevazione nei minimi dettagli, avendo anche l'appoggio dei circoli liberali fondati nella Penisola italiana in quegli anni.
Nel febbraio dello stesso anno, nella sua abitazione che si trova a pochi passi da Palazzo Ducale, raduna una quarantina di uomini che devono partecipare all'insurrezione.
Nel frattempo però Francesco IV, non rispettando i patti, decide di chiedere il sostegno dei Paesi che fanno parte della Santa Alleanza: Russia, Francia, Austria e Prussia. Il suo obiettivo quindi è quello di soffocare la rivolta sul nascere, chiedendo il sostegno di questi grandi Paesi che avrebbero con la forza normalizzato la situazione.
Il duca dà ordine alle sue guardie di circondare l'abitazione di Menotti; molti uomini che hanno preso parte alla cospirazione riescono a fuggire e a mettersi in salvo, mentre altri come Ciro Menotti no. Questi viene quindi arrestato dagli uomini di Francesco IV. Nonostante il tentativo di cospirazione sia stato soffocato, innumerevoli sollevazioni scoppiano a Bologna e in tutta l'Emilia Romagna. In quest'occasione l'arciduca decide di lasciare Modena e di partire per Mantova, portando con sé il prigioniero. Giunti a Carpi, si cerca in tutti i modi di salvare la vita di Ciro Menotti, chiedendo che non venga giustiziato.
Trascorso un mese dalla prigionia, segue il duca che ritorna a Modena. Nella città si svolge il processo che avrebbe poi portato alla condanna a morte del patriota italiano.
Nel breve periodo che passa in carcere Menotti scrive una drammatica e commovente lettera alla moglie e ai suoi figli, in cui dice loro di essere in procinto di morire per una causa superiore, ovvero la liberazione della sua regione dal dominatore straniero. Prima di essere condannato consegna a uno dei padri confessori, che si trova in carcere per sostenerlo prima dell'esecuzione, la lettera che avrebbe dovuto consegnare alla moglie. Questa lettera in realtà arriverà a destinazione soltanto nel 1848, poiché viene sequestrata al confessore dalle autorità ivi presenti.
Ciro Menotti muore per impiccagione il 26 maggio 1831 all'età di 33 anni.
mercoledì 12 ottobre 2022
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Il 12 ottobre 1946 l'Italia adotta l'Inno di Mameli come inno nazionale provvisorio.
Nell’autunno del 1847, Goffredo Mameli (morto a 22 anni nel 1849), forse a seguito di espressa richiesta di Giuseppe Mazzini, scrisse il testo de “Il Canto degli Italiani” (titolo originale di Fratelli d’Italia).
La richiesta rivolta a Mameli fu, probabilmente, quella di creare un Inno con la forza popolare della Marsigliese, ma con chiari richiami alla Massoneria e all’idea repubblicana, oltre che all’Italia unita. Da qui, il “figli della patria” francesi diventano i “fratelli d’Italia”.
Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l’inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato, ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani, in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente “Casimiro Corradi”.
Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell’aria. Era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben in 30.000 ascoltarono l’Inno e l’impararono.
Nel frattempo, Nino Bixio, sulle montagne, organizzava i falò della notte dell’Appennino.
Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l’Inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).
Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: Il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento.
Gli inni patriottici come l’Inno di Mameli (sicuramente, fra tutti, il più importante) furono un grandioso strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all’insurrezione, che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all’emanazione dello Statuto Albertino ed all’impegno del Re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.
Proprio perché il loro principale scopo era questo, in questi inni assumevano un’importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorirne la memorizzazione e, quindi, la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo delle semplici “marcette” (come “Fratelli d’Italia”), per cui il valore artistico e la qualità musicale diventano elementi secondari.
Quando l’Inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo per via dell’ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore.
Visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati: ma neppure in questo si ebbe successo.
Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l’articolo dello Statuto Albertino secondo cui l’unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l’uso del tricolore verde, bianco e rosso (sino ad allora, bandiera della Cispadania), anch’esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente, nel 1831, come simbolo della Giovine Italia di Mazzini.
In seguito, fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i “Mille”, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e la riunificazione nazionale.
Mameli era già morto da parecchio tempo, ma le parole del suo Inno, che invocava un’Italia unita, erano più vive che mai.
Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.
Anche più tardi, per tutta la fine dell’Ottocento e oltre, Fratelli d’Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911/1912, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi.
Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l’irredentismo che la caratterizzava, l’obiettivo di completare la riunificazione, trovò facilmente ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.
Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani fu quella che fece, il 9 giugno 1915, il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono.
L’etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.
Una seconda antica incisione, pervenuta ad oggi, è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone), il 23 gennaio 1918.
Dopo la Marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre all’inno ufficiale del regno, che era sempre la Marcia Reale, i canti più prettamente fascisti, che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente.
I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli “sovversivi” di stampo anarchico o socialista, come l’Inno dei lavoratori o l’Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese.
Anche gli altri canti furono rinvigoriti, e a esempio La canzone del Piave veniva cantato nell’anniversario della vittoria, il 4 novembre.
Fu istituito il Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo Nazionale di Assistenza, ed infine nacque la Corporazione dello Spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni.
Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi.
La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti. Spesso l’Inno di Mameli viene erroneamente indicato come l’Inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana: invece, è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale. Nelle cerimonie veniva cantato l’Inno di Mameli oppure Giovinezza.
Nella seconda guerra mondiale, indicibilmente più dura della prima, non ci fu lo spazio nemmeno per i canti che avevano invece caratterizzato la Grande Guerra, nascendo molto spesso dal basso.
Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Inno di Mameli e molti altri vecchi canti, assieme a quelli nuovi dei partigiani, risuonarono per tutta Italia (anche al Nord, dove erano trasmessi dalla radio), dando coraggio agli italiani.
In questo periodo di transizione, sapendo che la monarchia sarebbe stata messa in discussione e che la Marcia Reale sarebbe stata perciò provocatoria, il Governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, a Londra, Arturo Toscanini diresse l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni, composto da Verdi e comprendente anche l’Inno di Mameli, che vide così riconosciuta l’importanza che gli spettava.
Il Consiglio dei Ministri, il 12 ottobre 1946, acconsentì all’uso provvisorio dell’Inno di Mameli come Inno nazionale, limitandosi così a non opporsi a quanto decretato dal popolo, anche se alcuni volevano confermare La canzone del Piave e altri avrebbero preferito il Va’ pensiero (celebre aria dall’opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi.
Altri ancora avrebbero voluto bandire un concorso per trovare un nuovo inno che sottolineasse la natura repubblicana della nuova Italia: ciò forse non era necessario, perché Mameli e il suo Inno erano già accoratamente repubblicani (proprio per questo, come si è precedentemente detto, all’inizio erano stati banditi dal Regno sabaudo).
La Costituzione Italiana sancì l’uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’Inno e nemmeno il simbolo della Repubblica, che, essendo fallito il primo concorso dell’ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti e specialisti, dei quali risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema attualmente in uso.
Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d’Italia l’inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.
Nel 2006 è stato discusso, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia.
Lo stesso anno, con la nuova legislatura, è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione Italiana con l’aggiunta del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”.
Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare.
Fratelli d’Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all’inizio degli anni novanta.
Le critiche si appuntano, in genere, sulla bassa qualità musicale dell’Inno, rilevandone un carattere di “marcetta” o “canzone da cortile” di poche pretese. Si obietta, tuttavia, che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta, mal si conciliano, in genere, con un’elevata qualità artistica della melodia.
Molti concordano col dire che è vero che la melodia non è sublime e sicuramente è inferiore a quella dell’inno tedesco di Haydn e al Va’ pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione, e che però ciò non basta a fare di quest’ultimo un’alternativa valida.
È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che non contiene nessun riferimento specifico all’Italia o alla sua storia, – è il canto di un popolo diverso, – perciò ci si chiede quanto possa essere plausibile l’idea di farne l’Inno nazionale.
I riferimenti storici e patriottici dell’inno di Mameli a taluni paiono addirittura eccessivi e il testo, in generale, eccessivamente retorico e patriottardo, ma d’altronde è normale per un inno nazionale, anzi quelli degli altri Paesi sono spesso suscettibili di interpretazioni ben più nazionalistiche: ad esempio, il predetto inno tedesco affermava (nella prima strofa, non più cantata da dopo la seconda guerra mondiale) “Germania, Germania, al di sopra di tutto / al di sopra di tutto nel mondo”, benché questa traduzione possa risultare fuorviante, in quanto l’über alles incriminato si riferisce, nelle intenzioni dell’autore, all’importanza primaria dell’obiettivo di una Germania libera e unificata piuttosto che a una supposta superiorità della nazione tedesca sulle altre.
Altri invece leggono i riferimenti a Roma come un’esaltazione e un’invocazione dell’Impero, quasi un fascismo ante litteram: interpretazione capziosa, perché, come abbiamo detto, il significato è diverso e, del resto, non si vede come si possa pensare altrimenti data la storia dell’autore, che era seguace di Mazzini e Garibaldi e si ispirò alla Marsigliese.
Una critica meno comune, ma molto sottile, mossa da Antonio Spinosa, è che Fratelli d’Italia sarebbe maschilista, poiché non accenna minimamente a imprese compiute da donne come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi, imprese però che, almeno in parte, sono successive alla morte dell’autore.
domenica 29 maggio 2022
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Il 29 maggio 1848 ebbe luogo la battaglia di Curtatone e Montanara.
La battaglia a Curtatone e Montanara deve inquadrarsi negli avvenimenti generali dell’assedio di Peschiera e la successiva battaglia di Goito. Riveste massima importanza, poiché il sacrificio dei volontari toscani permise la vittoria importantissima delle truppe Sabaude a Goito il giorno seguente, che apriva le più ampie possibilità sull’economia della guerra.
Nel pomeriggio del 27 maggio 1848, Radetzky uscì da Verona e per Isola della Scala giunse la sera del 28 presso Mantova dove si accampò a San Giorgio. La sua idea era di effettuare un’ampia manovra verso sud – sud ovest per aggirare le posizioni “italiane” (sabaude e volontarie) e di piombare sulla chiave di volta del settore: Goito. Battere i Piemontesi a Goito, voleva dire liberare Peschiera dall’assedio e tagliare la ritirata al resto dell’Esercito Sardo in Veneto. In questo panorama, i volontari toscani ricoprivano una posizione strategica, perché schierati su una linea difensiva posta a metà strada tra Goito ed il lago di Mantova, appunto i borghi di Curtatone e Montanara. Comandati dal Generale Laugier, che il 26 maggio aveva sostituito il duo Arco-Ferrari, e avevano valorosamente combattuto gli Austriaci il 4, il 10 e il 13 maggio, avevano il loro quartiere generale alle Grazie. Laugier ricevette il giorno 28 dal Generale Bava due avvisi: nel primo gli si diceva di stare in guardia, e con il secondo lo si invitava ad impedire al nemico il passaggio del Mincio se fossero venuti in contatto. Se ciò era impossibile, avrebbe dovuto ritirarsi su Gazzoldo e di là a proseguire per Volta.
Il mattino presto del 29 maggio, Laurgier ricevette un terzo avviso, con l’istruzione di arretrare subito lo schieramento della sua divisione, per mettersi in grado, nel caso non avesse potuto fermare il nemico, di giungere subito a Volta, dove avrebbe incontrato il grosso del Corpo d’Armata dello stesso Bava.
Quest'ultimo avviso però giunse al Laurgier contemporaneamente al contatto con le avanguardie nemiche. Iniziato lo scontro quindi, Laurgier non fu più in grado di eseguire le ultime istruzioni, perché a sua volta aveva impartito i suoi ordini durante la notte e per avvisare tutti i comandi di battaglione e compagnie ci sarebbero volute ore. Intorno alle ore 08.00 quindi, quando gli austriaci fecero capolino, lo schieramento del Laurgier era si pronto a scontrarsi con il nemico a piè fermo, ma sapeva anche bene che non avrebbe avuto nessun aiuto dalle retrovie, perché queste si aspettavano il suo ordinato ripiegamento.
A tal proposito è bene ricordare, che al tempo non esistevano comunicazioni dirette ed in tempo reale fra i reparti, e che gli ordini emanati per mezzo di staffette e dispacci, giungevano con giornate intere di ritardo sulla condizione che li avevano generati. Ciò poteva chiaramente amplificare gli eventuali errori di valutazione commessi. I comandanti tutti, ma soprattutto coloro che avevano la responsabilità strategica dei movimenti di insieme, traevano le loro informazioni da esploratori a cavallo, che con tempi variabili aggiornavano una situazione che poteva cambiare sensibilmente di ora in ora, e sulla base di queste informazione venivano stimati movimenti e possibilità tattiche, che perdevano di efficacia tanto più quanto lento era il ciclo: raccolta informazioni – elaborazione di un piano – ordini e disposizioni alle truppe sul campo per l’esecuzione.
Il Generale Laurgier poteva contare verso Goito il 1° battaglione del 1° reggimento napoletano; a Sacca, Rivolta e Castellucchio due compagnie di Lucchesi e un battaglione di volontari fiorentini; a Curtatone, sotto il comando del Colonnello Campione, duemilacinquecento uomini, fra cui un battaglione di volontari napoletani; a Montanara, comandati dal Colonnello Giovannetti, altri duemilacinquecento soldati fra cui il secondo battaglione del 1° Reggimento napoletano. Di fronte in quella mattina del 29 maggio 1848 si trovano circa sedicimila fanti austriaci, duemila cavalli ed otto batterie di artiglieria da campagna, che muovevano su tre colonne, la prima comandata da Felice Schwartzenberg, la seconda da Carlo Schwartzenberg, la terza dal Principe Liechtenstein. Le prime due puntarono su Curtatone e Montanara, mentre l'ultima, prendendo la via di Buscoldo, tentava un ulteriore manovra aggirante su Montanara per impadronirsi del passo dell'Osone alle spalle del Laurgier.
La battaglia cominciò con l'assalto di Curtatone. Due volte la brigata Benedek assalì e due volte fu respinta, mentre i due soli pezzi (cannoni) del Capitano Niccolini tenevano testa alle numerose artiglierie nemiche. In questa opera si distinse il cannoniere Gasperi, che, quasi nudo dopo che i suoi vestiti erano stati quasi interamente bruciati da un razzo incendiario, “rimaneva impassibile, accanto al suo pezzo fra il fulminare dei cannoni austriaci”.
Al terzo assalto della brigata Benedek, spalleggiata dalla brigata Wolgemuhl, la resistenza venne meno, e i superstiti cominciarono il ripiegamento verso Goito, manovra peraltro eseguita con un discreto ordine. Fra gli altri, a Curtatone, si distinse in particolar modo il battaglione degli studenti delle Università di Pisa e di Siena; il Prof. Leopoldo Pilla, famoso geologo, venuto a combattere con i suoi discepoli per l'indipendenza d'Italia, cadde ucciso in questa mirabile resistenza. Fu ferito e fatto prigioniero Giuseppe Manganelli, così come fu ferito anche il Colonnello Campia.
Anche a Montanara i volontari toscani di Giovanetti respinsero due audaci assalti del nemico e con loro gareggiarono in valore i fanti del 2° battaglione del 1° reggimento napoletano. Alla fine però, dopo sei ore di accanitissimo e sanguinoso combattimento, ormai decimati furono costretti a ripiegare su Gazzoldo.
Nella battaglia di Curtatone e Montanara, i poco considerati - fino ad allora - volontari toscani si coprirono di gloria resistendo a forze nemiche doppie e oltre, mandando a vuoto di fatto il disegno strategico del Feldmaresciallo Radetzky che intendeva chiudere fra il Mincio e l'Adige l'esercito piemontese. La Divisione “italiana” del Generale Laurgier ebbe centosessantasei morti, cinquecentodieci feriti e millecentottantasei prigionieri su circa 6000 uomini combattenti. Da parte loro gli austriaci pagarono caro l’azzardo, con circa 1000 uomini fuori combattimento nonostante l’evidente supremazia numerica.
Lo stesso giorno 29, mentre infuriava la battaglia a Curtatone e Montanara, seimila Austriaci scendevano da Rivoli accompagnando un convoglio che doveva rinforzare e rifornire di viveri la fortezza assediata di Peschiera. Anche in questo caso il nemico non riuscì a portare a termine il suo incarico, in quanto a Colmasino, gli “italiani” volontari che difendevano quella posizione resistettero fin quando gli austriaci dovettero ritirarsi oltre Cavaglione, per il sopraggiungere delle forze del Generale Bes, giunto a loro soccorso.
In conseguenza di questa rotta dei soccorsi, la già debole guarnigione austriaca di Peschiera, mancante di viveri dal giorno 26, si arrese l’indomani 30 maggio. Il presidio contava millesettecento uomini; furono trovate centocinquanta bocche da fuoco e una gran quantità di polvere e di proiettili.
Il Radetzky, avuta ragione degli “italiani” a Curtatone e Montanara, avrebbe dovuto marciare su Goito, ma l'improvvisa resistenza trovata lo consigliò di rimandare il giorno dopo il proseguimento dell'azione, il che permise a Carlo Alberto di concentrare su Goito ventiduemila uomini e di vincere ancora il nemico.
mercoledì 9 febbraio 2022
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Il 9 febbraio 1849, dopo la fuga di Papa Pio IX, viene proclamata a Roma la Repubblica Romana.
Nel novembre del 1848 l’eco dei grandi avvenimenti che avevano caratterizzato la “Primavera dei popoli” si andava spegnendo. L’armata sabauda, sconfitta, aveva accettato l’armistizio di Salasco e la tregua con gli austriaci.
Radetzky, il comandante asburgico, aveva ripreso Milano. Venezia, guidata da Manin e Tommaseo e difesa dal generale borbonico (ed ex murattiano) Guglielmo Pepe, resisteva ma era sempre più sfibrata.
A Roma gli eventi del 1848 avevano rese manifeste le ambiguità nutrite nei due anni precedenti, a partire dall’elezione di Pio IX. Il papa, dopo aver inizialmente appoggiato le istanze patriottiche che si levavano anche dai suoi possedimenti, si era ritirato dalla guerra contro l’Austria. La delusione di molti patrioti fu cocente.
La situazione in città si era fatta tesa e quando, in novembre, il ministro Pellegrino Rossi venne assassinato, il pontefice ebbe la dimostrazione di non poter più controllare Roma e si rifugiò, sotto la protezione di re Ferdinando II, nella fortezza di Gaeta.
Roma era senza il papa, a Roma serviva un governo. Vennero allora indette elezioni per l’Assemblea costituente, che si tennero nel gennaio del 1849. Tra gli eletti figuravano i nomi illustri, tra gli altri, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Il primo atto dell’Assemblea fu l’emanazione di un decreto nel quale si dichiarava decaduto il potere temporale dei pontefici, nonostante al papa venissero assicurate «tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale». Era nata la Repubblica romana.
Intanto la situazione in Italia e in Europa evidenziava un netto riflusso dell’ondata rivoluzionaria. L’esercito borbonico poneva fine, in maggio, all’esperienza indipendentista siciliana. Poco prima Carlo Alberto, a Novara, aveva subito una sconfitta che aveva chiuso definitivamente la partita della Prima guerra d’indipendenza, costringendolo all’esilio in Portogallo. Gli austriaci liquidavano la ribellione lombarda soffocando nel sangue gli ultimi focolai di rivolta, come avvenne a Brescia. A Firenze Leopoldo II riprese il controllo del Granducato, aiutato dalle armi austriache. Resisteva soltanto Venezia.
Il papa, da Gaeta, aveva nel frattempo inviato un accorato appello alle potenze cattoliche affinché, per mezzo dei loro eserciti, lo reinsediassero nei suoi domini legittimi. All’appello risposero l’Austria, la Spagna, il Regno delle Due Sicilie e, soprattutto, la Francia repubblicana di Luigi Napoleone Bonaparte. In tempi diversi gli eserciti delle quattro potenze invasero i territori dello Stato romano. A difendere la Repubblica erano intanto accorsi migliaia di volontari, mentre il governo era stato affidato a un triumvirato plenipotenziario composto da Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini.
La resistenza che la Repubblica seppe opporre agli invasori fu molto più tenace di quanto questi si aspettassero. Il 30 aprile le truppe francesi del generale Oudinot vennero messe in rotta, a Porta San Pancrazio, da un’azione guidata da Garibaldi.
L’esercito repubblicano incontrò in battaglia i nemici in altre occasioni (battaglie di Palestrina, Terracina) e, mentre l’Austria si impossessava delle Legazioni emiliano-romagnole, gli spagnoli penetravano in Umbria e i napoletani erano costretti al ritiro, i francesi, dopo la sconfitta di aprile, decisero, infine, di dare il colpo di grazia alla Repubblica.
Con un corpo di spedizione che poteva contare su circa 30.000 effettivi, in giugno Oudinot mosse contro Roma. L’assedio durò circa un mese. Infine, persa dalle truppe comandate da Garibaldi anche l’ultima battaglia combattuta sul Gianicolo, la Repubblica si arrese. Per una ferita riportata in questa battaglia morì Goffredo Mameli, l’autore del Canto degli Italiani, l’attuale inno nazionale. I capi della Repubblica si dispersero. Garibaldi, alla guida di uno sparuto gruppo di insorti, tentò, invano, di raggiungere Venezia che ancora resisteva. Nella affannosa marcia verso la laguna veneta la sua compagna, Anita, trovò la morte nei pressi di Ravenna.
domenica 6 giugno 2021
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Il 6 giugno 1861 muore nella sua casa a Torino il Conte di Cavour.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d'un dipartimento dell'impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell'esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.
Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte.
La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segna l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti.
Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.
Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari.
In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto che i progressi economici siano estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese.
L'agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l'industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile; fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento.
Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.
Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria.
Il trattato ufficiale stabiliva che:
la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia; uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria; un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.
Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.
La II guerra d'indipendenza permette l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.
Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto "Italia e Vittorio Emanuele" portano così alla proclamazione del Regno d'Italia, il giorno 17 marzo 1861.
Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.
La tomba di Cavour si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta sotto la cappella di famiglia della chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si affaccia anche la facciata secondaria della Villa Cavour). Lo statista è sepolto per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di Cavour, figlio di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.
domenica 23 maggio 2021
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venerdì 26 marzo 2021
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Il 26 marzo 1842 Giuseppe Garibaldi sposa a Montevideo Anita.
Anita Garibaldi (il cui vero nome completo è Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva) nasce il 30 agosto 1821 a Morrinhos, nello Stato brasiliano di Santa Catarina. Il padre è il mandriano Bento Ribeiro da Silva, la madre è Maria Antonia de Jesus Antunes. I genitori hanno dieci figli e Ana Maria è la terzogenita. Riceve un'istruzione elementare, è molto acuta e intelligente. Il padre Bento muore presto così come tre dei suoi fratelli, per cui la madre Maria Antonia deve occuparsi della famiglia molto numerosa, che è precipitata in una situazione di estrema indigenza, da sola. Le figlie maggiori si sposano in giovane età.
Ana sposa Manuel Giuseppe Duarte alla giovane età di quattordici anni nella città brasiliana di Laguna. Il marito svolge più professioni, il calzolaio, il pescatore, avendo degli ideali conservatori. Nel 1839 Giuseppe Garibaldi giunge nella città di Laguna con l'obiettivo di conquistarla in modo tale da fondare la Repubblica Juliana. Si è rifugiato nell'America meridionale, poiché condannato a morte in Italia per avere partecipato ai moti risorgimentali e per essersi iscritto all'organizzazione di Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia.
Nel momento in cui giunge in Brasile, lo Stato di Santa Catarina vuole rendersi indipendente dal governo centrale brasiliano guidato dall'imperatore Pedro I. In Brasile la situazione politica quindi non è cambiata rispetto all'epoca coloniale. Dopo essere arrivato nella città, nel mese di luglio, la sera stessa Garibaldi conosce Ana, rimanendo molto affascinato dalla sua bellezza e dal suo carattere. Presto deve lasciare la città di Laguna e Ana, dopo avere abbandonato il marito, decide di partire con lui, seguendolo nelle sue avventure.
Combatte accanto al compagno Giuseppe e ai suoi uomini, difendendo le armi in occasione delle battaglie via terra e via mare. Nel 1840 partecipa con gli uomini di Garibaldi alla battaglia di Curitibanos, in Brasile, contro l'esercito imperiale. In quest'occasione diventa prigioniera delle Forze nemiche. Crede però che il compagno sia morto in battaglia, per cui chiede ai suoi nemici di poter cercare nel campo di battaglia le spoglie dell'uomo.
Non trovando il cadavere, riesce con grande astuzia a fuggire a cavallo per poi ritrovare Giuseppe Garibaldi nella fazenda di San Simon, vicino al Rio Grande do Sul. Nel momento in cui scappa a cavallo tra l'altro è incinta di sette mesi. A Mostardas, vicino a San Simon, il 16 settembre dello stesso anno nasce il loro primo figlio che viene chiamato Menotti per ricordare l'eroe italiano Ciro Menotti. Dodici giorni dopo la nascita del figlio, Ana detta Anita, riesce a salvarsi nuovamente dal tentativo di cattura da parte delle truppe imperiali che hanno circondato la sua casa. Fortunatamente riesce nuovamente a fuggire a cavallo con in braccio il piccolo Menotti.
Dopo quattro giorni passati nel bosco, viene ritrovata insieme al figlio da Garibaldi e i suoi uomini. La famiglia Garibaldi vive momenti difficili anche dal punto di vista economico, poiché Giuseppe rifiuta i soldi che gli vengono offerti dalle persone che sta aiutando. L'anno dopo i due coniugi lasciano il Brasile, ancora colpito dalla guerra, per trasferirsi a Montevideo, in Uruguay.
Nella città la famiglia prende una casa in affitto. In quegli anni hanno altri tre figli: Rosita che muore alla tenera età di due anni, Teresita e Ricciotti. Nel 1842 la donna e Garibaldi si sposano a Montevideo.
Cinque anni dopo Anita, insieme ai piccoli, segue il compagno in Italia. A Nizza i due sono accolti dalla mamma di Giuseppe, Rosa. In Italia diventa la moglie del Generale Giuseppe Garibaldi, che deve guidare il Paese verso un sogno, l'Unità nazionale. Nonostante le difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto sociale, per amore del marito soffre in silenzio, mostrando sempre un atteggiamento garbato e cordiale. Quattro mesi dopo l'arrivo in Italia, Giuseppe Garibaldi deve partire alla volta di Milano in occasione dello scoppio dei moti risorgimentali ("Le Cinque giornate di Milano"). Nel 1849 è nominato deputato della Repubblica Romana che è guidata da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.
Anita, in quest'occasione, lascia Nizza per partire verso Roma, avendo l'obiettivo di vedere il marito con cui condivide gli stessi ideali rivoluzionari. Quindi torna sul terreno di battaglia molto presto, perché il Papa Pio IX, avendo il sostegno degli eserciti spagnolo, borbonico e francese, mira alla riconquista di Roma.
I garibaldini tentano di difendere eroicamente Roma con tutte le loro forze, ma la superiorità degli eserciti che aiutano il Papa è devastante. La Repubblica Romana cade in mano nemica dopo quattro settimane dalla sua nascita.
Anita in quel momento si trova al fianco del marito e, dopo essersi tagliata i capelli e vestita da uomo, decide di combattere insieme a lui. I garibaldini hanno come obiettivo quello di lasciare Roma e di raggiungere la Repubblica di Venezia fondata da Mazzini. Il generale italiano e sua moglie attraversano con i loro uomini l'area appenninica, trovando sempre l'aiuto delle popolazioni locali.
Durante il viaggio la donna contrae la malaria e nonostante potesse essere anche aiutata dalle popolazioni che le offrono la loro ospitalità, è decisa a continuare il viaggio. I due coniugi e gli altri volontari arrivano a Cesenatico, si imbarcano, ma al loro arrivo a Grado trovano una situazione difficile, poiché iniziano dei cannoneggiamenti.
Dopo essere arrivati a Magnavacca, continuano il tragitto a piedi aiutati sempre dalla gente del posto. Dopo tanta fatica, giungono a Mandriole, dove vengono ospitati da Stefano Ravaglia, un fattore. Dopo essere stata stesa su un letto, Anita Garibaldi muore a causa della malaria il 4 agosto 1849.
Il corpo della donna viene sepolto dal Ravaglia nel campo chiamato Pastorara. Trovato pochi giorni dopo da tre piccoli pastori, è sepolto senza nome nel cimitero di Mandriole. Dopo dieci anni, Garibaldi si reca a Mandriole per avere le spoglie dell'amata moglie e portarle nel cimitero di Nizza.
Nel 1931 il corpo di Anita viene trasferito per volontà del governo italiano nel Gianicolo, a Roma. Accanto a questo è stato eretto in suo nome anche un monumento che la rappresenta a cavallo con il figlio in braccio.
giovedì 25 marzo 2021
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Il 25 marzo 1842 nasce a Vicenza Antonio Fogazzaro.
Nell'ambiente famigliare agiato e patriottico - la famiglia è impegnata nella lotta antiaustriaca - riceve un'educazione di stretta osservanza cattolica. Sulla sua formazione influisce profondamente Giacomo Zanella, suo insegnante al Liceo di Vicenza; questi non solo stimola in Fogazzaro la vocazione alla letteratura, ma gli trasmette anche l'interesse per il problema del rapporto tra fede religiosa e progresso scientifico, tema che diventerà centrale nella ideologia del futuro scrittore e poeta.
Sugli interessi letterari nonché sulla intima sensibilità, influiranno anche gli scrittori e i poeti del secondo romanticismo, assieme ad alcuni fra i più noti scrittori stranieri, tra i quali Victor Hugo.
Dopo un periodo trascorso tra Padova e Torino, dove Fogazzaro consegue la laurea in Legge nel 1864, pratica per un breve periodo la professione di avvocato, prima a Torino, poi a Milano.
Sposa nel 1866 la contessa Margherita di Valmarana e successivamente si trasferisce a Milano dove la propria vocazione letteraria e la decisione di cambiare percorso professionale, trovano una decisiva maturazione. Torna a Vicenza dopo tre anni e si dedica completamente all'attività letteraria.
L'esordio letterario avviene nel 1874 con il poemetto "Miranda"; del 1876 è la raccolta di liriche "Valsolda": queste anticipano vari temi della sua produzione successiva. Il primo romanzo, "Malombra", viene pubblicato nel 1881; poi è la volta di "Daniele Cortis" (1885), "Il mistero del poeta" (1888), "Piccolo mondo antico" (1895).
Fogazzaro intanto allarga i suoi interessi culturali, affrontando i temi della filosofia positivista e dell'evoluzionismo darwiniano.
E' dopo il grande successo di "Piccolo mondo antico" che si intensifica la sua produzione letteraria. Escono "Poesie scelte" (1897), "Sonatine bizzarre" (1899), "Minime" (1901). Il 1901 è l'anno del suo primo lavoro teatrale dal titolo "El garofolo rosso", che confluirà - insieme ad altri due bozzetti teatrali - nel volume "Scene" (1903). Autore oramai affermato Antonio Fogazzaro diviene sempre più personaggio impegnato nella vita pubblica; il suo nome si impone anche in ambito internazionale, non solo grazie al successo dei suoi romanzi, ma anche e soprattutto all'eco delle sue conferenze di carattere ideologico-religioso. Nel 1898 tiene a Parigi un'importante conferenza su "Le grand poète de l'avenir", cui seguono i discorsi "La douleur dans l'art" (1899) e "Les idées réligieuses de Giovanni Selva" (1907). Il prestigio nazionale e internazionale cresce tanto che nel 1896 è nominato senatore.
Nel frattempo si intensificano i suoi rapporti con il movimento modernista, un movimento cattolico riformatore che ha l'obiettivo di avvicinare la religione alla cultura moderna. Attraverso i suoi romanzi "Piccolo mondo moderno" (1901) e soprattutto "Il Santo" (1905), Fogazzaro intraprende una battaglia ambiziosa, quella di rinnovare il cattolicesimo. "Il Santo" però viene posto all'Indice: Fogazzaro viene infatti sospettato di sostenere le tesi del modernismo, movimento che intanto papa Pio X aveva messo al bando dall'ortodossia.
Da buon cattolico quale è, lo scrittore fa atto di sottomissione, senza rinunciare però alle proprie convinzioni: così il suo ultimo romanzo, "Leila" (1910), sebbene avesse l'obiettivo di ritrattare la propria posizione, viene comunque condannato dal Sant'Uffizio.
Prima ancora di venire a conoscenza di quest'ultima condanna, Antonio Fogazzaro muore all'Ospedale di Vicenza, il 7 marzo 1911, durante un'operazione chirurgica.
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