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mercoledì 15 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1799, nei pressi della città di Rosetta (l'attuale Rashid), il capitano francese Pierre-François Bouchard, dell'esercito di Napoleone, rinveniva una lastra in basalto parzialmente rovinata con delle incisioni antiche.  
Se oggi siamo in grado di leggere i geroglifici è grazie a questa stele nera.
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di basalto su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.
Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-Francois Champollion.
Nel 1819 Young era più avanti rispetto al suo rivale francese, aveva infatti già decifrato il testo demotico, identificando i simboli per Cleopatra e Tolomeo.
Qualche anno dopo, nel 1822, tramite accurati confronti con altri testi, Champollion (vero genio linguistico che cominciò lo studio delle lingue orientali ad undici anni, conoscendo già quelle europee diventando professore a diciannove), fu in grado di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, il copto, e capì di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni: scoprì la base del sistema di scrittura geroglifica.
Nella sua riuscita fu determinante una scoperta successiva avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae due piccoli obelischi: una seconda stele con un doppio testo geroglifico e greco, e una con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme a due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion mise in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettera del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.
Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola. Dedusse che essi non erano ne pittogrammi ne ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma all’interno di un identico testo potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto che pubblicò nel suo libro "Le Lettre à M. Dacier" ponendo così le basi per la nascita della scienza dell’egittologia moderna.
La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora in possesso del British Museum di Londra, a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.
Gli argomenti contro la sua restituzione sono gli stessi di quelli a cui gli Inglesi si affidano per i Marmi di Elgin. “Può dare il suo massimo” nella sua attuale sede, dove è vista in un contesto storico di dimensioni molto ampio. Essendo la punta di diamante della collezione egiziana del British Museum, se fosse riportata al Museo del Cairo, che ha meno della metà del numero dei visitatori del British Museum, sarebbe vista da meno persone.
I geroglifici consistono di tre tipi di caratteri: caratteri fonetici, inclusi quelli di un unico fonema, come un alfabeto, ma anche molti caratteri rappresentanti una o più sillabe; ideogrammi, rappresentanti una parola; determinativi, i quali indicano la categoria semantica della pronuncia di una parola senza specificarne il significato preciso.
La scrittura geroglifica consta di 24 caratteri principali (simboli per un singolo fonema), ai quali si aggiungono molti più segni biconsonantici (simboli per due fonemi combinati). Vi sono anche segni triconsonantici (tre fonemi), anche se sono meno comuni degli altri. In totale la scrittura geroglifica consta di più di 6900 caratteri, compresi raggruppamenti e varianti.
L'orientamento dei segni geroglifici può essere in linea od in colonna. I geroglifici scritti in orizzontale possono essere letti in maniera destrorsa o sinistrorsa secondo l’orientamento delle figure descritte (se sono rivolte a destra la lettura è da destra verso sinistra). Nel caso fossero disposti verticalmente vanno letti dall’alto verso il basso. Anche nel caso di più simboli presenti in una stessa riga e disposti "uno sopra l'altro", vanno letti dall'alto verso il basso
Siccome il sistema di scrittura egizio non trascriveva le vocali, la maggior parte di esse è oggi ignota e la lettura è aiutata dall’aggiunta di una e interconsonantica puramente convenzionale. Per esempio: nfr -> nefer = bello, buono.

giovedì 18 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1815 si svolse la Battaglia di Waterloo, l'ultima grande battaglia di Napoleone.
Con il ritorno di Napoleone dall'Elba, la Francia Imperiale si trovava ad affrontare una grave minaccia, analoga a quella precedente a Valmy.
Gli alleati (Inglesi, Russi, Austriaci e Prussiani), con un pò di tempo a disposizione, avrebbero potuto, infatti, mobilitare fino ad un milione di uomini. Occorreva quindi che la Francia assumesse subito l'iniziativa dell'attacco per battere separatamente i quattro eserciti nemici alle frontiere : in breve tempo, Napoleone fece affluire truppe francesi alla frontiera nord-occidentale, costituendo la cosidetta "Armata del Nord."
Il piano francese prevedeva la consueta "manovra centrale" con Ney sull'ala sinistra, Grouchy alla destra, e Napoloene stesso al comando dei Corpi d'Armata della riserva centrale, fra i quali era inclusa anche la temibile Guardia Imperiale.
Tutta l'armata del Nord, superata la Sombre, si sarebbe dovuta incuneare tra l'esercito inglese e quello prussiano, impedendone il compattamento. Per batterli separatemente, Napoleone avrebbe utilizzato i Corpi d'Armata della riserva centrale in maniera che essi gravitassero ora su uno ora sull'altro fronte.
L'esecuzione del piano, semplice e geniale allo stesso tempo, avrebbe richiesto generali dello stampo di quelli dei "vecchi tempi", ma , purtroppo per i transalpini, di ufficiali di grande esperienza in Francia ne erano rimasti assai pochi. Sulle sorti della campagna di Waterloo, comunque, contarono non soltanto gli errori, ma anche e soprattutto il caso: quel che accadde a Quatre Bras, a Ligny, a Waterloo costituisce, dunque, la più tragica smentita del pensiero di Bonaparte, secondo il quale per il "genio" non esiste né sorpresa né caso, poiché egli tutto sa calcolare e predisporre.
L'Armata del Nord disponeva di 200.000 uomini; 124.000 di questi formavano 175 battaglioni, 180 squadroni e 50 batterie di artiglieria, che si erano potuti radunare ed organizzare in appena 30 chilometri quadrati, senza che il nemico se ne accorgesse.
Appena oltre la frontiera settentrionale vi erano già due Armate nemiche: una inglese e una prussiana. Quella inglese comandata da Wellington, il trionfatore della campagna di Spagna, era incautamente distribuita su un vasto territorio della frontiera verso il Nord, contando 133 battaglioni, 109 squadroni e 34 batterie. Dei suoi 67.000 uomini 31.000 erano inglesi; per il resto, l'esercito era completato dalle truppe olandesi del Duca D'Orange, da continenti Belgi Nassau e del Brunswick. L'armata prussiana, condotta dal vecchio ed energico von Blucher, si trovava più a sud di quella inglese ed era anch'essa dislocata su un territorio piuttosto vasto. Era costituita da 136 battaglioni, 137 squadroni e 41 batterie.
L'Armata francese mosse il 14 giugno su un fronte di marcia di appena 5 chilometri. I primi ad avventurarsi in ricognizione furono i cavalieri della riserva, i quali, fino al momento dell'avanzata, erano stati disposti lungo la frontiera, per impedire un'eventuale fuga di notizie. Dall'accuratezza delle loro informazioni, raccolte durante la ricognizione, sarebbe dipesa la scelta tattica di Napoleone. Il movimento procedette in modo sufficientemente spedito ed ordinato, nonostante Ney avanzasse troppo lentamente in direzione degli inglesi su Quatre-Bras, importante nodo stradale per Bruxelles. Il giorno 15, le avanguardie della destra francese di Grouchy presero contatto con consistenti reparti prussiani. Von Blucher, a questo punto, concentrò immediatamente tutte le sue truppe in avanti, esattamente come Napoleone aveva previsto e in parte sperato. Questa mossa, infatti, scollegava i prussiani dagli inglesi, e per di più, conduceva i Prussiani dritti nelle fauci della tenaglia francese.
Wellington, da parte sua, anziché spingere le proprie truppe verso sud per ricongiungersi ai Prussiani, le schierò verso ovest, offrendo il debole fianco sinistro all'avanzata di Ney. Il mattino del 16 dopo aver letto i rapporti militari, Napoleone poteva dichiarare: «questa sera avremo nelle nostre mani duecento cannoni prussiani». In Realtà non andò così perché Ney, malgrado gli ordini ricevuti, anziché prendere immediatamente Quatre-Bras e convergere a destra, alle spalle dei prussiani, si fece impelagare in una serie di schermaglie contro striminzite forze degli anglo-olandesi. La sua incapacità di leggere la battaglia avrebbe consentito ai Prussiani, sonoramente battuti, di ritirarsi a Ligny con un esercito ancora efficiente. Von Blucher perse nello scontro solamente 21 cannoni, 16.000 uomini e altri 9.000 che disertarono; così all'alba del 17, Napoleone fu costretto a disporre l'inseguimento dei Prussiani superstiti in ritirata.
Grouchy, scelto come responsabile di quest'operazione d'inseguimento, per errore si mise sulla pista delle colonne dei disertori che rifluivano verso Liegi, anziché inseguire l'esercito di Blucher, in ritirata verso nord. Napoleone, inconsapevole di questo decisivo infortunio occorso a Grouchy, valutava che fosse giunto il momento di regolare la partita con "monsieur Villainton".
Nella notte precedente a Waterloo, infatti, Bonaparte, disponendo di 71.00 uomini suddivisi in cinque Corpi d'Armata, nonché di una cavalleria e di un'artiglieria senz'altro superiori a quelle del nemico, era convinto di poter spazzare l'armata di Wellington da Mont St. Jean nella mattinata, per potersi gettare sui Prussiani. Contrariamente alle aspettative di Napoleone, però, gli uomini del generale inglese opposero un'ostinatissima resistenza.
«Napoleone mi ha ingannato! Ha guadagnato 24 ore di marcia su di me!». Così esplose il duca di Wellington quando, al ballo della duchessa di Richmond, seppe della effettiva manovra realizzata da Napoleone. Al suo ospite, che gli chiedeva cosa intendesse fare, rispose di aver ordinato all'Armata di concentrarsi a Quatre-Bras; «ma non lo fermeremo là, e, se andrà così , dovrò combatterlo qui» aggiunse, indicando su una cartina la posizione di Waterloo.
Le dimensioni del campo di battaglia erano assai anguste rispetto allo spazio che avrebbero richiesto le manovre dei cinque Corpi d'Armata di Napoleone: solamente due miglia di profondità per quattro di larghezza. Il terreno era attraversato al centro dalla strada Chalroi-Bruxelles e, trasversalmente, da un'altra strada che conduceva a Wavre, da dove sarebbero poi giunti i Prussiani. La stretta piana si stendeva tra un costone meridionale, già occupato dai Francesi, ed un altro, poco elevato, tenuto dagli uomini di Wellington, a settentrione.
L'inizio della battaglia era stabilito per le nove del mattino, ma l'imprevisto, sotto l'aspetto di un temporale notturno, aveva trasformato il terreno in un pantano che impedì l'immediata messa in batteria dei pezzi d'artiglieria francesi, obbligando così Napoleone a rinviare l'attacco per le 11:30. La linea inglese, schierata lungo il costone settentrionale immediatamente dietro la sua cresta, rimaneva protetta contro la micidiale artiglieria francese.
Con funzione di avamposti, altre truppe inglesi erano piazzate, sulla destra, tra i frutteti e nella fattoria di Hougoumont, e al centro, in quella di La Haie Sainte. Napoleone aveva in prima schiera il corpo d'armata di d'Erlon, circa al centro del settore destro. Altre truppe erano collocate sulla sinistra, di fianco e di fronte ad Hougoumont. La Guardia imperiale e le cavallerie di riserva si trovavano in posizione molto arretrata.
Come prima azione offensiva, Napoleone dispose un bombardamento preliminare e assalti diversivi sulla fattoria di Hougoumont, fortificata dagli inglesi. L'azione era stata affidata alle due divisioni del principe Gerolamo e del generale Roy, con l'intento di indurre Wellington a sguarnire le proprie posizioni centrali per rafforzare la propria destra. Alla fine le posizioni britanniche sarebbero cadute, ma dopo aver dissanguato e distolto cospicue forze francesi dal loro obiettivo principale della collina. Ancora un errore per colpa dell'inesperienza dei generali, in questo caso del principe Gerolamo, fratello dell'Imperatore.
«La forza morale più dell'entità numerica decide la vittoria». Questa idea espressa da Napoleone fin dal 1798, è alla base della costituzione della Guardia Imperiale, un corpo d'élite nel quale affluivano i migliori della Grande Armata.
Come qualsiasi altro corpo, la Guardia disponeva di reparti di fanteria, cavalleria ed artiglieria, ma le somiglianze terminano qui. Se infatti le altre truppe erano spesso dal Corso dimenticate al freddo o alla fame, per la Guardia egli trovava sempre (perfino durante la tremenda ritirata di Russia) il tempo ed il modo di sfamarla, vestirla, pagarla ed incentivarla.
Negli ultimi anni dell'epopea, la Guardia era ormai diventata un esercito nell'esercito. Essa garantiva il potere di Napoleone in patria, e le spettava l'onore dell'ultimo assalto vittorioso, dopo che gli altri reparti avevano logorato le posizioni nemiche. Forse per questo i suoi componenti erano tanto valorosi in battaglia, quanto invidiati ed odiati dal resto delle truppe.
All'una del pomeriggio, quando il I Corpo d'Armata di d'Erlon si apprestava all'attacco principale al centro, contro Mont St. Jean e La Haie Sainte, comparvero in lontananza, oltre i boschi, i 30.000 prussiani del IV Corpo d'Armata di von Bulow, guidati dal maresciallo von Blucher in persona: Grouchy non era riuscito ad intercettarli e, per di più, la manovra dalla posizione centrale era fallita per il ritardo nell'inizio della battaglia.
Nonostante tutto, l'Imperatore era convinto di poter annientare Wellington abbastanza rapidamente per potersi rischierare contro il nuovo nemico ancora lontano. Inoltre non disperava che Grouchy, nelle vicinanze, potesse ritrovare il luogo della battaglia seguendo il rombo del cannone e intervenire tempestivamente nello scontro con le sue divisioni di cavalleria.
L'attacco, inizialmente promettente, si risolse invece in un mezzo disastro. I reparti francesi, preceduti dai loro "schermagliatori", fanteria leggera che avanzava fuori dai ranghi in ordine sparso con il compito di infastidire il nemico con tiri di precisione, risalirono la china disposti in "colonnes de bataillon par division", una formazione densa, antiquata e lenta: ogni divisione muoveva con otto o nove battaglioni dispiegati l'uno dietro l'altro, e così potevano sparare soltanto gli uomini della prima fila del primo battaglione, in tutto 200. Ancora oggi non si riesce a spiegare il motivo di questa scelta di Napoleone sul campo di Waterloo, quando già da anni le truppe francesi erano solite attaccare dispiegate in "colonnes de division par bataillon", una formazione molto più agile e manovriera dell'altra.
Gli inglesi, invece, erano disposti alla "vecchia maniera", con tutti i battaglioni dispiegati uno accanto all'altro su due sole linee di fucilieri (secondo alcuni, a Waterloo le file erano tre). Tutti i fanti inglesi, quindi, potevano sparare senza alcun impaccio, facendo convergere il fuoco da più lati sulla densa massa dei francesi. Il fuoco della loro fuciliera era ininterrotto, perché, mentre una linea sparava, l'altra (o le altre due) ricaricava. Le formazioni dell'Imperatore erano perciò destinate ad essere falciate una riga dopo l'altra, prima dall'artiglieria che sparava a mitraglia e poi dalla fucileria. L'unico rischio per Wellington sarebbe stato che i soldati inglesi si sarebbero lasciati prendere dal panico, ma d'altra parte, considerando la forte produzione di fumo delle polveri da sparo dell'epoca, dopo la prima scarica i fanti britannici non potevano vedere più la massa francese attaccante.
Di solito un fante ben addestrato dell'epoca napoleonica riusciva a tirare tre colpi al minuto col suo fucile a pietra focaia. Due soldati posti in riga uno dietro l'altro erano dunque in grado di fare fuoco sei volte al minuto, una pallottola ogni dieci secondi in media. Se si moltiplica tale numero per le migliaia di fucili impiegati dai Britannici sulla collina, si può avere un'idea della tempesta di piombo che si abbatteva sui battaglioni francesi. Naturalmente la massiccia artiglieria francese con il suo fuoco d'appoggio avrebbe potuto scompaginare le lunghe ma esili file dei fucilieri britannici; Wellington, però, aveva schierato le sue truppe dietro il crinale della collina, in maniera da tenerle nascoste alle batterie avversarie, e le spinse allo scoperto solo quando i nemici erano ormai giunti a tiro utile dei fucili, cioè a circa 200 metri.
In questa situazione, se le colonne francesi, pur sopportando perdite sanguinosissime, si fossero mantenute compatte, avrebbero facilmente spezzato le linee inglesi; ma ciò non avvenne, anche perché le truppe di Napoleone a Waterloo non erano più costituite dai veterani delle campagne precedenti, ma da giovani coscritti (i Marie-Louise) o da uomini in età troppo avanzata: in entrambi i casi si trattava di soldati privi dell'esperienza o della presenza fisica necessarie a combattere saldamente. Così, dopo aver ottenuto alcune marginali vittorie in prossimità di una cava di ghiaia, le truppe di D'Erlon mostrarono i primi segni di disordine. E allora si riversò su di loro la formidabile carica della Union Brigade di Ponsonby e della cavalleria di Somerset.
Come un torrente in piena gli Scots Greys, così chiamati per il colore del manto dei loro cavalli, sbucarono dalla "sottile linea rossa" e si avventurarono sugli inesperti e frastornati francesi. In pochi attimi dilagarono il panico e la strage. Nell'inseguimento, però, gli Scots si spinsero oltre il dovuto. Non più della metà di essi rientrò viva nelle linee di partenza. I marescialli francesi che avevano combattuto contro gli inglesi in Spagna, sapevano già per esperienza che le loro cavallerie «avanzano sfrenate come se si trovassero ad una caccia volpe». Napoleone, invece, lo scoprì soltanto quel giorno.
Tra le ore 16 e le 17 avvenne il secondo episodio cruciale della battaglia: la carica sulla collina dei 5.000 lancieri, cacciatori e corazzieri per ordine e sotto la guida personale del maresciallo Ney, che interpretò un movimento inglese verso le retrovie come un accenno di ritirata, mentre si trattava solo dei feriti che venivano sgomberati dal campo sui carri delle munizioni. Così, mentre Grouchy, non avendo ricevuto o compreso il pur chiaro ordine di accorrere a Waterloo che Napoleone si era affrettato a rinnovargli (comportamento inconcepibile dal momento che negli eserciti dell'epoca vigeva la massima universale di marciare sempre verso il rombo del cannone), continuava a cercare von Blucher nella direzione sbagliata, privando Napoleone dell'apporto delle sue divisioni, Ney scatenava un "assalto finale" dalle conseguenze nefaste.
L'impeto della prima ondata di cavalieri venne salutato da un'ovazione generale, alla quale, immediatamente, seguì un fatto straordinario ma non inconsueto per le battaglie dell'epoca: praticamente tutte le cavallerie francesi, tra le quali i pur disciplinatissimi lancieri polacchi della Guardia, si avventarono sui quadrati inglesi ritenendo che fosse giunto il grande momento. Ai primi 5.000 seguirono altri 10.000 cavalieri francesi, a ondate successive. Alle cariche di Ney, Wellington si preparò schierando i suoi uomini in quadrati: ogni quadrato era disposto con la fila più esterna di uomini in ginocchio con il calcio del fucile piantato saldamente a terra per creare una selva di baionette che sventrava i cavalli, e le altre file più interne, in genere due, in piedi a sparare.
Questa particolare formazione, che la fanteria assumeva per resistere ai travolgenti attacchi delle cavallerie, le consentiva di difendersi egregiamente anche se accerchiata, potendo contare anche sul rifiuto istintivo dei cavalli a calpestare l'uomo. I cavalieri, dunque, non potendo guidare direttamente il loro cavallo contro i quadrati nemici per travolgerli, dovevano galoppare loro intorno sciabolando e scaricando a bruciapelo le pistole. L'episodio della carica di Ney si risolse finalmente con il contrattacco della cavalleria inglese di Uxbridge, che rigettò gli ormai esauriti cavalli francesi giù dalla collina e riconquistò i pezzi d'artiglieria inglese che erano caduti in mano nemica ma che non erano ancora stati messi fuori uso per incuria o mancanza di tempo.
Mentre Ney vedeva le sue possibilità di vittoria diminuire di minuto in minuto, i Prussiani proseguivano la loro lenta marcia di avvicinamento, inutilmente contrastati dalle riserve che Napoleone aveva inviato loro alla spicciolata. Grouchy continuava a non comparire. A rallentare i Prussiani avrebbe provveduto la guardia imperiale: a Palncenoit, per esempio, la carica alla baionetta di due soli battaglioni della Vecchia Guardia era bastata a mettere in rotta ben 14 battaglioni nemici! Il fianco destro era, almeno per il momento, stabilizzato. L'imperatore aveva ancora a disposizione otto o nove battaglioni di granatieri della Guardia appartenenti alla riserva strategica dell'Armata, veterani scelti sui quali si poteva fare affidamento assoluto: se questi fossero riusciti a spezzare l'ostinata difesa inglese, Napoleone avrebbe potuto, nonostante tutto, riuscire ancora vincitore. I tamburi della Guardia iniziarono a battere. En Avant! Napoleone stesso accompagnò i suoi soldati fino a 660 metri dalle linee nemiche.
Gli occhi di tutto l'esercito erano fissi su di loro mentre i tamburi ritmavano il pas de charge. Artiglieri e fucilieri inglesi li attendevano, occultati dietro rigogliosi campi di grano, niente affatto impressionati dallo spettacolo. Per loro si sarebbe trattato di resistere ad un assalto come ad un altro, l'avrebbero affrontato e respinto come tutti i precedenti. Di quest'ultimo attacco dei vecchi moustaches("baffoni") abbiamo diverse e contrastanti cronache. Tutte però si concludono con un univoco dato:«la garde recule!» (la guardia arretra) fu il grido che si levò dall'intero attonito, incredulo esercito francese. L'Armata francese ristette per un attimo, atterrita. Accortosi di ciò - dicono i cronisti- Wellington gettò in aria il suo cappello. A questo segnale 40.000 inglesi si riversarono da Mont St. Jean verso la piana e l'Armée francese si disintegrò.
Alle nove di sera, superata l'ultima disperata resistenza della Guardia, Wellington e von Blucher si incontrarono, a battaglia ormai finita, alla taverna detta "La Belle Alliance": mai nome di luogo fu più adatto. Napoleone, in quel momento, era in fuga sotto la protezione dei quadrati del I Reggimento dei granatieri, l'élite dell'esercito: praticamente, tutto quanto gli rimaneva ancora in efficienza dell'Armata del Nord, insieme ad alcuni reparti di Cacciatori della Guardia. Le perdite di entrambe gli schieramenti a Waterloo furono spaventose: 15.100 gli inglesi, 7.000 i Prussiani e 25.000 Francesi, ai quali furono catturati ulteriormente 8.000 uomini e 220 cannoni.
Waterloo è un esempio eloquente di battaglia come "crocevia della storia": la Rivoluzione francese aveva spazzato l'assolutismo dell'Ancien Règime in patria e dimostrato la superiorità degli eserciti nazionali di coscritti su quelli professionali al servizio delle monarchie europee. Con Bonaparte la medesima rivoluzione aveva poi tradito i suoi ideali, trasformandoli sostanzialmente in una dittatura militare dagli intenti espansionistici, che non riconosceva agli altri popoli quei diritti e quelle libertà che un tempo aveva rivendicato per i francesi.
Dopo la sconfitta dell'esercito "rivoluzionario" francese a Waterloo, sembrò rinascere una nuova epoca d'oro per gli assolutismi vincitori, resi ancora più solidi dalla loro vittoria ideologica oltre che militare. Invece il seme era stato gettato, anche se involontariamente, proprio da Napoleone, e le idee dell'Ottantanove continuavano a germogliare: l'Ottocento non fu infatti il secolo della restaurazione, ma del liberalismo, ed il novecento con tutti i suoi travagli, sarà il secolo delle democrazie.
E se avesse vinto l'Imperatore?
E' difficile ipotizzare cosa sarebbe accaduto in Europa nel caso di una vittoria Napoleonica a Waterloo. L'imperatore era già minato nel fisico ed ormai lo sosteneva soltanto la smisurata fiducia in se stesso. Intanto, il tradimento serpeggiava a Parigi e la Francia era stanca di guerre. L'offensiva del 1815 d'altra parte aveva un obiettivo limitato, la conquista del Belgio e forse anche dell'olanda, per convincere le potenze europee ad intavolare delle trattative di pace ed accettare il fatto compiuto del ritorno di Napoleone in Francia. Gli stati della VII coalizione, inoltre, non si erano fatti intimidire dalla mossa dell'Imperatore, tant'è che il Congresso di Vienna continuò imperturbabile le sue riunioni come se nulla fosse successo.
Gli esercirti inglese e prussiano erano, infine, soltanto l'avanguardia delle colossali forze che l'Austria, la Prussia, la Russia, nonché la Svezia, avrebbero potuto mettere in campo nel giro di qualche mese. Si trattava, è vero, di eserciti che Napoleone aveva sconfitto a suo piacimento nel passato, ma che a loro volta lo avevano sbaragliato a Lipsia nel 1813. Insomma, è estremamente improbabile che le monarchie alleate avrebbero accettato una loro ipotetica sconfitta a Waterloo senza tentare la rivincita contro Napoleone: il suo impero non sarebbe durato comunque molto a lungo.

martedì 24 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
La sera del 24 dicembre 1800 avveniva a Parigi l'attentato della "macchina infernale" contro Napoleone, all'epoca Primo Console in virtù della Costituzione dell'anno VIII.
Il commando che agiva era composto da tre congiurati i quali piazzavano su un carro un barile carico di chiodi e polvere da sparo. Inoltre, vigliaccamente, uno di loro ingaggiava con l'inganno una ragazzina di soli quattordici anni, si chiamava Pensel. Il suo compito era di fare la guardia al cavallo in modo che non spostasse il carico di morte. Il caso e la celerità nel passaggio della stretta via di Saint Nicaise da parte del cocchiere Cesar Germani, un veterano delle campagne napoleoniche evitava l'impatto con la violenta esplosione che faceva strage di venti persone innocenti, fra i quali anche la ragazzina Pensel, e un centinaio di feriti.
Il Primo Console, che era diretto all'Opera di Parigi, decise di non cambiare programma per dimostrare che l’azione terroristica non intaccava il normale funzionamento dello Stato presentandosi in teatro dove veniva accolto da scroscianti applausi, ma in cuor suo meditava la vendetta.
L'indomani le gazzette parlavano dell'attentato della "macchina infernale" da parte di chi agiva nell'oscurità per colpire la Francia alle spalle. Il paese si compattava attorno a Napoleone.
All'epoca Napoleone aveva 31 anni, ricco di onori di campagne militari e di tanti nemici. Per i giacobini egli rappresentava il tradimento degli ideali della Rivoluzione, mentre per i realisti rappresentava l'usurpatore e il propagatore delle idee della Rivoluzione oltre i confini della Francia. La prime azioni di polizia si concentravano (per volere di Napoleone e in contrasto con il ministro della Polizia Fouchè che poco dopo sarebbe stato dimesso) sui giacobini, molti venivano spediti in esilio alle Seychelles e Guyana, da cui non torneranno mai più, e altri mandati al patibolo. Ma le indagini continuavano imboccando la pista realista, come aveva prospettato Fouchè, tanto da scoprire i tre congiurati: due saliranno sul patibolo con la camicia rossa dei parricidi, mentre il terzo riusciva a fuggire negli Stati Uniti. Proprio questi, a seguito di una crisi di coscienza, si farà frate rispettando la regola del silenzio e cercando di vivere nell'oblio. Ma la vicenda non era ancora conclusa, altri attentati saranno progettati nei confronti del Primo Console e tutto ciò servirà al regime per liquidare i realisti. L’apice dello scontro avverrà, nel 1804, con l’affare del Duca d’Enghien.

lunedì 23 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1796 viene proclamata la Repubblica Cispadana.
Fu proclamata a Reggio Emilia dal congresso formato dai rappresentanti dei territori occupati dalle truppe francesi di Bologna e Ferrara, Modena e Reggio. Il congresso venne organizzato, non ufficialmente, da Napoleone, il cui esercito aveva attraversato l’Italia del nord all’inizio dell’anno e aveva necessità di stabilizzare la situazione in Italia e di riunire nuove truppe per una nuova offensiva contro l’Austria. La neonata repubblica sorella della Francia rivoluzionaria invitò gli altri popoli italiani ad unirsi ad essa e venne formata una guardia civica, composta da cacciatori e artiglieri. La Repubblica Cispadana ebbe però vita breve: dopo circa sei mesi, il 9 luglio 1797, si fuse con la Repubblica Transpadana, formando la Repubblica Cisalpina.
Non va dimenticato che i colori della bandiera italiana furono scelti proprio dal congresso della Repubblica Cispadana. La bandiera approvata in quell’occasione era un tricolore orizzontale, con strisce rosse, bianche e verdi, e con un emblema, al centro, composto da una faretra che si erge su trofei di guerra, con dentro quattro frecce che simboleggiavano le quattro province originali, all’interno di una corona di alloro.
Alla fine della primavera del 1796 Napoleone, ormai dominatore di gran parte dell’Italia settentrionale dopo le vittorie sui piemontesi e sugli austriaci, impose la sua autorità anche sui ducati di Parma e di Modena e invase lo Stato Pontificio, obbligando Pio VI ad un oneroso armistizio e alla rinuncia della sua sovranità sulle Legazioni di Bologna e di Ferrara. I francesi entrarono in Bologna il 19 giugno 1796 e, sbandierando con messaggi e proclami le nuove idee democratiche sancite dalla Costituzione dell’anno III, suscitarono i primi fermenti e le prime speranze di un migliore avvenire in una popolazione ormai abituata da secoli ad un immobilismo che, pur nel variare delle situazioni contingenti, aveva lasciato sostanzialmente inalterata la struttura socio-politica della città ed intatto il fortissimo divario economico tra il ceto abbiente e le masse popolari. Tuttavia Bologna nel suo complesso non era ancora preparata né disposta ad accogliere grosse novità; e come si era limitata a commuoversi per l’infelice sorte di Zamboni e De Rolandis, rimanendo indifferente al loro messaggio politico, così si limitò ad osservare con composta curiosità l’arrivo dei nuovi venuti. La rivoluzione francese, infatti, appariva alla massa dei bolognesi come qualcosa di molto lontano e incomprensibile, che comunque non sembrava avere alcun rapporto con il proprio sistema di vita, scandito al ritmo regolare e tranquillo delle tradizionali feste religiose, come gli «addobbi» o l’annuale discesa in città della Madonna di San Luca, e delle tradizionali divagazioni culinarie, collegate alla comparsa stagionale dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento.
Napoleone, giunto a Bologna il 20 giugno, si preoccupa subito di dare una sistemazione politica alla sua azione militare. Se in teoria si porta al seguito l’idea rivoluzionaria dell’egalité e se i suoi soldati sono entrati in Bologna al canto della Marsigliese, in pratica egli non vuole affatto dare l’avvio ad alcuna rivoluzione sociale; anzi, al contrario, mira a procurarsi l’appoggio dei ceti dirigenti. La sua politica, del resto, è perfettamente in linea con quella del Direttorio, esponente della nuova borghesia francese, preoccupata di consolidare il suo potere e di evitare ogni pericoloso ritorno all’estremismo giacobino, e perciò ben disposta ad accettare, fuori di Francia, la collaborazione e l’appoggio dei «moderati» di ogni stampo e di ogni ceto, fossero pur anche conti e marchesi. Napoleone, inoltre, ha fretta di dare un assetto politico ai territori occupati e di trovare in essi una base economica di appoggio per poter portare a termine la guerra contro gli austriaci. Evidentemente bene informato, agisce in modo deciso e coerente per la realizzazione del suo fine: ingiunge al cardinale Ippolito Vincenzi, legato di Bologna, di partire immediatamente per Roma, minacciando la vendetta repubblicana per la morte di Zamboni e De Rolandis; riceve nella sala Farnese del palazzo comunale i senatori bolognesi, li tratta con deferenza e di fronte a loro, stupiti e lusingati, esalta l’antica libertà di Bologna repubblicana, da secoli soffocata dall’autorità pontificia; dichiara solennemente di voler restituire al glorioso Senato cittadino il potere legislativo e governativo, purché sia giurata fedeltà alla Repubblica France­se e sia sottoscritto l’impegno di esercitare il potere in suo nome e alle sue dipendenze. Ma se toglie alla Chiesa l’autorità politica, dell’ autorità religiosa e morale della Chiesa intende servirsi per mantenere l’ordine sociale e in tal senso chiede l’intervento e l’appoggio della massima autorità religiosa bolognese, l’arcivescovo Gioannetti.
I bolognesi accettano con favore la nuova situazione: la nobiltà senatoriale, che aveva visto nel piano economico del cardinale Boncompagni una grave insidia ai suoi privilegi, spera di riacquistare, appoggiandosi ai francesi, la sua antica autonomia e di conservare intatto il suo predominio economico, e si adatta perciò ai nuovi formalismi democratici e ai necessari sacrifici economici pur di salvare la sostanza del suo potere; la classe media, nel proclamato superamento delle barriere di casta che prima le precludevano l’ingresso al Senato, intravede la concreta possibilità di una partecipazione politica attiva e di una conseguente crescita economica; la classe popolare, nell’esaltazione degli ideali democratici e nelle nuove mode – distruzione di stemmi gentilizi, abolizione dei titoli nobiliari, delle parrucche e del codino, passaggio dalla condizione di sudditi alla condizione di «cittadini» – avverte sia pur confusamente l’inizio di una nuova epoca, che trova il suo simbolo nell’albero della libertà innalzato in piazza Maggiore, un alto fusto decorato di festoni tricolori, dei fasci consolari e del berretto frigio dei rivoluzionari. Illustri giuristi dello Studio bolognese preparano intanto la nuova Costituzione, in cui sono fusi con apprezzabile equilibrio i principi della Costituzione francese dell’anno III con gli istituti dell’antica libertà comunale, così che il motto Libertas dello stemma di Bologna, senza perdere il suo tradizionale significato, sembra assumere una più ampia ed aggiornata dimensione.
La nuova Costituzione della Repubblica di Bologna, votata nella chiesa di San Petronio il 4 dicembre 1796 dai rappresentanti della città e del territorio, fu approvata con 454 voti favorevoli su 484 votanti. Nei giorni precedenti il testo posto ai voti era stato pubblicato e discusso dalla cittadinanza; è perciò da considerarsi, sia per il suo contenuto sia per la procedura seguita per la sua approvazione, la prima costituzione democratica della storia dell’Italia moderna.
Dopo un Te Deum di ringraziamento, le campane di San Petronio annunciarono ai bolognesi l’avvenuta approvazione della Costituzione, e in Piazza ci fu grande festa attorno all’albero della libertà. Il «Monitore di Bologna» esaltò orgogliosamente la «rigenerazione» della città, avvenuta nella concordia, senza lotte e senza spargimento di sangue; ma l’avvenimento fu visto più come un ritorno alle antiche glorie municipali che come l’inizio di una nuova era storica.
La Costituzione del 4 dicembre ebbe brevissima vita giuridica e nessuna applicazione pratica. La durata della appena nata, o rinata, Repubblica bolognese non poteva che essere effimera, legata come era alle mutevoli esigenze politico-militari del turbinoso Bonaparte, che già due mesi prima aveva fatto riunire in un convegno i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, in vista della creazione di una confederazione delle quattro città cispadane. Un nuovo congresso, riunitosi a Reggio alla fine di dicembre, diede vita alla Repubblica Cispadana, dichiarata «una e indivisibile», con capitale Bologna. L’assemblea di Reggio continuò i suoi lavori per preparare la nuova Costituzione e nella seduta del 7 febbraio 1797 approvò, su proposta del ferrarese Compagnoni, l’emblema e la bandiera della nuova Repubblica, cioè quel tricolore bianco, rosso e verde che divenne in seguito la bandiera delle lotte risorgimentali e dell’Italia unita. Al vertice dello Stato furono previsti un Direttorio di tre membri e due Consigli legislativi. Le elezioni avvennero nell’aprile del 1797 e videro una larga partecipazione degli elettori iscritti, con una percentuale che superò 1’80%; il Senato di Bologna, con un proclama in data 26 aprile 1797, firmato dal suo ultimo gonfaloniere, Gerolamo Legnani, annunciò la convocazione dei nuovi eletti e rassegnò il suo mandato. Tale atto, anche se l’effettivo trapasso dei poteri richiese ancora qualche settimana, può essere considerato la conclusione della secolare storia del Senato bolognese, avvenuta pochi mesi dopo quello che era sembrato il rilancio del suo prestigio e poco meno di tre secoli dopo la sua istituzione, risalente ai tempi di papa Giulio II.
Anche la Repubblica Cispadana ebbe vita non meno effimera della Repubblica di Bologna: nel maggio furono staccati dalla Cispadana e aggregati alla Lombardia i territori di Modena e Reggio; in compenso a Bologna e a Ferrara fu unito il territorio della ex Legazione di Forlì, al cui possesso la Chiesa era stata costretta a rinunziare con il trattato di Tolentino (19 febbraio 1797); il 9 luglio nacque la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano; il 27 luglio, infine, ebbe termine la Repubblica Cispadana e i suoi territori – Bologna, Ferrara e la Romagna – furono annessi alla Cisalpina.

lunedì 2 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1804 Napoleone Bonaparte si autoincorona imperatore dei francesi.
Altro che Royal Wedding, come gli inglesi chiamano i matrimoni dei loro rampolli che si lasciano poi rubare la scena dal golosissimo lato b della sorella della sposa. Quello che si compì il 2 dicembre del 1804 nella Chiesa di Nôtre Dame, a Parigi, fu il più fastoso, dispendioso quant’altri mai, presuntuoso oltre ogni immaginazione funerale celebrato alla storia passata degli uomini sotto le apparenze di voler glorificare la presente e inaugurare la futura.
Dieci anni di trionfi non sarebbero bastati, al protagonista di quella messinscena, ad evitare Waterloo, passato – da nome di una radura acquitrinosa alla periferia di Bruxelles – a termine eponimo di disastro, disfatta totale. Napoleone Bonaparte, questo il nome del personaggio, volle essere incoronato “imperatore” per una ragione molto precisa: disse che la parola “re” avrebbe implicato un riferimento alla monarchia e alla connessa idea di genealogia. Lui, invece, non si considerava discendente di nessuno. Non aveva padri. Era lui e basta.
Scelse la cattedrale di Parigi invece di quella di Reims, dove erano stati incoronati tutti i re francesi, anche per questo motivo. Permise al papa di presenziare, ma solo per impartire una benedizioncella finale. Per il resto della cerimonia – lunghissima, oltre cinque ore, alla fine della quale metà dei presenti si mise a letto per sopravvenute complicanze di natura cardiorespiratoria perché faceva un freddo cane e tutti erano vestiti piuttosto leggeri – gli offrì rigorosamente le spalle.
In mancanza delle canoniche “televisioni di tutto il mondo” l’incarico di rendere memorabile la giornata – o meglio il suo momento culminante – fu affidato al più grande dei pittori francesi allora viventi, Jeacques-Louis David, il quale realizzò l’immenso quadro che sempre si accompagna al ricordo dell’evento.
 Vi sono raffigurati – analiticamente, uno per uno – tutti i dignitari, gli amici e i parenti che assistettero alla cerimonia. Fare un ritratto è già difficile, metterne insieme tanti è un’impresa folle, di cui si può avere qui una introduzione di massima.
Il quadro di David presenta altri aspetti interessanti. Quello più evidente è dato dal fatto che la scena, con quegli archi a tutto sesto e i pilastri da chiesa barocca, non ricorda affatto la Nôtre Dame che conoscono i turisti e gli appassionati del gotico. Ma David non si è sbagliato né ha lavorato di fantasia. Ha ripreso la scena così come si trovava dopo che, anni prima, il presbiterio della cattedrale era stato rimaneggiato in forme, appunto, barocche. Degli archi a sesto acuto resta solo una vaga citazione nella forma cuspidata delle mitrie di qualche arcivescovo sparso. Il papa stesso, in un cantuccio al di là di un personaggio in piedi, ha soltanto lo zuccotto.
L’altro aspetto interessante è legato alla storia del dipinto. Che inizialmente prevedeva di fissare non il momento in cui l’Imperatore incorona la moglie inginocchiata ai suoi piedi (corse voce che in realtà fosse inciampata sui vestiti troppo lunghi come Jennifer Lawrence alla consegna degli Oscar), ma quello in cui lui, Napoleone Bonaparte, si incorona da sé, mentre il papa, depresso, se ne sta lì dietro buono buono. Neanche in quell’atteggiamento stancamente benedicente che si vede nel quadro. (E così doveva davvero essere, il povero Pio VII, se perfino nella cattedrale di Chiavari, la città ligure in cui sostò tre giorni nel corso del viaggio che lo avrebbe portato in Francia, il pittore che rappresentò i cittadini accorsi a rendergli omaggio lo dipinse accasciato su una sedia, più psicologicamente abbattuto che stanco della carrozza).
Dunque in un primo tempo la scena doveva essere quella del disegno preparatorio. Ma forse David ebbe paura di fissarla, perché avrebbe significato quel che in effetti Napoleone intendeva significare, ma era meglio che non venisse gridato, e cioè che non c’era altro dio al di fuori di lui. Che quell’altro, che aveva regnato per tanti secoli, poteva starsene lì in disparte, tanto nessuno lo avrebbe disturbato. Purché, ovviamente, non fosse lui a voler disturbare qualcuno. E men che meno quella parodia di Cesare e di Augusto che gli dava le terga.
David scelse l’altra soluzione, di cui il suo committente si rallegrò fortemente perché – disse – rendeva omaggio anche a colei che da quel momento avrebbe regnato con lui. Bugia grande come una casa perché era comunque lui che la stava incoronando e il gesto non era reciproco. E i simboli contano.
Molti, da allora in poi, hanno scelto di commentare il momento e il relativo quadro richiamandosi alla tradizione di potere (da Augusto a Carlo Magno e poi, su su, fino all’ultimo discendente del Sacro Romano impero) che il nuovo imperatore intendeva inaugurare nello stesso tempo confermandola nei suoi simboli e negandola delle sue pretese.
C’è però un’altra possibilità di leggere la scelta davidiana. E riguarda l’uomo così come l’Empereur volle pensarlo. La filosofia, fin dai suoi esordi, volle richiamarsi alla iscrizione del tempio di Delfi che suggeriva, all’uomo che volesse diventare finalmente umano, di conoscere se stesso.
“Conosci te stesso” fu il motto di Socrate. Che però si presentava problematico, perché ammettendo pure che uno possa cercare di conoscere se stesso, che ne è di quell’altro lui – più grande – che è impegnato nell’operazione che ha se stesso per oggetto? Come la sfericità della Terra si può osservare soltanto dalla Luna o da qualche altro pianeta o stella, così l’uomo, per conoscersi, ha sempre avuto bisogno di uscire da sé, di essere altro da sé. Maggiore di sé.
Il potere, ossia la rappresentazione astratta che l’uomo dà della propria condizione rispetto alle altre creature, ha sempre preso atto di questo paradosso: chi incoronava intendeva sempre significare all’incoronato: sei re, ma se hai il potere sugli altri, è perché te lo ha dato un altro. Non ci si può incoronare con le proprie mani come – dice Jovanotti – non ci si può togliere la sete ingoiando la saliva.
Napoleone osò dichiarare decaduta questa tradizione: l’altro, l’uomo più grande di sé che può conoscere se stesso e, attraverso se stesso, consentire al mondo di riconoscersi, sono io, disse a se stesso e al mondo. Sono la luce del mondo (Apollo, come lo raffigurò Canova). Jacques-Louis David si ritirò di fronte a questa sontuosa forma di tracotanza, di ybris come l’avrebbero detta i greci. Fedor Dostoevskij ne fece il contenuto del suo magnifico “Delitto e Castigo”, il cui protagonista Raskol’nikov si richiama continuamente, nella sua malvagità, al Grande Corso.
Il giorno di Waterloo era comunque lì in attesa, sornione.

giovedì 17 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre 1797 viene firmato il trattato di Campoformio, tra Napoleone e l'Austria.
Con il Trattato di Campoformio venne sancita la nuova situazione: il Belgio veniva annesso alla Francia e Venezia perdeva la sua indipendenza passando con gran parte del suo territorio, la Dalmazia e l'Istria (con l'eccezione di Bergamo e Brescia, congiunte alla Repubblica Cisalpina) all'Austria, in cambio del riconoscimento dei nuovi ordinamenti della Repubblica Cisalpina e Ligure. Lasciata l'Italia, nel settembre 1797 Napoleone appoggiò il Direttorio nel colpo di Stato di Fruttidoro, con il quale furono espulsi dalle assemblee i membri di recente elezione. Con ciò il Direttorio rinunciava a ogni apparenza di legalità, appoggiandosi interamente all'esercito. Temendo, però, l'eccessiva popolarità di Napoleone, i dirigenti politici pensarono di allontanarlo affidandogli una spedizione contro le isole britanniche, ma Napoleone la deviò verso l'Egitto (1798) con il proposito di colpire l'Inghilterra nei suoi traffici in Oriente, isolandola dall'India e dagli altri suoi possedimenti asiatici.
Espugnata in giugno l'isola di Malta, nel mese successivo Napoleone vinse alle Piramidi e in Siria (ma fu fermato a S. Giovanni d'Acri). La vittoria riportata sui Mamelucchi, dominatori di fatto del Paese, fu però vanificata dalla distruzione, in agosto, della flotta francese, ad opera dell'ammiraglio inglese Nelson nella baia di Abukir. Nel frattempo, però, in Francia la situazione politica si stava aggravando: la Seconda Coalizione antifrancese, comprendente, oltre alla Gran Bretagna, la Russia, la Turchia, l'Austria, il Regno di Napoli e il Portogallo, aveva conseguito successi militari sulla Francia dove, inoltre, il Direttorio era scosso da dissidi interni.
L'instabilità politica e l'incertezza della situazione internazionale portarono l'opinione pubblica ad auspicare l'affermazione di un capo che esercitasse un potere assoluto. Approfittando del momento, Napoleone salpò da Alessandria ed evitato il blocco delle navi inglesi riuscì a sbarcare a Fréjus. Nonostante la sconfitta subita ad opera di Nelson, appariva il solo uomo capace di catalizzare il consenso dei Francesi in quel momento di estrema precarietà. D'accordo con Barras e Sieyés, il 9 novembre (18 Brumaio) 1799 attuò il colpo di Stato che avrebbe portato alla concentrazione del potere politico nelle sue mani. La maggioranza dei deputati respinse le sue proposte, confermandosi fedele alla Costituzione vigente. Napoleone fece allora ricorso all'esercito, ordinando l'uscita dall'aula dei dissenzienti. I pochi deputati rimasti votarono per la riforma costituzionale, affidandone la realizzazione a tre consoli: Bonaparte, Sieyés e Ducos.
La nuova Costituzione, sottoposta all'approvazione (oltre tre milioni di voti a favore, 1.562 contrari), affidava il potere esecutivo a un "primo console", nella persona del Bonaparte, affiancato da altri due consoli che da lui dipendevano. La preparazione delle leggi era affidata a un Consiglio di Stato di nomina elettiva, affiancato da un Senato di sessanta membri nominati dai consoli.

giovedì 10 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 1800 Napoleone Bonaparte scampa a un attentato.
Dall’amore sviscerato per la Rivoluzione al tentativo di uccidere Napoleone Bonaparte. Questa è stata la parabola di Giuseppe Ceracchi (1751-1801), scultore romano protagonista di un clamoroso e fallito attentato alla vita del generale còrso diventato primo console di Francia.
Ceracchi, inizialmente, era stato un sostenitore di Bonaparte, ma la rapidissima ascesa di Napoleone, diventato nel mentre primo console, lo aveva convinto ad agire, trasformandosi da suo ardente sostenitore a suo potenziale assassino. Perché? Anzitutto, va ricordato che Ceracchi era un giacobino. E un giacobino convinto, per giunta: era stato uno dei fondatori della Repubblica Romana del 1798. A Parigi, i giacobini dimostravano un profondo scontento per l’andamento delle cose: Napoleone aveva ripristinato l’ordine e stava traghettando la Francia verso un modello sempre più simile alla monarchia decapitata nemmeno dieci anni prima. Dopo la battaglia di Marengo, le speranze che il suo astro tramontasse si erano fatte sempre più remote. Altro che “pericolo realista”: una delle minacce più concrete a Napoleone Bonaparte arrivò, in quei mesi, proprio dai nostalgici di Robespierre e delle teste mozzate in place de la Concorde. Per ostacolare la propaganda dei giacobini, che si servivano diffusamente della stampa, il governo emise un decreto in data 17 gennaio 1800, con il quale venivano soppressi tutti i fogli pubblicati a Parigi eccetto tredici titoli: Le Moniteur, Le Journal des Débats, Le Journal de Paris, Le Bien informé, Le Publiciste, L’Ami des Lois, La Clef du Cabinet, Le Citoyen français, La Gazette de France, Le Journal des Hommes libres, Le Journal du Soir, Le Journal des Défenseurs de la Patrie, La Décade philosophique. Naturalmente, qualora anche questi titoli si fossero dimostrati ostili al governo, sarebbero andati incontro ad immediata soppressione. Fouché, il machiavellico ministro della polizia, aveva sentenziato: «I giornali sono sempre stati la campana a martello delle rivoluzioni; essi le annunciano, le preparano e finiscono per renderle indispensabili. Restringendone il numero, saranno più facilmente sorvegliati e diretti con maggior certezza verso il consolidamento del regime costituzionale».
Gli attentati si moltiplicarono. Un ex aiutante di campo di Napoleone, Hanriot, cercò di assassinare il primo console sulla strada per la Malmaison. Ceracchi, insieme al pittore François Topino-Lebrun, un segretario di Barère di nome Dominique Demerville e del militare Joseph Antoine Aréna (fratello di quel Bathélemy Aréna che aveva cercato di assassinare il primo console al Consiglio dei Cinquecento il 19 Brumaio) organizzarono la “cospirazione dei pugnali”, con l’intento di uccidere Napoleone nel suo palco all’Opéra. L’attentato era progettato per il 10 ottobre 1800, mentre all’Opéra si rappresentava una tragedia di Corneille (L’Orazio).
Ceracchi era, in sostanza, la mente dell’iniziativa. Entrò all’Opéra con assoluta tranquillità, dando ad intendere di essere un cittadino come gli altri, venuto per assistere alla tragedia. Tuttavia, la capillare polizia già sapeva cosa il Ceracchi era venuto a fare: mentre egli camminava nei corridoi del teatro, fu neutralizzato dai soldati e trascinato fuori dal teatro. Pare che Bonaparte abbia esclamato: «Abbiamo avuto la meglio. L’ultimo colpo, non dello scalpello ma del pugnale, era destinato al mio petto». Oltre a Ceracchi, furono arrestati Demerville, Topino-Lebrun, Aréna e altri quattro cospiratori: Joseph Diana, Armand Daiteg, Denis Lavigne e Madeleine Fumey.
In definitiva, quando in rue Saint Nicaise il 24 dicembre 1800, al passaggio della carrozza del primo console, esplose l’ordigno che provocò 22 morti e 56 feriti, fu immediatamente chiara la mano che aveva azionato la macchina infernale. Fouché (forse per il suo passato nell’epoca del Terrore?) sostenne che gli ambienti dei sediziosi di sinistra erano troppo ben sorvegliati, ma Bonaparte non volle sentire altre opinioni: convinto fermamente della matrice giacobina della bomba che aveva rischiato di ucciderlo, ordinò un giro di vite straordinario: con una deliberazione senatoriale del 14 Nevoso anno IX, ordinava la «sorveglianza speciale» di centotrenta giacobini fuori dal territorio europeo (vale a dire, alle Seychelles e in Cayenna). Altri furono condannati a morte; Ceracchi, insieme a Topino-Lebrun e all’Aréna, furono ghigliottinati il 30 gennaio 1801.

venerdì 3 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Le rivolte a Madrid contro Napoleone ispirano Francisco Goya a dipingere la tela "Il 3 maggio 1808".
Il quadro celebra la lotta del popolo spagnolo contro l'occupazione napoleonica. Goya, in una lettera, descrisse così il suo lavoro: "Sento forte il desiderio di perpetuare, per mezzo dei miei pennelli, le azioni e le scene più eroiche e notevoli della nostra gloriosa insurrezione contro il tiranno d'Europa".
La rivolta del due di maggio 1808 si generò a Madrid a fronte della situazione di incertezza politica causata dalla presenza degli occupanti francesi. La protesta venne ferocemente repressa dalle forze napoleoniche presenti in città, ma si sparse per tutto il paese un'ondata di proclami di indignazione e di incitamento all'inserruzione armata che ben presto sfociò nella guerra d'indipendenza spagnola.
A Madrid il comandante francese Gioacchino Murat ordinò una feroce repressione contro coloro che si erano ribellati agli occupanti francesi.
Gli scontri più violenti avevano avuto luogo nel Parco dell'Artiglieria. Dopo varie ore di lotta cruenta gli spagnoli furono debellati, molti di loro si rifugiarono nelle case o nelle stalle, ma i contadini in particolare trovarono le porte chiuse e restarono in balia dei soldati, i quali ebbero l'ordine di catturare e giustiziare chiunque fosse trovato in possesso di un'arma, da fuoco o anche da taglio.
Le fucilazioni avvennero all'alba del giorno seguente nel Valle del Manzanares, ai piedi della montagna del Principe Pio.
Goya, nel 1814, propose al Consiglio della Reggenza di dipingere scene della sollevazione di Madrid, per perpetuare la memoria dell'eroica resistenza della gente madrilena contro le forze napoleoniche. Ottenuto l'incarico, realizzò questo dipinto e "Il 2 maggio 1808: la carica dei Mammelucchi" entrambi esposti al museo del Prado a Madrid.
Questo secondo dipinto raffigura gli avvenimenti del giorno precedente, appunto il 2 maggio, nella capitale spagnola, con la rivolta dei popolani e la repressione dei soldati francesi.
Nel 1850 il pittore José de Madrazo, direttore del Prado, mise in dubbio che Goya avesse dipinto questa tela affermando che "l'immagine è di qualità nettamente inferiore rispetto alle altre del maestro".
Settant'anni più tardi, durante il periodo d'oro dell'impressionismo e del Romanticismo, il quadro finalmente divenne famoso in tutto il mondo, essendo considerato un precursore diretto di tali stili.
Durante la guerra civile, nel 1937, il quadro fu spostato a Valencia insieme con l'intera collezione del Prado per prevenire possibili danni. Durante il viaggio, però, la tela ebbe un incidente. Il danno venne riparato con i restauri effettuati nel 1938, 1939, 1941 e 2008. In quest'ultimo caso si è proceduto a una pulizia completa che ha eliminato le vernici ingiallite che coprivano gran parte del dipinto.
La novità di questo dipinto sta nel fatto che non solo esprime il sentimento e la sensibilità dell'artista, ma segna l'inizio di un'arte che diventa anche manifesto di denuncia sociale.
Rompendo con il tradizionale trionfalismo della pittura di guerra, ne condanna violenza e brutalità, ponendo come protagonisti gente del popolo.
Goya propone un forte contrasto di chiaroscuri: l'ombra controluce della lanterna simboleggia la luce della libertà e l'ombra della guerra. Non ci sono margini ben definiti, quindi le pennellate sono veloci e approssimative. I violenti contrasti di luce e ombre alludono allo scontro tra le forze della morte e dell'irrazionale contro quelle della vita e della ragione.
Ma è dalla camicia bianca del condannato che si irradia la luce più intensa che illumina il dipinto. Ancor più che dalla lanterna davanti ai soldati. Questa luce, quasi abbagliante, attira l'occhio dell'osservatore che viene così guidato subito al nucleo centrale dell'opera.
La posizione a mani aperte, la ferita sulla mano, la luce che irradia, ricordano il Cristo.
Il senso del dramma è accentuato dal fatto che i soldati che sparano gli sono così vicini.
Per attirare ulteriormente l'attenzione sulla figura centrale, Goya non rispetta le proporzioni: il protagonista è in ginocchio ma se si sollevasse le figure intorno apparirebbero piccolissime.
La figura centrale non è un eroe classico, anzi è un antieroe, un civile senza nome, ucciso da soldati anonimi.
Il bianco degli occhi della ragazza è un richiamo al suo terrore.
Le sensazioni così forti destate dal quadro sono dovute al fatto che il pittore, seppur da lontano, assistette a queste scena da una fattoria. Come racconta il suo domestico Isidro: "Il mio padrone osservò la scena da una finestra, con un cannocchiale in una mano e un fucile carico nell'altra, pronto a reagire se i francesi fossero venuti dalla nostra parte".
A notte inoltrata, poi, sempre seguito da Isidro, il pittore si recò sul luogo delle esecuzioni e alla luce della luna schizzò alcuni abbozzi di quello spettacolo terribile.
Così la scena è vivida come una fotografia, senza bisogno di essere realista: le pennellate spesse e rapide, quasi violente, non perdono tempo nei particolari, ma colgono l'emozione, che ci fa quasi sentire il respiro pesante dei condannati, il loro senso di terrore impotente. Ma quel che più conta fanno sentire impotente anche lo spettatore: impotente a reagire o a fare qualcosa. Il che sintetizza il dramma universale della guerra e dell'ingiustizia.
Ad incrementare il paragone con la figura del Cristo, il personaggio centrale ha, sulla mano destra, una ferita, quasi una stigmata.
I soldati sono raffigurati di spalle, senza nessun volto visibile, tutti nella stessa posizione, non uomini ma macchine di morte. Questo consente a Goya di abbinare questa scena specifica a un'immagine universale di crudeltà.
Sembrano quasi dei burattini in uniforme, sinonimo di un ordine che è violenza, con gli sguardi fissi sulle canne dei fucili, quasi per non voler vedere (e capire) quello che stanno facendo.
I fucili si stagliano netti nella scena scura quasi a sottolineare la bestialità umana rappresentata in tutta la sua crudele realtà.
Un concetto enfatizzato dai contrasti luci-ombre, dall'atmosfera tragica, dagli effetti cromatici e dai contrasti netti tra staticità e movimento, impassibilità e angoscia.

lunedì 26 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbraio 1815 Napoleone Bonaparte fugge dall'Isola d'Elba.
Napoleone lasciò l’isola d’Elba il 26 febbraio 1815, alle sette di sera. In realtà non si trattò di una fuga ma di una partenza ben preparata da tempo nei minimi dettagli.
Fu un susseguirsi di eventi: i primi di febbraio infatti, approfittando di un attracco forzoso dell'imbarcazione Inconstant (un bastimento a due alberi costruito nei cantieri di Livorno nel 1810 lungo 30 metri e con 14 cannoni) che si era arenata nei pressi della rada di Portoferraio, Napoleone, con la scusa di doverla far riparare, la incominciò a riarmare di cannoni e la caricò con patate e acquavite e tutto ciò che poteva servirgli per il viaggio.
La notte del 25 febbraio fu molto concitata e Napoleone preparò tutte le cose da portare via; poi, approfittando dello scirocco e della partenza del suo “controllore” inglese Campbell per Firenze, il 26 febbraio si imbarcò sul brigantino e partì con un piccolo esercito composto da 673 uomini, fra cui molti giovani delle famiglie elbane più in vista.
Il giorno in cui l’imperatore salpò dall’Elba per approdare poi il 1 marzo a S. Juan in Francia, erano presenti sull’isola anche la madre Letizia e la sorella Paolina.
Come si legge in Souvenirs et anecdotes de l'île d'Elbe di Pons de l'Hérault, che fu direttore delle miniere di Rio e testimone diretto dei giorni di Napoleone all’Elba, quando Napoleone arrivò al porto per salire sulla piccola imbarcazione che lo avrebbe condotto a bordo dell’Inconstant a salutarlo c’era una folla di persone fra cui anche l’allora sindaco di Portoferraio.
I cittadini e le cittadine elbane al passaggio di Napoleone rimasero in silenzio e si scoprirono il capo per salutarlo ma molte furono anche le parole che gli rivolsero sia di augurio, che di raccomandazione e di gratitudine.
Il pittore Joseph Beaume ha fissato i momenti precedenti la partenza di Napoleone dall’Isola d’Elba in un dipinto del 1836 dal titolo “Napoléon Ier quittant l'île d'Elbe, 26 février 1815”, esposto presso il Musée Naval et Napoléonien di Antibes in Costa Azzurra.

sabato 14 ottobre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1806 Napoleone a Jena sbaragliò l'esercito prussiano.
Nel 1806 l'esercito francese di stanza in Germania, dal Reno al Danubio, poteva contare su centosessantamila uomini, con il quartier generale situato a Monaco. Essi formavano sei corpi d'armata ed erano comandati, finché non fosse tornato Napoleone, dal generale Louis-Alexandre Berthier, uno dei migliori ufficiali dell'esercito francese.
Il 9 ottobre 1806 la Prussia, inconsapevole dell'arretratezza del suo esercito, dichiarava guerra alla Francia, potente e vittoriosa. Alla Prussia si affiancavano, come alleati, la Russia e l'Inghilterra: nasceva la Quarta Coalizione.
A questo punto la Grande Armèe francese è già sul piede di guerra, e il concentramento è fissato a Magonza. Napoleone parte, alla volta di quella città, il 24 settembre, accompagnato dall'imperatrice Giuseppina e dal principe Talleyrand. Va a prendere il comando dell'esercito.
I suoi primi ordini sono i seguenti: il corpo d'armata di Augerau raggiungerà Francoforte il 2 ottobre; quello di Bernadotte muoverà su Norimberga; quello di Ney si radunerà ad Ansbach; quello di Davout sarà a Bamberga il 3 ottobre; quello di Lefebvre a Kjonigshofen, l'artiglieria e i rifornimenti a Wurzburg. Il maresciallo Soult si troverà ad Amberg il 4 ottobre.
Inizia così la campagna napoleonica in terra di Germania. La battaglia che tolse di scena la Prussia si combatté il 14 ottobre 1806, a Jena e ad Auerstadt contemporaneamente .
Jena era una bella città della Turingia orientale, e a venti chilometri di distanza si trovava il villaggio di Auerstadt.
La battaglia di Jena inizia alle 7 del mattino, quando i prussiani del generale Hohenlohe muovono dalla città verso Weimar, temendo un accerchiamento. Verso le nove, quando finalmente la fitta nebbia comincia a levarsi, Hohenlohe si accorge di essere attaccato non soltanto da Soult alla sua sinistra, ma anche da Ney e da Lannes al centro, e da Augerau sulla destra.
Il comandante prussiano, vistosi in trappola, comincia a mandare messaggeri al generale Ruchel, invitandolo ad affrettarsi con le forze di riserva e a raggiungerlo sul campo di battaglia.
Purtroppo Ruchel tardò e quando le sue avanguardie comparvero al limite della pianura, poco dopo l'una, Hohenlohe aveva già impartito l'ordine di ritirata e le sue truppe ripiegavano in disordine. E qui avvenne il peggio. Gli uomini di Ruchel, destinati a portare aiuto ai colleghi in combattimento, vennero coinvolti nella loro fuga. Una catastrofe.
Le sorti della battaglia furono decise dall'intelligente impiego della cavalleria di Murat e dalla Guardia quando, nel primo pomeriggio, vennero lanciate a dare l'ultimo colpo al nemico.
I prussiani lasciarono sul campo quindicimila tra morti e feriti, e altrettanti furono i prigionieri. Gli ufficiali e i soldati prussiani superstiti si diedero alla fuga in direzione di Weimar inseguiti dalla cavalleria francese che ne fece una strage.
Alle 3 del pomeriggio a Jena si era già finito di combattere e l'armata di Hohenlohe, oltre a quella di Ruchel, caduto in battaglia, non esisteva più. I francesi avevano perduto solamente, tra morti e feriti, cinquemila uomini.
Napoleone verso sera tornò nel suo accampamento e solo là seppe che cosa era accaduto ad Auerstadt, e si rese conto di non aver sconfitto il grosso dell'esercito nemico, ma solo il fianco delle forze prussiane, mentre era toccato al maresciallo Davout, al comando soltanto di ventiseimila soldati, sconfiggere il grosso dell'esercito prussiano di re Federico Guglielmo III ad Auerstadt.
Davout, nonostante l'inferiorità numerica, attaccò per primo e subito, sotto i colpi dei francesi, cadde il comandante in capo prussiano Brunswick. Guglielmo avrebbe potuto prendere in mano il comando dell'esercito o sostituire il generale defunto, ma, titubante com'era, non fece né l'una né l'altra delle due cose, rendendo così esitante la manovra del suo esercito.
Alle 10 del mattino, sempre del 14 ottobre 1806, i generali prussiani Schmettau e Wartensleben contrattaccano. Il primo viene subito travolto dal fuoco francese, rimanendo morto sul terreno, mentre Wartensleben, dopo un successo iniziale, viene affrontato personalmente da Davout e costretto a ritirarsi.
Quando queste due divisioni furono sopraffatte e la destra prussiana completamente distrutta, Davout poteva considerare vinta la battaglia di Auerstadt, lo stesso giorno della vittoria di Napoleone a Jena.
Il re prussiano Federico Guglielmo, ancora convinto di trovarsi di fronte Napoleone, ordina la ritirata. Le tre divisioni del maresciallo francese intrappolarono quanto restava dell'esercito prussiano e lo eliminarono.
Alle 12 e 30, dell'armata reale prussiana non c'era più che un gruppo di fuggiaschi.
Ecco come Francois-Renè de Chateaubriand ricostruisce l'inizio della campagna napoleonica del 1806 nel libro "Napoleone".
Nel corso dell'anno 1806, scoppia la Quarta Coalizione. Napoleone parte da Saint-Cloud, arriva a Magonza, a Salisburgo si impadronisce dei magazzini del nemico. A Saalfeld è ucciso il principe Ferdinando di Prussia. Il 14 ottobre, sulla duplice battaglia di Auerstadt e di Jena, la Prussia scompare...Il bollettino prussiano dice tutto in una sola riga: "L'esercito del re è stato sconfitto. Il re e i suoi fratelli sono vivi".
Il duca di Brunswick sopravvisse di poco alle sue ferite; nel 1792, il suo proclama aveva fatto sollevare la Francia; egli mi aveva salutato lungo la strada quando, povero soldato, andavo a raggiungere i fratelli di Luigi XVI...Erfurt capitola, Lipsia è conquistata da Davout; sono forzati i passaggi dell'Elba; Spandau cede; a Potsdam, Bonaparte fa prigioniera la spada di Federico. Il 27 ottobre 1806, il grande re di Prussia, ode, nella polvere intorno ai suoi palazzi vuoti, risuonare le armi in un modo che gli rivela la presenza di granatieri stranieri: Napoleone è arrivato"

venerdì 21 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 1798 Napoleone comanda il suo esercito nella Battaglia delle Piramidi.
La spedizione napoleonica in terra d'Africa del 1798 aveva lo scopo di conquistare l'Egitto, scacciare gli inglesi dall'Oriente, costruire un canale attraverso l'istmo di Suez e migliorare le condizioni della popolazione locale.
Una singolare caratteristica della spedizione era costituita dal gran numero di civili aggregati. Su di un totale di cinquecento, non meno di centosettanta erano famosi letterati, scienziati ed esperti nei vari campi.
Con trecento navi la spedizione, che raggiungeva un totale di 38 mila uomini, partì il 19 maggio 1798 ed approdò sul suolo africano il 1° luglio. La divisione del generale Desaix, appena sbarcata, venne subito inviata verso gli importanti punti strategici di Damanhur e Rahmaniya, questo vicinissimo al Nilo, a circa 70 chilometri da Alessandria. Il 5 luglio il generale Bon seguì le orme di Desaix.
Il 9 luglio Napoleone Bonaparte concentrò a Damanhur quattro divisioni che in tutto ammontavano a circa 18 mila uomini.
Nel frattempo i mamelucchi stavano preparandosi per affrontare l'invasore. Il pascià Abu Bakr, nominale capo di Stato turco, convocò al Cairo un'assemblea di notabili, ma Murad e Ibrahim erano le vere potenze del Paese e venne seguito il loro consiglio. Per difendere il Cairo essi proposero di dividere le loro forze: Murad, con 4000 mamelucchi a cavallo e una milizia di 12 mila "fellahin" doveva avanzare lungo il Nilo per intercettare i francesi, mentre Ibrahim doveva riunire il resto delle forze, forse 100 mila uomini, a Bulaq, vicino al Cairo.
Il primo scontro tra le due forze ebbe luogo il 10 luglio quando la divisione di Desaix ingaggiò una schermaglia vittoriosa con un distaccamento della cavalleria mamelucca.
Intanto Napoleone preparava i piani per affrontare Murad bey. Avendo saputo che i mamelucchi si trovavano a soli 13 chilometri di distanza verso sud, l'11 luglio ordinò di avanzare verso l'accampamento musulmano. Il giorno 13, a Shubra Khit, ebbe luogo uno scontro che fu in realtà poco più di una scaramuccia. Il 20 luglio le truppe napoleoniche raggiunsero Umm-Dinar, 30 chilometri a nord del Cairo. Le relazioni degli esploratori rivelarono la presenza di Murad nelle vicinanze, presso il villaggio di Embabeh.
Alle 2 del mattino del 21 luglio 1798 l'armata francese iniziò la marcia sul villaggio di Embabeh: dodici ore dopo avvistò il suo obiettivo. Dopo un'ora di riposo i soldati assunsero la posizione di battaglia. A circa 2 chilometri a sud stavano le file serrate dei 6.000 mamelucchi e 15.000 "fellahin" dell'esercito di Murad, la cavalleria sulla sinistra e la fanteria sulla destra, quest'ultima disposta intorno alle mura ed alle case di Embabeh, vicino al Nilo. Oltre il fiume stavano le schiere di Ibrahim, relegate al ruolo di spettatrici finché una tempesta di sabbia cancellò la sua visione. Venticinque chilometri più in là spiccavano i maestosi profili delle piramidi.
Prima dell'inevitabile assalto della cavalleria mamelucca, Napoleone esortò le sue truppe con la famosa frase: "Ricordatevi che da quelle piramidi quaranta secoli vi guardano": Poi fece schierare le sue divisioni su una linea diagonale di quadrati e le lanciò in avanti. In totale i francesi ammontavano a 25.000 uomini e godevano probabilmente di un considerevole vantaggio numerico sui loro avversari.
Sulla destra francese, verso il deserto, si trovava il quadrato del generale Desaix, appoggiato da vicino sulla retroguardia sinistra dal generale Reynier. I generali Vial e Bon si trovavano sulle rive del Nilo, di fronte ad Embabeh e nella riserva centrale stava la divisione del generale Dugua, mentre Bonaparte e il suo stato maggiore si riparavano entro questo quadrato.
Alle 3 e 30 del pomeriggio, i mamelucchi, gridando selvaggiamente caricarono la destra francese e quasi colsero di sorpresa Desaix e Reynier. Ma i quadrati delle divisioni francesi si richiusero appena in tempo con i cavalieri nemici che piombarono sulla retroguardia. Qui capitarono sotto il tiro di un obice situato all'interno del quadrato di Dugua e poco dopo la nube di cavalieri oscillò e tornò indietro verso il villaggio che si trovava sul lato di Desaix. La piccola guarnigione si arrampicò sui tetti delle case e tenne a bada l'orda dei mamelucchi fino a quando Desaix fu in grado di inviare rinforzi dal suo quadrato.
Come Napoleone aveva sperato, il formidabile esercito di cavalieri del nemico era stato così distratto dalla riva del fiume dove nel frattempo Vial e Bon stavano preparando un attacco contro le fortificazioni di Embabeh. Inaspettatamente le truppe francesi si trovarono sotto il pesante tiro di grossi cannoni egiziani nascosti nel villaggio, ma per loro fortuna questi erano montati su affusti fissi e non potevano essere girati. La divisione di Bon riacquistò subito il suo slancio e si dispose su diverse colonne di assalto appoggiate da tre piccoli quadrati comandati dal generale Rampon.
Dopo pochi minuti le truppe di Bon irruppero nel villaggio e poiché la guarnigione, composta da 2.000 mamelucchi, cercava di allontanarsi verso il Nilo, il generale Marmont inviò subito avanti una brigata ad impadronirsi di un passaggio alle spalle del paese. Trovandosi tagliata la ritirata, i mamelucchi si diressero disperati verso il Nilo cercando di attraversarlo per raggiungere l'esercito di Ibrahim che assisteva alla battaglia. Almeno 1.000 di essi annegarono ed altri 600 vennero uccisi dai colpi delle armi dei soldati francesi. Alle 4 e30 del pomeriggio la battaglia era terminata e Murad bey ed i suoi 3.000 cavalieri superstiti fuggivano verso Ghizeh ed il Medio Egitto.
Napoleone Bonaparte aveva finalmente ottenuto una vittoria decisiva. Con una perdita totale di 29 morti e di circa 260 feriti, il suo esercito aveva messo fuori combattimento 2.000 mamelucchi e parecchie altre migliaia di "fellahin".
Durante la notte che seguì la battaglia, Ibrahim bey abbandonò il Cairo e si ritirò verso est, bruciando le imbarcazioni nel porto.
Il 24 luglio 1798 Napoleone Bonaparte entrava nella capitale d'Egitto.

domenica 21 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1502 Joao Da Nova, esploratore portoghese, scopre l'isola di Sant'Elena.
L'isola di Sant'Elena è situata nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico ed è uno dei territori più isolati del mondo. E' il più popoloso dei territori del Regno Unito nell'Atlantico meridionale.
La storia di Sant'Elena è affascinante e tocca molti aspetti della storia del mondo. Scoperta dai portoghesi nel 1502, è diventata prima olandese poi un possedimento britannico (inizialmente sotto la Compagnia delle Indie Orientali poi la Corona).
E' stato un porto di importanza strategica durante l'impero britannico, fino all'apertura del Canale di Suez e l'avvento delle navi a vapore.
Per la sua postazione remota l'isola  è stata utilizzata come luogo di esilio per i prigionieri chiave, tra cui circa 6.000 Boeri, i principi del Bahrein, e, naturalmente, Napoleone, morto a Sant'Elena. L'isola ha anche svolto un ruolo importante durante l'abolizione della schiavitù e offre un notevole patrimonio di fortificazioni, resti, edifici storici, e ciò che è stato descritto come "il porto per eccellenza" - Jamestown.
S.Elena ha una piccola popolazione, prevalentemente discendenti di persone provenienti dall'Europa (soprattutto dipendenti pubblici ed ex-soldati in servizio nel locale reggimento), cinesi (lavoratori itineranti da circa 1810) e schiavi (per lo più dal Madagascar e in Asia, solo alcuni provenienti dall'Africa dal 1840 in poi).
I nativi, noti anche come "santi", sono noti per la loro cordialità, per la loro natura ospitale. La vita sociale locale vi darà un'idea di come sia vivace, divertente e accogliente.
Il Museo di Sant'Elena è un luogo ideale per iniziare la visita dell'isola. Si trova in un magazzino dell'inizio del 19 ° secolo ai piedi della scala di Jacob a Jamestown. Ha una varietà di mostre sulla storia dell'isola e la storia naturale.
Il territorio anche se piccolo, offre una pluralità di attrazioni come la Scala di Jacob che unisce Half Hollow Tree a Jamestown. Composta da 699 gradini, la "Scala" è stato costruita nel 1829 come tramite per trasportare i prodotti agricoli dalla campagna alla città. E' una salita prodigiosa, e pochi turisti sono capaci di farla in una volta sola. Oltre alla sua lunghezza, i gradini sono piuttosto alti, ed è decisamente sconsigliata a chi soffre di vertigini. Suggestiva la sua illuminazione notturna.
Il Castello invece fu costruito dagli inglesi nel 1659 poco dopo che ebbero preso l'isola. Usato come sede del governo, non è visitabile ma è possibile vedere le camere del Consiglio.
Molto vicino si trova il Palazzo di Giustizia, in un incantevole edificio in sé e vale la pena dare un'occhiata. Ospita sia i magistrati ed i tribunali di ultimo grado.
I giardini del castello ospitano una grande varietà di piante tropicali e specie endemiche dell'isola. E' anche un buon posto per vedere sciami di uccelli canori in giro tra gli enormi ficus, che sono stati introdotti nell'isola nel corso degli anni.
Le fortificazioni sono state costruite attraverso la bocca della valle di Giacomo dove si incontra il mare, solo dopo che Napoleone fu portato sull'isola nel 19°secolo.
Bellissima è l'Heart-Shaped Waterfall. Dal nome di questa cascata si potrebbe pensare che la stessa acqua cada sotto forma di un cuore, ma in realtà è così chiamata a causa della roccia a forma di cuore su cui cade. Si può vedere dalla strada a nord di Jamestown.
A Sant'Elena si trova anche la chiesa di San Giacomo, appena dentro le fortificazioni di Jamestown e di fronte al Castello ed è la più antica chiesa anglicana nel sud del mondo, risalente al 1774.
Da vedere è la Longwood House, la casa in cui Napoleone ha trascorso la maggior parte del suo tempo a Sant'Elena e anche dove morì. Dispone di diverse ali e contiene il tipo di arredamento che aveva quando viveva lì, anche se la maggior parte degli oggetti originali sono stati portati altrove. E' diventata un museo e viene gestita dal governo francese. Si trova in un terreno pieno di fiori, ed i giardini sono ben mantenuti.
Plantation House (la casa del governatore dell'isola) si presenta come un palazzo georgiano strappato dall'Inghilterra e lasciato cadere nei mari del sud. I giardini sono incantevoli, e in essi vivono numerose tartarughe delle Seychelles tra cui Jonathan, il più antico vertebrato conosciuto sulla terra!
I picchi centrali includono Diana Peak (il punto più alto dell'isola), il Monte Atteone, e Point Cuckold, e ospitano la più grande concentrazione di specie endemiche. Le Cime fanno parte della foresta pluviale umida al centro dell'isola, e sono un must-see per gli appassionati di flora e fauna.
Clifford Arboretum è un piccolo, molto sottosviluppato arboreto ed è la patria di alcune specie della fauna autoctona dell'isola. Vi si effettuano escursioni guidate.
Interessante è la cattedrale di Saint Paul, sede del vescovo anglicano di Sant'Elena e costruita nel 1856.
Insomma, un'isola piccola ma con molte cose da vedere.

venerdì 19 maggio 2023

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Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1802 Napoleone Bonaparte istituisce la "Legione d'Onore".
La Legion d’onore è un ordine cavalleresco istituito da Napoleone Bonaparte il 19 maggio del 1802. All’epoca Napoleone era Primo Console della Francia e decise di creare questo ordine allo scopo di eliminare dalle istituzioni, che erano troppo influenzate dai valori della rivoluzione, tutto ciò che riteneva fosse non direttamente controllabile dal suo potere assoluto. Infatti le istituzioni post-rivoluzionarie non erano più gestite dai nobili ma erano organizzate secondo criteri democratici. Pertanto, senza restituire alla nobiltà gli stessi poteri che aveva durante il periodo monarchico, Napoleone creò qualcosa che dal punto di vista gerarchico e del controllo istituzionale potesse assomigliare alle funzioni che i nobili esercitavano sul Paese.
La Legion d’onore è la più importante onorificenza concessa a militari e civili dalla Repubblica di Francia.
Il progetto fu elaborato da Bonaparte con l’aiuto del fratello Giuseppe e prevedeva la seguente struttura:
    Quindici corti all’interno delle quali erano ripartiti gli ufficiali della legione.
    Ogni corte poteva avere un massimo di sette grandi ufficiali, affiancati da venti comandanti, trenta ufficiali, e trecentocinquanta legionari.
    Ogni appartenente alla Legione riceveva uno stipendio proporzionato al suo grado e al suo ruolo.
    Non erano previste decorazioni. La medaglia con collare venne istituita in seguito.
    Ruoli e ricompense dovevano essere approvati dal Gran Consiglio presieduto da Napoleone.
    Lo scopo della legione era quello di ricompensare i militari più valorosi e fedeli a Napoleone. Erano previsti emolumenti anche per i civili ma il progetto riguardava soprattutto i militari.
La Legion d’onore fu approvata dal Gran Consiglio di Stato con una maggioranza risicata.
Tale approvazione comportò diverse modifiche, perché quando Napoleone la presentò al Consiglio, molti membri la considerarono troppo assolutista.
In seguito l’organizzazione del decreto rimase in un limbo da cui fu tolta l’11 luglio del 1804, quando venne approvata non più come sistema gerarchico funzionale allo Stato ma  come decorazione da attribuire sia in tempo di guerra che in tempo di pace.
Tre settimane prima Napoleone era stato proclamato dal Gran Consiglio Imperatore di tutti i francesi.
La medaglia era formata da una stella con cinque raggi a doppia punta ed era dotata di un nastro rosso. Le parole riportate erano da un lato: “Napoléon, empereur des Français” e dall’altro “Honneur et patrie”. Vi era anche disegnata l’aquila imperiale. Quasi tutti i militari facevano parte dell’Ordine ed erano stati decorati con la medaglia.
Dopo la caduta di Napoleone l’Ordine fu conservato ma venne modificata la medaglia, soprattutto nei suoi aspetti estetici.
Attualmente viene conferita a militari e civili ma è stata modificata l’effige politica che onorava Napoleone, adesso si legge: “République francaise, 1870”, mentre la frase “onore alla patria” è rimasta.
Gli insigniti della onorificenza attualmente si dividono in cavaliere, ufficiale, commendatore, grand’ufficiale e gran croce. Colui che riceve l’onorificenza la conserva per tutta la vita. Tuttavia il riconoscimento può essergli revocato dal Capo dello Stato che decide se togliergli la Legione oppure solo alcune sue prerogative. Oggi la Legion d’onore può essere conferita anche a persone che non siano cittadini francesi.
A capo dell’Ordine vi è il Presidente della Repubblica francese che conferisce l’onorificenza della Legion d’onore. L’Ordine però è amministrato dal Gran Consiglio di Stato e da un consiglio interno che si occupa  delle sue attività le quali riguardano le relazioni con le persone insignite della medaglia e la gestione di alcuni istituti educativi in cui studiano le figlie dei legionari.

lunedì 20 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1810 viene fucilato Andreas Hofer, ancora oggi considerato un eroe tirolese sia in Austria che in Alto Adige.
 Andreas Hofer nacque il 22 novembre del 1767 a San Leonardo in Passiria (in tedesco: St. Leonhard in Passeier), che all'epoca apparteneva all'Austria. Fu un agiato oste di una locanda del suo paese e, dato che era anche commerciante di cavalli, viaggiò molto diventando così un personaggio conosciuto in tutta la regione.
Andreas Hofer fu profondamente religioso e un uomo di grande rettitudine, ma era anche credulone e aveva una visione molto limitata dei giochi politici tra le monarchie a Parigi e Vienna, dei quali, alla fine, fu vittima.
In realtà, Andreas Hofer non combatté per la libertà; combatté perché il Tirolo fosse reso all'Austria, per il potere incondizionato della Chiesa cattolica e per le forme tradizionali della religione.
Il governo bavarese che, per ordine della Francia, aveva occupato il Tirolo durante le guerre napoleoniche, rappresentava la causa della libertà personale, politica e sociale molto più che non l'esercito contadino di Andreas Hofer. L'amministrazione bavarese, salutata del resto con entusiasmo dalla borghesia tirolese di Innsbruck, portò in Tirolo delle riforme sul modello francese: una modernizzazione del sistema giudiziario e finanziario, l'abolizione dei privilegi nobiliari, fra cui il diritto dei proprietari terrieri di giudicare i loro contadini personalmente, l'equiparazione dei protestanti e degli ebrei e il divorzio.
Ma le nuove leggi fiscali, il cambio sfavorevole della moneta austriaca rispetto alla valuta bavarese e la nuova concorrenza del vino francese e italiano, più economico, colpirono duramente gli albergatori tirolesi e in parte anche i contadini. La chiusura dei monasteri, ma soprattutto l'atteggiamento irriguardoso dei funzionari bavaresi verso le tradizionali usanze religiose indignarono profondamente la popolazione rurale. La sostituzione del nome Tirolo con quello di "Baviera meridionale" fu un altro grave errore degli occupanti bavaresi sostenuti da Napoleone.
La corte di Vienna seguiva con grande attenzione gli sviluppi nel Tirolo. I consiglieri dell'imperatore decisero di preparare una rivolta, allo scopo di impegnare, durante la progettata guerra contro Napoleone, forti contingenti francesi e bavaresi nelle regioni alpine. Nel gennaio 1809 invitarono a Vienna alcuni albergatori, commercianti di bestiame e contadini del Tirolo, fra cui Andreas Hofer, li incitarono ad attaccare e promisero loro un aiuto militare da parte dell'esercito.
All'inizio di aprile un corpo d'armata austriaco marciò effettivamente sul Tirolo occupato dai francesi e dai bavaresi, ma dovette ritirarsi ben presto dopo una sconfitta presso Wörgl. Allora i circa 14.000 uomini dell'esercito di contadini guidato da Andreas Hofer restarono soli a combattere contro le forze nemiche. Combatterono valorosamente, fra aprile e agosto sconfissero in vari scontri i contingenti meglio armati dell'esercito francese e bavarese, e li costrinsero ad abbandonare il Tirolo.
Il 15 agosto Andreas Hofer entrò a Innsbruck come capo di un governo provinciale provvisorio. Egli salutò la popolazione: "Tutti quelli che vogliono essere miei compagni d'arme, devono combattere da valorosi, onesti e bravi Tirolesi per Dio, l'imperatore e la patria". Non parlò di libertà. Il suo breve governo represse le libertà civili e costrinse i protestanti, gli ebrei, ma anche le donne, a tornare al loro solito ruolo di emarginati. Nel suo "mandato sul buoncostume" si legge: "Molti dei difensori della patria sono adirati perché le donne si coprono il petto e le braccia troppo poco o con veli trasparenti, e in tal modo provocano stimoli peccaminosi, che devono dispiacere altamente a Dio". Del suo programma faceva parte anche l'appello del frate cappuccino Joachim Haspinger, di opporsi alla vaccinazione antivaiolosa introdotta dall'amministrazione bavarese: "Non spetta agli uomini, immischiarsi in questa maniera nei piani divini!"
La pace di Schönbrunn tra l'Austria e la Francia conclusa dieci giorni dopo, che riconfermò la sovranità bavarese sul Tirolo, scosse profondamente il patriota tirolese; non comprendeva più il mondo, ma si inchinava alla volontà dell'imperatore, da lui venerato come un Dio. Il suo governo si sciolse. Dopo un'ultima, sfortunata battaglia al Bergisel, il 1° novembre, Andreas Hofer, obbedendo agli ordini, depose le armi e pubblicò un messaggio di pace. Un'amnistia generale concordata a Innsbruck, assicurò la completa impunità a tutti i partecipanti alla rivolta. Andreas Hofer tornò indisturbato a casa sua, nella sua locanda a San Leonardo in Passiria.
Ma a questo punto comparvero sulla scena dei provocatori, capeggiati dal fanatico frate cappuccino Joachim Haspinger, quello che rifiutava la vaccinazione antivaiolosa. Essi raccontarono a Hofer che l'imperatore Francesco I non aveva affatto concluso la pace con Napoleone, non aveva mai ceduto il Tirolo alla Baviera, che le notizie da Vienna erano false e che la lotta doveva essere ripresa. Un esercito austriaco sarebbe già in marcia per aiutare i Tirolesi. E l'ingenuo Hofer si lasciò ingannare. Ordinò l'ultima chiamata alle armi per i cittadini tirolesi. Adesso però fu solo un piccolo contingente che, dopo alcuni successi locali, ben presto si disgregò. Andreas Hofer si rifugiò sulla Pfandleralm, fu tradito da un contadino tirolese per un compenso di 1.500 fiorini, fu arrestato e deferito a un tribunale di guerra nella fortezza di Mantova dove fu processato, condannato a morte e fucilato il 20 febbraio del 1810.
Tre settimane dopo Napoleone sposò Maria Luisa, la figlia dell'imperatore Francesco I dell'Austria. In cambio del Tirolo l'Austria aveva ottenuto la regione di Salisburgo e di Andreas Hofer non se ne parlò più...

domenica 19 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1754 nasce ad Alfonsine Vincenzo Monti.
Vincenzo Monti nasce il 19 gennaio 1754 ad Alfonsine (Ravenna), in località Ortazzo, figlio di Adele e Fedele Maria. In età ancora giovanissima con la famiglia si trasferisce in un piccolo paese vicino a Fusignano, Maiano, dove il padre lavora. Cresciuto dal sacerdote della contrada, Vincenzo studia nel seminario di Faenza, dove per la prima volta si avvicina al mondo della poesia. Tornato a casa, diventa fattore dei poderi del padre. Su ordine genitoriale si iscrive all'Università di Ferrara per studiare medicina; nel frattempo, debutta come poeta pubblicando "La visione di Ezechiello" presso la Stamperia Camerale di Ferrara.
Intenzionato a trasferirsi a Roma, vi giunge nel maggio del 1778, andando a dimorare in piazza Navona presso il palazzo Doria Pamphili. Dopo aver presentato la "Prosopopea di Pericle", Vincenzo Monti recita "La bellezza dell'Universo" durante le nozze del nipote di Pio VI Luigi Braschi Onesti; nel 1782, invece, scrive "Il pellegrino apostolico", per celebrare un viaggio a Vienna del Pontefice. All'anno successivo risalgono i versi sciolti "Al principe Don Sigismondo Chigi" e i "Pensieri d'amore".
Nell'ode "Al signor di Montgolfier", Monti coniuga evidenti figurazioni neoclassiche con l'affermazione di un futuro ridente per l'umanità reso possibile dalla nuova filosofia: l'occasione della composizione è l'ascensione compiuta poco tempo prima con un pallone aerostatico. Nello stesso periodo scrive la "Feroniade", un piccolo poema rimasto incompiuto dedicato alla bonifica voluta dal Papa dell'agro romano (Feronia è il nome di una divinità guaritrice): si tratta di un esempio del classicismo montiano, evidente anche nella composizione dedicata "Alla marchesa Anna Malaspina della Bastia".
Mentre si dedica alla realizzazione di sonetti, Vincenzo Monti lavora anche alla "Bassvilliana": nell'opera si racconta di come Ugo Bassville, segretario dell'ambasciata francese a Napoli, chieda perdono a Luigi XVI per avere manifestato sentimenti cristiani prima di morire (il suo sangue ricadrà sulla sua patria). La "Bassvilliana" si rivela un poema romantico che, pur non essendo completato, mette in luce l'orrore suscitato dal Terrore del periodo rivoluzionario: per questo motivo il poemetto viene considerato un capolavoro della letteratura antifrancese reazionaria.
Contemporaneo a quest'opera è "Musogonia", poema mitologico dedicato alla nascita delle Muse; seguono, sul finire del secolo, "Caio Gracco", "Galeotto Manfredi" e "I Messeni", tre tragedie. Colpito da una crisi esistenziale tra il 1793 e il 1797, Vincenzo Monti vede spegnersi progressivamente anche la vena poetica: è, questo, un periodo di componimenti meno significativi, tra cui si nota la lettera scritta al generale Giovanni Acton in difesa di Francesco Piranesi, accusato di avere congiurato contro l'ex ministro svedese barone d'Armfelt.
Dopo aver lasciato Roma (dovendosi difendere dall'accusa di giacobinismo), l'autore ferrarese si reca a Firenze, per poi fare tappa a Bologna e Venezia prima di stabilirsi a Milano. È il 1797, ma già due anni dopo, con la caduta della Repubblica Cisalpina e l'arrivo delle truppe austriache a Milano, decide di rifugiarsi a Parigi, dove rimane per due anni. Qui scrive tra l'altro la "Mascheroniana", ispirata al matematico Mascheroni, ed entra in contatto con una borghesia ormai disposta ad accettare l'operato di Napoleone.
Tornato a Milano nel 1801, il poeta collabora alla realizzazione di un'"Antologia della letteratura italiana" curata da Pietro Giordani, scrive alcune opere in onore di Napoleone e insegna poesie ed eloquenza all'università di Pavia. Nel 1804 arriva la nomina a poeta del governo italiano, giunta direttamente da Napoleone (diventato nel frattempo imperatore) che lo elegge anche assessore consulente dell'Interno. E' così che Vincenzo Monti diventa il rappresentante più importante della cultura napoleonica ufficiale: negli anni seguenti la sua produzione sarà dedicata quasi completamente alla celebrazione dell'imperatore, pur non nascondendo una certa polemica con la cultura francese.
Il cosiddetto ciclo napoleonico comprende, tra l'altro, il "Prometeo", dove la figura del protagonista richiama quella dell'imperatore, latore di civiltà e pace. Al 1806 risale "Il bardo della Selva Nera", gradito all'imperatore (amante dei "Canti di Ossian") nel quale i meriti di Napoleone Bonaparte vengono decantati da un ufficiale dell'esercito.
Seguono "La spada di Federico II" e "La palingenesi politica", oltre a uno dei capolavori montiani: la traduzione dell'"Iliade". La traduzione del poema omerico (per altro effettuata a partire dalla versione latina di Clarke, visto che egli conosce il greco solo in maniera scolastica) viene ritenuta, ancora oggi, il suo vero capolavoro, l'opera più rappresentativa del neoclassicismo italiano. L'"Iliade" riceve una nuova veste poetica, pur non avvantaggiandosi del rigore filologico utilizzato da Foscolo, e un linguaggio che riprende la poetica di Winckelmann senza rinunciare ai principi di decoro classico.
Alla caduta di Napoleone, gli austriaci tornano a Milano, intenzionati a mantenere le figure più rappresentative dal punto di vista culturale per non disperdere l'importante eredità napoleonica. Monti, pur non riuscendo a identificarsi in un classicismo restaurato, rimane al centro della vita intellettuale milanese, come dimostrano le "Cantate per sua Maestà Imperiale Reale", "Il mistico omaggio", "Il ritorno di Astrea" e l'"Invito a Pallade". Opere che evidenziano da un lato la volontà di difendere i principi illuministici della lingua, e dall'altro lato la scarsità di contenuti del neoclassicismo dell'età postnapoleonica.
Negli anni Venti dell'Ottocento, quindi, il poeta si lascia andare a opere essenzialmente private: si dedica alla filologia, riprende la "Feroniade" e scrive versi d'occasione, dedicandosi anche a una "Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca".
Agli ultimi anni della sua vita risalgono il "Sermone sulla mitologia", i versi "Nel giorno onomastico della sua donna", il sonetto "Sopra se stesso" e "Le nozze di Cadmo", garbato idillio. Nel frattempo le sue condizioni di salute vanno peggiorando: Monti perde progressivamente l'uso dell'udito e della vista, e nell'aprile del 1826 rimane vittima di un attacco di emiplegia che paralizza completamente la parte sinistra del suo corpo. Un attacco simile si ripete l'anno successivo. Vincenzo Monti muore il 13 ottobre 1828, dopo aver chiesto i sacramenti. Il suo corpo viene sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, anche se la sua tomba andrà dispersa.
La sua casa natale di Alfonsine, in Romagna, è attualmente adibita a museo.

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