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giovedì 19 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 marzo.
La sera del 19 marzo del 2002 un commando di Brigate Rosse uccide il professor Marco Biagi, giuslavorista, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni (compreso il titolare del dicastero in quel momento, Roberto Maroni), amico di Prodi e di Treu, padre del Libro Bianco sul Lavoro del Governo Berlusconi ma anche tra gli autori del Patto sul Lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D'Antona). L'omicidio viene compiuto a Bologna, con la stessa arma del delitto D'Antona, e nei giorni successivi è rivendicato dalle Br prima con una telefonata al Resto del Carlino e poi con un farneticante documento inviato a un'agenzia on line di Caserta.
Biagi, arrivato in stazione in treno da Modena, dove insegnava Diritto del lavoro, prende la sua bicicletta per far ritorno a casa, in via Valdonica 14. Davanti al portone, alle 20,10 - secondo quanto riferiranno succesivamente alcuni testimoni dell'omicidio - lo attendono almeno tre persone: una è a viso scoperto, due indossano caschi integrali e fuggiranno poi a bordo di un motorino. A colpire, sarà la mano di un solo killer: sei colpi di arma da fuoco, sparati con una pistola semiautomatica - così stabilirà l'autopsia - di cui uno mortale all'altezza del collo. Mentre Biagi cade a terra gravemente ferito - colpito al torace, al capo e a un braccio - l'assassino viene visto avvicinarsi alla vittima per il colpo di grazia.
Il 28 giugno del 2002, il quotidiano la Repubblica pubblica cinque lettere o e-mail dell'economista. Dentro c'è tutta la disperazione di un uomo che si sente abbandonato proprio dalle persone per le quali lavorava.
Il Ministero dell'Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, solo pochi mesi prima dell'attentato, aveva privato Marco Biagi della scorta, da lui richiesta proprio per timore di attentati da parte di componenti appartenenti all'estremismo di sinistra.
Una volta tolta, Biagi, tramite lettere scritte a diverse personalità politiche, ne fece nuovamente richiesta visto anche il perdurare delle minacce ricevute, ma questa non gli fu accordata. I brigatisti stessi ammisero che avevano deciso di colpire proprio Biagi in quanto poco protetto.
Il 30 giugno 2002, il Corriere della Sera (e il Sole 24 Ore), pubblica una chiacchierata tra l'allora Ministro dell'Interno, Claudio Scajola, ed alcuni giornalisti che seguono il ministro in visita ufficiale a Cipro.
« A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull'articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro Bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C'è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza. »
A causa delle polemiche suscitate da queste affermazioni, il 3 luglio 2002, Scajola rassegnò le sue dimissioni, al suo posto venne nominato Giuseppe Pisanu.
Il barbaro assassinio di Marco Biagi si iscrive in una storia lunga che segue alla sconfitta dei movimenti terroristici nel nostro paese e annovera tra le sue vittime innocenti Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona.
Un anno dopo l'omicidio, nel registro degli indagati della Procura di Bologna viene iscritto il nome della brigatista Nadia Desdemona Lioce, accusata di attentato per finalità terroristiche o di eversione. La svolta nell'inchiesta arriva dopo una sparatoria sul treno Roma-Firenze. Il 3 marzo 2003 due terroristi delle Br ricercati anche per l'assassinio di D'Antona vengono fermati dalla polizia. Nella sparatoria, uno di loro, Mario Galesi, 37 anni, muore, insieme all'agente Emanuele Petri. L'altra brigatista, Nadia Desdemona Lioce, 43 anni, viene arrestata. Si sospetta che sia coinvolta nell'omicidio di Biagi. Anche Galesi, per gli inquirenti bolognesi, avrebbe fatto parte del gruppo che organizzò e mise in atto l'agguato a Marco Biagi: un supertestimone, che all'epoca tracciò un identikit preciso del terrorista, lo avrebbe riconosciuto come l'uomo che si aggirava in zona alcuni giorni prima l'omicidio del professore, col fare tipico di chi è intento a fare un sopralluogo. Ancora da ricostruire con precisione il ruolo della Lioce, anch'essa riconosciuta a Bologna da alcuni testimoni in seguito alle foto diffuse dopo l'arresto. Uno di questi sarebbe ritenuto particolarmente attendibile dagli investigatori. Anche la donna potrebbe aver partecipato ai sopralluoghi, o essere stata presente sul posto la sera dell'agguato, a coprire le spalle ai killer, mentre viene escluso che fosse in città dopo il fatto.
Nel processo di primo grado, il 1º giugno 2005, la Corte d'Assise di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condanna a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove BR: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini.
Il 6 dicembre 2006, la Corte d'assise d'appello, conferma in secondo grado l'ergastolo per Diana Blefari Melazzi, Roberto Morandi, Nadia Desdemona Lioce e Marco Mezzasalma, riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Simone Boccaccini, riconoscendogli le attenuanti generiche.
Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l'8 dicembre 2007, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione di Bologna, conferma il verdetto emesso in secondo grado rendendo definitive le condanne ai brigatisti responsabili, tranne che per Nadia Desdemona Lioce, che non aveva presentato ricorso in cassazione, e per Diana Blefari Melazzi, per la quale decise di annullare la sentenza ritenendo necessario un esame delle condizioni psichiche della donna, richiesto dai suoi difensori. Le venne così diagnosticata una patologia da disturbo post traumatico da stress per il fatto di essere stata sottoposta al carcere duro del 41 bis e per lo stress della condanna in primo grado all'ergastolo. Da li in poi, la Melazzi, cominciò un lento declino depressivo che a poco a poco la fece rintanare in un universo fatto di solitudine e di rifiuto della vita ai limiti dell'autismo, con comportamenti che gli psichiatri definirono paranoici, fatti di lunghi silenzi interrotti solo da attacchi di panico che le facevano apparire ovunque complotti per il cibo avvelenato (rifiutò il cibo addirittura per 28 giorni) o per la convinzione di dover essere uccisa da Massimo D'Alema.
Ma i magistrati che dovevano giudicarla la dichiararono "in grado di stare in giudizio e di rapportarsi al processo" ammettendo "l'indubbio stato di sofferenza della Blefari" ma giudicando che quella sofferenza "derivava dallo stato di consapevolezza del processo" e che i suoi "atteggiamenti apparentemente paranoici, come il rifiuto del cibo, erano una reazione coerente al suo modo di porsi e conseguenza di un forte impatto dell'ideologia Br sulla sua personalità."
Nel nuovo dibattimento di secondo grado che seguì, il 27 ottobre 2009, venne quindi condannata all'ergastolo in via definitiva dalla Prima sezione penale della Cassazione di Bologna.
La sera del 31 ottobre, poco dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell'ergastolo, la Blefari tagliò e annodò le lenzuola del suo letto facendone un cappio con cui si impiccò nella sua cella di Rebibbia.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nel carcere di massima sicurezza Le Costarelle di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.

venerdì 20 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario. Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma, è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."
I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona viene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.
Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che dice: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso". Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che la modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è un terreno di scontro politico.
Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Il 20 maggio 2009, a dieci anni dalla morte di D'Antona, al Senato della Repubblica il Ministro Schifani pronunciava queste parole: "Onorevoli colleghi [...] oggi che quegli assassini sono assicurati alla giustizia, il nostro "sforzo costante per coltivare ed onorare la memoria delle loro vittime" secondo le parole pronunciate dal Capo dello Stato in occasione della giornata della memoria, ci impone non soltanto di ricordare, come stiamo facendo quest'oggi, ma di rendere viva la memoria facendo sì che i valori e le idee di Massimo D'Antona siano ancora presenti in tutti gli sforzi compiuti da maggioranza ed opposizione e dalle forze sociali più attente e responsabili - ciascuno nel proprio ruolo - per costruire un mondo del lavoro più moderno e più giusto. Rivolgo perciò, certo di interpretare la volontà dell'intera Assemblea alla moglie Olga D'Antona, a sua figlia Valentina, a tutti i lavoratori che hanno perso con lui un vero difensore, un saluto commosso, nel nome della nostra più profonda vicinanza e solidarietà umana."

martedì 2 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 marzo.
Il 2 marzo 2003, in un conflitto a fuoco su un treno, muoiono il sovrintendente della polizia ferroviaria Emanuele Petri e il brigatista rosso Mario Galesi. La brigatista Nadia Desdemona Lioce viene arrestata.
Quella mattina, alla stazione Roma Tiburtina, Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi obliterano due biglietti per Arezzo e salgono sul diretto per Firenze in partenza alle 6.19.
Lei ha pantaloni neri, maglia color pesca sopra una camicia grigia, capelli rossi, è ingrassata rispetto all'ultima volta che l'ha fermata la Digos. Lui è piccolo e stempiato, vestito in modo anonimo, ha un telefonino cellulare. Porta con sé un borsone. Dentro ci sono documenti e ritagli di pubblicazioni, due agende elettroniche, un floppy disk e soprattutto la telecamera palmare che rende legittimo un sospetto: i due sono diretti a filmare le abitudini domenicali di un "obiettivo".
Alle 8.24 il treno fa sosta alla stazione di Terontola, crocevia per l'Umbria. A bordo salgono tre uomini della polizia ferroviaria per controlli di routine. Li guida un poliziotto esperto, il maresciallo Emanuele Petri, 48 anni, che abita a Tuoro sul Trasimeno con moglie e figlio. Questa domenica Emanuele sarebbe potuto rimanere a dormire, ma all'ultimo momento ha cambiato turno per essere libero martedì di accompagnare un collega in carrozzella ad una visita medica. Con Petri ci sono il sovrintendente Bruno Fortunato, 45 anni di Terontola, padre di due figli, e l'agente Giovanni di Franzo, 36 anni. I poliziotti entrano nella carrozza quattro, a scompartimenti aperti, divisa solo a metà dalla vetrata che separa fumatori da non fumatori. In tutto l'open space ci sono due coppie e una viaggiatrice solitaria.
Petri si avvicina ai due terroristi e chiede i documenti, mentre più indietro Fortunato vigila e Di Franzo sta alla radio ricetrasmittente. I brigatisti si alzano e consegnano le carte d'identità al sovrintendente di polizia. Sono false, ma ben fatte su carte rubate e quando l'agente Di Franzo contatta la sala operativa della polizia ferroviaria di Firenze, la risposta è che i due nomi sono puliti. Ma Galesi teme di essere scoperto, tira fuori la pistola e la punta al collo del sovrintendente Petri.
E' calmo: "State buoni, dateci le armi e tutto si risolve". La trattativa fatta di invocazioni va avanti per secondi interminabili. L'agente Fortunato butta la pistola, ma quando la Lioce va a raccogliere l'arma si rompe quel fragile equilibrio poggiato su nervi tesi. Fortunato e la Lioce entrano in contatto e Galesi fredda Petri sparandogli al collo. Ancora colpi. Due proiettili raggiungono ad un polmone e al fegato Fortunato. Di Franzo getta la radio trasmittente, che è ancora in contatto con Firenze, e risponde al fuoco ferendo Galesi che cade a terra, colpito da due proiettili al ventre. Poi il poliziotto si getta sulla Lioce, armata della pistola strappata a Fortunato. La disarma. La immobilizza.
Il maresciallo Petri è morto a terra accanto al terrorista Galesi, il maresciallo Fortunato brancola ferito e l'agente Di Franzo ha gli occhi impauriti quando un uomo, un vigile urbano di Perugia libero dal servizio che viaggia nello scompartimento, gli offre aiuto. Telefonano alle rispettive centrali. E in quel momento il treno si ferma alla stazione di Castiglion Fiorentino. L'agente Fortunato trascina fuori un'impassibile Lioce, come indifferente, la ammanetta al palo che sorregge i cartelli dei binari due e tre. La quinta persona che era nella carrozza è sparita. L'hanno vista filare via dal treno scendendo dalla parte del binario invece che sul marciapiede. Galesi è ferito a morte e spirerà in serata.
La prima condanna all'ergastolo per Nadia Lioce è stata comminata dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione di Firenze che, per questa sparatoria, a conclusione del processo esattamente tre anni dopo i fatti, il 2 marzo 2006, decreta il carcere a vita per la brigatista accusata di concorso in omicidio, rapina, resistenza e detenzione di armi, con l'aggravante del terrorismo.
Nel processo per l'omicidio del giuslavorista Marco Biagi, assassinato a Bologna con sei colpi di pistola, la sera del 19 marzo 2002, la Corte d'Appello emette una condanna all'ergastolo per la brigatista che, il 7 dicembre 2006 dopo quella sentenza, decide di non fare ricorso in Cassazione al contrario di tutti gli altri accusati che, dopo tre gradi di giudizio, si vedono confermate tutte le condanne all'ergastolo.
Dopo tre gradi di giudizio, nel processo per l'omicidio del consulente del Ministero del Lavoro, Massimo D'Antona, avvenuto a Roma il 20 maggio del 1999, la Prima sezione penale della Corte di cassazione conferma, il 28 giugno 2007, la condanna all'ergastolo alla Lioce.
Altre condanne le sono state inflite anche per gli attentati alla sede della Commissione di Garanzia per lo Sciopero, a quella della Cisl di Milano (entrambi effettuati nel 2000) e all'Istituto Affari Internazionali di Roma nel 2001, oltre che per quattro rapine di autofinanziamento realizzate in Toscana, tra il 1998 e il 2003.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nella casa circondariale di massima sicurezza Le Costarelle di Preturo di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.
Il 9 aprile 2010 Bruno Fortunato, il poliziotto rimasto ferito nella sparatoria, si è suicidato nella sua casa di Anzio sparandosi un colpo alla testa con la sua pistola d'ordinanza che, come prassi, aveva tenuto dopo essere andato in pensione per le conseguenze della sparatoria di sette anni prima. Perché lo abbia fatto non è stato ancora chiaro. Sembra infatti che Fortunato, 52 anni, originario di Portici, nel napoletano, non abbia lasciato biglietti per spiegare il suicidio. Chi lo conosceva ha comunque sottolineato che dal giorno della sparatoria non era stato più lo stesso.

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