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giovedì 19 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La sera del 19 marzo del 2002 un commando di Brigate Rosse uccide il professor Marco Biagi, giuslavorista, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni (compreso il titolare del dicastero in quel momento, Roberto Maroni), amico di Prodi e di Treu, padre del Libro Bianco sul Lavoro del Governo Berlusconi ma anche tra gli autori del Patto sul Lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D'Antona). L'omicidio viene compiuto a Bologna, con la stessa arma del delitto D'Antona, e nei giorni successivi è rivendicato dalle Br prima con una telefonata al Resto del Carlino e poi con un farneticante documento inviato a un'agenzia on line di Caserta.
Biagi, arrivato in stazione in treno da Modena, dove insegnava Diritto del lavoro, prende la sua bicicletta per far ritorno a casa, in via Valdonica 14. Davanti al portone, alle 20,10 - secondo quanto riferiranno succesivamente alcuni testimoni dell'omicidio - lo attendono almeno tre persone: una è a viso scoperto, due indossano caschi integrali e fuggiranno poi a bordo di un motorino. A colpire, sarà la mano di un solo killer: sei colpi di arma da fuoco, sparati con una pistola semiautomatica - così stabilirà l'autopsia - di cui uno mortale all'altezza del collo. Mentre Biagi cade a terra gravemente ferito - colpito al torace, al capo e a un braccio - l'assassino viene visto avvicinarsi alla vittima per il colpo di grazia.
Il 28 giugno del 2002, il quotidiano la Repubblica pubblica cinque lettere o e-mail dell'economista. Dentro c'è tutta la disperazione di un uomo che si sente abbandonato proprio dalle persone per le quali lavorava.
Il Ministero dell'Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, solo pochi mesi prima dell'attentato, aveva privato Marco Biagi della scorta, da lui richiesta proprio per timore di attentati da parte di componenti appartenenti all'estremismo di sinistra.
Una volta tolta, Biagi, tramite lettere scritte a diverse personalità politiche, ne fece nuovamente richiesta visto anche il perdurare delle minacce ricevute, ma questa non gli fu accordata. I brigatisti stessi ammisero che avevano deciso di colpire proprio Biagi in quanto poco protetto.
Il 30 giugno 2002, il Corriere della Sera (e il Sole 24 Ore), pubblica una chiacchierata tra l'allora Ministro dell'Interno, Claudio Scajola, ed alcuni giornalisti che seguono il ministro in visita ufficiale a Cipro.
« A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull'articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro Bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C'è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza. »
A causa delle polemiche suscitate da queste affermazioni, il 3 luglio 2002, Scajola rassegnò le sue dimissioni, al suo posto venne nominato Giuseppe Pisanu.
Il barbaro assassinio di Marco Biagi si iscrive in una storia lunga che segue alla sconfitta dei movimenti terroristici nel nostro paese e annovera tra le sue vittime innocenti Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona.
Un anno dopo l'omicidio, nel registro degli indagati della Procura di Bologna viene iscritto il nome della brigatista Nadia Desdemona Lioce, accusata di attentato per finalità terroristiche o di eversione. La svolta nell'inchiesta arriva dopo una sparatoria sul treno Roma-Firenze. Il 3 marzo 2003 due terroristi delle Br ricercati anche per l'assassinio di D'Antona vengono fermati dalla polizia. Nella sparatoria, uno di loro, Mario Galesi, 37 anni, muore, insieme all'agente Emanuele Petri. L'altra brigatista, Nadia Desdemona Lioce, 43 anni, viene arrestata. Si sospetta che sia coinvolta nell'omicidio di Biagi. Anche Galesi, per gli inquirenti bolognesi, avrebbe fatto parte del gruppo che organizzò e mise in atto l'agguato a Marco Biagi: un supertestimone, che all'epoca tracciò un identikit preciso del terrorista, lo avrebbe riconosciuto come l'uomo che si aggirava in zona alcuni giorni prima l'omicidio del professore, col fare tipico di chi è intento a fare un sopralluogo. Ancora da ricostruire con precisione il ruolo della Lioce, anch'essa riconosciuta a Bologna da alcuni testimoni in seguito alle foto diffuse dopo l'arresto. Uno di questi sarebbe ritenuto particolarmente attendibile dagli investigatori. Anche la donna potrebbe aver partecipato ai sopralluoghi, o essere stata presente sul posto la sera dell'agguato, a coprire le spalle ai killer, mentre viene escluso che fosse in città dopo il fatto.
Nel processo di primo grado, il 1º giugno 2005, la Corte d'Assise di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condanna a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove BR: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini.
Il 6 dicembre 2006, la Corte d'assise d'appello, conferma in secondo grado l'ergastolo per Diana Blefari Melazzi, Roberto Morandi, Nadia Desdemona Lioce e Marco Mezzasalma, riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Simone Boccaccini, riconoscendogli le attenuanti generiche.
Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l'8 dicembre 2007, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione di Bologna, conferma il verdetto emesso in secondo grado rendendo definitive le condanne ai brigatisti responsabili, tranne che per Nadia Desdemona Lioce, che non aveva presentato ricorso in cassazione, e per Diana Blefari Melazzi, per la quale decise di annullare la sentenza ritenendo necessario un esame delle condizioni psichiche della donna, richiesto dai suoi difensori. Le venne così diagnosticata una patologia da disturbo post traumatico da stress per il fatto di essere stata sottoposta al carcere duro del 41 bis e per lo stress della condanna in primo grado all'ergastolo. Da li in poi, la Melazzi, cominciò un lento declino depressivo che a poco a poco la fece rintanare in un universo fatto di solitudine e di rifiuto della vita ai limiti dell'autismo, con comportamenti che gli psichiatri definirono paranoici, fatti di lunghi silenzi interrotti solo da attacchi di panico che le facevano apparire ovunque complotti per il cibo avvelenato (rifiutò il cibo addirittura per 28 giorni) o per la convinzione di dover essere uccisa da Massimo D'Alema.
Ma i magistrati che dovevano giudicarla la dichiararono "in grado di stare in giudizio e di rapportarsi al processo" ammettendo "l'indubbio stato di sofferenza della Blefari" ma giudicando che quella sofferenza "derivava dallo stato di consapevolezza del processo" e che i suoi "atteggiamenti apparentemente paranoici, come il rifiuto del cibo, erano una reazione coerente al suo modo di porsi e conseguenza di un forte impatto dell'ideologia Br sulla sua personalità."
Nel nuovo dibattimento di secondo grado che seguì, il 27 ottobre 2009, venne quindi condannata all'ergastolo in via definitiva dalla Prima sezione penale della Cassazione di Bologna.
La sera del 31 ottobre, poco dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell'ergastolo, la Blefari tagliò e annodò le lenzuola del suo letto facendone un cappio con cui si impiccò nella sua cella di Rebibbia.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nel carcere di massima sicurezza Le Costarelle di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.
lunedì 16 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Giovedì 16 marzo 1978, alle 9.02 del mattino, in via Fani all'incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater la disposizione del commando era la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c'è Mario Moretti. A controllare l'incrocio c'è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull'Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch'essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c'è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l'Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell'agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c'è un'altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c'è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero.
Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un'altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della "compagna Marzia" nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.
Altre zone d'ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l'ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.
Il 15 ottobre del 1993 un pentito della 'Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: " che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.
Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l'immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato. Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.
Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma. Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questo brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.
Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ "antelope Cobbler" (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.
Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.
Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).
Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l'interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti", i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato, il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell'ultimo comunicato annunciano la conclusione della "battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato" e la promessa che: "Le risultanze dell'interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini". Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.
I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.
Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data - che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.
Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.
Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.
All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell’unità nazionale.
Aldo Moro fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.
Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata.
Per quanto riguarda i processi ai terroristi dei quali è stata accertata la partecipazione al rapimento e all'uccisione della scorta e di Aldo Moro, queste sono le conclusioni:
Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006, è tornata definitivamente in libertà nel 2011. E' deceduta a Roma il 4 marzo 2024 all'età di 75 anni. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è stata messa in libertà condizionale dal 2002. E' deceduta a Roma il 6 novembre 2025 a seguito di una lunga malattia. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, infine scarcerato definitivamente nel 2010. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è stato messo in libertà condizionale dal 1997. E' deceduto a Bari il 28 luglio 2025. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà; attualmente risiede nel carcere di Verziano in un appartamento dove deve restare ogni sera dalle 22 alle 7 del giorno successivo. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 Marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati e Seghetti sono ancora in carcere.
sabato 14 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 marzo 1972 a Segrate muore Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell'omonima casa editrice e rivoluzionario comunista.
Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione mentre, alcuni sostengono, stava preparando un'azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Altri sostengono che sia stata opera della CIA in accordo con i servizi italiani. La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu smentita dall'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (Gruppi d'Azione Partigiana, una delle prime organizzazioni armate della sinistra da lui fondate, e confluita poi nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato. Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Secondo una testimonianza di primissima mano, su quel furgone ci sarebbero dovuti essere trecento milioni di Lire che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.
Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia, (MI). Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.
Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli, era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato, era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e membro della struttura Hyperion di Parigi, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le Br.
Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro il console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese, Roberto Quintanilla. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara.
L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1 Aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli (Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara Storia di Monika Ertl, 2011 trad da "Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl", 2009).
Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.
In anni recenti il settimanale Sette del Corriere della Sera, ha riportato alla luce un documento poco noto che oggi grazie agli atti scannerizzati dal tribunale di Milano sul tragico evento del ’72 è consultabile.
Si tratta della relazione di consulenza medico-legale” redatta da due luminari dell’epoca, il professor Gilberto Marrubini e il professor Antonio Fornari (lo stesso che poi dimostrò che il suicidio di Roberto Calvi sotto il ponte londinese era invece un omicidio).
Il documento mai pubblicato prima di allora contesta l’impostazione dei periti d’ufficio e parla di successione cronologica delle ferite del cadavere di Giangiacomo Feltrinelli. I due periti rilevano tra l’altro tracce di legacci sui polsi di Feltrinelli. Tra le lesioni non riferibili all’esplosione ce n’è una in sede di encefalo corrispondente al lobo temporale destro. Insomma una cavità orbitale “conciata” come da pugno o percossa. Un’altra ferita inquietante è l’area fratturativa di tipo percolare riscontrata in corrispondenza della rocca petrosa destra, sulla testa. Una lesione riferibile solo a un trauma contusivo di tipo meccanico.
L’articolo ricorda poi che le indagini furono eseguite da un capitano dei carabinieri fatto giungere dal Veneto, Pietro Rossi, risultato poi di collegamento col servizio segreto Sid e legato alla struttura andreottiana dell’Anello.
Il magistrato incaricato Antonio Bevere fu poi estromesso dal procuratore capo Enrico De Peppo, uomo di destra. Bevere era considerato di sinistra. A capo dei carabinieri c’era il generale Palumbo della divisione Pastrengo, affiliato alla P2 come si scoprì poi dagli elenchi di Villa Wanda a Castiglion Fibocchi.
Fa impressione questo depistaggio che è stato organizzato intorno alla morte di Feltrinelli, presentata all’epoca come la conclusione tragica di un’attività da dinamitardo e terrorista.
I giornalisti che allora tentarono come Camilla Cederna di scavare in questo “omicidio” furono processati per diffusione di notizie false e tendenziose.
giovedì 25 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
Il 25 settembre 2003 muore, all'età di 85 anni, il grande economista, premio Nobel, Franco Modigliani.
Franco Modigliani nasce nel 1918 a Roma da una famiglia di origine ebraica. Studia presso l’Università di Roma e si laurea nel 1939. Nello stesso anno, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, lascia l’Italia e si reca prima in Francia e poi negli Stati Uniti. L’intera carriera accademica di Modigliani ha luogo in questo Paese, inizia con un incarico presso la Columbia University e, dopo una serie di trasferimenti, si conclude con una cattedra presso il MIT di Boston. Nel 1985 riceve il premio Nobel per l’Economia. Modigliani muore a Boston nel 2003.
I principali contributi di Franco Modigliani alla teoria economica sono due e sono entrambi citati nelle motivazioni per il conferimento del premio Nobel. Il primo contributo è rappresentato dall’analisi delle decisioni di consumo e di risparmio. Il secondo contributo è il cosiddetto teorema Modigliani-Miller, che segna l’inizio della moderna corporate finance. Nel prosieguo sarà trattato solo il primo contributo. Il secondo è oggettivamente troppo complicato per essere discusso in questa sede e qualsiasi esemplificazione risulterebbe fuorviante. D’altra parte, fu Modigliani stesso a scegliere di discutere solo di consumo e risparmio nella sua Nobel Lecture.
Prima degli studi di Modigliani sulle decisioni di consumo e di risparmio il punto di vista dominante era quello di Keynes. Keynes credeva che il consumo aggregato di un paese dipendesse esclusivamente dal reddito aggregato dello stesso. Inoltre, per Keynes il consumo non cresceva allo stesso ritmo del reddito generando un ulteriore meccanismo per cui la domanda sarebbe stata insufficiente ad acquistare i beni prodotti. Dopo la morte di Keynes, tuttavia, Simon Kuznets aveva puntato l’indice contro questa teoria del consumo dimostrando empiricamente che la ridotta crescita del consumo rispetto al reddito era un fenomeno solo di breve periodo mentre nel lungo periodo consumo e reddito crescevano allo stesso ritmo.
Le evidenze di Kuznets scatenarono un animato dibattito all’interno delle teoria economica e Modigliani, insieme al suo allievo Richard Brumberg, partecipò attivamente a questo dibattito producendo una serie di articoli scientifici nei quali proponeva una nuova teoria del consumo. Alla base di questa nuova teoria si collocava innanzitutto l’osservazione che il consumo aggregato non fosse altro che la somma del consumo di tanti individui e che, pertanto, occorreva studiare meglio come si formano le decisioni di consumo di questi ultimi.
L’idea centrale di Modigliani era che gli individui preferiscono mantenere uno standard di consumo stabile nell’arco della loro vita anche se i loro redditi non sono affatto stabili. In particolare, i redditi sono di solito elevati nel corso della vita lavorativa e sono bassi quando ci si ritira dal mercato del lavoro. Questo significa che, per mantenere un consumo stabile, gli individui devono risparmiare nel corso della loro vita lavorativa e devono consumare il risparmio accumulato nel corso della loro vita da pensionati. Insomma, da giovani si ha un risparmio positivo in quanto si consuma di meno rispetto al reddito mentre da anziani si ha un risparmio negativo in quanto si consuma di più rispetto al reddito. Il risparmio aggregato è dato dalla somma algebrica del risparmio positivo dei giovani e di quello negativo degli anziani.
Si trattava di una teoria semplice e di buon senso. Dopo l’esposizione di Modigliani, molti si chiesero per quale ragione nessuno ci avesse pensato prima. La teoria entrò quindi subito a far parte del (ristretto) numero di idee veramente condivise da tutti gli economisti. Ancora oggi, la cosiddetta teoria del ciclo vitale di Modigliani è parte del bagaglio di conoscenze di qualsiasi economista.
Quali erano le implicazioni di questa teoria che al tempo risultavano più rilevanti? In primo luogo, la teoria implicava che il consumo di ogni generazione, nell’arco dell’intera vita, fosse pari ai redditi di quella generazione. Quindi, se il reddito cresceva di generazione in generazione per effetto del progresso economico così pure doveva accadere per il consumo. Ovvero, nel lungo periodo, reddito e consumo crescevano insieme allo stesso ritmo proprio come risultava dagli studi empirici di Kuznets. In secondo luogo, se il reddito corrente fosse cresciuto per qualche anno al di sopra della norma – in seguito ad un boom economico transitorio, ad esempio – gli individui non avrebbero consumato per intero tale aumento di reddito ma solo una piccola parte. La loro preferenza per un consumo stabile li avrebbe indotti a risparmiare buona parte di questi redditi aggiuntivi al fine di poterli poi “spalmare” sul consumo degli anni a venire. Questo significava che, nel breve periodo, il consumo cresceva meno rispetto al reddito proprio come aveva indicato Keynes.
La teoria di Modigliani riusciva dunque a mettere d’accordo Keynes e Kuznets e questo la rese immediatamente popolare all’interno della professione economica fin dai primi mesi della sua pubblicazione.
Ma la teoria del ciclo vitale consente di derivare anche altre implicazioni fondamentali per comprendere i fattori da cui dipende il risparmio di un paese. In primo luogo, il risparmio di un paese dipende dal suo tasso di crescita economica. Se la crescita economica è sostenuta allora il risparmio totale è positivo. Questo è vero perché i giovani di oggi, che hanno un risparmio positivo, percepiscono redditi più elevati rispetto ai giovani di ieri, che oggi sono anziani ed hanno un risparmio negativo. In secondo luogo, il risparmio complessivo dipende dalla dinamica demografica del paese. Se la dinamica demografica è vivace allora il risparmio totale è positivo. Infatti, se la dinamica è vivace il numero di giovani è superiore a quello degli anziani, ovvero il numero di coloro che hanno un risparmio positivo è superiore al numero di coloro che hanno un risparmio negativo. Infine, per ovvie ragioni, il livello di risparmio dipende dall’età media di pensionamento. Se il pensionamento avviene tardi nel ciclo di vita delle persone allora non sarà necessario risparmiare tanto ed il risparmio complessivo sarà inferiore.
Fino a questo punto è stato trattato il contributo di Modigliani alla scienza economica. L’economista, tuttavia, non era solo uno scienziato di grande valore ma anche un appassionato critico e, a volte, un influente ispiratore delle decisioni di politica economica che sono state adottate nel nostro Paese nel corso del trentennio che va dai primi anni settanta ai primi anni del duemila. Probabilmente, la questione su cui l’influenza di Modigliani e del suo allievo Ezio Tarantelli è stata più determinate è quella relativa all’abolizione della scala mobile.
La scala mobile era un meccanismo di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione (il cosiddetto “costo della vita”) introdotto in Italia agli inizi degli anni ‘70. In linea di principio il meccanismo aveva un’ottima giustificazione in quanto consentiva di proteggere il potere di acquisto delle classi lavoratrici. Nella pratica, tuttavia, esso produceva un effetto collaterale perverso in quanto era parzialmente responsabile del circolo vizioso di rincorsa prezzi-salari alla base della elevata inflazione di quegli anni. I prezzi aumentavano perché le imprese dovevano pagare salari più elevati e i salari aumentavano perché la scala mobile li adeguava automaticamente ai prezzi (spirale prezzi-salari).
Il suggerimento di Modigliani e di Tarantelli al Governo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 è quello di abolire la scala mobile e, allo stesso tempo, di annunciare un obiettivo di inflazione per il prossimo anno sulla base del quale sarebbero stati poi aggiornati i contratti salariali. Per Modigliani e Tarantelli, l’inflazione-obiettivo avrebbe anche svolto in automatico un secondo ruolo, quello di fare da riferimento per le imprese quando queste dovevano decidere l’adeguamento dei loro prezzi. Il ruolo di riferimento non è un semplice dettaglio. Infatti, se l’inflazione-obiettivo avesse svolto questo ruolo allora l’inflazione effettiva sarebbe stata proprio uguale a quella obiettivo e questo avrebbe comportato una salvaguardia del potere di acquisto delle classi lavoratrici senza ricorrere agli automatismi della scala mobile. In definitiva, abolire la scala mobile ed introdurre il meccanismo di adeguamento basato sull’inflazione-obiettivo avrebbe attenuato la spirale prezzi-salati senza pregiudicare il potere d’acquisto delle classi più deboli.
Lo smantellamento della scala mobile avverrà per tappe successive nel corso degli anni ’80 e la sua abolizione definitiva avrà luogo solo nel 1993. Al tempo in cui Modigliani e Tarantelli iniziarono a denunciarne gli effetti negativi il clima non era certo favorevole a questo tipo di denunce. Ezio Tarantelli, il più esposto dei due nel dibattito politico-sindacale sulla scala mobile, verrà assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985.
lunedì 7 aprile 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile del 1979 decine di persone, appartenenti o simpatizzanti o considerate vicine alla formazione di sinistra extraparlamentare Autonomia Operaia, furono arrestate in un’operazione che diede inizio a uno dei capitoli più discussi e controversi della storia giudiziaria italiana degli scorsi decenni. Fu una vicenda che coinvolse centinaia di persone ma che ebbe come protagonisti, mediatici e non solo, da una parte l’intellettuale e attivista Toni Negri, dall’altra il magistrato Pietro Calogero. Come su tante altre questioni di quegli anni, gli arresti del 7 aprile – e soprattutto i processi che ne seguirono – provocarono divisioni nette e dolorose nella politica e nella società italiana, e ancora oggi non c’è un vero consenso storico sul caso, anche se le critiche a come il processo fu impostato e portato avanti negli anni sono diventate predominanti.
Autonomia Operaia era un movimento di estrema sinistra di ispirazione marxista e operaista che nacque nel 1973 in parte dall’esperienza di Potere Operaio, un altro gruppo che si era sciolto quell’anno e che era guidato tra gli altri da Negri, docente all’università di Scienze Politiche di Padova. Autonomia Operaia fu uno dei tanti movimenti extraparlamentari di quegli anni che portò avanti istanze di lotta rivoluzionaria con comizi, pubblicazioni e proteste, e che sviluppò al suo interno anche frange favorevoli a uno scontro violento con le istituzioni. Alcuni militanti di Autonomia Operaia nel corso del tempo si unirono a gruppi armati come Prima Linea o i Nuclei Operai Armati.
Il contesto degli arresti del 7 aprile era quello dei cosiddetti “anni di piombo”, delle stragi fasciste e del rapimento di Aldo Moro, l’importante dirigente della Democrazia Cristiana rapito e ucciso l’anno prima dalle Brigate Rosse in uno degli episodi più traumatici della storia repubblicana. Sull’omicidio si svilupparono vaste indagini e inchieste giudiziarie, e vennero adottate “leggi speciali” tra cui quella che permetteva di applicare il reato di associazione a delinquere alle organizzazioni politiche, e non solo a quelle mafiose.
Fu su queste premesse che il magistrato siciliano Pietro Calogero, della procura di Padova, sviluppò quello che la stampa chiamò “teorema Calogero”: cioè che una serie di intellettuali, docenti universitari, giornalisti e militanti dell’area riconducibile ad Autonomia Operaia avesse diretto le operazioni delle Brigate Rosse, portando avanti un progetto di eversione armata. Alla base della tesi di Calogero c’era la dibattuta questione dei rapporti tra la propaganda e gli scritti dei molti e influenti intellettuali di estrema sinistra dell’epoca e le azioni di terrorismo politico che proliferavano in quegli anni.
La cosiddetta “predicazione all’eversione” era considerata da molti in realtà come un’attività di protesta che, nel contesto di quegli anni, rientrava nell’esercizio delle libertà politiche, pur condividendo significative responsabilità dell’inasprirsi delle tensioni sociali per via dei frequenti inviti alla violenza, responsabilità riconosciute poi in diversi casi dai loro stessi autori. Ma secondo il magistrato, quelle responsabilità andavano ben oltre: Calogero credeva infatti che esistesse un collegamento diretto e materiale tra alcuni movimenti politici extraparlamentari di sinistra e le bande armate del terrorismo rosso.
Tra le decine di persone indagate e arrestate ci furono Toni Negri, Oreste Scalzone ed Emilio Vesce. Franco Piperno e Lanfranco Pace sfuggirono all’arresto andando in Francia. Le accuse andavano dall’associazione sovversiva all’insurrezione armata, ma in certi casi erano molto precise: Negri per esempio fu accusato di aver partecipato direttamente al rapimento Moro, e addirittura di essere stato il telefonista delle Brigate Rosse che condusse le trattative. In realtà si dimostrò dopo che la voce brigatista era di Valerio Morucci. A Negri fu rivolta anche l’accusa di “mandante morale” del rapimento, ma anche in questo caso cadde insieme a quelle di altri omicidi a lui attribuiti, da quello dell’ingegnere milanese Carlo Saronio a quello del giudice Emilio Alessandrini.
Il processo si svolse con tempi lunghissimi, e secondo molti attivisti – e anche secondo Amnesty International – in violazione dello stato di diritto: Negri, insieme ad altri imputati come Scalzone, fu detenuto preventivamente in carcere per anni, e il processo cominciò soltanto nel 1983. In primo grado Negri fu condannato a 30 anni per associazione sovversiva, banda armata e diversi altri reati, ma fu prosciolto dall’accusa di insurrezione armata.
Prima dell’appello, Negri accettò la proposta del politico radicale Marco Pannella di candidarsi alla Camera, venendo eletto e uscendo per questo dal carcere grazie all’immunità parlamentare. Nel settembre del 1983, Negri fuggì in nave in Francia: inizialmente parlò di un gesto politico assicurando che sarebbe rientrato in Italia, ma dopo qualche anno cambiò idea e decise di approfittare della cosiddetta “dottrina Mitterrand” – con cui la Francia dava ospitalità e sicurezza, rifiutando le estradizioni, a chi lasciasse la lotta armata e la violenza – rimanendo latitante. Questo fece arrabbiare molto Pannella, e attirò le critiche di molti che in precedenza lo avevano sostenuto.
In molti, da Giorgio Bocca a Rossana Rossanda, criticarono duramente lo svolgimento del processo, considerandolo ingiusto e disumano nei confronti degli imputati a cui, secondo molti, non furono assicurate le garanzie alla base di un sistema giudiziario fondato sullo stato di diritto. Ma negli anni le critiche hanno riguardato sempre più l’impostazione alla base del processo, dall’affidamento fatto sulle testimonianze dei “pentiti” – pratica spesso contestata nei processi sul terrorismo politico – alla tesi di fondo che mirava ad attribuire responsabilità materiali nel terrorismo politico agli intellettuali di estrema sinistra che non parteciparono direttamente ai gruppi armati.
Alla fine le pene dei principali condannati nel processo del 7 aprile furono ridotte in appello e poi confermate in Cassazione: in tutto Negri ricevette 12 anni, Scalzone 8 anni, Pace e Piperno 4 anni. La giustizia ritenne dunque colpevole i leader di Autonomia Operaia di eversione e di banda armata, ma non trovò prove del “teorema Calogero” sui collegamenti con le Brigate Rosse e con i moltissimi omicidi e sequestri a loro inizialmente attribuiti. Negri rientrò in Italia nel 1997, costituendosi e scontando i rimanenti anni di carcere. Scalzone, che a sua volta era fuggito in Francia nel 1981, ci rimase fino al 2007 quando i suoi reati furono prescritti, così come fece Pace. Piperno, che per un periodo rimase latitante in Francia e in Canada, rientrò a sua volta in Italia e scontò la parte rimanente della pena.
domenica 28 maggio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 28 maggio 1980 viene ammazzato Walter Tobagi, giornalista di punta del Corriere della Sera.
La carriera giornalistica di Walter Tobagi cominciò al ginnasio come redattore della Zanzara, il celebre giornale del liceo milanese Parini. Dopo il liceo, entrò all’Avanti! di Milano, ma pochi mesi dopo passò al quotidiano cattolico Avvenire. Furono anni di pratica alla scuola di “cronista sul campo” che lo portarono prima al Corriere d’Informazione e infine al Corriere della Sera. Il suo interesse prioritario era per i temi sociali, l’informazione, la politica e il movimento sindacale. Ma il suo impegno professionale maggiore Tobagi lo dedicò alle vicende del terrorismo. Al Corriere della Sera seguì tutte le vicende relative agli “anni di piombo”. Uno dei suoi ultimi articoli sui terroristi rossi è considerato tra i più significativi sin dal titolo: “Non sono samurai invincibili”.
Walter Tobagi – 33 anni, moglie e due figli, scrittore e docente universitario, presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti – venne ucciso alle 11 di mattina sotto casa con cinque colpi di pistola da un gruppo di assassini della Brigata 28 Marzo poco dopo essere uscito di casa. A sparare furono Marco Barbone e Mario Marano.
Gli assassini furono catturati in fretta e ancora più in fretta uscirono di galera perché al tempo era così: se parlavi, a prescindere da cosa dicessi, ti davano una pacca sulle spalle e ti lasciavano andare. Erano ragazzi borghesi, figli di dirigenti e di giornalisti, stupidi, conformisti e quindi fatalmente brigatisti o qualcosa del genere, comunque comunisti e smaniosi di segnalarsi ai compagni armati. L’esatto contrario di Tobagi che, pur essendo poco più che trentenne, non aveva mai seguito le mode, neppure quelle ideologiche, e si dedicava al lavoro con slancio e passione. Era già un buon motivo, dato il clima, per farlo fuori.
Walter poi non era un giornalista qualunque, ma uno che ci sapeva fare. Colto, analitico e profondo, seppe approfittare dell’arrivo di Franco Di Bella alla direzione del Corriere, che lo aveva promosso alla «scrittura» riconoscendone l’abilità (anche politica e diplomatica), per emergere dall’anonimato cui gran parte dei corrieristi erano condannati causa l’appiattimento imposto all’epoca dal sindacalismo rosso. In pochi mesi, Tobagi imparò a volare e divenne una firma. Ma nell'ambiente era già qualcuno perché nelle assemblee redazionali, da semplice redattore, si era distinto sconfiggendo il branco della falce e martello. Era «padrone» della Associazione Lombarda e la sua opinione pesava.
Pacioso, cordiale, grassoccio e sorridente, aveva l’aspetto e i modi di un giovane parroco; e in effetti era cattolico benché vicino ai socialisti. Mai aggressivo, al termine di ogni discussione aveva sempre ragione. Nell’arte di convincere era un maestro senza essere un trascinatore. Insomma, aveva qualità di leader, personalità, conoscenza, pazienza. Tutto ciò che occorreva per rendersi detestabile agli avversari comunisti a lui non mancava.
Non è chiaro se l’idea di uccidere Walter sia nata negli scantinati del Corriere, come qualcuno ha sostenuto; certo è che gli esecutori materiali dell’omicidio sono stati ispirati, se non istigati, da chi identificava in Tobagi un nemico politico, un concorrente professionale e sindacale. Colleghi? E chi altri avrebbe avuto interesse a sopprimerlo coi metodi in voga negli anni di piombo: tre o quattro colpi di pistola sparati a bruciapelo? Indubbiamente, l’inviato grazie al suo lavoro e alle attività collaterali non era un anonimo cronista; ma la sua fama era circoscritta alla cittadella giornalistica e ai recinti del partito armato che egli aveva raccontato con perizia e spirito critico. Il fatto poi che gli assassini gravitassero attorno al mondo dell’informazione, e fossero addirittura famigliari di addetti all’editoria, rafforza il sospetto che il la all’agguato sia partito dalla zona di via Solferino.
Un delitto, questo, come quasi tutti quelli dei comunisti combattenti, di una idiozia sconfinata. Si è tentato di saperne di più rispetto all’ufficialità, ma gli assassini una volta riconquistata la libertà, senza troppa fatica, si sono chiusi in sé guardandosi dal dire la verità. Forse se ne vergognano, giustamente, perché se è vero che non esiste ragione per ammazzare un uomo, uccidere un ragazzo quale Walter, generoso e pacifico, innocuo e onesto, richiede una tale meschinità e una tale incoscienza che solo dei figli di papà comunisti improvvisati potevano avere. E sono loro ad aver dato un’impronta conformistica a quegli anni di imbecillità collettiva che portarono scompiglio nella miserrima società italiana infatuata dall’utopia. Fa rabbia costatare che la morte di Walter non sia servita neppure a capire che il passato non è migliore del presente.
Marco Barbone (Milano, 1958), il leader del gruppo terrorista, che esplose probabilmente il colpo mortale, fu condannato nel 1983 a soli 8 anni e nove mesi, poiché divenuto immediatamente collaboratore di giustizia, ed ebbe subito la libertà provvisoria, dopo tre anni di carcere scontati (uscì dopo la sentenza). Negli anni successivi Barbone si è convertito al cattolicesimo e ha aderito a Comunione e Liberazione, è responsabile comunicazione della Compagnia delle Opere. Per un periodo ha collaborato con il settimanale Tempi del quotidiano Il Giornale.
Paolo Morandini, anche lui immediatamente "pentito", ebbe la medesima condanna di Barbone.
Mario Marano (Milano, 1953), che sparò il primo colpo, confessò e fu condannato a 20 anni e 4 mesi, ridotti per la sua collaborazione, a 12 anni in appello (poi 10 con un condono). Fu condannato anche a undici anni nel processo alle Unità Comuniste Combattenti e a tre anni e mezzo nel processo a Prima Linea, per un totale di circa 24 anni. Scontò la pena ai domiciliari a partire dal 1986. Scarcerato ufficialmente negli anni novanta.
Manfredi De Stefano (Salerno, 23 maggio 1957), condannato a 28 anni e otto mesi; morì in carcere nel 1984, colpito da aneurisma.
Daniele Laus, l'autista del delitto, confessò ma poi ritrattò e aggredì con un punteruolo il giudice istruttore. Condannato a 27 anni e otto mesi, in secondo grado ebbe sedici anni. Dal dicembre 1985 fu rimesso in libertà provvisoria.
Francesco Giordano, che fece la copertura del gruppo di fuoco, non volle ammettere la partecipazione né collaborare, anche se condannò l'esperienza del terrorismo e la sua affiliazione al gruppo. Fu condannato a 30 anni e otto mesi, in appello divenuti 21. Fu l'unico che scontò l'intera pena: uscì di prigione nel 2004. Fu condannato anche a 13 anni nel processo alle Unità Comuniste Combattenti. Giordano sostenne di essere stato torturato da polizia e carabinieri nel 1980, dopo il suo arresto.
venerdì 20 maggio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario. Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma, è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."
I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona viene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.
Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che dice: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso". Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che la modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è un terreno di scontro politico.
Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Il 20 maggio 2009, a dieci anni dalla morte di D'Antona, al Senato della Repubblica il Ministro Schifani pronunciava queste parole: "Onorevoli colleghi [...] oggi che quegli assassini sono assicurati alla giustizia, il nostro "sforzo costante per coltivare ed onorare la memoria delle loro vittime" secondo le parole pronunciate dal Capo dello Stato in occasione della giornata della memoria, ci impone non soltanto di ricordare, come stiamo facendo quest'oggi, ma di rendere viva la memoria facendo sì che i valori e le idee di Massimo D'Antona siano ancora presenti in tutti gli sforzi compiuti da maggioranza ed opposizione e dalle forze sociali più attente e responsabili - ciascuno nel proprio ruolo - per costruire un mondo del lavoro più moderno e più giusto. Rivolgo perciò, certo di interpretare la volontà dell'intera Assemblea alla moglie Olga D'Antona, a sua figlia Valentina, a tutti i lavoratori che hanno perso con lui un vero difensore, un saluto commosso, nel nome della nostra più profonda vicinanza e solidarietà umana."
venerdì 28 gennaio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Dopo 42 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il 28 gennaio 1982 il generale statunitense James Dozier viene liberato dalle unità antiterrorismo italiane.
17 dicembre 1981. Erano da poco passate le 23 e 30 quando una nota dell'Ansa rese noto che non si avevano più notizie di un generale americano di stanza nella base di Verona. Poco prima che venisse confermata la scomparsa dell'alto ufficiale, alla redazione Ansa di Milano giunse una telefonata anonima. Un uomo che affermava di parlare a nome delle Brigate Rosse disse semplicemente: "Abbiamo rapito il generale di brigata Dozier, a Verona, in via Lungo Adige 5. Seguirà comunicato". Anche l'ambasciata statunitense dovette confermare il rapimento del generale James Lee Dozier, 55 anni, sottocapo delle forze terrestri della Nato del Sudeuropa. Il successivo comunicato dei terroristi faceva riferimento agli obiettivi della guerra del fronte combattente comunista nei confronti del capitalismo e di quell'imperialismo di cui la Nato era considerato il simbolo principale.
L'operazione si era svolta con una facilità impressionante. Alcuni brigatisti travestiti da idraulici erano riusciti a introdursi nell'abitazione del generale. Dopo aver imbavagliato la moglie, il commando aveva potuto trasferire in tutta tranquillità l'ostaggio a Padova, dove ancora non era stata messa in moto la macchina dei controlli di polizia.
Era la prima volta che una cellula terroristica riusciva a rapire un generale americano. Il colpo fu accusato oltre che in Italia, dove si temette di dover assistere impotenti a una replica del rapimento Moro, fino all'esito estremo, anche e forse soprattutto negli Stati Uniti. Il presidente Reagan espresse tutta la sua indignazione in modo piuttosto colorito. Gli pareva assurdo che in un Paese alleato "quattro straccioni vagabondi" (così disse testualmente ai suoi collaboratori), potessero impunemente rapire nientemeno che un generale dell'esercito statunitense.
Il sequestro Dozier appare oggi come l'ultimo colpo di coda del terrorismo rosso in Italia e costituisce lo spartiacque che, dopo la liberazione del generale, rese finalmente consapevoli le forze politiche, quelle dell'ordine e l'opinione pubblica intera della possibilità di sconfiggere il terrore che dai primi anni Settanta insanguinava l'Italia.
Ma nei giorni immediatamente successivi al rapimento le sensazioni che attanagliavano il Paese erano le stesse vissute all'indomani del rapimento Moro: sorpresa, spaesamento, senso di paura e di impotenza. Con in più la consapevolezza del salto di qualità nella strategia terrorista, che ora puntava a trovare consensi nella battaglia contro la Nato e l'imperialismo americano: argomenti questi che riscuotevano da tempo un ampio consenso tra l'elettorato di sinistra.
Ma se visti da fuori i nuovi obiettivi dei terroristi sembravano una ulteriore conferma della loro invincibilità e della loro superiore capacità logistica, l'aria che si respirava all'interno dell'"organizzazione" era completamente diversa. Le Brigate Rosse si trovavano in quel momento in un periodo di transizione e di crisi di credibilità. Molti militanti erano stati arrestati sotto l'incalzare dell'azione repressiva dello Stato, mentre sul piano dell'internazionale del terrore le azioni BR risultavano piuttosto 'provinciali' rispetto a quelle dei terroristi palestinesi e della RAF (il gruppo terroristico tedesco), con i quali esistevano certo profondi legami a livello organizzativo (strutture comuni per ospitare terroristi in pericolo all'estero, canali distributivi per il rifornimento di armi ecc.), ma improntati a una certa subordinazione. Parenti poveri dell'internazionale terrorista, le BR avevano deciso la clamorosa operazione sperando di recuperare, con un solo colpo ben assestato, il rapporto con la RAF e con i palestinesi, e nel contempo scavalcare queste due formazioni aprendo nuovi contatti con i movimenti di liberazione schierati su posizioni antiamericane.
Ma non è tutto. Altri argomenti ad uso interno indussero le BR al rapimento. Dopo il sequestro e l'uccisione dell'ingegnere Giuseppe Taliercio, direttore della Montefibre di Marghera, progettato ed eseguito nella tarda primavera dello stesso anno dalla colonna veneta delle BR, si era prodotta una divisione nella formazione terroristica. Ne era nata una nuova colonna autonoma, le BR-Partito della Guerriglia. Il rapimento Dozier, pianificato nel corso di una riunione della Direzione strategica tenutasi a Padova nel mese di ottobre, doveva servire anche a ricomporre le divisioni interne attorno a un obiettivo 'gradito' a tutte le sparse anime delle BR. Al fine di evitare conflitti sul diritto di primogenitura, nel corso della riunione si era deciso di gestire l'azione sotto una nuova denominazione comune, le Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Antonio Savasta, che gestì tutta l'operazione del rapimento, raccontò in seguito - con una confusione sintattica che è sintomatica della vaghezza ideologica vissuta dal terrorismo dei primi anni Ottanta - i motivi che portarono alla scelta dell'obiettivo: "[Vi era] la possibilità di propagandare un programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi, dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla politica dei due blocchi. [...] Sono sempre due facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli all'interno del programma rivoluzionario".
Motivazioni a parte, sul piano pratico i brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla, fatta eccezione per un breve interrogatorio e l'invio di una serie di comunicati. Ma dietro questa apparente immobilità si scatenò una poderosa caccia al generale, portata avanti a colpi di indagini segretissime, soffiate e coinvolgimento dei servizi segreti dei due blocchi.
Infatti, nel corso delle indagini gli inquirenti delle forze dell'ordine italiane furono costantemente appoggiati dai servizi segreti italiani e statunitensi. Anche se non sempre nella logica di un sano spirito di collaborazione. La fiducia degli americani nei confronti delle nostre capacità di indagine, all'epoca, era ridotta ai minimi termini. Lo dimostra un dettaglio relativo al giorno del rapimento e venuto alla luce solo anni dopo. Judy, la moglie del generale lasciata in casa legata e imbavagliata, una volta liberatasi avrebbe avuto come prima preoccupazione quella di avvertire le autorità americane. Nell'abitazione di via Lungo Adige intervennero quindi per prime non le nostre forze dell'ordine ma la polizia militare statunitense e la Cia. Solo dopo un'ora e mezzo fu avvisata la polizia italiana, che di fatto riuscì ad allestire i primi posti di blocco quando il commando e il rapito erano ormai giunti nel covo di Padova. Dozier e la moglie, ricostruendo gli avvenimenti a posteriori, furono costretti, per non ammettere quell'imbarazzante ritardo, a spostare l'orario dei fatti di novanta minuti. Secondo alcuni poliziotti, la tardiva comunicazione avrebbe ostacolato seriamente le prime indagini, facendo concentrare erroneamente le ricerche entro la cintura veronese.
Gli stessi servizi segreti americani nutrivano una scarsissima fiducia nei loro omologhi italiani. All'origine di questa diffidenza contribuiva certo un atteggiamento di superiorità, condito da superficialità, da parte degli USA nei confronti del fenomeno terrorismo, allora non ancora sperimentato oltreoceano. La convinzione della Casa Bianca, lo abbiamo visto sopra, era di trovarsi di fronte a guerriglieri "straccioni" che avrebbero potuto essere messi a tacere con una semplice e ben orchestrata operazione di polizia. Il corollario era che da parte italiana non vi fosse la capacità, la volontà o una chiara determinazione nel voler debellare il fenomeno terrorismo. E qui veniamo al vero motivo della diffidenza americana. Ovvero l'atteggiamento ambiguo e altalenante che effettivamente aveva contraddistinto, fino al 1981, la lotta contro il 'partito armato' in Italia.
Nel decennio precedente, tra il 1974 e il 1976, l'organizzazione delle BR era già stata ridotta ai minimi termini per effetto di una pressione costante delle forze di sicurezza che aveva condotto all'arresto di numerosi esponenti di primo piano (Curcio e Semeria su tutti). Ma dopo pochi anni la pressione venne meno e i pochi brigatisti residui riuscirono a riorganizzare le proprie forze e a compiere il salto di qualità da un terrorismo "propagandistico" di sinistra verso uno di esclusiva matrice sanguinaria. Col senno del poi appare quindi incomprensibile lo scioglimento, avvenuto nel 1975, del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Soprattutto perché sembra che negli stessi anni i servizi di sicurezza avessero percepito la riorganizzazione delle BR a un più alto livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale Tempo aveva pubblicato le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi responsabili dei Servizi, il generale Maletti: "Nell'estate del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR, n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con programmi più cruenti. [...] Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere." Lo stesso Maletti, in un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe".
Di più. La Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani noterà, sempre a proposito delle smagliature nella repressione del terrorismo, il sorprendente scioglimento dell'Ispettorato antiterrorismo nel gennaio 1978, pochi mesi prima del rapimento Moro. La preziosa esperienza organizzativa dell'Ispettorato, che dal 1974 sotto la direzione del questore Santillo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, fu buttata a mare proprio nel momento in cui poteva tornare utile.
Le tensioni sociali vissute dall'Italia nel 1977 e la guardia bassa tenuta nella lotta al terrorismo resero quindi possibile la rinascita del partito armato e la messa a segno dell'azione più clamorosa diretta al cuore dello Stato, il rapimento e l'uccisione di Moro. Fu solo dopo quel dramma che il Presidente del Consiglio Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, decisero di reintegrare il generale Dalla Chiesa nell'esercizio dei suoi poteri, conferendogli "compiti speciali operativi" nella lotta al terrorismo in stretto rapporto con il Ministro dell'interno. Dalla Chiesa ricostruì il Nucleo antiterrorismo mettendo a segno in poche settimane alcuni arresti eccellenti, il più importante dei quali fu quello dei cinque membri dell'esecutivo BR nel covo milanese di via Monte Nevoso.
Questa lunga digressione per spiegare in quale scenario storico si inserisca il rapimento Dozier. Un'altalena di attentati, rapimenti e assassini cui si risponde con provvedimenti contrastanti, spesso illogici, con tempi e metodi che visti oggi sembrano totalmente al di fuori di una chiara percezione dell'emergenza vissuta dal Paese. Non sorprende quindi l'atteggiamento di superiorità, misto a sfiducia nei confronti della nostra intelligence, da parte delle autorità americane incaricate di collaborare a sciogliere i nodi del sequestro Dozier.
Non a caso, in una ricostruzione cinematografica di qualche anno fa, intitolata "Stato d'emergenza", il regista Carlo Lizzani ha impostato la vicenda Dozier proprio partendo da questo aspetto. Evidenziando cioè il contrasto psicologico e la diffidenza tra agenti italiani e americani, i primi più intuitivi e attenti a sfruttare i fiancheggiatori locali, i secondi orientati a spostare le indagini verso i legami con il terrorismo internazionale. Entrambi gli inquirenti, italiani e americani, avevano tuttavia le loro buone ragioni. Se sarà infatti la soffiata di un fiancheggiatore a svelare l'indirizzo della "prigione del popolo" di Padova, la pista del terrore internazionale non era assolutamente campata in aria.
Anzi, è proprio il rapimento Dozier a far trasparire dal fondo lo scenario della guerra fredda, svelando legami - ancora oggi ampiamente sottovalutati, se non bellamente trascurati - con i servizi segreti dei Paesi del blocco sovietico.
Abbiamo già visto come le BR intendessero il rapimento del generale come una credenziale per accedere a contatti con movimenti simili al di fuori del vecchio continente. Attraverso un loro militante irregolare, Loris Scricciolo, i terroristi avevano aperto un canale informativo con due personaggi che curavano i rapporti internazionali del sindacato UIL. Dovevano essere questi due personaggi (Luigi Scricciolo e Paola Elia, rivelatisi poi cugini dello stesso Loris Scricciolo) a fornire i contatti per imbastire nuovi legami con movimenti terroristici in altre aree calde del mondo e a diffondere all'estero materiale propagandistico. In realtà l'aggancio più consistente che riuscirono a ottenere fu con i servizi segreti bulgari, in quegli anni braccio armato, nonché prestanome, del ben più potente KGB. I cugini di Scricciolo fecero sapere che esisteva la possibilità di incontrare un funzionario dell'ambasciata bulgara, in quanto i servizi segreti bulgari - che il 13 maggio di quello stesso 1981 avevano armato la mano di Ali Agca in Piazza San Pietro contro il Papa - erano interessati a sapere qualcosa dall'alto ufficiale americano. In cambio della disponibilità BR a cogestire il sequestro, i bulgari avrebbero garantito la possibilità di ottenere finanziamenti e armi.
Secondo quanto riferì dopo il suo arresto il brigatista Savasta, l'offerta fu giudicata dall'esecutivo BR come "una indebita ingerenza" per quanto riguardava la pretesa di interferire nello svolgimento del sequestro e, invece, estremamente interessante per quanto atteneva l'offerta di armi e denaro. Davanti alla Corte d'Assise di Roma Savasta ha tenuto a precisare che nelle intenzioni dei brigatisti "non ci sarebbe stato scambio di nulla, assolutamente di nulla, ma ci sarebbe stata soltanto la possibilità per le BR di avere un rafforzamento di tipo logistico, e niente altro, perciò non un rapporto politico né, tanto meno, fra servizi segreti". Aggiunse inoltre che secondo lui "la Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia".
Una cosa è certa, l'appuntamento fissato per la seconda metà del mese di gennaio del 1982 in un cinema romano tra i terroristi e un misterioso "funzionario" bulgaro saltò all'ultimo momento, in quanto il funzionario mantenne fino in fondo l'anonimato non presentandosi. E nulla si è potuto apprendere su eventuali successivi contatti, in quanto Savasta, che era uno dei carcerieri di Dozier, fu arrestato pochi giorni dopo il fallito appuntamento al cinema durante l'irruzione degli agenti del covo di Padova.
Su questi legami non meglio approfonditi con i servizi segreti dell'est si è espressa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo, giungendo alla conclusione che un mercanteggiamento alle spalle del generale rapito ci fu, anche se condotto con eccessive velleità di 'potenza' da parte delle BR. "La Commissione - si legge nel paragrafo della relazione relativa al sequestro Dozier - ritiene sostanzialmente credibile il racconto fatto da Savasta giacché è pacifico l'interesse dei servizi del Patto di Varsavia a conoscere i segreti NATO e non essendo l'occasione di ottenere informazioni riservate da un generale tra quelle che i servizi del campo avverso si lasciano scappare.
La mancata presentazione del funzionario bulgaro fu giustificata dagli intermediari con un'improvvisa ed imprevista partenza per Sofia. Tale giustificazione indusse l'esecutivo BR a ritenere che il funzionario dell'ambasciata romana fosse andato a Sofia a 'saggiare la situazione'. Se ne potrebbe desumere che l'iniziativa era stata presa a Roma ma che si fosse ritenuto successivamente, data la delicatezza dell'operazione, di doverne discutere con una più alta autorità politica.
Ma c'è anche un'altra ipotesi non meno probabile: che, informati della indisponibilità delle BR ad offrire la contropartita Dozier, i bulgari avessero deciso di lasciar cadere la cosa o di attendere che le BR scendessero a più miti consigli.
La pretesa delle BR di ottenere aiuti senza pagare contropartite può apparire assurda in quanto addirittura travalica il concetto, già velleitario, di rapporto da potenza a potenza, per approdare a quello di una potenza dominante (le BR) che vuole imporre le sue condizioni ad una potenza subalterna. Ma bisogna considerare la deformazione psicologica dei brigatisti che li porta ad avere una fiducia cieca nelle loro capacità di analisi e a scambiare le loro conclusioni con la realtà. E non va quindi dimenticato che la loro analisi aveva portato alla 'verità' che l'URSS e il Patto di Varsavia sarebbero ben presto stati 'costretti' ad aiutare le BR.
Da qui il rifiuto (contrariamente a quanto suggeriva Savasta) al rapporto politico e la pretesa di ottenere finanziamento e forniture di armi senza contropartita."
Il 28 gennaio 1982, ovvero quarantadue giorni dopo il rapimento, Dozier venne liberato a Padova da un commando dei Nocs (Nuclei operativi centrali di sicurezza) guidato dal comandante Salvatore Genova. La brillante operazione scattò in tarda mattinata, attorno alle 11 e 30, per trarre il massimo vantaggio dal traffico cittadino e dal rumore prodotto dal bulldozer di un cantiere nelle vicinanze. Ormai da tre giorni una cinquantina di agenti stavano tenendo sotto controllo il condominio della "Guizza", nella periferia sudovest della città. L'obiettivo era uno degli alloggi di un fabbricato di otto piani con due ingressi. Dieci uomini dei Nocs arrivarono a bordo di un furgoncino indossando abiti civili. Mentre un membro della squadra d'assalto provvedeva ad isolare il supermaket attiguo alla porta dello stabile in cui era tenuto in ostaggio il generale, in modo da evitare il coinvolgimento di civili innocenti, gli altri nove davano inizio all' operazione. Due terroristi di pattuglia nel corridoio al primo piano furono rapidamente immobilizzati mentre una carica al plastico fece saltare la porta dell'appartamento. L'irruzione all'interno si svolse fulmineamente, al punto che non fu esploso neanche un colpo. Dozier si trovava in una tenda canadese piantata in mezzo a una stanza, sotto la minaccia di un carceriere che fu rapidamente sbaragliato. "Wonderful italian police" pare abbia esclamato il generale dal lettino in cui, vestito con una tuta da ginnastica e senza scarpe, era incatenato da più di un mese. Alle 12 e 23 una nota dell'Ansa rese di dominio pubblico il brillante successo dell'operazione. La notizia arrivò subito anche a Washington. Sulle pareti degli uffici del Pentagono vennero appesi cartelli con la scritta "Viva l'Italia".
"La fermezza ha pagato" titolò il giorno successivo il Corriere della Sera. Il presidente americano Reagan, dopo le pesanti critiche di poco più di un mese prima commentò entusiasta: "Lo stesso coraggio e determinazione che James Dozier aveva dimostrato sul campo di battaglia in tempo di guerra gli hanno fatto superare con tutti gli onori questa nuova prova [...] Il nostro Paese e i nostri alleati possono essere fieri di questo uomo coraggioso [...] Ho anche parlato col presidente Pertini esprimendogli l'apprezzamento dell'America per l'efficacia e dedizione dell'opera delle autorità italiane nel localizzare i rapitori e salvare la vita del generale Dozier. Anche le autorità italiana hanno assolto al loro compito con onore".
Subito cominciarono anche a circolare le notizie in merito alla "soffiata" che avrebbe consentito l'esito positivo della missione. Il giorno dopo la liberazione dell'ostaggio i giornali italiani pubblicarono infatti indiscrezioni su di un terrorista pentito catturato di recente che avrebbe ricoperto il ruolo di "gola profonda" della situazione.
Il risultato dell'operazione delle forze dell'ordine non si limitò alla liberazione. In seguito alla collaborazione di tre dei cinque terroristi catturati, e in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vennero effettuate decine di arresti in tutta Italia. Dopo il fallimento della 'campagna Dozier' le BR emanarono un laconico comunicato in cui si accennava alla necessità di una "ritirata strategica [...] in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti".
Dozier, finora l'unico ufficiale americano ad essere mai stato catturato da un gruppo terrorista, fu in seguito promosso Generale Maggiore. Attualmente è un pensionato ottantacinquenne.
martedì 3 agosto 2021
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Il 3 agosto 1981 Roberto Peci, fratello del brigatista rosso Patrizio, veniva ucciso con 11 colpi di pistola da un commando di BR.
Roberto Peci fu rapito a San Benedetto del Tronto (AP) il 10 giugno 1981 da un commando terroristico composto da quattro uomini. Dopo cinquantaquattro giorni di prigionia fu ucciso quale atto di rappresaglia nei confronti del fratello Patrizio - militante delle Brigate rosse - che, dopo la cattura, aveva collaborato con gli inquirenti consentendo la individuazione di "covi" e l'arresto di molti militanti dell'organizzazione. L'omicidio di Roberto Peci fu eseguito con undici colpi di arma da fuoco all'alba del 3 agosto 1981 a Roma, nei pressi dell'ippodromo delle Capannelle. Accanto al corpo fu rinvenuto il testo di una "risoluzione strategica" in cui le Brigate rosse-Partito della guerriglia (Br-Pg) affermavano che «l'annientamento è l'unico rapporto possibile che intercorre fra proletariato marginale e traditori». Per l'omicidio di Roberto Peci furono arrestati i componenti del commando, capeggiati di Giovanni Senzani, condannato all'ergastolo.
Il 29 gennaio 1999, dopo 17 anni di prigionia, Giovanni Senzani ottiene la semilibertà, e la scarcerazione definitiva dal febbraio 2010.
Nel 2013 il regista Pippo Delbono lo volle come protagonista del film "Sangue", un film che suscitò vibrate polemiche poiché in esso l'ex brigatista si esercita in una sciagurata lezioncina su come i “movimenti rivoluzionari” debbano trattare i traditori.
Oggi Giovanni Senzani è un uomo libero; in un intervista del 25 ottobre del 2010 ha dichiarato di aver abbandonato la politica attiva, ma non le sue idee di sinistra.
martedì 2 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 marzo 2003, in un conflitto a fuoco su un treno, muoiono il sovrintendente della polizia ferroviaria Emanuele Petri e il brigatista rosso Mario Galesi. La brigatista Nadia Desdemona Lioce viene arrestata.
Quella mattina, alla stazione Roma Tiburtina, Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi obliterano due biglietti per Arezzo e salgono sul diretto per Firenze in partenza alle 6.19.
Lei ha pantaloni neri, maglia color pesca sopra una camicia grigia, capelli rossi, è ingrassata rispetto all'ultima volta che l'ha fermata la Digos. Lui è piccolo e stempiato, vestito in modo anonimo, ha un telefonino cellulare. Porta con sé un borsone. Dentro ci sono documenti e ritagli di pubblicazioni, due agende elettroniche, un floppy disk e soprattutto la telecamera palmare che rende legittimo un sospetto: i due sono diretti a filmare le abitudini domenicali di un "obiettivo".
Alle 8.24 il treno fa sosta alla stazione di Terontola, crocevia per l'Umbria. A bordo salgono tre uomini della polizia ferroviaria per controlli di routine. Li guida un poliziotto esperto, il maresciallo Emanuele Petri, 48 anni, che abita a Tuoro sul Trasimeno con moglie e figlio. Questa domenica Emanuele sarebbe potuto rimanere a dormire, ma all'ultimo momento ha cambiato turno per essere libero martedì di accompagnare un collega in carrozzella ad una visita medica. Con Petri ci sono il sovrintendente Bruno Fortunato, 45 anni di Terontola, padre di due figli, e l'agente Giovanni di Franzo, 36 anni. I poliziotti entrano nella carrozza quattro, a scompartimenti aperti, divisa solo a metà dalla vetrata che separa fumatori da non fumatori. In tutto l'open space ci sono due coppie e una viaggiatrice solitaria.
Petri si avvicina ai due terroristi e chiede i documenti, mentre più indietro Fortunato vigila e Di Franzo sta alla radio ricetrasmittente. I brigatisti si alzano e consegnano le carte d'identità al sovrintendente di polizia. Sono false, ma ben fatte su carte rubate e quando l'agente Di Franzo contatta la sala operativa della polizia ferroviaria di Firenze, la risposta è che i due nomi sono puliti. Ma Galesi teme di essere scoperto, tira fuori la pistola e la punta al collo del sovrintendente Petri.
E' calmo: "State buoni, dateci le armi e tutto si risolve". La trattativa fatta di invocazioni va avanti per secondi interminabili. L'agente Fortunato butta la pistola, ma quando la Lioce va a raccogliere l'arma si rompe quel fragile equilibrio poggiato su nervi tesi. Fortunato e la Lioce entrano in contatto e Galesi fredda Petri sparandogli al collo. Ancora colpi. Due proiettili raggiungono ad un polmone e al fegato Fortunato. Di Franzo getta la radio trasmittente, che è ancora in contatto con Firenze, e risponde al fuoco ferendo Galesi che cade a terra, colpito da due proiettili al ventre. Poi il poliziotto si getta sulla Lioce, armata della pistola strappata a Fortunato. La disarma. La immobilizza.
Il maresciallo Petri è morto a terra accanto al terrorista Galesi, il maresciallo Fortunato brancola ferito e l'agente Di Franzo ha gli occhi impauriti quando un uomo, un vigile urbano di Perugia libero dal servizio che viaggia nello scompartimento, gli offre aiuto. Telefonano alle rispettive centrali. E in quel momento il treno si ferma alla stazione di Castiglion Fiorentino. L'agente Fortunato trascina fuori un'impassibile Lioce, come indifferente, la ammanetta al palo che sorregge i cartelli dei binari due e tre. La quinta persona che era nella carrozza è sparita. L'hanno vista filare via dal treno scendendo dalla parte del binario invece che sul marciapiede. Galesi è ferito a morte e spirerà in serata.
La prima condanna all'ergastolo per Nadia Lioce è stata comminata dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione di Firenze che, per questa sparatoria, a conclusione del processo esattamente tre anni dopo i fatti, il 2 marzo 2006, decreta il carcere a vita per la brigatista accusata di concorso in omicidio, rapina, resistenza e detenzione di armi, con l'aggravante del terrorismo.
Nel processo per l'omicidio del giuslavorista Marco Biagi, assassinato a Bologna con sei colpi di pistola, la sera del 19 marzo 2002, la Corte d'Appello emette una condanna all'ergastolo per la brigatista che, il 7 dicembre 2006 dopo quella sentenza, decide di non fare ricorso in Cassazione al contrario di tutti gli altri accusati che, dopo tre gradi di giudizio, si vedono confermate tutte le condanne all'ergastolo.
Dopo tre gradi di giudizio, nel processo per l'omicidio del consulente del Ministero del Lavoro, Massimo D'Antona, avvenuto a Roma il 20 maggio del 1999, la Prima sezione penale della Corte di cassazione conferma, il 28 giugno 2007, la condanna all'ergastolo alla Lioce.
Altre condanne le sono state inflite anche per gli attentati alla sede della Commissione di Garanzia per lo Sciopero, a quella della Cisl di Milano (entrambi effettuati nel 2000) e all'Istituto Affari Internazionali di Roma nel 2001, oltre che per quattro rapine di autofinanziamento realizzate in Toscana, tra il 1998 e il 2003.
Nadia Desdemona Lioce è attualmente reclusa nella casa circondariale di massima sicurezza Le Costarelle di Preturo di L'Aquila dove sconta la pena dell'ergastolo in regime di 41-bis.
Il 9 aprile 2010 Bruno Fortunato, il poliziotto rimasto ferito nella sparatoria, si è suicidato nella sua casa di Anzio sparandosi un colpo alla testa con la sua pistola d'ordinanza che, come prassi, aveva tenuto dopo essere andato in pensione per le conseguenze della sparatoria di sette anni prima. Perché lo abbia fatto non è stato ancora chiaro. Sembra infatti che Fortunato, 52 anni, originario di Portici, nel napoletano, non abbia lasciato biglietti per spiegare il suicidio. Chi lo conosceva ha comunque sottolineato che dal giorno della sparatoria non era stato più lo stesso.
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