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sabato 25 luglio 2026
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 luglio del 1365 le cronache bolognesi ricordano uno dei più forti terremoti avvenuti nella storia della città.
Le fonti coeve all’evento sismico, ricordano che la scossa avvenne il 25 luglio del 1365, senza specificarne gli effetti. La fonte cronologicamente più vicina che riporta informazioni sui danni, è la cinquecentesca cronaca del Ghirardacci, dove l’unica data che precede le notizie relative al terremoto è il 7 aprile del 1365. Tuttavia, tra questo preciso riferimento cronologico e l’indicazione dell’ora e degli effetti della scossa, sono riportate altre notizie relative alla città di Treviso. Considerato lo scarto di alcuni mesi riguardo l’accadimento della scossa e l’ambiguità della fonte riguardo alla data, è ragionevole riferire la descrizione degli effetti fornita dal Ghirardacci alla scossa del 25 luglio.
Ghirardacci, ripreso poi da cronisti dei secoli successivi, ricorda che crollarono e furono danneggiati molti edifici pubblici e privati; in particolare specifica che crollarono ("rovinarono") tre case della famiglia Lambertini, e morirono quattro persone di questa famiglia; crollò la beccaria di Rolandino Gurini. La torre dei Confortati in via dei Bagnaroli, attuale via San Benedetto XIV, fu così gravemente danneggiata fino alle fondazioni, che le autorità civili bolognesi decisero di abbassarla per evitare che crollasse sulle vicine case della famiglia dei Sabbadini; la chiesa di San Michele dei Leprosetti, nell’attuale piazza S.Michele, necessitò di restauri; crollò la parte posteriore della chiesa di S.Maria del Carrobbio, non più esistente e situata nella piazza del Carrobbio, attuale piazza della Mercanzia; molti edifici in zona Saragozza e Lame furono danneggiati.
"Il Tremuoto nell'anno 1365. così orribile sentir si fece,che tutte le Castella del Bolognese furono in ispavento e dolore. A questo oggetto Ajmerico indisse per tutta la Diocesi fervide preci, le quali durarono finche cessarono le scosse del Tremuoto, e le innondazioni pure dei fiumi usciti in alta maniera dai loro letti." (Monteforti, Storia della Città di Cento composta nel 1765- tomo I carte 83v-84r)
lunedì 2 febbraio 2026
AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.
giovedì 23 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 Gennaio 1556 avvenne il più disastroso terremoto che si ricordi a memoria d’uomo. Il potentissimo sisma di magnitudo 8 colpì la provincia cinese dello Shaanxi, devastando il territorio circostante per un raggio di circa 450 chilometri dal luogo dell’epicentro, individuato da ricerche scientifiche dettagliate nella contea di Hua, vicino al Monte Hua. In molte delle 97 contee colpite dall’evento appena il 40% della popolazione rimase miracolosamente in vita.
L’allora studioso Qin Keda sopravvisse al terremoto e riuscì a registrarne i dettagli. Secondo i dati da lui forniti furono veramente gravi i danni, sia alle costruzioni che alla popolazione. Nella Foresta di Stele 40 delle 114 stele furono spaccate dal sisma. I morti si contarono per mesi. E la stima finale fu di circa 830.000 vittime dirette causate dall’evento.
Il fattore che più di tutti riesce a spiegare il dato veramente impressionante è forse quello delle abitazioni in cui risiedeva gran parte della popolazione locale. Infatti le case erano costruite nelle caverne Loess, costituite di sedimenti d’argilla, formata in milioni di anni, grazie al vento che trasporta la sabbia del deserto del Gobi. Questo terreno friabile è spesso soggetto ad erosioni, suscettibile alle forze del vento e dell’acqua. Il terremoto causò delle frane che distrussero le grotte chiamate Yaodong, seppellendovi gran parte della popolazione locale.
Il disastro avvenne sotto il dominio dell’Imperatore Jiajing, durante la Dinastia Ming. Infatti l’evento è stato tramandato nei secoli come “Il terremoto di Jiajing“. In quel periodo la Cina era già colpita da una grave crisi economica, per via del mercato di argento in decrescita, poiché gli spagnoli divennero i primi fornitori del prezioso materiale di scambio. La crisi fu ulteriormente aggravata dalla Piccola Era Glaciale, che danneggiava le coltivazioni e causava più vittime fra i contadini durante gli inverni gelidi. Il governo centrale, scarso di risorse, poté fare ben poco per mitigare la crisi causata da questi eventi simultanei. A peggiorare le cose una grande epidemia colpì tutta la Cina uccidendo un numero molto elevato di persone.
La Cina è spesso messa alla prova da incredibili calamità naturali che, soprattutto per via della grande concentrazione di popolazione in alcune aree del territorio, assumono proporzioni disastrose.
sabato 8 giugno 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 giugno 1638 in Calabria si ebbe un terribile terremoto.
Il terremoto dell'8 giugno 1638 fu un disastroso terremoto che colpì la Calabria, in particolare il Crotonese e parte del territorio già colpito nei giorni 27 e 28 marzo del 1638 da un altro terremoto catastrofico.
Secondo il Working Group Catalogo Parametrico Terremoti Italiani (CPTI) la scossa di terremoto si verificò l'8 giugno 1638 alle ore 9:45 GMT; in alcuni articoli di Paolo Galli e Vittorio Bosi, e in un lavoro di Giovanna Chiodo sui terremoti del 1638, la data del terremoto viene fissata alla notte del 9 giugno 1638.
Il terremoto colpì il versante orientale della Calabria, in particolare le località del Marchesato crotonese e le pendici orientali della Sila.
L'intensità all'epicentro fu del X grado della Scala Mercalli, Me 6.6. Venne interessata soprattutto una vasta area della Sila spopolata. Ciononostante furono distrutti sei paesi e ci furono danni gravissimi in altri quindici, fra cui Crotone e Catanzaro. Fu interessata anche Cosenza e casali circostanti che avevano già subito danni gravissimi durante il terremoto del 27 marzo 1638. Il terremoto causò imponenti dissesti geologici che modificarono in modo permanente la geografia fisica della Calabria. Secondo testimoni dell'epoca si determinò fra l'altro l'apertura di un'enorme faglia alta 80 cm circa e lunga 60 miglia che da Petilia Policastro (anticamente, Policastro) giungeva in Sila e dalla quale fuoriuscivano gas:
« Dal confine di Policastro fin'all'estrema parte della montagna, che chiaman Sila, alla volta di Tramontana, si abbassò per trè palmi dall'un lato il terreno, per lo spazio di sessanta miglia, con diritto solco stendendosi, e quel, che riesce di maggior maraviglia, si diffuse con ugual tenore, non meno nelle più basse valli, che nelle più alte montagne; Fu qui similmente osservato, che da quelle voragini esalava fuora fetor di solfo, e che per alcune sere, che precessero al terremoto »
(Agazio Di Somma, Historico racconto de i terremoti della Calabria dall'anno 1638, fin'anno 41. Napoli, appresso Camillo Cauallo, 1641.)
La faglia venne riconosciuta ai primi del XVIII secolo da Domenico Martire in località "Cagno", attualmente lago Ampollino, ed è stata studiata di recente per mezzo di analisi paleosismologiche e il ricorso alla fotografia aerea nella zona della Sila chiamata ancora adesso, nel ricordo dei contadini, "La conca del terremoto".
giovedì 6 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di terremoto di magnitudo 5,9 della scala Richter colpisce L’Aquila e altri 56 comuni abruzzesi. Nel crollo degli edifici muoiono 309 persone. Vengono danneggiati circa 10mila edifici e i danni stimati ammontano a circa 10 miliardi di euro.
Secondo la protezione civile il 9 agosto 2009 le persone senza casa erano 48.818, di cui 19.973 sistemati in 137 tendopoli, 19.149 in alcuni alberghi e 9.696 in case private.
Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Le persone che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670. Sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune.
Allo stato attuale ci sono ancora molti cantieri aperti nel centro storico e nelle zone periferiche. Nei comuni limitrofi all’Aquila interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici. Per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.
In seguito al terremoto del 2009 sono stati aperti diversi processi e numerose inchieste.
Il 22 ottobre 2012 il tribunale dell’Aquila ha condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo e lesioni sette tecnici e scienziati, membri della Commissione grandi rischi: Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Claudio Eva e Gianmichele Calvi. Tutti gli imputati sono stati condannati a 6 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Gli imputati sono accusati di aver minimizzato il rischio di un terremoto e di essere stati negligenti nel loro lavoro.
Il 10 novembre 2014 la Corte d'Appello dell'Aquila modifica radicalmente la sentenza. Per De Bernardinis viene confermata la condanna per omicidio colposo, riducendo però la pena da 6 a 2 anni, con i benefici della sospensione della pena e della non menzione. Gli altri imputati vengono invece assolti.
Il 13 marzo 2015 la Procura Generale dell'Aquila ha presentato il ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione ottenuta in Corte d'Appello.[230] Il 20 novembre 2015 la Cassazione ha confermato definitivamente la sentenza d'appello.
Nel crollo della casa dello studente il 6 aprile morirono otto universitari: Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade e Alessio Di Simone. Il 16 febbraio 2013 sono stati condannati a quattro anni di reclusione per omicidio plurimo e lesioni: Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone. Sono tecnici, autori dei lavori di restauro fatti nel 2000 che, secondo l’accusa, avrebbero ulteriormente indebolito il palazzo costruito negli anni sessanta. A due anni e sei mesi è stato condannato Pietro Sebastiani, tecnico dell’azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu).
I quattro condannati sono stati anche interdetti dai pubblici uffici per 5 anni. Dovranno pagare un risarcimento ai parenti delle vittime. A ciascun genitore dovranno versare 100mila euro e 50mila euro a ogni fratello o sorella. Numerose le parti civili a cui è stato riconosciuto un risarcimento di cinquemila euro.
Sono invece stati assolti: Luca D’Innocenzo, presidente Adsu, Luca Valente, nel 2009 direttore Adsu, Massimiliano Andreassi e Carlo Giovani, tecnici, autori di interventi minori. Il non luogo a procedere è stato disposto per Giorgio Gaudiano, un funzionario che negli anni ottanta ha acquistato la struttura da un privato per conto dell’università dell’Aquila, e Walter Navarra, che ha svolto lavori di piccola entità sulla struttura.
Gli altri processi. Delle 189 inchieste aperte, soltanto 18 hanno portato all’apertura di un processo. Alcuni processi sono arrivati alla sentenza di primo grado. Il 10 marzo 2014 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione il costruttore Filippo Impicciatore per il crollo di una palazzina in via D’Annunzio in cui sono morte 13 persone. Al costruttore è stato imputato di aver usato materiali scadenti. Nello stesso processo è stato condannato a tre anni e mezzo anche Fabrizio Cimino, l’ingegnere che si era occupato del restauro dell’edificio nel 2002.
Le inchieste sulla ricostuzione:
Tangenti per la messa in sicurezza. L’8 gennaio 2014 la polizia dell’Aquila, con la collaborazione di quella di Teramo e di Perugia, ha disposto gli arresti domiciliari per quattro ex assessori e funzionari pubblici locali, indagati insieme ad altre quattro persone. I funzionari sono accusati di millantato credito, corruzione, falsità materiale e ideologica, appropriazione indebita negli appalti legati alla ricostruzione della città dopo il terremoto. Secondo la questura alcune aziende avrebbero pagato tangenti agli amministratori pubblici per 500mila euro per ottenere appalti pubblici sulla messa in sicurezza degli edifici dopo il sisma. È stata anche accertata l’appropriazione indebita di 1 milione e 268mila euro. Secondo l’inchiesta, aperta nel 2012, questi reati sarebbero stati commessi tra il settembre del 2009 e il luglio del 2011. Tra le persone coinvolte anche il vicesindaco Roberto Riga, che ha presentato le dimissioni.
La procura dell’Aquila sta seguendo diversi filoni d’inchiesta sulla penetrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nei cantieri aperti per la ricostruzione. Sono state aperte circa dieci inchieste. Quattordici ditte sono state escluse dalla ricostruzione dopo dei blitz nei cantieri e la scoperta di legami con la criminalità organizzata.
Il 4 novembre del 2013 l’europarlamentare Søren Bo Søndergaard, membro della Commissione di controllo sul bilancio dell’Unione europea, ha presentato un rapporto in cui ha criticato duramente l’Italia per l’uso dei fondi europei per la ricostruzione dell’Aquila.
L’Unione europea ha stanziato 493,7 milioni di euro per la ricostruzione della città ma, secondo il rapporto, la maggior parte dei soldi è finita in mano alla criminalità organizzata attraverso appalti gonfiati e tangenti.
Søndergaard ha dichiarato che i fondi europei potrebbero essere finiti in mano a organizzazioni criminali “in maniera diretta o indiretta”.
L’Europa ha anche criticato la costruzione degli edifici del progetto Case e Map, per i quali sono stati usati materiali scadenti e potenzialmente pericolosi per la salute delle persone. È stato usato “materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile e alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perché pericolosi e insalubri”, afferma il rapporto.
sabato 14 gennaio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 gennaio 1968 ebbe inizio il terremoto del Belice, in Sicilia.
La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale.
Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Lesioni di varia entità si aprirono in molti edifici di Alcamo, Calatafimi, Camporeale, Corleone e Roccamena; a Palermo ci furono danni in edifici di vecchia costruzione. A Gibellina e Salaparuta, in particolare, tutte le scosse precedenti quella più violenta – che accadde il giorno dopo – causarono serie lesioni e compromisero la stabilità degli edifici. Dopo queste prime scosse, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’epoca comandante dei Carabinieri di Palermo, visitando nel pomeriggio del 14 gennaio i centri più colpiti, raccomandò alla popolazione di pernottare all’aperto.
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio, alle ore 2:33 locali, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e il crollo di alcuni edifici a Poggioreale, Gibellina, Salaparuta, Montevago e Santa Margherita di Belice; fu fortissima a Contessa Entellina e a Corleone, dove causò danni rilevanti, e fu sentita molto forte a Palermo, a Trapani e in tutta la Sicilia occidentale e centrale, compresa l’isola di Pantelleria.
La scossa più forte dell’intera sequenza avvenne poco dopo, alle ore 3:01, ed ebbe effetti disastrosi: crolli e distruzioni diffuse in un numero di località ben superiore a quello delle località già menzionate. Frequentissime e forti repliche non diedero tregua. I morti accertati ufficialmente furono complessivamente 231 e i feriti oltre 600. Fonti indipendenti ritennero, tuttavia, che il bilancio delle vittime fosse molto più alto: oltre 400 morti e più di 1.000 feriti. Il numero relativamente contenuto delle vittime, se paragonato all’enorme portata delle distruzioni, fu dovuto principalmente all’allerta lanciato dal generale Dalla Chiesa.
Quasi tutta la zona collinare della Sicilia sud occidentale – circa 6.200 kmq – fu coinvolta nella disastrosa sequenza sismica del gennaio 1968. L’area dei massimi effetti fu localizzata nel medio e basso bacino del fiume Belice: comprese 12 comuni delle province di Trapani, Agrigento e Palermo, per una superficie di circa 1.000 kmq. Questo territorio non figurava allora tra quelli considerati a rischio sismico.
I paesi di Gibellina, Poggioreale e Salaparuta, in provincia di Trapani, e Montevago, in provincia di Agrigento, furono quasi totalmente rasi al suolo, con effetti valutati di grado X MCS. A Gibellina fu distrutto quasi il 100% delle unità immobiliari, che era di 1.980 edifici. A Poggioreale fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, pari a 993 edifici. A Salaparuta fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, un migliaio di edifici. A Montevago fu distrutto il 99% delle unità immobiliari e fu danneggiato gravemente l’1% rimanente, su un totale di 1.393 edifici. In tutti questi paesi i pochi muri ancora rimasti in piedi crollarono completamente in seguito alla fortissima replica avvenuta il 25 gennaio, alle ore 10:56 locali. Dopo questa nuova scossa rovinosa che causò qualche altra vittima, le autorità proibirono l’ingresso nei paesi di Gibellina, Montevago e Salaparuta.
Gravi distruzioni, con dissesti e crolli diffusi, colpirono i paesi e i territori comunali di Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Partanna e Salemi (grado IX o VIII-IX MCS). Santa Margherita di Belice aveva 3.646 edifici: le scosse distrussero il 70-80% delle unità immobiliari e lesionarono leggermente le rimanenti. Gravi lesioni danneggiarono anche il palazzo Filangeri di Cutò e la chiesa madre. La replica del 25 gennaio fece crollare un’altra decina di case.
Santa Ninfa aveva 1.928 edifici: ne fu distrutto più del 43%; il 47% fu danneggiato gravemente e solo il 9% risultò lesionato in modo più leggero. La replica del 25 gennaio causò nuovi, gravi danni agli edifici. Partanna aveva 4.345 unità immobiliari: il 30% fu completamente distrutto, il 42% danneggiato gravemente, il 19% lesionato. La replica del 25 gennaio causò il crollo di numerosi edifici.
A Salemi, su 4.402 edifici il 24% fu distrutto, il 45% danneggiato gravemente e il 29% lesionato leggermente. La replica del 25 gennaio causò il crollo di una delle torri del castello di Federico II e danneggiò la chiesa madre, la Biblioteca Civica e il Museo del Risorgimento; crollò anche il ponte della strada per Agrigento. Nelle campagne di questi comuni andarono distrutte anche molte costruzioni rurali.
In una dozzina di altre località le scosse causarono crolli totali di edifici più limitati, ma ci furono danni ingenti, gravi dissesti e crolli parziali estesi a parte del patrimonio edilizio (grado VIII MCS o appena inferiore.
Oggi la valle del Belice si è lentamente risollevata dopo decenni di interminabili lavori, gli antichi paesi della valle sono stati in gran parte ricostruiti in luoghi distanti da quelli originari interessati dal terremoto: abitazioni, infrastrutture urbanistiche e stradali hanno sì riportato condizioni di vivibilità ma hanno anche profondamente modificato il volto di quella parte della Sicilia.
Nel 2008, per l'anniversario del terremoto, è stato girato dal regista Salvo Cuccia il documentario Belìce 68, terre in moto. In esso si descrive la situazione a seguito del terremoto e la situazione attuale della valle; vi sono riportati innumerevoli filmati tratti da trasmissioni televisive dell'epoca; tra i personaggi politici intervistati nel 2008 vi è Giulio Andreotti.
Nel 2009 il giornalista Antonino D’Anna ha fatto una lunga intervista, pubblicata dalle Edizioni Grafiche Santocono col titolo I figli del terremoto, a mons. Antonio Riboldi, prete nella valle del Belice proprio in quegli anni, che condivise la vita nelle baracche e fu certamente la voce più limpida della protesta e del riscatto dei terremotati. In queste "memorie" mons. Riboldi, deceduto nel 2017, rievoca anche i viaggi della speranza dei bambini dinanzi ad Aldo Moro, Sandro Pertini e Paolo VI.
domenica 29 agosto 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 29 agosto 1294 viene eletto papa Pietro Angeleri, col nome di Celestino V.
Pietro Angeleri, in seguito chiamato fra' Pietro da Morrone, poi divenuto papa col nome di Celestino V e infine canonizzato come San Pietro Celestino, nacque ad Isernia nel 1215 da Angelo Angelerio e Maria Leone, contadini poveri, onesti e profondamente religiosi. Penultimo nato di 12 fratelli, dopo la morte prematura del padre, si dedicò fin da ragazzo al lavoro dei campi. Pur non essendo nato a Sulmona, la sua storia si intrecciò fortemente con la città.
Nel 1231 decise di vestire l'abito benedettino ma a 20 anni, insoddisfatto della vita spirituale dell'ordine, si ritirò da eremita in una grotta nelle vicinanze del fiume Aventino, nei pressi di Palena. Nel 1238 andò a Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1241. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Pietro in Montorio e tornò in Abruzzo, stabilendosi alle falde del monte Morrone, prendendo come modello di vita S. Giovanni Battista: non beveva vino, non mangiava carne e praticava quattro quaresime l'anno.
Nel 1259 fra' Pietro da Morrone ottene i finanziamenti per costruire l'Abbazia morronese che sorse attorno all'antica chiesetta di S. Maria del Morrone, poi detta di Santo Spirito. Poi verso il 1265 fra' Pietro fece costruire l'Eremo di Sant'Onofrio (patrono degli eremiti), dove si ritirò in preghiera ed eremitaggio solitario. Qui nel luglio del 1294 fu informato dell'avvenuta elezione a Pontefice. La decisione venne presa nel Conclave di Perugia il 5 luglio del 1294. La cerimonia di inconorazione avvenne il 29 agosto nella basilica di S. Maria di Collemaggio a L'Aquila, sede ancora oggi della "Perdonanza Celestiniana", e che egli stesso aveva fatto costruire qualche anno prima.
Il fatto rimasto alla storia non è tanto la sua elezione quanto la celebre rinuncia al papato avvenuta dopo soli cinque mesi e precisamente il 13 dicembre 1294, allorchè in concistoro disse:
"Io Celestino V, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, per difetto di dottrina e per cattiveria del mondo, per l'infermità della persona, al fine di recuperare la pace e le consolazioni del mio precedente modo di vivere, liberamente e spontaneamente, mi dimetto dal Pontificato..."
Celestino V si alzò dopo aver finito di leggere l'atto papale, scese dal trono, si tolse mitra, manto porporino e insegne e le depose per terra. Si rivestì del suo rozzo mantello e uscì dal Concistoro. Così si concluse l'avventura di fra' Pietro da Morrone, dopo soli cinque mesi di tormentato pontificato, primo esempio di dimissioni dalla carica di pontefice, fino a quelle recenti di Benedetto XVI. Per capire i motivi della rinuncia bisogna compredere il particolare momento che attraversava la chiesa in quel periodo, segnato dalla feroce lotta tra la famiglia degli Orsini, guelfi, e dei Colonna, ghibellini.
Dopo la morte di Nicolò IV nell'aprile del 1292, le riunioni del Conclave (l'organo predisposto all'elezione del papa) furono spostate da Roma a Rieti e infine a Perugia. Dopo 27 mesi di discussioni, con le quali non si riusciva a ottenere un'accordo, giunse al cardinale Malabranca, decano del Sacro Collegio, una lettera di fra' Pietro da Morrone, che lo pregava di giungere in fretta alla nomina, pena gravi castighi a lui rivelati da Dio in un sogno. La lettera fu letta nel Conclave e, raggiunta l'unanimità dei consensi sul nome di fra' Pietro, fu stilato il decreto di elezione in data 5 luglio 1294. L'annuncio venne inviato all' eremo di Sant'Onofrio, dove l'eremita si trovava, tramite una delegazione di cui facevano parte Carlo II d'Angiò e suo figlio Carlo Martello.
L'episodio della rinuncia al papato è entrato nella storia anche grazie alla Divina Commedia nella quale Dante narra di aver visto "colui che fece per viltà il gran rifiuto" (Inf III, 58-60). Il personaggio, volutamente ignoto, venne identificato in Celestino V, ma ci sono diversi studiosi che appoggiano tesi diverse: Dante, che sceglieva nel modo più preciso possibile le parole, scrive di un " rifiuto" mentre fu quella del papa fu una "rinuncia" che è cosa ben diversa. Inoltre Dante era profondamente religioso e non avrebbe mai posto all'inferno un santo (il poema venne pubblicato nel 1319, sei anni dopo la proclamazione di santità di Celestino).
Oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che riferiscono il personaggio a Ponzio Pilato o al cardinale Matteo Rosso Orsini. Quest'ultimo, subito dopo la rinuncia di Celestino, era stato eletto al primo scrutinio dal Conclave ma rifiutò l'elezione per poi sostenere con forza la candidatura del futuro papa Bonifacio VIII. Infatti se avvesse accettato il papato avrebbe dovuto mettersi al di sopra delle parti, mentre, con l'elezione dell'amico Caetani, riuscì a far espellere la famiglia dei Colonna, sequestrandone i beni e privandone dei titoli.
Al di là di queste vicende però rimane l'atto di umiltà e fede di Celestino, che rifiutava la "chiesa politica" a favore di una più alta spiritualità. Inoltre la figura di umile e sprovveduto frate di provincia non corrisponde a realtà: infatti Celestino fondò un proprio ordine e guidò monasteri. Il motivo vero della rinuncia è dunque riconducibile alla sua limpida condotta morale che è anche la ragione per la quale questo papa viene ancora oggi ricordato con ammirazione e a titolo d'esempio.
Il suo successore, Bonifacio VIII, protagonista di numerose e poco nobili vicende, arrivò ad imprigionarlo nella rocca di Fumone (Frosinone) dove morì solo e dimenticato il 19 maggio del 1296.
La fama di Celestino, tuttavia, non morì e nel maggio del 1313, fra' Pietro venne elevato agli onori degli altari col nome di San Pietro del Morrone, con solenne cerimonia nella cattedrale di Avignone e alla presenza di Clemente V. Il festeggiamento avviene il 12 giugno, ma i pellegrini si recano negli eremi della regione anche il 19 maggio, giorno della sua morte. L'ordine dei Celestini fu istituito nel 1274 da Gregorio X (prima quindi della sua elezione) e arrivò a contare 96 monasteri italiani e 21 francesi. L'ordine scomparve in Francia nel 1789 e in Italia nel 1807.
A seguito del terremoto dell'Aquila del 2009, il crollo della volta della basilica ha provocato il seppellimento della teca con le spoglie, recuperate poi dai Vigili del Fuoco, dalla Protezione Civile e con la collaborazione della Guardia di Finanza.
Con la peregrinatio delle spoglie di Celestino V per le diocesi di Abruzzo e Molise, avvenuta dopo il terremoto, la maschera di cera che ricopriva il volto del Santo mostrava evidenti segni di scioglimento.
Per fronteggiare questo problema, l'Arcidiocesi di L'Aquila ha effettuato nel 2013 una ricognizione canonica dei resti mortali di Celestino, in particolare della scatola cranica, al fine di poter ricostruire, grazie all'aiuto di strumentazione scientifica, le vere fattezze del suo volto. La maschera in cera, irrimediabilmente deteriorata, è stata pertanto sostituita da una nuova in argento. Anche i paramenti settecenteschi del Santo sono stati sostituiti con altri di produzione moderna, e che richiamano stilisticamente le fattezze dei signa pontificalia medioevali. Questa ricognizione è stata inoltre l'occasione per porre sul corpo di san Pietro Celestino il pallio che papa Benedetto XVI aveva indossato il giorno dell'inizio del suo ministero petrino e che egli stesso aveva donato al suo predecessore in occasione della sua visita a L'Aquila il 28 aprile 2009, pochi giorni dopo il sisma.
Il corpo di Celestino V è stato restituito alla sua Basilica di Santa Maria di Collemaggio in L'Aquila il 5 maggio 2013, in occasione del settecentesimo anniversario della sua canonizzazione, avvenuta il 5 maggio 1313 da parte di papa Clemente V.
Il gesto del pallio donato da Benedetto XVI verrà poi ripreso nel 2013, quando darà come il suo predecessore Celestino V le dimissioni al Soglio Petrino, ciò da come supposizione che Benedetto XVI aveva già da tempo l'idea delle dimissioni.
giovedì 20 maggio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle 04:03:52 del 20 maggio 2012 un forte sisma della durata di venti secondi di magnitudo del momento sismico pari a 5.9, preceduto qualche ora prima (esattamente alle 01:13 e alle 01:42) da due scosse di MI 4,1 (Mw 3,98) e 2,2, si è fatto sentire in tutto il Nord e parte del Centro Italia, facendo risvegliare la maggior parte delle persone, con epicentro a Finale Emilia a 6,3 km di profondità (distretto sismico: Pianura Padana emiliana). Il terremoto è stato avvertito dai sismografi di tutta Italia, ma le regioni in cui è stato avvertito dalla popolazione sono: Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Marche, Umbria.
Il sisma ha provocato 7 morti accertati, circa 50 feriti, 5000 sfollati e ingenti danni al patrimonio culturale a causa dei molti crolli di palazzi storici, aziende agricole e fabbriche. Il sisma ha provocato fenomeni diffusi di liquefazione delle sabbie, che hanno interessato ampie aree a San Carlo di Sant'Agostino, Mirabello, Finale Emilia e San Felice sul Panaro. Tali fenomeni si sono verificati anche a seguito delle scosse del 29 maggio nelle aree di Cavezzo e Moglia, causando il crollo di alcuni edifici anche di recente costruzione.
Successivamente ci sono state nuove scosse: di 4,8 (alle 04:06, epicentro: Finale Emilia), di 5.1 (alle 04:07, epicentro: Bondeno), di 4,3 (alle 04:11 e alle 04:12, epicentri: Bondeno e Finale Emilia) e di 4,0 (alle 04:35 e alle 04:39, epicentri: Vigarano Mainarda e Finale Emilia). Una nuova forte scossa tellurica di 4,9 è stata avvertita a partire da San Felice sul Panaro alle ore 05:02 (ora italiana). Altre scosse di notevole intensità si sono avvertite alle ore 11:13, 15:18 e 15:21 rispettivamente di 4,2, 5,1 e 4,1 a Finale Emilia, Vigarano Mainarda e Bondeno. Alle 19:37 dello stesso giorno si è verificata inoltre una nuova scossa di magnitudo 4,5 con epicentro nei pressi di Bondeno. Un'altra scossa di 4,1 si è fatta sentire il 21 maggio alle 16:37 con epicentro in Finale Emilia. Il 23 maggio alle 23:41 un'altra scossa moderata di magnitudo 4,3 fa tornare il panico tra la gente. Il 25 maggio alle 15:14 un'altra scossa più debole, di 4,0 gradi della scala Richter è stata avvertita dalla popolazione.
L'area interessata dall'innesco del sisma è una delle tante aree sismogeniche prossime alle zone dell'Appennino, classificata a livello 3 della scala di riferimento del rischio sismico. Il complesso sistema di faglie che si diramano nella bassa pianura emiliana è quello della dorsale di Ferrara, che si raccorda a ovest con quella di Mirandola.
L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) non ha escluso che la seconda scossa di magnitudo 5,8 del 29 maggio, avvenuta a distanza di nove giorni dal primo evento che fu di magnitudo 5.9, possa essere scaturita dall'apertura di una nuova faglia. Secondo questa ipotesi non si tratterebbe di una forte scossa di assestamento del primo terremoto, bensì di un secondo terremoto.
Da un'analisi del meccanismo focale delle scosse di terremoto, risulterebbe che i processi cinematici di tutte le scosse registrate siano concordanti e che non ci siano state attivazioni di faglie discordi. I terremoti sono avvenuti lungo piani di faglia orientati all'incirca in direzione Est-Ovest e con movimento compressivo con una significativa componente trascorrente in direzione Nord-Sud. Tale orientazione è concordante con le strutture regionali di tipo appenninico aventi, in questo settore di catena, un senso di trasporto con vergenza NNE. In particolare la sismicità della sequenza dei terremoti dell'Emilia ha interessato i fronti compressivi più esterni, quali il Fronte Ferrarese ed il Fronte di Mirandola. Quest’ultimo è caratterizzato dalla presenza di una struttura anticlinale, detta appunto anticlinale di Mirandola. Il movimento delle faglie durante il terremoto ha provocato l'accavallamento delle falde appeniniche sepolte, al di sopra della placca adriatica, causando sollevamento del terreno e raccorciamento crostale. Grazie alle immagini radar acquisite e utilizzando l'interferometria differenziale, è stato possibile valutare la deformazione del terreno dopo le scosse del 29 maggio. Con questi dati è stato possibile misurare che il suolo si è sollevato di massimo 12 centimetri nell'area epicentrale, mentre si è abbassato di circa 2-3 centimetri nella zona di Finale Emilia. Queste ultime deformazioni sono probabilmente imputabili a movimenti superficiali di acqua nel sottosuolo.
Per lo studio delle sorgenti sismogenetiche i geologi dell'INGV hanno utilizzato dati geomorfologici e geologico-geofisici con particolare attenzione allo studio dell'idrografia della regione, quest'ultima in quanto elemento sensibile ai più piccoli cambiamenti indotti dall'attività tettonica. Attraverso lo studio del reticolo idrografico sono state rilevate anomalie del drenaggio di origine certamente non antropica. Tali anomalie, confrontate con le strutture delle anticlinali sepolte note dalla letteratura geologica, hanno reso possibile di ipotizzare l'origine di parte di esse e di identificare le strutture attive nel sottosuolo. Dall'ulteriore confronto con le serie storiche relative ai terremoti avvenuti nell'area interessata si può concludere che queste strutture sono sismogenetiche, ossia capaci di generare terremoti. In diversi casi è stato possibile osservare la coincidenza tra la posizione di una anomalia del drenaggio, la presenza di una anticlinale sepolta e la localizzazione di alcuni terremoti riportati nei cataloghi. Una notevole anomalia del drenaggio in un’area priva di sismicità storica nei pressi di Mirandola fu messa in evidenza già dal 2000 rilevandone la correlazione con una importante faglia attiva sepolta. La sequenza sismica con i forti terremoti del 20 e del 29 maggio 2012 ha riattivato porzioni delle sorgenti identificate come ITCS050-Poggio Rusco-Migliarino e ITCS051-Novi-Poggio Renatico. Si ipotizza che queste sorgenti siano all'origine dei terremoti e che siano state la causa in passato del sollevamento delle dorsali di Ferrara e Mirandola che in passato causarono lo spostamento del corso dei fiumi Po, Reno, Secchia e Panaro. In particolare i geologi dell'INGV ipotizzano che la scossa del 29 maggio sia stata originata dalla sorgente ITIS107-Mirandola.
Tutti i sette terremoti con M>5 hanno avuto epicentro posizionato lungo l'asse mediano della struttura tettonica attiva dal punto di vista sismico.
I terremoti del 20 maggio e 29 maggio hanno causato pesanti danni alle costruzioni rurali ed industriali, alle opere di canalizzazione delle acque, nonché agli edifici ed ai monumenti storici ed agli edifici civili di vecchia costruzione in pietra o ciottoli. In particolare sono risultati seriamente danneggiati o parzialmente crollati gran parte dei monumenti e dei luoghi di interesse artistico compresi in un'ampia area, da Mantova a Modena a Ferrara ad alcuni comuni della provincia di Bologna, le cui rispettive province sono risultate essere le più gravemente colpite e danneggiate dagli eventi sismici. In alcuni casi sono stati danneggiati anche edifici ad uso abitativo di recente costruzione; tali danni sono spesso ascrivibili ai diffusi episodi di liquefazione delle sabbie.
I danni del sisma sono stati stimati (relazione inviata alla Commissione UE) in 13 miliardi e 273 milioni di euro. In Emilia‐Romagna la stima è di 12 miliardi e 202 milioni di euro: 676 milioni per i provvedimenti di emergenza; 3 miliardi e 285 milioni di danni all’edilizia residenziale; 5 miliardi e 237 milioni di danni alle attività produttive; 2 miliardi e 75 milioni di anni ai beni storico‐culturali e agli edifici religiosi; la quota restante è suddivisa fra edifici e servizi pubblici e infrastrutture.
Il 22 maggio il governo annuncia lo stanziamento di cinquanta milioni di euro per i danni causati dal terremoto. Con il decreto legge 74/12 il Governo istituisce il Fondo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 20-29 maggio 2012 per un importo minimo di 2,5 miliardi, di cui:
500 milioni reperiti tramite aumento delle accise sui carburanti pari a 2 centesimi di euro al litro;
2 miliardi reperiti tra il 2013 ed il 2014 tramite riduzioni delle voci di spesa per l'acquisto di beni e servizi, per il funzionamento della pubblica amministrazione come previsto dagli allegati 1 e 2 della legge 225/92. Il fondo è stato ripartito concedendo il 95% delle somme alla regione Emilia Romagna, il 4.5% alla Regione Lombardia e lo 0.5% alla regione Veneto.
Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile, ha annunciato che, dalle ore 19:00 del 29 maggio 2012, è attivo un servizio SMS che permette di donare 2 euro, inviando un messaggio al numero 45500. Con gli SMS solidali è stato possibile raccogliere la cifra di 15,1 milioni di euro. Tale somma è stata ripartita nel seguente modo:
il 95% alla Regione Emilia Romagna pari alla somma di circa 14.3 milioni di euro;
il 4.5% alla Regione Lombardia per l'emergenza sisma nella Provincia di Mantova pari alla somma di circa 680 mila euro;
lo 0.5% alla Regione Veneto per l'emergenza sisma in Alto Polesine pari alla cifra di circa 75 mila euro.
Per quanto riguarda la Regione Emilia-Romagna i fondi disponibili individuati nella somma di 14.3 milioni di euro sono stati suddivisi secondo il seguente metodo:
7 milioni 850 mila euro alla Provincia di Modena per la ricostruzione o ristrutturazione di edifici scolastici, culturali, sportivi, storici e religiosi nei comuni di Bastiglia, Bomporto, Cavezzo, Concordia sulla Secchia, Finale Emilia, Modena, Nonantola, Novi di Modena, Ravarino, San Felice sul Panaro e San Prospero;
2 milioni 750 mila euro alla Provincia di Bologna per la ristrutturazione o il recupero di edifici scolastici, storici e culturali nei comuni di Crevalcore, Galliera, Minerbio, Pieve di Cento e San Giovanni in Persiceto;
2 milioni 400 mila euro alla Provincia di Ferrara per la ristrutturazione o il recupero di edifici scolastici, storici e culturali nei comuni di Bondeno, Cento, Ferrara, Poggio Renatico e Sant'Agostino;
1 milione 350 mila euro alla Provincia di Reggio nell'Emilia per la ristrutturazione o il recupero di edifici storici, religiosi, scolastici e culturali nei comuni di Boretto, Brescello, Correggio, Luzzara e Rolo.
Per quanto riguarda la Regione Lombardia la somma di circa 680 mila euro destinata alla Provincia di Mantova è stata indirizzata al comune di San Benedetto Po per la ristrutturazione dell'Abbazia di San Benedetto in Polirone.
Si prevede, inoltre di impiegare nella ricostruzione i risparmi derivanti dalla riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti politici e dei movimenti politici.
Il 26 maggio papa Benedetto XVI ha voluto aderire simbolicamente alla raccolta di fondi promossa dalla Caritas Italiana per le popolazioni dell'Emilia con un contributo straordinario di 100 mila euro, ai quali ne ha aggiunti altri 500 mila euro il 3 giugno.
Domenica 10 giugno, la CEI ha promosso una colletta in tutte le parrocchie italiane, da destinare alla Caritas Italiana per gli aiuti ai terremotati.
Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, che aveva già donato 50.000 dollari alla sezione emiliana della Croce Rossa, durante la visita a Mirandola del 24 giugno 2012 ha annunciato di voler fare un'ulteriore donazione di 50.000 dollari.
Per il 25 giugno è stato organizzato il Concerto per l'Emilia.
Il comune di Salò in collaborazione con la Fondazione Gualtiero Marchesi, chef di fama mondiale, ha raccolto 25 mila euro, attraverso un'iniziativa denominata "Sinfonia di Sapori", da donare al comune di Poggio Rusco per la ricostruzione della Scuola Primaria gravemente lesionata dalle scosse di Maggio.
Lo Stato d’Israele, in persona del vicepremier e ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, ha donato a Mirandola 50.000 euro e quattro casette mobili destinate a neomamme e ai loro neonati, in attesa del ripristino della struttura dell’ospedale cittadino.
A Moglia si è recata in visita l'ACF Fiorentina che ha donato 20 mila euro per la ricostruzione delle scuole gravemente lesionate dal sisma.
Il 4 agosto è stata posata la prima pietra della Scuola Materna di Medolla, gravemente distrutta dal sisma, la cui ricostruzione è stata resa possibile grazie all'associazione "Rock No War", fondata dal cantante Paolo Belli, e da due donazioni dei Consigli Regionali di Toscana e Piemonte che hanno donato rispettivamente le somme di 100 mila euro e 150 mila euro. Un'iniziativa promossa dall'associazione riguarda la vendita del singolo “Noi cantiamo ancora (Com’e’ com’e’)” scritto da Paolo Belli e cantato dallo stesso al Concerto per l'Emilia insieme a cinque ragazzi provenienti da cinque comuni terremotati (Mirandola, Camposanto, Carpi, Cento e Gonzaga).
Il comune di Loano, attraverso una serie di iniziative tra cui il concerto tenutosi dal cantante Ron nello stesso comune, è riuscito a raccogliere circa 32 mila euro da destinare alla ristrutturazione dell'Asilo Nido del comune di Quistello.
Il 28 agosto, il ministero delle finanze della Repubblica della Moldavia ha inviato 14.302,50 euro al Comune di Mirandola.
Le società calcistiche del Bayern Monaco e del Napoli hanno donato rispettivamente 100.000 euro al comune di San Felice sul Panaro.
L'ex calciatore Michele Paramatti ha aperto il sito unamagliaperlemilia.it grazie al quale ha venduto maglie di giocatori famosi raccogliendo circa 12.000 euro da devolvere ai terremotati dell'Emilia. Le maglie vendute sono quelle di Javier Zanetti, Paolo Maldini (Centenario Milan), Beppe Bergomi (Inter 1992), Lilian Thuram (Barcellona), Zlatan Ibrahimović (Juventus), Giorgio Chiellini e Alessandro Diamanti (Euro 2012).
Il 9 settembre si è recata in visita a Medolla la Nazionale di calcio dell'Italia che ha svolto un allenamento nel campo sportivo dello stesso comune. L'intenzione della Nazionale, oltre di essere presente fisicamente e di portare sostegno morale in uno dei comuni maggiormente colpiti dal sisma, era quella di effettuare una donazione alle popolazioni emiliane. Tali fondi verranno utilizzati in particolare per la ricostruzione delle palestre nei comuni di San Possidonio e Mirandola.
Il 16 settembre è stato organizzato in Piazzale Te a Mantova il concerto "Ancora in piedi" a cui hanno partecipato numerosissimi artisti della scena musicale indipendente tra cui Piotta, Cisco e i Rio. Tutto il ricavato del concerto è stato devoluto al comune di Poggio Rusco per l'acquisto dei PC rubati dagli sciacalli nei giorni seguenti le scosse di terremoto del 29 Maggio.
Il 19 settembre, l'Unione europea ha stanziato, su proposta del commissario alla politica regionale Johannes Hahn la somma di 670 milioni di euro, la più alta mai stanziata dal fondo di solidarietà europeo. Le percentuali di attribuzione dei fondi sono state modificate rispetto al riparto previsto per i fondi governativi secondo la seguente ripartizione: il 92% alla regione Emilia Romagna, il 7.6% alla Regione Lombardia e lo 0.4% alla regione Veneto.
Il 22 settembre al Campovolo di Reggio Emilia si sono esibiti i più grandi artisti Emiliani davanti a 150000 persone, con una racconta fondi che ha raggiunto i 4 milioni di euro.
Il 22 settembre è stata posata la prima pietra della nuova scuola media di Sant'Agostino dopo che il vecchio edificio ospitante la secondaria era stato demolito in quanto gravemente lesionato dal sisma del 20 Maggio. La ricostruzione della nuova scuola è stata possibile grazie alla sottoscrizione promossa da QN Il Resto del Carlino e Mediafriends-TG5 che hanno donato la somma riscossa tramite gli SMS ricevuti al comune terremotato.
I ricavi delle vendite del brano Se il mondo fosse, interpretato da Emis Killa, Club Dogo, J-Ax e Marracash, sono stati destinati alla ricostruzione dell’Istituto Superiore Galileo Galilei di Mirandola.
Parte dei proventi del singolo L'italiano balla di Fabri Fibra, verranno destinati alla ricostruzione della scuola media di Sant'Agostino (FE).
Il 20 ottobre il Consorzio di Tutela del Grana Padano ha consegnato a Mirandola l'incasso dell'iniziativa "Grana Padano Solidale" consistente in 2 milioni di euro. Ospiti dell'evento sono stati Alex Zanardi e Carolina Kostner. Il ricavato, ottenuto dalla vendita delle forme di Grana Padano danneggiate attraverso i canali della grande distribuzione, è stato consegnato ai sindaci dei comuni di Cavezzo, Cento, Concordia sulla Secchia, Correggio, Finale Emilia, Gonzaga, Guastalla, Luzzara, Medolla, Mirandola, Moglia, Pegognaga, Quistello, Reggiolo, San Felice sul Panaro, San Possidonio, San Prospero e Sant'Agostino. Obbiettivo dell'iniziativa è la ristrutturazione e la ricostruzione delle scuole nei paesi maggiormente colpiti dal sisma. Inoltre il Consorzio di tutela del Grana Padano in collaborazione con il Consorzio del Prosciutto di San Daniele ha organizzato a San Daniele del Friuli una giornata gastronomica con relativa raccolta fondi per destinare la somma di 50000 euro al comune di Poggio Rusco per la ricostruzione della Scuola Elementare distrutta dal sisma.
Il partito politico italiano Lega Nord ha donato un assegno da un milione di euro al comune terremotato di Bondeno. Tale cifra è stata ottenuta tramite risparmi sui finanziamenti pubblici ai partiti e l'assegno è stato consegnato al sindaco di Bondeno in data 11 Novembre durante una manifestazione tenutasi a Bologna contro il Governo Monti.
Il 25 novembre è stato presentato a Zola Predosa il calendario a scopo benefico per il quale hanno posato varie atlete italiane, partecipanti alle Olimpiadi di Londra 2012, e appartenenti a varie discipline olimpiche. Il ricavato è stato devoluto ai comuni terremotati di Poggio Rusco e Finale Emilia. Nel primo comune il ricavato servirà per la ricostruzione della Scuola Primaria resa gravemente inagibile dalle scosse di Maggio e nel secondo comune la somma verrà devoluta all'Associazione Malati Oncologici.
Il 19 Gennaio 2013 i Sonohra si sono esibiti al Teatro Sociale di Mantova per raccogliere fondi in favore della ricostruzione del comune terremotato di Moglia. Nel mese di Ottobre inoltre avevano registrato il video del loro nuovo singolo "Si chiama libertà" sopra una gru a 41 metri di altezza sul cielo di Moglia.
Malgrado il governo non fosse intenzionato a chiedere aiuti all'estero, vi sono state offerte da parte di Francia, Grecia, Ungheria e Svizzera.
lunedì 23 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Alle 19:34 di domenica 23 novembre 1980 una forte scossa di magnitudo 6,9 sulla scala Richter, della durata di circa 90 secondi, colpì un'area che si estendeva dall'Irpinia al Vulture, posta a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza. Tra i comuni più duramente colpiti vi furono quelli di Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto, Senerchia e altri paesi limitrofi. Gli effetti, tuttavia, si estesero ad una zona molto più vasta interessando praticamente tutta l'area centro meridionale della penisola: molte lesioni e crolli avvennero anche a Napoli interessando molti edifici fatiscenti o lesionati da tempo e vecchie abitazioni in tufo.
L'entità drammatica del sisma non venne valutata subito; i primi telegiornali parlarono di una «scossa di terremoto in Campania» dato che l'interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito di lanciare l'allarme. Soltanto a notte inoltrata si cominciò ad evidenziarne la più vasta entità. Da una prospezione effettuata nella mattinata del 24 novembre tramite un elicottero vennero rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo l'altro si aggiungevano i nomi dei comuni colpiti; interi nuclei urbani risultavano cancellati, decine e decine di altri erano stati duramente danneggiati.
Al di là del patrimonio edilizio, già fatiscente a causa dei terremoti del 1930 e 1962, un altro elemento che aggravò gli effetti della scossa fu il ritardo dei soccorsi. I motivi principali furono due: la difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell'entroterra, dovuta al cattivo stato della maggior parte delle infrastrutture, e la mancanza di un'organizzazione come la Protezione Civile che fosse capace di coordinare risorse e mezzi in maniera tempestiva e ottimale. Il primo a far presente questa grave mancanza fu il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, Pertini si reca in elicottero sui luoghi della tragedia, ritrovando l'allora Ministro degli Esteri, il potentino Emilio Colombo.
Di ritorno dall'Irpinia, in un discorso in tv rivolto agli italiani, Pertini denunciò con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, che arriveranno in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni. Le dure parole del presidente della Repubblica causano l'immediata rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni del Ministro dell'Interno Virginio Rognoni.
La ricostruzione fu anche uno dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia. Infatti, come testimonia tutta una serie di inchieste della magistratura, per le quali sono state coniate espressioni come Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito, durante gli anni si sono inseriti interessi loschi che hanno dirottato i fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 36 paesi in un primo momento, che diventano 280 in seguito a un decreto dell'allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere la cifra finale di 687, ossia l'8,5% del totale dei comuni italiani.
Nell'inchiesta Mani sul terremoto saranno coinvolte 87 persone tra cui l'on. Ciriaco de Mita, l'on. Paolo Cirino Pomicino, il sen. Salverino De Vito, l'on. Vincenzo Scotti, l'on. Antonio Gava, l'on. Antonio Fantini, l'on. Francesco De Lorenzo, l'on. Giulio Di Donato e il commissario on. Giuseppe Zamberletti.
A 40 anni di distanza continua il finanziamento della ricostruzione da parte dello Stato, che ha raggiunto la cifra record di 32 miliardi di euro. La finanziaria del 2007 ha stanziato altri 3,5 milioni di euro all'anno da destinare per 15 anni alle zone terremotate; è tuttora operativa un'accisa di 4 centesimi di Euro per ogni litro di carburante, da destinarsi alla ricostruzione dei paesi dell'Irpinia.
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